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Biblioè Riflessioni sul Sistema Bibliotecario Trentino, sul suo presente e sulle prospettive di sviluppo

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A cura di Sara Guelmi

Biblioè

Riflessioni sul Sistema Bibliotecario Trentino, sul suo presente e sulle prospettive di sviluppo


La collana Materiali di Lavoro|tsm si propone di raccogliere alcuni contributi prodotti da tsm-Trentino School of Management nelle sue attività di ricerca e formazione. I prodotti, che riguarderanno le aree della pubblica amministrazione e del comparto privato, si propongono di alimentare la riflessione sulle problematiche del management dell’alta formazione e dell’aggiornamento del personale.

L’Editore è a disposizione di tutti gli eventuali proprietari di diritti sulle immagini riprodotte, nel caso non si fosse riusciti a reperirli per chiedere la debita autorizzazione.


Sommario Presentazione di Tiziano Mellarini

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Note introduttive di Sara Guelmi

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1. Protagonisti a confronto Premessa Introduzione 1.1. Sistema 1.2. Personale 1.3. Patrimonio 1.4. Nuove tecnologie 1.5. Prospettive

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2. Identità in movimento 2.1. Introduce Giorgio Zanchini 2.2. Il ruolo della biblioteca nel panorama culturale Claudio Martinelli 2.3. Alcuni dati del Sistema Bibliotecario Trentino - Sara Guelmi 2.4. Il bisogno, sempre attuale, di biblioteca - Loredana Lipperini 2.5. La biblioteca civica di Rovereto - Gianmario Baldi 2.6. La biblioteca della Montagna-SAT - Riccardo Decarli 2.7. La biblioteca dell’Altopiano della Paganella - Sandro Osti 2.8. La biblioteca Lenuvole, Scampia (Na) - Stefania Ioppolo De Liguori e Carmine Barra

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3. La cultura: una premessa di pari dignità e di libertà di Giovanni Maria Flick 3.1. Dalla libertà alla pari dignità attraverso la cultura 3.2. La cultura come bene comune 3.3. La cultura come espressione di cooperazione e di solidarietà 3.4. Gli strumenti per la cultura: il libro… 3.5. (segue) …e la biblioteca. 3.6. Dignità e libertà in montagna: il 25 aprile di allora e di oggi

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Appendice

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I profili

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Presentazione di Tiziano Mellarini Assessore alla cultura, cooperazione, sport e protezione civile della Provincia autonoma di Trento

Biblioè-150 luoghi comuni ha rappresentato un momento di presentazione e di valorizzazione, anche nei confronti degli amministratori pubblici, del Sistema Bibliotecario Trentino: una rete culturale che dal 1977 lavora assiduamente, quotidianamente e tenacemente per promuovere in tutti i cittadini del territorio l’accesso all’informazione e alla conoscenza. Il Sistema bibliotecario trentino è composto da oltre 150 istituzioni, di diversa natura e configurazione giuridica, che valorizzano un patrimonio bibliografico ed un’offerta di iniziative culturali qualitativamente e quantitativamente rilevanti. Per queste motivazioni, il Servizio Attività Culturali e le biblioteche presenti sul territorio provinciale, coordinate dall’Ufficio per il Sistema Bibliotecario Trentino e per la Partecipazione Culturale, hanno ideato e organizzato una manifestazione che ha saputo mettere in evidenza i molteplici aspetti di cosa significa oggi essere una “biblioteca al servizio della cittadinanza”. I seminari, le attività laboratoriali, le presentazioni di libri, di riviste e di progetti hanno promosso in maniera partecipata e dinamica il valore delle biblioteche non solo come istituti di conservazione e consultazione di libri e documenti ma anche come luoghi di incontro, di confronto e di riflessione. Biblioè-150 luoghi comuni è riuscita a far vedere, vivere e sperimentare alle tante persone, cittadini e amministratori, che l’hanno frequentata, come le biblioteche siano presidi culturali dinamici e aperti a chiunque sia disponibile ad entrarci o a navigare nei suoi servizi digitali configurandosi come luoghi di riferimento tra i più importanti per la vita della comunità e le sue esigenze di crescita e curiosità culturale. Un ringraziamento sincero va alle tante persone che hanno fornito una

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fattiva collaborazione e messo a disposizione il proprio tempo e le competenze professionali per realizzare una manifestazione rivelatasi vincente a restituire l’immagine multiforme e variegata che caratterizza attualmente il Sistema bibliotecario trentino.

Note introduttive di Sara Guelmi

Le biblioteche in Trentino sono ormai una realtà consolidata entrata a pieno titolo nel patrimonio e nell’esperienza culturale della popolazione, anche grazie all’ampia diffusione territoriale. Le biblioteche rappresentano un vero e proprio perno della vita comunitaria: curano infatti la crescita culturale e creativa delle persone, operano per soddisfare i bisogni espressi ed inespressi della cittadinanza, promuovono iniziative nei diversi campi della conoscenza e dei saperi, sono punto di riferimento per associazioni, comitati e centri di studio locali, sono partner rilevanti delle istituzioni scolastiche e formative (dagli asilo nido all’università), supportano la formazione continua e permanente degli adulti e, grazie al prestito interbibliotecario, garantiscono la diffusione di conoscenza e informazione e uguali opportunità di accesso nei centri urbani come nelle valli. Una ricchezza di soggetti, di dotazioni, di funzioni e di attività che spesso non è colta nel suo vero e straordinario apporto alla crescita sociale, ma anche economica, del Trentino e nel suo divenire, a fronte di un mondo che cambia con velocità vorticosa e con dinamiche spesso del tutto impreviste. Una ricchezza che va meglio colta e storicizzata nel percorso fino ad oggi compiuto e attualizzata in quello che deve ancora compiere. Il Sistema Bibliotecario Trentino, nato nel 1977, conta oggi oltre 150 biblioteche presenti su tutto il territorio provinciale. Si tratta di 74 biblioteche di pubblica lettura, 42 punti di lettura, 43 biblioteche specialistiche e di conservazione. Il suo patrimonio documentale, condiviso attraverso il Catalogo Bibliografico Trentino ammonta a 1.907.297 titoli, con una composizione molto ricca e articolata, per un totale di 5.131.606 esemplari. Al patrimonio fisico inoltre, si aggiunge la disponibilità del patrimonio digitale proprio (8.600 e-book) e l’accesso a risorse digitali differenti (106.000 tra riviste,

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giornali, e-learning, musica e film). Un patrimonio materiale e immateriale vivo, capace di esprimere un potenziale, talvolta poco visibile o dato per scontato, ma sempre presente e capace di un presidio di base di valore inestimabile. Oltre ai servizi tradizionali (come prestito, consultazione, accesso ad internet,..), le biblioteche propongono numerose iniziative per far vivere esperienze significative agli utenti: nel 2015 ne sono state realizzate 2.144, con una media di 6 iniziative al giorno. Tali attività coprono un’ampia gamma d’offerta sia per tipologia che per contenuto: dalle letture animate per bambini, ai corsi di lingue, dagli incontri sul pensiero filosofico di Hegel, agli incontri di meditazione e alle sessioni di burraco. Attori di questo ricco sistema d’offerta culturale sono gli oltre 550 professionisti, provenienti da diversi ambiti disciplinari, con competenze e ruoli diversi, in costante dialogo e collaborazione fra loro, per rispondere al meglio alle esigenze conoscitive e informative della cittadinanza. Negli ultimi anni le biblioteche, in particolare quelle di pubblica lettura, sono state caratterizzate da una significativa evoluzione: da luogo di ricerca e di studio si sono fatte centro culturale integrato di servizi per la formazione, l’informazione, la conoscenza generale e specialistica, lo sviluppo della creatività, la socializzazione e il tempo libero. Tale evoluzione, necessaria per rispondere in modo più efficace alle esigenze della popolazione, ha interessato l’intero Sistema Bibliotecario Trentino, prezioso tessuto connettivo ed organizzativo che, unico in Italia per numero di realtà collegate, garantisce uniformità di standard nella prestazione dei servizi, condivisione di strumenti operativi ed informativi, coordinamento nelle proposte culturali di sistema. Per dare visibilità alla ricchezza di questo Sistema e per rappresentare la complessità che si cela dietro ciascuna biblioteca, si è ritenuto opportuno organizzare una manifestazione che rendesse evidente la valenza culturale e territoriale del Sistema Bibliotecario Trentino in relazione ai bisogni e le rinnovate necessità di informazione e conoscenza della comunità locale. Biblioè 150 luoghi comuni, dunque è nata come prima occasione per rendere visibile ed esplicita la capillarità delle biblioteche sul territorio provinciale, la loro multiforme identità quali spazi democratici e di accessibilità gratuita al sapere, alla conoscenza e all’informazione. Biblioè 150 luoghi comuni è stata occasione di valorizzare il ruolo delle biblioteche come incubatori di democrazia, ed il loro, oggi più che mai, necessario compito di diffondere conoscenza, che non significa solo fornire informazioni, ma curare ed accrescere la capacità di comprendere, di elaborare pensiero e di scegliere in modo consapevole.

È stata occasione per rendere manifesta la contemporaneità dell’offerta culturale delle biblioteche e la loro capacità di tenere il passo con le tecnologie e con l’evoluzione dei bisogni degli utenti; ma anche per vivere esperienze di lettura e di immersione nelle storie scritte, visive, musicali e cinematografiche messe a disposizione dalle varie biblioteche del sistema. Un evento quindi, per conoscere quanto sia multiforme e variegata la vita di una biblioteca e della comunità di riferimento e quanto sia complesso parlare di sistema bibliotecario come elemento portante di un più ampia e ricca rete culturale territoriale. Infine, per gli operatori è stata opportunità di incontro, riflessione e confronto per ragionare sul presente e sul futuro delle biblioteche, sui temi caldi e sulle aree di miglioramento, sulle prospettive di sviluppo e crescita a favore della comunità. Allargando lo sguardo all’insieme degli effetti prodotti dall’iniziativa, da Biblioè è emersa, e rinnovata con forza, la necessità che le biblioteche presidino con determinazione, evolvendosi nelle modalità e nei linguaggi, il loro ruolo culturale. Ora più che mai, posto che l’analfabetismo funzionale (quello che rende incapace di comprende il senso di un testo di 3 paragrafi e che quindi rende incapace di comprendere la società complessa nella quale si vive ) interessa il 47% degli italiani. Da Biblioè è affiorata la consapevolezza condivisa dall’amministrazione provinciale, dagli enti gestori e dagli operatori, che il Sistema Bibliotecario Trentino è una risorsa fondamentale della comunità, che necessita di essere curata e potenziata. Che deve essere oggetto di miglioramento per consentirgli di garantire (e possibilmente aumentare) servizi di qualità nel rispetto delle professionalità e delle persone. Biblioè ha reso evidente la capacità delle biblioteche di declinare le proprie attività attraverso linguaggi e modalità molteplici: in 5 giorni, sono stati presentati 25 libri, 10 conferenze e incontri, 5 recital letterari e teatrali, 18 presentazioni di progetti culturali, 20 incontri di letture animate per bambini, ragazzi e adulti, 18 laboratori, 5 appuntamenti musicali, 4 visite guidate al palazzo: 105 appuntamenti. Un pianoforte digitale a disposizione, un video miniroom, il bibliobus e oltre 6.000 libri in bookcrossing hanno partecipato alla della festa delle biblioteche del Sistema Bibliotecario Trentino. Più di 3.000 persone sono state a Biblioè: che siano utenti abituali delle biblioteche o che siano entrati in contatto con la biblioteca per la prima volta, non ha importanza; sappiamo di aver fornito un’opportunità di incontro con la narrazione e la lettura, con le idee e con il tempo per sé.

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In questo testo abbiamo pensato di raccogliere gli atti dei convegni organizzati nell’ambito della manifestazione Biblioè allo scopo di mettere a fattor comune e di rendere fruibili i contenuti emersi in tre passaggi fondamentali della manifestazione: il primo “Protagonisti a confronto” ha visto ragionare su alcuni temi i rappresentanti dell’amministrazione provinciale, dei Comuni e dei Bibliotecari; il secondo “Identità in movimento” ha proposto alcune riflessioni sul mondo delle biblioteche ed alcune significative esperienze; il terzo “La cultura: una premessa di pari dignità e di libertà”, l’intervento di Giovanni Maria Flick, dedicato a Biblioè come occasione per riflettere sulla cultura, e le biblioteche in particolare, come elemento fondante per garantire libertà e pari dignità in una società democratica.

1. Protagonisti a confronto

Premessa Il Sistema Bibliotecario Trentino costituisce un elemento non solo importante, ma anche imprescindibile dell’offerta culturale promossa dalla Provincia Autonoma di Trento. Quanto segue costituisce una riflessione sul suo apporto, sui risultati finora raggiunti, ma anche sulle aree di miglioramento e quindi di intervento con tre dei suoi protagonisti: Monica Mattevi, Sindaco di Stenico e Assessore alla cultura nel Consiglio delle Autonomie Locali; Claudio Martinelli, Dirigente del Servizio attività culturali della Provincia di Trento; Graziano Cosner, responsabile delle biblioteche dell’Altopiano della Paganella e quindi rappresentante di tutti i bibliotecari della Provincia. Mauro Marcantoni, direttore di TSM, ha coordinato l’incontro, ponendo ai tre protagonisti interrogativi e una serie di spunti su diversi argomenti di riflessione. Una sorta di intervista, quindi, ma in modalità “open”, in un confronto aperto all’autocritica e a nuove soluzioni per il futuro.

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Introduzione di Mauro Marcantoni

Ho scelto di focalizzare la riflessione sul Sistema Bibliotecario Trentino, insieme ai suoi protagonisti, su cinque specifici blocchi, che sono: sistema, personale, patrimonio, tecnologie, ruolo. Sotto questi grandi temi ce ne sono molti altri, alcuni in verità abbastanza complessi, quindi suppongo che emergeranno cose molto belle, ma anche problemi aperti – io credo – di una certa delicatezza e acutezza. Prima di entrare nel merito, permettetemi due premesse, una strettamente personale e una invece più legata al perché oggi è vitale – non solo importante – parlare di biblioteche, di biblioteche di pubblica lettura in particolare. La prima premessa personale: io ho avuto la ventura di essere Dirigente del Servizio attività culturali nella seconda metà degli anni ‘80 (quindi è passato qualche tempo). Mi aveva chiamato Tarcisio Andreolli a gestire il servizio. Mentre Guido Lorenzi è stato la levatrice che ha avviato il sistema, Andreolli lo ha razionalizzato, ha cercato di farne un fulcro della cultura, non solo delle biblioteche. Ricordo con affetto i collaboratori di allora: il mio predecessore, Claudio Chiasera, dirigente di rango, di passione, con una cultura burocratica assolutamente ineccepibile; Gerardo Lazzeri, Luisa Pedrini, che aveva il catalogo in mano, Daniela Dalla Valle, Fabrizio Leonardelli, Livio Cristofolini; c’era anche il giovanissimo Giorgio Antoniacomi. Questi sono stati i personaggi della mia epoca, poi ho fatto il dirigente generale della cultura negli anni ‘90, ma è stata un’esperienza meno toccante, perché non ero in trincea. La seconda riflessione è un po’ più ampia, sembrerà forse fuori luogo, ma vedrete che poi tutto combina. Perché l’importanza delle biblioteche sta diventando, forse non nella percezione comune, ma nella sostanza delle

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cose, così centrale e così evidente? Cinque minuti ve li chiedo proprio per sviluppare un concetto che ritengo fondamentale. La domanda iniziale è: per quale ragione, per quale motivo, realtà italiane molto simili, Regioni molto simili, per dimensione, per orografia, per dislocazione rispetto ai grandi mercati, hanno delle performance così diverse, in termini di produzione di reddito e in termini di cittadinanza, o di erogazione dei servizi? Sono così simili eppure così diverse. Tra il nord e il sud sicuramente, ma anche tra sud e sud: pensiamo al Reggino e al Salento, tra loro intercorrono abissali differenze, eppure sono il tacco e la punta dello stivale. Perché grandi servizi nazionali, pensiamo all’istruzione, che hanno gli stessi programmi, gli stessi contratti, gli stessi ordinamenti, la stessa organizzazione, hanno performance così diverse? Tra le tre Regioni di coda e le tre Regioni di testa – pensiamo ai test Invalsi – ci sono 15 punti di distacco per la lingua e 21 per la matematica (eppure sembrerebbero uguali). E così i tempi di attesa nei tribunali, l’erogazione dei servizi pubblici dei Comuni e via dicendo. Che cosa fa la differenza, se sono così simili dal punto di vista materiale? La cultura collettiva di questi territori, che è l’anima vera di uno sviluppo del Paese. Dove c’è cultura collettiva forte, c’è sviluppo, c’è PIL, c’è civiltà, c’è efficienza dei servizi. Dove la cultura collettiva è debole, qualunque sia la dislocazione geografica, le performance sono complessivamente molto più basse. Basta pensare ai differenziali di PIL, che sono veramente enormi. Chiediamoci allora cos’è la cultura collettiva. È il modo di essere di una comunità, il sapersi assumere la responsabilità della crescita e dello sviluppo. La cultura collettiva ricomprende la scuola e l’associazionismo, quel presidio formidabile che è la biblioteca, perché è l’unico strutturato, che si occupa di quello che non accade nella prima e nell’ultima età, nella scuola e nelle case di riposo. Gli adulti fanno la propria vita, ma a stare nella dimensione adulta, trasversale, con giovani e anziani c’è la biblioteca, con la sua funzione di presenza, di coagulo. Siccome il mondo cambia, anche le biblioteche cambiano, ma non nella loro funzione essenziale: cambiano nel modo con cui interpretano il loro essere e il loro funzionamento.

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1.1. Sistema

Monica Mattevi: Veramente un’introduzione molto interessante, ci sarebbe da dire molto. In questo momento, oltre ad essere Sindaco di Stenico, sono Assessore nel Consiglio delle Autonomie Locali e – ci tengo a sottolinearlo – ho voluto le competenze su cultura ed istruzione. Io sono un’insegnante, e tengo veramente tantissimo alla cultura, all’istruzione e l’argomento di oggi, devo dire la verità, mi ha coinvolto particolarmente. Ci siamo già trovati, come Conferenza permanente, seppure neonata, a marzo: si tratta di un organismo nel quale si incontrano sia alcuni amministratori, tra i quali la sottoscritta, e anche i bibliotecari. È stato un

momento per me è molto importante, perché ci siamo soffermati a parlare di un servizio che spesso nei Comuni è un po’ lasciato a se stesso. In questo momento i Comuni – lo sappiamo tutti – hanno veramente grossissime difficoltà da tanti punti di vista, in particolare riguardo l’aspetto economico finanziario, e va da sé che in frangenti simili non sono esattamente le biblioteche a rientrare tra le priorità essenziali. Ragionarci in occasioni come Biblioè e in questo incontro, evidenziando le criticità e le aree di miglioramento, senza sminuire gli aspetti positivi – perché anche questo è giusto e dà voglia di continuare – del nostro sistema interbibliotecario, che è senza dubbio all’avanguardia, un apripista rispetto ad altri territori, è importante. Da amministratore di un Comune voglio ringraziare la Provincia, che ha investito parecchio nel tempo in questo settore; un investimento importante, da non trascurare anche in futuro sebbene si stia vivendo un momento particolare, di grandissime trasformazioni per i Comuni. La sola risposta è far sì che anche le biblioteche siano al passo con i tempi, capaci di affrontare le congiunture attuali per essere veramente all’altezza della situazione. Questo, come si può fare? Facendo sistema tra di noi, così come si fa anche con gli altri servizi, imparando a ragionare al di fuori del proprio contesto locale, e riuscendo a comunicare sempre di più e sempre meglio con le altre biblioteche. Ci sono già collaborazioni molto importanti, mi viene da pensare al prestito interbibliotecario, un servizio che funziona benissimo da molto tempo. Oggi però siamo chiamati a compiere un salto in avanti, cercando di valorizzare per esempio le competenze e le professionalità che abbiamo all’interno delle biblioteche, che sono quelle che fanno la differenza nel nostro sistema. Mi facevano notare in questo tavolo, un mese e mezzo fa, quando ci siamo trovati (poi ci ho ragionato su a fondo), che ci sono biblioteche in Trentino con esigenze completamente diverse. Questo ci deve far ragionare sul fatto che in alcune biblioteche abbiamo bisogno di competenze specifiche rispetto ad altri territori, a Riva del Garda piuttosto che a Trento. È evidente che le professionalità dei bibliotecari, delle persone che lavorano in quelle biblioteche, devono essere diverse rispetto a quelle di biblioteche di altri luoghi. Dobbiamo valorizzare e potenziare le risorse umane che abbiamo all’interno del nostro sistema interbibliotecario. Inoltre, i sistemi gestionali delle biblioteche presentano notevoli differenze l’uno con l’altro, quindi anche questo va forse ripensato, studiato nuovamente, per trovare delle soluzioni insieme. Io spero di poter essere un po’ l’anello di congiunzione tra Comuni, Provincia e sistema bibliotecario, che anche in un periodo tanto difficoltoso resta un sistema di eccellenza e, pertanto, merita un grande impegno perché sia salvaguardato e anche migliorato.

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Mauro Marcantoni: Affido la prima domanda a tre figure che rappresentano tre mondi: la Provincia, con Claudio Martinelli, i Comuni, con Monica Mattevi, che sono (è un termine improprio) i più rilevanti enti gestori, e il personale professionale, con Graziano Cosner. Sono tre presenze che rappresentano gli snodi principali di questo mondo: l’istituzione provinciale, i Comuni, i bibliotecari. Dal ‘77 ad oggi sono passati quarant’anni, nei quali il mondo è cambiato, lo sappiamo tutti. Quarant’anni che hanno voluto dire qualcosa sul piano del Sistema, della capacità delle biblioteche di non essere solo cellule, ma di configurarsi come organismo di un mondo che vive. Un sistema che ha dei grandi pregi, ad esempio il catalogo bibliografico ed il prestito bibliotecario, ma che forse ha ancora qualche piccolo difetto e qualche esigenza di aggiustamento. Due i punti su cui penso sia necessario intervenire: il fatto di pensare molto a sé, come dimensione locale, specifica, a tratti campanilistica, e forse meno all’essere Sistema. Come se ci fosse una doppia anima paritetica, quella che rappresenta la generalità, il sistema e quella che rappresenta la specificità, il Comune, il territorio. Due dimensioni che devono coesistere. È così? C’è qualche problema? Una seconda questione, più manageriale, più tecnica: la dimensione di scala. È un momento delicato per le nostre finanze. Oggi la Provincia di Trento chiude il bilancio con gli arretrati, non con il gettito. Con il 2018 questo non sarà più possibile, e dovremo gioco forza cambiare modo di ragionare, riuscire a fare uguale o meglio, ma sicuramente con meno. Nessuno, suppongo, ignora che la dimensione di scala è rilevante, quindi bisogna combinare anima locale e anima generale, calo delle risorse e mantenimento dei livelli di qualità dei servizi.


Claudio Martinelli: Sono il Dirigente del Servizio attività culturali della Provincia, struttura che ricomprende anche la funzione del sistema bibliotecario. Mauro Marcantoni, che ha fatto una disamina, precisa e lucida, sugli ultimi quarant’anni della cultura in Trentino, ha detto una cosa molto semplice, ma anche molto importante. Le politiche pubbliche nelle quali rientrano a pieno titolo anche le politiche culturali non sono un’invenzione, o una specie di “eureka” in cui qualcuno si alza la mattina e dice: “Ci piace fare questo”. Al contrario, sono un processo nel quale le decisioni ultime spettano alla “politiche” ma poggia, anche sul contributo il contributo dei funzionari pubblici. In altre parole la definizione delle “politiche pubbliche” si avvale della dialettica positiva tra politica e dirigenza. Vorrei soffermarmi in particolare, completando la riflessione di Marcantoni, su due questioni. La prima è che il sistema bibliotecario è un sistema molto particolare, rispetto agli altri sistemi, o agli altri ambiti della cultura, perché la Provincia non ha una funzione di gestione sulle biblioteche, ma di coordinamento, di promozione e di sviluppo. Ha la gestione del catalogo bibliografico e si occupa anche del prestito interbibliotecario, ma la gestione è in capo alle autonomie locali ossia ai Comuni. È un sistema dotato di tre pilastri fondamentali. Certo, c’è la Provincia, ci sono i Comuni, ma c’è anche la comunità professionale dei bibliotecari. Quindi, rispondendo alla prima sollecitazione di Marcantoni, mi sembra chiaro che se vogliamo creare un “sistema” è necessario che questi tre attori trovino una condivisione, un metodo basato, a mio avviso, su un processo di natura negoziale. Significa che nessuno dei tre attori ha una supremazia sugli altri; sono semplicemente attori alla pari che, condividendo strategia e obiettivi, cercano di mettere a punto un sistema efficace ed efficiente. Credo che, dal punto di vista della costruzione delle politiche, questo sia un vantaggio. Ragionare sullo stesso piano, non avere una gerarchia di ruoli è assolutamente importante. E quello che la Provincia ha cercato di fare negli ultimi anni è esattamente questo. Prima Marcantoni diceva che negli ultimi quarant’anni il mondo è cambiato notevolmente. Questo è senza dubbio vero, ma il cambiamento epocale degli ultimi sei o sette anni è sotto gli occhi di tutti. Il ragionamento quindi, non è solo cercare di fare un sistema e di rafforzarlo, dentro questo processo c’è anche il grande tema della funzione della cultura e dei processi culturali in una società che naviga all’interno di uno scenario nel quale prevale un’incertezza assoluta. Nel 2007 è stata approvata la legge di riordino del settore delle attività culturali, che ha assunto come orizzonte il collegare tutto il sistema culturale,

mettendo a frutto quello che la legge del 1987 aveva già prefigurato, ma in modo molto più preciso, sottolineando il ruolo fondamentale dei sistemi, della collaborazione e delle reti. Questa concezione è stata poi ripresa nelle linee guida del 2011, che costituiscono il primo documento, che dovrà necessariamente essere aggiornato, che stabilisce le linee strategiche della Provincia per quanto riguarda le attività culturali. Rispondendo alla prima sollecitazione di Mauro Marcantoni, ritengo che non sia sufficiente avere delle belle leggi e dei bei documenti, ma che sia necessario che gli attori principali siano convinti e si adoperino affinché la logica di sistema venga messa in pratica. È finito il tempo della retorica sull’importanza della cultura, sulla ricaduta della cultura: questo lo diamo per scontato, dobbiamo passare, invece, ad avviare quei processi che in qualche maniera mettano a sistema la cultura nel suo complesso e dimostrano, nel concreto, che le “ricadute” sono concrete ed effettive. Riguardo la seconda sollecitazione di Marcantoni, vorrei dire che il calo delle risorse pubbliche è evidente, non possiamo ignorarlo. Sarebbe un errore, però, pensare che riconfigurare la cultura nel suo complesso sia solo una questione legata alle risorse. È invece una necessità profonda. Anche se avessimo le stesse risorse di dieci anni fa, dovremmo ragionare sul modo di riconfigurare il sistema culturale, perché solo così potremo non solo mantenere i livelli di alta qualità che il Sistema Bibliotecario Trentino sta mettendo in gioco, ma anche svilupparli. Se i tre attori, quindi la Provincia che ha sempre sollecitato questo processo, i Comuni e la comunità professionale dei bibliotecari si porranno questo obiettivo, credo che riusciremo a realizzarlo in brevissimo tempo.

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Graziano Cosner: Attenderei anche tempi lunghi, pur di arrivare a questi risultati. Questo è il lavoro che, come comunità dei bibliotecari, stiamo facendo negli ultimi anni con la Provincia e da poco anche sul nuovo Tavolo di Confronto con gli amministratori. Anch’io devo fare due premesse, una personale e una più generale. Quella personale: sono emozionato perché in questa occasione rappresento i bibliotecari miei colleghi, alcuni dei quali hanno molti più anni di me e, forse, maggior titolo per essere qui. Per me un bel segno di fiducia. La seconda premessa è un’altra emozione, grande: finalmente una festa delle biblioteche!. Sono passati quarant’anni ed è la prima volta, la prima volta che ci “mettiamo in mostra”.


Fino ad ora abbiamo sempre giocato sul fatto che le biblioteche funzionavano bene, che avevamo una o più splendide leggi provinciali di riferimento, un sistema straordinario che c’è stato invidiato per anni, per decenni, che ancora oggi ci viene invidiato per alcuni servizi. Mi vengono in mente il prestito interbibliotecario, così come la tessera unica di sistema. Siamo arrivati qui, dopo quarant’anni, a raccontarci. Siamo qui a raccontarci perché è importante, perché le biblioteche sono istituzioni strategiche. Non è retorica, è un dato di fatto. Io vorrei riuscire a raccontarlo oggi, dalla prospettiva dei bibliotecari. Comincio a rispondere alle sollecitazioni di Mauro Marcantoni. Il livello del sistema e il livello delle biblioteche. In questi decenni le biblioteche sono cresciute fino ad arrivare a 159; 159 istituzioni presenti sul territorio. Non esistono caserme dei Carabinieri così numerose, forse neanche uffici postali, probabilmente banche sì, chi lo sa. Siamo un presidio vero e proprio, siamo territorialmente presenti in tutta la Provincia, offriamo dappertutto gli stessi servizi, e sono servizi di qualità. Questa è una rete straordinaria: però il sistema, negli ultimi anni, ha dimostrato anche delle falle, delle crepe, che non dipendono dal sistema in sé, ma dal fatto che siamo figli di tanti anni di obesità, a livello economico e finanziario. Finché c’è stata ampia disponibilità economica, nessuno si è preoccupato di infilare riserve nel granaio. Oggi invece dobbiamo inevitabilmente mettere in discussione modalità operative che sono andate bene nel passato, ma che adesso non si possono più riproporre allo stesso modo. Le risorse dei Comuni sono incredibilmente diminuite; le risorse che la Provincia ha a disposizione sono diminuite. Di conseguenza dobbiamo trovare una via nuova, dobbiamo inventarci una re-ingegnerizzazione del sistema che permetta di fare di più e meglio pur con meno risorse. In realtà, se è corretto dire che abbiamo meno risorse pubbliche a disposizione, ma non è affatto vero che abbiamo meno risorse in assoluto: ci sono risorse private che potrebbero entrare in gioco. Per capire come, dobbiamo affrontare urgentemente i problemi: senz’altro a partire dalla crisi che riguarda le disponibilità finanziarie, ma soprattutto considerando che il modello di welfare pubblico che andava benissimo negli anni ‘80-‘90 oggi inevitabilmente va modificato. E bisogna farlo non a ribasso, non con tagli lineari, ma modificandone i meccanismi. C’è una crisi delle biblioteche, che hanno di fronte un mondo che è cresciuto velocemente. È un mondo in cui Google sembra poterle sostituire ipso facto, quando invece non è così. C’è una crisi professionale profonda dei bibliotecari, che è una crisi anche molto trentina. Teniamo a mente – proprio per

dare sostanza alle parole – che il Sistema Bibliotecario Trentino è composto per la maggior parte da biblioteche che hanno un unico operatore (one person library) e che oggi non possono far fronte al mondo e alla complessità del lavoro senza una rete efficiente ed efficace alle spalle. Nel Sistema bibliotecario trentino i bibliotecari hanno un’età media assolutamente elevata: la prima generazione, quella dei bibliotecari che hanno avviato il Sistema, e la successiva che lo ha “stabilizzato” non hanno avuto ricambio. I bibliotecari ancora attivi sono l’enciclopedia vivente di arte e di prassi biblioteconomica che testimonia la costruzione del Sistema. Fra un po’ se ne andranno in pensione e non saranno sostituiti, perché le norme sulla spending review vietano il ricambio del personale, e noi perderemo l’enciclopedia. L’alternativa trovata, per ora, prevede la copertura dei posti vacanti attraverso forme di precariato ed esternalizzazione. Poi c’è un altro elemento di allerta. Finora abbiamo parlato di tre attori del Sistema, ma ce n’è un altro. Un attore fondamentale, che è la ragione del nostro agire e del Sistema stesso: la gente che sta fuori, che gira, che entra nelle biblioteche e legge. Ma anche la gente che entra e non legge. Una volta le biblioteche erano un servizio per chi aveva bisogno di libri, oggi gli utenti sono anche i visitatori e frequentatori non necessariamente interessati al patrimonio documentario. Il mondo entra nelle biblioteche con le persone. Ci sono i bambini problematici, gli adulti disadattati, in qualche biblioteca entrano i senzatetto che hanno bisogno di lavarsi: non è più solo utenza tradizionale quella che entra in biblioteca, entra la complessità del mondo e i cittadini portatori di bisogni. Questo inevitabilmente richiede impegno e sforzi molto diversificati e strategie adeguate. La crisi professionale dipende dal fatto che noi bibliotecari abbiamo, per la maggior parte, una formazione umanistica in senso stretto, mentre le competenze oggi necessarie sono assolutamente vaste, sono molto più grandi. Un bibliotecario da solo, con un Comune in difficoltà (con la Provincia che adesso finalmente è proficuamente attiva nella collaborazione e nella conversazione), deve impiegare tempo prezioso per svolgere funzioni amministrative, per assolvere compiti burocratici, spesso senza averne le competenze. Poi magari deve seguire le associazioni, o svolgere compiti assegnatigli dal Comune non sempre coerenti con il ruolo. La casistica fa sorridere, ma non troppo per la verità: ci sono alcuni colleghi che devono compilare i moduli per la cremazione, ce ne sono altri che occupano parte del loro tempo a scrivere le determinazioni per i dirigenti per attività estranee alla biblioteca. Il lavoro del bibliotecario è diventato – di molti non di tutti – talmente confuso che forse è necessario fare un po’ di ordine.

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Per quanto riguarda le risorse: senza dubbio sono molto diminuite, ma se il patto e l’alleanza che faremo con gli amministratori e le nostre comunità di riferimento si orienterà su una visione reticolare e cooperativa, non gerarchica, finalizzata a quel quarto soggetto che sono gli utenti, se questa visione diventerà potente e condivisa, si ricomincerà a trovare le risorse. Nel nostro caso specifico lo scorso anno, con la riorganizzazione amministrativa, la biblioteca è passata alla Comunità di Valle e i Comuni hanno investito nuove e maggiori risorse. Questo è in controtendenza: tutti gli altri fanno il contrario e tagliano. Molti di noi sul territorio, riescono a trovare fondi e forme di finanziamento assolutamente creative, coinvolgendo il privato, senza abbandonare il core business della biblioteca che è il benessere “culturale” della popolazione a cui si fa riferimento; ne risulta che tutti i soggetti coinvolti abbiano vantaggi, nel rispetto della priorità riconosciuta alla cittadinanza.

attenzione le riflessioni di tutti, in particolare quella di Cosner quando diceva che un unico bibliotecario fa un po’ di tutto. E se si ammala cosa succede? Questi sono temi su cui bisogna riflettere. Se davvero crediamo che le biblioteche siano un presidio essenziale per quel capitale sociale che fa la differenza nella nostra capacità di sviluppo.

Mauro Marcantoni: Questo primo giro di risposte dà già l’idea del livello alto che sa esprimere questo mondo nelle sue varie configurazioni. Mi fa molto piacere: abbiamo cominciato con il piede giusto. Il secondo tema che vorrei porre è quello del personale. Quando Sara Guelmi mi ha chiesto di seguire questo vostro ragionamento, ha insistito molto sul personale, che è il software del sistema. C’è il patrimonio, ci sono le strutture, ci sono gli arredi, ma a fare la differenza in qualche misura è la qualità del personale. Su questo c’è qualche riflessione seria da fare, perché il sistema umano che presidia il servizio è composito, spesso in sofferenza, ci sono problemi di precarietà che stanno aumentando, c’è il problema di differenziare personalità e professionalità molto diverse tra loro e a volte confuse. C’è un problema di sovrapposizione delle politiche del lavoro e delle politiche della cultura e qui, bisogna capirsi: a volte è necessario, ma se noi immettiamo nel sistema qualcosa per altre finalità, ad esempio il sostegno all’occupazione, dobbiamo cercare di farlo in modo appropriato. Poi c’è la questione dei pensionamenti, che arrivano a un’età elevata, rendendo di fatto il turn-over un sogno, e allora bisogna entrare in qualche modo in queste dinamiche per dare una risposta. E poi la formazione: l’eterogeneità, la provvisorietà e il ricambio hanno un impatto di grande rilievo sulla formazione. Va poi affrontato il problema delle supplenze: ho ascoltato con grande

Claudio Martinelli: Il tema del personale nelle biblioteche è molto delicato e importante. In primo luogo perché il cosiddetto capitale umano, nella cultura, è il capitale per eccellenza; le tecnologie sono importanti, ma se mancano le intelligenze, se mancano le persone che pensano, mettendosi insieme, difficilmente si può sperare che i processi culturali producano gli effetti auspicati. Senza scordare effetti importanti e decisivi per i destini generali, cioè il rapporto con l’utenza, ossia la visione secondo cui la cultura costituisce un elemento fondamentale della vita di tutti noi. Questa è la premessa, quindi affrontare il problema del personale nelle biblioteche diventa sicuramente un elemento decisivo anche per riconfigurare il sistema delle biblioteche. Ora, la Provincia si occupa, in questo settore, della formazione del personale, perché ha come compito istituzionale questa funzione importante, perché non possiamo rinunciare da una parte a mantenere alto il livello della professionalità di chi opera nelle biblioteche e dall’altra ad adeguare le competenze al cambiamento della funzione delle biblioteche in rapporto al mutare degli scenari sociali. Siamo tutti consapevoli che quello su cui dovremo concentrare la nostra attenzione, in questo ambito, è il profondo cambiamento che sta subendo il lavoro di mediazione tra patrimonio e cittadini. Un patrimonio che non è solo librario. Quello dei libri è un patrimonio importante, ma si è molto ampliato in modalità oltre che quantità per rispondere alle necessità, ai desiderata di chi frequenta i luoghi della cultura. Questa è la configurazione attuale delle biblioteche che devono diventare sempre di più ciò che l’Unesco definisce “portale locale della conoscenza”, dando a tale termine una connotazione molto complessa, che supera quella di “sapere” e che si sostanzia nella capacità di interpretare i fenomeni e di saperli affrontare in maniera consapevole. Se questo è il luogo, il personale che dovremo formare dovrà avere le competenze del bibliotecario classico, ma dovrà anche essere capace di gestire una biblioteca che dovrà rispondere a nuove necessità. Dovrà essere capace di accogliere gli utenti più tradizionali, ma anche chi della biblioteca ne fa un luogo di socializzazione. Se poi la biblioteca, proprio per la sua capillare presenza sul territorio

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1.2. Personale


diventa presidio fondamentale delle politiche di integrazione e di rapporto tra culture diverse, le figure professionali di cui abbiamo bisogno dovranno essere pensate e dovranno avere competenze complesse e multidimensionali. Da questo punto di vista “sistema” significa anche avere competenze diverse, multiple, che interagiscono tra loro. Ciò rende ciascuna biblioteca un elemento della complessità che interviene con le proprie caratteristiche specifiche nel disegno generale. La biblioteca non è più il luogo (comune) quasi sacro in cui domina il silenzio e nel quale i libri hanno ruolo dominante. Questo dibattito ha ormai qualche anno e i bibliotecari si sono già attivati in proposito anche rispetto a queste questioni, sollecitando e sostenendo una politica della formazione coerente con questo approccio. Oggi parlare di personale delle biblioteche vuol dire sostanzialmente due cose: in primo luogo avere una politica della formazione del personale pluridisciplinare che offra competenze ad ampio raggio. In secondo luogo, questo forse è il tema su cui Marcantoni metteva l’accento, capire come razionalizzare, in chiave di sistema, la gestione del personale delle biblioteche, in uno scenario in cui il settore pubblico non assume più. In uno scenario in cui l’utilizzo – e qui mi rivolgo agli enti locali – del personale della biblioteca straborda e va molto al di là non solo delle mansioni tradizionali del bibliotecario ma anche a quelle innovative e coerenti con il ruolo. In questo contesto cosa significa razionalizzare? Ma soprattutto “per fare che cosa?” Qui diventano decisive le modalità attraverso le quali Provincia, Comuni e bibliotecari affronteranno insieme questo tema. Devo dire che in un documento presentato all’Assessore proprio dai bibliotecari, il tema della razionalizzazione del personale era centrale e in quel frangente l’Assessore ha dichiarato che si sarebbe preso carico del problema. Tutti noi, Provincia, Comuni e bibliotecari abbiamo a cuore il sistema bibliotecario, perché riteniamo che sia fondamentale per mantenere e sviluppare il capitale sociale di questa comunità. È l’elemento che ci permette di essere più competitivi di altri territori. Questo è l’obiettivo che come Provincia abbiamo chiarissimo, ma possiamo metterlo in atto solo ed esclusivamente se seguiamo il ragionamento di prima, se i tre attori principali – senza per questo dimenticare il quarto e cioè l’utenza – si trovano a collaborare su questa questione. È probabile che se riusciremo a trovare una buona condivisione, il problema delle risorse diventerà più facilmente risolvibile. Sono d’accordo con Cosner: quando affrontiamo l’elemento delle risorse per la cultura, abbiamo sempre dichiarato che il taglio lineare provoca effetti diversi. Tagliare il 5% delle risorse al sistema bibliotecario, o tagliare il 5% delle

risorse del sistema museale ha effetti completamente diversi. Il taglio lineare dunque è quello meno indicato ad una politica culturale che dichiara di voler raggiungere determinati obiettivi. Dobbiamo allocare le risorse rispetto agli obiettivi strategici e agli impatti che le disponibilità o la riduzione delle risorse possono avere nei diversi sistemi. Se poi allarghiamo il campo di osservazione e consideriamo il sistema bibliotecario come parte del sistema cultura, se guardiamo quest’ultimo nel suo complesso, va da sé che i tagli lineari finiscono per danneggiare il sistema nel suo complesso. Questo significa mettere in mano agli amministratori pubblici, parlo anche della Provincia, strumenti di gestione delle risorse adeguati per rendere gli interventi nel settore culturale non meno strategici di quelli della sanità e del welfare. Questo approccio acquista maggior rilievo se vi è consapevolezza che le ricadute degli investimenti culturali interessano il benessere, la salute, la crescita di una comunità.

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Graziano Cosner: A proposito del personale abbiamo già accennato ad una serie di criticità su cui si innesta una crisi professionale profonda caratterizzata dal dubbio “ma sarò ancora capace di fare quello che mi chiede la situazione attuale?”. Ed è evidente che la questione “formazione” è centrale: l’Associazione Italiana Biblioteche, il Coordinamento dei Bibliotecari e il Tavolo di Lavoro con Provincia e Amministratori, tutti insieme stiamo lavorando in questa direzione, per rinnovare in continuazione l’offerta formativa. Ma sta di fatto che, proprio perché il bibliotecario è unico, non sempre può partecipare ai corsi di formazione. Questo è uno dei tanti piccoli problemi che i bibliotecari si trovano sul cammino, pietre di inciampo, per fare cose che sembrerebbero normali. Puntare sulla formazione è sicuramente la chiave di volta, e prevedere modalità che favoriscono la partecipazione di tutti alla formazione è condizione di successo per l’intero Sistema Bibliotecario Trentino. Dell’invecchiamento della categoria già si è detto e pure delle difficoltà di adeguamento delle competenze alla velocità del cambiamento della realtà. Vero è che la prospettiva non è rosea anche perché le dinamiche culturali intrecciano quelle del lavoro. Poiché non esiste il ricambio generazionale dei bibliotecari assunti dall’ente pubblico, si ricorre all’esternalizzazione dei servizi: da dieci anni, sempre di più, il lavoro in biblioteca è appaltato all’esterno: il che vuol dire che un terzo dei lavoratori che operano nel Sistema Bibliotecario Trentino non è composto da bibliotecari assunti a tempo indeterminato con regolare concorso, ma da


lavoratori che vengono impiegati temporaneamente, per la durata del servizio previsto dal bando di gara (e a volte meno, magari per tre o sei mesi). Questa modalità di reclutamento comporta problemi seri, innanzitutto per il servizio svolto, spesso eccellente, ma senza futuro. Un professionista delle biblioteche che viene assunto da una cooperativa e presta servizio presso un ente sa che ci rimarrà per sei mesi, un anno, dopo di che non sa se continuerà a lavorare, se andrà da un’altra parte oppure no. Di certo non farà in tempo a conoscere la propria comunità di riferimento e ad affezionarsi al lavoro in quella biblioteca. C’è inevitabilmente una perdita di valore, proprio perché le persone sono quelle che “fanno” il servizio. Un’altra questione non secondaria: un operatore che lavora in biblioteca assunto prende 100; un operatore esterno che fa lo stesso lavoro, alle dipendenze di una cooperativa, prende 70, perché l’impresa deve prevedere un proprio margine. Quel lavoratore svolge le stesse attività, ma prende un 30% in meno di paga, e per esempio non ha diritto al riconoscimento delle trasferte. Non voglio fare un ragionamento di tipo sindacale, ma voglio rendere manifesto che i trattamenti non sono uguali e che spesso le strategie aziendali infieriscono sul lavoratore (sappiamo ad esempio che ci sono forma contrattuali in uso che non prevedono né ferie né malattia). Questo avviene anche nelle biblioteche. Questo è grave sia per il ruolo simbolico delle biblioteche e della cultura (ambiti di cura dei valori più alti quali l’uguaglianza, la giustizia e la democrazia) sia per la natura del servizio che deve essere continuativo e di qualità. Ci sono poi, altre due figure che entrano in biblioteca in qualità di operatore; la prima è la mitologica “signora del Progettone”: a volte è un’hydra pericolosa, altre una specie di mamma che ci aiuta. Le biblioteche confidano molto su questa figura, affidandole le mansioni più operative meno impegnative e non professionali. Un’altra figura è quella del volontario, che è una risorsa straordinaria e, tuttavia, lo è solo quando accompagna il bibliotecario. Uno dei rischi connessi alla sua presenza è che gli si affidi tout court la gestione dei servizi di biblioteca. Ora, se abbiamo detto che la funzione culturale della biblioteca è assolutamente strategica, questo non dovrebbe mai accadere. È chiaro che ci sono delle situazioni limite; nell’obesità di risorse economiche di cui ho parlato prima, sono stati creati negli anni molti punti di lettura: le risorse c’erano, era importante essere presenti in tutti i paesi, anche in quelli più piccoli e nelle frazioni. Forse dovremo fare dei tagli dolorosissimi. Io però, non vorrei mai che si cedesse sulla professionalità, perché è necessaria e si basa non solo su quello che uno ha imparato prima di diventare biblio-

tecario, ma anche, se non soprattutto, su quello che apprende mentre fa il bibliotecario. È una professionalità multiforme e composita di cui non si fa sfoggio, ricca di molteplici competenze “sottotraccia” in attesa della circostanza giusta per esprimerla. Non si deve mai cedere sulla professionalità. Che la biblioteca possa essere gestita da un privato culturale, è forse nel destino delle cose; però quel privato deve garantire la qualità. Deve garantire la qualità nell’erogazione del servizio, ma anche in termini di professionalità degli operatori e del loro benessere lavorativo. Nei prossimi bandi di gara, per la gestione dei servizi bibliotecari, auspichiamo che l’amministrazione faccia riferimento a contratti di lavoro nazionali coerenti con le funzioni, mansioni e competenze. Il contratto collettivo delle multiservizi non è rispettoso delle professionalità e delle specializzazioni che i giovani bibliotecari hanno. Come gruppo di coordinamento siamo disponibili a ragionare su uno specifico contratto.

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Monica Mattevi: La questione del personale è davvero un punto debole se pensiamo ai nostri Comuni. Negli ultimi anni, e negli ultimissimi sempre di più, i Comuni sono in grossa difficoltà proprio per il personale: soprattutto per provvedere a qualche sostituzione. Per farvi capire qual è la realtà dei Comuni, vi racconto velocemente: il mio Comune aveva due operai, ma in questo momento non ne ha più neanche uno. Stiamo affrontando il problema con i voucher. Quale può essere la situazione di un operaio che lavora tre volte alla settimana al massimo cinque ore al giorno, pagato a ore? Questo ci preoccupa veramente molto. Questa realtà ci deve preoccupare perché riguarda molte figure, all’interno dei Comuni, che non possono essere sostituite. Questo succede anche per il personale delle biblioteche. Sinceramente credo che si possa esternalizzare il servizio, ma a determinate condizioni. A questo punto sarebbe opportuno avere delle linee guida sull’esternalizzazione del servizio, in modo che si possa uniformare il modo di agire e concordare le forme primarie di tutela dei lavoratori. Uniformare anche quello che si chiede a queste figure, perché dobbiamo avere una vision della biblioteca da portare avanti, una vision del nostro sistema interbibliotecario. La politica e gli amministratori sono lì per questo, sono chiamati a compiere delle scelte, sicuramente difficili, perché è necessario sempre fare i conti con le risorse, oramai poche. Credo si possano stilare delle linee guida, ragionandoci insieme, amministratori e bibliotecari, e concordandole, perché chi più dei


bibliotecari che lavorano all’interno del sistema conosce il sistema stesso? È importante potenziare sempre di più il Sistema all’interno della nostra Provincia, anche per quanto riguarda il personale: abbiamo risorse umane importanti e diverse all’interno delle biblioteche che potrebbero aiutarsi le une con le altre. Opportuno, e forse necessario, può essere la messa a punto, sperimentandone le modalità organizzative, un vero sistema integrato delle professionalità e delle competenze: il bibliotecario esperto o specializzato in un ambito, argomento o settore può svolgere attività di consulenza ai colleghi. In questo le tecnologie possono aiutare, e possono rendere efficienti i collegamenti senza la necessità di prossimità fisica. Così facendo tutto il Sistema potrebbe contare sulla totalità delle competenze e specializzazioni. Un’altra, e forse più sentita, questione riguarda la copertura ed il presidio delle biblioteche con professionisti in grado di garantire continuità e qualità del servizio: la Provincia, insieme agli enti gestori pubblici e privati, potrebbe organizzare una sorta di “task force” di bibliotecari che intervengano in caso di necessità, per dare copertura in caso di assenze o di rinforzo, ad esempio nei periodi ad alta frequentazione turistica. Questa è un’ipotesi operativa molto pratica, ma utile al Sistema e credo non dovrebbe essere difficile da condividere né da realizzare.

1.3. Patrimonio Mauro Marcantoni: Come ulteriore tema da affrontare poniamo il patrimonio: quello che è nelle biblioteche, di come può essere alimentato e valorizzato. Se è un patrimonio collettivo, è giusto che ciascuna biblioteca faccia quel che crede a prescindere dall’insieme, oppure no? Il problema degli scarti, come si può gestire, cosa ne possiamo fare, come possiamo creare, in qualche misura, anche in questo caso, una economia complessiva? Il problema delle copie uniche, anche questo importante: le teniamo disperse o le raccogliamo in un luogo unico? Questo solo per dare qualche spunto.

Graziano Cosner: Posso infrangere la regola e aggiungere una cosa rispetto al Sistema? Sono d’accordo, e mi preme dire che uno degli obiettivi dei nostri tavoli di confronto è proprio quello di stabilire, su ogni singolo problema che riguarda il Sistema, linee guide condivise che ci permettano di risolvere al meglio le situazioni. La chiave, ancora una volta, è quella del Sistema: ogni singola amministrazione, da sola, non ce la farà mai, mentre invece il sistema offre moltissime e differenziate possibilità e competenze. Il valore del sistema dovrebbe essere proprio questo: permettere alle varie energie presenti sulle montagne, nelle valli, in città, di riunirsi e diventare staff operativi – questa è una delle proposte che vorremmo fare – che possano andare in qualunque punto del sistema per svolgere un compito a beneficio dei colleghi. La condivisione delle conoscenze diventi strumento operativo, staff operativo; senza considerare che un’altra chiave del sistema è il personale che sta all’interno dell’ufficio per il Sistema Bibliotecario Trentino. Non ne abbiamo parlato, ma è una chiave di assoluta importanza: qualunque rete, per quanto virtuosa, se non ha un centro potente e funzionante non può andare avanti. Noi riteniamo che l’Ufficio per il Sistema Bibliotecario Trentino debba essere potenziato, questo sì, proprio perché le sfide sono tante.

Graziano Cosner: Nel passato il patrimonio era l’oggetto di culto della biblioteca, ciò su cui essa si fondava; oggi il patrimonio è cresciuto enormemente, siamo a quasi 2 milioni di documenti, più di 5 milioni di esemplari che girano nelle biblioteche trentine. Il patrimonio è fatto di libri, anche antichi, preziosi, ma anche di multimedia. Una volta c’erano i dischi, sostituiti poi dai CD, e ora ci sono anche i file musicali. Oltre ai libri cartacei abbiamo gli e-book, che all’interno del Sistema Bibliotecario Trentino si possono consultare attraverso media library on-line, una grande biblioteca digitale. Noi bibliotecari pensiamo che il patrimonio ricomprenda anche gli operatori e e gli utenti con le relative competenze, coerentemente con la biblioteconomia contemporanea, che sostiene che gli utenti e le persone sono i primi documenti: sono biblioteche viventi. Un tempo si pensava che “più libri” significasse “biblioteca più forte”; oggi non è più così. Una biblioteca deve essere assolutamente aggiornata, ma una biblioteca contemporanea deve lasciare spazio d’espressione agli utenti e deve avere un grande magazzino, anche virtuale, a disposizione, dal quale poter tirare fuori in qualunque momento il documento che serve. Un Sistema efficiente ed efficace dovrebbe avere una biblioteca centrale di conservazione delle copie uniche, per metterle a disposizione di tutte le strutture che lo compongono ed alla totalità degli utenti. Mi vengono in mente, ad esempio, le università o le biblioteche specialistiche, che hanno accumulato nel corso dei decenni svariate pubblicazioni, assolutamente particolari che potrebbero essere collocate in un unico archivio centralizzato, a disposizione di tutti. Non so se questo sarà possibile, ma sicuramente è una prospettiva sulla

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quale riflettere, visto che la conservazione territoriale e diffusa di queste copie non produce grandi effetti, anzi appesantisce strutture periferiche sempre più in affanno nella gestione di spazi fisici che si fanno via via più stretti. Claudio Martinelli: Quella del patrimonio è una questione molto importante. Sono tentato, nell’affrontare questo tema, di spostare un po’ il focus non tanto sul patrimonio in quanto tale ma, ancora una volta, sulla funzione che ha la biblioteca, cioè quella di mettere a disposizione delle persone la maggiore quantità di informazioni, la maggiore quantità (e qualità) di elementi che permettano loro di accrescere la propria conoscenza. Se siamo tutti convinti che la biblioteca sia il portale locale della conoscenza, dunque il punto centrale è non tanto il patrimonio, ma su quante informazioni, quante occasioni, quanti accessi alla conoscenza si riesce a mettere a disposizione e con quali strumenti. Il patrimonio della biblioteca non è solo fatto di documenti ma è molto di più. È fatto anche di esperienze. In altri termini, il patrimonio non deve essere inteso solo ed esclusivamente in senso fisico, ma come insieme di opportunità di accesso alla conoscenza. Così possiamo pensare quale ruolo può avere la biblioteca: certo non può rinunciare al patrimonio librario, non può rinunciare al patrimonio fisico, ma se la biblioteca diventa sempre di più luogo in cui le persone si incontrano e fanno un’esperienza fondamentale per la loro crescita civile, culturale, democratica, allora le modalità con cui la biblioteca mette a disposizione le informazioni diventano l’elemento fondamentale. Come gestire tutta questa massa di informazioni? Ovviamente le proposte dei bibliotecari sono fondamentali per affrontare questo tema. Raccolgo l’invito dell’Assessore alla cultura del Consiglio delle autonomie di cominciare a fare dei protocolli molto precisi, in cui le questioni del personale, del patrimonio e altri ancora vengano affrontati in modo sistematico, gli approcci siano codificati e gli obiettivi individuati e condivisi. Infine, l’importante sono le modalità con cui poi questo patrimonio verrà sempre più accresciuto e soprattutto messo a disposizione: questo è un elemento fondamentale. Vedo, per esempio, abbastanza pericolosa la scelta di alcune testate di limitare l’accesso agli utenti delle biblioteche perché le biblioteche non sono competitive o alternative al “mercato delle informazioni”. Casomai l’accesso all’informazione va visto come uno degli aspetti su cui si costruisce e si consolida la democrazia, anche questa funzione della cultura. La biblioteca deve diventare l’elemento in cui il famoso cultural divide si accorcia, e io ritengo debbano accorciarsi anche le disuguaglianze di tutti

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i tipi. Lì deve esserci tutto il patrimonio che si ritiene pubblico, tutta l’informazione che si ritiene un elemento fondamentale per tutti noi. Poi la gestione evidentemente fa parte delle modalità con cui concretamente la questione viene assunta. Monica Mattevi: Io sono una persona molto concreta e vi dico che nelle valli molte biblioteche non hanno moltissimo spazio, per cui è evidente che sarebbe meglio tenere le copie uniche insieme da qualche parte, magari consultabili. Sarebbe importante liberare spazio per ampliare le possibilità delle biblioteche, anche rispetto alle nuove esigenze. Prendo come esempio la nostra biblioteca di Ponte Arche. È vero che si sta pensando ad una nuova biblioteca, che sarà più grande, diversa, però la biblioteca che abbiamo adesso è veramente piccola. Se noi occupiamo degli spazi per le copie uniche, non facciamo un buon servizio. Questo è solo un esempio che sostiene l’idea di creare uno spazio, comune per tutto il Trentino, nel quale gestire le copie uniche. Ragionavo prima, mentre parlavano gli altri due relatori, che patrimonio significa anche affrontare le difficoltà degli acquisti. Immagino che anche voi bibliotecari ne sappiate qualcosa per comprare un libro. Sappiamo benissimo, come Comuni, che cosa significhi andare sul Mepat e immagino che farlo per un libro sia una gestione veramente complessa. Qui torno ancora alla logica di prima, che è quella di fare sistema: magari si potrebbe pensare ad un’unica centrale di committenza, o comunque un’organizzazione diversa, con suggerimenti da parte dei bibliotecari stessi per semplificare questo tipo di problematica, che credo sia frequente. Anche questo è un altro problema da affrontare. Sul patrimonio ribadisco quello che ho detto prima, ovvero una risorsa comune accessibile a tutti i cittadini, dall’altra butto lì un altro argomento, che è quello dell’acquisto di quello che serve alle biblioteche, pensando alle difficoltà che hanno i Comuni nel gestire gli acquisti. Mi riferisco in particolare al ricorso al mercato elettronico, che se da un lato ha il merito di rendere trasparente ogni passaggio, dall’altro complica la vita a chi deve utilizzarlo per l’acquisto, magari di libro. Ecco, qui credo che si possa, e si debba cercare una soluzione di Sistema, non tanto delegando alla struttura provinciale l’acquisto, ma mettendo a punto una procedura unitaria e condivisa tra la pluralità degli enti gestori, individuando la prassi più efficace.

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1.4. Nuove tecnologie Mauro Marcantoni: Siamo al penultimo tema, che cercheremo di sbrigare velocemente, però è centrale: l’effetto delle nuove tecnologie, dell’informatica, della telematica, non solo dal punto di vista della loro natura di supporti – se parliamo di un libro, di un e-book o altro –, ma anche dal punto di vista proprio della logica di rete. Cosa si può dire su questo tema, per adeguare l’attuale sistema delle biblioteche al mondo che cambia così rapidamente nell’ambito digitale? Monica Mattevi: Secondo me mettere al passo con i tempi il nostro sistema bibliotecario vuol dire aprire le porte soprattutto ai giovani. Dobbiamo, è inevitabile, riuscire a portare sempre più le nuove tecnologie all’interno delle biblioteche e fare in modo che funzionino. Penso a chi è nelle valli che ha un problema di rete, che col tempo si cercherà di risolvere. Questi due elementi vanno di pari passo: da un lato le biblioteche devono essere, o diventare, i luoghi delle avanguardie, non solo delle idee e delle conoscenze, ma anche delle tecnologie. I luoghi dove si possono trovare, conoscere e sperimentare le tecnologie. Questo vale per gli adulti che si avvicinano, ma anche ai nativi digitali che dovrebbero poter trovare nella biblioteca l’aggiornamento e l’accesso all’innovazione. È indispensabile essere al passo con i tempi, essere luoghi di proposta delle nuove tecnologie e delle relative potenzialità per conoscere e aprirsi al mondo, per intercettare i giovani, per far comprendere loro che la biblioteca è davvero il “portale della conoscenza”. Senza dubbio il problema saranno inevitabilmente le risorse, ma in questo caso è la politica che deve scegliere. Come amministratori abbiamo questo compito: quello di scegliere e creare le condizioni per realizzare gli obiettivi in cui crediamo. Chi crede che le biblioteche siano luoghi di accesso democratico alla conoscenza oggi, non può esimersi dal renderle tecnologicamente evolute e ricche di proposte innovative. Claudio Martinelli: Quello della tecnologia è un tema affascinante per certi versi, perché mette di fronte, nel caso delle biblioteche – riprendendo il ragionamento di prima – un patrimonio molto fisico e l’accesso alle informazioni. Questo è il tema delle tecnologie. Io mi definisco un indigeno analogico, in confronto ai nativi digitali, perché appartengo ad una generazione che, pur utilizzando

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smartphone e pc, non ha grande dimestichezza nell’uso delle nuove tecnologie a differenza delle giovani generazioni. Sono d’accordo con l’intervento di Monica Mattevi, quando si diceva che ragionare – sempre nell’ambito del sistema bibliotecario – sulle nuove tecnologie vuol dire cogliere una fascia di età, quella dei giovani, che utilizza questi strumenti nuovi. Significa però anche ragionare sull’accessibilità. Venti o trent’anni fa per raccogliere le informazioni per scrivere un articolo si impiegava un mese o due, oggi con le nuove tecnologie, se uno è bravo, nel giro di due ore riesce a scaricare tutto quello che gli serve. Le tecnologie, in qualche maniera, permettono alle persone di accedere ad una marea di informazioni da tutto il mondo, e in modo molto veloce. Tutti noi, se abbiamo un accesso a internet, possiamo scaricare quello che vogliamo. Io credo che le tecnologie, le modalità con cui le biblioteche si attrezzano su questo tema, possano ampliare in maniera pressoché illimitata l’accesso alle informazioni. Qui introduco un nuovo ruolo, o meglio, una amplificazione di uno dei ruoli più importanti che hanno le biblioteche; infatti, non è tanto la quantità di informazioni ad essere rilevante, quanto l’interconnessione tra di esse. Il ruolo delle biblioteche non è solo mettere a disposizione l’informazione, ma è sempre e sempre più sarà, quello di aiutare l’utente a mettere insieme le informazioni che gli sono utili, a controllare le fonti e a scartare l’inaffidabile. Questo è un ruolo fondamentale in una società cosiddetta dell’informazione. Avere tante informazioni, ma non essere in grado di fare i collegamenti, significa, paradossalmente non possedere nessuna informazione. Le biblioteche devono poter aiutare le persone a trovare le informazioni che servono, a metterle insieme. Da questa considerazione centrale rispetto al ruolo della biblioteca, torniamo alla capacità – che i bibliotecari hanno già – di orientare gli utenti a scegliere alcuni documenti piuttosto che altri: ebbene, vogliamo ampliare questa competenza sulle moltissime opportunità di accesso alle informazioni. Questo aspetto è particolarmente importante perché l’accesso alle informazioni permette alle persone di esercitare la piena cittadinanza, che è sociale da una parte e democratica dall’altra. È un ruolo di grande responsabilità culturale e per la costruzione della democrazia. E in questo periodo noi abbiamo tanto bisogno di democrazia. Graziano Cosner: La digitalizzazione, ormai massiccia, del mondo dell’informazione è una bellissima sfida per noi, e ci riporta al nostro core business, cioè al fatto di

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riuscire a dare – al di là del medium che usiamo, che sia un libro, un DVD, una rivista, una banca dati – l’informazione migliore e pertinente per l’utente che abbiamo di fronte. Si dice che Google dia un milione di risultati in tre secondi, il bibliotecario ci mette magari dieci minuti, ma dà una sola risposta, quella giusta. La differenza sta tutta qui. Noi abbiamo due divinità che stanno lì sopra, una è l’information literacy, ovverosia la nostra abilità nel formare l’utente a trovare da solo l’informazione migliore e pertinente in qualunque momento. La seconda è la personalizzazione, cioè la capacità di fare reference. Abbiamo di fronte l’utente e dobbiamo capire chi è: un bambino che fa una ricerca sui vulcani non è la stessa cosa di un ricercatore. La tecnologia dunque non cambia il nostro ruolo, anzi a maggior ragione dà valore al nostro ruolo. Ciò che fanno i bibliotecari, da sempre, è quello che cerca di fare il web semantico, cioè dare informazioni pertinenti, cosa che invece Google da solo, il normale motore di ricerca, non riesce a produrre perché dà una “somma” di informazioni. Questo è il ragionamento, tuttavia volevo approfondire il discorso degli strumenti tecnologici. Nei confronti dei bambini secondo me dobbiamo “difenderci”, nel senso che loro sono piccoli hacker che arrivano spesso armati di strumentazione e ci fregherebbero su qualsiasi cosa. Noi abbiamo cominciato cinque anni fa ad usare Facebook, loro a dieci anni sono già su Snapchat, Twitter (anche se non potrebbero), Pinterest, Instagram. Una delle nostre difficoltà professionali è proprio questa, dover rincorrere le nuove tecnologie e le nuove app proprio per il fatto che non siamo dei nativi digitali. Questa è una grande sfida che riguarda la nostra formazione. C’è un altro aspetto della tecnologia interessante, a mio parere. A me piacerebbe che domani, oppure fra un anno, arrivassero i 100 mega della fibra ottica non solo nelle scuole, nei municipi o nelle sedi delle Comunità di valle, ma anche nelle biblioteche. La struttura deputata dalla comunità trentina a mettere a punto il portale di accesso all’informazione non ha gli strumenti, ancora, non ha la potenza di fuoco per fare questo lavoro! La tecnologia ha poi i suoi strumenti: ci sono quelli che mettiamo a disposizione del pubblico; molte biblioteche prestano per esempio gli e-book reader per leggere il libro elettronico: non solo gli utenti possono fare a meno di comprarli, ma le biblioteche addirittura li prestano già caricati di libri. Le biblioteche non sono retrograde sul libro, sono attive sul libro. È doveroso ricordare che, quando è arrivato Internet, l’alfabetizzazione informatica dei trentini è passata per la maggior parte attraverso le biblioteche, le quali – per prime – hanno messo a disposizione, grazie alla Provincia, un computer, una rete. Hanno attivato, grazie alle risorse dei

bibliotecari e dei Comuni, i corsi per gli adulti. Il long life learning delle biblioteche è partito molto tempo fa, ed ha interessato anche l’alfabetizzazione informatica. Riguardo agli strumenti: il nostro sistema vive con un applicativo che ha un po’ di anni, e pertanto necessita di essere sostituito. Ci stiamo già lavorando, c’è un gruppo di lavoro organizzato dalla Provincia con i bibliotecari, che sta mettendo a punto un applicativo che permetta a noi di vedere il resto del mondo e al resto del modo di vedere noi. Da qualche anno siamo su OCLC, che è uno dei grandi cataloghi mondiali. Da quando il patrimonio trentino è finito lì in molti si sono accorti della sua qualità e del suo valore, della qualità e del valore della sua catalogazione, che non l’abbiamo detto, ma è cosa di cui si occupano i bibliotecari. Innovazione tecnologica significa anche far risparmiare tempo ai bibliotecari. Mi viene in mente che la Comunale di Trento, la Diocesana, l’Università dispongono da qualche anno del sistema RFID, il riconoscimento dei documenti attraverso la radiofrequenza. È lo stesso sistema utilizzato per gli skipass sulle piste da sci, quello che consente al tornello di aprirsi quando ci si passa davanti, un sistema che si può applicare tranquillamente ai libri. Lo si fa in giro per il mondo nelle biblioteche da vent’anni, forse di più, adesso inizia anche in Trentino. Il BIM Sarca-Mincio ha finanziato per quasi 500.000 euro le biblioteche nel territorio di pertinenza, da Andalo a Madonna di Campiglio fino a Riva del Garda: un grandissimo investimento tecnologico, che permetterà a pieno regime, se tutto funziona bene, alle biblioteche con bibliotecari unici di risparmiare un sacco di tempo sulle lavorazioni manuali e quindi di dedicarne molto di più alla gente, agli utenti. Anche in questo caso un piano di innovazione tecnologica potrebbe essere qualcosa da stipulare insieme, perché va a beneficio di tutti. Non è il bibliotecario, ancora una volta, che vuol essere il primo della classe: la gente che entra in biblioteca ha bisogno di noi, del nostro tempo: facciamo fare alle macchine quello che possono fare, e noi facciamo i bibliotecari.

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1.5. Prospettive Mauro Marcantoni: Prima di passare al dibattito, che confido ricco, un rapido passaggio sulla domanda forse più complessa. Distillare quel che si è detto: oggetto e ruolo della biblioteca e ruolo del bibliotecario, così come lo vediamo proiettato nel


futuro. Due battute veloci su quale biblioteca o quale bibliotecario dobbiamo ingegnarci di costruire per il futuro del Trentino. Claudio Martinelli: Bella domanda per chiudere, molto difficile la risposta. Parlo ovviamente non solo dal punto di vista personale, ma anche delle riflessioni che abbiamo fatto in questi giorni. Immagino una biblioteca che abbia la capacità, come abbiamo detto prima, di cogliere i bisogni fondamentali – non solo culturali – delle persone che vivono in un determinato territorio. Una biblioteca che restituisca a queste persone un senso profondo di cittadinanza, cioè la capacità di vivere e di collocarsi in una società molto complessa, insicura, liquida (se vogliamo utilizzare un termine caro a Baumann), che sappiano in qualche maniera destreggiarsi dentro questa società senza cadere nella depressione a cui siamo esposti a causa della crescente incertezza. Questo è un ruolo che credo fondamentale, per il futuro delle biblioteche. Un ruolo complesso, che lavora in profondità, senza visibilità straordinarie e che rende un po’ migliore la vita delle persone. Immagino una biblioteca che sempre di più apra i propri orizzonti operativi, che vada oltre i propri muri, ad incontrare le persone dove stanno. Solo così le biblioteche possono, davvero, ampliare l’offerta culturale e dare concretezza ai principi che le sostengono, di democrazia e di libero accesso alla conoscenza. Monica Mattevi: Immagino una biblioteca di qualità per accoglienza ambientale, per professionalità degli operatori, per disponibilità tecnologiche per ricchezza di patrimonio, in grado di dare risposte ai nostri fruitori, non solo ai nostri censiti, ai nostri residenti, ma anche alle migliaia di turisti che arrivano nelle nostre valli e qui a Trento. Ma soprattutto, una biblioteca riconosciuta per il ruolo che svolge: riconosciuto deve il ruolo del bibliotecario, la sua professionalità e la necessità di evoluzione e crescita permanente.

grandissimo valore turistico che ha. Vorrei un dipartimento dell’innovazione che si accorga di quanto la biblioteca può innovare e di quanto innova. Vorrei avere delle agenzie (che la Provincia di Trento ha) che ci insegnino a diventare più efficienti, ad essere un po’ più manageriali, più esperti di marketing e di comunicazione. Vorrei che nelle brochure che escono da Trentino marketing la biblioteca non fosse collocata all’ultimo posto con una paginetta, quando c’è. Vorrei che si riconoscesse quello che viene fatto quotidianamente in 150 posti in Trentino e che venisse veramente considerato come un valore aggiunto. Vorrei che si cominciasse a capire che la biblioteca può diventare fonte economica. Non ne abbiamo parlato, ma c’è in giro per il mondo – anche in Italia – una pratica, l’abitudine di valutare l’impatto non solo sociale o culturale, diretto o indiretto della biblioteca sul territorio ma l’impatto economico, che è fondamentale. Prendiamo come esempio il bilancio 2004 del Consorzio bibliotecario del nordovest, Milano, in cui si valuta il ROI, ossia il ritorno sull’investimento. Ebbene, se per loro una singola biblioteca ha in media un ROI dell’1,34%, ciò significa che 100 euro investiti producono 134 euro. Il sistema nel suo complesso ha invece un ROI del 3,50%, a dimostrazione che le biblioteche, quando diventano sistema, moltiplicano la capacità di produrre ricchezza economica. Gli ideas stores a Londra – le biblioteche strambe, tra l’altro inventate da un italiano – producono nel quartiere l’aumento di valore degli immobili e delle attività commerciali, oltre a una diminuzione della criminalità, del malessere sociale, dei disagi. Questo è il contesto in cui mi piacerebbe che i bibliotecari potessero operare. Grazie!

Graziano Cosner: Io posso fare l’indisciplinato ed estendere la riflessione da “la biblioteca che vorrei” a “quale Provincia e quale Comune vorrei”? Vorrei una biblioteca che si potesse collocare nel Sistema Bibliotecario Trentino come un attore a pari diritto di tutti gli altri. Vorrei un bilancio provinciale in cui le risorse delle biblioteche non siano depresse rispetto a quelle dei musei. Vorrei un sistema turistico provinciale in cui la biblioteca venga riconosciuta per il grande,

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2. Identità in movimento

Rendere manifesta l’attività che le biblioteche compiono in via ordinaria, senza clamore, è un’importante e necessaria operazione di trasparenza e di riconoscimento. Nessuno mette in dubbio il loro valore, né il ruolo educativo e di presidio culturale: ma questi elementi di valore sono spesso taciuti, dati quasi per scontati, insiti nell’opera quotidiana della biblioteca e dei suoi operatori. Per questo è necessario ribadire e argomentare in quali modi e secondo quali linee evolutive le biblioteche costituiscano una parte significativa del sistema culturale, partecipano attivamente alla vita delle comunità e costituendone un punto di riferimento importante e dinamico. Per fare ciò nel tempo si sono aggiornate, hanno adattato stili e servizi ai bisogni dell’utenza, hanno saputo mantenere stretti collegamenti con il mondo e con la sua complessità. In questa parte del lavoro vengono proposte alcune riflessioni su questo modo ed alcune significative esperienze.

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2.1. Introduce Giorgio Zanchini

L’iniziativa delle 5 giornate di “Biblioè – 150 luoghi comuni”, riveste enorme importanza, al di là del configurarsi come un’occasione di incontro e di confronto, perché ultimamente si sente sempre più spesso dipingere la cultura alla stregua di una figlia di un dio minore, ossia una sorta di marginalità rispetto a molti altri settori, dove i risultati sono assai più palpabili, perlomeno al lato pratico. Contrariamente a questo pensare, purtroppo piuttosto

diffuso, sono del parere – e per fortuna non il solo – che la cultura rivesta una straordinaria valenza non solo per l’intera società, per la sua crescita e il suo sviluppo, ma anche per la singola quotidianità delle persone. È quindi auspicabile, per non dire necessario, far vedere che la cultura c’è, che ha i suoi spazi, i suoi modi di diffusione e di vitalità, e anche sottolineare l’operato di tante persone che lavorano nell’ambito della cultura, magari non con la stessa visibilità degli addetti ad altri settori, ma con effetti che emergono e si fanno vedere nel medio e lungo termine. Ma che cos’è la cultura? Nelle scienze sociali si è sempre discusso molto al riguardo, evidenziando come al concetto di “cultura” corrispondano più significati, cosa che rende pressoché impossibile ingabbiare il termine in una definizione esaustiva. Non solo sono possibili svariate interpretazioni, in relazione a punti di vista personali diversi e a sistemi sociali diversi, ma il concetto di “cultura” ricomprende anche un vasto sistema di riferimenti, quali il sapere nelle sue molteplici declinazioni, il patrimonio architettonico, la letteratura, le espressioni artistiche del passato e del presente. Tuttavia, ritengo opportuno un punto di partenza, perché in caso contrario rischieremmo di girare a vuoto intorno a un concetto che, pur nella sua varietà di sfumature, necessità di essere condiviso e, pertanto, definito almeno in linea generale. Nelle linee strategiche delle attività culturali della Provincia di Trento abbiamo utilizzato una definizione di cultura che è la stessa presente in tutti i documenti dell’UNESCO: «La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze». È una definizione che ha il pregio di concepire la cultura non solo rispetto agli ambiti tradizionali, ma anche in riferimento ai vissuti specifici e personali della stessa, allargandone così i confini fino a collocarla tra i diritti fondamentali degli esseri umani. Dunque la cultura come un diritto che, in quanto tale, non può solo essere dichiarato, ma deve anche essere difeso, reso concreto e vivo, desiderato, amato. Ebbene, i libri sono uno dei migliori strumenti per veicolare e rendere viva la cultura, per instillare nelle persone il piacere della conoscenza e, con essa, un processo di crescita e di miglioramento continui, sia in vista di eventuali obbiettivi professionali, sia, soprattutto, come esseri umani. Ma la cultura rappresenta un diritto anche in un senso più ampio, nel senso che si inserisce nel più ampio ventaglio dei diritti alla libertà. Tutti

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La globalizzazione ha rappresentato una sfida enorme per le biblioteche e per i bibliotecari. L’architettura e il tipo di servizi che le biblioteche possono offrire oggi, infatti, sono molto cambiati. La biblioteca è diventata qualcos’altro, e grazie a quel qualcos’altro riesce a superare la criticità che pone la sfida della rivoluzione digitale. “Centocinquanta luoghi comuni”, titolo di questa serie di interventi, ben si presta a rappresentare un duplice significato. Luoghi comuni nel senso di un’appartenenza a tutti, luoghi dove avviene la condivisione e la trasmissione del sapere e delle conoscenze, ma anche della decostruzione di una serie di stereotipi. La biblioteca per molti italiani rappresenta un luogo fisso, volto alla conservazione, mentre è diventato qualcos’altro. Viste da fuori le cose sono diverse da come vengono vissute dall’interno. Il SBT per il resto d’Italia è anche un esempio. Simonetta Fiori sulla Repubblica ha raccontato in un articolo inchiesta che le biblioteche si stanno trasformando in luoghi di socialità, con orari prolungati e servizi che vanno ben oltre il prestito di libri. Le 159 biblioteche del SBT sono state pionieristiche (specie Trento e Rovereto) di quello che poi è accaduto nel resto del Paese. Due indicatori mi sembrano particolarmente significativi: innanzitutto la superficie delle biblioteche rispetto alla popolazione residente e, al riguardo, la provincia di Trento risulta largamente al primo posto, in Italia. In secondo luogo l’acquisto di libri, e anche in questo caso troviamo il primato della provincia di Trento, dall’inizio della crisi ad oggi. Il libro è ciò che per secoli ha trasmesso i saperi. Noi ovviamente dobbiamo scollare libro e biblioteca, ma il libro resta comunque la cifra che dà significato al lavoro del SBT. Tenere insieme un sistema composito, con Biblioteche piccole, di paesini di montagna, con tutte le difficoltà connesse nel gestire i prestiti, non è cosa facile. 2.2. Il ruolo della biblioteca nel panorama culturale - Claudio Martinelli


ricorderanno Farenheit 451 di Ray Bradbury, un romanzo distopico in cui un regime totalitario pone il divieto di leggere e persino di possedere dei libri. Ogni libro, per ordine del dittatore, viene regolarmente bruciato, in quanto ritenuto potenzialmente destabilizzante. Un libro – è questo il messaggio forte del romanzo – ha il potere di far sì che le persone pensino liberamente con la loro testa e, di conseguenza, che si ribellino alle imposizioni e alle ingiustizie. È facile comprendere che qui entra in gioco il concetto stesso di democrazia, soluzione politica per eccellenza, la quale può sussistere ed avere un genuino significato solo se sono garantiti i diritti e la libertà di pensiero di tutti i cittadini, a cominciare dalla loro libertà di poter usufruire e attingere al patrimonio culturale presente e passato contenuto nei libri. Tuttavia, non bisogna cadere neppure nell’estremo opposto, ossia imporre la cultura come un dovere. Nel decalogo dei diritti del lettore stilato da Pennac in Come un romanzo, al primo posto compare, e non a caso, il diritto di non leggere. È un punto fondamentale, che chiarisce bene la natura della cultura come diritto, ma non come obbligo. Leggere deve essere un piacere, non un’imposizione. E, per suscitare interesse e amore nella lettura nulla è più controproducente di quelle lunghe liste di libri che tanti insegnanti ancora impongono agli studenti per le vacanze estive. Leggere deve essere una libertà, una libertà da incoraggiare con opportuni stimoli, suscitando interesse, non tramite obblighi. Mi sovviene una vignetta di Schultz, in cui Charlie Brown scrive: “Cara Biblioteca, ho perso il vostro libro, non riesco a trovarlo da nessuna parte. Verrò alla Biblioteca e mi costituirò. Per favore non fate del male a mia madre e a mio padre.” Naturalmente si tratta di una reazione volutamente esagerata e, tra l’altro, stiamo parlando di una vignetta datata, forse poco in sintonia con la realtà odierna. Tuttavia il rispetto reverenziale di Charlie Brown, nella sua connotazione eccessiva, ci ricorda due cose. La prima, per l’appunto, che non è con le imposizioni o con un clima di terrore rispetto ad eventuali sanzioni che si può sviluppare passione e interesse per la lettura. La seconda, quasi un corollario della prima, che uno degli obbiettivi di chi lavora nell’ambito del Sistema Bibliotecario è proprio quello di far nascere non solo interesse e passione, ma anche rispetto per la cultura, per il libro. In una consequenziale vignetta di Schultz compare Lucy, che in qualche modo vuole aiutare Charlie Brown a rimediare alla sua inadempienza per via del libro perduto. E le sue ultime parole sono particolarmente significative: “Anche le Biblioteche sono esseri umani”. Sembrerebbe, ancora una volta, semplicemente una battuta. Eppure, vo-

lendo scavare nel suo significato, scopriamo un’altra importante verità. Le Biblioteche, infatti, sono “esseri umani” in ben tre sensi: innanzitutto perché ogni libro ci trasporta in un mondo, inventato o reale, che sempre in qualche misura parla di noi stessi, delle nostre fragilità, emozioni, paure, insicurezze, gioie e dolori; in secondo luogo perché nelle Biblioteche lavorano molte persone, con mansioni diverse, ma tutte volte all’unanime scopo di offrire un servizio di alta qualità; infine perché le Biblioteche sono frequentate dagli utenti, persone reali che, nella loro interazione con i bibliotecari, apportano effettivamente un alito di vita, giustificando a pieno titolo la definizione di Biblioteche assurte al rango di “esseri umani”, in quanto contribuiscono alla diffusione e condivisione della cultura, sia rispetto ai singoli utenti, sia rispetto al patrimonio globale dell’uomo. Tuttavia, e a costo di ripetermi, insisto sul fatto che un libro non può rappresentare un’imposizione, devono essere altre le vie per accattivare i cittadini, e soprattutto i giovani, oggi distratti dai social media e dalla onnipresente televisione. Se pensiamo alla celeberrima Amore e Psiche di Canova, raro esempio di perfezione estetica, forse anche di un ideale concetto di ordine, e la confrontiamo con la realtà del mondo contemporaneo, è facile essere presi da uno certo scoramento. Specie guardando le cose in prospettiva, ossia rispetto alle giovani generazioni, le quali molto spesso si sentono rispecchiate proprio dal disordine, da una ribellione che tende a non portare da nessuna parte, o che, se non altro, sembra aver relegato la lettura all’ultimo gradino della propria scala di priorità. In altri termini, quel bacio in fieri tra Amore e Psiche, che potremmo leggere come il punto di incontro tra mondo interiore e mondo intellettuale, ha bisogno di ritrovare la tensione perfetta che gli aveva donato Canova, un senso da recuperare e mantenere vivo. A questo dobbiamo aggiungere i grandi mutamenti in atto nel mondo, a partire dalla tragedia dei profughi siriani, su cui l’Occidente ragiona ancora con un certo disordine e che dà l’idea della disuguaglianza, una disuguaglianza che si sta allargando più che restringendo. Ricordate Willie Coyote? Nel suo inseguire il velocissimo struzzo Beep Beep, finisce per non controllare la propria corsa e, superato il bordo del precipizio, si ritrova sospeso nel vuoto, senza rendersene conto. Solo quando Beep Beep emette il suo suono Willie Coyote si rende conto di aver osato troppo e cade, ormai impotente nel rimediare al proprio errore. Ecco, oggi noi ci troviamo nella stessa situazione, anche se forse siamo ancora in tempo per non precipitare. Ovviamente la cultura, da sola, non può

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risolvere tutti i problemi. Ma è anche vero che essa costituisce forse il solo punto di partenza per risalire la china. Perché attraverso i libri si possono conoscere realtà e modi di pensare diversi dal nostro, arrivare a comprenderli, fare un passo avanti nel sentiero della tolleranza, accorgendoci magari che la diversità è per molti versi sinonimo di bellezza. Dentro il composito scenario del mondo d’oggi, c’è anche il Sistema culturale trentino, che si coniuga rispetto a sei piattaforme, molto forti e precise. Esse ricomprendono i beni culturali, il sistema museale, la formazione musicale, lo spettacolo, tutto il variegato mondo delle associazioni e, naturalmente, il Sistema Bibliotecario, che vanta ben 85 Biblioteche comunali pubbliche, 42 punti di lettura e prestito, 53 Biblioteche speciali di conservazione e più di 3 milioni di prestiti di pubblica lettura annuali. Tuttavia, pur con tanti pregi, evidentemente rappresentati dai risultati, queste piattaforme soffrono del limite di non essere collegate tra loro. Sono parti di uno stesso sistema che non si toccano e, prendendo la metafora del corpo umano, sappiamo bene che il suo corretto funzionamento e la sua salute dipendono dal fatto che ogni organo riesca a svolgere la propria funzione in sintonia con gli altri. Il monte Cervino, per portare un esempio, è il risultato della collisione e commistione di due placche, quella europea e quella nord-africana, che nell’incontrarsi milioni di anni fa, hanno generato una montagna che ci è pervenuta dotata di una sua estetica, oltre che di una sua storia e di un valore paesaggistico. Allo stesso modo, credo che dovremmo passare da un sistema culturale a piattaforme fisse, ad uno fatto di “placche” che si muovono e che, in qualche maniera, collidono, producono effetti, magari talvolta devastanti, ma in linea generale anche importanti, quali educazione, innovazione, stimoli culturali secondo parametri sempre nuovi e sempre più al passo con i tempi e il volto di un mondo in veloce trasformazione. Come il magma, che ad alte temperature diventa liquido, ma poi si solidifica cambiando la struttura di quel che investe, in un movimento dialettico. La differenza tra la metafora geologica e quella culturale è rappresentata solo dal tempo. Nel primo caso sono richiesti milioni di anni, i processi culturali invece si snodano in tempi molto più rapidi. Per questo è importante, se non addirittura ineludibile, che la politica culturale pubblica mantenga sempre alta la temperatura, puntando a una dinamicità di interventi e collegamenti tra le varie piattaforme, impegnandosi a far sì che la loro “collisione” possa rappresentare una risposta adeguata alle esigenze dei cittadini e generare innovazione. Il disordine e le disuguaglianze del mondo contemporaneo sono sì sintomo di un profondo caos, che pervade e per molti versi destabilizza, ma anche una

fonte di rivoluzione, di rinnovamento, sempre se viene mantenuta la volontà di comprendere almeno una parte dei tanti fermenti in atto, cogliendone gli aspetti innovativi, molto spesso ancora in nuce. La cultura, nella sua definizione più ampia, in fin dei conti serve a questo. A ricollegare i fili delle matasse quando si srotolano in modo imprevisto, recuperando e producendo nel contempo un senso, non solo in quanto comunità, ma in modo allargato, globale e, capillarmente, per la vita delle singole persone. La creazione di senso è una delle attività umane per definizione, e niente come la cultura può svolgere meglio il compito di restituire all’uomo una consapevolezza del proprio posto nell’universo, nella società, perfino in seno alla propria famiglia. Dal caos si può tornare a un certo ordine, un ordine destinato ad essere instabile, ma perché instabile e in continuo divenire è la conoscenza, l’apporto al sapere e alla cultura che da millenni l’uomo ha portato avanti, facendo scontrare piattaforme, accantonando idee che venivano superate e sostituite da altre idee, sempre alla ricerca di comprensione e sempre pronto ad affrontare nuove sfide. Il mondo è nelle nostre mani e dobbiamo saperlo trasmettere dalle nostre, di mani, a quelle delle generazioni a venire. E, nel farlo, non possiamo permetterci né per quanto riguarda le politiche culturali pubbliche, né per quanto riguarda le politiche culturali in genere, di delegare a qualcun altro le nostre responsabilità. Concludo il mio intervento con un’altra perla di Schultz, espressa non a caso dal bambino-filosofo Linus: “I libri mi piacciono perché non strillano, sono silenziosi, eppure dicono un sacco di cose”. Ecco, forse è giunto il momento di rispettare il silenzio, non solo dentro le Biblioteche, ma anche dentro le scuole e nelle case, offrendo alle giovani generazioni la libertà di scegliere cosa leggere, quando, dove e perché.

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2.3. Alcuni dati del Sistema Bibliotecario Trentino - Sara Guelmi Il mio intervento si propone di fornire alcuni dati rispetto al Sistema Bibliotecario Trentino. Sono approdata al Sistema Bibliotecario Trentino da un anno, nove mesi e dieci giorni, con il timore reverenziale che si può nutrire nei confronti di un mito e nella assoluta consapevolezza di non essere una bibliotecaria e di non possedere gli strumenti, per me ancora in parte imperscrutabili, fatti di precisione e rigore, necessari per essere un buon bibliotecario. Sono approdata al sistema bibliotecario, quindi, solo con la mia esperienza


di utente e tutto quell’insieme di archetipi, che del resto fanno parte dell’immaginario collettivo riguardo alla biblioteca, come l’idea di un servizio puntuale ed efficiente, e di ampi spazi con moltitudini di libri ordinati e a portata di mano. Migliaia di libri che non avrò tempo di leggere né, probabilmente, la capacità di studiare e comprendere. Un mare di pagine che custodiscono e rendono disponibili pensieri e conoscenza. Un pianeta intero da esplorare. Inoltre, non sono approdata solo in una biblioteca, ma in un insieme di biblioteche (più di 150), ciascuna con il suo patrimonio e il suo bibliotecario, che potremmo definire un sacerdote o, nel caso della bibliotecaria, una vestale che si prende cura del proprio tempio. Il tutto nel silenzio più assoluto, con il profumo della carta stampata, in una dimensione invidiabile, fuori dal tempo, dentro uno spazio infinito e indefinito, ché ogni libro apre un mondo. Confesso di essere arrivata al sistema bibliotecario con una serie di preconcetti, seppure fossi consapevole che tante cose erano cambiate. Che il modo di leggere ha introdotto nuove modalità, che per cercare un libro sul catalogo non si utilizza più la pratica antica, ma carezzevole e piacevole, di sfogliare le schede in lunghi cassetti; che la tecnologia è entrata prepotentemente anche in biblioteca; che al catalogo si accede tramite un pc e che non esistono più solo libri, ma anche e-book, dati on line, ed ogni sorta di supporto si possa immaginare. Sono approdata al Sistema Bibliotecario Trentino, dunque, con il mio carico di “luoghi comuni” più o meno poetici e, nel corso di quest’anno, nove mesi e dieci giorni, ho scoperto che il sistema bibliotecario è paragonabile a un iceberg. Un iceberg che mostra il 10% di sé, mentre il resto è nascosto, sommerso, sta dietro, l’utente non ne sa nulla o lo percepisce appena. Così la mia avventura esplorativa ha preso avvio smantellando, in primis, quei pregiudizi che si porta dietro chi non è addetto ai lavori. Mi sono avventurata in questo mondo straordinario con molta cautela, facendo domande e senza nascondere l’ignoranza su procedure, metodi, questioni, attività che stanno dietro all’insegna “biblioteca”. Quest’avventura, un po’ alla volta, si è trasformata in amore. Un sentimento che è cresciuto giorno per giorno, costruendo, tassello su tassello, un progetto condiviso, che fa leva sulle risorse positive ed è teso a colmare le mancanze. Quindi, oggi, parlo da “fidanzata” del Sistema Bibliotecario Trentino. Questo perché credo che tra me e il Sistema Bibliotecario Trentino ci sia una promessa di cammino, di progetto comune, di crescita e miglioramento reciproco. Una premessa questa, per dire che, da fidanzata, non risparmierò di elencare i difetti, nella consapevolezza che ad essi deve essere posto rimedio, e

anche per dare i numeri (non solo in senso metaforico) e descrivere le luci e le ombre, ma anche le preoccupazioni per il futuro, per le sfide in corso che dobbiamo affrontare insieme per realizzare il meglio possibile. I numeri del sistema sono noti, soprattutto agli addetti ai lavori, e credo ben sintetizzati nel video disponibile sul sito internet di Biblio*1. Ci sono 74 biblioteche di pubblica lettura, 42 punti di lettura, 43 biblioteche specialistiche di conservazione distribuite su tutto il territorio, anche nelle zone più periferiche e disagiate. Il Sistema Bibliotecario Trentino ha un patrimonio documentale catalogato che ammonta a 1.907.297 titoli, con una composizione molto ricca e articolata, per un totale di 5.131.606 esemplari. Il patrimonio fisico è poi implementato dal patrimonio digitale, con la partecipazione di Mlol, che ci consente di acquistare e-book, i quali sono attualmente 8.600, ma anche di accedere a risorse digitali molto importanti e molto ricche: si parla ormai di 106.000 titoli tra riviste, giornali, e-learning, musica, film. I servizi, che spesso vengono quasi dati per scontati, sono irrinunciabili nella loro organizzazione e strutturazione, anche se probabilmente è possibile apportare miglioramenti anche qui, ad esempio rispetto alla velocità dei tempi di accesso alla rete. L’importante, comunque, è continuare a mantenere la gratuità dei prestiti e il funzionamento del prestito interbibliotecario, che costituisce uno dei più grandi punti di forza del sistema. Le iniziative sono quelle attività che le biblioteche mettono in campo con modalità diverse per tipologia, ma anche per contenuto, con una straordinaria ricchezza di offerta, dalle letture animate per bambini, ai corsi di lingue, dagli incontri sul pensiero filosofico di Hegel, agli incontri di meditazione, alle sessioni di burraco. Dunque un ampio ventaglio di opportunità per far vivere esperienze significative agli utenti; basti pensare che sono state avviate 2.144 iniziative solo nel 2015, ossia una media di 6 iniziative al giorno. Ci sono poi dati meno noti, ad esempio quelli relativi al personale. Gli operatori che gravitano e lavorano nel sistema bibliotecario, compiendo uno sforzo considerevole, raggiungono un totale di 554 persone, dei quali due terzi sono donne e quasi un quarto è abilitato alla catalogazione o possiede specializzazione come archivista, quindi professionalità alte. Va però segnalato che una percentuale pari al 40,4% degli operatori è esterna all’ente. I dipendenti effettivi dell’ente, dunque, sono 330, dei quali poco più di un terzo rivestono

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In appendice sono state inserite le slide presentate in occasione del convegno e che descrivono il Sistema Bibliotecario Trentino.

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il ruolo di responsabili di biblioteca, accompagnati da assistenti bibliotecari in un rapporto di 1 a 2. I responsabili hanno un’età media piuttosto elevata – Il 43% ha oltre 56 anni – mentre gli assistenti sono mediamente più giovani. Per quanto riguarda il 40,4% esterno all’ente, circa la metà fa riferimento a politiche attive del lavoro e poco meno del 40% sono dipendenti di cooperative. Ciò che è particolarmente grave, in questa situazione, è il fatto che gli operatori esterni non possano accedere ad alcuna forma di aggiornamento, se non quella volontaria e spontanea svolta con attività di tutoring. Ciò significa che una quota significativa degli operatori del sistema viene formata dai bibliotecari, mentre sarebbe opportuno allargare anche a loro l’accesso alle occasioni di formazione e aggiornamento predisposte dalla Provincia. Altra considerazione da fare sulle politiche attive del lavoro è la continuità, che non viene garantita. Se confrontiamo i dati, risulta che gli operatori che fanno riferimento alle cooperative sono generalmente più giovani e hanno due caratteristiche: quelli al di sotto dei 36 anni sono maggiormente precari, con un 88,9% a contratto part-time, nonostante l’alta scolarizzazione o la specializzazione al loro attivo; inoltre, la maggior parte di coloro che sono a part-time viene impiegato per meno di 20 ore la settimana; non bastasse, il 39% lavora su più punti di lettura o biblioteche, con una frammentazione e dispersione, quindi, della propria attività, fatto ancor più grave se si considera l’importanza della conoscenza del contesto in cui si opera, difficilmente acquisibile spostandosi in continuazione. Il 21%, poi, ha progetti a termine o occasionali. Tutti elementi che portano la questione del personale in primo piano rispetto al tema della qualità delle biblioteche. Non possiamo pensare di avere livelli qualitativi differenziati in un sistema che vuol chiamarsi tale e neppure non garantire una continuità. La frammentazione del servizio, da una parte non sostiene la motivazione degli operatori a investire in formazione e aggiornamenti o in conoscenza del contesto locale, dall’altra finisce con il penalizzare la qualità di servizio. La complessità gestionale, ma anche le esigenze di risposta alle necessità dell’utenza richiedono livelli qualitativi alti, che non sono garantiti in maniera omogenea; per questo è importante ragionare in termini di sistema, investendo sul capitale umano e mettendo a disposizione di tutta la rete conoscenze, competenze e professionalità presenti, ma attualmente non disponibili in ogni biblioteca. Un passo necessario ed importante, che comporta la scelta di alcune piste di lavoro, da sviluppare rispetto alle priorità e individuando delle strategie condivise tra operatori del sistema e forse anche con contributi esterni al sistema, per capire, a beneficio di tutti, come intervenire proficuamente.

Il tutto con l’obbiettivo di colmare quelle mancanze che si intravedono nel Sistema Bibliotecario Trentino. Un sistema non può essere una collezione di unità singole, messe insieme da due o tre servizi condivisi, ma che deve basarsi su una concezione forte di sistema, convintamente sostenuta non solo dai bibliotecari, ma anche dagli enti gestori e dalla Provincia. Ragioni per cui è importante attivare una maggiore comunicazione interna, magari tramite una conferenza permanente, senza paura di individuare le difficoltà e le criticità, per trovare soluzioni. Ma è altrettanto importante comunicare all’esterno, garantendo standard di servizio e di gestione omogenei, che tendano possibilmente al miglioramento e alla qualità. Ad esempio c’è la questione dell’acquisto dei libri, che non riguarda tanto le risorse, ma piuttosto lo sproposito di procedure imposte a livello amministrativo, al punto che, su 10 biblioteche, troviamo 10 modalità diverse di procedure. Dobbiamo quindi pensare e programmare linee guida comuni e individuare delle prassi operative condivise, anche nella gestione, che divengano vincolanti. Dobbiamo lavorare anche sul ruolo della biblioteca. L’evoluzione delle funzioni, nella crescente complessità del mondo contemporaneo, è necessaria per essere fedeli alla mission della biblioteca stessa: da un lato mantenendo e coltivando relazioni con il territorio e la comunità locale, dall’altro guardando fuori, ossia uscendo dalla dimensione provinciale e localistica per favorire collegamenti e rapporti e scambi con realtà nazionali e internazionali, in entrata e in uscita: il mondo chiede di consultare patrimonio delle nostre biblioteche; i nostri cittadini, studenti e ricercatori potrebbero avere giovamento dalle relazioni con sistemi informativi mondiali. E questo perché i libri, la cultura e la conoscenza non possono essere ingabbiati dentro confini territoriali. Dobbiamo avere il coraggio di guardare anche a posti lontani, ad esperienze diverse, farci contaminare. Dovremmo poi impegnarci in attività di ricerca, con analisi di dati per attivare processi di miglioramento: il che significa, ad esempio, conoscere meglio gli utenti, i frequentatori delle biblioteche: abbiamo i dati sui prestiti, ma non sappiamo chi sono e quali sono i bisogni delle persone che le frequentano. Mentre per noi è importante conoscere quali sono le aspettative, sia per riuscire a dare risposte adeguate nell’alveo culturale che la biblioteca non può abbandonare, sia per avere una risorsa in più da utilizzare e valorizzare. Sempre per quanto riguarda il ruolo, credo sarebbe necessario anche compiere uno sforzo in più sotto il profilo tecnologico, visto che le nuove modalità di comunicazione ce lo suggeriscono e nel contempo chiedono. Ad esempio, si potrebbe pensare di diventare co-produttori di cultura e informazione, in un dialogo aperto con il resto del mondo, ossia collaborando con gli utenti, con

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la comunità e le persone che fanno riferimento alla biblioteca; prospettiva, questa, che implica inevitabilmente un aggiornamento delle competenze dei bibliotecari, per garantire professionalità in tutte le biblioteche del sistema e ampliare gli ambiti di impegno degli operatori, magari anche prevedendo l’integrazione di professionalità nuove, non necessariamente presenti in tutte le biblioteche, e una ricerca di alleanze e collaborazioni con i soggetti dell’ecosistema della costruzione della conoscenza (musei, archivi, istituti di ricerca e scuola) al fine di creare piattaforme condivise. Altro punto importante è quello di ricomprendere nel sistema l’area – debole – delle biblioteche scolastiche che in questo momento non hanno le caratteristiche per rispondere in modo adeguato alle esigenze dei loro potenziali utenti, né di rispondere alla pari alle richieste del sistema. C’è poi la questione del patrimonio: quello fisico, costituito da biblioteche vecchie e nuove, documenti e il magazzino unico, e quello digitale, indispensabile per creare connessioni (in e out) con il resto del mondo. E qui si apre il capitolo della digitalizzazione del patrimonio, perché per valorizzarlo è necessario renderlo disponibile a tutti; il che comporta l’utilizzo delle nuove tecnologie, a partire dai social, facendo attività di educazione culturale e ampliando così il numero degli utenti, soprattutto giovani. Sono soprattutto i ragazzi delle medie superiori, infatti, ad essere più lontani dal libro, dalla voglia e curiosità di leggere. Dobbiamo inventare nuovi modi di interagire con loro, così come con gli altri utenti, creando nuove forme di conoscenza. Diventare, quindi strutture di co-produzione. Il Sistema Bibliotecario Trentino oggi deve aver il coraggio di compiere un passo epocale, consapevole che per valorizzare gli sforzi fin qui compiuti, è necessario rompere il paradigma della tradizione, del continuare a fare quel che si è fatto perché “va bene così”; è necessario uno scatto in avanti per non trovarsi in ritardo rispetto alle necessità della comunità e dei cittadini che esprimono bisogni diversi ed attese evolute; per poter continuare ad essere luoghi al passo con i tempi che offrono e garantiscono pari opportunità d’accesso alla conoscenza, favoriscono la crescita individuale e collettiva, accogliendo pensieri, opinioni e culture, favorendo il confronto, l’elaborazione e la circolazione di pensieri e informazioni; per essere ancora luoghi che attraverso la conoscenza, l’informazione e la capacità di riconoscere le fonti affidabili da quelle che non lo sono, danno sostanza alla democrazia e strumenti per la crescita.

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2.4. Il bisogno, sempre attuale, di biblioteca - Loredana Lipperini Sono sempre stata convinta che quel che scrisse Franco Fortini, in una delle sue poesie più belle e terribili, traducendo Brecht: “La poesia non serve a nulla, nulla è sicuro, ma scrivi”, rappresenti effettivamente tutto quello che noi operatori culturali abbiamo e che possiamo fare. Riguardo al Sistema Bibliotecario Trentino, chi viene da fuori rimane colpito e, come Dioniso a Tebe, si chiede cosa stia vedendo, proprio perché non è abituato a una realtà virtuosa come questa. È chiaro, quindi che il suo è uno sguardo parziale, che coglie tutto quello che magari nel resto di Italia non si realizza. Parole come “promozione della lettura” rischiano di diventare sempre più svuotate di significato. Perché quasi sempre si traducono nel cercare di catturare il cosiddetto non lettore, ossia la maggior parte degli italiani. Dai dati forniti dall’Istat, infatti, risulta che circa il 57% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno. E quel 43% che legge, legge un solo libro l’anno. In una campagna di circa dieci anni fa dell’Aie il non lettore veniva rappresentato come un culturista, tutto muscoli e niente cervello. Insomma, uno stupido, uno che non ha accesso all’elite di chi ha una cultura. E questo, ossia il disprezzo, a mio parere è il modo più catastrofico per attirare chi non legge verso il mondo della letteratura. È un pregiudizio che ancora resiste, ossia pensare alla cultura come qualcosa che ci faccia appartenere ad un’elite o elevare di status. Il punto non è affatto questo, perché la cultura è ciò che ci permette di essere insieme agli altri, di poter condividere una vita di comunità a condizioni paritarie. Dunque, la nostra parità si gioca sull’accesso alla cultura, un accesso che ancor oggi non è stato del tutto realizzato. Secondo i dati Oxa sull’analfabetismo funzionale, infatti, risulta che circa il 28% degli italiani, cifra più alta in Europa, non è in grado di leggere, di capire, se non frasi brevi. Non essere in grado di leggere fino in fondo un articolo di un quotidiano significa non tanto non essere colti, non essere in grado di discutere su questa o quella opera lirica, significa essere tagliati fuori dalla vita sociale, e questo è quello che sta avvenendo nel nostro Paese. Quindi è giusto preoccuparsi della promozione della lettura, Nati per leggere e tutte le iniziative nelle scuole, ma bisogna anche cercare di capire quali sono i modi e i luoghi per avvicinare il maggior numero possibile di persone alla cultura e, così facendo, renderle cittadine. Le politiche culturali devono essere sociali, inclusive, prevedere l’accoglienza. Purtroppo c’è ancora in ballo una questione di stereotipi. Io ricordo bene qual è stato il mio libro “apri-porta”, quello che mi ha permesso di innamo-

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rarmi della lettura: Un albero cresce a Brooklyn, di Betty Smith. Un libro che è stato un best-seller nei primi decenni del Novecento, poi dimenticato e in seguito ripubblicato in Italia da Neri Pozza. Ed è la storia di una bambina, Francy, figlia di immigrati irlandesi che vive nella miseria più assoluta. L’unico lusso di questa bambina era andare di tanto in tanto in biblioteca e prendere due libri. Con i soldi guadagnati vendendo stracci comprava alcuni dolci e si sedeva con i libri sotto una scala antincendio, dove c’era un albero che riusciva a crescere, seppure nel cemento. Questi erano i soli suoi momenti di felicità della bambina, con un unico intoppo: la bibliotecaria. Ogni volta, infatti, Francy le chiedeva un libro adatto ad una bambina di 11 anni, e la bibliotecaria, senza alzare gli occhi, senza guardarla, le dava sempre lo stesso libro. Quando diventa grande, e con le sue sole forze riesce addirittura a laurearsi, Francy torna dalla bibliotecaria e le dice: “Vorrei un libro per una bambina di 11 anni”. La bibliotecaria, naturalmente, le consegna lo stesso libro. Francy allora le dice: “Mi guardi, non ho più 11 anni. Da lei avrei voluto un solo sguardo, una sua parola”. Le cose oggi non sono più così, però ricordo ancora di aver visto sul sito dell’AIP una sezione che raccoglie tutti gli stereotipi letterari sui bibliotecari, perlopiù donne, che offrono un’immagine piuttosto negativa: bibliotecarie viste come persone arcigne, invidiose. Sappiamo che così non è, specie in Trentino. Chi viene da fuori guarda con entusiasmo al Sistema Bibliotecario Trentino, soprattutto perché altrove non si trova un servizio altrettanto alto. Anche nelle altre scuole di Italia si trovano situazioni ben diverse, con poca cura delle biblioteche scolastiche. Poi è pur vero che anche il Sistema Bibliotecario Trentino ha le sue pecche, come ricordava Sara Guelmi. I dati riportati sugli operatori esterni sono impressionanti, perché si tratta di persone che hanno studiato, si sono specializzate – altro aspetto divergente dal resto del Paese – e che vengono sfruttate, trattate ingiustamente anziché essere valorizzate. Mancano poi i dati su queste persone, e questa è una realtà diffusa in Italia, una realtà che potremmo definire di schiavismo culturale, specie nei confronti dei giovani. Persone che hanno studiato, si sono preparate e che giustamente hanno il diritto di sostituire gli anziani, o perlomeno vedersi riservare un trattamento analogo, paritario. Un problema che riguarda tutta Italia, dicevo, ma stupisce che emerga anche in Trentino. È un segnale allarmante, che andrebbe raccontato e diffuso. Che cosa possono fare le biblioteche, dunque? L’unica possibilità per cambiare le cose dal punto di vista culturale è racchiusa in un termine: condivisione. In questo momento di trasformazione crediamo di essere comunità, e invece spesso siamo solo persone bloccate e chiuse nelle loro individualità,

nelle loro nicchie. Anche culturali, perché diventano mondi che non si parlano. Perché delle biblioteche noi mediatori culturali parliamo così poco? Sono convinta che si debba puntare sulle biblioteche, perché nelle biblioteche si incontra tutto: il libro fisico, il libro digitale, i film, i giornali e, soprattutto, si incontrano le persone. Soltanto un investimento su un rapporto virtuoso e congiunto tra biblioteche, che al momento non sono al primo posto delle politiche nazionali, e i luoghi dove si formano i saperi, ossia la scuola, può consentire un cambiamento della situazione. Sono sempre stata convinta che letteratura e arte dell’illusionismo vadano di pari passo, e per un motivo molto semplice. Cosa fanno i prestigiatori? Ti dicono “Guardami da vicino”. In realtà, più ci si avvicina, meno si vede. E, nell’assistere a uno spettacolo di prestidigitazione, veniamo ingannati e siamo felici di essere stati ingannati. Vogliamo essere ingannati dagli illusionisti, andiamo ai loro spettacoli per questo. Anche chi legge un libro è felice di essere ingannato. Secondo studi recenti di neuroscienze, è stato dimostrato che mentre noi leggiamo di un personaggio che sta camminando, attiviamo gli stessi neuroni di quando noi stessi camminiamo. Arte dell’illusione, dunque. Uno dei grandi maghi dell’Ottocento, Jean Robert Houdin – a cui si ispirò per il nome il celebre Houdini – lavorava molto sul tempo. Così come gli scrittori possono fermare e cambiare il tempo, anche gli illusionisti lo cambiano. Houdin aveva una casa al centro del paese in cui abitava, con un orologio che tutti prendevano come riferimento per regolare il proprio. Ma Houdin aveva inventato un meccanismo che poteva allungare la durata di un minuto, ad esempio per prolungare i momenti di gioia e di felicità di due innamorati, o di accorciarlo, nel caso di litigi o seccatori. E tutto il paese, senza saperlo, viva questa doppia concezione del tempo. Un minuto più lungo per la felicità, uno più breve per la rissa. Io credo che i bibliotecari dovrebbero essere un po’ come Houdin: coloro che posseggono un orologio a cui tutta la comunità guarda, e che, attraverso l’arte dell’illusione, riescono a regalare più felicità o a rendere più brevi i momenti di tensione.

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2.5. La biblioteca civica di Rovereto - Gianmario Baldi2 Considerandomi uno dei decani dei bibliotecari trentini, mi sento in dovere di partire dall’idea prima di Sistema Bibliotecario Trentino, per fissare alcuni

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Testo non rivisto dall’autore


punti. Il nostro Sistema Bibliotecario Trentino nasce agli inizi degli anni ‘70; ormai non ricordiamo più cos’era il Trentino negli anni ‘70. Il Trentino di quegli anni era una regione decisamente arretrata, una regione in cui era ancora dominante l’emigrazione della nostra popolazione. In questo contesto l’allora classe dirigente ha avuto il coraggio di porsi il problema di come il Trentino poteva collegarsi alle regioni italiane più dinamiche e nelle quali era cominciato l’effetto crescita e lo sviluppo del territorio. Soprattutto Kessler ebbe la forza di individuare una linea strategica per superare l’arretratezza del Trentino e puntare su istruzione, cultura e territorio. Questa impostazione si riscontra, in anteprima, nel Piano Urbanistico Regolatore della Provincia, noto come Piano urbanistico Kessler: l’idea fondamentale era di creare occasioni di crescita e sviluppo sul territorio, di costruire in tutti i capoluoghi di valle nuove scuole medie e di istituirne all’interno una biblioteca. In questo modo si sarebbe creata una rete forte di collegamento fra le biblioteche, l’istruzione e il territorio. Le biblioteche allora erano viste soprattutto come luoghi importanti e vitali per il collegamento col sistema culturale trentino, con i Musei provinciali e con l’Università. Tale ruolo era tanto sentito e rilevante che ancor oggi è di moda. L’altro elemento di coraggio caratterizzante il Sistema è stato la volontà di investire verso i ragazzi, verso i bambini e non a caso in Trentino venne istituito un premio letterario per l’infanzia e realizzata una biblioteca provinciale per l’infanzia. Questa biblioteca provinciale è doppiamente importante perché da un lato individua un’utenza sulla quale investire in termini di conoscenza e cultura, dall’altro per la dimensione provinciale che la poneva in una posizione di trasversalità rispetto alle biblioteche territoriali, e quindi di servizio a tutte e dunque al Sistema. Sul territorio non abbiamo una biblioteca provinciale, una biblioteca statale perché per storia, per caratteristiche del nostro territorio abbiamo due biblioteche di dimensioni provinciali e sono Trento e Rovereto, e in qualche modo, pur nella diversità culturale dei propri territori e nella diversità della propria storia, sono in qualche modo complementari e sono in qualche modo anche, insieme alla biblioteca universitaria, di servizio al sistema. Pensiamo che la biblioteca di Rovereto ad esempio dà al Sistema Bibliotecario Trentino 5.000 prestiti all’anno e ne riceve anch’essa 3.000. Questo vuol dire un sistema che funziona, che veramente è sempre più una rete che funziona. Mi piace ricordare come il Sistema Bibliotecario Trentino sia nato dalla volontà di superare l’arretratezza del Trentino degli anni ‘70 e dalla lungimiranza di pensarlo possibile attraverso la conoscenza.

Oggi molto è cambiato da quegli anni. Innanzitutto il libro e le biblioteche non sono più i principali strumenti e luoghi di formazione e apprendimento, ma soprattutto si è persa anche, dovuto agli anni appena trascorsi, quella forte connessione fra le realtà territoriali e i soggetti che operano nella cultura, che era una delle caratteristiche degli anni ‘70. Oggi infatti, siamo sempre più consapevoli, come ha detto anche Martinelli, che non si può parlare di biblioteche se non si parla di un forte sistema culturale e di un forte sistema formativo. Inoltre, le nuove tecnologie offrono nuove possibilità e nuovi sviluppi della realtà fino a poco tempo fa impensabili. È stato citato anche da Guelmi MLOL. MLOL è una cosa che forse noi stessi bibliotecari non siamo ancora ben in grado di comprendere. Si sta costruendo una grande biblioteca, senza un luogo fisico, una biblioteca che è in grado di raggiungere tutti gli utenti in qualsiasi luogo essi siano ed in qualsiasi momento. È una biblioteca apparentemente contraddittoria perché annulla tutte le nostre 150 biblioteche e ne crea una nuova, diversa, ma nel contempo le unisce, le fortifica tutte assieme creando una cosa nuova, complessa, con maggior potere, con una capacità dirompente all’interno anche del sistema informativo. Questa è una novità. Un’altra novità rispetto ad allora è che la società è profondamente cambiata: diciamo che è crollato il ceto medio, è crollato anche lo stesso modo del welfare, è crollato, in Trentino in ritardo rispetto al sistema nazionale, il nostro sistema economico. Pensiamo ad esempio alla situazione della Vallagarina, della crisi del sistema bancario ecc. Cose queste che fino a due, tre anni fa erano inimmaginabili. A mio parere dobbiamo prendere atto che il crollo del ceto medio di fatto ha portato anche a un cambiamento, a una diversificazione del pubblico all’interno delle biblioteche. Le biblioteche, luoghi preposti alla formazione, erano concorrevano in modo sostanziale e determinante a creare le condizioni di passaggio ai ceti superiori. Io ricordo negli anni ‘70 il mio predecessore, Pio Chiusole, che ricordava come la scuola diffidava ad andare in biblioteca perché in biblioteca si trovavano quantità di libri, entusiasmo, passione da parte dei bibliotecari che nel mondo della scuola non c’era. Il crollo del ceto medio però, ha segnato l’arrivo anche di nuovi pubblici e nuove utenze. In biblioteca entrano i profughi, gli extra-comunitari, ma anche gli esodati e i giovani che a trent’anni sono ancora in cerca di lavoro. Sono nuova utenza, importante, con esigenze proprie, complesse ed articolate. Noi, come biblioteche, se vogliamo assolvere il nostro mandato e compito istitu-

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zionale, dobbiamo accoglierla e dare risposte adeguate. E qui li accogliamo con le nostre regole e fornendo precise indicazioni, perché la biblioteca è un luogo di cultura, di informazione, ma è anche un luogo di democrazia; è un luogo anche dove si impara a convivere nella reciproca tolleranza e nel reciproco rispetto. Questa è una nuova sfida che si pone alle biblioteche, una novità che tocca le nostre città e i nostri paesi. Se noi vogliamo dare corpo e sostanza ai valori ed ai principi che sostengono la funzione stessa della biblioteca, dobbiamo riconoscere i mutati bisogni, e fornire, in quanto sistema, unitariamente, risposte formative. Voglio fare una piccola divagazione: col lavoro che faccio, ed amando i libri, negli anni ho costruito una bella biblioteca a casa. Il giorno in cui mio figlio ha comprato un libro, studente universitario, abbiamo fatto festa in casa perché lui, innamorato della matematica teoretica e pura, come le dieci persone al mondo che se ne occupano, non ha bisogno di libri. Questo lo dico per alleggerire un po’, ma anche per dire che le nuove generazioni hanno nuovi strumenti, una nuova realtà di accesso alla conoscenza. Per quanto riguarda mio figlio, per fortuna, dopo quel libro, ha scoperto il mondo dei libri e ne ha comprati degli altri. Questo racconto anche per dire che molti hanno un facile gioco nel sostenere che le biblioteche sono destinate a morire. Le biblioteche secondo me invece hanno ancora senso perché innanzitutto offrono un servizio indispensabile e il libro è in forte ripresa, come dimostrano i dati di pubblicazione degli editori. La biblioteca è importante perché è l’unico luogo dove si può garantire l’accesso gratuito anche alle fonti internet per l’informazione e per la conoscenza. Ancora, la biblioteca è una realtà che garantisce una pluralità di informazioni, è l’unico luogo dove si può essere sempre connessi e avere a disposizione libri, internet, multimediali ecc. Le biblioteche garantiscono la sicurezza delle informazioni che forniscono: anche i dati, i nuovi archivi che le biblioteche. Ancora, la biblioteca è un servizio di base, è stato usato anche il concetto di democrazia di base, partecipata, perché è un servizio che cresce dalla base ed è in osmosi continua con la propria utenza. Infine, è luogo che garantisce un incrocio e un continuo confronto fra generazioni. Oramai non c’è più un luogo dove generazioni diverse possono incontrarsi. Ma in biblioteca questo è possibile. Noi però, non nascondiamoci le difficoltà che abbiamo come biblioteche. In tempi di spending review, prendiamo atto anche che nei contratti collettivi, quelli che di solito vengono firmati fra le organizzazioni sindacali e i datori di lavoro, stanno scomparendo e mi riferisco in particolare al settore pubblico, sempre più i ruoli ed i profili dei bibliotecari: di fatto non se ne assumono più.

Pensiamo ad esempio alle figure dei catalogatori: fino a venti, quindici anni fa, erano quasi il futuro delle biblioteche; ormai catalogatori di ruolo all’interno delle biblioteche credo che non ce ne siano più. Ci sarà qualche rarità, qualche esperto; per lo più quelli di catalogazione sono servizi appaltati all’esterno. Questo dovrebbe essere corretto perché ad esempio il grande patrimonio culturale storico, è vero, è giusto che ci sia all’interno di grandi cataloghi come quello del Sistema Bibliotecario Trentino, però a seconda delle realtà biblioteche religiose che hanno importanza nel Trentino, Trento e Rovereto hanno invece una dimensione, una complessità, un unicum completamente diverso. Quindi è necessario che siano ruoli comunque compresi all’interno. Da chiarire/sviluppare Abbiamo visto anche il crescere di nuove professionalità e lo dico cercando di interrogarmi ed essere serio verso tutti noi. Oramai anche nelle cooperative si trovano professionalità, passione ed entusiasmo, a volte maggiori di quelle che coltivano i dipendenti di ruolo. Dobbiamo prenderne atto e riconoscere che è una grande risorsa a disposizione del sistema. Anche i volontari, anche pensando a Scampia, su certe cose, su certi temi, anche all’interno delle strutture pubbliche, hanno un entusiasmo, una passione, un dinamismo che devono essere riconosciuti e valorizzati. E i volontari, credo, possano e debbano essere adeguatamente inseriti nelle organizzazioni, allo scopo di concorrere tutti ad un miglioramento del servizio offerto all’utenza. Con riferimento alla biblioteca di Rovereto, per chi non è di Rovereto mi corre l’obbligo di un piccolo flash: nasce nella metà del ‘700, ed è la prima biblioteca pubblica nell’ambito del Trentino-Tirolo-Voralberg; e da allora è rimasta sempre attiva. Nel 1995 ebbe la fortuna di incrociare quei momenti magici della nostra regione. Uno è stato il coraggio di aprire, in piena Tangentopoli, una gara pubblica per costruire un nuovo edificio culturale per comprendere il museo di arte moderna, la biblioteca, alcune strutture di servizio come l’auditorium, i parcheggi ecc. Il secondo è stata la grande sfida di tornare a costruire all’interno dei centri storici, non all’esterno: in quegli anni si costruiva tutto all’esterno, sia per il recupero delle periferie, sia per il problema dei parcheggi. Qui, il coraggio ha unito le istituzioni, ha dato nuovo vigore e respiro al centro storico e, soprattutto ha investito in cultura. Questa è ancora una sfida. Nonostante siano trascorsi sedici anni dall’apertura, è una sfida ancora tutta da costruire, una sfida molto aperta, molto intrigante, molto intensa. Per dare dei dati molto semplici: il 10 maggio 1970, come ricordava Chistè, è stata aperta la biblioteca pubblica di Rovereto nella sua concezione moderna, con 2.000 m², e 5 unità di personale. Nel 2016 la struttura conta 10.000 m² di

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struttura, nella quale lavorano 60 persone per garantire un orario di servizio di 13 ore al giorno, compresi il sabato e la domenica. Si è trasformata in una grande macchina operativa a disposizione dell’utenza, della conoscenza e della cultura. Questo testimonia la fiducia nella biblioteca e la convinzione del ruolo primario che essa svolge. Ma dichiara anche la consapevolezza che è necessario fare di più, se ancora dobbiamo parlare di emergenza rispetto alla propensione alla lettura. Dobbiamo fare di più. Fedeli alle nostre tradizioni ma aprendo le biblioteche alle nuove esigenze, ai nuovi dinamismi, alle nuove realtà. 2.6. La biblioteca della Montagna-SAT - Riccardo Decarli Innanzitutto vorrei ringraziare la dott.ssa Sara Guelmi per l’invito a questa bellissima manifestazione, con l’auspicio che possa diventare un appuntamento, magari un festival annuale delle biblioteche. Le origini della biblioteca La biblioteca nasce in seno ad una società privata, la SAT (Società degli Alpinisti Tridentini) che fin dalla sua fondazione nel 1872 ha iniziato a raccogliere monografie, carte topografiche e pubblicare periodici di argomento alpinistico e naturalistico in lingua italiana, costituendo una novità per la regione che era ancora sotto il dominio asburgico. In particolare fino al primo conflitto mondiale veniva curato lo scambio di pubblicazioni con associazioni alpinistiche e istituzioni geografiche italiane e straniere. Grazie ai numerosi collaboratori fu possibile raccogliere una notevole messe di pubblicazioni. Nel 1936 la biblioteca contava circa 4.000 volumi; in quell’anno venne operata una selezione e tutte le opere a carattere scientifico vennero depositate presso il Museo di scienze naturali di Trento. Nel 1954 la SAT acquistò dagli eredi di Giovanni Pedrotti – già presidente della SAT e figura di spicco del panorama politico trentino negli anni che precedettero la prima guerra mondiale sino agli anni trenta – il cinquecentesco palazzo Saracini-Cresseri, attuale sede. All’atto dell’acquisto gli eredi donarono alla SAT la biblioteca di famiglia, costituita da oltre 2.600 libri con delle monografie di grande interesse. Ma i volumi conservati erano rise

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La nuova biblioteca (1991) Il vecchio fondo alpinistico e la “Biblioteca G. Pedrotti” costituiscono il patrimonio di base, ma sono state soprattutto due convenzioni a permettere lo sviluppo della biblioteca: quella con la Provincia autonoma di Trento per il riconoscimento della biblioteca quale struttura specialistica e l’inserimento nel Sistema bibliotecario trentino e quella con il Trento Film Festival che dona alla biblioteca tutti i libri presentati all’annuale rassegna internazionale “Montagnalibri”, che proprio quest’anno festeggia i 30 anni di attività. Con una crescita di oltre mille documenti l’anno in media, i locali della biblioteca si sono rivelati presto inadeguati ed hanno richiesto un notevole ampliamento già nel 1999. Nel corso della cerimonia d’inaugurazione nel dicembre di quell’anno Mario Rigoni Stern concluse in questo modo il suo applaudito intervento: «Per me, amici della SAT, questa biblioteca messa a disposizione dei soci e di ogni cittadino è il rifugio più bello e duraturo che avete costruito. Un vero rifugio per la mente dove i giovani potranno trovare saggezza ed esperienza per le loro partenze prima dell’alba; gli adulti conforto e sprone per proseguire e per noi anziani occasione di continuare con gli occhi dell’anima un cammino verso l’ultima luce del tramonto». A dieci anni di distanza la SAT ha deciso di ampliare ulteriormente gli spazi della biblioteca. Un massiccio intervento di ristrutturazione ed adeguamento, con l’abbattimento delle barriere architettoniche (ascensore, bagni per disabili), la realizzazione di un nuovo e ampio magazzino per i periodici e il raddoppiamento della superficie utile (l’intero secondo piano della Casa della SAT) fanno della Biblioteca della Montagna-SAT una struttura all’avanguardia sia per patrimonio che per tipologia di servizi erogati. La Biblioteca della Montagna-SAT si prefigge lo scopo di conservare e mettere a disposizione del pubblico la maggior quantità possibile di informazioni sulla montagna: non solo alpinismo e imprese sportive, ma la storia e la cultura di chi in montagna vive e lavora, l’ambiente naturale e la letteratura che ne è stata ispirata. Tenendo presente questo obiettivo la biblioteca conserva, oltre ai testi che narrano di ascensioni alpinistiche, diari di viaggi ed esplorazioni, guide e manuali tecnici, ma anche opere relative all’architettura alpina, agli usi e costumi e leggende, testi di nivologia, glaciologia, meteorologia alpina, botanica, zoologia, geologia, speleologia ecc.

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Sede/locali La biblioteca occupa l’intero secondo piano della Casa della SAT, uno dei più bei palazzi di Trento, in pieno centro storico. L’edificio ha origini medioevali e in occasione del Concilio (1545-1563), con l’allargamento della strada, subì un importante intervento di ampliamento. Di proprietà dei nobili Saracini, passò poi ai baroni Cresseri di Castel Pietra, famiglia in vista che tra l’altro nel 1777 ospitò in questo palazzo il duca di Gloucester, fratello di Giorgio III d’Inghilterra. All’inizio dell’Ottocento il palazzo venne acquistato dalla famiglia Pedrotti, che lo innalzò di un piano, fece abbellire le porte interne, collocò una grande stufa ad ole ecc. Gran parte di tutto questo è ancora oggi visibile nei locali della biblioteca, che dunque meritano una visita anche solo per apprezzare le caratteristiche architettoniche. La biblioteca occupa una superficie di oltre 500 mq, con una grande sala per la consultazione e postazioni di ricerca. Patrimonio Le oltre 32.000 monografie sono suddivise in varie sezioni: guide, etnologia, letteratura, geografia, iconografia, pubblicazioni sociali, scienze naturali, ecologia e ambiente, storia, storia dell’alpinismo, manuali, tesi di laurea, Soccorso alpino, cori, legislazione, tesi di laurea, repertori e libri rari e di pregio. Per quanto riguarda i periodici sono conservati oltre ottanta bollettini di sezioni del CAI, riviste di geografia, ambiente e parchi naturali, riviste di associazioni alpinistiche straniere, e gran parte delle testate nazionali e straniere che si occupano di montagna e alpinismo. In totale sono 555 testate di periodici (20.000 volumi) delle quali spesso è conservata la raccolta completa. Si conservano inoltre circa 1.300 film a soggetto e documentari consultabili in una apposita sala, 196 pellicole di vario formato, una discoteca con oltre 300 tra dischi, nastri e cd, 6.552 carte topografiche, 4.105 manifesti, 370 calendari ecc. L’utente può liberamente consultare tutto questo ricco patrimonio librario tramite il Catalogo Bibliografico Trentino ed ha pure la possibilità di visionare il materiale conservato nell’Archivio storico SAT, un ricco patrimonio di 80mila immagini, 636 libretti di vetta, 346 libri firme degli ospiti dei rifugi, 49 libretti delle guide alpine ed anche centinaia di oggetti e attrezzatura alpinistica del passato ma anche del giorno d’oggi. Una grande varietà di libri e materiali che parlano l’uno con l’altro, il

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vecchio che dialoga con il nuovo, fornendo uno stimolo alla lettura e ed ance all’esplorazione della biblioteca come se fosse essa stessa una montagna. Servizi La biblioteca si è dotata di una Carta dei servizi, che spaziano dal prestito, all’assistenza alla ricerca, reference personalizzato, consigli di lettura, document delivery ecc. La struttura è aperta dal lunedì al venerdì con orario: 9-13, 14-18 (fino alle ore 19 il giovedì) Fruizione La biblioteca è frequentata da una media di 10 persone al giorno; sommando le presenze in biblioteche, le richieste a distanza (molte dall’estero), la partecipazione a mostre ed eventi sono oltre 6.000 gli utenti coinvolti ogni anno. Attività straordinarie Commissione biblioteca e cultura della SAT. La SAT si è dotata di una commissione tecnica che organizza seminari e laboratori su temi montani e promuove pubblicazioni. In questi ultimi anni sono stati condotti numerosi progetti rivolti a diverse tipologie di utenti: dai giovani ai più maturi, agli amministratori ecc. coinvolgendo docenti universitari, esperti di varie materie, imprenditori ecc. Mostre temporanee: Prodotte in proprio o ospitate, in media 3-4 all’anno. Pubblicazioni: Collana Quaderni (11 volumi) e collana Montagne e uomini (3 volumi pubblicati, 1 in uscita); 2 documentari, cataloghi di mostre bibliografiche ecc. anche in collaborazione con altre biblioteche trentine. Relazioni con il mondo In questi 25 anni di attività la biblioteca ha intessuto una rete di collaborazioni con altre simili strutture italiane ed europee. In Italia la biblioteca ha promosso il coordinamento delle biblioteche del Club alpino italiano, un grosso

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ma non solo, che mette a disposizione degli ospiti e costituisce una piccola succursale in quota della Biblioteca della Montagna-SAT. Vi ringrazio per l’attenzione.

progetto condotto assieme alla Biblioteca CAI di Torino, che coinvolge 54 biblioteche di tutta Italia che già partecipano all’OPAC Clavis (http://mnmt. comperio.it) + altre 30 biblioteche che aderiscono ad altri cataloghi regionali. Dopo una prima esperienza nel 1996 – all’alba del web – a partire dal 2000 le biblioteche di Trento e Torino organizzano un convegno primaverile durante il Trento Film Festival (7 maggio 2016) e un seminario di approfondimento autunnale. I due appuntamenti sono sempre molto partecipati. A livello europeo è stata consolidata una rete di rapporti personali con le principali biblioteche, in particolare con la Alpine club Library di Londra e la Bibliothek des Deutschen Alpenvereins di Monaco. La biblioteca londinese (Charlotte Road, nella zona di Old Street, nord Londra – Tadeusz Hudowski) conserva un patrimonio di 40.000 monografie, con una straordinaria pinacoteca che comprende opere di Ruskin; la biblioteca bavarese (Praterinsel, vicino al Deutsches Museum – Sandra Tesauro) è la più grande al mondo, con oltre 70.000 monografie ed è capofila del progetto denominato Historisches Alpenarchiv (http://www.historisches-alpenarchiv.org), che mette in comune i cataloghi degli archivi dei club tedeschi, austriaci e sudtirolese, per un totale di 200.000 documenti e oggetti. Si tratta di un progetto finanziato in parte dall’Europa (Interreg IIIA), ma anche da amministrazioni regionali e privati, che dal 2006 mette in rete questi archivi in una banca dati comune. I contatti con questa biblioteca avvengono tramite una collega. Questa rete consente di ampliare l’offerta che viene proposta ai nostri utenti, potendoli indirizzare correttamente per particolari ricerche che non riusciamo a soddisfare direttamente. Si tratta quindi di molto più che un semplice scambio di pubblicazioni e pareri tra biblioteche e club. Ci sono contatti pure con Innsbruck – in particolare con l’archivio del club austriaco, collocato in un enorme edificio moderno di fronte allo stadio olimpico e gestito dal collega archivista Martin Achrainer –, con Berna ecc. Sono state compiute visite a queste strutture per rinsaldare i rapporti e ampliare le conoscenze. Si può dunque affermare che tra le più importanti biblioteche europee: Monaco, Londra, Trento e Torino, c’è un saldo rapporto di collaborazione ed è allo studio un progetto per mettere in comune parte delle risorse di ricerca e quindi l’obiettivo per il futuro è quello di dialogare sempre maggiormente con le varie realtà europee e internazionali e creare una rete comune, fatta anche di mostre e convegni per promuovere il turismo della regione oltre confini. Infine va ricordata la piccola, ma diffusa, rete di mini biblioteche che la nostra struttura ha collocato nei 34 rifugi alpini di proprietà della SAT. Ciascun rifugio ha così un patrimonio di 40-50 monografie inerenti il suo territorio,

Avremmo potuto intitolare il nostro intervento “Dall’Austro-Ungheria al postmoderno”. Nel senso che le biblioteche di cui si è parlato prima sono nate a quei tempi, la nostra invece ha iniziato l’attività solo vent’anni fa. E questo è uno dei motivi per cui abbiamo intitolato il nostro intervento “Vent’anni di moltitudine”, titolo scelto dopo il solito brainstorming fatto con i colleghi per cercare di sintetizzare in poche parole la nostra attività, che è appunto recente. Un dato oggettivo sono i vent’anni che abbiamo compiuto poco tempo fa. E poi è uscito moltitudine, per assonanza con un titolo famoso, “Cent’anni di solitudine”, sebbene la solitudine non corrisponda per nulla al nostro modo di operare, perché non siamo mai soli, pur essendo una biblioteca periferica, di montagna (arriviamo fino ai 1300 metri, poi spiegheremo come). Abbiamo utilizzato questa moltitudine per indicare la molteplicità delle nostre attività, delle nostre relazioni. Tutto inizia dunque vent’anni fa sull’Altopiano della Paganella, cinque comuni dove non c’era una biblioteca e nemmeno una libreria. Diciamo che il libro non se la passava molto bene. Abbiamo aperto all’inizio la sede di Andalo con il punto lettura di Molveno. Nel corso degli anni si sono aggiunti Fai della Paganella, Cavedago e Spormaggiore. Da poco sono stati inaugurati due particolari punti di lettura di cui diremo più avanti. Naturalmente è stato gioco facile il primo approccio da bibliotecari: si trattava di riempire di libri la biblioteca che era completamente vuota. Si può dire che questo primo traguardo sia stato raggiunto visto che i nostri documenti inseriti nel Catalogo Bibliografico Trentino oggi ammontano a circa 57.000. Tra questi abbiamo una bellissima collezione di DVD che è tra le più grandi del Trentino. Una delle ragioni di questo patrimonio è che l’utenza estiva e invernale aumenta notevolmente grazie all’apporto dei turisti e i film sono molto richiesti. La nostra offerta ovviamente tiene conto anche di queste esigenze, del grande impatto che il turismo ha sull’Altopiano. Una delle prime iniziative fatte, per coniugare cultura e turismo, è stato promuovere una rassegna di teatro ragazzi intitolata “Arriva il Barbatàngheri. Festival di teatro di figura e arti popolari”. Un festival bellissimo che ha avuto decine di migliaia di spettatori e che ha portato in questi venti anni in Altopiano

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2.7. La biblioteca dell’Altopiano della Paganella - Sandro Osti


compagnie da ogni dove: da Taiwan, dal Brasile, Argentina oltre che da tutta Europa. Una proposta che, inizialmente, è stata vista come poco coerente con il lavoro di biblioteca. Come bibliotecari però abbiamo sentito da subito che programmare attività ed eventi faceva parte integrante del nostro modo di lavorare. Non di soli libri vive la biblioteca, questo poteva essere il nostro motto! La biblioteca è nata nell’era di internet e abbiamo dovuto subito confrontarci con le novità che questa rivoluzione ha comportato per tutti. Abbiamo cercato, in questa moltitudine di approcci, di costruire soprattutto rete. Siamo già dentro la rete, il Sistema Bibliotecario Trentino e il Catalogo Bibliografico Trentino, diciamo in maniera passiva, ricettiva; prendiamo quello che la rete ci offre. Noi vogliamo andare un po’ oltre e fare a nostra volta rete. Intanto cominciando dal territorio. Ripeto, era un territorio per noi vergine e si è iniziato ad allacciare relazioni con tutte le associazioni, ma anche con i cittadini avviando, per esempio, nel 2001 il “Progetto memoria” che consiste nella raccolta di documenti fotografici posseduti dalle famiglie oltre a immagini recuperate da diversi archivi, come ad esempio le prime fotografie di Pedrotti e Unterweger scattate a Molveno verso la fine dell’Ottocento, fino agli anni ‘50. Fotografie principalmente in bianco e nero, ma anche colorate a mano come si faceva un tempo. Sono state scansionate circa 9.000 immagini che adesso cercheremo di inserire in una piattaforma online in modo da renderle visibili a tutti. È un progetto questo che ci piacerebbe potesse collegarsi ad altri analoghi già esistenti presso biblioteche, musei altre istituzioni. Nel frattempo abbiamo iniziato una prima restituzione di questo materiale alla cittadinanza pubblicando otto volumi; in realtà l’ottavo è in cianografica, verrà pubblicato nelle prossime settimane. Si tratta, per la maggior parte di album fotografici; gli ultimi, due dedicati a Molveno e uno a Fai della Paganella, hanno un taglio anche storico-antropologico e sono stati realizzati con il supporto di alcuni collaboratori, giovani laureati del posto che si sono occupati della stesura dei testi e della scelta delle fotografie. Oltre all’adesione al progetto “Nati per Leggere”, la biblioteca promuove la lettura sin dai primi anni di età attraverso un’iniziativa dal titolo “Ti regalo una storia”. Ogni anno diamo il benvenuto a ogni bambino nato con una festa in biblioteca nel corso della quale offriamo un piccolo omaggio ai neonati e ai genitori composto da un libro, dalla bibliografia NPL del Trentino, dal modulo di iscrizione alla biblioteca e da una stampa dei diritti del bambino. Facciamo rete con i nostri amministratori perché in un contesto formato da cinque comuni abbiamo bisogno di essere in contatto con tutti e di lavorare allo stesso modo con ciascuna Amministrazione.

Dato che si è parlato di prestiti, rispetto alla pura attività di biblioteca, abbiamo un riscontro interessante per la nostra piccola comunità di 4500 anime: se stiamo alle statistiche che ci ha appena ricordato Loredana Lipperini dovremmo, nel nostro ambito, avere meno di un migliaio di lettori (circa 1 su 4-5 abitanti) e non tutti, ovviamente, frequentatori della biblioteca; tuttavia il numero di prestiti documentato dal Catalogo Bibliografico Trentino per l’anno 2015 è di 25.000 documenti che sono stati prestati dalle Biblioteche della Paganella. L’apporto del turismo in tutto questo, è evidente, ma allo stesso tempo dimostra che la nostra attività riveste anche un valore anche economico per la Comunità, valore che ci viene riconosciuto. Conferma di questo troviamo soprattutto nelle ultime iniziative, in primis, dal Biblioigloo. Raccontiamo questa vicenda che molti già conoscono; alcuni dei nostri colleghi sono anche venuti a visitare la struttura. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza delle potenzialità nel fare rete a tutti i livelli, non esclusi, anzi, a cominciare proprio dagli enti economici. In Italia la tradizione vuole che biblioteche e altre istituzioni culturali siano finanziate quasi esclusivamente con soldi pubblici; non esistono, come nei paesi anglosassoni, biblioteche che sono nate e vivono sulle donazioni, come ad esempio le famose Carnagie libraries, di cui è piena l’America e dove gli utenti stessi sono i primi sostenitori. Da noi tutto ruota attorno al pubblico. In questo momento storico, tuttavia, vediamo le difficoltà di questa relazione a senso unico: quando diminuiscono le risorse dell’Ente pubblico calano, di conseguenza, i budget e le possibilità di offerta da parte delle biblioteche. Ci siamo posti questo problema già da diversi anni, spronati dal nostro responsabile di biblioteca Graziano Cosner, che è diventato un esperto di raccolta fondi dopo aver seguito numerosi corsi, mettendo in pratica piccole iniziative di fundraising: per esempio facendoci cofinanziare i segnalibri dal nostro fornitore di servizi di computer; oppure le borse in cotone, ma anche cercando la collaborazione delle famiglie cooperative per i rinfreschi in occasioni di feste della biblioteca, chiedendo alla agenzie turistiche un appoggio logistico per le compagnie del festival di teatro “Arriva il Barbatàngheri”. Il clou è stato raggiunto due anni fa, quando la presidente di una società per azioni che gestisce alcuni impianti di risalita in Paganella ci ha chiesto di pensare a delle iniziative “culturali” da proporre nell’ambito di attività della società stessa. Da bibliotecari si è immaginato la cosa che sappiamo fare meglio: abbiamo proposto di aprire una biblioteca, un punto di lettura, chiamiamolo come si vuole, a 1333 metri sulle piste dei Prati di Gaggia. Solo che in inverno non c’era lo spazio per operare, perché il bar ristorante che ci

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aveva ospitato nell’estate 2014, era destinato all’uso degli sciatori; allora è iniziato il solito brainstorming intorno a cosa potevamo inventarci per ospitare una biblioteca in questo luogo, iniziando dalla yurta mongola, per scoprire, alla fine, che a due passi da noi, in Piana Rotaliana, una ditta costruiva degli igloo, delle strutture a cupola di cento metri quadrati, bellissime, in plastica e acciaio. È stato acquistato e sistemato nella zona d’arrivo di una pista da sci, a fianco dell’impianto che risale la Paganella; e questo ha avuto un impatto sul pubblico e sui media veramente notevole. La Biblioteca “fuori di sé” è una pratica abbastanza diffusa, che avevamo già sperimentato in passato attraverso una Little free library, a Molveno in spiaggia, dove è attiva una piccola biblioteca con possibilità di book crossing: lasciamo dei libri che la gente prende e rimette a posto, che porta via o aggiunge in totale autonomia. L’esperimento del biblioigloo però per noi, lo diciamo con un certo orgoglio e forse anche con po’ di presunzione, più che biblioteca fuori di sé è un’operazione di placemaking, come dicono gli urbanisti. Meglio ancora di cultural placemaking perché con questa struttura noi cambiamo il luogo, la percezione di quel posto: da classico non-luogo, per dirla con Augé, qual è una stazione di transito e un impianto di risalita a luogo di aggregazione per eccellenza quale può essere una biblioteca. Adesso molti sciatori e frequentatori della montagna si fermano, si tolgono gli sci e scarponi ed entrano. All’interno proponiamo laboratori artistici per i più piccoli, c’è una connessione wifi libera, un computer a disposizione del pubblico e ci sono i libri, riviste e DVD. E funziona anche il prestito del materiale catalogato perché anche questa biblioteca è collegata al Catalogo Bibliografico Trentino. Abbiamo istruito una nostra collaboratrice diplomata all’Accademia delle belle arti di Firenze che si occupa dei prestiti e propone i laboratori artistici. Questo è il più grande risultato in termini di fundraising, dato che alla biblioteca tutta questa operazione non è costata nemmeno un centesimo e ha dato una grande reputazione grazie alla risonanza avuta sui siti e sui blog a livello internazionale. È un’impresa, ripeto, che ci ha resi molto orgogliosi ma riteniamo anche che sia una iniziativa che potrebbe essere riprodotta altrove. Ad esempio, ci è arrivata proprio in questi giorni, una richiesta di informazioni dall’università di Lione, che ha appreso dal web dell’esistenza del biblioigloo, per conoscere i costi e le dimensioni della cupola che vorrebbero collocare nei loro campus. Un’altra iniziativa è la Biblioteca dell’Orso: una piccola biblioteca dedicata a questo animale molto presente nelle nostre zone. Il Comune di Spormaggiore, dopo il successo del biblioigloo, ci ha chiesto di proporre delle iniziative all’interno del museo dell’orso. Abbiamo partecipato e vinto un bando Caritro

di 25.000 euro e con questo budget è stato allestito all’interno di una sala del museo non utilizzata una piccola biblioteca per bambini 0-10 anni con tutto quello che è stato pubblicato sull’orso, uno degli animali più presenti nei libri per bambini. Sono più di 600 i libri finora collocati; il progetto è ancora in corso e prevede ulteriori installazioni. Ora vorrei parlare di un’iniziativa che va sempre nella direzione di fare rete ed è un’idea partita dalla nostra biblioteca tanti anni fa: coinvolgere diversi colleghi in un progetto che avesse come obiettivo la lettura e la scrittura nei ragazzi delle scuole elementari e medie. Siamo partiti da soli nel 2008, negli anni successivi si sono aggiunte altre biblioteche. In seguito il progetto è stato presentato pubblicamente ai colleghi di tutto il Trentino e così è nato “Sceglilibro”. Premio dei giovani lettori” rivolto a ragazzi di quinta elementare e prima media. Alla terza edizione, che sta per partire, partecipano 40 biblioteche e oltre 3500 studenti del Trentino e dell’Alto Adige ed è, forse, il più grande progetto di lettura partito dal basso e autofinanziato. Anche qui la partecipazione a un bando pubblico della Caritro ci ha garantito delle sovvenzioni; poi abbiamo interessato le casse rurali, la Federazione delle Cooperative e stiamo cercando di raccogliere altri fondi per finanziare tutte le attività. Voglio concludere soffermandomi su un aspetto a cui faceva riferimento ieri il dottor Martinelli: la biblioteca social. Oltre alle attività finora elencate, ce n’è una un po’ speciale cominciata qualche mese fa per far fronte, nel nostro piccolo, a un problema diffuso: quello dei giovani laureati che non trovano lavoro. Con Graziano è partita questa iniziativa di creare una cooperativa di servizi culturali e altro facendo riferimento ai ragazzi che hanno concluso o stanno concludendo gli studi universitari e altri che cercano lavoro. Ottenuti dei finanziamenti per organizzare corsi di formazione, stiamo preparando questi ragazzi nella speranza che entro l’anno la cooperativa possa partire. Dovrebbe essere appunto una cooperativa di servizi, specie culturali, su un territorio come il nostro che per otto mesi all’anno ha una grande offerta di lavoro, proprio grazie alla presenza del turismo.

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2.8. La biblioteca Lenuvole - Stefania Ioppolo De Liguori e Carmine Barra – volontari presso la Biblioteca Le Nuvole, Scampia (Na) “Eh sì, è proprio vero! La lettura conduce oltre le nuvole. Nuvole che possono condurci in luoghi ed esperienze fantastici o nuvole oltre le quali non si vede nulla e che invece possono essere bucate proprio dal rinnovamento e dall’apertura che solo la sana lettura può farci compiere sin da piccoli”.


Abbiamo scelto di aprire il nostro intervento con questa frase che il padre gesuita Fabrizio Valletti pronunciò quando la nostra biblioteca stava per iniziare i suoi primi passi in una stanzetta della Rettoria S. Maria della Speranza di Scampia, nel lontano 2004, appena una libreria da salotto alla sua nascita, e da cui poi ha preso ispirazione il suo nome: Biblioteca Le Nuvole. Quale paragone migliore può descrivere il viaggio che inizia ogni volta che apriamo un libro, un viaggio che ha un suo punto di partenza ma che non si sa fin dove ci porterà! Perché una biblioteca a Scampia L’impegno di padre Fabrizio Valletti e di alcuni giovani volontari ha fatto sì che nel tempo questa nuova realtà del quartiere potesse crescere e progredire e dopo solo due anni, nel 2006, il Comune di Napoli ha dato in gestione ai padri gesuiti impegnati, sul territorio sia da un punto di vista pastorale che socioculturale, la struttura che è diventata il Centro di Formazione Professionale e Culturale “Alberto Hurtado”, la biblioteca si è trasferita lì. Due parole su Scampia Scampia è un grande quartiere di periferia a nord di Napoli che negli anni ’80, a seguito del terremoto, ha subito una grande trasformazione, con la costruzione di grandi palazzoni tra cui le tristemente note” vele”, rivelatesi da un punto di vista architettonico assolutamente inadatte per uno stile di vita socialmente accettabile, e grandi stradoni con pochi servizi, creando quello che è stato definito per anni un quartiere dormitorio in balìa di criminalità, droga, con un elevato tasso di dispersione scolastica e disoccupazione, un vero cocktail micidiale da un punto di vista sociale che alimenta ancora le cronache e ispira produzioni cinematografiche. Eppure, nonostante tutto, Scampia non è Gomorra. Tutto ciò ha scatenato un desiderio di rinascita che è realmente partito dal basso, con una cittadinanza attiva che si è rimboccata le maniche e attraverso la collaborazione tra chiese, associazioni e istituzioni sta cambiando il volto al quartiere. Il Centro “Alberto Hurtado”, dove ha sede la biblioteca, è oggi il luogo di riferimento per le tante attività culturali e di formazione sostenute dall’associazione “Animazione Quartiere Scampia”, AQuaS, che ha da sempre accolto

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la sfida di voler contribuire alla riqualificazione del quartiere, ponendosi come obiettivo le persone, partendo dallo sviluppo delle potenzialità, delle competenze, delle abilità di coloro che rappresentano il presente e il futuro di Scampia; a tal fine la nostra biblioteca si inserisce perfettamente in questo progetto, ecco perché la sua creazione proprio qui e in questo quartiere. Qualche notizia sulla biblioteca La biblioteca Le Nuvole nasce ufficialmente il 2 aprile 2006 e, a distanza di dieci anni, è al momento l’unica presente nel nostro quartiere. Dalla piccola libreria, praticamente uno scaffale, degli inizi contiamo, ad oggi, una collezione di circa 10.000 volumi raccolti attraverso il regalo di privati o acquistati grazie ad alcune donazioni, con una sezione particolarmente ricca dedicata ai bambini. Abbiamo un archivio informatizzato dei testi presenti, con circa 500 iscritti e con una media di 50/60 prestiti mensili. Sono una quindicina gli operatori volontari di giovane età che contribuiscono alla realizzazione delle varie attività, con la collaborazione in più occasioni anche del gruppo scout. Un risultato veramente importante per festeggiare il nostro decimo compleanno! Uscire dai soliti luoghi comuni: un modo di dire ma anche un modo di fare Oltre alla classica attività di prestito dei libri, “pallino” della nostra biblioteca è sempre stata la promozione della cultura oltre ogni luogo comune, anche fisico, uscendo dalle quattro mura e andando sul territorio, con la partecipazione a progetti Pon e collaborazioni con le scuole di ogni ordine e grado del quartiere, curando in qualche caso la formazione di giovani studenti del liceo che a loro volta hanno potuto portare il loro contributo con giochi e animazioni ai bambini delle elementari, come nel progetto “Facce da libro” o quello dei “Nuovi Sentieri” in cui gli studenti delle superiori hanno la possibilità di avvicinare figure professionali lì dove operano, case-famiglia, carcere di Secondigliano e carcere minorile di Nisida. Accanto a ciò tre anni fa sono nate le esperienze di lettura in biblioteca e a scuola di alcune classi di scuole elementari del quartiere. Iniziative che solo fino a qualche anno fa nessuno avrebbe pensato potessero avere tanto successo e ricevere un’accoglienza così calorosa in un

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quartiere come Scampia, che è sì un quartiere popolare e con importanti problematiche socio-culturali, ma è soprattutto giovane, con ottime scuole, ricco di fermenti culturali che spesso altrove non si trovano, grazie anche alla presenza delle tante associazioni che fanno rete tra loro, come case editrici, ludoteche, gruppi di sostegno scolastico, un ristorante italo-rom, circoli ambientalisti che insieme a bambini e ragazzi delle scuole curano il verde del quartiere, un auditorium intitolato a Fabrizio De André, sede sempre più spesso di importanti eventi cittadini, e da pochi giorni anche un “TG MADE IN SCAMPIA” che racconta delle tante belle iniziative sociali e culturali che avvengono nel quartiere. L’attività della biblioteca, proprio perché presidio di cultura e di promozione di attività sane per i giovani di tutte le età del nostro quartiere, è imprescindibile dalle altre attività che si svolgono presso lo stesso centro Hurtado, come i laboratori musicali del progetto “Musica libera Tutti”, un caffè letterario mensile che vede spesso ospiti personaggi di rilievo del mondo della cultura e la cooperativa sociale “la Roccia” che con una sartoria e una legatoria che si occupa di restauro di libri antichi, produce con il provocatorio marchio di “Fatto a Scampia”. Questo è un messaggio importante in termini di dignità, onestà e soprattutto di legalità, non solo nel contesto locale, ma anche nazionale; a questa si affianca una collaborazione attiva sia per la formazione che lavorativa con il carcere di Secondigliano. Una vera rinascita culturale nel giro di un decennio…È la Scampia che non ti aspetti! I laboratori I) Tra le attività di punta che abbiamo e fiore all’occhiello della biblioteca c’è il laboratorio “Giocare… Leggendo” giunto ormai al suo 10° anno di attività: un laboratorio di approccio alla lettura, attraverso il gioco, il teatro, l’arte, la manualità dedicato a bambine/i dai 5 ai 12 anni. Coinvolge settimanalmente circa 20 partecipanti, desiderosi di stare insieme, giocare e crescere in un ambiente sereno e gioioso, seguiti da almeno 5 volontarie che li seguono, li aiutano e si occupano di un momento molto apprezzato dai bambini, la merenda, con torte fatte in casa e succhi di frutta preparati da esse stesse. Gli incontri si svolgono ogni settimana, il lunedì pomeriggio dalle 17.30 alle 19.00 e durante la bella stagione spesso le attività si trasferiscono nella vicina villa comunale, dove i bambini a contatto con la natura riescono ad apprezzare ancora di più la lettura di un buon libro.

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“Giocare… Leggendo” si pone come obiettivo quello di avviare, potenziare e consolidare il piacere di leggere, suscitare l’attenzione e l’interesse, educare all’ascolto e alla comprensione orale e di far acquisire il comportamento del “buon lettore”, una disposizione permanente che fa rimanere lettori per tutta la vita. 2) Un altro interessante laboratorio è quello di “Videomaker” di “OFFIcine Le nuvole”, dedicato a ragazzi e ad adolescenti dai 13 anni in su. È un laboratorio di educazione all’immagine che prevede lo studio delle tecniche di ripresa ma anche di storia del cinema, con incontri settimanali a tema e cineforum mensili. 3) Poi c’è il laboratorio “Mamme Arcobaleno”, un laboratorio di lettura dedicato ai piccolissimi, dai 9 mesi ai 3 anni, insieme alle loro mamme, consapevoli che l’amore per la lettura si sviluppa fin da piccoli. Dove saremo tra dieci anni? Dieci anni sono già passati dalla nascita della Biblioteca “Le Nuvole”, quale sarà il nostro futuro? Senza poter mai rinunciare alla presenza del libro tradizionale con il suo caratteristico profumo di carta, sicuramente nel tempo anche la biblioteca Le Nuvole subirà il fascino della digitalizzazione, che ci darà l’opportunità di espandere ancora di più la nostra attività sul territorio, l’obiettivo che abbiamo è infatti quello di raggiungere sempre più fasce di utenza, con esigenze e preferenze diverse; non dimentichiamoci che Scampia conta più di 80.000 abitanti, una città nella città, e il nostro sogno è quello di cercare di coinvolgere sempre di più persone, bambini, giovani e anziani, attraverso la cultura portata fuori dai soliti luoghi comuni e facendo del nostro quartiere il luogo comune della cultura per eccellenza, di tutti e per tutti. Dieci anni fa abbiamo aperto un libro e il nostro viaggio attraverso il tempo e lo spazio è incominciato, non sappiamo ancora dove arriveremo ma di sicuro andremo lontano… Buon libro a tutti!

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3. La cultura: una premessa di pari dignità e di libertà3 di Giovanni Maria Flick

3.1. Dalla libertà alla pari dignità attraverso la cultura La Costituzione non è intoccabile, non è una mummia. Va tenuta viva come una pianta, va annaffiata, fatta crescere. Va modificata quando occorre: ad una condizione, occorre prima rileggerla. L’articolo 9 della Costituzione (La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.) delinea un trittico fra cultura, ambiente e paesaggio, patrimonio storico e artistico, che è una premessa fondante della dignità umana. É una componente insostituibile del riconoscimento e della affermazione, salvaguardia ed accrescimento di quest’ultima. In parole semplici: un livello dignitoso di cultura, un ambiente dignitoso di vita, un’identità dignitosa fondata anche sulla consapevolezza del comune passato (non soltanto di quella degli errori ed orrori di quest’ultimo), sono condicio sine qua non per il percorso di ciascuno di noi verso la pari dignità sociale in concreto nell’articolo 3 della Costituzione, che realizza la dignità di tutti noi in astratto, in quanto persone. Nel trittico proposto dall’articolo 9 il pannello centrale è dedicato alla cultura, che deve essere sviluppata e alla ricerca scientifica e tecnica, che deve essere promossa; i pannelli laterali sono dedicati al paesaggio e al patrimonio storico e artistico, che devono essere tutelati.

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Il testo anticipa in parte riflessioni sviluppate in un testo intitolato “Elogio del patrimonio. Cultura, arte e paesaggio nella Costituzione italiana”, di imminente pubblicazione per i tipi della Libreria Editrice Vaticana.

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La cultura sembra vista dalla Costituzione come un quid mai compiuto, ma sempre in divenire e da accrescere. Paesaggio e patrimonio storico e artistico sembrano invece visti nella loro prospettiva statica; vanno tutelati quasi a farne un museo (all’aperto o al chiuso non importa). Eppure cultura e ricerca, paesaggio, patrimonio storico e artistico, non sono scollegati all’interno di quel trittico, perché la cultura stessa non esiste senza la valorizzazione del nostro passato e della memoria, i quali formano la nostra identità; ed è perciò anche il patrimonio paesaggistico, storico e artistico a formare questa memoria. Quindi è seriamente pensabile che il patrimonio paesaggistico, storico e artistico possa essere efficacemente tutelato senza cultura e senza ricerca? Il trittico originale di valori e di compiti della Repubblica disegnato dall’articolo 9 della Costituzione nel quadro dei principi fondamentali – insieme alla democrazia, all’eguaglianza, alla solidarietà, alla laicità intesa non come mero rapporto Stato-Chiesa ma come più alto concetto di rispetto reciproco, ed agli altri principi che segnano la nostra convivenza – è profondamente attuale, concreto. Ma richiede numerosi e incisivi interventi di restauro. È sufficiente pensare alla povertà della cultura; alle difficoltà e ostacoli della ricerca; al degrado dell’ambiente e del patrimonio storico e artistico. Tutto ciò in un contesto che sembra ispirato più ad una maldestra e solo apparentemente efficientistica prospettiva di economia di cultura; anziché ad una ragionevole ed organizzata prospettiva di economia della cultura, per valorizzare e utilizzare al meglio le risorse disponibili. Queste ultime non sono poche, ma sono spesso mal gestite o trascurate; o sono al più viste troppo spesso in una logica soltanto di sfruttamento e di profitto. La cultura è condizione di esistenza di ogni società, soprattutto se composta da grandi numeri, come è stato detto (Gustavo Zagrebelsky). È condizione per «riconoscersi senza conoscersi personalmente». È premessa per creare un senso di appartenenza, anzi di partecipazione. È espressione di una «costituzione culturale» indipendente dalla «costituzione economica» (finalizzata ad assicurare i beni materiali) e da quella politica (finalizzata ad assicurare ordine e sicurezza). Non può e non deve essere asservita o strumentalizzata ad esse o al conformismo. Infatti, nell’età «liquido-moderna» attuale (così Zygmunt Bauman) la cultura «è conformata in maniera tale da corrispondere alla libertà individuale di scelta e alla responsabilità individuale di quella scelta»; ha la funzione «di assicurare che la scelta sia e rimanga sempre una necessità e un dovere inderogabile di vita…» Proprio per questo è essenziale il superamento di una sorta di disattenzione che vi è stata sin dall’origine verso il primo comma dell’articolo 9 della Costituzione, dedicato alla cultura e alla ricerca. Era considerato – si

diceva – una “pseudodisposizione infelice” priva di valore normativo, perché indeterminata e destinata a trovare spiegazione e concretezza nei successivi articoli 33 (libertà di arte e scienza e del loro insegnamento) e 34 (accesso di tutti alle scuole). Perciò era trascurato a favore dell’indagine sul secondo comma, dedicato al paesaggio e al patrimonio storico e artistico della Nazione. La peculiarità e la novità dell’articolo 9 nella sua unità stanno invece nella stretta connessione tra le due componenti del primo e del secondo comma: una connessione da riscoprire e da valorizzare. Essa condiziona l’interpretazione di ciascuna delle due componenti e dell’insieme della norma; rende superata e non più attuale la pretesa di una loro trattazione separata. Il trittico e i differenti compiti assegnati alla Repubblica e allo Stato sembrano dunque ricomporsi. Sul piano dei rapporti etico-sociali della Parte I della Costituzione il faro è offerto dall’articolo 33. Quest’ultimo – nel sancire la libertà dell’arte e della scienza – non si limita ad assegnare valore di intangibilità ad un diritto per chiunque; ma finisce per “qualificare” contenutisticamente tanto l’arte che la scienza come materie “in sé” libere, quindi non “limitabili” da parte dello Stato. Ma è altrettanto evidente come la cultura di cui lo Stato deve promuovere lo sviluppo non sia avulsa dal contesto di valori in cui il costituente l’ha iscritta. Da ciò la conseguenza che il suo sviluppo dovrebbe rappresentare una progressione verso il conseguimento di quei valori, dando risalto alla storia che ha accompagnato un simile progresso verso il bene comune.

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3.2. La cultura come bene comune Senza memoria non può esistere identità e il passato è destinato a ripetersi. Come osserva Primo Levi, «è avvenuto, quindi può succedere di nuovo»; come è scritto all’ingresso del campo di concentramento di Dachau, «chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo». La cultura del territorio e della memoria è il primo ed essenziale valore per uscire dalla crisi che stiamo vivendo: una crisi non solo finanziaria, ma soprattutto di cultura. La cultura come condivisione di esperienze tra istituzioni e società civile, tra popolazioni, tra individui. Oltre alla lingua parlata e scritta, sono componenti essenziali della cultura la lingua del paesaggio, quella delle pietre, la lingua dell’arte, quella della musica, quella delle tradizioni: rivolte a tutti e comprensibili da tutti. Infatti nell’articolo 9 della Costituzione la cultura insieme alla ricerca è evocata come la premessa – di cui promuovere lo sviluppo – della tutela del paesag-


gio e del patrimonio storico e artistico: progettare il futuro e un suo sviluppo sostenibile attraverso l’eredità e l’insegnamento del passato. Il patrimonio culturale è il segno più evidente dell’identità di una comunità, della sua unità e delle sue divisioni, della sua storia. Con esso lo è anche e particolarmente il patrimonio storico, artistico e ambientale, che sono inscindibilmente connessi fra di loro e con il primo in una interdipendenza reciproca (“simil stabunt, simil cadent”). La conoscenza di quei patrimoni – ai diversi livelli – e la loro fruizione da parte di tutti i membri della comunità, in condizioni di eguaglianza e di agevole accessibilità, sono condizione per il pieno sviluppo della persona umana, per il raggiungimento e per il riconoscimento della sua pari dignità sociale (art. 3 Cost.). In questo senso è stimolante la concezione del territorio e della memoria e di ciò che racchiudono come patrimonio di ciascuno e di tutti: nostro; di chi ci ha preceduto in passato; di chi convive con noi su di esso; di chi ci succederà in futuro su quel territorio; con le nostre e le loro tracce, i nostri e i loro interventi. Un territorio che esprime attraverso quelle tracce ed interventi la sovranità di ciascuno di noi su di esso; che è vivo e presente in ciascuno e in tutti noi attraverso la memoria. Un valore in sé, risultante dalla fusione fra natura, esperienze umane, manufatti, arte e ambiente. Non soltanto un contenitore di specifici e isolati monumenti o testimonianze del nostro passato. Non soltanto uno spazio in cui quei monumenti e quelle testimonianze – ancorché esaltati con una collocazione “museale” – sopravvivano senza poter esprimere pienamente il proprio valore e significato artistico, storico, etico e civile; o il proprio disvalore (come nel caso del portone e della rampa di ingresso ad Auschwitz-Birkenau o di certi esempi di archeologia industriale). Una delle sfide più importanti delle nostre società è quella di passare dalla cultura dell’appartenenza alla cultura della partecipazione. Due secoli fa il leitmotiv del nostro vivere insieme era la cultura della proprietà e dell’avere. Da un secolo a questa parte era subentrato il leitmotiv dell’essere, dell’appartenenza e della cittadinanza come identità, che però è divenuta divisiva e non più inclusiva. Ora il leitmotiv è diventato il tema della cultura della conoscenza e della partecipazione. Ecco allora l’importanza della cultura come bene comune; la cultura non può più essere un fatto solo di élite o di settori specifici dell’economia o della società. La cultura è un ecosistema che coinvolge le principali dimensioni della vita sociale: la salute, il lavoro, il riposo e lo svago, l’innovazione, la sostenibilità ambientale, la coesione sociale, la qualità della vita. Da ciò

quindi sia la necessità di uno sviluppo fondato sulla cultura; sia la novità dell’articolo 9, nel mettere insieme in un trittico originale cultura e ricerca, paesaggio e ambiente, patrimonio storico e artistico. A tal fine occorre investire nella scuola; nell’aumento della competenza culturale; in nuove forme di business e di turismo; in nuove forme di disciplina della proprietà intellettuale; in nuove forme di politica fiscale, per limitarsi a qualche esempio. Occorre uscire dalla logica che ha continuato per troppo tempo a vedere la cultura, l’arte e la bellezza come una sorta di vetrina da porre in mostra per gli stranieri o di prodotto riservato ad una élite politica o sociale. Penso alla necessità di rivedere i nostri schemi tradizionali per la tutela dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio storico e artistico, della memoria. Sono componenti fondamentali per la democrazia e per la libertà del nostro modo di vivere; sono componenti altrettanto fondamentali di un’etica pubblica che si salda con la moralità individuale. È un’etica collettiva e individuale al tempo stesso: evoca il principio costituzionale di solidarietà; si traduce nella cultura della responsabilità e prima ancora nella cultura della reputazione e della vergogna. È un’etica ancora troppo lontana dalla nostra formazione e dal nostro modo di pensare. Ma è una premessa indispensabile per una adesione consapevole quanto difficile alla cultura della legalità sostanziale e non solo di quella formale. È una condizione essenziale per il coinvolgimento consapevole di tutti nella tutela e nella promozione di beni comuni come la cultura. È necessaria ed auspicabile negli stessi termini in cui comincia ad essere avvertita e richiesta per svolgere un’azione efficace di prevenzione e contrasto nei confronti di un altro problema di estrema gravità: la corruzione.

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3.3. La cultura come espressione di cooperazione e di solidarietà L’articolo 9 è collocato nei principi fondamentali della Costituzione, sullo stesso piano dell’affermazione degli altri principi come la libertà, l’eguaglianza, la pari dignità, la solidarietà, il personalismo, il ripudio della guerra, la laicità. Per questo è essenziale la concezione del patrimonio culturale e del patrimonio storico-artistico e ambientale come beni comuni: è una concezione unitaria e dinamica che non può essere frammentata. È una concezione dinamica perché non può essere solo conservativa. È positiva: non solo la tutela, ma la tutela orientata alla fruizione di quei beni ed al riconoscimento e all’attuazione del rapporto tra diritti fondamentali. È


unitaria perché l’intervento sul patrimonio ambientale e sul patrimonio culturale deve essere unitario; deve essere compito, opera e responsabilità di tutti. Proprio per questo la Costituzione parla di Repubblica. Tutti “devono prendersi cura della Repubblica”, come ha ricordato esplicitamente il Presidente della Repubblica nel suo messaggio di auguri per il 2016. Il tema del patrimonio ambientale e culturale evoca infatti un altro principio fondamentale della Costituzione: la sussidiarietà orizzontale. Quest’ultimo principio è riconosciuto esplicitamente dall’art. 118 ultimo comma dopo la riforma del 2001, come attuazione concreta del principio altrettanto fondamentale di solidarietà. Esso richiama – attraverso il c.d. terzo settore – il superamento di una contrapposizione rigida e già tradizionale tra un pubblico per tradizione inefficiente e un privato per tradizione finalizzato solo al profitto. Ciò si realizza grazie all’intervento del sociale, dell’occupazione giovanile, del volontariato e della cooperazione. Il sistema italiano dei beni culturali è segnato da una grande ricchezza e da una notevole diffusione sul territorio; dalla coesistenza di una pluralità di interessi, di attori pubblici e privati; dalla frammentazione di competenze e attività. In questo scenario è essenziale la cooperazione fra i diversi soggetti coinvolti: sia la cooperazione istituzionale fra soggetti pubblici; sia quella fra pubblico e privato; sia nel privato la cooperazione fra impresa e no-profit. Per questo l’articolo 118 ultimo comma della Costituzione prescrive allo Stato, Regioni, Città metropolitane e Comuni di favorire «l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà» orizzontale. Il terzo settore è una realtà che è espressione della società civile e del no-profit. Può e deve agire non in contrapposizione, ma in sinergia e in competizione con il settore pubblico e con quello profit, attraverso il volontariato, l’associazionismo e le fondazioni, una imprenditoria sociale e non commerciale. Si esprime nella ricchezza del pluralismo dei suoi protagonisti; discende dal principio personalistico e da quello di solidarietà. Certo anche il no-profit in molti casi si è rivelato un terreno di corruzione dove molti individui hanno si sono arricchiti. Sotto questo profilo, è di rilevante interesse – per l’attuazione in concreto dell’articolo 9 sul versante della sussidiarietà orizzontale – la legge-delega per la riforma del terzo settore e dell’impresa sociale, attualmente all’esame della Camera dei deputati in seconda lettura, sulla base delle linee-guida predisposte dal Governo nel 2014. Si tratta di una svolta culturale più che politica. La sua ispirazione favori-

sce una economia al servizio dell’uomo, la quale supera il modello liberista di mercato. Gli operatori del settore sono chiamati a diventare produttivi per finanziare i propri scopi, creare occupazione, senza snaturare la missione sociale dell’impresa. Soprattutto, da questo contesto scaturisce una concezione che non persegue per il patrimonio ambientale e culturale soltanto una valorizzazione di tipo esclusivamente economico; persegue invece una valorizzazione intesa come crescita della fruibilità di quel patrimonio da parte di tutti. Questo fa capire quanto sia importante, originale e nuovo, il principio affermato dall’articolo 9. Lo era già quando la Costituzione venne varata. È ancora più attuale adesso, nel momento in cui altre Costituzioni più recenti della nostra hanno ripreso quel principio fondamentale, il quale lega la tutela del patrimonio ambientale e del patrimonio storico artistico alla promozione dello sviluppo della cultura. Nel frattempo si è superata l’affermazione tranchante che con la cultura non si mangia. Con la cultura si pensa, si riflette, si ricerca, si inventa, si scambia, si dialoga; solo a queste condizioni con la cultura si può anche mangiare. L’art. 9 della Costituzione propone in questo senso, a ben vedere, una economia della cultura; è cosa ben diversa da una economia di cultura (come finora si è fatto). Quest’ultima vuol dire soltanto e soprattutto risparmio di cultura, tagli indiscriminati orizzontali e verticali alle risorse e ai mezzi della cultura. La prima invece significa consapevolezza, organizzazione, coordinamento fra soggetti, competenze, programmi e attività per la salvaguardia, la valorizzazione, la miglior accessibilità e fruizione del patrimonio culturale e ambientale in tutte le sue molteplici componenti ed espressioni. Biblioé è un esempio della valorizzazione e salvaguardia della cultura in una situazione di profonda crisi della cultura stessa del nostro paese. Basti pensare alla crisi del libro, della lettura. Si sostituisce il libro come fonte di informazione con altri strumenti legati alla tecnologia.

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3.4. Gli strumenti per la cultura: il libro… Libro e lettura sono fondamentali per la crescita sociale, culturale ed economica del paese. È necessario reagire agli scarsi livelli di partecipazione culturale; agli inadeguati livelli di istruzione; alle troppo deboli competenze della popolazione adulta; all’analfabetismo di ritorno. Ciò richiede di rivitalizzare il libro e la lettura, anche attraverso la valorizzazione della loro


È il timore della proliferazione di scorciatoie tecnologiche di massa per creare un simulacro ed un’illusione di partecipazione. D’altronde è noto che nel nostro Paese (ma non solo in esso) troppi smettono di essere dignitosi per diventare o per restare “dignitari”. Non quindi un’alternativa e un rifiuto aprioristico della chat o del libro; né la scelta dell’una al posto dell’altro o viceversa. Ma la necessità di essere consapevoli della loro diversità di funzione e quindi di legittimazione; la necessità di essere consapevoli del rischio che l’assuefazione alla chat e simili faccia perdere il gusto, prima ancora il bisogno del libro. La necessità – motivata da un autorevole semiologo, filosofo e scrittore italiano, recentemente scomparso (Umberto Eco) – di essere consapevoli che «i libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Sono fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in banca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata. Possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno. Stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture … appartengono a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta».

immagine sociale; di garantire un accesso ampio ad essi; di rimuovere gli squilibri territoriali (anche e soprattutto fra Nord e Sud); di promuovere la frequentazione delle biblioteche. La crisi della diffusione, circolazione e lettura del libro è nota. É una crisi provocata o quanto meno accentuata dalle occasioni tecnologiche di sostituirlo con altri strumenti diversi e probabilmente inadeguati, ma più seducenti e apparentemente suggestivi. L’ampiezza di quella crisi è testimoniata ampiamente dalla percentuale troppo bassa di lettura (un italiano su due legge uno o due libri l’anno); dalla scarsità di istruzione e di “accesso libero e senza limitazioni alla conoscenza, al pensiero, alla cultura e all’informazione” (così il manifesto Ifla-Unesco sulle biblioteche pubbliche del 1994); dalla continua diminuzione del numero dei lettori e dalla progressiva riduzione del mercato del libro. Perciò è importante una proposta di legge attualmente all’esame della Camera dei deputati (n. 1504 del 2013: “Disposizioni per la diffusione del libro su qualsiasi supporto e per la promozione della lettura”) per la promozione e la diffusione del libro, del suo acquisto e della lettura; per il sostegno del mercato e della filiera del libro, mettendo insieme tutti i soggetti coinvolti in essi; per quello delle librerie indipendenti di fronte alla crisi del settore; per la promozione della lettura a scuola; per l’adozione di incentivi fiscali all’acquisto di libri e alla lettura; per gli interventi mirati su specifiche fasce di lettori. Ci si chiede (Gustavo Zagrebelsky) se per la cultura oggi sia meglio o sia addirittura inevitabile il ricorso a wikipedia, alle chat, ai tweet e ai loro numerosi fratelli e cugini, in sostituzione del libro. I primi appartengono al mondo dell’istantaneità, dell’azione e reazione in tempo reale, della comunicazione. Il secondo appartiene al mondo della formazione, della durata nel tempo; ad eccezione ovviamente delle invenzioni dell’instant book e/o della “spremuta” di un classico attraverso la sua sintesi, che riscopre una vecchia formula di “Selezione dal Reader’s Digest”. D’altronde Google sta diventando la nuova biblioteca di Alessandria: con tutto ciò che questo implica di positivo ma anche di negativo, in termini di accesso alla cultura. Non ho dubbio su cosa per me – e spero per molti altri – sia meglio. Basterebbe a motivare la scelta la connessione tra la chat e il selfie, altra pratica universale. Non è una questione di snobismo o di chiusura elitaria. É il timore che il selfie e la chat non siano soltanto la ricerca di occasioni e di espressioni di prossimità; ma diventino una forma impropria di ricerca di frammenti di dignità e di potere attraverso il contatto e la vicinanza con gli altri; o più ancora attraverso il contatto con il potente di turno, mediante l’immagine o la comunicazione.

Accanto al libro occupa un posto di rilievo ed un valore emblematico la biblioteca. Essa, già intesa esclusivamente come deposito di materiale documentario prevalentemente librario, deve essere adeguata alle avvenute mutazioni socio-culturali e tecnologiche. Tra la generazione Gutenberg (a tacere dell’antichità classica) e la generazione tablet si è creato uno squilibrio che occorre colmare. La tentazione di resistere ai cambiamenti va superata; essi vanno affrontati senza timore e governati responsabilmente, tenendo conto della loro rapidità e obsolescenza. Ad esempio molte biblioteche, nei primi anni 2000, hanno informatizzato quante più postazioni di lettura possibili; una innovazione importante all’epoca, ma forse ora superata dal diffondersi dei tablet e della tecnologia wi-fi. La stessa diffusione di internet ha reso possibile sia la condivisione on-line dei cataloghi; sia forme di coinvolgimento dell’utenza nella creazione di nuovi contenuti (social network, forum ed altro) per i portali delle diverse biblioteche; sia la creazione di uno spazio reale di sperimentazione e dibattito.

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3.5. (segue) …e la biblioteca.


I mutamenti suggeriscono anche altri cambiamenti: nella capacità del personale delle biblioteche di intercettare e prevenire le richieste dell’utenza; in quella di fornire a quest’ultima indicazioni attraverso le modalità di comunicazione ad essa più confacenti; nella elaborazione – che va diffondendosi – di indicatori di customer satisfaction per il miglioramento e l’ottimizzazione dei servizi all’utenza. Tuttavia i cambiamenti e ancor di più la gestione ordinaria hanno un costo; le risorse – non solo economiche, ma anche di personale – non sono certo abbondanti e vengono di continuo falcidiate. Sono di questi tempi la denunzia di molti sull’«accanimento di tagli alla musica, al teatro, ai musei, alle biblioteche»; la replica del Ministro dei beni e delle attività culturali, che rivendica fra l’altro la «grande attenzione rivolta al settore bibliotecario»; la sua promessa che la prossima sarà una stagione non di tagli ma di risorse per la cultura, nel quadro della sinergia fra pubblico e privato attraverso il mecenatismo e l’artbonus (anche e specificamente a favore delle biblioteche). È innegabile che le istituzioni culturali (ma, si vorrebbe dire, la cultura) non godono di buona salute nel nostro Paese. Accanto a vere e proprie isole di eccellenza, la scarsità di risorse ha portato a realtà che si reggono spesso sulla buona volontà e sul senso di responsabilità dei singoli operatori. L’Italia si caratterizza per il grande patrimonio artistico e culturale: 3.609 musei; quasi 5.000 siti culturali tra monumenti, musei e aree archeologiche; 46.025 beni architettonici vincolati; 34.000 luoghi di spettacolo; 49 siti Unesco; centinaia di festival ed iniziative. Un simile patrimonio richiederebbe un livello di progettazione adeguato per l’offerta di servizi culturali che li rendano facilmente fruibili; invece esso appare sempre più abbandonato a se stesso; così come appare sempre più evidente il progressivo arretramento culturale. A conferma, le biblioteche italiane sono frequentate dall’11,7% della popolazione, a fronte di un dato medio del 35% nell’Unione Europea. Negli ultimi anni il budget delle biblioteche statali italiane è stato diminuito in modo rilevante. I tagli più consistenti riguardano le somme destinate all’acquisto dei libri; gli investimenti in informatica; la tutela e la conservazione; il numero di unità di personale. Tutto ciò si traduce in strutture e collezioni sempre più invecchiate; in servizi sempre più carenti; in orari di apertura sempre più ridotti; in demotivazione ulteriore dei bibliotecari. Il divario della situazione tra biblioteche del nord e sud Italia. Eppure le biblioteche sono una struttura fondamentale a supporto dell’istruzione; contribuiscono al miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Sono vere e proprie infrastrutture culturali con una diffusione capillare sul territorio; rivestono un ruolo essenziale per favorire l’accesso

alla lettura. Sono fondamentali nell’organizzazione culturale del paese: in particolare le 46 biblioteche statali di cui due nazionali; 9 universitarie; altre nate da antiche collezioni o annesse ai monumenti nazionali. Non possono essere viste soltanto come un costo da tagliare, anziché cercare di razionalizzare le spese. In un documento programmatico del 2011 (Rilanciare le biblioteche pubbliche italiane) l’Associazione Italiana Biblioteche sottolineava la necessità di un ripensamento delle biblioteche quali servizi sociali oltre che culturali, come succede nel resto dell’Europa; la necessità di una loro trasformazione evidente e di un processo di cambiamento profondo del loro lavoro. Nella situazione italiana le biblioteche non possono certo essere la panacea; ma possono costituire parte della soluzione anziché della crisi. Se si vuole modificare l’ecosistema culturale e creare un habitat nel quale le forme più diverse di creatività possano mettere radici, si deve partire dalle città e avviare servizi che nel lungo periodo stimolino la lettura, la conoscenza della musica, del cinema, dell’arte. Questi servizi hanno un senso soltanto se sono collegati tra loro; se collaborano; se formano una rete (termine già prematuramente logoro, di cui si è dimenticato il significato originario di strumento flessibile, ma unitario e solido). Scuole, università, biblioteche, musei, teatri sono purtroppo in tantissimi casi gestiti ancora in modo autoreferenziale; addirittura senza la conoscenza di cosa fa il vicino; men che meno con un coordinamento fra di loro. L’università e la scuola si rivolgono solo a determinate fasce di età; i musei sono ancora troppo lontani dall’esperienza quotidiana; i teatri coltivano interessi specifici. Biblioteche rinnovate potrebbero dare un impulso alla collaborazione tra istituzioni diverse, oltre ad indirizzare il cittadino verso altre esperienze culturali sul territorio e fungere da vero e proprio punto di riferimento per la crescita di ciascuno. Le biblioteche sono (e devono diventare) luoghi della cultura per garantire a tutti il diritto allo studio, alla ricerca, alla documentazione, all’apprendimento permanente, allo svago, all’informazione e alla conoscenza, all’accesso ai libri. Devono diventare dei sistemi bibliotecari attraverso la loro organizzazione in rete, che condividano strutture e risorse e coordinino attività e servizi. La saggezza di un antico proverbio africano ricorda che «ogni volta che muore un vecchio è come se bruciasse una biblioteca». È giusto; ma a me sembra che accanto al fuoco che distrusse la Biblioteca di Alessandria sia altrettanto dannosa la morte di tante, troppe biblioteche – e quindi della cultura – per l’inedia, l’abbandono, la dimenticanza, la chiusura, la polvere sui libri dei loro scaffali. Occorre fare tutto il possibile per evitare sia il fuoco che l’abbandono.

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3.6. Dignità e libertà in montagna: il 25 aprile di allora e di oggi Perché parlare di questo proprio il 25 aprile. Il sistema bibliotecario del Trentino che in questo giorno celebriamo, i “centocinquanta luoghi comuni” che lo compongono sono una risposta valida, significativa, capillare alle domande che oggi sollevano la crisi della biblioteca, quella del libro, quella della cultura nel nostro Paese. Sono una “festa collettiva” e una promessa per il futuro dei protagonisti, degli operatori e degli utenti di questo settore fondamentale per il nostro sviluppo, anzi per la nostra sopravvivenza. Suono, segno, memoria, lettura, ricerca, ascolto, visione: sono le tappe di un percorso culturale – riassunto, illustrato e documentato da Biblioè – che ci coinvolge tutti, per giungere alla pari dignità sociale; per conservare e consolidare la nostra libertà. Questo percorso assume oggi, 25 aprile, un significato particolare e profondo nel giorno in cui si conclude l’anno del settantacinquesimo anniversario della Liberazione del nostro Paese: un momento fondamentale di sofferenza e di riscatto che costituisce la premessa della scelta repubblicana e costituzionale sbocciata il 2 giugno 1946. La Resistenza in Trentino, come è noto, ha avuto una fisionomia particolare, in parte diversa da quella di altre zone e località del nostro Paese. È una fisionomia legata alla concretezza, alla peculiarità, alla collocazione geografica, alla storia e alla realtà della Provincia di Trento. La recente annessione all’Italia; le nostalgie asburgiche e le aspirazioni autonomiste che vennero alimentate dall’insofferenza verso il regime fascista; la presenza capillare e la dominazione tedesca nella regione dell’Alpenvorland in cui il Trentino venne incorporato come zona strategica per le comunicazioni con la Germania; la tecnica dell’occupazione nazista, caratterizzata dall’esclusione della presenza fascista e della Repubblica di Salò e dalla almeno apparente attenzione verso quelle aspirazioni autonomiste e verso quelle nostalgie asburgiche. Sono tutti elementi che ostacolarono una partecipazione popolare di massa alla Resistenza; che spinsero la popolazione all’acquiescenza quando non all’adesione alla linea del Gauleiter Hofer; che non consentirono l’affermazione e lo sviluppo di una lotta antifascista, come invece in molte altre parti d’Italia; che alimentarono la difficoltà di sentire il movimento di liberazione come patrimonio comune. Ne emergono la possibilità ridotta di muoversi e di organizzare azioni militari in grado di coinvolgere il sostegno delle popolazioni; l’eccezionalità di tali iniziative, sviluppatesi soprattutto in Val di Fiemme e in Val di

Non e nelle zone periferiche del Basso Sarca, del Tesino e del Pasubio; la diffidenza delle popolazioni e il timore di azioni che potessero dar luogo a rappresaglie; il fastidio per l’enfasi e la retorica e per le strumentalizzazioni di ogni colore, dopo la conclusione della guerra, in un clima più attento alla ricerca dell’autonomia; il processo di “rimozione collettiva” del dopoguerra; la difficoltà di sentire ed apprezzare il movimento di liberazione nazionale come patrimonio comune. Ciò nulla toglie all’eroismo e al sacrificio di protagonisti e di figure emblematiche della Resistenza trentina come Giannantonio Manci, Egidio Bacchi, Giuseppe Ferrandi, Ernesta e Gigino Battisti, Mario Pasi; come Ancilla Marighetto e Clorinda Menguzzato (le staffette partigiane Ora e Veglia, entrambe Medaglie d’oro alla memoria); come molti altri che furono vittime dei rastrellamenti, degli scontri e degli eccidi del maggio-giugno 1944 e del febbraio 1945, per ricordare alcuni tra gli episodi più salienti e drammatici della Resistenza Trentina. Ciò rende ragione del clima di sobrietà, di riservatezza, di pudore, di assenza di enfasi trionfalistica e retorica, di sincerità nel riconoscere gli ostacoli, le condizioni locali, il contesto politico, che si colgono nelle testimonianze di molti protagonisti della Resistenza trentina, i quali parteciparono a quest’ultima come componenti del locale Comitato di Liberazione Nazionale o come protagonisti. Per questo è giusto ricordare i momenti qualificanti del percorso della cultura che oggi celebriamo con Biblioè si raccordano idealmente e specificamente con il percorso della Resistenza in Trentino, nei termini in cui esso è stato sintetizzato e riassunto in due affermazioni di un grande trentino, italiano, europeo, cui molto deve il nostro Paese: Alcide De Gasperi; due affermazioni dedicate rispettivamente alla dignità e alla libertà. Ne primo discorso dopo la liberazione di Roma, il 23 luglio 1944, De Gasperi chiedeva agli Alleati «che ci aiutino a portare il peso della nostra sventura con dignità … chiediamo di combattere per la nostra ricostruzione civile e morale … darci il mezzo di salvare il popolo italiano … nella sua dignità, nel suo onore, nella sua forza». Nel secondo discorso, tenuto il 28 dicembre 1950 (ai partigiani cristiani), De Gasperi ricordava che «Voi non vi siete battuti semplicemente per la cacciata dei tedeschi; vi siete battuti per creare un rinnovamento profondo nel Paese … La vostra parola comune è libertà … prima, nel senso di indipendenza del Paese contro qualsiasi dominazione e aggressione; … poi in regime politico, avvento delle forze popolari al Governo; … nella giustizia sociale, cioè ridistribuzione della proprietà, del reddito, della ricchezza; libertà consapevole dei valori spirituali, eterni, religiosi».

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Sono parole che risentono evidentemente del contesto politico generale di contrapposizione del Paese e della peculiarità della situazione del Trentino, nel momento in cui vennero pronunziate: un contesto che probabilmente ha reso difficile una riflessione critica e una presa di coscienza più approfondita sulle condizioni ambientali, le contraddizioni, le debolezze che ostacolarono la lotta contro il fascismo e contro il nazismo. Ma quel contesto nulla leva al significato del percorso dalla dignità alla libertà, che Alcide De Gasperi e molti altri trentini tracciarono allora; e che è giusto ricordare oggi, a settantuno anni di distanza, nel momento in cui si chiude una manifestazione dove celebriamo la cultura come premessa della dignità e della libertà.

Appendice

Slide 1: Il Sistema Bibliotecario Trentino. Le biblioteche

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Il Sistema Bibliotecario Trentino. Il patrimonio

Il Sistema Bibliotecario Trentino. Le iniziative

Il patrimonio documentale catalogato ammonta a 1.907.297 titoli, per un totale di 5.131.606 esemplari.

Nel 2015 le biblioteche hanno realizzato 2.144 iniziative: 6 attività al giorno.

Musica a stampa e manoscritta: 1,7%

Attività con le scuole Animazione e laboratori per bambini Mostre/esposizioni Presentazione di libri Dibattiti/conferenze Altro Corsi Rappresentazioni teatrali Concerti/spettacoli musicali Comunicazione (pubblicazioni, newsletter,..) Reading/gruppi di lettura Proiezioni di film/video Collaborazione/gemellaggio stabile

Materiale da proiettare (DVD,VHS): 1,2% Riviste e quotidiani: 1,9%

Articoli di libri e riviste: 6,0%

Libri: 87,2% 83% Saggistica 17% Narrativa

2,0%

Patrimonio di interesse trentino: 4,2%

Carte geografiche Manoscritti e tesi CD (musicali e audiolibri) E-book Altro (CD/DVD-ROM, kit, manifesti, locandine, oggetti,..)

Slide 2: Il Sistema Bibliotecario Trentino. Il patrimonio

Le biblioteche offrono una molteplicità di servizi, tradizionali e innovativi. Tra questi si ricordano:

Nel 2015 le biblioteche hanno realizzato 2.144 iniziative: 6 attività al giorno.

Prestito Interbibliotecario

Al fine di garantire l'accesso di ogni utente all'intero patrimonio, indipendentemente dalla collocazione geografica e dalla collezione della singola biblioteca; in questo modo vengono garantiti a tutti gli utenti pari opportunità di accesso e diritto di scelta

Internet e WiFi

Le biblioteche garantiscono il collegamento ad internet per permettere agli utenti di consultare in autonomia il Catalogo bibliografico trentino; inoltre, possono mettere a disposizione postazioni con pc fisso (oltre 450) o abilitazioni WiFi per la navigazione libera

Patrimonio digitale

Grazie all'adesione del SBT a MediaLibraryOnLine (rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale), gli utenti iscritti possono accedere ad un ampio patrimonio digitale: e-book (circa 8.600 di proprietà del SBT e oltre 106.000 open), giornali e riviste, musica, video, audiolibri, banche dati, corsi online

Slide 3. Il Sistema Bibliotecario Trentino. I servizi

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11,5% 10,6% 10,5% 8,6% 8,3% 5,6% 3,9% 3,8% 3,7% 2,8% 1,1%

Slide 4. Il Sistema Bibliotecario Trentino. Le iniziative

Il Sistema Bibliotecario Trentino. Le iniziative

Sistema informativo unitario con cui viene raccolto, ordinato, aggiornato, conservato e reso disponibile tutto il patrimonio documentale in possesso delle biblioteche; consente di trovare il documento di interesse mediante una ricerca online collegandosi al sito dedicato

13,5%

Tipologia “altro”: ● “biblioteca fuori di sé” (biblioteca esce dal suo edificio per trovare nuovi utenti) – esperienze più significative: biblioigloo, bibliobus, libri al rifugio, libri in piscina, libri al lago ● escursioni all'aperto ● gite in montagna ● letture nel bosco

Il Sistema Bibliotecario Trentino. I servizi

Catalogo Bibliografico Trentino

16,0%

Graphic novel ✔Poesia dialettale ✔Satira ✔Astronomia ✔Meditazione ✔Musica barocca ✔Giornalismo ✔Filosofia ✔Emarginazione/sociale ✔Storia locale e nazionale ✔Tradizioni trentine ✔Fotografia ✔Psicoanalisi ✔

Slide 5:

Scultura ✔Photoshop ✔Public speaking ✔Calcografia ✔Pittura ✔Orto ✔Burattini ✔Cucina vegana ✔Origami ✔Economia solidale ✔Burraco ✔Cambiamenti climatici ✔Funghi ✔

Attività con le scuole Animazione e laboratori per bambini Mostre/esposizioni Presentazione di libri Dibattiti/conferenze Altro Corsi Rappresentazioni teatrali Concerti/spettacoli musicali Comunicazione (pubblicazioni, newsletter,..) Reading/gruppi di lettura Proiezioni di film/video Collaborazione/gemellaggio stabile

Tipologia “altro”: ● “biblioteca fuori di sé” (biblioteca esce dal suo edificio per trovare nuovi utenti) – Il Sistema Bibliotecario Trentino. Le bibliobus, iniziativelibri al rifugio, libri in piscina, libri al lago esperienze più significative: biblioigloo, ● escursioni all'aperto ● gite in montagna ● letture nel bosco

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16,0% 13,5% 11,5% 10,6% 10,5% 8,6% 8,3% 5,6% 3,9% 3,8% 3,7% 2,8% 1,1%


Il Sistema Bibliotecario Trentino. Il personale

Il Sistema Bibliotecario Trentino. Il personale

Nelle biblioteche lavorano più di 550 persone: oltre due terzi sono donne, mentre gli uomini superano appena il 32%.

Nelle biblioteche lavorano più di 550 persone: oltre due terzi sono donne, mentre gli uomini superano appena il 32%.

Quasi il 60% lavora come dipendente dell'ente gestore della biblioteca, mentre il 40,4% è rappresentato da personale esternalizzato, dipendente di cooperative.

Quasi il 60% lavora come dipendente dell'ente gestore della biblioteca, mentre il 40,4% è rappresentato da personale esternalizzato, dipendente di cooperative.

Anno di nascita 40,4%

40,4%

59,6%

Dipendenti dell'ente

59,6%

Interni – Responsabili

Interni – Bibliotecari

< 1950

2,4%

0,0%

1951-1960

40,7%

28,0%

1961-1970

36,6%

44,0%

1971-1980

16,3%

22,7%

>1981

3,3%

4,3%

L'età media è di 51 anni

Dipendenti dell'ente 330 operatori 37,3% responsabili

Inoltre, quasi un quarto degli operatori (128) è abilitato alla catalogazione o possiede una specializzazione come archivista.

Slide 6: Il Sistema Bibliotecario Trentino. Il personale

62,7% assistenti bibliotecari

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Il Sistema Bibliotecario Trentino. Il personale Nelle biblioteche lavorano più di 550 persone: oltre due terzi sono donne, mentre gli uomini superano appena il 32%. Quasi il 60% lavora come dipendente dell'ente gestore della biblioteca, mentre il 40,4% è rappresentato da personale esternalizzato, dipendente di cooperative.

40,4%

224 operatori 59,6%

62,1% inseriti mediante politiche attive del lavoro

37,9% operatori dipendenti di cooperative

Dipendenti dell'ente

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I Profili Il Sistema Bibliotecario Trentino. Il personale Nelle biblioteche lavorano più di 550 persone: oltre due terzi sono donne, mentre gli uomini superano appena il 32%. Quasi il 60% lavora come dipendente dell'ente gestore della biblioteca, mentre il 40,4% è rappresentato da personale esternalizzato, dipendente di cooperative.

40,4%

224 operatori 59,6%

62,1% 37,9% inserito operatori mediante dipendenti di politiche attive cooperative del lavoro Il 46% lavora più di 30 ore settimanali Il 28% lavora part-time (tra 20 e 30 ore) ➢Il 26% lavora meno di 20 ore a settimana ➢ ➢

Dipendenti dell'ente

Il 21,2% ha un contratto a termine, a progetto oppure occasionale

Quasi il 39% lavora presso più sedi (nei punti di lettura o in biblioteche diverse)

Gianmario Baldi è direttore della biblioteca comunale di Rovereto, docente a contratto presso il Dipartimento di Scienze storiche e filologiche dell’Università Cattolica di Milano e autore e curatore di decine di pubblicazioni. Direttore de “Annali roveretani” e membro di vari enti di ricerca storica. Graziano Cosner, dal 1995 è direttore delle Biblioteche dell’Altopiano della Paganella, con responsabilità amministrative, di progettazione eventi e fundraising. È impegnato in vari progetti culturali nell’ambito della promozione della lettura, tra questi spicca l’ideazione e la realizzazione del “Biblioigloo” ad Andalo.

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Riccardo Decarli, dal 1991 è responsabile della Biblioteca della MontagnaSAT di Trento, collabora con diversi quotidiani e riviste, allestisce mostre ed è autore e curatore di numerosi cataloghi, pubblicazioni e documentari. Giovanni Maria Flick, giurista, politico e accademico, è stato Ministro di Grazia e Giustizia nel Governo Prodi (1996-1998), Giudice e Presidente della Corte Costituzionale. Attualmente è professore emerito di Diritto penale all’Università Luiss Guido Carli di Roma e presidente onorario della Fondazione Museo della Shoah di Roma. Sara Guelmi, sociologa, è direttore dell’Ufficio per il Sistema bibliotecario trentino e la Partecipazione culturale della Provincia di Trento. Ha pubblicato diversi lavori sulla certificazione e valutazione della qualità della dirigenza, sulla questione della parità di genere e sulla disabilità e sul servizio civile.

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Loredana Lipperini, giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica, dal 1990 scrive sulle pagine culturali de “La Repubblica” ed è fra i conduttori di Fahrenheit su Radio Tre. Ha inoltre pubblicato alcune opere fantasy, tra cui una trilogia e vari racconti. Claudio Martinelli, dal 2009 è dirigente del Servizio Attività Culturali della Provincia Autonoma di Trento. Ha maturato importanti esperienze nella progettazione e nella gestione delle politiche culturali in ambito pubblico. Mauro Marcantoni, direttore di Trentino School of Management. È autore di numerose pubblicazioni sui temi della dirigenza, dell’organizzazione aziendale e dello sviluppo economico locale. Monica Mattevi, insegnante, ricopre incarichi politici dal 2005, dapprima come assessore e poi come consigliere del comune di Stenico. Attualmente è Sindaco di Stenico e Assessore alla cultura all’interno del Consiglio delle Autonomie Locali della Provincia autonoma di Trento. Le Nuvole, unica biblioteca pubblica di Scampia ed una delle più grandi biblioteche specializzate di fumetti ed illustrazione in Italia. Aperta dal 2006, organizza corsi di disegno, corsi di tecnica del fumetto, seminari, incontri con autori, mostre personali e tematiche, conferenze e proiezioni. Sandro Osti, bibliotecario delle biblioteche dell’Altopiano della Paganella, è impegnato in vari progetti culturali nell’ambito della promozione della lettura, tra i quali spicca l’ideazione e la realizzazione di “Sceglilibro”, premio dei giovani lettori. Giorgio Zanchini, giornalista e conduttore radiofonico, dal 1996 è entrato alla Rai, dove ha condotto varie trasmissioni radiofoniche, e attualmente lavora a Radio Uno. Si occupa di giornalismo anglosassone e giornalismo culturale, temi ai quali ha dedicato varie pubblicazioni e su cui tiene lezioni e seminari.

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finito di stampare nel mese di gennaio 2017 da Nuove Arti Grafiche


Biblioè Riflessioni sul Sistema Bibliotecario Trentino, sul suo presente e sulle prospettive di sviluppo

Il Sistema Bibliotecario Trentino, nato nel 1977, conta oggi oltre 150 biblioteche presenti su tutto il territorio provinciale. Si tratta di 74 biblioteche di pubblica lettura, 42 punti di lettura, 43 biblioteche specialistiche e di conservazione. Per dare visibilità alla ricchezza di questo Sistema e per rappresentare la complessità che si cela dietro ciascuna biblioteca, si è ritenuto opportuno organizzare una manifestazione che rendesse evidente la valenza culturale e territoriale del Sistema Bibliotecario Trentino in relazione ai bisogni e le rinnovate necessità di informazione e conoscenza della comunità locale. Biblioè 150 luoghi comuni, dunque è nata come prima occasione per rendere visibile ed esplicita la capillarità delle biblioteche sul territorio provinciale, la loro multiforme identità quali spazi democratici e di accessibilità gratuita al sapere, alla conoscenza e all’informazione. Da Biblioè è affiorata la consapevolezza condivisa dall’amministrazione provinciale, dagli enti gestori e dagli operatori, che il Sistema Bibliotecario Trentino è una risorsa fondamentale della comunità, che necessita di essere curata e potenziata. Che deve essere oggetto di miglioramento per consentirgli di garantire (e possibilmente aumentare) servizi di qualità nel rispetto delle professionalità e delle persone. Questo testo raccoglie gli atti dei convegni organizzati nell’ambito della manifestazione Biblioè allo scopo di mettere a fattor comune e di rendere fruibili i contenuti emersi in tre passaggi fondamentali della manifestazione: “Protagonisti a confronto”, “Identità in movimento”, “La cultura: una premessa di pari dignità e libertà”.

Biblioè  

Riflessioni sul Sistema Bibliotecario Trenino, sul suo presente e sulle prospettive di sviluppo. a cura di Sara Guelmi

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