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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Il Progetto Alto Vedeggio piace alla popolazione, ora è al via il primo studio di fattibilità

Ambiente e Benessere Il graphic designer e ricercatore ticinese Marko Valdarnini sta lavorando sulle potenzialità della realtà virtuale per curare disturbi fobici

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXX 19 giugno 2017

Azione 25 Politica e Economia Intervista a Ruth Dreifuss, oggi presidente della Global Commission on Drug Policy

Cultura e Spettacoli È scomparsa recentemente a Lugano Ludovica Nagel, amica di Pavese e Natalia Ginzburg

pagina 13

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Burkhalter lascia, arriverà Cassis?

Due visioni sull’Europa a confronto

di Peter Schiesser

di Cristina Marconi e Paola Peduzzi

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pagine 23 e 31

La sorpresa è riuscita perfettamente, le dimissioni di Didier Burkhalter da consigliere federale hanno colto di sorpresa i giornalisti di Palazzo. Da tempo speculavano sul ritiro del ministro dell’economia pubblica Johann Schneider-Ammann, cui spesso leggono in volto la stanchezza, o di Doris Leuthard che, di vittoria in vittoria, un giorno si stancherà pure di vincere, oppure ancora di Ueli Maurer , il quale, meno energico dei tempi in cui militava nell’UDC, si stancherà forse di perdere votazioni campali come l’acquisto dei nuovi aerei militari e la riforma dell’imposizione delle imprese. Ma chissà, la decisione di Burkhalter potrebbe motivare altri colleghi a lasciare, metà legislatura è un buon momento, permette al partito di riferimento di arrivare alle seguenti elezioni federali con il bonus di aver portato vento nuovo nel governo. Dopo l’annuncio di Burkhalter, non è mancato fra i giornalisti chi ha scritto che, sì, negli ultimi mesi si erano notate le sue ripetute assenze da Berna. Sempre più spesso lavorava dalla sua casa sul lago di Neuchâtel. Che a 57 anni, dopo otto anni in Consiglio federale e 30 di carriera politica, Didier Burkhalter volesse dedicare il suo tempo alla vita privata e ad altri interessi, però, non se lo aspettavano. E dopo le prime attestazioni di rammarico e simpatia, sono giunte le valutazioni critiche sul bilancio della sua attività in Consiglio federale. Considerato una persona votata all’armonia, con un che di evanescente, molto diversa dal suo predecessore liberale radicale Pascal Couchepin e da Micheline Calmy-Rey che lo ha preceduto al Dipartimento degli affari esteri, non ha avuto l’incisività di altri colleghi, sia in ambito pubblico, sia nei dossier che si è trovato ad affrontare. Nei due anni e due mesi in cui è stato alla testa del Dipartimento federale dell’interno ha evitato di mettere mano alla revisione della legge sulle pensioni, ha perso la votazione sul Managed-Care e quella sulla riduzione del tasso di conversione per i capitali del secondo pilastro; da ministro degli esteri non è riuscito a sbloccare lo stallo con l’Unione europea. In compenso, ha brillato sulla scena internazionale quando durante la crisi ucraina, nel 2014, ha ricoperto il ruolo di presidente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. In quel mondo, di contatti con i potenti del mondo, si è sentito più a suo agio e più efficace che a Berna. Chi gli succederà? Nella Berna federale si è subito fatto anche il nome del consigliere nazionale Ignazio Cassis, liberale radicale. Per Cassis potrebbe essere l’occasione giusta, forse per lui unica, per riportare il Ticino in Consiglio federale dopo 18 anni. Al di là delle sue competenze in materia sanitaria, da ex medico cantonale e presidente della Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Nazionale, può portare una sensibilità ticinese anche nel dibattito sempre aperto sull’Europa. Tuttavia, il dibattito alle Camere sulla riforma delle pensioni su cui voteremo in settembre, in cui alla fine Cassis è risultato perdente, gli è costato molte simpatie fra i socialisti, inoltre il suo ruolo di presidente dell’associazione delle casse malati Curafutura potrebbe ancora una volta sollevare dubbi fra alcuni parlamentari. I romandi non cederanno volentieri il terzo seggio in Consiglio federale, se Ignazio Cassis verrà eletto lo dovrà probabilmente ai colleghi svizzero-tedeschi.

Risultati della votazione generale 2017 19’665 soci hanno votato (partecipazione al voto 20,3%)

SI: 17’969

97,5%

NO: 453

2,5%

2. I risultati del sondaggio che riguarda l’offerta di Migros Ticino rispetto alla concorrenza saranno pubblicati in un prossimo numero di Azione.

Il Consiglio di amministrazione ringrazia per la fiducia accordatagli

AFP

1. Approva i conti annuali 2016, dà scarico al Consiglio di amministrazione e accetta la proposta per l’impiego del risultato di bilancio?


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Attualità Migros

M Robot, realtà aumentata e un viaggio nella Silicon Valley Percento culturale MigrosConsegnati i premi del concorso digitale per ragazzi

bugnplay.ch 2017

Robotica, realtà aumentata e animazione computerizzata sono state le protagoniste
dell’11esima edizione di bugnplay.ch, il concorso digitale per ragazzi del Percento culturale Migros. Alla consegna dei premi di sabato 10 giugno a Zurigo, 33 degli 84 progetti presentati in tre diverse fasce d’età hanno ricevuto un riconoscimento. 12 dei progetti presentati provenivano dalla Romandia e due dal Ticino. I primi classificati si sono aggiudicati premi in contanti e buoni per un valore complessivo di 10’000 franchi. Tra i premi speciali assegnati, la novità di quest’anno è un viaggio nella Silicon Valley. 149 bambini e ragazzi tra gli 8 e i 20 anni hanno partecipato a bugnplay. ch, il concorso digitale per ragazzi del Percento culturale Migros. Erano richiesti progetti creativi e ambiziosi nell’ambito dei videogame, della programmazione, della robotica e delle risorse multimediali. I progetti potevano essere presentati come lavori individuali, di gruppo o di classe nelle tre fasce d’età. Gold Award, categoria «Seniors», 17-20 anni

Raphaël Vögeli (1999), Losanna VD. Lo studente diciottenne di Losanna ha costruito nel tempo libero un robot che si muove esclusivamente mediante lo spostamento del peso e il bilanciamento.

I tre vincitori: da sinistra Raphael Vögeli («Seniors»), Emma Cinagrossi («Kids») e Jeremias Bauer («Juniors»). (Percento Culturale Migros)

trovare autonomamente la strada attraverso i labirinti. Umorismo, creatività e abilità tecniche a volontà

Jeremias Baur (2001), Zurigo ZH. Il software di realtà aumentata per smartphone programmato da Jeremias Baur è stato apprezzato non solo per il know-how specialistico, ma anche per le sue molteplici possibilità di applicazione.

«Ciò che quest’anno ci ha particolarmente colpiti è la padronanza della tecnologia», afferma Dominik Landwehr, responsabile Pop e Nuovi Media della Direzione affari culturali e sociali della Federazione delle cooperative Migros. «Sono stati presentati fantastici progetti altamente tecnologici, come una barca a vela a navigazione autonoma, animazioni computerizzate di livello professionale, ma anche progetti lowtech come un radiodramma o un mystery game sotto forma di presentazione PowerPoint».

Gold Award, categoria «Kids», 8-11 anni

Il Museo Tinguely di Basilea conferisce il Music-Machine Award

Gold Award, categoria «Juniors», 12-16 anni

Emma Cinagrossi (2006), Zurigo ZH. Il robot Lego Mindstorm dell’undicenne Emma Cinagrossi non solo è in grado di dipingere da solo, ma sa anche

bugnplay.ch punta non solo a offrire una piattaforma di scambio e premi materiali a bambini e ragazzi, ma anche a far loro conoscere da vicino la realtà

di persone che lavorano in settori come robotica, programmazione, multimedia o cinematografia. Per questo le partnership sono di importanza fondamentale per bugnplay.ch. Il MusicMachine Award del Museo Tinguely di Basilea ha premiato un progetto che unisce robotica e musica in modo intelligente e ha offerto ai vincitori l’opportunità di gettare uno sguardo dietro le quinte del museo. Il Festival del film d’animazione FANTOCHE ha conferito un premio per il miglior film d’animazione e ha invitato i vincitori al festival. Altri premi sono stati assegnati dallo Swiss Space Office, dallo studio cinematografico frame eleven di Zurigo e dal centro di competenza botanica del Politecnico federale di Zurigo e delle Università di Zurigo e Basilea.

Next Gen Award», che prevede un viaggio di ispirazione e formazione di una settimana nella Silicon Valley in California. Il team DART 17 vuole offrire a Jeremias l’opportunità di testare il suo promettente prototipo di app di realtà aumentata per smartphone nel mercato più dinamico del mondo, permettendogli di accedere alle aziende tecnologiche, alle start-up e agli influencer più importanti in quest’ambito. DART 17 è l’acronimo di Design, Art, Research, Technology ed è un’iniziativa congiunta di swissnex San Francisco, Swisscom, Pro Helvetia, Engagement Migros e della Fondazione Gebert Rüf. Il prossimo bando del concorso mediale e di robotica bugnplay.ch sarà indetto nel mese di settembre 2017.

DART 17 conferisce per la prima volta un premio speciale: un viaggio nella Silicon Valley

Informazioni

Jeremias Baur è il vincitore della prima edizione del premio «DART 17

Tutti i progetti pervenuti e le informazioni sul concorso sono disponibili sul sito www.bugnplay.ch/it.

Stabio, più superficie di vendita

Filiali Riapre oggi completamente rinnovata la filiale di via Giulia 43. Per l’occasione,

Migros news La carne Migros secondo gli chef ticinesi: a tutta griglia! Dal 23 giugno al 9 luglio 2017 si svolgerà in Ticino la rassegna gastronomica dedicata alla carne svizzera di Migros. 13 noti ristoranti del nostro Cantone proporranno menu di loro creazione a base di vitello, manzo e maiale. E vista la stagione c’è da scommetterci… il barbecue la farà da padrone! Nell’ambito di questa rassegna culinaria, realizzata in collaborazione con Mérat e patrocinata da GastroTicino, i ristoranti in questione proporranno al pubblico la carne Migros interpretata attraverso gustosi e unici piatti, che esprimeranno tutta la fantasia dei loro stellati chef, tra le cui fila ci sarà anche un già Campione svizzero di grigliate. La carne Migros alla base dei menu della rassegna è certificata e garantita TerraSuisse, è al 100% di origine svizzera e proviene da allevamenti che seguono le normative della produzione integrata. Si tratta di fattorie nelle quali si tiene conto delle esigenze e del benessere degli animali, sia in termini di qualità di vita sia di alimentazione. In tali aziende vengono inoltre creati spazi vitali per piante e animali rari, dando così un importante contributo alla biodiversità. Per informazioni e prenotazioni: www.carnemigros.ch Servizio alla clientela La soddisfazione dei propri clienti dipende da numerosi fattori. Tra questi, soprattutto nel commercio al dettaglio, giocano senza dubbio un ruolo fondamentale l’accoglienza e la consulenza che si ricevono nel punto vendita al momento in cui si effettua un acquisto. Per questo motivo, ormai da diversi anni, nell’ambito del proprio programma di formazione continua la nostra azienda ha dato il via ad un ampio progetto rivolto ai collaboratori dei banchi a servizio e agli operatori di cassa, figure chiave che hanno un contatto diretto e continuo con la clientela e devono fornire un’assistenza completa, professionale e soddisfacente. Il percorso formativo prevede diversi moduli, sia informativi e teorici sia pratici. Nelle scorse settimane si è svolta la valutazione dell’operato dei team per la stagione 2016/17. Sul primo gradino del podio è salito il «team cassa» di Maggia, a seguire Tesserete e Mendrisio Sud. Per quanto riguarda i banchi a servizio, al primo posto, troviamo invece la filiale di Ascona, con a ruota Crocifisso e Cassarate. Ai vincitori vanno i più sinceri complimenti e un grande grazie per il lavoro svolto.

da giovedì 22 a sabato 24 giugno, orario prolungato e 10% di sconto sull’intero assortimento Aperto il 14 ottobre del 1982, dopo quasi 35 anni di onorato servizio, questo strategico punto vendita del Mendrisiotto aveva bisogno di un radicale lifting. Con l’intervento iniziato a metà maggio, si è quindi deciso di fare un ulteriore e significativo passo in avanti nell’ammodernamento della rete di vendita di Migros Ticino. L’investimento ha sfiorato il milione di franchi. La filiale si presenta in nuova veste, con una superficie di vendita ampliata a 317 metri quadrati. La clientela avrà ora la possibilità di fare una spesa quotidiana completa: l’offerta di prodotti alimentari si è focalizza-

ta sul fresco, con il fiore all’occhiello rappresentato dal reparto frutta e verdura. Sarà quindi garantito un assortimento di beni di prima necessità del non food. Un altro punto di forza del negozio è certamente il moderno forno per la cottura del pane, che permetterà alla clientela di acquistare prodotti freschissimi fino alla chiusura del negozio. I clienti potranno inoltre muoversi in ambienti più spaziosi, più accoglienti e – grazie ai nuovi lucernai – più luminosi. Le strutture interamente rinnovate e all’avanguardia, caratterizzate dai più alti e innovativi standard di co-

struzione e di sostenibilità ambientale, garantiranno un cospicuo risparmio energetico. Anche i nuovi impianti d’illuminazione LED a basso consumo energetico e i frigoriferi a gas naturale CO2 faranno la loro parte. Il supermercato è in grado di servire comodamente tutta la popolazione di Stabio e dintorni: dispone di una decina di comodi parcheggi gratuiti ed è raggiungibile pure con i principali mezzi pubblici. Per sottolineare questo nuovo significativo intervento di miglioria nella propria rete di vendita, Migros Ticino ha previsto varie iniziative e

uno sconto generale del 10% concesso sull’intero assortimento durante le giornate di giovedì 22, venerdì 23 e sabato 24 giugno, con orario continuato dalle 8.00 alle 19.00. Il responsabile Andrea Legnani e i suoi collaboratori, cordiali e ben preparati, sono pronti a soddisfare i bisogni della clientela con cura e attenzione, in un clima accogliente e famigliare.

Azione

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11

Tiratura 101’614 copie

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

Orari di apertura

Lunedì-sabato: 08.00-12.30 / 14.0019.00. Tel. 091 821 75 10.

Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Da sin. i gerenti delle sei filiali vincitrici: Luigi Maggiotto (Tesserete), Francesco Locatelli (Crocifisso), Giuseppe Di Rienzo (Ascona), Bosko Stojcev (Maggia), Carlo Casartelli (Cassarate) e Tindara Rano (Mendrisio Sud). (MAD)

Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Società e Territorio Storia della comunicazione 100 anni di invenzioni in una mostra permanente alle scuole elementari di Savosa

Intervista a Grégoire Vittoz Il nuovo direttore di Dipendenze Svizzera denuncia l’immobilismo del Parlamento in materia di lotta contro le dipendenze

Consulenza criminologica Incontro con Laura Baldi-Pedevilla per parlare di criminologia in Ticino, ma anche di danza e bebé pagina 10

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La valle dell’Alto Vedeggio come si presenta oggi. (Ti-Press)

Un’opportunità per tutti PAVHa il sapore dell’utopia eppure il Progetto Alto Vedeggio è una soluzione concreta per recuperare

il nostro territorio, come spiega l’architetto Marco Giussani Roberto Porta Una pista di ghiaccio ad Ambrì. Uno stadio di calcio, con annesse torri amministrative, a Lugano. Un velodromo nel Locarnese. La copertura dell’autostrada ad Airolo, per una lunghezza di un chilometro all’uscita della galleria del San Gottardo. Di questi tempi il Ticino pullula di progetti architettonici di portata generazionale. Tra queste idee in fase di realizzazione ce n’è una che è rimasta al momento piuttosto lontana dai riflettori dei media e dell’opinione pubblica. Eppure questa visione denominata PAV – che sta per Progetto Alto Vedeggio – ha tutti i numeri per cambiare in meglio la vita di migliaia di persone, perlomeno di quelle che vivono nella regione immediatamente a sud del Monte Ceneri. Il PAV ha un obiettivo che a prima vista appare decisamente utopico, quasi irrealizzabile: coprire l’autostrada, seppur non completamente, da Rivera a Sigirino, dal Monte Ceneri al Motto di Taverne. Ideatore di questo progetto è l’architetto Marco Giussani, di Mezzovico. «La mia è stata una semplicemente intuizione, un modo di vedere le cose da una prospettiva diversa. Abbiamo dei problemi ma abbiamo anche delle opportunità, se si fa propria la volontà di coglierle». Il progetto PAV infatti è

ben più di una semplice, si fa per dire, copertura dell’autostrada. Per realizzarla si prevede di utilizzare gli inerti ricavati da altri cantieri. Il materiale di scarto che in Ticino da anni ormai non si sa più dove mettere assumerebbe così una propria utilità, non sarebbe più un rompicapo ma una soluzione e nel caso del PAV una vera e propria opportunità. L’obiettivo di questo progetto è perlomeno duplice: accrescere la qualità della vita per la popolazione dell’Alto Vedeggio, che vedrebbe drasticamente ridotto l’inquinamento fonico che oggi l’assilla, e ridurre il fardello di inerti che al momento vengono ammassati alla bell’e meglio in colline artificiali lungo i fondovalle del canton Ticino. A questi scopi principali ne vanno aggiunti un paio d’altri. La copertura dell’autostrada permetterebbe di creare nuovi spazi verdi, da destinare all’agricoltura e al tempo libero dei cittadini. Cittadini che, dentro e fuori l’Alto Vedeggio, hanno finora risposto numerosi a sostegno del progetto. «Siamo partiti con un obiettivo – ricorda l’architetto Giussani – raggiungere in una raccolta firme spontanea quota 6081 sottoscrizioni, perché questo è il numero degli abitanti della regione e tanti sono gli alberi che intendiamo far crescere sopra la futura copertura. Le firme che abbiamo raccolto in poco più di quattro mesi han-

no invece superato questa soglia. Siamo ora a 6500 e devo dire che praticamente ogni giorno c’è qualcuno che si annuncia a sostegno del progetto». Dopo essere stato presentato alla popolazione locale nel marzo del 2016 e alle autorità dei comuni interessati – Mezzovico e Monteceneri, che sostengono appieno il PAV – negli scorsi mesi il progetto è stato posto al vaglio anche delle autorità cantonali e di numerose associazioni, ambientaliste ed economiche. «Abbiamo scelto questa strategia comunicativa per far comprendere che il PAV appartiene a tutti, si tratta in sostanza di un’idea che va oltre le ideologie. PAV è un progetto capace di generare un’economia cosiddetta circolare, attraverso un processo virtuoso in cui il problema degli inerti si trasforma in una risorsa e in una opportunità per tutti». Con un consenso praticamente unanime: il progetto piace a tal punto che il Dipartimento del Territorio ha deciso di contribuire al finanziamento di un primo studio di fattibilità. «Studio che permetterà di entrare in una nuova fase di approfondimento in cui analizzeremo i diversi aspetti, tecnici, economici e pianificatori, di questo progetto. Per identificare ad esempio le aree precise in cui l’autostrada verrà effettivamente coperta. Non sarà possibile farlo lungo tutta l’autostrada visto che

diversi comparti sono già stati edificati. In altre zone esiste invece una sorta di trincea naturale che rende meno complessa e praticamente “naturale” l’edificazione di una copertura». Resta poi, ed è la domanda centrale di ogni progetto, da risolvere la questione del finanziamento. E non è una questione di poco conto visto che l’investimento stimato potrebbe essere di circa 300 milioni di franchi. «In Ticino non abbiamo queste risorse – ammette schietto l’architetto Giussani – ma il progetto è interessante proprio perché attraverso gli inerti, il cui costo è di circa 40-50 franchi al metro cubo, sarà possibile finanziare gran parte dell’opera». Invece di creare montagne inutili o di trasportare gli inerti oltre confine, pagando per questo, il materiale inerte potrebbe effettivamente trasformarsi in una vera e propria risorsa, garantendo appunto la copertura dell’autostrada e la riconquista di una parte del nostro magnifico territorio. «Lo studio di fattibilità ci dirà anche questo, indicherà fino a che punto potremo contare su questo autofinanziamento attraverso il quale si potrebbero ricavare gran parte delle risorse necessarie». Tra i problemi da risolvere ce n’è uno anche amministrativo: l’autostrada appartiene alla Confederazione e l’Ufficio federale delle strade, l’Ustra,

mira alla realizzazione entro il 2022 di ripari fonici, alti fino a 4 metri e mezzo, per ridurre l’inquinamento fonico nella regione. Una soluzione però contestata, in sede legale, dal comune di Monteceneri. «I ripari fonici – aggiunge Giussani – rappresentano una soluzione parziale dal punto di vista dell’inquinamento fonico e dal punto di vista paesaggistico spesso un danno. PAV potrebbe risolvere tutti questi problemi, compreso quello degli inerti, permettendoci di recuperare anche una delle cose più preziose che possediamo: il nostro territorio». E per finire un’ultima domanda che forse richiede doti da indovino: a quando la posa delle prima pietra? «Soltanto il fatto di parlarne è già una sorta di prima pietra, un modo diverso di pensare che speriamo possa farsi contagioso. Si tratta di non arrendersi davanti ai problemi e anzi di trasformare i problemi in vere e proprie opportunità, ponendo le basi affinché le prossime generazioni possano cogliere i frutti di questi progetti visionari. Credo che se lo studio di fattibilità darà i risultati sperati tra circa dieci anni potremo vedere i primi risultati». Un progetto, una visione, una filosofia. E una soluzione concreta, se tutte le variabili e le incognite di questa equazione architettonica riusciranno davvero a ridisegnare l’Alto Vedeggio e farsi esempio per la Svizzera intera.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Società e Territorio

Dal tam-tam alla radio digitale

Storia della comunicazione 100 anni di invenzioni in una mostra permanente presso le scuole elementari di Savosa

Loris Fedele Gli ideatori e realizzatori della mostra, Nicolangelo Lombardoni e Mino Müller, la definiscono un percorso. In effetti in pochi metri lineari della sala si ripercorrono oltre 100 anni della nostra storia, attraverso la presenza di apparecchi radio d’epoca e di vari strumenti di comunicazione. Oggetti storici, dal design e dalla struttura tecnica sempre più sofisticata. La radio è lo strumento di comunicazione per eccellenza. Ci accompagna e ci fa compagnia, preziosa per le persone anziane e sole, ma anche servizio pubblico per l’informazione. La radio è sopravvissuta egregiamente all’arrivo della televisione. Tuttavia entrambi questi media stanno perdendo terreno tra i giovani, a causa dell’avvento delle nuove flessibili e performanti tecnologie portatili: smartphone, iPad, tablet, ecc. I giovani conoscono i nuovi mezzi e li sanno usare, sono nati nella complessità e non ne sono spaventati. Ma proprio per questo non si interessano al passato e forse non conoscono, oppure presto dimenticheranno, il cammino che ha portato l’uomo alle tecnologie di oggi nel campo della comunicazione. Per invogliare i visitatori a scoprire o a riscoprire questo passato Lombardoni e Müller hanno creato questa mostra nella sala multiuso della scuola di Savosa, espressa in sei grandi vetrine con diversi ripiani, dove sono esposti apparecchi radio, registratori e strumenti

d’epoca. Brevi schede informative aiutano il visitatore nella comprensione. Si tratta di un percorso didattico sulla comunicazione e i suoi mezzi, presentato cronologicamente per comodità di comprensione. Non ha la pretesa di essere esaustivo (è difficile chiudere oltre 100 anni di storia in poche vetrine!) ma vuole tener vivo il ricordo di apparecchi che hanno segnato tappe importanti nella vita della gente. Gli oggetti e l’intero allestimento resteranno come lascito permanente a disposizione della scuola elementare di Savosa e di chi vorrà visitarla. I due realizzatori sono gente del mestiere. Nick Lombardoni, attivo nel settore audiovisivo d’avanguardia, con un’esperienza giovanile negli Stati Uniti che lo ha marcato, ha riparato e rimesso in funzione per piacere personale oltre 200 apparecchi radio d’epoca. Mino Müller, noto sonorizzatore e documentarista alla Radio della Svizzera italiana, è stato anch’egli un collezionista attento degli strumenti del suo mestiere. Hanno voluto condividere la loro passione nel paese dove vivono. La mostra è intitolata Dal tam-tam alla radio digitale, storia della comunicazione attraverso 100 anni di invenzioni: inaugurata il 6 giugno, resterà per sempre nella scuola elementare. Nella prima delle vetrine si ricordano brevemente e con pochi oggetti e fotografie le vicende dell’uomo che cercò fin dai tempi più remoti di comunicare a distanza. Impiegava i mezzi e le possibilità tecniche che aveva a dispo-

Una delle vetrine dell’allestimento ideato da Nicolangelo Lombardoni e Mino Müller.

sizione: tamburi, fuochi di segnalazione, tavolette con iscrizioni portate dai messaggeri. Una curiosità: i «semafori a braccia mobili» dell’epoca napoleonica, usati per chiari scopi militari. Poi dall’800 l’arrivo dell’elettricità, sfruttata a meraviglia dal telegrafo elettrico che, con collegamenti attraverso i fili, copriva gran parte del cosiddetto mondo civilizzato, trasmettendo messaggi fatti con i punti e le linee del Codice Morse. In seguito si ricorda Guglielmo Marconi che, proprio all’inizio del ’900, inaugura le trasmissioni senza fili, via radio. Un grande successo, tanto che il radiotelegrafista si chiamerà da allora marconista. La radiofonia spicca

il volo, migliorando costantemente. In questo giocheranno un ruolo importante numerosissime innovazioni tecnologiche. Si ricorda che per la ricezione chi non ha molti mezzi si industria a costruirsi una radio a galena, utilizzando certi minerali metallici in grado di rivelare i segnali radio. Non c’è bisogno di alimentazione elettrica, ma solo una presa di terra e un’antenna di fortuna. I dispositivi a cristallo sono un modo economico e tecnologicamente semplice in un’epoca nella quale l’industria radiofonica è agli albori. Intorno al 1920 la radio comincia a entrare nelle case della gente comune. L’apparecchio è uno strumento scienti-

fico con fili, manopole, leve da regolare. I collegamenti richiedono conoscenze tecniche, sulle valvole, sulle regolazioni per sintonizzarsi correttamente a seconda dell’antenna a disposizione, sull’amplificazione e sulle batterie. La gente impara cosa è una scala parlante, cioè quel vetro stampato illuminato dall’interno sul quale sono indicati numeri oppure i nomi corrispondenti alle città dei trasmettitori. Altoparlanti, ricevitori a valvole, radio di diversi tipi, arredano la mostra di Savosa. Non mancano la «radio del popolo», che riceveva solo i segnali delle stazioni naziste tedesche, e i telefoni da campo, triste ma pur prezioso ricordo della guerra. Anche radio statunitensi, come la Zenith Transoceanic che, captando le onde corte, permetteva di ascoltare notizie da casa in qualsiasi zona del mondo. L’arrivo del transistor rende le radio piccole e portatili, rivoluzionandone la fruizione. In seguito i sistemi digitali portano alla rapidissima evoluzione dei giorni nostri. Per quanto riguarda la telefonia mobile, dal 1952 nella città di Zurigo e dal 1975 con copertura per tutta la Svizzera, arriva il NATEL, cioè NATionales auto TELefon. Noi chiamiamo ancora così il nostro telefonino. Sono in mostra anche i registratori a filo e a nastro magnetico, di prestigiosa e storica realizzazione svizzera. Si finisce con la moderna e ancora controversa, per ragioni di costi e copertura, radio DAB+. Solo la Norvegia e la Svizzera l’hanno adottata. La storia prosegue, qualcun altro la documenterà.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Società e Territorio

Libertà e solidarietà in equilibrio IntervistaIl nuovo direttore di Dipendenze Svizzera, Grégoire Vittoz, denuncia l’immobilismo

del Parlamento in materia di lotta contro le dipendenze. L’obiettivo è condurre delle campagne di prevenzione mirate senza stigmatizzare Viviane Menétrey* Come considera la condizione degli svizzeri e delle loro dipendenze?

La Svizzera non è molto diversa dai suoi vicini europei. Ci sono oggi 250’000 persone dipendenti dall’alcol e 100’000 bambini che vivono con loro, 75’000 che hanno un problema con il gioco e circa 9500 decessi precoci l’anno a causa del tabagismo. Ciò che constatiamo è che a differenti livelli siamo tutti vicini a qualcuno che ha un problema di dipendenza. La fascia di popolazione a rischio è sempre la stessa o il suo profilo è cambiato?

Anche se nella pratica qualcosa è cambiato, il profilo della popolazione a rischio è rimasto invariato. Tra i giovani scolari il consumo di alcol continua a diminuire, e questa è una buona notizia. Constatiamo d’altro canto che malgrado inizino a bere più tardi, in seguito poi talvolta recuperano. Di conseguenza i giovani fanno sempre parte della popolazione a rischio, sia sul piano fisiologico sia su quello psicologico, anche perché quanto più si è confrontati con una dipendenza in una fase iniziale della vita, tanto più i danni sono gravi. Dall’altro lato negli ultimi anni abbiamo visto emergere una nuova fascia di popolazione colpita da dipendenze: gli anziani, con un consumo particolarmente elevato

di benzodiazepine. Negli Stati Uniti muoiono ogni anno 30’000 persone per overdose e una gran parte di loro ha cominciato consumando analgesici oppiacei prescritti dal medico. Ciò deve spingerci a fare un’indagine sulla situazione in Svizzera.

Si potrebbe allora dire che chi ha un’età compresa tra i 25 e i 65 anni e non è mai incorso nell’alcolismo o nel tabagismo può considerarsi parte della popolazione non a rischio?

Al contrario. In un momento o l’altro della vita ognuno può trovarsi in una situazione di vulnerabilità: un lutto, la disoccupazione, una malattia o un divorzio possono rimettere tutto in discussione. Da qui l’importanza di una vera solidarietà da parte della società, la cui qualità e prestazione non si misura unicamente sulla base della cifra d’affari realizzata dalle industrie del tabacco, dell’alcol e del gioco, bensì anche dalla sua capacità di prendersi cura delle persone in situazione di vulnerabilità. Qual è l’urgenza in materia di prevenzione dalle dipendenze?

Quando si parla di emergenza viene subito alla mente l’immagine della situazione creatasi in Svizzera negli anni ’80, con le scene aperte della droga. Fortunatamente non c’è più questo tipo di urgenza. Oggi l’imperativo consiste nel ristabilire l’equilibrio tra libertà e solidarietà. Quando si parla di libertà nell’ambito delle dipendenze si

pensa spesso alla possibilità di decidere se consumare o meno, mentre quella difesa oggi a livello politico in Svizzera è piuttosto legata alle industrie e alla promozione illimitata dei loro prodotti.

Eppure sono state apportate delle restrizioni, come il divieto della pubblicità per il tabacco alla televisione e, in alcuni cantoni, anche delle affissioni…

L’unico settore in cui la pubblicità è strettamente regolamentata è quello radiotelevisivo. Negli altri ambiti la pubblicità del tabacco la si trova ovunque, anche in quei cantoni che hanno vietato le affissioni in spazi pubblici. Anche nel canton Vaud, che ha applicato questo divieto, basta uno sguardo alla Piazza San Francesco di Losanna per trovare senza alcun problema spazi pubblicitari occupati dai marchi di sigarette. Prova che la legge non viene applicata. Gli sforzi a favore della prevenzione sono dunque ridotti a zero?

Non ho intenzione di tracciare un quadro peggiore di quello che è. Sono stati compiuti progressi, come il divieto del fumo nei luoghi pubblici. La prova che quando vogliamo, siamo perfettamente capaci di ricorrere a misure efficaci. Mettere in primo piano la sola responsabilità individuale, invece, non funziona e lo vediamo. Non si tutelano le persone inquadrando la loro vita con le leggi e non si può nemmeno far ricadere su di loro l’intera responsabilità di

Azione

© 2017 The Coca-Cola Company.

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Grégoire Vittoz. (Jeremy Bierer)

una dipendenza che con accanimento viene rinforzata attraverso misure di marketing iperaggressive e con riduzioni di prezzo.

A sentirla, il mondo politico non si assume le proprie responsabilità…

Il Parlamento federale al momento è purtroppo più sensibile agli argomenti delle industrie e degli ambienti economici che vivono grazie alle dipendenze, anziché agli argomenti di salute pubblica. I politici dimenticano di ascoltare la società. I nostri studi lo dimostrano: per esempio, la popolazione è contraria alla pubblicità del tabacco e il 58% delle persone intervistate vi si oppone. Invece di ascoltarli il Parlamento spazza ogni restrizione. Siamo di fronte a un vero e proprio divario tra le aspettative della popolazione e le decisioni politiche in materia di prevenzione. Il ruolo di Dipendenze Svizzera è rammentarlo. Dove trovare la soluzione? Per esempio aumentando il prezzo del pacchetto di sigarette?

Aggiungere qualche centesimo ogni anno non porta a grandi risultati. Bisognerebbe osare un aumento massiccio e unico. A livello di prevenzione del tabagismo si nota che la comparsa del pacchetto neutro, senza pubblicità, risulta la misura più contestata nei tribunali da parte dell’industria del tabacco. Significa dunque che è efficace. D’altro canto il divieto della vendita di tabacchi ai minori è sostenuto dall’industria stessa e ciò dà l’idea dell’efficacia di una simile misura… Non serve dunque a nulla vietare la vendita dei tabacchi ai minori?

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Si tratta di una misura tra le tante, ma è lontana dall’essere sufficiente, soprattutto se non è accompagnata da test di acquisto. Per la sua efficacia bisogna da un lato diminuire l’accessibilità geografica e finanziaria di un prodotto e dall’altro renderlo meno attrattivo. L’arrivo nei chioschi della cannabis legale, vale a dire contenente meno dell’1% di THC, è un nuovo e duro colpo a scapito della prevenzione?

Nella sostanza questo prodotto non riguarda l’ambito delle dipendenze, dal momento che il CBD, il cannabidiolo contenuto nella cannabis venduta nei chioschi, non ha le proprietà psicotrope della canapa alla quale ricorrono i fumatori di canne. D’altro canto mi disturba che sia proposta come prodotto da fumare con il tabacco. La combustione è fonte di rischi importanti per la salute e la nicotina crea forte dipendenza. Se la si vuole proporre perché no, ma non nella forma di prodotto da fumare. Le immagini shock sui pacchetti di sigarette funzionano?

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Queste immagini hanno una funzione innegabile, dal momento che occupano lo spazio precedentemente riservato al marketing. La loro efficacia dipende però dal pubblico a cui ci si indirizza.

Se un bambino di 10 anni incappa in un pacchetto di sigarette e vede concretamente cosa succede fumando, ebbene sono allora convinto che per lui questo tipo di prevenzione è utile. Ma è illusorio sperare di far smettere un adulto di 40 anni. Affinché risulti efficace, è oggi necessario che la prevenzione adatti il suo messaggio e segmenti le sue campagne in funzione del destinatario che vuole raggiungere. Marketing a parte, anche lo stile di vita gioca un ruolo nella prevenzione…

Certo, e il ruolo dei genitori è fondamentale nella prevenzione dalle dipendenze nei giovani. Per questo è necessario che siano attrezzati per mantenere il contatto con i loro figli, senza però stargli col fiato sul collo tutto il tempo. A breve intendiamo lanciare sui social media una campagna su questo tema. Campagne ludiche, sul genere di quella da lei diretta per la Lega polmonare svizzera, con la cabina fototessera SmokeFree, rappresentano l’avvenire della prevenzione?

Nella prevenzione è indispensabile introdurre elementi di marketing. Dobbiamo essere sempre più venditori e meno moralisti nel modo di proporre dei comportamenti sani. Ciò si è verificato in occasione della campagna antifumo SmokeFree, che ho diretto nella Svizzera romanda: è stata la prima volta che ci siamo confrontati con fumatori che chiedevano prevenzione, tutti volevano farsi fotografare. Chi è attivo nella prevenzione è spesso accusato di sopprimere le libertà. È un po’ vero, no?

Dipendenza Svizzera trae le sue origini dai movimenti degli astinenti, è vero. Bisogna ricordare che questa rispettabile istituzione è nata nel 1902, in un’epoca in cui l’alcolismo era una piaga concreta, mentre lo Stato non faceva nulla per arginare il problema. La sua creazione è dunque andata a colmare un vuoto, ma oggi la configurazione è completamente cambiata, così come la mentalità. Dobbiamo avere delle libertà e concederci dei piaceri. Come bere un bicchiere di vino senza sentirsi in colpa?

Esatto, anch’io bevo volentieri un bicchiere di vino, ma dobbiamo rendere coscienti le persone sui rischi, dal momento che questi variano notevolmente a seconda dei comportamenti. Ognuno deve disporre delle informazioni necessarie per poter decidere con cognizione di causa. A chi ci accusa di reprimere le libertà, noi rispondiamo che la dipendenza è per l’appunto la perdita della libertà. * Redattrice di Migros Magazin. Traduzione di Francesca Sala.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Società e Territorio

Mamma, danzatrice e criminologa

IncontriLaura Baldi-Pedevilla ci parla di criminologia in Ticino e di come imparare a ballare con il proprio bebè

Sara Rossi Guidicelli Ha sempre voluto fare la criminologa oppure la ballerina; ha finito per fare tutte e due. Laura Baldi-Pedevilla ha un pancione rotondo e alto, va a Castione e a Lugano tutte le settimane dove incontra mamme (e un papà e qualche nonno) con i loro bambini piccolissimi e insieme danzano. La mamma propone dei movimenti fluidi, tenendo il figlio in braccio, sulle gambe o in terra, il bimbo risponde o sta fermo, si girano in giro l’un l’altro, volteggiano insieme, incrociano braccia e gambe senza mai smettere, con armonia e tanti diversi tipi di musica, classica e moderna. Non ci sono passi o gesti predefiniti, è un dialogo che si intavola ogni volta in modo diverso. «Sono movimenti magici che non cerchi ma che ti arrivano», spiega lei. Nei momenti difficili, sovente ha smesso di parlare e ha iniziato a ballare con sua figlia e questo è valso più di mille parole. Ora aspetta qualcun altro che bussa alla sua pancia ogni settimana un po’ più forte. Ci mettiamo sul suo divano del suo luminoso appartamento di Giubiasco e chiacchieriamo. Della sua passione per i movimenti del corpo ma soprattutto del suo mestiere: Laura è criminologa. Dopo il Liceo si è iscritta a Psicologia a Friburgo, poi ha conseguito il Master in Criminologia. Si è ritrovata con studenti che venivano da Giurisprudenza, Psicologia, Scienze sociali. Ognuno aveva da recuperare qualche materia e proseguire il corso di studi per fare il giro dei temi che interessano la criminologia: diritto penale, scienze forensi, medicina legale, psicologia, statistica e metodologia oltre che i temi della violenza domestica, la delinquenza giovanile e di altre devianze. L’oggetto degli studi è il comportamento antisociale e la reazione sociale a tale comportamento; si interessa tanto alla delinquenza quanto alle vittime, ai delitti e alle sanzioni o alle altre misure penali. Lo studio scientifico della devianza permetto lo sviluppo di politiche criminali pertinenti e programmi di prevenzione. Durante gli studi Laura ha fatto varie esperienze in carcere, ha studiato gli omicidi di coppia (che costituiscono i due terzi degli omicidi in Svizzera), rivalutando anche certe misure di prevenzione sulla violenza domestica e si è occupata di analisi della delinquenza giovanile. Con gli studi che lei ha fatto, si può continuare a lavorare in tribunale, negli istituti di detenzione, continuare la carriera in Legge fino

Laura Baldi-Pedevilla, insieme alla collega Claudia Crivelli Pinotti, ha creato un servizio di consulenza criminologica. (Stefano Spinelli)

a diventare giudice, fare l’assistente sociale o seguire altri sbocchi. È molto più facile trovare lavoro negli altri cantoni svizzeri che rispetto al Ticino sfruttano moltissimo questa figura specializzata impiegandola in istituti diversi, dalle carceri ai tribunali ai foyer e così via.

Uno dei ruoli del criminologo è valutare il rischio di recidiva nelle persone condannate, un lavoro in cui «un fattore di imprevedibilità è presente» Nel nostro cantone c’è una scuola per diventare ispettore di polizia e forse Laura un giorno la farà: le piacerebbe seguire le indagini sui crimini. Quello che invece ha creato alla fine degli studi insieme a una collega è un servizio di consulenza criminologica in Ticino, per valutare il rischio di recidiva nel-

le persone condannate per crimine e essere d’aiuto nei casi di omicidi, reati su minori, violenze gravi. Hanno svolto un’indagine di terreno nel 2011 e ha iniziato a collaborare con le autorità cantonali ticinesi, in particolare con l’Ufficio dei Giudici dei Provvedimenti Coercitivi, occupandosi di valutazioni di pericolosità in ambito d’esecuzione pena. Laura e la sua collega Claudia Crivelli Pinotti possono infatti delineare un quadro criminologico globale di una persona e della situazione in cui essa si trova, in modo da sostenere così le decisioni inerenti l’esecuzione della pena ed eventuali alleggerimenti di regime (congedi, sezione aperta, libertà condizionale, ecc.). In pratica la figura del criminologo è quella che tiene insieme tutte le valutazioni dell’assistente sociale, dello psicologo, del medico, del poliziotto, della guardia carceraria e può quindi offrire al giudice una visione totale della persona e una perizia sul rischio di recidiva. «Il nostro mestiere è affascinante ma difficile», spiega Laura, «perché ci si può sempre sbagliare. Si ha a che fare con persone, per cui un fattore di

imprevedibilità è presente, ma il rischio zero non ce l’ha nessuno: potenzialmente tutti potremmo commettere un crimine anche se per fortuna pochi elementi della società finiscono per farlo. Ma penso che ognuno abbia diritto a essere valutato regolarmente per vedere di cosa ha bisogno, cosa gli si può offrire affinché egli non ripeta il suo reato». Ci sono strumenti e test specifici che valutano i fattori strutturali, quelli su cui non si può influire (età, malattie, passato) e quelli invece variabili come le dipendenze, la rete familiare, le opportunità di reinserirsi nella società una volta scontata la pena. Sono valutazioni validate e scientifiche che vanno sempre analizzate e contestualizzate da uno specialista (questo aiuta a ridurre il margine d’errore di valutazione). «Anche le cose più orribili dell’uomo fanno parte dell’essere umano», mi dice ancora la bella mamma dai riccioli d’oro che balla e riflette sulle ombre del mondo. «Cerco sempre di mettere in avanti la mia curiosità e la mia riflessione piuttosto che i miei pregiudizi, che sono inevitabili ma che poi si

dileguano quando mi trovo di fronte a una persona in carne e ossa». Quando facevano i colloqui a persone in carcere, Claudia si occupava di fare domande e di annotare le risposte, mentre Laura cercava di leggere il linguaggio del corpo, perché, come dicevamo all’inizio a proposito della danza, non sempre la parola esaudisce tutto quello che il corpo vuole dire. «Il carcere è una microsocietà dove si concentrano certi tipi di profili; le emozioni sono ingigantite, perché tutto è più piccolo e ravvicinato. Mancano le libertà per noi scontate come uscire quando vogliamo, lavarci quando vogliamo, mangiare quello che ci pare. I detenuti devono imparare a proteggersi, a convivere in spazi ristretti. Certo, in Svizzera siamo messi bene, perché le condizioni sono buone, il sistema prevede che sei innocente fino a prova contraria, c’è una rigorosa ricerca delle prove, non vige la pena di morte. Però per me è strano che si trovi così lontano dalla città. Io penso che quel microcosmo ci appartenga, che sia parte di noi, della nostra società e che in qualche modo ce lo dobbiamo tenere».

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Judith Kerr, Una foca in salotto, Rizzoli. Da 8 anni Un romanzo breve, ispirato a un episodio accaduto al padre dell’autrice (anche se conclusosi in modo molto meno felice), dove si narra di un mite signore inglese che non ha cuore di abbandonare un cucciolo di foca orfano avvistato su uno scoglio, durante una vacanza al mare, e lo porta con sé nel suo appartamentino di città. Sta proprio nel ritratto del mite signore inglese, Mister Cleghorn, uno degli aspetti più riusciti del libro: lo troviamo all’inizio seduto sul suo balcone a guardare l’alba, chiedendosi come avrebbe occupato la lunga giornata che aveva davanti. È solo, ha appena venduto il suo negozietto di giornali, tabacchi e caramelle e ora lo statuto di pensionato gli mette malinconia: perciò accetta l’invito del cugino, che fa il pescatore sulla costa. Sarà durante quel soggiorno che vedrà un cucciolo di foca, solo e deperito, chiamare invano la madre, probabilmente uccisa

dai pescatori, determinati ad avere il monopolio sul pesce. «Me ne occuperò io», decide Mister Cleghorn, la cui gentilezza è resa audace da un briciolo di incoscienza. Così lo porta in città, dentro una vasca di latta, viaggiando accanto a lui nel vagone bagagli. Arrivano di notte, e per percorrere il tragitto dalla stazione a casa Mister Cleghorn usa un carrello per le valigie, su cui spinge il cucciolo, «che alzava lo sguardo meravigliato verso ogni lampione». Non sarà facile eludere la sorveglianza del portiere, non sarà facile allevare il piccolo, e soprattutto non sarà facile gestirlo man mano che

diventa grande. Del salvataggio della piccola foca racconta il romanzo, ma non solo. Racconta anche di un gentile signore di mezz’età un po’ spaesato che nel suo audacissimo progetto trova aiuto in una gentile signora di mezz’età, sola anche lei. Ed è questa mitezza audace, questo fertile «spaesamento» rispetto all’habitat e alle convenzioni, il nucleo del libro, sin dalla bella copertina, che ci presenta frontalmente, con lo sguardo volto al lettore, Mister Cleghorn e la sua foca seduti in salotto. Anche le illustrazioni sono della Kerr, e indubbiamente valorizzano il testo (tradotto con cura in italiano da Bérénice Capatti). Judith Kerr, nata a Berlino da famiglia ebrea nel 1923, per sfuggire al nazismo emigrò in Gran Bretagna, dove vive tutt’ora. Il suo romanzo più celebre, anch’esso d’ispirazione autobiografica, è Quando Hitler rubò il coniglio rosa. Da segnalare anche il delizioso albo –dal titolo che riecheggia lo spaesamento della foca in salotto – Una tigre all’ora del tè.

Daisy Meadows, serie «Magic Animals», Salani. Da 6 anni Due bambine, tanti animaletti in pericolo, un tocco di magia, un portale che conduce dal mondo reale al mondo fantastico, storie scorrevoli, pagine graficamente gradevoli, dall’interlinea ben spaziato, arricchite da tante illustrazioni carine e vivaci: piaceranno sicuramente alle piccole lettrici le storie di questa nuova serie, «Magic Animals», di Daisy Meadows, pseudonimo di 4 autrici inglesi. In italiano le pubblica Salani e sono appena usciti i primi quattro titoli, ognuno con un’avventura in sé conclusa, ma tutti

con il riferimento alla stessa cornice narrativa: due amiche del cuore, Lily e Jess, la clinica Diamociunazampa dove i genitori di Lily curano gli animali del bosco, una gatta magica di nome Goldie che ha il potere di condurre le bambine nel mondo magico e segreto della Foresta dell’Amicizia, varcando con loro una porticina sul tronco di una quercia incantata. Di là da quella porticina, nella Foresta dell’Amicizia, gli animali sono minacciati dalla cattiva strega Griselda e cercare di salvarli sarà l’arduo compito delle bambine. Con coraggio e intraprendenza porteranno a termine ogni volta una missione. Apre la serie il romanzo Lucy Lunghibaffi è scomparsa: è il primo giorno delle vacanze estive e Lily e Jess, guidate da Goldie, devono sottrarre dalle sgrinfie di Griselda e dei suoi perfidi aiutanti la coniglietta Lucy. Al termine dell’avventura torneranno nel mondo reale, proprio come fanno i bambini al termine delle loro erranze nel «facciamo che eravamo».


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Elogio (breve) dell’antropologia Ieri pomeriggio, mentre rientrava in sede coi mezzi delle Ferrovie dello Stato Italiane, il vostro altropologo preferito ha dovuto misurarsi con la domanda più temuta dagli antropologi di sempre: «Dunque, allora, mi spieghi, caro professore: che cos’è questa antropologia!?». Lo scenario: vagone sovraffolato della linea BolognaVenezia Santa Lucia, temperature attorno ai ventotto-ventinove gradi (il condizionatore è fuori combattimento) – ritardo del treno attorno alle stesse cifre (in minuti, però) e la destinazione finale – quando ovvero si potrà evacuare il forno – che appare lontana come Timbuctù. A sparare la domanda, senza preavviso, un signore sulla settantina, occhiali spessi, sovravestito con giubbotto di tessuto impermeabile, bastone e fare inquisitorio. Una di quelle persone che uno dovrebbe evitare in primo luogo e – soprattutto – non dovrebbe scegliersi come dirimpettaio in un viaggio infernale. Mi scuoto dal torpore, che stavo per addormentarmi: «Mi scusi… mi scusi… domandava?». Si ripete,

secco: «Volevo solo che mi spiegasse cos’è l’antropologia». Mi viene un colpo: «Ma come avrà fatto…» – a poi mi accorgo di avere in mano quel bel libro di Louis-Vincent Thomas «Antropologia della Morte». Panico. Domanda – appunto – mortale: «Così la prossima volta in treno ti porti Topolino». La prima risposta che mi viene in mente è: «Le sembrano domande da fare in questi frangenti!?» – e chiuderla lì. Poi l’istinto missionario che alberga in tutti gli accademici (che poi altro non è che una segreta ed inconfessabile pillolona di orgoglio perché finalmente qualcuno si interessa alla tua oscura ed inutile disciplina) prende il sopravvento. Dunque salto a cavallo, sguaino la sciabola e parto alla carica: «Caro il mio signore, l’Antropologia è quella disciplina (bello il termine: è come dire che uno veste un eroico cilicio) che studia la Cultura». Quello insiste e ci casca: «E la Cultura che cos’è, per grazia?». «La Cultura è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, le arti, la morale, la legge, le usanze – e ogni altra capacità e abi-

tudine acquisita da un essere umano come membro della società» – e sto per aggiungere «inclusi i maledetti treni e i loro dannati ritardi» ma mi sembra di esagerare e lo grazio. Touchè: il mio tormentatore mi guarda stupito e, con un filo di voce mi fa: «Però…». Ha funzionato come sempre: la definizione di Antropologia che Sir Edward Burnett Tylor elaborò nel 1871 nel volume «Primitive Culture» come studio della Cultura è come la Dottrina della Trinità per un Teologo. Funziona sempre, dall’antipasto all’ammazzacaffè, perché ora che uno è arrivato a dipanare la pressochè incomprensibile matassa è talmente esausto che torna a leggere Topolino. Eppure lo stesso Tylor peccava di omissione grave, come spiego sempre ai miei studenti che una volta digerita la definizione alla meno peggio tirano il fiato perché credono che sia finita lì: dal quadro, per complesso che sia, manca la voce «economia» come attività fondamentale del vivere in società che presenta variazioni notevolissime da formazione culturale a formazione culturale

nel tempo e nello spazio. Bene disse a questo proposito e a suo modo l’ormai mitico Presidente dell’Eurogruppo del quale si omette il nome per carità cristiana quando denunciò la diversa destinazione dei sussidi europei a Nord ed a Sud delle Alpi causa la diversa maniera delle rispettive culture nei confronti delle attività ludiche e ricreative – mettiamola così sempre per la succitata virtù. Il problema è che ai tempi di Tylor il Capitalismo industriale, fresco di vittorie liberali sui conservatori, marciava a tutta forza a livello globale, giovane, baldo e incontrastato. Appariva allora che le Leggi Ferree dell’economia avessero una cogenza tale da non poter far parte di quel paniere un po’ caotico dove ci stava dentro tutto quanto poteva variare – e dunque essere in quanto tale relativo – da cultura a cultura. L’Economia no: quella rispondeva solo a se stessa ed era pertanto assolta ed assoluta. «Pecunia non olet» – un corno, dicono gli antropologi. Olet anche quello eccome: ricordo il Carnevale della città di Naoussa, nella Macedo-

nia greca di due anni fa in piena crisi finanziaria, mentre il mondo piangeva le misere sorti della Grecia, culla della civiltà divenuta bidone della spazzatura delle obbligazioni fasulle di mezzo mondo. Bene: la città intera era in baracca come mai non ho visto al mondo. Vino e rakia a fiumi, salsicce che sembravano siluri, musica e danze dappertutto – baci, abbracci ed allegria da vendere. Ad un certo punto entra in piazza un personaggio con un enorme cartello recante la foto del ministro delle finanze del Paese Dominante (la peggiore, quella col ghigno feroce, avete presente?). La piazza esplode: grida di scherno, insulti, cachinni, lazzi – poi parte il lancio di salsicce, patatine, sbicchierate di vino e rakia. Il Popolo che ha inventato la democrazia celebra antropologicamente la sua economia «stile ellenico». Con buona pace di Herr Dijsselbloem, di Herr Schäuble e di Sir Edward Burnett Tylor. E anche del mio anonimo compagno di viaggio, finalmente in pace ed immerso a leggere il suo Topolino.

Si va dal seguire un film dell’orrore in televisione, sino a tagliuzzarsi le braccia, camminare di notte lungo i binari, salire sui tetti e infine… suicidarsi. Il modello è quello dei cetacei che, smarriti e incapaci di rientrare nel gruppo, finiscono per morire arenati su una spiaggia. Non sappiamo in quanti casi si sia giunti a realizzare quel macabro comando, ma il rischio esiste e gli educatori devono prevenirlo con interventi tempestivi e adeguati che impegnino scuola e famiglia a una responsabile collaborazione. La prima mossa consiste nel rompere il muro del silenzio. Sappiamo che gli adolescenti ricorrono spesso al segreto per dimostrare la loro indipendenza, per non sentirsi bambini piccoli, sottoposti all’autorità dei genitori. Se comprendono che gli adulti sono informati e competenti, la sfida perde gran parte del suo fascino. Vale dunque la pena di parlarne, senza tuttavia eroicizzare le vittime, anzi sottolineando come, volendo sfuggire al controllo dei genitori, cadano in

una dipendenza ancora maggiore che, suggestionandoli, li priva di libertà e di iniziativa rendendoli marionette nelle mani di un sadico burattinaio. Quanto all’amicizia di Valeria con Mara, anche in questo caso cercate di rompere l’isolamento e il segreto invitando le due amiche a una gita, a un concerto, a una cena in pizzeria. Sarà un’occasione per conoscere il legame che le unisce senza turbarlo con paure e sospetti. Infine non mi sembra il caso di punire vostra figlia (perché così sarebbe vissuto il provvedimento) impedendole di usare liberamente computer e cellulare. Visto che non ha fatto nulla di male, sarebbe meglio un controllo discreto come quello che avete compiuto sinora. Ma, lo ripeto, è il gruppo dei coetanei che deve responsabilizzarsi imparando, soprattutto a scuola, a conoscere tutte le risorse dei social media, anche quelle positive. Mentre la paura rende l’esperienza più emozionante e il rischio più coinvolgente, la competenza tecnica ed

espressiva incrementa la razionalità e la creatività. Tempo fa, invitati a realizzare in classe una serie di video e brevi filmati, gli studenti di alcune scuole medie superiori si sono impegnati in una rappresentazione, talvolta seria talvolta ironica, di che cosa significhi essere adolescenti oggi. Invitati a presentarli pubblicamente, si sono sostenuti con un tifo da stadio ricavando da quell’impresa un senso di appartenenza e d’identità che nessuna Balena Blu avrebbe potuto scalfire. Credo che anche noi adulti dobbiamo superare la paura e il sospetto creando occasioni di collaborazione e d’incontro capaci di stabilire, tra le generazioni, un clima di fiducia e di speranza.

studi, letture, sì cose belle, ma prima c’è la casa cui accudire, i pranzetti gustosi per l’amato sposo». Virtuoso, pure lui: «L’uomo ha subito nel nostro Paese, una radicale trasformazione perché gli è stato inculcato, come dovere e premio, l’onore di possedere una famiglia propria». Sono citazioni che, al di là della facile ironia che possono suscitare, confermano come queste pagine ingiallite abbiano sempre qualcosa da dire. A questo punto si riapre un interrogativo che assilla gli appassionati di libri, alle prese con il destino da riservare a questi oggetti, diversi da tutti gli altri, quando invecchiano: buttarli, relegarli in uno scantinato, o sugli scaffali più alti dei mobili biblioteca, portarli a un mercatino delle pulci, o, tentare di cederli alle biblioteche istituzionali, ormai sommerse da simili offerte, regalarli ad amici presunti buoni lettori

o lasciarli lì, dove sono, e poi si vedrà? Bisogna arrendersi all’evidenza: anche i libri subiscono gli oltraggi del tempo. E persino più in fretta e più rovinosamente dei loro lettori, sia nell’aspetto che nei contenuti: lo constata, con la particolare amarezza di un addetto ai lavori, Alain Claude Sulzer, scrittore affermato e bibliomane confesso. A questi blocchi di fogli, in edizioni rilegate o in brossura, lo lega un vincolo che supera il normale rapporto fruitore-oggetto. Intervistato in proposito, dichiara: «Non solo li leggo, ma vivo con loro». Tanto da partecipare, per così dire, alla loro sorte: ricordandone momenti di fama e poi di oblio. E non nasconde neppure una forma di consumismo irragionevole: quando esce una novità editoriale, deve averla al più presto, per il piacere di procurarsi un volume in abito nuovo, magari la

riedizione di un vecchio titolo. Insomma, si rischia, come capita in molte forme di collezionismo, di passare dal culto alla dipendenza. Alla categoria dei bibliomani appartengono personaggi illustri, per i quali i volumi sono uno strumento al servizio della conoscenza, e basta citare i nomi del Petrarca, di Leopardi, dell’inglese Julian Barnes, e, naturalmente, di Umberto Eco. Quest’ultimo, però, non nascondeva «il piacere di possedere, toccare, annusare» i volumi: in altre parole, subiva l’attrazione feticista per l’oggetto. Un fenomeno che, negli ultimi decenni, è diventato un terreno di ricerche per medici e psicologi: leggere potrebbe avere proprietà terapeutiche, favorire lo sviluppo positivo della personalità. Teoria da prendere con le molle. Hitler, infatti, era stato un assiduo lettore.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Ragazzi fragili e senso di appartenenza Cara Silvia, sono seriamente preoccupata, e mio marito non lo è di meno, per il dilagare della «Balena blu» . Abbiamo paura che nostra figlia Valeria divenga una delle tante vittime. Valeria è una ragazza seria e intelligente, come mi hanno ripetuto i suoi insegnanti sin dalle elementari, ma è anche molto fragile. Per il suo carattere chiuso e introverso ha sempre fatto fatica a fare amicizia. Anche adesso, che ha 15 anni e fa il Liceo, preferisce stare in casa piuttosto che uscire con gli amici. Solo ultimamente ha legato con una coetanea, Mara altrettanto isolata. Mara ha una famiglia difficile per cui rimane spesso sola e Valeria, altrettanto schiva, passa ore a parlare e chattare con lei. Leggendo le loro mail sono venuta a sapere che quest’inverno Mara ha fumato uno spinello e si è sentita male. Non vorrei che il suo esempio inducesse nostra figlia a fare altrettanto e rimango incerta se far finta di niente oppure intervenire con determinazione impe-

dendo a Valeria di usare il computer, se non per le ricerche scolastiche (in mia presenza) e di conversare con la sua discutibile amica. Che ne dice? Grazie del suo parere. / Adriana Cara Adriana, prima di entrare nel merito della questione che pone, vorrei informare i lettori di che cosa s’intende quando si parla di «Balena Blu» o di « Blue Whale» (sull’argomento si veda anche «Azione» del 12 giugno, pag. 25, ndr.). Si tratta, non di un gioco, ma di una sfida pericolosa, lanciata in Rete per adescare gli adolescenti più vulnerabili e isolati, ragazzi bisognosi di sentirsi appartenenti a un gruppo e dominati da una personalità intransigente che supporti il loro debole Io. Tutto comincia con la sottoscrizione di 50 regole che vanno dalla promessa di non informare i genitori a una obbedienza totale e incondizionata che comporta di svegliarsi alle 4 di notte e di eseguire tutto ciò che viene richiesto in una crescente esposizione al rischio.

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Anche i libri invecchiano Una redattrice di «Azione» ha scoperto, fra i cimeli di famiglia in solaio, un vecchio libro che, a prima vista, sembrava meritare il sacco dei rifiuti. Era un volumetto modesto, niente da spartire con un’eventuale rarità da bibliofilo. Ma, vizio del mestiere, per una giornalista ogni carta stampata reca un messaggio, qualunque sia, che può stuzzicare. In questo caso, è il messaggio di un momento spartiacque, di quelli che segnano un prima e un dopo. La pubblicazione, infatti, risale al giugno 1939, tre mesi prima lo scoppio della seconda guerra mondiale. Ne serbo, personalmente, un ricordo, sia pure vago. E quindi, la collega ha passato a me quel libro, contando appunto sulla mia curiosità nei confronti di un’epoca vissuta nell’inconsapevolezza dell’infanzia, e adesso, da riscoprire attraverso una testimonianza, a suo modo curiosa.

Certo, non si tratta di un saggio, con pretese storiche, ma di un manuale pratico, destinato alle donne, e che, involontariamente, doveva assumere, a distanza di tanti decenni, il significato di documento e materia di riflessione. Vi si rispecchia quella che, allora, rappresentava la mentalità corrente, nell’Italia fascista, e non solo lì, a proposito del ruolo femminile, ancorato a un’intoccabile tradizione domestica: considerata a tutto favore della donna. E già vi allude il titolo Scrigno d’oro, (edizioni Mani di fata, altro termine rivelatore) che, appunto, contiene «consigli, segreti, ricette» di cui, spiega l’autrice Vanna Piccini, dovranno fare tesoro «le fanciulle per le quali accasarsi è giungere alla sospirata realtà». Per poi precisare: «Quando una ragazza si fidanza, tutto il suo mondo muta dall’oggi al domani. Vita sportiva,


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Ambiente e Benessere Il fotovoltaico integrato I moduli interni agli edifici, si arricchiscono di un elemento: il sistema TCR per tetti

Un condimento giapponese Spesso chiamate prugne secche, appartengono in verità alla famiglia delle albicocche e con questi frutti si prepara l’umeboshi

Ultima tappa di Mamé L’attraversamento del Mar Celtico a vela in solitaria, per raggiungere l’Irlanda pagina 18

Puntare sull’informazione Per l’Usav la grande sfida a favore degli animali è legata alla sensibilizzazione dei detentori

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La Cyber terapia contro le fobie

SaluteIl graphic designer e ricercatore ticinese Marko Valdarnini ha messo in piedi una speciale start-up, la EvolveVR Laura Di Corcia Tremori, ansie, tachicardia. E ancora respiro mozzato, voglia di fuggire, attacchi di panico. Le fobie non sono una realtà così inconsueta oggi come oggi, in un contesto sempre più competitivo e pressante; come affrontarle? A volte basta indossare un paio di occhiali. Una boutade che non si allontana tanto dalla realtà, se pensiamo che oggi la Cyber Terapia, nata negli anni Ottanta grazie all’interesse e ai finanziamenti del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, si sta sviluppando sempre di più e pare destinata a crescere nei prossimi anni. Accanto a realtà consolidate e strutturate come l’Istituto Auxologico Italiano, a Milano – la prima struttura ospedaliera al mondo a dotarsi di due stanze di tecnologia «Cave» sotto la supervisione di Giuseppe Riva, uno dei pionieri in questo campo – si sta muovendo qualcosa anche alle nostre latitudini. Di recente, infatti, il graphic

designer e ricercatore ticinese Marko Valdarnini (nella foto) ha messo in piedi una start-up, la EvolveVR, con lo scopo di utilizzare le potenzialità della realtà virtuale al fine di aiutare le persone affette da disturbi quali la paura di viaggiare in aereo o di prendere l’ascensore, via via fino a tante altre patologie, come l’agorafobia o la paura dei ragni. Come funziona? Semplice. Ci si mette comodi, con il terapeuta o la terapeuta di fianco, si indossa un visore di realtà e si attende che il video inizi. Chi scrive ci ha provato: in prima battuta si è ritrovata immersa in un contesto molto confortante e piacevole, un paesaggio di montagna tranquillissimo, con tanto di laghetto e di libellule. Un quadretto subito messo in discussione: chi assiste al video, infatti, sarà presto disturbato da un treno che si muove a gran velocità, fino a provocare un urto. Tutto virtuale, tutto finto, sì: ma non per questo si rimane indifferenti alla collisione. «Certamente no, perché la parte del cervello

che reagisce è quella ancestrale, che viene condizionata dalla percezione» spiega Marko Valdarnini, che è anche formatore di adulti e gestisce corsi sulla comunicazione efficace focalizzandosi anche sugli stati emotivi e sulle ansie. «Ho creato questo progetto per rispondere a un’esigenza psico-sociale e per alcuni versi anche patologica. Attraverso la realtà virtuale, e in particolare grazie ad alcuni video che hanno le capacità di esporre gli spettatori a un ventaglio emotivo molto ampio, è possibile lavorare sui propri limiti in modo graduale, accompagnati da un terapeuta». La particolarità del video, che ricorda gli esperimenti dei Fratelli Lumière ai tempi delle prime proiezioni cinematografiche e le reazioni delle persone ancora non aduse al nuovo mezzo, è che cala il paziente o la paziente in un ambiente plastico, in 3D, dove non si ha mai la percezione esaustiva del quadro, ma per cogliere tutto bisogna muovere la testa, verso l’alto, verso il basso, in-

dietro. Se nel «Cave» presente all’Istituto Auxologico di Milano il paziente è immerso in una «caverna», una camera di proiezione costituita da tre, quattro schermi su cui vengono retroproiettati gli ambienti generati dal computer, qui grazie a dei semplici visori di realtà si entra in un ambiente tridimensionale e assolutamente credibile. «Nel video di prima non ci si limita soltanto a mettere il paziente in uno stato di ansia» continua Valdarnini. «La stessa viene stemperata perché il treno, quando lo colpisce, si trasforma in uno stormo di uccelli. Lo scopo è provocare tante micro-emozioni e poi lavorarci per superare le paure e lo stress». Il video, realizzato dalla casa di produzione di James Cameron, è stato il primo passo nell’uso della realtà virtuale in campo formativo. Oggi la strumentazione è molto più semplice e meno costosa, ciò che permette il più agevole inserimento di queste tecniche all’interno dei più classici percorsi tera-

peutici, che dovrebbero vedere potenziata l’efficacia. «Sto collaborando con un team di psicologi, come Davide Algeri ed Elettra Pezzica, che è concentrata sull’efficacia scientifica della realtà virtuale a livello terapeutico», aggiunge il ricercatore, precisando che esistono dei veri e propri protocolli per superare l’agorafobia o la paura di prendere l’ascensore. «La realtà virtuale dà proprio la possibilità di ricreare delle situazioni che in vivo sarebbero molto dispendiose: in questo modo, per esempio, il terapeuta può stare accanto al paziente durante un volo, se la paura è quella di prendere l’aereo». Infine, qualche dato: in Svizzera sono ottocentomila le persone a soffrire di disturbi di ansia, come ci avverte Pro Infirmis, ed essi colpiscono maggiormente le donne. Affrontare con metodo e protocolli adeguati e aggiornati quelle che ragionevolmente possiamo chiamare malattie diventa una priorità.


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Ambiente e Benessere

Per una maggiore autonomia

MotoriRenault presenta un innovativo sistema di ricarica dinamica dei veicoli elettrici che fanno il «pieno»

senza fermarsi

Mario Alberto Cucchi Nella corsa verso la mobilità elettrica, una delle sfide più importanti da vincere è quella relativa all’autonomia dei veicoli. Ogni anno che passa, le batterie sono più leggere e capienti, in modo da permettere un utilizzo del mezzo anche nel medio raggio. I costruttori automobilistici hanno poi lavorato sui tempi di ricarica. Se una volta ci voleva una notte, adesso grazie a innovativi caricabatterie rapidi in alcuni casi bastano poche decine di minuti per poter ripartire.

Per Renault oltre la tecnologia ecosostenibile è fondamentale anche il design e lo ha dimostrato con il prototipo Trezor In questi giorni Renault presenta un innovativo sistema di ricarica dinamica dei veicoli elettrici che consente un’autonomia di marcia teoricamente illimitata: il «pieno» viene fatto senza fermarsi. Tutto vero. Funziona quasi come per gli aerei militari che possono teoricamente volare per giorni grazie ai rifornimenti in volo. Renault ha, infatti, realizzato due prototipi di Kangoo Z.E. che possono ricaricare le batterie continuando a viaggiare fino a cento chilometri orari. La dimostrazione di ricarica dina-

mica è avvenuta su una corsia di prova di cento metri, costruita da Vedecom a Satory, Versailles, vicino a Parigi, nell’ambito del progetto Fabric. I partner del progetto Qualcomm Technologies e Vedecom hanno installato la prima parte del sistema di ricarica dinamica dei veicoli elettrici sulla pista di prova. Per poter funzionare, questo tipo di tecnologia richiede strade dedicate con «annegato» nell’asfalto il sistema di ricarica. Vedecom e Renault sono intervenuti nella seconda parte allestendo due Renault Kangoo Z.E. per la ricarica «senza fili». Si può ipotizzare di arrivare a destinazione con le batterie ancor più cariche di quando si è partiti, pronti a un utilizzo del mezzo sulle strade secondarie nelle quali il sistema non viene installato. Il progetto Fabric vale nove milioni di euro ed è finanziato in parte dall’Unione Europea. Si lavora sulla fattibilità tecnologica ed economica e sulla sostenibilità socio-ambientale della ricarica dinamica wireless dei veicoli elettrici. All’interno del gruppo di lavoro ci sono 25 partner provenienti da nove Paesi. Tra di loro case automobilistiche come Renault, ma anche produttori di ricambi, fornitori di servizi e organismi di ricerca nei settori delle infrastrutture automobilistiche, stradali ed energetiche. «Contribuire a questo appassionante progetto ci ha permesso di testare e proseguire la ricerca sulla ricarica dinamica sui nostri Kangoo

Renault Kangoo Z.E.: veicolo elettrico dalla ricarica dinamica wireless. (Qualcomm)

Z.E.», afferma Eric Feunteun, direttore del Programma Veicoli Elettrici del Gruppo Renault. «I nostri ingegneri specializzati nella ricerca hanno lavorato in stretta collaborazione con i team di Qualcomm Technologies e Vedecom per dimostrare l’integrazione del sistema di ricarica dinamica dei

veicoli elettrici nell’ambito di Fabric. La ricarica dinamica è un aspetto che consente di migliorare ulteriormente la fruibilità e l’accessibilità dei veicoli elettrici». Per Renault oltre la tecnologia ecosostenibile è fondamentale anche il design e lo ha dimostrato con Trezor. Un

prototipo ecologico che ha appena vinto il premio per la «concept car più bella» al concorso di Eleganza di Villa d’Este tenutosi a Cernobbio, in Italia sul lago di Como, lo scorso mese di maggio. La propulsione elettrica di Trezor è garantita da un motore di Formula E che eroga ben 350 cavalli di potenza. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Quando è l’edificio a generare elettricità

Tecnologia e sostenibilitàL’evoluzione tecnologica ha portato alla realizzazione di pannelli fotovoltaici

che assumono anche la funzione di materiali di costruzione – Uno dei pionieri è il ticinese Daniel Lepori, fondatore della start-up Designergy SA a San Vittore Benedikt Vogel, per conto dell’UFE È trascorso circa un quarto di secolo da quando il fotovoltaico (FV) ha imboccato la via del successo. Da allora ci si chiede regolarmente in che modo i pannelli fotovoltaici possano essere integrati architettonicamente nel progetto complessivo di un edificio senza comprometterne l’estetica. Negli anni Novanta, nell’ambito del programma d’azione «Energia 2000» per l’incentivazione delle energie rinnovabili, i pionieri dell’energia solare in Svizzera hanno sviluppato soluzioni avanzate in questa direzione. «A quei tempi i moduli FV integrati negli edifici erano solo un po’ più cari dei pannelli fotovoltaici normali», ricorda Roland Frei, direttore di Energiebüro AG, un’azienda di Zurigo specializzata in progetti di impianti a energia solare. «Ma successivamente è iniziato il boom dei moduli solari standard che ha scatenato la grande guerra dei prezzi nell’industria del solare. In breve tempo i pannelli fotovoltaici tradizionali sono passati a costare un terzo delle soluzioni integrate negli edifici, che si sono trovate improvvisamente in difficoltà». Roland Frei siede nella sala riunioni della sua azienda non lontano dalla stazione principale di Zurigo. Alla parete spiccano numerose fotografie di progetti di impianti fotovoltaici. Tra questi, anche i primi esempi di fotovoltaico integrato negli edifici: un’immagine mostra l’impianto realizzato da Migros nel 2000 per la sua sede principale sulla Limmatplatz di Zurigo. Allora, l’impianto fotovoltaico integrato in vetro isolante è valso a Migros il Premio Solare Svizzero. In una foto accanto è raffigurato il tetto di una scuola a Lengnau (AG) realizzato nello stesso periodo, per il quale è stata impiegata la stessa tecnologia FV nei lucernari. Nel frattempo, dopo anni di guerra dei prezzi, questa soluzione è stata ripresentata spesso con la sigla inglese BIPV che significa Building-Integrated Photovoltaics e corrisponde al FAI (fotovoltaico architettonicamente integrato). Senza dubbio i pannelli fotovoltaici che assumono, oltre alla funzione di produrre elettricità, il ruolo di elemento di costruzione, si rivolgono ancora a un mercato di nicchia, tuttavia l’interesse per le soluzioni BIPV sta crescendo di popolarità, come è emerso da un sondaggio condotto tra i proprietari di case in Svizzera nell’ambito del programma nazionale di ricerca «Svolta energetica»: gran parte delle persone intervistate preferisce pannelli fotovol-

taici architettonicamente integrati, e la maggior parte di questi è anche disponibile a pagare qualcosa in più. Nel frattempo non mancano anche gli esempi di realizzazioni riuscite e talvolta persino spettacolari: grazie alla facciata attiva in vetro del progetto faro dell’UFE, munita di moduli monocristallini integrati e con una colorazione speciale che ricorda più una facciata in metallo che delle celle fotovoltaiche, un edificio plurifamiliare ubicato nella Hofwiesenstrasse di Zurigo e risalente agli anni Ottanta è stato trasformato in un immobile Plusenergie con un recente intervento complessivo di risanamento. Oggi il fotovoltaico si presenta in varie forme, anche molto diverse. I moduli sono realizzati in diverse tonalità, compresi terracotta e bianco, con diverse strutture superficiali e rivestimenti (ndr: al riguardo vedere anche l’articolo Die Photovoltaik macht sich unsichtbar, che può essere scaricato in lingua tedesca e francese dal sito web www.bfe. admin.ch/CT/PV). Questa eterogeneità apre nuove prospettive creative per gli architetti. Il BIPV è più di un accostamento cromatico. Sempre più spesso i pannelli fotovoltaici assumono la funzione di materiali di costruzione, sostituendo il rivestimento più esterno di una facciata o le tegole del tetto. In questo caso, gli impianti solari sono considerati parti integranti dell’involucro dell’edificio che sono in grado di generare energia dal sole. Questo è anche l’approccio di Daniel Lepori, il fondatore della startup Designergy SA. L’ingegnere dei materiali ticinese, 38 anni, si è formato al Politecnico federale di Zurigo e, dopo aver concluso degli studi di economia ha lavorato in qualità di esperto in materia di brevetti per diverse aziende tra cui Oerlikon Solar. Equipaggiato con questo bagaglio di esperienze, nel 2011 ha fondato la Designergy SA. L’azienda sviluppa e produce elementi per il tetto che garantiscono impermeabilità, isolamento termico e generano energia elettrica. Gli elementi prendono il nome Triactive Core Roof (TCR) dalla loro triplice funzione. La giovane impresa ha ottenuto negli ultimi anni diversi riconoscimenti per la sua tecnologia innovativa (ad esempio Watt d’Or). Il fondo per le tecnologie, uno strumento di politica climatica della Confederazione, sostiene Designergy con una fideiussione. L’azienda di San Vittore (GR) conta nel frattempo nove dipendenti e ha realizzato diversi progetti di riferimento che dimostrano il potenziale degli elementi

Le cellule fotovoltaiche integrate nel vetro isolante realizzate nel 2000 nella sede principale della Federazione delle cooperative Migros sulla Limmatplatz a Zurigo. (energiebüro® ag / Zürich – für Solarkraftwerke)

TCR. Per citarne uno: sono stati utilizzati per realizzare su un capannone a San Vittore una copertura di 720 mq con una potenza di oltre 90 kW. Entro il prossimo anno sarà realizzato a Ginevra in due fasi successive un impianto con circa 100 kW di potenza su un complesso residenziale a due piani. Questo progetto ha ricevuto il sostegno finanziario dell’UFE nell’ambito del suo programma pilota e di dimostrazione. «Grazie all’ingegneria completa e all’integrazione ottimizzata anche della struttura portante, il costo del nostro tetto è superiore solo del 5-8% rispetto a un tetto di tipo tradizionale, senza pannelli fotovoltaici integrati. La parità di costo è a portata di mano», dice Lepori. L’uguaglianza dei costi abbatterebbe un’importante riserva che ha tenuto finora a freno lo sviluppo del BIPV.

TCR: un elemento, tre funzioni Ciascuno degli elementi TCR dell’azienda Designergy SA è composto da uno strato di metallo, da uno strato isolante in lana di roccia disponibile in spessori da 10 o 20 cm e da un pannello fotovoltaico vetro-vetro monocristallino di colore nero e di 6 mm di spessore. Il pannello fotovoltaico può essere staccato dall’elemento TCR e sostituito, ad esempio qualora in futuro dovessero essere immessi in commercio dei moduli più efficienti. Gli elementi TCR sono adatti per tetti con una pendenza da 6 a 60 gradi. Gli elementi vengono posati dal conciatetti sulla struttura portante del tetto (trave maestra, dotata di uno strato in

legno e di uno schermo anti-vapore). Alla fine vengono effettuati tutti i necessari collegamenti elettrici e le fughe tra gli elementi vengono chiuse con carter in metallo prefabbricati. Gli elementi TCR sono calpestabili. Il carico neve massimo è 1000 kg/ mq (pari a 2,5 m di neve bagnata). Il rendimento elettrico dei pannelli fotovoltaici è compreso di norma tra il 17 e 20 per cento; la resa è leggermente inferiore se si includono nel calcolo superfici quali il bordo del tetto, camini o lucernari. In base alle informazioni fornite da Designergy, i costi ammontano generalmente a 250-300 fr./mq che corrisponde a un

prezzo solo leggermente superiore a quello di un tetto tradizionale (200250 fr./mq in base alla tecnologia e alla sottostruttura). I primi elementi TCR per tetti sono stati sviluppati con la Scuola universitaria professionale (SUPSI-ISAAC) del Cantone Ticino nell’ambito di un progetto della CTI (Commissione per la tecnologia e l’innovazione). Nel frattempo hanno ottenuto la certificazione KIWA per l’impiego in Svizzera e all’estero e sono conformi alle norme della Società svizzera degli ingegneri e degli architetti (SIA) e dell’Associazione per l’elettrotecnica, la tecnica energetica e l’informatica Electrosuisse.

Con il progetto di Ginevra, dopo il Ticino e la Svizzera tedesca, Designergy vorrebbe affermarsi anche nella Svizzera romanda. I progetti faro in diverse parti del Paese e regioni linguistiche favoriscono la diffusione di nuove tecnologie. L’azienda grigionese è consapevole dell’importanza di una collaborazione attiva con l’industria edile locale e regionale, nell’ottica di incrementare la notorietà e l’accettazione del nuovo sistema. Nell’ambito del progetto di Ginevra sarà creato un concetto che mostri in che modo la diffusione della tecnologia TCR possa essere promossa, in particolare tra i progettisti della Svizzera occidentale. Nel 2017 l’azienda prevede di realizzare con i suoi partner circa dieci progetti, dalla casa unifamiliare al grande tetto industriale. La soluzione di Designergy è adatta per le nuove costruzioni, ma in particolare può essere applicata anche per i rinnovi di edifici, comprese le sopraelevazioni. In questo campo il potenziale è altissimo, sottolinea Lepori: «In Svizzera 1,5 milioni di edifici dovrebbero essere risanati per migliorare l’isolamento termico». In futuro, invece di realizzare in proprio progetti chiavi in mano, Designergy intende fornire sempre più i propri elementi per tetto con operazioni B2B a professionisti del settore edile e dell’energia solare, ad esempio installatori, tecnici esperti in energia solare, architetti e imprenditori edili, con tutti i rispettivi servizi di consulenza e assistenza. Con la sua tecnologia, Designergy potrebbe realizzare anche elementi per facciate o altri «elementi per edifici che generano energia elettrica». Ogni nuovo sviluppo comporta però l’esigenza di adeguamenti tecnici e test di sicurezza

con certificazione finale. Questo maggior onere può rapidamente sopraffare una giovane impresa. Pertanto Designergy vuole concentrarsi innanzitutto su elementi per tetti piani e a falde. Il sistema TCR per tetti inclinati può essere installato sui tetti piani, collocandolo su una sottostruttura leggermente modificata con una pendenza di circa 6°. In alternativa può essere installato il «TCR Flatroof», anche questo prefabbricato, calpestabile e di rapida installazione. Dopo che Designergy nella fase di avvio ha goduto di un grande interesse delle committenze, adesso anche i professionisti del settore edile, finora conservativo, cominciano ad apprezzare il valore del BIPV, afferma Lepori: «Per far sì tuttavia che il fotovoltaico integrato nell’edificio si affermi in modo duraturo occorre ancora molta comunicazione e un’ampia informazione rivolta ad architetti, tecnici e installatori». Per garantire un successo a lungo termine, Roland Frei di Energiebüro AG indica un altro criterio: «Le soluzioni di fotovoltaico integrato nel tetto devono essere considerate attivamente fin dal principio, nella fase concettuale e di pianificazione. Solo in questo modo si può evitare che le soluzioni BIPV vengano percepite in seguito nel processo di costruzione come voci estranee, destinate a incrementare i costi». Informazioni

www.designergy.ch – www.energieburo.ch – www.bipv.ch – www.bfe. admin.ch/CT/PV. Sul sito di «Azione», www.azione.ch si troveranno altre indicazioni su come ottenere informazioni.


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Ambiente e Benessere

I vini della Cina, il risveglio del gigante

Vino giramondoLa diminuzione dei dazi doganali, una legge più morbida sulla distribuzione e un buon marketing

Da vide Comoli Per secoli si è attribuito alla vite un’origine persico-afgana, importata per mano del dio Bacco dalle Indie, allora estremo limite del mondo conosciuto. Da una decina d’anni però, è l’archeologia a precisare che l’antica India superiore non era altro che la Cina e a dimostrare come 6000 anni a.C. gli abitanti dello Henan già bevevano succo d’uva spremuto. La prova scientifica (come scrive G.C. Testa in Civiltà della tavola), è nei sedimenti vinosi da varietà ignote di vitis vinifera indentificati in vasi di coccio del VII millennio a.C. ritrovati nel villaggio di Jiahu. La clamorosa scoperta, anticipa di millenni e spinge ben più ad Oriente della Persia la capostipite di tutti i vini, e in più segna un primato per la stessa civiltà cinese, la cui storia scritta parte solo dall’842 a.C. Finora era nota solo la selvatica vitis adstricta diffusa in Cina dal X al XII sec. a.C., mentre di vino e di vitis vinifera si parlava solo dal 128 a.C., quando l’eroe Zhang-Quan, tornato in patria dopo 13 anni, dopo una lunga spedizione in Asia centrale, porta tra i suoi bagagli sementi di vitis vinifera provenienti dall’Uzbekistan. Secondo gli scritti datati VII sec. a.C. in quell’epoca si coltivavano ceppi di vite chiamati «Perle di drago», «Serpente» e «Capezzolo di cavalla», vitigno ancora oggi esistente con il nome di Manaizi, sia a bacca bianca sia nera, con grappoli molto lunghi.

La viticoltura in quel periodo era molto fiorente e diversi poeti dedicarono al vino dei versi, Wendi (265 d.C.), Wang-Sengju (465-522), Chang-Shuai (475-527), Li-Po (701-762) e Tu-Fu (712-770). Questi ultimi due composero liriche sul vino che divennero celebri anche in Europa. Ma gli scritti non fanno riferimento solo a uva da tavola o uva secca, quando si parla di «vino da bere» s’intende un prodotto generato anche da cereali come il riso e il miglio. È solo nel 1892 che incomincia la storia moderna del vino cinese, grazie a un funzionario governativo, tale Zhang Bishi che, dopo aver lasciato il corpo diplomatico in Europa, torna in patria fonda a Yantai, il suo villaggio, la cantina Chang-Yu, impiantando circa 150 ceppi di qualità differenti di vitis vinifera. All’inizio del XX secolo si assiste alla creazione di diverse vigne da parte di europei: nel 1910 alcuni missionari francesi fondano Shang-Yi, oggi Beijing Winery; e nel 1914 alcuni tedeschi si stabiliscono a Tsingtao, impiantano dei vigneti e producono vino per dare assistenza a tutti i compatrioti che si erano installati sul suolo cinese, dopo l’insurrezione dei Boxer nel maggio del 1900. Lo sviluppo della viticoltura, che oggi copre quasi 55mila ettari, e pone questo Paese al settimo posto nella produzione mondiale con quasi 13 milioni di ettolitri di vino, si bloccò nel 1949 in seguito alla nazionalizzazione di tutte le cantine, con l’obiettivo di aumentare

Landrovermena

fanno pensare a una ripresa del consumo di vino

la produzione a scapito della qualità. Si ricavarono così vini dolci a mo’ di sciroppo ottenuti con miscele fermentati d’uva e altre materie prime. La penisola dello Shandong è la più adatta alla viticoltura, e si situa alla stessa latitudine della California, le vigne sono orientate verso sud e il clima marittimo potrebbe essere paragonato quasi a quello mediterraneo se non ci fossero i monsoni e gli uragani che spesso arrivano dal mare della Cina meridionale. Dopo che la Cina ha aperto le sue porte all’Occidente nel 1978 molte imprese hanno creato delle joint-venture (Remy Martin con il marchio Dynasty

e Pernod-Ricard con il popolare marchio Dragon Seal). Una nuova epoca per i vini cinesi sembra essersi aperta a metà anni Novanta, quando il Governo ha permesso e autorizzato la creazione di imprese private dove gli stranieri sono azionisti maggioritari e a cui viene permesso di condurre una propria politica commerciale. Le aziende vitivinicole sono più di 400 e la maggior parte di loro si trovano lungo il fiume Giallo a sud e ad ovest della capitale. Ma troviamo a Ningxia Hui una regione molto promettente vicino alla Mongolia, la Dragon’s Hollow un’azienda condotta da Bartholomew

Broadbent che produce Chardonnay fruttati e Riesling agrumati, mentre i Cabernet sono troppo marcati da note erbacee. Nello Yantai-Penglai si produce il 40 per cento del vino cinese, e molto di questo vino viene messo in contenitori di cartone (vrac) e, sotto i nomi di Chardonnay e Cabernet, si nascondono molte volte vini prodotti con vitigni locali. Nella regione dell’Hubei, la più meridionale della Cina, troviamo la famosa azienda Great Wall che produce vini in stile bordolese, ma poco strutturati. I nuovi investimenti da parte europea e australiana, con i loro specialisti del settore, stanno lentamente cercando di porre rimedio alle aberrazioni più strane della viticoltura e vinificazione cinese con l’introduzione di materiale e sistemi moderni. Oggi la Cina, protagonista del mondo industriale e commerciale, con una popolazione di 1,4 miliardi di persone, non può non rappresentare una sfida entusiasmante per chi opera nel settore del vino, nel 2014 il 42 per cento dei grandi vini aggiudicati nelle aste mondiali è finito in ristoranti, case private o collezioni cinesi. Oggi i cinesi preferiscono la birra e quando bevono vino è vino rosso locale, dolce e sovente mischiato con limonata e acqua tonica, ma la diminuzione dei dazi doganali, una legge più morbida sulla distribuzione e un buon marketing sul vino, possono far pensare a un progressivo aumento del consumo orientato verso prodotti occidentali. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Ambiente e Benessere

Una cotta per l’umeboshi Ogni tanto ci si innamora di preparazioni strane: strane oggi, domani chissà. Per esempio io, che facilmente mi innamoro del cibo…, mi sono innamorato da poco dell’umeboshi. Parliamone.

Per preparare l’umeboshi, i frutti devono essere raccolti verdi e messi sotto sale per diversi mesi L’umeboshi è prodotto con un frutto (il Prunus Mume) originario della Cina che è diventato un popolare condimento della cucina giapponese. Erroneamente considerato una prugna (perché letteralmente si traduce in prugna secca), in verità il frutto del Mume è più simile a un’albicocca. Se lasciato sull’albero diventa giallo e di sapore abbastanza dolce ma, per preparare l’umeboshi, i frutti devono essere raccolti verdi, quando il loro contenuto in acido citrico è al massimo, dopodiché bisognerà metterli subito sotto sale per diversi mesi. Parte delle qualità che vengono tradizionalmente attribuite a questo frutto, sono probabilmente da attribuirsi proprio alla presenza di acido citrico. L’umeboshi è un condimento saporito e da sempre considerato un aiuto naturale per la disintossicazione e il rafforzamento dell’organismo. Trovare in Europa i frutti del Prunus Mume, detti Ume, è pressoché impossibile, ma una soluzione c’è: utilizzare albicocche non mature. Quindi dove scrivo ume, leggete albicocche… Qui di seguito le quantità per ottenere tre vasi da 500 g. Procuratevi 1,5 kg di ume e lasciatele per una notte a bagno in acqua fredda. L’indomani scolatele, asciugatele e privatele dei piccioli, ma non dei noccioli. Pesate 150 g di sale fino e utilizzatene una piccola parte per spolverizzare il fondo di un vaso. Strofinate di sale anche

i frutti e deponeteli quindi a strati nel vaso, cospargendo ogni strato di sale. Il sale che eventualmente avanzasse cospargetelo, alla fine, sullo strato più alto, assieme a 120 g di zucchero e a 2,5 dl di saké o di acquavite. Deponete sul vaso una copertura leggermente più piccola della sua imboccatura, in modo tale da potervi sovrapporre un peso (almeno 1 kg) che eserciti una pressione costante. Lasciate che il peso svolga la sua funzione per qualche ora, fino a quando cioè le ume non saranno completamente ricoperte dal liquido che si è formato nel vaso. Allora tiratele fuori (tenendo il liquido), mettetele in un altro contenitore di vetro ed esponetele al sole e all’aria per 3 giorni e 3 notti. Il vaso contenente il liquido, invece, lasciatelo all’aperto solo di giorno, ma anch’esso per 3 di fila. Dopo tale periodo, in cui le ume avranno assunto un colore moganodorato e una consistenza grinzosa, rimettetele nuovamente a sguazzare nel loro liquido. A questo punto serve dello shiso, un’erba aromatica dal profumo molto intenso. È molto diffuso anche in Nord America dove è noto col nome di perilla. Appartiene alla famiglia della menta, ne ha l’aroma anche se è mescolato a delle note agrumate di limone. Anche questo è difficile da trovare, quindi utilizzate della menta selvatica e dello zest di limone o del lemon grass. Lavate la menta con molta cura, asciugatela e poi spolverizzatela di sale, aggiungetela ai frutti insieme allo zest o lemongrass e mescolate delicatamente con le mani il composto, in maniera che frutti ed erba aromatica si amalgamino al meglio. A questo punto non vi resta che chiudere ermeticamente il vaso e lasciarlo a riposare per almeno 2 mesi in luogo asciutto e riparato dalla luce diretta. Quando finalmente le umeboshi saranno pronte, potranno accompagnare riso bianco cotto al vapore o altre pietanze. Sono gustose, però, anche mangiate da sole, come fossero olive. Ben chiuse in un vaso di vetro a chiusura ermetica durano in dispensa per diversi mesi.

CSF (come si fa)

Kaboompics

Allan Bay

Ryosuke Yagi

Gastronomia Non prugne secche, ma albicocche asiatiche sotto sale, alla base del noto condimento nipponico

Quattro proposte da barbecue con quantità utili per quattro porzioni. Vediamo come si fa. Picanha all’aceto balsamico. Fate una marinatura unendo 1 dl di aceto balsamico di Modena (o altro balsamico) e 2 dl di olio evo ed emulsionate, unendo 1 cucchiaino di lecitina di soia. Tagliate 800 g di picanha (codone di manzo) a fette di 2 cm di spessore e fatela riposare nella marinata per circa 30’. Scola-

tela, tamponatela dalla marinatura in eccesso e cuocete a calore diretto 3’ per lato. Lasciate riposare la carne al caldo per 4’ dopo la cottura, scaloppatela e servite con sale Maldon e pepe. Salsicce alla birra. Preparate il barbecue a carbonella per una cottura indiretta: la temperatura di cottura dovrà essere vicina a 150°. Mettete nel barbecue 8 salsicce senza bucarle. Ammollate le chip di legno per 1 ora. Affumicate con le chip per 20’, poi cuocete per altri 25’. Trasferite le salsicce in una vaschetta di acciaio, irroratele con 5 dl di birra, mettete la vaschetta sul barbecue e completate la cottura per 15’. Galletti al barbecue. Tagliate 4 galletti in 4 parti. Preparate una marinata unendo 3 dl di birra tipo Pilsner a 2 dl di olio evo, aggiungete 2 cucchiai di senape e rosmarino, salvia, timo

freschi tritati e fate marinare in frigorifero per 4 ore. Preparate il barbecue per una cottura indiretta. Ripulite la carne dalla marinatura e cuocetela a 160° per 70’: la temperatura del pollo dovrà raggiungere gli 84° al cuore. A fine cottura salate, pepate e unite un trito di erbe fresche. Scamone di manzo al rosmarino. Tritate 2 spicchi di aglio e rosmarino e unite erbe provenzali. Massaggiate 800 g di scamone con un filo di olio evo e poi con il mix di erbe tritate; lasciate riposare la carne per 30’, poi tagliatela a fette di circa 3 cm di spessore. Scaldate la griglia per una cottura diretta intensa, cuocete la carne per circa 5’ per lato, salate, pepate e lasciate riposare per 5’. Scaloppatela, aggiungete un filo di olio di oliva e i fiori di rosmarino prima di servire.

Ballando coi gusti Oggi, due piatti che piacciono a tutti: uno a base di pesce e uno a base di carne. Il primo profumato con pinoli, il secondo con mandorle.

Pesce in salsa di sedano

Riso pilaf con carne alle mandorle

Ingredienti per 4 persone: 4 filetti di pesce da 200 g l’uno · 1 limone · pinoli · olio d’oliva. Per la salsa: 400 g di sedano · 2 fette di pane integrale · 1 patata cotta · 1 spicchio di aglio · 1 dl di brodo di pesce (o vegetale) · 1 cucchiaio di succo di limone · 1 cucchiaio di prezzemolo · sale.

Ingredienti per 4 persone: 250 g di riso da pilaf · 250 g di carne tritata a piacere · 1 cipolla · 100 g di mandorle sgusciate · noce moscata · grana grattugiato · 7,5 dl di brodo di carne · 100 g di burro · sale e pepe.

Per la salsa, frullate il pane con il sedano mondato e tagliato a fettine, la patata spezzettata, l’aglio, il brodo e il succo di limone. Mettete il tutto in un pentolino, aggiungete il prezzemolo e scaldatelo a fiamma bassissima. Regolate di sale e di pepe. Scaldate 1 filo di olio in un tegame, unite la buccia del limone tagliata a listarelle e 1 manciatina di pinoli leggermente tostati, aggiungete il pesce e fatelo cuocere per circa 2’ per lato. Disponetelo su un piatto da portata, irroratelo con la salsa e servite.

Sciogliete 50 g di burro in una casseruola e fatevi appassire la cipolla mondata e tritata; aggiungete la carne tritata, una grattata di noce moscata e poco sale e pepe. Fate rosolare la carne a fiamma vivace, quindi scolate e tenete in caldo. Mettete nella casseruola il riso e il brodo caldi, e aggiungete il burro rimasto, la carne cotta col suo fondo di cottura, le mandorle spellate e spezzettate, grana e poco sale. Portate a bollore, mescolate, quindi abbassate il fuoco e portate il riso a cottura a fuoco dolce e coperto, aggiungendo, nel caso il composto tendesse ad asciugarsi troppo, un po’ di acqua o di brodo bollenti.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Ambiente e Benessere

A vela in solitaria dalle Scilly all’Irlanda Reportage Settima e ultima tappa di Mamé Giorgio Thoeni «Ci diamo appuntamento alle isole Scilly, poi attraversiamo fino in Irlanda. Navigheremo in solitaria, ognuno sulla propria barca». È Andreas a farmi la proposta. Con il Coco, la sua barca a vela di sei metri e mezzo, ha già conosciuto quel mare. Per me si tratta di una sfida decisamente interessante: è la prima seria opportunità di navigare da solo anche se «di conserva», come si dice, condividendo cioè il tragitto con un’altra imbarcazione. Un debutto tutto sommato rassicurante. Dovremo attraversare il Mar Celtico esposti a perturbazioni improvvise che rendono quel mare notoriamente insidioso. Navigare in solitaria è un sogno coltivato da tempo e la mia barca, sebbene anzianotta, in questi anni ha dimostrato di essere affidabile: seaworthy, come dicono gli inglesi. Mamé mi sta aspettando a Plymouth dove l’ho lasciata a svernare su un terrapieno. Uscirò dalla Manica costeggiando la Cornovaglia fino a Penzance, un piccolo porto di pescatori da cui partirò per attraversare il braccio di mare che divide l’estremità meridionale dell’Inghilterra dalle isole Scilly. Questo primo tragitto lo farò in compagnia di una coppia di amici che una volta arrivati rientreranno dalle isole per conto loro, in traghetto. Sarà un’opportunità per collaudare la barca in equipaggio prima di affrontare da solo la traversata. Per compiere questa modesta ma significativa impresa mi sono ritagliato un mese di vacanze lavorative, le ultime prima del pensionamento. La prima parte mi porterà lungo le coste della Cornovaglia. Ci sono giorni dove a Plymouth il vento ha un profumo particolare. Nelle giornate più nuvolose, quelle che preannunciano una perturbazione, un inconfondibile sottofondo grigio e minaccioso all’orizzonte accompagna una brezza dal forte odore di terra. La stessa che si percepisce in vista della costa dopo una lunga navigazione in mare aperto. È una fragranza che ci insegue lungo tutta la Cornovaglia mentre davanti a noi sfilano paesaggi magici, misteriosi, strapiombi minacciosi e sublimi. Assomigliano molto a quelli da cui si affac-

Navigando lungo la costa della Cornovaglia. (Giorgio Thoeni)

ciano le rovine del castello di Tintagel, massiccia roccaforte a picco sul mare conosciuta dal XII secolo dove si dice sia stato concepito re Artù. La grotta di Merlino è sempre lì, col suo antro inquietante lambito dalle onde. Ma quella che vediamo scorrere dalla barca è anche una campagna che da questo lato offre aspri dislivelli, puntellati da case che sembrano dipinte su tela, rifugi eretti sfruttando piccoli avvallamenti per difendersi dal vento spesso burrascoso. In basso incontriamo antichi porticcioli quasi nascosti in difesa della marea, rimasti intatti nei secoli. Come Looe o Polperro, nomi le cui origini si perdono nel tempo accompagnate da storie fiabesche. La prima sosta la facciamo a Fowey, sull’estuario del fiume omonimo. Le boe per i visitatori sono tutte occupate, dobbiamo accontentarci di una banchina che dovremo lasciare all’indomani di buonora alla volta di Falmouth da cui proseguiremo verso Penzance prima di fare il salto fino a St Mary’s Bay, la baia d’arrivo alle isole Scilly. Dove arriviamo giusto in tempo per il mio appuntamento con Andreas. Inizia qui la traversata verso l’Irlanda della quale ho preso nota sul diario di bordo: «Il cielo è coperto, una leggera brezza soffia da Ovest. Sono le sei del mattino quando molliamo gli ormeggi in boa per uscire dalla baia.

Prendiamo la rotta per 309 gradi in direzione di Baltimore, sulla costa dell’Irlanda del sud. Appena scomparso il profilo della costa, nonostante le previsioni, il Mar Celtico non si smentisce e ci accoglie con una serie di groppi con venti che rinforzano e raffiche e onde che rendono la navigazione dura e scomoda. Procedo tutto il giorno con la barca sbandata dall’andatura di bolina ma senza toccare la barra: mi guida il timone a vento che ho chiamato Leone, come il mio nipotino. È un perfetto secondo e tiene la rotta magnificamente. All’imbrunire il vento rinforza ancora. Prendo due mani alla randa e riduco la vela di prua. Devo navigare in sicurezza, soprattutto in attraversamento della via di traffico: quando ci arriverò sarà buio pesto. La notte è burrasca, forza 7-8 con vento a 30 nodi e raffiche fino a 40. Mamé tiene bene ma prende un sacco di botte dalle onde incrociate alte fino a tre metri che sbattono sulla fiancata della barca che plana in velocità. Sono tutto intirizzito per gli spruzzi d’acqua fredda che mi piovono addosso. Mi ostino a rimanere fuori in pozzetto da dove fisso la luce di posizione del Coco. È sempre più distante. “Tanto facciamo la stessa rotta”. Adrenalina e incoscienza. Parlo spesso ad alta voce per tenermi compagnia. Ogni tanto scendo al coperto e provo a riposare per quindici minuti. Ma la

suoneria del timer non funziona così provo ad affidarmi all’autocontrollo. Per un po’ funziona ma verso le quattro del mattino precipito in un sonno profondo…» Ho dormito tre ore durante le quali il vento è girato facendomi allontanare di diciotto gradi dalla rotta. La burrasca è passata e una buona stella mi deve aver protetto altrimenti poteva finir male. La giornata si preannuncia priva di un filo di vento e Mamé ciondola tranquilla senza avanzare. Non vedo più la barca di Andreas, si starà certamente preoccupando. Accendo il motore e mi rimetto in rotta ma in assenza di vento dovrò stare al timone fino all’arrivo. A metà pomeriggio intravedo una linea di terra: sono a circa venti miglia dall’arrivo! Sembrano interminabili. Al tramonto comincio a vedere le luci dei pescherecci e del faro del Barrack Point. Alle 23 sono all’ingresso della baia di Baltimore: stretto ma ben segnalato. Procedo fino al campo delle boe dove lentamente mi aggiro fra le barche in cerca di un gavitello dove agganciarmi. «Giorgio, sono qui!» È la voce di Andreas. Tiro un bel sospiro e mi affianco al Coco. È arrivato mezz’ora prima di me. Ci stringiamo la mano. Bando alle cerimonie, è tempo per me di assicurare la barca: è previsto un forte colpo di vento ed è meglio farsi trovare

saldi all’ormeggio. Sono da poco passati i primi minuti del 28 luglio, ho navigato 42 ore percorrendo 176 miglia. Sono arrivato in Irlanda da solo e con la mia barca. Esausto e felice. Ci riposiamo qualche giorno poi decidiamo di proseguire fino a Kinsale, una sessantina di miglia che percorriamo doppiando il faro del Fastnet Rock, un grande scoglio solitario su cui si erge un faro costruito a metà del XIX secolo: è il punto più meridionale dell’isola ed è chiamato anche «Lacrima d’Irlanda» perché era l’ultimo scorcio di terra irlandese visibile dal mare dagli emigranti in partenza per l’America. Il suo nome oggi ricorda una storica regata d’altura che parte ogni due anni da Plymouth: una gara che nel 1979 si concluse tragicamente a causa di una formidabile tempesta che causò 15 vittime con 24 barche abbandonate e 194 ritiri su 303 partenze. Per me e Andreas si è trattato di un emozionante pellegrinaggio verso un simbolo leggendario nel ricordo di un episodio che ha cambiato la storia della vela. Informazioni

Le puntate precedenti sono apparse su «Azione» il 18.02.2013 (1.); il 17.06.2013 (2.); il 07.10.2013 (3.); il 02.12.2013 (4.); il 09.02.2015 (5.) e il 21.03.2016 (6.). Annuncio pubblicitario

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Quando la povertà mostra il suo volto Per saperne di più su Sayed e sulla sua famiglia: www.farelacosagiusta.caritas.ch

Sayed Jamshidi (13) è fuggito in Svizzera senza i genitori


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Ambiente e Benessere 2 5 4

Informazione, non regolamentazione 5

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6 Mondoanimale Chi medita l’acquisto di un animale da compagnia deve essere cosciente

che questo implica una serie di obblighi sanciti dalla legge Maria Grazia Buletti La sensibilità umana nei confronti degli animali sta crescendo e vi sono sempre più persone che si interrogano sul rapporto che instauriamo con quelli che possiamo considerare i nostri coinquilini sulla Terra. La domesticazione di varie specie ha portato uomo e animali a vivere sempre più fianco a fianco. Una relazione in cui l’essere umano sceglie di accompagnarsi o di lavorare con alcune specie di animali, per le quali si dovrebbe essere in grado di conoscerne esigenze e bisogni primari, relazionali e psicofisici. Ciò deve essere ottemperato in modo tale da accudire l’animale con senso di responsabilità e adeguatezza, soprattutto senza arrecargli alcun male. In Svizzera la Legge federale sulla protezione degli animali è chiara ed esaustiva, a tutela degli stessi (v. articolo apparso su «Azione» n° 21 del 22.05.2017). L’Ufficio federale della sicurezza alimentare e veterinaria (Usav) è però convinto che non si possa (né si debba) regolamentare tutto per legge. Per questo motivo punta all’informazione e alla sensibilizzazione dei detentori di animali, affinché si assumano consapevolmente le proprie responsabilità. Di fatto, trasmettere le informazioni al grande pubblico (nello specifico ai detentori di animali) in modo tempestivo e corretto rappresenta, secondo l’Usav: «Una grande sfida nell’ambito della protezione degli animali stessi». Per questo, la divisione Comunicazione dell’Ufficio federale preposto presenta la strategia di sensibilizzazione Più informazione che regolamentazione.

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frequentare i corsi di educazione con ogni nuovo cane che arriva in famiglia. Ma non si toccano solo gli aspetti legati ai cani o agli animali da compagnia, bensì anche quelli specifici 8 gli animali da reddito. Ad inerenti esempio, il portavoce dell’Usav Kaspar 8 Jörger accenna ai risultati del rapporto Usav derivati dai lavori di ricerca sulla 4 detenzione adeguata dei caprini, quale esempio di modus operandi: «In questo 8 1rapporto vengono6illustrate le basi scientifiche sulle quali deve essere elaborato il materiale informativo per 5 di animali. Inoltre, vi1sono i detentori menzionati altri due progetti svolti 9 sempre su incarico dell’Usav, riguardanti problemi concreti di attuazione nell’ambito del trattamento rispettoso degli animali da reddito». della sicu5 Ma l’Ufficio 3 federale 7 rezza alimentare e veterinaria non si limita a elaborare campagne di sensi5 bilizzazione e2non propone solamente materiale informativo proprio: «Sosteniamo altresì le iniziative delle organizzazioni come ad esempio il Consiglio e Osservatorio svizzero del settore equi5 a una propria no (Cofichev) 8 che, grazie applicazione informatica dall’ampio materiale informativo, permette agli allevatori di cavalli di assumersi la propria per 6 responsabilità 2 8quanto riguarda la protezione degli equini nell’ambito dell’allevamento». 9 Due3 parole, infine, anche 6 sulla sperimentazione animale: «Nel quarto 8 rapporto sulla2protezione degli animali, in questo ambito si pone l’accento sulla trasparenza dei progetti di ricerca 7 per quanto attiene alla qualità e all’attuabilità».

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7 dato un assaggio poc’anzi, permettono con un simpatico test se1il cane può esdi riflettere molto bene prima dell’ac- sere l’animale domestico adatto a loro quisto di qualsiasi animale e sono di o alla loro famiglia. In questo modo, facile consultazione sul sito dell’Usav. l’Usav pone quelle che definisce «le mi«Spesso sono i bambini a desiderare un gliori premesse per evitare che il cane cane», è un’altra considerazione verso finisca in un rifugio per animali qualola quale si chiede attenzione alle fami- ra ci si pentisse di averlo acquistato». A 7riflessioni che Giochi per “Azione” - tutte Giugno 2017 glie che si apprestano ad adottarne uno. completare queste Stefania Sargentini Proprio per questo, sul sito www. dovrebbero precedere imperativamenanimalando.ch si possono trovare te l’adozione di un cane, si trovano gli molte informazioni espressamente ottimi consigli necessari a chi lo ha già (N. 21 - Vento caldo e secco detto anche ze ro) dedicate ai più piccoli. Navigando pia- acquistato, le regole di 6 convivenza con 3 cevolmente fra i differenti paragrafi ininformazioni circa V E ilNnuovo T I arrivato, B Ole C C A formativi, i bambini possono scoprire laL sua di I I salute D O e leG raccomandazioni E R S 2

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Giochi

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www.rieper.com

Dall’entrata in vigore della nuova legislazione, la cui base è stata posta nel 2008 e poggia proprio sul senso di responsabilità, sul sito internet dell’Usav è possibile trovare parecchio materiale informativo, mentre sono pure stati pubblicati numerosi opuscoli che trattano di molteplici temi e parlano a fondo di parecchie specie animali. Unitamente a questo grande lavoro di sensibilizzazione, vengono periodicamente lanciate diverse campagne informative. Di fatto, secondo l’Usav una corretta informazione e sensibilizzazione aiuta i detentori ad accudire gli animali in modo consono alle loro necessità e nel rispetto delle prescrizioni delle leggi vigenti in materia di protezione degli stessi. Ne è un esempio la campagna informativa sulla detenzione dei cani che utilizza differenti canali di comunicazione, parimenti alla collaborazione di tutti i media, per trasmettere informazioni utili che accompagnino il detentore del cane, passo dopo passo, a partire dalla decisione dell’acquisto fino alle attività di vita quotidiana con l’animale. Gli utili consigli, non regolamentati strettamente dalla legge, partono dall’acquisto del cane. Questo primo atto, secondo l’Usav: «Deve essere frutto di una decisione molto ben ponderata», perché con l’acquisto del loro compagno a quattro zampe, i detentori si assumono infatti la responsabilità di nutrirlo, provvedere alla sua salute e alla sua corretta educazione. Senza tralasciare la responsabilità dell’essere umano di trovare il tempo per giocare con lui e portarlo a passeggio. Le numerose informazioni, di cui abbiamo

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Giochi per “Azione” - Luglio 2017 Stefania Sargentini 1 5 E C O N E C

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E T C T E D E C C E A N C A H A R E I A E F R N. 17 FACILE S M I Schema T I R O

T T O 6 8 il cruciverba 4 Vinci una delle 3 carte regalo da 50A9franchi con L Z I e una delle 2 carte regalo da 50 er) franchi con sudoku (N. 25 - ... nuovo gas che chiamarono Montgol SUDOKU PER il AZIONE - GIUGNO 2017 22

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Cruciverba Quando i fratelli Montgolfier riuscirono a far volare l’aeromobile, credettero che fosse sostenuto da un … Trova il resto della frase leggendo, a soluzione ultimata, le lettere evidenziate (Frase: 5, 3, 3, 10, 11)

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30. Prima moglie di Giacobbe 31. Malvagia in poesia VERTICALI 1. Legame logico 2. Porte 1 2 3 4. Fiume della Puglia 5. Vi si smorzano le onde 10 6. Si esclama con ...victis 7. Il «sì» di Provenza 13 dell’attore 14 15 8. Le iniziali Hackman 9. Sta spesso tra le nuvole 18 in autostrada 19 11. Svizzera 13. Un saluto 15. Il pupo 23 di Mascagni 18. Tra «l» e «o» 19. Le iniziali dell’attore Memphis 20. Rende irrequieti 21. Gigante biblico

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno 33 sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta 35 entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

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N N E F A T E 9 E 1E P O S A I 1 2 7 6 3 4 8 5 21 22. Un ingrediente 22 23 del pinzimonio O 3 7H I R T A L 3 7 5 9 4 8 6 1 24 24. Flavio 25politico italiano 26 27 M 1I N 5 A M3 P7 I Soluzione della settimana precedente 28 25. Fissa i capelli 29 8 1 2 5 6 3 7 9 R O V I PROVERBIALI A Z2 I O– L’esperienza 5 26. Le iniziali del Foscolo SAGGEZZE è il tipo6di insegnamento più severo: 4 9 1 7 2 3 8 29. Le iniziali dell’attrice Rossellini … PRIMA TI FA L’ESAME E POI TI SPIEGA LA LEZIONE. 5 6 7 8 9 (N. 24 - ... Prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione) N. 19 DIFFICILE 18

ORIZZONTALI 1. È nudo a Monte Carlo 3. Un uccello 8. Le iniziali dello stilista Armani 10. Un tasto del computer 12. Deboli, spossate 14. Prive di libertà e diritti civili 16. L’ultima della scala... 17. Un quinto di five 18. Amato... da vecchi lupi 20. Arte francese 21. Spirito dei boschi 22. Ai confini del Pakistan 23. Prefisso che vuol dire orecchio 25. Risuscitò Lazzaro 27. Nel volume e nel fascicolo 28. Ciascuna delle estremità delle ossa lunghe

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Soluzione

N.20 GENI V 8 O 9 2 4 C O R

U 3 6 3 1 6 5 4 9F I A C C S C 4 5 7 1 C H 15I 4 A 6V 3E 1 7 92 I2 2 6 4 8 5 3 1 7 5 8M 3 8 A 7 I T4 A1 NOE N 5E 6 4 3 9 E1 G S5 9 8 78 1 O T G NA D2 R I 9 N 3 7 S8 E U 9 L 7 2 5 4 1 P NA 4R E O 8T O N. 18 MEDIO G9 4 E 8S U 1 O L 5 9 46 7 6V E N T U R A 8 O BP O E I OFN 5 I E S I 72 63 18 34 2 4 I R E A L T 4 5 8 1 1 I A4 5 3 8 L O P L8 6 E 5AI L A6 R 1

2 6 (N. 22 - La medusa immortale, ringiovanisce sempre) Soluzione: 13 3 1 6 1 2 3 4 5 6 Scoprire i 3 L A E D I 4M corretti numeri 7 8 9 U S A S I M da inserire nelle2 10 11 12 M O caselle R A colorate. N M 13 14 18 19 E L I T E E 15 16 17 18 19 20 A D 5 3L 8O N 21 22 23 24 25 R I 6N O S 21 26 27 28 29 30 31 A I O V A 9 8 32 33 34 35 36 S C O R I E 24 2 5 37 38 I M P A S T O 27 (N. 23 - “Va bene, appena ti sposi chiamami”)

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Vincitori del19 concorso Cruciverba 18 20 21 22 23 su «Azione 23», del 6.6.2017 22 G. D’Angelo, S. Ponte, G. Küng

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Vincitori28 del concorso29Sudoku 30 su «Azione 23», del316.6.2017

27D. Ponti, L.28 29 Zimmermann 33

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Partecipazione online: inserire la

soluzione del cruciverba o del sudoku 34 nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. 36 postale: la lettera o Partecipazione la cartolina postale che riporti la so-

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S O N N O P I U` M A 1 7 8 5 P R I M A T O T I F O 1 9 7 3 4 8 5 2 6 A L L L’ O R T A ES E LT SI 8 D 2 6R 1 5 I 9 7N 4 3 P A D 6A 2 M E8 S E T 5 3 4 6 2 7 8 1 9 A 7A U R C A 9 P O S T E R I L I R A I C I 3 6 7 8 2 9 3 5 4 6 1 T I R A S T A O A 2 8 4 1 9 7 6 2 3 5 8 A V S I M P N I T E S S T O G DO S 6 3 7 6 5 3 4 8 1 2 9 7 A L F O N S O A L E A 1 5 4 8E 2 1 6 9 R TI M A I3C O7 5 Z G E A G E I O R 9 6 5 8 7 4 1 3 2 Z 9 6 I S 8A S4 A B B I E 2 7I 1 R 5 9 I 3 6S 8 4 E T A T E R M I S O NN E N.20 GENI T I èM Oun pagamento E in Icontanti luzione, corredata da nome, cognome, possibile 9 8 2 3 9 4 7 6 1 5 avvertiti 8 2 indirizzo, email del partecipante deve dei premi. I vincitori saranno 1 spedita 6 3a «Redazione 2 1 8 6 3 5 2 7 9 essere Azione, per iscritto. Il nome dei vincitori R N A A R T 4 sarà Concorsi, 5C.P. 6315, 6901 Lugano». pubblicato su «Azione». Partecipazione 8 7 2 5 9 8 4 1 6 3 Non si intratterrà corrispondenza sui riservata esclusivamente a lettori che A O 7 sono escluse. Non 5 A 6 9R 8 7 I 3 2A 1 4 concorsi. Le9vie8legali risiedono in Svizzera. 4

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Politica e Economia Theresa May più debole Ha condotto (male) le elezioni perdendo in maniera spettacolare. E ora la sua strada è tutta in salita

La Catalogna torna alla carica Malgrado il veto di Madrid che vede minacciata la costituzione, Barcellona ha deciso di lanciare un referendum sull’indipendenza catalana da tenersi probabilmente a inizio ottobre

Swissnex, una rete hightech Nata negli USA in seno all’ambasciata svizzera, promuove la cooperazione nella ricerca scientifica e tecnologica

Le Camere ratificano Parigi Con un’ampia maggioranza, Nazionale e Stati hanno approvato l’accordo sul clima pagina 28

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Colpevole di ostruzione alla giustizia? RussiagatePotrebbe essere questa la causa dell’impeachment, che porterebbe alla rovina di Donald Trump Federico Rampini Lui continua imperterrito nella sua opera preferita: la demolizione sistematica di tutto ciò che fece il suo predecessore Barack Obama. L’ultimo esempio: il disgelo con Cuba. Anche su questo capitolo importante della politica estera obamiana (agevolato a suo tempo dalla mediazione di papa Francesco) Donald Trump fa marcia indietro. Non è una cancellazione totale – almeno inizialmente restano le relazioni diplomatiche normalizzate da Obama – però tornano in vigore alcune restrizioni commerciali e sanzioni economiche contro il regime castrista. La logica è sempre la stessa. Da un lato c’è una sorta di accanimento perverso a disfare l’eredità di Obama dopo avere tentato di demonizzarlo e delegittimarlo quando era in carica. D’altro lato Trump cerca di essere coerente nel mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Tra queste figurava anche l’indurimento contro Cuba. Tra le constituency che lo hanno aiutato a conquistare la Casa Bianca c’è la comunità cubano-americana degli intransigenti; sempre meno numerosi a dire il vero (anche una parte degli esuli ormai fanno affari con L’Avana e puntano a normalizzarla attraverso il capitalismo) e tuttavia tenaci e combattivi.

Da varie settimane però, qualsiasi cosa faccia Trump, l’attenzione dei media tende a scivolare altrove. E questo è un problema serio per uno showman come lui, la cui forza principale era proprio la capacità di dettare l’agenda ai media (anche a quelli ostili). Ora quel gioco non gli riesce più: più spesso subisce l’attualità invece di dettare i titoli. Gli scandali, sempre quelli, dominano l’attenzione più delle concrete azioni di governo. Lui reagisce rabbioso: «State assistendo alla singola più grande caccia alle streghe della storia politica americana!» L’ultimo di questi scandali che lo accerchiano si chiama «ostruzione della giustizia». Forse sarà questa la causa della rovina di Trump? Ostruzione della giustizia è la colpa che precipitò la fine di Richard Nixon nel 1974. È il reato che venne imputato a Bill Clinton e gli procurò un «mezzo impeachment» (condanna alla Camera, assoluzione al Senato) nel 1998. In ambedue i casi i presidenti furono accusati di avere frapposto ostacoli alla giustizia: mentendo sotto giuramento, esercitando pressioni sull’Fbi, sulla magistratura o sui vertici dello stesso Dipartimento di Giustizia. È in questa direzione che si starebbe indirizzando il lavoro di Robert Mueller, l’ex capo dell’Fbi nomi-

nato dall’Amministrazione Trump per portare al termine l’inchiesta sul Russiagate. Che cosa rischia il presidente? Tutto dipende, ovviamente, da ciò che Mueller scoprirà nei prossimi mesi interrogando diversi esponenti del governo e dell’intelligence. Intanto gli esperti ragionano sui precedenti storici, e sulle procedure previste in questi casi, per tracciare uno scenario. Reato federale, l’ostruzione o intralcio alla giustizia viene definita dalla legge come «il tentativo di influenzare, ostacolare o impedire la corretta applicazione della legge in un procedimento in corso». La prima cosa da stabilire, dunque, è se Trump abbia commesso questo reato. La risposta ruota in gran parte attorno ai suoi rapporti conflittuali con James Comey, l’ultimo capo dell’Fbi che Trump «ereditò» dall’Amministrazione Obama e che poi licenziò in tronco. Nella sua deposizione al Congresso, Comey ha già fornito due agganci per la possibile accusa di ostruzione della giustizia. Anzitutto, ha raccontato la sua versione di un colloquio a tu per tu col presidente, in cui Trump auspicava la fine dell’inchiesta Fbi sul generale Michael Flynn, il suo ex consigliere della sicurezza nazionale che è uno dei maggiori accusati per la collusione con i russi. Qui si tratta di stabili-

re se l’auspicio costituiva una pressione, oppure no. C’è poi il passaggio successivo: la cacciata dello stesso Comey dal vertice dell’Fbi. Se si conferma che quello fu il castigo perché l’indagine su Flynn non era stata insabbiata, le prove di ostruzione alla giustizia diventerebbero schiaccianti. Ma che succederebbe, se Mueller arrivasse alla conclusione che il presidente è reo colpevole di ostruzione alla giustizia? Può Trump finire davanti a un tribunale federale come un cittadino qualunque? La risposta è no, almeno stando a due «pareri» – opinioni legali che fanno giurisprudenza – che il Dipartimento di Giustizia diede in due epoche diverse, nel 1973 e nel 2000. Un eventuale processo al presidente, magari concluso con una condanna, gli impedirebbe di svolgere le sue funzioni di capo dell’esecutivo. Diverso è il caso di un ex-presidente, che può essere processato: infatti Nixon evitò di finire la sua esistenza nelle aule dei tribunali solo perché il suo successore Gerald Ford lo graziò col perdono presidenziale. Se un presidente in carica non può essere giudicato da un tribunale ordinario, non resta che la via maestra prevista dalla Costituzione: l’impeachment. Se l’indagine sul Russiagate guidata da Mueller dovesse concludere che Trump

ha commesso il reato di ostruzione alla giustizia, gli atti di questa inchiesta potrebbero servire a far scattare il procedimento d’impeachment. Il primo passaggio in tal caso spetta alla Camera che deve votare l’incriminazione. Oppure la Camera può nominare a sua volta un super-procuratore speciale, che rifaccia l’indagine di Mueller e la trasformi in un’istruttoria in vista del processo, che in caso d’incriminazione si svolgerà al Senato. Ma se la palla arriva al Congresso, le decisioni diventano inevitabilmente politiche. Non basta che ci siano i presupposti del reato, i deputati si faranno guidare da considerazioni tattiche. Certo peserà su di loro l’impatto sull’opinione pubblica, la forza dei precedenti, i casi Nixon-Clinton e l’uso che venne fatto allora dell’accusa di ostruzione alla giustizia. Più ancora peserà la dinamica elettorale. La totalità dei deputati e un terzo dei senatori affronteranno le elezioni legislative di mid-term nel novembre del 2018. Se la popolarità di Trump dovesse subire ulteriori cali, e mettere a repentaglio la rielezione di alcuni parlamentari repubblicani, allora anche all’interno del suo partito potrebbe formarsi una fronda favorevole all’avvio dell’impeachment. Con l’obiettivo di una presidenza Pence, più organica all’establishment del partito.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Politica e Economia

Theresa May, una morta che cammina Regno UnitoMolti sondaggi (oltre al partito) danno per terminata l’avventura a Downing

Street della premier e considerano queste legislative come una bocciatura della «hard Brexit»

Theresa May all’uscita del quartiere generale dei Tory dopo il voto. (AFP)

Cristina Marconi «Morta che cammina» è una delle cose più gentili che siano state dette della premier britannica Theresa May dopo che ha vinto male le elezioni ma ha perso in maniera spettacolare la sua scommessa di uscire rafforzata dall’appuntamento elettorale dell’8 giugno. Ha portato a casa lo stesso numero di voti di Margaret Thatcher ai tempi d’oro – 13,6 milioni, solo John Major fece di meglio con 14 milioni – ma si è dimostrata legnosa e ripetitiva e soprattutto ha fatto un ricorso eccessivo agli attacchi personali contro il suo avversario Jeremy Corbyn, cosa che nel Paese del fair play non le è valsa molte simpatie. E quindi da premier più popolare dal Dopoguerra, la May sta iniziando questo suo secondo mandato a Downing Street consapevole che, a meno di miracoli, non durerà molto e che per quel poco che durerà dovrà vedersela con ogni insidia possibile. Soprattutto da parte di un partito, il suo, noto per essere particolarmente spietato verso i perdenti. Come prima cosa le sono state chieste le teste dei suoi due consiglieri, Fiona Hill e Nick Timothy, che oltre ad averle fatto sbagliare toni e messaggio della campagna con i loro modi bruschi le hanno alienato le simpatie e il possibile sostegno di buona parte del governo. Col risultato che ora a sostenerla davvero sono solo quelli che idealmente avrebbe voluto indebolire attraverso le elezioni, ossia gli eurofobi che vedono in lei l’unica speranza che la Brexit avvenga davvero. Una delle analisi più ricorrenti del voto britannico è che sia stato una bocciatura della «hard Brexit» proposta dalla May, quella con cui in nome del controllo sull’immigrazione il Regno Unito è pronto a rinunciare anche all’accesso al mercato interno. Durante la campagna elettorale la premier ha ripetuto più volte che «è meglio non avere nessun accordo che averne uno cattivo», lasciando intendere di essere pronta a lasciare il tavolo negoziale con Bruxelles affidando i rapporti commerciali tra il Paese e il blocco europeo alle rego-

le del WTO, organizzazione mondiale del commercio, giudicate penalizzanti e insostenibili da tutti, dalle imprese agli economisti. Che si sia trattato di una strategia negoziale o meno – la May è ossessionata dall’idea di non rivelare le carte che ha in mano – non le ha portato fortuna, perché il Labour, che ha le stesse spaccature interne dei Tories in materia di Unione europea, per il solo fatto di aver detto che invece un accordo va raggiunto ha attirato le simpatie addirittura dei banchieri e del mondo della finanza, più preoccupati da una Brexit disordinata che dall’aumento della tassazione per i redditi alti proposto da Jeremy Corbyn. Non è un caso che per la prima volta nella storia l’opulento quartiere di Kensington abbia eletto un deputato laburista: se pure il manifesto conservatore fosse stato più convincente da un punto di vista economico, tutti i suoi benefici sarebbero stati azzerati da una crisi inevitabile.

C’è un clima di forte sfiducia a Downing Street dopo le dimissioni di Nick Timothy e Fiona Hill, strettissimi consiglieri della May L’uscita dall’Unione europea, votata il 23 giugno del 2016 dal 52% dei britannici, non appare più definita ora di quanto lo fosse allora, e dall’ambiguità della domanda referendaria, che non specificava cosa intendere con Brexit, sono nati molti dei fraintendimenti attuali. Il voto alle elezioni generali ha ricalcato quello del referendum, con le zone pro-Brexit che hanno votato Tory e quelle pro-Leave che hanno votato Labour, ma le divisioni tra vecchi e giovani, cosmopoliti e provinciali, istruiti e culturalmente sprovvisti sono rimaste e continuano a prevalere su quelle tra sostenitori di un partito o dell’altro. Il risultato è che Corbyn si è dimostrato più scaltro e lungimirante del previsto nella sua presa di posizione

timida e riluttante sull’Europa durante la campagna referendaria dell’anno scorso, permettendo a ciascuno di leggere nelle sue parole quello che voleva. Un atteggiamento ripetuto quest’anno – di Brexit ha parlato il meno possibile, in termini ambigui – che gli ha portato grandi vantaggi elettorali. Senza grandi sforzi ideologici: né Corbyn né il suo vice John McDonnel sono a favore dell’Unione europea, visto come un baluardo del libero mercato, e entrambi vogliono una Brexit che tuteli i posti di lavoro, qualunque cosa significhi. Ma già il fatto che sia una definizione vaga lascia sperare che non contenga misure suicide per l’economia del Paese. Mentre la May sta lavorando ad un’alleanza molto criticata con gli unionisti democratici nordirlandesi del Dup, che hanno dieci deputati dalla visione sociale a dir poco conservatrice e la cui intesa con i Tories romperebbe a detta di molti quell’equilibrio che ha permesso il processo di pace in Irlanda del nord, le forze a favore di una «soft Brexit» non solo sono trasversali ma partono dal suo stesso partito. L’unica ad essere uscita dalle urne in una posizione di forza assoluta è infatti la leader dei conservatori scozzesi, la trentottenne Ruth Davidson, che ha portato il partito da uno a tredici deputati grazie ad un’abilità politica che agli occhi di molti la renderebbe l’inquilina ideale per Downing Street. La Davidson, che con il suo risultato è riuscita a mettere a tacere le spinte indipendentiste fomentate dall’SNP di Nicola Sturgeon, è però come tutti gli scozzesi a favore del mercato unico e ora si trova nella posizione di poter far valere la sua voce. Un pezzo grosso del partito come l’ex ministro della Giustizia Michael Gove, nominato a sorpresa ministro dell’Ambiente sebbene sia nemico giurato della May, ha dichiarato che ci vuole il più ampio consenso politico possibile sulla Brexit. Le parole di Gove, che opportunisticamente si era schierato a favore del «Leave» al referendum mettendo in difficoltà il suo amico personale David Cameron, fanno pensare che ci sia uno spostamento di asse anche nel

partito, dove una maggioranza ha probabilmente capito che inseguire l’estrema destra di Ukip non serve più. «Il Paese ne ha abbastanza degli esperti» era la sorprendente frase con cui Gove, occhialini e piglio da intellettuale, aveva definito il tenore del dibattito sulla Brexit, in cui chiunque avesse un argomento più profondo di uno slogan veniva messo a tacere come nemico del popolo. Lo stesso è avvenuto per tutto l’anno in cui Theresa May è stata a Downing Street e il risultato è stato che per paura di non sembrare abbastanza decisa la premier in campagna elettorale si è limitata a ripetere solo slogan vuoti come «Brexit vuol dire Brexit». Con un’inflazione al 2,9% e un’economia che inizia a dare segni di rallentamento, forse è il momento di richiamare gli esperti, come ha proposto l’ex leader Tory William Hague, suggerendo di formare una commissione con tutte le parti interessate, non solo dalla sfera politica, per dare una direzione ai negoziati. Districare una questione tanto complessa affidandola ad un elettorato che sa di certo solo di volere la fine dell’austerità è troppo pericoloso ed è per questo che tutti cercheranno di evitare un nuovo voto. L’unico a volerlo è Corbyn, energizzato da una campagna riuscitissima anche se alimentata da un programma poco saldo da un punto di vista economico. Da Bruxelles si moltiplicano i segnali di impazienza – «mica posso negoziare da solo», ha dichiarato Michel Barnier, responsabile Ue per la Brexit – e dalle cancellerie europee giunge qualche messaggio inaspettatamente conciliante, come quello lanciato dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, secondo cui i britannici verrebbero accolti a braccia aperte se cambiassero idea. La May deve pensare alla sua sopravvivenza politica, messa in discussione da tutti e legata indissolubilmente al fatto che per ora è lei lo scudo umano dei Brexiters, ossia gli unici ad avere le idee chiare in Parlamento: sbagliate, distruttive, suicide, ma chiare. Loro, come lei, potrebbero ritrovarsi presto superati.

Notizie dal mondo Russiagate: il ministro della Giustizia nega «Una miserabile menzogna». Così l’Attorney General Jeff Sessions ha definito l’accusa di aver tessuto legami con la Russia nel corso della campagna elettorale che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca. Sessions ha rilasciato le sue dichiarazioni per la seconda volta davanti al Senato. In marzo aveva ammesso di aver incontrato l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak ma ha affermato che quegli incontri erano parte del suo incarico di senatore e non avevano a che fare con la campagna elettorale. «Lasciate che lo ripeta chiaramente, stimati colleghi: non ho mai incontrato né ho mai avuto alcuna conversazione con nessun rappresentante russo o di qualunque altro Paese straniero che riguardasse qualsiasi tipo di interferenza su qualunque campagna elettorale negli Stati Uniti. Inoltre non sono a conoscenza di alcun tipo di conversazione del genere avvenuta in relazione ad alcun membro della campagna di Trump» ha detto. La testimonianza di Sessions – il più anziano esponente repubblicano che faccia parte dell’amministrazione di Donald Trump – arriva 5 giorni dopo la deposizione dell’exDirettore dell’Fbi James Comey, licenziato da Trump che sotto giuramento aveva detto: «Il presidente su di me ha mentito e Mosca ha interferito sul voto americano». Sessions ha tuttavia rifiutato di rispondere a diverse delle questioni poste da esponenti del partito democratico, in particolare proprio riguardo alle conversazioni avute con il Presidente circa l’opportunità di dare il ben servito a Comey, la cui agenzia conduceva varie indagini sulle interferenze di Mosca nella campagna per le presidenziali. Referendum sull’indipendenza curda in Iraq: Ankara contraria Con gli attuali dirigenti del Kurdistan iracheno i rapporti non sono mai stati conflittuali come con i curdo-siriani del Rojava o con quelli vicini alle posizioni del Pkk. Ma adesso Erdogan alza la voce; il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno è un «errore» e una «minaccia» per l’integrità territoriale dell’Iraq: è quanto ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan reagendo alla notizia della convocazione di una consultazione popolare nella regione autonoma per il 25 settembre. «Fare un passo verso l’indipendenza del Nord dell’Iraq è un errore e una minaccia per l’integrità territoriale dell’Iraq», ha affermato Erdogan in un discorso ritrasmesso dalla televisione. «Abbiamo sempre difeso l’integrità dell’Iraq e continueremo a difenderla», ha proseguito, aggiungendo che un referendum del genere «non è nell’interesse di nessuno». La presidenza del Kurdistan iracheno la settimana scorsa ha convocato per il 25 settembre un referendum sulla sua indipendenza, nonostante l’opposizione di Baghdad. Ma la Turchia, anch’essa teatro di un conflitto con i separatisti curdi, costato più di 40’000 morti dal 1984, è fermamente contraria alla formazione di un qualsiasi Stato curdo alla sua frontiera, malgrado i buoni rapporti con il leader curdo iracheno Massud Barzani. Lo scorso agosto Ankara ha lanciato una operazione militare nel Nord della Siria per scacciare l’Isis ma anche per impedire ai curdi siriani di creare una zona curda senza soluzione di continuità nei settori che controllano in questa regione.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Politica e Economia

Renzi torna a sognare

Italia L  a scomparsa del Movimento 5Stelle dai ballottaggi di tutte le principali città al voto e la diffusa debolezza

delle liste pentastellate su tutto il territorio nazionale fanno tornare la voglia al segretario del Partito democratico di chiedere il voto anticipato

Alfredo Venturi Il sogno delle elezioni anticipate sembrava accantonato per sempre, dopo che un imprevisto agguato parlamentare aveva ucciso sul nascere la legge elettorale «alla tedesca» concordata con i vertici dei maggiori partiti, ma dopo l’esito del voto amministrativo dell’undici giugno i fedeli di Matteo Renzi sussurrano che il segretario ha ripreso a sognare. Perché non votare il cinque novembre, in coincidenza con il rinnovo dell’assemblea regionale siciliana? L’anticipo in realtà sarebbe minimo, visto che la legislatura scadrà appena tre mesi più tardi, ma la scelta di quella data potrebbe ridurre l’impatto del possibile successo in Sicilia del Movimento 5Stelle, che dopo essere uscito con le ossa rotte dalla competizione amministrativa conta di rifarsi proprio laggiù, dove i sondaggi gli attribuiscono una posizione dominante.

Oltre al M5S al primo turno delle amministrative anche il Pd ha subìto perdite soprattutto nelle aree di tradizionale vocazione sinistrorsa In effetti il rinnovo parziale delle amministrazioni ha avuto per i Cinquestelle un esito disastroso, in nessuno dei comuni maggiori nei quali si è votato, a cominciare da Genova, la città di Grillo, sono riusciti ad accedere al turno di ballottaggio che si celebrerà il 25 giugno fra i due candidati di maggior successo al primo turno. Fra le grandi città soltanto Palermo si risparmia il ballottaggio, il sindaco uscente Leoluca Orlando si è visto confermata la carica avendo superato la soglia del quaranta per cento fissata dalla legge elettorale siciliana. A Parma il sindaco uscente Federico Pizzarotti, espulso proprio dal Movimento di Beppe Grillo, si è preso la sua rivincita piazzandosi al primo posto: ora si prepara al ballottaggio con il candidato del centrosinistra, mentre quello dei Cinquestelle si è dovuto accontentare di un’umiliante manciata di voti. Il verdetto è tanto più pesante per il Movimento se lo si confronta con il

trionfo di un anno fa, quando i grillini conquistarono Roma e Torino e la loro marcia verso il potere nazionale sembrava inarrestabile. Alla radice dell’insuccesso non soltanto la particolare struttura del voto amministrativo, che induce a coalizzare le forze con abbondanza di liste civiche mentre i grillini competono in solitudine, ma anche la gestione a dir poco deludente della capitale, tanto che si parla di «effetto Raggi» dal nome della sindaca di Roma. Renzi affonda il coltello nella piaga: i Cinquestelle, osserva, hanno perduto perché non sanno governare. Grillo minimizza e parla di riscossa: gongolate pure, ma il Movimento resta forte e si va radicando nel territorio, ne riparleremo a novembre in Sicilia, e quando si voterà per il governo del Paese! Nel tentativo di recuperare consensi con un tema di facile presa popolare, si sposta intanto sulle dure posizioni leghiste in materia di migrazioni. Del resto anche il Pd ha subìto perdite, soprattutto nelle aree di tradizionale vocazione sinistrorsa. Il primo turno delle amministrative ha lanciato altri segnali. Per esempio una disaffezione ormai dilagante: l’affluenza al voto ha superato appena il sessanta per cento, un dato che contrasta con la tradizione elettorale italiana, da sempre caratterizzata da una vasta partecipazione. Inoltre la constatazione che un sistema maggioritario, come quello del voto comunale, rilancia gli schieramenti classici di centrodestra e centrosinistra, anche se pare prematuro parlare di ritorno al bipolarismo visto che il terzo polo, i grillini, non è certo scomparso dall’orizzonte politico. Infine l’esito ripropone il problema strutturale del centrodestra, che ha avuto complessivamente un buon risultato con i candidati sorretti dall’intero schieramento. Silvio Berlusconi si mostra soddisfatto, ma questa soddisfazione è temperata dal peso sempre più ingombrante della Lega, il cui capo Matteo Salvini può a buon diritto cantare vittoria avendo registrato un sensibile aumento di consensi. In particolare indica il caso di Genova, dove fra i gruppi che appoggiano il candidato del centrodestra Marco Bucci la Lega ha una posizione dominante e distanzia i berlusconiani di Forza Italia. Proprio qui il 25 giugno andrà in scena un atto cruciale della commedia politica italiana: Genova è una «città rossa», come si dice, ha cioè

Renzi e Gentiloni a Palazzo Chigi in dicembre per la consegna del testimone. (AFP)

una collaudata tradizione di sinistra. Ma al ballottaggio il candidato del centrosinistra, Gianni Crivello, si presenta con un handicap di partenza di oltre cinque punti percentuali a vantaggio del rivale di centrodestra. Già in affanno nelle regioni rosse come l’EmiliaRomagna, la sinistra rischia dunque di perdere una delle sue roccaforti. Inoltre una vittoria di Bucci rafforzerebbe quella parte di Forza Italia, rappresentata proprio a Genova dal governatore della Liguria Giovanni Toti, che insiste per una stretta coalizione con il partito di Salvini. Intanto Renzi, dopo essere stato confermato alla guida del Partito democratico, continua a cercare il modo di uscire dall’impasse seguita alla sconfitta nel referendum costituziona-

le dello scorso dicembre. Consapevole che il trascorrere del tempo logora la sua immagine, magari a vantaggio del successore a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni, è stato per mesi alla ricerca del voto anticipato, anche se regolarmente smentisce questa intenzione. Lo ha fatto di nuovo dopo che è circolata la voce del suo desiderio di votare il 5 novembre. Renzi sembra rassegnato all’inevitabile: la legislatura, ha detto una volta ancora, durerà fin alla scadenza naturale. Il fatto è che il presidente Sergio Mattarella, cui tocca il compito di sciogliere il parlamento, non intende farlo finché non sarà stata eliminata l’anomalia di due distinte normative che darebbero maggioranze diverse alla Camera e al Senato, con tanti saluti alla stabilità di governo.

Altra questione cruciale da risolvere quella delle alleanze, visto che ben difficilmente il Pd avrà i numeri per governare da solo. Molto attento alle vicende elettorali degli altri paesi, Renzi sembra aver perduto l’orientamento, il suo ago magnetico oscilla vistosamente fra destra e sinistra. In Francia vince Emmanuel Macron, e lui si rafforza nell’idea prediletta di accordarsi con Berlusconi all’insegna del moderatismo, forse dimenticando che Macron è forte proprio perché non ha bisogno di alleati. Più tardi in Gran Bretagna Jeremy Corbyn ha un ottimo risultato e lui, forse pensando anche alla prestazione di Bernie Sanders negli Stati Uniti, riscopre i valori di una sinistra che parla al popolo e si rivolge a Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano che sta cercando di accorpare nel suo Campo progressista le forze alla sinistra del Pd. Pisapia, che ha il consenso fra gli altri dei transfughi anti-renziani del Pd a cominciare da Massimo D’Alema, fa notare al segretario la sua incoerenza, dichiarandosi a favore del massimo di unità, «ma non si può fare un’apertura dopo che a lungo abbiamo cercato un’alleanza di centrosinistra in discontinuità e dopo una sconfitta come quella sulla nuova legge elettorale, che presupponeva coalizioni diverse». Possiamo anche prendere in considerazione la proposta, aggiunge Pisapia, purché si parta dalla premessa che un’alleanza con il centrodestra va esclusa a priori. La sconfitta citata dall’ex sindaco è avvenuta in una Camera sovreccitata, dove è andato in scena uno spettacolo desolante fra scambi d’insulti, subdoli giochi dietro le quinte, accuse di tradimento. Si votava un emendamento che estendeva all’Alto Adige le norme della legge elettorale nazionale, di fatto privando la Südtiroler Volkspartei, il partito della comunità di lingua tedesca, del regime di eccezione che le ha assicurato fin qui una rappresentanza rafforzata. Nonostante il parere contrario del relatore i grillini hanno votato a favore, con un voto segreto che un misterioso incidente tecnico ha reso palese sul tabellone elettronico, affossando così la legge che avevano concordato con gli altri maggiori partiti: Pd, Lega, Forza Italia. Di qui i rapporti tesissimi fra Cinquestelle e democratici, anche legati al fatto che in Senato, dove i numeri sono scarsi, il Pd fa tesoro dei voti dell’amica Svp. Annuncio pubblicitario


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Politica e Economia

Barcellona sfida Madrid

Questione catalana Il governo di Barcellona ha convocato una nuova consultazione sull’indipendenza

Gabriele Lurati Una lunga estate calda, con la «questione catalana» che arriva fin sotto l’ombrellone. Durante le imminenti vacanze gli spagnoli quest’anno avranno come tema di discussione anche i rapporti tra Barcellona e Madrid. Non si parlerà però della consueta rivalità sportiva tra le due squadre di calcio, bensì il derby Barça-Madrid avrà una connotazione prevalentemente politica. In effetti il solitamente tranquillo trascorrere dell’agenda politica spagnola durante i mesi estivi è stata messa a soqquadro da quando il 10 giugno scorso il governo catalano (la Generalitat) ha dichiarato la convocazione di un nuovo referendum indipendentista, previsto per il primo ottobre. Il quesito referendario terrà banco in Parlamento, nei media così come nei bar de tapas, e sarà il tormentone che accompagnerà gli spagnoli fino a estate inoltrata. Saranno i tre mesi più intensi della storica diatriba tra le velleità secessioniste della Catalogna e la chiusura oltranzista del governo centrale di Madrid in una contesa che sembra essere entrata nella sua fase finale. Il presidente del governo catalano Carles Puigdemont ha infatti deciso di dar seguito a ciò che aveva promesso sin dall’inizio della nascita del suo esecutivo nel gennaio 2016, cioè quello di mettere in marcia il cosiddetto «processo di disconnessione» da Madrid, e ha convocato un referendum che conterrà un’unica domanda: «Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di repubblica?». E per dare maggiore visibilità internazionale a questa battaglia per l’indipendenza della Catalogna, la società civile barcellonese ha puntato su una personalità dello sport catalano riconosciuta internazionalmente come Pep Guardiola (a sinistra nella foto con Puigdemont). Quest’ultimo, famoso per essere stato l’allenatore del Barcellona più vincente della storia del calcio, è ora diventato il simbolo della lotta verso la tanto agognata indipendenza. L’icona del calcio catalano si è esposta in prima persona per il prossimo referendum nella prima grande manifestazione indipendentista organizzata per dare inizio alla campagna in vista del voto. Davanti a 40’000 persone entusiaste che scandivano slogan che richiamavano alla libertà di espressione, al diritto di voto e alla democrazia, Guardiola ha letto un di-

scorso in catalano, spagnolo e inglese, e si è rivolto alla comunità internazionale perché appoggi il referendum di autodeterminazione come avvenuto in Scozia e Québec. L’ex allenatore del Barcellona si è spinto a dire addirittura che la Catalogna è «vittima di uno Stato che ha messo in atto una persecuzione politica indegna del ventunesimo secolo» e ha esortato la popolazione catalana ad andare in massa al voto, anche se il governo di Madrid dovessero proibirlo. La strategia di Puigdemont e della Generalitat è chiara: puntare sul nazionalismo identitario catalano, giocare il ruolo della vittima e cercare di internazionalizzare una querelle puramente interna. Il governo catalano accusa Madrid di non avere dato risposta alle offerte di negoziato catalane, riferendosi in particolare a una lettera inviata il 24 maggio scorso al primo ministro Mariano Rajoy. Nella missiva si invitava il premier ad avviare un dialogo sui termini del referendum, ma questa proposta è stata completamente ignorata dal capo dell’esecutivo spagnolo. Questa, agli occhi dei catalani, sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un conflitto che si è incendiato sette anni fa, quando una sentenza della Corte costituzionale di Madrid (maggioritariamente composta da giudici conservatori vicini alle posizioni del Pp di Rajoy) aveva bocciato lo Statuto catalano in cui si riconosceva la Catalogna come «nazione». Da allora è stata tutta una escalation: due milioni di persone manifestarono in favore dell’indipendenza per le strade di Barcellona (nel 2012), un primo referendum consultivo nel 2014 (dichiarato a posteriori illegale ancora dalla stessa Corte costituzionale) fino alla nascita nel gennaio 2016 di un governo catalano che ha come principale obiettivo quello della creazione di un nuovo Stato. Va sottolineato il fatto che, per ora, Puigdemont e il governo catalano hanno fatto solo una solenne dichiarazione di intenti ma non è stato firmato alcun decreto ufficiale. Questo perché la Generalitat vuole evitare che il Partito popolare di Rajoy faccia immediatamente ricorso alla Corte costituzionale spagnola che verosimilmente bloccherebbe la convocazione del referendum e chiederebbe il processo dei massimi dirigenti catalani, come è già avvenuto nel caso di Artur Mas.

Keystone

della Catalogna. La strategia dell’esecutivo punta ad ottenere legittimazione popolare e visibilità internazionale poiché Madrid ha già dichiarato il referendum illegale e incostituzionale

L’ex presidente della Catalogna è stato in effetti condannato nel marzo scorso all’interdizione per due anni dai pubblici uffici per aver convocato il referendum del novembre 2014. È probabile quindi che il decreto per la celebrazione del referendum venga approvato dal Parlamento catalano solo poche settimane prima dello stesso per evitare che ci siano i tempi tecnici per presentare un ricorso da parte del Partito popolare di Rajoy. Il capo dell’esecutivo spagnolo ha comunque già dichiarato illegale e anticostituzionale il referendum catalano e ha detto che farà di tutto per impedirne lo svolgimento. La vicepresidente del governo Soraya Sáenz de Santamaría ha rincarato la dose affermando che quella del governo catalano è una provocazione, parte di una strategia che ha l’obiettivo di far crescere il clima di tensione e che le dichiarazioni di Guardiola sono semplicemente uno «show mediatico». Anche la maggioranza degli editorialisti e degli intellettuali spagnoli hanno stigmatizzato la decisione di Puigdemont e le parole di Guardiola, considerate fuori luogo «perché rischierebbero di mettere a repentaglio

la convivenza pacifica tra i cittadini della Spagna intera», come ha scritto «El País», storico giornale progressista di Madrid. Peraltro non solo buona parte della Spagna è scettica sull’opportunità di questo referendum ma anche la società catalana stessa è spaccata al suo interno. A Barcellona gli estremismi ideologici (pro o contro l’indipendenza) prevalgono sulla moderazione o sulla ricerca del dialogo. Sono frequenti sui giornali o nei media i racconti di storie di famiglie divise, amicizie rotte e anche i social media catalani riflettono perfettamente la polarizzazione delle posizioni. I dati dei sondaggi nel corso di questi anni hanno sempre indicato una situazione di sostanziale parità nelle preferenze dei catalani (ultimamente il 45% sarebbe a favore dell’indipendenza, mentre il 48% contrario). C’è però un altro importante dato confermato da tutti gli istituti demoscopici: la stragrande maggioranza dei catalani (attorno al 75%) vuole potersi pronunciare attraverso un referendum. E in questo fatto sta tutto il nocciolo della questione politica. Per gli indipendentisti catalani «democrazia»

è intesa come il diritto di potersi esprimere sul proprio futuro come nazione attraverso una consultazione, mentre per il governo centrale di Madrid «democrazia» significa far prevalere il rispetto delle leggi vigenti (in particolar modo la Costituzione, che andrebbe modificata per permettere lo svolgimento del referendum). Il problema per i catalani però è che tre dei quattro principali partiti spagnoli (Partito popolare, Partito socialista e Ciudadanos) sono contrari allo svolgimento di un referendum in Catalogna e solo Podemos appoggia la consultazione. Cosa succederà adesso è difficile da pronosticare anche per gli analisti politici più esperti. Alcuni ritengono che, una volta convocato ufficialmente il referendum, e dopo che l’esecutivo di Madrid ne avrà vietato lo svolgimento, il governo catalano indirà elezioni anticipate per cercare di raccogliere elettoralmente la rabbia frustrata degli indipendentisti. Queste sono però solo speculazioni, l’unica certezza è che sarà un’estate rovente, con accese discussioni nei bar delle Ramblas di Barcellona così come nel resto di Spagna, in un muro contro muro che nessuno sa dove porterà. Annuncio pubblicitario


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Politica e Economia

Una Rete che costruisce ponti tra i saperi e le persone

Swissnex P  artita come una spin off dell’ambasciata svizzera a Washington, si è con il tempo trasformata

nello strumento principe per promuovere la cooperazione internazionale nella ricerca scientifica e tecnologica

Natascha Fioretti Metti due giovani ticinesi grintosi con la voglia di arrivare che hanno fatto una interessante esperienza – umana e professionale – all’estero, nello stesso luogo e nella stessa organizzazione. Sorge spontanea la curiosità e ti chiedi come Francesca Cerza, classe 1987, durante i suoi studi di Master Business Administration a Friburgo abbia deciso di fare uno stage di diversi mesi presso lo Swissnex di Boston e, ugualmente, ti chiedi che cosa abbia spinto Niccolò Iorno, classe 1985, biotecnologo con studi a Zurigo e a Parigi, a trasferirsi e a lavorarci per sei anni. Sicuramente lo spirito di innovazione, di inclusione e di grande apertura di un progetto che sembra perfettamente interpretare lo spirito dei nostri tempi e la necessità di uno sguardo sempre rivolto al futuro. Un progetto che offre ai giovani svizzeri – studenti, imprenditori, start upper – la possibilità di stare laddove il futuro già avviene e prende forma tracciando il sentiero di domani. «Boston come città è geniale, giovane, innovativa, un posto multiculturale in cui vive gente ambiziosa che viene da Harvard, vuole cambiare il mondo, c’è un’energia che ti stimola ogni giorno. Il primo anno ho avuto il privilegio di interagire con almeno due premi Nobel», racconta entusiasta Niccolò. Swissnex rappresenta dunque una preziosa opportunità di cui forse non tutti alle nostre latitudini sono a conoscenza. Per saperne di più ne abbiamo parlato con Mauro Moruzzi, Capo della Divisione Relazioni Internazionali della Segreteria di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione. Come e quando è nata Swissnex?

Storicamente la Rete Swissnex è partita come una spin off dell’ambasciata. Nasce dal concetto tradizionale di consigliere scientifico di ambasciata, una figura nata intorno agli anni 50 a Washington e andata via via espandendosi con il compito di promuovere e favorire la cooperazione internazionale nel settore della ricerca scientifica e tecnologica. Negli anni 2000, visti i tempi, ci si è chiesti se non fosse giunto il momento di andare oltre e cioè di portare questi consiglieri scientifici fuori dall’ambito strettamente diplomatico inserendoli invece in veri e propri hub scientifici di tecnologia e di innovazione. Così 17 anni fa è nato il primo hub. La città era Boston, se non sbaglio?

La ricerca in America non si fa a Washington, e Boston, al di fuori dei confini della Silicon Valley, è la top location per lo sviluppo tecnologico e l’innovazione, con un altissima concentrazione di cervelli, spirito imprenditoriale e capitali. L’allora Segretario di Stato, il Consigliere scientifico di ambasciata e l’ambasciatore a Washington decisero di imbarcarsi nel progetto. La congiuntura fu loro propizia perché quasi contemporaneamente un facoltoso banchiere fece una importante donazione alla Confederazione per acquistare l’edificio destinato a diventare il primo hub, ovvero un negozio di alimentari a cinque minuti dal Massachussets Institute of Technology e da Harvard. La condizione che pose fu quella di utilizzare il locale per un periodo minimo di dieci anni promuovendo e coltivando l’interazione tra Svizzera e Stati Uniti nell’ambito della collaborazione scientifica. Sono passati 17 anni, dunque abbiamo ampiamente superato la soglia indicata e gli hub nel frattempo si sono moltiplicati. Quanti hub rappresentano Swissnex nel mondo?

Tre anni dopo Boston è nato l’hub di San Francisco poi Singapore, Shanghai, Bangalore, Rio de Janeiro e San Paolo. Ognuno di essi è il punto, la piattaforma, il nodo all’interno di una grande Rete che mette in relazione e in comunicazione la Svizzera con il resto del mondo facendo incontrare tra loro i vari attori e le varie competenze provenienti dall’ambito della ricerca, dell’innovazione, della formazione, che non si incontrerebbero altrimenti. Grazie al lavoro dei singoli hub e allo spirito, che sta alla base del progetto, siamo diventati un supporto importante per il monitoraggio di quanto sta avvenendo, siamo una sorte di grande sensore in grado di rilevare elementi e sviluppi che sono determinanti per il futuro ma che non necessariamente sono ancora stati percepiti come tali. È come se Swissnex costruisse dei ponti tra i saperi e le persone?

Esatto, Swissnex costruisce ponti tra la Svizzera e le più importanti zone di innovazione, tra l’industria locale tradizionale più competitiva e le potenzialità dello sviluppo tecnologico che arrivano ad esempio dalla California e poi unisce, fa incontrare persone e competenze contribuendo a rafforzare la piazza scientifica e industriale Svizzera.

L’interno dello Swiss House for Advanced Research and Education a Boston, il primo hub di Swissnex negli USA. (Keystone) Ma tutti gli hub funzionano allo stesso modo, lavorano agli stessi progetti?

La caratteristica peculiare di questi centri è quella di concentrare in un’unica sede persone competenti, idee e risorse. Poi però ogni hub si muove a modo suo con grandi differenze da paese a paese perché le logiche cambiano, il contesto politico e culturale pure. Per questo sul posto mettiamo a disposizione degli specialisti con il know how necessario per suggerire modalità da seguire, istituzioni da contattare e attori sul posto da coinvolgere per i diversi progetti. Quando un progetto internazionale di innovazione non funziona, nell’80 % dei casi è per motivi culturali, perché non ci si capisce, i tempi non sono uguali, le basi legali nemmeno, il modo di comunicare è diverso. Oggi chiamiamo Rete Swissnex non solo gli Swissnex in senso stretto ma anche i consiglieri scientifici di ambasciata il cui ruolo sta evolvendo nella stessa direzione, anche se mezzi e strumenti a disposizione sono più limitati in ambito strettamente diplomatico: ciò non toglie che sono risorse preziose per i partner svizzeri. In concreto, quali sono le entità in Svizzera che si rivolgono a voi?

I nostri clienti tradizionali sono gli attori diretti del mondo della ricerca e della formazione svizzera cioè le università, i politecnici, e le scuole universitarie professionali o altre istituzioni del campo sul territorio. Dunque possono entrare a far parte di Swissnex studenti, dottorandi, docenti, giovani start upper, imprenditori ma talvolta anche multinazionali come la Nestlé o Swiss Re, interessate a fare scouting e disposte in cambio a mettere a disposizione risorse, contatti e know how. Grazie alla nostra Rete siamo in grado di aprire molte porte ai giovani e alle istituzioni svizzere permettendo loro di incontrare mondi e realtà diverse. Ci fa un esempio di cooperazione tra Swissnex e le università?

Sette anni fa quando c’è stato lo sviluppo dei social media nessuna università svizzera aveva un’ idea chiara dell’importanza che il lavoro con i social media potesse avere per lo sviluppo della propria strategia di comunicazione e per la promozione della propria struttura. Così la Swissnex di San Francisco ha fatto la proposta di organizzare un seminario di un paio di settimane per i responsabili della comunicazione di tutte le università svizzere dei vari cantoni,

inclusi i politecnici e le scuole universitarie professionali. È stato il punto di partenza dello sviluppo delle loro strategie di comunicazione web. E invece tra Swissnex e il mondo dell’industria?

Il cantone di Neuchâtel ha creato una struttura gestita da giovani privati attivi nell’industria della microtecnica, dell’informatica, dell’orologeria ecc, e ha pensato di affittare posti di lavoro all’interno di Swissnex per formare cinque dei suoi giovani. L’idea di questa esperienza immersiva nasce dalla volontà di far incontrare tra loro persone con conoscenze e background diversi al fine di creare collaborazioni e una comprensione approfondita di ecosistemi diversi. Così i cinque giovani spediti dal Cantone di Neuchâtel, giovani imprenditori provenienti da una regione con poche competenze dal punto di vista dell’informatica in una logica dell’industria 4.0 stanno acquistando nuove competenze e know how da impiegare in un’industria manufatturiera svizzera tradizionale che mira a rimanere all’avanguardia. Informazioni

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Politica e Economia

«La guerra alla droga è fallita» IntervistaA colloquio con l’ex consigliera federale Ruth Dreifuss, oggi presidente della Global Commission

on Drug Policy, sulla lotta agli stupefacenti nel mondo e su come affrontare l’irrazionalità che si è impossessata della politica Serena Tinari La stretta di mano è ferma, lo sguardo è diretto. Incontrare un mito nazionale non è certo cosa di tutti i giorni e persino ad una navigata giornalista tremano un poco i polsi. Eppure la vivacità intellettuale e la disponibilità umana di Ruth Dreifuss rendono l’incontro una passeggiata di grande piacere, un viaggio ad alta intensità fra valori e sentimenti. Dreifuss è stata la prima donna a presiedere la Confederazione ed oggi guida la Global Commission on Drug Policy. La missione l’appassiona: «come ha brillantemente sintetizzato il mio collega Kofi Annan: le droghe producono danni, ma la politica in materia ne produce molti di più».

«In America latina la lotta alla droga ha portato a guerre civili e con le fumigazioni delle piantagioni di coca ha prodotto effetti devastanti sui terreni» La Commissione mette insieme una pletora di personalità internazionali ed è nata su impulso degli ex presidenti di Brasile, Messico e Colombia. E non per caso: «L’America latina ha pagato un prezzo altissimo in nome della “guerra alla droga”», racconta l’ex consigliera federale. «Nei paesi produttori il regime proibizionista si è tradotto in militarizzazione. Ha innescato guerre civili con un numero enorme di morti, oltre 100’000 solo in Messico, e prodotto effetti devastanti sulla fertilità dei terreni e sulla salute dei contadini, pensiamo alla fumigazione delle piantagioni di coca. Per questo la messa in discussione del proibizionismo è partita da quei paesi e dalla consapevolezza che la “guerra alla droga” ha prodotto violenza e consentito al crimine organizzato di proliferare. È un circolo vizioso: più si proibisce, più si rafforzano le organizzazioni criminali. Più le organizzazioni criminali sono forti e più gravi diventano i problemi. La guerra alla droga è fallita ed è arrivato il momento di prenderne atto». Per Dreifuss la chiave del cambiamento passa per la prossimità: «Dobbiamo avvicinarci ai consumatori. È per questo che i fondatori della Commissione si sono interessati alle esperienze che hanno attraversato il continente Europa. Misure di prevenzione e riduzione del danno, un approccio medico e sociale». Ruth Dreifuss ha rivestito un ruolo cruciale nella nascita della politica elvetica dei quattro pilastri: prevenzione, terapia, riduzione del danno, controllo e repressione. Oggi tanti paesi scelgono la depenalizzazione del consumo di cannabis. Dal Portogallo al Canada ad una moltitudine di Stati americani: «È un fenomeno recente di presa di coscienza. Eppure persino quanto sta succedendo in un paese influente come gli Stati Uniti non arriva a modificare le convenzioni internazionali, tuttora improntate al più rigido proibizionismo. Facciamo esperimenti, ma non tocchiamo la pietra angolare del sistema. Noi della Commissione crediamo che i tempi siano maturi per cambiamenti profondi. Chiediamo la completa depenalizzazione del consumo e del possesso legati al consumo di droga». Il pianeta oscilla fra tendenze antiproibizioniste e iper-proibizioniste: «Ci sono paesi molto repressivi come Russia, Cina, Iran, Indonesia, Arabia Saudita e Giap-

«Come Commissione, una delle nostre priorità è l’abolizione della pena di morte per reati legati alla droga». (Keystone)

pone. L’esempio peggiore sono le Filippine», nazioni in cui si arriva alla pena capitale per il possesso di modiche quantità di marijuana. Madame Dreifuss si indigna: «La pena di morte è un abominio. Trovo sorprendente che non si riesca a raggiungere il consenso sulla sua abolizione. Siamo riusciti a bandire lo schiavismo e la tortura, ma non arriviamo a cancellare la pena capitale. Forse la più grave violazione del diritto alla vita, viene massicciamente applicata a crimini legati alle sostanze stupefacenti. Come Commissione ci battiamo contro la pena capitale, è una delle nostre priorità. Perché c’è una totale ed eclatante sproporzione fra la pena e l’impatto del reato». Diverse città svizzere lavorano a progetti sperimentali sulla cannabis. Ruth Dreifuss saluta la nuova ondata che attraversa Elvezia: «Nonostante non siano ancora del tutto maturi, questi progetti avanzano bene. Credo che possano avere successo, perché c’è grande interesse da parte delle autorità comunali e cantonali. Sono progetti che puntano sulla salute pubblica e a raccogliere elementi che consentiranno al popolo di prendere una decisione sulla regolamentazione del mercato. È fondamentale che il dibattito politico sia nutrito di elementi fattuali. Chi sono i consumatori di cannabis, dove si procurano la sostanza e che qualità trovano sul mercato nero? Sappiamo che la maggior parte dei consumatori utilizza la cannabis a scopo ricreativo, quindi per sentirsi bene. E per mitigare sintomi fisici, dunque per curarsi». Eppure l’opinione pubblica, prima di accettare l’idea della depenalizzazione e soprattutto di una regolazione del mercato, aspetta di capire quali conse-

guenze, rischi e miglioramenti porteranno tali riforme. «Il federalismo talvolta crea soluzioni, tante riforme non si sarebbero mai realizzate se non fosse giunta una proposta “dal basso”. Sulla politica in materia di droghe è cruciale ascoltare le persone che lavorano sul campo, ma anche le famiglie di chi le usa e le persone che oggi vengono discriminate in virtù dell’immagine negativa del consumo. Da questi ambiti sono spesso arrivate soluzioni brillanti. E poi ci sono comuni e città che stentano a gestire la sicurezza e la diffusione di malattie contagiose. All’epoca della nascita della politica dei quattro pilastri ho avuto il privilegio di ereditare il lavoro di Flavio Cotti e dalle colonne del vostro giornale desidero rendere omaggio al suo ruolo nella prima fase di riorientamento della politica svizzera in materia. È vero che alcuni cantoni oggi ritengono di non avere bisogno di soluzioni. Ma forse manca la volontà di guardare in faccia il problema». Qual è la valutazione di Ruth Dreifuss, quanto tempo ci vorrà perché i progetti sperimentali sulla cannabis si traducano in cambiamenti a livello nazionale? «Sa com’è la Svizzera... se non c’è urgenza, abbiamo bisogno di prenderci del tempo. Negli anni Novanta c’era un’emergenza sanitaria e c’era la perdita di controllo dello spazio pubblico. Pensiamo a Zurigo, quelle migliaia di persone in cerca di droga erano incompatibili con i negozi di lusso della Bahnhofstrasse. Sarebbe stato un errore spingerle nella clandestinità, avvicinandoci siamo invece riusciti ad affrontare il problema e a fornire loro i mezzi per un consumo meno pericoloso. Questo era uno dei pilastri della mia

filosofia all’epoca ed è uno dei capisaldi del lavoro della Commissione. Di fronte ad un gruppo di persone vulnerabili il contatto è fondamentale. Non dobbiamo lasciarle nel degrado e nella marginalizzazione, condannarle alla malattia e alla morte. Come dicono le Nazioni Unite: non dobbiamo abbandonare nessuno. Questo deve essere l’obiettivo di una politica ragionevole e umanista». La Commissione pubblica rapporti che affrontano i nodi politici e la scienza, letture illuminanti disponibili nel sito www.globalcommissionondrugs.org. Ma se il lavoro della Commissione è basato sui dati e sulla ragione, si tratta di un messaggio per molti aspetti rivoluzionario: «La ragione oggi è purtroppo spesso rivoluzionaria. Viviamo in uno spazio di irrazionalità in cui si arriva a negare fatti reali e si decide in base a delle ideologie. È un mondo abitato da comportamenti distruttivi, che danneggiano l’ambiente e la coesione sociale, e che si spingono fino a una sorta di fascinazione per la violenza. Pensiamo agli attentati, a quelle morti gratuite, alle condanne a morte, alle persone che scompaiono. Non riusciamo ad arginare questi massacri, le cui conseguenze si inanellano in un meccanismo di reazione a catena». La Sua generazione aveva negli occhi un mondo diverso? «Eravamo ragionevoli. Ed era un’epoca animata dalla speranza, mentre oggi ho spesso l’impressione che gli esseri umani siano trattati come spazzatura. È come se il mondo fosse impazzito. Non mi aspettavo una tale evoluzione, né che sarebbe giunto un momento in cui tutto sembra a rischio. La storia uma-

na non è un infinito cammino verso il progresso ed è normale che ci siano tendenze dittatoriali e mutamenti politici. Eppure non mi aspettavo di assistere un giorno a questa irrazionalità. Prendiamo la questione dei rifugiati: non avrei mai immaginato che potesse destabilizzare paesi dalla grande solidità economica. O prendiamo il fatto che sulle spiagge francesi ci siano gendarmi per dire alle donne che non hanno il diritto di indossare un Burkini, che più o meno corrisponde ai costumi da bagno delle nostre nonne. Oppure che si dibatta se è giusto che una studentessa porti un foulard. Stiamo parlando di un pezzo di stoffa che non nasconde il viso, ma copre solo i capelli. Le nostre nonne non sarebbero mai uscite di casa senza un cappello o un fazzoletto in testa! Questa irrazionalità mi angoscia, è l’opposto del secolo dei lumi e se è vero che la storia umana non è un fiume tranquillo, oggi assistiamo a una deriva preoccupante. E la reazione a catena allude all’atomica, al rischio di esplosione». Siamo impotenti di fronte a questi sviluppi epocali? «So quale deve essere l’obiettivo, per cosa dobbiamo batterci. Più dell’ottimismo dell’analisi, mi appartiene l’ottimismo dell’azione. Progresso significa politica sociale e culturale. Il rispetto dell’essere umano, per ogni proprio simile, e il riconoscere il prossimo come qualcuno che mi assomiglia. La diversità è una ricchezza, non è una minaccia. In Svizzera la realtà è che ci sono decine di migliaia di persone, soprattutto donne, che si occupano delle nostre case, dei nostri bambini e dei nostri anziani. E che vivono nel terrore di essere espulse dal paese. Questa è l’ipocrisia che va superata : queste persone ci sono necessarie e sono in grande maggioranza ben integrate. Inoltre, dobbiamo puntare sui giovani immigrati. Sulla loro formazione non possiamo perdere tempo». È nella lotta per i valori, che trova la Sua ragione di vita? «Anzitutto ci trovo il piacere di percorrere un pezzo di strada con altri uomini e donne. Si tratta di un percorso ricco dal punto di vista delle emozioni. Non direi che queste battaglie siano il senso della mia vita, perché tutte le vite hanno un senso, qualunque sia la scelta che facciamo. Vero è che nella mia vita rintraccio una gradevole coerenza fra la bambina che ero e l’anziana che sono oggi. Negli anni Quaranta ero a San Gallo, alla frontiera con la Germania nazista, ed avevo paura dell’atomica. Da giovane ho assistito alla fine del colonialismo e da adulta alla battaglia di tanti paesi per l’indipendenza. Ma ci tengo a ribadire che tutte le vite hanno lo stesso valore e non sento il bisogno di cercare un senso per la mia. Ho bisogno di coerenza, questo sì. E bisogna anche divertirsi, nella vita». E l’aspirazione a fare qualcosa per il prossimo? «Certamente. Ma questo vale anche per una buona cena cucinata per gli amici. Molto meno frustrante. È per questo che adoro lavare i piatti: quando hai finito, sono puliti. Per i risultati di respiro ci vuole più tempo e spesso non sono quelli che speravi. Magari hai fatto un passo, ma puntavi a farne due. Le racconto un episodio. Stamane in tram una persona mi ha parlato di problemi di salute che la costringono a esami e cure mediche. Se non avessimo l’assicurazione malattia, mi ha detto, non potrebbe permettersi la qualità delle cure. Se avessi potuto fare le cose a modo mio quella riforma sarebbe stata diversa. Ma è stato bello occuparsi del bebè di Flavio Cotti. Amiamo i bambini adottati, talvolta li amiamo persino più dei figli naturali».


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Politica e Economia

Trump non frena la Svizzera

ClimaCon un’ampia maggioranza, le due Camere federali hanno ratificato l’accordo di Parigi, nonostante il ritiro

degli Stati Uniti – L’obiettivo è di ridurre le emissioni di CO2 del 50 per cento entro il 2030 rispetto al 1990

Marzio Rigonalli La decisione del presidente americano Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima non ha avuto nessuna ripercussione sul processo di ratifica dell’accordo in Svizzera. Pochi giorni dopo la clamorosa decisione dell’inquilino della Casa Bianca, quando l’onda di reazioni indignate e di proteste, che si era manifestata un po’ ovunque nel mondo, si stava esaurendo, il Consiglio degli Stati ha approvato l’accordo a larghissima maggioranza, con 39 voti favorevoli, 3 contrari e 2 astenuti. Il Consiglio nazionale si era già espresso favorevolmente all’inizio di marzo, nella seduta primaverile, con 123 voti favorevoli, 62 contrari e 8 astenuti. La ratifica è dunque stata approvata dal parlamento federale e mette in vigore in Svizzera l’accordo di Parigi. I numeri rivelano che nelle due Camere c’è stata un’ampia convergenza sugli obiettivi dell’accordo. L’opposizione è emersa soltanto dai banchi dell’UDC. I democentristi hanno tentato, senza successo, di bloccare l’entrata in materia e, in via subordinata, di ridimensionare gli obiettivi che il Consiglio federale intende raggiungere, applicando l’accordo. Per l’UDC la ratifica non era necessaria, perché la Svizzera può decidere autonomamente misure a protezione del clima e perché l’applicazione dell’accordo di Parigi avrebbe probabilmente come conseguenza una serie di tasse e di regolamentazioni, dannose sia per l’economia che per le famiglie. Il chiaro voto favorevole espresso dalla maggior parte delle forze politiche e la sconfitta subita lo scorso 21 maggio con il referendum lanciato contro la Strategia energetica 2050, hanno però indotto l’UDC ad accettare il verdetto delle Camere federali ed a non contestarlo con il lancio di un referendum, che avrebbe potuto avere lo stesso esito negativo di quello sulla Strategia energetica. Quali sono gli impegni che la Svizzera ha assunto con la ratifica dell’accordo di Parigi? Conviene innanzitutto ricordare che l’accordo sul clima, approvato nella capitale francese nel dicembre del 2015, è stato firmato da 195 paesi e ratificato da quasi 150. Due paesi soltanto, la Siria ed il Nicaragua, non l’hanno firmato. A loro due si sono aggiunti adesso gli Stati Uniti che, però, potranno disdire l’accordo soltanto nel novembre 2020. L’intesa è il risultato

I mutamenti climatici si avvertono anche in Svizzera: nella foto, il ghiacciaio del Rodano; il cartello indica fin dove arrivava nel 1996. (Keystone)

di una trattativa durata molti anni e sfociata in un largo consenso internazionale nell’affrontare le sfide che pongono i cambiamenti climatici per il periodo dopo il 2020. Il suo principale obiettivo è di limitare al di sotto dei 2 gradi Celsius il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale. In realtà punta ad un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 gradi Celsius. L’accordo non è giuridicamente vincolante ma impegna ogni paese che l’ha ratificato a presentare, ogni cinque anni, un obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni di gas serra. L’obiettivo, ovviamente, deve essere accompagnato da una serie di misure nazionali che consentano di attuarlo. Inoltre, a partire dal 2020, è stato previsto che, ogni anno, i paesi industrializzati aiutino i paesi in via di sviluppo nei loro sforzi di riduzione delle emissioni e di adattamento, con un fondo di 100 miliardi di dollari, provenienti sia dal settore pubblico che da quello privato. Per il periodo dopo il 2020, la Svizzera ha deciso di ridurre almeno del 50 per cento, rispetto al 1990, le proprie emissioni di gas serra. Per raggiungere questo obiettivo, che dovrà essere attuato entro il 2030, potranno essere utilizzati, per lo meno in parte, anche certificati di riduzione delle emissioni estere. È un traguardo molto ambizio-

so, perché implica la riduzione di metà delle emissioni che sono state registrate nel 1990. Per lo stesso periodo, l’Unione europea si è fissata come obiettivo la riduzione del 40 per cento delle sue emissioni. Durante il dibattito parlamentare, l’UDC soprattutto, ma anche il PLR al Consiglio nazionale, hanno tentato di ridimensionare l’obiettivo, abbassando l’asta delle emissioni dal 50 al 40 per cento, o addirittura al 30 per cento. Il tentativo, però, non ha convinto la maggioranza dei parlamentari.

Prossima tappa, la revisione della legge federale sul CO2, alla fine dell’anno il governo presenterà il messaggio Per gli anni che ci separano dal 2020, la Svizzera si è impegnata a ridurre del 20 per cento le sue emissioni di gas serra sempre rispetto al 1990. Nel 2015 è riuscita a ridurre le sue emissioni del 10 per cento, ottenendo così la metà della riduzione, cui vuole arrivare nel 2020. Ci sono settori, come quelli dell’industria e degli edifici, che sono sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo del 2020. Altri settori, invece, incontrano più difficoltà, come per esempio

quello dei trasporti, un settore che è alle prese sia con l’aumento della popolazione che con una mobilità sempre più sostenuta. Nella sua veste di ricco paese industriale, la Svizzera può rappresentare un esempio nella comunità internazionale, anche se è responsabile soltanto di una piccola parte delle emissioni di gas serra. Un esempio che può tradursi in un’incitazione ad agire per tanti altri paesi, forse meno sensibili ai cambiamenti climatici. La Confederazione ha un grande interesse a vedere la comunità mondiale impegnata sul fronte del clima sia per ragioni economiche che per la posizione che occupa sul continente europeo. La lotta ai cambiamenti climatici favorisce l’avvento di nuove tecnologie ed il rinnovo dell’economia, processi dai quali l’economia svizzera può trarre vantaggio. Per di più, la Svizzera è un paese situato al centro delle Alpi, che presenta segnali che denotano una certa sua fragilità. I ghiacciai si riducono ogni anno e sono destinati a scomparire. Il limite della neve si sta alzando ed ha già importanti conseguenze sul turismo invernale. Eventi radicali, come le forti precipitazioni, la canicola e la siccità stanno diventando sempre più frequenti. In altre parole fa più caldo, ci sono più giorni di canicola e più notti tropicali, quando la temperatura non scende sotto i

20 gradi, e d’inverno il periodo con la presenza della neve si fa più corto. Dal 1864, anno in cui cominciarono i rilevamenti, al 2016, la temperatura media svizzera è aumentata di circa 1,8 gradi Celsius, corrispondente più o meno al doppio dell’aumento globale. È facile immaginare quello che potrebbe succedere nei prossimi anni e decenni se la temperatura continuerà ad aumentare. Per implementare l’accordo di Parigi e, quindi, per ottenere la riduzione del 50 per cento delle emissioni entro il 2030, la ratifica parlamentare non basta. Occorre anche definire ed approvare un certo numero di misure concrete. Ciò avverrà attraverso la revisione della legge federale sul CO2. L’attuale legge è in vigore dal 1. gennaio 2013 e mira soprattutto all’obiettivo che si vuol raggiungere nel 2020. Il Consiglio federale ha già messo in consultazione la revisione della legge ed entro la fine dell’anno dovrebbe presentare alle Camere il suo messaggio. Con ogni probabilità, il dibattito parlamentare al quale assisteremo sarà molto acceso e lo scontro tra l’UDC e la maggior parte degli altri partiti sarà ancor più forte di quello avvenuto per la ratifica dell’accordo. La posta in gioco è alta per l’economia ed un po’ per tutti. Alla fine, se verrà lanciato il referendum, la decisione finale sulle misure concrete spetterà al popolo. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Aziende e l’«arte» del crisis management

Azione

Politica aziendale G  estire la reputazione

Picnic

aziendale nelle crisi rimane arduo − in un mondo globalizzato, ancor più. Alcune regole sono, però, le stesse di sempre Edoardo Beretta Non vi è dubbio che − nella gestione quotidiana di soggetti economici quali Stati, intermediari finanziari, aziende ed economie domestiche − le scienze economico-manageriali costituiscano da sempre fonte inestinguibile di principi, a cui attingere regolarmente. Con riferimento specifico alle imprese (cioè al «motore» produttivo delle nazioni) è possibile affermare che, negli ultimi anni, si è «ritagliato» un ruolo cruciale un concetto che negli anni a venire potrebbe acquisire sempre maggiore rilievo: il crisis management, ovverosia la gestione delle crisi dovute ai fenomeni più vari quali l’imprevedibilità di scandali, incidenti o altro ancora. Altrettanto evidente è che un’azione tempestiva di contrasto degli avvenimenti avversi nei confronti dell’esistenza dell’impresa sia «chiave di volta» per il successo (o meno) dell’agire stesso: tale nesso causale si è, però, acuito nelle epoche attuali, che si caratterizzano per elevata interconnessione e rischi di «effetti domino» fra aziende dello stesso gruppo o, persino, settore economico. Più esplicitamente, se già nel passato recente era importante evitare di temporeggiare, oggigiorno lo è ancor più, così da potere ridimensionare possibili effetti spillover, cioè di «sconfinamento» dell’impatto negativo in altri ambiti sociali. Se a ciò si aggiunge quanto di ulteriormente pregiudizievole derivi dalle fake news, cioè da quel fenomeno nuovissimo con cui ignoti costruiscono intenzionalmente notizie false e diffamatorie nei confronti di persone e/o società per influenzarne la percezione dinanzi al pubblico di riferimento (ad esempio, a clienti, investitori, elettori, ecc.), la problematica deve essere affrontata «di petto». La stessa evidenza empirica con i suoi recenti scandali, che hanno coinvolto gruppi aziendali rappresentati a livello mondiale, è ulteriore prova di repentinità e virulenza di tali avvenimenti, che richiedono adeguate contromisure (fra cui alcune nuove ed altre consolidate). Volendo così stilare un abbecedario − nel caso specifico, sulla base del termine crisis management riportato in figura −, i responsabili dell’azione di contrasto aziendale devono essere pienamente «consapevoli» (C) dell’impatto potenzialmente fortemente negativo (ed altrettanto a lungo termine) di ogni episodio di crisi. Ecco perché un buona gestione di essa richiede necessariamente grande «risolutezza» (R) nella mossa di difesa dell’«immagine» (I)

20%

Un brand che ha necessitato di un crisis management. (Keystone)

4.20 invece di 5.30

dell’azienda stessa. Il tutto nell’ineluttabile presa di coscienza che ci si debba preparare a «sopportare» (S) periodi più o meno lunghi di turbolenza. Nel Ventunesimo Secolo è l’utilizzo dei media (M), canale «a doppio taglio» di trasmissione e contrasto delle crisi, ad essere determinante per la stima del danno d’immagine. Ecco che la regola d’oro pare essere l’«aggressività» (A) nel concedere nulla ai propri detrattori laddove si sia agito sempre correttamente. Se certi elementi di ciascuna crisi possono sembrare simili ad altri passati, sarebbe rischioso trascurare i caratteri di «novità» (N) del fenomeno attuale: ogni approccio one size fits all, cioè di similarità rispetto alle precedenti, potrebbe non essere bastevole. Il «generoso» (G) ricorso alle proprie risorse finanziarie rappresenta, invece, l’«aggregante» della gestione di difesa della reputazione aziendale. L’«esperienza» (E) rimane fondamentale per scongiurare che una presa di posizione troppo netta o blanda possa essere controproducente a tal punto da aggravare lo status quo: in eventi recenti di grande portata umana e mediatica, non è casuale che nelle conferenze stampa si sia presentato ai giornalisti lo stesso CEO del vertice del gruppo aziendale stesso nel fare «trasparenza» (T) su quanto avvenuto o di quanto si sia accusati. Se i danni alla reputazione aziendale causati da azione individuale o eventi fortuiti (rivelatisi, poi, nefasti per l’impresa stessa) sono sempre esistiti, dipenderà sempre più massicciamente dall’efficacia del crisis management, se gli effetti negativi si riveleranno perduranti. In altre parole, se anche per le aziende vale il principio del pànta rhèi, cioè del «tutto scorre», rimane da porsi la domanda «in che stato?». La storia economica, infatti, ci insegna che la «guarigione» non è scontata.

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M A N A G E M E N T

Media, da sapersi «utilizzare» «Aggressività» nel riconoscere sbagli senza derogare su quanto giusto Novità, essendo ogni crisi diversa e non gestibile con l’«autopilota» «Aggressività» nel riconoscere sbagli senza derogare su quanto giusto «Generosità», che potrebbe essere − finanziariamente parlando − necessaria Esperienza, preferibile per evitare pericolosi «effetti boomerang» Media, da sapersi «utilizzare» Esperienza, preferibile per evitare pericolosi «effetti boomerang» Novità, essendo ogni crisi diversa e non gestibile con l’«autopilota» Trasparenza nel fare chiarezza

1. Elaborazione di Edoardo Beretta.

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Politica e Economia

Tassazione delle imprese: si tenta una nuova riforma

FiscalitàIl progetto riprende le grandi linee del precedente, respinto in votazione popolare. Prevede un aumento

degli assegni per figli, ma mantiene alcuni punti sui quali l’accordo è difficile

che praticano una tassazione minima dono la deduzione degli interessi sul sugli utili (per esempio il 15%). Cosa capitale. Durante le discussioni, le città La seconda versione (dopo quella cadu- che però non sembra trovare consensi e i Comuni si sono lamentati perché teta in votazione popolare il 12 febbraio) pressi gli altri Cantoni. nuti in scarsa considerazione. Il nuovo della riforma della tassazione delle imRispetto al progetto precedente, vi progetto dovrebbe contenere una clauprese sta prendendo forma. Sulla base sono altri due punti con cambiamenti sola che impone ai Cantoni di tenere i di un rapporto presentato dal gruppo importanti. I Cantoni dovrebbero po- Comuni nella dovuta considerazione. di lavoro composto da rappresentanti ter continuare a concedere riduzioni La struttura di base del nuovo prodella Confederazione e dei Cantoni, il per spese di ricerca e sviluppo, ma ol- getto, detto «Progetto fiscale 17», ricapo del Dipartimento federale delle tre il 100% si dovrà tener conto del co- mane quella del precedente. Modifiche finanze Ueli Maurer ha potuto annun- sto del personale (spesso circa un terzo importanti sono state apportate, come ciare alcuni punti essenziali, sui quali del totale della spesa). Per il previsto visto, in alcuni punti essenziali. D’altro è stato raggiunto un accordo. Accordo privilegio fiscale per redditi dai bre- canto alcune decisioni sono chiarache il ministro delle finanze sottoporrà vetti (Patentbox) non si terrà più conto mente volte a favorire l’accettazione del al Consiglio federale ancora in questo degli utili sul «software» e si accorderà Popolo e dei Cantoni in un nuovo refemese di giugno, dopo che i direttori uno sconto fiscale solo sul 70% (invece rendum. Come prima, anche questa ridelle finanze cantonali avranno preso del precedente 80%). Anche il previsto forma deve tener conto della conformiposizione sul documento. sconto sulla tassazione di utili da parte- tà alle regole dell’OCSE e dell’UE. Essa La vittima principale del nuovo cipazioni importanti scenderà dal 40 al è tuttavia urgente più che mai, come progetto, rispetto al precedente, do- 30%, anche per i cantoni (oggi 50%). ha tenuto a sottolineare Ueli Maurer, vrebbe essere la criticata idea di conIl nuovo progetto aderisce inoltre che non vuole lasciar trascorrere tropcedere una deduzione fiscale per gli alla proposta socialista di aumentare po tempo dal rifiuto della precedente. Il capo del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer è convinto di aver interessi anche sul capitale proprio in gli assegni familiari e di formazione, Nell’ottica di ridurre le eventuali oppo- trovato un buon compromesso. (Keystone) eccesso in un’impresa. A livello fede- per esempio di 50 franchi al mese. Pro- sizioni si è anche deciso di aumentare la rale questa deduzione non è più con- posta che suscita le proteste delle pic- partecipazione dei Cantoni all’imposta però preoccupa le aziende che magari svizzera. Il discorso potrebbe ripetertemplata e anche i cantoni dovrebbero cole e medie aziende, che potrebbero federale diretta dal 17% al 21,2%. non godono di particolari privilegi fi- si nei Cantoni, al momento delle leggi seguire la stessa linea. L’unico Cantone vedere aumentata la pressione fiscale in Come sempre, e particolarmente scali. La stessa sinistra esigeva però che d’applicazione. Le prese di posizione che sembra voler difendere questa tesi alcuni casi. In ogni caso, i nuovi ribassi in questo contesto, quando si acconten- le finanze della Confederazione non su- affioreranno durante la procedura di è Zurigo, che teme per la concorren- fiscali non dovrebbero superare, glo- ta qualcuno, si scontenta qualcun altro. bissero cali di entrate o aumenti di usci- consultazione, ma poi toccherà al Parzialità del suo sistema fiscale, al quale balmente, il 70%, invece dell’80% del Detto dello scontento del Canton Zuri- te e questo non è sempre il caso. lamento decidere e qui la voce delle contribuiscono molte holding e società progetto precedente. go e delle piccole e medie aziende, non è A sinistra si lotterà però ancora piccole e medie imprese, che sentono finanziarie. Al limite, il progetto poInoltre, a compensazione dei van- escluso che qualche altra voce preoccu- contro i privilegi fiscali per alcuni, non di dover pagare il prezzo dei vantaggi trebbe contenere una norma che per- taggi fiscali, i Cantoni potrebbero por- pata si levi di nuovo. La sinistra ha ot- sufficientemente compensati per altri. concessi ai grandi complessi internametta la deduzione degli interessi sul tare la tassazione degli utili aziendali tenuto un’importante concessione con Per l’economia il progetto peggiora la zionali, dovrebbe sollevare qualche capitale proprio solo in quei Cantoni fino al 70% (invece del 60%) se conce- l’aumento degli assegni per figli, che concorrenzialità fiscale della piazza dubbio. Anz I SportXX SALE Sommer I KW 25 I Azione I Italienisch I Zeitung I 289 x 220 mm I DU: 12.6.2017 I Erscheinung: 19.6.2017 Ignazio Bonoli

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Globalizzazione contro identità nazionale Le scienza politiche è tra le discipline scientifiche probabilmente quella meno coltivata nelle Scuole universitarie professionali che, per tradizione, sono invece maggiormente portate verso le discipline tecniche e le scienze naturali. La SUP della Svizzera Nord-Occidentale, con sede a Windisch, sembra invece fare eccezione. Per festeggiare il suo Ventesimo, tre dei suoi insegnanti hanno infatti organizzato, due anni fa, una serie di conferenze sulla crisi di identità che sta conoscendo la Svizzera. I testi di queste conferenze sono ora stati stampati dalla casa editrice della «Neue Zürcher Zeitung» con il titolo La Svizzera – dal Sonderfall al caso normale?. Gli autori di questa interessante raccolta di saggi possono essere suddivisi in due gruppi. Da un lato vi sono delle personalità della politica e della cultura come Günther Verheugen, Adolf Muschg, Kaspar Villiger e Paul Widmer. Dall’altro, ci sono invece gli studiosi dei problemi identitari. Si tratta dei tre insegnanti

già citati, vale a dire il sociologo Karl Haltiner e i politologi Peter Gros e Fridolin Stähli, della filosofe Pia Jauch e Katja Gentinetta e dello storico André Holenstein. La tesi che corre attraverso tutti i contributi è che la globalizzazione ha, nel corso degli ultimi trent’anni, messo in moto una serie di tendenze che minacciano gli elementi costituenti dell’identità svizzera. Di conseguenza è nata, all’interno del nostro paese, una tendenza al rigetto, caratterizzata da una chiusura sempre maggiore verso l’esterno, che può venir definita come un ritorno del «Sonderfall» o come un «Neo-Sonderfall» svizzero. Questa tesi è esplicitata nell’interessante saggio iniziale del volume che è stato scritto dai tre insegnanti di cui sopra. Il Sonderfall svizzero è nato nell’Ottocento quando la Svizzera era l’unica repubblica in mezzo alle monarchie europee, uno dei pochi Stati che riconosceva tre lingue nazionali, e sicuramente l’unico il cui modo di governare era fondato sulla democrazia diretta con le sue tradizioni

di libertà, indipendenza, autonomia nelle decisioni, neutralità e federalismo. Nel corso del tempo il Sonderfall elvetico ha conosciuto alti e bassi. I tre autori del saggio ricordano in particolare come l’idea del Sonderfall fosse molto popolare nel periodo della seconda guerra mondiale e nel decennio che l’ha seguita. Dalla fine degli anni Cinquanta fino alla fine degli anni Ottanta del ventesimo secolo, invece, il Sonderfall fu in ritirata e la Svizzera tese ad aprirsi verso il resto del mondo, non da ultimo perché lo sviluppo della sua economia dipendeva sempre più dalle esportazioni, in particolare dalle esportazioni verso i paesi che, più tardi, concorsero a formare il Mercato comune europeo. Dopo questi decenni di apertura, assistiamo, a partire dall’inizio degli anni Novanta, a una rinascita del nazionalismo e quindi a un revival della nozione di Sonderfall e della necessità di proteggere l’identità nazionale. I risultati di due votazioni possono servire per illustrare il cambiamento di orientamento. Il 26 novembre

1989, dopo un dibattito accanito sull’identità nazionale, i sì a favore dell’iniziativa «per una Svizzera senza esercito» superano il milione e rappresentano il 35% dei voti espressi, un risultato che nessuno mai si sarebbe aspettato tenendo conto del fatto che praticamente tutti i partiti respingevano l’iniziativa. Questa votazione rappresenta, secondo i tre autori dei questo saggio, l’apice della fase di apertura della Svizzera verso il resto del mondo. Tre anni dopo, il 6 dicembre 1992, il decreto federale concernente lo spazio economico europeo, anche questa volta dopo un dibattito accanito sull’identità nazionale, viene respinto, a livello nazionale, con una risicata maggioranza di no pari a 23’836 voti. Da allora il sentimento nazionalista non ha fatto che rafforzarsi come dimostrano i successi elettorali dell’UDC. E si rafforza piuttosto tra i giovani che tra le classi in età media o tra gli anziani. Ma si può veramente parlare di rinascita del Sonderfall? I tre autori del saggio iniziale tendono

a lasciare aperta questa domanda sostenendo che la risposta dipende da come uno definisce il Sonderfall. Se per Sonderfall si intende l’attaccamento ai valori anche mitici dell’identità nazionale che predica il nazionalismo non vi è dubbio che, dalla fine del secolo ad oggi, il Sonderfall svizzero sia più che rinato. Ma se per Sonderfall si intende una posizione della Svizzera diversa da quella delle nazioni che la circondano allora bisogna ammettere che, a differenza dell’Ottocento, oggi non siamo più soli a rivendicare e proteggere la nostra sovranità contro i possibili attacchi della globalizzazione. Basta guardarsi in giro per vedere che siamo in buona compagnia.

fosse invertita una tendenza distruttiva e inarrestabile pareva troppo anche per i più ottimisti. Che Macron, con il suo curriculum così elitario, potesse interpretare questo cambio di passo poi pareva altamente implausibile. Invece era tutto vero e anche l’ultima resistenza – si diceva: il presidente avrà contro l’Assemblea nazionale, non potrà governare – è caduta: il sogno è realizzato. Per qualche tempo, Macron rischia anche di non avere rivali. La sua operazione spazza-tutto non soltanto ha rivelato che il centro in Francia c’è eccome (semmai è scomparso in Inghilterra, ma questa è un’altra storia), ma che gli altri partiti non sanno come sopravvivere a tanta potenza. A destra, il Front national che pure era arrivato al ballottaggio alle presidenziali con un exploit storico, è andato male, al di sotto delle aspettative, ed è destinato a una rifondazione che, ironia della

sorte, verterà sulla tanto odiata Europa: c’è chi vuole abbandonare la retorica dell’«exit» e chi invece spiega che senza quella non ha nemmeno senso esistere. I Républicains espulsi dal ballottaggio presidenziale dopo la campagna straziante di François Fillon vanno a caccia di una nuova leadership, che sia in grado anche di riprendersi quell’ispirazione liberale scippata da Macron: al momento però la tentazione per i neogollisti è di accodarsi al progetto presidenziale. A sinistra, il vuoto è più grande. Il Partito socialista è stato annientato alle legislative, molti «elefanti» del partito non sono stati confermati in Parlamento: si assisterà a un ricambio enorme, e quel che ne verrà è ancora incerto. La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon continua a vivere di una strana ambizione, quella di diventare il partito della sinistra unico: Mélenchon vuole vivere di luce riflessa, quella di Jeremy

Corbyn in Inghilterra, che ha fatto splendere il Labour inaspettatamente alla tornata elettorale di inizio giugno, e quella di Bernie Sanders in America, che prospetta un’opa sul Partito democratico per sottrarlo alla sua ala elitaria. Dei tre Mélenchon è il più debole, ma continua a lavorare alla sua alternativa a sinistra di Macron. Il presidente francese invece è copiato, ammirato, elogiato: ha rimesso in vita l’Europa, missione impossibile, e ha creato un caso politico che viene analizzato ovunque, mentre alcuni sperano nell’emulazione. In questa luna di miele, Macron corre soltanto due rischi: la compagine variegata che ha messo insieme potrebbe mostrare delle divergenze interne problematiche; lo strapotere è un lusso, ma bisogna saperlo gestire, soprattutto quando i cantieri diventeranno vita reale, e la piazza della protesta potrà riempirsi di nuovo.

mediali, come seguire l’informazione, leggere giornali, visionare film e programmi televisivi, tutte funzioni che sui cellulari non entusiasmano. È il motivo principale per cui continua a essere visto come potenziale anello di congiunzione, tanto che tutti i giganti del «mobile computing» stanno prolungando il loro impegno a mantenerlo in vita, con ricerche e applicazioni estese anche a ripensamenti e revival, in qualche caso sino al recupero di tecnologie abbandonate. Ad esempio anche la Motorola che, come annuncia la rivista online «Pianetacellulare», sta lavorando a un tablet. Il sorprendente «revival» di questa azienda nordamericana praticamente fallita dopo aver dovuto cessare la produzione dei suoi cellulari tecnologicamente superati, incuriosisce molto. Un suo team di ricercatori, rimasto in attività dopo la cessione della Motorola Mobile (strano: a Lenovo...), sta lavorando su un tablet (dicono gli esperti: dal cuore Android con «anima e aspetto» di tipo «premium») che consentirà di passare da

un’app all’altra semplicemente tappando le icone nella barra di navigazione, mentre per chiuderle basterà trascinare l’icona dell’app verso l’alto. Altri segnali positivi dalla Silicon Valley giungono da Apple che ha già in vendita un nuovo potentissimo iPad Pro, come pure dall’Oriente, con Samsung e Huawei che invece puntano maggiormente su nuovi tablet «ibridi», cioè in grado di «ereditare» tastiere staccabili. Alle spalle del colosso cinese si sta muovendo anche la Microsoft di Bill Gates, l’azienda che nel 2000 presentò il concetto del tablet e che ora vuole riprovarci con il «Surface». Come si vede, al capezzale del tablet c’è un vero e proprio affollamento. E poiché nelle scelte future, a contare saranno soprattutto le innovazioni tecnologiche e scientifiche, v’è da sperare che anche la scrittura resista e continui perlomeno ad avere la meglio sull’impiego di assistenti vocali digitali intelligenti (tipo Siri di Apple, ora «chiusa» anche nell’HomePod, una sempre più inquietante protesi dell’intelligenza artificiale).

Bibliografia

F. Stähli, P. Gros, K. Haltiner (curatori) Die Schweiz – vom Sonderfall zum Normalfall? Ein Land in der Identitätskrise, Verlag Neue Zürcher Zeitung, Zurigo, 2016.

Affari Esteri di Paola Peduzzi In Francia si consolida il centro La rivoluzione di Emmanuel Macron è quasi completa, dopo la vittoria alle presidenziali anche alle legislative il neoinquilino dell’Eliseo ha dimostrato che il suo progetto politico sta plasmando la Francia, e il suo futuro. La République en marche, il partito nato dal movimento En Marche! con cui Macron ha lanciato la sua avventura politica, è diventato il primo partito del Paese, attirando i voti della destra e della sinistra, secondo il modello già di successo alle elezioni di aprile. Monsieur Europe, come viene chiamato Macron, è riuscito in un’impresa che, soltanto qualche mese fa, pareva soltanto un’ambizione quasi folle destinata a essere punita. La conferma della République en marche mostra che la fiducia nella visione macroniana è grande: non c’è soltanto lui, enfant prodige della politica che s’è inventato dal nulla un partito e, con uno spirito da start up, l’ha portato

all’Eliseo, ma c’è anche un team parlamentare pieno di consensi che ha deciso di incamminarsi con lui verso una stagione politica che, sulla carta, appare molto promettente. I francesi forse non lo sapevano nemmeno di essere in grado di fidarsi di un progetto del genere. Fino a qualche settimana fa, molti sostenevano – dati alla mano – che il centro liberale non esistesse in Francia. L’elettorato è considerato tra i più conservatori del continente europeo, e per conservatore si intende refrattario al cambiamento, di qualsiasi natura, non necessariamente di destra o di sinistra. Quando si è iniziato a registrare qualche sussulto liberale, si è temuto il ripetersi del copione del 2016: gli esperti s’aspettano un risultato, danno per scontato un risultato, che poi non arriva. La Brexit e Donald Trump sono stati il frutto di quell’illusione. Che di colpo si

Zig-Zag di Ovidio Biffi Gli strani maneggi attorno al tablet Il tablet, inteso come computer tavoletta, sta morendo o sta iniziando una seconda vita? Se lo stanno chiedendo gli esperti di tecnologia mediatica dopo che nel primo trimestre dell’anno le vendite di tablet, nel mondo, hanno fatto segnare un declino comune ai quattro maggiori costruttori (Apple, Amazon, Samsung e Lenovo). Il quinto, il cinese Huawei, sembra ancora in crescita, ma solo per il fatto che è l’ultimo arrivato e non deve rincorrere primati a sei zeri. Questo non basta per affermare che il tablet finirà al cimitero delle tecnologie. Anzi: da maggio si susseguono annunci di nuovi modelli, e qualcuno arriva a chiedersi se le notizie sul calo delle vendite non facciano parte di una campagna mediatica per riaccendere l’interesse (e le vendite) di nuove generazioni di tablet. L’unica risposta sensata all’interrogativo iniziale, a questo punto, sembra questa: l’esistenza del tablet è tornata di attualità perché i creatori del dispositivo elettronico hanno capito che, allo stadio attuale, devono opporsi al suo declino e cercare

perlomeno di differire la sua scomparsa. Tutte queste incertezze attorno al tablet mi suggeriscono una confessione personale. Come qualche amico giustamente mi rimprovera, quando è nato, io ho snobbato il computer tavoletta (o padellone, come veniva inizialmente chiamato): ero convinto che venisse proposto come una sorta di placebo per spegnere la nostalgia di chi, usando lo smartphone, rimpiangeva il computer, soprattutto i laptop o book diventati nel frattempo sempre più sottili e potenti. Così l’ho giudicato poco pratico soprattutto per la scrittura. Essendo nel frattempo diventato un incallito utilizzatore dell’iPad, le mie critiche iniziali non possono ora trasformarsi in un «l’avevo detto io», basato unicamente sulle incertezze che gravano sul suo futuro. È vero: il tablet non ha eliminato (finora) la barriera tecnologica fra portatile e cellulare, nemmeno grazie alla prodigiosa serie di «nuvole» (cloud) che hanno agevolato l’interazione con pc e cellulare. Questo significa che ricerche

e strategie future continueranno ad avere come base/faro lo smartphone, un prodigio che in meno di 200 grammi di tecnologia concentra i risultati di circa 250 mila brevetti: telefonia con immagini, posta e messaggeria istantanea gratuiti, accesso a dispositivi multimediali, macchina fotografica, telecamera, orologio, calcolatrice, giornali, centinaia di libri, migliaia di pezzi musicali, traduttore universale, videogiochi, atlante (con GPS…), archivio fotografico e, potenzialmente, circa un milione di app per lavorare, studiare, giocare (a proposito: letto dell’accordo fra la Apple e la Ifolor di Kreuzlingen per i servizi di stampa?). Quel che sorprende è che, dopo anni di analisi e perfezionamenti, il principale imputato della mancata simbiosi risulti ancora la tastiera: troppo piccola perché compressa in pochi centimetri quadrati sui cellulari, poco pratica per l’uso tattile sul tablet. Bisogna però ammettere che anche il tablet ha contribuito a introdurre e ad agevolare certe innovazioni imposte dalle nuove tecnologie e dai sistemi


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Cultura e Spettacoli L’altra metà del cielo Con Die göttliche Ordnung la regista svizzera Petra Volpe ha realizzato un film sul femminismo che sta raccogliendo successi in tutto il mondo

Szemann a Casa Anatta Dopo un attento restauro a Monte Verità è tornata agibile Casa Anatta

70 anni di Piccolo Il Piccolo Teatro di Milano festeggia l’anniversario con la pubblicazione di un libro

La musica va in vacanza Riprendono gli incontri estivi di Zeno Gabaglio con personaggi del mondo della musica

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Chiodino, l’amica prediletta di Pavese

In ricordoÈ scomparsa a 99 anni a Lugano

Ludovica Nagel, a lungo attiva in Einaudi e in amicizia con i maggiori scrittori e intellettuali della casa editrice

Paolo Di Stefano Ha vissuto a Lugano, dal 2003 alla morte, una signora molto delicata e colta di cui in Ticino pochi si sono accorti. Era una donna esile, straordinariamente acuta, curiosa, piena di vita vissuta e di memoria, desiderosa di amicizie. Si chiamava Ludovica Nagel e se n’è andata il 28 maggio scorso a 99 anni. Ludovica ha vissuto gli ultimi due anni in Casa Serena, prima abitava in un minuscolo appartamento al secondo piano della Casa Torre, a Castagnola. Era figlia del generale maggiore Karl Freiherr von Nagel zu Aichberg, comandante del primo reggimento di cavalleria pesante bavarese, ucciso a Monaco il 2 maggio 1919 nei combattimenti che posero fine alla Repubblica dei Consigli. Ludovica, che era nata a Monaco, aveva poco più di un anno e le sue sorelle maggiori, Melanie e Alexandra, rispettivamente dieci e cinque. Il generale von Nagel, appartenente all’aristocrazia bavarese, aveva sposato nel 1907 la giovane americana Mabel Dillon Nesmith, a sua volta discendente di una facoltosa famiglia newyorkese che aveva soggiornato al Cairo al seguito di un nonno (secondo marito della nonna) diplomatico. Come le sue sorelle, anche Ludovica aveva passato gran parte della giovinezza in Toscana, in una villa situata in località Castello, a Sesto Fiorentino, acquistata dalla madre e dalla nonna: era stata tirata su da una governante svizzera, friburghese, con cui imparò il francese. Diceva di non aver sofferto dell’orfanità semplicemente perché non aveva conosciuto il sentimento della figliolanza: «Non sapevo neanche che cosa fosse essere figlia di qualcuno». Neanche di sua madre, che, trasferendosi negli Stati Uniti, lasciò le figlie al proprio destino: la mag-

giore, Melanie detta Muska, dopo il divorzio sarebbe entrata come novizia in un convento benedettino del Connecticut. Ludovica si definiva un essere umano «in migrazione perenne». Prima di arrivare a Lugano per ragioni di salute, grazie all’intermediazione dell’avvocato Giancarlo Viscardi, aveva vissuto a Monaco, a Roma, a Milano, a Zurigo, a New York e di nuovo a Roma. Lasciata la campagna fiorentina, Roma diventa il centro della sua vita. Attratta dalle copertine Einaudi, nel 1946 Ludovica telefona in casa editrice in cerca di un lavoro e viene assunta come segretaria editoriale addetta ai diritti esteri: essendo quasi perfettamente quadrilingue, è la persona giusta per sostituire Bianca Garufi, compagna di Cesare Pavese e coautrice con lui del romanzo Fuoco generale, che sarebbe uscito nel 1959. Ludovica stringe amicizia con Cesare, che da quasi un anno si trova nella sede romana, con la collaboratrice Teresa Motta, con i redattori Felice Balbo (detto Cicino) e Natalia Ginzburg. Passerà alla sede di Milano, prima di traferirsi a New York, dove si dedica alla traduzione di saggistica dall’inglese all’italiano e dove frequenta la Columbia University e i circoli comunisti americani: «Mi si sono aperti gli occhi quando ho capito che il comunismo precludeva la libertà di essere e di pensiero: avevo già alle spalle l’orrore del collegio cattolico…». Per tutta la vita avrebbe combattuto contro la destra repubblicana, contro le tendenze americanizzanti europee, specie in ambito sanitario e ospedaliero, il suo autentico cruccio, per non dire la sua angoscia. La medicina spersonalizzata, i medici che per guadagnare sempre più non trovano mai il tempo di ascoltare: erano questi i suoi obiettivi polemici degli ultimi anni. Lucida e irriducibile,

Pavese le aveva attribuito ironicamente il nomignolo «Chiodino», dal tedesco Nagel, per enfatizzare la sua esilità. (Keystone)

aveva iniziato a scrivere un saggio-memoir sull’argomento. Un libro uscito nel 2008 per Archinto raccoglie le Lettere a Ludovica di Pavese, Balbo e Ginzburg. «Inutile dirLe – le scrive Pavese – che Roma senza di lei non è più nulla, non è più stella né del mattino né della sera…». Amicizie durature, tranne quella con Cesare, che si interruppe bruscamente il 27 agosto 1950 con il suo suicidio, peraltro quasi annunciato in una lettera al «Caro Chiodino» (così traduceva ironicamente il suo cognome insieme enfatizzandone l’esilità fisica), in cui alludeva all’attrice Constance Dowling: «se sapesse come la invidio che sta a New York. Pensi che in 55 strada vive e respira un mio formidabile amore che probabilmente mi costerà la vita». Pochi giorni prima, Ludovica aveva inviato a Cesare da Manhattan un pacchetto

con cibarie, tabacco e un pullover, e lui informerà l’amica che Natalia, «sposata e incinta, ha l’aria felice e istupidita». Intimamente belle anche le lettere di Natalia: gli umori, la quotidianità della famiglia, le nascite, i lutti, i libri in corso e il lavoro in casa editrice. Ludovica ebbe scambi epistolari intensi anche con il critico Nicola Chiaromonte, con il semitista Giorgio Levi della Vida, con lo scrittore Nicolò Tucci. Amava la tecnologia e fino a un anno fa circa scriveva agli amici via mail. Con Ludovica era facile parlare di tutto, perché era una donna che sapeva ascoltare, anche quando avvicinandosi ai cento diceva ai pochi amici: «Sto frammentariamente». Un paio d’anni fa le sottoposi, per gioco, le domande del Questionario Proust. Ottenni risposte fulminanti: «La persona scomparsa che richiamerebbe in vita? Me stessa»; «Il suo mot-

to?». Risposta: «È più facile imparare il cinese che capire i ticinesi». «A forza di solitudine, temo di diventare come Kaspar Hauser: ho paura di non riuscire a parlare più con nessuno», diceva, «chiamami più spesso, così arredi il mio futuro in maniera meno desolante». Dopo una cena insieme, diceva: «Ho fatto riserva di ricordi, mi sarà utile quando sarò sola e depressa». Portava con sé un pessimo ricordo delle scuole frequentate in un collegio cattolico di Colonia: nel congedarsene, a 17 anni, disse alla superiora che non avrebbe mai più messo piede in una Chiesa. Promessa mantenuta: il 31 maggio il suo funerale, con una dozzina di persone (e senza parenti), si è tenuto al Tempio Crematorio di Lugano. A proposito, alla domanda di Proust «come vorresti morire?», rispose semplicemente: «Non».


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Cultura e Spettacoli

Quando secondo Dio tra i sessi vigeva l’ordine

Cinema Con Die göttliche Ordnung la regista svizzera Petra Volpe ha realizzato un’opera che ripercorre

in modo ironico il cammino di emancipazione femminile nel nostro paese

Giorgia Del Don Una donna, una femminista e una persona politicamente impegnata. Ecco in poche ma significative parole come si descrive l’internazionalissima regista svizzera Petra Volpe, la mente (e l’occhio) che si nasconde dietro il potente Die Göttliche Ordnung («L’ordine divino», ndr), film sostenuto dal Percento culturale Migros. Con quella risolutezza ed allo stesso tempo quella leggerezza che la contraddistinguono, Petra Volpe sforna un film che ha le sembianze di una bomba impacchettata con della carta regalo, la cui onda d’urto si espande fin oltre oceano, dove Die Göttliche Ordnung si è aggiudicato il prestigioso Nora Ephron Prize al Tribeca Film Festival. Difficile definire il femminismo al giorno d’oggi. Il termine si dirama in così tante direzioni e «scuole di pensiero» più o meno dogmatiche, da sembrare a volte quasi un concetto astruso, disdegnato da una maggioranza ben contenta di soffocarlo. Eppure Petra Volpe con il suo Die Göttliche Ordnung realizza senz’altro un’opera femminista. Senza voler diventare il manifesto di un movimento, l’ultimo film della regista newyorchese d’adozione, ci sussurra con determinazione e catartico umorismo una verità che non dovrebbe mai essere data per scontata, o peggio dimenticata: anche le donne hanno il diritto alla libertà, il diritto a sbagliarsi, a inciampare, a rialzarsi e correre a perdifiato. Sempre e ovunque. Una verità che a distanza di quasi cinquant’anni rispetto alla storia raccontata in Die Göttliche Ordnung non è di certo universalmente accettata. Con il suo ultimo film, Petra Volpe continua a parlarci di donne, delle loro piccole grandi lotte, del loro coraggio di esistere rivendicando la propria individualità. Questa volta è su un fatto decisamente poco lodevole che Petra Volpe basa la sua storia: il diritto di

voto alle donne svizzere, diventato effettivo solamente nel 1971! Un segreto ben custodito fra le pareti rocciose di un paese insospettabile. Petra Volpe, come una bambina curiosa di scoprire cosa si nasconde nel ventre di una piñata multicolore, colpisce senza tregua il suo animale di carta fino a distruggerlo facendone fuoriuscire un mare di caramelle dal gusto agrodolce. La storia raccontata in Die Göttliche Ordnung è quella di un gruppo di donne comuni, capitanate dall’apparentemente docile Nora – interpretata dall’incredibile Marie Leuenberger, miglior attrice al Premio del cinema svizzero e miglior interpretazione femminile al Tribeca – che nella campagna che attornia Zurigo (ma non solo) hanno avuto il coraggio di lottare per rivendicare il diritto di voto. Un gruppo di donne al di là di ogni sospetto che ha saputo trasformare piccole ma significative rivendicazioni domestiche (chiedere ai figli sbigottiti di sbarazzare la tavola, per non citare che un esempio) in rivendicazioni ben più grandi. Un’euforia sempre più incontenibile, un impeto rivoluzionario che nasce dal profondo e aleggia fra le montagne svizzere, custodi di un «ordine divino» sempre più antiquato. Senza volerci dare una lezione di storia, Petra Volpe rende omaggio a tutte quelle donne che, dall’ombra del loro anonimato hanno saputo, insieme, fare la differenza. Donne che quasi loro malgrado sono state capaci di rielaborare il proprio vocabolario gestuale: non più timido e limitato ma infine libero, in costante mutamento. A spingere l’insospettabile Nora a ribellarsi contro l’immagine polverosa di moglie e madre veicolata dai discorsi dei suoi compaesani (uomini e donne!) aggrappati in modo quasi tragicomico a un ordine immutabile perché divinamento concepito, è stata la famosa goccia che fa traboccare il vaso: nel suo caso il rifiuto del marito di permetterle di riprendere il lavoro, nonché l’allon-

Un particolare della locandina del film di Petra Volpe.

tanamento di una nipote «ribelle», spedita in un cosiddetto istituto di riabilitazione. Come una pentola a pressione alla quale tolgono improvvisamente il coperchio, Nora esplode ma lo fa con un ritegno tutto svizzero che la rende straordinariamente toccante. Die Göttliche Ordnung è un piccolo capolavoro d’equilibrio: quello fra dramma e commedia, temi cupi e inaspettata gioia di vivere. Petra Volpe fa uso della sua grande capacità di essere autoironica e di restare distaccata, allo stesso tempo però riesce paradossalmente a mostrarsi empatica. Un’attitudine che nasce, forse, dai lunghi anni passati all’estero (Germania, Polonia, Finlandia e infine Stati Uniti dove tutt’ora risiede) che le hanno permesso di osservare la sua terra natale da una necessaria distanza di sicurezza. Quella che forse all’inizio era rabbia verso le ingiustizie si è gradualmente trasformata nell’acuta e tenera osservazione di un mondo al quale appartiene senza

davvero volerlo. Come affermato dalla regista stessa, una delle più grandi sfide del film è stata proprio quella di bilanciare humour e dramma. Avvicinarsi alla storia con spiccato senso dell’umorismo (memorabile la scena in cui Nora e le sue compagne frequentano un workshop a Zurigo diretto da una sorta di santona hippie che fa scoprire loro le esaltanti gioie dell’essere donna) per mettere i cuori degli spettatori in condizione di affrontare aspetti più dolorosi della storia. Una sorta di riscaldamento che rende in qualche modo il dolore più sopportabile (ma non per questo meno intenso). Lo scopo di Die Göttliche Ordnung, se di scopo si può parlare, non è tanto quello di fare un processo a quanti del voto alle donne non volevano proprio sentire parlare, quanto quello di rendere omaggio a tutte le donne che hanno rischiato tutto pur di fare cambiare idea alla società. Invece di imporre una verità che

oggi salta agli occhi come un’evidenza (la possibilità delle donne di votare), Petra Volpe decide di giocare la carta del ridicolo, mettendo davanti agli occhi di despoti e potenti uno specchio che riflette l’assurdità grottesca delle loro rivendicazioni, necessarie a mantenere un ordine estremamente comodo per alcuni e umiliante per altri(e). Attraverso l’umorismo, la risata catartica, la regista sbeffeggia quanti ancora si aggrappano a un’ineguaglianza che non può che reggersi sull’assurdità. Die Göttliche Ordnung relega in un angolo quanti brandiscono l’ingiustizia come arma, per mettere sotto i riflettori tutte le donne (ma non solo) costrette a rimanere nell’ombra. Un rovesciamento dei ruoli che si rivela assai affascinante. Die Göttliche Ordnung racchiude in sé il fresco e gioioso coraggio delle sue eroine, un coraggio che accompagna lo spettatore anche fuori della sala cinematografica.

Nel dialogo tra uomo e natura

MostreLe opere dell’israeliano Yuval Avital negli spazi della Fondazione La Fabbrica del Cioccolato Alessia Brughera Ci sono edifici che sono profondamente legati al territorio su cui sorgono e alla gente che lo abita. Edifici che fino a un passato non molto lontano hanno costituito il fulcro attorno a cui ruotava un paese, entrando a far parte delle sue tradizioni e delle sue storie di vita. Uno di questi è sicuramente la Fabbrica del Cioccolato Cima Norma, costruita agli albori del Novecento a Torre, in Valle di Blenio, e rimasta in attività fino al 1968, arrivando a dare impiego, soprattutto nel periodo d’oro tra gli anni Cinquanta e Sessanta, a quasi trecentocinquanta persone. Ad animare oggi la struttura ble-

niese è una fondazione che ne ha recuperato parte degli ampi spazi riconvertendoli in un contenitore di attività culturali, lodevole esempio di valorizzazione di un’ex area industriale dalle grandi potenzialità che può ritornare a essere un importante tassello per la regione circostante. Non a caso la fondazione ha voluto mantenere il nome di Fabbrica del Cioccolato, nel segno di una continuità della vocazione originaria dell’edificio come luogo di produzione, ora divenuto una fucina di idee, un cantiere creativo da cui far nascere progetti per riqualificare la Valle. L’arte nella sua molteplicità di linguaggi diventa dunque lo strumento privilegiato attraverso cui generare

Foreign Bodies di Avital è stato realizzato in Valle di Blenio.

connessioni con le peculiarità dell’ambiente, in uno scambio vicendevole di stimoli che esorta prima di tutto il coinvolgimento degli abitanti del posto, gente colta che ha viaggiato molto e che nel tempo ha saputo arricchire la Valle di Blenio con le proprie esperienze. Il concetto di relazione tra arte e territorio è alla base del programma curatoriale della fondazione, diretto da Franco Marinotti, che ha preso avvio lo scorso anno e che è stato denominato con il neologismo foreignness, termine traducibile come estericità o estraneità, volto a indagare le differenti modalità del percepirsi esclusi da un contesto in perenne evoluzione. Sull’instabile legame tra uomo e natura, fatto di contrasti e di ricongiungimenti, di discrepanze e di attinenze che bene esprimono l’isolamento dell’individuo, si è soffermato con le sue opere Yuval Avital, artista nato a Gerusalemme nel 1977 e residente a Milano, chiamato a esporre nelle grandi sale della Fabbrica del Cioccolato. I suoi lavori nascono proprio da un serrato confronto con il paesaggio bleniese, esplorato e conosciuto a fondo nel mese di permanenza nella Valle, durante il quale Avital ha creato le tre installazioni presenti in mostra, ciascuna delle quali rappresenta un mo-

mento dell’interazione tra essere umano e territorio. Attraverso un approccio multidisciplinare capace di mescolare sapientemente l’immagine al suono, la materia alla tecnologia, l’artista israeliano dà vita a una triade di opere che delinea un percorso in cui l’uomo, da una situazione di alienazione e di dissidio, riesce a riconquistare la propria appartenenza alla natura. Il primo lavoro, intitolato Foreign Bodies, è costituito da sette grandi schermi che proiettano simultaneamente i filmati realizzati da Avital in Valle di Blenio, dove, accompagnato da guide del posto, è riuscito a raggiungere anche i luoghi più impervi e selvaggi. In questi video i corpi nudi di sette ballerine si muovono come organismi solitari in preda a una brama panica di fondersi con le forme ancestrali di un paesaggio che li considera come elementi di disturbo. Le movenze sono semplici, i ritmi rallentati, a rimarcare come il contatto con il creato sia un processo che richiede sforzo, fatica e solennità. Il rapporto tra uomo e natura è poi reso nella sua aperta conflittualità nella seconda installazione, chiamata Lands, un cerchio formato da terriccio agricolo delimitato da una serie di altoparlanti. La terra, qui utilizzata nel suo stato primordiale, si fa metafora di una natu-

ra che entra nelle dinamiche sociali diventando oggetto di diatribe e di rivendicazioni. I suoni diffusi accentuano la tensione mescolando rumori strappati all’ecosistema con le loro riproduzioni meccaniche e con voci computerizzate, in un crescendo di stimoli acustici in cui la natura sembra reclamare la sua libertà dalla manipolazione e dagli artifici umani. Nella terza opera intitolata Reh’em, che in ebraico significa «grembo», Avital ci invita a entrare in uno spazio buio e chiuso, una sorta di ventre materno che accoglie e protegge: suoni legati alla gestazione e alla nascita della figlia dell’artista si avvicendano a quelli dei movimenti sismici del suolo, in una coesistenza che sa di riappacificazione tra l’uomo, ora consapevole e rispettoso, e la natura, ora madre premurosa e benevola, pronta a ospitarlo e a ricondurlo a una dimensione primigenia. Dove e quando

Yuval Avital. Three Grades of Foreignness. Fondazione La Fabbrica del Cioccolato, Stabili Cima Norma, Torre-Blenio. Fino al 1. luglio 2017. Ingresso gratuito da mercoledì a domenica dalle 12.00 alle 19.00 o su appuntamento. www.chocfact.ch


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Cultura e Spettacoli

La Casa del Monte

Restauri Dopo un lungo e attento restauro Casa Anatta del Monte Verità è stata riconsegnata al pubblico,

arricchita dal riallestimento della celebre mostra di Harald Szeemann

Ada Cattaneo Monte Verità è un luogo che da sempre ha saputo esercitare un fascino particolare sui suoi visitatori, in epoche e per ragioni diverse. A ripercorrerne le vicende non ci si capacita di quali e quanti protagonisti del pensiero contemporaneo siano arrivati in Ticino, attratti proprio dalla fama di quella collina affacciata sul Verbano. Furono forse proprio queste presenze uniche e i motivi che le attrassero ad Ascona che negli anni Settanta colpirono l’attenzione di Harald Szeemann, impegnato allora sulla scena dell’arte contemporanea più esplosiva e dirompente. Come curatore indipendente (concetto che, peraltro, era stato proprio lui ad ideare) al Monte Verità egli dedicò anni di ricerca e un’esposizione che ancora oggi rimane seminale per chi studia la storia delle mostre: Monte Verità. Le mammelle della verità, presentata nel ’78 fra Ascona e Locarno e poi in quattro sedi europee. L’esposizione avrebbe fatto ritorno nella Svizzera Italiana solo nell’81 per essere ospitata qui in via definitiva proprio sul monte che l’ha ispirata, a Casa Anatta. L’edificio è stato riaperto al pubblico lo scorso 20 maggio dopo un importante restauro e, con esso, torna visitabile anche la mostra originale, accompagnata oggi da alcune sale introduttive che permettono ai visitatori di comprendere il lavoro di Szeemann e le ragioni di riproporre, a quasi quarant’anni di distanza, il percorso espositivo esattamente come egli l’aveva immaginato. Lorenzo Sonognini, direttore della Fondazione Monte Verità dal 2011, spiega per i lettori di «Azione» il percorso che ha permesso di riaprire al pubblico Casa Anatta. L’architetto Geronzi invece racconta il processo di restauro dell’edificio, mentre il ricercatore e curatore Andreas Schwab spiega il percorso espositivo proposto al pubblico. Direttore Sonognini, che cos’era originariamente Casa Anatta?

Era una casa comunitaria, pensata in parte come abitazione, ma anche per attività che coinvolgevano tutta la colonia che si stabilì qui da inizio Novecento. Vi venivano ospitati concerti, balli, spettacoli. È di per sé un edificio molto peculiare, realizzato in legno e pietra,

Harald Szeemann Nato a Berna nel 1933, studia storia dell’arte, archeologia e giornalismo all’Università di Berna e alla Sorbona. Dal 1957 comincia ad occuparsi dell’organizzazione di mostre e a 28 anni viene nominato direttore della Kunsthalle della capitale elvetica. Qui, nel 1969, organizza l’esposizione Live in Your Head: When Attitudes Become Form, che rimarrà celebre per avere per la prima volta anteposto il lavoro degli artisti all’allestimento, creando un nuovo filone della critica d’arte basata sulla sola relazione tra le opere nello spazio espositivo. In seguito a questa mostra, abbandona la carica istituzionale, scegliendo di operare solo come curatore indipendente: proseguirà questa attività per il resto della sua vita. Nel 1972 organizza la Documenta di Kassel; nel ’99 e nel 2001 dirigerà anche la Biennale di Venezia, distinguendosi come il primo studioso ad avere curato entrambi le due principali rassegne internazionali d’arte contemporanea. Nel 1978 si trasferisce a Maggia, dove rimarrà fino alla sua morte avvenuta nel 2005.

Harald Szeemann davanti al suo allestimento a Casa Anatta nel 1994. (Keystone)

che presentava però dei difetti di realizzazione, ad esempio un’errata inclinazione del tetto, che hanno determinato l’entrata di acqua e altri problemi. La casa sarebbe poi stata trasformata in residenza privata dal Barone Eduard von der Heydt, che nel 1926 acquisì la zona del monte, facendo poi costruire l’albergo in stile Bauhaus.

In che stato era la casa?

La casa era in condizioni disastrose. Parte dei documenti erano molto danneggiati. La situazione non era più sostenibile in alcun modo, quindi nel 2009 si decise di chiuderla, togliendone tutti gli oggetti, poi depositati altrove per garantirne la salvaguardia. Nel 2010, per non compromettere ulteriormente l’edificio, si realizzò una copertura. A quel punto si poté cominciare a impostare un restauro architettonico di tipo conservativo, trattandosi di un monumento protetto. Fra tutti i restauri necessari quello di casa Anatta tra il 2016 e il 2017 è stato il più impegnativo. Il team era composto dai tre architetti Gabriele Geronzi, Bruno Reichlin e Carlo Zanetti. Parallelamente erano già iniziati la catalogazione, il restauro e il rilievo della mostra di Harald Szeemann, in collaborazione con l’Archivio di Stato, in modo da rendere disponibili ai ricercatori tutti i documenti. Come era nata questa mostra?

Dapprima Harald Szeemann conobbe Ingeborg Lüscher, che sarebbe in seguito diventata sua moglie. Lei aveva raccolto alcuni dei manufatti di Armand Schultess, esponente dell’Art Brut, e li aveva proposti a Szeemann che li avrebbe poi esposti alla Documenta di Kassel del 1972. Proprio da qui nacque l’interesse del curatore per il Monte Verità e il desiderio di raccontarne le vicende in un’esposizione. Andò dunque alla ricerca di documenti, oggetti, testimonianze e di tutto quanto riuscì a reperire. Ciò che si può visitare oggi non è una mostra creata ex-novo, ma esattamente l’esposizione originale restaurata. Architetto Geronzi, quali sono le caratteristiche dell’edificio storico con cui avete avuto a che fare?

L’edificio è stato voluto nel 1904/05 dai primi coloni del Monte Verità, Ida Hofmann e Henri Oedenkoven. La base è in pietra, ma il resto è interamente in carpenteria lignea, con delle coperture piane. Rispetto all’epoca di realizzazione, non esiste qualcosa di analogo in Ticino. I materiali si ritrovano nell’architettura vernacolare, ma qui sono usati in modo del tutto avulso dal contesto culturale locale. Rispetto alla situazione attuale, si accedeva all’edificio dai piani alti, provenendo quindi dalla casa centrale e da tutto il gruppo delle capanne aria-luce, poste sulla sommità della collina: il rapporto con il complesso era del tutto diverso. Come si è sviluppato l’edificio nei decenni?

Nella fase di preparazione del restauro, grazie ai documenti storici, abbiamo ripercorso tutto lo sviluppo cronologico della casa. È stato individuato il nucleo originario e poi tutte le aggiunte fatte successivamente, all’inizio degli anni Venti e dopo l’arrivo del Barone. Questa fase, quella di von der Heydt, è diventata il momento di riferimento del restauro, anche perché successivamente i cambiamenti sono stati pochi e non significativi. Il momento storico a cui ci siamo riferiti è quindi tra il 1926 e il 1930 quando il barone fece le trasformazioni necessarie ad avere una casa d’abitazione. Quali sono stati i cambiamenti più sostanziali?

Il grosso cambiamento è stato sulle coperture. La casa presenta un tetto piano che è molto importante nella storia dell’architettura: Sigfried Giedion, teorico e storico dell’architettura, nel suo testo Befreites Wohnen del 1929 l’aveva citato come uno dei primi tetti piatti praticabili dell’architettura europea. All’inizio del Novecento era ricoperto da lastre di zinco, quindi impraticabile d’estate, ma Von der Heydt lo trasformò. Nel tempo poi l’infiltrazione di acqua sommata al degrado ha causato danni ingenti. Il lavoro su Casa Anatta non è stato però l’unico intervento.

Dal 2004 in poi abbiamo restaurato

l’albergo, Casa Selma, Casa dei Russi e sono previste ulteriori tappe in futuro. Si tratta di una serie di edifici connessi fra di loro, e gli aspetti che abbiamo osservato in un determinato edificio, ci sono stati utili negli altri interventi. Abbiamo trovato molte caratteristiche non notate in precedenza, legate a uno sviluppo unitario del Monte Verità e che adesso ne arricchiscono la conoscenza fornendo materiale per gli studiosi.

Che tipologia di restauro avete svolto?

Tutto il processo è stato fatto con la collaborazione dell’Ufficio dei Beni Culturali, un interlocutore fondamentale per noi progettisti. La massima attenzione è dunque andata alla conservazione, nel tentativo di migliorare la tenuta dell’edificio nel tempo. Importante è stato dotare l’edificio di tutti gli impianti necessari per la conservazione dei materiali storici esposti (climatizzazione, allarmi, ecc), «camuffandoli» in modo da non danneggiare l’immagine originaria dell’edificio. Il curatore Andreas Schwab, che già dal 1998 si occupa nei suoi studi del lavoro di Harald Szeemann, ha spiegato il processo di riallestimento della mostra Monte Verità. Le mammelle della verità e il concetto alla base delle nuove sale introduttive. Come mai Szeemann si appassionò alla storia del Monte Verità?

Si trattava di un tema che lo appassionava perché da sempre si era interessato al concetto di anarchia, alle utopie e alle vicende di personaggi che avevano deciso di vivere ai margini della società creando comunità a sé. Cominciò quindi a raccogliere i materiali per creare un’esposizione dedicata al Monte Verità. Allora erano ancora in vita alcuni dei personaggi che ne avevano determinato la storia, come la danzatrice Charlotte Bara, di cui ebbe modo di raccogliere la testimonianza. Si trattò di un enorme lavoro di ricerca svolto a partire dal 1976 e confluito nella mostra del 1978. Dove fu presentata la mostra per la prima volta?

Come si vedrà nei nuovi spazi appena aperti, fu esposta in diversi luoghi del Locarnese: al Museo Comunale di Ascona, al Collegio Papio, alle Isole di Brissago e naturalmente a Monte Verità. Quindi, per lo più in luoghi «inconsueti» per un’esposizione, dato che egli era interessato a esporre al di fuori dei musei. In seguito la mostra fu presentata a Zurigo, Berlino, Vienna e Monaco. Nel 1981 tornò ad Ascona, ma non nella versione integrale, poiché era stato necessario restituire gli oggetti presi in prestito da collezioni pubbliche e private. Fu quindi concepita una versione apposita per Casa Anatta. Come avete affrontato il riallestimento dopo il restauro dell’edificio e dei materiali?

Non volevamo confrontarci con il lavoro di Szeemann, che è oggi un punto di riferimento assoluto in ambito curatoriale. Quindi, come da contratto con la sua famiglia, non ci sono stati cambiamenti alla sua mostra: essa è rimasta esattamente come era stata concepita da lui. Abbiamo solo fatto interventi di restauro e di pulizia, ma il concetto non è stato in alcun modo toccato. Esistono, invece, quattro nuove sale che mi sono occupato di allestire e in cui ho presentato la biografia di Szeemann e le ragioni che ci hanno condotto a riproporre nel 2017 una mostra creata negli anni Settanta. È infatti importante che il pubblico capisca che oggi l’allestimento di Casa Anatta è l’unica mostra realizzata da Harald Szeemann conservatasi fino ai giorni nostri. Come si presentano le nuove sale?

Negli spazi introduttivi lo stile e il concetto espositivo è diverso dalla mostra principale: abbiamo usato tutti i mezzi tecnologici e di comunicazione a disposizione oggi, come per esempio i touch screen che permettono di rendere consultabili moltissimi documenti. Tutto questo serve a capire il metodo di lavoro di Szeemann, che ho avuto modo di osservare personalmente e che mi ha talmente affascinato da essere la base principale per i miei studi su di lui e per questo lavoro di conservazione e valorizzazione del suo operato.


Richiedete i generici Sandoz

Risparmi intelligenti con i generici Il sistema sanitario svizzero è tra i migliori del mondo, tuttavia i costi sono in continuo aumento e di conseguenza anche i premi delle casse malati. Con queste premesse, rivestono un ruolo sempre più importante i generici di alta qualità. L’azienda Sandoz offre da sola circa 200 diversi generici appartenenti a vari ambiti terapeutici. Eppure in circa la metà dei casi viene ancora venduto un originale, nonostante esista un’alternativa generica. Desideriamo cambiare questo stato delle cose insieme a voi: scoprite di più sul tema dei generici nella seguente intervista e contribuite a risparmiare in modo intelligente!

Cos’è un generico? Quando scade il brevetto di un medicamento, è possibile offrire un’alterna­ tiva più economica: un cosiddetto generico. I generici contengono gli stessi principi attivi degli originali e sono sottoposti agli stessi requisiti qualitativi e di sicurezza; tuttavia, vi è una grande differenza nel prezzo, poiché i generici sono in media più convenienti del 25 %.

Rebecca Guntern, amministratrice delegata di Sandoz Svizzera, affronta nella seguente intervista il tema dei generici.

Signora Guntern, qual è la situa­ zione dei generici in Svizzera? Negli ultimi 10 anni, l’accettazione dei generici è aumentata notevolmente. La nostra associazione interprofessionale Intergenerika ha calcolato che, grazie ai generici, il sistema sanitario rispar­ mia ogni anno un miliardo di franchi: ciò equivale a circa 125 franchi a per­ sona! Pertanto, ogni anno, i generici contribuiscono a un grande risparmio e sono una ricetta comprovata contro l’aumento dei costi sanitari. Nonostante questa evoluzione posi­ tiva, esiste ancora un potenziale di risparmio considerevole. Sebbene vi siano generici per quasi tutti gli ambiti

terapeutici, in quasi metà dei casi vie­ ne venduto un originale più costoso, anziché un generico più economico. Per i generici Sandoz garantite una franchigia del 10 %: cosa significa? Molte persone non sono a conoscen­ za di dover pagare di tasca propria il 10 % dei costi per i medicamenti. Talvolta per i preparati originali si arri­ va persino al 20 %. La franchigia per i prodotti Sandoz, invece, è fissata cost­ antemente al 10 %, nonostante i nostri prodotti siano di per sé già più eco­ nomici. Ciò significa che passando ai generici non si contribuisce solamente al risparmio delle casse malati, ma an­ che al proprio.

Rebecca Guntern, Geschäftsführerin Sandoz Schweiz

In quali modi ritenete possibile aumentare l’impiego dei generici? In primo luogo attraverso medici e far­ macisti: la via più semplice è iniziare la terapia del paziente direttamente con un generico più economico. In secondo luogo tra la popolazione stessa, se i cittadini svizzeri richiedo­ no attivamente i generici al medico o al farmacista. Peraltro i medici che possono consegnare medicamenti ai pazienti spesso già impiegano i gene­ rici. Anche i farmacisti possono effet­ tuare la sostituzione, sebbene solo con il consenso del paziente. Per queste ragioni è per noi importante ancorare maggiormente il tema dei generici tra la popolazione e informare i pazienti

nel migliore dei modi sulle possibilità che hanno a disposizione. Quali misure vengono intraprese concretamente da Sandoz per pro­ muovere ulteriormente i generici? Negli ultimi due anni abbiamo intrapre­ so una serie di misure per facilitare l’im­ piego dei generici negli studi medici e nelle farmacie. Un fattore importante è costituito ad esempio dai corsi di for­ mazione di gruppo nelle farmacie, in cui viene approfondita la comunicazio­ ne con il paziente. In questi corsi viene chiesto concretamente al personale di riferire quali domande vengono poste nella quotidianità durante la consegna dei generici, per poi formulare insieme risposte e soluzioni orientate ai pazi­ enti. Un altro fattore decisivo è informare maggiormente la popolazione. Oltre al potenziale di risparmio, infatti, è importante far notare anche l’elevata qualità dei generici. Talvolta i generici vengono ancora considerati qualitati­ vamente inferiori a causa del prezzo più conveniente. Bisogna sfatare ques­ to mito. In che modo viene garantita la qualità dei generici? Le autorità svizzere prevedono requisiti severi sulla qualità e sulla sicurezza dei medicamenti. Ogni singolo generico viene esaminato dall’autorità di omo­ logazione Swissmedic prima di poter essere messo in commercio. Inoltre, i generici sono sottoposti esattamente agli stessi requisiti qualitativi degli ori­ ginali. Per noi di Sandoz, però, la qualità non significa solo rispettare requisiti norma­ tivi: ad esempio, consideriamo parte della qualità anche confezioni a misu­

ra di paziente e materiali informativi utili per gli specialisti e per i pazienti. Chiunque abbia già assunto medica­ menti per un lungo periodo di tempo è consapevole che una sola compressa non determina ancora il successo della terapia. È importante anche dare infor­ mazioni sul corretto utilizzo dei medi­ camenti da parte degli specialisti e, se necessario, anche su ulteriori nozioni mediche. Pertanto offriamo ai pazienti anche utili opuscoli informativi, riguar­ danti ciò che devono sapere in merito a diverse malattie. Tornando a Sandoz: quali sono i vostri punti di forza? I punti di forza di Sandoz possono essere riassunti in tre fattori: in primo luogo, la gamma di prodotti è molto vasta e comprende circa 200 diversi generici in qualità originale. In secon­ do luogo, Sandoz è un’azienda sviz­ zera fondata già nel 1886 e appar­ tenente al gruppo Novartis, vantando perciò una lunga esperienza in questo settore. Infine disponiamo del miglior team del mondo: nel 2017 Sandoz ha vinto il titolo di «Top Employer», ovvero «Miglior datore di lavoro dell’anno». Questa onorificenza ci ha ovviamente resi felicissimi! In che modo i nostri lettori possono contribuire attivamente ad aumen­ tare il potenziale di risparmio dei generici in futuro? È molto semplice: richiedendo i gene­ rici Sandoz al proprio medico o in far­ macia! Dove si può trovare altrimenti la stessa qualità ad un prezzo più conve­ niente? Aumentando l’impiego dei ge­ nerici possiamo agevolare il nostro sis­ tema sanitario, senza dover per questo rinunciare alla qualità.

Disponibile a vostra

LO SAPEVA .. .

...che Sandoz produce generici di qualità pa ri a quella dell’originale ?

Informazioni personali Rebecca Guntern ha frequentato le scuole a Briga fino alla maturità economica e ha studiato farma­ cia presso le università di Berna e Basilea. Nel 2007 è entrata a far parte di Sandoz Svizzera, la divisione di Novartis per i generici, in qualità di Head of Sales e dal 2008 ne ricopre il ruolo di ammi­ nistratrice delegata. Tra il 2011 e il 2015 ha collezionato esperienze internazionali, prima come am­ ministratrice delegata di Sandoz Spagna e Cipro, poi come Head Commercial Excellence Western Europe, Middle East and Africa. Da luglio 2015, Rebecca Guntern Flückiger dirige il gruppo Sandoz BACH (Belgio, Austria, Svizzera). È sposata con Reto Flückiger e ha un figlio di tre anni.

Sandoz Pharmaceuticals AG Suurstoffi 14 Postfach 6343 Rotkreuz Tel. 0800 858 885 Fax 0800 858 888 www.sandoz­pharmaceuticals.ch


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Cos’è un generico? Quando scade il brevetto di un medicamento, è possibile offrire un’alterna­ tiva più economica: un cosiddetto generico. I generici contengono gli stessi principi attivi degli originali e sono sottoposti agli stessi requisiti qualitativi e di sicurezza; tuttavia, vi è una grande differenza nel prezzo, poiché i generici sono in media più convenienti del 25 %.

Rebecca Guntern, amministratrice delegata di Sandoz Svizzera, affronta nella seguente intervista il tema dei generici.

Signora Guntern, qual è la situa­ zione dei generici in Svizzera? Negli ultimi 10 anni, l’accettazione dei generici è aumentata notevolmente. La nostra associazione interprofessionale Intergenerika ha calcolato che, grazie ai generici, il sistema sanitario rispar­ mia ogni anno un miliardo di franchi: ciò equivale a circa 125 franchi a per­ sona! Pertanto, ogni anno, i generici contribuiscono a un grande risparmio e sono una ricetta comprovata contro l’aumento dei costi sanitari. Nonostante questa evoluzione posi­ tiva, esiste ancora un potenziale di risparmio considerevole. Sebbene vi siano generici per quasi tutti gli ambiti

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Cultura e Spettacoli

I 53 spettacoli del Piccolo Teatro di Milano PubblicazioniUn libro fotografico per i settant’anni dalla fondazione

Giovanni Fattorini Tra le iniziative del Piccolo Teatro di Milano messe in atto per celebrare i suoi settant’anni di attività c’è la pubblicazione di un libro fotografico che s’intitola La ricerca della bellezza. Le immagini selezionate dal filosofo ed epistemologo Giulio Giorello in collaborazione con l’Archivio del Piccolo sono distribuite in 14 sezioni che hanno i seguenti titoli: parola, scandalo, poesia, conoscenza, tempo, spazio, corpo, passione, potere, rivoluzione, sogno, magia, ombra, luce. Le foto riguardano 53 spettacoli prodotti o coprodotti dallo Stabile milanese: 31 firmati da Giorgio Strehler (che lo ha fondato insieme con Paolo Grassi e Nina Vinchi), 18 da Luca Ronconi, uno da Patrice Chéreau, uno da Toni Servillo, uno da Robert Wilson, uno da Federico Tiezzi. La maggior parte delle foto sono opera di Luigi Ciminaghi (epoca Strehler) e Marcello Norberth (epoca Ronconi). Ho sfogliato il libro più volte, con attenzione, ma devo confessare che non ha prodotto in me alcun «effetto madeleine», nessuna «intermittenza del cuore». Però mi ha suggerito diverse considerazioni sul rapporto tra fotografia e teatro. Eccone alcune. Terminate le repliche, che cosa rimane di uno spettacolo teatrale? Che

Le immagini del libro sono state selezionate dal filosofo ed epistemologo Giulio Giorello. (corraini.com)

cosa vale a certificarne l’esistenza? Che cosa è in grado di illustrarne i caratteri? Nella maggior parte dei casi (poiché la videoregistrazione è una pratica costosa e piuttosto inusuale) le testimonianze più rilevanti sono costituite da un certo numero di recensioni pubblicate a stampa e da un numero più o meno grande di fotografie. Dotate di un potere di autentificazione che supera quello delle parole, le immagini fotografiche possiedono un’efficacia rappresentativa

e una capacità di raffigurazione simultanea che sono negate al linguaggio scritto o parlato. Ma fino a che punto le informazioni contenute in una foto di teatro si possono dire precise? Si pensi al fatto, per esempio, che le fotografie in bianco e nero non ci forniscono ragguagli sui colori, e che le foto a colori scattate a teatro risultano sempre cromaticamente infedeli. Dei vari elementi (interrelati e interagenti) che compongono uno spetta-

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colo teatrale, l’attore è l’unico che abbia carattere di necessità e sufficienza. Senza il corpo dell’attore non esiste teatro. La fotografia di teatro deve dunque misurarsi anzitutto con quella realtà primaria che è l’attore (col linguaggio gestuale dell’attore).

Sono molti gli elementi che compongono uno spettacolo, ma solo uno ha carattere di necessità e sufficienza, ed è l’attore Il significato di un gesto teatrale non deriva soltanto dalla sua connessione con gli elementi che ne accompagnano l’evoluzione, ma dall’intero contesto della rappresentazione. Nell’immagine fotografica (frutto di un frazionamento temporale che annulla la durata) l’attore è bloccato in un gesto che non solo è decontestualizzato, ma che non ci viene nemmeno restituito nella sua interezza. Una foto non dice mai le ragioni per cui il braccio di un attore è sospeso a mezz’aria, né se il sorriso che gli increspa le labbra è blandamente ironico, o benevolo, o moderatamente divertito. Dunque: 1. la fotografia certifica l’esistenza della rappresentazione teatrale ma non ci dice nulla circa il senso (che è legato alla durata, a un prima e a un dopo); 2. nell’immagine fotografica, un grande attore e un guitto si equivalgono. Fondamentalmente, la fotografia è l’opposto del teatro. Il teatro è presenza corporea, movimento, progressione temporale, coesistenza di parola e

gesto articolato, spazio tridimensionale, espressività mutevole dei volti; la fotografia è simulacro inerte e bidimensionale, frammentazione, gesto raggelato, espressione facciale di un istante: immutabile, «senza avvenire», come direbbe Roland Barthes. Quanto al valore e all’utilizzo documentario di quelle foto di teatro che sono considerate esteticamente di pregio conviene ricordare le parole di due fotografi teatrali di fama internazionale. Dice Maurizio Buscarino: «Il mio rapporto con il teatro non è documentario, o giornalistico, o critico: è un rapporto dichiaratamente soggettivo». E Max Waldman: «Uno spettacolo io lo sento sempre al livello primario, cioè visivamente. […] Ho fatto delle fotografie stupende partendo da spettacoli incredibilmente brutti». Vedendo le immagini selezionate per una mostra o un libro vien fatto di chiedersi se abbia senso parlare di «creatività» del fotografo di teatro? La domanda potrebbe essere formulata anche in questi termini: quali possibilità si offrono alla «creatività» di un fotografo messo di fronte a una realtà (quale è quella di uno spettacolo teatrale) che appare già complessamente organizzata sul piano espressivo? A me pare che la maggior parte delle fotografie di teatro che vengono considerate «belle» dimostrino soltanto un certo gusto nell’impaginare il referente, ma che non pervengano a trasformarlo (cioè, in primo luogo, a riorganizzarlo) in modo tale da giustificare l’uso del termine «creativo». Bibliografia

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, La ricerca della bellezza, Corraini Edizioni, euro 28.

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Ha senso parlare di creatività del fotografo di teatro? (corraini.com)


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Cultura e Spettacoli

È tutta una questione di pulizia

2600 anni di storie mesolcinesi FabulaDa oggi su Rete 2 il nuovo lavoro

MostreAl Museo romano di Vallon si esplora il concetto di igiene

multimediale di Stroppini e De Benedictis

Marco Horat

Giorgio Thoeni

Il nostro paese è conosciuto per il senso di pulizia che si respira in ogni suo angolo. Ma come stavano le cose ai tempi di Roma antica? Come si lavava e come curava il suo aspetto la gente che viveva dalle nostre parti? In quale modo si rendevano vivibili le strade delle città, altrimenti intasate di rifiuti ed escrementi? A queste domande risponde una mostra aperta al Museé romain di Vallon, nel canton Friborgo, intitolata appunto C’est du propre, hygiène et cosmétique à l’époque romaine, curata dalla conservatrice Clara Agustoni e dalla sua équipe, che si appoggia principalmente su ritrovamenti archeologici avvenuti nella regione (Friborgo e Avenches) ma anche su prestiti da Augst e dal Ticino. Accanto alle testimonianze materiali ci sono testi di autori latini, tradotti in francese e tedesco, una serie di aneddoti legati alle tematiche trattate e naturalmente le spiegazioni scientifiche relative ai reperti in esposizione. Il percorso della mostra parte dal piano terra. Un powerpoint, situato accanto alla grande maquette con la ricostruzione del sito datato III secolo dopo Cristo, illustra le scoperte più recenti che riguardano la dimora di campagna con i suoi magnifici mosaici, sulle vestigia della quale è proprio stato costruito il museo. Se era noto che nel lato nord si trovavano le terme e i bagni privati, è invece una novità che sul lato sud della villa vi era una entrata monumentale con colonne, delle latrine e una fontana decorata in pasta vitrea. Luoghi, non è mai inutile ricordarlo, che erano riservati alle classi privilegiate poiché ben diverse erano le condizioni di vita del popolo, a Roma come nelle provincie. Lavarsi era una necessità anche nel passato, seppure con modalità non sempre simili alle abitudini odierne. Al piano superiore del museo l’argomento pulizia e cura della persona viene affrontato lungo un percorso che allinea quattro stazioni di sosta, in un ambiente che richiama l’atmosfera di un grande bagno, con piastrelle bianche, celesti e blu dipinte sulle pareti. Si parte con la pulizia mattutina fatta di un veloce risciacquo del volto usando l’acqua di un catino, qualche gar-

«Noi siamo quello che raccontiamo. Siamo parte di un territorio. Siamo parte di quel qualcosa che è fatto di roccia, vento e tempo. Siamo nelle parole di chi ci ricorda. Siamo… delle storie». Sono frasi tratte da un trailer radiofonico che racchiudono in una sintesi efficace la sostanza di Fabula, il nuovo progetto multimediale di «Nucleo Meccanico» ovvero Flavio Stroppini e Monica De Benedictis. Instancabili realizzatori, dopo il libro e la versione teatrale di Kubi, li ritroviamo alle prese con il racconto di 2600 anni di storia di una valle, la Mesolcina. Una narrazione che comprende 172 personaggi distribuiti in cinquanta radiodrammi. Il tutto farcito di antichi romani, processi, rivolte, francesi, cartaginesi e draghi. Esecuzioni, streghe, lupi, orsi e unicorni. Ma anche nani, crociati, inondazioni e incendi. Insomma, un’avvincente scorribanda avventurosa che risale la storia della valle, dall’antichità fino ai nostri giorni. Fabula è stato registrato con cinque attori (Adele Pellegatta, Silvia Pietta, Daniele Ornatelli, Dario Sansalone e Davide Garbolino) e con musiche originali (Andrea Manzoni). La multimedialità, distribuita fra la scena radiofonica, il web, il vettore cartaceo e quello puramente teatrale, è la cifra stilistica di questi due artisti che hanno ottenuto un bel seguito di pubblico, soprattutto in quanto orientati

ai tempi dell’antica Roma

Una donna lava i capelli a un’altra nella Villa dei Misteri di Pompei. (Keystone)

garismo per gola e denti senza utilizzare saponi e dentifrici pure conosciuti all’epoca, per poi passare alla pulizia delle orecchie tramite bastoncini e spatole in osso e in bronzo, trovate anche in scavi archeologici in tutto il mondo romano nelle borse dei medici di allora. Una pulizia superficiale come si farebbe oggidì in baita, insomma. La seconda tappa ci porta alla cura dei capelli e della barba con la presenza di rasoi, spatole, pettini, pinzette per la depilazione, creme e tinture per capelli che non erano ad esclusivo appannaggio delle donne, come testimoniano gli scritti di autori quali Plinio il Vecchio o Giovenale. Il terzo capitolo tratta di cosmetici che se non avevano l’importanza economica e culturale che forse hanno oggi, erano comunque di uso comune nelle case dei patrizi, come raccontano ricette tramandate: creme e pomate profumate spalmate con apposite spatole erano indispensabili per idratare la pelle dopo che era stata liberata dall’olio usato per la pulizia tramite salviette e strigìli. Infine l’argomento profumi e toilette, non meno importante del precedente e ad esso complementare. Qui spiccano le colombine in vetro provenienti da Locarno insieme a balsamari da Avenches, portaprofumi e recipienti zoomorfi di terracotta, specchi e pigmenti per il trucco degli occhi. Un campionario di oggetti che richiama alla mente quelli pre-

senti ancora oggi sulla nostre mensole. Il viaggio termina con il motto: tutti in bagno! Dietro una porta semitrasparente infatti, sotto lo sguardo di Vespasiano che la tradizione vuole l’inventore dei pissoir (ma la notizia non è confermata da Svetonio), vi è la ricostruzione di una latrina come quella particolare ritrovata in situ a Strasburgo, con sei scanni schiena contro schiena messi al centro del locale, che però non dovete utilizzare essendo i veri bagni da un’altra parte. Il tema proposto è quello della pulizia di una città dal momento che sulla pubblica via venivano gettati normalmente gli scarti di cucina e vuotati i vasi da notte con urina e feci. Vi erano addetti all’evacuazione quotidiana di questa montagna di scarti, che praticavano già una specie di raccolta differenziata: l’urina andava ai tessitori, ai conciatori di pelli e agli orefici; le feci e altri rifiuti organici finivano invece in campagna come concime. I prodotti alimentari che tornavano in città erano così spesso contaminati da malattie come il verme solitario o peggio; un meccanismo perverso durato secoli e secoli un po’ ovunque e per dirla fino in fondo non ancora universalmente risolto. Dove e quando

C’est du propre, Vallon, Musée romain. Fino al 25 febbario 2018. www.museevallon.ch

La valigia di Stefano Keller

La musica va in vacanzaCome da consuetudine anche quest’anno

riprendono i nostri incontri estivi con personaggi vicini alla musica Zeno Gabaglio Stefano Keller – biografia

Stefano Keller è nato a Bellinzona nel 1975, poco dopo si è trasferito a Melide dove la sua famiglia si è occupata per un ventennio della gestione dell’albergo Bellavista. Terminata una formazione in ambito commerciale e dopo qualche anno di esperienza lavorativa nel settore bancario decide di riprendere gli studi e ottiene nel 1999 il diploma di economista aziendale SSQEA. Dopo un periodo di soggiorni di studio in Inghilterra e in Irlanda, nel 2001 ha svolto un anno di volontariato in Perù collaborando ad alcuni progetti come cooperante presso una ONG locale. Da sempre è un assiduo frequentatore di concerti e di festival open air, apprezzando tutti i generi musicali e in particolare le sonorità latine, con un vero debole per la musica popolare brasiliana. Sposato e padre di due figli, lavora dal

2004 presso la SUISA – Cooperativa degli autori ed editori di musica, per cui dal 2016 è responsabile della sede di Lugano. Valigia musicale – testo

Un biglietto per il cinema, per andare a vedere un film di Sergio Leone. Questo è il primo oggetto che metterei nella valigia musicale, perché i suoi western all’italiana mi hanno sempre regalato (e ancora continuano a farlo) sensazioni profondissime: per la bellezza e l’espressività delle immagini, ma soprattutto per l’intensità dei climax emotivi che le colonne sonore di Ennio Morricone riescono a creare. D’altronde, cosa sarebbe il grande cinema senza l’arte musicale che ne sublima i sentimenti? Il secondo oggetto che nella valigia non può mancare è una raccolta di poesie di Alfonsina Storni. La grande poetessa argentina, figlia di emigranti capriaschesi, seppe condensare nei propri versi tutto l’orgoglio di donna ribelle e

Fabula si articola in 50 radiodrammi della durata di 5 minuti l’uno. (RSI)

anticonformista, in un periodo in cui le convenzioni prevedevano per il genere femminile ruoli solo comprimari. La poesia, in generale, attraverso il suono delle parole e il ritmo della metrica, è essa stessa musica: musica dell’anima, come la definiva Baudelaire. Il terzo oggetto è un biglietto per uno spettacolo della Compagnia Finzi Pasca. Attraverso l’arte del movimento, della danza, della coreografia e della sapiente composizione musicale di Maria Bonzanigo ogni spettacolo della compagnia di Daniele diventa una magia, un mondo incantato in cui perdersi lasciando la mente fluttuare libera da ogni pensiero. Il quarto oggetto nella valigia è in realtà immateriale, un ricordo. Qualche settimana fa, durante una breve passeggiata sul Monte Arbostora, mi è capitato di raggiungere al tramonto il Parco San Grato di Carona, proprio mentre tra gli alberi stava suonando una pianista. La ricchezza della cornice e la flora lussureggiante non erano soltanto il palco ideale per quelle composizioni ispirate alla natura, ma i suoni e i profumi della primavera si fondevano in una sorta di simbiosi musicale. Ritornando con i piedi per terra, ma non troppo, l’ultimo oggetto che metto in valigia è l’intangibile frutto del lavoro di 36’000 persone: gli au-

a una messa a fuoco della territorialità regionale. Basterà ricordare in tal senso, oltre al già citato Kubi e, ancor prima, Prossima fermata Bellinzona, il documentario teatrale sulla ferrovia al sud delle Alpi. In questo senso l’accoppiata Stroppini-De Benedictis trova un suo equilibrio narrativo in una serie di produzioni che per il palcoscenico si associano alla vocazione territoriale del Teatro Sociale accanto alla possibilità di esplorare l’affascinante mondo sonoro della nostra prosa radiofonica. Il valore di queste operazioni che mettono in primo piano l’importanza di un racconto che dà più possibilità di lettura, è la carta vincente della rivincita di una «jus loci» o meglio di un «genius loci» che diventa sempre più necessario e vitale per il senso di appartenenza che passa attraverso i postulati di cui abbiamo riferito inizialmente e che sono riassumibili nelle domande: «Chi sono? Da dove vengo?». La scoperta e la valorizzazione della propria identità è un processo che in questi tempi può trasformarsi in un «boomerang», nonostante la buona fede può infatti essere «manipolabile», prestarsi a fraintendimenti. Ma non bisogna cedere: l’identità è il nucleo portante della forza di una comunità. Pensiamo che i lavori proposti dal «Nucleo Meccanico» di Flavio Stroppini con Monica De Benedictis vadano in questa direzione, con una sorta di «narrazione del reale» (materia che Stroppini tra le altre cose insegna alla Scuola Holden di Torino e al Conservatorio di Scienze audiovisive di Lugano). Come appunto il compendio storico di «Fabula» che a partire da oggi (19 giugno) viene mandato in onda dalla Rete Due della RSI fino al 25 agosto alle 07.05 ma può essere riascoltato in podcast sul sito www.nucleomeccanico.com. Il progetto verrà anche presentato al Castelgrande di Bellinzona il 15 luglio (alle 15.00) nell’ambito del festival «Territori». Tutti luoghi ideali per riscoprire un mosaico di fatti storici, dicerie e leggende raccontati per secoli e secoli e che Giovanni Antonio a Marca pubblicò nel 1836, un libro in gran parte dimenticato che oggi si può ottenere con un download gratuito su Internet. tori ed editori soci della SUISA che hanno creato quel bene immateriale che è la nostra musica. Nella società contemporanea – caratterizzata dalla fruizione totale e immediata (in parte anche schizofrenica) dei prodotti multimediali più disparati – non è sempre facile parlare di proprietà intellettuale. Pur comprendendo l’importanza della musica non tutti hanno sempre la consapevolezza o la volontà di riconoscere il valore e la paternità di un’opera musicale. L’obiettivo della SUISA, che è una cooperativa senza scopo di lucro, è quello di permettere a chi si occupa della creazione musicale di poterlo continuare a fare, impegnandosi affinché gli autori percepiscano un giusto compenso per la loro attività artistica e creativa. Se è vero – come capita di sentire – che la cultura non riempie la pancia, è però altrettanto vero che di cultura e di buona musica non si è mai sazi. Valigia musicale – elenco

1. Un biglietto per il cinema 2. Una raccolta di poesie di Alfonsina Storni 3. Un biglietto per uno spettacolo della Compagnia Finzi Pasca 4. Una passeggiata al Parco San Grato di Carona 5. Il lavoro di 36’000 persone


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Il lato più dolce dei Nostrani

Attualità Lasciatevi sedurre dai nostri dessert a base di pregiati ingredienti della regione Cosa sarebbe il dessert senza un buon gelato e qualche biscottino sopraffino? Per questo esistono alcune specialità ticinesi preparate artigianalmente che regalano al palato straordinarie sensazioni gustative. In fatto di sapore e genuinità i biscotti prodotti da Paul Forni non temono rivali. Per realizzarli il nostro artigiano segue delle antiche ricette tradizionali che valorizzano egregiamente i genuini ingredienti della nostra regione. La farina di frumento utilizzata viene appositamente selezionata dal Mulino di Maroggia con cereali coltivati in Ticino; la panna e il burro provengono da un caseificio leventinese; il miele di castagno è prodotto nel bellinzonese; mentre la pregiata Farina Bona è un prodotto della Valle Onsernone ottenuto dalla fine macinatura del granoturco precedentemente tostato. Nella produzione dei biscotti nostrani non va nemmeno dimenticato l’aspetto sociale: Paul Forni infatti si avvale della collaborazione di alcuni utenti disabili della Fondazione Diamante che danno un prezioso contributo nel confezionamento delle sue specialità. Nell’assortimento di biscotteria i golosoni troveranno anche le Ciambelle all’anice Nostrane, un grande classico della Jowa di S. Antonino. Altro immancabile protagonista di un dessert o spuntino è naturalmente il gelato. A stuzzicare la voglia di freschezza ci arrivano in aiuto le delizie della gelateria Mastro Lucibello di Contone. Questo gelato artigianale viene preparato solo con ingredienti naturali e non contiene né conservanti, né aromi artificiali, tanto meno concentrati di frutta industriali o semilavorati. Il gelato viene mantecato in piccole quantità affinché possa acquisire una consistenza e una sapidità uniche. I gusti proposti attualmente nei maggiori supermercati Migros nel barattolo da 330 grammi sono Farina Bona, Fior di Latte, Mirtillo e Uva Americana. Affinché ognuno possa apprezzare la bontà di questi cremosi gelati a km zero tutte le varietà sono prive di glutine.

*Azione 20% sui Gelati Nostrani dal 20 al 26 giugno

Nostrani del Ticino in degustazione

Alcuni esempi:

Fino al 17 settembre 2017 ogni giovedì, venerdì e sabato vi aspettano golose degustazioni di prodotti Nostrani del Ticino per tutti i gusti, nelle filiali di Agno, Locarno, Serfontana, Grancia, S. Antonino e Lugano. Non perdetevi questo appuntamento con la bontà!

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Gelato Artigianál Fior di Latte 330 g Fr. 6.15* invece di 7.70

Frolle al Limone 100 g Fr. 3.90 Biscotti Farina Bona 100 g Fr. 3.90 Ciambéll 99 g Fr. 2.80


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Idee e acquisti per la settimana

Le settimane del gusto

Attualità Dal 23 giugno al 9 luglio si tiene la seconda rassegna gastronomica di quest’anno

dedicata alla carne svizzera della Migros rivisitata da alcuni noti chef ticinesi. Ritratto del Ristorante da Gina di Ascona, uno dei partecipanti

Godersi l’estate sul terrazzo pergolato del Ristorante da Gina. (Flavia Leuenberger)

Ascona. Al numero 19 del Viale che prende il nome della celebre collina sovrastante il bel borgo locarnese – il Monte Verità – si trova il Ristorante da Gina, una vera oasi di tranquillità e accoglienza, tappa obbligata per tutti gli amanti della buona tavola di tutta la regione e per i molti turisti che frequentano il comune affacciato sulle sponde del Lago Maggiore. Gestito dai giovani coniugi Gina e Christoph Eichenberger, questo punto di ristoro ha saputo ritagliarsi un suo spazio nel panorama gastronomico locale non solo grazie alle variegate proposte d’ispirazione mediterranea e svizzera, i ricchi aperitivi a buffet a partire dalle 16.30, le croccanti pizze anche inusuali e l’ottima scelta di vini e birre, ma anche e soprattutto per lo «Smokegrill», dove il gestore e chef Christoph – già campione svizzero ai campionati svizzeri di barbecue – griglia, affumica e cuoce a fuoco lento prelibatissimi tagli di carne e delicati specialità ittiche. Tra i piatti forti del nostro esperto grigliatore non mancano per esempio la costata alla fiorentina, i gamberoni piccanti, la grigliata mista a base di manzo, spareribs, racks d’agnello e salsicce, oppure ancora le costine succose al punto giusto

per la gioia degli amanti di questa tradizionale specialità. In occasione della rassegna il nostro chef non poteva che preparare un piatto speciale a base di prelibata carne Migros cotta al grill: il

Pulled Pork Burger con verdure miste grigliate. Scoprite tutti i partecipanti alla rassegna sulla carne svizzera Migros su: www.carnemigros.ch

L’esperto grigliatore Christoph Eichenberger mentre prepara il Pulled Pork.


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Idee e acquisti per la settimana

Per risotti da chef

Novità Il Risotto Torricella nel caratteristico

sacchetto in tessuto da 2 kg promette deliziosi piatti di ispirazione mediterranea

Torricella Risotto Superfino sacchetto in tessuto da 2 kg Fr. 9.90 In vendita nelle maggiori filiali Migros

La cottura a «risotto» è un metodo di preparazione caratteristico della cucina italiana. Il termine ha origini nella pianura lombardo-piemontese ed indica una particolare cottura del riso, da cui si ottiene una minestra asciutta e cremosa, ma mai brodosa. Una delle peculiarità del risotto è quella di essere «legato», ossia fatto con risi che tengono bene la cottura e cedono lentamente amido, per cui il risultato finale sono dei chicchi che si avvertono ancora sotto i denti ma che nell’insieme risultano cremosi. I risi più indicati per il risotto sono quelli appartenenti alla categoria fino e superfino, come le varietà S. Andrea, Arborio, Baldo e, particolarmente pregiato, il Carnaroli. Un ottimo risotto lo si ottiene per esempio con il Torricella a chicco me-

dio/lungo. Questo riso di origini italiane della categoria superfino si presta tuttavia anche per la preparazione di altre specialità tradizionali della cucina italiana, come insalate, timballi e altri contorni. Come quasi la totalità dei risi venduti alla Migros, anche il nuovo Risotto Torricella è raffinato e imballato dalla Riseria Taverne SA, azienda del gruppo Migros da 60 anni. Fondata nel lontano 1905, la Riseria è oggi la più grande azienda del settore in Svizzera, la quale si occupa della lavorazione di riso proveniente da tutto il mondo, come pure dal Ticino, grazie alle coltivazioni presenti sul Delta della Maggia e sul Piano di Magadino. Prodotto, quest’ultimo, disponibile sugli scaffali di Migros Ticino sotto il marchio dei Nostrani del Ticino.

Acqua di alta montagna in vetro L’acqua Plose nasce sull’omonimo monte dell’Alto Adige, da una sorgente a 1870 metri s.l.m., nei pressi del parco naturale Puez nelle Dolomiti.

L’acqua minerale naturale Plose dell’Alto Adige è considerata un vero elisir di vita. Contiene molto ossigeno (ben 9,4 mg/l), uno dei valori più alti riscontrati nelle acque minerali in commercio, ed è pertanto particolarmente utile nell’ottimizzare il funzionamento del metabolismo e nel

favorire le capacità fisiche e mentali. Oltre ad avere un residuo fisso di soli 22 mg/l, una durezza bassissima di 1,3 °F, un valore minimo di sodio di 1,1 mg/l, è quasi priva di nitrati e completamente assente di nitriti, arsenico e uranio. Inoltre, grazie ad un pH di 6,6 uguale a quello dello spazio intracel-

lulare umano, è ideale nel favorire il continuo scambio dell’acqua cellulare, contrastando così l’invecchiamento delle cellule. Acqua Plose è disponibile esclusivamente nelle bottiglie in vetro a perdere da un litro, una soluzione ecologica e totalmente riciclabile.

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Idee e acquisti per la settimana

M-Classic

Un temperamento forte

È l’ideale per una cena estiva: il nuovo Cottage Cheese con peperoncino rosso.

Il nuovo Cottage Cheese M-Classic è aromatizzato con il piment d’Espelette. Questo peperoncino è tipico del paese basco-francese e deriva dalla varietà Gorria, coltivata in tutta la regione attorno a Espelette. Gli intenditori apprezzano la sua dolcezza fruttata, il suo aroma pronunciato e la sua nota affumicata. La spezia è forte, ma non troppo piccante. Il formaggio fresco a pasta granulosa si abbina ottimamente con varietà di pane sostanziose, come i Knäckebrot o il Pumpernickel, rispettivamente cracker e pane di segale.

M-Classic Cottage Cheese Special Edition Piment d’Espelette 200 g Fr. 1.80

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche il Cottage Cheese M-Classic.


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Idee e acquisti per la settimana

Star settimana

Il super cremoso L’anno scorso alla Elsa si sono prodotti in totale 13 milioni di yogurt Excellence con 1,8 milioni di latte e panna. Queste creazioni Migros sono presenti sugli scaffali delle filiali dal 2000 e grazie alla loro cremosità sono molto apprezzati anche come dessert. La Star della settimana, lo yogurt Excellence ai frutti di bosco delle Migros esiste dal 2003 ed è l’unico di tutto l’assortimento di yogurt con questo gusto. Lo affiancano i gusti di ciliegia, kiwi, lampone, tartufo, caramello e vaniglia. Indovinello fotografico

Quale frutto è ritratto nella foto? Rispondente alla domanda su www.noifirmiamonoigarantiamo.ch/star-dellasettimana e vincete una carta regalo Migros. Saranno sorteggiate carte regalo per un valore complessivo di Fr. 150.–.

L’industria Migros Elsa produce ogni anno 13 milioni di yogurt Excellence. Due volte alla settimana è il turno della star della settimana: l’Excellence ai frutti di bosco.

Noi firmiamo. Noi garantiamo.

Un arrangiatore di yogurt Alla Estavayer Lait SA (Elsa) si producono 120 diversi tipi di yogurt. Tra questi ci sono anche gli yogurt Excellence, una linea per veri intenditori. Quanto lavoro certosino sia necessario, ce lo spiega il tecnologo lattiero caseario Ludovic Jordan Testo Thomas Tobler; Foto Paolo Dutto

Sono innumerevoli le linee di riempimento che attraversano i padiglioni di produzione della Estavayer Lait SA (Elsa). Lucidi tubi d’acciaio cromato si snodano a perdita d’occhio. Sono oltre 300 i prodotti lattiero-caseari che si realizzano ogni giorno in questa industria della Migros: dal latte agli yogurt, ai dessert. E ogni gruppo di prodotti ha la propria linea, che si allunga attraverso la sala e finisce da qualche parte in un serbatoio. Tutto brilla, tutto funziona automaticamente e con un’infinità di precauzioni igieniche. In questo groviglio di tubi, di valvole e di contenitori giganteschi ha trovato la sua casa professionale Ludovic Jordan. Il 28enne è responsabile della linea di riempimento dei cremosi yogurt Excellence, che annoverano ben sette gusti diversi. Tra questi c’è quello ai frutti di bosco, disponibile alla Migros solo per la gamma Excellence. La sua particolarità è che la miscela di frutta si trova sul fondo della coppa ed è ricoperta da un cremoso

strato di yogurt. «Perciò la nostra macchina di riempimento ha due dosaggi, uno per i frutti di bosco e uno per la massa cremosa», spiega Ludovic Jordan. 120 yogurt diversi

Il tecnologo lattiero caseario lavora sul Lago di Neuchâtel da tre anni. Alla Elsa signoreggia su nove macchine di riempimento, con le quali vengono prodotte anche i vari yogurt Excellence, tra cui – due volte alla settimana – quelli al gusto di frutti di bosco. L’azienda produce in totale oltre cinque tonnellate settimanali di yogurt. «Con quantità del genere, i processi devono essere chiari e ogni fase di produzione viene controllata», informa Jordan. Anche perché il latte usato come materia prima per gli alimenti dell’Elsa è un prodotto estremamente delicato e richiede continui controlli della qualità. Non sorprende dunque se – perlomeno all’occhio del profano – Ludovic Jordan sembra muoversi tra

tubi e contenitori come se fosse nel salotto di casa sua. Tra i suoi compiti principali c’è anche il monitoraggio e il controllo delle varie apparecchiature e dei generi alimentari che vi si trovano all’interno. Rilevare le temperature, controllare i valori di pH e verificare la consistenza del latte in lavorazione. «Qui produciamo circa 120 yogurt diversi e ognuno richiede impostazioni un po’ diverse, perché diversa è la ricetta». Se da un lato questa varietà è una sfida per l’altissima qualità del prodotto, «in quanto responsabile, mi offre anche una grande diversificazione della mia vita professionale quotidiana». In definitiva, si tratta anche di adattare i processi alle nuove ricette e alle migliorie tecnologiche. «Questo altalenare tra teoria e pratica mi intriga molto. Ci si chiede in quali punti possiamo ottimizzare e si cerca poi la risposta nella pratica». A volte i processi di adattamento durano anche quattro o cinque mesi, ci vuole molto tempo per

lavorare sui dettagli. «È comunque molto bello migliorare un prodotto assieme agli specialisti e con le loro idee, e poi vederlo sugli scaffali della Migros sapendo che tipo di lavoro c’è dietro». Attualmente alla Elsa e nel reparto di Ludovic Jordan si stanno studiando e testando soluzioni su vasta scala. È appena arrivato un nuovo impianto di riempimento, che viene assemblato sul posto. Un «mostro» di otto metri di lunghezza e cinque d’altezza. «Stiamo eseguendo la messa a punto finale ed è eccitante vedere i progressi che ci consentirà di realizzare». Con il nuovo macchinario, infatti, si ridurrà notevolmente la perdita di materia prima e la produzione risulterà velocizzata. Resteranno invariati, invece, i controlli di routine e le analisi durante la produzione di yogurt. «Ci aspetta ancora molto lavoro», conclude Ludovic Jordan. «Il nuovo impianto di riempimento per gli yogurt dovrebbe entrare in funzione a settembre».

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui gli yogurt Excellence.


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Idee e acquisti per la settimana

Star settimana

Il super cremoso L’anno scorso alla Elsa si sono prodotti in totale 13 milioni di yogurt Excellence con 1,8 milioni di latte e panna. Queste creazioni Migros sono presenti sugli scaffali delle filiali dal 2000 e grazie alla loro cremosità sono molto apprezzati anche come dessert. La Star della settimana, lo yogurt Excellence ai frutti di bosco delle Migros esiste dal 2003 ed è l’unico di tutto l’assortimento di yogurt con questo gusto. Lo affiancano i gusti di ciliegia, kiwi, lampone, tartufo, caramello e vaniglia. Indovinello fotografico

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L’industria Migros Elsa produce ogni anno 13 milioni di yogurt Excellence. Due volte alla settimana è il turno della star della settimana: l’Excellence ai frutti di bosco.

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Un arrangiatore di yogurt Alla Estavayer Lait SA (Elsa) si producono 120 diversi tipi di yogurt. Tra questi ci sono anche gli yogurt Excellence, una linea per veri intenditori. Quanto lavoro certosino sia necessario, ce lo spiega il tecnologo lattiero caseario Ludovic Jordan Testo Thomas Tobler; Foto Paolo Dutto

Sono innumerevoli le linee di riempimento che attraversano i padiglioni di produzione della Estavayer Lait SA (Elsa). Lucidi tubi d’acciaio cromato si snodano a perdita d’occhio. Sono oltre 300 i prodotti lattiero-caseari che si realizzano ogni giorno in questa industria della Migros: dal latte agli yogurt, ai dessert. E ogni gruppo di prodotti ha la propria linea, che si allunga attraverso la sala e finisce da qualche parte in un serbatoio. Tutto brilla, tutto funziona automaticamente e con un’infinità di precauzioni igieniche. In questo groviglio di tubi, di valvole e di contenitori giganteschi ha trovato la sua casa professionale Ludovic Jordan. Il 28enne è responsabile della linea di riempimento dei cremosi yogurt Excellence, che annoverano ben sette gusti diversi. Tra questi c’è quello ai frutti di bosco, disponibile alla Migros solo per la gamma Excellence. La sua particolarità è che la miscela di frutta si trova sul fondo della coppa ed è ricoperta da un cremoso

strato di yogurt. «Perciò la nostra macchina di riempimento ha due dosaggi, uno per i frutti di bosco e uno per la massa cremosa», spiega Ludovic Jordan. 120 yogurt diversi

Il tecnologo lattiero caseario lavora sul Lago di Neuchâtel da tre anni. Alla Elsa signoreggia su nove macchine di riempimento, con le quali vengono prodotte anche i vari yogurt Excellence, tra cui – due volte alla settimana – quelli al gusto di frutti di bosco. L’azienda produce in totale oltre cinque tonnellate settimanali di yogurt. «Con quantità del genere, i processi devono essere chiari e ogni fase di produzione viene controllata», informa Jordan. Anche perché il latte usato come materia prima per gli alimenti dell’Elsa è un prodotto estremamente delicato e richiede continui controlli della qualità. Non sorprende dunque se – perlomeno all’occhio del profano – Ludovic Jordan sembra muoversi tra

tubi e contenitori come se fosse nel salotto di casa sua. Tra i suoi compiti principali c’è anche il monitoraggio e il controllo delle varie apparecchiature e dei generi alimentari che vi si trovano all’interno. Rilevare le temperature, controllare i valori di pH e verificare la consistenza del latte in lavorazione. «Qui produciamo circa 120 yogurt diversi e ognuno richiede impostazioni un po’ diverse, perché diversa è la ricetta». Se da un lato questa varietà è una sfida per l’altissima qualità del prodotto, «in quanto responsabile, mi offre anche una grande diversificazione della mia vita professionale quotidiana». In definitiva, si tratta anche di adattare i processi alle nuove ricette e alle migliorie tecnologiche. «Questo altalenare tra teoria e pratica mi intriga molto. Ci si chiede in quali punti possiamo ottimizzare e si cerca poi la risposta nella pratica». A volte i processi di adattamento durano anche quattro o cinque mesi, ci vuole molto tempo per

lavorare sui dettagli. «È comunque molto bello migliorare un prodotto assieme agli specialisti e con le loro idee, e poi vederlo sugli scaffali della Migros sapendo che tipo di lavoro c’è dietro». Attualmente alla Elsa e nel reparto di Ludovic Jordan si stanno studiando e testando soluzioni su vasta scala. È appena arrivato un nuovo impianto di riempimento, che viene assemblato sul posto. Un «mostro» di otto metri di lunghezza e cinque d’altezza. «Stiamo eseguendo la messa a punto finale ed è eccitante vedere i progressi che ci consentirà di realizzare». Con il nuovo macchinario, infatti, si ridurrà notevolmente la perdita di materia prima e la produzione risulterà velocizzata. Resteranno invariati, invece, i controlli di routine e le analisi durante la produzione di yogurt. «Ci aspetta ancora molto lavoro», conclude Ludovic Jordan. «Il nuovo impianto di riempimento per gli yogurt dovrebbe entrare in funzione a settembre».

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui gli yogurt Excellence.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

48

Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

49

Idee e acquisti per la settimana

Per saperne di più

Una schiena in piena forma

Allenamento per la schiena

Il meglio per una colonna vertebrale sana Il mal di schiena è spesso conseguenza di una cattiva postura. Disciplina e i giusti attrezzi possono fare miracoli Testo Jacqueline Vinzelberg; Foto Yves Roth

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Chi riesce a trovare un buon equilibrio tra lavoro e tempo libero, tra stress e rilassamento, fa già molto per la propria schiena. Le persone che svolgono un’attività sedentaria di tanto in tanto dovrebbero quindi cambiare posizione, stare per un po’ in piedi o fare qualche passo. Con regolari attività di compensazione nel tempo libero si può fare molto a favore della salute della schiena.

Le fasce elastiche sono l’ideale per un facile allenamento preventivo. I colori indicano il grado di resistenza della singola fascia. Nella scelta del livello di forza della fascia va tenuto conto dalla forma fisica e dal livello individuale di allenamento. Thera-Band differenti livelli di forza, al pezzo Fr. 24.90 Presso SportXX

Afferrare un oggetto con il minimo sforzo e senza doversi chinare può essere un gioco da ragazzi anche per chi ha delle debolezze muscolari o articolari.

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Gli esperti raccomandano un allenamento mirato per il rafforzamento della muscolatura del busto, così da alleviare la colonna vertebrale. Sono particolarmente adatti il pilates, la ginnastica per la schiena o il fitness. Efficaci anche gli esercizi con il sistema di allenamento a lacci TRX Fit o con la Powerband.

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Un calore uniforme e in profondità dà sollievo in caso di problemi muscolari o articolari. I cerotti riscaldanti rilassano i muscoli tesi e alleviano le tensioni. Cerotti riscaldanti Sanactiv 2 pezzi, 9,5 x 13 cm Fr. 6.50 Nelle maggiori filiali

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Un posto a sedere in più e un attrezzo per l’allenamento in uno. Il pallone Powerball rende possibile un allenamento semplice e variegato per tutto il corpo. Al prodotto sono allegate istruzioni con suggerimenti pratici per l’uso. Togu Powerball ABS Diametro 65 cm Fr. 44.90 Presso SportXX

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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5.90 invece di 9.– Fleischkäse Malbuner in conf. da 6 prosciutto, tacchino, vitello o Delikatess, per es. Delikatess, 6 x 115 g

conf. da 6

20%

4.80 invece di 6.– Pomodori tritati Longobardi in conf. da 6 6 x 280 g

conf. da 5

40%

25%

12.75 invece di 17.–

7.20 invece di 12.– Succo di mele M-Classic in conf. da 10, 10 x 1 l

Cleverbag Herkules in conf. da 5 offerta valida fino al 3.7.2017

conf. da 8

33% San Pellegrino in conf. da 6, 6 x 1,25 l e 6 x 50 cl per es. 6 x 1,25 l, 3.60 invece di 5.50

8 per 6

5.40 invece di 7.20 Jarimba in conf. da 8, 8 x 50 cl Himbo o arancia-mango, per es. Himbo

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 20.6 AL 26.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

a partire da 2 confezioni

–.60

di riduzione l’una Tutti i tipi di riso M-Classic da 1 kg a partire da 2 confezioni, –.60 di riduzione l’una, per es. parboiled Carolina, 1.90 invece di 2.50

conf. da 3

30% Prodotti per la doccia e deodoranti Nivea in confezioni multiple per es. docciaschiuma cremoso Soft in conf. da 3, 3 x 250 ml, 5.– invece di 7.20, offerta valida fino al 3.7.2017

conf. da 2

20% Prodotti per la cura del viso e del corpo Nivea in conf. da 2 per es. salviettine detergenti rinfrescanti Visage, 2 x 25 pezzi, 6.85 invece di 8.60, offerta valida fino al 3.7.2017

a partire da 2 pezzi

20%

Tutti i prodotti per la cura del viso Nivea e Nivea Men nonché Nivea Creme, Nivea Soft, Nivea Care e Nivea Baby (confezioni multiple e confezioni da viaggio escluse), a partire da 2 pezzi, 20% di riduzione, offerta valida fino al 3.7.2017


conf. da 2

20% Tutti gli spinaci surgelati (Alnatura esclusi), per es. spinaci alla panna tritati, 800 g, 2.55 invece di 3.20

a partire da 2 confezioni

20%

Tutte le chips Royal, Farm e Léger a partire da 2 confezioni, 20% di riduzione

a partire da 2 pezzi

40%

Zucchero fino cristallizzato Cristal 1 kg, a partire da 2 pezzi, 40% di riduzione

40%

4.65 invece di 7.80 Blocchi con fogli A4 Papeteria, a quadretti, in conf. da 2, FSC 4 mm o 5 mm, per es. 4 mm, 2 x 100 fogli, offerta valida fino al 3.9.2017

conf. da 6

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5.90 invece di 9.– Fleischkäse Malbuner in conf. da 6 prosciutto, tacchino, vitello o Delikatess, per es. Delikatess, 6 x 115 g

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20%

4.80 invece di 6.– Pomodori tritati Longobardi in conf. da 6 6 x 280 g

conf. da 5

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Cleverbag Herkules in conf. da 5 offerta valida fino al 3.7.2017

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33% San Pellegrino in conf. da 6, 6 x 1,25 l e 6 x 50 cl per es. 6 x 1,25 l, 3.60 invece di 5.50

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OFFERTE VALIDE SOLO DAL 20.6 AL 26.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

a partire da 2 confezioni

–.60

di riduzione l’una Tutti i tipi di riso M-Classic da 1 kg a partire da 2 confezioni, –.60 di riduzione l’una, per es. parboiled Carolina, 1.90 invece di 2.50

conf. da 3

30% Prodotti per la doccia e deodoranti Nivea in confezioni multiple per es. docciaschiuma cremoso Soft in conf. da 3, 3 x 250 ml, 5.– invece di 7.20, offerta valida fino al 3.7.2017

conf. da 2

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Altre offerte. Tutti i sandwiches M-Classic, TerraSuisse, per es. 4 pezzi, 260 g, 1.60 invece di 2.– 20%

Pesce, carne e pollame

Carta igienica pulizia generosa Hakle, FSC, 9 rotoli, 9.40 Novità **

Near Food/Non Food

Lozione schiumosa Kneipp delicatezza floreale, 200 ml, 10.80 Novità **

Fiori e piante

Docciaschiuma Kneipp pratoline e more, 200 ml, 5.50 Novità **

Costine carré di maiale cotte al grill, Svizzera, per 100 g, 2.40 invece di 3.– 20% Azione solo per filiali con grill

Pane e latticini

Rose in vaso in conf. da 2, in vaso da 12 cm, per es. rosa, 9.90 Hit

Altri alimenti a partire da 2 pezzi

33%

Tutti i detergenti Potz Xpert a partire da 2 pezzi, 33% di riduzione

33% Carta igienica Soft in conf. speciale, FSC per es. alla camomilla, 24 rotoli, 11.25 invece di 16.80

Calzini sportivi da donna in conf. da 3, disponibili in nero o bianco, numeri 35–38 o 39–42, per es. bianchi, numeri 35–38, 8.90 Hit **

Novità

20x PUNTI

Docciaschiuma Kneipp gioia estiva, Limited Edition, 200 ml, 5.50 Novità ** Peeling cremoso all’olio Kneipp, 40 ml, 2.20 Novità ** Bagnoschiuma Kneipp stagione preferita, 400 ml, 5.90 Novità ** Kleenex Soft Touch, 12 x 9 pezzi, 2.30 Novità ** Starbucks Vanilla Bean Macchiato, Fairtrade, 220 ml, 2.10 Novità **

Michette in conf. da 1 kg o panini al burro in conf. da 600 g, precotti, M-Classic, TerraSuisse, per es. michette, 1 kg, 3.85 invece di 5.75 33% Fetta di Panettone o Pandoro, 100 g, 1.75 invece di 2.20 20%

Burger ai fagioli neri e agli anacardi Alnatura, 160 g, 3.90 Novità ** Filets Gourmet à la Provençale Pelican in conf. speciale, MSC, surgelati, 800 g, 7.20 invece di 14.40 50%

Oh! Yogurt Greek Style, Crunchy Cranberry e Crunchy Cocos, Cacao Nibs & Almonds, per es. Crunchy Cranberry, 150 g, 2.20 Novità **

Pasta per focaccia alsaziana M-Classic in conf. da 2, 2 x 220 g, 2.90 Novità **

**Offerta valida fino al 3.7 Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 20.6 AL 26.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Da giovedì 22.6 fino a sabato 24.6.2017

20%

4.80 invece di 6.– Spugne sintetiche Miobrill Soft e Strong, 4 x 3 pezzi

conf. da 12

Hit

5.–

Appendiabiti in conf. da 12 neri

30%

19.90 invece di 29.90 Boxer Puma, 3 pezzi in blu scuro, grigio e azzurro, nelle taglie S–XL, per es. tg. M

33%

12.90 invece di 19.35 Total Oxi Booster Color 1,5 kg

30% Tutto l’assortimento di occhiali da sole e da lettura (articoli SportXX esclusi), per es. occhiali da sole da donna Sombra, viola scuro, 27.90 invece di 39.90

40%

3.20 invece di 5.40 Filetto di agnello M-Classic in conf. speciale Nuova Zelanda / Australia / Irlanda / Gran Bretagna, per 100 g, offerta valida dal 22.6 al 24.6.2017

Menù del ristorante a soli

Hit

14.80

89.–

ENTRAMBI

Combo De Gustibus a soli

7.00

Rollator il pezzo Offerte valide dal 19.6 al 24.6.2017

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 20.6 AL 3.7.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Dentro o fuori?

Per una buona sensazione di pancia.


Altre offerte. Tutti i sandwiches M-Classic, TerraSuisse, per es. 4 pezzi, 260 g, 1.60 invece di 2.– 20%

Pesce, carne e pollame

Carta igienica pulizia generosa Hakle, FSC, 9 rotoli, 9.40 Novità **

Near Food/Non Food

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Fiori e piante

Docciaschiuma Kneipp pratoline e more, 200 ml, 5.50 Novità **

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Pane e latticini

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Michette in conf. da 1 kg o panini al burro in conf. da 600 g, precotti, M-Classic, TerraSuisse, per es. michette, 1 kg, 3.85 invece di 5.75 33% Fetta di Panettone o Pandoro, 100 g, 1.75 invece di 2.20 20%

Burger ai fagioli neri e agli anacardi Alnatura, 160 g, 3.90 Novità ** Filets Gourmet à la Provençale Pelican in conf. speciale, MSC, surgelati, 800 g, 7.20 invece di 14.40 50%

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Da giovedì 22.6 fino a sabato 24.6.2017

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33%

12.90 invece di 19.35 Total Oxi Booster Color 1,5 kg

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40%

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Menù del ristorante a soli

Hit

14.80

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7.00

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OFFERTE VALIDE SOLO DAL 20.6 AL 3.7.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Dentro o fuori?

Per una buona sensazione di pancia.


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Con il 73% di broccoli.

4.50 Burger ai broccoli bio 170 g

La salsa classica in qualità bio.

3.90 Salsa alle cinque P Anna’s Best, bio 250 ml

Con funghi e formaggio.

4.40 Torta salata Maître Pierre Forèstiere* surgelata, 270 g

Per lo styling fuori casa.

Tenuta flessibile e look naturale.

Rimpolpa le rughe da dentro.

2.10

6.80

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I am Mini Ultra Strong Mousse 50 ml

I am Professional Liquid Wax 100 ml

Zoé Lift Hyaluron Filler 30 ml

Quattro diverse funzioni in uno. Freschezza di lunga durata.

4.60 Deodorante per scarpe Rapi Fresh 100 ml

Per francobolli personalizzati.

9.80 Etichette autoadesive Webstamps Papeteria, FSC 25 x 12 pezzi

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 20.6 AL 3.7.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

39.80 Puliscipavimenti in microfibra a 4 zone Miobrill il pezzo


I punti fedeltà si tramutano in ricchi premi. Con la panna svizzera. Premi esclusivi attendono chi raccoglie i punti fedeltà «Swiss milk inside». I punti si troveranno su numerose confezioni di panna svizzera. Grazie di cuore a chi resta fedele ai latticini svizzeri. Lista dei premi, tessera punti e informazioni chiamando lo 031 359 57 28 oppure su www.swissmilk.ch Durata dell’azione promozionale: da metà giugno a circa fine settembre 2017


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

64

Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

65

Idee e acquisti per la settimana

Da sapere

Con Alnatura si può

Alnatura

Un giro di scoperta

I generi alimentari Alnatura provengono al 100 percento da agricoltura biologica certificata. In linea in massima, nei prodotti Alnatura c’è solo l’indispensabile. Ciò significa che sono privi di coloranti e conservanti artificiali, senza aromi che non siano naturali e senza amidi modificati. I prodotti Alnatura devono conservare lo stato più naturale possibile.

Tre blogger gastronomici hanno preparato altrettanti piatti raffinati utilizzando il loro prodotto Alnatura preferito. Ne sono nate prelibatezze vegetariane tra le più variegate, come i fagottini di erbette, i talleri di grano saraceno senza glutine o un’esotica insalata di patate dolci Testo Heidi Bacchilega; Foto Tina Sturzenegger

Come si compone l’assortimento Alnatura? Ogni nuovo o ulteriore sviluppo di un determinato prodotto viene esaminato da un comitato di esperti indipendente per quanto riguarda il contenuto, la formula, la lavorazione e l’imballaggio. Solo dopo il via liberta degli specialisti esterni, il prodotto viene inserito nell’assortimento Alnatura. Ogni membro del comitato di esperti ha alle spalle una lunga esperienza in materia di generi alimentari biologici e/o nel settore nutrizionale. In questo modo Alnatura garantisce lo standard di qualità.

Vegetariano

Fagottini di erbette con tzatziki Ingredienti per 6 - 8 fagottini 1 mazzo di aneto 1/2 mazzo di prezzemolo a foglia liscia 1/4 mazzo di coriandolo 8 foglie di menta 1 cipollotto 1 grossa patata lessata 1/2 zucchino 2 cucchiai di sesamo Alnatura 1/4 cucchiaino di curcuma 1/4 cucchiaino di coriandolo tritato una punta di cumino, di cannella e di cardamomo macinati 1/2 cucchiaino di sale, un po’ di pepe 2 uova Olio per friggere

Diventate un blogger gastronomico! Registratevi su www.alnatura.ch/scoprire e con un po’ di fortuna potrete ricevere uno dei 1000 pacchetti assaggio, con cui preparare un piatto. Poi fotografatelo e postatelo su Instagram: #alnaturascoprire Maggiori dettagli e altre ricette dei blogger su: www.alnatura.ch

Alnatura Succo di limone 200 ml Fr. 1.70 Nelle maggiori filiali

Ingredienti per la salsa 1 cucchiaio di succo di limone e qualche scorza di limone 100 g di yogurt greco al naturale, non dolcificato

2 cucchiai di olio d’oliva 2 prese di sale 1-2 spicchi d’aglio spremuti 1/2 cetriolo Preparazione Lavate le erbe aromatiche, togliete gli steli, tritatele finemente e mettete il tutto in una ciotola. Pelate le patate e – assieme allo zucchino – grattugiatele con la grattugia per rösti e aggiungete il tutto alle erbette. Tritate finemente il cipollotto e aggiungetelo agli aromi assieme alle uova. Mescolate il tutto. Suddividete la miscela in porzioni e friggetele in un po’ d’olio, finché diventano ben dorate su ambo i lati. Per la salsa Sbucciate il cetriolo e grattugiatelo. Poi mischiatelo allo yogurt assieme ad aglio, sale, olio d’oliva, succo e scorze di limone.

www.limonrimon.ch Naomi Meran (46 anni) è una cuoca amatoriale, nonché fotografa e mamma. Nelle sue ricette sono molto presenti gli influssi della cucina israeliana di suo padre. Diluiti con la cucina svizzera di parte materna, danno come risultato piatti entusiasmanti. «Raramente cucino seguendo i libri di ricette, preferisco farmi ispirare dai miei viaggi. Dopodiché cucino con la pancia, usando molte spezie ed erbe aromatiche».

al nat Alnatura è ilura.ch marchio bio per uno stile di vita responsabile al passo con i tempi. Sono utilizzati solo ingredienti d’alta qualità e davvero indispensabili.

Parte di

Nel suo impegno a favore della sostenibilità, la Migros è da generazioni in anticipo sui tempi.


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Da sapere

Con Alnatura si può

Alnatura

Un giro di scoperta

I generi alimentari Alnatura provengono al 100 percento da agricoltura biologica certificata. In linea in massima, nei prodotti Alnatura c’è solo l’indispensabile. Ciò significa che sono privi di coloranti e conservanti artificiali, senza aromi che non siano naturali e senza amidi modificati. I prodotti Alnatura devono conservare lo stato più naturale possibile.

Tre blogger gastronomici hanno preparato altrettanti piatti raffinati utilizzando il loro prodotto Alnatura preferito. Ne sono nate prelibatezze vegetariane tra le più variegate, come i fagottini di erbette, i talleri di grano saraceno senza glutine o un’esotica insalata di patate dolci Testo Heidi Bacchilega; Foto Tina Sturzenegger

Come si compone l’assortimento Alnatura? Ogni nuovo o ulteriore sviluppo di un determinato prodotto viene esaminato da un comitato di esperti indipendente per quanto riguarda il contenuto, la formula, la lavorazione e l’imballaggio. Solo dopo il via liberta degli specialisti esterni, il prodotto viene inserito nell’assortimento Alnatura. Ogni membro del comitato di esperti ha alle spalle una lunga esperienza in materia di generi alimentari biologici e/o nel settore nutrizionale. In questo modo Alnatura garantisce lo standard di qualità.

Vegetariano

Fagottini di erbette con tzatziki Ingredienti per 6 - 8 fagottini 1 mazzo di aneto 1/2 mazzo di prezzemolo a foglia liscia 1/4 mazzo di coriandolo 8 foglie di menta 1 cipollotto 1 grossa patata lessata 1/2 zucchino 2 cucchiai di sesamo Alnatura 1/4 cucchiaino di curcuma 1/4 cucchiaino di coriandolo tritato una punta di cumino, di cannella e di cardamomo macinati 1/2 cucchiaino di sale, un po’ di pepe 2 uova Olio per friggere

Diventate un blogger gastronomico! Registratevi su www.alnatura.ch/scoprire e con un po’ di fortuna potrete ricevere uno dei 1000 pacchetti assaggio, con cui preparare un piatto. Poi fotografatelo e postatelo su Instagram: #alnaturascoprire Maggiori dettagli e altre ricette dei blogger su: www.alnatura.ch

Alnatura Succo di limone 200 ml Fr. 1.70 Nelle maggiori filiali

Ingredienti per la salsa 1 cucchiaio di succo di limone e qualche scorza di limone 100 g di yogurt greco al naturale, non dolcificato

2 cucchiai di olio d’oliva 2 prese di sale 1-2 spicchi d’aglio spremuti 1/2 cetriolo Preparazione Lavate le erbe aromatiche, togliete gli steli, tritatele finemente e mettete il tutto in una ciotola. Pelate le patate e – assieme allo zucchino – grattugiatele con la grattugia per rösti e aggiungete il tutto alle erbette. Tritate finemente il cipollotto e aggiungetelo agli aromi assieme alle uova. Mescolate il tutto. Suddividete la miscela in porzioni e friggetele in un po’ d’olio, finché diventano ben dorate su ambo i lati. Per la salsa Sbucciate il cetriolo e grattugiatelo. Poi mischiatelo allo yogurt assieme ad aglio, sale, olio d’oliva, succo e scorze di limone.

www.limonrimon.ch Naomi Meran (46 anni) è una cuoca amatoriale, nonché fotografa e mamma. Nelle sue ricette sono molto presenti gli influssi della cucina israeliana di suo padre. Diluiti con la cucina svizzera di parte materna, danno come risultato piatti entusiasmanti. «Raramente cucino seguendo i libri di ricette, preferisco farmi ispirare dai miei viaggi. Dopodiché cucino con la pancia, usando molte spezie ed erbe aromatiche».

al nat Alnatura è ilura.ch marchio bio per uno stile di vita responsabile al passo con i tempi. Sono utilizzati solo ingredienti d’alta qualità e davvero indispensabili.

Parte di

Nel suo impegno a favore della sostenibilità, la Migros è da generazioni in anticipo sui tempi.


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Idee e acquisti per la settimana

Senza glutine

Medaglioni di grano saraceno Ingredienti per aperitivo, 6-8 persone 200 g di farina di grano saraceno Alnatura 1/2 cucchiaino di curry in polvere 1/2 cucchiaino di sale 1 cucchiaio di sesamo, macinato (o pestato in un mortaio) 150 g di burro, ammorbidito 1 cucchiaio di yogurt nature 5 cucchiai d’acqua Ingredienti per la guarnizione 250 g di formaggio fresco nature Erbe aromatiche a scelta, p. es. erba cipollina, origano, basilico 1/2 cetriolo 1/2 peperone qualche pomodoro ciliegino 1-2 carota Sale marino alle erbe

www.magsfrisch.ch Sul suo blog gastronomico Nicole Giger (30 anni), laureata in germanistica, condisce l’arte culinaria con una generosa cucchiaiata di letteratura. Il grande scrittore Max Frisch, cui si è ispirata per il nome del suo blog essendone ammiratrice sin dall’adolescenza, era di Zurigo come lei. Il suo blog dovrebbe spronare lei stessa e i suoi cari a prendere in mano il mestolo. Infatti, per la giovane zurighese mangiare diventa davvero bello se si è in buona compagnia, possibilmente seduti a una lunga tavolata.

Preparazione Mischiate brevemente tutti gli ingredienti dell’impasto, in modo da ottenere un amalgama omogeneo. Avvolgete in un foglio di carta da forno spesso ca. 4 mm e mettete in frigo per circa 20 minuti. Con uno stampo rotondo (ca. 5 cm di diametro) ritagliate delle forme tondeggianti e riponetele in una teglia ricoperta di carta da forno. Cuocete al forno a 180° C per ca. 8 minuti. lasciate raffreddare i medaglioni. Tritate finemente le erbe aromatiche di vostra scelta e mescolatele al formaggio fresco. Insaporite con un po’ di sale marino alle erbe. Cospargete sui medaglioni il formaggio fresco alle erbe e ricopritelo con le verdure tagliate in modo sottile. In precedenza avrete tagliato il cetriolo a rondelle e avvolto a forma di piccole rose le carote tagliate a strisce sottili con il pelapatate. Ora l’aperitivo è pronto: i medaglioni sono ancora più saporiti se si lascia addensare un po’ il formaggio fresco.

Alnatura Olio d’oliva extra vergine 500 ml Fr. 5.90

www.foodwerk.ch Caro e Tobi Thaler (38 anni) di Lucerna sono attivi in cucina sin dalla più tenera età. Introdotti all’arte culinaria dalla madre, entrambi hanno completato l’apprendistato di cuochi. Ed è proprio lì, davanti ai fornelli, che i due fratelli scatenano la loro creatività da quasi 20 anni. Sul loro blog si trova una quantità di ricette per piatti salati e dolci, tutti preparati con ingredienti di stagione.

Esotico

Insalata di patate dolci Ingredienti per 2 persone 3-4 patate dolci 4 cucchiai di sesamo Alnatura (oppure olio d’oliva) 1 cucchiaio di miele liquido 1-2 cucchiai di miscela di spezie Ras el Hanout sale e pepe 1 cipolla rossa 150 g di lattuga giovane (o crescione o spinaci baby) 180 g di ciliegie un po’ di menta fresca semi di sesamo per guarnire Ingredienti per il condimento 4 cucchiaio d’olio di sesamo 1-2 cucchiai di aceto bianco 2 cucchiai di sciroppo di dattero sale e pepe

Preparazione Pelate le patate dolci, tagliatele a fette e marinatele con olio, miele e spezie. Pelate la cipolla e tagliatela a fette. Mischiate il tutto. Versate la miscela di patate e cipolle in una teglia per gratin. Infilate quest’ultima al centro del forno preriscaldato a 180 gradi e lasciate cuocere per ca. 25 minuti. Lasciate raffreddare un po’. Disossate le ciliegie e tagliatele a metà. Tostate in una padella non unta i semi di sesamo. Preparate un letto di lattuga e sistemateci sopra le fette di patate dolci. Poi cospargete il tutto con le ciliegie dimezzate, le foglie di menta tritate e i semi di sesamo tostasti. Mescolate tutti gli ingredienti del condimento e versatelo in abbondanza sull’insalata.


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Senza glutine

Medaglioni di grano saraceno Ingredienti per aperitivo, 6-8 persone 200 g di farina di grano saraceno Alnatura 1/2 cucchiaino di curry in polvere 1/2 cucchiaino di sale 1 cucchiaio di sesamo, macinato (o pestato in un mortaio) 150 g di burro, ammorbidito 1 cucchiaio di yogurt nature 5 cucchiai d’acqua Ingredienti per la guarnizione 250 g di formaggio fresco nature Erbe aromatiche a scelta, p. es. erba cipollina, origano, basilico 1/2 cetriolo 1/2 peperone qualche pomodoro ciliegino 1-2 carota Sale marino alle erbe

www.magsfrisch.ch Sul suo blog gastronomico Nicole Giger (30 anni), laureata in germanistica, condisce l’arte culinaria con una generosa cucchiaiata di letteratura. Il grande scrittore Max Frisch, cui si è ispirata per il nome del suo blog essendone ammiratrice sin dall’adolescenza, era di Zurigo come lei. Il suo blog dovrebbe spronare lei stessa e i suoi cari a prendere in mano il mestolo. Infatti, per la giovane zurighese mangiare diventa davvero bello se si è in buona compagnia, possibilmente seduti a una lunga tavolata.

Preparazione Mischiate brevemente tutti gli ingredienti dell’impasto, in modo da ottenere un amalgama omogeneo. Avvolgete in un foglio di carta da forno spesso ca. 4 mm e mettete in frigo per circa 20 minuti. Con uno stampo rotondo (ca. 5 cm di diametro) ritagliate delle forme tondeggianti e riponetele in una teglia ricoperta di carta da forno. Cuocete al forno a 180° C per ca. 8 minuti. lasciate raffreddare i medaglioni. Tritate finemente le erbe aromatiche di vostra scelta e mescolatele al formaggio fresco. Insaporite con un po’ di sale marino alle erbe. Cospargete sui medaglioni il formaggio fresco alle erbe e ricopritelo con le verdure tagliate in modo sottile. In precedenza avrete tagliato il cetriolo a rondelle e avvolto a forma di piccole rose le carote tagliate a strisce sottili con il pelapatate. Ora l’aperitivo è pronto: i medaglioni sono ancora più saporiti se si lascia addensare un po’ il formaggio fresco.

Alnatura Olio d’oliva extra vergine 500 ml Fr. 5.90

www.foodwerk.ch Caro e Tobi Thaler (38 anni) di Lucerna sono attivi in cucina sin dalla più tenera età. Introdotti all’arte culinaria dalla madre, entrambi hanno completato l’apprendistato di cuochi. Ed è proprio lì, davanti ai fornelli, che i due fratelli scatenano la loro creatività da quasi 20 anni. Sul loro blog si trova una quantità di ricette per piatti salati e dolci, tutti preparati con ingredienti di stagione.

Esotico

Insalata di patate dolci Ingredienti per 2 persone 3-4 patate dolci 4 cucchiai di sesamo Alnatura (oppure olio d’oliva) 1 cucchiaio di miele liquido 1-2 cucchiai di miscela di spezie Ras el Hanout sale e pepe 1 cipolla rossa 150 g di lattuga giovane (o crescione o spinaci baby) 180 g di ciliegie un po’ di menta fresca semi di sesamo per guarnire Ingredienti per il condimento 4 cucchiaio d’olio di sesamo 1-2 cucchiai di aceto bianco 2 cucchiai di sciroppo di dattero sale e pepe

Preparazione Pelate le patate dolci, tagliatele a fette e marinatele con olio, miele e spezie. Pelate la cipolla e tagliatela a fette. Mischiate il tutto. Versate la miscela di patate e cipolle in una teglia per gratin. Infilate quest’ultima al centro del forno preriscaldato a 180 gradi e lasciate cuocere per ca. 25 minuti. Lasciate raffreddare un po’. Disossate le ciliegie e tagliatele a metà. Tostate in una padella non unta i semi di sesamo. Preparate un letto di lattuga e sistemateci sopra le fette di patate dolci. Poi cospargete il tutto con le ciliegie dimezzate, le foglie di menta tritate e i semi di sesamo tostasti. Mescolate tutti gli ingredienti del condimento e versatelo in abbondanza sull’insalata.


Il lato più gustoso e 20x croccante delle proteine. PUNTI

o di c c i R e. n i e t pro

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 19 giugno 2017 • N. 25

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Idee e acquisti per la settimana

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Azione 25 del 19 giugno 2017  

Azione 25 del 19 giugno 2017  

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