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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXIX 24 ottobre 2016

Azione 43 ping -87 M shop ne 57-66 / 79 i alle pag

Società e Territorio È nato il Parco archeologico Tremona-Castello

Ambiente e Benessere Per gli Aztechi, il corpo umano si suddivideva in tre parti: la testa corrispondeva al cielo, il cuore alla terra e il fegato… al diavolo

Politica e Economia Non solo il Ticino ma anche la Svizzera orientale chiede una presenza in Consiglio federale

Cultura e Spettacoli Un libro colmo di misteri nato dal genio di J.J. Abrams

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di Marcella Emiliani pagina 29

AFP

Mosul, assedio all’Isis

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Teledemocrazia, un modello? di Peter Schiesser Non c’è dubbio, è stato un evento televisivo senza precedenti, un drammatico esempio di tele-democrazia, quello inscenato dallo scrittore, drammaturgo e avvocato tedesco Ferdinand Von Schirach, prodotto da Ard in collaborazione con Orf e Srg e trasmesso in Germania, Austria, Svizzera, Cechia, Slovacchia: un film in cui morale e legge si avvinghiano in una contraddizione senza soluzione, il cui finale sarebbe dipeso dal voto degli spettatori. Sintetizziamo la trama di Terror – Ihr Urteil (Terrore – La vostra sentenza): un aereo della Lufthansa con 164 persone a bordo viene dirottato il 26 maggio 2016 nei cieli sopra Monaco di Baviera, gli indizi portano a credere che i terroristi vogliano far precipitare l’aereo nello stadio in cui si sta giocando la partita Germania-Inghilterra davanti a 70mila spettatori. Senza ricevere alcun ordine, il maggiore della contraerea Lars Koch decide di abbattere l’aereo: 164 vite recise per tutelarne 70mila. Colpevole? Innocente? In Germania ed Austria 86,9 per cento degli spettatori lo assolvono, in Svizzera 84,9. Seguono dibattiti televisivi (in Svizzera: Arena) e articoli sui giornali.

Un momento catartico collettivo: un atto dall’alto contenuto morale prevale sullo stato di diritto. Così sentenzia il popolo. Operazione riuscita? Dal punto di vista del successo di pubblico e mediatico, certamente. Ma personalmente provo un senso di disagio. Conoscendo il mezzo televisivo, so che è possibile indirizzare un giudizio con la costruzione della trama e delle immagini. In questo caso non è il filmato che vizia il giudizio, ma ciò che avviene in seguito: dopo il televoto, le catene televisive hanno trasmesso il filmato con la sentenza d’assoluzione, ma non quello con la sentenza di colpevolezza (messo solo online). Considerato che i due filmati esprimevano punti di vista giuridici altrettanto validi, mostrarli entrambi avrebbe permesso agli spettatori di farsi un’idea della complessità della materia, forse covando qualche dubbio in più anziché cullarsi in una certezza morale diventata fittiziamente anche giuridica. E se fossero stati mostrati prima del televoto, forse lo scarto tra innocentisti e colpevolisti sarebbe stato minore. Inoltre, sappiamo che nelle domande dei sondaggi possono già celarsi le risposte: che cosa avrebbe risposto il pubblico se nella domanda su innocenza o colpevolezza di Lars Koch vi fosse stata anche l’aggiunta «a bordo

dell’aereo c’è un vostro stretto famigliare»? Giudicare moralmente di fronte a dei numeri astratti, anche se si tratta di persone, è facile, ma che cosa succede quando viene toccata la nostra sfera più intima? Le 5 reti televisive hanno optato per la variante spersonalizzata, pur ammantandola di umanità. Una scelta, ma non l’unica possibile. Inoltre: è compito di reti televisive pubbliche dare al pubblico la possibilità di ergersi a giudice su questioni altamente morali e giuridiche? Sappiamo che quel voto non ha alcun valore giuridico, ma ora sappiamo che quel «popolo» rappresentato dal pubblico televisivo votante si sente compatto e confermato in un suo giudizio semplicistico su una materia in cui si intrecciano morale, etica, diritto, con implicazioni che, in realtà, una prima reazione di «pancia» di fronte ad un filmato televisivo non è in grado di soppesare appieno. Anche se le intenzioni dei produttori erano certamente diverse, forse non è stato valutato a sufficienza il potenziale «populista» di una simile operazione (alla quale ne seguiranno altre, ancora su temi altamente controversi e scottanti): si è dato agli spettatori un’illusione di onnipotenza, di ergersi a giudici senza avere i criteri per esserlo. La teledemocrazia non è migliore della democrazia.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 24 ottobre 2016 • N. 43

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Attualità Migros

M Per incoraggiare la ricerca storica

Informazione ai clienti Ritiro di prodotto

Premio Migros TicinoPubblicato il bando di concorso per ricerche di storia

della Svizzera italiana: è la 17ma edizione

Il Premio Migros Ticino per ricerche di storia della Svizzera italiana si prefigge di favorire la pubblicazione di ricerche su argomenti di storia, arte, etnografia, linguistica e storia della letteratura relativi alla Svizzera italiana. Il suo obiettivo è quello di permettere ai giovani ricercatori di portare a termine pubblicazioni di interesse regionale, legate alla storia e alla vita culturale del nostro cantone. Istituito da oltre trent’anni, il premio principale è dotato di franchi 10’000. Dal 1985 al 2015 il Premio Migros Ticino per ricerche di storia della Svizzera italiana è stato attribuito a 16 ricercatori. Nell’ultima edizione il riconoscimento è stato assegnato alla corposa e apprezzatissima ricerca di Davide Adamoli Confraternite della Svizzera italiana, pubblicato dalla casa editrice luganese Ritter. Il libro contiene un’accurata e puntuale ricerca che con rigore scientifico ma con attenzione alla realtà quotidiana presente e passata della vita religiosa della Svizzera italiana. Ha raccolto informazioni e immagini in tutto il nostro territorio, affrontando un tema molto sentito dalla popolazione. La Commissione che si occupa di selezionare i lavori del premio Migros Ticino è composta da studiosi e specialisti ticinesi: al termine del suo lavoro di valutazione può attribuire menzioni speciali alle opere che si siano distinte in modo particolare. Poiché la qualità scientifica delle opere sottoposte al premio nel corso degli ultimi anni va progressivamen-

Mezzo milione di franchi a favore di Haiti SolidarietàMigros

si impegna con un dono per l’isola colpita dall’uragano A seguito del devastante uragano Matthew che il 4 ottobre ha causato gravi devastazioni ad Haiti, Migros ha deciso di donare mezzo milione di franchi svizzeri per soccorrere le oltre 350’000 persone colpite dal maltempo. Il denaro raccolto sostiene la Catena della solidarietà e le sue organizzazioni partner nelle opere umanitarie resesi urgentemente necessarie sul posto, come per esempio la messa a disposizione di alloggi d’emergenza, il rifornimento di acqua potabile e le riparazioni agli edifici. «Fornire aiuto in modo rapido e incisivo dove ce n’è più bisogno rientra nelle responsabilità sociali di Migros. Tali interventi sono possibili grazie al nostro partenariato con la Catena della solidarietà e ai suoi preziosi contatti», spiega Herbert Bolliger, Presidente della Direzione generale della FCM.

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Migros richiama i Blévita ai semi di zucca

Durante un controllo interno del prodotto «Blévita ai semi di zucca aha!, in porzioni, senza lattosio», il fornitore ha rilevato la presenza di componenti del latte in due lotti con data minima di conservabilità 12.12.2016 e 31.12.2016. Qui di seguito le informazioni dettagliate sul prodotto interessato: Blévita ai semi di zucca aha!, in porzioni, senza lattosio, numero d’articolo 110181400000, prezzo di vendita 3.70 franchi, con data minima di conservabilità 12.12.2016 e 31.12.2016. Siccome il suo consumo comporta un rischio per la salute nei soggetti allergici alle proteine del latte, Migros richiama il prodotto. Tutte le altre persone possono consumare il prodotto senza alcun timore. Gli articoli possono essere restituiti in qualsiasi filiale Migros, ottenendo il rimborso del prezzo di acquisto. Nel 2015 il premio è stato assegnato allo studio di Davide Adamoli.

te aumentando, infatti, dal 1997 oltre al Premio, vengono attribuite anche alcune menzioni speciali: nel corso delle dieci passate edizioni sono state attribuite 17 menzioni a lavori di particolare valore scientifico e culturale. Il regolamento del premio Migros Ticino può essere richiesto telefonando allo 091/850 82 61 oppure scrivendo all’indirizzo di posta elettronica

percento.culturale@migrosticino.ch Il termine fissato per la consegna dei lavori di ricerca è il 31 gennaio 2017. Gli interessati dovranno inoltrare la propria ricerca all’indirizzo: Percento culturale Migros Ticino, via Serrai 1, 6592 Sant’Antonino. Le ricerche dovranno essere inedite e redatte in lingua italiana. Sono ammesse unicamente ricerche su ar-

gomenti riguardanti la Svizzera italiana e i seguenti ambiti: storia dell’arte, etnografia, linguistica e storia della letteratura. La documentazione dovrà essere corredata da una copia cartacea del testo integrale della ricerca, un curriculum personale e l’elenco dei finanziamenti già percepiti, promessi o richiesti ad altri enti, siano essi pubblici o privati.

Workshop al Serpiano Migros TicinoNell’annuale ritiro della direzione e dei quadri,

oltre a trattare progetti e strategie dell’azienda si è dato spazio anche al benessere psico-fisico sotto la guida di un monaco Shaolin Il 5 e 6 ottobre si è svolto nella splendida cornice del Serpiano l’annuale workshop dei membri della direzione e dei quadri della Cooperativa Migros Ticino. Come da tradizione, è stata l’occasione per aggiornare i quadri dirigenti sullo stato dell’azienda, per analizzare i progetti strategici in corso, quelli futuri e per focalizzarsi sulle sfide attuali e future del commercio al dettaglio in un contesto di scambio reciproco. Come ospite esterno è stato invitato il monaco shaolin italo-australiano Walter Gyergya, che nella veste di monaco cinese porta il nome Shi Xing Mi. Gyergya è uno dei pochissimi monaci shaolin di origine non cinese e porta in Europa gli insegnamenti filosofici, spirituali e di arti marziali di questa tradizione millenaria nata in Cina a Shaolin, nella provincia di Henan. Pratiche che hanno lo scopo di aiutare l’individuo a trovare una maggiore

consapevolezza di sé e a sfruttare maggiormente le proprie potenzialità in un quadro di un accresciuto equilibrio interiore. Un approccio che ben si inserisce nella filosofia dell’azienda di favorire

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11

La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Al diavolo la satira ReplicaPrecisazione

della Direzione di Migros Ticino

con misure attive la salute psico-fisica dei collaboratori, un impegno premiato l’anno scorso con il label Friendly Work Space conferito da Promozione Salute Svizzera a Migros Ticino quale prima e finora unica azienda in Ticino.

Migros Ticino è un’azienda apartitica e aconfessionale. Intende dunque stigmatizzare l’utilizzo improprio del marchio depositato «Nostrani del Ticino» a pagina 3 del numero del quindicinale satirico «Il Diavolo», uscito lo scorso 7 ottobre. La nota linea di prodotti a chilometro zero di Migros Ticino denota una forte volontà dell’azienda di potenziare sempre più il suo impegno a favore della nostra regione e non dovrebbe essere assolutamente denigrata, strumentalizzata e/o associata a inclinazioni politiche di alcun genere.

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Società e Territorio Museo di storia naturale Da più di vent’anni aspetta una nuova sede, ora sono sei le opzioni sul tavolo della politica

La Gamification della società Le dinamiche e le tecniche dei videogiochi entrano nel mondo reale e nel marketing, l’intento è coinvolgere il cliente/utente pagina 6

Sono un ragazzo fortunato La buona sorte ha un ruolo importante nel raggiungere il successo: la tesi dell’economista Robert Franck non piace a molti pagina 9

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L’archeologo e presidente di ARAM Alfio Martinelli durante l’inaugurazione del Parco archeologico TremonaCastello avvenuta lo scorso 3 settembre. (Chiara Zocchetti)

Un salto nel Medioevo

Parco archeologicoIl grande lavoro dei volontari ci ha restituito il fascino del sito di Tremona-Castello Laura Di Corcia Si deve camminare, e quindi servono scarpe comode. Bisogna per un attimo dimenticare di vivere nel 2016, in un territorio largamente urbanizzato: il sentiero nel bosco aiuta. Poi si arriva. Ed è subito un balzo indietro nel tempo, un salto che ci riporta a un’epoca in cui la manualità la faceva ancora da padrona e in cui i bisogni primari – nutrirsi, proteggersi dagli animali, riprodursi – occupavano quasi la totalità dei pensieri della gente comune. Notare: la gente comune. Perché la particolarità storica del sito di Tremona-Castello, che dallo scorso settembre è diventato un parco archeologico accessibile a tutti corredato di pannelli didattici, è che racconta la vita non di principi, re e imperatori, ma di persone comuni che lavoravano sodo per campare. A vegliare come un custode su questo straordinario patrimonio, Alfio Martinelli, archeologo e studioso di inglese antico laureatosi in Inghilterra, che con testardaggine e passione a inizio anni Novanta, prima saltuariamente, poi sempre più programmaticamente, ha iniziato, con un gruppo di appassionati non archeologi, a scavare nel sito, cer-

cando con precisione certosina e con la fiducia di avere i piedi posati su un suolo ricchissimo e gravido di reperti, testimonianze e indizi. Che cosa è emerso? «Che la comunità che viveva lì era dedita soprattutto all’agricoltura» – spiega Martinelli, il quale ha fondato anche un’associazione tesa a valorizzare il patrimonio di Tremona-Castello, l’ARAM (Associazione Ricerche Archeologiche del Mendrisiotto). Gli oltre 50 edifici di circa 15-20 metri quadrati l’uno erano adibiti per la maggior parte dei casi ad abitazione, ma alcuni di questi fungevano da depositi per derrate alimentari. «Quando un incendio viene spento improvvisamente dal crollo dei muri, i materiali organici si trasformano in carbone, compresi i cereali, che quindi si conservano nel tempo», racconta l’archeologo. «Analizzando questi resti, grazie alla collaborazione di istituti in Italia, abbiamo capito che a Tremona si consumavano diversi cereali». Orzo, frumento, avena, lenticchie, fave e frutti di bosco: questa era l’alimentazione della popolazione che abitava il villaggio medievale, senza dimenticare il ruolo importantissimo delle castagne, trovate in quantità impressionante, che venivano consumate in abbondanza

da ottobre a marzo. «I nostri allevavano anche gli animali – aggiunge l’interlocutore – e questo lo sappiamo perché all’epoca non c’erano le regole igieniche che vigono ai giorni nostri: i resti si buttavano per terra e sono rimasti lì, sepolti nei vari strati. Si mangiava la carne, quindi, quella di mucca, maiale, pecora e capra. Selvaggina? Poca. Il pesce non si disdegnava, e lo sappiamo grazie al pazientissimo lavoro dei volontari: trovare le lische, che non è certo semplice». Sulla squadra di persone che raccoglie professionisti e non e che presta gratuitamente il suo impegno Martinelli spende parole generosissime: «Se non fosse stato per loro – dice – il parco non ci sarebbe». Ma il parco c’è, ed è una grande soddisfazione. «In questi anni non siamo stati sempre sostenuti – precisa – forse perché il lavoro volontario, che in altri Paesi come l’Inghilterra e l’Italia è apprezzato e incoraggiato, alle nostre latitudini non lo è allo stesso modo. E invece le persone che lavorano qui magari non hanno mai studiato l’archeologia ma hanno voglia di fare: con la passione, imparando ad accorgersi dei cambiamenti di terreno, osservando il suo colore e la sua compattezza, possono arrivare a saperne quasi quanto il professionista».

Il maggiore lavoro si fa con le scuole. I bambini rimangono stupiti nel constatare come si viveva secoli fa. «Le guide chiedono com’è la loro casa, quanto è grande. Loro rispondono che vivono in abitazioni con quattro, cinque locali. Che hanno una cameretta tutta per loro o al massimo la dividono col fratellino, che si lavano quotidianamente – continua Martinelli – Quando vedono il perimetro delle case di Tremona-Castello, e vengono a sapere che un intero nucleo familiare viveva in uno spazio di pochi metri quadrati, che non c’erano armadi ma solo una cassapanca dove si riponevano i pochi oggetti che ognuno aveva a disposizione, che non ci si lavava così frequentemente e che anzi per andare a prendere l’acqua da bere bisognava camminare fino al fiumiciattolo, non proprio dietro l’angolo, sono basiti. Allora capiscono e imparano molto più di quanto avrebbero capito e imparato da un libro di scuola». Stessa cosa succede agli adulti: camminare fra le rovine di un villaggio del Basso Medioevo spinge a fare bilanci e paragoni. E se l’esperienza fosse ancora più totalizzante? Per ora è già stata fatta una ricostruzione tridimensionale a cura di Elia Marcacci, ma se si potesse passeggiare in quel luogo muniti di occhialini

3D, magari incontrando villani, bambini e assistendo a una cena? «Quello è il progetto. Se vogliamo che questo patrimonio resti, occorre andare in quella direzione. Vogliamo creare anche un Museo in modo da contestualizzare il villaggio di Tremona-Castello all’interno di uno spaccato storico di seimila anni». Un luogo di cui sappiamo qualcosa, ma non ancora tutto: «Che ci faceva un fabbro, qui? Sappiamo che c’era, ma la sua presenza è enigmatica. Normalmente i fabbri a quell’epoca si muovevano da un villaggio all’altro. E che dire di tutte quelle monete? Crea qualche dubbio che un paese di contadini ne possedesse così tante. Per non parlare dei bicchieri in vetro. La povera gente, normalmente, beveva in bicchieri di legno. Ci sono indizi che fanno pensare che forse questo sito avesse qualche funzione importante, a livello di scambio merci, che fosse collegato con centri più importanti al Sud. Ma per ora sono solo ipotesi», conclude lo studioso. Quesiti aperti che rendono tutto ancora più affascinante. Informazioni

www.aram-ti.ch, www.mendrisiottoturismo.ch


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Preparazione Per la purea, dimezzate le mele, eliminate il torsolo e tagliatele a pezzetti. Mettetele in padella con l’acqua e il succo di limone e fate cuocere per ca. 20 minuti finché si riducono in purea. Nel frattempo tritate la cipolla e l’aglio. Scaldate l’olio in una padella. Rosolatevi la carne a fuoco vivo. Unite la cipolla, l’aglio e il concentrato di pomodoro e fateli rosolare brevemente. Unite la salsa per arrosto, condite con sale e pepe. Lasciate sobbollire la salsa per ca. 10 minuti. Nel frattempo lessate i cornetti al dente in abbondante acqua salata. Scolate la pasta e rimettetela in pentola. Unite il burro a pezzetti e mescolate. Frullate la purea di mele. Servite la pasta nei piatti. Regolate di sale e pepe il ragù di carne e distribuitelo sulla pasta. Condite il tutto con il formaggio grattugiato e servite con la purea di mele. Tempo di preparazione 30 minuti Per persona ca. 47 g di proteine, 33 g di grassi, 89 g di carboidrati, 3550 kJ/850 kcal

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Società e Territorio

Sei sedi in cerca di un museo Museo cantonale di storia naturaleDa più di vent’anni aspetta una «casa» definitiva, ora sembra giunto il

momento in cui la politica dovrà prendere una decisione. Ne abbiamo parlato con il direttore Filippo Rampazzi Roberto Porta Questa è una storia molto lunga. Non soltanto perché inizia nell’ormai lontano 1853, anno della fondazione del primo «gabinetto di storia naturale» progenitore dell’attuale omonimo Museo cantonale. Ma anche e soprattutto perché questo museo aspetta da troppo tempo una sua casa definitiva. Una nuova sede che possa permettere alle diverse attività di questa istituzione di sbocciare definitivamente. Una svolta più volte ventilata, spesso auspicata ma mai concretizzata. E così oggi questo museo cantonale – in cui giace oltre mezzo milione di reperti naturalistici – è costretto a vivere negli spazi angusti del «palazzetto delle scienze», di fianco al Liceo 1 e alla Scuola media di Lugano. «Sono stato nominato direttore di questo museo nel 1995 – ci dice Filippo Rampazzi – E già allora, 22 anni fa, si parlava di una nuova sede per i nostri spazi espositivi e per le nostre attività di ricerca e di documentazione. Tante promesse, tanti progetti ma alla fine non se ne è mai fatto nulla». E così oggi il museo è praticamente in una situazione che potremmo definire di «soffocamento costante», costretto a muoversi qua e là per cercare un po’ di ossigeno. «Molto spesso siamo obbligati a cercare spazi esterni se vogliamo organizzare mostre e esposizioni. – continua il direttore Rampazzi – Da una parte si tratta di un aspetto positivo, perché in questo modo siamo presenti in tutto il canton Ticino. D’altra parte però queste mostre diffuse sul territorio ci costano parecchia energia e sforzi importanti a livello finanziario». Un esempio su tutti, l’esposizione organizzata nel 2007 al Castelgrande di Bellinzona su «Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio» e allestita in collaborazione con il Museo di Bolzano.

«Tutto questo va bene ma alla fine corriamo il rischio di perdere anche una parte delle nostra visibilità perché noi allestiamo le mostre ma i meriti a volte vanno ad altri: alle città che ci ospitano o ad altre istituzioni che ruotano attorno ad un evento di questo tipo». Guardando alla sua storia questo museo era comunque nato sotto i migliori auspici, creato da una delle figure di maggior spicco dell’Ottocento ticinese: il politico e naturalista Luigi Lavizzari. Nato a Mendrisio nel 1814, questo figlio di un farmacista andò a studiare scienze naturali dapprima a Pisa e poi alla Sorbona di Parigi, fatto decisamente straordinario per quel periodo storico. Rientrato in Ticino intraprese la carriera politica, dapprima in Gran Consiglio e poi, per diverse legislature, in seno al Consiglio di Stato. Divenne poi professore di storia naturale e di chimica nell’allora unico liceo pubblico del canton Ticino, a Lugano. Proprio qui nel 1853 Lavizzari fondò l’embrione dell’attuale Museo di storia naturale, allora chiamato Gabinetto delle scienze, in cui confluì la sua collezione privata, con reperti naturalistici scovati e raccolti nelle sue innumerevoli escursioni lungo tutto il territorio del canton Ticino, affinché servissero per l’insegnamento delle materie scientifiche. Alla sua morte le sue collezioni furono cedute dalla moglie allo Stato, per essere poi vendute alla società del Grand Hotel di Locarno. Solo 25 anni dopo esse confluirino nel Museo di archeologia e di storia naturale, fondato da Emilio Balli, un altro naturalista ticinese che visse a cavallo tra Ottocento e Novecento. «Morto il Balli tutto quanto ritornò a Lugano», ci dice Filippo Rampazzi. Segno già allora di come il canton Ticino si sarebbe poi diviso sulla gestione e l’organizzazione di

Chi lo vorrebbe Sono sei i candidati che hanno partecipato al concorso indetto dal Canton Ticino per dare una nuova casa al Museo cantonale di storia naturale. In rigoroso ordine alfabetico troviamo dapprima il comune di Balerna, che ha candidato la Villa Vescovile. C’è poi l’arsenale militare di Bellinzona e Claro, pronto a mettere a disposizione alcuni terreni nei pressi della casa comunale. Saliamo ora in Leventina dove Faido propone due suoi storici alberghi da tempo dismessi, l’Hotel Suisse e l’Hotel Milano. In lizza c’è anche Loso-

ne, con l’ex caserma militare e, per concludere, Lugano con l’ex centrale elettrica di Gemmo e l’ex Macello. Si tratta dunque di un lungo elenco di «ex». Ora tocca alle autorità cantonali vagliare queste proposte. Entro la fine del 2016 il Consiglio di Stato incaricherà la Sezione della Logistica al fine di disporre di uno studio di fattibilità in vista della realizzazione della nuova sede del Museo. La parola finale spetterà comunque al Gran Consiglio, che dovrà decidere anche sull’investimento finanziario da destinare a questo progetto.

Filippo Rampazzi è direttore del Museo cantonale di storia naturale dal 1995. (CdT Foto Gonnella)

questo museo, conteso di volta in volta tra le varie realtà regionali del nostro cantone. «Molti ne parlano, diversi lo vogliono, nessuno lo prende» aggiunge sorridendo Rampazzi, citando quello che negli anni è ormai diventato un ritornello tra i collaboratori del museo. Le cifre di questa istituzione scientifica parlano comunque di una storia di successo, basti dire che il museo è visitato da trecento classi scolastiche all’anno, per un totale di seimila allievi. «Anche volendo non possiamo fare di più, proprio a causa degli spazi limitati – sottolinea il direttor Rampazzi – L’interesse comunque è molto alto. Quando annunciamo le nostre iniziative per le scuole i posti a disposizione vanno a ruba, nel giro di 24 ore siamo già al tutto esaurito». E di successo è anche, in particolare, l’attività di ricerca del museo, per esempio nelle campagne di scavo sui giacimenti fossiliferi del Monte San Giorgio (dichiarati dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’Umanità) o per le molte ricerche sulla biodiversità del cantone, che hanno fatto di questa istituzione l’antenna per il sud delle Alpi dei Centri svizzeri di studio e monitoraggio della flora e della fauna. Ciò è di assoluta rilevanza per un cantone come il Ticino che non possiede una facoltà accademica nel campo delle scienze naturali. Il Museo si è progressivamente affermato anche nelle prestazioni a terzi,

attraverso la realizzazione di numerose strutture didattiche e turistiche dislocate sull’intero territorio cantonale. 18 i dipendenti fissi del museo cantonale, non tutti a tempo pieno. Un numero che sale a 30 se si contano i collaboratori esterni o su mandato, comprese le persone che partecipano a programmi occupazionali o che svolgono il servizio civile, senza contare i dottorandi e i diplomandi. A livello finanziario il museo pesa sui conti cantonali per un totale, tra spese e ricavi, di circa 2 milioni e 300mila franchi, questa la cifra per il 2015. E questo al netto di alcune misure di risparmio. «Per quanto ci riguarda negli ultimi anni i tagli maggiori hanno interessato soprattutto l’ambito della ricerca e della divulgazione, con una riduzione dei crediti attorno al 30%. Nel 2017 è previsto però un aumento dei fondi a disposizione» ci dice il direttor Rampazzi. E il 2017 dovrebbe anche essere l’anno della grande scelta, per definire la nuova ubicazione della nuova sede del museo, dopo il concorso lanciato dal Cantone e a cui hanno partecipato ben sei località ticinesi. «Siamo una sposa o una preda ambita – fa notare il direttore – E di questo non posso che essere contento. Il museo è conosciuto e ha una buona reputazione, per questo molte regioni lo vedono anche come una sorta di volano turistico e economico». Siamo comunque alla casella di partenza di un nuovo lungo percorso che

dovranno andare, mentre Lady Agata ormai vecchia resterà sulle montagne, assistita dal padre yeti. Il nucleo del romanzo si sviluppa da qui in poi, e a fare da guida agli yeti (deliziosi nella loro goffaggine e ingenuità) saranno due bambini: come sempre è alle creature di limbo, mostri o ragazzini che siano, che la Ibbotson affida le sue speranze in un mondo migliore.

nome di un altro autore, tal Raimondo Zenobio Malacruna, scrittore fittizio di questo volume e proprietario di una singolare dimora, nelle cui sedici stanze sono custoditi più di duecento oggetti magici di tutti i tempi. Gli oggetti provengono dal patrimonio tradizionale di miti, fiabe e leggende, oppure da opere letterarie ben precise, e tutto è documentato nell’appendice di riferimenti bibliografici alla fine del volume; ma i giovani lettori si immergeranno in totale libertà nell’opera, aprendone a piacere l’una o l’altra stanza (ogni volta che si accede a una stanza nuova c’è proprio un’aletta della pagina da aprire) e lasciandosi incantare dai tesori in esse racchiusi, leggendone per ognuno il breve testo esplicativo, che ne racconta la provenienza e talvolta ne illustra con humour gli usi a cui Raimondo li

coinvolgerà anche il Gran Consiglio e quindi il mondo politico ticinese, dopo che gli ultimi vent’anni sono di fatto trascorsi senza portar frutto, soprattutto a causa dell’assenza di una chiara volontà politica a sostegno delle scienze naturali. Un vuoto decisionale a cui vanno aggiunte le tradizionali e sterili rivalità tra una regione e l’altra del canton Ticino. «Io continuo ad essere fiducioso, nel senso che qualcosa succederà, fosse solo per le contingenze legate allo stabile in cui ci troviamo. Da qui noi, in un modo o nell’altro, dobbiamo andare via», sottolinea Filippo Rampazzi, facendo riferimento al possibile futuro del «palazzetto delle scienze», forse destinato a soddisfare le esigenze di spazio di liceo e scuola media. «Tra dieci anni andrò in pensione, spero che mi inviteranno all’inaugurazione del nuovo museo», conclude il direttore, facendo un po’ amaramente anche notare che troppo spesso in Ticino per portare in porto un progetto «ci vuole una generazione». E chissà cosa potrebbe pensare Luigi Lavizzari di quello che è stato il percorso della sua creatura, lui che pensando alle montagne del canton Ticino scrisse: «quivi lo spirito esulta e si corrobora, quivi tace l’ira nemica, né giungono le onde di una volubile politica». Già la volubile politica... tocca a lei ora dare una sede e un futuro sostenibili a questo museo.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Eva Ibbotson, Lady Agata e i tanto abominevoli yeti gentili, Salani. Da 10 anni La gentilezza, l’amore per le creature più apparentemente mostruose (qui gli yeti, altrove vecchie streghe e malandati orchi), il rispetto nei confronti degli animali e della natura, una pacata malinconia nella consapevolezza dell’inevitabilità degli addii, tutti questi ingredienti – insieme, beninteso, alla solita e sempre smagliante verve umoristica – sembrano connotare gli ultimi romanzi che la grandissima Eva Ibbotson ci ha lasciato, prima di concludere nel 2010, ottantacinquenne, la sua esistenza terrena. Continua però a esistere, eccome, nelle sue pagine, che non perdono forza espressiva, né capacità di affascinare ogni lettrice o lettore abbia la fortuna di accostarvisi. Sì, perché i

romanzi di questa scrittrice viennese fuggita a Londra con l’avvento del potere nazista, e poi sempre rimasta in Inghilterra, tanto da adottare l’inglese come sua lingua, anche letteraria, sono romanzi che incantano sia i lettori sia le lettrici, giovani o «meno giovani» che siano. In questo Lady Agata, che Salani – editore italiano della Ibbotson – ha appena tradotto e pubblicato, seguiamo le peripezie di un gruppetto di giovani yeti che devono sfuggire al pericolo di avidi umani determinati a sfruttare, per far soldi, i loro territori innevati, e a sterminarli. Gli yeti erano stati allevati da Lady Agata, una dolce ma inflessibile fanciulla inglese, a cui il loro padre, yeti rimasto vedovo, affida il compito di fare da istitutrice. Quando la vita sulle cime si farà per loro troppo rischiosa perché gli umani avanzano, i giovani se ne

Pierdomenico Baccalario e Jacopo Olivieri, illustrato da Marco Somà, Il grande libro degli oggetti magici, Edizioni Il Castoro. Da 10 anni Qui sopra leggete il nome degli effettivi autori, ma il lettore che ammira la copertina con vere borchie di questo misterioso grande libro, e che poi si accinge a leggerlo, vedrà sul frontespizio il

destina. Per fare qualche esempio, nel vestibolo troverete Il mantello dell’invisibilità (dalle Fiabe dei Grimm, di Afanas’ev, e da Harry Potter); nel salotto La bacchetta di Circe (dall’Odissea), in armeria, Excalibur, in cucina i Biscotti Lembas (dal Signore degli Anelli), in bagno lo Specchio di Alice (e anche quello della Bestia e di molti altri), in camera da letto il Tappeto Volante e l’Armadio di Narnia. Vagare per queste stanze è un’esperienza magica: si va col pensiero a antichi testi già amati, si desidera conoscere quelli ignoti, si ammirano le illustrazioni, si sorride per la saggia ironia del fantomatico autore. E quando lo si lascia non si è tristi, perché le porte della sua casa saranno aperte per riaccoglierci ogni volta. Basta riaprire il libro.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 24 ottobre 2016 • N. 43

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Società e Territorio

Giocare, uno stile di vita

Gamification Oggi molte aziende, ma anche alcuni musei, utilizzano le dinamiche e le tecniche dei videogiochi.

L’intento è quello di appassionare e coinvolgere il cliente o l’utente

Natascha Fioretti Immaginate di andare dal fruttivendolo sotto casa e di ricevere cinque punti ogni volta che comprate verdure di stagione o a km 0 e di essere incoronato cliente dell’anno per il vostro comportamento sostenibile una volta raggiunti 500 punti. Oppure immaginate di giocare con un videogioco dove vi viene chiesto di gestire una compagnia aerea, che sulla carta esiste davvero, e più livelli conquistate più bonus avete di cui usufruire quando volerete con quella compagnia. Se vi sembra impossibile, sappiate che per molte aziende la pratica di utilizzare le dinamiche e le tecniche proprie del gioco, anzi dei videogiochi, è già una realtà di cui si può toccare con mano il successo non solo nel contesto del marketing ma anche all’interno del team aziendale. La parola chiave è coinvolgere, appassionare le persone a quello che fanno o a quello che comprano. Gamification è un termine recente e a tracciarne il suo destino fu Jesse Schell, professore alla Carnegie Mellon University, autore del libro The Art of Game Design. Game designer e fondatore di Schell games, nel 2010 disse che il gaming si sarebbe spinto oltre i tradizionali confini di una consolle per entrare in ogni sfera della vita umana: «Ciascuno di noi diventerà parte di un grande gioco in cui le azioni vengono tracciate e premiate con bonus speciali». La gamification si può applicare a tutti i campi, da quello giornalistico e museale a quello agricolo, ad esempio per Expo 2015 il padiglione svizzero ha sviluppato il videogioco Plant Doctor Game, nel quale il visitatore poteva trasformarsi in un piccolo agricoltore che cerca di preservare i suoi raccolti. L’applicazione si basa sul reale funzionamento delle cliniche per le piante che aiutano i contadini di tutto il mondo nella cura e nella gestione dei vegetali. Il gioco inizia fornendo una panoramica generale del contesto, con informazioni sulla situazione dei piccoli agricoltori a livello mondiale e una spiegazione a grandi linee del ruolo e del funzionamento delle cliniche per le piante sviluppate in tutto il mondo, dopodiché, si parte e il giocatore riceve la foto di un alimento e deve indovinarne l’ingrediente principale (caffè, cacao, mais ecc.). Una volta indovinato l’ingrediente, scopre chi è l’agricoltore

Race against time è una app gratuita creata dal Tate Museum di Londra.

che lo coltiva e viene invitato a immedesimarsi in quest’ultimo, nonché a scegliere il momento migliore per effettuare la semina. Si spinge oltre la game designer e ricercatrice americana Jane Mc Gonigal quando tra le pagine del suo libro SuperBetter (Penguin) ci dice che «il gioco può rendere il mondo un posto migliore» e spiega come superare in sette passi il divario che separa la cultura del gioco dalla ricerca della felicità, due elementi che a suo dire sono strettamente connessi tra di loro. Infatti, secondo i suoi studi, una mente giocosa aiuta ad essere più forti, realizzarsi nel lavoro, costruire relazioni solide, essere più sani e ad amare la vita. Sarà per questo che la cultura del gaming ha valicato i suoi spazi originari andando alla conquista delle più diverse logiche commerciali, sociali e istituzionali. Ma anche perché i giocatori sono tanti e spendono bene in un mercato che si aggira su un valore complessivo di 65 miliardi di dollari. I gamer svizzeri spendono ad esempio circa 49 dollari a testa in videogame e non pensate che siano solo i giovanissimi perché quello dei videogiochi è un ambito

che appassiona un pubblico transgenerazionale con una percentuale di gamer femminili in crescita. Inoltre, grazie alla portabilità e dunque alla democratizzazione di smartphone e tablet, le opportunità commerciali si sono moltiplicate in tutto il mondo. In Svizzera, ad esempio, le imprese dal 2010 beneficiano del sostegno della Confederazione attraverso la fondazione Pro Helvetia ed il progetto Game Culture (www. gameculture.ch) dotato di un budget di 1,5 milioni di franchi.

Da alcuni anni i videogiochi sono usciti dalle consolle per approdare nel mondo reale e nel marketing Anche il mondo accademico svizzero sta prendendo coscienza del potenziale dei videogiochi come filiera professionale. Alla SUPSI, nel 2015 Andrea Chiarini, ingegnere informatico e Matteo Boca, ingegnere delle telecomunicazioni, hanno tenuto il semina-

rio Gamification. Come le dinamiche del gioco possono rivoluzionare il business. «Frequentato da professionisti di vari settori tra cui dirigenti, professori, studenti, product manager di medio livello che seguono progetti interni o per conto dell’azienda in team», dice Andrea Chiarini, «il seminario ha dimostrato che anche in canton Ticino inizia ad esserci interesse e curiosità per la gamification. L’idea è quella di smontare pezzo per pezzo la realtà dei giochi e applicarne le componenti al mondo del lavoro. Non tutto il business deve diventare un gioco, ma la gamification è adatta ad agganciarsi a qualsiasi punto del proprio business». Come i videogiochi siano usciti dalle loro consolle per approdare nel mondo reale diventando di fatto un fenomeno sociale, ce lo racconta invece Fabio Viola, miglior gamification designer italiano. Per lui tutto ha avuto inizio con la consolle di un amico: «è raro trovare persone che lavorano in questo mondo senza essere dei grandi appassionati. È stato proprio questo uno degli elementi che ha fatto sì che un mercato nato solo 40 anni fa, parlo dei videogiochi, sia diventato l’indu-

stria principale dell’intrattenimento e al tempo stesso per budget speso ha superato il cinema, la musica, l’editoria, ma soprattutto è diventato un mondo all’interno del quale regna l’engagement, cioè la capacità di coinvolgere chi gioca. I videogiochi ti portano a restare ore e ore in una sessione di gioco, ti portano a creare delle squadre, a competere, provare paura, gioia, emozioni, a seconda di quello che sta accadendo nel gioco ed è questo che il mondo esterno ora sta provando ad imitare per portarlo nel proprio bagaglio culturale». Ma come è avvenuto il passaggio dal mondo virtuale e fittizio dei videogiochi a quello della vita reale? «Il gaming si è così diffuso da diventare un fenomeno sociale. In Italia 30 milioni di persone utilizzano i videogiochi, quasi una persona su due, e il 49 percento dei gamer è donna. A questo punto, le aziende che in una primissima fase già guardavano ai videogiochi come strumento di marketing pubblicitario, il così detto advergames, per colpire il bacino dei ragazzi tra gli 8 e i 25 anni, si sono resi conto di come i videogiochi siano diventati molto trasversali, così come già da decenni il cinema, la musica, e hanno compreso che sul tema del coinvolgimento i videogiochi hanno molto da insegnare». Non solo le aziende commerciali creano un mix vincente tra virtuale e reale che sembra valere di più in termini di ritorno di qualsiasi campagna pubblicitaria, ma anche i musei: «a mio parere il migliore esempio che si possa citare è Race against time, una app gratuita creata dal Tate Museum di Londra. Se vuoi avanzare nel gioco e sbloccare i vari livelli ti viene chiesto di recarti almeno una volta dentro il museo e fare un check in. È un modo per attrarre nuovi visitatori. Credo che questo sarà uno dei trend più interessanti dei prossimi anni». Coinvolgere a tutti i costi non vale però soltanto per i potenziali clienti e utenti ma anche per i propri dipendenti interni, ad esempio per migliorare i processi di selezione e di assunzione del nuovo personale «i macrofiloni del gaming interessano i consumatori, la vita interna dell’azienda, e il bene pubblico, dunque gli Stati, gli enti regionali, tutte le entità pubbliche possono utilizzare questi strumenti per convincerci a compiere delle azioni positive per la cittadinanza».

Gli abusi sui bambini riguardano tutti

ASPI A  Lugano si svolgerà dal 26 al 28 ottobre un convegno internazionale per festeggiare i 25 anni di attività

della Fondazione per l’Aiuto, il Sostegno e la Protezione dell’Infanzia Il 26 -27 -28 ottobre al Palazzo dei Congressi di Lugano, si parla di prevenzione al maltrattamento e di promozione del buon trattamento dei bambini, nelle tre giornate di approfondimento organizzate dalla Fondazione ASPI (Fondazione della Svizzera italiana per l’Aiuto, il Sostegno e la Protezione dell’Infanzia). Un’occasione unica per poter ascoltare le voci più autorevoli del panorama internazionale, tra le quali quella del dr. Alexander Butchart, coordinatore della Prevenzione della Violenza presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di Ginevra, del prof. Boris Cyrulnik psichiatra e psicanalista esperto di resilienza, o ancora Joan Van Niekerk, Presidente dell’ISPCAN (International Society for the Prevention of Child Abuse and Neglect). ASPI festeggia quest’anno i suoi venticinque anni di attività e desidera

farlo con un evento significativo, utile e incisivo. «Il Congresso ospita relatori importanti impegnati in prima linea proprio sul tema della prevenzione all’abuso e il promovimento del buon trattamento dei minori – ci spiega la direttrice di ASPI Myriam Caranzano Maître – Abbiamo scelto di organizzare un incontro internazionale perché aiuta a sensibilizzare il pubblico e contribuisce a costruire la cultura della prevenzione. Si è visto che, nei paesi dove sono stati organizzati momenti di confronto e riflessione, sono nate iniziative che hanno contribuito a migliorare le cose. Il Convegno fa da catalizzatore, perché è l’occasione di ascoltare voci autorevoli in materia e contribuisce a mettere sul tavolo non solo le problematiche ma anche soluzioni praticabili. Inoltre crediamo che la formazione e l’approfondimento

siano fondamentali per chi si occupa di minori. Fare prevenzione comporta una responsabilità e necessita di strumenti adeguati. Ci vogliono competenza e rigore scientifico perché il rischio, altrimenti, è quello di nuocere anziché aiutare. Per questo abbiamo scelto di organizzare un Convegno Internazionale per il nostro venticinquesimo compleanno e di portare in Ticino ospiti ed esperienze di eccellenza». La prevenzione non si improvvisa e nelle tre giornate di Lugano docenti, professionisti nell’ambito della formazione, della sanità e socialità, medici, pedagogisti e esperti del settore, potranno approfittare di un’occasione unica per approfondire il tema. Un’opportunità non solo per gli addetti al lavoro, ma anche per tutti coloro che intendono informarsi sull’argomento. A volte, infatti, seppur mossi dalle migliori intenzioni, ci si dimen-

tica che il tema è delicato e va a toccare ambiti che richiedono sensibilità e soprattutto approfondita conoscenza. Il Congresso ASPI offre una via alla corretta tematizzazione e traccia delle linee base sulle quali, anche il comune cittadino, può imparare a distinguere le giuste modalità per parlare di abuso, prevenzione e buon trattamento dei minori. Con due conferenze serali aperte al pubblico ASPI desidera accompagnare i cittadini alla scoperta del mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Il primo incontro aperto a tutti sarà tenuto dalle pedagogiste Elisabetta Rossini e Elena Urso mercoledì 26 ottobre alle ore 20.00, e si intitola Le pratiche della buona relazione tra adulto e bambino: amore e rispetto, mentre il secondo appuntamento è previsto per giovedì 27 ottobre alle 20.00 con il dottor Alberto Pellai che ci parlerà di

Viaggio nel cervello di un preadolescente. «Per i genitori, ma anche per chi genitore non lo è, avere degli strumenti per poter fare prevenzione è utile, ma occorre in primo luogo capire che è qualcosa di molto impegnativo e che per essere efficace necessita di costanza. Comprendere i bambini e i ragazzi, capire come andare verso l’educazione al rispetto, sono fondamentali per poter parlare di prevenzione all’abuso e soprattutto per parlare di buon trattamento. È importante ricordare che l’opposto della violenza è il rispetto. Solo partendo dal rispetto si può fare prevenzione e si possono crescere dei bambini e dei giovani felici e non violenti», conclude la dottoressa Caranzano Maître. / R.N. Informazioni

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Nabucco · Rigoletto · Il Trovatore La Traviata · Aida La fiaba di Cenerentola è uno dei grandi classici del balletto e incanta appassionati di danza di tutte le età. Il corpo di ballo del Teatro Accademico Municipale dell’Opera e del Balletto di Kiev presenta questa storia incantevole in una nuova messa in scena. Quando: 30 novembre 2016 Dove: Lugano Prezzo: da fr. 40.– a fr. 56.– (invece che da fr. 50.– a fr. 70.–), a seconda della categoria Informazioni e prenotazione: www.cumulus-ticketshop.ch

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Società e Territorio

La fortuna del successo

PubblicazioniRobert Frank, economista e docente alla Cornell University, è convinto che per «farcela», nella vita,

serva anche la fortuna. Impegno, talento e duro lavoro sono necessari, ma non bastano. Una tesi criticata da più parti Stefania Prandi Il duro lavoro, l’impegno, il talento, non bastano per riuscire ad avere successo nella vita: a contare (a parità di sforzi e bravura) è anche la fortuna. A sostenere quest’idea, criticata da chi crede che la buona sorte rappresenti un fattore secondario «per farcela», è Robert Frank, economista, docente della Cornell University, nello Stato di New York, editorialista e scrittore bestseller. Al tema, che studia da anni, ha appena dedicato un libro: Successo e fortuna: la buona sorte e il mito della meritocrazia (Success and Luck: Good Fortune and the Myth of Meritocracy). Il testo, per ora solo in inglese, pubblicato dalla Princeton University Press (tra gli atenei più prestigiosi al mondo), ha fatto storcere il naso a più di una persona «di successo», che non ha apprezzato di vedere accostato il proprio status a un elemento così imponderabile – e immeritato – come la buona sorte. Ad attaccare la tesi di Frank anche alcuni lettori degli articoli apparsi nelle scorse settimane sui principali giornali americani, contrariati dalla messa in discussione del sogno fondatore della società americana del self made man, del chi si è fatto da sé. Frank si è difeso spiegando che la sua tesi non deve essere fraintesa: certamente la fortuna da sola non basta, il talento è indispensabile, ma a parità di competenze, fatica, disciplina, la buona sorte di trovarsi nel posto giusto al momento giusto e di vedere i propri sforzi valutati da chi è disposto ad apprezzarli, risulta decisiva.

Ci sono diversi esempi famosi al riguardo: Al Pacino, attore indiscutibilmente dotato, è stato lanciato grazie al Padrino, nonostante la Warner Brothers non lo volesse scritturare. Soltanto grazie all’insistenza del regista Francis Coppola, all’epoca giovane e incurante delle dinamiche dello star system, che si impuntò minacciando di abbandonare l’incarico, gli fece ottenere la parte da protagonista di Michael Corleone. È quindi nato sotto una buona stella, perché «ci sono altre migliaia di attori con grande talento che non hanno mai avuto la giusta opportunità per dimostrare le loro capacità». Una sorte simile è toccata a Bryan Cranston: è stato scritturato per la parte del protagonista in Breaking Bad, una delle serie televisive di maggior successo di sempre, nonostante le resistenze dei dirigenti. La sua fortuna? Il rifiuto di John Cusack e Matthew Broderick. Se non ci fosse stata questa congiuntura, probabilmente Cranston non sarebbe diventato così celebre e non avrebbe vinto quattro Emmy Award e un Golden Globe. Esempi simili si possono trovare in tutti gli ambiti: dalla letteratura alla musica, dall’economia alla politica. Secondo Frank, riconoscere di avere avuto fortuna è importante, perché permette di avere un atteggiamento più costruttivo e realista rispetto alla realtà e al contesto in cui si vive. Come spiega ad «Azione»: «riuscire a conquistare il successo significa spesso competere con altre migliaia di persone.

che produce una varietà di cambi fisici, psicologici, e anche sociali. Robert Emmons dell’Università della California di Davis e Michael McCullough dell’Università di Miami hanno fatto un esperimento che ha dimostrato che tenere un diario dove elencare tutto quello che nella propria vita funziona aumenta la sensazione di benessere e la lucidità, fa diventare più socievoli, fa sentire meno isolati e soli, riduce l’ansia e diminuisce l’aggressività. Da sottolineare, come ricorda Frank nel suo libro, che essere fortunati non vuol dire soltanto riuscire a ottenere posizioni di successo che, in termini percentuali, sono riservate a pochi, ai winner-take-all. La buona sorte riguarda anche chi nasce e cresce in un Paese occidentale, con un sistema legislativo sviluppato, con solide istituzioni educative, con infrastrutture, dove le possibilità di ritagliarsi un proprio spazio sono diffuse. Si tratta di società che sono costate un lavoro collettivo durato anni e che chi ha successo dovrebbe sostenere, attraverso donazioni e interventi a favore del bene pubblico. È anche grazie all’ambiente favorevole, infatti, che i più fortunati ce l’hanno fatta. In gran parte delle aree povere del pianeta, dove oltre all’assenza delle istituzioni ci sono guerre e regimi autoritari, anche chi è pieno di talento non riesce ad emergere, magari non può nemmeno andare a scuola. «Come disse una volta Napoleone Bonaparte, l’abilità non è nulla senza l’opportunità».

Ammettere di aver avuto la sorte dalla propria parte ha effetti positivi.

Per essere tra i pochi in grado di farcela bisogna che tutto vada bene». Proprio perché la fortuna ha un’influenza, anche se piccola, sulla performance complessiva, di fatto è determinante. Chi ce la fa, però, raramente se ne rende conto, un’inconsapevolezza che rinforza il senso di essersi meritati i riconoscimenti, anche finanziari, e che rende meno inclini a contribuire al bene comune. «Le conversazioni che ho avuto con le persone di successo dimostrano che un buon modo per stimolarle, a questo proposito, è farle riflettere sul ruolo che avuto la fortuna nelle loro vite chiedendo se possono fare degli esempi delle opportunità che li hanno aiutati a raggiun-

gere il top. Anche se ci possono essere delle reazioni negative, raramente sono di rabbia o difensive. Molti apprezzano l’idea di elencare i nodi di svolta della propria vita. Esperimenti di laboratorio dimostrano che quando le persone riflettono sul percorso che li ha portati al successo, diventano più generose di quelle che invece non lo fanno. Inoltre ammettere di avere avuto la sorte dalla propria parte contribuisce ad aumentare la stima e la considerazione da parte degli altri». Addirittura riconoscendo quanto si è fortunati, si riesce a esserlo ancora di più. Gli scienziati sociali hanno studiato la gratitudine in modo intensivo per vent’anni e hanno scoperto

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Il Jolly Roger e le piratesse Dieci o quindici anni or sono un piccolo cabinato a vela navigava tranquillo nello Stretto di Messina dalla parte calabrese diretto verso Scilla – quella di Scilla e Cariddi, per intenderci. A bordo quattro amici allegri e felici per la giornata, bella come solo ce ne sono in quella parte del mondo. Tutto a un tratto si scorge una vedetta della Capitaneria di Porto puntare dritto dritto sul natante. Guai in vista: per quanto uno s’impegni ad avere tutto in regola, qui oltralpe si sa, la Capitaneria troverà sempre qualcosa che non va – se non sopra sarà la linea di galleggiamento. A bordo si trepida. La vedetta accosta e, motore al minimo, si mette di conserva. «Chi è lo skipper di questa barca?», grida l’ufficiale comandante al megafono. Tre indici si puntano spietati «Lui!». Dalla trepidazione al panico: «Bene, Comandante – riprende l’ufficiale – Ammaini immediatamente quella stupida bandiera da pirati sullo strallo di dritta che altrimenti devo farle un verbale da milleduecento euro!». Dovevate vedere lo skipper: rosso di vergogna come un bambino beccato dalla mamma con

le dita nella marmellata. Anzi, peggio: vergognoso e imbarazzato come un generale di corpo d’armata sorpreso dall’attendente a gattoni mentre gioca a soldatini… Quale maschietto delle classi medie coevo all’Altropologo non ha mai sognato da grande di fare il pirata? Dopo il pompiere era certo la vocazione più popolare. Fascinazione strana e un po’ misteriosa, se ci si pensa un attimo: la carriera di chi più spesso che no proveniva dai margini della società, godeva di qualche anno di libertà fra violenza e gozzoviglie per poi finire sulla forca elevata dalla cultura popolare di massa a curriculum romanzesco consacrato nella letteratura e nei media – in un mito fra i più durevoli della modernità. Di certo aveva altro in mente Calico Jack – al secolo John «Jack» Rackham (26 dicembre 1682-18 novembre 1720) al momento del suo arresto il 20 ottobre 1720. Così chiamato per il vezzo di vestire tessuti di calico, fu questi uno degli ultimi grandi pirati dell’epoca d’oro della pirateria caraibica, convenzionalmente datata fra il 1650 ed il 1730. La sua ascesa fu fulminea quanto

la sua caduta. Iniziata nel modo più classico con la deposizione del comandante Charles Vane della nave pirata Ranger con l’acclamazione dell’intero equipaggio, Calico Jack scorrazzò per alcuni anni fra le Isole di Sottovento, il Canale di Giamaica e le Isole Sopravento. Ammassata una discreta fortuna – cosa che succedeva a pochi dei suoi colleghi, più pronti a dissipare il bottino fra rum e prostitute – nel 1719 decise di andare in pensione e si ritirò nell’isola di New Providence, noto covo di pirati a vari stadi della propria carriera. Qui incontrò Anne Bonny, al tempo sposata, e ne fece la sua compagna. Ma la vocazione piratesca finì per prevalere sugli allori della vita coniugale: nel 1720 rubò una nave inglese, si portò a bordo Anne Bonny e riprese ad arrembare. Non durò molto: catturato da Jonathan Barnet, un «cacciatore di pirati», poco dopo il ritorno sulla scena, fu processato a Port Royal, in Giamaica, e qui impiccato il 18 novembre dello stesso anno. Calico Jack è passato alla storia per due motivi: il primo è che fu l’inventore di una delle varianti più

famose del Jolly Roger, la bandiera nera dei pirati. La sua versione prevedeva due sciabole d’arrembaggio incrociate al posto delle tibie «classiche». Disegnata per incutere terrore, veniva issata spesso all’ultimo minuto per favorire la sorpresa prima dell’arrembaggio con lo scopo di terrorizzare gli equipaggi e indurli alla resa. Più di frequente, tuttavia, il Jolly Roger – macabro scherzo sullo «scheletro felice» (Jolly) che campeggiava danzante magari con un boccale di rum in mano su molte varianti dello stendardo – veniva issato quando la nave pirata era ben lontana dalla sua preda e fuori dal tiro dei suoi eventuali cannoni per scoraggiare la resistenza e chiudere la partita senza versamento di sangue, tattica preferita dai pirati che certo non erano tutti quelle belve sanguinarie che ci ha consegnato la storia. Ma la seconda e forse più importante «qualità» del Nostro è che aveva a bordo con sé due donne piratesse: la prima era la sua compagna Anne Bonny, più versata – o così ci dicono le cronache – a menare la sciabola che i ferri da calza. La seconda, forse più fascinosa,

era Mary Read. Calico se la trovò fra l’equipaggio del suo ultimo comando travestita da uomo – e come tale si comportava in tutto e per tutto, specie nelle azioni di guerra. È tramandato come Anne Bonny e Mary Read fossero «più realiste del re», se mi si passa l’espressione. Di fronte alla volontà dei compagni di fare prede col minimo rischio (vedi sopra), li arringavano insultandoli come codardi e vigliacchi. Si dice che in prigione e in attesa della sentenza, Anne Bonny continuasse a dirne in quel tono a Calico Jack: «Se tu ti fossi battuto come un uomo, ora non moriresti impiccato come un cane». Fattostà che né Anne Bonny né Mary Read pagarono pegno per la loro carriera di piratesse: furono perdonate perché al tempo del processo erano entrambe incinte. Chi fosse lo skipper dell’episodio iniziale è destinato a rimanere un mistero. Ma – confesso – un Jolly Roger di un metro per settanta è nascosto bene bene nel profondo di un gavone di CèMare, la barca a vela del vostro Altropologo preferito, /pronto a garrire/allo scirocco e agli alisei/ Oh! Oh!

esclusione e ora accetti con entusiasmo di essere riammessa nella cerchia della famiglia del marito. Siccome i sentimenti della madre sono condivisi dai figli, anche i ragazzi trarranno un sospiro di sollievo per la fine delle ostilità. Morta la suocera, le due cognate hanno fatto pace e ora si frequentano, a quanto pare, con reciproca soddisfazione. Questo cambiamento dovrebbe farle piacere perché l’odio indurisce i cuori e ostacola la crescita dei ragazzi che hanno invece bisogno di fluidità, di comunicazioni aperte e sincere per trovare il loro posto nel mondo. Invece lei sta soffrendo perché, mentre prima era il vertice della famiglia e l’unica referente di sua figlia, ora si vede scavalcata dall’altra, che si rende attraente sfoggiando una vistosa generosità. Rilevando un certo eccesso in quei comportamenti, li considera come un’offesa e un’umiliazione nei suoi confronti. Tanto più che accettandoli e ricambiandoli, sua figlia si rivelerebbe ingrata rispetto a quanto ha ricevuto da lei in passato.

Ma, la prego, non esasperi la contrapposizione! Nel cerchio più ampio della famiglia, c’è posto per tutti. Il sospetto che la rivale cerchi di ottenere l’esclusività degli affetti offrendo inviti e denaro fa torto a sua figlia: non può essere così venale. L’amore non ha prezzo, non si vende né si compra. Sarà piuttosto la disponibilità e la generosità ad attrarre chi, sino a ieri, si era sentito respinto. Invece di porsi come alternativa («o me o lei»), perché non cerca di godere del nuovo clima che si è creato? Di solito, intorno alla famiglia coniugale, coesistono quelle dei consuoceri che, pur essendo diversi, riescono ad andare d’accordo e a stabilire la giusta distanza in modo da non essere né troppo vicini né troppo lontani. Finita la «guerra fredda», caduto il «muro di Berlino», perché non riavvicinare le due realtà familiari? Non si chiuda, cara amica, nel ricordo del «male ricevuto e sopportato per amore dei nipotini». Il rancore avvelena prima di tutto chi lo prova.

Per partecipare al nuovo corso che hanno preso i vostri rapporti familiari potrebbe, approfittando di qualche ricorrenza, offrire un pranzo per tutti, o proporre un incontro che mostri, anche ai ragazzi, che le cose sono cambiate, e in meglio. Quanto alla domanda finale, non credo che il perdono sia al servizio della vendetta. Perdona davvero chi chiude il contenzioso e, guardando avanti, si dice: «quello che è stato è stato». Come nonni, dobbiamo farci «costruttori di ponti» e «portatori di pace», per usare le parole di Papa Francesco. È quello che, silenziosamente, ci chiedono i nipoti che, in questi anni di crisi, crescono più che mai affamati di futuro.

diversi, delineano una costante. Si tratta, appunto, dell’uso della demolizione e della cancellazione di edifici, monumenti, dipinti, insomma luoghi e oggetti, diventati simboli che possono rivelarsi ingombranti. Come succede, in particolare, nei regimi autoritari e dittatoriali dove, periodicamente, la dimenticanza diventa d’obbligo. Con effetti persino esilaranti. A Mosca, in certi musei, capitava d’imbattersi in dipinti visibilmente corretti: un leader tendeva la mano per stringere quella di un compagno, che, però, non c’era: caduto in disgrazia, l’avevano cancellato. Alla stessa stregua, a Tiblissi, che visitai nell’85, cioè nell’era della Perestroika, mi resi conto che Stalin, nato nei dintorni, era stato rimosso; inutile chiedere del seminario dove aveva studiato, o dell’ufficio del telegrafo dove aveva lavorato, o delle piazze dove

aveva predicato la rivoluzione. Il silenzio imbarazzato delle guide che non ne sapevano niente, la diceva lunga. In forme meno grossolane, la dimenticanza si era imposta anche in Italia, nei confronti delle tracce del fascismo. A Predappio, qualche decennio fa, sembrava insospettire la curiosità del turista che cercava la casa natale di Mussolini. A Roma, è recente la rivalutazione dell’architettura del ventennio: Piacentini, aborrito nei tempi lontani dei miei studi, viene adesso riproposto, sotto una luce non più ideologica ma professionale. In definitiva, è una questione di tempo, necessario per maturare il distacco da una situazione a caldo. «Demolire non basta» ha dichiarato lo storico Oliver Rathkold, docente all’università di Vienna, commentando la decisione del governo che, anzi, denuncia ingenuità e si presta

a malintesi. «Si lancia un falso segnale: il pericolo nazista nell’Austria di oggi non si elimina con le ruspe. Al contrario, proprio conservando s’induce a riflettere su luoghi che raccontano la storia e meritano un posto nella memoria collettiva». Ora, questa definizione rischia di appiattirsi nella retorica se, appunto, non viene accompagnata dalla tutela delle tracce di un passato anche prossimo, su cui riflettere anche sul piano della memoria individuale. La quale tende a concedersi delle accomodanti dimenticanze, e si pensi ai frequenti cambiamenti di rotta dei politici e dei personaggi che contano. Certo è che la visione della casa natale di Hitler, di un Lager o della Kolyma, luogo di torture sovietiche, può far riemergere ricordi di sbandate giovanili e abbagli ideologici che mettono a disagio. Ma ben venga questo disagio.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Nuovi rapporti familiari Gentile signora Vegetti Finzi, complimenti per la sua rubrica che leggo sempre volentieri. Anch’io nonna non senza problemi. Mia figlia non ha più avuto contatti con la sorella di suo marito per sette anni (non si parlavano più). Ora, dopo la morte della suocera, è cambiato tutto. Inviti e compleanni da entrambe le parti, soldi come regali (ma mai una carezza!...). Purtroppo mia figlia ora ci esclude, perché prima ci sono loro: sorella del marito e famiglia. I miei nipoti, di età fra i 14, i 12 e i 6 anni, spero che capiscano chi veramente gli vuol bene. L’amore non si compra con 100 franchi! Ci sarebbe tanto da raccontare per il male ricevuto e sopportato per amore dei nipotini. In attesa di un suo riscontro la ringrazio e porgo distinti saluti. / A.Rosetta NB. È proprio vero che il perdono è la miglior vendetta? Cara Rosetta, la ringrazio per leggermi volentieri e anch’io le rispondo volentieri, anche

se la situazione che descrive è piuttosto intricata e la domanda che pone non facilissima. Va detto innanzitutto che i sentimenti umani non sono mai limpidi e puri, accanto alla luce dell’amore si stende l’ombra di passioni meno nobili quali la paura di non essere ricambiati, la gelosia, l’invidia, l’ingratitudine. Freud riteneva che solo l’amore che la madre nutre per il figlio maschio fosse privo di ambivalenze ma, in realtà, non è così. Tutti i nostri affetti sono mobili e cangianti. Proverbi, come «chi disprezza comprerà», «chi ama odia», ci segnalano da sempre le nostre contraddizioni. Il suo problema riguarda, in particolare, i rapporti con una figlia femmina che lei vorrebbe tutta per sé, come quando era piccola e anche più tardi, finché la suocera l’ha tenuta lontana dalla famiglia di quello che continuava a considerare esclusivamente «suo figlio». Suppongo che, come moglie e mamma, sua figlia abbia sofferto quell’ingiusta

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio La storia segna i luoghi Braunau, una cittadina dell’Alta Austria orientale, deve la sua notorietà a una circostanza evidentemente imbarazzante. Qui, infatti, il 20 aprile 1889, nacque Adolf Hitler in un edificio che, per via di quest’inquilino, continua essere motivo di dispute, dubbi, timori, e divide opinione pubblica e politici. Che farne, a quale uso destinarlo, come evitare che diventi una meta di pellegrinaggio per irriducibili nostalgici? Per tagliar corto, il governo di Vienna ha annunciato, nei giorni scorsi, una decisione che, a sua volta, doveva suscitare perplessità: quella casa, che infastidisce, sarà abbattuta. Non si tratta, sia chiaro, di un abuso di potere da parte di Vienna, dato che il governo centrale, mediante espropriazione, intende assicurarsene legalmente l’utilizzo. Come ha precisato il ministro dell’interno, Wolfgang

Sobotka, la nuova costruzione sarà la sede di un’istituzione sociale o di servizi amministrativi. Da escludere, in ogni caso, l’idea di un museo: «A tale scopo c’è già Mauthausen». E con queste parole il ministro, implicitamente, negava il valore storico di un edificio che aveva ospitato Adolf bambino e adolescente, fino al 1912, e in seguito, quando l’Austria fu occupata dai tedeschi, diventò nientemeno che il centro di propaganda nazista, gestito dal segretario del Führer, Martin Bormann. Insomma, un luogo toccato pesantemente dalla storia, che l’ha reso un testimone d’epoca. E un’epoca che ci siamo appena lasciati alle spalle, e tutt’altro che conclusa. Basta pensare alla persistenza all’antisemitismo. Il caso di Braunau si riallaccia, del resto, a una lunga serie di precedenti analoghi che, su percorsi ideologici


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 24 ottobre 2016 • N. 43

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Ambiente e Benessere Luoghi senza cartoline Esistono città brutte, di metalmeccanici e milionari, acciaierie e negozi di lusso

Né vegetali né animali In tutto il mondo le specie di funghi conosciute si aggirano sulle centomila

La moto del futuro Bmw anticipa di parecchi decenni linee e concetti di una due ruote quasi spaziale pagina 20

pagina 19

pagina 17

Volatili migratori stanziali In Alsazia, un centro che salvaguardia le cicogne bianche

pagina 27

La medicina degli Aztechi

Fra scienza e ritoUn’antica cultura per la quale il corpo umano era considerato

un microcosmo collegato all’universo

Roberta Nicolò La popolazione azteca abitava una vasta area dell’attuale Messico e aveva il suo maggiore centro abitato a Tenochtitlan, quella che oggi è Città del Messico. Questa antica cultura condivideva con altre civiltà mesoamericane la medicina e la mitologia, tradizioni che, per alcuni aspetti, sono state tramandate fino ai nostri giorni e che continuano a fare parte delle usanze delle popolazioni indigene del Centro America. La medicina degli antichi Aztechi si basava su un concetto animistico che voleva il mondo diviso in entità binarie complementari e opposte, come per esempio cielo e terra, acqua e aria o ancora maschio e femmina. Per contro il corpo umano era considerato un microcosmo collegato all’universo nel quale la testa corrispondeva al cielo, il cuore alla terra e il fegato addirittura al diavolo. Il legame tra universo e corpo umano, tra naturale e soprannaturale, suggeriva che per mantenersi in buona salute si dovesse conservare integro l’equilibrio tra le diverse forze opposte, conducendo una vita moderata e rispet-

tosa delle leggi dello Stato e degli dei. L’equilibrio, nella concezione di dualità azteca, significava salute mentre lo squilibrio malattia. Era quindi di grande importanza adoperarsi per seguire con rigore le regole sociali e religiose. Ci sono credenze azteche, tuttora ampiamente diffuse sia in Messico sia in altre zone del Centro America come, per esempio, quella che impedisce alle donne incinte di uscire durante le eclissi lunari per evitare che il bambino possa nascere con il labbro leporino. L’eclissi lunare, in nāhuatl metzqualoni, significa letteralmente mangiare la Luna e viene associata a tenqualo, tradotto «mangiare le labbra» ovvero labbro leporino. Ma al di là delle convinzioni magico-religiose e dei dettami di comportamento sociale imposti su basi mitologiche, gli Aztechi avevano senza dubbio una considerevole conoscenza in campo medico. Erano fini studiosi delle proprietà curative delle piante e avevano una grande capacità in campo chirurgico, doti nate dalla necessità di medicare con successo ferite e fratture. La loro storia ci insegna, infatti, che erano una popolazione dedita alla guerra, e che

curare i propri soldati feriti in battaglia era quanto mai necessario per garantire loro il successo militare. La conoscenza delle piante e delle erbe sono infatti alla base di pomate, unguenti e infusi, strumenti di cura utili allo scopo e ancora oggi molto diffusi in tutto il mondo indigeno. Con le ferite, i medici aztechi avevano grande dimestichezza e mentre gli europei le curavano cauterizzando con olio bollente, pratica che spesso produceva nel paziente l’insorgere di infezione, gli aztechi lavavano la parte lesa con urina calda per poi spremere sulla ferita linfa di Agave riscaldata e mischiata con l’erba metlalxihuitl, miele e sale, infine fasciavano con cura per evitare che la lesione si sporcasse. In caso di infiammazione ripetevano più volte al giorno la disinfezione. Detergere la ferita con urina, anziché con l’acqua che potevano trovare sul terreno di battaglia, era fondamentale, in quanto l’urina è di per sé sterile, al contrario dell’acqua. Inoltre la metalxihuitl (Commelina pallida) contiene acido tannico che ha proprietà coagulanti. Il miele è un potente battericida naturale, così

come la linfa di Agave, anch’essa efficace contro molti batteri. Nella chirurgia erano in grado di compiere interventi che la medicina occidentale avrebbe scoperto solo nel XX secolo, come per esempio il consolidamento, all’occorrenza, di alcune fratture con chiodi intra-midollari. Erano specializzati nel trattamento delle ossa, che curavano con trazione o immobilizzando l’arto con speciali steccature e conoscevano già l’uso delle protesi. Eseguivano operazioni con degli speciali bisturi in ossidiana, capaci di garantire ai tessuti un’incisione perfetta ed erano in grado di ricucire il paziente. Tutti segni di costante ricerca sia in campo medico sia in campo tecnico. A fronte della possibilità di eseguire interventi complessi, era necessario avere a disposizione medicinali che aiutassero il medico nella sedazione e nella trafila post operatoria, per questo motivo la conoscenza di erbe, fiori e piante aveva grande importanza. Si narra, infatti, che l’imperatore Motecuhzoma I (in carica dal 1440 fino al 1469), fece costruire il primo orto botanico, utilizzato anche per le ricerche

in medicina, con una nomenclatura così precisa e scientificamente accurata che i cronisti spagnoli ne rimasero colpiti. Ma le piante erano spesso impiegate anche a scopo magico e per le popolazioni indigene del passato, come per quelle del presente, il potere delle parole equivale a quello della scienza. Essi accompagnano tutte le forme di cura con incantesimi che utilizzano un complesso linguaggio esoterico. La guarigione si affida così non solo alle conoscenze in campo tecnico, ma anche alla forza emotiva di credenze condivise tanto dal guaritore quanto dal paziente. Gli Aztechi, come la maggior parte delle culture mesoamericane, avevano imparato che accanto alle competenze scientifiche, occorre sempre tenere presente la dimensione psicologica dell’ammalato. Un nuovo binomio, come vuole la tradizione azteca, che divide il mondo in coppie di opposti, e che resiste tutt’oggi nella medicina tradizionale praticata dalle popolazioni delle Americhe. Rigore scientifico e sensibilità verso il paziente, una coppia di principi che ben si sposa anche alla medicina occidentale.


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Ambiente e Benessere

Non è un «bel posto»

Viaggiatori d’OccidenteAnche i luoghi meno turistici hanno storie da raccontare

Danilo Elia La vista dal lungofiume di Dnipro, in Ucraina orientale, toglie il fiato, ma non per la sua bellezza: al di là della vasta distesa d’acqua sono schierati condomini alveare, acciaierie e ciminiere che sputano in cielo fumi d’altiforni. D’accordo, Dnipro non è un «bel posto». Niente monumenti antichi né opere d’arte. Nessuno sin qui ha avuto il coraggio di produrre cartoline o aprire un ufficio d’informazioni turistiche. A pensarci bene però non è così strano, c’è tutto un mondo che non finisce sui dépliant di viaggio. Città che non si fregiano del Colosseo o della torre Eiffel, città di architetture razionali, skyline industriali, scorci postmoderni spesso disadorni e antiestetici, eppure al tempo stesso colme di umanità, dove l’autentico non è stato sostituito da attrazioni fittizie. Dove magari non trovi un servizio di accoglienza, ma qualcuno pronto ad accoglierti. E dove nessuno cercherà di rifilarti un souvenir, perché in posti così i souvenir… semplicemente non ci sono. Così è Dnipro. Non chiese dalle guglie turchesi come Kiev, ma cinerei prefabbricati brezneviani e fabbriche. Tante fabbriche: un’orgia primordiale di tubi rugginosi. E in centro, nuovissimi centri commerciali e negozi del lusso. Città di metalmeccanici e milionari. Ho trovato un letto nella Casa degli artisti del circo. Nell’androne, i gemelli forzuti si fanno largo tra le trapeziste vocianti. Il circo – non un tendone, ma un edificio come sono i circhi nell’ex Urss – sembra una navicella spaziale atterrata negli anni Settanta e mai più decollata. Nel foyer il vecchio Oleg vende i palloncini. Sa qualche parola di italiano, imparata dai libretti di Verdi o Rossini. Perché Oleg nella sua vita precedente era un cantante lirico. «Sono stato anche in Italia, in tournée». Con venti euro al mese di pensione però ora la commedia è finita.

In alto, a bordo di un filobus di Dnipro; di fianco, Chisinau, l’antico cimitero ebraico; in basso, il circo di Dnipro. (Danilo Elia)

Non guglie turchesi, ma cinerei prefabbricati brezneviani e fabbriche: un’orgia primordiale di tubi rugginosi Oleg non ci mette manco piede nel vicino centro commerciale Most. Lì trovi gente come Igor, biznismen di non ho capito bene cosa, a cui non sembra vero d’incontrare un italiano che non conosce le arie di Leoncavallo. La lirica va forte a Dnipro, a quanto pare. Igor è lì a fare spese, a lui è andata bene. Prima di mettersi in privato lavorava alla Yuzhmash, la fabbrica dei vettori Zenit e Cyclone che portavano i cosmonauti sovietici nello spazio. «Perché non vai a vedere il Parco dei razzi?». È vicino e visitarlo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo nel mondo dell’epopea spaziale. Un Cyclone-3 alto quaranta metri punta in

cielo, ma la base di cemento lo tiene a terra. Proprio come Dnipro. Non può dirsi bella neppure Chişinău, in Moldavia. Ortogonalità di architettura staliniana, griglia geometrica di strade. Il viale principale, Bulevardul Stefano il grande, finisce però in un delta di vicoli e cortili. Lì c’è un mercato. Polvere e confusione, fustini di detersivi colorati, merce scadente dalla Cina e

quarti di bue poggiati sul cemento. E in mezzo un’umanità sgomitante. Non sarà elegante come la Boqueria di Barcellona, ma senza dubbio è più verace. Sul bulevardul invece di sera c’è lo struscio. Ragazze su tacchi vertiginosi avanzano lungo il viale come trampolieri aggraziati. Cezar le guarda di sottecchi, mentre si attacca alla bottiglia. Non vuole farsi scoprire dalla sua ragazza, Raisa.

Cezar ha saputo che sono italiano e non mi ha più mollato. Con la storia che ha vissuto a Verona, che vorrebbe tornarci e tutto il resto, un brindisi per questo, uno per quell’altro, sto bevendo in una serata la dose d’alcol di un anno. E poi ancora un giro in quel bar, e dopo al negozio a prendere un paio di bottiglie per casa, e poi bicchierini che tintinnano tutta la notte, pezzi di lardo, pesce secco, e poi

Murmansk, il monumento al soldato Alyosha. (Christopher Michel)

non ricordo più. Quando mi sveglio il mattino dopo ho ancora i vestiti addosso, Cezar e Raisa russano all’altro capo del letto. Ho in mente il cimitero ebraico abbandonato: devono avermene parlato la sera prima. Sembra che nessuno ne sappia nulla, alla fine lo trovo su una collina poco fuori dal centro, nel quartiere Buiucani. L’ingresso è nascosto tra le auto parcheggiate. Scoprirò poi che è il più grande cimitero ebraico d’Europa, memoria di una comunità popolosa massacrata e deportata dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. La sinagoga è in rovina, le lapidi sono scalzate dalle radici degli alberi o ricoperte dai rampicanti, alcune tombe sono scoperchiate. Dall’alto della collina la vista spazia sulle ciminiere fumanti della città. Anche Murmansk, Russia, non vincerà mai nessun premio turistico per la città più affascinante, con il suo porto sul Mare di Barents, le navi rompighiaccio in rada, le gru e più in là i sommergibili nucleari. Avamposto d’Europa oltre il Circolo polare artico, i coloni russi hanno tirato su una città con teatri e cinema; e una manciata di cubi di cemento che chiamano case, sparsi a casaccio sulle colline della baia. Città di marinai e minatori, l’unico posto dove poteva aver senso una statua alla donna che aspetta il ritorno del suo uomo. Anche Veronika aspetta. Lei però aspetta il momento buono per andarsene da qui. «Non sopporto il buio tutto l’inverno. E il freddo. E nient’altro che il mare intorno». Però una sera, con il sole alto in cielo, Veronika mi porta sulla collina di Alyosha. Un soldato di cemento alto trentacinque metri sovrasta l’intera baia, si vede da ogni punto della città. E lì Veronika ammette che, tutto sommato, d’estate non è poi male. Io guardo Murmansk là sotto e mi preparo a un’altra notte senza buio: difficile dormire quando una lama di sole trafigge la tenda della mia stanza. Oggi mi arrendo e scendo in strada. I filobus già girano su viale Lenin, al cinema Patria danno un action movie russo, mentre dei manifesti in giro provano a convincere che Murmansk è la città del buonumore. Per poco non finisco per crederci…


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Ambiente e Benessere

Non solo funghi da mangiare

MicologiaMentre da molti si ricavano preziosi farmaci e alimenti, altri distruggono colture e riserve di cibo

Marco Martucci, foto e testo Nascosti, invisibili, ci camminiamo sopra senza neppure accorgercene. Sotto un metro quadrato di buon suolo ne può vivere un miliardo. Quando, fugacemente, si rivelano, diventano oggetto di appassionanti raccolte e generano meraviglia ma anche fastidio o paura. Per uno solo di loro c’è chi è disposto a spendere cifre folli. Mentre da molti si ricavano preziosi farmaci e alimenti, altri distruggono colture e riserve di cibo. Apprezzati ma anche odiati, sono i funghi, un mondo affascinante e pieno di contraddizioni. I funghi o miceti, dal greco mýkēs, da cui «micologia», la scienza dei funghi, sono stati per lungo tempo avvolti nel mistero. Non si sapeva cosa fossero, si faticava a classificarli. Il grande Linneo, Carl von Linné (1707-1778), lo svedese che per primo ideò una classificazione scientifica di tutto il Creato, mise i funghi insieme alle piante, in quello che chiamò Regno Vegetale. Sbagliò. Ci volle tempo per trovare il giusto «cassetto» sistematico dei funghi. La classificazione degli organismi viventi è in continua evoluzione, grazie ai progressi della biochimica, della genetica, dei meccanismi dell’evoluzione. In una delle classificazioni più recenti, i funghi appartengono al Dominio degli Eukarya, organismi formati da cellule dotate di nucleo, come le nostre, che comprende sette regni, fra cui appunto il Regno dei Funghi.

Oltre ad essere fonte di cibo per moltissimi animali, i funghi hanno un ruolo insostituibile e prezioso nell’ambiente Dunque i funghi non sono vegetali, non sono animali. Le cellule dei funghi hanno una parete cellulare rigida, come ce l’hanno le piante e non gli animali. Ma, a differenza della parete cellulare delle piante, quella dei funghi non è fatta di cellulosa bensì di chitina, la sostanza che forma l’esoscheletro degli artropodi, come la «corazza» di granchi e gamberi. Lo zucchero di riserva dei funghi non è, come per le piante, l’amido ma il glicogeno, lo stesso degli animali. Le specie conosciute in tutto il mondo s’aggirano sulle centomila e si ritiene che almeno altrettante siano in attesa d’essere scoperte. Vi sono funghi microscopici, formati da singole cellule o aggregati di cellule. Fra questi, i lieviti, con il celeberrimo «lievito di birra», impiegato da secoli per la lievitazione del pane e la produzione di bevande alcoliche. Il lievito ricava l’energia vitale dalla fermentazione, trasformando zucchero in alcol. Altri funghi micro-

Qui di fianco, un fungo decompositore; in basso: un esemplare di Peziza aranciata (Aleuria aurantia).

scopici appartengono al genere Candida. Vivono sulla pelle, nella bocca e, talvolta, possono provocare fastidiose infezioni. In molti altri funghi, le cellule si mettono insieme e formano lunghi filamenti, detti ife fungine che, ramificandosi, si allargano come una rete: è il micelio. Il micelio dei funghi, nascosto sotto terra o dentro un tronco d’albero o un altro substrato può allungarsi per chilometri ed estendersi per centinaia di metri quadrati, senza farsi vedere. Quando camminiamo in un bosco, sotto i nostri piedi si dirama una rete immensa di micelio. Ogni tanto, il micelio forma degli ingrossamenti che servono a produrre e disperdere le spore per la riproduzione: è il corpo fruttifero o, meglio, carpóforo ed è quello che la gente chiama «fungo» ma, in realtà, ne è solo una piccolissima parte. Quando il carpoforo è visibile a occhio nudo (più grande di 2 mm), allora il fungo è detto «fungo superiore» o «macromicete». Per intenderci, porcini, spugnole, chiodini, amanite, sono tutti macromiceti. La loro varietà, per dimensioni, colore, odore, forma, è impressionante, come la quantità: solo in Ticino sono state inventariate ben 3595 specie di macromiceti! Nel nostro Museo Cantonale di Storia Naturale, a Lugano, unico in Svizzera a disporre di un’esposizione permanente sui funghi e di una micologa professionista, sono depositati oltre 22mila reperti di funghi essiccati. Diversamente dalla maggior parte delle piante, che il cibo se lo fabbricano da sé con la luce del sole, trasformando – è la fotosintesi clorofilliana – sostanze «minerali» in sostanze organiche, i funghi devono procurarsi il nutrimento prodotto da altri, come fanno gli animali, noi compresi. Molti funghi, fra i quali

le muffe, si nutrono di organismi morti, come il legno, le foglie, le carogne di animali, di rifiuti «organici». Sono questi i funghi saprobi o decompositori che smontano le complicate molecole organiche in prodotti più semplici, contribuendo così a rimettere circolazione la materia per la vita. Il loro ruolo nell’ambiente è fondamentale e indispensabile. Decompongono quantità impressionanti di legno morto, foglie cadute e tutto ciò che è, appunto, biodegradabile.

Come dice il loro nome, dal greco sápros (marcio) e bíos (vita) questi funghi fanno marcire e, purtroppo per noi, non distinguono un albero morto nel bosco da una trave o una foglia caduta da un vasetto di marmellata e, così, abbiamo imparato a difenderci. D’altra parte, fu in una muffa che Alexander Fleming scoprì nel 1928 il primo antibiotico, la penicillina. Altri funghi preferiscono, al posto delle cose morte, attaccare quelle vive:

sono i funghi parassiti, che vivono a spese di piante, animali, uomo compreso, e altri funghi, facendoli ammalare, indebolendoli e uccidendoli. Questi funghi possono provocare delle vere e proprie catastrofi alimentari, come quella della patata, avvenuta in Irlanda a metà Ottocento e che costò la vita a un milione di persone, costringendone altre due milioni a emigrare in America. Un terzo modo di vita dei funghi è la simbiosi. I funghi simbionti si associano con le piante ed entrambi ne ricavano un vantaggio. Funziona così: il micelio si unisce alle radici formando una micorriza, che dal greco sta per «fungoradice». Il fungo ottiene dalla pianta gli zuccheri e la pianta riesce in tal modo ad assorbire maggiori quantità di acqua e minerali. I boschi micorrizati crescono meglio e sono più sani: i funghi simbionti proteggono gli alberi da siccità, gelo e malattie. Buona parte dei funghi oggetto di raccolta e consumo, come boleti, amanite, russole, lattari, sono funghi simbionti e uniti, sottoterra, a qualche pianta, come betulla, abete, castagno, faggio. Ecco perché molti funghi si trovano nei boschi. Oltre ad essere fonte di cibo per moltissimi animali, i funghi hanno un ruolo prezioso e insostituibile nell’ambiente. Anche per questo, la loro ricerca e raccolta devono essere sostenibili, rispettose dei funghi e del loro ambiente vitale. Informazioni

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Ambiente e Benessere

L’onda dinamica

MotoriLa BMW presenta la moto del futuro anticipando i tempi di diversi decenni

Mario Alberto Cucchi Los Angeles. Questa la sede scelta da BMW per presentare a metà ottobre la sua visione della motocicletta del futuro. Nell’ambito della mostra «Iconic Impulses. The BMW Group Future Experience», il responsabile design Motorrad del Gruppo tedesco, Edgar Heinrich, ha spiegato l’innovativo progetto di mobilità su due ruote che rientra nel piano strategico Vision Next 100: «Quando sviluppiamo una motocicletta, normalmente anticipiamo i prossimi cinque/dieci anni ma in questo caso il design team ha anticipato diversi decenni» racconta Heinrich. Questa moto, infatti, sembra davvero uscita da un film di fantascienza. Le linee futuribili sono comunque iconiche.

Con il nuovo concetto self balancing, in teoria non sarà più possibile cadere dalla moto perché resta sempre in equilibrio Le caratteristiche principali? Telaio triangolare nero, linee bianche e la forma classica del motore boxer in cui è attiva l’unità di propulsione a emissioni zero. «Il telaio unisce la ruota posteriore e la ruota anteriore, descrivendo un’onda dinamica. Non sono visibili né cuscinetti né snodi, la moto appare colata in un pezzo unico» spiegano i designer. Gli ingegneri hanno ipotizzato un telaio flessibile. In pratica

quando si gira il manubrio cambia la stessa conformazione dello chassis con un livello di resistenza e torsione proporzionale alla velocità. Detta in altre parole: uno sterzo leggero da fermo e rigido in velocità. I vari componenti della carrozzeria, come la sella, la copertura superiore del telaio e i parafanghi, sono

realizzati in carbonio. Il propulsore che ricorda, come abbiamo detto, il tradizionale boxer, in questo progetto ha una forma varia a seconda della condizione di guida. Quando la moto è ferma aderisce al telaio ma, non appena si parte, il blocco motore fuoriesce lateralmente adattandosi alla guida ottimizzando l’aerodinamica e la

protezione contro il maltempo per il guidatore. Insomma non solo design ma tanta tecnologia. Lascia a bocca aperta il concetto di self balancing. Teoricamente non sarà più possibile cadere dalla moto perché si è perso l’equilibrio dal momento che questa due ruote sta «in piedi» da sola. I sistemi di assistenza at-

Mosaico ecuadoriano

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Sud America e del mercato indigeno di Otavalo, con tre giorni nella natura rigogliosa della foresta Amazzonica. Poi visita al maestoso Parco Nazionale del Cotopaxi, e un tragitto a bordo del caratteristico trenino delle Ande, fino a raggiungere via terra la bella città di Cuenca, da dove si viaggia in direzione di Guayaquil attraversando il magnifico Parco Nazionale Cajas.

C’è poi la possibilità di estendere il soggiorno per visitare il Parco Marino delle Isole Galapagos. Un arcipelago che sorge a 1000 km dalla costa

Il programma di viaggio Sabato 13 maggio Partenza: Ticino – Milano – Quito Domenica 14 maggio Da Quito a Otavalo Lunedì 15 maggio Visita di Otavalo Martedì 16 maggio Viaggio Cotacachi – Otavalo – Quitsato – Amazzonia Mercoledì 17 maggio Giornata in Amazzonia

Giovedì 18 maggio Viaggio Amazzonia – Puyo – Banos – Chimborazo – Riobamba Venerdì 19 maggio Visita di Riobamba Sabato 20 maggio Riobamba – Alausi – Ingapirca – Cuenca Domenica 21 maggio Visita di Cuenca Lunedì 22 maggio Cuenca – Parco El Cajas – Guayaquil

Via David Torres Costales

L’Ecuador è un Paese piccolo ma molto vario (è il quarto Paese al mondo per biodiversità): questo itinerario consente di unire sia gli aspetti paesaggistici che culturali di due regioni molto diverse, il tutto percorrendo brevi distanze e senza bisogno di alcun volo interno. Un viaggio straordinario alla scoperta della più bella capitale andina del

tivi mantengono automaticamente la motocicletta in equilibrio, sia durante la guida sia quando è ferma. Lo scambio d’informazioni tra guidatore e veicolo avviene essenzialmente attraverso il visore, un occhiale per la lettura di dati che copre il campo visivo del pilota e funge inoltre da parabrezza. Una tecnologia simile a quella usata dai piloti di aerei caccia militari. BMW Motorrad Vision Next 100 ipotizza che per andare in moto non sarà più necessario utilizzare il casco e la classica tuta in pelle ma bensì una comoda e leggera tuta in grado di rinfrescare o riscaldare il guidatore a seconda delle necessità. Non solo: la struttura flessibile a nastri della tuta e delle calzature è ispirata ai fasci muscolari ed è in grado di supportare e rilassare attivamente il pilota. Inoltre un gruppo di sensori integrati nell’equipaggiamento del guidatore monitorano una serie di dati, come il polso e la temperatura corporea, così che la tuta può adattare la climatizzazione in presenza di freddo o di stress. Assenti le classiche protezioni ma teoricamente grazie ai sistemi intelligenti digitali di assistenza non si dovrebbe mai cadere. Una motocicletta «digitale» connessa con il suo pilota ma anche con il mondo che la circonda. Una due ruote che prevede le intenzioni del suo proprietario ma anche degli altri utenti della strada. Una motocicletta ecologica che quasi quasi ti porta in giro lei. Sogno o realtà? Un prototipo che a oggi rappresenta sicuramente un sogno, anzi una «visione» di come potrebbe essere la motocicletta del 2050. Non per questo meno affascinante.

Martedì 23 maggio Guayaquil (estensione per le Galapagos*) Mercoledì 24 maggio Ritorno: Guayaquil – Milano – Ticino * Estensione Galapagos: le isole incantate. 23-26 maggio, itinerario: Guayaquil – Baltra – Cratere Gemelos – Santa Cruz – Puerto Ayora – Bartolome – Santa Fe – Seymour – Tortuga Bay – Stazione Charles Darwin – Guayaquil.

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Viale Stazione 8a 6500 – Bellinzona T +41 91 820 25 25 bellinzona@hotelplan.ch

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dell’Ecuador: è un paradiso naturale unico nel mondo e fu d’ispirazione a Charles Darwin per l’elaborazione della Teoria dell’evoluzione della specie. Protetto dall’UNESCO quale Patrimonio naturale dell’umanità, offre l’opportunità di andare alla scoperta della fauna che popola il isole dell’arcipelago.

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Ambiente e Benessere

«Gioielli a sei zampe: l’arte per selezione naturale» MostreIn esposizione al Museo La Specola di Firenze sino al 6 novembre

Blanche Greco Sono delicatamente appoggiati su minuscoli cuscini di seta nera dove i loro colori (l’oro, il verde smalto, il blu di Prussia, il rosso lacca, o l’arancione, brillanti e spesso cangianti) catturano lo sguardo e provocano un «Oh!» di meraviglia; oppure li vediamo che sembrano orecchini, spille preziose dai colori vistosi, dalle fantasie originali, dentro a scatoline da oreficeria in marocchino rosso, ma poi avvicinandoci un po’ di più alle bacheche della mostra, ecco che vediamo da un gioiello bombato color turchese, tipo un grosso bottone, venir fuori sei zampette verde prato, perché di fatto stiamo ammirando delle vere preziosità della natura, ossia: «Gioielli a sei zampe: l’arte per selezione naturale», come recita il titolo dell’esposizione, aperta sino al 6 novembre, presso il Museo della Specola (creato nel 1775), sezione di zoologia del Museo di Storia Naturale di Firenze. Sono cento insetti che fanno parte di una collezione che si è arricchita nel corso di decenni, di reperti che provengono da tutto il mondo e raccontano storie di adattamento, di strategie e di sopravvivenza, ma anche di mistero e di bellezza. La collezione nasce con la collaborazione della cooperativa «Farfalle nella Testa» che nell’allestimento presenta scarabei, cervi volanti e farfal-

Giovane di insetto nogodinide, Costa Rica. (Stefano Dal Secco)

le, coleotteri accompagnati da immagini fotografiche riprese a forte ingrandimento per mostrarci dettagli difficili da cogliere a occhio nudo. Se lo scarabeo d’oro brilla come un monile prezioso, il grosso scarabeo rinoceronte (o scarabeo Ercole), che con il Titano è tra i più grossi del mondo, affascina per le sue fattezze da animale preistorico. Ma c’è anche il grande scarabeo Golia, in diversi esemplari provenienti dall’Africa equatoriale, de-

corati da eleganti fantasie in bianco e nero, o bianco e marrone. Hanno invece la livrea dall’aspetto verde percorsa da linee geometriche bianche, alcuni coleotteri della Tanzania, e i disegni che hanno sul dorso li rendono simili a opere di arte africana, come quelle che all’inizio del Novecento fecero impazzire Parigi. Poco più in là un cervo volante australiano manda riflessi metallici ramati e persino le sue lunghe mandibole, simili a corna, di cui si ser-

ve nei combattimenti per difendere il territorio e prepararsi alle nozze con la femmina conquistata, sembrano l’invenzione di un originale designer orafo. Vengono invece dall’Ecuador alcuni cerambicidi dal dorso verde satinato e dalle lunghe ed eleganti antenne verdi e nere, sensibili organi dell’olfatto attraverso i quali percepiscono gli odori e i feromoni femminili, che li guidano per trovare una compagna. In alcune specie di coleotteri, i maschi sono più grossi e colorati delle femmine, per affrontare i duelli con gli altri pretendenti, e i colori sono un segno di riconoscimento, una carta d’identità indispensabile, per distinguere amici e nemici della stessa specie, da tutti gli altri. I coleotteri con le colorazioni più esuberanti si trovano nelle foreste tropicali, in aree ricche di specie diverse dove è importante non sbagliarsi, innamorandosi, o duellando inutilmente con un estraneo. Sembra un artistico patchwork i colori di un coleottero della Nuova Guinea, che vediamo con la testa nera e rossa, e il dorso a strisce: blu, beige e viola cangiante. Altri, hanno il dorso arabescato da una sorta di geroglifico azzurro; altri ancora invece, usano il colore come fossero parole di avvertimento. Con i loro pois turchesi, o rossi, o arancioni, infatti, comunicano ai predatori che quella loro livrea, così carina, nasconde un corpo duro e imman-

giabile. Sono colori da difesa e servono per farsi evitare, come quelli del coleottero che vediamo con il dorso scuro punteggiato da pois di peli arancioni: segnali eclatanti di pericolo, ed è bene capirli al volo perché alcuni di questi esemplari hanno assorbito, o elaborato, tossine così potenti da uccidere un uomo.

Una stravagante galleria d’arte creata da madre natura, con esemplari provenienti da ogni dove Ma esistono anche colori criptici che permettono ai coleotteri di confondersi con l’ambiente; mimetici come quelli delle farfalle che sembrano foglie e si nascondono sui rami degli alberi; colori misteriosi come quelli che sfoggia lo «scarabeo dei fiori», la cetonia, che in Italia, nel Nord, è verde brillante, ma nel Lazio, chissà perché, si può trovare: rossa, blu, o nera. La Mostra si chiude con una curiosità per la gioia dei bambini che, in alcune teche, tra un pezzo di tronco e altra vegetazione, se riescono a individuarli, possono osservare dal vivo gli «insetti stecco», esempio lampante di mimetismo quasi perfetto. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Che cosa significa friggere? Ragioniamo un po’ sul friggere. 1. Friggere vuol dire cuocere un alimento in un grasso. La frittura base avviene in abbondante grasso, il quale però non ricopre necessariamente l’ingrediente, che quindi deve essere girato per avere una cottura uniforme. Quando invece il grasso ricopre interamente l’ingrediente (per cui non serve girarlo), sarebbe bene usare uno dei due seguenti termini più corretti: deep frying o deep fried (deep, tradotto dall’inglese significa letteralmente «in profondità»).

I migliori oli per fare buone fritture sono quelli di semi e lo strutto. Inadatto è invece l’olio extravergine di oliva 2. È una tecnica di cottura «recente»: fra virgolette, sia chiaro, che è nata comunque prima di Cristo. Ma nulla rispetto all’arrostire, il lessare e lo stufare. 3. È una cottura che rispetta al massimo l’ingrediente e che quindi ne esalta il buon sapore. È ideale per ingredienti molto teneri, come verdure (spesso sbianchite), frattaglie, tagli teneri della carne, filetti di pesci oppure ingredienti precotti e a volte tritati, le amate frittelle. 4. Il grasso deve essere portato a temperatura elevata, in media 180°C. Cruciale, per una buona riuscita della frittura, è la scelta del grasso in cui cuocere, che deve reggere al meglio le alte temperature e non prevaricare il gusto dell’ingrediente. Ciò detto, i migliori sono gli oli di semi e lo strutto. Particolarmente inadatto, a mio parere, è l’olio extravergine di oliva: se buono, e costa quindi tanto, prevarica; se meno buono e costa poco, meglio starne lontani. 5. Il punto di fumo è la temperatura alla quale il grasso incomincia a degradare,

dando un cattivo sapore al fritto. Sapere quale sia il punto di fumo di un grasso non è facile: ahimè l’unico consiglio che mi sento di darvi è di verificare sul web per ogni marca. Comunque l’olio di semi di arachide e quello di mais, che uso, hanno un punto di fumo di 232°C: ben più che ottimale per friggere. 6. La tradizione suggerisce sempre o quasi di «costruire» una crosta attorno all’ingrediente per proteggerlo in cottura. Due le alternative: passaggio prima in uovo e poi in pangrattato oppure lo si può immergere in una pastella di acqua e farina o in pastelle più complesse. 7. Quanto è sano friggere? Il problema dei fritti non risiede tanto nel fatto che sono ricchi di grassi, quanto nel fatto che durante l’esposizione al calore si generano prodotti di ossidazione dei grassi sia già presenti nell’alimento, sia del grasso utilizzato per la frittura, che possono alla lunga risultare dannosi. L’unico approccio a questo problema è il famoso Assioma di Paracelso, che dice: «Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit». («Tutto è veleno e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto»). Tradotto: se mangiamo un buon fritto ogni tanto, male non fa. Ma non mangiamolo ogni giorno. 8. Il più celebre fritto panato è la cotoletta alla milanese, fatto con la lombata di vitello. Esiste poi la Wienerschnitzel, simile ma fatta prevalentemente con il maiale. La tradizione italiana però propone anche tantissimi fritti misti, soprattutto quello piemontese, ricchissimo di ingredienti. 9. Altro celeberrimo fritto pastellato è il tèmpura (con l’accento sulla e, mi raccomando). È un dono cinquecentesco dei francescani portoghesi al Giappone: nei tempi, appunto tempora, di quaresima mangiavano fritti vegetali misti. I giapponesi l’hanno copiato e fatto evolvere. Oggi il tèmpura è fatto in tutto il mondo ed è considerato il più elegante fritto pastellato.

CSF (come si fa)

Coanri Rita

Allan Bay

Andrew Dunn

GastronomiaCruciale, per una buona riuscita della frittura, è la scelta del grasso in cui cuocere

Parliamo di contorni a base di piselli. I piselli sono dei legumi che si trovano freschi, in baccelli, ma a volte già sgranati o secchi (piuttosto rari) poi anche surgelati e in scatola, quelli che di fatto tutti noi utilizziamo, dato che l’inscatolamento e la surgelazione non pregiudicano per nulla la loro bontà: nel senso che se sono buoni e immediatamente inscatolati o surgelati, buoni restano, se

sono meno buoni e mal lavorati, cattivi restano. Sia freschi sia conservati, possono essere più o meno grandi: oggi vanno di moda i piselli piccoli, de gustibus, a me piacciono quelli grandi. Nota Bene. I baccelli – so che non è stagione adesso ma tenetelo a futura memoria – si sgranano ma non si buttano, cotti con poca acqua e frullati diventano una saporita crema. Calcolate che lo scarto, cioè il peso del baccello, è del 50 per cento. Vediamo come si fanno due ricetta canoniche. Piselli alla fiorentina. Per 4 persone. Sgranate 600 g (peso netto) di piselli freschi e sbollentateli per 1 minuto, oppure decongelate o levate dalla scatola altrettanti piselli conservati, in questo caso non serve sbollentarli. In una casseruola fate rosolare 120 g di prosciutto

crudo tagliato a julienne con 1 filo d’olio, 1 manciata di prezzemolo tritato e 1 spicchio d’aglio, mondato e leggermente schiacciato, per 4’. Unite i piselli e cuoceteli per 2’, poi unite 4 cucchiai di brodo vegetale bollente e proseguite la cottura per pochi minuti, secondo la grandezza dei piselli. Regolate di sale e di pepe. Piselli con guanciale e spinaci. Per 4 persone. Prendete 600 g di piselli come indicato sopra. Scaldate un filo d’olio in una casseruola poi unite 120 g di guanciale tagliato a striscioline e fatelo rosolare per 5’. Sfumate con 1 bicchierino di vino bianco sobbollito per 3’, poi unite i piselli, 1 manciata di spinaci sbollentati e tritati, 2 cucchiai di soffritto di cipolle e 4 cucchiai di brodo vegetale bollente. Portate i piselli a cottura. Regolate di sale e di pepe.

Ballando coi gusti Ancora gnocchi! Lo so, ne parlo spesso ma sono una delle preparazioni che più amo in assoluto.

Gnocconi in brodo

Gnocchi di spinaci

Ingredienti per 4 persone: 300 g di patate · 200 g di pane raffermo · 100 g di formaggio semi stagionato a piacere · 100 g di latte · 1 uovo · prezzemolo · noce moscata · farina · brodo a piacere · burro · sale.

Ingredienti per 4 persone: 600 g di spinaci · 400 g di ricotta · 3 uova · grana grat-

Pelate le patate, cuocetele al vapore per 30’ poi passatele al passapatate. Mettetele in una ciotola, unite il pane e il formaggio a dadini, il latte, l’uovo sbattuto, abbondante prezzemolo tritato, abbondante noce moscata grattugiata e 1 pizzico di sale. Mescolate, coprite e fate riposare in frigorifero per circa 30’, quindi unite all’impasto tanta farina quanta ne occorre per ottenere un composto piuttosto consistente. Formate con l’impasto dei gnocchi di circa 6 cm di diametro, infarinateli leggermente e rosolateli nel burro. Sgocciolateli con il mestolo forato e calateli in una pentola colma di acqua bollente. Cuoceteli per 5’, scolateli e metteteli nei piatti dove avrete già messo il brodo bollente.

Mondate bene gli spinaci e cuoceteli coperti con pochissima acqua salata. Scolateli, strizzateli e frullateli. Metteteli in una ciotola e unite la ricotta setacciata, le uova, il grana, noce moscata, sale e pepe. Impastate, unendo tanta farina quanto basta per avere un composto compatto. Formate gli gnocchi e disponeteli su un vassoio leggermente infarinato. In un pentolino scaldate senza portare al bollore la panna con la salvia intera, prezzemolo grattugiato, grana grattugiato, sale e pepe. Lessate gli gnocchi in acqua salata bollente, scolateli con un mestolo forato e metteteli in una terrina. Conditeli con la salsa, spolverate ancora con abbondante grana e servite.

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Ambiente e Benessere

La rinascita vitivinicola dell’Europa Il vino nella storiaCome l’origine dei Comuni cambiò l’aspetto del paesaggio agrario

Davide Comoli Il sapere degli scrittori latini di agricoltura si trasmise al Medioevo passando attraverso inimmaginabili difficoltà legate alle condizioni storico-culturali. Ultimo rappresentante della tradizione dei Georgici latini e anello di congiunzione fra questi e il mondo medievale fu Rutilio Tauro Palladio. Per la composizione dell’Opus Agricolturae IV sec. d.C. ca., Palladio aveva attinto alle opere di Columella e Varrone. Dopo l’introduzione, ogni libro era dedicato a uno dei 12 mesi dell’anno. Per ognuno di questi, l’autore dava indicazioni pratiche sulla gestione del podere e sulle operazioni colturali da compiere. Nel contesto delle nuove esigenze enologiche che si stavano manifestando dopo l’anno Mille, s’inserisce l’iniziativa di tradurre una parte delle Geoponiche intrapresa da Burgundione da Pisa (1110-1193), importantissimo intermediario fra la produzione teologica, filosofica, scientifica del mondo greco e l’Occidente, di cui abbiamo già accennato su «Azione 31». Le Geoponiche sono un’imponente raccolta di antichi testi di agronomia, compilati in Grecia fra il V e il X secolo. Dei venti libri che le compongono, cinque sono dedicati alla vite e al vino, e proprio ad alcune sezioni di questi, Burgundione rivolse la sua attenzione di traduttore. È molto probabile che egli scelse di tradurre la parte di maggior interesse per il mondo occidentale medievale: quella per l’appunto relativa al vino. Nella rinascita vitivinicola dell’Europa, c’era infatti una vera carenza di informazioni

su questo argomento. L’autore più letto (si fa per dire) a quell’epoca, Palladio, nella sua Opus Agricolturae aveva dedicato poco spazio ai sistemi di vinificazione. La traduzione di Burgundione, raccolta nel Liber de Vindemiis rivestì quindi una straordinaria importanza per la viticoltura medioevale. Da questo libro attinse ampiamente anche il bolognese Pier de Crescenzi, di cui scriveremo prossimamente. Fu tra il XI ed il XII sec. che si andò affermando nei borghi una forma di governo che tendeva ad assicurarsi una propria autonomia nei confronti di grandi feudatari laici ed ecclesiastici. Nacque così un nuovo organismo sociale, il Comune, che si dotò di proprie strutture per amministrare la giustizia e di una propria organizzazione militare. Per assicurarsi prestigio, ricchezza e naturalmente autonomia, i Comuni spinsero a dissodare le terre, a migliorare le produzioni e sfruttare al meglio la potenzialità dei terreni. Negli statuti comunali dell’epoca, sono contenute importanti norme per la produzione e la tutela di un prodotto che stava diventando sempre più rilevante: il vino. Il paesaggio agrario cominciò a cambiare aspetto, le colline cominciarono a coprirsi di vigneti e le foreste subirono un arretramento; questo sviluppo sociale continuò sino al 1300. Si assistette gradualmente al risorgere di una nuova civiltà e questo portò anche un rinnovamento nella cultura della tavola. Pure nel campo vitivinicolo si ebbe un cambiamento notevole. Nei commerci si incominciò, infatti, a preferire i vini prodotti nel sud Europa, perché essendo più ricchi di alcol, presentavano una maggiore

possibilità di conservarsi durante i trasporti. Nel Medioevo, il commercio del vino non era estraneo alle adulterazioni, non sempre era purum et generosum. Per cui a tutela degli acquirenti furono istituite le Corporazioni che avevano in custodia la bilancia utile a scoprire e individuare le impurità delle merci: la birra veniva spesso adulterata e per porvi rimedio i mercanti di vino erano spesso sorpresi ad aggiungere ai loro prodotti materie estranee. Dalla fine del XII sec. e nel corso del XIII sec., accanto alle premure dei

monastici ed ecclesiastici, ma esso compariva anche sulle mense dei nobili di più antica tradizione o su quelle di coloro che ricoprivano i livelli più alti della pubblica amministrazione. Non da ultimi ne consumavano pure i nuovi ricchi della borghesia, i quali vedevano nel vino un mezzo di elevazione sociale nonché di emulazione dell’aristocrazia: Nihil sub sole novum. Per documentarvi sull’apprezzamento verso il buon bere in certi ambienti ecclesiastici tedeschi, vogliamo portare a conoscenza dei nostri lettori il gustoso apologo riportato da Salimbene da Parma. Cronista e frate minore francescano 1221-1287, nella sua Cronica trascrisse il trattatello De non miscenda aqua vino scritto da Primate, un canonico del XIII sec. Accusato di lussuria, gioco d’azzardo e di bere nelle taverne, il chierico si scusò in versi con un carmen potatorium dicendo tra l’altro «che riusciva a predicare solo quando aveva bevuto nelle osterie vino buono e senz’acqua: era grazie ai bicchierini che gli si accendeva il lume dell’intelletto e il suo cuore pieno di dolce nettare si librava in alto». «Per me – scriveva Primate – ha il sapore più dolce, il vino puro di taberna di quello che il coppiere del vescovo mesce annacquato» e proseguiva «ognuno ha dalla natura un dono particolare: io bevo di quello buono componendo versi e il vino puro che sta nelle botti degli osti genera un’abbondanza di prediche». Concludiamo con un perentorio anatema scagliato dal vino contro l’acqua: «Chi fa mescolanza sia esecrato e separato dal Cristo nel secolo eterno».

proprietari di riscuotere vino bonum e purum, si incominciò a pretendere determinate qualità di vino e si favorirono gli impianti di vigneti con vitigni migliori o il rinnovo di vecchie vigne. Aggiungiamo che dal punto di vista organolettico, il vino veniva classificato secondo diverse categorie valutative, esse erano sostanzialmente determinate dal tipo d’uva impiegata, dal metodo di lavorazione, dal colore e dal sapore, insomma leggi antesignane delle nostre moderne DOC. I consumatori del vino puro erano prevalentemente gli appartenenti a enti

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 24 ottobre 2016 • N. 43

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Ambiente e Benessere

Migratori che mettono le radici

Mondoanimale Nel parco alsaziano di reintroduzione delle cicogne si è trovato il segreto per la loro salvaguardia

SUDOKU PER AZ Maria Grazia Buletti, testo e foto In Alsazia le cicogne volano anche d’inverno. A poco meno di un centinaio di chilometri a nord di Basilea, nella regione alsaziana del paese di Ribeauvillé, il Centro di reintroduzione delle cicogne marcia a passi da gigante per la conservazione della Cicogna bianca (Ciconia c. ciconia L), al punto da rendere stanziali quegli esemplari che, per più d’una ragione, si teme non sopportino la migrazione in Africa o in Spagna, con il rischio di non fare ritorno. Creato nel 1976, questo Parco, che ospita anche cigni, castori e lontre, occupa un ampio territorio nel paese di Hunawihr e dà alloggio (prendendosene cura al bisogno anche a livello riproduttivo con apposite incubatrici) a circa 150 cicogne. Si tratta di un immenso spazio verde e naturale dove questi affascinanti

rathion) e alla caccia praticata nei luoghi di migrazione invernale: «Le conseguenze di questa distruzione selettiva sono presto dette: delle cicogne che partono a svernare ne torna una piccolissima percentuale che si aggira attorno al 10/20 per cento». Da ciò è facile comprendere 2 8 1 5 l’idea della soppressione dell’istinto migratorio di alcuni esemplari che, assistiti 6 7 8 di tutto punto, rimangono nel Centro di reintroduzione: «Naturalmente è im7 9 3 6 1 possibile catturare ogni anno, al termine dell’estate, tutte le cicogne e rinchiuderle 1 2 9 3 fino a primavera; ecco perché la soppressione del loro istinto migratorio rimane 3 5 9 l’unico modo». D’altro canto, anche le prime cicogne che ritornano in Alsazia a primavera 4 1 troveranno un clima piuttosto rigido, al Centro di reintroduzione delle cicogne in Alsazia, a Hunawihr. quale non sono abituate, e per di più sa8 1 4 9 ranno stremate dal lungo viaggio: «Per statato raffreddamenti o zampe congela- punto dobbiamo considerare il fatto che i questo, sosteniamo quelle che restano te: la resistenza di un volatile al9 freddo2è piccoli delle coppie miste posseggono cocome pure quelle che ritornano». Per ri- molto grande, perché le piume assumo- munque l’istinto migratorio originario». pararsi dal freddo invernale, le cicogne no una funzione isolante molto efficace». Ciò fa dedurre che, per evitare ogni mi3 4 7 6 stanziali dispongono anche di spazi ri- Discutibile o meno, questa tecnica della grazione, bisognerebbe imporre ad ogni scaldati che mostrano di gradire parec- soppressione dell’istinto migratorio di generazione una cosiddetta «residenza chio. Altro problema risolto riguarda il parecchie cicogne ha l’obiettivo di con- sorvegliata» di almeno tre anni. nutrimento, che fino a tarda primavera tribuire ad arrestare la loro estinzione e Presto riassunti i risultati raggiunti è scarso: «Insetti, roditori e alcune specie pare sortisca risultati più che soddisfa- dall’operazione di soppressione dell’iSUDOKU AZIONE - OTTOBRE 2016 di animaletti di cui le cicogne si nutrono centi: «Le nostre cicogne chePER hanno svermigratorio da parte dell’alsaziano 4 stinto 3 2 sono anch’essi in letargo, dunque, le cico- nato in Alsazia, arrivano alla primavera Centro di reintroduzione delle cicogne: gne del nostro Parco ricevono nutrimen- davvero ben rifocillate e in buona salute, «Malgrado qualche 9difficoltà iniziale, to a profusione, nel quale aumentiamo N. anche nonSchema sentono la fatica della possiamo dirci Soluzione soddisfatti: le cicogne 37 perché FACILE anche le quantità di grassi e vitamine se migrazione e questo fa sì2 che il 3 tasso di concepite e allevate nel primo parco o a 5 7 6 1 5 2 3 le temperature particolarmente rigide lo riproduzione raggiunga livelli massimi Hunawihr hanno iniziato Giochi per “Azione” - Ottobre 2016 8 7 9 6 1 5 a ripopolare 4 2 3 richiedono». Scopriamo che la razione Stefania mai visti nei soggetti rimasti selvatici, i nidi della regione alsaziana (e talvolta Sargentini 2 4 8 9 6 3 d’oltre5 Reno). 13 2 Il 4considerevole 8 7 6 numero 9 1 giornaliera di una cicogna, nella stagio- dunque, migranti». 1 4 5 ne fredda va da 400 fino a 600 grammi Ma non è tutto così semplice: «La di coppie 1 4stanziali 6 2 e che 9 si 3 riproducono 5 7 8 9 7 8 di(N.carne, d’estate situa attorno cicogna perde in genere Parco ci permette 37 - ...mentre utilizzate comesimoneta di scambio) 5 1 7 l’istinto 9 migra- nel nostro 3 5 4 1 6 2 7di sperare 8 9 a 300 grammi. «Ad ogni modo, non abtorio dopo tre anni di sedentarietà forche, nei prossimi anni, potremo assiste1 2 3 4 5 6 7 6 R 2U T 1 4 F I L stanziali I 8 Zpossono 6 spettacolare 2 74 9 3 3 8 1 4 della 5 9Z biamo mai perso una cicogna stanziale a zata, però i soggetti re a una accelerazione 8 9 10 7 quelli T 8 5 M con O D E 3migranti C O e aI quel causa del freddo e non abbiamo mai con- Aaccoppiarsi reintroduzione della Cicogna bianca». 9 1 8 5 7 4 3 6 2 11 12 13 M O O R 4 M 6 I S E R2 E 4 46 5 8 7 2 16 9 3 7

volatili vivono in libertà. Visitandone i dintorni, non è affatto difficile scorgere qualche nido di cicogna sui comignoli delle case pittoresche dei paesi circostanti, in primis Ribeauvillé, il paese dei menestrelli nelle cui strade è frequente sentire il rumore tamburellante dei becchi di cicogne accovacciate nel proprio nido. «Se nel 1900, in Alsazia, si contavano migliaia di cicogne, esse sono andate vieppiù diminuendo», spiegano i biologi e ornitologi del Centro, i quali fanno risalire al 1927 il primo censimento certo che contava 149 coppie e 386 piccoli. «Nel corso degli anni, sono andate pericolosamente diminuendo: nel 1962 si censivano solo 90 coppie e nel 1976 erano ridotte a 5». Dati alla mano, ci viene spiegato che la ricerca delle cause è stata complessa e le ipotesi controverse, finché ci si è persuasi chel’estinzione progressiva delle cicogne fosse da imputare a un pesticida (il pa-

N. 41 FACILE Schema

Cicogne in missione Le cicogne portano i bambini, o almeno una volta era così. Adesso consegnano pacchi per «Cornerstore. com», il gigante del commercio online. Questo il filo conduttore del lungometraggio di animazione a stelle e strisce dal titolo Stork: Cicogne in missione (presentato sullo scorso numero di «Azione»). In breve: Junior, il miglior impiegato dell’azienda, è sul punto di ricevere una promozione quando per sbaglio attiva la Macchina fabbrica-bambini, dando così vita a una bimba adorabile e assolutamente

N. 42 MEDIO

non autorizzata. Nel disperato tentativo di recapitare questo fagottino prima che il capo se ne accorga, Junior e la sua amica Tulip (l’unica umana a Stork Mountain) iniziano una corsa contro il tempo per portare a termine la loro prima consegna. Intraprendono così un viaggio frenetico e rivelatore, durante il quale più d’una famiglia potrebbe trovare la felicità e le cicogne potrebbero tornare a svolgere la loro vera missione. Per sognare e tornare bambini, quando si credeva ancora alle cicogne che li portano.

L 3E A A6 M E 1N 4 I Giochi per “Azione” - Novembre 2016 2 9 33 7 5 6 8 1 1 F E T T A O D I O 1 3 9 5 Vinci una delle 3 carteStefania regalo Sda 50 franchi con il7 cruciverba 8 1 3 4 9 2 5 Sargentini O C I D A 14

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6 T R franchi A M E2con L 8 il sudoku e una delle 2 carte regalo 50 N. 38 da MEDIO 25

(N. 41 - Sfregano i nasi uno contro l’altro) 4 28

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VERTICALI 1. Colpiscono l’orecchio 2. Primo cardinale inglese 1 2 3 4 3. Un Dario attore 4. Un tipo di treccine 9 5. Un organismo statale 6. Avverbio di tempo 7. Due 12 vocali 8. Li riscaldano le controversie 10. Strato che ricopre 15 12. Si stringe per la commozione 13. Preposizione 14. Serpenti non velenosi 17 15. Ne ha due Roberto 17. Preposizione articolata 20. Pronome personale 21. Saluto d’altri tempi

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta 24 entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

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23. Un Carlo scrittore 25

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ACCUSA MANIFESTA (N. 40 - Scusa non rischiesta, accusa manifesta) N. 40 PER GENI 1 9 13

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Vincitori del concorso Cruciverba 18 19 20 su «Azione 41», del 10.10.2016 21 22 23 24

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1G8 O 5 3 L 9 7 A4 2 6 5 27 6 4 3 8 11 93 2 I A N 8 9 2 7 1 6 3 5 4 42 5 I 7 6 8 3A 4 1 9 C 9 1 8 6 7 4 2 3 5 6 M 7 6 R 4 2O 5 3 8 1 9 2 5 37 1 8 9 6 46 7 C O N I

, L 36 7 36 1 85 2 4 8 9 2 9 O 91 48 25 83 79 64 12 57 36 1 9 R 6 1 7 4 3 8 5 9 2 2 9 8 7 1 5 46 3 4 O 5 3 4 2 6 9 8 1 7 3

7 6 1 5 4 3 9 2 8 I P1 E R G 9R I L8 L I L5 A T L 7I A 4 N E C 8 5 9 6 2 7 3 4 1 ASoluzione C3 9D della E Gsettimana L 6I Z H 4 2 3 9 8 1 7 6 5 precedente NILO T I Z NASCOSTO I E A –PProverbio E PROVERBIO risultante: SCUSA NON RICHIESTA,

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22. Un’etichetta su Facebook (N. 42 - “Anche se fossero mille fermateli!”)

ORIZZONTALI 1. Comodo sedile 4. Norma 9. Un numero singolare 10. Fissazione 11. Le hanno more e bionde 12. Gruppo sociale chiuso 13. 101 romani 14. Si cambiano nel trapano 15. Gitani 16. Poco intelligente 18. Solidi geometrici 19. Oscuro, tenebroso 21. Pianta grassa usata in erboristeria 22. Ai confini di Toledo 23. Lo frequentano i passanti 24. Parte conclusiva della vicenda

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Sudoku Livello N. difficile 6 2 9 43 DIFFICILE

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R E B O O M 2 I M O8 I N A 5 3

S O F7 A2 R C Soluzione: E R O T T O 3 Scoprire i 3 numeri AU M I N C A OP M A 8 corretti 2 da inse- 6 5 4 R rire I nelle M AcaselleA E 13 3 I L 1A 9 A L R O E C6 8A S2 colorate. E I 8 S O L4 E R Z I A 15 8 A M O R P E K 1 A 9N R T T 7 N U H P E R 18 3A 1S T R I6 E D I T A M A P I D I O TI A R E A C O R A N O N. 39S DIFFICILE 20 , 5 A T R O (N. 39 - ... la terza al mondo per grandezza) 6 5 8 22 6 9 1 3 A L T LO A SE T R E 1 4 2 E R T O Z A 3 N V A M O A BI N A 2 L I 6 O8B O5 E 1 7O MG ME O NP D 6I I O L V E 8

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(N. 38 - “Certo Carmela, Alzheimer”) 1

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Cruciverba Sai come si salutano gli eschimesi? Scoprilo, a soluzione ultimata, leggendo nelle caselle evidenziate. (Frase: 8, 1, 4, 3, 6, 1, 5)

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M. Lombardi, T. Checchi 34 35 22

Partecipazione online: inserire la

soluzione 23 del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la so-

S T A 9 S4 C U R E 3 CFO 2NI RL4I I 3R M A R OA TRU R AE 1 9 V O C I 6 N5N FRA L I C O 9 A S T A A AT O 6 8GE I S

N. 44 PER GENI

N C H S A7 N I B O S C C O H I 99 E E1 P A S NS S A LMI 1 A N E L L O U RPL OA 3 M B R A D OL4I AE NT 1A 4 7 8 T I D E V I L F E M S 3E 1T E I SSO LTA O9 A I luzione, corredata da nome, cognome, indirizzo, email del partecipante deve essere spedita a «Redazione 3 TAzione, Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui E Non L4 concorsi. Le vie legali sono escluse.

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O S E 2 5 1 9 4 6 8 5 3 2 7 1E 3 64 9 5 8O7 6L 2 4 2 5 3 4 9 7 8 6 1 T I T A 4 2 1 3 5 9 7 83 6 9 6 7 8 2 4 5 1 3 T O L 5 3 8 1 7 6 29 45 2 7O4 2 5 6F 8 E 81 3 9 3 1 5 9 4 2 6 7 8 A1 S 2 5 4 6 8 9R7 3 M Apagamento è possibile 4 un6 3R inScontanti 7 dei premi. I vincitori saranno avvertiti per nome D dei vincitori S iscritto. O R I sarà 5 Il2 pubblicato su «Azione». Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che A 7I Tin Svizzera. 3E risiedono


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 24 ottobre 2016 • N. 43

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Politica e Economia Casa Bianca: 8 novembre Donald Trump denigra la democrazia minacciando di non accettare il risultato finale

Hillary e la questione femminile Che cosa accadrebbe se le donne non votassero? La conclusione, secondo le previsioni di un famoso sondaggista americano, è che saranno proprio loro a fare perdere l’elezione a Trump

Brexit, una selva oscura I negoziati sull’uscita di Londra dall’Ue obbligano Theresa May a un esercizio di equilibrismo

Governo più rappresentativo Non solo il Ticino, ma anche la Svizzera orientale chiede una presenza nel Consiglio federale

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Mosul, forse la fine dell’inizio

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Forze irachene presso Mosul nell’assalto allo Stato islamico. (AFP)

Offensiva militareLa cacciata dell’Isis dalla sua capitale irachena fa presagire un’imminente catastrofe umanitaria Marcella Emiliani Il 17 ottobre scorso il governo di Haydar al-Abadi ha annunciato l’avvio della battaglia per la riconquista di Mosul, la seconda città dell’Iraq nella provincia settentrionale di Ninive, caduta nelle mani dell’Isis il 10 giugno 2014. E proprio a Mosul Abu Bakr al-Baghdadi di lì a poco, il 29 giugno, proclamò la nascita del Califfato islamico. Nelle immagini trasmesse per l’occasione dalla televisione irachena il premier al-Abadi era letteralmente circondato da generali e colonnelli dall’espressione accigliata, che francamente parevano tenerlo in ostaggio. Un’inquadratura funerea quanto allarmante, che denunciava innanzitutto la debolezza politica di al-Abadi e in secondo luogo le tante colpe che l’esercito iracheno deve farsi perdonare. Colpe che spera di riscattare proprio con la riconquista di Mosul. Nessuno nel Paese ha infatti dimenticato la sua débâcle di fronte agli «uomini neri» dell’Isis nel corso degli ultimi due anni; una ritirata ben poco gloriosa che ha aperto la strada non solo al Califfato ma alla miriade di attori locali, regionali e internazionali che oggi ufficialmente collaborano col governo di

Baghdad nella lotta all’Isis, ma domani saranno altrettanto determinati a presentare il conto di quella collaborazione. Certo Mosul deve essere ancora riconquistata e – stando al Pentagono ci vorranno mesi per sloggiare dalla città i circa 5.000 miliziani del Califfato – ma già fin d’ora ci possiamo rendere conto di quale nodo gordiano rappresenti Mosul per il futuro dell’Iraq e dell’intera regione. Innanzitutto la collaborazione tra i vari attori sul terreno va mantenuta costante per tutto il tempo che occorrerà a cacciare il Califfato dalla sua capitale irachena. Un compito assai arduo visto che i loro obiettivi reali sono spesso divergenti. Vediamo allora a cosa mirano e cosa temono questi «comprimari» in quella che dovrebbe essere la sconfitta strategicamente più importante inflitta all’Isis in tutta la sua storia. Partiamo dai peshmerga, cioè i guerriglieri curdi che fino ad oggi hanno giocato il ruolo più attivo nell’assalto a Mosul, con la copertura aerea della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Continueranno senza dubbio a fungere da testa di ponte nella riconquista della seconda città dell’Iraq ma, quando dovesse cadere, non potranno figurare ufficialmente come i suoi «libera-

tori». Il peso politico e il grado di autonomia della componente curda nel fragile equilibrio del puzzle etnico-confessionale iracheno per il governo di al-Abadi è già troppo preponderante e soprattutto in Iraq tutti sanno che i curdi da decenni mirano a riavere il controllo di Mosul e dei suoi pozzi di petrolio, dopo che Saddam Hussein negli anni 70 e 80 del secolo scorso, li aveva cacciati da tutta l’area per sostituirli con arabi sunniti e turcomanni. Già ora comunque i peshmerga si lamentano della poca iniziativa mostrata dall’esercito iracheno nel riconquistare i villaggi che circondano Mosul e protestano per l’intervento – non richiesto da Baghdad e nemmeno dagli Stati Uniti – della Turchia nella battaglia in corso. Dal canto suo Erdogan giustifica la sua «invasione» dell’Iraq innanzitutto come scudo protettivo nei confronti dei turcomanni presenti nell’area di Mosul e in secondo luogo come una più ampia strategia di messa in sicurezza dei confini settentrionali tanto della Siria quanto dell’Iraq per impedire all’Isis di minacciare il confine turco. Sarà sicuramente vero ma è altrettanto vero che vuole assolutamente impedire che i curdi iracheni diventino forti al punto da proclamare l’indipendenza del proprio territorio,

cosa che avrebbe ripercussioni anche nel Kurdistan siriano e soprattutto in quello turco dove il presidentissimo ha ripreso la sua guerra all’ultimo sangue contro il Pkk (il Partito dei lavoratori curdi) nel Sud-Est del paese. Altri che ufficialmente non potranno essere sul campo quando l’Isis verrà cacciato da Mosul sono i miliziani del Hachd Al-Chaabi, cioè della Mobilitazione popolare, un’organizzazioneombrello di vari gruppi paramilitari sciiti che si sono creati a partire dal giugno 2014 espressamente per combattere l’Isis dietro l’invito-appello della massima autorità sciita dell’Iraq, l’ayatollah Ali alSistani. Teoricamente questi gruppi paramilitari dovrebbero far capo al primo ministro, ma non è un mistero per nessuno che vengano addestrati e armati dai Pasdaran (i Guardiani della rivoluzione) iraniani che peraltro giocano un ruolo di primo piano anche nell’addestramento dell’esercito e dei servizi di intelligence iracheni. Proprio gli uomini del Hachd Al-Chaabi si sono macchiati di atti di violenza inauditi contro i civili al momento della riconquista di città sunnite cadute sotto il controllo dell’Isis, come Falluja e Ramadi. Non meraviglia perciò che a vigilare sul terreno nella battaglia

di Mosul ci siano anche gli «eserciti personali» di diversi sceicchi sunniti che vogliono proteggere i propri correligionari – già usati come scudi umani dal Califfato – nell’unica città in cui sono la maggioranza nel nord del Paese. Magari sono gli stessi sceicchi che hanno favorito la vittoria dell’Isis nel 2014, ma dopo averne sperimentato i metodi «di governo», oggi preferiscono rischierarsi con Baghdad. Baghdad: il nodo rimane la capitale o meglio gli equilibri etnico-confessionali all’interno del parlamento e del governo iracheni. È vero che l’attuale premier al-Abadi, a differenza del precedente Nuri al-Maliki – sta garantendo ai sunniti (con il controllo Usa) un più equo power sharing, ma – una volta cacciato l’Isis da Mosul – la maggioranza sciita del parlamento e del governo come intenderà governare la città, con quali equilibri di forze, forze a loro volta sponsorizzate da quali potenze regionali e internazionali? E poi cacciare l’Isis da Mosul non significa sconfiggerlo una volta per tutte. Si teme che i suoi miliziani si riversino nella già martoriata Siria, che i foreign fighters facciano ritorno a casa a seminare morte. Si teme, in tutti i casi, un’immane catastrofe umanitaria.


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Politica e Economia

Lo strappo di Trump

Terzo e ultimo dibattitoPesante autogol del tycoon di New York che ha minacciato di delegittimare la vincitrice.

Come dire che Trump sente di avere già perso e l’esito del voto dell’8 novembre appare ormai segnato

Federico Rampini «Questa elezione è truccata. Non so se accetterò il risultato. Dipende. Ve lo farò sapere al momento giusto. Hillary non doveva neppure essere autorizzata a candidarsi». È la frase chiave di Donald Trump, quella che resterà come il passaggio decisivo nel terzo ed ultimo duello televisivo con Hillary Clinton. «È orribile. Non è così che funziona la nostra democrazia, Trump sta denigrando la democrazia americana», ha ribattuto la candidata di fronte allo strappo del suo rivale. Che minaccia un gesto senza precedenti: il rifiuto di concedere la vittoria non si era mai visto.

Da molte settimane Hillary ha allargato le distanze e la vittoria di Trump appare come un cigno nero Gli scambi iniziali erano scivolati via tranquilli, senza interruzioni. Sulla Corte suprema, dove è vacante da mesi un seggio dopo la morte di Antonin Scalia, perché i repubblicani si rifiutano di dibattere il candidato di Barack Obama. La Clinton ha promesso che in caso di vittoria nominerà un giudice disposto a cancellare Citizen United, la famigerata sentenza del 2010 che consente finanziamenti privati illimitati alle campagne elettorali. Trump invece ha garantito la nomina di un giudice che difenderà il Secondo Emendamento cioè il diritto alle armi. Lui si è dichiarato anti-abortista, lei ha detto che «non tocca ai governi decidere la scelta più difficile e dura che una donna deve fare, non dobbiamo diventare come la Cina o la Romania». Ciascuno ha parlato alle sue constituency, Trump ha fatto del suo meglio per rassicurare i repubblicani e la destra religiosa sulle sue credenziali di conservatore. Sull’immigrazione Trump ha citato «quattro donne che sono nel pubblico a Las Vegas e hanno perso i loro figli uccisi da criminali immigrati». Ha detto che «non abbiamo più una frontiera, non abbiamo più una nazione». Lei ha raccontato di avere incontrato proprio a Las Vegas una giovane ragazza «terrorizzata all’idea che i suoi genitori possano essere deportati; io non spaccherò queste famiglie con le espulsioni di massa che minaccia Trump». Lo scambio si è incattivito su Vladimir Putin. «Trump dica che condanna lo spionaggio russo, l’interferenza degli hacker di Mosca in questa campagna è inaccettabile». Lui non ha ceduto, anzi ha difeso il leader russo: «Putin ad ogni occasione si è mostrato più furbo di Obama e della Clinton. Preferisco andare d’accordo coi russi». Lei ha concluso: «Putin vuole un suo burattino come presidente degli Stati Uniti». Sull’economia i due hanno ribadito ricette antagoniste: la Clinton propone politiche redistributive per finanziare gli investimenti pubblici e il diritto allo studio, lui punta su massicci sgravi fiscali alle imprese. Anche su questo terreno ci sono stati attacchi personali, con Trump ancora una volta a condannare il «peggiore trattato commerciale della storia, il Nafta firmato da Bill Clinton», e lei ad accusarlo di importare acciaio cinese per i suoi cantieri. Una delle accuse di Trump: «Sei al potere da 30 anni e non hai combinato nulla di buono, perché dovresti farlo adesso?» Lei gli

Il dibattito televisivo è andato in scena il 19 ottobre alla University of Las Vegas. (AFP)

ha rinfacciato le due carriere parallele: «Lavoravo al fianco di Obama per la cattura di Bin Laden, tu facevi il conduttore dello show televisivo The Apprentice». Poi di nuovo gli scandali sessuali, nove donne che accusano Trump di molestie, e lui che accusa: tutto falso, è Hillary ad averle istigate. Il contrattacco di lui, sulle 33.000 email nascoste dalla Clinton, e definisce la fondazione filantropica dei coniugi Clinton «un’impresa criminale». Lei elenca – ben oltre le donne – tutte le categorie che il tycoon ha offeso: ha insultato i genitori di un soldato musulmano morto al fronte con la divisa americana, ha sbeffeggiato i disabili, ha offeso un eroe di guerra come John McCain. «Sei dark, sei cupo, vuoi dividere gli americani, io voglio unirli. Ma lui è tornato a descrivere un’America dove l’esercito è a pezzi, la polizia non viene rispettata, i quartieri degradati delle nostre città sono un inferno». Per chi ha questa visione pessimista dell’America, Trump ha grinta e ferocia. Resterà però come il tratto saliente di questo dibattito lo strappo rispetto alla tradizione, la minaccia di non accettare il risultato finale. Se sarà lei a vincere, «la disonesta Hillary», naturalmente. Vuol dire che Trump ha già perso, e si prepara a delegittimare la vincitrice? I sondaggi confermano questa interpretazione. La stessa Hillary l’ha avallata. Sul ring di Las Vegas la candidata democratica ha avuto una reazione sprezzante: «Donald è fatto così, quando il suo show televisivo The Apprentice non vinse gli Emmy Awards lui disse che il concorso era truccato». Un cattivo perdente, che già sta preparandosi una scusa per non ammettere la sconfitta. È la stessa tesi di Barack Obama: «Trump la smetta di piagnucolare, cerchi di convincere gli elettori, piuttosto». La condanna per lo strappo che nessun candidato aveva

osato prima di lui si unisce a una sensazione rassicurante, che l’esito dell’8 novembre sia ormai segnato. È proprio così? Possiamo fidarci dei sondaggi?

Trump denuncia brogli a Philadelphia, Chicago, Saint Louis: un messaggio subliminale per dire che troppi neri vanno a votare lì A livello nazionale, anche tenendo conto dei voti di protesta «dispersi» sui due candidati libertario e ambientalista, il vantaggio della Clinton è salito a 7 punti percentuali. Un margine confortevole che coincide con una probabilità statistica di vittoria pari all’86% secondo FiveThirtyEight e al 90% nella rubrica Upshot a cura di Nate Cohn sul «New York Times». Non è una certezza, è una probabilità molto alta. Come si arriva a questi numeri? In America ormai si conducono e si aggiornano i sondaggi elettorali con una frequenza impressionante, escono molte decine di rilevazioni a settimana. Anziché scegliere uno o più sondaggi, i maggiori esperti li usano tutti insieme, in modo da compensare errori e squilibri degli uni e degli altri. I siti RealClearPolitics, FiveThirtyEight di Nate Silver, e Nate Cohn per il «New York Times», fanno questo lavoro di sintesi e bilanciamento in modo regolare e sofisticato. Alla fine ne estraggono la probabilità statistica di vittoria, che non va confusa col margine di scarto previsto nelle votazioni. Il verdetto è che da molte settimane Hillary ha allargato le distanze e una vittoria di Trump appare quasi come un «cigno nero», un evento altamente improbabile. È corroborato dall’analisi degli Stati-chiave, quelli che sono in bilico e di volta in volta possono votare

democratico o repubblicano. Anche lì la Clinton avanza e Trump retrocede. È possibile che i sondaggi sbaglino tutti insieme? Questa domanda viene dibattuta da mesi fra gli esperti. L’interrogativo ruota attorno ad una possibilità: che una parte degli elettori di Trump sfugga alle rilevazioni. Vuoi perché non confessano la simpatia per un candidato così anomalo. Vuoi perché l’affarista newyorchese attira categorie che in passato non andavano a votare e quindi non sono ben rappresentate nei campioni demografici dei sondaggi. Proprio perché questi problemi vengono dibattuti da mesi fra gli esperti, si cerca anche di tenerne conto nelle proiezioni, quella di FiveThirtyEight in particolare comporta uno scenario corretto per introdurvi elementi extra-sondaggi. E la Clinton rimane favorita pure in quello. Dunque è verosimile che Trump denunciando l’elezione «truccata» sia convinto anche lui che le probabilità di vincere sono ormai esigue. Questo non attenua la gravità del suo gesto, un appello eversivo a rifiutare il responso di una consultazione democratica. «Non ho mai visto, nel corso della mia vita e nella storia politica moderna, un candidato presidenziale che cerchi di screditare il voto e il sistema elettorale prima ancora che i cittadini vadano alle urne». Il severo giudizio di Obama si riferisce al colpo di piccone sferrato contro la tradizione, il costume civile, il rispetto delle istituzioni. Il linguaggio di Trump, come sempre, è apocalittico: «I brogli sono sistematici. Guardate Philadelphia, Chicago, Saint Louis. Succedono cose orrende». Segue, ad ogni comizio del candidato repubblicano negli ultimi giorni, un appello ai suoi seguaci perché vadano a vigilare ai seggi. Magari armati? In un’elezione già segnata da un grave degrado del linguaggio e del costume, ci manca solo che bande di esaltati va-

dano a presidiare i seggi in cerca del casus belli. I brogli elettorali sono pressoché inesistenti negli Stati Uniti da molti decenni. L’ultimo caso significativo sembra essere accaduto nel lontano 1960 quando – forse – la vittoria di John Kennedy fu favorita dal sindaco di Chicago che fece «votare migliaia di morti». Dopo di allora le verifiche su irregolarità rivelano che siamo scesi allo zero virgola zero zero qualcosa per mille, episodi rari e irrilevanti. Unica elezione sospetta di irregolarità nei tempi recenti fu quella del 2000, quando un conteggio pasticciato in Florida, un intervento scorretto delle autorità locali (repubblicane) e una decisione molto controversa della Corte suprema (a maggioranza repubblicana) regalarono la Casa Bianca a George W. Bush. Nonostante le solide ragioni per opporsi, Al Gore fece un sacrificio per rispetto della democrazia: chiuse le polemiche rapidamente e riconobbe il vincitore. Quel gesto rimane emblematico di un Paese dove la fiducia comune verso la democrazia era considerata più importante della vittoria delle proprie idee. C’è un messaggio subliminale di Trump che non va sottovalutato. Bisogna rileggersi l’elenco delle tre città dove lui sostiene avvengano cose «orrende». Chicago, Philadelphia e Saint Louis hanno grosse minoranze afroamericane. Da sempre la destra, soprattutto la frangia razzista e fanatica del profondo Sud, quando denuncia «brogli» usa una parola in codice. Il vero significato va tradotto così: troppi neri che vanno a votare. In molti Stati del Sud è in corso da anni una sistematica offensiva per ostacolare l’iscrizione dei neri ai registri elettorali, accampando ogni sorta di cavillo burocratico. È un pezzo d’America che non ha digerito le battaglie per i diritti civili, Martin Luther King, la fine della segregazione negli anni Sessanta.


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Politica e Economia

Le donne faranno perdere Trump?

Il voto femminileTrump è diventato per la maggior parte delle donne invotabile e anche quando ripete, come

nell’ultimo dibattito con Hillary a Las Vegas, che non c’è nessuno che ama le donne quanto lui, non è facile credergli

Paola Peduzzi Gli statistici cercano di dare una risposta a qualsiasi domanda e nella campagna elettorale americana hanno spesso provato ad andare oltre i limiti, a misurare il non misurabile, prendendo, soprattutto nella fase delle primarie, cantonate abbastanza grosse. Poi, dopo mesi di rincorse tra Hillary Clinton e Donald Trump, lei forte ma non fortissima, lui agguerrito e minaccioso con il suo vinciamo-noi vinciamo-noi ripetuto come un mantra, la questione fatidica si è posta molto chiara, pur se un po’ scortese: cosa accadrebbe se le donne non votassero? Che domanda trumpiana, si dirà: le donne votano, hanno pure combattuto parecchio per ottenerne il diritto, e studi su studi degli ultimi decenni hanno dimostrato che il voto femminile di fatto non esiste. Cioè, esiste, però è molto simile a quello maschile. Ma questa, come si è ripetuto fino allo sfinimento, non è una campagna elettorale qualsiasi, ne abbiamo viste di tutti i colori e soprattutto c’è una candidata donna per la prima volta nella storia americana, e così il voto delle donne ha iniziato a diventare rilevante, con tutte le sue sfumature spesso nemmeno troppo piacevoli per la candidata donna.

Per quanto Hillary abbia fatto di tutto per giocarsi in positivo la carta femminile, è stato il Trump palpeggiatore a darle il vero consenso Da ultimo, da quando cioè è uscito il video del 2005 in cui Trump parlava del suo rapporto, per così dire, con le donne, da quando molte signore hanno deciso di denunciare i palpeggiamenti subiti e i baci rubati di Trump, la questione femminile è diventata prioritaria. A nulla è servita la difesa di Melania, moglie di Trump che pure dice di aver sofferto per queste rivelazione ma resta sicura che «mio marito è un’altra persona», e a poco è servita pure la battaglia quotidiana, in diretta tv, sul fronte sempre, di Kellyanne Conway, la campaign manager di Trump che era stata scelta ad agosto, in seguito a un ennesimo scossone nello staff del candidato repubblicano, anche per accreditare Trump presso il pubblico femminile, in particolare quello giovane che tendenzialmente non ama molto Hillary Clinton. Kellyanne Conway, 49 anni, un marito e quattro figli in età scolare, è nata in New Jersey da mamma italiana e padre irlandese, i suoi genitori si sono separati quando lei era ancora all’asilo, è cresciuta in fretta e studiando molto, è diventata avvocato ma ha iniziato presto a lavorare con i numeri e i sondaggi e le rilevazioni, in tempi in cui i big data non esistevano e maneggiare le inclina-

Se a votare fossero solo le donne, secondo una previsione elettorale, Hillary non avrebbe rivali. (AFP)

zioni e i gusti del pubblico era un mestiere da pionieri. Conway ha lavorato per la società di sondaggi di Ronald Reagan, poi ha fondato un’azienda sua e si è messa al servizio di altri leader repubblicani, moltissimi e di molte aziende, mentre strada facendo si specializzava nello studio delle donne, dei loro consumi, dei loro bisogni, delle loro aspettative. WomanTrend, che è la divisione creata apposta per mettere in contatto le aziende e le consumatrici, è il gioiello di cui la Conway va più fiera, quello che le ha consentito di diventare un’esperta del settore al punto che Trump l’ha voluta come prima campaign manager donna della storia, ancorché la terza a ricoprire quel ruolo negli ultimi otto mesi. Da quando è stata nominata, Conway combatte. Combatte contro i tanti critici del suo boss, combatte contro i media e le manipolazioni «della corrotta» Hillary, combatte soprattutto per convincere il mondo femminile che si era aggrappato alla speranza di Bernie Sanders a non fidarsi della candidata democratica, piuttosto di inseguire il cambiamento assieme a Trump. Che quel pubblico possa essere in qualche modo convinto dal candidato repubblicano sembra improbabile, ma è pur sempre stata una donna, molto famosa peraltro, a creare il link diretto: Susan Sarandon, grande sostenitrice di Sanders, disse di non essere sicura che tra Hillary e Trump fosse meglio Hillary. In tempi normali, la Conway avrebbe avuto vita molto difficile – è vero che si è confuso un po’ tutto, ma le appartenenze politiche contano ancora – ma almeno, come si dice, ci avreb-

be provato, ma questi non sono tempi normali e la separazione maschio-femmina è diventata radicale. Anzi, per dirla meglio: Trump è diventato per la maggior parte delle donne invotabile e anche quando ripete, come nell’ultimo dibattito a Las Vegas, il terzo e ultimo, che non c’è nessuno che ama le donne quanto lui, è piuttosto difficile credergli. Tutti lo sanno, e anche Conway certamente, ma è l’unica a non poterlo ammettere ed è costretta, anche dopo il famigerato video «grab by the pussy», in cui Trump si vantava di prendere le donne «by the pussy», a continuare il lavoro per cui è stata assunta. Lo fa con la determinazione che tutti le riconoscono (e che è spesso fonte di irrisione: su Twitter c’è un account fake a suo nome che è stato spesso preso per vero e ha scatenato le ire di molte donne conservatrici), dice che questi ultimi episodi sono stati molto duri da gestire – i sondaggi sono a picco, i repubblicani sono scappati – ma che i protagonisti di queste elezione, per la prima volta, sono gli elettori, non Trump, e che loro ancora ci credono (lei invece prepara un viaggio in Italia, compie 50 anni il giorno dell’inaugurazione, il 20 gennaio 2017, spera di dover essere a Washington, ma forse non sarà così, e l’Italia è una gran bella alternativa a una sconfitta). E le donne? Nelle ultime settimane molte mamme delle periferie, elettrìci al primo voto e donne dall’istruzione medio alta si sono riversate su Twitter – social principe del trumpismo – per spiegare perché votano per Trump. C’è chi vuole sicurezza per i propri figli e pensa che il candidato repubblicano sia la scelta mi-

gliore, c’è chi detesta l’establishment, chi non si sente rappresentata da Hillary per età o per formazione o perché la prima ad accettare comportamenti scorretti da parte degli uomini è stata lei. Il tentativo – e la regia della Conway è dappertutto – è quello di mostrare un volto normale, senza gli estremismi che generalmente vengono associati a Trump, e sottolineare ancora una volta che non si vota perché donne, si vota per altro.

Molte femministe si sono sottratte all’imperativo «non si può criticare la prima candidata donna» e hanno mostrato le loro resistenze Questo specifico tema – sono donna e voto una donna – ha spaccato il fronte hillariano fin dal primo giorno. Molte femministe si sono sottratte all’imperativo non-si-può-criticare-la-primacandidata-donna, e hanno mostrato le loro resistenze. Le più giovani hanno manifestato fin da subito il loro distacco: bello avere una donna presidente, ma non quella donna, che non ci assomiglia, non ci rappresenta. Altre si sono compattate invece, criticando quel fare schizzinoso che a un certo punto ha colto un po’ tutti pur nel momento in cui l’alternativa Trump è diventata soffocante e impraticabile. Per quanto Hillary abbia fatto di tutto per

giocare in modo positivo la carta femminile, come prospettiva e come opportunità non come una dimostrazione quasi necessaria di progressismo, a darle il consenso che andava cercando è stato il messaggio più negativo di tutti, quello di Trump palpeggiatore e molestatore. Non è che si vota una donna, nella corsa alla Casa Bianca 2016, semmai non si vota «quest’uomo». Nate Silver, statistico enfant prodige che ha fatto previsioni perfette nel 2008 e nel 2012, ma che si è già ampiamente scusato per non aver previsto, compreso, misurato l’ascesa del trumpismo, ha fatto tutti i calcoli, ponendosi quella domanda che suona così sessista: cosa accadrebbe se le donne non votassero? Silver è partito da un sondaggio pubblicato dall’«Atlantic» secondo il quale Hillary Clinton ha un vantaggio di 33 punti percentuali sul voto femminile, dell’11 per cento sul voto maschile. Così ha preso tutte le rilevazioni a disposizione a ottobre con la distinzione dell’inclinazione di voto di uomini e donne, le ha lavorate e ha costruito due mappe: una, tutta rossa, rappresenta l’esito elettorale se a votare fossero soltanto gli uomini – Trump conquisterebbe 350 grandi elettori, lasciando Hillary a 188 (per vincere le elezioni è necessario raggiungere quota 270). La seconda mappa è blu, quasi tutta blu: rappresenta l’esito elettorale se a votare fossero soltanto le donne – Hillary conquisterebbe 450 grandi elettori, Trump 80, che è come dire cappotto. La conclusione è piuttosto semplice, dice Silver, e la questione femminile per ora sembra conclusa così: le donne faranno perdere Trump. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Brexit, non è detto che sarà hard

Congresso ToryA Birmingham Theresa May si è posizionata al centro dello scacchiere politico, dimostrando

di portare avanti politiche di sinistra, in nome di un obiettivo conservatore di creare una società coesa e chiusa Cristina Marconi Theresa May si sta avventurando nella selva oscura dei negoziati sulla Brexit con molti punti interrogativi e un’idea chiara: riportare la giustizia sociale al centro delle politiche del suo governo, occupando lo spazio lasciato libero dalla sinistra autoreferenziale di Jeremy Corbyn e cercando di interpretare le istanze del voto sulla Brexit in modo da dare un messaggio chiaro ai cittadini anche qualora la richiesta al centro del referendum del 23 giugno scorso – ossia l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea – non dovesse verificarsi con la nettezza immaginata dall’elettorato. Perché anche se «Brexit vuol dire Brexit» due anni e mezzo, in termini politici, sono un’eternità e la May sa di dover consegnare subito al Paese qualcosa di solido che resista alla brutalità dei negoziati a venire. Quel qualcosa è un principio di lotta efficace alle disuguaglianze abissali che spaccano il Regno Unito. La visione che la May ha del Paese non potrebbe essere più diversa da quella dell’ex celebre inquilina di Downing Street, Margaret Thatcher, ed è tutta incentrata su un’idea di società unita e coesa, in cui lo Stato sia pronto ad intervenire privilegiando i cittadini a scapito degli immigrati senza quell’attenzione religiosa al bilancio che ha contraddistinto i sei anni di David Cameron e George Osborne al potere. Durante la conferenza dei conservatori a Birmingham, teatro di una serie di discorsi forti e di rottura con il passato, la May ha messo in chiaro di prediligere il controllo sulle frontiere rispetto alla possibilità di accedere al mercato unico. E siccome il tema dell’immigrazione è la vera ragione per la quale una parte del Paese ha votato per uscire dalla Ue, la ministra degli Interni, Amber Rudd, ha lanciato la famigerata proposta, poi ritrattata, di imporre alle società di fare una lista dei loro dipendenti stranieri, mentre il responsabile della Sanità Jeremy Hunt ha parlato del progetto di formare un

numero sufficiente di medici da rendere il servizio sanitario nazionale indipendente dalla forza lavoro straniera entro il 2025. Parole che, pronunciate appena qualche settimana fa, mentre proseguiva la luna di miele post-referendaria in cui l’economia sembrava sotto controllo e le prospettive del Paese addirittura migliorate, apparivano sconcertanti ma quasi plausibili, come se il Regno Unito avesse dimostrato una volta per tutte di essere impermeabile agli shock. Poco dopo, però, il crollo della sterlina e le prime ripercussioni della valuta debole sul mercato britannico hanno dato un assaggio di quello che il futuro può riservare se il discorso politico continua ad essere confuso e minaccioso nei confronti dell’economia e degli investimenti. E il fatto che il più britannico dei prodotti, ossia l’oscura pastina spalmabile Marmite, sia stata al centro di una disputa tra la catena di supermercati Tesco e il colosso agroalimentare Unilever – che voleva aumentare il costo del prodotto del 10% riflettendo l’andamento dei cambi – ha chiarito a tutti che nessun Paese è un’isola. L’unica voce fuori dal coro, all’interno del governo, è stata quella del cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, che ha parlato di «turbolenze» in vista per il Regno Unito, e che sarebbe in rotta di collisione con i colleghi «brexiters», che lo accusano di non avere un piano economico funzionale al progetto di uscire dalla Ue e di vedere solo i rischi e non le opportunità dell’uscita dalla Ue. May è stata costretta a riconfermare la sua fiducia a Hammond, mentre deve vedersela con un altro ostacolo non da poco: i deputati conservatori, ma anche laburisti e LibDem, che chiedono che il parlamento possa votare sull’uscita dal mercato unico e che criticano i piani del governo di portare avanti una «hard Brexit» che danneggi l’economia. May ha ribadito più volte che non permetterà che la volontà del popolo britannico venga travisata o alterata, ma deve comunque tenere a bada il rischio di una

Theresa May (al congresso Tory) sta giocando una partita a lungo termine. (AFP)

ribellione a Westminster: non avendo vinto le elezioni e avendo ormai superato di gran lunga il manifesto con cui i Tories sono tornati al governo nel 2015, la premier sa di doversi guardare le spalle sia dagli euroscettici oltranzisti che potrebbero rinfacciarle da un momento all’altro di aver fatto campagna per «remain», sia da una maggioranza di deputati che ha accettato a malincuore l’esito del referendum, se mai l’ha accettato, ma che è pronta a dare battaglia perché non si trasformi nel suicidio economico di un Paese. Theresa May ha un rapporto più distaccato con il suo cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond di quello che avevano i suoi predecessori. Il suo cerchio magico comprende due spin doctors, il trentaseienne Nick Timothy e la ex giornalista Fiona Hill, ed è soprattutto da Timothy, uno dei rari protagonisti della vita politica britannica ad essere di origini umili, che la pre-

mier ha tratto l’ispirazione per le sue politiche rivolte ai cittadini normali e alla classe lavoratrice e per i suoi attacchi alle «élite liberali», colpevoli di non capire le esigenze della gente comune. E tra queste esigenze c’è innanzi tutto quella di non sentirsi trascurati a favore dei 3 milioni di immigrati europei che vivono e lavorano nel Regno Unito e che in molti casi possono raccontare delle storie di successo economico impensabili per l’ex classe operaia britannica, che soffre di un deficit di istruzione e formazione e che è rimasta isolata in zone depresse, lontane dal luccichìo di Londra e del sud est del Paese. «Se pensi di essere un cittadino del mondo, sei un cittadino del nulla. Non capisci proprio cosa significhi, la parola “cittadinanza”», ha dichiarato la May in uno dei passaggi più sorprendenti del suo discorso, visto quanto il Regno Unito debba ai cittadini del mondo che ci si sono trasferiti e hanno

fatto fortuna, portando posti di lavoro e generose entrate fiscali. May sembrava una di quelle persone che scuotono gli alberi per far cadere i frutti: chissà quante persone, in quei giorni, hanno pensato di andare via dal Regno Unito senza neanche aspettare di vedere quanto draconiane saranno le leggi sull’immigrazione del Regno Unito post-Brexit. Ma nella sua ruvida operazione di «branding personale», May si è posizionata al centro dello scacchiere politico, dimostrando di essere in grado di portare avanti politiche di sinistra, espansive e stataliste, in nome di un obiettivo conservatore di creare una società vecchio stile, coesa e chiusa. Ha detto che sulla Brexit non commenterà giorno per giorno per non creare incertezza e false aspettative, e lei stessa sta mantenendo un profilo basso sulla stampa e sui media. Dopo il congresso Tory, il partito aveva 14 punti di vantaggio sul Labour secondo YouGov, ma questo era prima che l’economia iniziasse a dare segni di turbolenza. Il fatto che di un personaggio popolare come l’ex sindaco di Londra Boris Johnson si sia scoperto che aveva scritto anche un editoriale pro-Europa, nel caso avesse deciso di schierarsi a favore di «remain», lascia la sensazione di una classe politica che ha scommesso con il destino del Paese senza curarsi delle conseguenze. Con i dati economici di adesso può far sorridere, ma se le cose andassero male gli elettori se lo ricorderebbero e Theresa May lo sa. Per questo sta giocando una partita a lungo termine, il cui primo obiettivo è evitare le elezioni, che la costringerebbero a fare promesse ancora più vincolanti e pericolose di quelle che sta già facendo. In secondo luogo si sta definendo presso l’elettorato come colei che vuole difendere i britannici dall’immigrazione e dai suoi eccessi. Una volta raggiunti questi due obiettivi, potrà dedicarsi al terzo: decidere con che tipo di Brexit procedere. Che sia veramente una «hard Brexit» è tutto da vedere.

«Talaq, talaq talaq»: ed è subito divorzio La seta indianaLe donne musulmane combattono contro la pratica della separazione immediata, una legge islamica

che permette agli uomini di lasciare mogli e figli pronunciando per tre volte la parola «talaq» (io divorzio da te) Mentre cominciano i preparativi per organizzare il 16 dicembre le celebrazioni di Dirbhaya Niwas, la giornata istituita a furor di popolo da organizzazioni femminili e per i diritti umani in memoria di tutte le vittime di stupro, ci troviamo a discutere per l’ennesima volta su una faccenda di scottante attualità che riguarda le donne musulmane in India. Nei mesi scorsi è stata inoltrata alla Corte Suprema una petizione per bandire il cosiddetto «triplo talaq». In parole povere, e per descrivere in poche righe qualcosa su cui sono stati scritti fiumi di inchiostro: se un uomo dice a sua moglie, sobrio e in presenza di testimoni «talaq, talaq, talaq», la signora deve considerarsi divorziata all’istante. Anzi, per usare il termine preciso, ripudiata. Non molto tempo fa ci eravamo tutti buttati sulle pagine di gossip pakistane e non, che riportavano il divorzio (dopo dieci mesi appena) tra il politico ex-giocatore di cricket Imran Khan e sua moglie Rehan, ex-giornalista della Bbc. Secondo tabloid e quotidiani, Imran avrebbe comunicato (da vero signore) il divorzio a Rehan via sms inviandole un messaggio con su scritto

per tre volte «talaq». All’sms seguiva una breve mail con i dettagli della faccenda e una telefonata del segretario di Imran che formalizzava la cosa. Nei giorni scorsi, in un villaggio dell’Uttar Pradesh, l’intera comunità è scesa in piazza per sostenere una donna ripudiata per telefono dal marito che lavora all’estero. Motivo del divorzio? Aver partorito una bambina invece del

AFP

Francesca Marino

desiderato maschietto. La legge, in India, appartiene a quel corpus di leggi speciali chiamato «personal law» che codifica le leggi applicabili agli appartenenti a singole comunità etniche o religiose. Sono leggi valide soltanto per quelle comunità e non si applicano al resto della popolazione. Ne discende che una signora cittadina indiana ma di religione musulmana può vedersi buttata letteralmente in mezzo alla strada con una telefonata o con un sms mentre una concittadina cristiana o hindu, per considerarsi divorziata, deve invece andare in Tribunale. Le donne musulmane si sono appellate al principio di eguaglianza e al diritto di gender equality (ovviamente soltanto gli uomini possono usare il triplo «talaq»), e combattono ormai da tempo per abolire una legge indegna di ogni paese civile. A difendere la legge islamica sono scesi in campo mullah e studiosi fondamentalisti di ogni genere, con argomentazioni sentite e discusse ormai fino alla nausea e che sono, in un certo senso, ancora più insultanti per le donne che pretendono di tutelare. Per prevenire difatti l’uso del triplo «talaq» in un momento di rabbia o

durante una lite coniugale, l’ineffabile legge islamica stabilisce quanto segue: se il marito si pente di aver detto «talaq» e vuole ritornare con la moglie, non può. Ritornare con la stessa donna è possibile difatti soltanto se la signora si risposa con un altro uomo e poi divorzia. Come dire: stai attento, perché perdi la proprietà esclusiva dell’oggetto in questione. I mullah si appellano al diritto di praticare liberamente la loro religione e gli usi e i costumi ad essa connessi: diritto garantito dalla Costituzione ma che, come ha ribadito il ministero della Legislazione in un affidavit alla Corte Suprema, non può e non deve essere confuso con la legge e i diritti civili. Aggiungendo che pratiche, ammesse dalle «personal laws» ma non dalle leggi costituzionali, come il triplo «talaq» e la poligamia «non possono essere considerate parte integrante di nessuna religione». A dare una mano alle signore di religione islamica è sceso a sorpresa anche il ministro delle Finanze Arun Jaitley. Jaitley, con cui ho avuto l’onore di litigare diverse volte in diretta in vari talk show televisivi, questa volta ha deciso di fare la cosa giusta: magari per le ragioni sbagliate, puntualizzare cioè la completa immobilità sull’argo-

mento da parte dei precedenti governi di centro-sinistra, ma tant’è. Jaitley ha dichiarato che esiste una fondamentale distinzione tra rituali e pratiche religiose e diritti costituzionali e che tutti i corpus di leggi che riguardano le singole comunità dovrebbero essere rivisti alla luce dei cambiamenti sociali e, soprattutto, dei principi costituzionali che dovrebbero essere uguali per ogni cittadino e garantiti per chiunque. Jaitley ha aggiunto che a tutti, e in particolare alle donne, «dovrebbe essere garantito il diritto di vivere con dignità». Invitando il legislatore a prendere atto dell’evoluzione della società nel suo complesso. Noi tutti aspettiamo fiduciosi, sperando che nessuna donna si presenti più alla porta perché è stata ripudiata all’istante, non può più vedere i suoi figli e non sa dove andare o come guadagnarsi da vivere. Succede più spesso di quanto non si pensi, per causa del triplo «talaq» o di cosiddette tradizioni che considerano sempre la donna colpevole quando viene abbandonata dal marito. Molte non hanno altre alternative che finire sulla strada, alcune si sono tolte la vita. Ma si sa, per i barbuti sapienti fondamentalisti, la donna non è gente. Non per davvero.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 24 ottobre 2016 • N. 43

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Politica e Economia

Un governo per tutti?

Politica federale Con la richiesta dei sette governi cantonali della

Svizzera orientale si riapre il dibattito se il Consiglio federale debba essere rappresentativo di tutte le regioni del paese Marzio Rigonalli «Il prossimo consigliere federale deve essere originario della Svizzera orientale». La rivendicazione non viene da un partito politico, o da un leader politico alla ricerca di consensi in vista di un’elezione, bensì dai sette governi della regione. Riuniti a San Gallo, quando è stata inaugurata l’Olma, la tradizionale fiera dell’agricoltura e dell’alimentazione, i rappresentanti degli esecutivi sciaffusano, turgoviese, sangallese, appenzellese, grigionese e glaronese, hanno ribadito una rivendicazione che avevano già espresso pubblicamente in primavera. La Svizzera orientale non è più rappresentata in Consiglio federale da poco meno di un anno, da quando Eveline Widmer-Schlumpf rassegnò le dimissioni. I governi cantonali della regione sembrano vivere male questa nuova situazione e vogliono porvi fine al più presto, possibilmente già quando verrà eletto un nuovo consigliere federale. La richiesta uscita dall’incontro di San Gallo non è nuova. In passato ce ne sono già state tante altre, simili, provenienti da regioni, da singoli cantoni e dalla minoranza linguistica italiana. Questa volta conviene soffermarsi su due considerazioni. La prima riguarda una questione che potrebbe divenire presto d’attualità, ossia le dimissioni di un membro del Consiglio federale. Negli ultimi mesi, più voci hanno annunciato la partenza del ministro dell’economia Johann Schneider-Ammann. L’attuale presidente della Confederazione è in governo dal 2010, compirà 65 anni l’anno prossimo e nella sua attività quotidiana alcuni osservatori intravvedono una certa stanchezza legata all’onere della funzione. È possibile che queste voci abbiano suscitato attenzione e reazioni nei governi della Svizzera orientale. La seconda considerazione tocca l’equa rappresentanza delle varie parti del paese in seno al Consiglio federale, una questione che si trascina ormai da decenni e che non ha ancora trovato una soluzione veramente soddisfacente. Qual è la situazione attuale? L’articolo 175 della Costituzione federale, dedicato alla composizione e all’elezione del Consiglio federale, all’alinea 4 prevede che «Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate». È un principio sacrosanto, necessario per impedire il sorgere di scontenti e di rivalità troppo forti tra le regioni, e in

definitiva per proteggere la coesione e l’integrità del paese. È stato introdotto nel 1999, in sostituzione del criterio che prevedeva al massimo un consigliere federale per cantone e che mirava ad impedire il predominio dei grandi cantoni. Nell’attuale composizione del governo, però, è ben difficile vedere un’equa rappresentanza delle regioni. Ben quattro consiglieri federali (Johann Schneider Ammann, Simonetta Sommaruga, Alain Berset e Didier Burkhalter) provengono da una regione circoscritta, estesa su tre cantoni, Berna, Friburgo e Neuchâtel. Gli altri tre membri del governo (Guy Parmelin, Doris Leuthard e Ueli Maurer) provengono dai cantoni Vaud, Argovia e Zurigo. Vi sono regioni che non sono rappresentate e anche da molto tempo. Basilea, per esempio, non ha più avuto un suo rappresentante dopo Hans-Peter Tschudi (1960-1973), la Svizzera centrale ha avuto come ultimo consigliere federale Kaspar Villiger (1989-2003), e vi sono cantoni come Sciaffusa, Svitto, Uri, Nidvaldo e Giura che non hanno mai avuto un consigliere federale. Se prendiamo in considerazione le «componenti linguistiche del Paese», la situazione non è certo migliore, anzi lascia molto a desiderare, per lo meno per quanto concerne la presenza italofona. Fin ora il canton Ticino ha avuto sette consiglieri federali: Stefano Franscini, Giovan Battista Pioda, Giuseppe Motta, Enrico Celio, Giuseppe Lepori, Nello Celio e Flavio Cotti. Numerosi sono stati gli anni durante i quali non ci fu una voce italofona in seno al governo, per esempio dal 1864 al 1912, dal 1959 al 1967, o dal 1973 al 1987. Più grave ancora è l’assenza di questa voce dal 1999 ad oggi, ossia dalle dimissioni di Flavio Cotti e dall’anno in cui è entrato in vigore l’articolo 175 della Costituzione federale. Sono ormai 17 anni che la Svizzera italiana non riesce a far eleggere un suo rappresentante nel governo centrale. La Svizzera tedesca ha sempre avuto la maggioranza in seno all’esecutivo federale. La Svizzera romanda è stata sempre presente con almeno un suo rappresentante e oggi può vantare ben tre suoi rappresentanti. I tentativi per ottenere una migliore rappresentanza delle minoranze ed un maggiore equilibrio regionale non sono mancati a livello parlamentare. Ricordiamo un postulato inoltrato dall’attuale presidente del Consiglio degli Stati, Raphaël Comte, nel 2011 e,

più vicina nel tempo, un’iniziativa parlamentare discussa dal Consiglio nazionale lo scorso mese di settembre. Il postulato chiedeva al Consiglio federale di valutare la possibilità di garantire alla minoranza italofona il diritto di avere un seggio in Consiglio federale, nonché di assicurare un’equilibrata rappresentanza delle regioni. L’iniziativa parlamentare, proposta dalla commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale, proponeva di portare il numero dei consiglieri federali da sette a nove, per poter garantire un’equa rappresentanza delle diverse regioni del paese e delle regioni linguistiche, nonché una migliore ripartizione dell’onere di lavoro del governo. Il postulato non è stato preso in considerazione dal governo che, pur riconoscendo l’utilità di avere nel suo seno una voce italofona, ha temuto di limitare la libertà di scelta dei membri del governo di cui dispone l’Assemblea federale. L’iniziativa parlamentare è stata respinta dalla Camera del popolo con 97 voti contro 88. Un risultato combattuto, che tradisce la presenza di due schieramenti opposti e che induce a pensare che la questione tornerà sul tavolo probabilmente in un futuro non troppo lontano. I criteri che determinano la composizione del Consiglio federale sono tanti. Bisogna garantire una rappresentanza dei partiti politici conforme alla loro forza elettorale, una buona presenza femminile, una forte presa in considerazione delle regioni e delle lingue nazionali. Il rispetto dei criteri è importante e forse anche determinante per assicurare la coesione nazionale. Purtroppo, però, questi criteri sono troppi per un governo che comprende soltanto sette ministri, e rischiano di limitare in maniera considerevole la libertà di scelta dell’organo che elegge il governo, ossia l’Assemblea federale. Rischiano anche di far slittare in secondo piano la principale condizione che dovrebbe essere richiesta a chi vuol diventare consigliere federale, ossia quella di essere una forte personalità, di avere la competenza necessaria e di vantare un profilo, politico e umano, nazionale e non soltanto regionale. Le forti personalità che hanno operato nell’interesse di tutto il paese e non soltanto del loro cantone o del loro partito, sono state ben accolte ovunque, indipendentemente dalla loro origine. Personalità minori, scelte soprattutto nel rispetto di questo o di quel criterio, non hanno lasciato nessun segno nella storia del nostro paese.

I sette membri del Consiglio federale e il Cancelliere nella loro annuale passeggiata estiva, qui ad Affoltern. (Keystone)

Logica economica: aut-aut oppure et-et? DibattitiTroppo spesso la società pone

l’individuo di fronte a scelte che ne escludono altre, ma un tale approccio non è adatto per affrontare la complessità delle sfide

Investire sui giovani deve per forza significare che si deve rinunciare al know how degli anziani? (Keystone)

Edoardo Beretta Fra le principali caratteristiche che contraddistinguono le società occidentali post-moderne vi sono tolleranza ed accettazione delle diversità lato sensu. La crisi globale del 2007 ha saputo, però, insinuare il «germe» della paura di una rinnovata pandemia economica simile alla Grande Depressione degli anni 30. Si è assistito, quindi, ad un progressivo inasprimento della già latente logica dell’aut-aut, secondo cui una scelta implichi necessariamente l’esclusione di un’altra. Difficilmente, però, un approccio esclusivista pare essere adatto per affrontare appieno la complessità delle sfide post-industriali, che necessiterebbero invece dell’opposto, cioè di uno inclusivista (et-et) dove un’opzione non esclude inevitabilmente l’altra. Ad esempio, la crescita di Paesi già ricchi viene spesso «etichettata» come in contraddizione con slow economy e «sostenibilità», che suffragano invece il rallentamento fisiologico del PIL a solo vantaggio della salvaguardia economico-ambientale. Ciononostante, è difficile pensare che l’espansione economica in nazioni già industrializzate (quindi, con caratteristiche meno impattanti) possa essere in qualche conflitto con maggiore benessere individuale e sociale. Potendo poi il settore terziario (perlomeno, una sua parte) essere meno invasivo per «impronta ecologica», la crescita avrebbe occasione di sfruttare proprio questo canale. Il rapporto fra scarsa inflazione e stentata ripresa economica è un altro assunto sciorinato a mo’ di mantra. Certamente, il discorso è troppo vasto, ma ciò non implica che venga dimenticato il concetto di «inflazione buona», che invece ha caratterizzato gli anni 50 con la sua simultaneità di prezzi in discesa e PIL in forte espansione. Dovrebbe forse essere compito dei policymaker indagare perché – pur a fronte di avanzamenti tecnologici esponenziali – oggigiorno non si possano registrare sia prezzi in calo sia crescita economica sostenuta. Ossimoricamente, invece, l’opinione pubblica è messa di fronte a scelte «obbligate» fra prezzi in ascesa ed economia in ripresa oppure prezzi in calo e PIL in diminuzione. La logica dell’«o mangi la minestra o salti la finestra» è applicata persino all’accostamento (apparentemente ineluttabile) fra maggiore longevità ed innalzamento dell’età pensionabile. Professare che, a fronte di un miglioramento di qualità ed aspettativa di vita, si debba pagare lo scotto di rimanere in ambito lavorativo per «x» anni in più equivale a non accorgersi che il beneficio netto della maggiore longevità verrebbe così vanificato. In ogni sistema economico che applichi approcci di efficienza e rinnovamento, la forza-lavoro non dovrebbe essere costretta a posticipare la pensione, bensì sarebbe libera di scegliere (metten-

do in conto rendite minori) i tempi del proprio ritiro fermi restando i limiti di età. Assurdo? L’affermazione odierna, secondo cui la sostenibilità dei sistemi pensionistici sia garantibile solo attraverso attività lavorativa prolungata, equivale a sostenere che – in barba alla rivoluzione tecnologica sempre in fieri – tali avanzamenti non siano sufficienti ad assicurare un ritiro più veloce dal mondo lavorativo stesso. Eppure, il passato dovrebbe insegnare che – dopo i miracoli economici europei e la conseguente maggiore produttività – la settimana lavorativa si ridusse presto da 6 a 5 giorni senza che ciò abbia comportato alcun detrimento economico: anzi. Senza aprire la questione della mancanza di coraggio nell’osare di «andare contro corrente» in tali decisioni, resta comunque irrisolto perché simili logiche possano oggi sembrare irresponsabili. Negli aut-aut vigenti si può anche fare confluire la conflittualità intergenerazionale conseguente al binomio fra «permanenza della forza-lavoro più matura versus investimento in giovani leve». Se è chiaro, da un lato, che ogni sistema economico abbia limiti di capacità di assorbimento (quindi, ogni innalzamento dell’età pensionabile non sgravia quei tassi di disoccupazione giovanile al 18,5%1 del giugno 2016 poco lusinghieri della UE), dall’altro è pur vero che puntare sui giovani non debba prescindere da un naturale passaggio di testimone da parte dei senior, i quali con il loro grande bagaglio di esperienze da tramandare possono solo arricchire l’apprendimento generazionale. Un ultimo esempio di questa «carrellata» si riferisce al contante, sempre più demonizzato nonostante il suo uso sia suggellato da leggi fondanti in molti Paesi europei (ad esempio, all’art. 14 del Bundesbankgesetz tedesco, che ne sancisce l’utilizzabilità illimitata): credere, infatti, che l’illegalità sia nutrita perlopiù da banconote sottratte all’occhio vigile dello Stato è paragonabile a confondere «milioni» con «miliardi», cioè a non avvedersi che il malaffare abbisogna non solo di scarsa tracciabilità, ma anche di immediatezza di trasferimento (alias mezzi di pagamento elettronici). L’approccio aut-aut mina strutturalmente il potenziale di espansione e d’immaginazione economica, escludendo a priori l’esatta metà degli scenari possibili. Il processo di rinnovamento dell’economia in seguito agli sconvolgimenti della crisi trigemina (economica, finanziaria e debitoria) non potrà più prescindere da approcci inclusivisti e degni di quella multiformità di visioni che è sempre stata origine indiscutibile della ricchezza economica, sociale e culturale delle società liberali. Note

1) http://appsso.eurostat.ec.europa. eu/nui/submitViewTableAction.do


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Politica e Economia

In calo il turismo degli acquisti?

Commercio al dettaglioDopo l’impennata del 2015, dovuta al calo dell’euro sul franco, nel primo semestre 2016

si sono constatati segni di rallentamento negli acquisti oltre frontiera. È presto per dire se ci sarà una svolta tendenziale

Ignazio Bonoli Secondo un’indagine svolta dalla «Handelszeitung», per la prima volta dal 2012, si è registrato un calo degli acquisti di consumatori svizzeri nei vicini negozi e mercati di oltre frontiera. Interpellato dal settimanale, l’esperto della Camera di commercio di Costanza (in Germania) Bertram Paganini ha affermato che il livello degli acquisti da parte di Svizzeri nella regione del lago di Costanza ha ormai raggiunto il tetto massimo e dalla metà di quest’anno è cominciato a scendere. Per i commerci della regione, l’apporto degli Svizzeri è tanto importante da far parlare di una «dipendenza» da parte del commercio locale. Su una cifra d’affari di 4,47 miliardi di euro per tutta la regione, 1,6 miliardi sono dovuti agli Svizzeri. Nella sola Costanza 200 milioni sono dovuti al turismo di frontiera. Sempre secondo l’esperto, per i commerci della regione sarebbe sufficiente un milione di metri quadrati di superficie di vendita, mentre ve ne sono già 1,3 milioni. Oggi però la diminuzione di cifra d’affari – anche se mancano ancora dati precisi – si può valutare tra il 10 e il 15%. Il fenomeno è visibile anche in altre parti della Svizzera e delle regioni confinanti. Per avere una conferma della tendenza, finora all’aumento, del turismo degli acquisti si possono con-

siderare anche i dati forniti dall’Amministrazione delle dogane. Nel primo trimestre di quest’anno i pagamenti dell’IVA per importare merci in Svizzera sono scesi del 3,2%, con punte ben superiori proprio per i prodotti provenienti dalla Germania. L’indagine del settimanale zurighese è completata anche da una ricerca affidata al gruppo SIX sui pagamenti effettuati dai clienti svizzeri con carte di credito Maestro nelle regioni di frontiera, sia in Germania, sia in Svizzera. Per quanto concerne la regione del lago di Costanza, dal 2010 questi pagamenti si sono moltiplicati per 5, mentre i pagamenti a Kreuzlingen sono diminuiti del 57%. Per quanto concerne però il primo semestre 2016, le cifre d’affari valutate con questo sistema sono state di 35,3 milioni di franchi a Costanza e di soli 2,6 milioni a Kreuzlingen. Ciò significa che la metà della cifra d’affari di Kreuzlingen è emigrata oltre frontiera. Con questi dati si può valutare l’effetto frontiera anche sui commerci in Svizzera. Si può quindi vedere subito che, dove esistono grandi centri economici in Svizzera, l’effetto – benché reale – è molto minore. Così a Ginevra, dove i pagamenti con carta Maestro, nel primo semestre di quest’anno, sono stati pari a 41,7 milioni di franchi, mentre nella vicina Annemasse in Francia, sono stati pari a 6,1 milioni. Il grafico che misura l’e-

Auto incolonnate alla frontiera con la Germania in direzione di Costanza. (Keystone)

voluzione dal 2010 indica però un leggero aumento con molte oscillazioni e un leggero calo da fine giugno 2016, mentre per Annemasse l’aumento è costante e più evidente fino a metà anno. A Basilea – nei confronti di Lörrach – si constata lo stesso fenomeno, ma la cittadina tedesca, con 14,4 milioni di pagamenti supera ormai la metà di quelli di Basilea (28,4 milioni). Infine, sono stati analizzati i dati anche per il Ticino, confrontando

Mendrisio con Como e Varese. Qui le proporzioni sono chiaramente rovesciate: a Como / Varese si sono registrati 7,1 milioni di pagamenti con carta Maestro (compresi anche qui i prelievi di contanti) contro 4,9 milioni a Mendrisio. Il dato è ancora più significativo, se si considerano situazioni particolari come la presenza di FoxTown a Mendrisio o la forte differenza di prezzo per la benzina rispetto all’Italia.

Nelle regioni di confine, soprattutto Ginevra e Ticino, vi è sempre stato un certo turismo degli acquisti, che però spesso, soprattutto in Ticino, si compensava con forti acquisti anche all’estero. Gli esempi classici sono la benzina, le sigarette, la cioccolata, ma anche prodotti di alta tecnologia. L’aumento di acquisti all’estero che si è registrato a partire dal 2010 è dovuto soprattutto alla forza del franco svizzero e quindi al cambio favorevole con l’euro. Ne è la prova l’impennata che gli acquisti all’estero hanno subito nel 2015, dopo che la Banca Nazionale Svizzera ha abbandonato la difesa del tasso di cambio con l’euro. Da che cosa può dipendere allora il rallentamento che si vede dalla metà di quest’anno? I fattori di rilievo sono diversi da regione a regione. Da un lato si può però constatare un trend comune che è dovuto allo stabilizzarsi del tasso di cambio del franco sull’euro, dall’altro si vedono però fenomeni come una certa saturazione nei luoghi di privilegio, soprattutto in Germania, ma anche un calo del differenziale sui prezzi di certi prodotti. Da parte svizzera si è proceduto a vari adeguamenti verso il basso di molti prodotti di uso frequente, dall’altra i prezzi sono in genere aumentati nelle zone di frontiera all’estero, proprio a causa della forte domanda dalla Svizzera. È forse presto per parlare di un cambiamento di tendenza, ma alcuni sintomi ci sono. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Disoccupazione, quale statistica vale di più? Il KOF è un istituto di ricerca applicata del Politecnico di Zurigo che, dal 1938, si occupa di ricerche quantitative sull’economia. Da qualche anno pubblica un bollettino mensile molto interessante nel quale rende noti anche i risultati delle ricerche dei suoi collaboratori. Se ne parliamo oggi è perché con l’edizione di ottobre, il bollettino del KOF è arrivato al suo centesimo numero (congratulazioni!) ed anche perché in questo numero si pubblica un articolo di Michael Siegenthaler sulle differenze tra le due statistiche della disoccupazione sulle quali, durante l’estate, si è polemizzato a lungo, in Ticino. Le differenze nel metodo di reperimento dei dati sono note. La statistica della SECO registra i disoccupati annunciati presso gli uffici di collocamento regionali e basta. La statistica dell’ILO, elaborata dall’Ufficio federa-

le di statistica, stima invece i disoccupati con un sondaggio trimestrale telefonico e viene di solito considerata, proprio per il modo nel quale reperisce i suoi dati, come meno affidabile della prima. Nel suo articolo Siegenthaler ne difende invece la validità e cerca di far luce, a livello nazionale, sulla ragione delle differenze tra il tasso di disoccupazione stimato dalla SECO, 3.2%, e quello che risulta dall’ILO, 4.5%. Siegenthaler basa la sua difesa della statistica ILO su due argomenti. Il primo è che l’andamento della disoccupazione descritto dalla stessa è praticamente identico a quello messo in evidenza dalla statistica della SECO. Il parallelismo tra le due statistiche significa che entrambe registrano i medesimi aumenti o le medesime diminuzioni della disoccupazione. Quindi, di fatto, per conoscere l’anda-

mento del fenomeno potremmo rifarci a una sola delle fonti. La statistica dell’ILO, e questo è il secondo argomento di Siegenthaler, ha però un vantaggio su quella della SECO quando si voglia conoscere l’estensione della disoccupazione in quanto cerca di rilevare anche i disoccupati che non sono iscritti agli uffici di collocamento. Per l’autore di questo articolo questa differenza nel rilevamento dei dati è essenziale per conoscere l’ampiezza del fenomeno proprio perché in Svizzera, più della metà dei disoccupati non sono iscritti agli uffici di collocamento. Chi sono questi disoccupati che non si iscrivono? Si tratta essenzialmente di tre gruppi della popolazione attiva: le donne, i giovani e le persone con un basso livello di formazione. A titolo di esempio Siegenthaler ricorda che il numero dei giovani disoccupati, in

età tra i 15 e i 24 anni, rilevati dalla statistica ILO è sempre 2,5 fino a 3 volte superiore a quello rilevato dalla statistica SECO. Ma perché vi sono disoccupati che non si registrano come tali? La risposta a questa domanda non è semplice. Per Siegenthaler un motivo importante è che molti di loro non sanno di aver diritto alle indennità dell’assicurazione contro la disoccupazione. Ma il motivo più importante è che molti di questi disoccupati non hanno diritto a un’indennità perché, prima di esserlo, non hanno lavorato abbastanza a lungo per maturare questo diritto. Vi sono poi anche i disoccupati che sono rimasti così a lungo senza lavoro da non poter più far valere questo diritto. Le revisioni della legge sull’assicurazione contro la disoccupazione hanno purtroppo limitato sempre di più il diritto all’indennità di

disoccupazione facendo così scendere il numero dei disoccupati SECO e aumentare quello dei disoccupati ILO. In conclusione: se volete conoscere l’andamento della disoccupazione (per esempio per fare delle previsioni congiunturali) è indifferente quale statistica utilizzate. Se invece ne volete conoscere l’estensione (per esempio per fissare obiettivi di politica sociale quali la piena occupazione), allora dovreste riferirvi alla statistica ILO. La polemica ticinese della passata estate nasceva proprio dal fatto che chi vi partecipava, per ignoranza o per partito preso, non era in grado di fare, o non voleva fare, questa distinzione. Sorprendente è poi che a parteggiare per la statistica ILO fossero proprio i rappresentanti di quei partiti che, da sempre, si battono per ridurre il diritto alle indennità dell’assicurazione contro la disoccupazione.

no. Rifiutò di ricevermi, ma ebbe parole di elogio per il suo allievo. Di Obama Wright era stato il demiurgo. L’uomo che l’ha convertito, lui nipote di uno sciamano del Kenya, figlio di agnostici, cresciuto con un patrigno musulmano. L’uomo che gli è stato al fianco negli esordi politici. Poi le loro strade si sono divise. Il reverendo ha celebrato l’11 settembre, ha rimproverato all’America Hiroshima, Nagasaki, i golpe militari dal Guatemala al Cile, il sostegno a Israele e al Sud Africa dell’apartheid presentati come fossero le facce della stessa medaglia. La Trinity Church l’aveva sostituito con un pastore più giovane. Dalla chiesa cominciava la Michigan Avenue, destinata a diventare molti chilometri più a Nord The Magnificent Mile. Là la «strada magnifica» correva tra case bruciate, pompe di benzina fuori uso, immondizia al vento, madri con bambini (rarissimi i padri). Poi, man mano che ci si avvicinava al centro, le case si alzavano di uno o due piani, il legno diventava pietra, ai balconi apparivano fiori e canarini. Là viveva Obama

quando aveva trent’anni e lavorava come assistente sociale. Andai a pranzo nel ristorante preferito, MacArthur’s, all’estremità occidentale di Chicago. Il West Side è il peggiore dei ghetti: qui non arriva neppure la metropolitana; ma in quella gigantesca friggitoria Obama tenne le prime riunioni, come racconta nel suo secondo libro autobiografico, L’audacia della speranza. Lo gestiva ancora Mac Alexander, nero sessantenne con una gamba sola, reduce dal Vietnam e dal Mississippi. Specialità del Sud: tacchino fritto e pescegatto. Nessun bianco ai tavoli. «La prima volta che lo vidi – mi raccontò Mac Alexander – venne qui con una decina di persone. Poi divennero venti. Alla fine riempiva il locale. Organizzava le lotte di quartiere, per togliere l’amianto dalle case e le prostitute dalle strade. Le gang del posto non l’avevano in simpatia, una volta vennero qui a cercarlo; scoppiò una rissa, la gente lo difese. Alla fine sono diventati amici. Fu lui che mi convinse a dare un lavoro a quei ragazzi. Dei miei venti camerieri, quasi tutti sono stati in galera».

Obama il carcere non l’ha conosciuto, ma il razzismo sì. E ha sempre reagito. Restò in silenzio solo il primo giorno di scuola, quando un compagno gli chiese se suo padre era un cannibale. Al primo ragazzino che gli disse «negro» fece sanguinare il naso. Il tennista che gli chiese di non toccare la lavagna con i nomi degli atleti – «il gesso potrebbe sbiadirti la pelle» – fu minacciato di querela. Dalla vecchia che l’aveva preso per un ladro pretese invano le scuse. All’allenatore di basket che teorizzava «ci sono i neri e ci sono i negri» rispose che «ci sono i bianchi e ci sono i figli di puttana come te». Non si sa come abbia reagito la volta che, davanti a un ristorante del centro, aspettava il valletto dell’auto e si vide tirare le chiavi da una coppia di bianchi, convinti che il valletto fosse lui. Ora che tutto sta finendo, mi piace tornare con la mente a un periodo indimenticabile; quando Obama appariva una grande speranza. Il suo bilancio è positivo in economia ma negativo in politica estera. Ne riparleremo.

era chiaramente falsa: non erano vere né la cifra né la promessa. Ma una volta scritta sugli autobus britannici a due piani è diventata credibile». Ecco un’importante aggiunta: la «post verità» è una bugia che solo in mancanza di pronte e valide smentite cessa di essere tale e ridiventa bugia. Una spiegazione l’aveva data qualche giorno prima anche l’inviato del «Corriere della Sera» Massimo Gaggi: «Da anni gli studiosi di comunicazione avvertono che la crisi dei media tradizionali e il crescente uso a fini informativi di social media (…) fanno arrivare all’utente informazioni e opinioni di taglio gradito, contribuiscono a creare nella mente di molti realtà unilaterali distorte che non tengono conto delle varie facce di un problema». Gaggi precisava che «la suggestione degli slogan, anche quando contengono promesse palesemente irrealizzabili, fa premio rispetto a un ragionamento razionale legato a processi più faticosi e complessi come la verifica dei fatti». È bastato l’arrivo

sul palcoscenico politico di imbonitori eufemisticamente etichettati come «populisti» perché questa evoluzione si manifestasse in pieno, tanto che la politica delle «post verità» oggi caratterizza anche le presidenziali americane. Infatti la si trova alla base sia dello stile di Donald Trump (di successo, ma incomprensibile e irritante anche per i suoi sostenitori repubblicani) sia del seguito avuto da Bernie Sanders sul fronte opposto. Spiegazione pratica: Trump spara «post verità» e affascina un ceto medio stanco dei bizantinismi e dei vuoti del suo partito che non reagisce; l’enigmatico Sanders ha cercato di farlo con un programma politico privo di coerenza economica e farcito con diverse «post verità», ma Hillary Clinton le ha subito smascherate e censurate. Direte: Sanders ha perso, Trump è nei guai, le «post verità» non rendono. Forse. Ma, si chiede l’«Economist», in Russia e in Turchia avremo lo stesso finale? Ora basta bugie politiche. Lo chiede un godibilissimo cammeo letterario di

Mariarosa Mancuso che spunta dall’archivio. È dell’estate 2007, una pagina di «Appunti per il dopo», che il «Foglio» assegnava a scrittori e giornalisti chiedendo loro un po’ di «chiacchiera funeralizia». Nel suo «dopo» («Non so quale parco giochi mi aspetta nell’aldilà») la Mancuso ipotizzava di poter prendere alloggio «in uno dei Cieli Personali immaginati da Alice Sebold in Amabili resti: paradisi casalinghi che il defunto arreda a propria immagine e somiglianza» e fantasticava un personalissimo paradiso «dove non sia necessario dir bugie. Non intendo le grandi bugie che uno racconta a se stesso e finiscono per diventare parte del proprio romanzetto o romanzaccio esistenziale. Intendo le piccole bugie di nessuna soddisfazione – da compito non finito in tempo – che tengono lontane le scocciature e le permalosità». Affido a lei la conclusione, nella speranza di poter vedere, magari prima del dopo, un paradiso senza «post verità» mosse dall’arroganza o dall’ambiguità.

In&outlet di Aldo Cazzullo Quando Obama era la speranza L’inizio della vicenda di Barack Obama, che sta per chiudersi, è legata a uno dei ricordi più belli della mia storia professionale. Era il 2 novembre 2008. Il rito della domenica alla Trinity United Church of Christ, la chiesa che per vent’anni era stata quella di Obama, durò due ore e un quarto. Duemila neri, tre bianchi: io, la mia amica italoamericana Natalia, e un reporter messicano che aveva avuto la mia stessa idea. I neri sfilavano a salutarci e abbracciarci, e Natalia piangeva con le lacrime: nata e cresciuta a Chicago, non era mai stata nel South Side – il ghetto afroamericano – in tutta la sua vita. Cori gospel alternati a orazioni politiche: «Ricordiamoci di Martin Luther King! Ricordiamoci di Malcolm X! Ricordiamoci di andare a votare!». Obama non veniva mai nominato, ma alle pareti c’era la sua foto mentre stringeva le mani dei vicini e chiudeva gli occhi, rapito. E c’era la foto del reverendo Jeremiah Wright mentre predicava con il dashiki, la veste africana simbolo del Black Power. La stessa che indossava nel famigerato

video, divenuto uno spot di McCain, in cui l’uomo che ha battezzato le figlie di Obama invocava l’ira del cielo sui compatrioti: «Tutti dicono “Dio benedica l’America”, ma io dico no no no, Dio maledica l’America». Intervistai il reverendo Wright al citofo-

Zig-Zag di Ovidio Biffi Bugie: corte non solo le gambe Leggo su «Economist» che la bugia è tornata tra le armi più usate dei politici e ricordo la spiegazione data da Simona Argentieri: «Non sono un caso di malafede (…) Si tratta di “semplice” ipocrisia, mossa dal cinismo e dall’arroganza del potere». Potrebbe anche bastare come spiegazione. Invece apro il Pc e cerco nel mio archivio altri articoli sullo stesso argomento. (A questo punto si insinua un’idea balzana: perché non coinvolgere Siri? Per chi ancora non la conosce, Siri è una segretaria virtuale che debutta sul Mac: come con l’iPhone o l’iPad, tu chiedi e lei risponde a voce e per iscritto sul monitor. Non l’ho mai «usata», e l’idea balzana è di metterla alla prova con questa domanda: «Siri, dimmi una bugia». Un attimo di silenzio e poi sento, e vedo scritta, la risposta della segretaria nascosta nel mio Mac: «Non rientra nelle mie capacità per il momento». Affaire à suivre). Tra gli articoli archiviati l’indicazione più recente si riferisce al Festival della rivista «Internazionale». A Ferrara a

fine settembre il giornalista francese Pierre Haski ha parlato delle «post verità», cioè menzogne che vengono sventolate con tanta sicurezza da indurre gli ascoltatori a andare oltre ai fatti e a trascurare le verità accertate. Haski non si occupava delle bugie di chi sostiene di aver visto un Ufo o gli alieni, o di dittatori criptocomunisti che mentono per alimentare il loro potere; parlava delle bugie che alimentano il populismo e il suo successo in molte democrazie. Ricordando che per Ralph Keyes, creatore dell’espressione «post verità», onestà e verità sono ormai concetti «fluidi» difficilmente distinguibili da menzogna e malafede, Haski cita come esempio la campagna referendaria per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. In uno slogan si sosteneva che Londra - ricorda Haski - «versava all’Ue 350 milioni di sterline alla settimana e che tale denaro sarebbe potuto essere investito nel servizio sanitario nazionale in caso d’uscita dall’Unione europea. L’affermazione


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Cultura e Spettacoli L’opera a Lugano A colloquio con il direttore d’orchestra italiano Gianandrea Noseda che dirigerà la Bohème pagina 38

Impacchettamenti d’arte Christo e Jeanne-Claude hanno fatto dell’impacchettamento la propria cifra artistica, ma come nascono le loro opere? Lo rivela una mostra alla De Primi Fine Art di Lugano

Raffinato Nick Cave È appena uscito Skeleton Tree, l’attesissimo album del rocker australiano

Incantevole Mrs Bridge Einaudi ha ristampato il celebre romanzo di Evan S. Connell: un libro imprescindibile

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Un dettaglio del misterioso e affascinante libro di Doug Dorst.

Un libro che è una nave

PubblicazioniPartendo da un’idea di J.J. Abrams, autore di Lost, lo scrittore Doug Dorst ha scritto un libro

affascinante quanto enigmatico Maria Betteini Teseo è un eroe della mitologia greca, figlio di Egeo e di Etra, o forse di quest’ultima e di Poseidone dio del mare. Gli ateniesi lo consideravano un padre fondatore, perché tra le molteplici imprese riuscì a liberare la città dal pericolo di nemici provenienti dalla montagna e dal tributo di giovinetti che gli ateniesi dovevano regolarmente a Minosse, re di Creta, il quale li dava in pasto all’affamato e mostruoso Minotauro. Teseo appartiene alla generazione precedente quella dei guerrieri che annientarono Troia, e questo ci dà la misura della sua arcaicità: Atene, per onorare colui che l’aveva liberata da tanti pericoli, soprattutto dal dominio cretese, venerava la nave dell’eroe. Il legno nei decenni e poi nei secoli si deteriorava, così da rendere necessario il cambio di alcuni pezzi di nave, che venivano a loro volta messi da parte e onorati. Arrivò il momento in cui la prima nave non aveva più nessun pezzo originale, e nell’aspetto era proprio la nave di Teseo, mentre la seconda, fatta con i pezzi originali rovinati, non assomigliava più a quella che era stata la nave di Teseo.

Quale delle due è la vera nave? Mentre vi lambiccate le meningi, vi tranquillizzo, state cercando di risolvere il «paradosso della nave di Teseo», antico problema filosofico insolubile senza l’aggiunta di altri elementi. In fondo, è una tematica che ci accompagna: tutte le cellule del nostro corpo muoiono e vengono sostituite da altre fin dal primo giorno di vita. Ma che cosa fa sì che Mario Rossi sia Mario Rossi a due anni e a ottanta, pur non avendo alcuna cellula in comune? Aristotele avrebbe risposto: la sostanza, ciò che informa la materia e fa sì che ogni cosa sia quella cosa lì. Però la sostanza non è chiaro dove sia e cosa combini, essendo immateriale. A noi forse viene più facile parlare di «programma», di una formula che fa sì che io sia io anche senza una mano, nel sonno, nello scorrere del tempo della mia vita. Infatti le cellule, se sane, si riproducono e sostituiscono seguendo precisissime indicazioni, che evitano a un gatto di trovarsi una coda di topo e a un topo di miagolare. Terminata questa digressione sul paradosso, necessaria per comprenderci, andiamo all’origine di questo

interesse, il titolo di un libro del 2013 scritto da J.J. Abrams (sì, il regista di Guerre stellari, Lost, Mission Impossible…) e Doug Dorst, autore di thriller, tradotto in italiano nel 2014, capace ancora oggi di accendere gli animi e dividere i lettori, di circolare col passaparola tra anonimi entusiasti e veri e propri haters. Leggere i blog per credere. Prendo in mano il volume appena comprato e il cellophane mi rivela una confezione in cartoncino chiusa con un sigillo di carta che devo spezzare: il libro sarà solo mio. Sul sigillo, i nomi dei due autori che non sono scritti in nessun altro luogo. Dal cartoncino estraggo un volume ingiallito, che mi ricorda un romanzo degli anni Cinquanta, rilegato in tela ormai consunta. Infatti c’è scritto che si tratta di un libro del 1949, l’autore è V.M. Straka, sembra, no, certamente proviene da una biblioteca, etichetta e timbri lo testimoniano. Ma… è tutto pasticciato! Ci sono almeno quattro colori di matita, penna (orrore), pennarello (super orrore), poi scritte alternate di due mani diverse. Chi ha osato? Scopro subito che si tratta delle mani di Jen ed Eric, per le prime venti pagine rimango ipnotizzata da una vicenda narrata

senza alcun riferimento (un uomo, una donna, un quartiere, il mare) e dalle pagine piene di commenti a due voci. Sta per cadermi un foglietto infilato dentro, non uno, saranno venti, di più, sono: un rapporto segreto dell’Università di Uppsala, un foglio di giornale, una lettera scritta a mano, poi spunta una piantina disegnata su un tovagliolo di carta, biglietti, cartoline dal Brasile… basta, perché mi sono riproposta di non attuare il benché minimo spoiler. Mi limito a un consiglio: non perdete gli «allegati» e lasciateli alle pagine giuste (in rete, tra le molte discussioni, trovate anche i numeri di pagine corretti), poi magari (anzi, di certo) andrete a rileggerli. Rileggere, questa è la vera fatica del libro, perché è impossibile proseguire con una sana lettura dalla prima all’ultima pagina. Qui le scuole si differenziano, sempre sul web, chi dice che si debba leggere prima il romanzo di Straka, poi i commenti dei ragazzi, e tra questi, prima quelli a matita e a penna stilografica, poi il rosso e il viola, poi verde e arancione, ma anche un po’ di nero. Per me così sarebbe troppo difficile, perderei molti pezzi per strada con questi avanti e indietro. Preferi-

sco andare piano, magari rileggere, ma procedere. Scopro così che il romanzo è allegorico, anche se fino quasi alla fine non avrò ben inteso alcun significato cui rimanda; che i due ragazzi, prima sconosciuti poi lascio immaginare, sono interessati a scoprire la vera identità dell’autore, sono ottimi conoscitori della sua bibliografia, e si mettono nei guai proseguendo la loro ricerca. Almeno così sembra. E la nave? C’è una nave, che pur cadendo a pezzi viene rabberciata, così da «sembrare» sempre la stessa: è in un luogo fuori dal mondo, abitata da marinai che sembrano cattivi, inquietanti, autolesionisti, che tornano stanchi dall’apparente riposo e sembrano riaversi quando lavorano sul ponte. Sembrano, sembrano. Basta, sto già rischiando troppo. Lascerò solo qualche spunto, lucine a bordo sentiero: salvare la memoria, combattere fino alla morte, saper essere di volta in volta un pezzo di ricambio o un uomo (una donna) che ha esaurito le forze, non aspettare di capire per svolgere la missione. Anche se non ricordi chi sei, da dove vieni, dove vai. Si accettano pareri discordanti e chiarimenti generosi.


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Cultura e Spettacoli

Con Noseda ritorna l’opera

MusicaIl grande direttore d’orchestra italiano Gianandrea Noseda sarà al Lac martedì 25 ottobre con l’orchestra

e il coro del Teatro Regio di Torino per dirigere La Bohème Enrico Parola È uno dei «fab four» italiani del podio: assieme a Muti, Chailly e Gatti, Gianandrea Noseda gira il mondo per dirigere le orchestre più prestigiose, è di casa al Metropolitan di New York, dove è stato tra i papabili per la successione al mito di casa James Levine «consolandosi» poi con la nomina a direttore musicale dell’Opera di Washington. È stato il primo straniero a diventare direttore principale ospite del Marinskij Teatr, voluto personalmente a San Pietroburgo dallo zar della classica russa Valery Gergiev; stesso ruolo ha anche con la London Symphony, orchestra ammiraglia delle flotta musicale britannica, e alla Israel Philharmonic; senza contare le stagioni passate alla BBC (con relative esibizioni ai mitici Proms londinesi) o alla Scala, il teatro della città in cui è nato 52 anni fa. Dal 2007 guida anche il Regio di Torino, ed è proprio con le maestranze del teatro piemontese che Noseda fa al pubblico luganese il regalo più atteso dell’intera stagione musicale: il ritorno della lirica sulle sponde del Ceresio.

La Bohème è un’opera che accompagna Gianandrea Noseda da tutta la vita Già da mesi, da quando era stato annunciato il cartellone di LuganoMusica, i melomani ticinesi avevano segnato col classico circolino rosso la data del 25 ottobre: domani infatti il palco del Lac accoglierà in forma di concerto la Bohème di Puccini, portata dall’orchestra e dal coro del Teatro Regio di Torino dove è andata in scena in queste settimane. Ma prima di salire sul podio

Il direttore d’orchestra italiano Gianandrea Noseda sarà a Lugano martedì 25 ottobre. (www.gianandreanoseda.com)

Noseda incontrerà i vertici della Ermenegildo Zegna, la maison di moda con sede a Stabio che dieci anni fa l’ha scelto come testimonial nel mondo, a conferma di una fama e di un appeal che vanno ben oltre i confini spesso angusti della musica classica. «Mi hanno detto della grande attesa verso il ritorno dell’opera e sono contento di realizzarlo con Bohème, un’opera che ha accompagnato tutta la mia vita» racconta Noseda «All’inizio ascoltata in disco: avevo 13-14 anni, era l’incisione di Karajan con i Wiener Philharmoniker; poi vista alla Scala, il teatro della mia città. Ed è stata la prima opera diretta al Mariinskij, nel 2001. Arriviamo a Lugano preparati: l’abbiamo provata a lungo e replicata per nove serate al Regio; qui non ci sa-

ranno scene, costumi e movimenti, ma credo che emergerà in modo ancor più nitido la forza teatrale della musica di Puccini: basta questa a creare scene e suggerire azioni». Per il maestro non è un dettaglio: «È un’opera talmente famosa che si crede di conoscerla, si prova poco e non si riesce a calibrare quel perfetto, sottilissimo equilibrio che Puccini crea tra voci e orchestra. I protagonisti sono giovani, ma perché la musica abbia un respiro giovanile senza risultare superficiale è necessario che il suono orchestrale sia trasparente, così da permettere alle voci le mille sfumature che i personaggi richiedono. Puccini è generosissimo con le indicazioni strumentali: lui non fu solo uno straordinario melodista, da giovane studiò a fondo Mahler e si sente, in

Bohème guarda ai francesi come Debussy e addirittura anticipa Stravinskij: la fanfara che apre la grande scena corale del mercato di Perpignan, nel secondo atto, richiama da vicino la danza russa del Petrushka». Ma Bohème è innanzitutto canto e teatro: Rodolfo il poeta e la fragile Mimì, Marcello il pittore e la civettuola Musetta, di ognuno di loro Puccini scolpisce un ritratto memorabile, ma Noseda non ha dubbi: «La mia preferita è Mimì, un personaggio delicato ed educato – in tutta l’opera dice almeno sei, sette volte grazie - entra in punta di piedi ma sa quello che vuole e pur non vincendo il suo carattere mite e timido riesce a sostenere le sue posizioni ed esprimere i suoi sentimenti più sinceri di fronte agli altri». Quanto ai momen-

ti preferiti, anche qui il maestro non ha esitazioni: «Nei duetti Puccini raggiunge l’apice dell’introspezione psicologica e dall’abilità nel tradurli in musica. Quelli tra Rodolfo e Mimì ovviamente, all’inizio con lei pudica e quasi imbarazzata e lui teneramente folgorato da quella «importuna vicina», come Mimì si definisce; e poi alla fine, con la reciproca confessione sui gesti e i sentimenti non detti durante quel primo incontro». Ma il momento di pura magia è l’inizio del terzo atto, la scena della locanda dove Marcello dipinge «i guerrieri sulla facciata» e Musetta «insegna il canto ai passeggeri»: «Prima di vedere Rodolfo, Mimì ha un duetto con Marcello: lui la invita a entrare, lei rifiuta quando sa che c’è anche Rodolfo perché “m’ama e mi sfugge” e le ripete “che non fai per me”. La fanciulla confessa all’amico che non riesce più a dormire perché si sente abbandonata dall’amato; l’amico, imbarazzato, le rivela che invece Rodolfo sta dormendo, ma quasi a scusarlo puntualizza “è arrivato avanti l’alba”. E il dialogo si dipana mentre Marcello vi intreccia accenni alla sua relazione non certo facile: “son lieve a Musetta, ella è lieve a me”. In tutta questa scena c’è la capacità di accennare senza dire esplicitamente, a parole e con le note: qui Puccini compie una vera magia».

Biglietti per il jazz di Rete Due Concorso online Su www.azione.ch/concorsi.html, sono in palio 5x2 biglietti per il concerto del Bill Frisell Quartet programmato al Teatro di Chiasso martedì 25/10 alle 21.00. Buona fortuna!

Ben ritrovato Monsieur Feydeau TeatroSarto per signora è stato messo in scena da Valerio Binasco

Giovanni Fattorini Georges Feydeau, ovvero il più celebre e geniale autore di vaudeville; il costruttore di meccanismi drammatici straordinariamente complicati e precisi; il creatore di personaggi che non sono né realistiche figure «a tutto tondo» né «maschere» di una moderna Commedia dell’Arte: uomini e donne della media borghesia francese e del demi-monde parigino di fine Ottocento e primo Novecento (la cosiddetta belle époque) di cui ci vengono pron-

tamente forniti alcuni dati anagrafici e alcune informazioni concernenti il loro status: individui fortemente condizionati dalle convenzioni del milieu di appartenenza, fatti zimbello dell’imprevedibilità del caso (un «fato comico», secondo Paul Morand e Giovanni Macchia), e irresistibilmente travolti da un succedersi di equivoci e coincidenze che li costringono a modificare senza tregua il castello di menzogne edificato per nascondere o mascherare le loro pulsioni e finalità (che sono di natura prevalentemente Emilio Solfrizzi in una scena di Sarto per signora di Feydeau.

sessuale), mettendo così a nudo (ma in Feydeau non c’è alcun intendimento censorio, educativo, didascalico) tutta la loro vuotaggine e il loro perbenismo ipocrita. Più o meno ricco di qui pro quo, scambi di persona o di luogo, iterazioni, agnizioni, colpi di scena, l’intreccio dei vaudeville prende quasi sempre l’avvio da situazioni adulterine. È ciò che avviene in Sarto per signora, dove il dottor Moulineaux, marito di Yvonne, affitta l’ex laboratorio di una sarta per potersi incontrare con Madame Aubin, dando in tal modo origine a una serie di equivoci e incontri indesiderati. Scritto nel 1886, quando Feydeau aveva solo ventiquattro anni, è il primo dei suoi lavori in tre atti, e pur essendo un’opera di apprendistato, ancora distante dalla perfezione dei grandi vaudeville della maturità (L’albergo del libero scambio, La dama di Chez Maxim’s, La palla al piede, La pulce nell’orecchio, il cui intreccio è di geometrica, vertiginosa complicazione), è nondimeno molto divertente. Inscenare un vaudeville di Feydeau non è impresa da poco: si tratta di raggiungere un difficile equilibrio fra concretezza e astrazione, fra verosimiglianza e improbabilità, fra naturalezza e artificio, evitando i cali di tensione, il facile macchiettismo, la grevità farsesca, la frivolezza manieristica. Ci vogliono insomma un sensi-

bile e minuzioso regista-concertatore e un’eccellente compagine di attori. Il migliore, nello spettacolo firmato da Valerio Binasco, mi è sembrato Fabrizio Contri, nel ruolo di Bassinet, il marito di Rosa, alias Madame de Saint-Anigreuse (la brillante Viviana Altieri). Contri ha saputo trovare la giusta misura, puntando a un realismo, se così posso dire, leggermente sopra le righe, a una verosimiglianza un poco artificiosa. Bene, anche se con sporadiche forzature, Anita Bartolucci nella parte di Madame Aigreville, madre di Yvonne (Elisabetta Mandalari); Lisa Galantini (Suzanne, moglie di Aubin, interpretato da Simone Luglio); Barbara Bedrina, nel doppio ruolo di Pomponette e Madame D’Herblay. Esageratamente macchiettistico il domestico Etienne (Cristiano Dessì), sia prima sia dopo aver indossato – credendola un regalo – la sgargiante vestaglia di Moulineaux, interpretato da Emilio Solfrizzi. Di sicura presenza scenica, Solfrizzi eccede talvolta in coloriture e sottolineature facciali, vocali e gestuali, specie nel primo atto. All’inizio, i vaudeville di Feydeau hanno l’andamento di una vivace commedia borghese. Poi le situazioni si complicano, fino ad assumere – nel secondo atto – un ritmo sempre più incalzante: a teatro, la velocità del meccanismo drammatico dovrebbe apparire tale da far temere lo

sconquasso. Nel terzo atto, infine, l’agitazione burattinesca si converte nel ritmo adatto a una vicenda che volge a una conclusione normalizzatrice. Nello spettacolo di Binasco il primo atto è in sovrattono e con qualche gag di troppo. Ma il secondo funziona. In una nota di regia Binasco scrive che Feydeau è «uno dei più grandi autori del mondo». L’affermazione è iperbolica, ma sono d’accordo con lui nel considerare il celebre vaudevilliste uno dei pochi autori teatrali «puri», vale a dire: «che non fanno letteratura». Penso inoltre che è forse il solo commediografo importante al quale si confanno pienamente queste parole di Bergson: «Il comico si rivolge alla pura intelligenza; il riso è incompatibile con l’emozione», e anche: «L’indifferenza è il suo milieu naturale». Sono grato a Valerio Binasco di aver riproposto la pièce giovanile di un drammaturgo che i registi italiani da parecchio tempo trascurano, e che è smisuratamente superiore a quegli autori di testi o di spettacoli seriosi e/o doloristi che a me sembrano mediocri, e che certa critica elogia con qualificativi enfatici: devastante, struggente, lancinante, squassante, sconvolgente, lacerante. Dove e quando

Milano, Teatro Manzoni, fino al 30 ottobre 2016.


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Cultura e Spettacoli

Un velo per svelare

MostreAlla De Primi Fine Art di Lugano i progetti delle opere di Christo e Jeanne-Claude

Alessia Brughera Risale al 1920 il primo impacchettamento della storia dell’arte. Si tratta dell’opera L’énigme d’Isidore Ducasse dell’artista americano Man Ray: una macchina da cucire avvolta in una coperta militare, ben legata con dello spago, a farne un involucro inusuale e misterioso da fotografare. Altro impacchettamento degno di nota è Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda, datato 1968, dello «sciamano» tedesco Joseph Beuys, in cui lo strumento musicale viene occultato con una grande stoffa di feltro grigio, ridotto al silenzio per farne il simbolo della crisi del sistema comunicativo. Entrambi questi lavori devono aver suscitato grande interesse nel giovane artista di origine bulgara Christo Yavachev, che, nella Parigi degli anni Sessanta, a contatto con gli esponenti del Nouveau Réalisme, incomincia ad avvolgere oggetti ed esseri viventi in tele e plastiche di ogni tipo. Nella capitale francese Christo conosce in quel periodo anche Jeanne-Claude Denat de Guillebon, l’artista con cui farà coppia fissa sia nella vita privata sia nella carriera creativa. Con lei realizzerà la sua prima opera monumentale, innalzando nel 1962 una barriera di barili di olio nelle vicinanze della Senna per protestare contro l’erezione del muro di Berlino. Da quell’azione provocatoria trasformata in performance artistica è nato un ensemble affiatato e inseparabile (spezzato solo dalla morte di Jeanne-Claude, nel 2009) che ha saputo creare progetti di grande respiro, sostenuti dalla filosofia del sorprendere e del riscoprire. Da decenni il duo artistico cela

Christo, The Pont Neuf Wrapped (Project for Paris), Quai du Louvre, Q. De la Messagerie, Île de la Cité, Q. de Conti, Q. des Gds, 1979.

edifici e luoghi naturali sotto drappi colorati con l’intento di conferire loro un nuovo valore estetico. Un’operazione, questa, in cui il soggetto viene nascosto ai nostri occhi, rimosso dal nostro sguardo nel suo aspetto usuale per essere collocato in una diversa dimensione percettiva. La sua

storia e le sue qualità fisiche vengono temporaneamente cancellate per essere ripresentate sotto una veste inedita che lo ammanta di un alone enigmatico. L’effetto è insieme straniante e scenografico. I lavori di Christo e Jeanne-Claude, realizzati con materiali

di riciclo e totalmente autofinanziati con la vendita dei disegni preparatori, uniscono la scultura all’architettura, l’urbanistica all’arte paesaggistica, in una contrapposizione tra la lunga durata dell’elaborazione e dell’esecuzione da una parte e la limitatezza della vita dell’intervento dall’altra. L’interazione con i monumenti o con la natura si trasforma così in una struttura raffinata che nella sua presenza effimera sfida il concetto di opera d’arte immortale e vive del fugace attimo in cui riesce a travestire la realtà. Chi volesse vedere i progetti di alcune delle installazioni più rappresentative di Christo e Jeanne-Claude può visitare l’esposizione allestita in questi giorni alla De Primi Fine Art di Lugano, una mostra che raccoglie una quindicina di lavori a testimonianza del fervido e ambizioso operare della coppia di artisti. Fra i pezzi presenti c’è il progetto di quello che è stato il loro primo grande impacchettamento: l’imballo di 5600 metri cubi di aria durante la rassegna internazionale documenta IV di Kassel del 1968 (lo stesso anno in cui Beuys avvolgeva il suo pianoforte), attraverso un grande involucro di tessuto trattenuto da lunghi cavi d’acciaio. Troviamo ancora alcuni studi relativi all’installazione che nell’estate del 1985 ha coinvolto il Pont Neuf, il più antico ponte di Parigi, facendolo scomparire per quasi un mese sotto un telo di poliestere ocra. È questo uno dei lavori più noti di Christo e Jeanne-Claude, nonché uno dei più sospirati, compiuto dopo quasi dieci anni di contrattazioni con le autorità francesi. Il progetto delle Surrounded Islands, poi, l’intervento che nei pri-

mi anni Ottanta ha interessato le isole della baia di Biscayne, vicino a Miami, circondate con 60 ettari di polipropilene rosa che si estendeva per decine di metri sulla superficie dell’acqua, ci dà l’idea delle proporzioni dei lavori dei due land artist. Lavori titanici che spesso diventano eventi anche durante le fasi della loro preparazione. Lo abbiamo potuto vedere di recente, a poca distanza da noi, con The Floating Piers, la piattaforma galleggiante ricoperta di tessuto arancione che permetteva di attraversare a piedi un lungo tratto del lago d’Iseo. In mostra sono esposti anche gli studi di opere che ancora non hanno visto la luce. Tra queste c’è la scultura composta da migliaia di barili di petrolio che Christo spera di far sorgere a breve nel deserto di Al Gharbia, in un’area poco distante dalla città di Abu Dhabi. Si chiama Mastaba, a rievocare le tombe delle prime dinastie egizie, e, se venisse realizzata, diventerebbe non solo la scultura più grande al mondo ma anche il primo lavoro permanente dell’artista. Dopo una carriera di grandiose e poetiche opere transitorie, pare che a ottantuno anni Christo abbia deciso di lasciare un segno indelebile della sua arte, un «disturbo gentile», come lui stesso definisce i suoi interventi, che per una volta non sia solo uno spettacolo momentaneo. Dove e quando

Christo e Jeanne-Claude. Ri-velare. De Primi Fine Art, Lugano. Fino al 28 ottobre 2016. Orari: da lunedì a venerdì 9.00-13.00/14.00-18.00, sabato su appuntamento. www.deprimi.ch

L’invisibile parla astratto

ArteLa genesi dell’arte astratta risente in molti casi delle diverse correnti dello spiritualismo

che attraversano l’Europa fra Otto e Novecento Emanuela Burgazzoli «L’artista è la mano che toccando questo o quel tasto (cioè la forma) fa vibrare l’anima. È chiaro che l’armonia delle forme è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima. Abbiamo definito questo principio il principio della necessità interiore»: spiritualità e interiorità sono due termini che in Vassily Kandinsky coincidono. Nel suo singolare saggio Lo spirituale nell’arte apparso nel 1912 il pittore russo emigrato in Germania annunciava una nuova epoca e teorizzava un’arte moderna, che superasse l’estetismo, libera da ogni impressionismo, dal

materialismo della rappresentazione dell’oggetto; un’arte che potesse esprimere in definitiva il mondo interiore dell’artista. Ed ecco quindi l’importanza attribuita all’effetto psichico di colore e forma, ritenuti capaci di far vibrare l’anima secondo un pioniere dell’astrattismo. Non a caso la genesi dell’arte astratta si intreccia con lo sviluppo dei movimenti spirituali che hanno attraversato l’Europa fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento: teosofia, antroposofia, misticismo, spiritualismo, occultismo. Il termine «astrazione» associato all’arte senza significato (o meglio senza un refe-

Opera no. 168 dell’artista svizzera Emma Kunz, 1942. (Keystone)

rente) deriva da un saggio del 1908 di Wilhelm Worringer (intitolato Astrazione ed empatia), Apollinaire dal canto suo parlava di «arte pura» e «pittura pura» e Mondrian nel 1913-1914 annotava che: «Si passa da un mondo di forme ascendendo dalla realtà all’astrazione; in questo modo si avvicina lo Spirito, o la purezza in sé stessa». In pittura i «cavalieri» dell’arte astratta – Kandinsky, Kupka, Mondrian e Malevic – sono stati influenzati dallo spiritualismo, dagli scritti di Helena Blavatsky e di Rudolf Steiner. Per il boemo Kupka, come per i teosofi che incontra a Vienna, la natura si manifesta come una forza geometrica ritmica. L’olandese Mondrian entra a far parte della società teosofica di Amsterdam nel 1909, ma i suoi interessi risalgono già a qualche anno prima. A differenza di Kandinsky, Mondrian non prende in prestito proiezioni visive dai testi teosofici, ma inventa piuttosto un linguaggio visivo astratto per rappresentare questi concetti, basato sulle opposizioni binarie (femminile-maschile, luce-oscurità, mente-materia) e rappresentato da un sistema di linee verticali e orizzontali e dai colori primari più il bianco e nero. Anche le scoperte in ambito scientifico – dalla psicanalisi alla fisica, dalla chimica alla matematica – hanno influito sulle Avanguardie, rivelando nuove dimensioni della realtà fisica, indagandone gli aspetti invisibili: la scoperta dell’esistenza di altre dimen-

sioni rispetto alla realtà tridimensionale per esempio ha influenzato il movimento del Futurismo russo e l’arte di Malevic. Il pittore russo fondatore del suprematismo e di un’arte totalmente astratta coltivava anche interessi per l’occulto e per le nozioni numerologiche e matematiche che condivideva con il poeta Khlebnikov. Fondamentale anche l’influenza del Simbolismo; le opere del francese Odilon Redon e del belga Jan Toorop sono esempi di quanto ci si possa allontanare dalla descrizione naturalista per poter esprimere valori spirituali. Influenzata dalle nuove scoperte e dallo spiritualismo teosofico e in seguito antroposofico, con soggiorni a Dornach, è la pittrice svedese Hilma af Klint (1862-1944) che aveva cominciato a dipingere quadri astratti già nel 1906, quattro anni prima del «primo acquarello astratto» di Kandinsky. Ma la pittrice non espone mai i suoi lavori più «moderni»; gli oltre mille dipinti che lascia saranno riscoperti soltanto dopo la sua morte, negli anni Ottanta. A questa «Emily Dickinson dell’arte astratta» che rivela una grande capacità compositiva e originalità inventiva che passa nei suoi quadri da un astrattismo geometrico a uno più «organico», la Tate Gallery e la Serpentine Gallery hanno dedicato ampie rassegne recentemente. Esposte per la prima volta negli anni Settanta al Kunsthaus di Aarau e successivamente anche al Kuns-

thaus di Zurigo le composizioni geometriche della svizzera Emma Kunz (1892-1963). La naturopata e artista, scopritrice della roccia curativa Aion A, definiva i suoi disegni «creazione e forma espresse come misura, ritmo, simbolo e trasformazione del numero e del principio». Più complessa invece e artisticamente rilevante la parabola artistica del pittore e filosofo argoviese Karl Ballmer, che dopo un posto d’onore nella Secessione amburghese fra le due guerre, rientra in Svizzera, stabilendosi a Lamone. Nel caso di Ballmer, a cui il Kunsthaus di Aarau dedica una grande retrospettiva proprio in queste settimane, l’approfondimento del pensiero antroposofico di Steiner, del quale è stato allievo e collaboratore diretto, lo porta a sviluppare una pittura «ibrida», che innesta l’astrattismo su referenti reali; dai paesaggi sempre più rarefatti, le sue tele si popolano ben presto di figure che hanno perso la loro connotazione fisica e si fondono intimamente con lo sfondo: presenze che sembrano affiorare da quella dimensione dei mondi sovrasensibili teorizzata da Steiner. Un’opera che influenza fortemente quella del discepolo e artista Hans Gessner, che lo segue in Ticino trasferendosi con la famiglia a Besazio. Del resto secondo Steiner i due peccati fondamentali che può commettere un pittore sono copiare la natura e sostenere che si può rappresentare direttamente il mondo spirituale.


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Cultura e Spettacoli

L’evoluzione dentro

MusicaNel nuovo album Skeleton Tree Nick Cave si rivela artista

più che mai raffinato e sincero

Una Svizzera tutta pop PubblicazioniUn’avvincente raccolta

di saggi sulle nostre musiche attuali Benedicta Froelich Quando, nel luglio del 2015, è giunta come un fulmine a ciel sereno la notizia della morte dell’appena quindicenne Arthur Cave, uno dei quattro figli del cantautore australiano Nick Cave, sono stati in molti a chiedersi quali ripercussioni una simile disgrazia avrebbe avuto su colui che è considerato a tutti gli effetti uno dei più grandi artisti viventi della scena rock. Al di là dell’effetto che la morte di un figlio – fatalità da sempre riconosciuta come il dolore più devastante che possa colpire un essere umano – poteva avere su un artista raffinato e sensibile come Cave, i numerosi ammiratori del cantante si chiedevano soprattutto in che modo una simile, totalizzante sciagura avrebbe influenzato la produzione artistica di un musicista da sempre distintosi per la sua visione crepuscolare e nichilista dell’esistenza, e i cui dischi più celebri sono intrisi di atmosfere sconfortanti e amare.

L’arte ha l’inestimabile virtù di diventare profondo strumento di catarsi Così, la pubblicazione di questo nuovo Skeleton Tree è stata salutata con grande trepidazione dai fan: anche perché sarebbe stato anche troppo facile, per Cave, piegarsi all’angoscia – lasciare che il sentimento prendesse il sopravvento sull’elaborazione artistica, senza riuscire davvero a mediare, stabilire un ponte tra la forma canzone e l’esperienza dell’indicibile. E invece, ecco che, riconfermando una volta di più la sua innegabile maestria, Nick ci dimostra anche la veridicità di un assioma semplice quanto apparentemente scontato, troppo spesso oscurato dalla musica plastificata e senz’anima di cui traboccano le classifiche musicali: perché se l’arte può, sopra ogni cosa, divenire profondo strumento di catarsi per un’anima sofferente, gli esempi più alti di tale catarsi sono quelli in cui il dolore convive con la speranza di una possibile rinascita – una condizione mentale ed emotiva che richiede un coraggio pressoché infinito. Coraggio che vibra solenne in quest’album, in cui il percorso quasi iniziatico dipanatosi dalla prima all’ultima traccia non consiste

Zeno Gabaglio

Nick Cave in una scena del film 20’000 Days on Earth (2014). (Keystone)

semplicemente nell’accompagnare l’ascoltatore lungo un percorso nella sofferenza, ma bensì nel farlo assistere alla cruciale evoluzione interiore che Cave ha avuto la forza quasi sovrumana di compiere nello spazio di poco più di un anno e di appena otto tracce. Così, laddove la prima metà dell’album costituisce la dolorosa constatazione di una perdita troppo grande per essere definita a parole, la seconda parte vede una graduale ma innegabile forma di accettazione e speranza prendere il sopravvento – il dolore non diminuisce, anzi, se possibile si fa ancora più lacerante; ma la sensazione che pervade chi ascolta è quella di un grande, taciuto eroismo, tanto più evidente quanto lo strazio nella voce di Cave si fa trattenuto e mai prevaricante. È per questo che, fin dal brano di apertura (il lancinante Jesus Alone), Skeleton Tree ci conduce dritti nel cuore dell’incredula realizzazione di un’ingiustizia che non potrà mai essere motivata, infondendo di questa disillusa e sottile disperazione brani dalla forte valenza concettuale quali il durissimo e cadenzato Magneto – ritratto spietato di un malessere totalizzante e devastante – e il goticheggiante Anthrocene («tutte le cose che amiamo, le perdiamo»). Tuttavia, dirigendosi verso il finale del disco, la razionalizzazione intellettuale lascia il posto all’istintuale semplicità delle emozioni più evidenti, come dimostrato dalla lacerante ballata I Need You – un brano che, semplicemente

perfetto dal punto di vista formale e interpretativo, è in grado di riassumere in pochi, minimalisti versi la valenza imperscrutabile dell’idea stessa di assenza: «nulla ha davvero importanza / quando colui che ami se n’è andato». Il che lascia il posto al vero e proprio punto di svolta dell’album, rappresentato da quello che è senz’altro il brano più stupefacente, nonché un esperimento alquanto inusuale per Cave: si tratta dello splendido Distant Sky, vera e propria elegia funebre impreziosita dalla maestosa presenza della soprano danese Else Torp, magistrale nella sua capacità di fondersi alla perfezione con il timbro dolente e cantilenato di Nick (la cui voce appare essersi fatta in qualche modo più tremolante e fragile dopo la disgrazia). Ed è proprio a questo punto, dopo un simile dono, che giunge la perfetta conclusione di questo percorso con la title track Skeleton Tree, brano finale del CD: quasi una sorta di riconciliazione e pacificazione con la realtà, simboleggiata dall’osservazione di un albero scheletrico che si staglia contro il cielo di una triste domenica mattina. Ed è proprio quest’immagine, allo stesso tempo scoraggiante – eppure, in qualche modo, neutrale nella sua banale, implicita naturalezza – a simboleggiare più di ogni altra lo spirito di questo disco: un lavoro che, in un’epoca di musica perlopiù effimera come la nostra, è uno dei pochi dischi del 2016 destinati a rimanere a lungo impressi nella mente di ogni ascoltatore che si rispetti.

La Migros è un passo avanti a tutti. Lanciato così – senza alcuna premessa, come piace ai comunicatori da barricata – lo slogan non può che apparire vacuo corporativismo. Se però lo si cala in un contesto preciso – come quello della ricezione culturale del fenomeno popular music – lo stesso slogan si fa portatore di una disarmante verità: nessuna istituzione svizzera è arrivata prima della Migros (e del suo visionario Percento culturale) ad affermare la dignità culturale dei generi che vanno dal pop al rock; e nessuna istituzione è stata capace come Migros di realizzarvi un puntuale programma di sostegno e affiancamento. Quello che ai più può sembrare un’ovvietà – e cioè che De André, i Sex Pistols o Sophie Hunger abbiano fatto e ancora facciano cultura punto – per le istituzioni preposte è stato lungamente un tabù. E per molte lo è ancora, dal momento che al loro interno i generi musicali popular godono forse sì di una considerazione formale e di facciata, ma di certo non di un equo trattamento per quel che riguarda gli spazi, i budget produttivi e le misure sussidiarie. Ma per fortuna qui e oggi non stiamo parlando di gravi inefficienze o colpe (anche se prima o poi qualcuno dovrà prendersi la briga di farlo) bensì di inconfutabili meriti e virtù. «La musica pop è ormai arrivata nel pieno centro della nostra società: risuona dalla camera dei bimbi, riempie i luoghi dello svago e ha raggiunto persino le case per anziani. Ha pervaso gli stadi, gli ascensori, le auto, le

La musicista svizzera di successo internazionale Sophie Hunger. (Keystone)

cuffiette, i club, i salotti, i negozi, gli studi. La si ascolta in inglese, in dialetto oppure in Bum-tz-bum-tz. Se già non è in qualche posto, ce la portiamo pure con lo smartphone. E curiosamente – malgrado tutto – continuiamo ad amarla». Questa lucida disamina socio-logistica è opera di Philippe Schnyder von Wartensee – sì, proprio la persona che vent’anni fa creò per Migros il festival pop M4Music – e si trova ad aprire la recente pubblicazione Time Is Now – Popmusik in der Schweiz heute. Data alle stampe da Limmat Verlag e Percento culturale Migros (ma disponibile anche all’indirizzo www.timeisnow.ch), si tratta di un’agile raccolta di saggi che presentano un ampio ventaglio di temi attorno alla musica pop svizzera: che cos’è stata, che cos’è, chi la fa, come la fa, dove la fa, quanta ce n’è, quanto costa e quanto guadagna. Tutto quello che avreste voluto sapere sul swisspop ma non avete mai osato chiedere. «Il 20% della popolazione svizzera suona uno strumento musicale, mentre il 16% dichiara di cantare. La SUISA – Società svizzera degli autori di musica – è composta da 35’000 membri, mentre la cifra d’affari nazionale del mercato musicale è di 1,8 miliardi di franchi l’anno». Questi sono i numeri da cui partire, per provare magari a raccontare come le prove di un gruppo musicale siano ormai diventate attività di svago e socializzazione al pari delle partite a Jass. O per cercare di capire perché diversi creativi della nostra musica scelgono di spostarsi a Berlino. O per affermare che la vita musicale svizzera potrebbe solo giovare da una più profonda fiducia nei propri mezzi e nei propri valori. Quello che alcuni musicisti sono riusciti a fare nella Svizzera romanda dove, rispetto a un bacino potenziale ristretto a neanche due milioni di persone, sono riusciti a costruire una solida scena locale e a esportarla con buoni risultati all’estero. E la Svizzera italiana? Nel libro non è neanche citata. Forse per negligenza dei redattori – che pure hanno più volte riconosciuto all’M4Music il valore di realtà come On the Camper Records – ma ancor di più perché lo scatto mentale che in Romandia sono riusciti a fare, da noi non l’ha mai voluto tentare nessuno. Non di certo le istituzioni, ma nemmeno i musicisti. Come se avessimo paura ad affermare che il pop è cultura, che il pop rappresenta noi.

Parliamone di Simona Sala Voglia di Giappone

Mattino a Kanbayashi di Ito Shinsui, dalla serie Dieci vedute della regione Shinano stampa su legno, 1948 (© Courtesy Taiyo no Hikari Foundation, Japan)

Anche se ormai da qualche decennio tendiamo ad associare sempre più spesso il paese del Sol Levante (insieme ad altri giganti del Sudest asiatico) con un’evoluzione tecnologica che ha dello straordinario, non abbiamo fortunatamente disimparato ad apprezzarne il gusto e il senso estetico. Elementi che non hanno solamente caratterizzato i secoli scorsi, ma sono riusciti ad influenzare anche la produzione di maestri europei come Monet o Van Gogh. Volgendo il nostro sguardo a sud e a nord, in questi mesi scopriamo due meravigliose mostre dedicate proprio a quell’arte della rappresentazione giapponese, che, pur lontana dai nostri canoni formali, riesce a suscitare

in chi la guarda emozioni forti e senso di ammirazione. Il Museo Rietberg di Zurigo propone una mostra suddivisa in due momenti (il primo terminerà il 13 novembre, per riaprire il giorno successivo con opere nuove, che saranno esposte fino all’8 gennaio 2017) a Itō Shinsui (1898-1972), maestro della grafica e dell’incisione giapponese, di cui è possibile ammirare la conturbante delicatezza, sia nella riproduzione paesaggistica, sia in quella delle silhouette femminili. Al Palazzo Reale di Milano invece è in corso (fino al 22 gennaio 2017) un’esposizione dedicata ai tre maggiori esponenti del «mondo fluttuante», anche detto ukiyoe, ossia Hokusai, Hiroshige e Utamaro.


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Cultura e Spettacoli

Una signora di cui innamorarsi

NarrativaEinaudi propone una nuova traduzione di Mrs Bridge, il classico di Evan S. Connell del 1959

che fu portato sul grande schermo da James Ivory

Mariarosa Mancuso Mrs India Bridge è una signora americana di cui ci si innamora, bastano poche righe del romanzo scritto da Evan S. Connell nel 1959. Einaudi ha il grande merito di ristamparlo, in una nuova traduzione: Giulia Boringhieri ha raccolto il testimone da Leonardo Gandi, che nel 1990 aveva curato e introdotto ai lettori italiani la versione uscita da e/o. Le traduzioni invecchiano peggio degli originali, per questo i classici sono di continuo riproposti. Ma in questo caso non siamo sicuri che ne valesse la pena. Sarà che il romanzo lo sappiamo quasi a memoria, per averlo letto, riletto e molto consigliato (anche molto prestato per fare proseliti, il volumetto è sempre tornato indietro con nostra grande gioia), quindi uno finisce per affezionarsi. La precedente traduzione conserva un sapor d’antico che ben si addice al personaggio: una casalinga di Kansas City che va a vedere il film La via del tabacco – da Erskine Caldwell, diretto da John Ford nel 1941, e un po’ si scandalizza. Non esce mai senza calze. Ha un marito taciturno, figli da crescere, aiuti domestici, amiche con cui passare i pomeriggi, annoiandosi quanto basta. «L’avevano chiamata India: non era mai riuscita a farci l’abitudine. Forse, all’atto di sceglierle il nome, i suoi genitori pensavano a qualcun’altra. O magari ci speravano, in una figlia diversa». Comincia così il primo dei capitoletti – sono 117 – che compongono il romanzo (fu portato sullo schermo nel 1990 da James Ivory, con Paul Newman e Joanne Woodward, unendo a Mrs Bridge il libro che Evan S. Connell dedicò al consorte Mr Bridge). Sbriga in una pagina e mezza «Amore e matrimonio». E il lettore si domanda, non immaginando le meraviglie che lo aspettano, cosa mai racconterà nelle altre 190 pagine?

Joanne Woodward e Paul Newman in Mr and Mrs Bridge, film del 1989 diretto da James Ivory. (Keystone)

Intanto godiamo il corteggiamento – «diventerò un avvocato di successo, porterò mia moglie a fare un viaggio in Europa», unico tocco di romanticismo qualche quartina del Rubaiyat, scritto nel 1100 dal poeta persiano Omar Khayyám – e conosciamo le prime delusioni della vita coniugale. Da citarsi per intero. In Mrs Bridge

non succede granché, è la bravura di Evan S. Connell che sorprende a ogni riga. «Nei primi tempi di matrimonio, tanto incalzanti si mostravano gli ardori di suo marito che non era spiacevole vederlo infine prender sonno. Ma poi lui cominciò a dormirsi tutte le notti di filato, e accadeva che sempre più spesso lei si svegliasse per restare

con gli occhi fissi, nel buio, a interrogarsi sulla natura degli uomini». Una notte, allunga un braccio verso il consorte. Lui ricambia l’abbraccio, e si addormenta. Conclusione, straziante: «Fu quella la notte in cui Mrs Bridge concluse che se il matrimonio poteva anche essere fondato su principi di equità, l’amore in sé non lo era affatto».

Evan S. Connell era nato a Kansas City nel 1924. Oltre a Mrs Bridge – e al parallelo Mr Bridge, che inizia con la frase «Spesso pensava: la mia vita è cominciata davvero quando ho conosciuto India», dimostrando un cuore che la consorte non aveva considerato – ha scritto una decina di romanzi. Considerato da una fine lettrice come Joyce Carol Oates «uno degli scrittori americani più interessanti e intelligenti» – è morto quasi novantenne in una casa di riposo a Santa Fe, senza terminare l’intervista che la Paris Review gli aveva proposto, francamente fuori tempo massimo (in italiano era uscito anche Diario di uno stupratore, Feltrinelli 1968: oggi farebbe infuriare le donne del movimento «Se non ora quando»). E dunque cosa scrive nelle restanti pagine, uno che in poche righe fa il preciso ritratto di un corteggiamento e dell’amarezza coniugale (dimostrando che a uno scrittore non servono tante parole, servono le parole giuste)? Racconta la vita di una signora benestante tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando si compravano i dischi con il corso di spagnolo (abbandonato dopo poche lezioni) e si leggevano volumetti per «ampliare il proprio vocabolario in trenta giorni». «Nel giro di un mese sentirete i commenti positivi degli amici» prometteva la copertina (anche questo lasciato dopo pochi esercizi, i commenti degli amici evidentemente latitavano). Indimenticabile il corso di pittura. Mrs Bridge dipinge una Leda con il cigno. E anche qui, si può solo citare, inchinandosi: «Dritta come un manico di scopa, le mani dietro la schiena e i piedi immersi nell’acqua, perché le mani e i piedi le davano sempre problemi. Poi le mise addosso un costume da bagno a fiori quasi uguale a quello che aveva lei. Le calzava a pennello».

Storie di successi assicurati

FilmselezioneDai milioni di lettori di Dan Brown a quelli della trilogia hollywoodiana, senza dimenticare

un film che purtroppo non avremo mai modo di vedere in sala Fabio Fumagalli ** Inferno, di Ron Howard, con Tom

Hanks, Felicity Jones, Ben Foster, Omar Sy (Stati Uniti 2016)

Anche se le sale sembrano orientarsi sempre più verso il cinema-popcorn (un argomento sul quale occorrerà chinarsi al più presto) rimangono due ragioni per prestare attenzione a Inferno. La prima, il successo planetario che il film ha alle sue spalle, la fonte letteraria firmata Dan Brown, venduta in 80 milioni di copie. E relativa conseguenza: tre film tratti dai quattro romanzi dedicati all’ormai mitico studioso di simbologia Robert Langdon, un incasso di 750 milioni di dollari per Il codice Da Vinci (2006), 500 milioni per Angeli e demoni (2009), e certamente altrettanti per questa terza edizione, attesa dagli investitori con impazienza da sette anni. Ma anche una seconda ragione, seppur offuscata da tutto questo ben di dio: la qualità di un regista come Ron Howard. Autore mai geniale, ma generoso e sincero, capace di rinnovarsi dai tempi di Apollo 13 con A Beautiful Mind, Frost/Nixon o lo splendido Rush. In Angeli e de-

moni Howard era riuscito a tradurre la complessità dei thriller alla Dan Brown assai meglio che in Il codice Da Vinci. Non è certo che la cosa si ripeta in questo Inferno. Un po’ perché il cineasta sembra impigrito nell’immaginazione; un po’ perché gli anni passano anche per il preziosissimo jolly Tom Hanks, comprensibilmente trafelato al termine delle forsennate rincorse che fanno da filo conduttore alla vicenda. Questa non è di facile trascrizione, e nemmeno di totale comprensione; cosa d’altra parte applicabile anche alla sua sorgente letteraria. Un fatto è accertato fin dall’inizio: all’erudito dantista professor Robert Langdon, ricoverato in ospedale per amnesie poco auspicabili considerate le circostanze, spetta un compito alla James Bond. Salvare l’umanità dalle mire di un miliardario ovviamente folle: che ha deciso di risolvere il problema del sovrapopolamento del nostro pianeta immettendo un virus che la sfoltisca nella misura del cinquanta percento. Non stupisce a questo punto che un regista pure scafato come Howard finisca per perdersi nell’operazione. Filma Firenze, Venezia e Istanbul con il respiro strabiliante permesso ormai dall’alta definizione quand’è utilizza-

ta in modo saggio. Poi, nel bel mezzo di un’operazione che ha certamente deliziato gli intenti promozionali della Film Commission toscana, ma con il rischio di finire su TripAdvisor, ha pur dovuto affrontare gli ingredienti di chi non può permettersi di dispiacere alla sterminata legione di lettori di cui sopra. L’elenco è lungo: esoterismo e religione, misteri ed enigmi, le sublimi terzine dantesche e l’affresco del Vasari con la sua celebre, sibillina, ma in questo caso funzionale iscrizione: «cerca e trova». Compito da risolvere in azione e thriller, senza dimenticare l’horror: che il regista traduce in improvvisi, fortunatamente quasi indecifrabili flashback.

specie di casa di riposo per religiosi spretati che si rivelerà ben altra cosa, il regista cileno ottiene un ambiente che rimane impresso per sempre nella memoria. Fra le nebbie inquiete di una costa minacciosa, immersi nell’universo musicale straniante di Arvo Pärt, ecco ecclesiastici curiosi e ambigui che, chi più chi meno, hanno lasciato alle spalle un passato di pedofilia. Per coltivare una passione più

lucrativa: l’allevamento e le scommesse sulle corse con i levrieri. Non tutto emerge con chiarezza dalla sceneggiatura; forse in nome dell’importanza del non detto. Ma l’unicità di Larrain sta nel fondere la critica politica (e religiosa) in una sorta di dilagante malessere: con un’arte della regia che sconfina mirabilmente nel fantastico e nel mistero della metafora. Orso d’argento alla Berlinale 2015.

*** El club, di Pablo Larrain, con

Roberto Farías [I], Antonia Zegers, Alfredo Castro, Alejandro Goic, Alejandro Sieveking (Cile 2015) Magistrale dimostrazione di come l’ambiguità possa essere alimentata dalla regia. Pablo Larrain è ormai da considerare fra i grandi cineasti contemporanei; cosa confermata dall’uscita, a un anno di distanza, prima di Neruda, poi della pellicola che avrebbe meritato l’oro all’ultima Mostra veneziana, Jackie. In questo El club, da una

Una scena dell’intenso film di Larrain El Club.


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Idee e acquisti per la settimana

Centro di gravità

Questione di gusti

Si sa che sui gusti si può discutere. Ma che cos’è, in fondo, il gusto? Da che cosa deriva? Nelle pagine seguenti diamo la parola ad alcuni professionisti che amplieranno il vostro orizzonte gustativo

Maggiori informazioni su piacere-del-gusto.ch

Di cosa sa questo prodotto, signor Yornuk? A pagina 46 trovate i sorprendenti risultati delle nostre degustazioni in varie città svizzere.


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Idee e acquisti per la settimana

Idee e acquisti per la settimana Saperne di più

Avete un palato eccezionale?

Le sensazioni del gusto

Così è il sapore

Cosa succede con il «Pepper-high» e perché il piccante non è un gusto

Nella definizione del gusto sono coinvolti più organi sensoriali. Forniscono al cervello le informazioni su gusto, odore, consistenza e temperatura del cibo e possono dare origine a una vera e propria sinfonia di piaceri

L’udito permette di percepire i rumori esterni, così come quelli che provengono dal nostro interno. Mentre mangiamo sentiamo così i rumori della masticazione, che danno indicazioni sulla freschezza degli alimenti – per esempio la «croccantezza» dei vegetali. Rumori e suoni non sono altro che vibrazioni dell’aria. Affinché il cervello decodifichi i suoni come informazioni acustiche, questi devono transitare in tutte le parti dell’orecchio.

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Testo Nicole Ochsenbein; Illustrazione Anja Denz

Il 70 percento delle percezioni passa dagli occhi. Ciò li rende l’organo sensoriale più importante. Più di ogni altro organo è l’occhio che valuta una pietanza e decide se sia idoneo al consumo – si dice infatti che «anche l’occhio vuole la sua parte». Per esempio i colori più vivi segnalano al cervello l’idea di freschezza, mentre i colori pallidi e grigi generano avversione. Il senso della vista è dunque un primo sistema d’allarme, dal momento che ci protegge dal consumare cibo avariato.

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Fino a oggi l’elenco dei gusti riconosciuti era definito: amaro, aspro, dolce, salato e umani. Presto però questo elenco potrebbe essere esteso per includerne un sesto: «starchy», in italiano amilaceo. Questa recente scoperta di ricercatori americani dovrebbe chiarire il motivo per cui amiamo gli alimenti contenenti amidi, come patate, pane o pasta. A livello scientifico su questo tema la discussione è però ancora aperta.

2 3 5

Passare da un alto consumo all’avversione per il caffè? In gravidanza il gusto cambia a causa degli ormoni, che affinano i sensi della donna. Questo aspetto riveste una grande importanza, dal momento che le donne incinte devono badare alla salute propria e a quella del bambino. Dal punto di vista biologico il senso del gusto ha lo scopo di distinguere i cibi buoni da quelli cattivi. In quest’ottica anche l’avversione innata dei neonati per l’amaro ha senso. In natura infatti l’amaro è il più delle volte tossico.

Anche l’olfatto funge da sistema di allarme. Le cellule sensoriali della mucosa olfattiva umana possono percepire almeno un milione di odori. Olfatto e gusto sono strettamente legati tra loro. I recettori dell’olfatto sono molto più sensibili rispetto a quelli del gusto. Dal confronto con gli odori precedentemente percepiti – una sorta di archivio personalizzato – il cervello classifica le fragranze rilevate, riconoscendo e valutando i cibi.

3

C’è un secondo tipo di odorato: l’olfatto «retronasale», per il quale rivestono il ruolo principale cavità orale e palato. Queste cavità sono interconnesse tramite un’apertura, che permette agli aromi degli alimenti di giungere alla gola e fino alle mucose nasali. È così che percepiamo odori e gusto contemporaneamente.

Il piccante non è un gusto, bensì una sensazione di dolore sulla lingua, causato dai capsaicinoidi. Gli stessi ricettori che percepiscono il piccante reagiscono anche agli stimoli di calore oltre i 43 gradi, vale a dire a cibi e bevande calde con cui ci si «scotta» la lingua. Per alleviare il dolore il cervello secerne endorfine e la reazione è chiamata «Pepper-high». Non tutti percepiscono i gusti nello stesso modo. La differenza dipende dal numero di gemme gustative presenti per centimetro quadrato di lingua: con 400 si ha un palato eccezionale, 180 rientra nella normalità, mentre 100 è sotto la media. Una metà della popolazione mondiale ne ha un quantitativo medio, un quarto rispettivamente un numero eccezionale e sotto la media. Esistono anche differenze etniche. Per esempio in Asia e in Africa questa capacità è mediamente più sviluppata che non in Europa.

1

2

Un odore delizioso o l’immagine di una pizza ci fanno venire l’acquolina in bocca. Di ciò è responsabile un riflesso, che già alla prospettiva di un pasto mette in moto la salivazione. Questo perché senza saliva avremmo grosse difficoltà a deglutire e a digerire il cibo. La saliva contiene inoltre amilasi, un enzima che inizia già nella bocca a scindere i carboidrati, così che questi possano essere assimilati nel corso della digestione.

5

I ricettori del gusto presenti sulla lingua e nella cavità orale aprono le porte al vero piacere nei confronti del cibo. È infatti qui che sono presenti le papille gustative, che contengono le gemme gustative. Con la frantumazione e la salivazione che avviene nel corso della masticazione, i diversi componenti si sciolgono e rilasciano i loro aromi. L’essere umano riconosce cinque gusti fondamentali: amaro, aspro, dolce, salato e umami. La lingua è però anche uno strumento di tatto, che registra la consistenza e la temperatura dei cibi.

Se percepiamo il gusto di una pietanza come divino o nauseante è influenzato da fattori genetici e ancor più da fattori culturali. Per esempio, il gusto del formaggio è percepito come piacevole solo nelle regioni in cui è tradizionalmente mangiato. Alla maggior parte della popolazione cinese, invece, non piace perché ne percepiscono un gusto di latte alterato. Tutti si lamentano della cucina proposta sugli aerei, dove il cibo è sciapido, il vino acido. Ciò non dipende da manchevolezze dei cuochi, bensì dalla minor pressione dell’aria sugli aerei. Studi hanno dimostrato che a bassa pressione i sensi del gusto e dell’olfatto sono meno percettivi, analogamente a quanto succede quando si ha un raffreddore. Così, quando si vola, del sale viene percepito fino a un terzo in meno del suo effetto, lo zucchero fino al 20 percento meno dolce. Altre informazioni sul tema: www.piacere-del-gusto.ch


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Idee e acquisti per la settimana

Idee e acquisti per la settimana Saperne di più

Avete un palato eccezionale?

Le sensazioni del gusto

Così è il sapore

Cosa succede con il «Pepper-high» e perché il piccante non è un gusto

Nella definizione del gusto sono coinvolti più organi sensoriali. Forniscono al cervello le informazioni su gusto, odore, consistenza e temperatura del cibo e possono dare origine a una vera e propria sinfonia di piaceri

L’udito permette di percepire i rumori esterni, così come quelli che provengono dal nostro interno. Mentre mangiamo sentiamo così i rumori della masticazione, che danno indicazioni sulla freschezza degli alimenti – per esempio la «croccantezza» dei vegetali. Rumori e suoni non sono altro che vibrazioni dell’aria. Affinché il cervello decodifichi i suoni come informazioni acustiche, questi devono transitare in tutte le parti dell’orecchio.

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Testo Nicole Ochsenbein; Illustrazione Anja Denz

Il 70 percento delle percezioni passa dagli occhi. Ciò li rende l’organo sensoriale più importante. Più di ogni altro organo è l’occhio che valuta una pietanza e decide se sia idoneo al consumo – si dice infatti che «anche l’occhio vuole la sua parte». Per esempio i colori più vivi segnalano al cervello l’idea di freschezza, mentre i colori pallidi e grigi generano avversione. Il senso della vista è dunque un primo sistema d’allarme, dal momento che ci protegge dal consumare cibo avariato.

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Fino a oggi l’elenco dei gusti riconosciuti era definito: amaro, aspro, dolce, salato e umani. Presto però questo elenco potrebbe essere esteso per includerne un sesto: «starchy», in italiano amilaceo. Questa recente scoperta di ricercatori americani dovrebbe chiarire il motivo per cui amiamo gli alimenti contenenti amidi, come patate, pane o pasta. A livello scientifico su questo tema la discussione è però ancora aperta.

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Passare da un alto consumo all’avversione per il caffè? In gravidanza il gusto cambia a causa degli ormoni, che affinano i sensi della donna. Questo aspetto riveste una grande importanza, dal momento che le donne incinte devono badare alla salute propria e a quella del bambino. Dal punto di vista biologico il senso del gusto ha lo scopo di distinguere i cibi buoni da quelli cattivi. In quest’ottica anche l’avversione innata dei neonati per l’amaro ha senso. In natura infatti l’amaro è il più delle volte tossico.

Anche l’olfatto funge da sistema di allarme. Le cellule sensoriali della mucosa olfattiva umana possono percepire almeno un milione di odori. Olfatto e gusto sono strettamente legati tra loro. I recettori dell’olfatto sono molto più sensibili rispetto a quelli del gusto. Dal confronto con gli odori precedentemente percepiti – una sorta di archivio personalizzato – il cervello classifica le fragranze rilevate, riconoscendo e valutando i cibi.

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C’è un secondo tipo di odorato: l’olfatto «retronasale», per il quale rivestono il ruolo principale cavità orale e palato. Queste cavità sono interconnesse tramite un’apertura, che permette agli aromi degli alimenti di giungere alla gola e fino alle mucose nasali. È così che percepiamo odori e gusto contemporaneamente.

Il piccante non è un gusto, bensì una sensazione di dolore sulla lingua, causato dai capsaicinoidi. Gli stessi ricettori che percepiscono il piccante reagiscono anche agli stimoli di calore oltre i 43 gradi, vale a dire a cibi e bevande calde con cui ci si «scotta» la lingua. Per alleviare il dolore il cervello secerne endorfine e la reazione è chiamata «Pepper-high». Non tutti percepiscono i gusti nello stesso modo. La differenza dipende dal numero di gemme gustative presenti per centimetro quadrato di lingua: con 400 si ha un palato eccezionale, 180 rientra nella normalità, mentre 100 è sotto la media. Una metà della popolazione mondiale ne ha un quantitativo medio, un quarto rispettivamente un numero eccezionale e sotto la media. Esistono anche differenze etniche. Per esempio in Asia e in Africa questa capacità è mediamente più sviluppata che non in Europa.

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Un odore delizioso o l’immagine di una pizza ci fanno venire l’acquolina in bocca. Di ciò è responsabile un riflesso, che già alla prospettiva di un pasto mette in moto la salivazione. Questo perché senza saliva avremmo grosse difficoltà a deglutire e a digerire il cibo. La saliva contiene inoltre amilasi, un enzima che inizia già nella bocca a scindere i carboidrati, così che questi possano essere assimilati nel corso della digestione.

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I ricettori del gusto presenti sulla lingua e nella cavità orale aprono le porte al vero piacere nei confronti del cibo. È infatti qui che sono presenti le papille gustative, che contengono le gemme gustative. Con la frantumazione e la salivazione che avviene nel corso della masticazione, i diversi componenti si sciolgono e rilasciano i loro aromi. L’essere umano riconosce cinque gusti fondamentali: amaro, aspro, dolce, salato e umami. La lingua è però anche uno strumento di tatto, che registra la consistenza e la temperatura dei cibi.

Se percepiamo il gusto di una pietanza come divino o nauseante è influenzato da fattori genetici e ancor più da fattori culturali. Per esempio, il gusto del formaggio è percepito come piacevole solo nelle regioni in cui è tradizionalmente mangiato. Alla maggior parte della popolazione cinese, invece, non piace perché ne percepiscono un gusto di latte alterato. Tutti si lamentano della cucina proposta sugli aerei, dove il cibo è sciapido, il vino acido. Ciò non dipende da manchevolezze dei cuochi, bensì dalla minor pressione dell’aria sugli aerei. Studi hanno dimostrato che a bassa pressione i sensi del gusto e dell’olfatto sono meno percettivi, analogamente a quanto succede quando si ha un raffreddore. Così, quando si vola, del sale viene percepito fino a un terzo in meno del suo effetto, lo zucchero fino al 20 percento meno dolce. Altre informazioni sul tema: www.piacere-del-gusto.ch


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Idee e acquisti per la settimana

Idee e acquisti per la settimana A occhi bendati non si vede nulla 1 «Ha un gusto dolce. Potrebbe trattarsi di una composta di pomodori verdi. Si sente anche una nota fruttata… kiwi forse?» Florant Pindie (47), Neuchâtel, Aiuto cucina

Sondaggio

Peperoni? Sul serio?

Quando il gusto di un peperone verde viene percepito dolce come se si trattasse di una composta di kiwi significa che i sensi sono stati tratti in errore. Nel caso in questione all’inganno può aver contribuito il fatto che il peperone è stato presentato in una forma irriconoscibile – un puré – e che è inoltre stato assaggiato con gli occhi bendati o con il naso tappato. Il sorprendente risultato della nostra degustazione alla cieca Testo Mathieu Spohn e Claudio Bader

Degustatori tratti in inganno: se un peperone non è più riconoscibile come tale – perché ridotto in puré – anche con tutti i sensi all’erta risulta difficile identificarne il gusto. Altri esperimenti in video: www.piacere-del-gusto.ch

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4

3 «L’odore rammenta in qualche modo fichi e carote. Ma il gusto è amaro. È sedano? Peperone? Sul serio?» Melody Walzer (21), Neuchâtel, Studentessa

«Questa è una verdura non condita. Zucchina? Contiene anche melanzana?»

4 «Sa di patata. Un gusto molto insipido. Non mi piace.» Karel Pernot (64), Ebernburg BE, Fisioterapista

Massimo Cristiano (38), Ponte Tresa TI, Consulente assicurativo

Gustare con tutti i sensi 1 «Si tratta chiaramente di peperoni verdi. Il suo gusto amaro è inconfondibile.» Can Yornuk (46), Berna, Impiegato di commercio

«Peperoni verdi. Lo si riconosce subito dal gusto e dall’odore»

«È un po’ dolce. Contiene molta frutta diversa?»

Gilles Botteron (54), Saint-Aubin-Sauges NE, Conducente di automobile postale

Hope Osero (32), Bern, Addetta alle pulizie

2 «Il gusto è neutro. Forse si tratta di zucchina o cetriolo. Oppure piselli? Fagioli?» Marianne Hämmerli (76), Berna, Sarta da donna 3 «È un tantino amaro. Si tratta di peperoni verdi?» Daria Nuccio (64), Pregassona, Casalinga 4 «Non sa di granché. Si tratta di broccoli? Sento anche il gusto di zucchina e peperone.» Laura Filli (32), Cadempino, Pedagoga

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2 «È buono. Una conserva dolce con una leggera nota amara.» Antoine Martignier (19), Neuchâtel, Studente

Con il naso tappato non si sentono gli odori 1 «Non ho idea di cosa possa essere. Con il naso tappato non sento gli odori. Il gusto è leggermente amaro. È una varietà di cavolo?» Michael Piangu (21), Ittingen BE, Tirocinante 2 «Non ha praticamente gusto. La consistenza è quella del cetriolo, il retrogusto però è amaro. Peperoni?» Annelise Devenogues (36), Neuchâtel, Sarta 3 «È insapore, insipido e acquoso. Penso si tratti di zucchine.» Heidi Ghisla (67), Minusio, Infermiera 4 «Si tratta di una verdura dolce? Il gusto mi rammenta una mousse liquida di avocado.» Giorgio Lunori (52), Luino, Sommelier


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Idee e acquisti per la settimana A occhi bendati non si vede nulla 1 «Ha un gusto dolce. Potrebbe trattarsi di una composta di pomodori verdi. Si sente anche una nota fruttata… kiwi forse?» Florant Pindie (47), Neuchâtel, Aiuto cucina

Sondaggio

Peperoni? Sul serio?

Quando il gusto di un peperone verde viene percepito dolce come se si trattasse di una composta di kiwi significa che i sensi sono stati tratti in errore. Nel caso in questione all’inganno può aver contribuito il fatto che il peperone è stato presentato in una forma irriconoscibile – un puré – e che è inoltre stato assaggiato con gli occhi bendati o con il naso tappato. Il sorprendente risultato della nostra degustazione alla cieca Testo Mathieu Spohn e Claudio Bader

Degustatori tratti in inganno: se un peperone non è più riconoscibile come tale – perché ridotto in puré – anche con tutti i sensi all’erta risulta difficile identificarne il gusto. Altri esperimenti in video: www.piacere-del-gusto.ch

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3 «L’odore rammenta in qualche modo fichi e carote. Ma il gusto è amaro. È sedano? Peperone? Sul serio?» Melody Walzer (21), Neuchâtel, Studentessa

«Questa è una verdura non condita. Zucchina? Contiene anche melanzana?»

4 «Sa di patata. Un gusto molto insipido. Non mi piace.» Karel Pernot (64), Ebernburg BE, Fisioterapista

Massimo Cristiano (38), Ponte Tresa TI, Consulente assicurativo

Gustare con tutti i sensi 1 «Si tratta chiaramente di peperoni verdi. Il suo gusto amaro è inconfondibile.» Can Yornuk (46), Berna, Impiegato di commercio

«Peperoni verdi. Lo si riconosce subito dal gusto e dall’odore»

«È un po’ dolce. Contiene molta frutta diversa?»

Gilles Botteron (54), Saint-Aubin-Sauges NE, Conducente di automobile postale

Hope Osero (32), Bern, Addetta alle pulizie

2 «Il gusto è neutro. Forse si tratta di zucchina o cetriolo. Oppure piselli? Fagioli?» Marianne Hämmerli (76), Berna, Sarta da donna 3 «È un tantino amaro. Si tratta di peperoni verdi?» Daria Nuccio (64), Pregassona, Casalinga 4 «Non sa di granché. Si tratta di broccoli? Sento anche il gusto di zucchina e peperone.» Laura Filli (32), Cadempino, Pedagoga

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2 «È buono. Una conserva dolce con una leggera nota amara.» Antoine Martignier (19), Neuchâtel, Studente

Con il naso tappato non si sentono gli odori 1 «Non ho idea di cosa possa essere. Con il naso tappato non sento gli odori. Il gusto è leggermente amaro. È una varietà di cavolo?» Michael Piangu (21), Ittingen BE, Tirocinante 2 «Non ha praticamente gusto. La consistenza è quella del cetriolo, il retrogusto però è amaro. Peperoni?» Annelise Devenogues (36), Neuchâtel, Sarta 3 «È insapore, insipido e acquoso. Penso si tratti di zucchine.» Heidi Ghisla (67), Minusio, Infermiera 4 «Si tratta di una verdura dolce? Il gusto mi rammenta una mousse liquida di avocado.» Giorgio Lunori (52), Luino, Sommelier


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Idee e acquisti per la settimana

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Christine Brugger

Degustazione

«Intenso ma naturale»

Quel che sente l’esperta sensoriale Mela - Varietà «Gravenstein» Aroma: gli aromi di erba verde sulla buccia e nella polpa costituiscono le principali caratteristiche aromatiche di questa varietà. Il profilo è completato da tenui aromi floreali di rosa e miele e da un’elegante nota di spezie. Sapore: prevale il gusto delicatamente dolce; all’inizio si percepisce una leggera acidità e astringenza (sensazione di secchezza). Struttura: la mela denota una delicata texture cellulare che risulta un po’ morbida sul palato, una succosità media e una lieve durezza della buccia.

Christine Brugger è una professionista del gusto. In questa intervista, la specialista di scienze sensoriali spiega come si possono educare i sensi e descrive il sapore di tre prodotti freschi della Migros Testo Andreas Dürrenberger; Foto Heiko Hoffmann

giusto dovrei masticarla a lungo, in modo che tutti gli aromi possano sprigionarsi ed essere riconosciuti. Un’altra possibilità è la cosiddetta degustazione verticale di cinque o sei diversi tipi di prodotti. È adatto allo scopo, per esempio, il prosciutto crudo di diverse razze suine nutrite in modo diverso. Di ogni tipo si analizza l’aroma, il sapore e la struttura, chiamata in gergo «texture».

Pane - «Passione Rustico» Aroma: tenui note di tostatura di sesamo, noci e frutta, con un accenno di lievito fresco. Sapore: al contempo dolce e salato, con un retrogusto un po’ amaro nei punti più scuri della crosta. Struttura: morbida sulla crosta, succosa con una mollica di consistenza media.

Come si può descrivere un sapore?

Christine Brugger (43 anni) è specialista di scienze alimentari sensoriali. Signora Brugger, cosa fanno gli scienziati sensoriali?

Ci occupiamo della percezione dei cinque sensi. In quanto scienziata, utilizzo i miei cinque sensi come strumenti di misurazione e istruisco a diventare operatori di test persone che hanno una percezione sensoriale oltre la media. Finora, infatti, nessuna tecnologia può sostituire l’uomo, perché non esistono strumenti di misurazione più sensibili di naso e palato. Perché ha scelto la professione di esperta sensoriale?

Sono cresciuta in una fattoria Demeter, ossia che produce alimenti biodinamici, e ho sempre avuto un rapporto intenso con i prodotti alimentari. Volevo sapere perché e come questi prodotti hanno un sapore differente uno dall’altro, perciò ho studiato scienze alimentari. Durante gli studi ho deciso che non volevo diventare una consulente alimentare, mentre trovavo più importante ascoltare il proprio corpo e mangiare bene gustando il cibo. Il mio umore, ad esempio, è fortemente dipendente dal buon cibo. Così cominciai ad occuparmi intensamente del piacere dato dai generi alimentari. Se mangiare influenza così tanto il Suo umore, è sicuramente difficile andare a cena con Lei in un normale ristorante.

Dipende, sono molto accomodante (ride). Fondamentalmente, però, se esco è per avere un’esperienza gastronomica fuori dal comune. Mi piacciono i concetti culinari particolari. Le cose semplici le cucino già a casa. Come si comporta quando le viene servito un piatto?

Assaggio ogni singolo elemento della pietanza. Inizio annusandolo. Provo innanzitutto quello che si raffredda velocemente, prima che l’aroma evapori. Nella degustazione di un piatto si considerano tre criteri: l’intensità e la complessità del gusto e quanto tempo resta sul palato. A livello colloquiale parliamo di gusto, ma spesso intendiamo l’aroma e la combinazione di sapore e odore, che si sprigiona attraverso la bocca e il naso. Come si può educare il senso del gusto?

Se volessi degustare una mela nel modo

Si possono considerare cinque gusti fondamentali: dolce, salato, aspro, amaro e umami (ndr.: termine giapponese che significa «saporito», accostato in particolare a carne e formaggio). Per quanto riguarda gli aromi lo spettro è molto più ampio. Possiamo percepire un milione di odori, ma siamo in grado di indentificarne e descriverne soltanto una parte infinitesimale. I profumieri, dopo una formazione specifica, riescono a identificare e descrivere 3000 fragranze. Per descriverle si lavora con dei termini di paragone, come per esempio il profumo di limone, di rosa e così via.

Prosciutto - «Prosciutto di Parma» Aroma: intenso aroma di noci e ananas maturo, completato da aromi di carne stagionata che richiamano quelli delle muffe alimentari. Sapore: leggermente salato, un po’ dolce e percezione di un gusto umami particolarmente intenso e duraturo. Struttura: struttura delicata e succosa.

La sensibilità del gusto è influenzata anche a livello culturale?

Assolutamente, le nostre preferenze si stabiliscono già durante l’infanzia. In Europa siamo molto influenzati dai sapori e dagli aromi. La «texture», ossia la struttura di un alimento, gioca invece un ruolo minore, perché sotto questo aspetto i nostri cibi hanno uno spettro ristretto. In Asia è diverso. Nell’ambito di uno studio, alcune persone hanno degustato gli stessi prodotti in Francia e in Vietnam, dopodiché li hanno descritti. In Francia sono state impiegate 30 parole per descriverne la struttura, mentre in Vietnam ben 70. Può citare qualche genere alimentare che viene percepito in modo diverso nelle differenti culture?

A Singapore ho provato il durian, noto per essere un frutto dal cattivo odore, ma che lì è una prelibatezza. Il suo odore pungente ricorda la carne rancida, motivo per cui non può essere, tra l’altro, trasportato in aereo. Il sapore, invece, è dolce e burroso, con un aroma solfureo che ricorda le cipolle arrosto. Secondo i nostri gusti, non si tratta di un frutto. Infatti, se non lo si considera tale ha un buon sapore. Per contro, gli asiatici hanno problemi con il formaggio. Quali sono le tendenze in materia di gusto?

Saper riconoscere l’umami è un grosso tema qui da noi, dove questo tipo di gusto è ancora relativamente sconosciuto. In Giappone, invece, è stato descritto già all’inizio del secolo scorso. In generale, ci sono intense controversie nel campo del sensoriale. Lo si vede anche nel marketing, dove sono propagandati prodotti alimentari che hanno un cosiddetto «sensory claim», ossia che sono, ad esempio, particolarmente freschi, fruttosi o hanno l’aroma di agrumi. Inoltre, la gente desidera sperimentare sapori intensi in un modo il più possibile naturale. È come se nel cibo si volesse assaporare la natura!

Percepire con tutti i sensi: Christine Brugger durante una degustazione.


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Christine Brugger

Degustazione

«Intenso ma naturale»

Quel che sente l’esperta sensoriale Mela - Varietà «Gravenstein» Aroma: gli aromi di erba verde sulla buccia e nella polpa costituiscono le principali caratteristiche aromatiche di questa varietà. Il profilo è completato da tenui aromi floreali di rosa e miele e da un’elegante nota di spezie. Sapore: prevale il gusto delicatamente dolce; all’inizio si percepisce una leggera acidità e astringenza (sensazione di secchezza). Struttura: la mela denota una delicata texture cellulare che risulta un po’ morbida sul palato, una succosità media e una lieve durezza della buccia.

Christine Brugger è una professionista del gusto. In questa intervista, la specialista di scienze sensoriali spiega come si possono educare i sensi e descrive il sapore di tre prodotti freschi della Migros Testo Andreas Dürrenberger; Foto Heiko Hoffmann

giusto dovrei masticarla a lungo, in modo che tutti gli aromi possano sprigionarsi ed essere riconosciuti. Un’altra possibilità è la cosiddetta degustazione verticale di cinque o sei diversi tipi di prodotti. È adatto allo scopo, per esempio, il prosciutto crudo di diverse razze suine nutrite in modo diverso. Di ogni tipo si analizza l’aroma, il sapore e la struttura, chiamata in gergo «texture».

Pane - «Passione Rustico» Aroma: tenui note di tostatura di sesamo, noci e frutta, con un accenno di lievito fresco. Sapore: al contempo dolce e salato, con un retrogusto un po’ amaro nei punti più scuri della crosta. Struttura: morbida sulla crosta, succosa con una mollica di consistenza media.

Come si può descrivere un sapore?

Christine Brugger (43 anni) è specialista di scienze alimentari sensoriali. Signora Brugger, cosa fanno gli scienziati sensoriali?

Ci occupiamo della percezione dei cinque sensi. In quanto scienziata, utilizzo i miei cinque sensi come strumenti di misurazione e istruisco a diventare operatori di test persone che hanno una percezione sensoriale oltre la media. Finora, infatti, nessuna tecnologia può sostituire l’uomo, perché non esistono strumenti di misurazione più sensibili di naso e palato. Perché ha scelto la professione di esperta sensoriale?

Sono cresciuta in una fattoria Demeter, ossia che produce alimenti biodinamici, e ho sempre avuto un rapporto intenso con i prodotti alimentari. Volevo sapere perché e come questi prodotti hanno un sapore differente uno dall’altro, perciò ho studiato scienze alimentari. Durante gli studi ho deciso che non volevo diventare una consulente alimentare, mentre trovavo più importante ascoltare il proprio corpo e mangiare bene gustando il cibo. Il mio umore, ad esempio, è fortemente dipendente dal buon cibo. Così cominciai ad occuparmi intensamente del piacere dato dai generi alimentari. Se mangiare influenza così tanto il Suo umore, è sicuramente difficile andare a cena con Lei in un normale ristorante.

Dipende, sono molto accomodante (ride). Fondamentalmente, però, se esco è per avere un’esperienza gastronomica fuori dal comune. Mi piacciono i concetti culinari particolari. Le cose semplici le cucino già a casa. Come si comporta quando le viene servito un piatto?

Assaggio ogni singolo elemento della pietanza. Inizio annusandolo. Provo innanzitutto quello che si raffredda velocemente, prima che l’aroma evapori. Nella degustazione di un piatto si considerano tre criteri: l’intensità e la complessità del gusto e quanto tempo resta sul palato. A livello colloquiale parliamo di gusto, ma spesso intendiamo l’aroma e la combinazione di sapore e odore, che si sprigiona attraverso la bocca e il naso. Come si può educare il senso del gusto?

Se volessi degustare una mela nel modo

Si possono considerare cinque gusti fondamentali: dolce, salato, aspro, amaro e umami (ndr.: termine giapponese che significa «saporito», accostato in particolare a carne e formaggio). Per quanto riguarda gli aromi lo spettro è molto più ampio. Possiamo percepire un milione di odori, ma siamo in grado di indentificarne e descriverne soltanto una parte infinitesimale. I profumieri, dopo una formazione specifica, riescono a identificare e descrivere 3000 fragranze. Per descriverle si lavora con dei termini di paragone, come per esempio il profumo di limone, di rosa e così via.

Prosciutto - «Prosciutto di Parma» Aroma: intenso aroma di noci e ananas maturo, completato da aromi di carne stagionata che richiamano quelli delle muffe alimentari. Sapore: leggermente salato, un po’ dolce e percezione di un gusto umami particolarmente intenso e duraturo. Struttura: struttura delicata e succosa.

La sensibilità del gusto è influenzata anche a livello culturale?

Assolutamente, le nostre preferenze si stabiliscono già durante l’infanzia. In Europa siamo molto influenzati dai sapori e dagli aromi. La «texture», ossia la struttura di un alimento, gioca invece un ruolo minore, perché sotto questo aspetto i nostri cibi hanno uno spettro ristretto. In Asia è diverso. Nell’ambito di uno studio, alcune persone hanno degustato gli stessi prodotti in Francia e in Vietnam, dopodiché li hanno descritti. In Francia sono state impiegate 30 parole per descriverne la struttura, mentre in Vietnam ben 70. Può citare qualche genere alimentare che viene percepito in modo diverso nelle differenti culture?

A Singapore ho provato il durian, noto per essere un frutto dal cattivo odore, ma che lì è una prelibatezza. Il suo odore pungente ricorda la carne rancida, motivo per cui non può essere, tra l’altro, trasportato in aereo. Il sapore, invece, è dolce e burroso, con un aroma solfureo che ricorda le cipolle arrosto. Secondo i nostri gusti, non si tratta di un frutto. Infatti, se non lo si considera tale ha un buon sapore. Per contro, gli asiatici hanno problemi con il formaggio. Quali sono le tendenze in materia di gusto?

Saper riconoscere l’umami è un grosso tema qui da noi, dove questo tipo di gusto è ancora relativamente sconosciuto. In Giappone, invece, è stato descritto già all’inizio del secolo scorso. In generale, ci sono intense controversie nel campo del sensoriale. Lo si vede anche nel marketing, dove sono propagandati prodotti alimentari che hanno un cosiddetto «sensory claim», ossia che sono, ad esempio, particolarmente freschi, fruttosi o hanno l’aroma di agrumi. Inoltre, la gente desidera sperimentare sapori intensi in un modo il più possibile naturale. È come se nel cibo si volesse assaporare la natura!

Percepire con tutti i sensi: Christine Brugger durante una degustazione.


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Idee e acquisti per la settimana

Idee e acquisti per la settimana

«Il profumo di pane fresco non mi stufa mai»: Christoph Ledergerber, responsabile dello sviluppo del pane alla Jowa.

Varietà di gusti

Piacere per il palato

Il sapore del salmone cambia a seconda di come lo si cucina. Un esperimento personale per una sorprendente avventura gustativa Testo Sonja Leissing; Foto Claudia Linsi; Ricette Daniel Tinembart

Il salmone è disponibile con o senza pelle, a tranci, affumicato o in salamoia.

Reparto esperimenti

Il creatore di pane

Ogni giorno con il profumo di pane fresco nelle narici: Christoph Ledergerber e la sua equipe della Jowa fanno in modo che l’assortimento di pane della Migros si arricchisca regolarmente di novità Testo Nicole Ochsenbein; Foto Nick Hunger

Si sente il profumo di pane fresco e di… cipolle. «Un collega sta sperimentando un nuovo impasto», spiega il panettiere Christoph Ledergerber (50 anni), capo dello sviluppo del pane alla Jowa di Volketswil (ZH). In questo reparto sono accatastate pile di sacchi di farina e dalle pareti penzolano componenti per macchine miscelatrici, che sembrano giganteschi frullini. Un po’ più in là, un collaboratore tira fuori dal forno il pane fresco con l’ausilio di uno strumento di legno a forma di pala. Nell’universo di Christoph Ledergerber tutto ruota attorno al pane. Assieme ai quattro colleghi di reparto raccoglie la sfida di inventare sempre nuove creazioni di questo alimento.

Qui, le idee discusse a tavolino vengono realizzate in serie limitata, per essere degustate dall’equipe. La messa in pratica non è sempre facile: bisogna che concordino anche la dimensione e la forma, non solo il gusto e la consistenza. «Se dopo la degustazione interna il progetto di pane non convince, dobbiamo rivedere la ricetta», dice Ledergerber ridendo. Se invece la versione testata è ritenuta valida, si documentano accuratamente le varie fasi di sviluppo dei campioni di impasto. Durante questo processo si fanno un’infinità di varianti. Ci vogliono all’incirca sei mesi prima che un nuovo tipo di pane approdi sugli scaffali della Migros o anche di più in caso di materie prime stagionali. «Se i vari tipi

di cereali non si combinano a livello di gusto, non se ne fa niente», spiega Ledergerber. Molto spesso, se un progetto di pane va a buon fine è una questione che riguarda gli ingredienti e le loro proprietà di cottura. Fonti d’ispirazione

Spesso a servire da ispirazione per le nuove creazioni sono le tendenze del mercato internazionale, come i cosiddetti «superfood». È il caso, ad esempio, del pane ai semi di chia. Siccome i semi da soli hanno poco aroma, bisognava esaltare il sapore con un accento nocciolato, come quello del sesamo. Prima di essere lavorati, i semi di chia vengono immersi nell’acqua. Il loro grande vantaggio sta

nel fatto che assorbono molta acqua, una parte della quale viene poi rilasciata durante la cottura, cosicché il prodotto si conserva fresco a lungo. Il futuro è forse il «pane superfood»? «Io scommetto sui semi di basilico», svela Ledergerber. Un impasto riposa anche a 48 ore prima di essere modellato a forma di pagnotta e passare nella cella di lievitazione, una specie di sauna. Nel lungo riposo c’è anche il segreto di un buon pane: «Bisogna dare alla pasta tempo sufficiente per sviluppare le sue sostanze aromatiche». E Ledergerber va letteralmente in visibilio quando parla delle virtù aromatiche dei classici Bürli della Jowa: i suoi panini preferiti, al cui sviluppo partecipò una ventina d’anni fa.

Uno cotto al vapore, un altro affumicato con il fumo di farina e un altro ancora rosolato in poco burro: così preparo il filetto di salmone che servo ai miei tre ospiti. Solo in un secondo tempo porto in tavola una salsa al vino bianco, fettine di limone e spuma di rafano. Insieme vogliamo scoprire come e in che misura cambia il gusto originale del salmone a seconda del modo in cui viene preparato. Ognuno dei miei ospiti prende nota delle proprie impressioni. Si valutano consistenza, profumo e gusto. Siamo tutti sorprendentemente tranquilli. Ognuno si concentra su piccoli bocco-

ni, che mastica più a lungo del solito, per poi fermarsi un attimo cercando le parole per descrivere le sensazioni, prima di passare all’assaggio successivo. Il trancio di salmone affumicato a caldo incanta gli ospiti

Il salmone rosolato ha un superbo aroma tostato. Il gusto è forte e corposo. Ma le opinioni divergono. Un ospite ritiene che risulta «un po’ legnoso». Il sapore viene giudicato lievemente terroso e burroso. Per il mio palato il salmone è al suo meglio con qualche goccia di limone. Sulla variante al vapore

siamo tutti d’accordo. La consistenza del pesce è morbida come il burro ma ancora compatta. Il gusto è così come deve essere: leggermente dolce, amabile e vellutato. Il salmone affumicato affascina tutti. Il suo aroma viene definito «selvatico», «muscoso», «fumoso» e «terroso». Qualcuno riconosce anche un tocco di vaniglia. Risultato dell’esercizio degustativo di gruppo: definire il gusto è difficile. Sulla base delle percezioni individuali, ognuno scopre più o meno aspetti nel contempo familiari e sorprendenti.


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Idee e acquisti per la settimana

Idee e acquisti per la settimana

«Il profumo di pane fresco non mi stufa mai»: Christoph Ledergerber, responsabile dello sviluppo del pane alla Jowa.

Varietà di gusti

Piacere per il palato

Il sapore del salmone cambia a seconda di come lo si cucina. Un esperimento personale per una sorprendente avventura gustativa Testo Sonja Leissing; Foto Claudia Linsi; Ricette Daniel Tinembart

Il salmone è disponibile con o senza pelle, a tranci, affumicato o in salamoia.

Reparto esperimenti

Il creatore di pane

Ogni giorno con il profumo di pane fresco nelle narici: Christoph Ledergerber e la sua equipe della Jowa fanno in modo che l’assortimento di pane della Migros si arricchisca regolarmente di novità Testo Nicole Ochsenbein; Foto Nick Hunger

Si sente il profumo di pane fresco e di… cipolle. «Un collega sta sperimentando un nuovo impasto», spiega il panettiere Christoph Ledergerber (50 anni), capo dello sviluppo del pane alla Jowa di Volketswil (ZH). In questo reparto sono accatastate pile di sacchi di farina e dalle pareti penzolano componenti per macchine miscelatrici, che sembrano giganteschi frullini. Un po’ più in là, un collaboratore tira fuori dal forno il pane fresco con l’ausilio di uno strumento di legno a forma di pala. Nell’universo di Christoph Ledergerber tutto ruota attorno al pane. Assieme ai quattro colleghi di reparto raccoglie la sfida di inventare sempre nuove creazioni di questo alimento.

Qui, le idee discusse a tavolino vengono realizzate in serie limitata, per essere degustate dall’equipe. La messa in pratica non è sempre facile: bisogna che concordino anche la dimensione e la forma, non solo il gusto e la consistenza. «Se dopo la degustazione interna il progetto di pane non convince, dobbiamo rivedere la ricetta», dice Ledergerber ridendo. Se invece la versione testata è ritenuta valida, si documentano accuratamente le varie fasi di sviluppo dei campioni di impasto. Durante questo processo si fanno un’infinità di varianti. Ci vogliono all’incirca sei mesi prima che un nuovo tipo di pane approdi sugli scaffali della Migros o anche di più in caso di materie prime stagionali. «Se i vari tipi

di cereali non si combinano a livello di gusto, non se ne fa niente», spiega Ledergerber. Molto spesso, se un progetto di pane va a buon fine è una questione che riguarda gli ingredienti e le loro proprietà di cottura. Fonti d’ispirazione

Spesso a servire da ispirazione per le nuove creazioni sono le tendenze del mercato internazionale, come i cosiddetti «superfood». È il caso, ad esempio, del pane ai semi di chia. Siccome i semi da soli hanno poco aroma, bisognava esaltare il sapore con un accento nocciolato, come quello del sesamo. Prima di essere lavorati, i semi di chia vengono immersi nell’acqua. Il loro grande vantaggio sta

nel fatto che assorbono molta acqua, una parte della quale viene poi rilasciata durante la cottura, cosicché il prodotto si conserva fresco a lungo. Il futuro è forse il «pane superfood»? «Io scommetto sui semi di basilico», svela Ledergerber. Un impasto riposa anche a 48 ore prima di essere modellato a forma di pagnotta e passare nella cella di lievitazione, una specie di sauna. Nel lungo riposo c’è anche il segreto di un buon pane: «Bisogna dare alla pasta tempo sufficiente per sviluppare le sue sostanze aromatiche». E Ledergerber va letteralmente in visibilio quando parla delle virtù aromatiche dei classici Bürli della Jowa: i suoi panini preferiti, al cui sviluppo partecipò una ventina d’anni fa.

Uno cotto al vapore, un altro affumicato con il fumo di farina e un altro ancora rosolato in poco burro: così preparo il filetto di salmone che servo ai miei tre ospiti. Solo in un secondo tempo porto in tavola una salsa al vino bianco, fettine di limone e spuma di rafano. Insieme vogliamo scoprire come e in che misura cambia il gusto originale del salmone a seconda del modo in cui viene preparato. Ognuno dei miei ospiti prende nota delle proprie impressioni. Si valutano consistenza, profumo e gusto. Siamo tutti sorprendentemente tranquilli. Ognuno si concentra su piccoli bocco-

ni, che mastica più a lungo del solito, per poi fermarsi un attimo cercando le parole per descrivere le sensazioni, prima di passare all’assaggio successivo. Il trancio di salmone affumicato a caldo incanta gli ospiti

Il salmone rosolato ha un superbo aroma tostato. Il gusto è forte e corposo. Ma le opinioni divergono. Un ospite ritiene che risulta «un po’ legnoso». Il sapore viene giudicato lievemente terroso e burroso. Per il mio palato il salmone è al suo meglio con qualche goccia di limone. Sulla variante al vapore

siamo tutti d’accordo. La consistenza del pesce è morbida come il burro ma ancora compatta. Il gusto è così come deve essere: leggermente dolce, amabile e vellutato. Il salmone affumicato affascina tutti. Il suo aroma viene definito «selvatico», «muscoso», «fumoso» e «terroso». Qualcuno riconosce anche un tocco di vaniglia. Risultato dell’esercizio degustativo di gruppo: definire il gusto è difficile. Sulla base delle percezioni individuali, ognuno scopre più o meno aspetti nel contempo familiari e sorprendenti.


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Idee e acquisti per la settimana

Idee e acquisti per la settimana

Filetti di salmone affumicati con salsa al rafano e alla mela

Conclusione di Sonja Leissing

Piatto principale per 4 persone

Conclusione di Sonja Leissing

Ingredienti 600 g di filetti di salmone con la pelle sale, pepe 4 cucchiai di farina per affumicare o 1 manciata di pezzettini di legno per affumicare 1 cucchiaio di bacche di ginepro 4 rametti di rosmarino

2. Affumicatura in cucina. Foderate un’ampia padella con carta alu. Distribuite sul fondo la farina per affumicare, le bacche di ginepro e il rosmarino. Ricoprite il tutto con un foglio di carta alo piegato due volte. Accomodate i filetti sulla carta alu. Mettete il coperchio sulla padella e scaldate. Non appena si sviluppa il fumo, calcolate 12-15 minuti di cottura.

«Per me il salmone affumicato, con il suo aroma intenso, era perfetto. Mi ha convinto la consistenza vellutata del pesce, con il suo sentore di legno, aghi e bacche di ginepro. Il profumo silvestre mi ha ricordato la trota affumicata che preparava mio nonno durante la mia infanzia».

Per la salsa 1 mela acidula 200 g di crème fraîche 20 g di rafano sale, pepe

3. Nel frattempo, per la salsa grattugiate la mela con la grattugia per bircher e mescolatela con la crème fraîche. Unite anche il rafano grattugiato. Condite con sale e pepe. Servite il salmone con la salsa al rafano e alla mela.

Preparazione Condite il salmone con sale e pepe. 1. Affumicatura sul grill. Spargete la farina per affumicare su una teglia. Accomodate sulla farina le bacche di ginepro e il rosmarino. Coprite con un foglio di carta alu piegato due volte. Accomodate i filetti di pesce sulla carta alu. Coprite il tutto con una seconda teglia grande quanto la prima. Accomodate le teglie sul grill caldo. Non appena si sviluppa il fumo, calcolate 12-15 minuti di cottura.

Consigli sul gusto Il gusto fresco e piccante del rafano attenua e bilancia l’aroma del pesce affumicato.

«Il filetto di salmone cotto al vapore è tenero, dolce e burroso, al palato sodo e morbido. Con questo tipo di cottura, il gusto del pesce viene valorizzato al meglio. La cipolla tritata finemente e il vino bianco conferiscono vivacità al sapore del salmone».

Filetti di salmone affogati con salsa al vino bianco Piatto principale per 4 persone Ingredienti 1 scalogno ½ mazzetto di aneto 2 cucchiai di burro 3 dl di fumetto di pesce 2 dl di vino bianco 4 tranci di filetto di salmone senza pelle, di ca. 160 g ciascuno sale, pepe 2 cucchiai di farina 1 dl di panna semigrassa Preparazione 1. Tritate separatamente lo scalogno e l’aneto. Scaldate la metà del burro in una padella ampia. Unite lo scalogno e soffriggetelo brevemente. Versate il fumetto e il vino e portate a ebollizione. Condite i filetti di pesce con sale e pepe. Immergeteli nel brodo, incoperchiate e fate sobbollire a fuoco basso per ca. 6 minuti. Estraete il pesce con cura dal brodo e tenetelo in caldo. 2. Impastate il burro rimasto con la farina. Unite la miscela di burro e farina e la panna al fondo e frullate con uno frullatore a immersione. Fate sobbollire per ca. 2 minuti. Incorporate l’aneto e regolate di sale e pepe. Irrorare i filetti con la salsa al vino bianco e servite.

Tempo di preparazione ca. 10 minuti + cottura/affumicatura ca. 15 minuti Per persona ca. 29 g di proteine, 19 g di grassi, 6 g di carboidrati, 1300 kJ/310 kcal

Consigli sul gusto Il vino bianco, con la sua leggera acidità, affina il delicato gusto del pesce. Tempo di preparazione ca. 30 minuti Per persona ca. 32 di proteine, 21 g di grassi, 5 g di carboidrati, 1550 kJ/370 kcal

Salmone arrosto con limone Piatto principale per 4 persone Ingredienti 2 limoni 4 tranci di salmone di ca. 200 g ciascuno pepe dal macinapepe 1 cucchiaio di farina 4 cucchiai d’olio di colza HOLL 2 rametti di timo fleur de sel

Conclusione di Sonja Leissing «La rosolatura conferisce ai tranci di salmone un sapore forte e amaro. La consistenza rende evidente che il salmone è un pesce ricco di grassi. Con qualche goccia di limone la pietanza risulta più leggera e meno burrosa». Più informazioni sui differenti sapori del salmone su: www.piacere-del-gusto.ch

Preparazione Dimezzate i limoni. Condite i tranci di salmone con il pepe e spolverizzateli di farina. Scaldate l’olio in un tegame. Rosolate i tranci da entrambi i lati per 3-4 minuti. Accomodate i mezzi limoni nel tegame con la superficie di taglio rivolta verso il basso e rosolateli col salmone per 2 minuti. Servite il pesce con il limone. Cospargete con le foglioline di timo e la fleur de sel. Servite e gustate con un’insalata. Consigli sul gusto La forte acidità del limone si sposa molto bene con gli aromi tostati del pesce rosolato conferendo freschezza alla pietanza. Tempo di preparazione ca. 20 minuti Per persona ca. 37 g di proteine, 22 g di grassi, 4 g di carboidrati, 1550 kJ/370 kcal

Ricette di

www.saison.ch


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Filetti di salmone affumicati con salsa al rafano e alla mela

Conclusione di Sonja Leissing

Piatto principale per 4 persone

Conclusione di Sonja Leissing

Ingredienti 600 g di filetti di salmone con la pelle sale, pepe 4 cucchiai di farina per affumicare o 1 manciata di pezzettini di legno per affumicare 1 cucchiaio di bacche di ginepro 4 rametti di rosmarino

2. Affumicatura in cucina. Foderate un’ampia padella con carta alu. Distribuite sul fondo la farina per affumicare, le bacche di ginepro e il rosmarino. Ricoprite il tutto con un foglio di carta alo piegato due volte. Accomodate i filetti sulla carta alu. Mettete il coperchio sulla padella e scaldate. Non appena si sviluppa il fumo, calcolate 12-15 minuti di cottura.

«Per me il salmone affumicato, con il suo aroma intenso, era perfetto. Mi ha convinto la consistenza vellutata del pesce, con il suo sentore di legno, aghi e bacche di ginepro. Il profumo silvestre mi ha ricordato la trota affumicata che preparava mio nonno durante la mia infanzia».

Per la salsa 1 mela acidula 200 g di crème fraîche 20 g di rafano sale, pepe

3. Nel frattempo, per la salsa grattugiate la mela con la grattugia per bircher e mescolatela con la crème fraîche. Unite anche il rafano grattugiato. Condite con sale e pepe. Servite il salmone con la salsa al rafano e alla mela.

Preparazione Condite il salmone con sale e pepe. 1. Affumicatura sul grill. Spargete la farina per affumicare su una teglia. Accomodate sulla farina le bacche di ginepro e il rosmarino. Coprite con un foglio di carta alu piegato due volte. Accomodate i filetti di pesce sulla carta alu. Coprite il tutto con una seconda teglia grande quanto la prima. Accomodate le teglie sul grill caldo. Non appena si sviluppa il fumo, calcolate 12-15 minuti di cottura.

Consigli sul gusto Il gusto fresco e piccante del rafano attenua e bilancia l’aroma del pesce affumicato.

«Il filetto di salmone cotto al vapore è tenero, dolce e burroso, al palato sodo e morbido. Con questo tipo di cottura, il gusto del pesce viene valorizzato al meglio. La cipolla tritata finemente e il vino bianco conferiscono vivacità al sapore del salmone».

Filetti di salmone affogati con salsa al vino bianco Piatto principale per 4 persone Ingredienti 1 scalogno ½ mazzetto di aneto 2 cucchiai di burro 3 dl di fumetto di pesce 2 dl di vino bianco 4 tranci di filetto di salmone senza pelle, di ca. 160 g ciascuno sale, pepe 2 cucchiai di farina 1 dl di panna semigrassa Preparazione 1. Tritate separatamente lo scalogno e l’aneto. Scaldate la metà del burro in una padella ampia. Unite lo scalogno e soffriggetelo brevemente. Versate il fumetto e il vino e portate a ebollizione. Condite i filetti di pesce con sale e pepe. Immergeteli nel brodo, incoperchiate e fate sobbollire a fuoco basso per ca. 6 minuti. Estraete il pesce con cura dal brodo e tenetelo in caldo. 2. Impastate il burro rimasto con la farina. Unite la miscela di burro e farina e la panna al fondo e frullate con uno frullatore a immersione. Fate sobbollire per ca. 2 minuti. Incorporate l’aneto e regolate di sale e pepe. Irrorare i filetti con la salsa al vino bianco e servite.

Tempo di preparazione ca. 10 minuti + cottura/affumicatura ca. 15 minuti Per persona ca. 29 g di proteine, 19 g di grassi, 6 g di carboidrati, 1300 kJ/310 kcal

Consigli sul gusto Il vino bianco, con la sua leggera acidità, affina il delicato gusto del pesce. Tempo di preparazione ca. 30 minuti Per persona ca. 32 di proteine, 21 g di grassi, 5 g di carboidrati, 1550 kJ/370 kcal

Salmone arrosto con limone Piatto principale per 4 persone Ingredienti 2 limoni 4 tranci di salmone di ca. 200 g ciascuno pepe dal macinapepe 1 cucchiaio di farina 4 cucchiai d’olio di colza HOLL 2 rametti di timo fleur de sel

Conclusione di Sonja Leissing «La rosolatura conferisce ai tranci di salmone un sapore forte e amaro. La consistenza rende evidente che il salmone è un pesce ricco di grassi. Con qualche goccia di limone la pietanza risulta più leggera e meno burrosa». Più informazioni sui differenti sapori del salmone su: www.piacere-del-gusto.ch

Preparazione Dimezzate i limoni. Condite i tranci di salmone con il pepe e spolverizzateli di farina. Scaldate l’olio in un tegame. Rosolate i tranci da entrambi i lati per 3-4 minuti. Accomodate i mezzi limoni nel tegame con la superficie di taglio rivolta verso il basso e rosolateli col salmone per 2 minuti. Servite il pesce con il limone. Cospargete con le foglioline di timo e la fleur de sel. Servite e gustate con un’insalata. Consigli sul gusto La forte acidità del limone si sposa molto bene con gli aromi tostati del pesce rosolato conferendo freschezza alla pietanza. Tempo di preparazione ca. 20 minuti Per persona ca. 37 g di proteine, 22 g di grassi, 4 g di carboidrati, 1550 kJ/370 kcal

Ricette di

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Idee e acquisti per la settimana

Collaboratori Migros

Il gusto come missione

I collaboratori della Migros sono quotidianamente impegnati a garantire che i clienti possano acquistare prodotti gustosi. Molti sono professionisti il cui lavoro è visibile dai clienti, mentre altri sono attivi dietro le quinte. Azione vi presenta tre profili di questi ultimi Testo Andreas Dürrenberger; Foto Mischa Christen, Bruno Bollinger

Hans Brönnimann (39)

Thomas Fiechter (52)

Kim Le (30)

Category Manager carne fresca Federazione delle cooperative Migros

Acquirente frutta e verdura, Cooperativa Migros Lucerna

Specialista in tecniche sensoriali Federazione delle cooperative Migros

Quale Category Manager Hans Brönnimann è responsabile del settore carne fresca. Tra i suoi compiti lo sviluppo di nuovi prodotti in collaborazione con le cooperative regionali e con Micarna, industria Migros di trasformazione della carne. Brönnimann è un vero esperto della carne che ha iniziato dall’apprendistato. «I miei genitori gestivano una macelleria, ho quindi seguito le loro orme e ho intrapreso la formazione da macellaio, fino alla maestria» ci dice il trentanovenne, che da otto anni lavora alla Migros. Una delle innovazioni cui ha collaborato è il Dry Aged Beef. «La carne viene lasciata frollare all’osso per un minimo di 21 giorni», spiega Brönnimann. «Un processo che le conferisce un’estrema tenerezza e un intenso sapore di nocciola. Per gli amanti della carne è una vera e propria esperienza sensoriale».

Da 23 anni Thomas Fiechter fa sì che i clienti di Migros di Lucerna trovino quotidianamente verdura fresca nei negozi. «I prodotti freschi sono la mia passione», dice il cinquantaduenne. Conclusa la formazione quale apprendista cuoco e dopo aver frequentato una scuola professionale è stato assunto da Migros Lucerna, dove è responsabile dell’acquisto di verdura. «Lavoriamo a stretto contatto con i produttori della regione. In questo modo assicuriamo una maturazione ottimale della verdure e di conseguenza il miglior gusto quando arriva nei negozi». Dell’esperienza di Fiechter approfittano anche altri collaboratori. «Il personale di vendita conosce molto bene l’assortimento; se però qualcuno chiede un consiglio o necessita di una consulenza, sono ben volentieri disponibile a dare il mio supporto». In tal modo i clienti sono assistiti con competenza e possono gustare i migliori sapori.

Ognuno percepisce sapori e aromi in modo diverso. «Trovare un linguaggio comune per descrivere le esperienze legate al gusto rappresenta una grande sfida» dice Kim Le. La trentenne, di formazione ingegnere alimentare, da aprile è responsabile in tecniche sensoriali presso la Federazione delle cooperative Migros. Ha elaborato un concetto legato alla degustazione dei prodotti, con l’obiettivo di ottimizzare costantemente l’assortimento. I nuovi prodotti e quelli da tempo in vendita sono costantemente sotto esame. Per ampliare ulteriormente le competenze gustative dei collaboratori Migros, Le organizza formazioni in tecnica sensoriale, durante le quali i partecipanti devono ordinare per intensità di gusto i prodotti degustati, oppure riconoscerli con l’olfatto. «Il nostro obiettivo è di offrire prodotti il cui gusto corrisponde a quanto i nostri clienti vogliono», conclude Le.


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Idee e acquisti per la settimana L’Oréal Paris

Perfettamente coperti Ricrescita dei capelli colorata o grigia? Magic Retouch offre una veloce soluzione do-it-yourself per nascondere i punti critici fino alla prossima visita dal parrucchiere Testo Meike Hall; Illustrazioni Bruno Muff; Ritratto zVg

Consigli dell’esperta: Valérie Reding è un’artista indipendente di acconciature e trucco. È rappresentata dall’agenzia MakeltUp.

Valérie Reding

1

«Evitare le tinte troppo frequenti»

Agitare Con lo spray dosabile Magic Retouch si possono nascondere in un attimo le ricrescite di capelli colorate o grigie. Dapprima occorre agitare bene la bomboletta, così che i componenti si amalgamino omogeneamente e si possa ottenere un risultato ottimale.

In quali situazioni sono utili questi tipi di spray? Ad esempio quando bisogna procrastinare un po’ la prossima tinta e non si vuol avere una ricrescita visibile. Oppure si prospetta improvvisamente un appuntamento importante, per il quale bisogna assolutamente apparire perfette. In questi casi, questo tipo di spray, nel colore adatto, è la via più semplice e veloce.

2

Spruzzare Spruzzare uniformemente sulla ricrescita da una distanza di circa 15 centimetri, proteggendo il viso con la mano. Se necessario ripetere l’operazione fino a quando tutte le parti siano coperte.

3

Asciugare Già dopo un minuto si possono pettinare i capelli a piacere. La tinta è resistente al tempo, al sudore e allo styling fino al prossimo lavaggio. Il contenuto dello spray basta per una ventina di applicazioni.

L’Oréal Paris Magic Retouch nero, 75 ml* Fr. 9.80

L’Oréal Paris Magic Retouch marrone scuro, 75 ml* Fr. 9.80

Valérie Reding, con che frequenza bisognerebbe rinnovare la tinta? I capelli crescono in media di circa un centimetro al mese. Ciò significa che quando i capelli sono tinti la ricrescita diventa visibile relativamente in fretta, così che ogni sei-otto settimane si rende necessaria una rinfrescata. Bisognerebbe evitare di fare la tinta troppo spesso, perché altrimenti i capelli potrebbero diventare secchi e fragili.

L’Oréal Paris Magic Retouch marrone, 75 ml* Fr. 9.80

*Nelle maggiori filiali

A che cosa bisogna badare quando si utilizza lo spray? Il colore va spruzzato con parsimonia. Occorre concentrarsi sulla ricrescita visibile sulla riga o attorno al viso. Un asciugamano sopra le spalle proteggerà gli abiti da tracce di colore. Se un po’ di tinta finisce comunque sulla stoffa o sulla pelle, le macchie si possono togliere facilmente col sapone o con un prodotto struccante.


1124.–

invece di 1249.–

20%

Letto CARA

Senza contenuto del letto, componibile individualmente, ad es. telaio, piedi Pano, testiera Flato, noce naturale, trattato a olio, diverse misure, per es. 160 x 200 cm

.2016 1.10 –31.10

Mobili: offerta valida dall'1.10 al 31.10.2016 sull'intero assortimento di letti, telai inseribili e materassi, assortimento per bambini escluso. In vendita in tutte le filiali Micasa e nello shop online. Lo sconto è valido solo per le nuove ordinazioni. Tessili: offerta valida dall'1.10 al 31.10.2016 su piumini e cuscini, assortimento per bambini escluso. In vendita in tutte le filiali Micasa, nelle maggiori filiali Migros e nello shop online. Lo sconto è valido solo per le nuove ordinazioni.

o n g o s a d e t r e f f O f ino a l

845.–

6.– 476

Materasso ELANPLUS III medium

Materasso ELANBASIC II, medium

Anima in espanso standard, espanso speciale EvoPoreHRC con 7 zone, rivestimento in lana vergine / seta naturale, fodera in jersey sfilabile e lavabile, diverse misure, per es. 80 x 200 cm

42 doghe molleggiate indipendenti, zona spalle sagomata, zona centrale, sostegno lombare e testiera regolabili, diverse misure e funzioni, p. es. testiera, seduta e pediera regolabili, diverse misure, per es. 80 x 200 cm

95.–

55.80

674.–

Piumino FIBRALUX

Cuscino a tre camere FIBRALUX

invece di 939.–

Anima in espanso speciale EvoPore-HRC con 7 zone, rivestimento in lana vergine / seta naturale, rivestimento in jersey sfilabile e lavabile, diverse misure, per es. 80 x 200 cm

invece di 119.–

Imbottitura 100 % poliestere, AIR-FILL Fodera 100 % cotone per es. 160 x 210 cm

e di 529.– invece

invece di 69.

80

Imbottitura 100 % poliestere, fiocchi di fibre AIR-FILL Fodera 100 % cotone per es. 65 x 100 cm

10 % su letti, materassi e telai inseribili. 20 % su piumini e cuscini. Scopri ora l’intera offerta su micasa.ch

656 6.–

invece d di 729.–

Telaio inseribile ERGO Comfort

invece di 749.–

Letto CORELLE

Senza contenuto del letto e testiera, con rotelle, struttura in legno di acacia massiccio con velatura, diverse misure, per es. 180 x 200 cm


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Una parata di zucche

Attualità Grazie alla loro incredibile diversità di forme, colori e sapori, le zucche sono un ingrediente imprescindibile

della cucina autunnale. Al momento ne trovate un’ampia scelta nei maggiori supermercati Migros

Soprattutto nei paesi anglosassoni, la zucca è legata alle celebrazioni della notte di Halloween, che si tiene ogni 31ottobre, la notte che precede la festa di Ognissanti. L’usanza vuole che in occasione di questa festa di origini celtiche ci si travesta da vampiro, strega o mostro e si accendano grandi falò per spaventare gli spiriti dei morti. Col tempo i fuochi vennero sostituiti da zucche svuotate, intagliate a forma di facce beffarde e illuminate all’interno con una candela. Alla Migros trovate la zucca «Halloween», ideale per essere intagliata.

La zucca in cucina si distingue per la grande versatilità. Oltre alla tradizionale vellutata di zucca (v. ricetta), essa si presta anche particolarmente bene per preparare gratin, gnocchi, carpacci, torte, lasagne, marmellate e molto altro. Le varietà commestibili più conosciute sono la Moscata di Provenza, la Spaghetti, la Delica, la Butternut, la Buttercup, la Potimarron, la Acorn, la Marina di Chioggia, tipologie tutte disponibili nel vostro supermercato Migros.

La zucca fa parte della famiglia delle cucurbitacee, la stessa delle zucchine. È un ortaggio originario dell’America. Già nel 5000 a.C le popolazioni delle caverne messicane raccoglievano delle zucche selvatiche e ne consumavano sia il frutto che i semi. Alcune varietà di zucca, come la «mammouth», può addirittura raggiungere un peso di oltre 100 kg. Una zucca intatta conservata in un luogo fresco e asciutto si mantiene bene per diversi mesi.

Sagra della zucca Dal 29 al 30 ottobre, presso il Centro Scolastico di Castel San Pietro, si tiene la quinta edizione della Sagra della Zucca. Durante le due giornate sono previste numerose attività rivolte a grandi e piccini: esposizione di zucche giganti, laboratori creativi per

bambini, momenti gastronomici rigorosamente a base di zucca, corsi di intaglio zucche, intermezzi musicali… come pure il concorso «La Zucca Regina» dove verranno premiate le zucche dalla forma più originale. www.sagradellazucca.ch

Vellutata di zucca con panna al Moscato Antipasto per 4 persone

Ingredienti 1 cipolla 400 g di zucca, pesata mondata, ad es. zucca mantovana 1 cucchiaio d’olio di girasole sale, pepe 4 dl di mezza panna 2 cucchiai di semi di zucca 4 dl di succo d’uva bianca gassato, ad es. Moscato Panna montata al Moscato 1 dl di panna 4 cucchiai di succo d’uva bianca gassato, ad es. Moscato sale, pepe

Preparazione Tritate le cipolle. Tagliate la zucca a pezzetti. Fatela appassire nell’olio con la cipolla. Insaporite con sale e pepe. Aggiungete la panna e fate sobbollire per ca. 15 minuti. Tostate leggermente i semi di zucca e fateli raffreddare. Aggiungete il Moscato alla zuppa. Fate sobbollire brevemente la zuppa e frullatela con un frullatore a immersione. Insaporite con sale e pepe. Per la panna al Moscato, montate la panna e aggiungete il Moscato. Insaporite con sale e pepe. Servite sulla vellutata con i semi di zucca.

Tempo di preparazione ca. 30 minuti

Ricette di

www.saison.ch

Illustrazioni Sergio Simona

Si ritiene che esistano più di 800 varietà di zucche, 500 delle quali commestibili, di differenti taglie, forme, colori ma anche gusto, che può andare dal piccante al dolce fino al nocciolato. Inoltre la zucca fornisce pochissime calorie, è senza grassi ed è ricca di betacarotene, importante elemento in grado di contribuire al buon funzionamento delle cellule. La zucca è altresì di facile digestione, soprattutto se cotta senza l’aggiunta di troppi grassi.


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Idee e acquisti per la settimana

L’acqua del Ticino

Attualità Da oggi il calendario 2017 dei Nostrani del Ticino

è disponibile gratuitamente presso il banco accoglienza clienti della vostra filiale Migros di fiducia. I bellissimi scatti aventi per soggetto corsi d’acqua e laghi nel nostro Cantone sono del noto fotografo luganese Ely Riva

Il fotografo Ely Riva.

«Sono un fotografo che ama il suo paese, il Cantone Ticino, che in fondo è un piccolo territorio, ma che è impossibile in una vita conoscere veramente nella sua totalità, sia dal punto di vista della natura che da quello della cultura. Un solo esempio? Che il Ticino sia una “Terra d’Artisti” è vero! Ed è impossibile conoscere veramente tutto quello che artisti, architetti, artisti muratori, artisti scalpellini, artisti pittori, artisti decoratori… hanno realizzato in giro per il mondo intero. La passione per la fotografia è sempre stata dentro di me! Sono convinto che il senso estetico, il senso della bellezza, il senso dell’amore per tutto quello che ci circonda, o uno ce l’ha o non ce l’ha. Si può imparare, si può educare, ma solo fino ad un certo punto, perché quello che si impara sarà sempre e soltanto una piccola parte del bello. Sono un uomo fortunato! All’inizio della mia carriera, tanti anni fa, mi piaceva fo-

Uno degli scatti presenti nel calendario.

tografare la gente in tutte le loro attività: politiche, sportive, sociali, culturali… ma dopo ogni immersione nella folla andavo solitario nella natura, in montagna. E la “NATURA” è una maestra incomparabile, soprattutto ti insegna a saper aspettare, a non avere fretta. E il bello arriva sempre quando meno te lo aspetti. I soggetti del calendario rappresentano l’acqua del Ticino. L’acqua è vita. È fondamentale per tutti gli organismi viventi. Le civiltà antiche sono nate attorno all’acqua, lungo i grandi fiumi! L’acqua sotto tutte le forme: dalla pioggia alla neve, dalla grandine alla rugiada, dai fiumi ai laghi, dalle sorgenti alle falde freatiche, dalle cascate al vapore… Anche un solo piccolo torrente si presenta sempre, ogni giorno, in modo differente.

Senza acqua non c’è vita. Non dobbiamo dimenticarlo! Fin da piccolo i miei genitori mi hanno insegnato a prendere tutto quello che la natura produce, ma mai più della metà di quello che si poteva raccogliere: dai mirtilli ai lamponi, dai funghi alle castagne, dalle nespole ai frutti dell’olmo, dagli asparagi selvatici alle verzette… che sono tutti prodotti nostrani. E lo faccio ancora oggi. Per quanto riguarda i prodotti che hanno bisogno di una certa lavorazione, un solo esempio: i latticini. Il Ticino produce tante qualità di formaggi, formaggelle, formaggini, yogurt… e decine di formaggi di montagna che hanno il sapore dell’immortalità. Risotto e polenta fatta con i “Nostrani” sono incomparabili!» / Ely Riva

Sostenibilità in primo piano Evento Dal 24 ottobre al 5 novembre il Centro S. Antonino ospita un’originale mostra sul riciclaggio

in collaborazione con il Centro scolastico per le industrie artistiche (CSIA)

Il principio della sostenibilità è da sempre un elemento imprescindibile della filosofia Migros. Per le sue attività Migros cerca infatti soluzioni equilibrate che sappiano conciliare aspetto economico, ecologico e sociale. Dal 2012 questo impegno si chiama Generazione M: il programma con promesse vincolanti e progetti concreti a favore dell’ambiente, del consumo sostenibile, dello spirito sociale e dello stile di vita sano. Il riciclaggio è naturalmente parte integrante del programma, basti pensare al fatto che Migros dispone del più grande sistema di ritiro imballaggi vuoti e prodotti dismessi nel commercio al dettaglio svizzero. Un contributo che permette di ridurre la montagna di rifiuti e risparmiare risorse. Insomma, con Generazione M Migros dimostra fattivamente il suo impegno per un futuro all’avanguardia in materia di sostenibilità. Una mostra sul riciclaggio fino al 5 novembre

Con lo scopo di sensibilizzare ulteriormente le persone sul tema del

riciclaggio e renderle più coscienti sull’inquinamento che i rifiuti generano, il Centro S. Antonino ospita una mostra artistica organizzata in collaborazione con il CSIA di Lugano sul riutilizzo originale di materiali diversi. Nella mall del Centro Commerciale si potranno vedere alcune vere e proprie opere e installazioni realizzate dagli studenti del corso decoratori 3D. Le creazioni sono state realizzate inte-

ramente con materiali di recupero in modo di dimostrare che spesso ciò che gettiamo nella spazzatura non è per forza materiale di scarto.

Parte di


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Idee e acquisti per la settimana

Per delle spensierate giornate sulla neve Sport invernali Da SportXX si è aperta la stagione dello sci

Gli amanti dello sci possono rallegrarsi, dal momento che il negozio specializzato della Migros ha già approntato tutto ciò che serve agli appassionati per lanciarsi sulle piste in tutta spensieratezza. E anche quest’anno la scelta di attrezzatura è particolarmente attrattiva. «Per la nuova stagione abbiamo ampliato l’assortimento di scarponi e abbigliamento, inoltre proponiamo un’interessante novità: la stazione Bootfitting per adattare perfettamente alcuni scarponi da sci alla forma del piede», spiega Gerardo Ceraudo, venditore specializzato presso lo SportXX di S.Antonino. Anche l’abbigliamento oggi è diventato più performante e meno ingombrante, questo grazie a speciali membrane in goretex che assicurano un alto livello di impermeabilità e traspirazione. Per attrezzarsi adeguatamente bisogna

spendere molto? Gerardo Ceraudo: «Non necessariamente, dipende dalle caratteristiche dello sciatore. Grazie alla nostra scelta completa riusciamo a soddisfare le esigenze sia di sciatori esperti sia di quelli alle prime armi». E quanto sia importante una consulenza competente per venire incontro alle necessità personali di ognuno lo dimostra anche il fatto che i venditori specializzati SportXX frequentano all’inizio di ogni stagione sciistica dei corsi pratici a Zermatt per provare tutte le novità del settore.

Noleggio e servizio sci

Oltre all’attrezzatura da sci nuova fiammante, SportXX offre anche il servizio noleggio a tutta la famiglia con sci e snowboard preparati alla perfezione per un divertimento assicurato; mentre i differenti servizi sci offrono la possibilità di mettere perfettamente a punto la propria attrezzatura personale.

Il venditore specializzato Gerardo Ceraudo vi aspetta allo SportXX di S. Antonino per illustrarvi tutte le novità 2016/17 del settore sci. I servizi Bootfitting e noleggio sci sono offerti solo a S. Antonino. (Flavia Leuenberger) Annuncio pubblicitario

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Idee e acquisti per la settimana

Competenza ai banchi a servizio

Cosa posso fare per lei?

Pesce fresco e carne di qualità ineccepibile sono un must ai banchi a servizio Migros. La consulenza professionale, i suggerimenti culinari e un amichevole sorriso sono offerti in più, e gratis Testo Sonja Leissing; Foto Flavia Leuenberger

Azione 30% Sul filetto di merluzzo MSC, selvatico dal Nord Atlantico dal 25 al 31 ottobre

Milenko Grebic, capo macellaio presso Migros Agno Milenko Grebic, nel periodo dell’Avvento il banco della carne viene allestito diversamente?

In linea di massima no. In ogni caso durante questo periodo ordiniamo più carne per la fondue chinoise o per la bourguignonne e tagli nobili di Irish Beef, Wagyu o Dry Aged Beef, come pure racks di agnello. Le richieste speciali vanno fatte in anticipo?

Saremmo grati alla nostra clientela se le richieste particolari ci giungessero da uno a due giorni prima. Così potremmo preparare nel modo adeguato in tutta tranquillità le grandi quantità e i tagli marinati o speciali. Per esempio la carne per la fondue chinoise la tagliamo sempre a mano poco prima del ritiro. Quali piatti festivi semplici consiglierebbe alla clientela?

Do volentieri idee per l’ottima riuscita di deliziosi stufati. Oppure spiego come i grossi pezzi di carne possano benissimo essere cotti a bassa temperatura. Per le festività molti clienti si concedono volentieri un taglio di carne esclusivo, un po’ più caro del solito. In questi casi, per poterlo cucinare a regola d’arte e ottenere un ottimo risultato è importante avere una consulenza competente. Un cliente contento ritorna sempre volentieri.

Antonio Di Gregorio, responsabile pescheria presso Migros Agno Antonio di Gregorio, i suoi clienti acquistano meno pesce durante la stagione fredda?

No, la domanda è la medesima. Cambiano solo le varietà di pesce. In estate sono particolarmente apprezzati i pesci interi come l’orata o il salmone per il grill. In inverno vanno per la maggiore trote, sogliole, filetti di pesce persico, branzini o tonni. Al momento sono molto richiesti gli spiedini di pesce

marinati da noi come pure le specialità stagionali come cozze e gamberi. Si può surgelare il pesce?

In linea di principio sì. Solo il pesce che è già stato congelato non può più essere ricongelato. Su quali temi consigliate la clientela?

La maggior parte dei clienti desidera consigli per la giusta preparazione oppure idee di ri-

cette per cucinare i pesci interi. Molti clienti ci chiedono se la nostra offerta proviene da pesca sostenibile. In questo caso lo possiamo confermare in tutta coscienza. Cosa suggerirebbe come piatto semplice festivo?

Ho sempre un’idea pronta per la nostra clientela. Al momento consiglierei un branzino intero con erbette fresche oppure una bella pignatta di cozze.


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Idee e acquisti per la settimana

Noi firmiamo. Noi garantiamo.

La super golosa tra i suoi biscotti

Irene Gloor ha vinto una visita guidata alla Midor di Meilen, dove da oltre 80 anni vengono prodotti i suoi amati bastoncini alle nocciole. Alla fine, le sarebbe piaciuto tantissimo portarsi a casa intere casse dei suoi adorati biscottini Testo Laila Schläfli; Foto Paolo Dutto

Irene Gloor (54 anni) La super golosa visita il paradiso dei bastoncini alle nocciole.


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Idee e acquisti per la settimana

Fondamentalmente, Irene Gloor Stutz, impiegata di commercio di Gretzenbach (SO), mangia pochi dolci. Eppure i bastoncini alle nocciole della Migros non mancano mai tra le cose che si porta in vacanza. Irene li definisce «biscotti generazionali»: infatti se li portava dietro in campeggio già da piccola. La nostra super golosa continua questa tradizione quando se ne va in giro assieme alla famiglia sul pulmino trasformato in veicolo da campeggio: per due settimane di vacanza Irene se ne porta dietro due confezioni da 500 grammi e per farli bastare deve razionarli attentamente. Infatti, all’inizio delle vacanze infila continuamente la mano nel sacchetto posato sul tavolo, a prescindere che disfi i bagagli o beva un caffè. Ma quello che predilige è intingerli nel latte freddo. «Non riesco neppure a immaginare di andare in ferie senza i bastoncini alle nocciole della Migros», ha scritto in occasione del concorso «Mega Fan». Ed adesso, assieme alla figlia Jeannine, si trova all’interno della fabbrica Midor di Meilen, dove nascono i suoi amati bastoncini e da dove escono ogni anno complessivamente 15 000 tonnellate di biscotti, 9200 tonnellate di gelati e 700 tonnellate di torte. Croccante e super gustoso

Il prodotto Midor più venduto è il Blévita, la cui produzione è quella che Irene Gloor vede per prima. Il gusto è quello al pomodoro e basilico. Irene scopre però che la varietà di biscotti Blévita più richiesta dai clienti è quella normale. E neppure lei preferisce gusti particolarmente elaborati. Esattamente come per i suoi bastoncini alle nocciole: «Perché comprare cose nuove se mi piacciono così tanto?». Questi biscottini sono croccanti e hanno un gusto molto intenso, non c’è un altro prodotto che possa fargli concorrenza. Inoltre, hanno «lo stesso sapore di un tempo. Un sapore che si ricorda», sottolinea Irene. E mentre passa in rassegna la Midor, ogni occasione è buona per assaggiare qualche prodotto. Mentre guarda i dolciumi scorrere sul nastro trasportatore non riesce a trattenersi dal provarne qualcuno, felice come non mai. E durante il procedimento di confezionamento meccanico diventa consapevole di «quante persone hanno un lavoro grazie a un biscotto». Sono infatti 650 i dipendenti della

Midor. Moltissimi hanno a che fare con i biscotti indirettamente, come nel caso di chi produce gli imballaggi, programma i macchinari e li pulisce. «Si sente già il profumo di nocciole», esclama Irene Gloor entrando nell’impianto della Midor che produce anche i biscotti di Natale. Qui, durante due giorni ogni due settimane circa, vengono prodotti anche i suoi adorati bastoncini alle nocciole. La produzione – in origine programmata per un giorno diverso – è stata spostata appositamente per la visita di Irene. Presa dal vortice di questa riorganizzazione, la nostra golosona inizia assaggiando l’impasto crudo: «Mi fa venire già in mente i miei bastoncini». La spilla d’oro a bastoncino

L’anno scorso la Midor ha lavorato 175’000 chilogrammi di nocciole per questi dolcetti, che sono modellati negli stampi a forma di bastoncini a causa della loro consistenza friabile. In seguito vengono cotti al forno per sette minuti a quattro diverse temperature. Irene Gloor non si fa sfuggire l’occasione per assaggiare i suoi prediletti ad ogni fase di cottura, finché non finiscono nella macchina che riempie i sacchetti. A questo punto afferra una confezione direttamente dal nastro trasportatore ed è in preda alla felicità quando scopre che i biscotti all’interno sono ancora caldi. Poi scoppia letteralmente di gioia quando viene a sapere che durante le «azioni Migros» ci sono anche i sacchetti da un chilo. Lei conosceva solo quelli da 500 grammi. Ma anche questo non risolverà il suo problema: «Una volta aperto l’imballaggio, i biscotti finiscono in un attimo». In vacanza, quindi, è costretta a «razionarli severamente», un po’ come fa anche a casa per nasconderli al marito. Questa sua debolezza la imbarazza un po’ ed è paragonabile a una vera dipendenza, come lei stessa ammette. La «voglia» di bastoncini alle nocciole la assale di continuo: prima dei pasti, dopo i pasti e perfino di notte. Per questa devozione Irene Gloor si è guadagnata la spilla d’oro a forma di bastoncino, che le sarà consegnata alla fine della visita. Un tempo questo riconoscimento era riservato ai collaboratori della Midor. Oggi in via eccezionale è stato conferito a una fedele ghiottona. Irene Gloor promette di custodirlo con cura. E le possiamo credere, ma solo perché questo bastoncino non è commestibile.

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1 La super golosa Irene Gloor (a destra) osserva felice i bastoncini alle nocciole che scorrono sul nastro trasportatore assieme alla figlia Jeannine. 2 Un’ordinata distesa dei suoi dolcetti preferiti. Ogni anno la Midor produce 15’500 tonnellate di biscotti. 3 Marcel Höfliger, responsabile del settore biscotti presso la Midor, spiega a Irene Gloor alla figlia Jeannine la consistenza dell’impasto alle nocciole. 4 Il viaggio sta per finire. I bastoncini approdano alla stazione di confezionamento. 5 I sacchetti dei biscotti scorrono sopra dei rulli e poi vengono piegati e sigillati automaticamente.


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Idee e acquisti per la settimana

Fondamentalmente, Irene Gloor Stutz, impiegata di commercio di Gretzenbach (SO), mangia pochi dolci. Eppure i bastoncini alle nocciole della Migros non mancano mai tra le cose che si porta in vacanza. Irene li definisce «biscotti generazionali»: infatti se li portava dietro in campeggio già da piccola. La nostra super golosa continua questa tradizione quando se ne va in giro assieme alla famiglia sul pulmino trasformato in veicolo da campeggio: per due settimane di vacanza Irene se ne porta dietro due confezioni da 500 grammi e per farli bastare deve razionarli attentamente. Infatti, all’inizio delle vacanze infila continuamente la mano nel sacchetto posato sul tavolo, a prescindere che disfi i bagagli o beva un caffè. Ma quello che predilige è intingerli nel latte freddo. «Non riesco neppure a immaginare di andare in ferie senza i bastoncini alle nocciole della Migros», ha scritto in occasione del concorso «Mega Fan». Ed adesso, assieme alla figlia Jeannine, si trova all’interno della fabbrica Midor di Meilen, dove nascono i suoi amati bastoncini e da dove escono ogni anno complessivamente 15 000 tonnellate di biscotti, 9200 tonnellate di gelati e 700 tonnellate di torte. Croccante e super gustoso

Il prodotto Midor più venduto è il Blévita, la cui produzione è quella che Irene Gloor vede per prima. Il gusto è quello al pomodoro e basilico. Irene scopre però che la varietà di biscotti Blévita più richiesta dai clienti è quella normale. E neppure lei preferisce gusti particolarmente elaborati. Esattamente come per i suoi bastoncini alle nocciole: «Perché comprare cose nuove se mi piacciono così tanto?». Questi biscottini sono croccanti e hanno un gusto molto intenso, non c’è un altro prodotto che possa fargli concorrenza. Inoltre, hanno «lo stesso sapore di un tempo. Un sapore che si ricorda», sottolinea Irene. E mentre passa in rassegna la Midor, ogni occasione è buona per assaggiare qualche prodotto. Mentre guarda i dolciumi scorrere sul nastro trasportatore non riesce a trattenersi dal provarne qualcuno, felice come non mai. E durante il procedimento di confezionamento meccanico diventa consapevole di «quante persone hanno un lavoro grazie a un biscotto». Sono infatti 650 i dipendenti della

Midor. Moltissimi hanno a che fare con i biscotti indirettamente, come nel caso di chi produce gli imballaggi, programma i macchinari e li pulisce. «Si sente già il profumo di nocciole», esclama Irene Gloor entrando nell’impianto della Midor che produce anche i biscotti di Natale. Qui, durante due giorni ogni due settimane circa, vengono prodotti anche i suoi adorati bastoncini alle nocciole. La produzione – in origine programmata per un giorno diverso – è stata spostata appositamente per la visita di Irene. Presa dal vortice di questa riorganizzazione, la nostra golosona inizia assaggiando l’impasto crudo: «Mi fa venire già in mente i miei bastoncini». La spilla d’oro a bastoncino

L’anno scorso la Midor ha lavorato 175’000 chilogrammi di nocciole per questi dolcetti, che sono modellati negli stampi a forma di bastoncini a causa della loro consistenza friabile. In seguito vengono cotti al forno per sette minuti a quattro diverse temperature. Irene Gloor non si fa sfuggire l’occasione per assaggiare i suoi prediletti ad ogni fase di cottura, finché non finiscono nella macchina che riempie i sacchetti. A questo punto afferra una confezione direttamente dal nastro trasportatore ed è in preda alla felicità quando scopre che i biscotti all’interno sono ancora caldi. Poi scoppia letteralmente di gioia quando viene a sapere che durante le «azioni Migros» ci sono anche i sacchetti da un chilo. Lei conosceva solo quelli da 500 grammi. Ma anche questo non risolverà il suo problema: «Una volta aperto l’imballaggio, i biscotti finiscono in un attimo». In vacanza, quindi, è costretta a «razionarli severamente», un po’ come fa anche a casa per nasconderli al marito. Questa sua debolezza la imbarazza un po’ ed è paragonabile a una vera dipendenza, come lei stessa ammette. La «voglia» di bastoncini alle nocciole la assale di continuo: prima dei pasti, dopo i pasti e perfino di notte. Per questa devozione Irene Gloor si è guadagnata la spilla d’oro a forma di bastoncino, che le sarà consegnata alla fine della visita. Un tempo questo riconoscimento era riservato ai collaboratori della Midor. Oggi in via eccezionale è stato conferito a una fedele ghiottona. Irene Gloor promette di custodirlo con cura. E le possiamo credere, ma solo perché questo bastoncino non è commestibile.

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1 La super golosa Irene Gloor (a destra) osserva felice i bastoncini alle nocciole che scorrono sul nastro trasportatore assieme alla figlia Jeannine. 2 Un’ordinata distesa dei suoi dolcetti preferiti. Ogni anno la Midor produce 15’500 tonnellate di biscotti. 3 Marcel Höfliger, responsabile del settore biscotti presso la Midor, spiega a Irene Gloor alla figlia Jeannine la consistenza dell’impasto alle nocciole. 4 Il viaggio sta per finire. I bastoncini approdano alla stazione di confezionamento. 5 I sacchetti dei biscotti scorrono sopra dei rulli e poi vengono piegati e sigillati automaticamente.


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Idee e acquisti per la settimana

Azione* 40% di sconto su Petit Beurre Chocolat au Lait in confezione quadrupla Fr. 6.– invece di 10.–

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Azione* 20% di sconto su tutti i gelati Crème d’or da 750 e 1000 ml p.es. Walnut & Maple 1000 ml Fr. 7.80 invece di 9.80

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Ice Coffee 165 ml Fr. 1.80

Selezione di prodotti

Oltre ai bastoncini alle nocciole e ai Blévita, la Midor, azienda dell’Industria Migros, produce anche i seguenti prodotti

La canzone della Migros

Momenti Migros in musica Sulla base dei ricordi d’infanzia personali della vallesana Elisabeth, la cantante romanda Angie Ott (in foto) ha composto una canzone piena di sentimento. La seconda classificata della trasmissione televisiva «The Voice of Switzerland» 2012 ha pubblicato quest’anno il suo secondo album intitolato «Imagine» e appare in un video anche con la canzone della Migros. È possibile visionare il video musicale di Angie Ott su: www.momenti-migros.ch

Azione* Sull’intero assortimento Party salatini o PIC crackers da 2 confezioni ognuno –.30 di riduzione p. es. Party Pizza Crackers 150 g Fr. 2.10 invece di 2.40

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Tradition Petit Gâteau au chocolat 150 g Fr. 3.70

*Prezzi dell’offerta speciale validi dal 25 al 31 ottobre.


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Idee e acquisti per la settimana

Cucina & Tavola

Facciamoci una fondue! Per una serata in compagnia davanti a una fondue, oltre a una buona miscela di formaggio ci vogliono anche le stoviglie giuste. Il set da fondue di 14 pezzi di Cucina & Tavola comprende il fondamentale: un caquelon, sei piatti con altrettante forchette dall’impugnatura in legno e un fornello. Chi, durante la preparazione, farà attenzione a riscaldare il formaggio mescolandolo a forma di otto, sarà ricompensato con una fondue bella cremosa. Per gustarla al meglio ci vuole del pane del giorno prima o delle piccole patate lesse. Un consiglio: chi vuole evitare la pesantezza di stomaco, prima di servirla in tavola aggiunge alla fonduta un pizzico di carbonato di sodio, che ha la proprietà di rendere il formaggio più digeribile.

Cucina & Tavola Cestino per pane e patate con stoffa rustica, nero Fr. 24.80

Cucina & Tavola Set da fondue di formaggio con stelle alpine 14 pezzi Fr. 89.–

Cucina & Tavola Tagliere di legno Fr. 12.80

Cucina & Tavola Mini Caquelons set di 4 pezzi, diversi motivi Fr. 9.80


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Idee e acquisti per la settimana

Grande Caffè

Il caffè quando si è in giro Grande Caffè offre il piacere del caffè quando si è fuori casa. Le cinque specialità di caffè refrigerato con latte svizzero si presentano ora in un nuovo e più fresco look e in un bicchiere unificato da 230 millilitri. Ciò significa 20, rispettivamente 80 millilitri nell’Espresso, di contenuto in più. Una pratica novità è pure il foro sul coperchio per gustarsi il caffè in tutta calma. Le già apprezzate ricette non sono invece state modificate. Quale caffè preferite? Corposi di gusto sono Espresso, Cappuccino oppure la variante senza zucchero Zero. Chi preferisce qualcosa di più dolce, opta invece per Macchiato o Vaniglia, quest’ultimo raffinato con vaniglia Bourbon.

Grande Caffè Espresso 230 ml** Fr. 1.30* invece di 1.65 Grande Caffè Cappuccino 230 ml** Fr. 1.30* invece di 1.65 Grande Caffè Vaniglia 230 ml** Fr. 1.30* invece di 1.65

Grande Caffè Macchiato 230 ml** Fr. 1.30* invece di 1.65 Disponibile anche in qualità bio

Grande Caffè Zero 230 ml** Fr. 1.30* invece di 1.65 **Nelle maggiori filiali

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Tutti i Grande Caffè sono affinati con latte svizzero e possono essere riscaldati al microonde.

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8.50 invece di 11.40 Nuggets di tacchino prodotti in Svizzera con carne di tacchino dal Brasile, conf. da 2 x 250 g/500 g

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1.80 invece di 2.40 Formaggella Blenio «Ra Crénga dra Vâll da Brégn» prodotta in Ticino, a libero servizio, per 100 g

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3.95 invece di 5.90 Castagne Italia, rete da 500 g

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4.75 invece di 6.80 Lasagne alla bolognese e cannelloni alla fiorentina Buon Gusto surgelati, 2 x 360 g, per es. lasagne alla bolognese

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L’INDUSTRIA MIGROS E I SUOI PRODOTTI.

Tutti i tipi di pasta per biscotti Tutti i dolci e le torte nella varietà Foresta nera per es. torta Foresta nera, 440 g, 8.30 invece di 10.40 per es. pasta per discoletti Anna’s Best, 500 g, 4.20

Latte, bevande a base di latte, yogurt, formaggio fresco, salse, maionese.

Caffè, caffè in capsule, frutta secca, spezie, noci.

Ice Tea, succhi di frutta, prodotti pronti, prodotti a base di patate e prodotti a base di frutta.

Carne fresca, pesce, salumi, pollame.

20% Tutti i gelati Crème d’or da 750 ml e da 1000 ml per es. walnut & maple, 1000 ml, 7.80 invece di 9.80

20% Tutti gli sciroppi in bottiglie di PET da 75 cl e da 1,5 l per es. al lampone, 1,5 l, 3.40 invece di 4.25

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50% Tutti gli Ice Tea in bottiglie di PET, in conf. da 6, 6 x 1,5 l al limone, alla pesca e al fiore di loto, per es. al limone, 4.05 invece di 8.10

Pane, prodotti da forno, pasticceria, paste.

Formaggio per raclette Raccard, Gruyère AOP, Appenzeller, fondue.

Acqua minerale, sciroppo, succhi di frutta.

Biscotti, Blévita, gelati, dessert in polvere, frittelle di Carnevale, prodotti da forno per l’aperitivo.

Prodotti trattanti, sostanze cosmetiche attive, detersivi e detergenti, margarine, grassi commestibili.

Diverse varietà di riso, riso al latte, varietà speciali di riso.

Cioccolato, gomma da masticare.


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Salmì di capriolo, cotto, Austria, 350 g, 9.– invece di 12.90 30% Filetti d’agnello, Australia/ Nuova Zelanda, imballati, per 100 g, 3.95 invece di 5.10 20%

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Tutte le borse e i trolley per la spesa, per es. Jumbo Bag, blu, extra grande, il pezzo, 4.10 invece di 5.90 30% ** Tutti gli alimenti secchi Vital Balance, per es. Sensitive, 450 g, 4.70 20x PUNTI Tutto l’assortimento di camicie e cravatte da uomo, per es. camicia John Adams, blu, tg. 39/40, il pezzo, 27.85 invece di 39.80 30% ** Torce, lampade da proiezione e lampade da tavolo Disney, per es. lampada da proiezione Frozen, 18.90 invece di 27.– 30% Tutti i prodotti igienici Secure in conf. da 2, per es. assorbenti igienici Light Plus, 2 x 24 pezzi, 9.65 invece di 11.40 15% **

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Altri alimenti

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Pacific Prawns Costa, surgelati, 800 g, 19.30 invece di 27.60 30% Califora in conf. da 2, 2 x 500 g o 2 x 1 kg, per es. 2 x 1 kg, 13.85 invece di 19.80 30% Tutto l’assortimento Actilife, per es. Breakfast, 1 l, 1.45 invece di 1.85 20%

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Zuppa di cavolfiori e formaggio Anna’s Best, 300 ml, 3.90 Novità ** Alimenti per cani Cesar Sélection, salsa e gelatina in busta, per es. gelatina in busta, 4 x 100 g, 4.55 Novità ** Succhi di frutta Malee, litchi, guava e mango, per es. litchi, 330 ml, 1.90 Novità **

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3.90 Zuppa di carote e cocco Anna’s Best 300 ml

Feeling sudamericano a portata di mano. El Mundo Ratatouille e African Couscous, Fairtrade per es. Ratatouille, 400 g, 2.40

Creata con i clienti. Vegana.

3.50 Crema alle verdure grigliate Migros Bio 200 g

Senza lecitina. Tavolette di cioccolato Migros Bio, Fairtrade disponibili in diverse varietà, per es. al latte e alle nocciole, 100 g, 2.20

. Pronte da gustare

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Elevato tenore di frutta. Senza . zuccheri aggiunti

4.30 Purea di mela e banana e purea di mela e mango M-Classic, Fairtrade per es. purea di mela e mango, 400 g

Profuma di fiori di tiaré. Deterge profondamente.

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1.95 Docciacrema White Harmony I am 250 ml


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Idee e acquisti per la settimana

Aproz

Una miscela di frutta Lo sciroppo è qualcosa di più di una semplice bevanda dissetante e rinfrescante da diluire in acqua con un rapporto di 1:6. Lo dimostra anche il nuovo gusto in edizione limitata mirtillo-vaniglia, che insaporisce qualsiasi frullato e arricchisce qualsiasi dessert

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E chi lo vuole ancora più cremoso aggiunge una pallina di gelato al posto dei cubetti di ghiaccio.

Smoothie ai mirtilli e alla vaniglia Per 2 bicchieri da ca. 3 dl

Ricette di Preparazione Frullate 200 g di mirtilli congelati, scongelati prima dell’uso, con 4-5 cucchiai di sciroppo ai mirtilli alla vaniglia e 4 dl di latte Drink. A piacere, servite lo smoothie con cubetti di ghiaccio e guarnite con foglioline di menta.

Aproz Sciroppo Mirtillo-vaniglia 75 cl Fr. 3.–* invece di 3.75 Nelle maggiori filiali

Tempo di preparazione ca. 5 minuti www.saison.ch Per porzione ca. 8 g di proteine, 1 g di grassi, 33 g di carboidrati, 750 kJ/170 kcal

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche gli sciroppi di Aproz.


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Idee e acquisti per la settimana

Lo sapevate? Migros promette di ampliare entro il 2017 l’assortimento di prodotti vegani e vegetariani certificati del 30 percento. Alnatura dà un prezioso contributo.

Sofficini spinaci e anacardi Arrostire i sofficini e servirli con della salsa di pomodoro affinata con basilico fresco tritato. Mini polpette Arrostire le polpette e servirle con dell’insalata a foglia variopnta, dadini di ravanelli e di peperone. Accompagnare con un fresco dressing al limone e ricotta all’erba cipollina.

Freschezza in tavola Anche se non si ha molto tempo per cucinare, non per forza si deve portare in tavola qualcosa di poco sano. Alnatura propone dei nuovi prodotti convenience con i quali in poco tempo si può preparare un delizioso pasto. I prodotti sono vegani, prodotti in modo biologico e le ricette certificate: sono impiegati solo ingredienti davvero indispensabili. Perché allora non assaggiare qualcosa di vegetariano o vegano? Spiedini, hot dog o sofficini: ogni membro della famiglia avrà modo di provare una bontà che soddisfi i propri gusti.

Alnatura «Frankfurter» di Seitan 200 g* Fr. 4.30

2

4

Tofu al basilico Tagliare il tofu a dadini grossi. Infilzarli su degli spiedini insieme a pomodorini cherry, peperoni e zucchine e arrostirli o grigliarli. Accompagnare con riso bianco.

3 Alnatura Tofu al naturale 2 x 200 g* Fr. 3.30

1

4 Foto Daniel Aeschliman; Styling Mirjam Vieli-Goll

1 2 3

Salsicce «Frankfurter» Arrostire le salsicce da entrambi i lati. Farcire un panino dimezzato con la salsiccia, crescione e verdure grattugiate. Servire con ketchup o ricotta alla senape.

Alnatura Tofu al basilico 200 g* Fr. 2.90

Alnatura

Alnatura Mini Polpette 180 g* Fr. 3.90

al nat ura.ch

Alnatura è il marchio bio per uno stile di vita responsabile al passo con i tempi. Sono utilizzati solo ingredienti di alta qualità e davvero indispensabili.

Parte di

Alnatura sofficini di spinaci-anacardi 195 g* Fr. 4.30

*Nelle maggiori filiali


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Idee e acquisti per la settimana

Lo sapevate? Migros promette di ampliare entro il 2017 l’assortimento di prodotti vegani e vegetariani certificati del 30 percento. Alnatura dà un prezioso contributo.

Sofficini spinaci e anacardi Arrostire i sofficini e servirli con della salsa di pomodoro affinata con basilico fresco tritato. Mini polpette Arrostire le polpette e servirle con dell’insalata a foglia variopnta, dadini di ravanelli e di peperone. Accompagnare con un fresco dressing al limone e ricotta all’erba cipollina.

Freschezza in tavola Anche se non si ha molto tempo per cucinare, non per forza si deve portare in tavola qualcosa di poco sano. Alnatura propone dei nuovi prodotti convenience con i quali in poco tempo si può preparare un delizioso pasto. I prodotti sono vegani, prodotti in modo biologico e le ricette certificate: sono impiegati solo ingredienti davvero indispensabili. Perché allora non assaggiare qualcosa di vegetariano o vegano? Spiedini, hot dog o sofficini: ogni membro della famiglia avrà modo di provare una bontà che soddisfi i propri gusti.

Alnatura «Frankfurter» di Seitan 200 g* Fr. 4.30

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Tofu al basilico Tagliare il tofu a dadini grossi. Infilzarli su degli spiedini insieme a pomodorini cherry, peperoni e zucchine e arrostirli o grigliarli. Accompagnare con riso bianco.

3 Alnatura Tofu al naturale 2 x 200 g* Fr. 3.30

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4 Foto Daniel Aeschliman; Styling Mirjam Vieli-Goll

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Salsicce «Frankfurter» Arrostire le salsicce da entrambi i lati. Farcire un panino dimezzato con la salsiccia, crescione e verdure grattugiate. Servire con ketchup o ricotta alla senape.

Alnatura Tofu al basilico 200 g* Fr. 2.90

Alnatura

Alnatura Mini Polpette 180 g* Fr. 3.90

al nat ura.ch

Alnatura è il marchio bio per uno stile di vita responsabile al passo con i tempi. Sono utilizzati solo ingredienti di alta qualità e davvero indispensabili.

Parte di

Alnatura sofficini di spinaci-anacardi 195 g* Fr. 4.30

*Nelle maggiori filiali


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Idee e acquisti per la settimana

M-Budget

Da 20 anni una marca culto

M-Budget festeggia l’anniversario. I prodotti dall’inconfondibile confezione verde e bianco sono oggi conosciuti in tutta la Svizzera. Un successo la cui ispirazione arriva dall’altro capo del mondo Testo Marc Bodmer; Foto zVg

A metà anni Novanta Migros era alla ricerca di nuove opportunità per dare un sostegno tangibile alle famiglie numerose e dalle disponibilità limitate. Questo perché dopo la recessione durata dal 1990 al 1993 l’economia stagnava e la disoccupazione aveva raggiungo il 5 percento, mentre all’orizzonte non si vedevano segnali di ripresa. Anziché fondare una nuova catena di negozi, Migros decise di proporre una linea a prezzi vantaggiosi che offrisse prodotti dei diversi assortimenti. Avrebbero dovuto avere un aspetto a buon mercato ed essere chiaramente riconoscibili ri-

spetto alle altre linee di prodotti. Questo l’incarico dato a chi fu chiamato a ideare le confezioni. L’esempio giungeva dall’Australia, dove già esisteva una linea a basso prezzo dal design uniforme e ridotto all’essenziale. Il risultato è l’inconfondibile look MBudget, con il suo verde intenso, un semplice bianco, un poco di nero e - naturalmente – la caratteristica M arancione. «Si voleva che la confezione dei prodotti MBudget esposti nelle scansie desse subito all’occhio», ci dice Kurt Lips, designer a suo tempo responsabile della progettazione dell’imballaggio.

1996 I pionieri della linea M-Budget: acqua minerale, conserve di frutta e cioccolato

Divertente & irriverente Nel settembre 2006 questi e altri quattro slogan altrettanto incisivi sono stati i soggetti di affissioni e inserzioni. I messaggi della campagna pubblicitaria nazionale promuovevano 70 nuovi prodotti M-Budget.


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M-Budget

Da 20 anni una marca culto

M-Budget festeggia l’anniversario. I prodotti dall’inconfondibile confezione verde e bianco sono oggi conosciuti in tutta la Svizzera. Un successo la cui ispirazione arriva dall’altro capo del mondo Testo Marc Bodmer; Foto zVg

A metà anni Novanta Migros era alla ricerca di nuove opportunità per dare un sostegno tangibile alle famiglie numerose e dalle disponibilità limitate. Questo perché dopo la recessione durata dal 1990 al 1993 l’economia stagnava e la disoccupazione aveva raggiungo il 5 percento, mentre all’orizzonte non si vedevano segnali di ripresa. Anziché fondare una nuova catena di negozi, Migros decise di proporre una linea a prezzi vantaggiosi che offrisse prodotti dei diversi assortimenti. Avrebbero dovuto avere un aspetto a buon mercato ed essere chiaramente riconoscibili ri-

spetto alle altre linee di prodotti. Questo l’incarico dato a chi fu chiamato a ideare le confezioni. L’esempio giungeva dall’Australia, dove già esisteva una linea a basso prezzo dal design uniforme e ridotto all’essenziale. Il risultato è l’inconfondibile look MBudget, con il suo verde intenso, un semplice bianco, un poco di nero e - naturalmente – la caratteristica M arancione. «Si voleva che la confezione dei prodotti MBudget esposti nelle scansie desse subito all’occhio», ci dice Kurt Lips, designer a suo tempo responsabile della progettazione dell’imballaggio.

1996 I pionieri della linea M-Budget: acqua minerale, conserve di frutta e cioccolato

Divertente & irriverente Nel settembre 2006 questi e altri quattro slogan altrettanto incisivi sono stati i soggetti di affissioni e inserzioni. I messaggi della campagna pubblicitaria nazionale promuovevano 70 nuovi prodotti M-Budget.


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Idee e acquisti per la settimana

Bettina Huwyler

«Prezzi convenienti ed esperienze uniche» Intervista Marc Bodmer; Foto Roger Hofstetter

I primi prodotti che nel 1996 vennero confezionati con questa nuova grafica furono l’acqua minerale e altre bibite dolci in bottiglia, cioccolato, conserve di frutta e altri generi di uso quotidiano. In breve divennero riconosciuti e apprezzati non solo dal gruppo cui erano destinati, le famiglie numerose, bensì anche alle comunità di giovani.

In palio 20 feste sull’autobus M-Budget www.migros.ch/m-budget oppure #mbudget20

Una marca diventata culto

Negli anni l’assortimento M-Budget si è costantemente ampliato, passando dai 70 articoli iniziali, nel 1996, agli oltre 500 di oggi. Prodotti che hanno sempre suscitato un forte senso di identificazione, sviluppatosi nel tempo in culto. Già dall’inizio il marchio M-Budget è stato accompagnato da campagne pubblicitarie irriverenti, che, con idee originali, talvolta provocatorie, presentano i nuovi prodotti della gamma. Figura centrale è spesso il cliente, come è stato per esempio il caso nel 2011, quando la ricerca della «Comunità M-Budget» è stata effettuata tramite una selezione sul tipo reality-show. L’impegno di M-Budget si è in seguito esteso ai sei più grandi open air svizzeri - Frauenfeld, San Gallo, Paléo, Gurten, Heitere e Gampel - per ognuno dei quali nel 2016 sono stati sorteggiati 500 pass di ingresso. Sul posto, in una zona dedicata, sono disponibili pasti a buon mercato, un punto vendita M-Budget e luoghi di intrattenimento, come la piscina con le palline e il foto-buzzer, spazio per autoscatti. Questo genere di attività, particolarmente apprezzato da adolescenti e giovani adulti, è stato completato all’inizio di quest’anno da un fine settimana di sci a Laax, destinato ai fans M-Budget e a prezzo M-Budget. In occasione del suo ventesimo compleanno M-Budget mette ora in palio 20 feste sull’esclusivo autobus M-Budget. Per partecipare basta mandare gli auguri a M-Budget sotto forma di immagine, testo o video. Le 20 persone che manderanno le idee più creative vincono una festa per loro e i loro amici.

Bettina Huwyler è responsabile della marca M-Budget per Migros

Bettina Huwyler, perché i prodotti M-Budget sono convenienti?

La convenienza dei prodotti M-Budget dipende da più fattori. Hanno confezioni dal design uniforme e semplice. La maggior parte dei prodotti è proposta in confezioni grandi, ciò che concorre a mantenere bassi i costi di trasporto e di immagazzinamento. Si rinuncia a ingredienti pregiati e i margini sono contenuti. Inoltre non si fanno azioni per i prodotti M-Budget. Come ha potuto diventare un marchio culto?

È stato determinante il design molto accattivante delle confezioni, così come le campagne pubblicitarie spiritose, senza dimenticare le feste, le comunità M-Budget e la presenza ai più importanti festival open air. Quale idea sta alla base di questo impegno?

Con M- Budget vogliamo offrire ai giovani, che nel corso della loro formazione dispongono di poco denaro, non solo prezzi bassi ma anche esperienze uniche. Per pochi soldi o addirittura gratuitamente.

All’immagine giovanile e di tendenza della marca M-Budget concorrono manifestazioni quali i weekend di sci e le feste, così come la presenza agli open air. Alla base una strategia che mira a offrire esperienze interessanti per pochi soldi o addirittura gratuitamente. E’ stato per esempio il caso del weekend di sci a Laax, il 5 e 6 marzo 2016: viaggio di andata e ritorno, soggiorno presso l’hotel Riders Palace, skipass, pranzo e cena per i due giorni, così come una festa con DJ internazionali, al prezzo di 149 franchi tutto compreso.

Come si compone l’assortimento M-Budget?

L’assortimento M-Budget si compone oggi di oltre 500 prodotti alimentari e non alimentari di uso quotidiano, cui si aggiungono singoli articoli elettronici e diverse proposte per la tv, Internet e la telefonia mobile. Cosa significa che M-Budget garantisce prezzi bassi?

M-Budget garantisce prezzi bassi sull’intero assortimento. Ciò significa che per articoli analoghi il cliente non trova prezzi più bassi negli altri supermercati attivi sul territorio nazionale. Se qualcuno dovesse trovare un prodotto analogo a un prezzo inferiore può annunciarlo a Migros-Infoline. Fa seguito una verifica e nel caso l’adattamento del prezzo del prodotto M-Budget. Quali sono gli articoli M-Budget più venduti?

Il primo in classifica è l’Energy Drink. Tra gli articoli più venduti figurano poi il latte, le banane, l’acqua minerale, il pane da toast e il quark magro. E qual è il suo prodotto preferito?

Tra i miei preferiti ci sono lo yogurt nature e le gomme da masticare Spearmint.


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Idee e acquisti per la settimana

Bettina Huwyler

«Prezzi convenienti ed esperienze uniche» Intervista Marc Bodmer; Foto Roger Hofstetter

I primi prodotti che nel 1996 vennero confezionati con questa nuova grafica furono l’acqua minerale e altre bibite dolci in bottiglia, cioccolato, conserve di frutta e altri generi di uso quotidiano. In breve divennero riconosciuti e apprezzati non solo dal gruppo cui erano destinati, le famiglie numerose, bensì anche alle comunità di giovani.

In palio 20 feste sull’autobus M-Budget www.migros.ch/m-budget oppure #mbudget20

Una marca diventata culto

Negli anni l’assortimento M-Budget si è costantemente ampliato, passando dai 70 articoli iniziali, nel 1996, agli oltre 500 di oggi. Prodotti che hanno sempre suscitato un forte senso di identificazione, sviluppatosi nel tempo in culto. Già dall’inizio il marchio M-Budget è stato accompagnato da campagne pubblicitarie irriverenti, che, con idee originali, talvolta provocatorie, presentano i nuovi prodotti della gamma. Figura centrale è spesso il cliente, come è stato per esempio il caso nel 2011, quando la ricerca della «Comunità M-Budget» è stata effettuata tramite una selezione sul tipo reality-show. L’impegno di M-Budget si è in seguito esteso ai sei più grandi open air svizzeri - Frauenfeld, San Gallo, Paléo, Gurten, Heitere e Gampel - per ognuno dei quali nel 2016 sono stati sorteggiati 500 pass di ingresso. Sul posto, in una zona dedicata, sono disponibili pasti a buon mercato, un punto vendita M-Budget e luoghi di intrattenimento, come la piscina con le palline e il foto-buzzer, spazio per autoscatti. Questo genere di attività, particolarmente apprezzato da adolescenti e giovani adulti, è stato completato all’inizio di quest’anno da un fine settimana di sci a Laax, destinato ai fans M-Budget e a prezzo M-Budget. In occasione del suo ventesimo compleanno M-Budget mette ora in palio 20 feste sull’esclusivo autobus M-Budget. Per partecipare basta mandare gli auguri a M-Budget sotto forma di immagine, testo o video. Le 20 persone che manderanno le idee più creative vincono una festa per loro e i loro amici.

Bettina Huwyler è responsabile della marca M-Budget per Migros

Bettina Huwyler, perché i prodotti M-Budget sono convenienti?

La convenienza dei prodotti M-Budget dipende da più fattori. Hanno confezioni dal design uniforme e semplice. La maggior parte dei prodotti è proposta in confezioni grandi, ciò che concorre a mantenere bassi i costi di trasporto e di immagazzinamento. Si rinuncia a ingredienti pregiati e i margini sono contenuti. Inoltre non si fanno azioni per i prodotti M-Budget. Come ha potuto diventare un marchio culto?

È stato determinante il design molto accattivante delle confezioni, così come le campagne pubblicitarie spiritose, senza dimenticare le feste, le comunità M-Budget e la presenza ai più importanti festival open air. Quale idea sta alla base di questo impegno?

Con M- Budget vogliamo offrire ai giovani, che nel corso della loro formazione dispongono di poco denaro, non solo prezzi bassi ma anche esperienze uniche. Per pochi soldi o addirittura gratuitamente.

All’immagine giovanile e di tendenza della marca M-Budget concorrono manifestazioni quali i weekend di sci e le feste, così come la presenza agli open air. Alla base una strategia che mira a offrire esperienze interessanti per pochi soldi o addirittura gratuitamente. E’ stato per esempio il caso del weekend di sci a Laax, il 5 e 6 marzo 2016: viaggio di andata e ritorno, soggiorno presso l’hotel Riders Palace, skipass, pranzo e cena per i due giorni, così come una festa con DJ internazionali, al prezzo di 149 franchi tutto compreso.

Come si compone l’assortimento M-Budget?

L’assortimento M-Budget si compone oggi di oltre 500 prodotti alimentari e non alimentari di uso quotidiano, cui si aggiungono singoli articoli elettronici e diverse proposte per la tv, Internet e la telefonia mobile. Cosa significa che M-Budget garantisce prezzi bassi?

M-Budget garantisce prezzi bassi sull’intero assortimento. Ciò significa che per articoli analoghi il cliente non trova prezzi più bassi negli altri supermercati attivi sul territorio nazionale. Se qualcuno dovesse trovare un prodotto analogo a un prezzo inferiore può annunciarlo a Migros-Infoline. Fa seguito una verifica e nel caso l’adattamento del prezzo del prodotto M-Budget. Quali sono gli articoli M-Budget più venduti?

Il primo in classifica è l’Energy Drink. Tra gli articoli più venduti figurano poi il latte, le banane, l’acqua minerale, il pane da toast e il quark magro. E qual è il suo prodotto preferito?

Tra i miei preferiti ci sono lo yogurt nature e le gomme da masticare Spearmint.


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Idee e acquisti per la settimana

Burro per arrostire

Burro chiarificato senza lattosio

Per un sapore burroso, far fondere un po’ di burro chiarificato prima della fine della cottura.

Con il burro tutto ha più sapore. Che si tratti di verdura, patate o bistecche, l’aroma di burro accentua il sapore naturale di molti alimenti. Tuttavia, a causa dell’alto contenuto di acqua, il comune burro non è indicato per friggere. Lo è invece il burro chiarificato, che non contiene acqua e si può scaldare fino a 180 gradi. Adesso il burro per arrostire della Migros è certificato aha!. Infatti, non contiene più lattosio ed è quindi completamente innocuo per chi soffre di intolleranza al lattosio.

L’etichetta aha! certifica prodotti particolarmente indicati anche per soggetti che soffrono di intolleranze e allergie.

aha! Burro per arrostire senza lattosio, 450 g Fr. 7.70

aha! Burro per arrostire senza lattosio, 250 g Fr. 4.85 Disponibile in qualità aha! a partire dal 21 novembre

Migros Bio Burro svizzero per arrostire senza lattosio, 250 g Fr. 6.90

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche il burro per arrostire.


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Idee e acquisti per la settimana

M-Classic

Classici dell’infanzia

Consiglio di servizio Gratinare i Ravioli in forno in una pirofila aggiungendo parmigiano, mozzarella o Gruyère.

I Ravioli sono molto amati dai bambini. Come contorno sono perfetti dei bastoncini di verdura.

I ravioli in scatola fin dagli anni Cinquanta hanno fatto felici molti bambini e sono di fatto ancora oggi parte integrante dei romantici bivacchi attorno al fuoco degli scout. Anche durante gli open air sono molto gettonati. Sono conservabili a lungo, si riscaldano in un attimo e si possono affinare con pochi ingredienti come le erbette fresche. Per questi motivi sono molto apprezzati per chi va di fretta. I Ravioli alla salsa di pomodoro sono disponibili nelle varianti napoletana e bolognese con carne svizzera, nonché in quella vegetariana alle verdure.

M-Classic Ravioli alla napoletana 430 g Fr. 1.90

M-Classic Ravioli alla bolognese 435 g Fr. 2.70

M-Classic Ravioli alle verdure 430 g Fr. 2.20 Nelle maggiori filiali

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche i Ravioli M-Classic.


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I L L E P A C I E R A I C N O C C A R E P I T T O D O R P * . E T N E N DI V ER S I A M R E P O S S A B I R I D % 6 1 L I A I D E CO N IN M

*La Migros ribassa in modo permanente i prezzi di diversi prodotti per acconciare i capelli. Per es. spray per capelli Volume Care Nivea 250 ml, fr. 3.95 invece di 4.95 (–20,2%). Offerte valide dal 25.10.2016.

Profile for Azione, Settimanale di Migros Ticino

Azione 43 del 24 ottobre 2016  

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