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Cooperativa Migros Ticino

Società e territorio La solidarietà oggi è tornata a far parlare di sé, ma nella nostra società rischia di subire una profonda trasformazione

Ambiente e Benessere Antonella Viola del Dipartimento di scienze biomediche all’Università di Padova e l’infettivologo ginevrino Alessandro Diana spiegano tutto ciò che serve sapere sui tre vaccini contro il Covid-19 oggi in esame

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXIII 14 dicembre 2020

Azione 51 Politica e Economia In Gran Bretagna c’è stato il V-Day ma senza accordo sulla Brexit

Cultura e Spettacoli Il rapporto di Rembrandt con l’Oriente in mostra al Kunstmuseum di Basilea

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di Stefania Hubmann pagina 11

Fototeca AMG

un secolo di merci sui binari

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Frammenti di un anno insolito di Peter Schiesser Strano anno. Sempre incerti su ciò che ci aspetta il giorno dopo, da mesi. Abbiamo fatto l’abitudine a mascherine disinfettanti distanze, abbiamo fatto l’abitudine al fatto che tutto questo non basta. Ci stiamo pure abituando ad avere decessi ogni giorno e tassi di mortalità fra i più alti al mondo? Spesso questi lutti non ci concernono, se non quando muore un personaggio locale, oppure, tragicamente, tocca a noi. Cos’è: indifferenza? O fatalismo, poiché non siamo in grado di risolvere individualmente la situazione (benché la influenziamo) e dobbiamo comunque accettare quel che succede? Come finisce questo anno? Dalla prima ondata sembravamo usciti migliori, ma la seconda ondata è carogna. Miete ancora più vittime. Mette zizzania; lo vediamo in queste settimane fra le autorità del nostro paese, i governi cantonali e quello federale. Queste righe saranno già stampate, quando si chiarirà se il Consiglio federale imporrà a tutti i Cantoni la chiusura dei ristoranti alle 19, dei negozi la sera e la domenica, impedendo ogni attività pubblica, ma complessivamente in questo momento si notano i limiti del federalismo. Alcuni governi

cantonali reagiscono drasticamente, altri non si muovono se non lo fanno anche quelli vicini. Una gran confusione, di cui non si sente il bisogno. Quando martedì il Consiglio federale ha lanciato un ultimatum affinché tutti i Cantoni adottassero misure drastiche entro venerdì vista la situazione epidemiologica, diversi Cantoni hanno protestato, ma fra questi ce n’erano anche diversi, svizzero tedeschi, che chiedevano al Consiglio federale di decretare di nuovo lo stato di necessità. In questo modo sarebbe di nuovo chiaro chi comanda e non avremmo più lo stuolo di differenze cantonali che la popolazione non può capire, né considerare sufficientemente credibili. In questi mesi mi è spesso tornata in mente una frase della nostra Luciana Caglio, durante una visita in redazione a fine (primo) lockdown: «dicono che ne siamo usciti migliori, ma era, andava poi tanto male il mondo di prima?». A guardare la seconda ondata, con la sua carica di nervosismo e aggressività, non si può dire che le lezioni etiche percepite durante la prima, con gli slanci di solidarietà, siano oggi predominanti. C’è qualcuno che non rimpiange la situazione precedente il Coronavirus? Forse non era poi così male. Tuttavia, una crisi offre sempre un potenziale di rinnovamento,

anche se spesso a caro prezzo. Potremo, a pandemia terminata, tornare a guardare il mondo come facevamo prima? Il virus non ci rivela la fisicità della nostra fragilità umana? Mantenere ed estendere questa consapevolezza agli altri, tanti, grandi problemi dell’umanità potrebbe diventare un po’ più facile, più ovvio. Se un virus stravolge l’umanità in poco tempo, non meno travolgenti sono altri drammi, da quelli ambientali e climatici, a quelli legati alla povertà e alle ingiustizie, alle dittature, ad un sistema economico che si allontana sempre più da un livello sostenibile di equità. E sapendoci tutti vulnerabili, forse potremmo ricostruire un maggiore senso di solidarietà, superando la forma egotica dell’individualismo che ci sta penalizzando come collettività. In Svizzera abbiamo visto che si può fare, lo Stato ha sostenuto e tuttora sostiene finanziariamente l’economia e la popolazione, altri paesi purtroppo sono ben lungi dal percorrere il cammino dalle promesse alla realtà. Ma le aspettative crescono ovunque e non potranno essere ignorate a lungo. Le conseguenze del 2020 si sentiranno a lungo. In negativo ma anche in positivo, se ci risveglieremo con una maggiore consapevolezza del fragile e prezioso che sta in noi e al di fuori di noi.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Attualità Migros

L’altra faccia del digitale

Formazione La Scuola Club di Migros Ticino e la sfida dell’apprendimento in tempo di Covid

Se la diffusione del Covid-19 ha bloccato lo sviluppo di molti processi, ne ha però incredibilmente accelerati altri. È questo il caso della digitalizzazione. Sebbene limitati negli spostamenti e distanziati socialmente, tutti noi, grazie alle infrastrutture digitali siamo rimasti in contatto con familiari e amici, abbiamo organizzato riunioni di lavoro e seguito da casa lezioni scolastiche e universitarie, e molto altro ancora. Questo adattamento non è stato sempre facile. La transizione al digitale è come la luna: c’è un lato luminoso e uno che rischia di rimanere nascosto ma che non può essere dimenticato. Quanto è accaduto nel campo della formazione continua può aiutarci a comprendere la complessità di questo passaggio. Tra i settori maggiormente impattati dall’accelerazione digitale, la formazione si è dovuta letteralmente ripensare. E in grande velocità. Sconvolgendo tutti i programmi d’aula, la pandemia ha costretto a trovare nuove soluzioni per garantire la sicurezza di docenti e partecipanti, ma anche consentire il buon fine dei percorsi di

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apprendimento e di certificazione avviati. Il passaggio all’online è stato inevitabile per tutelare le tante esigenze in gioco, ma in realtà non vi è nulla di scontato in questa migrazione. Non si tratta, infatti, semplicemente, di cambiare «contenitore», spostando i contenuti pensati per un contesto formativo offline in un contesto virtuale. Così come non basta avere un tablet per creare un buon ambiente di apprendimento e accendere la motivazione ad apprendere. Cosa succede nel passaggio dalla formazione in presenza a quella a distanza? Quali cambiamenti richiede ai diversi attori in gioco? Cosa accade di diverso in un’aula virtuale? L’apprendimento online ha bisogno della concomitanza di tanti fattori. Anzitutto, servono buone dotazioni strumentali e infrastrutturali (basti pensare alla sicurezza della connessione di rete). Occorrono, poi, adeguate competenze digitali da parte di docenti e partecipanti, così come buone soluzioni logistiche e organizzative (come ben sanno i genitori che hanno sperimentato con i loro figli la didattica a distanza). Non sempre queste condizioni sono garantite. A ciò si aggiungono specifiche capacità di progettazione didattica: per formare al digitale occorre pensare digitale ed avere piena consapevolezza circa le trasformazioni dell’apprendimento e di come si genera conoscenza in ambienti virtuali. La Scuola Club di Migros Ticino ha affrontato l’accelerazione digitale con grande consapevolezza e risposto con slancio ai nuovi bisogni formativi, grazie agli investimenti compiuti negli ultimi anni nell’innovazione didattica

e in una diffusa formazione digitale dei propri docenti. Inoltre, l’avvio del nuovo percorso FSEA per diventare formatore digitale ha offerto anche a docenti esterni nuove opportunità di aggiornamento delle competenze alla luce della rapidissima evoluzione della didattica online e blended. Fondamentale è stata la capacità di ascolto e accompagnamento delle persone in apprendimento da parte dei

consulenti vendita delle quattro sedi della Scuola Club che hanno saputo rassicurare i partecipanti, soprattutto i non nativi digitali, sull’accessibilità della formazione online, mentre i formatori hanno ricreato anche online quel clima accogliente così necessario all’apprendimento. Di fatto la Scuola Club si è trovata a svolgere un’importante funzione di facilitazione, in particolare per quella parte della popolazione, che, per età,

attitudini e formazione, si è scoperta lontana dal digitale e che ora si ritrova con soddisfazione a connettersi da casa per seguire – ad esempio – un corso di lingua in attesa di un nuovo viaggio. La transizione richiederà ancora tempo e investimenti per completarsi, ma alla Scuola Club il viaggio è iniziato e proseguirà con passione anche nel Nuovo Anno che – questo è il nostro augurio – permetterà a tutti di rivedersi presto. E non solo online!

Solidali con il Mulino Maroggia

Pane Nelle filiali Migros una nuova offerta a sostegno della ricostruzione A seguito dell’incendio che ha recentemente colpito il Mulino Maroggia, le farine nostrane utilizzate dalla Jowa per produrre diversi pani dei Nostrani del Ticino al momento non sono purtroppo più disponibili. In sostituzione vengono utilizzate farine svizzere di prima qualità contras-

segnate con il marchio TerraSuisse. Sebbene queste ultime risultino più economiche rispetto alle farine ticinesi, il prezzo del pane non è stato modificato. La differenza verrà infatti interamente devoluta a favore della ricostruzione di questo storico mulino a conduzione familiare. I pani interes-

sati, su cui è stata applicata un’apposita etichetta, sono: Pane Passione, Ciabatta, Ciabattine, Pane Val Morobbia e Pan Nostran. Teniamo a ricordare che la fruttuosa collaborazione tra Migros Ticino e il Mulino Maroggia nasce nel 2013, quando sono state introdotte le prime

Lo stabile in un’immagine d’epoca. (mulinomaroggia.ch)

Azione

Settimanale edito da Migros ticino Fondato nel 1938 redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

preziose miscele di cereali. Oggi l’assortimento annovera le farine nostrane «bianca», «di segale» e «per pizza». Negli anni Migros Ticino ha costruito un ottimo rapporto di fiducia e stima reciproca con questo riconosciuto e apprezzato partner locale, che rappresenta uno dei fiori all’occhiello della tradizione gastronomica e della produzione agroalimentare del nostro Cantone. Il Mulino Maroggia è un’azienda di famiglia, nata negli ultimi anni del 1800 per volontà del fondatore Michael Stadlin, discendente da un’antica famiglia di mugnai attivi nella Svizzera centrale. La costruzione è stata eretta sul terreno in cui era insediata una vecchia riseria. La produzione era iniziata nel 1924. Nel secondo dopoguerra lo stabilimento fu ingrandito, con l’aggiunta del grande silo in cemento. La più recente ristrutturazione del Mulino, gestito da decenni dalla famiglia Fontana, risale al 2017, quando è stato creato anche un magazzino più ampio per i prodotti confezionati. Nel reparto di produzione è stata prevista una linea di miscelazione e insaccaggio per prodotti speciali. Oltre a ciò era stata aggiunta una sezione dedicata ai visitatori e agli eventi, che negli ultimi anni ha contribuito non poco a far conoscere l’attività del Mulino. tiratura 101’262 copie inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Il pane di solidarietà che è in vendita nelle filiali Migros.

Nonostante la gravità dell’incidente che ha colpito lo stabilimento, la volontà dei proprietari è quella di continuare nella gestione, che può contare ormai su oltre un secolo di storia. Il lavoro da compiere sarà certamente difficile ma le autorità e l’opinione pubblica sono pronte a contribuire a recuperare questa attività imprenditoriale così importante per valorizzare le risorse e i prodotti della nostra regione. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Società e territorio Sguardi e voci femminili Un volume dell’Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla presenta fotografie d’epoca scelte e interpretate da 45 donne

un gin made in ticino Amore per il territorio, passione gastronomica e istinto imprenditoriale: ecco la ricetta della Bisbino Sagl come ce la spiegano i fondatori pagina 10

un simbolo oltre le merci Un secolo di vita e la mente rivolta al futuro: un libro racconta la storia della società Magazzini Generali con Punto Franco SA pagina 11

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La solidarietà delegata

Sociologia Oggi nelle società occidentali

la solidarietà, figlia della simpatia umana, rischia di trasformarsi in qualcosa di astratto, slegato dalla nostra esperienza personale

Massimo Negrotti Come qualsiasi altra attitudine umana la solidarietà ha un carattere non facilmente definibile nonostante la sua immediata ma apparente comprensibilità in quanto termine linguistico. Sulle prime, solidarietà sembra sinonimo di aiuto, benevolenza, carità o altruismo ma, in realtà, si tratta di qualcosa di più profondo che, in qualche misura, include i sinonimi sopra ricordati ma viene prima di essi. In effetti, la solidarietà, intesa come propensione generica e naturale verso gli altri e verso la comunità di appartenenza, è comune a quasi tutte le specie animali. Un branco animale è permanentemente solidale poiché la sopravvivenza degli individui che ne fanno parte, e della specie stessa, dipende proprio dalla messa in comune dell’attenzione e delle forze, della ricerca di cibo e della difesa fisica. Su questo piano, la solidarietà non ha alcuna rilevanza etica perché risponde unicamente ad un interesse collettivo che si riflette su quello individuale. Nel caso dell’uomo le cose si pongono in modo molto diverso e, pur lasciando inalterata la forma di solidarietà che lo assimila ad altre specie, coinvolge da un lato la psicologia individuale e, dall’altro, l’interiorizzazione dei principi e dei valori etici. Mentre l’aspetto etico è di competenza filosofica, quello in senso lato psicologico può essere affrontato sul piano delle motivazioni e, soprattutto, del processo generale della identificazione con l’altro. A metà strada fra filosofia e antropologia psicologica, il concetto di «simpatia» («patire assieme»), trattato fra gli altri da Adamo Smith, è sicuramente centrale. Non sappiamo da cosa esso sia originato ma, di fatto, ogni essere umano, in molte circostanze, è in grado di identificarsi con l’altro fino al punto di sentire sulla propria pelle le sensazioni o i problemi che l’altro sta vivendo.

Ciò, tuttavia, non significa che la solidarietà si manifesti immediatamente e direttamente ma solo che le sue premesse motivazionali si apprestano ad attivarsi. In effetti, un’aggressione violenta da parte di un rapinatore nei riguardi di un anziano, innesca in chiunque scandalo, sdegno e, appunto, identificazione con la vittima ma l’azione che ne consegue può essere di varia natura: gridare invettive nei confronti dell’aggressore, chiamare la polizia, oppure intervenire personalmente. Mentre un cane che accompagnasse l’anziano non esiterebbe a difenderlo con la forza, nel caso dell’uomo entra sulla scena un mix di pulsioni e di considerazioni razionali che, in molti casi, finiscono per fare della solidarietà verso l’aggredito un problema da risolvere piuttosto che un evento cui partecipare direttamente. È qui che entra in gioco la sociologia, perché la solidarietà, a differenza dell’altruismo o di un semplice gesto di compassione, chiama in causa il tasso di coesione sociale che contraddistingue una società. La coesione, da parte sua, dipende fortemente dalla visione personale della società che ognuno di noi genera nel proprio io sulla base delle relazioni sociali che intrattiene e dalle comunicazioni quotidiane che riceve. Nelle società occidentali contemporanee la coesione sociale non eccelle anche se è proclamata in ogni carta costituzionale. Essa, al più, si rinvigorisce quando l’opinione pubblica percepisce che la propria comunità è minacciata dall’esterno. Per esempio, nel corso dell’attuale pandemia, una regione può chiudersi in se stessa, anche formalmente, per difendersi da un’altra e così accade anche fra gli Stati. La solidarietà come principio etico riconosciuto, può subire dunque una riduzione come risultato di un peraltro comprensibile calcolo razionale. Inoltre, l’uomo di oggi, che alcuni sociologi dipingono come blasé a cau-

La solidarietà chiama in causa il tasso di coesione sociale che contraddistingue una società. (Marka)

sa dei mille problemi, sociali e di altra natura, che i mass media diffondono ogni giorno, magari amplificandoli, ha una percezione della solidarietà per così dire organica, sempre più esternalizzata rispetto alla sua coscienza individuale. Parafrasando Émile Durkheim, possiamo dire che le nostre società sono altamente modulari, nel senso che ogni specializzazione e ogni ruolo individuale o istituzionale è altamente organizzato come lo è ogni organo di un essere vivente. Di conseguenza la solidarietà, nel senso tecnico dello stare insieme di più parti di una stessa struttura, non è negata o trascurata come valore, ma intesa come finalità di cui dovrebbe occuparsi questa o quella istituzione, questo o quell’ente pubblico

o privato. La «simpatia» umana assume dunque la forma di un sentimento magari nobile e condiviso ma, in termini concreti, viene incanalata verso una solidarietà da assumersi come una delle tante mission di ordine politico, come l’educazione, la giustizia o la salvaguardia idro-geologica delle regioni. Allo stesso modo, il processo di identificazione tramite simpatia, spesso produce solidarietà in termini puramente finanziari come quando, di fronte ad una catastrofe, un quotidiano o un’emittente radio-televisiva propongono la raccolta di fondi per aiutare le popolazioni coinvolte. Smith sottolineava che la simpatia non è in contrasto con il valore dell’individualità e probabilmente ciò è vero anche oggi trattandosi, in ambedue

i casi, di caratteristiche della natura umana, ma tutto lascia pensare che la solidarietà, figlia della simpatia, stia trasformandosi sotto i nostri occhi in qualcosa di astratto, collocato fuori dalla nostra esistenza personale, nella persuasione che la realizzazione dei valori più rilevanti, come la sicurezza, il benessere o la salute, non dipendano dalle nostre azioni ma da quelle del «sistema» sociale nel suo complesso. Dovremmo augurarci che questo squilibrio venga presto superato per tornare, o pervenire, ad una rinnovata coscienza che consenta alla simpatia, che sussiste allo stato potenziale dentro ognuno di noi, di generare solidarietà immediata e non solo delegata a lontani e impersonali, anche se meritori, uffici istituzionali.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Società e territorio

Sguardi al femminile

Libri Foto d’epoca dell’Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla

scelte e interpretate da 45 donne: ne abbiamo incontrate tre

raccontare l’alluvione

1978 Un libro narra il disastro naturale

che colpì il Locarnese e offre riflessioni sul presente

Valentina Grignoli Cosa accade quando uno sguardo femminile si poggia su di un’immagine seppia che racconta scene d’altri tempi, soffermandosi sulle donne che l’hanno preceduto? Si aprono mondi, storie di un passato sospeso, ricordi, emozioni. Si immaginano destini diversi, forse più lievi, a volte anche vestiti di romantica tragedia, immersi come sono nell’affascinante alone che avvolge la fotografia d’epoca. Questo però è il primo sguardo. Se ci si ferma quell’attimo in più, andando oltre la fotografia, sorgono spontanee alcune considerazioni, il confronto è inevitabile e sì, a volte ci si accorge che quel passato non è poi così lontano e diverso dal nostro presente. Può il mondo di ieri raccontare e motivare battaglie e rivendicazioni e aprire gli occhi sul presente? Certamente, e lo dimostra il bel volume curato dall’Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla, Uno sguardo al femminile, nel quale 45 donne conosciute o meno alle nostre latitudini sono state invitate dall’Associazione dell’archivio a leggere e poi scrivere una selezione di altrettante immagini della Collezione. Ne è scaturita un’opera corale che canta un passato intersecando ricordi personali che si fanno universali, parole in prosa o poesia, tra il racconto e il resoconto. Ma non si ferma qui, lo sguardo è anche attenta e polifonica riflessione riguardo la condizione della donna che cambia – o no? – nel tempo. Il libro si compone di 45 fotografie d’epoca che ritraggono donne e uomini, bambine e bambini, in Capriasca o emigrati, al lavoro o in posa. Tra quelli scelti per questo articolo vi sono i racconti di donne al lavatoio (Sarah Rusconi – portavoce di Amnesty International Svizzera) o tra i fili del bucato (Pepita Vera Conforti – esperta nella formazione di adulti), donne assenti dalla scena di festa (Aldina Crespi – giornalista e consulente in comunicazione) e forti portatrici boschive (Anna Felder – scrittrice). Con queste autrici ho cercato di andare oltre il racconto. Come scegliere una fotografia, tra le tante proposte?

«Cercavo un legame con le riflessioni teoriche e politiche di questo periodo sul ruolo delle donne, in particolare sul lavoro non pagato, che le donne donano gratuitamente da sempre a tutta la società», racconta Pepita Vera Conforti. La sua riflessione viene completata da Aldina Crespi: «Mi sono concentrata su quelle che – per qualche ragione – si agganciavano anche alla mia storia. Situazioni, oggetti, qualsiasi elemento che rimandasse a qualcosa di conosciuto. E in effetti quella che ho scelto racconta un vissuto famigliare, anche se per me lontano nel tempo e nello spazio (Argentina, 1900)». Un vissuto personale parla anche alla scrittrice Anna Felder: «mi sono soffermata su quelle, non poche, che raccontano una storia, un’esperienza, un’emozione anche mia, vissuta nella mia lontana infanzia, sùbito ravvicinata: le vacanze a Roveredo Capriasca». È stata una scelta non facile, per le autrici, come afferma Sarah Rusconi, che ricorda: «Era il mese di aprile scorso, in pieno lockdown, il periodo ha influito. Sono per professione molto attenta ai diritti umani, ma non volevo un appiglio scontato. Al contempo non volevo concentrarmi sulle tematiche più dure che trattiamo ad Amnesty, volevo qualcosa di

Nicola Mazzi Fu un evento eccezionale che segnò quell’anno. In molti, ancora oggi, se lo ricordano perfettamente malgrado siano passati più di 40 anni. Ma se solo accenni al 1978, di pancia e d’istinto abbinano quell’anno all’alluvione. Una tragedia che provocò 10 morti e danni milionari, soprattutto nel Locarnese. Il Museo della Vallemaggia ha voluto ricordare quel disastro naturale con un bel volume illustrato e ricco di contenuti. Con il presidente del Museo Elio Genazzi abbiamo voluto capire meglio come è nata e come si è sviluppata l’idea e se ha, magari, qualche legame con l’attualità. Signor Genazzi, ci ricorda, in breve, che cosa è stata l’alluvione del 1978?

Roveredo, 1960 ca.: Ilde Mauri Mini e Alice Mini tra i fili del bucato, fotografia di Edouard Aebi. (Acvc)

più leggero. In quei giorni ero molto sensibile alla questione del lavoro domestico e quindi la mia attenzione è caduta sulle donne al lavatoio: il bucato rimane prerogativa femminile, ancora oggi».

ogni fotografia colpisce chi la guarda per un particolare nascosto, uno sguardo, un’emozione, un’assenza, raccontando qualcosa di diverso:

«La donna sul sentiero al margine del bosco, con il rastrello in mano e il suo sproporzionato carico di foglie sopra la testa – come trasportasse il bosco intero – ha risvegliato in me la fortissima impressione, quasi lo spavento provato da bambina incontrando sui monti di Roveredo quella silenziosa enormità di bosco in marcia, stipato a dismisura nella gerla, che all’ultimo momento, incrociandomi, mi diceva “ciao” con una voce che non riconoscevo. Allora, bambina, non conoscevo Shakespeare, non sapevo che una visione simile di un bosco in marcia, in tutt’altro contesto appare nel Macbeth: “Mi è parso che il bosco incominciasse a camminare”...» racconta Anna Felder. È lo sguardo, poi, che attira l’attenzione di Pepita Vera Conforti, «quello di due donne già altrove a lavoro finito, come se il gesto di stendere i panni fosse solo uno dei tanti della giornata». In un contesto di emigrazione, Aldina Crespi cerca, senza trovarle, delle figure femminili in una situazione «dove certamente le donne non potevano mancare. L’asado, un momento famigliare, che segue un lavoro collettivo, nella campagna Argentina. Mi ha raccontato una storia a metà, monca, come se dalla fotografia fosse stato staccato un pezzo che però, da qualche parte, c’è. Eccome se c’è». Cosa lega queste fotografie con il tempo presente? La condizione della donna è cambiata?

Sempre per Aldina Crespi: «È stata scattata a inizio Novecento in un altro continente, senza donne. Vogliamo accostarlo a una fotografia del Consiglio di Stato ticinese del 2020?». Per Pepita Vera Conforti molte cose sono cambiate «soprattutto dal profilo legislativo e dalla possibilità di azione delle donne. Si può imma-

ginare anche solo 50 anni fa un’operazione editoriale come questo libro? Anche se oggi siamo consapevoli che i comportamenti, le parole, le immagini nelle quali siamo avvolti tutti tradiscono ancora gli stereotipi che riproducono discriminazioni di genere». Un cambiamento, per Anna Felder, anche dal punto di vista del progresso: «Oggi, per quanto possibile, la schiena della donna è meno a rischio. Gli attuali sofisticati apparecchi di aspirazione e soffiatura del fogliame, accanto a tosaerba e motoseghe, vogliono supplire clamorosamente alle troppe fatiche di falci e rastrelli, di braccia e fiati umani, femminili soprattutto. A scapito, magari, del sacrosanto silenzio, dei suoni e delle voci naturali». Nella stessa direzione Sarah Rusconi, che, pur sottolineando la liberazione delle donne da una grande fatica – il lavoro al lavatoio – sul libro scrive: «Oggi “i panni sporchi si lavano in famiglia”, tutti. La lavatrice trattiene il bucato tra le mura domestiche, richiudendo l’intimità delle famiglie nelle case e limitando anche le occasioni di una socialità tutta al femminile».

Per la sua eccezionalità il maltempo della notte fra il 7 e l’8 agosto del ’78 sarà ricordato negli annali del nostro Cantone come l’Alluvione del secolo. Un evento tanto rapido quanto drammatico. In poco più di 12 ore nel Sopraceneri e nella vicina Mesolcina le precipitazioni hanno raggiunto intensità mai registrate prima. I pendii più esposti, imbevuti d’acqua ad oltranza, si destabilizzano, franando irrimediabilmente verso valle. Altrettanto velocemente la portata dei fiumi aumenta a dismisura, prendendo tutti quanti di sorpresa e, per di più, a notte fonda. Alla confluenza della Melezza il Fiume Maggia sfiora l’incredibile portata di 5000 metri cubi di acqua al secondo, che corrisponde alla portata massima del Reno a Basilea, un bacino idrografico ben trenta volte più ampio. Fortunatamente l’8 agosto il sole torna a risplendere, ma lo scenario, agli occhi degli abitanti, appare desolante. 10 sono le vittime ed i danni risultano incalcolabili. Il Locarnese e la Vallemaggia risultano tra le zone più colpite.

informazioni

Uno sguardo al femminile a cura dell’Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla, 2020. Per ordinarlo scrivere a info@acvc.ch o chiamare allo 091 943 26 59 (Lu e Ma). www.acvc.ch

oltre che per una ragione storica, perché nel 2020 qualcuno dovrebbe interessarsi a un evento così lontano nel tempo?

Premesso che la lontananza nel tempo costituisce un elemento relativo. Per il sottoscritto, ad esempio – e con me per molti altri – che ha vissuto l’evento in prima persona, come dimostrano le molte testimonianze presenti nel libro, rievocarlo significa ripercorrerne l’esperienza vissuta con dovizia di dettagli. Mentre per un quarantenne o ancor meno per un ventenne, potrebbe anche importare poco o nulla di quanto avvenuto nel ’78, ma in realtà perderebbe l’occasione di cogliere quel racconto come un’esperienza da tramandare tra le generazioni nel caso in cui situazioni di quel tipo dovessero ripresentarsi. Ed è proprio questo il senso che abbiamo voluto dare al libro, ossia quello di tramandare alle future generazioni i fatti e le circostanze dell’evento per non dimenticare l’estrema vulnerabilità dell’uomo nei confronti della natura. In determinate situazioni un ambiente mite e tranquillo, apparentemente idilliaco, può improvvisamente trasformarsi in una tragedia. Malgrado siano trascorsi oltre quarant’anni di relativa calma, gli esperti sono assolutamente concordi nel ritenere che eventi di quella portata, presto o tardi, si ripresenteranno e, a causa dei cambiamenti climatici in atto, potrebbero rivelarsi ancor più violenti che non in passato. Quel che nessuno ci sa dire è se sarà per domani, dopodomani o fra cent’anni. Con la pubblicazione vogliamo offrire a tutti coloro che vorranno consultarlo la consapevolezza del problema e di come affrontarlo qualora dovesse ripresentarsi. non mancano i riferimenti all’attuale situazione pandemica. in che modo l’alluvione è un evento che può avvicinarsi all’evento che stiamo vivendo oggi?

E una foto antica oggi, come ci parla?

È una tempesta di immagini quella nella quale secondo Aldina Crespi ci troviamo: «Ci piovono addosso con tale frequenza che ormai non ci rendiamo più conto di quello che raccontano. Non ci pensiamo quasi mai. Lasciamo che scivolino via in un flusso continuo, che seguiamo distratti. Una “vecchia” fotografia invece ci chiede attenzione, tempo, ci ferma e ci regala valore». Per Anna Felder poi «nell’immagine sfocata leggiamo la patina del tempo: la fotografia è datata, ferma in quel momento di quell’anno; eppure eterna nel suo racconto».

autorevoli coautori è stato possibile realizzare una pubblicazione alla portata di tutti, volta non soltanto a raccontare l’evento, ma anche a spiegarne e comprendere le dinamiche che lo hanno caratterizzato e come si è stati in grado di affrontarlo sia sul piano singolo che istituzionale.

L’idea di un libro sulla alluvione del 1978 è nata durante una serata per ricordare i 40 anni dall’evento. Ci spiega come si è poi sviluppata?

In effetti il nostro Museo ha ritenuto doveroso rievocare i quarant’anni dall’alluvione del ’78 con una serata pubblica tenutasi nel 2018 ai Ronchini di Aurigeno, alla quale sono intervenute oltre 200 persone. A stupirci non fu tanto l’elevato numero di partecipanti, quanto piuttosto il vivo interesse dimostrato dai presenti e tra loro anche da parte di chi nel ’78 non era ancora in vita, tanto da chiederci se non fosse utile, oltre che necessario, tramandare l’evento attraverso un libro. E così è stato. Grazie alla disponibilità di una dozzina di

Avendo presentato il libro in piena crisi pandemica ci è parso inevitabile accennare all’attuale situazione sanitaria. La gravità della pandemia è centinaia di volte maggiore rispetto a un evento naturale, che per quanto catastrofico e tragico possa essere, appare circoscritto ad un’area geografica assai ristretta. È perciò ben ovvio che la tragedia sanitaria che stiamo vivendo ridimensioni, per certi versi, la gravità di un evento alluvionale come quello del ’78. Non riuscirà tuttavia a cancellarlo dalla mente di chi lo ha vissuto in prima persona. D’altronde, non appena saremo stati in grado di debellare la crisi in atto, sperando di riuscirci quanto prima, sarà utile oltre che necessario tornare ad occuparci e preoccuparci anche dei pericoli che incombono sulle nostre teste e che si fondano sul delicato equilibrio esistente fra uomo e natura. informazioni

Il libro è ottenibile presso il Museo di Valmaggia, info@museovalmaggia. ch; tel.: 079 604 97 18, oppure presso l’editore: www.editore.ch, shop@ editore.ch; tel. 091 756 01 20.


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Prosciutto di Parma Beretta Per produrre questo prosciutto vengono selezionate cosce di suini rigorosamente italiani e lavorate unicamente con sale marino per garantirne la dolcezza inconfondibile. La stagionatura naturale dura 14 mesi con esposizione diretta all’aria, che conferisce al crudo la sua indiscussa qualità e il gusto delicato. Da sempre, per produrre il prosciutto di Parma non si utilizzano né

Una specialità di pura eccellenza in grado di sorprendere chiunque, vincitrice negli anni di diversi riconoscimenti internazionali per la sua elevata qualità. Il salmone scozzese premium viene affumicato a freddo, come da tradizione, su trucioli di legno di quercia e successivamente lasciato marinare lentamente in tre irresistibili aromi: whisky-miele, limone-pepe e gin-tonic. È lavorato in

conservanti, né additivi. È un prodotto completamente naturale che, oltre alla coscia e al sale, necessita solo di altri due ingredienti: il tempo asciutto e delicato e il vento delle profumate colline parmensi. Solo dopo questo rigido iter produttivo e un attento esame qualitativo il prosciutto di Parma DOP può essere marchiato a fuoco con la caratteristica corona ducale.

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solo burro di cacao. Le fave di cacao provengono da 20 paesi diversi e gran parte della produzione è certificata Bio e Fairtrade (commercio equo e solidale). Per Natale, concedetevi qualcosa di veramente speciale, scegliendo le creazioni della Chocolat Stella disponibili nelle maggiori filiali Migros: la raffinata scatola di praline assortite, da 16 o 36 pezzi, composta da un prezioso assortimento di cioccolatini per

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Comporre il tuo menu festivo non è mai stato così semplice grazie al nostro servizio online di prenotazione. Collegandoti al sito web di Migros Ticino potrai lasciarti ispirare da un’ampia offerta culinaria di antipasti, specialità di carne o pesce e sfiziosità varie, che allieteranno i palati più disparati. Per prenotare, seleziona dapprima la tua bontà preferita tra oltre venti proposte, indicando i quantitativi o il numero di porzioni. Imposta in seguito la data di consegna e la filiale presso la quale desideri ritirare la pietanza. Il pagamento avviene al momento della consegna. Qualche stuzzicante idea? Tra le variegate proposte troverete per esempio molti piatti tradizionali delle feste quali il fi-

letto di manzo alla Wellington, il cappone, la faraona farcita, il maialino da latte e lo zampone nostrano. Gli amanti dei sapori più raffinati troveranno di che soddisfare le proprie esigenze grazie all’aragosta in bellavista, i paterini al tartufo, il foie gras o le ostriche. E per coloro che cercano qualcosa di esclusivo, consigliamo il filetto di bisonte, l’entrecôte di manzo dry aged o il trancio di prosciutto crudo Serrano con supporto e coltello inclusi. Infine, non può certo mancare un grande classico della stagione invernale, la chinoise fresca, preparata con cura e professionalità dai macellai Migros scegliendo tra carne di manzo TerraSuisse o Black Angus, vitello, maiale, agnello, pollo o tacchino.


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idee e acquisti per la settimana

Per una colazione ricca di gusto

Attualità La Treccia Leventina è frutto di una competente lavorazione secondo tradizione. L’utilizzo di ben

Dalle esperte mani dei panettieri Jowa nasce un prodotto che trasformerà la colazione o il brunch domenicale in una vera festa per il palato: la Treccia Leventina. Non c’è niente di più gustoso di questa specialità morbida dentro e dorata fuori e arricchita con il 19% di burro. Il generoso contenuto di burro corrisponde ad oltre il doppio rispetto a quello delle trecce convenzionali e l’impasto richiede una preparazione particolarmente lunga e minuziosa a basse temperature affinché tutti gli ingredienti si amalgamino alla perfezione. Per poter ottenere un prodotto finale di qualità ineccepibile, ci vogliono fino a sei ore di lavorazione da parte degli specialisti della Jowa di S. Antonino. La caratteristica forma, invece, realizzata a mano a partire da due panetti, è invece un affare di soli 15 secondi. La treccia al burro è un grande classico della tradizione svizzera. La specialità nasce oltre cinquecento anni fa a Berna ed era preparata esclusivamente in occasione delle festività di fine anno. Molto tempo dopo, con l’inaugurazione della galleria ferroviaria del San Gottardo verso la fine del 1800, la morbida delizia arrivò dapprima in Leventina e quindi nel resto del Cantone conquistando tutti i palati ticinesi.

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Società e territorio

un tonico spirito imprenditoriale incontri La Bisbino Sagl è un’impresa formata da giovani e coraggiosi professionisti ticinesi

che vogliono valorizzare le risorse del territorio Alessandro Zanoli Si prendano alcuni ingredienti locali: amore per il territorio, istinto imprenditoriale, passione gastronomica, molta creatività, un pizzico di follia e si facciano interagire con una solida capacità professionale e organizzativa e con alcune realtà industriali del territorio. Il tutto nella convinzione che le buone idee e la cura minuziosa dei dettagli siano la chiave per affermarsi. Ecco la ricetta di una delle iniziative artigianali più interessanti che siano sorte nel nostro Cantone negli ultimi anni.

Per le feste natalizie hanno ideato un simpatico sistema di invio dei pacchi dono a domicilio La Bisbino Sagl è un’azienda che guarda alla nostra realtà economica cantonale con un occhio disincantato e aperto sul mondo: produrre del gin in Ticino sembra un’impresa fuori dagli schemi, una scommessa ambiziosa e fuori contesto... e invece funziona. «Il gin è una bevanda nordica, è nato in Olanda, anche se l’Inghilterra ne è un grande distillatore, e il maggiore produttore al mondo è la Spagna. Nella decisione di iniziare a produrlo in Ticino, oltre alla passione di due di noi, c’è stata la considerazione di quanto il gin sia un prodotto diffuso, grazie anche alla “cultura dell’aperitivo”. Il gin è l’ingrediente di vari cocktail. Comunque l’idea di base era di creare un prodotto fatto bene e legato al territorio, che portasse con sé anche l’interesse per i valori della natura». Rupen Nacaroglu è gerente, responsabile marketing e dell’amministrazione dell’azienda di Sagno. L’idea di mettere in piedi questo progetto è nata dalla sua passione e da quella di Giona Meyer per il gin, una bevanda di grande tradizione ma anche oggetto di

Carolina Valsangiacomo, Damiano Merzari, Rupen Nacaroglu, Martino Mombelli e Giona Meyer.

interesse da parte di molti estimatori: «Insieme a Giona ci era capitato di organizzare alcuni eventi gastronomici: abbiamo conosciuto ragazzi di Zurigo che producevano del gin. Ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e ci siamo detti che, visto che in Ticino non lo produceva nessuno, potevamo provare anche noi». La realizzazione di questa idea richiedeva naturalmente una concreta competenza nella preparazione di prodotti alimentari. «Giona conosceva Martino Mombelli e sapeva che con le sue conoscenze poteva seguirci in un’avventura del genere. Abbiamo cominciato a fare delle prove. E Martino ha portato la coerenza di una sua scelta; da anni le sue produzioni sono a base di ingredienti biologici certifi-

cati». Martino Mombelli ce lo conferma: «Da anni sono produttore di bibite e succhi (e tra l’altro della birra “Terra matta”). Ho una esperienza artigianale nella trasformazione di materie prime che siano frutta e verdura per produrre succhi e birra. Il gin è tecnicamente un ridistillato: si parte da una materia prima che vien dalla distillazione di cereali, per ottenere etanolo: noi acquistiamo etanolo biologico in Svizzera e lo mettiamo a macerare con la nostra miscela segreta di erbe, per un certo periodo di tempo. Per lanciarci nell’impresa abbiamo avuto la fortuna di scegliere come partner la distilleria Ghielmini di Mendrisio, la più grande del Ticino. L’imbottigliamento avviene a Chiasso, grazie alla ditta Sicas: per noi è stato molto importante mettere

in rete delle realtà produttive della nostra regione». Le erbe di Martino Mombelli sono coltivate a mano a Sagno, in un appezzamento di terreno davanti al paese. Ecco svelato il segreto: «Ci vuole del ginepro, naturalmente, e ancora altre erbe che potevo coltivare a Sagno, in modo da dare al liquore una sicura connotazione locale. Fanno parte della miscela melissa, verbena e sambuco, e questi aromi danno al risultato finale una caratteristica distintiva rispetto agli altri. Le erbe vengono tra l’altro fatte essiccare dalla Fondazione Gottardo di Melano». La commercializzazione ufficiale del Gin Bisbino, ci racconta Nacaroglu, è iniziata nel settembre del 2016: «L’accoglienza del pubblico è stata

molto buona, la scelta ha suscitato entusiasmo, per l’originalità dell’idea lontana dalla nostra tradizione. Molto importante fin dall’inizio la cura con cui il gin e gli altri nostri prodotti (come l’Amaro Generoso) sono stati presentati visivamente: qui ha giocato l’esperienza del nostro grafico, Damiano Merzari». Attualmente, come per tutti gli altri settori dell’economia, il virus pandemico sta però ostacolando i disegni della giovane azienda. «Il Covid è arrivato in un momento molto particolare per noi» ci spiega ancora Nacaroglu: «proprio quest’anno abbiamo allargato la nostra squadra integrando nel gruppo Carolina Valsangiacomo, che è responsabile della strategia e corporate governance, con la speranza di fare il salto di qualità nel mercato svizzero. Quando a marzo abbiamo capito che sarebbe stato un “annus terribilis” ci siamo messi in moto per fare una nuova birra, più facile da vendere ai privati direttamente, visto che i bar erano chiusi. Poi abbiamo creato uno shop online e da lì ci siamo barcamenati per sopravvivere». Visto da un altro punto di vista, però, il fattore Covid per la Bisbino Sagl ha funzionato da acceleratore. «Ci ha costretto a cercare una nuova strategia: per queste Feste, ad esempio abbiamo ideato un sistema online che permette di inviare pacchi regalo con i nostri prodotti a un destinatario. Sono pacchi speciali, come una grafica divertente e con la possibilità di inserire biglietti d’auguri personalizzati. La consegna avviene in tre-quattro giorni e chi lo riceve viene avvertito via SMS della consegna imminente. Abbiamo pensato: visto che le persone non potranno muoversi per mandare i pacchi, muoviamoci noi per loro». Un divertente video realizzato per i social pubblicizza questa nuova formula che la Bisbino Sagl ha adottato. I riferimenti per conoscere di prima mano i suoi prodotti, gustosi e creativi, sono quindi inevitabilmente sul web: www. bisbino.ch e shop.bisbino.ch. Annuncio pubblicitario

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Tartellette piccanti alla crema di tartufo Porzioni: 5 persone Tempo di preparazione: 20 minuti Tempo completo: 50 minuti 75g farina di grano saraceno 75g farina di grano 70g di burro morbido 1 uovo 1 pizzico di sale 150g di Philadelphia Tartufo 8g di tartufo nero 1. Mescolare le due farine con un pizzico di sale. Aggiungere il burro freddo a pezzettini e impastare fino a ottenere una consistenza granulosa. Aggiungere l’uovo e amalgamare bene. Impastare ancora formando una palla, avvolgerla in una pellicola e metterla a riposare in frigorifero per 20 minuti. 2. Stendere l’impasto in modo uniforme a 3 mm di altezza e ricavare gli stampini per le tartellette a misura. Foderare gli stampini per le tartellette e infornarle per 10 minuti nel forno preriscaldato a 170 °C. 3. Fare raffreddare le tartellette e riempirle, con l’aiuto di una sac à poche, di Philadelphia Tartufo. Decorare con una fettina di tartufo fresco ed erbe aromatiche fresche. Informazioni nutrizionali per porzione: ca. 1164.2 kJ / 278.0 kcal, Proteine 6.9 g, grassi 17.5 g, carboidrati 23.0 g

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Società e territorio

Cento anni di Punto Franco

Anniversari Un volume celebra il secolo di vita di un’impresa che è un simbolo commerciale e architettonico

di Chiasso e la cui importanza è stata ribadita anche allo scoppio dell’attuale pandemia

Stefania Hubmann Celebrare un secolo di storia con spirito visionario, con la mente rivolta a nuovi progetti in grado di assicurare continuità a un’impresa che segue l’evolversi del traffico merci e con esso si reinventa. È quanto racchiude il pregevole volume Punto Franco. Chiasso 1920-2020 dedicato a questo simbolo architettonico e commerciale della Città di confine. L’opera è preziosa in quanto offre più letture del centenario raggiunto quest’anno dalla società Magazzini Generali con Punto Franco SA. Un importante lavoro di équipe ha infatti permesso di riunire indagini storiche e architettoniche accompagnate dallo sguardo artistico di esperti fotografi. La scelta di intercalare testi e gruppi di otto pagine di fotografie permette al lettore di sospendere la lettura della minuziosa testimonianza sull’operosità del Punto Franco posando gli occhi su scorci inattesi di manufatti conosciuti per la loro funzionalità. Il libro rivela fin nella sua stessa struttura il lato nascosto di una fondamentale attività economica di confine, identificabile alla vista in due enormi comparti a Balerna e Stabio. A guidarci in questa scoperta l’editore d’architettura Stefano Milan, curatore della pubblicazione per i tipi della Tarmac Publishing Mendrisio.

Il silo in cemento armato, terminato nel 1943, divenne importante a livello federale per lo stoccaggio dei cereali Il nome Magazzini Generali con Punto Franco SA cela innanzitutto l’impegno di tutta una serie di personalità che hanno promosso e sviluppato questa attività economica con dedizione e lungimiranza. «La storia del Punto Franco – precisa l’editore – si intreccia con quella di diverse famiglie di cui due, Brenni e Masoni, ne guidano ancora l’operato. Il consiglio di amministrazione, presieduto da Marina Masoni, dimostra con questo volume la consapevolezza di gestire un patrimonio la cui importanza è legata non solo al suo impatto economico, ma anche a quello architettonico e urbanistico». Primo edificio simbolo di questa

Il magazzino dello stabile del Punto Franco a Chiasso-Balerna. (Marco Introini)

realtà è la storica sede con uffici e magazzini progettata dall’ingegnere bernese Robert Maillart e realizzata dal collega ticinese Ettore Brenni. Inaugurato nel 1925, lo stabile è stato recentemente ristrutturato e dal 2019 ospita l’Archivio del Moderno, istituto dell’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana. Una sede ideale, considerato che la costruzione fa parte degli edifici del Moderno tutelati a livello cantonale. Vera e propria icona è poi la torre in cemento armato con la grande insegna PUNTO FRANCO, terminata nel 1943. Il silo per lo stoccaggio dei cereali è attualmente oggetto di un progetto di riconversione firmato dall’architetto Mario Botta. Due manufatti che hanno attraversato indenni un secolo caratterizzato da avvenimenti e innovazioni straordinari, adattandosi ai cambiamenti generati da questi eventi. Basti pensare al tipo di merce temporaneamente accumulata nel corso degli anni nel deposito franco doganale per veder scorrere lo sviluppo economico dell’intero Cantone e non solo. Dal tabacco al vino (in tini di cemento armato rivestiti in vetro progettati dallo stesso Maillart), dai cereali a mercanzie di grande valore, a migliaia di automobili. Precisa Stefano Milan: «I Magazzini Generali, oltre ad essere luogo di deposito, un tempo fungevano da sito per la lavorazione di prodotti speciali, come ad esempio le pellicce. La

vasta area di Stabio venne invece acquisita negli anni Sessanta per soddisfare le richieste delle case automobilistiche. Immagini dell’epoca illustrano l’impressionante distesa di vetture che ricopriva i prati del Mendrisiotto». Altri avvenimenti hanno marcato la storia del Punto Franco, una storia – si ricorda nel libro – di fatti ed emozioni. Come quelle suscitate dal mitragliamento avvenuto durante la seconda guerra mondiale a causa di un errore dei caccia alleati. L’editore richiama l’attenzione su questo evento ricordando come venne poi dipinta un’enorme croce bianca sul tetto del magazzino. «Anche la costruzione della torre – prosegue Stefano Milan – rappresenta un momento significativo, poiché la sua realizzazione fu decisa dopo la prima guerra mondiale e il silo divenne un elemento importante della politica del Governo federale in materia di stoccaggio dei cereali». Il ruolo pubblico di un’attività imprenditoriale come quella dei Magazzini Generali con Punto Franco è stato ribadito anche di recente allo scoppio della pandemia. Quest’ultima ha ritardato la pubblicazione del volume nel quale ha però così potuto essere inserito anche questo ennesimo rivolgimento storico. Fra i documenti riprodotti figura una lettera del Dipartimento federale dell’economia dello scorso mese di marzo. L’Ufficio federale per l’Approvvigionamento Economi-

co del Paese conferma nella missiva che l’azienda «riveste un’importanza fondamentale per l’approvvigionamento di beni e servizi essenziali a livello nazionale». A questo loro ruolo primario i Magazzini Generali con Punto Franco non vengono quindi meno, malgrado le modalità di scambio e trasporto delle merci siano molto cambiate, soprattutto negli ultimi decenni. Come già evidenziato, oggi si aprono nuove prospettive di locazione e prestazione di servizi con l’intento non velato di «permettere alla città delle merci di divenire anche città del sapere». La presenza dell’Archivio del Moderno ne è un esempio tangibile. Accanto alla citata iniziativa di riconversione del silo, è già stato presentato anche il progetto MAST per la riqualifica dei terreni di Stabio, dove si auspica di poter realizzare un polo di sviluppo economico sostenibile legato alla ricerca e all’innovazione. Dall’alto il Punto Franco di Balerna appare come un’isola di 4 ettari tra i 90 delle infrastrutture ferroviarie di Chiasso e quello di Stabio un comparto di tali proporzioni da renderlo uno dei pochi a livello cantonale in grado di prestarsi alla realizzazione di un progetto strategico. Ammirando le opere fotografiche riprodotte nel volume si scoprono però profili, dettagli e punti di vista che arricchiscono questa visione, trasformando manufatti pret-

via). Un giorno, però, il richiamo della foresta si farà per Yanka insopprimibile: le zampe da orsa che hanno sostituito le sue gambe di fanciulla non sono da «curare» in ospedale, ma da lasciar vivere dando libera forza a quell’altra sua natura, selvaggia e primigenia, fatta di sensazioni e linguaggi (non a caso il titolo originale è The Girl Who Speaks Bear) da animale non umano. Yanka tornerà nella foresta dalla vecchia orsa, sua prima madre adottiva, ma anche lì si sentirà non del tutto integrata, perché avvertirà, inesorabilmente, il richiamo opposto, quello del mondo umano. L’avventura si dipana tra realtà e magia (ma nella magia, come Yanka sa bene, c’è molta verità), tra azione e narrazione (tante storie punteggiano la trama principale) e con un branco (o mandria, dipende dal punto di vista) di compagni animali, umani e non: un lupo, un alce, una donnola, un gufo e una bambina. Per trovare (accettando l’aiuto degli altri e integrando le parti di sé più diverse) la propria identità, che è unica e luminosa, come quella di ogni creatura.

Stefano Bordiglioni, Voci dal mondo verde. Le piante si raccontano, Editoriale Scienza. Da 8 anni Dare voce alle piante: è questo che fa Stefano Bordiglioni (in collaborazione con gli allievi della Bottega Finzioni, scuola di scrittura di Bologna) ed è un’operazione appropriata. Non solo perché, facendo parlare le varie piante in prima persona, si rende narrativa, e quindi più «calda», l’informazione scientifica; ma anche perché, ascoltando le piante raccontare la propria storia, le si avverte per quello che sono. E cioè esseri viventi, da rispettare. Il libro, di grande formato e impreziosito dalle illustrazioni di Irene Penazzi, sarà sicuramente una strenna in grado di interessare i giovani lettori, ai quali vengono forniti non solo dati e curiosità sui nostri parenti alberi (e davvero in ognuno c’è un universo da scoprire!), ma anche osservazioni vibranti di contenuti più emotivi: «Parliamoci chiaro: essere scelto per fare l’albero di Natale non è un grande onore»

tamente funzionali, dal carattere semplice e un po’ rude, in luoghi di vita ed atmosfere. L’editore ha raccolto e ordinato le fotografie di Enrico Cano, Marco D’Anna, Marco Introini, Gian Paolo Minelli e Marcelo Villada i cui scatti, realizzati in piena autonomia, sono affiancati da immagini d’archivio. Un archivio cospicuo quello conservato negli uffici della società, sia per i documenti scritti, sia per quelli iconografici. Sulle fonti si sono chinati numerosi esperti. Nel volume figurano infatti contributi di Marino Viganò, Lidor Gilad, Paolo Poloni, Andrea Debernardi, Letizia Tedeschi, Tullia Iori, Giulio Barazzetta, Gabriele Neri, Mario Botta e Luigi Brenni. Marina Masoni, Franco Masoni (presidente onorario) e Paolo Brenni firmano i testi introduttivi. Il team redazionale ha perseguito nel contempo due obiettivi: rendere omaggio all’operosità di tutti coloro che hanno reso possibile i primi cento anni di vita del Punto Franco ed esprimere con i nuovi progetti fiducia nel futuro, valorizzando non solo l’aspetto economico, ma anche quello socio-culturale. Fra le pagine del volume si scoprono ulteriori rarità, come preziose testimonianze e documenti inediti. Curato nei contenuti, nella presentazione e nei materiali con l’obiettivo di svelare ciò che non si vede a prima vista, riflette pienamente lo spirito dei suoi promotori e dell’impresa alla quale è dedicato.

viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Sophie Anderson, La ragazza degli orsi, rizzoli. Da 10 anni Ad un’età metamorfica come l’adolescenza avrà molto da dire questo bel romanzo, che parla di una ragazzaorsa, non solo perché allevata prima da un’orsa e poi dagli umani, ma proprio perché in lei, in Yanka, resta per sempre impressa questa doppia matrice, umana e non umana. Sarà il suo corpo a subire le metamorfosi (ed è profondamente simbolico l’episodio delle zampe da orsa che Yanka, adolescente, si ritrova al posto delle gambe), ma il sentirsi ibrida è anche una questione interiore, che riguarda la ricerca del proprio posto nel mondo. Yanka era stata trovata, bambina, nella foresta, accanto alla tana di un’orsa, da una donna del villaggio, Mamochka, una saggia guaritrice erborista. Con lei Yanka crescerà serena, trascorrendo la vita al villaggio – con gli altri bambini, tra cui il suo grande amico Sasha – e rallegrandosi per le visite estemporanee del vecchio Anatoly. Anatoly arriva dal profondo della foresta, con la sua slitta trainata dai cani, «con il

ghiaccio sulla barba e il chiaro di luna negli occhi» e, chinando la testa, varca la soglia di Mamochka. Trascorre la notte in casa, sorseggiando bevande calde al miele e biscotti speziati (sbiten e pryaniki, nominati con precisione, come altri cibi o oggetti, in questa storia così pregna di cultura slava) e soprattutto racconta delle storie. Sono fiabe anch’esse legate alla tradizione dell’universo mitologico slavo (con la Yaga, ad esempio, che accompagna le anime dei morti verso le stelle, e con la casa Yaga, che si sposta su zampe di gallina, già al centro del precedente romanzo – di grande successo – di Sophie Anderson, La casa che mi porta

esordisce ad esempio l’abete rosso; o storici «Quando il primo Tirannosauro Rex ha cominciato a farsi vedere nei boschi, noi Cycas esistevamo già da milioni di anni»; o mitologici «Noi ulivi eravamo antichi già quando i greci, ai tempi degli dei immortali, ci dedicarono attenzione»; o evoluzionistici, sui vari adattamenti e spostamenti delle piante. Non manca una cartina del mondo, per orientarsi sulla provenienza delle varie piante, che nel volume vengono divise in dieci sezioni (ad esempio: «Campioni di altezza», «Tronchi extralarge», «Grandi foglie», ecc.) per dare ulteriore ritmo a queste potenti voci verdi.


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idee e acquisti per la settimana

Azione 20% sui detersivi Elan nel Duopack dal 15 al 27.12

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Ma che buon profumo!

?

Amo il profumo della biancheria appena lavata. Solo che con il tempo esso svanisce, e quando prendo un maglione dall’armadio si sente a malapena l’odore del detersivo. Per molto tempo ho pensato che semplicemente è così. tuttavia recentemente il mio amico si è trasferito da me e i suoi vestiti profumano come se fossero appena lavati. Lui utilizza il detersivo Elan Wild Hibiscus. È possibile? Saluti Jennifer

Cara Jennifer, assolutamente sì. Non è un caso che i vestiti del tuo amico profumino ancora quando li prende dall’armadio settimane dopo il bucato. Elan infatti assicura, oltre ad un’elevata forza pulente, anche una profumazione duratura grazie alle cosiddette perle di freschezza che aderiscono alle fibre tessili durante il lavaggio. Il contatto o lo sfregamento dell’indumento fa sì che la fragranza venga rilasciata lentamente. Dai fiori di montagna alla lavanda: è disponibile una vasta scelta di profumazioni.

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Società e territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi La donna che morì due volte Il settore dell’Antropologia che nell’ordinamento classico della disciplina era noto come Antropologia Giuridica – e il vostro Altropologo preferito è abbastanza antico per averla dovuta studiare – è oggi divenuta una sorta di Cenerentola. Complice la globalizzazione che si vuole un po’ sbrigativamente compiuta, si presume che ormai tutti gli apparati giuridici dell’orbe si ispirino/adeguino/ copino gli apparati giuridici degli Stati «moderni» – laddove le differenze fra i sistemi giuridici di natura storica, culturale e politica sarebbero in via di omologazione sotto la spinta implacabile della modernizzazione. Salvo poi – naturalmente – andare a sbattere non solo contro il permanere – quando non il risorgere – di concetti e pratiche che si vorrebbero obsoleti come un breve esame della coscienza globale non potrà che evincere. Peraltro, la maturazione di concetti e pratiche «moderne» nell’amministrazione dei delitti e delle pene ha conosciuto passaggi epocali paradossali

se non grotteschi – al limite delle acrobazie culturali, posto che esistano. Anne Greene (circa 1628-1659) nacque da famiglia di popolani nella contea di Oxford. Come tante della sua condizione sociale, da giovane lavorava come serva di cucina nella grande casa del Giudice di Pace Sir Thomas, in un piccolo villaggio della contea. Anne avrebbe raccontato più tardi come il sedicenne nipote del giudice, tale Geoffrey Read, avrebbe fatto oggetto di attenzioni sessuali la serva ventiduenne. Fin qui nulla di eccezionale: eccezionale, data la temperie dell’epoca, sarebbe stato se il fatto non fosse successo. Sta di fatto che Anne fu sedotta e rimase incinta. A suo dire non se ne sarebbe accorta fino a quando non si trovò ad abortire un feto di diciassette settimane nel bagno della casa padronale. Cercò di nascondere i resti ma fu scoperta ed arrestata per sospetto infanticidio. A procedere col capo d’accusa fu il suo stesso datore di lavoro, Sir Thomas Read. Capo d’imputazione l’articolo dal titolo

«Occultazione di nascita dei bastardi». La legge diceva, in sostanza, che se una donna avesse nascosto la nascita di un figlio illegittimo vi era la presunzione legale che lo avesse ucciso. Di quanto questa logica fosse in debito al pregiudizio giudichi chi legge. Nel corso dell’indagine una levatrice testimoniò come il feto fosse troppo immaturo per essere nato vivo mentre i suoi colleghi certificarono come un mese prima dell’evento Anne avesse accusato perdite dovute all’affaticamento durante la lavorazione del malto. Queste testimonianze non valsero a nulla. Anne Greene fu dichiarata colpevole ed impiccata nel castello di Oxford: era il 14 dicembre 1650. Quanto segue è il frutto di accurate indagini giornalistiche che ebbero a seguire il caso straordinario. Tralascio i dettagli delle istruzioni che la stessa Anne dette ai suoi amici per risparmiarle l’agonia del supplizio, fattostà che – applicando la legge alla lettera – dopo mezz’ora fu calata dal patibolo

e dichiarata morta. Come era al tempo costume coi giustiziati di basso rango sociale, il cadavere fu consegnato ai chirurghi dell’Università di Oxford William Petty e Thomas Willis per essere dissezionato. Il giorno dopo gli stessi aprirono la bara. Con grande sorpresa scoprirono che Anne respirava, seppur debolmente, così come debolmente le batteva il cuore. Chiamati a rinforzo due colleghi dell’Università – Ralph Bathurst e Henry Clerke, si cominciò una corsa contro il tempo. Si impiegarono i metodi più fantasiosi che la medicina empirica del tempo e l’ingegno degli accademici di un’Università già allora all’avanguardia potessero suggerire. Glisso anche su questi dettagli eccetto l’ultimo: Anne Greene fu messa in un letto con un’altra donna che aveva il compito di tenerla calda. La paziente cominciò presto a migliorare, e dopo dodici ore già parlava. Nel giro di un mese era di nuovo in salute, fatta eccezione per un’amnesia relativa

alle circostanze della sua esecuzione. Il caso fece scalpore. L’antico sistema di riferimenti culturali si rivelò – paradossalmente – più umano dei moderni: ad Anne Greene fu sospesa la sentenza. Fu poi assolta dalle accuse perché si disse – secondo una credenza radicata nel processo giuridico medievale fondato sull’ordalia – la mano di Dio l’aveva salvata per dimostrarne l’innocenza. Perdipiù, tre giorni dopo, lo stesso Sir Thomas Read morì improvvisamente. Sul caso vennero scritti pamphlet e fogli volanti distribuiti nelle fiere. Furono scritti poemi e novelle: secondo un testimone una folla inferocita contro la sentenza di perdono trascinò di nuovo Anne sul luogo dell’esecuzione per una seconda impiccagione, ma una pattuglia di soldati intervenne e le salvò la vita una seconda volta. Anne Greene andò a vivere in campagna presso amici portandosi dietro la sua bara. Si sposò, ebbe tre figli e morì una seconda volta nel 1659. Requiescat.

Quanto ai rapporti con l’esterno, si stabilisce subito una divisione dei ruoli: ministro degli esteri-ministro degli interni. Funzionando in modo complementare, tendono a formare un’unità, dove l’uno ha bisogno dell’altro e insieme si completano. Col rischio che si isolino e che, soprattutto nel caso di due femmine, si confondano. Per crescere dovranno pertanto armonizzare due bisogni contraddittori: di coesione e di individuazione, restare uniti e divenire sé. Un compito che li fortifica psicologicamente e li aiuta a sviluppare un saldo senso di responsabilità. In conclusione, per quanto riguarda l’educazione di una coppia gemellare, molti sono i progressi rispetto al passato. Un tempo, vestendoli allo stesso modo si esaltava la somiglianza e inserendoli nella stessa classe si ribadiva la vicinanza. Ma sappiamo, e anche gli antichi ne erano consapevoli, che i gemelli, nonostante condividano il patrimonio genetico e l’ambiente di crescita, sviluppano una personalità diversa e seguono percorsi di vita differenti. Basta pensare che Rita Levi Montalcini fu una grande scien-

ziata e la gemella una pregevole artista. È perciò importante, cara Diana che, sin dal primo incontro, ogni gemello senta di avere la sua mamma e che anche successivamente, come genitori, vi rapportiate a loro come se fossero unici. Cercate di incoraggiare un’evoluzione psichica differente pur rispettando i loro desideri di prossimità. Mi rendo conto che, per lei e suo marito, la primavera non sarà facile. Due neonati da accudire contemporaneamente costituiscono un’emergenza familiare. Poiché i gemelli saranno sempre più numerosi, è necessario per tutti conoscerli meglio e, senza dimenticare che non esistono fotocopie ma solo pezzi unici, sostenere i genitori in un compito così impegnativo. Solo la vostra gioia sarà duplice, come i nostri auguri.

L’etichetta super ricco è il comune denominatore di personaggi che, spesso, hanno ben poco in comune. Anche, quest’anno, si ritrovano nomi risaputi, gli habitués, come i fratelli Kamprad di Ikea, sempre in testa alla classifica con 55-56 miliardi, gli Hoffmann Oeri della farmaceutica Roche, i Safra, banchieri e immobiliaristi, i Blocher della chimica, i Bertarelli della biotecnologia, e via enumerando settori altamente redditizi anche in tempi di Covid. La crisi li ha toccati marginalmente: con un aumento soltanto dello 0,7%. Si sta, quindi, parlando dei paperoni doc, definizione che ben rivela gli umori popolari. Una lontanza, insomma. Ma sfogliando le pagine di «Bilanz» ci si rende conto che i protagonisti della ricchezza appartengono ad ambiti a noi vicini e con effetti concreti per l’intera collettività. Ecco, allora i nomi dell’architetto Santiago Calatrava, dello scrit-

tore Paulo Coelho, autore di bestseller popolari, di sportivi, fra i quali spicca Roger Federer, lo svizzero attualmente più rappresentativo e amato. E si devono citare i collezionisti d’arte, gli imprenditori che investono nella ricerca e nella tecnologia, e osano: in Ticino Alberto Siccardi, che produce protesi d’uso corrente, in Engadina Carlo De Benedetti, manager con la passione dell’editoria che coraggiosamente lancia un nuovo quotidiano in Italia. E poi i giovani che si cimentano con start up nell’ecologia e nell’informatica. Come dire i super ricchi sono presenti nella nostra quotidianità, attraverso prodotti di consumo, prestazioni di servizi, svaghi e invenzioni innovative. Con ciò, e qui si torna alla questione morale, rimane invariato il distacco fra chi possiede troppo e chi non abbastanza. La forbice fra ricchi e poveri si è allargata, complice la pandemia.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Diventare genitori di gemelli Cara Silvia, sono in attesa di due gemelli che nasceranno a primavera e qualche giorno fa ho incontrato una compagna di Liceo che mi ha presentato le sue deliziose gemelle in passeggino. Quando ho chiesto a una «come ti chiami?», lei mi ha risposto col nome dell’altra. La loro mamma si è messa a ridere dicendo: «Rosetta fa sempre così». Ma le pare giusto che a due anni una bambina non sappia ancora come si chiama? Non vorrei che anche ai miei maschietti capitasse la stessa cosa e, a questo punto, mi sono proposta di saperne di più. Mi viene il sospetto che educare due gemelli richieda, non solo più fatica ma anche qualche competenza particolare. Eppure nessuno mi ha mai detto che ci vogliono istruzioni speciali per crescerli. Ora lo chiedo a lei. La leggo sempre con attenzione e non mi pare che, in questa rubrica, sia mai stato mai affrontato l’argomento, anche se le nascite gemellari sono sempre più frequenti. La ringrazio e la saluto. / Diana

Cara Diana, credo che in tutti i casi, non solo per i gemelli, i genitori dovrebbero prepararsi per tempo al delicato compito che li attende e che la gestazione del primo figlio potrebbe costituire proprio il periodo migliore per acquisire competenze e riflettere insieme. Mentre per prendere la patente di guida è necessario apprendere complesse istruzioni, sostenere ore di pratica e superare esami severi, per crescere un figlio ci si affida ancora all’istinto e alla consuetudine, ignorando che entrambi non bastano più. Con la conseguenza che, tornati a casa dopo il parto, i nuovi genitori si trovano spesso, soprattutto quando rimangono soli, piuttosto disorientati. È vero che i primi tempi riceveranno visite periodiche di personale affidabile e competente, ma non sarà per sempre, mentre i problemi educativi non finiscono mai. Le ricerche neurologiche e psicologiche concordano nell’accordare al periodo prenatale un’importanza rilevante nello sviluppo della vita psichica. La disposizione mentale della gestante, le sue

fantasie, le sue emozioni strutturano la mente del nascituro. Nel caso di gemelli, al rapporto con la madre si aggiunge quello col fratello uterino. Dalle osservazioni effettuate con l’ecografia in movimento, vediamo che i gemelli dal terzo mese incominciano a interagire tra di loro. Sempre più frequentemente si cercano, si toccano, si accarezzano attraverso la membrana che li separa. Ma in modo diverso: uno prende l’iniziativa, l’altro risponde. In questo modo è possibile prevedere quale sarà il «dominante». Confesso che il termine non mi piace perché, a mio avviso, il più intraprendente sarà, non dominante, ma protettivo nei confronti dell’altro. I gemelli vivono un’esperienza sociale precoce rispetto ai nati unici in quanto non sono mai soli: la loro vita psichica comincia da due, da un contatto privilegiato anche rispetto alla mamma. Per nove mesi abitano un micro-mondo tutto loro e spesso da piccoli comunicano con un linguaggio che gli altri non comprendono. Per tutta la vita saranno poi connessi da una segreta sintonia di sentimenti e di emozioni.

informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Super ricchi e pandemia: una prova morale Non deve sorprendere la parola morale, abbinata all’elenco dei 300 multimilionari e miliardari residenti in Svizzera, che compare a fine novembre, nell’edizione di «Bilanz» dall’allusiva copertina dorata. Ogni volta, infatti, la pubblicazione riapre il discorso della questione, appunto morale, che si presta alle più svariate reazioni: ironie popolari e serie analisi d’ordine politico e sociale. Insomma, questa categoria di concittadini privilegiati, che viene allo scoperto, fa parlare di sé. Tanto più quest’anno, in concomitanza con la crisi Covid-19. Se ne rende conto il direttore di «Bilanz», Dirk Schütz, nell’editoriale intitolato «Stresstest Corona: i ricchi sotto pressione», chiamati cioè a impegnarsi. E impegnarsi significa dimostrare non soltanto la loro importanza come motori dell’economia, della produttività e come forti contribuenti fiscali. Ora,

gli si chiede la consapevolezza di un privilegio che implica lo sforzo in un’altra direzione. L’autore cita l’esempio del «Giving Pledge», il dovere di dare, lanciato da Bill Gates e Warren Buffett, creando un club di miliardari che destinano almeno la metà dei propri averi a opere d’utilità sociale. Una restituzione, l’hanno chiamata, riallacciandosi alla tradizione filantropica americana e ricordando il suo padrino, Andrew Carnegie, magnate della metallurgia che, nella seconda metà dell’800, in pieno boom industriale, aveva avvertito la necessità di mettere la sua fortuna a disposizione della comunità. Famoso il suo motto: «Chi muore ricco, muore senz’onore». Ma quest’esempio di capitalismo moralmente consapevole, fiore all’occhiello degli USA, contrassegnò una stagione conclusa. Già nel 1989, il sociologo e divulgatore Vance Packard nel saggio I super ricchi,

denunciava la pericolosa svolta verso l’accumulazione, fine a se stessa, di fortune individuali assurde, proposte invece come modelli da imitare, in una società che aveva promosso la ricchezza a sinonimo di felicità. Certo, ricordava Packard, il diritto alla ricerca della felicità figura persino nella costituzione americana, ma ovviamente fa capo a ben altri valori: che, adesso si cerca di ripristinare. Quest’impegno è sempre più percettibile anche in Svizzera, diventata per ragioni di sicurezza, di buona organizzazione, di politica fiscale e, non da ultimo, di rispetto della privacy, il paese che ospita la più alta concentrazione di super ricchi a livello mondiale: dei 300, intervistati da «Bilanz», 135 sono miliardari. Si tratta di una compagine estremamente diversificata, per origine nazionale, per ambito d’attività e per motivazioni psicologiche e culturali.


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Ambiente e Benessere 3D pro-sicurezza Autoveicoli sempre più testati e performanti grazie a sperimentazioni virtuali

«La succursale del cielo» Reportage dal Salvador, il più piccolo degli Stati americani, amato dalla sua gente che ne ricorda le antiche «grandiosità» e vive le odierne povertà

Amanti del fresco Tra le acidofile, famose sempreverdi, si trovano senz’altro le Camelie pagina 19

Campione ad Activ Fitness Thomas Saliba è allievo istruttore e medaglia d’oro europea di culturismo naturale

pagina 17

pagina 16

pagina 25 Sono tre i vaccini su cui si stanno facendo verifiche importanti. (Pixabay.com)

La cavalleria dei vaccini

Covid-19 Ottimismo e cautela nella corsa al vaccino che è quasi in dirittura d’arrivo Maria Grazia Buletti Il vaccino per SARS-CoV-2 è a un passo dal possibile in un tempo da record. Il medico cantonale Giorgio Merlani e il farmacista cantonale Giovan Maria Zanini hanno prospettato che il Ticino disporrà del vaccino per la sua popolazione «da aprile, maggio, giugno». Intanto, incalzano notizie su percentuali di sicurezza, efficacia, effetti indesiderati in aggiunta ai sondaggi che, a inizio dicembre, indicano l’intenzione a vaccinarsi di circa il 53% dei cittadini, mentre il 42% lo esclude e il 5% è indeciso. È l’ora di fare il punto della situazione sul contenuto di questa fialetta, su come funziona e soprattutto se sia davvero sicuro ed efficace: «I vaccini di Pfizer e di Moderna hanno un design biochimico e strutturale abbastanza somigliante (a RNA), mentre quello di Astra-Zeneca è basato su vettori adenovirali (adenovirus dello scimpanzé). I primi due sono interessanti perché il loro mRNA non ha materiale di origine animale o fetale, non si integra nel genoma, si esprime in modo transitorio e viene eliminato per i naturali meccanismi di degradazione dei RNA messaggeri», spiega Antonella Viola del Dipartimento di scienze biomediche all’Università di Padova, attribuendo a queste caratteristiche: “un profilo di sicurezza del tutto soddisfacente”.

Pur riconoscendo eguale qualità a quello di Astra-Zeneca, anche l’infettivologo ginevrino Alessandro Diana ritiene molto interessante il vaccino di Pfizer e Moderna (a mRNA): «Il pezzo di RNA messaggero dei due vaccini contiene l’informazione per istruire il sistema cellulare umano a produrre direttamente la proteina spike responsabile di indurre l’immunità, non permettendo al virus di entrare nelle nostre cellule. Fino a oggi, i vaccini a nostra disposizione contenevano queste proteine create in laboratorio (su alcuni virus o altri germi) e poi iniettate nel nostro corpo per indurre la produzione di anticorpi. Ora invece diamo le istruzioni al nostro sistema cellulare per fabbricare noi stessi la proteina in questione». A vantaggio della sicurezza: «Non v’è interferenza con il nostro genoma perché l’RNA iniettato non si integra nel nucleo della cellula pur istruendola a fabbricare la proteina spike; dopo qualche giorno si degrada, e ne beneficiano pure i costi di produzione. La percezione è che il rischio sia minimo e minore rispetto all’altro vaccino vettoriale che usa adenovirus delle scimmie opportunamente modificato come vettore contenente stavolta un pezzo di DNA virale volto a indurre la produzione della proteina spike». Al di là dell’ingegneria genetica e della tecnologia, restano da soppesare

sicurezza ed efficacia ed è rassicurante Moncef Slaoui (capo di Operation Warp Speed, progetto distribuzione vaccini) che su Moderna e Pfizer dice: «Ora conosciamo i possibili effetti collaterali a breve e quasi medio termine di questi vaccini, ma ovviamente la sicurezza a lungo termine non è ancora potuta essere osservata». Concorde il dottor Diana: «I dati di efficacia e sicurezza si riferiscono per ora alla decina di migliaia di persone sottoposte agli studi, e a poco più di due mesi di osservazione». Sottolinea la soddisfazione circa l’efficacia dimostrata fin qui e per l’evidente mancanza di gravi effetti collaterali, ma si chiede come sarà tra sei mesi o un anno, quando avremo i dati di farmacovigilanza post marketing (fase 4 dello studio) che si riferiscono a milioni di persone vaccinate: «Efficacia e sicurezza potrebbero subire o meno un’erosione nel tempo perché subordinati all’implemento dell’uso del vaccino e all’osservazione di milioni di persone vaccinate protratta negli anni a venire». Ora però siamo in piena pandemia e la Confederazione stessa mira a garantire un accesso rapido a un vaccino «sicuro ed efficace». Sarà Swissmedi, dopo la consueta procedura di verifica per l’approvazione di un medicamento, a rilasciare l’eventuale omologazione per la commercializzazione nel nostro Paese, e lo farà solo se saranno soddi-

sfatti e confermati i criteri di efficacia, sicurezza e qualità. «In piena pandemia dobbiamo soppesare fattori come le decine di migliaia di morti ogni giorno e la questione etica: abbiamo individuato le persone a rischio, i più fragili per i quali è lecito chiedersi fino a che punto dobbiamo aspettare per avere dati di sicurezza ulteriore». Perciò, egli afferma che oggi non raccomanderebbe a un ventenne di vaccinarsi, ma a un anziano con fattori di rischio assolutamente sì. Nel mezzo ci sta il resto della popolazione: «Per ora, il principio di ponderazione degli esperti raccomanda questo vaccino a un 15-20% della popolazione: le persone a rischio e i sanitari in primis». Inizialmente il vaccino non sarà dunque disponibile per tutti. In tal senso crea qualche perplessità l’iniziativa contro l’obbligo (che non c’è) di vaccinazione lanciata a inizio dicembre da membri del Movimento per la libertà svizzera: «Attualmente la legge sulle epidemie non contempla obblighi generalizzati e le autorità, consce del fatto che non avremo vaccini per tutta la popolazione, sapranno come organizzare un’equa distribuzione». Di fatto, nelle scorse settimane Berna ha assicurato che non è previsto nessun obbligo generalizzato per i cittadini, anche se è possibile prevederne uno per il personale di cura, tema di dibattito politico attuale. Ai vaccino-scettici, ai dubbiosi e ai

timorosi si rivolge il dottor Diana: «Esitare sul nuovo vaccino Covid è normale e va legittimato perché è la prova formale che abbiamo un cervello in grado di riflettere. Ciò non significa però che poi dobbiamo andare incontro a errori di cognizione e a conclusioni avventate e prive di fondamento. In poche parole, dobbiamo riflettere su dati corretti, informazioni veritiere e giusti strumenti di valutazione per giungere a conclusioni equilibrate». Distinguere tra buona e cattiva informazione su Internet è complicato, rivolgersi al proprio medico di fiducia è la strada migliore: «Le autorità dovranno favorire l’accesso alle informazioni ai professionisti della salute che a loro volta potranno accompagnare la popolazione nelle giuste riflessioni». Da un lato i «no-vax», dall’altro il pericolo per chi farebbe carte false per procurarsi il vaccino: «Le autorità ne sono coscienti e sta sempre a loro porre in essere un sistema di sicurezza per evitare abusi e assicurare una distribuzione equa, individuando il bene comune e permettendo, in questa fase iniziale, l’accesso al vaccino per quelle fasce più a rischio». Nella lotta contro il Coronavirus oggi possiamo dunque essere ottimisti sul vaccino. Il tempo poi dirà quale funziona meglio negli anziani, oppure nei soggetti a rischio e quale conferirà la protezione di maggiore durata.


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Ambiente e Benessere

Dalla Playstation ai test virtuali

Motori Mentre i piloti si allenano nei propri salotti per vincere la Formula 1, le case automobilistiche

approfittano dell’evoluzione tecnologica per migliorare la sicurezza dei loro veicoli in tutta sicurezza

Mario Alberto Cucchi È stato Jacques Villeneuve il primo pilota di Formula 1 a usare la Playstation per allenarsi. Erano i primi anni 2000 e alla «palestra» virtuale aveva dedicato un’intera stanza nella sua casa di Montecarlo. I risultati? Considerando che ha vinto un campionato del mondo forse il «gioco» ha aiutato. Ed era «solo» una Playstation.

Volvo usa un visore 3D e una tuta intera della Teslasuit per monitorare le reazioni corporee e migliorare i test-auto Dopo di lui molti altri piloti hanno usato veri e propri simulatori di guida, spesso molto più complessi di una consolle domestica, per prepararsi alle gare. L’elettronica ha fatto passi da gigante sia nella velocità di elaborazione sia nel dettaglio raggiunto nella visualizzazione dei particolari. In questo modo i piloti possono memorizzare le piste in cui dovranno gareggiare, la sequenza delle curve, la lunghezza dei rettilinei, i giochi di luce. Insomma, giocando s’impara… anche a correre in Formula 1 ma non solo. Il costruttore automobilistico svedese Volvo ha scelto di utilizzare la tecnologia dei videogiochi per pro-

gettare automobili più sicure. Come? Proprio attraverso un simulatore. Una postazione include un sedile di guida con simulatore di movimento, un volante con feedback tattile e un visore per realtà virtuale con qualità cristallina delle immagini. Ogni ragazzo lo vorrebbe come regalo sotto l’albero. Ecco allora che per gli ingegneri Volvo diventa quasi difficile distinguere la realtà dalla simulazione e l’obiettivo è raggiunto. Alle centinaia di migliaia di chilometri percorsi in lungo e in largo per le strade europee testando i prototipi, ora si aggiungono giornate intere seduti al simulatore. Indossando il visore 3D e una tuta intera a marchio Teslasuit in grado di fornire un feedback tattile dal mondo virtuale e monitorare le reazioni corporee. I dispositivi professionali di realtà virtuale e mista sono forniti dalla società finlandese Varjo e vengono utilizzati insieme alla piattaforma Unity di sviluppo 3D in tempo reale. Il risultato? Sembra davvero di guidare su una strada con tutti gli imprevisti che si possono incontrare. Compreso un Alce che attraversa la strada e in Svezia accade più spesso di quanto si possa immaginare. Software e hardware simulano quindi infiniti scenari di traffico su un percorso di guida vero utilizzando una vettura reale. L’obiettivo? Raccogliere in completa sicurezza più informazioni possibili sull’interazione tra uomo e auto

in modo da poter sviluppare nuove funzionalità e dotazioni di sicurezza andando contemporaneamente ad affinare i sistemi di assistenza alla guida. I collaudatori possono così testare virtualmente futuri modelli di auto e

d’interfacce utente di guida autonoma accelerando il processo di ricerca e sviluppo in un ambiente sicuro e a una frazione del costo di un test reale. Un team di esperti in tecnologie innovative della Casa svedese ha fatto una di-

mostrazione dell’utilizzo del «simulatore definitivo» nel corso di un evento trasmesso in diretta streaming dalla Open Innovation Area di Volvo. Lo si può vedere on line a questo indirizzo: live.volvocars.com. Annuncio pubblicitario

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il Pollicino d’America reportage Un viaggio nel Paese più piccolo del continente: El Salvador Concepción de Ataco, il paese dei murales. A destra: sul fondo, la Chiesa del Calvario. (Su www.azione.ch si trova una galleria fotografica più ampia)

Paolo Brovelli, testo e foto Ci sono Paesi dei quali si parla soltanto in ragione di qualche calamità. Per questo oggi, fuori dal coro, voglio far sentire le voci del Salvador, il più piccolo degli Stati americani. Per esempio, la voce della mia amica Carmen, salvadoregna di Santa Ana, la seconda città del Paese, che «piccolo sì», dice, «ma solo per dimensioni!». A riprova mi snocciola alcuni dei più altisonanti nomignoli affibbiati alla sua amata città: La Grande, La città eroica o addirittura La capitale del mondo e La succursale del cielo. A dire il vero davanti a me vedo solo un abitato senza pretese, con vie dritte e case basse senza lustro. Ma cent’anni or sono, grazie al boom del caffè, Santa Ana era una città con tanto di teatro e locali alla moda. Carmen sostiene che la cattedrale (novecentesca) ricorda il Duomo di Milano, dove ha trascorso dieci anni di vita. Carmen però non è incosciente. Conosce bene i mali della sua patria. Bracciante in gioventù, raccoglitrice di caffè a pochi centesimi la cesta nelle tante piantagioni della zona, sa dei contadini scalzi, dei soprusi dei latifondisti della canna da zucchero e del cotone. Sa della violenza delle mara, le gang giovanili, come la Mara Salvatrucha 13, la più temibile, o la Barrio 18, dalla quale è riuscita a salvare suo figlio solo spedendolo a studiare all’estero (ora è un medico!). Sa del milione e mezzo di salvadoregni emigrati soprattutto negli Stati Uniti (il dollaro delle rimesse da vent’anni ha sostituito il colón come moneta nazionale). Sa delle baraccopoli di San Salvador, la capitale: oltre tre dei sette milioni di abitanti del Salvador sono agglomerati nella Valle delle amache, detta così perché si balla sempre. Colpa del Boquerón, uno dei quattordici vulcani attivi; in tutto sono centosettanta lungo la spina dorsale di un Paese più piccolo della Sicilia. Tutte queste disgrazie, a noi viaggiatori curiosi del genere umano, non ci trattengono dall’avvicinarci, chiedere, conoscere. La gente in genere è ospitale e gentile, nel Salvador, di certo ben più della media europea, ed è facile fare conoscenza. Nel formicaio dei mercatini del centro della capitale è tutto un turbinare di persone, un echeggiar d’offerte, un gridar di compravendite; un chiedere da dove vengo e se mi piace San Salvador. Mentre ascolto un terzetto intonare musica tradizionale nell’angolo d’una piazza, un tizio, José Ramirez e qualcos’altro, el licenciado (l’avvocato, dice, e può essere perché è bianco e non meticcio come quasi tutti) mi porge un sacchetto e insiste perché accetti una delle sue pupusa, il cibo nazionale, orgoglio salvadoregno. Sono delle specie di frittelle di farina di mais ripiene; questa di fagioli, ma ci mettono anche il formaggio, i fiori di zucca, i ciccioli… Fatico a districarmi tra la folla ver-

so la cattedrale, un edificio chiaro su un lato della piazza Gerardo Barrios. È una costruzione nuova, della seconda metà del Novecento, lucida di marmi e grande abbastanza per una popolazione cattolica ancora numerosa, nonostante il forte declino degli ultimi decenni a vantaggio degli evangelici, frutto dell’opera missionaria delle chiese nordamericane, come in tutta l’America latina. M’interessa soprattutto la cripta, vasta e luminosa quasi come la chiesa. Là giace, in una tomba monumentale, il corpo del Santo: Oscar Romero, arcivescovo salvadoregno giustiziato nel 1980 dagli squadroni della morte per il suo impegno a fianco dei più deboli, canonizzato da papa Francesco nel 2018. In giro per il paese la lunga guerra civile che ne seguì è ancora lì, dopo decenni, con tutti i suoi terribili ricordi. Edwin, pescatore sul lago Suchitlán, il maggiore del Salvador, creato nel 1976 per l’elettricità, mi racconta, mentre navighiamo verso l’Isola degli uccelli, della sua fuga notturna con la famiglia per mettersi in salvo. Siamo vicini a Suchitoto, forse il più bel villaggio coloniale, con vie quiete in pietra, case color pastello, graziosi caffè per turisti e

I vulcani punteggiano tutto El Salvador.

i cani a grufolare nei cantoni. Per la cronaca fu in questa zona che gli spagnoli posero l’originaria San Salvador, nel 1528, prima di spostarla dov’è ora. El Salvador, come i suoi più illustri vicini, è anche archeologia Maya. Il sito di Joya de Cerén è un posto unico, nonostante le apparenze poco monumentali. Solo lì, infatti, è stato rinvenuto un villaggio contadino dell’epoca precolombiana (VI sec.), preservato fino ai giorni nostri, come Pompei, sotto cinque metri di ceneri vulcaniche. Niente piramidi, palazzi nobiliari, campi di pelota. Solo qualche edificio di bajareque (argilla e canne, secondo il metodo tradizionale locale), la casa dello sciamano, i resti d’un temazcal, la sauna rituale tipica del Centro America. Il locale museo espone le forme in gesso di quanto si è dissolto sotto la cenere,

La cattedrale di Santa Ana.

come a Pompei appunto: una pannocchia di mais, della yucca, qualche utensile, lo scheletro d’un’anatra legata nell’aia in attesa d’un cuoco mai arrivato. Tutto fu abbandonato fuggendo dal cataclisma, che qui pare non aver fatto vittime. L’unica traccia umana è l’impronta d’un piede. L’ultimo scorcio del Salvador mi porta giù, al mare, che qui è Oceano Pacifico. Trecento chilometri di costa, tra pescatori e surfisti, richiamati da alcune tra le migliori spiagge del continente: El Tunco, Punta Roca… Almeno così afferma Michael, un australiano che ci viene tutti gli anni per un mese. È ospite di una famiglia che lo tratta come uno di loro. Forse, come mi confessa, perché sperano che si decida a portarsi via Juanita, la loro figlia. Ospitalità salvadoregna!

Lavorazione del caffè a Santa Ana.

Ambiente e Benessere


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idee e acquisti per la settimana

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Ambiente e Benessere

Al giardino regaliamo una camelia

Mondoverde La sasanqua sfoggia fioriture da novembre a fine febbraio Anita Negretti Tra le tante acidofile famose, troviamo senz’altro le Camelie, spettacolari arbusti dalle lucide foglie sempreverdi, originarie dei luoghi freschi e di montagna dell’Asia orientale, come Corea, Cina e Giappone.

Il substrato ideale per la coltivazione di tutte le camelie prevede l’impiego di terriccio per acidofile Introdotte in Europa dai primi anni del 1700, si sono adattate completamente ai nostri climi e anche agli inverni più freddi, sia che si tratti di Camellia sasanqua, nota per la sua fioritura invernale, sia di Camellia japonica, con i boccioli che si schiudono in primavera. Queste piante, che prediligono zone semi ombreggiate, si presentano con un aspetto molto rustico e di fatto sopportano anche le coperture nevose, mal tollerando invece le gelate tardive che solitamente rovinano i boccioli di Camellia japonica. Per tentare di evitare questo disagio, si può utilizzare un velo di tessuto non tessuto per proteggerla in base alle previsioni meteorologiche. Assolutamente autonome se coltivate in piena terra, necessitano invece di bagnature lievi ma frequenti se in vaso o in presenza di inverni secchi,

Camellia sasanqua. (Stan Shebs)

per favorire l’apertura dei boccioli e ridurne il disseccamento e la caduta precoce. Tra le specie più diffuse troviamo Camellia sasanqua. Si tratta di un bell’ arbusto che può raggiungere un’altezza di tre-quattro metri sfoggiando fioriture da novembre a fine febbraio. Vanta innumerevoli varietà e ibridi dai colori e sfumature spettacolari, invece, la Camellia japonica a fioritura primaverile che ha un portamento vigoroso e raggiunge i sei-sette metri di altezza; la

Camellia reticulata è molto più delicata delle altre due e per questo va ritirata in serra fredda alle nostre latitudini. Infine, nota a pochi, ma usata dalla stragrande maggioranza delle persone, è la Camellia sinensis o Pianta del tè, che si presenta come un piccolo arbusto sempreverde, poco decorativo per via dei suoi fiori quasi insignificanti e dalle foglie piccole, ma molto importante dal punto di vista economico. Il substrato ideale per la coltivazione di tutte le camelie ha un pH tra il 5 ed

il 6, e quindi si raccomanda di utilizzare terriccio per acidofile o dopo qualche anno dalla messa a dimora vedrete le vostre piante deperire irrimediabilmente. Oltre al terriccio bisogna fare attenzione anche al concime, di cui ne sono molto golose: lo si somministra in quattro periodi all’anno, a fine febbraio, poi in aprile e successivamente a giugno e a settembre, scegliendo anche in questo caso prodotti per acidofile, con una buona percentuale di microelementi come zinco, ferro, rame e fosforo.

Intervenendo in questo modo si evita l’ingiallimento delle foglie più vecchie e si incrementa la formazione di nuove foglie e boccioli fiorali, scongiurando anche l’antiestetico ingiallimento delle foglie vicino alle nervature, malattia chiamata clorosi ferrica, dove nei casi più gravi la fioritura si blocca e la pianta muore. Se durante l’inverno raramente si presentano problemi di salute alle camelie, anzi, tendono a rinvigorirsi con il freddo, i problemi possono insorgere con più frequenza in primavera ed estate. Alcuni esempi sono dati da attacchi di oziorinco, un insetto coleottero ghiotto di foglie, con morsicature dalla caratteristica forma a mezzaluna, ma eliminabili con l’uso di larve biologiche di nematodi entomopatogeni, che si nutrono a loro volta delle larve di questo insetto. Gli afidi, di colore marrone o nero, si possono sviluppare in colonie sull’apice dei rami, causando un indebolimento della pianta e la formazione di melata e fumaggine; in questo caso un rimedio preventivo consiste nel non abbondare con concimi ricchi di azoto e successivamente utilizzare insetticidi a base di piretro. Le camelie, se coltivate in ambienti umidi, possono sviluppare, infine, dei funghi, come la fumaggine, da trattare con anticrittogamici a base di rame; prodotto molto utile per bloccare anche il seccume dei boccioli e le macchie fogliari dalla forma tondeggiante bordate di bianco. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Alceo il simposiarca e Archiloco il guerriero

Scelto per voi

vino nella storia Due cantori delle virtù del divin dono che Dioniso fece agli uomini,

ma molto diversi tra loro

Davide Comoli Nel mondo greco, il senso dell’associazione era molto sentito: lo era dal punto di vista pubblico, privato, religioso e politico. Una tipica forma associativa fu «l’eteria» costituita fin dal V sec. a.C. I membri di questa associazione, o lega che dir si voglia, provenivano in gran parte, se non unicamente, dall’ambiente dell’aristocrazia. Essi si univano con un giuramento, sulla base della loro amicizia, di ideali politici e di affinità intellettuali. Dopo le loro cene e riunioni seguiva il simposio di cui abbiamo precedentemente scritto (v. «Azione» del 16 novembre 2020). In questo ambiente nacque la poesia individuale. Il poeta eseguiva i suoi carmi davanti a un ristretto auditorio di amici. Tra i personaggi protagonisti di questi simposi – e delle cui opere magistralmente tradotte da maestri come Salvatore Quasimodo, Raffaele Cantarella, Gennaro Perrotta, fortunata-

mente ci sono giunti alcuni frammenti – abbiamo scelto Alceo di Mitilene e Archiloco, due cantori delle virtù del divin dono che Dioniso fece agli uomini, ma molto diversi tra loro. Alceo nacque a Mitilene, uno dei nuclei più importanti dell’isola di Lesbo, fertile di vigneti attorno al 630 a.C. e fu contemporaneo della poetessa Saffo, nella cui Tiaso – la comunità di educande da lei guidate, che onorava Afrodite dea dell’amore e della bellezza – il consumo del vino era un rito collettivo. Dai frammenti delle sue opere, pare che Alceo, oltre ad essere stato il miglior poeta/cantore della sua «eteria», fosse anche frequentemente eletto «simposiarca». I pochi versi superstiti a noi giunti sono molto significativi e possono insegnare alcune cose riguardanti la funzione e l’atmosfera dell’«eteria» nel VI sec. a.C. e sul ruolo esercitato dal vino nella poesia. Molti componimenti di Alceo trovano spunto nella vita politica. Ricco,

Ritratto di un uomo barbuto (forse il poeta Archilochus). Copia romana II sec. DC dell’originale greco del IV sec. AC.

alle volte arrogante, discendente da nobile famiglia, interamente immerso nella politica, subì ben tre condanne all’esilio in conseguenza alle sue scelte, e molti suoi contemporanei non mancarono di rimproverare il suo eccessivo amore per il vino. «Il vino, rivela l’animo dell’uomo» pare sia un pensiero espresso la prima volta proprio da Alceo, il quale riteneva che il «sacro licore» unisse gli uomini in un rapporto di solidarietà, quasi di complicità, certamente di fratellanza. Bere insieme mentre si discuteva di politica, riscaldava l’unità d’intenti, amalgamava il gruppo, preparava all’azione. Ad Alceo preoccupava soprattutto di contare su amici fidati, il vino viene appunto elogiato perché affratella nei sentimenti, inoltre «a Dioniso non si può mentire; Dioniso esige sincerità». Alceo fu un saggio estimatore del vino, di ciò ne siamo certi e lo confermano le sue poesie che sono un vero cantico alle virtù di questa bevanda. Una fausta ricorrenza la festeggiava, ad esempio, così: «Ora bisogna ubriacarsi e gagliardamente bere, poiché è morto Mirsilio». (N.B. Mirsilio era un suo acerrimo nemico politico). Un’infausta ricorrenza, invece, necessitava conforto in questo modo: «Non bisogna abbandonare l’animo alle sventure, perché nulla gioverà l’affliggerci; o Bacchis: ma farmaco ottimo è farsi portare vino e inebriarsi». Ancora oggi è valido il detto: «bevi che ti passa», non è forse vero che il vino aiuta a sopportare meglio le ambasce della vita? In uno dei frammenti di Alceo troviamo: «Beviamo, le lucerne perché attendiamo? Il giorno è solo un attimo. Prendi, amor mio le grandi bellissime coppe variopinte, il vino oblio dei mali, diede il figlio di Semele e di Giove ai mortali. Due parti mescola d’acqua, una di vino; riempi fino all’orlo il cratere. Ed una coppa spinga l’altra giù». Quasi contemporaneo ad Alceo, Archiloco (VII a.C.), fu spinto dalla povertà a emigrare nell’isola di Taso e a divenire un soldato mercenario. Figlio del popolo ed esempio di uomo libero.

Di temperamento esuberante e passionale fu il cantore di poesie d’amore e di odio; si ritiene che sia l’inventore dell’efficace «metro giambico», passato alla poesia italiana attraverso quella latina, ripreso anche da Giuseppe Carducci. Archiloco, fa un mestiere decisamente anomalo per un poeta, è infatti un mercenario, ma da buon soldato sa che in fondo a dare sugo alla propria vita bastano poche cose: le sue armi, il cibo, il vino e il riposo. Un vino peraltro famoso proveniente dalle vigne di Ismaro, lo stesso vino che Ulisse fece bere a Polifemo. Quel vino sembra non abbandonarlo mai, lo accompagna in un campo di battaglia o sul ponte di una nave per una nuova avventura: «Orsù muoviti con la coppa tra le panche della veloce nave, stappa gli orci panciuti e mesci fino alla feccia il vino rosso». Dall’inebriante contenuto di quegli «orci panciuti» il poeta trae l’ispirazione per i suoi versi: «Io so come intonare il ditirambo. Il canto appassionato del mio Signore Dioniso, quando la mia mente è fulminata dal vino». Nei frammenti di Archiloco, Dioniso palesa la sua autentica natura; offrire in ogni momento dell’esistenza quale fido compagno dell’essere umano. Archiloco, consapevole della vita che gli spetta, non si riconosce nel rituale del simposio, ma si rivolge al dio del vino, con semplicità e umiltà. Nei versi del poeta/guerriero il vino non ha poteri liberatori, ma è semplicemente un ottimo companatico per il viver quotidiano: «Cenai con un piccolo pezzo di focaccia ma bevvi avidamente un’anfora di vino; ora l’amata cetra tocco con dolcezza e canto amore alla mia tenera fanciulla». Dopo una vita violenta, disordinata, avventurosa e piena di eccessi, concluse la sua esistenza ucciso in battaglia. Noi, non siamo moralisti e non biasimiamo l’ebbrezza che il vino può dare, e ammiriamo Archiloco perché mai la sua cetra fu prezzolata al decoro di casate nobiliari ansiose di rispecchiarsi.

Bucaneve Spumante

Il Bucaneve, per chi ancora non lo sapesse, è stato il primo Merlot vinificato in bianco, e questa è stata di certo una svolta importante voluta dall’indimenticabile amico Adriano Petralli per la viniviticoltura del nostro Cantone. Quello che vi consigliamo oggi è però un passo successivo al Bucaneve classico, si tratta infatti, di un bianco di Merlot spumantizzato; un prodotto voluto dalla nuova gestione della CAGI di Giubiasco, che fu fondata nel lontano 1929. Usando il metodo Charmat, la rifermentazione del vino avviene in autoclave anziché in bottiglia, con tempi di rifermentazione più brevi, grazie alla quale si realizzano vini beverini. Il Bucaneve che oggi vi consigliamo ha un colore giallo trasparente con riflessi verdognoli. Presenta un fine perlage non troppo persistente e al naso arrivano fruttati accenti semplici di mela, pera e fiori bianchi, mentre in bocca è fresco, leggero di corpo e fragrante, con un finale gradevole senza troppe pretese. È l’ottimo vino per i nostri aperitivi di fine anno con i soliti stuzzichini. Come tutti voi certamente sapete, il Bucaneve è anche il nome di un fiore, sinonimo di «speranza», che risorge dopo il duro inverno, ricordiamoci quindi di alzare bene i calici in modo scaramantico per brindare all’Anno Nuovo. / DC Trovate questo vino nei negozi Vinarte al prezzo di Fr. 16.–. Annuncio pubblicitario

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A natale? Confort food

Ambiente e Benessere

Allan Bay In questo 2020 che non è stato un gran bell’anno, e potendo festeggiare sostanzialmente da solo (ho solo una sorella che però vive in Maremma e una nipote con figli che però vive… in California, a San Francisco) mi farò, solo per me, per il mio Natale, due super confort food, cioè piatti che confortano, fosse anche solo per il ricordo che riporta alle origini, le mie in questo caso. Sono lunghi da preparare, ma il tempo non manca. Do la ricetta «per tanti» che non si sa mai, cioè prevedendo ingredienti per otto persone.

Quest’anno: agnolotti con stufato, sulla tavola di Allan Bay che torna così ai profumi della sua origine piemontese Di primo, agnolotti con stufato. Sono di origine piemontese, per me è un super confort food. Tritate grossolanamente una salamella di maiale e 60 g di pancetta dolce. Mettete in una casseruola, possibilmente di ghisa, 400 g di polpa di manzo. Unite il trito di salamella e pancetta, 4 cucchiai di soffritto di cipolle e bagnate con 1 bicchiere di vino bianco secco sobbollito per 3 minuti. Chiudete con il coperchio e cuocete a fuoco basso per circa 4 ore unendo poco brodo di carne bollente se dovesse asciugare troppo. A cottura ultimata lasciate intiepidire prima di passare tutto al tritacarne. Amalgamate il composto con 1 uovo intero, 1 grattugiata di noce moscata e 6 cucchiai di parmigiano grattugiato. Regolate di sale e di pepe. A questo punto, preparate la pasta all’uovo con 600 g di farina e 6 uova. Stendete la pasta con il matterello fino a ottenere una sfoglia sottile dello spessore di circa 1,5 mm e tagliatela in quadri di 3 cm di lato. Preparate pochi quadrotti alla volta e copriteli con

uno strofinaccio perché la pasta non si asciughi troppo. Ponete al centro di ogni riquadro 1 noce di ripieno, ripiegate la pasta a triangolo, senza far combaciare le due punte, e sigillatene bene i bordi. Avvolgete i triangoli attorno al dito indice piegando il margine chiuso per formare la caratteristica piega verso l’alto. Unite quindi le due punte per formare l’anello. Deponete gli agnolotti su uno strofinaccio accuratamente divisi perché non si attacchino tra loro. Attenzione: preparate gli agnolotti poco prima di cuocerli altrimenti la doppia pasta secca troppo e non cuoce in modo adeguato. Portate a bollore circa 2 litri di brodo di carne e tuffateci gli agnolotti: pochi minuti di cottura saranno sufficienti. Scolateli con il mestolo forato e fateli rosolare in padella con un ragù oppure scolateli e conditeli con burro fuso e grana, ma potete anche gustarli in brodo, basta che non sia quello di cottura, perché torbido. Di secondo: arrosto di vitello ai funghi. Sempre per 8 persone. Mondate e lavate 1 kg di spinaci e lessateli con la sola acqua rimasta dal lavaggio. Scolateli, strizzateli e fateli insaporire in padella con 1 filo d’olio, 4 cucchiai di Grana grattugiato e 1 pizzico di sale. Stendete sul piano di lavoro 2 fette di fesa di vitello di circa 800 g l’una, alte 1 cm, e ricopritele con 200 g di pancetta affettata, gli spinaci e 1 kg di funghi (chiodini, fingerli e porcini) mondati e saltati in padella per pochi minuti, lasciando i bordi liberi. Arrotolate le fette su loro stesse, cucitene i lembi con filo alimentare e legate. In una casseruola fatele rosolare con olio, poi sfumate con 1 bicchiere di vino bianco secco sobbollito per 3 minuti. Coprite e proseguite la cottura per 1 ora circa rigirando di tanto in tanto e pennellando col fondo di cottura. Regolate di sale e di pepe. A cottura ultimata levate e tenete in caldo. Deglassate il fondo con 1 bicchiere di vino bianco e regolatelo di sale e di pepe. Tagliate l’arrosto a fette piuttosto alte e servitele irrorate col fondo di cottura.

Angelo Muratore

Gastronomia Ovvero, come immergersi nell’atmosfera delle festività anche senza famigliari attorno al tavolo

CSF (come si fa)

E di antipasto e di dolce? Vediamo cosa farò. Per antipasto, ostriche, ne sono ghiotto. Mangiate cotte le amo, l’ho scritto tante volte, ma anche a crudo si può fare, però profumate con un condimento. Quindi le gusterò nappate con una salsa che mi hanno consigliato da poco, il nome non c’è ma è simile, nello spirito, alla ponzu giapponese: fatta con poca salsa di soia, quella cosiddetta verde, povera di sodio e quindi non troppo salata,

vermut dry, acqua di ostriche, uno schizzo di lime e mela a dadini, ben emulsionati e lasciati in infusione per 30 minuti almeno. Di dolce, una sontuosa proposta emiliana dal nome magico: Dolce Amore. È un dolce ricco assai, quasi troppo ricco, ma appunto adatto per festeggiare, se non si esagera ogni tanto – ma solo ogni tanto, mi raccomando… Vediamo come si fa. Gli ingredienti sono sempre per 8 persone. Preparate uno zabaione con 2 uova. Montate 4 tuorli con 4 cucchiai di zucchero e, quando farà le «bolle», amalgamateci 1 noce abbondante di burro ammorbidito a temperatura ambiente e 200 g di cacao in polvere fino a ottenere una crema omogenea. Mescolate 16 cucchiai di Marsala secco con 8 cucchiai di brandy e 8 cucchiai di Anisetta. Ta-

gliate, quindi, 32 savoiardi a metà per il lungo, sistemate 16 metà su un piatto in un unico strato e spruzzateli con 1 quarto dei liquori. Ricoprite i savoiardi con 250 g di confettura di amarene, fate un secondo strato di biscotti con altri 16 mezzi savoiardi e spruzzateli con 1 quarto della miscela di liquori. Stendete sui savoiardi metà della crema al cacao, ricoprite di 16 mezzi savoiardi, inzuppandoli sempre con la solita quantità di liquori, e versateci sopra lo zabaione. Infine, coprite con i savoiardi rimasti, irrorati con il liquore avanzato e con la crema al cacao, lisciandola bene con una spatola. Tritate 50 g di mandorle, pelate e tostate con 1 cucchiaio di zucchero e cospargetele sul dolce. Coprite il dolce e mettetelo in frigorifero per 3 ore prima di servirlo.

Ballando coi gusti E visto che siamo in tempo di feste, oggi due ricette festaiole, come è giusto che sia.

risotto con astice e carciofi

Spaghetti con uova di quaglia e carciofi

ingredienti per 4 persone: 320 g di riso da risotti · 2 astici · 4 capesante · 4 carciofi

ingredienti per 4 persone: spaghetti g 320 · 4 carciofi a spicchi anche decongelati ·

Cuocete a vapore gli astici per 12 minuti. Lasciateli intiepidire, prelevatene la polpa aprendoli e schiacciando le chele. Aprite le capesante e dividetele a metà. Rosolate gli spicchi di carciofi con poco burro per 5 minuti o più, dipende dai carciofi. Tostate il riso per 2 minuti poi unite il brodo bollente e portatelo a cottura, unendo il brodo necessario. Aggiungete subito il soffritto e i carciofi mentre lo zafferano stemperato in poco brodo, la polpa di astice e le capesante aggiungetele 2 minuti prima che il risotto sia pronto. Regolate di sale e di pepe, mantecate con burro, coprite e lasciate riposare 2 minuti prima di servirlo.

Rosolate gli spicchi di carciofo con poco burro per 5 minuti, poi bagnateli con poca acqua bollente e portateli a cottura. Cuocete le uova di quaglia in acqua bollente per 5 minuti, scolatele, fermatene la cottura con acqua fredda, sgusciatele e dividetele a metà. Mettete i tuorli in una ciotola e gli albumi, tagliati a dadini, in un’altra ciotola. Aggiungete ai tuorli 50 g di burro ammorbidito a temperatura ambiente e amalgamateli con una forchetta. Cuocete gli spaghetti in abbondante acqua salata al bollore, scolateli, versateli nella terrina con gli albumi e conditeli con i carciofi e con i tuorli. Regolate di sale e di pepe. Mescolate e servite.

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Ambiente e Benessere

una sinergia tra sport e lavoro

intervista L’avventura europea di Thomas Saliba, campione di culturismo e futuro istruttore fitness

Da una passione una professione e, da questa, a una medaglia da campione: non capita a tutti di poter fare del proprio lavoro una continuazione del proprio hobby preferito. Capita ancora meno, di certo, di poter conciliare il lavoro con una preparazione sportiva ad alto livello. È successo a Thomas Saliba, simpatico atleta a cui è riuscito il mese scorso di imporsi in una competizione europea dedicata al culturismo sportivo. Thomas, venticinquenne, sta svolgendo il secondo anno di apprendistato nella palestra ACTIV FITNESS di Bellinzona. «Mi trovo bene. Sto frequentando il corso per diventare Operatore per la promozione dell’attività fisica e della salute. Il mio lavoro si concilia perfettamente con il mio hobby». Thomas pratica il culturismo. La sua disciplina è un body building «naturale», che sfrutta semplicemente l’allenamento muscolare e gli effetti di un’alimentazione controllata. «Spesso il culturismo viene associato all’uso di doping ma nel nostro caso è tutto completamente naturale. Il concetto fondamentale è che in primis viene la salute: se praticato in questo modo il culturismo diventa a tutti gli effetti uno stile di vita sano. Nelle gare di Natural Bodybuilding, tra l’altro, gli atleti vengono sottoposti a test antidoping». L’obiettivo della disciplina, dunque, è sviluppare una massa muscolare perfetta, scultorea, da concorso, appunto. «Ho iniziato a 18 anni a frequentare una palestra» ci racconta. «Ho sempre praticato attività agonistica: inizialmente sono stato calciatore ma all’età di 17 anni ho dovuto smettere per un infortunio. Sono stato fermo per un po’ e poi ho iniziato ad andare in palestra. Lì

è nata la mia passione per la disciplina del culturismo». Il Natural Body Building è uno sport praticato da moltissimi appassionati, che si confrontano sui palchi e si sfidano a colpi... di bicipiti in tensione. «Durante la competizione ci sono vari parametri che i giudici prendono in considerazione: massa muscolare, qualità della pelle, tono muscolare, esecuzione, definizione muscolare, simmetria, posing. Quest’ultima è una parte particolarmente difficile: assumendo delle specifiche pose l’atleta deve sprigionare il suo potenziale. Posare è un elemento fondamentale per il risultato di tutto il lavoro di preparazione. I giudici “chiamano” le varie pose e tutti in concorrenti sul palco hanno pochi secondi per realizzarle e tenerle per 15 secondi, fino alla prossima. Le pose sono molte e alla fine lo sforzo è considerevole». Ma la gara è solo il momento finale di un percorso di allenamento che dura anni. «Si tratta di un lavoro molto duro» ci conferma Thomas. «Per sviluppare la massa muscolare naturalmente, senza sostanze dopanti, ci vogliono anni di allenamento. Non è una cosa che si può fare dall’oggi al domani; ci vogliono impegno e pazienza. La mia preparazione alla gara è durata nove mesi, allenandomi sei giorni su sette circa due ore al giorno. Durante le varie sessioni alternavo varie tecniche e intervenivo su vari aspetti, con allenamento muscolare, aerobico, cardio, eccetera. Una parte fondamentale è data poi dal controllo dell’alimentazione, stretto, implacabile». Una nota curiosa: il preparatore di Thomas è stato un suo collega, che lavo-

Giochi

vacanza. La pagina dei giochi va in o dall’11 gennaio. an Cruciverba e sudoku torn

Cruciverba Per scoprire dove si trova la statua più alta del mondo, chi rappresenta e quanti metri è alta, risolvi il cruciverba e leggi le lettere nelle caselle evidenziate. (Frase: 5 – 6, 5 – 14)

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regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

Il culturista Thomas Saliba.

ra con lui ad ACTIV FITNESS, Gabriele Vetro. «Mi sono affidato a lui perché lui ha esperienza: nel 2017 è stato campione svizzero nella categoria “–70 kg”; lo stesso anno ha avuto accesso ai Campionati mondiali della disciplina, a Boston, ed è arrivato secondo» ci spiega il giovane atleta. In realtà il primo obiettivo di Thomas era quello di partecipare ai campionati svizzeri, ma sono stati annullati a causa del Covid. «Ero in una fase di preparazione molto avanzata e abbiamo cercato una competizione in cui mettere a frutto gli sforzi fatti. L’abbiamo trovata in questa gara di Perugia, valida per il Campionato europeo». Il

primo impatto col mondo agonistico è stato quindi un po’ particolare: «Alle gare di solito partecipa molto pubblico, ci sono famigliari, amici, appassionati: stavolta purtroppo solo giudici e fotografi. Sul palco si sente la tensione, c’è naturalmente un forte spirito di competizione tra i partecipanti, ma mi sono trovato bene. Ci tenevamo tutti a distanza a causa del Covid, abbiamo gareggiato con le mascherine, ma c’era un buon rispetto tra atleti. Ognuno di noi aveva alle spalle mesi e mesi di preparazione e non voleva fare cattiva figura. E, a sorpresa... ho vinto! Adesso sto un po’ vedendo cosa fare in futuro. Il mio obiettivo è naturalmente quello

di partecipare al Campionato svizzero. Si terrà nell’ottobre 2021 e mi piacerebbe ottenere un bel risultato». Nell’attesa della nuova competizione, Thomas continua il suo lavoro in palestra e usa la sua esperienza agonistica nella relazione con i clienti: «Nell’attività professionale la mia pratica di allenamento mi serve molto. Con la clientela posso essere in grado di spiegare meglio l’effetto di certi esercizi. Naturalmente il mio lavoro è nel campo del benessere, per aiutare i clienti a trovare una buona forma e a stare bene, per indirizzarli verso uno stile di vita sano». Per concludere, Thomas Saliba sottolinea il carattere particolare della sua esperienza: «Proprio grazie alla formula di ACTIV FITNESS, che permette di frequentare qualsiasi palestra della sua rete in Svizzera, ho avuto la possibilità di allenarmi in tre palestre diverse del Ticino. Visto che frequento la Scuola sociosanitaria a Lugano, durante la pausa di mezzogiorno potevo allenarmi nella palestra di Vezia. A Bellinzona mi sono allenato praticamente sul luogo di lavoro. Infine, visto che abito a Locarno, ho approfittato della palestra di Losone». Thomas consiglia quindi anche ad altri atleti una scelta del genere: «Ogni atleta che si prepara per una competizione può trovare quello che serve ad ACTIV FITNESS, sia da dilettante o da professionista. L’offerta è veramente a 360 gradi per qualsiasi tipo di persona e la preparazione può essere anche all’altezza di un campionato internazionale». La sua esperienza di successo lo conferma. / Red.

vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku oriZZontALi 1. Puliti 5. Un «buco» che non si rammenda 9. Città a nord-ovest della Romania 10. Un valore geometrico 11. Oasi del Fezzan 12. Li hanno prensili i tetrapodi 13. Le iniziali della conduttrice Isoardi 14. Infiammazioni dell’orecchio 16. Un tasto del computer 17. Allegro, felice 18. Un organismo statale 20. Alternate a Verona... 22. È finita in fondo... 24. A te 25. Farsi attendere 27. Le iniziali del compositore Respighi 28. Vostro in tedesco vErtiCALi 1. Lemano a Ginevra 2. Sdegnati, risentiti 3. Una festa molto amata 4. Le iniziali del filosofo Diderot 5. Nobilita lo spirito 6. Un numero 7. Due vocali 8. Vertice, cima 10. Brani musicali 12. Aspra, acidula 13. Poco... esteso 15. Cosicché... d’altri tempi 16. La pena nel cuore... 19. Numero delle ossa del carpo 21. Livello... inglese 23. Fiume svizzero 24. Vale dieci a briscola 26. Simbolo chimico dell’oro Partecipazione online: inserire la

soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la so-

Sudoku Soluzione:

Scoprire i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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«Giovanni perché la tua casa è tutta tonda?» «Perché mia suocera ha detto: «Ci sarà un …» Resto della frase: «…ANGOLINO PER ME NELLA VOSTRA CASA?». A N I M A N O M I C E N O A L A R B O C C T A S C A A L C E N E O L A N S U A R P I

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luzione, corredata da nome, cognome, indirizzo, email del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Politica e Economia Biden sceglie il suo staff Stanno già sollevando molti scontenti le prime nomine di Joe Biden all’insegna dell’inclusione

Egitto, democrazia silenziata Al-Sisi sta portando avanti la più grande repressione contro il dissenso nel Paese, incarcerando islamisti insieme ad attivisti pro-democrazia, ma l’Europa tace. A cominciare dalla Francia, primo grande fornitore di armi all’Egitto

La moda dopo la pandemia Il Coronavirus ha messo in crisi il sistema moda, dalla produzione alla vendita, aprendo nuove prospettive

il costo di non vaccinarsi Esiste la libertà di non vaccinarsi, ma è giusto che tutti poi debbano sopportarne le conseguenze economiche? pagina 37

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pagina 35 Boris Johnson assiste all’inoculazione del vaccino al Guy’s Hospital di Londra. (Keystone)

v-Day senza accordo sulla Brexit

regno unito L’intesa commerciale dovrebbe entrare in vigore a partire dal 1. gennaio quando la Gran Bretagna

uscirà definitivamente dall’UE. E dopo il via alla grande campagna di vaccinazione anti-Covid Cristina Marconi V-Day, perché la pandemia non sarà esattamente come una guerra ma il D-Day sarà per sempre il giorno della svolta, dell’inizio della fine di una situazione di sofferenza. E quindi l’inizio del più vasto programma di vaccinazioni della storia britannica ha seguito una coreografia in grado di dare fiducia, di richiamare momenti di gloria, dall’inossidabile vecchina novantunenne che si fa fare per prima l’iniezione ringraziando per «il più bel regalo di compleanno della mia vita» al secondo vaccinato, un reduce di guerra dal nome favoloso: William Shakespeare. Il tutto mentre il ministro della Salute piangeva in televisione, il premier Boris Johnson si faceva immortalare in maniche di camicia ad assistere ai vaccini come un padre premuroso e i baldi William e Kate giravano per la Scozia a visitare anziani contro la volontà della leader Nicola Sturgeon. Questa è la fotografia di un Paese a tre settimane dall’uscita definitiva dall’Unione europea. L’umore nazionale è volato dal momento dell’annuncio dell’approvazione del vaccino europeo Pfizer-BioNTech, il cui tempismo – giorno di fine

lockdown, in anticipo sul resto di occidente – ha rinfocolato quell’orgoglio che con l’ultima manche della Brexit, quella del realismo, si era parecchio appannato. D’altra parte è quello che i britannici sanno fare meglio, rimboccarsi le mani e sentirsi eroici davanti alle difficoltà, fidarsi delle proprie istituzioni, soprattutto quando si mostrano corsare e indipendenti. E quindi il fatto che l’agenzia del farmaco britannica abbia approvato il vaccino di Pfizer prima del resto del mondo non ha destato preoccupazione, ma fierezza. La dottoressa June Raine, amministratore delegato dell’MHRA, ha spiegato che tutto è stato possibile grazie a un processo di «rolling review» grazie al quale i dati provenienti dai laboratori sono stati analizzati pian piano che venivano resi noti e non tutti alla fine. I primi campioni sono arrivati all’inizio di ottobre, ma già da giugno il gruppo degli esperti indipendenti chiamati ad analizzarli era pronto, così come il laboratorio. Gli ultimi dati sono arrivati il 23 novembre e per più di un mese si è lavorato giorno e notte. Il 1. dicembre il ministero della Sanità ha chiesto l’autorizzazione in base al regolamento 174 dell’Unione europea che permette di autorizzare un farmaco in risposta

a un’emergenza di salute pubblica, senza passare dall’EMA. Usando gli stessi standard che nel resto dell’Europa. La sfida logistica non è da poco. Ogni scatola dei vaccini Pfizer contiene cinque pacchi da 975 dosi, da aprire a mano tenendo sempre sotto controllo la temperatura. E rispetto al lotto iniziale di 800mila dosi, i numeri sono destinati ad aumentare rapidamente, arrivando a 4 milioni entro Natale. Nella prima fase del programma sono stati allestiti 50 centri di vaccinazione, con altri ospedali pronti ad attivarsi nelle prossime settimane e mesi. I primi della fila sono gli ultraottantenni, compresa la più famosa del mondo, ossia Elisabetta II, con particolare attenzione a chi è nelle case di cura e nella prima ondata ha avuto una mortalità del 99%. Insieme agli anziani verrà vaccinato il personale sanitario degli ospizi, così come quello degli ospedali e le persone vulnerabili. Si tratta di 6 milioni di persone. Poi si scenderà per età fino ad arrivare agli adulti in salute sotto i cinquant’anni, verso marzo. La dottoressa Raine è la garante della decisione con cui il Regno Unito ha bruciato tutti sui tempi. Ed è intervenuta lei anche quando dalle prime ventiquattr’ore di vaccinazioni sono

emersi i primi problemi, con due infermieri che hanno avuto shock anafilattattoidi, meno gravi di quelli anafilattici ma comunque preoccupanti, con un rash cutaneo, un abbassamento della pressione e difficoltà a respirare. Sono stati immediatamente curati e adesso stanno bene. «Dai test clinici molto ampi questa non era emersa come una caratteristica», ha spiegato Raine, avvisando di non vaccinare chi ha una storia di violente reazioni allergiche. Lo stesso varrà per 280 medici di base che dalla settimana prossima, grazie all’arrivo dei frigoriferi speciali in grado di raggiungere la temperatura di –70 gradi necessaria per la conservazione, si occuperanno di inoculare le altre dosi in arrivo dal Belgio. L’agenzia britannica del farmaco sta lavorando anche per accelerare l’approvazione del vaccino di Moderna e di quello di Oxford, che tutti aspettano perché è più semplice da maneggiare e che darebbe addirittura l’agognata immunità di gregge. La raccolta dei dati sull’efficacia del vaccino Astrazeneca è stata a dir poco caotica, con le dosi «sbagliate» che si sono rivelate più performanti contro il virus, anche nel limitare il rischio di contagiare gli altri. A 3000 persone hanno dato mezza dose

prima e una completa dopo quattro settimane, con un’efficacia del 90%. Per i 9000 che hanno ricevuto due dosi piene l’efficacia è scesa al 62%. La soglia di approvazione per un vaccino è 50%. Chi è stato immunizzato avrà anche una tessera d’identificazione scritta a mano con il nome del vaccino, la data dell’iniezione e il numero del lotto di ciascuna delle dosi somministrate. Ci saranno anche delle indicazioni su come gestire gli effetti collaterali e soprattutto la data per il richiamo, 21 giorni dopo. Ma non si tratterà di un «passaporto Covid», perché per quanto l’idea sia interessante i britannici hanno un leggendario orrore dei documenti di identificazione. Inoltre la fiducia nei sistemi informatici dell’NHS è tale che per ora le autorità hanno scelto di fidarsi del cartaceo, per evitare anche il rischio di hackeraggio. Tutto questo per arrivare al Natale, dove le «bolle» con tre famiglie saranno autorizzate per giorni dal 23 al 27 dicembre. Bisognerà mantenere sempre lo stesso gruppo, con l’auspicio che rimanga piccolo. In quei giorni ci si potrà spostare, incontrarsi al chiuso e anche rimanere a dormire, ma non si potrà andare al ristorante insieme. In chiesa, quello sì.


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Politica e Economia

Le scelte (rischiose) di Joe

nomine Un afroamericano alla guida del Pentagono, un ispanico alla Sanità, un falco-donna di origini cinesi

per trattare con la Cina. E inoltre sul futuro presidente incombe anche l’ombra dello scandalo del figlio Hunter

Joe Biden con il generale Lloyd Austin quando era al comando militare in Iraq. (AFP)

Federico Rampini Un afroamericano alla guida del Pentagono per la prima volta nella storia. Un ispanico come segretario alla Sanità, Ministero-chiave per gestire le vaccinazioni. Un’asiatica per negoziare con la Cina. Joe Biden continua a comporre il suo futuro esecutivo all’insegna dell’inclusione: prima le tante donne al governo dell’economia e della comunicazione, ora un rafforzamento delle minoranze etniche in ruoli di alta visibilità e potere. Eppure non tutto fila liscio, le sue scelte fanno anche degli scontenti. Diversità etnica contro supremazia dei civili sui militari: Biden ha fatto una scelta delicata, e irta di ostacoli, con la nomina del primo afroamericano alla guida della Difesa. Il 67enne generale a riposo Lloyd Austin ha un curriculum militare impeccabile, nessuno può contestare la sua professionalità e credibilità per la direzione del Pentagono. È l’unico nero ad aver guidato il Central Command, il dispositivo da cui dipendono le truppe americane in Iraq, Afghanistan, Siria e Yemen, tutti i fronti caldi su cui ancora operano dei soldati Usa. In pensione dal 2016, verrebbe richiamato a servire il Paese ma stavolta con un incarico ministeriale, uno dei posti-chiave nell’esecutivo. Non è la prima volta che un generale afroamericano assume un incarico di tale rilievo: il precedente più illustre è quello di Colin Powell che fu segretario di Stato di George W. Bush. Un conto è dirigere il Dipartimento di Stato, però, altra cosa è prendere la guida della Difesa. Per tradizione gli americani sono sospettosi verso l’eccessiva autonomia delle loro forze armate, tant’è che per chiamare un militare a guidare quel Ministero occorre votare una deroga speciale. È accaduto di recente quando Donald Trump nominò allo stesso incarico un altro ex-generale, Jim Mattis. All’epoca proprio dai ranghi del partito democratico si levarono proteste. Bisognerà che Biden raccolga una

maggioranza di voti al Senato – quindi con ogni probabilità anche dai repubblicani – perché il suo prescelto possa essere confermato. Non sfugge il fatto che la notizia del generale Austin alla Difesa sia trapelata poche ore prima da un incontro ad alta tensione, fra Biden e la National Association for the Advancement of Colored People (Naacp), una delle più importanti organizzazioni che difendono la comunità afroamericana. Da diversi giorni il presidente eletto subisce il mugugno di varie componenti del suo partito. L’ala sinistra in particolare incomincia a mostrare insofferenza per le nomine troppo legate all’establishment. I parlamentari afroamericani hanno espresso in modo molto esplicito il loro malcontento per quella che ritengono essere una loro sotto-rappresentazione nei ranghi del futuro esecutivo. I voti dei neri sono stati importanti per assicurare la vittoria di Biden. Ora il rischio è quello di dare l’impressione di una «lottizzazione etnica». Confermato dalla scelta dell’ispanico Xavier Becerra per il dicastero della Sanità. Anche lui comunque ha un curriculum eccellente: da ministro della Giustizia della California ha difeso con strenue battaglie legali la riforma sanitaria detta Obamacare contro gli assalti di Trump. Nessuna nomina di Biden ha la garanzia di diventare definitiva, tutti gli incarichi più importanti devono essere confermati dal Senato. Salvo una sorpresa clamorosa nelle elezioni suppletive del 5 gennaio in Georgia, dove si assegnano gli ultimi due seggi senatoriali rimasti vacanti, la maggioranza della Camera alta dovrebbe rimanere in mano ai repubblicani. Che non ratificheranno a scatola chiusa le scelte di un presidente democratico. Sarà un «falco», o meglio un’aquila al femminile, a trattare con la Cina nell’Amministrazione democratica. Joe Biden ha designato il futuro Trade Representative, ruolo cruciale nei negoziati commerciali: Katherine Tai. Il paradosso è che si tratta di una 42enne

di origini familiari cinesi, che parla perfettamente il mandarino, e i cui genitori immigrarono in America da Taiwan. La Tai ha perfino insegnato in una università cinese, la Zhongshan University di Guangzhou, ex-Canton, la megalopoli industriale nella regione meridionale del Guangdong. Sulle sue radici etniche la Tai è di una discrezione assoluta, non frequenta social media, e questo dovrebbe aiutarla nel corso della conferma: il profilo basso offre meno pretesti agli attacchi dei repubblicani al Senato. Ancor di più l’aiuterà il fatto che la Tai, malgrado la giovane età, è una grande esperta di regole del commercio globale, ed ha una posizione intransigente sulla Cina. In continuità con Donald Trump, forse più inflessibile di lui. In un recente convegno la Tai definì «difensiva» la politica commerciale di Trump, e auspicò «una strategia aggressiva». Il suo curriculum è di tipo giuridico. Si è fatta le ossa tra il 2007 e il 2014 come legale degli Stati Uniti proprio in una serie di cause contro la Cina, davanti al tribunale del commercio internazionale della World Trade Organization (Wto). Poi ha diretto il dipartimento legale di una commissione parlamentare che si occupa proprio di dispute commerciali con l’estero. Ha collaborato per fare approvare anche dai democratici il nuovo trattato negoziato da Trump con Canada e Messico. Ha sostenuto la linea dura contro la Cina per le sanzioni sulle importazioni di prodotti fabbricati usando prigionieri politici o condannati ai lavori forzati nello Xinjiang. È favorevole a penalizzare quelle fabbriche del Messico che violano i diritti dei lavoratori. Insomma la Tai rappresenta a tutti gli effetti la «versione di sinistra» del protezionismo di Trump: altrettanto dura se non di più, visto che include gli abusi contro i diritti umani fra i temi che possono fare scattare sanzioni commerciali. La prima donna appartenente a una minoranza etnica che ricopre questo ruolo determinante eredita una quantità notevole di dossier aperti. Ci

sono dazi sulle importazioni cinesi che colpiscono un volume di acquisti annui pari a 370 miliardi di dollari; e una «mezza tregua» sull’escalation dei dazi siglata a gennaio da Trump e Xi Jinping, le cui condizioni includono massicci acquisti di derrate agricole Usa da parte di Pechino. C’è il contenzioso con l’Unione europea, in parte legato all’antico dossier dei sussidi statali Airbus-Boeing. In Cina l’annuncio del suo nome è stato accolto come un segnale tutt’altro che favorevole. A differenza di Trump, la Tai, arruolerà gli alleati per creare una coalizione contro la Cina. L’annuncio sulla Tai è stato accolto come un segnale di diversificazione etnica dalla sinistra del partito democratico e dai media progressisti, impegnati a tenere il conto di tutte le donne, neri, ispanici o asiatici che Biden sta designando. È una conta fuorviante: un afroamericano al Pentagono, un ispanico al comando della polizia di frontiera, una discendente di cinesi al commercio estero, non sono portatori di politiche «etniche» o di un’agenda radicale. Ma la transizione Trump-Biden continuerà ad essere turbolenta, anche se la certificazione del risultato elettorale non è più contestabile. Una prova del clima che verrà: il riemergere dello scandalo Hunter Biden, figlio del presidente eletto Joe Biden, sotto indagine per presunte irregolarità o reati di natura fiscale. Biden Junior è già stato al centro di controversie e scandali, in particolare per gli affari realizzati in Ucraina e in Cina, sfruttando il ruolo del padre quando questo era il vice di Barack Obama. L’annuncio dell’inchiesta fiscale è arrivato cinque giorni prima di una scadenza istituzionale della massima importanza: questo lunedì 14 dicembre Joe deve essere formalmente dichiarato presidente degli Stati Uniti da parte del Collegio elettorale, che raccoglie le certificazioni ufficiali dei risultati da parte dei 50 Stati. È a quel punto che il risultato dell’elezione diventa a tutti gli effetti

irreversibile, cancellando ogni residua speranza per gli ultimi tentativi di Trump di invalidare il voto e di ritardarne la ratifica. Le vicende di Hunter hanno già fornito materiale abbondante per le accuse della destra durante la campagna elettorale. È proprio Hunter all’origine della vicenda che poi si è rivoltata contro Trump e ha portato all’apertura di un procedimento di impeachment contro di lui (impeachment votato dalla Camera a maggioranza democratica, bocciato dal Senato a maggioranza repubblicana). Fu per incastrare Hunter Biden in uno dei suoi affari all’estero, che Trump fece pressione sul governo dell’Ucraina e minacciò di sospendere aiuti militari a quel Paese, se il governo di Kiev non avesse proseguito le indagini sul ruolo del figlio di Joe in una società locale. In campagna elettorale Trump tornò anche sull’altra pista, quella del business cinese di Hunter. Joe ha sempre negato di essere stato coinvolto negli affari del figlio, e li ha difesi come legittimi. Non ha mai del tutto fugato il sospetto che ci fossero dietro dei conflitti d’interessi. Hunter ha avuto una vita segnata da tossicodipendenza, controverse relazioni sentimentali, e affari procacciati grazie alla fama e all’incarico del padre. I democratici devono fronteggiare uno scenario inquietante. La «campagna giudiziaria» che per quattro anni ha preso di mira Trump, senza peraltro assestargli colpi decisivi, ora potrebbe cambiare il segno e prendere di mira il nuovo inquilino della Casa Bianca. I democratici sanno che i rapporti di forze in seno alla magistratura sono cambiati nell’ultimo quadriennio, con l’infornata di nomine di giudici conservatori da parte dello stesso Trump. L’inchiesta su Hunter potrebbe sgonfiarsi o rimanere comunque senza conseguenze politiche per il padre. Arriva però in un momento delicato e a poche settimane da un’altra elezione, quella che il 5 gennaio in Georgia assegnerà due seggi senatoriali e deciderà la maggioranza della Camera Alta.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Politica e Economia

La forza delle armi

Fra i libri di Paolo A. Dossena

Egitto Macron non condizionerà la vendita di armi all’Egitto al rispetto dei diritti umani,

perché non intende indebolire il governo di Sisi. Ma anche il resto dell’Europa tace

Francesca Mannocchi «Abbiamo visto Gasser portato via, fuori dalla procura, su un furgone della polizia. Ha fatto appena in tempo a gridare alla moglie: “Miriam, saluta i ragazzi, ti amo”». Queste le parole scritte sui social dallo staff di EIPR, Egyptian Initiative for Personal Rights, il giorno dopo l’ondata di arresti che li ha investiti nelle ultime settimane. L’uomo portato via dalla polizia, rasato e con un sorriso forzato sul volto è Gasser Abdel-Razek, direttore esecutivo dell’EIPR, organizzazione che da 18 anni svolge attività di ricerca in Egitto in difesa delle libertà civili ed economiche e della giustizia penale, con cui collaborava anche Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna, in Italia, detenuto al Cairo da febbraio con l’accusa di propaganda sovversiva. Il 15 novembre le forze di sicurezza hanno arrestato Mohamed Basheer, direttore amministrativo di EIPR, tre giorni dopo è stata la volta di Karim Ennarah, direttore della giustizia penale dell’Ong. Gasser Abdel Razek ha subito denunciato gli arresti: «Sono la risposta all’incontro tenuto dall’organizzazione il 3 novembre con 13 diplomatici occidentali». Il giorno dopo è stato arrestato anche lui. Sono stati accusati di appartenere a un’organizzazione terroristica e diffondere false notizie minacciando la pubblica sicurezza. Hanno trascorso due settimane nella tristemente nota prigione di Tora, dormendo su letti di ferro senza materassi né abiti invernali. Come altri 60 mila detenuti politici egiziani.

L’Italia conosce bene la questione, visto l’omicidio di Giulio Regeni e la detenzione, ritenuta più che arbitraria, di Patrick Zaki La prigione di Tora è considerata una delle peggiori al mondo. Una struttura gigantesca fondata nel 1908 dall’allora ministro dell’Interno Mustafa al Nahhas, divisa in quattro sezioni, più un’ala di massima sicurezza chiamata «lo Scorpione». Le organizzazioni in difesa dei diritti umani denunciano da anni le terribili condizioni del carcere, le sistematiche violazioni dei diritti umani e le torture perpetrate al suo interno. Prima di essere arrestato Abdel Razek aveva dichiarato a Mada Masr, sito d’informazione indipendente egiziano, di «essere scioccato che le forze di sicurezza si sentissero minacciate da un incontro con degli ambasciatori». Soprattutto perché i delegati in questione rappresentano paesi con cui l’Egitto ha ottimi rapporti: Francia, Germania, Canada, Svizzera, Regno Unito. Dopo gli arresti il ministro degli Esteri francese ha espresso «profonda preoccupazione», il portavoce dell’ufficio consolare britannico ha comunicato al governo egiziano che «i difensori dei diritti umani dovrebbero essere in grado di lavorare senza timore di rappresaglie». Anche l’Unione europea ha comunicato la sua «significativa preoccupazione», così come Antony Blinken, nuovo segretario di Stato americano scelto da Joe Biden. Ma l’Egitto ha rilanciato, continuando a denunciare interferenze negli affari interni, e confermando le accuse alle Ong accusate di minare la stabilità del Paese. Al-Sisi ha dichiarato che in Egitto non ci sono prigionieri politici e che la stabilità e la sicurezza sono i fon-

Il presidente francese Macron dà il benvenuto all’Eliseo al suo omologo egiziano al-Sisi. (AFP)

damenti dello Stato da salvaguardare a ogni costo. Dopo la liberazione, il Tribunale per l’antiterrorismo del Cairo, accogliendo l’accusa della Procura generale dello Stato, ha congelato i conti correnti bancari dei tre esponenti di EIPR, decisione assunta senza aver prima ascoltato la difesa presentata dai legali dell’organizzazione a cui è stato di nuovo negato l’accesso agli atti giudiziari. I tre detenuti sono stati liberati dopo una forte mobilitazione internazionale ma uno studente italiano resta ancora in carcere. La settimana scorsa, per l’ennesima volta, il tribunale del Cairo ha rinnovato di altri 45 giorni la custodia cautelare per Patrick Zakidell’Università di Bologna arrestato al Cairo il 7 febbraio scorso. Per la prima volta dopo mesi, all’udienza erano presenti anche delegati diplomatici di Italia, Germania, Olanda, Canada e l’avvocato dell’Unione europea. Il messaggio, chiaro, degli arresti, risiede proprio nella debolezza della diplomazia europea. Non è più solo un’intimidazione agli attivisti e ai ricercatori del Paese, è anche – forse soprattutto – un avvertimento alle diplomazie occidentali: sedetevi a tavola a negoziare sui giacimenti e sulla vendita di armi, ma sugli affari interni – diritti umani, pena di morte, detenuti politici – non mettete bocca. Fa la parte del duro, al-Sisi, perché il tempo gli ha dimostrato che nonostante le dichiarazioni di preoccupazione dopo ogni ondata di arresti, le diplomazie occidentali non sono state in grado di fare alcuna pressione. Lo sa bene in Italia, la famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore torturato e ucciso a Giza, sulla cui morte ancora non è stata fatta né chiarezza né giustizia. Mentre si tenevano le udienze per la liberazione dello staff di EIPR e dello studente Patrick Zaki, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi era a Parigi per una visita di tre giorni, destinata a rafforzare la cooperazione bilaterale di fronte alle numerose crisi in Medio Oriente. Le organizzazioni internazionali hanno prontamente contestato

la visita, 17 gruppi umanitari hanno rilasciato una dichiarazione accusando Macron di chiudere un occhio sulle crescenti violazioni delle libertà da parte del governo di al-Sisi, ma la posizione del presidente francese è stata di assoluta prossimità e vicinanza con l’omologo egiziano. Macron ha infatti affermato, in una conferenza stampa lunedì scorso, che non condizionerà la vendita di armi all’Egitto alla difesa dei diritti umani, perché non intende indebolire il governo di al-Sisi nella sua azione di contrasto al terrorismo nella regione «È più efficace avere una politica di dialogo esigente che un boicottaggio che ridurrebbe solo l’efficacia di uno dei nostri partner nella lotta al terrorismo», ha detto Macron. Francia e Egitto condividono interessi geopolitici ed economici: l’instabilità del Sahel, l’appoggio al generale Haftar in Libia ma soprattutto la vendita di armi. Tra il 2013 e il 2017 la Francia è stata il principale fornitori di armi in Egitto. Anche durante la sua visita di Stato a Parigi, al-Sisi ha continuato a respingere le accuse di violazione dei diritti umani, sostenendo una volta ancora che sia inappropriato per altri Stati suggerire a un presidente come deve agire per tutelare il suo popolo e la stabilità del suo Paese. Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, durante la visita di Sisi in Francia, ha scritto un lungo e severo editoriale su «Le Monde»: «Le azioni contro l’EIPR sono arrivate sullo sfondo di un’altra mossa sfacciata dell’Egitto verso l’Ue, che sta negoziando un nuovo accordo di aiuti con l’Egitto. In tutto il mondo, questi accordi sono normalmente condizionati al rispetto dei diritti umani da parte del destinatario. In passato, il governo egiziano aveva regolarmente firmato tali accordi. Ma negli ultimi due anni, ha rifiutato questa condizionalità». Roth critica i governi occidentali, suggerendo che fanno troppo pochi sforzi per chiedere, imporre, il rispetto di standard elementari dei diritti umani. Come avevano già fatto, d’altron-

de, in seguito alla strage di Piazza Rabaa, quando in poche ore, nel 2013, l’anno del colpo di Stato, 820 manifestanti dei Fratelli Musulmani furono trucidati dalle forze di sicurezza legate a al-Sisi che allora era ministro della Difesa. L’impunità di quell’estate è stata la pietra angolare degli abusi degli anni successivi. Scrive ancora Kenneth Roth a nome di Human Rights Watch: «Sisi ha abilmente giocato la sua mano per fare appello agli interessi europei, presentandosi come un baluardo contro il terrorismo e le migrazioni, un amico di Israele e un prolifico acquirente di armi. I governi europei hanno accettato questo sporco affare al prezzo dei diritti e delle libertà del popolo egiziano. Ciò ha solo incoraggiato Sisi a mettere a tacere la manciata di voci indipendenti rimaste nel Paese». Il cambio di amministrazione negli Stati Uniti sarà un ulteriore banco di prova. Nel settembre 2019, a Biarritz, in Francia durante il G7, mentre aspettava al al-Sisi, Trump disse – abbastanza forte per essere udito da tutti i presenti – «quando arriva il mio dittatore preferito?». Otto mesi dopo, Mohammed Amashah studente con la doppia cittadinanza americana e egiziana, è stato rilasciato al Cairo dopo 16 mesi di detenzione. Era stato arrestato nel marzo 2019 mentre esibiva in piazza Tahrir un cartello con la scritta «libertà per tutti i prigionieri politici». Dopo la sua scarcerazione Joe Biden aveva scritto: «Arrestare, torturare ed esiliare attivisti o minacciare le loro famiglie è inaccettabile. Niente più assegni in bianco per il “dittatore preferito” di Trump». Niente più assegni in bianco, ha scritto Biden. L’Egitto sarà una delle prove del suo mandato, come da anni lo è per i governi europei, che si sono dimostrati distratti sugli abusi e concentrati sugli affari. Abili a condannare la repressione, ma ben più abili nel non menzionare abusi e violazioni ai tavoli delle trattative economiche con un regime sempre più autoritario. Ma tollerato.

alfredo venturi, Il casco di sughero. Rosenberg & Sellier «Strappar tesori dalle viscere della terra era il loro unico desiderio, senza più fini morali di quanti ce ne siano nello scassinare un forziere». Citando questo passaggio di Joseph Conrad, Alfredo Venturi introduce la storia del colonialismo. La frase di Conrad è in contrasto con un’altra citazione proposta da Venturi, il titolo di un’opera di Rudyard Kipling: The White Man’s Burden, il fardello dell’uomo bianco. Nel suo poema del 1899, lo scrittore britannico spiega che la missione dell’uomo bianco è di conquistare e controllare i non bianchi non per il proprio interesse, ma per il bene della gente di colore. In particolare, Kipling stava incoraggiando la conquista americana delle Filippine. Inserito in questo vasto contesto planetario, il caso italiano è proposto da Venturi come un esempio di un fenomeno più ampio, il colonialismo, che è più barbarico che civilizzatore. Tuttavia, l’imperialismo italiano ha anche suoi tratti peculiari. Infatti il nobile richiamo alla missione civilizzatrice di Kipling si associa alla necessità di dare sfogo all’incremento demografico. All’inizio del XX secolo l’Italia scopre di non poter sfamare una popolazione in tumultuosa crescita: sono i tempi delle grandi migrazioni verso le Americhe. Si riaffaccia dunque il colonialismo, dato che il primo tentativo imperiale, promosso dal garibaldino Francesco Crispi, si è infranto sullo scoglio di Adua, il disastro miliare del 1896. Ora, all’inizio del XX secolo, il colonialismo italiano associa Kipling ai principi populisti di un altro poeta, Giovanni Pascoli, che descrive l’Italia come una «grande proletaria». La parola d’ordine «La grande proletaria si è mossa!» è lanciata da Pascoli il 21 novembre 1911 a poche settimane dall’inizio della campagna di Libia. Secondo il poeta, l’esuberante demografia italiana può essere gestita soltanto attraverso un adeguato sfogo verso territori sotto controllo. Perché mandare gli emigranti in terre straniere e a volte ostili, quando ci sono nel vicino Continente africano ampie aree che i coloni italiani potrebbero avviare sui sentieri dello sviluppo? Occorre rendere quelle terre prospere e feconde, trarne i frutti della terra e del lavoro. Il termine colonia, non deriva forse dal latino «colĕre», coltivare? Dopotutto, le popolazioni locali sono «nomadi e neghittose», è gente che ha mandato in malora il giardino in cui vive. Quindi gli italiani stanno portando la civiltà agli arabi e ai berberi, gli stanno portando la libertà, li stanno liberando dal decadente dominio ottomano. La terza fase imperialista italiana è quella di Benito Mussolini, il duce dell’Italia fascista, che combina la volontà di potenza di Crispi al populismo di Pascoli. Il colonialismo di Mussolini è il più brutale e vendicativo: invadendo l’Etiopia nel 1936, vuole lavare nel sangue la sconfitta subita da Crispi ad Adua quarant’anni prima, anche con l’uso di gas asfissianti banditi dalle convenzioni internazionali. Consigliatissimo, il saggio di Alfredo Venturi sembra lanciare un doppio monito: non solo quello contro il colonialismo, ma anche quello contro i poeti (Kipling, Pascoli, d’Annunzio, Marinetti), che ne cantano le gesta.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Banchetto di festa in men che non si dica Durante l’Avvento il Natale si avvicina più velocemente del previsto. Tuttavia non è necessario passare troppo tempo in cucina per preparare piatti raffinati. Con i prodotti Anna’s Best tutto diventa più facile e senza stress

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insalata di formentino con barbabietole e mele ingredienti per 4 persone 200 g di barbabietole cotte e spellate mele agrodolci, ad es. Jazz 2 2 confezioni di formentino da 130 g ca. 1,5 dl di vinaigrette alla senape e al miele di germogli, ad es. di barbabietola 30 g

PREPARAZIONE Principianti

Preparazione Tagliate le barbabietole a spicchi sottili, dividete le mele in quattro senza sbucciarle, privatele del torsolo e tagliatele a fettine sottili. Mescolate entrambi con il formentino e la vinaigrette. Servite l’insalata con i germogli.

Costo:

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Per persona ca. 3 g proteine, 16 g grassi, 17 g carboidrati, 950 kJ/ 230 kcal

Spiedini di pollo e di halloumi ingredienti per 4 persone 2 scaloppine di pollo Sale, pepe, ad es. pepe all’arancia 250 g di halloumi 3 cucchiai d’olio di girasole cipollotto 1 cucchiai di chicchi di melagrana 3 Preparazione Tagliate le scaloppine di pollo per il lungo a striscioline, piegatele a fisarmonica e infilzatele sugli spiedini, poi salate. Dividete l’halloumi in otto bastoncini della stessa grandezza e infilzateli sugli spiedini. Rosolate prima gli spiedini di pollo, poi quelli di halloumi, nell’olio per ca. 6 minuti. Tagliate i cipollotti in anelli sottili e spargeteli sugli spiedini con i chicchi di melagrana. Suggerimenti Accompagnate gli spiedini con delle salsine. Con il pollo servite un dip al curry, con l’halloumi un dip all’aglio. Ideali da gustare con olive e formaggio a pasta molle. PREPARAZIONE Principianti Costo:

economico

Per persona ca. 25 g proteine, 24 g grassi, 5 g carboidrati, 1400 kJ/ 340 kcal

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Anna’s Best Barbabietole al vapore a fette, 400 g Fr. 2.60

Anna’s Best Pomodori secchi con basilico 100 g Fr. 4.10

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

idee e acquisti per la settimana

ravioli alla ricotta con cavolo piuma ingredienti per 4 persone 1 confezione di pomodori secchi con basilico 40 g di pinoli 3 confezioni di ravioli freschi, ad es. ricotta e spinaci, da 250 sale, pepe vaschetta di cipolle tritate da 100 g 1 cucchiai d’olio d’oliva 3 150 g di cavolo piuma limone ½ Preparazione Sminuzzate finemente i pomodori. Tostate leggermente i pinoli. Lessate i ravioli in acqua salata per ca. 2 minuti, scolateli, raccogliendo 2 dl d’acqua di cottura. Tenete i ravioli in caldo. Soffriggete le cipolle nell’olio. Aggiungete il cavolo piuma poco alla volta, finché si affloscia. Bagnate con l’acqua di cottura della pasta e lasciate sobbollire il cavolo piuma per ca. 8 minuti. Aggiungete i ravioli e i pomodori. Grattugiate la scorza di limone sui ravioli e unite il succo spremuto. Condite con sale e pepe. Servite i ravioli e guarniteli con i pinoli PREPARAZIONE Principianti Costo:

economico

Per persona ca. 22 g proteine, 30 g grassi, 61 g carboidrati, 2600 kJ/ 620 kcal

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Minuti


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Politica e Economia Nel 2021 saranno presenti sul mercato le collezioni di due anni. (Keystone)

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informa Novità Servizio di aiuto alla spesa In un periodo caratterizzato da importanti limitazioni e timori, è stato riattivato il servizio di aiuto alla spesa. Di principio è destinato a persone che non possono contare sull’aiuto di famigliari, conoscenti o servizi erogati da altri enti e si avvale del supporto prezioso di volontari. Maggiori informazioni consultando il nostro sito e telefonando allo 091 912 17 17 Pasti a domicilio Durante la crisi sanitaria la Fondazione ha aumentato notevolmente i beneficiari del servizio. Possono richiedere un pasto a domicilio le persone in età AVS o AI e le persone in malattia con certificato medico. Maggiori informazioni sul sito o telefonando al centralino.

Attività e prestazioni – DOCUPASS: Con questo documento mettete per iscritto i vostri desideri, le vostre esigenze e le vostre aspettative per i casi di emergenza. Corsi strutturati in un incontro di 2 ore a livello regionale: Muralto, Lugano, Giubiasco e Mendrisio. Maggiori informazioni telefonando allo 091 912 17 17.

il mondo della moda si reinventa

– Sondaggio sulla mobilità delle persone anziane senior-lab Il sondaggio su scala nazionale permetterà di meglio comprendere le esperienze e le attese delle persone anziane in merito ai loro spostamenti fuori domicilio. Una buona partecipazione da parte della popolazione ticinese «over 65» potrà fornire indicazioni interessanti per questo importante tema. Per partecipare cliccate sul link sul nostro sito www.prosenectute.org

Prodotti&consumi La nuova normalità seguita alla pandemia

cambierà il settore, con alcuni vantaggi per i consumatori

Per i brand della moda, i mesi dell’anno sono scanditi secondo un calendario di lavoro fitto organizzato, grossomodo, in trimestri. I° trimestre: Vendita ai negozi della collezione autunno-inverno dell’anno in corso, saldi invernali e poi vendita al consumatore finale della collezione primavera-estate, progettazione della collezione primavera-estate dell’anno successivo; II° trimestre: Prosieguo della vendita della collezione primavera-estate, prototipazione della collezione primavera-estate dell’anno successivo; III° trimestre: Vendita ai negozi della collezione primavera-estate dell’anno successivo, saldi estivi e poi vendita al consumatore della collezione autunno-inverno, progettazione della collezione autunno-inverno dell’anno successivo: IV° trimestre: Vendita ai negozi della collezione autunno-inverno, prototipazione della collezione autunno-inverno dell’anno successivo. Nel mezzo ci sono le collezioni «pre», i cosiddetti «lanci integrativi», le «capsule collection» e i «riassortimenti» per i negozi che richiedono nuova merce o cambio di taglie. Il tutto, in un contesto guidato dalla «pancia» dei creativi, che in genere non sono dei fini programmatori. Tutto questo «caos» caratterizza gli anni «normali». Nel 2020 cosa è accaduto? A fine febbraio il mercato si è fermato per tre mesi, i brand stavano terminando la vendita ai negozi delle collezioni autunno-inverno 2020 ed erano impegnati nelle ultime consegne delle collezioni primavera-estate 2020. Risultato: a) i negozi hanno prudenzialmente limitato gli acquisti (non si sa mai, meglio non rischiare, …) e chi aveva già piazzato gli ordini ha emesso annullamenti parziali o totali; b) i negozi che non avevano ancora ricevuto il saldo

delle collezioni primavera-estate 2020, hanno chiesto ai brand sconti oppure annullamenti degli ordini. Superato il momento di tensione, a giugno i brand hanno presentato le collezioni primavera-estate 2021, in un contesto di totale incertezza. I negozi di abbigliamento che in genere ragionano per cassa, sono in una condizione drammatica dal punto di vista della liquidità, dato che per mesi non hanno venduto. Pertanto, le campagne vendita sono partite male e hanno chiuso peggio dato che a metà settembre – momento in cui concretamente si piazzano gli ordini – è arrivata la seconda ondata di infezione da Covid-19, gelando l’umore del settore. Che si fa? Molti brand avevano iniziato a interrogarsi sul loro futuro molto prima della pandemia, convinti che il modello sopra descritto fosse comunque da superare. La moda, inghiottita da un insieme di ingranaggi, non era più sostenibile. Per passare dalle parole ai fatti, il settore aveva bisogno di pensare in modo differente e la pandemia ha stimolato questo processo. Processo che, probabilmente, consentirà l’adozione di un nuovo modo di presentare le collezioni, seguendo un modello su misura per il singolo brand. I brand hanno abbandonato il pensiero unico a ingranaggi, per entrare in una logica che consenta di ripensare (tra l’altro) il rapporto con i negozi indipendenti multimarca, con l’obiettivo di ridurre il rischio e velocizzare i tempi. Questo non significa sacrificare il canale, ma cementare la relazione con i multimarca, che sono in grado di garantire vendite nel medio termine a supporto delle vendite online, che esploderanno, e dei negozi propri che cambieranno in una logica omnicanale. Da tutto questo dovrebbe emergere un vantaggio per il consumatore. Il settore, probabilmente, sarà in grado di

ridurre le diseconomie tipiche delle catene del valore troppo lunghe generando vantaggi per tutti. I possessori di conoscenza produttiva tentano di superare la pressione del brand per avere costi di acquisto competitivi. I brand vorrebbero non standardizzare troppo, spinti dai grandi produttori e nel contempo, vorrebbero liberarsi dalla pressione delle reti commerciali, che hanno esigenza di margini importanti per garantirsi competitività. Il negozio supererebbe volentieri la condizione di pressione commerciale da parte dei grandi gruppi per tornare a competere sul piano dello stile e della qualità. Il miraggio della moda è quello di un business che vive sull’attualità in termini di colori, materiali, forme e racconti di stagione, che consentono l’invecchiamento nel breve termine del prodotto. La logica vincente di un settore basato sulla creatività e sull’artigianalità si basa ancora sull’esclusività del bene offerto al mercato e, di conseguenza, gli anelli critici sui quali lavorare sono l’organizzazione della produzione e le reti commerciali. Cosa accadrà nel 2021? Il Covid-19 probabilmente sarà superato. I negozi avranno i magazzini pieni di prodotti della primavera-estate 2020 e dell’autunno-inverno 2020. Nel contempo, i brand avranno continuato a produrre nuova creatività. Per il consumatore si potrebbe quindi immaginare un anno molto interessante, in cui poter comprare prodotti del 2020 comunque «nuovi» (dato che non si sono praticamente visti indossati) a prezzi vantaggiosi e nel contempo, concedersi acquisti di prodotti 2021 a prezzo pieno. Il mix tra «vecchio-ma-nuovo-2020» e «nuovo 2021» è nelle strategie di offerta dei negozi, almeno per il prossimo anno.

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Politica e Economia

vaccino e libertà di scelta: quali effetti Covid-19 In assenza di obblighi vaccinali non dovrebbe essere la società a sopportare i costi delle scelte individuali

Edoardo Beretta Gli annunci delle scorse settimane da parte di tre aziende farmaceutiche – in particolare, le americane Pfizer (insieme alla tedesca BioNTech) e Moderna oltre che all’europea AstraZeneca –, che si è conclusa la fase 3 della sperimentazione clinica del vaccino anti-SARS-CoV-2 di loro rispettiva produzione, si è rinfocolato il dibattito sull’obbligatorietà della sua somministrazione. Il tema si caratterizza per aspetti medico-sanitari (fra cui l’adeguatezza del preparato vaccinale per efficacia e sicurezza) e giuridici (fra cui come indurre all’adesione en masse) così come per ulteriori considerazioni economiche. Superfluo dire

che sia improbabile che grandi gruppi farmaceutici mondiali (ad esempio, Pfizer nel 2019 fatturava 51,8 mld. $ con circa 88’300 dipendenti1) abbiano predisposto – seppur in tempi record – un antidoto al morbo da mettere in discussione: il danno d’immagine (oltre che per risarcimenti ed andamento del titolo azionario) sarebbe inestimabile. Che i dati debbano essere ora verificati da autorità e comunità scientifica è evidente, ma queste ultime dovrebbero tenere nel giusto e rispettoso conto gli sforzi di quei ricercatori che si sono da subito attivati per sviluppare il vaccino. È fatto noto, però, che da parte della popolazione mondiale – probabilmente, suggestionata dal web come

da affermazioni degli stessi esperti spesso contrastanti – si dimostri scettica e/o contraria nei confronti di un obbligo vaccinale. Ad esempio, il 59% dei francesi 2 non sarebbe intenzionato a farsi vaccinare oltre che preferire un preparato made in France (che, però, non esiste ancora). Quindi: se da un lato la libertà di autodeterminazione non è in discussione, dall’altro è comprovato che con il 60-70% della popolazione mondiale 3 «immunizzato» si raggiungerebbe l’«immunità di gregge». In un anno, in cui i Governi mondiali hanno in parte sospeso lo Stato di diritto in nome della salute pubblica, sfugge anche da un punto di vista economico perché non si applichi lo

Paesi dalle più alte percentuali di intervistati fortemente/in qualche modo in disaccordo con le seguenti affermazioni (2018)4 «i vaccini sono sicuri» Francia Gabon togo russia Svizzera Armenia Austria Belgio islanda Burkina Faso Haiti

«i vaccini sono efficaci» 33% 26% 25% 24% 22% 21% 21% 21% 21% 20% 20%

Liberia Francia nigeria namibia Perù uganda Armenia Gabon russia togo Austria indonesia Paesi Bassi Sud Africa

28% 19% 16% 15% 15% 13% 12% 12% 12% 12% 11% 11% 11% 11%

«È importante che i bambini siano vaccinati» Armenia 12% Austria 12% Francia 10% russia 9% Svizzera 9% Azerbaijan 8% Bielorussia 8% italia 8% Bulgaria 7% Moldavia 7% Montenegro 7%

stesso principio prevedendo l’obbligatorietà della vaccinazione. Perché mai concedersi all’idea, per cui la fine della pandemia con ritorno a «vera normalità» – non solo per stili di vita, ma anche per più facile accesso a cure non-COVID-19 – dipenda dal goodwill ovverossia dalla «disponibilità benevola» del singolo a farsi vaccinare? O perché l’economia produttiva dovrebbe accettare di essere ciclicamente «messa in quarantena» laddove la forza lavoro non vaccinata si contagi, sebbene gli Stati abbiano investito miliardi nell’«antidoto»? Sarebbe come solo raccomandare agli automobilisti la prudenza e sperare che vi si adeguino senza sanzioni. I decisori pubblici tendono, invece, già ora a gestire il tema anche macroeconomico (cioè di benessere economico collettivo) dal solo punto di vista emotivo-comportamentale, facendo leva su «spinte gentili» (nudges) meno funzionali in una situazione pandemica. Tale approccio non convince in quanto delega al settore economico (perlopiù, privato) di gestire quanto compete ai soli policymaker. Ad esempio, l’australiana Qantas Airways è intenzionata a non trasportare passeggeri privi di vaccinazione anti-COVID-19 ed il Governo britannico (che a giorni vaccinerà la popolazione) sta riflettendo su un «patentino di libertà» (freedom pass)5 , che permetta maggiori libertà a chi esibisca con regolarità un test negativo al SARS-CoV-2. Anche perché, ipotizzando che parte degli individui

non vaccinati decida (anche temporaneamente) di rinunciare ad attività non consentite senza vaccinazione, la ricaduta (negativa) ricadrebbe ancora sull’economia generale. Essere «liberi di scegliere» deve comportare effetti su chi ha operato la sua scelta «in scienza e coscienza». L’individuo, che abbia «in libertà» scelto – free to choose (1980) per dirla come Milton Friedman in un contesto diverso – di non aderire, deve essere consapevole che la sua «scelta» potrebbe creare danni economico-sociali, per cui i policymaker potrebbero mettere a punto meccanismi automatici di richiesta di risarcimento (fra cui, di copertura delle spese derivanti), secondo il principio: «oneri ed onori» della libertà di scelta individuale. note

1. http://www.pfizer.com/sites/ default/files/investors/financial_reports/annual_reports/2019/assets/ pfizer-2019-annual-review.pdf. 2. http://www.lejdd.fr/Politique/ sondage-covid-19-59-des-francaisnont-pas-lintention-de-se-faire-vacciner-4008724. 3. https://www.nature.com/articles/ d41586-020-02948-4. 4. Elaborazione propria di https:// wellcome.org/sites/default/files/wellcome-global-monitor-2018.pdf. 5. https://www.dailymail.co.uk/news/ article-8974617/Britons-test-negativeCovid-twice-week-set-receive-freedom-pass.html. Annuncio pubblicitario

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Aiutare dove c’è urgente bisogno L’emergenza coronavirus comporta gravi conseguenze sul piano sociale. Numerose famiglie e persone sole che prima della crisi riuscivano a malapena ad arrivare a fine mese, si sono ritrovate a vivere sotto la soglia di povertà. C’è chi ha perso il lavoro a ore, chi ha subito perdite salariali a causa del lavoro ridotto o chi non ha più lavorato su chiamata. Dalla scorsa primavera, le 16 organizzazioni Caritas regionali, con il sostegno della Catena della Solidarietà, hanno fornito pagamenti diretti a oltre 14 000 persone che non riuscivano più a pagare l’affitto o i premi della cassa malati. Caritas aiuta dove c’è urgente bisogno, assistendo le persone in preda alla disperazione che non hanno ancora ricevuto i contributi statali o che non ne hanno diritto. Le richieste ai servizi di consulenza sociale e sui debiti di Caritas sono innumerevoli. Il mercato Caritas offre alle persone bisognose generi alimentari a costi particolarmente contenuti e ha ridotto di nuovo sensibilmente i prezzi. Caritas ha lanciato 40 nuovi progetti in tutta la Svizzera a sostegno delle persone in difficoltà.

Ora Jacqueline K. deve mantenere la sua famiglia con un reddito ancora più limitato.

Una vita sconvolta dal coronavirus Jacqueline K. aveva avviato da poco un’attività indipendente nell’ambito dell’accompagnamento delle neomamme nella fase post-parto. Poi è sopraggiunta la crisi del coronavirus: «La mia vita lavorativa si è praticamente interrotta da un giorno all’altro», racconta. Gli aiuti sono arrivati dagli amici, da Caritas, ma non dallo Stato. Molte mamme hanno bisogno di assistenza durante il periodo molto impegnativo successivo al parto. Dopo aver seguito una formazione come doula, Jacqueline K. si è specializzata nell’accompagnamento delle puerpere. Con questo lavoro e gli alimenti riusciva a garantirsi un reddito modesto per mantenere sé stessa e le due figlie adolescenti. Aveva iniziato

l’anno con grandi speranze, ma poi il lockdown ha scombussolato la sua vita. Le famiglie che accompagnava hanno rinunciato ai suoi servizi e non ha quasi più ricevuto richieste. Le entrate sono quindi calate drasticamente. La Confederazione aveva annunciato un pacchetto di misure di svariati milioni. «Molte persone credevano che gli aiuti andassero

a tutti coloro che ne avessero bisogno. Ma non è stato così», afferma Jacqueline K. con aria disillusa. Le dissero che non avrebbe ricevuto alcun sostegno perché il reddito dalla sua attività indipendente era troppo esiguo. «Non capisco questa decisione. Sono delusa e nutro dei dubbi sulle misure messe in campo dalla Confederazione.» Ricorrere all’aiuto sociale era fuori discussione per lei. «Sono abituata ad arrangiarmi e a trovare una soluzione anche con mezzi limitati», racconta. Ma questa volta era diverso. «Non sapevo quando avrei ricominciato a lavorare.» È rimasta profondamente colpita dalla solidarietà della sua primogenita, che attualmente sta svolgendo uno stage in un asilo nido e si è offerta di pagare per il momento la fattura della cassa malati attingendo al suo piccolo stipendio. Jacqueline K. ha ricevuto aiuti transitori da Caritas. Anche gli amici l’hanno sostenuta. Ma la crisi non è ancora superata. Con l’arrivo della seconda ondata, l’incertezza riprende il sopravvento.

Jacqueline K. ha perso gran parte del suo reddito da un giorno all’altro.

Jacqueline K. è delusa che la Confederazione non sostenga tutte le persone colpite dalla crisi.

Progetti legati al coronavirus per 78 000 persone In aggiunta alle consulenze e agli aiuti diretti, le 16 organizzazioni Caritas regionali e Caritas Svizzera hanno realizzato 59 progetti per far fronte alle esigenze specifiche delle persone messe in difficoltà dall’emergenza coronavirus. Di queste offerte beneficiano all’incirca 78 000 persone. I costi, pari a 3,7 milioni di franchi, vengono finanziati grazie al sostegno della Catena della Solidarietà. Nel Canton Argovia, ad esempio, i volontari forniscono supporto nell’ambito della comunicazione online con gli enti pubblici, della compilazione di moduli digitali o dell’e-banking. In varie regioni vengono proposti servizi di ristorazione o di consegna di cibo e medicamenti a domicilio. Nel Canton Giura, un’officina per la riparazione di biciclette ha contribuito a creare nuovi posti di lavoro e offre la possibilità di acquistare biciclette a prezzi economici, che in questi tempi sono diventate un mezzo di trasporto molto gettonato. La CartaCultura di Caritas permette alle persone con un budget ridotto di usufruire di proposte di formazione continua a tariffe agevolate. Questi sono solo alcuni esempi di iniziative attuate per affrontare le esigenze legate al coronavirus, con particolare attenzione a quelle locali, e per sostenere in modo mirato le persone attraverso nuove offerte o adattando quelle esistenti. Conto donazioni: 60-7000-4 Donazioni online: caritas.ch/covid19


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Politica e Economia Rubriche

il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi una decrescita dietro l’angolo Viviamo in tempi grami, contrassegnati da una grande incertezza su quello che potrebbe succedere tra qualche settimana, Questo non ha impedito però all’Ufficio federale per lo sviluppo territoriale di rendere noto, alla fine di novembre, l’aggiornamento delle previsioni prodotte da Swissgem, un modello sofisticato con il quale si è stimata l’evoluzione economica, addirittura fino al 2060, a livello sia nazionale che cantonale. Per quel che riguarda la Svizzera i risultati dell’aggiornamento non hanno niente di rivoluzionario. Nei prossimi 40 anni l’economia svizzera continuerà a terziarizzarsi. Il numero degli impieghi equivalenti a tempo pieno nel settore dei servizi potrebbe essere nel 2060 del 16% superiore all’effettivo del 2017, oltrepassando i 3,4 milioni di addetti. Questa crescita,

altro dato non sorprendente, sarebbe alimentata soprattutto dall’allargamento degli effettivi di occupati dei rami della sanità e della formazione. La crescita di queste attività sarà stimolata dalla domanda proveniente da una popolazione residente, in aumento e in via di invecchiamento, nonché dal fatto che, per la loro stessa natura, queste attività non possono essere razionalizzate più di quel tanto. Fin qui, come si è detto, i risultati di Swissgem non rappresentano certo una novità. Partendo dall’evoluzione degli ultimi vent’anni, saremmo arrivati anche noi, tirando una riga per proiettare questa evoluzione fino al 2060, alle stesse conclusioni. Che faranno parlare sono però i risultati della regionalizzazione delle previsioni, soprattutto in Ticino. A questo punto intervengono infatti

le previsioni demografiche di lungo termine, regionalizzate, dell’Ufficio federale di statistica. È sulla base di queste previsioni che Swissgem fabbrica le sue previsioni per le economie dei Cantoni. Tenendo conto dell’evoluzione più recente l’UST, nei suoi scenari demografici a lungo termine, prevede che, nei prossimi decenni, la popolazione dei Cantoni Ticino e Grigioni diminuirà. Di conseguenza, poiché la popolazione influenza la domanda di servizi nei rami della sanità e della formazione, poiché l’evoluzione dell’impiego in questi due rami determinerà la crescita dell’occupazione nel terziario e poiché la crescita dell’occupazione nel terziario sarà alla base della crescita dell’occupazione totale, ecco che per il Ticino e per il Grigioni le previsioni di Swissgem non sono

per niente positive. Durante i prossimi quattro decenni questi due Cantoni (come pure altre regioni di montagna situate in altri Cantoni) perderanno posti di lavoro. In termini di impieghi equivalenti a tempo pieno, per il Ticino si prevede la perdita di circa 40’000 posti di lavoro, ossia di circa il 20% dell’impiego totale. Si tratta di una stima che abbiamo potuto effettuare tenendo conto del tasso di diminuzione annuale prevedibile, calcolato da Swissgem, e dell’effettivo probabile di posti di lavoro a tempo pieno del 2017. Una perdita di una tale portata su un periodo di 43 anni significherebbe che, ogni anno, l’impiego, nell’economia del nostro Cantone, diminuirebbe di 900 posti di lavoro. Aumenterebbe quindi la disoccupazione di lungo periodo e, con essa, aumenterebbero le spese per il

sociale degli enti pubblici, del Cantone come dei Comuni. È possibile d’altra parte che riduzione dell’occupazione e invecchiamento della popolazione facciano diminuire, in futuro, le entrate degli stessi provenienti dalla tassazione del reddito. Di conseguenza la forbice tra le entrate e le uscite nel settore pubblico si aprirebbe sempre di più: Comuni e Cantone conoscerebbe un frustrante lungo periodo di disavanzi e, probabilmente, un aumento dell’onere fiscale. Tutte queste deduzioni devono naturalmente essere formulate al condizionale. Esse lasciano tuttavia veramente poco spazio a una visione ottimista dell’evoluzione futura. Tanto più che neanche il fatto di essere tra i primi Cantoni che conosceranno la decrescita economica porterà al Ticino molto prestigio.

dalle divisioni interne al governo polacco di Mateusz Morawiecki. Viktor Orbán, premier ungherese, è uno che invece non scricchiola mai, o almeno non lo farebbe mai vedere. Pur avendo una dipendenza dai fondi europei ancora maggiore in termini relativi rispetto alla Polonia, pur avendo costruito il suo immenso potere proprio su questi contributi – andate a vedere com’è diventata la città natale di Orbán, Felcsut, feudo familiare, oppure sentite come risponde minaccioso il padre del premier quando gli chiedono se la sua azienda di costruzioni ha qualche know how speciale visto che vince spesso appalti pubblici generosi – Orbán non ha un’opposizione interna forte ed è un grandissimo calcolatore. Anche in questa vicenda, finita poi come spesso accade con un passo indietro perché la dipendenza dall’Ue è più rilevante delle battaglie antieuropeiste, Orbán va dicendo che ha vinto un’altra volta, anche se a guardare il testo dell’accordo la condizionalità sullo stato di diritto c’è ancora. La vittoria di cui parla il premier ungherese è un’altra e riguarda soltanto lui: non gli ungheresi, non i paesi vicini, non

certo il rispetto dei diritti, a conferma del fatto che la dicitura «interesse nazionale first» spesso coincide con l’interesse personale del leader in questione. La cosiddetta vittoria di Orbán con l’Europa è che comunque le procedure disciplinari attivate contro l’Ungheria già da tempo devono essere valutate dalla Corte di giustizia europea, che ci metterà almeno un paio di anni, giusto il tempo perché ci siano le elezioni ungheresi che Orbán vuole rivincere, facendosi ovviamente aiutare dai fondi europei: senza, non è facile governare con successo l’Ungheria. Iltornacontopersonalec’èsemprein quellochefaOrbán.Edèperquestoche haanchescrittounaletteraalPpe,ilpartitopopolareeuropeochehacongelatola posizionedelsuopartito,Fidesz,dicendo: vogliamoandarcenemamantenendo unaspeciedisostegnoesternochetradottosignificamaggioreindipendenzama comunquelapossibilitàdiavereaccesso allerisorseprevisteperipopolari.Per Orbánèsempreesoltantounafaccenda disoldi.Esecosìfosse,sefossesoltanto unrapportotraclienteeBancomat,la questionesarebbeanchegestibile:l’opportunismofapartedituttelealleanze.

Ma in questo caso, lo scontro è molto più profondo, perché l’antieuropeismo di Orbán e anche di Kaczynsky è diventato anche discriminazione e intolleranza. Non soltanto è in pericolo la separazione dei poteri su cui si fonda il concetto stesso di stato di diritto, non soltanto in Ungheria e in Polonia la stragrande maggioranza dei media è nelle mani di amici del governo e quelli che sono esclusi vengono strozzati giorno dopo giorno, non soltanto c’è una grande retorica anti-immigrazione falsa – il problema dell’Ungheria è l’emigrazione; il problema della Polonia è l’immigrazione ucraina – ma da tempo c’è una campagna di intolleranza nei confronti delle minoranze, a cominciare dai gay e dalle persone trans. Se si ascolta Radio Maria in Polonia, si capisce subito che questa è diventata la priorità culturale. Se si leggono i resoconti dall’Ungheria si capisce la stessa cosa. E così ancora una volta ci si ritrova a dover fare i conti con paesi che disprezzano l’European way of life nella sua interezza – libertà d’espressione, sessuale, religiosa – e se lo si fa notare dicono: ingerenza! E molti, questo è il punto, ci credono.

cura devono rinviare tutta una serie di interventi (anche per le cure oncologiche). Ciò significa che, se la matematica non è cambiata per colpa del virus, le casse malati da mesi registrano minori uscite per costi «non Covid». Allora, perché non vengono quantificati e inclusi nei parametri che determinano i prelievi obbligatori (e smettiamola di chiamarli «premi»!) per il prossimo anno? Qualche cantone già si è attivato per far capire ai «cassamalatari» che le vacche grasse sono finite e che non potranno più nascondere decine di miliardi di riserve. Speriamo che queste reazioni favoriscano, se non un «redde rationem», perlomeno un maggior rispetto etico, magari tenendo conto che mentre tutte le istituzioni – dai governi agli ospedali, dalle imprese e alle organizzazioni non profit – si sono prodigate in sovvenzioni e aiuti, in tanti mesi di pandemia le casse malati hanno confermato solo di avere il braccino corto. Ovviamente sempre e solo «a vantaggio dei cari affiliati»!

La giornata, per fortuna, termina con un terzo dono di San Nicolao, tutto digitale o quasi. Vedo su Instagram una fotografia con la dicitura «Belvedere della Muggiasca». Sobbalzo. Ma come: dalla Muggiasca non si vedono laghi! Così apprendo (imparo) che a Bellano c’é un belvedere sul lago di Como con lo stesso toponimo che per me sinora indicava l’alpe del Generoso. Indagando scopro che quella è la regione del monte Muggio e che c’è anche un’alpe Giumello. Questo basta a farmi immaginare che i primi abitanti delle valli del Ticino centrale e meridionale siano partiti da qui, per poi risalire il versante opposto del lago di Como e scendere dal Generoso o dal Gesero. Trovo un primo indizio in una leggenda popolare secondo la quale «un gigante di nome Muggio, sentendosi vecchio e ormai prossimo alla fine si fece un gran manto verde, se lo gettò sulle spalle ormai curve e...». Mi sa che era il prototipo dei frontalieri...

Affari Esteri di Paola Peduzzi Europa senza (più) veti Ungheria e Polonia hanno deciso di testare la loro appartenenza all’Unione europea in ogni occasione possibile. Anche se alla fine venerdì scorso hanno fatto cadere i rispettivi veti e votato con gli altri Paesi Ue a proposito del Recovery Fund, lo storico piano di rilancio economico europeo finanziato per la prima volta con l’emissione del debito comune. A dire il vero i due paesi dell’Est non si muovono del tutto all’unisono: la Polonia è più cauta, più divisa al suo interno, più consapevole del fatto che i fondi europei sono fondamentali per la tenuta economica del Paese. In Polonia poi il governo del PiS – il partito Diritto e Giustizia che è il feudo di Jaro-

slaw Kaczynsky, ora vicepremier uscito dall’ombra in cui ha sempre preferito stare – non ha la maggioranza assoluta al Parlamento e l’opposizione è molto vivace e molto, come si dice, movimentista: ci sono molte proteste nelle città, spesso compaiono le bandiere europee. Quando si allea con l’Ungheria, la Polonia sa benissimo di essere l’anello debole, e anche in quest’ultimo negoziato – Varsavia e Budapest avevano posto il veto all’approvazione del bilancio pluriennale dell’Unione europea da cui dipendono i fondi anti-pandemia del Recovery Fund, quando non sussista il rispetto dello Stato di diritto nei paesi membri – i primi scricchiolii erano arrivati proprio

Il premier ungherese Viktor Orbán. (AFP)

Zig-Zag di Ovidio Biffi un San nicolao decisamente diverso San Nicolao mi ha portato tre doni. Dapprima musica, che irrompe in casa mentre sul video cercavo una gara di sci annullata. Pensando che lo scorso anno si sciava quando non c’era neve, mi sono spostato su La1 giusto in tempo per l’avvio di Paganini, trasmissione settimanale dedicata alla musica. Vedo che la presentatrice ospita Giuseppe Clericetti, musicologo e voce di Rete Due, personaggio giusto per orientare sulla professione di critico musicale. Poi il regalo di San Nicolao: l’Orchestra di Berlino diretta da von Karajan che esegue il Concerto per pianoforte e orchestra nr. 1 di Ciajkowski. Il solista è Alexis Weissenberg, autore di un’esecuzione strabiliante, disturbata solo da alcune forzature (ma erano gli albori delle registrazioni tv) volute dal regista alla ricerca di immagini coordinate con la musica. Finito il concerto cerco dati su Weissenberg: di origini bulgare ma naturalizzato francese, aveva vissuto l’ultimo ventennio della sua vita

a Lugano dove è morto all’età di 82 anni, nel 2012. Oggi avrebbe quindi 90 anni e probabilmente sarebbe ancora «uno dei più grandi pianisti del nostro tempo», come l’aveva definito Herbert von Karajan quando lo chiamò a Berlino. Il giorno di San Nicolao un altro straordinario pianista avrebbe invece compiuto cento anni. Trovo la notizia di questo anniversario sul «Corriere della Sera» e mi affretto a cercare riferimenti su Internet: basta scrivere Dave Brubeck e il web suggerisce il link del suo celeberrimo Take five, una delle vette del jazz. Leggendo altre notizie di questo formidabile compositore e pianista americano, mi accorgo che anche lui è scomparso nel dicembre del 2012, alla vigilia del suo novantesimo anno, essendo nato il 5 dicembre del 1920. Strane coincidenze. Chissà se da qualche parte i due hanno festeggiato assieme, seduti davanti alla tastiera. L’armonia della giornata è interrotta dalla notizia che i media lanciano nel pomeriggio: secondo Santésuisse «I

premi non aumenteranno a causa del Coronavirus». Ora – tenendo a bada lo scetticismo – vediamo di capire se sarà proprio un regalo. Titolo subdolo che più non si può. Favorendo come al solito i domenicali (un giorno, indagando sulle tecniche di marketing applicate al lobbismo, qualcuno spiegherà perché i «cassamalatari» privilegiano questo sentiero mediatico) si comunica che ci saranno oltre 550 milioni di franchi di costi non preventivati dalle casse malati per visite, esami, trattamenti, farmaci, vaccini e cure ospedaliere dovute alla pandemia. Primo rilievo: visto che i «cassamalatari» usano l’incidenza dei costi del Covid per dire che i premi del 2021 non aumenteranno, possiamo stare tranquilli che non comunicheranno altre teorie o altri costi per giustificare l’abituale «contrordine compagni»? Secondo rilievo: da mesi ospedali e medici curanti dicono di essere in difficoltà, dato che molti pazienti disdicono visite o rinunciano a cure non urgenti e che le case di


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

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Cultura e Spettacoli intramontabile Guccini Uscita la seconda parte delle Note da viaggio del grande cantautore emiliano

Pandemia segno della provvidenza Sin dall’antichità alla sofferenza vengono imputate virtù redentrici e dunque quasi provvidenziali pagina 45

identità viaria Nel libro di Deirdre Mask il nome delle strade in un’ottica storica, politica e di potere pagina 49

pagina 43 Rembrandt, David presenta la testa di Golia a Re Saul, 1627. (Kunstmuseum Basilea, lascito Max Geldner)

L’oriente di rembrandt Mostre Intrigante esposizione al Kustmuseum di Basilea

Gianluigi Bellei Rembrandt Harmenszoon van Rijn (Leida, 1606 – Amsterdam, 1669) è sicuramente uno dei geni assoluti della storia dell’arte. Un anticipatore, un modernizzatore, un artista a tutto tondo, osannato e poi disprezzato, dalla vita tribolata. Voleva diventare pittore di storia, il massimo che si può aspirare, e ci riuscì anche con i suoi splendidi ritratti. Di se stesso ne fece circa un’ottantina. Una mostra da sogno sarebbe riunirli tutti assieme per scoprire l’evolversi delle pieghe di una vita: da quelli giovanili in abiti borghesi con copricapo a quelli della maturità, opulenti e vigorosi, sino agli ultimi tristi e solitari. Il più mordace è sicuramente L’autoritratto ridente di Colonia, probabilmente del 1665, dove il giallo pastoso che fuoriesce dall’oscurità produce l’effetto di una miscela esplosiva, tragica e irriverente assieme. Il lampo sprizzato dalla nube cupa dell’uomo, parafrasando Friedrich Nietzsche. Rembrandt inizia a lavorare nella provinciale Leida per poi recarsi nella capitale Amsterdam nel 1632. Da qui non si sposterà mai; neanche per fare

quel tour in Italia tanto caro alla formazione culturale dell’epoca. Qui riceve la prime commissioni pubbliche come La lezione di anatomia del dottor Tulp che dà inizio alla sua fama. Nella sua bottega lavorano una cinquantina di allievi e collaboratori. Sposa Saskia van Uylenburgh, figlia di un borgomastro, la quale, con le sue conoscenze, lo introduce nell’ambiente della nobiltà olandese. Nel 1639 acquista una sontuosa casa di rappresentanza e si firma, come Raffaello, Michelangelo e Tiziano, con il solo nome di battesimo. Saskia gli dà quattro figli, tre dei quali muoiono piccolissimi. Il quarto, Tito, nel 1668. Saskia muore nel 1642, anno culmine della sua carriera coincidente con l’esecuzione del grande dipinto della Guardia Civica al comando del capitano Banning Cocq, famoso come la Ronda di notte. Negli anni seguenti ha una relazione con Geertje Dirckx, la balia asciutta di Tito. Nel 1649 si lasciano in malo modo. Nel 1654 ingravida la giovanissima Hendrickje Stoffels. Intanto la sua situazione finanziaria comincia a crollare. Per racimolare contanti nel 1655 organizza la vendita dei suoi beni. Ma non basta. Nel 1658 viene

venduta all’asta la sua casa e l’anno seguente dichiara bancarotta. È l’inizio della fine. Nel 1663, durante la pestilenza che investe la città, muore Hendrickje. Per l’artista un declino lento e inesorabile che termina con la morte nel 1669, proprietario solo del suo vestito. Come dicevamo, Rembrandt non si è quasi mai spostato da Amsterdam e, nonostante questo, è un personaggio particolarmente curioso. Nell’inventario dei beni della sua casa redatto nel 1656 troviamo centinaia e centinaia di oggetti e dipinti di altri artisti che colleziona durante il periodo di maggiore prosperità. Fra questi molti manufatti orientali come due tazze e una coppa delle Indie, una ciotola cinese, un corno di polvere, una scatola da lavoro, ambedue delle Indie, un elmetto giapponese, uno in pelle di bufalo, un calco dal vero di testa di moro, 47 esemplari di esseri terrestri e marini, 23 di animali marini e terrestri, conchiglie, corni da polvere turchi, alabarde, spade e ventagli indiani, pelli di leone… Tutto ciò probabilmente acquistato dalle navi della Compagnia olandese delle Indie orientali che salpavano appunto da Amster-

dam verso l’Africa, l’Asia e l’America. Fra le esposizioni dei suoi lavori sono da segnalare quelle del 1991-92 e quella sugli ultimi anni di vita del 201415, ambedue al Rijksmuseum di Amsterdam e in varie altre sedi. Fino al 14 febbraio del prossimo anno il Kunstmuseum di Basilea indaga sui lavori orientali. L’Oriente ha sempre affascinato gli europei già dai tempi di Plinio, che nella sua Storia naturale scrive di creature straordinarie, come pure in seguito Alessandro Magno. Curiosa la Lettera di Prete Gianni del 1165 inviata a Manuele Comneno, imperatore d’Oriente che parla di una terra cristiana oltre quelle musulmane e che apparirà decisiva per l’espansione cristiana in Oriente. Nella lettera si racconta di esseri mostruosi, materiali preziosi e splendidi palazzi. Insomma l’Oriente affascina per le sue ricchezze inaudite in un mondo europeo per lo più povero. John Mandeville, nei suoi Viaggi del XIV secolo, scrive che nel paese di Prete Gianni vi sono «una gran quantità di pietre preziose, ma così grosse e larghe che la gente ne ricava stoviglie come piatti, scodelle e coppe».

Durante l’antichità la dicotomia fra paesi del mondo era quella fra Levante e Occidente. Ai tempi di Rembrandt l’Oriente era rappresentato da tutto l’Est. Da questi paesi arrivavano turbanti, tappeti, sciabole, sete… La mostra basilese presenta 120 opere che illustrano questi mondi visti dagli artisti coevi di Rembrandt, il quale è presente con una trentina di opere, per circa la metà acqueforti. Splendidi l’Uomo con turbante e l’Uomo in costume orientale, entrambi del 1635. Fra i temi religiosi, febbricitante fra oro e oscurità, Daniele e Ciro davanti all’idolo di Bell del 1633. Di tutt’altra intensità, ma sempre affascinanti i lavori degli altri artisti fra i quali troviamo Michiel van Musscher, Pieter Lastman, Jan Lievens, Aert de Gelder, Ferdinand Bol, Philips Wouwerman. Dove e quando

Rembrandt’s Orient. A cura di Bodo Brinkmann, Gabiel Dette e Gary Schwartz. Basilea, Kunstmuseum. Fino al 14 febbraio 2021. Catalogo, D/E, Prestel-Verlag edizioni, Fr. 49.–.


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Cultura e Spettacoli

Ancora una volta, Guccini

Musica Uscito il secondo capitolo delle Note di viaggio dedicate a Francesco Guccini,

con brani interpretati da Zucchero, Capossela, Gianna Nannini e Mahmood

Yari Bernasconi Francesco Guccini, con buona pace di chi alzerà per posa il sopracciglio, è uno dei più grandi autori italiani di canzoni del nostro tempo, oltre a essere un notevole scrittore (si pensi solo alla trilogia autobiografica comprendente Cròniche epafàniche, Vacca d’un cane e Cittanòva Blues, Feltrinelli i primi due, Mondadori il terzo). I suoi meriti sono davvero numerosi, ma la recente uscita dell’album di cover gucciniane Note di viaggio – Capitolo 2: non vi succederà niente, prodotto e «orchestrato» da Mauro Pagani dopo l’esperienza nel 2019 del Capitolo 1: venite avanti…, sottolinea quanto il cantautore toscoemiliano sia riuscito come pochi altri a narrare storie attraverso la canzone, con il continuo racconto di sé (o di altri) e una particolare attenzione a quelle «stanze di vita quotidiana» che sono pure il titolo di un suo album. Certo impressiona la fortuna incontrata dalla musica dell’oggi ottantenne Guccini, a 53 anni dal suo primo album Folk beat n. 1 e a 8 anni dal suo album di addio – il sedicesimo in studio – L’ultima Thule, con un pubblico tanto folto quando variegato per provenienza ed età. Il cantautore però ha anche e soprattutto trovato le parole giuste per rendere le sue storie accoglienti e condivisibili, fino a diventare storie di tutti: da ascoltare, raccontare (cantare) e trasmettere. Lo afferma lui stesso: «ogni canzone è una storia a sé, che racconta di vicende, di situazioni, di emozioni e di personaggi. A volte è bello ascoltare canzoni, e sentirle cantare ancora, come i racconti e le favole della nonna». I dodici interpreti delle cover di questo secondo capitolo di Note di viaggio – dove il viaggio è proprio quello delle canzoni – entrano così nelle canzoni con delicatezza, ognuno portan-

do la propria sensibilità e personalità, ma senza la foga di volersi a tutti i costi «impossessare» del brano. Si comincia con Zucchero e con Dio è morto, non priva qui di qualche accenno gospel, a cui segue una delle migliori interpreti italiane viventi, Fiorella Mannoia, che canta Signora Bovary, dall’omonimo e meraviglioso album del 1987, una canzone da cui nessuno può dirsi escluso: «Ma cosa c’è proprio in fondo in fondo / quando bene o male faremo due conti / e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio / e diremo “un momento, aspetti” / per non essere mai pronti». Persino commovente il terzo brano, Autunno, «diario preciso del tempo che è andato», interpretato dall’amico e quasi coetaneo Roberto Vecchioni, sapientemente accostato alla giovane Emma Marrone, classe 1984, in un confronto fra generazioni che dà ancora più spessore a un testo già allegorico: «L’autunno ti fa sonnolento / la luce del giorno è un momento / che irrompe e veloce è svanita: / metafora lucida di quello che è la nostra vita». Un momento che introduce l’intimità senza tempo di Vedi cara, nella versione di Vinicio Capossela, che proprio Guccini lanciò nel 1989 portandolo al Club Tenco. Un monologo quasi ipnotico da cui sembrano emergere tutti i marinai di Capossela, con un suono che contiene sofferenza e distacco, fino al brivido della penultima strofa: «Cerca dentro / per capir quello che sento / per sentir che ciò che cerco / non è il nuovo, libertà». Parole, lo dicevamo, non solo per tutti, ma di tutti, similmente al pezzo successivo, Quello che non…, graffiato dalla voce di Gianna Nannini che non a caso afferma: «io non riesco a fare l’interprete, di solito scrivo le canzoni, invece questa è come sentirsela scritta proprio addosso». Segue un terzetto di giovani artisti,

David Fincher alle prese con orson Welles netflix Mank,

un capolavoro che... non convince Nicola Mazzi

Per Guccini è sceso in campo il meglio della musica contemporanea italiana.

nati tra il 1983 e il 1992: Jack Savoretti, Levante e Mahmood, che propongono rispettivamente Farewell, Culodritto e Luna fortuna. Se il secondo, dedicato alla figlia Teresa, ritrova in Levante una sorta di nuova destinataria («io mi sono molto immedesimata perché […] vorrei tantissimo leggere le parole di mio padre che mi dice «Guarda, qualsiasi cosa accadrà, sappi che…»»), il terzo nelle mani del talentuoso Mahmood acquisisce delle sonorità più contemporanee, non lontane da certa musica trap. Stupenda, poi, la versione di Canzone di notte n. 2 realizzata da Petra Magoni, la voce del progetto Musica Nuda, in un crescendo avvolgente che affila ancor più le parole notturne, quando ciascuno è «da solo con se stes-

so / a dir dove ho mancato, dove è stato / a dir dove ho sbagliato». Un’anticamera alla chiusura dell’album, che transita prima da Ermal Meta e la canzone Acque, del 1993, e poi ancora da Fabio Ilacqua in coppia con lo stesso Mauro Pagani nell’interpretazione della Canzone delle domande consuete, canzone «di un uomo che si è posto mille domande nella vita ed è ancora lì a farsele, senza aver mai trovato le risposte, senza aver risolto nulla». Sì, perché la chiusura vera e propria è affidata allo stesso cantautore, accompagnato dai suoi storici musicisti nell’inedita Migranti, che ancora una volta – nel dramma di un tema storico e attuale – ci offre un racconto che è anche il nostro: quello che siamo e quello che potremmo essere.

Mank – l’ultimo film di David Fincher prodotto da Netflix e che omaggia lo sceneggiatore di Quarto Potere Herman J. Mankiewicz (Mank) – nasconde un paradosso paradigmatico. Rischia di vincere più Oscar del film di Orson Welles. Certo, è difficile fare una previsione oggi, ma conoscendo l’egocentrismo e l’ammirazione dei membri dell’Academy verso i film che celebrano la propria storia, potrebbe andare proprio così. Intendiamoci. Il film è tutt’altro che brutto, anzi, è davvero bello, complesso e coraggioso, ma… Siamo nel 1940 e seguiamo la vicenda dello sceneggiatore, temporaneamente infermo e isolato nel mezzo del deserto con due assistenti per scrivere la sceneggiatura di quello che diverrà il film più importante della Storia. Per farlo Mank si ispira alle frequentazioni avute negli anni precedenti con il magnate William Randolph Hearst e col capo della MGM Louis Mayer. Oltre a nascondere questo paradosso (Welles che potrebbe venire premiato meno di Fincher), Mank mette in evidenza alcune questioni di fondo che bisognerebbe sviluppare in modo più ampio, ma cui è comunque giusto accennare. La prima impressione – ma spero di sbagliarmi – è che possa interessare molto gli addetti ai lavori e meno il pubblico. Perché parla di un’epoca storica (quella d’oro di Hollywood) precisa, e lo fa citando nomi ed eventi senza spiegarli troppo. La seconda questione riguarda il concetto sintetizzato nella

In the name of glorious John

in memoriam A cinquant’anni dalla morte del grande direttore d’orchestra inglese

Sir John Barbirolli (nato Giovanni Battista) Giovanni Gavazzeni Sir John Barbirolli (1899-1970) sentiva dalla nascita il suono delle Bow Bells, le campane della chiesa barocca di St. Mary-le-Bow nella City di Londra. Dunque si riteneva a pieno titolo un autentico londinese cockney, essendo nato in quel comprensorio acustico. Sir John però all’atto di nascita si chiamava Giambattista, figlio del veneziano Lorenzo, ex-violinista del Teatro alla Scala emigrato a Londra. Con l’inizio dell’attività come direttore d’orchestra fra le due guerre mondiali, Barbirolli anglicizzò il nome di battesimo (John), che gli appassionati britannici corredarono dall’aggettivo «glorious»: per gli amici rimase sempre e solo JB; per tutti gli altri Glorious John divenne la quintessenza dell’inglese educato alla Royal Academy of Music di Londra sotto il regno di Edoardo VII, il figlio della regina Vittoria che regnò sul più grande impero coloniale del mondo. Violoncellista di talento, s’improvvisò in due giorni direttore d’orchestra nel 1928 (il padre lo obbligò ad accettare l’offerta urlandogli tutti gli improperi italiani e veneziani che conosceva) in sostituzione di «Tommy» (il carismatico Sir Thomas Beecham) negli ormai celebri concerti dei Proms. Il successo fu tale che alla fine della serata un signore gli intimò di non firmare nulla

e presentarsi l’indomani all’indirizzo accluso nel biglietto da visita: era il geniale fondatore della casa discografica EMI, Fred Gaisberg, che lo assunse seduta stante per accompagnare Beniamino Gigli, i big del canto italiano e tedesco e il gotha dei solisti (Fritz Kreisler, Arthur Rubinstein, Pablo Casals, Jasha Heifetz) di passaggio dalla sala d’incisione di Abbey Road. La sua notorietà crebbe a tal punto che nel ’36 fu nominato successore alla Filarmonica di New York nientemeno che di Arturo Toscanini. Compito im-

Sir Barbirolli in una foto scattata da Paolo Monti a Ravello nel 1960. (Wikipedia)

pari, reso impossibile dalle impietose mazzate infertegli dai due più potenti e velenosi critici americani del tempo, Olin Downes sul «New York Times» e Virgil Thompson sul «New York Herald Tribune». Churchill in persona autorizzò il suo rimpatrio nel ’42 («Se è così pazzo da venire, fatelo tornare») – il convoglio di Barbirolli perse 42 imbarcazioni su 75 sotto il tiro degli U-boote tedeschi prima di entrare a Liverpool, una situazione che il pubblico di oggi può capire meglio vedendo lo splendido film di guerra, Greyhound- Il nemico invisibile, protagonista Tom Hanks. Barbirolli mise l’ancora in provincia, a Manchester, dove rifondò ex-novo la gloriosa Hallé Orchestra, ormai ridotta a una formazione raccogliticcia e sbandata. A Manchester scelse uno a uno i musicisti e li addestrò con decine di prove per scavare il fraseggio senza vincoli burocratici e trovare quella edwardian phrase, quel suono polposo, quel fraseggio nobile, quell’indugio nei portamenti, che divennero la sua sigla personale. Nel secondo dopoguerra fu molto amato a Londra, a Vienna, a Berlino, dove Karajan gli lasciò le sinfonie di Mahler, in America, dove trasformò la sinfonica di Houston: un’autorità per gli autori inglesi (il solido umanesimo britannico di Vaughan Williams, il crepuscolare impressionismo di Delius) e i maestri della modernità sinfonica

(Mahler e Sibelius), non dimenticando l’intensità dei suoi Puccini e Verdi: splendida la Messa da Requiem con un quartetto vocale coi fiocchi: Montserrat Caballé, Fiorenza Cossotto, Jon Vickers, Ruggero Raimondi, edizione che figura nella raccolta completa delle sue registrazioni EMI ristampata per l’occasione del cinquantenario della morte da Warner Classics. Verdi, per il quale padre e nonno avevano suonato alla prima esecuzione assoluta di Otello alla Scala, opera che Barbirolli incise in tarda età nonostante un cast non proprio idiomatico e a cui era legato visceralmente. Last but not least, Barbirolli fu interprete flessibile, generoso, aristocratico e vivace del maggior musicista inglese dell’era edoardiana, Edward Elgar. Nelle poderose sinfonie, nei poemi sinfonici alla Richard Strauss (In The South e Falstaff ), nello struggente canto del Concerto per violoncello con Jacqueline Du Pré che distilla tutta la sua anima, nell’apocalittico oratorio The Dream of Gerontius, nei quadri marini delle Sea Pictures, nell’ouverture Cockaigne, cioè Londra, il paese della sua Cuccagna musicale, il suo estro direttoriale scintilla con una precisione di passi da fare invidia al suo protetto Daniel Baremboim, allora pianista di great expectations, oggi direttore di fama divenuto apostolo elgariano.

Vintage anche nel poster: Mank.

magia del cinema. La domanda di fondo che mi sono posto è: che senso ha realizzare un film che mostra il dietro le quinte di un altro film? Così facendo non si perde quell’alone mitico di magia che copre un film mitico come Quarto Potere? Certo, lo stesso discorso lo si può fare con gli extra dei DVD, con i vari documentari sui film, ecc. Ma in questo caso acquista maggiore significato perché entra nell’ingranaggio di uno dei film reputati più importanti di tutti. Fincher ha avuto coraggio, è indubbio, perché ha osato toccare il totem. E lo ha fatto con maestria e usando una sceneggiatura che aveva scritto suo padre Jack, pur non riuscendo a realizzarla in vita. In questo senso Mank è un omaggio multiplo: alla memoria del padre di Fincher, a quella dello sceneggiatore Mankiewicz, e anche a Quarto Potere. Fincher lo ha realizzato in bianco e nero, usando scenografie spettacolari che ricordano da vicino quel film, ma anche con effetti tipici della celluloide, come il segnale grafico del cambio di bobina o il sonoro sporco. E anche in questo senso, più stilistico, lo spettatore può chiedersi: è necessario, non risulta kitsch tutto ciò? Non dà l’impressione di una colonna greca costruita nel 2020?


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idee e acquisti per la settimana

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Cultura e Spettacoli

La pandemia, una «provvida sventura»?

La cupezza di Kristof letta da Alpenfelt in scena Una

Massimario classico tra ieri e oggi Ma la calamità è davvero un’occasione per esercitare

le proprie (presunte) virtù? Una domanda che accompagna l’uomo sin dai tempi antichi

società malata come macabro sfondo alla commedia

Elio Marinoni

Giorgio Thoeni

Marcet sine adversario virtus «La virtù illanguidisce senza un avversario». (SENECA, La provvidenza, 2,4)

Molti testi che precedono La trilogia della città di K., il romanzo più famoso di Ágota Kristóf (1935-2011), sono stati scritti in francese e in un certo senso testimoniano il suo incontro il teatro. Un processo iniziato già negli anni Settanta-Ottanta con alcune pièce che hanno anche avuto il pregio di conquistare i lettori svizzeri di area romanda e quelli francesi. Da alcuni mesi, quattro testi scritti nel 2008 dall’esule ungherese, neocastellana d’adozione, sono in libreria in versione italiana grazie alla traduzione di Marco Lodoli e alla pubblicazione dell’editore Casagrande che li ha riuniti in un unico volume dal titolo Il Mostro e altre storie. Sono testi cupi, storie paradossali, talvolta macabre e grottesche, attraversate da comicità, ironia e circondate da quella caratteristica cornice attorno a personaggi confrontati con il potere, il male e con una – quasi necessaria – idiozia. Il Teatro Sociale di Bellinzona, con brillante tempismo, ha voluto produrre L’epidemia, forse la più strana di quelle pièce, affidandone la regia ad Alan Alpenfeldt. Originariamente destinato a un vero e proprio allestimento, il regista ha fatto di necessità virtù adattandola a una lettura scenica animata da quattro attori. Una serie di suicidi scuote un villaggio messo in quarantena dopo che uno strano virus induce i suoi abitanti al suicidio. Un ignaro automobilista incappa nella zona e salva una giovane donna liberandola dalla corda a cui si era appesa nel bosco e se ne innamora. Attorno a loro c’è un medico avvinazzato uscito da I rinoceronti di Ionesco e dei pompieri dalle improbabili certezze ossessionati dalle scartoffie nell’incapacità di arginare l’inquietante fenomeno. Se può apparire azzardata l’aggiunta di una vaga similitudine all’Omobono e gli incendiari, certamente lo stile de L’epidemia si avvicina alla penna di Frisch con il suo graffio al potere politico e istituzionale. L’efficace bravura di Francesca Mazza (il dottore) è spalleggiata da Margherita Saltamacchia (la giovane donna) e dalle interpretazioni spesso acerbe di Gabriele Ciavarra (il salvatore) e Rocco Schira con pupazzo (i pompieri). Curiosa la scelta musicale da spot televisivo anni 70. Applausi per tutti.

All’inizio dell’operetta De providentia il filosofo stoico Seneca pone il problema dell’esistenza del male nel mondo e dell’ingiustizia che sembra governarlo, in apparente contrasto con il concetto di provvidenzialità, intesa come il disegno razionale (lógos) immanente al cosmo secondo gli stoici: «Mi hai chiesto, o Lucilio, perché, se il mondo fosse governato dalla provvidenza, dovrebbero accadere molti mali agli uomini buoni» (La provvidenza, 1,1). E poco più avanti: «Perché agli uomini buoni accadono molte avversità?» (La provvidenza, 2,4). La risposta si distende sull’arco dei sei capitoletti del breve trattato, ma è icasticamente riassunta dal lapidario aforisma che abbiamo posto in epigrafe: l’uomo buono in lotta con le avversità vi è paragonato a un atleta, le cui energie si snervano se non messe alla prova e senza un costante allenamento (La provvidenza, 2,3). Le avversità sarebbero dunque mandate dalla provvidenza all’uomo buono per permettergli di mantenere in esercizio e sempre vigile la propria virtù, che altrimenti si corromperebbe. «La calamità è un’occasione per la virtù», ribadisce Seneca nella stessa operetta (La provvidenza, 4,6) e concetto e formula sono ripresi da autori pagani come Lucano: «crebbe il valore nelle avversità», scrive a proposito di un combattente (La guerra civile, III, 614; in questo caso si tratta di virtus guerriera) e da autori cristiani, come l’apologista Minucio Felice: «la calamità è assai spesso scuola di virtù» (Minucio Felice, Ottavio, 36,8). Più in generale, l’idea che l’esperienza del male e della sofferenza sia strumento di insegnamento e di affinamento anche morale costituisce un luogo comune della letteratura greca, confluito nella morale di una favola esopica: «spesso le sofferenze per gli uomini diventano insegnamenti» (Corpus Fabularum Aesopicarum, 134 ed. Hausrath). La sua formulazione più famosa è probabilmente costituita dal páthei máthos («attraverso la sofferenza [avviene] l’apprendimento») di Eschilo (Agamennone, 177), dove, nelle parole del coro, la sofferenza è il neces-

Giuseppe Bezzuoli, Svenimento di Ermengarda, 1837, Firenze, Uffizi. (Uffizi Firenze)

sario viatico per la saggezza voluto da Zeus per gli uomini. L’Agamennone fu rappresentato nel 458 a.C. Poco dopo la metà del secolo Erodoto, scrivendo le sue Storie, riprende il concetto mettendolo in bocca a Creso, il re di Lidia sopravvissuto alla conquista persiana, graziato da Ciro e assunto al proprio servizio: «le mie sofferenze, che furono spiacevoli, sono divenute ammaestramenti» (Erodoto, Storie, I, 207,1). Idee simili sono sviluppate dalla letteratura giudaico-cristiana (in particolare neotestamentaria), dove la sofferenza e la «correzione» divina divengono strumento di redenzione: «È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo,

però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati». (Lettera agli Ebrei, 12,7-11, ed. CEI). Una moderna elaborazione dell’idea della funzione ammaestratrice e redentrice della sofferenza è costituita dal concetto manzoniano di «provvida sventura», formulata a proposito della sorte di Ermengarda, la principessa longobarda sposata e poi ripudiata da Carlo Magno, resa «santa del suo patir» (Manzoni, Adelchi, atto IV, coro, v. 24). Così la apostrofa il poeta: «te collocò la provvida / sventura intra gli oppressi» (Manzoni, Adelchi, atto IV, coro, vv. 103-104). L’Adelchi fu scritto tra il 1820 e il 1822, ma la medesima concezione di una funzione benefica e provvidenziale della sventura è operante altresì nei Promessi sposi, in particolare nell’umana vicenda di certi personaggi (uno su tutti: don Rodrigo). Ora, l’opera manzoniana è notoriamente permeata da un profondo cattolicesimo di forte impronta giansenista, che contribuisce a una visione piuttosto pessimistica dell’esistenza. Quello che invece stupisce constatare è come, negli attuali tempi di pandemia, facciano qua e là capolino, con funzione consolatoria, autorevoli richiami

alla «provvida sventura»: è il caso di un articolo pubblicato sull’«Osservatore Romano», in cui l’autore, richiamandosi esplicitamente alla concezione manzoniana della vita come «segnata da un segno di espiazione; quasi un nostro dolce purgatorio», conclude: «Quanti, fra tutti i colpiti dal coronavirus, si saranno salvati grazie a questa “provvida sventura”? Vien voglia di dire tutti, a cominciare dai medici, dagli infermieri, dagli assistenti fino a quelli che non hanno potuto asciugare le lacrime dell’agonia dei loro vecchi» (Egidio Picucci, «L’Osservatore Romano», 15 luglio 2020). Ed è altresì il caso di una dichiarazione rilasciata il 21 settembre 2020 dal cardinale Bassetti, presidente della Commissione Episcopale Italiana, che, riferendosi al Covid-19, ha affermato: «A indebolirci non sono mai state le prove ma le nostre tiepidezze e infedeltà, la mondanità spirituale che ci allontana da una vita evangelica di povertà e di disponibilità, portandoci a pascere noi stessi invece di quanti ci sono affidati» («ROMASette.it», 22 settembre 2020). E nel corso del mese di ottobre ha ribadito, pochi giorni prima di essere affetto egli stesso dal virus, che nulla avviene senza un disegno di Dio.

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idee e acquisti per la settimana

Come capisco che i frutti sono maturi?

Tempo di frutti esotici

Stephanie Fuchs, quanti e quali frutti esotici ci sono alla Migros?

Offriamo una quarantina di prodotti. Tra questi si contano per esempio anche diverse marche quali Sélection o Extra come varietà singole – oppure anche kiwi e kiwi gold. Durante il periodo natalizio introduciamo frutti meno conosciuti come mangostano o pitahaya. Anche prodotti annuali quali limette, datteri o zenzero sono ora in piena stagione. Naturalmente sono disponibili molti frutti anche in qualità bio.

Quando da noi i giorni si accorciano, è tempo di raccolta per i frutti esotici. Con il loro aroma speciale arricchiscono dessert e piatti salati. La responsabile degli acquisti Migros Stephanie Fuchs ci rivela fatti interessanti su mango, kiwi & Co

Mangostano, pitahaya o rambutan sono considerati da noi esotici. Ha dei consigli sul loro utilizzo?

Testo: Claudia Schmidt; Ricetta: Andrea Pistorius

La pitahaya può essere semplicemente gustata con il cucchiaio o usata affettata come decorazione. I semini si possono consumare come quelli del kiwi. Il mangostano è simile ai litschi, ma più grosso. Si taglia il guscio esterno, si estrae la polpa e si elimina il nocciolo.

Molti associano la frutta esotica con lunghi tempi di trasporto. Ma non è sempre così…

Difatti. Cerchiamo possibilmente di procurarci la frutta esotica nei paesi del bacino mediterraneo e di trasportarla nel modo più sostenibile. In settembre e ottobre i manghi arrivano dalla Spagna piuttosto che dall’emisfero sud. La stessa cosa vale per gli avocado e i kumquat per i mesi di novembre fino a marzo. La papaya formosa la acquistiamo in parte dalle isole Canarie, ma anche dal Brasile. Qual è la differenza tra un mango Sélection e un mango standard?

I manghi Sélection sono raccolti dall’albero quando sono maturi e approfittano così più a lungo del sole. Pertanto risultano più dolci rispetto a quelli standard. Dalla raccolta alla vendita passano solo pochi giorni. I manghi standard sono colti prima e maturano successivamente in Svizzera. Ma sono anch’essi assolutamente gustosi. Come si riconosce un frutto esotico quando è maturo?

Stephanie Fuchs è responsabile degli acquisti di frutta esotica presso la Migros.

Foto e styling (Food): Veronika Studer; Ritratto: Roger Hofstetter

I nostri frutti sono già maturi al punto giusto. L’ananas emana un leggero profumo dolce sul fondo. Il frutto della passione si raggrinzisce leggermente quando è maturo. La buccia del mangostano diventa di un colore violettorossastro. La pitahaya matura ha una colorazione omogenea. Non è necessario tastare la frutta per verificarne il grado di maturazione.


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Azione 10x punti Cumulus

sui frutti esotici (escl. Banane) dal 21 al 27.12

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insalata di lenticchie nere e mango ingredienti per 4 persone 1 melagrana 2 scatole di lenticchie nere da 240 g 2 cipolle rosse piccole 1 peperoncino 2 limette 5 cucchiai d’olio d’oliva Sale e pepe 1 mango ½ mazzetto di coriandolo

Come arriva da noi la frutta esotica

Molti frutti esotici in vendita alla Migros non hanno fatto molta strada e provengono dal bacino mediterraneo. Per i prodotti d’oltremare si rinuncia possibilmente al trasporto aereo. Raggiungono la Svizzera in nave, ferrovia o camion.

Preparazione 1. Incidete la circonferenza della melagrana senza dividere il frutto a metà, poi immergete il frutto in una scodella piena d’acqua e dividete la melagrana in due. Staccate i chicchi dalla buccia sott’acqua, in quanto è più facile liberarli dalle pellicine che li separano. Eliminate le pellicine che galleggiano sulla superficie dell’acqua, poi gettate l’acqua. Lasciate sgocciolare i chicchi di melagrana e metteteli da parte. 2. Scolate le lenticchie, sciacquatele e lasciatele sgocciolare. Dimezzate le cipolle e tagliatele in spicchietti sottili. Private il peperoncino dei semi e tagliatelo a striscioline. Grattugiate poca scorza delle limette e spremetene il succo. Mescolate tutto con l’olio, poi versate il dressing sulle lenticchie e condite con sale e pepe.

Melagrana Su come estrarre i semi, seguire il video su migusto.ch.

3. Pelate il mango, staccate la polpa dal nocciolo e tagliatela a fette. Staccate le foglie di coriandolo dai gambi e distribuitele sulle lenticchie insieme con i chicchi di melagrana e il mango. Suggerimento Accompagnate con cracker o chips di tortilla. Preparazione ca. 25 minuti

Principianti

vegetariano Costo:

economico

Cherimoya I frutti dimezzati si gustano facilmente con il cucchiaio. I semini sono commestibili.

Per persona ca. 8 g proteine, 13 g grassi, 30 g carboidrati, 1150 kJ/ 280 kcal

Litschi Per estrarre il frutto, premere leggermente la buccia.

Frutto della passione Extra Togliere la polpa e i semi dal frutto dimezzato.

Per saperne di più sui frutti esotici: www.migusto.ch/frutta-esotica

Mango Sélection Si taglia la polpa intorno al nocciolo, poiché verso il centro risulta fibroso.


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Cultura e Spettacoli

tempeste famigliari

Letteratura La distanza tra una madre e una figlia nel nuovo romanzo di Emanuela Canepa

Alessandro Panelli

Un dettaglio della copertina di Insegnami la tempesta di Emanuela Canepa.

delle promesse della letteratura italiana contemporanea, dando cioè corpo al conflitto tra Matilde e Emma. L’autrice non fa ricorso a ragioni psicologiche per dire della relazione fra le due, ma costruisce la storia raccontandoci le immagini della loro vita. Emma anche è rimasta incinta molto giovane di un ragazzo conosciuto in vacanza e mai più rivisto. Aveva deciso di abortire, ma poi non era stato possibile e, una volta nata, Matilde è diventata il centro della sua esistenza: Emma si è dedicata alla cura di sua figlia, abbandonando i suoi progetti, lasciando infine l’università. Certo, questa rinuncia forzata alla propria ricerca della felicità si candida come ragione perfetta dell’astio fra loro, ma è quella che si dice una causa apparente. Se ci fosse quell’unione che Emma vede tra le altre madri e le altre figlie, avrebbe potuto dirsi che aveva

rinunciato a tutto per Matilde, ma che ne era valsa la pena. Invece la distanza fra di loro, incolmabile, quella forma di estraneità che non può trovare soluzioni rende ogni loro incontro una fonte di attrito e frustrazione per Emma. Canepa racconta allora l’assenza della sacralità, quando essa lascia il posto all’eventualità che una madre e una figlia non vadano d’accordo. Lo fa a partire da un punto di vista interessante e cioè quello di una donna di quarant’anni, mentre di solito le coetanee di Emma in questo tipo di storie sono eterne figlie che faticano ad accedere alla vita adulta. Esiste un padre, infine, nel romanzo di Canepa, o meglio due: quello di Emma, figura orribile nella sua banale e sfilacciata ostilità e Fausto, l’uomo che ha deciso di prendersi cura di Matilde quando Emma era incinta, ma di un altro uomo. Si tratta di un personaggio

che ha tratti di santità per la pazienza con cui riesce a stare nel campo di battaglia che è la relazione fra Emma e Matilde, ma che si macchia di un peccato universale: non capisce la sua compagna, o meglio sua moglie si sente incompresa da lui. Anche fra loro si instaura quindi una dinamica di estraneità che isola Emma all’interno del suo nucleo familiare: Fausto e Matilde vanno infatti particolarmente d’accordo. In questo modo Canepa mette in luce un aspetto dell’esperienza della maternità e della cura più in generale che genera infinita sofferenza ed evidentemente le sta molto a cuore: «tutto quello che Emma aveva fatto per amore, era invisibile e non contava niente». Bibliografia

Emanuela Canepa, Insegnami la tempesta, Einaudi, 2020, pp. 248.

La città e i suoi nomi

Pubblicazioni Il libro di respiro amplissimo della giurista e giornalista americana Deirdre

Mask dedicato alla denominazione dei luoghi di una città, tra tensioni politiche e retaggi culturali Stefano Vassere «Secondo l’Unione postale universale, fondata nel 1875 e con sede a Berna, gli indirizzi sono uno dei modi meno costosi per sollevare le persone dalla povertà, perché offrono accesso al credito, al voto e ai mercati di tutto il pianeta». La discussione sui nomi delle vie e delle piazze genera una litigiosità infinita e senza confini, che pare dunque quasi innata e biologica e che accomuna i posti più diversi. Un baccano mediatico, legale o parlamentare sul modo di dare un nome a un’area di circolazione pubblica può nascere con modalità molto simili a Cureggia o a Manhattan, e non sempre la discussione è a prima vista giustificabile nella sua determinazione. Questa è una delle tante buone cose che si imparano leggendo Le vie che orientano. Storia, identità e potere dietro ai nomi delle strade dell’avvocata e scrittrice afroamericana Deirdre Mask. Libro anche curioso, nella scelta del tema e nel suo svolgimento, che già subito (sono proprio le prime righe) si apre con un dato perentorio e orientante: «in alcuni anni, oltre il 40 per cento di tutte le leggi locali approvate dal consiglio comunale di New York riguardava il cambiamento dei nomi delle strade». Molte pagine dopo, apprenderemo del valore commerciale che in

Doc The Social

Dilemma, il nuovo lavoro di Orlowsky

Laura Marzi Sono sempre tante le aspettative rispetto al secondo romanzo, specie se il primo ha suscitato riconoscimenti importanti e prestigiosi premi letterari. Non fa eccezione il caso di Emanuela Canepa, che dopo aver vinto il Premio Calvino con L’animale femmina nel 2017, ha scritto adesso Insegnami la tempesta. Il romanzo racconta di due donne. Matilde ha diciotto anni, resta incinta e quando lo comunica ai genitori chiede loro di non farle altre domande: chi sia il padre, se abbia intenzione di tenere il bambino… Emma, la madre, reagisce a questa richiesta di tempo e di discrezione con rabbia, innescando un allontanamento della figlia che decide di andare via di casa. Matilde ha infatti le idee chiare rispetto al proprio futuro universitario, desidera con forza studiare ingegneria biomedica, ma deve comprendere se e come questo progetto così importante per lei, che le permetterebbe anche di lasciare Roma e la casa dei genitori, sia compatibile con l’ipotesi di avere un bambino. Questa incomprensione si situa all’interno di un rapporto, quello tra la ragazza e sua madre, che fin da quando Matilde era bambina si è costruito sulle fondamenta di un’incompatibilità. Emma e sua figlia non sanno abbracciarsi, sorridersi, parlare, non si sanno raccontare le cose di tutti i giorni, di certo non quelle importanti: esiste fra di loro un distacco, una differenza che attraversa i loro corpi e connota come del tutto infecondo ogni tentativo di scambio, di dialogo. Si tratta certamente dell’aspetto più interessante di questo romanzo di Canepa: il racconto della relazione di una madre e di una figlia che non sono fatte affatto della stessa pasta. È un tema molto raccontato, si sa. Canepa lo fa a partire dalla cifra narrativa che ha contribuito a renderla una

Manipolatori manipolati? un dilemma

quella stessa città hanno gli indirizzi: lì è possibile acquistare letteralmente un recapito vicino, optando per un nome più simpatico o di prestigio; sembra costi anche poco, attorno ai 10’000 dollari, e l’investimento sarebbe garantito, se è vero che «un appartamento che ha come indirizzo Park Avenue o la Quinta Avenue può costare dal 5 al 10 per cento in più di una proprietà equivalente nella traversa vicina». Ma quello dei nomi delle vie e delle piazze (sempre che essi esistano, ed è interessante il capitolo dedicato al Giap-

pone e all’esperienza traumatica eppure così produttiva del viaggio del semiologo Roland Barthes) è tema così universale che non sarebbe giusto non alludere a tutte le piste verso le quali questo libro ci porta con notevole sapienza: i cambiamenti di ampie porzioni di stradario a seguito di rivolgimenti politici (per esempio in Sudafrica), le logiche di società antiche o lontane (il sistema di riferimenti della Roma imperiale o quello dell’Iran contemporaneo), l’incrocio di questa pratica con quella che probabilmente è la principale urgenza sociale americana, il razzismo. È molto ben raccontata, a proposito, la storia dell’organizzazione no profit «Beloved Street of America», che ha sede in Martin Luther King Drive a St. Louis e si occupa tra l’altro delle strade dedicate al pastore in tutti gli Stati Uniti. Un giornalista, Jonathan Tilove, ha pubblicato nel 2003 una sorta di catalogo di immagini di gran parte di esse intitolandolo con nome felice Along Martin Luther King. Travels on Black America’s Main Street, «Lungo Martin Luther King. Viaggi sulla via principale dell’America nera». In questo ambito dalla valenza culturale ma anche estremamente pratica non potevano non arrivare le nuove tecnologie, con tutte le loro piatte sistematicità. Così, accortisi che in qualsiasi operazione di consegna di merci e ser-

vizi, la preoccupazione maggiore di chi debba occuparsene non è tanto il volo transoceanico quanto quello che loro chiamano «l’ultimo miglio», Google, Facebook, «giovani alla moda» e piccole startup si sono già organizzati per generare indirizzi tanto efficaci quanto fondati sulle risultanze ordinate, linde e pure così poco appassionanti di qualche algoritmo. Alla faccia di tutti i ragionamenti sugli stradari come sedimentati di mentalità e patrimoni culturali e sociopolitici. Insomma, dare un nome a una via non è affare da mammolette, «non è una cosa per deboli di cuore». È processo che è politicamente imprudente ritenere secondario e che coinvolge passioni, fattori economici, urbanistici, sociologici, questioni politiche e razziali di infiniti posti e realtà. Per questo Deirdre Mask riesce a parlarci di molte cose in un ambito dove abita un particolare e supremo potere, «il potere di nominare, di plasmare la storia, di decidere chi conta, chi no, e perché». Che bel libro! Bibliografia

Deirdre Mask, Le vie che orientano. Storia, identità e potere dietro ai nomi delle strade, Torino, Bollati Boringhieri, 2020.

The Social Dilemma è un docudrama scritto e diretto da Jeff Orlowski (Emmy nel 2012 per Chasing Ice), presentato nel 2020 al Sundance e disponibile su Netflix da settembre. Il documentario punta i riflettori sulla dipendenza che social media quali Facebook, Twitter, Instagram, Youtube ecc. possono esercitare sull’utente attraverso aggressive manovre di marketing, quali la promozione di contenuti personalizzati per ogni utilizzatore e la diffusione di fake news. A supporto di questa tesi vengono intervistati personaggi delle multinazionali tecnologiche. Fra le varie figure spiccano quella di Tristan Harris, ex designer di Google e co-fondatore del Center for Human Technology, Alza Raskin, leader creativo di FireFox, Justin Rosenstein, dipendente FB che lavorò alla creazione del famigerato «Like», Shoshana Zuboff, insegnante ad Harvard, filosofa e sociopsicologa e lo scrittore e scienziato Jaron Zepel Lanier. Parallelamente alle interviste, per una visione più fluida e accessibile al grande pubblico, si dipana una sotto-trama dal tono drammatico intenzionata a rappresentare, dal punto di vista di un giovane (interpretato da Skyler Gisondo, comparso in saghe quali Una notte al museo e The Amazing SpiderMan), l’invasione dei social media nella nostra quotidianità Nonostante il documentario sia complessivamente piacevole grazie a questa micro-fiction, nella quale il computer stesso viene addirittura «antropomorfizzato», The Social Dilemma tende a sfociare in clichés irritanti al punto da sembrare una banale opera di sensibilizzazione rivolta ai genitori. D’altro canto, se lo scopo è quello di responsabilizzare, il documentario ci riesce in pieno. Pur affrontando argomenti noti, essi analizzano il comportamento umano di fronte alla tecnologia in modo molto efficace. Harris e gli altri esperti evocano le debolezze che portano all’uso compulsivo delle App che caratterizza la società odierna, ormai manipolata e bombardata 24/7 dalla (dis)informazione e dove all’utente, grazie agli algoritmi, si mostra solo ciò che gli può interessare, che può comprare, e che farà guadagnare cifre immense ai «giganti-manipolatori» il cui potere cresce proporzionalmente al numero di dati in loro possesso. Lanier rappresenta bene il concetto con Wikipedia, che definisce «uno dei pochi siti (...) dove l’informazione resta invariata da utente a utente; (...) se Wikipedia iniziasse a dare informazioni personalizzate (...) a che livello di disinformazione si arriverebbe… questo è (...) quello che succede nei social media». Siamo arrivati al punto in cui l’utente è diventato lui stesso lo strumento generatore di profitto per i grandi manipolatori. E, spesso ignaro di ciò, è sopraffatto dalla disinformazione, che crea polarizzazione e divisione con conseguenze inimmaginabili.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 14 dicembre 2020 • N. 51

51

Cultura e Spettacoli Rubriche

in fin della fiera di Bruno Gambarotta L’ora degli autografi Un amico giornalista mi domanda: «In questo periodo cosa ti manca di più? Rispondo senza esitare: «Il salone del libro di Torino». Ho avuto la fortuna di seguire tutte le edizioni a partire dalla prima. Ho nostalgia non tanto dei dibattiti e delle presentazioni, quanto del piacere di scoprire case editrici di cui ignoravo l’esistenza, di collezionare cataloghi. Il lunedì, ultimo giorno, gli editori di nicchia offrivano i loro libri a prezzi molto scontati. Negli stand più grandi una sedia e un tavolino ospitavano gli scrittori impegnati a scrivere dediche agli acquirenti. Ricordo lunghe file davanti ad Andrea Camilleri e a Hugo Pratt. Sognavo che prima o poi toccasse anche a me l’occasione di sedermi a uno di quei tavolini. Il gran giorno arriva nel 1995, quando Garzanti pubblica il mio romanzo Torino lungodora Napoli, un giallo. Dopo aver provato un’infinità di combinazioni davanti allo specchio del guardaroba, alla vana ricerca di quella

trasandata eleganza che secondo me caratterizza i veri scrittori, finisco per precipitarmi al Salone indossando la solita giacca grigia da funzionario. Allo stand di Garzanti non c’è ancora la coda di lettori in paziente attesa, così ho tutto l’agio di sistemarmi seduto al tavolino bene in vista sotto un cartello che segnala la mia presenza di fianco a una pila di libri in attesa dei miei fan. Lo stand è bello grande e già un discreto numero di visitatori si aggira, curiosando fra gli scaffali e sfogliando libri. Nessuno mi fila, sono invisibile. Nasce il problema dello sguardo: dove indirizzarlo? Non posso guardare dritto in faccia alle persone, potrebbero pensare che stia implorandole di comprare il mio libro. Visto che sono seduto e gli altri in piedi, decido di tenere lo sguardo orizzontale ma presto non ne posso più di osservare delle pance. Facendo roteare qua e là gli occhi incrocio lo sguardo della cassiera che dalla parte opposta dello stand mi

spedisce sorrisi di complice incoraggiamento. Potrei mettermi a leggere, ma cosa? Il mio libro no, dal momento che l’ho scritto si suppone che l’abbia anche letto. Il libro di un altro autore della Garzanti? Nemmeno, manderebbe un segnale equivoco, direbbe ai potenziali acquirenti comprate questo anziché il mio. Finalmente si presenta il primo lettore, una signora molto anziana, ha già il libro aperto per una dedica: «Scriva: alla mia mamma, con tanto affetto. Buon compleanno» «Devo proprio scrivere così, alla mia mamma?» Eseguo mentre penso: «Quanti anni avrà questa mamma? Il mio libro è pieno di scene hard, non le faranno male?». Fatta la prima dedica, ecco rotto il ghiaccio. Si accosta una stupenda ragazza con un sorriso smagliante: «Vorrei che dedicasse il suo libro a mia nonna che è una sua fan». Mi vengono i primi dubbi sull’età media del mio target. Arrivano due signore, si accostano al tavolo e una dice

all’altra: «Io il libro l’ho già letto e te lo consiglio, sono sicura che ti piacerà». L’amica è poco convinta: «Ma secondo te il libro rispecchia il carattere del suo autore?». L’altra non ha dubbi: «Sì!». La potenziale acquirente ancora esita: «Questo è un giallo che si conclude o resta in sospeso? A me non piacciono i gialli che non finiscono». Parla quella che mi fa da promoter: «No, no, sta tranquilla, si conclude». È fatta, un altra copia è venduta. Arriva un signore: «Mi mette una bella dedica?». «A chi lo devo dedicare?» «A me» «E lei come si chiama?» «Come sarebbe, non si ricorda più chi sono?» «Mi perdoni, sa l’emozione, è la prima volta...» «È impossibile che non si ricordi, ci siamo conosciuti due estati fa in val d’Aosta, a Torgnon. Io scendevo dal sentiero e lei stava raccogliendo delle piantine, le ho domandato cos’erano e lei ha risposto sedano selvatico». L’unica è mentire: «Adesso me lo ricordo anch’io, purtroppo continua a sfuggirmi il suo

nome». «Sarà l’età». Una piaga è rappresentata dagli ex colleghi. Eccone uno: «Ma non sai più cosa fare? Ti sei messo a vendere libri?» «Veramente sono qui a promuovere il mio». «Non mi dire che tu hai scritto un libro». «Lo ammetto, sì». «Ma allora chiunque può scrivere un libro». «Beh, effettivamente la legge non lo vieta». «E tu come hai fatto a scriverlo?» «Mi sono seduto a tavolino e ho messo giù una parola dopo l’altra» «Ah, è così. E quanto tempo ci metti a scrivere una pagina?» «Non te lo so dire. Non ho fatto l’analisi dei tempi e metodi». «Male, così non saprai mai se ti conviene scrivere o fare qualcosa di più redditizio». «Uno non si mette a scrivere per diventare ricco» «Su questo puoi stare più che sicuro», mi incoraggia l’ex collega. «Su, fammi una bella dedica». Gliela faccio, prende il libro, controlla, è soddisfatto e va via senza pagare, convinto che io gli abbia fatto un omaggio. A questo servono gli amici.

e gridavano; e uno di loro, più alticcio degli altri, è voluto restare sdraiato sopra il divano, nonostante gli gridassero «togliti!», non c’è stato verso, ed è caduto giù insieme al divano e a due bottiglie che sbandierava e voleva offrire con molti urrà e altri richiami al popolo tutto. Pure costui non è sopravvissuto, ma almeno ha abbandonato il vecchio millennio allegramente e in stato incosciente. È stata una notte particolare, di grande gioia indimenticabile, che si potrà ripetere solo tra mille anni, con molti feriti stesi sul lastrico, per l’esplosione di arsenali di polvere pirica. La gioia, quando è tanta, non è dissimile a un gas che, per una nota legge di fisica, quando sia riscaldata oltre una soglia critica raggiunge una tale pressione che contenerla è impossibile, diventa una bomba, che esplode, tra il divertimento di molti e le contusioni, le ustioni e i decessi di tanti altri, più sfortunati, ma

non meno contenti di essersi affacciati al terzo millennio. E diciamolo, le precedenti occasioni non sono state colte: la prima volta, cioè l’anno zero, è passato senza che nessuno in tutto l’impero romano ne fosse consapevole, zero festeggiamenti, l’anno mille è stato in un’epoca di depressione e paure, tutti in casa ad aspettare la fine del mondo, che poi non c’è stata; e solo il duemila lo si è festeggiato nella consapevolezza, nella lucidità di un evento grandioso e raro. Che ha fatto vittime, sì, gli ospedali erano saturi e anche negli obitori si è fatta la fila, ma la popolazione ha goduto, una civiltà intera ha potuto sfogarsi e rinnovarsi come mai s’era fatto. È stato così per tutti? No. Lo dico qui non per sminuire l’evento, ma perché ci si rifletta. Per il calendario musulmano si entrava nel 1378, un anno, come si vede a occhio nudo, senza nessun rilievo, senza zeri, anzi, numericamente

depresso, viene voglia di andare a letto più presto del solito. Per il calendario ebraico entravamo nel 5760. Cosa c’è da festeggiare? Niente. Casomai un po’ d’invidia per questo numero grosso, che ci fa sentire arretrati, dei novizi con poco passato. Per i cinesi eravamo nel 4637, per i Maya nel 5114. Devo continuare? Non c’era bisogno di far tanto chiasso per qualche zero completamente casuale e per un millennio modesto; sembrava di entrare nella fantascienza, mentre siamo appena usciti dal paleolitico. Era meglio se ce ne stavamo in casa in pigiama, senza clamore, senza gettare divani o dar fuoco ai mobili, tutte cose che provano che dal paleolitico forse non siamo del tutto usciti. Fare tanti morti e feriti per un numero, per di più scarso. Presi dalla foga non ci siamo guardati attorno, agli altri calcoli, ugualmente arbitrari. C’è da arrossire.

minavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì... ho salvato Oehler dall’orrore... perché non c’è nulla di più orribile del dover camminare da soli di lunedì». Accadono cose impensabili. In Namibia, le elezioni nella regione di Oshana sono state stravinte da Adolf Hitler con un 85 per cento schiacciante. Niente paura, però. Adolf Hitler è soltanto il nome di battesimo, un nome composto, scelto dai suoi genitori, l’equivalente del nostro Piermario o Giancarlo. Il cognome è Uunona. Il poveretto ha dovuto precisare, a chi temeva un ritorno imprevisto in carne e ossa (e baffetti) o un rigurgito di nostalgia nazista, che non ha nessuna intenzione di ispirarsi al suo omonimo tedesco simpaticamente soprannominato il Führer. Il suo nome è imputabile soltanto alla fantastica bizzarria di suo padre. In effetti, il signor Adolf Hitler Uunona incarna l’esemplare più tipico della categoria «figli che rischiano di pagare le colpe dei padri». «Da bambino – ha detto – quel nome mi sembrava del tutto normale, solo da adulto ho

capito…». D’accordo da bambino (6), ma da adulto (2) provare magari a informarsi in un ufficio anagrafe se fosse mai possibile adottare uno pseudonimo? Succedono cose inquietanti. Muoiono gli eroi immortali. Non quelli che camminano come Bernhard, ma quelli che corrono (per chi ama il genere, da leggere assolutamente Haruki Murakami, L’arte di correre, Einaudi, 5½). O meglio, quelli che correvano. E correvano con scatti fulminanti. Com’è possibile che muoiano i miti? Per esempio, Paolo Rossi, il centravanti di Bearzot, capocannoniere del Mundial 1982? Fragile, pallido eppure indistruttibile. Sembrava che morisse sul campo e invece improvvisamente si svegliava, scattava e segnava. Un fulmine. Un piè veloce. Gianni Brera, un piè veloce della penna, scrisse che Paolo Rossi, prima del guizzo fulmineo, «volitava smarrito fra punte e gomiti ostili» (gli avversari della finale erano i «satanassi» tedeschi). Ma quando fu portato in trionfo era tutti noi, un bravo ragazzo del ’56. Pablito aveva acquistato il sorriso e non aveva

perso il pallore. Gente che parlava pochissimo. Ricordò che dopo la tripletta contro il Brasile di Zico, Bearzot non gli disse nulla. Qualche mese fa confessò che la cosa che gli mancava del calcio era l’odore dell’erba (6 come i gol segnati in Spagna). Tutt’altro tipo rispetto a Diego Maradona, nella cui eredità c’è un anello da 300 mila euro e un carrarmato parcheggiato in Bielorussia. Succede che muoiono gli eroi, e succede anche che muoiono come mai te lo aspetteresti. E dove mai te lo aspetteresti. Maradona è morto in una sala da biliardo, su un materasso nero senza lenzuola, niente bagno, solo un wc chimico, tra sacchetti di robaccia, scaffalature vuote e un televisore mezzo incellofanato. Leggendo i reportage su quella stanza, viene da pensare che aveva proprio ragione il poeta: «Ogni eroe alla fine diventa una seccatura». Ma se avesse scelto di cominciare a camminare la vita, dopo averla corsa trionfalmente negli stadi, forse la vita di Maradona sarebbe cambiata. E allora nessuno poteva fermarlo. Non c’erano ancora le zone rosse, arancioni, gialle.

un mondo storto di Ermanno Cavazzoni L’anno duemila Quando si è arrivati all’anno duemila, ci sono stati intensi festeggiamenti, la gente era come impazzita per il fatto che iniziava un nuovo millennio. Per tutta la notte del 31 dicembre è continuato un frastuono assordante, molti col fucile sparavano al cielo, qualche vecchio insonne e inconsapevole affacciato al balcone è stato ucciso; a mezzanotte sembrava una guerra, razzi di grande potenza solcavano l’aria, qualcuno difettoso è esploso a terra facendo una mezza carneficina e aumentando il numero di ciechi, di mutilati e di vedove, che avendo diritto alla reversibilità della pensione sono gravate per i decenni seguenti sulle casse dell’istituto di previdenza sociale. Queste di mezzanotte erano espressioni di gioia, ma quando si è incominciato a gettare dalle finestre stoviglie vecchie, sedie sfondate, poltrone e tutto ciò che non era degno di entrare nell’anno duemila,

cioè cassapanche, tavoli zoppi, qualche armadio sorpassato e ingombranti divani di due quintali, che a malapena passavano dalla finestra, qualche passante asociale ci è rimasto sotto schiacciato, per via che camminava lungo i muri con gli occhi bassi e una smorfia di rimprovero in faccia; chi poteva immaginare ci fosse sotto qualcuno? torvo e depresso come un topo da fogna; a passettini guardinghi scivolava via rasente i muri, dove tra l’altro, cioè tra le defecazioni, c’erano anche vomiti e piscia. Chi poteva immaginare ci fosse qualcuno, un misantropo, che non partecipava al tripudio e al rogo di mobilio al centro della piazza? e non si accorgesse che un divano stava precipitando su di lui da una finestra? Erano persone imprudenti che per un principio naturale di selezione non potevano andare nel duemila. E d’altronde a gettare il divano erano in dieci, tutti avvinazzati,

voti d’aria di Paolo Di Stefano Camminare la vita Accadono cose strane in quest’anno folle. Un quarantottenne ha litigato con sua moglie, è uscito di casa senza portafogli né cellulare e per la rabbia non si è più fermato. Era partito da Como e, camminando e rimuginando e forse imprecando, ha percorso a piedi circa 450 chilometri finché dopo una settimana si è ritrovato a Fano, nelle Marche. Più di 60 chilometri al giorno, bevendo e mangiando ciò che lungo la via gli offriva la gente. Finché il viaggio è stato interrotto da un agente della polizia particolarmente zelante che l’ha multato non per divieto di sosta e nemmeno per eccesso di velocità (forse avrebbe potuto) ma per violazione del coprifuoco. Controllando le generalità anagrafiche dell’uomo, il poliziotto ha poi scoperto che la moglie ne aveva denunciato la scomparsa qualche giorno prima: dunque la chiama e la signora da Como (in auto, si presume) corre a riprendersi il marito in fuga (e a pagare la multa). Unica dichiarazione raccolta dai cronisti: «Mi sento un po’ stanco» (6–). D’accordo, ma la domanda è: dove sarebbe arrivato il Forrest Gump lom-

bardo se non ci fossero state le norme sulle zone rosse, arancioni e gialle a frenarlo? Certamente avrebbe capito meglio il suo impulso camminante consultando l’antropologo francese David Le Breton, che in Marcher la vie (5+, pubblicato dalle Editions Métaillié di Parigi) tesse le lodi dell’homo caminans, cioè dell’uomo che ama mettersi in strada e marciare (per non marcire): «Chi si mette in cammino è sempre in cerca di qualcosa, ma spesso non sa esattamente cosa. Sopravvive in molti di noi un desiderio infinito che ci spinge da un luogo all’altro per cercare un posto meraviglioso che magari si nasconde appena oltre il nostro quartiere». E, si suppone, anche oltre la zona rossa. Allontanandosi, aggiunge Le Breton, si coltiva spesso interiormente il desiderio di tornare. E chissà se questi sani princìpi valgono anche per il camminatore comasco… Che può sempre aggiungere alla bibliografia sull’argomento un aureo libriccino del grande Thomas Bernhard, Camminare (Adelphi), il cui incipit è già tutto un programma (di pura follia, 6): «Mentre io, prima che Karrer impazzisse, cam-


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Azione 51 del 14 dicembre 2020  

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