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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Le idee e le iniziative della professoressa americana Dorothy Espelage per combattere il bullismo

Ambiente e Benessere Il nuovo numero della rivista letteraria «Opera Nuova» propone una serie di racconti e brevi saggi dedicati al cambiamento climatico

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXII 2 dicembre 2019

Azione 49 Politica e Economia Monarchia inglese in crisi dopo l’allontanamento del principe Andrea

Cultura e Spettacoli La bufera e altro di Eugenio Montale in un’edizione curata da Campeggiani e Scaffai

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I gulag cinesi svelati al mondo

Piazza Italia, la politica senza i partiti

di Peter Schiesser

di A. Venturi, A. Caruso, A. Cazzullo

Ora il mondo non può più chiudere gli occhi su ciò che il governo cinese, ma diciamo pure il presidente Xi Jinping, sta facendo nella regione dello Xinjiang: i documenti pubblicati due settimane fa dal «New York Times» e quelli seguiti pochi giorni dopo da parte del Consorzio internazionale di giornalismo investigativo (ICIJ) provano l’esistenza di centinaia di campi definiti di rieducazione, in realtà dei veri e propri gulag in cui fra uno e due milioni di persone, soprattutto uiguri, ma anche kazaki e kirghisi (tutti di fede islamica) sono detenuti, indottrinati, torturati, molte donne violentate, non pochi spariscono. Si tratta del più vasto programma di repressione in atto sul pianeta e la comunità internazionale non può più stare a guardare e continuare a fare affari con la Cina come se niente fosse. Dell’esistenza di questi campi si è a conoscenza da tempo, il regime di Pechino si è dapprima difeso negandone l’esistenza, poi definendoli centri di addestramento professionale. I documenti, oltre 400 pagine, ottenuti dal «New York Times» provengono da un anonimo alto esponente del regime cinese e mostrano che l’internamento di centinaia di migliaia di persone è voluto dal presidente e organizzato fin dal principio in ogni dettaglio (vedi Rampini a pagina 23). Come si è giunti a questo? Se il predecessore di Xi Jinping, Hu Jintao, aveva puntato su una repressione poliziesca classica e su uno sviluppo economico dello Xinjiang per aver ragione del nascente estremismo islamico e delle tendenze separatiste, l’attuale presidente ha compiuto una svolta radicale dopo la sua visita nella regione nel 2014 (in un periodo in cui ci furono diversi attentati di estremisti uiguri con decine di morti): in una serie di discorsi segreti risalenti al 2014, ora resi pubblici, Xi ha dichiarato che la via dello sviluppo economico non aveva portato i suoi frutti e che ora si trattava di estirpare con ogni mezzo il virus dell’estremismo religioso, «dobbiamo essere duri e senza pietà come i nostri avversari» ha dichiarato. Così sono nati i campi, i gulag, in cui vengono rinchiuse persone di ogni età, sottoposte a un lavaggio del cervello, a violenze fisiche e psicologiche, sulla base di semplici indizi (come quello di pregare fuori dalle moschee, portare una barba lunga, possedere una copia del Corano, o di avere atteggiamenti sospetti come quello di non uscire mai dalla porta principale di casa, di evitare contatti con i vicini...). E con il trasferimento nello Xinjiang di Chen Quanguo nel 2016, in precedenza segretario del partito comunista nel Tibet dove ha dato prova delle sue capacità repressive, il programma di rieducazione degli uiguri si è ampliato, avvalendosi anche delle tecnologie più sofisticate per tenere sotto osservazione la popolazione di etnia uigura, kazaka e kirghisa. Ogni persona può essere detenuta senza nessuna accusa, le violenze sono aumentate: Sayragul Sautbay, una quarantatrenne di origine kazaka fuggita in Europa e intervistata dal giornale israeliano «Haaretz» ha riferito di aver dovuto presenziare ad uno stupro pubblico di 200 donne, chi chiudeva gli occhi o girava lo sguardo veniva portato via e spariva. Il potere del regime di Pechino si mostra qui assoluto, nel tentativo di pacificare una regione con 20 milioni di abitanti, importante per le sue risorse ma anche per il transito della nuova Via della Seta. E soprattutto conferma la volontà di Xi Jinping creare una Cina in cui le minoranze vengano assimilate alla maggioranza Han. Tuttavia, se questi documenti segreti sono giunti in Occidente vuol dire che il regime ha delle crepe. È la prima volta che accade, e se a consegnarli è un anonimo alto esponente del regime vuol dire che non tutti al vertice dello Stato concordano con la linea di Xi. Lo dimostra anche il fatto che nello Xinjiang 12mila funzionari del partito sono stati messi sotto inchiesta per non aver eseguito a dovere gli ordini sulla repressione degli uiguri. Una festa Per il presidente, un danno d’immagine che potrebbe sminuirne il potere. da vivere insieme Una reazione decisa da parte dell’OcIl delizioso banchetto cidente potrebbe rafforzare la frangia può incominciare del partito comunista che sfugge a Xi Jinping.

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AFP

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Attualità Migros

Uno studio sulle Alpi in movimento

La nuova filiale Outlet di Locarno

Riconoscimenti Il prossimo 3 dicembre verrà consegnato il 18° Premio Migros Ticino

per ricerche di storia della Svizzera italiana: ne abbiamo parlato con Carlo Agliati

Carlo Agliati, quale presidente della Commissione del Premio Migros Ticino come valuta la partecipazione complessiva al Premio di quest’anno? Che tipo di lavori avete ricevuto?

Il Premio Migros Ticino 2019 (siamo alla 18.ma edizione) ha registrato un’eccellente partecipazione, in termini di numero e di qualità delle ricerche presentate: è il segno che in una realtà regionale come la nostra, sia pure priva di una vera e propria facoltà di ambito umanistico paragonabile ai maggiori centri universitari svizzeri, non mancano comunque le occasioni per svolgere lavori di livello accademico nel settore dell’arte, della storia politica, sociale, economica, religiosa, musicale, oltre che riguardanti aspetti più propriamente letterari e linguistici, in una scansione temporale che dai giorni nostri risale tutta l’epoca moderna fino al CinqueSeicento. Ci sono pervenute complessivamente 14 ricerche inedite, molte delle quali di valore assoluto, certamente da destinare alla pubblicazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di tesi di laurea o dottorali sostenute nelle università svizzere e della vicina Italia, oppure lavori condotti nell’ambito delle borse di ricerca cantonali.

Quali sono le motivazioni che hanno portato la commissione a premiare il lavoro di Francesca Chiesi Ermotti?

La ricerca premiata è il risultato di una

profonda rielaborazione di una tesi di dottorato, che era stata sostenuta dall’autrice nel 2014 presso l’Università di Ginevra e l’École des hautes études en sciences sociales di Parigi. Una ricerca annosa, consegnata a un dattiloscritto inedito di oltre cinquecento pagine, risultato dello spoglio e dell’analisi di un vasto fondo documentario prodotto da numerosi membri della famiglia Pedrazzini di Campo Vallemaggia in val Rovana, attivi nel ’700 nel settore del commercio di prodotti coloniali nella città tedesca di Kassel. Francesca Chiesi Ermotti ha saputo restituirci in un racconto affascinante un complessivo quadro d’epoca allargato agli aspetti sociali, economici e religiosi di un’intera comunità vallerana. L’agiatezza economica conseguita tramite la mobilità imprenditoriale nel contesto urbano dei mercati tedeschi e degli scambi transoceanici, si riverbera nello sperduto villaggio montano nel cuore delle Alpi elvetiche. L’autrice ha saputo dimostrare come radicamento e mobilità rappresentano facce solo apparentemente disgiunte di un caso d’imprenditorialità di successo, posto all’intersezione tra «microstoria» e «storia globale».

Sono stati attribuite due menzioni speciali. Come mai, e cosa ha convinto la Commissione a concedere questo riconoscimento?

La ricerca premiata si è trovata in ottima

La copertina dello studio premiato.

compagnia. Com’è nella tradizione del nostro Premio, non abbiamo voluto mancare di assegnare un riconoscimento anche ad altri lavori di ottimo livello: ne abbiamo scelti due, ma avrebbero potuto essere anche di più. La prima

Un premio alle ricerche locali Il Premio Migros Ticino per ricerche di storia della Svizzera italiana, con cadenza biennale. Dotato di 10’000 Franchi, si prefigge di sostenere il lavoro di giovani ricercatori e ricercatrici e favorire la pubblicazione di ricerche in lingua italiana su argomenti di carattere storico, artistico, etnografico, letterario, e in genere d’ambito delle scienze umane e sociali. Dal 1985 al 2017 il Premio è stato attribu-

ito a 18 ricercatori. Poiché i lavori di qualità sono in aumento, dal 1997 oltre al Premio, vengono attribuite anche delle menzioni speciali: nel corso delle dieci passate edizioni sono state attribuite 18 menzioni a lavori di particolare valore scientifico e culturale. La serata di presentazione e premiazione si terrà martedì 3 dicembre 2019, ore 18.00, nella sala conferenze del Palazzo della Corporazione Bor-

ghese di Locarno, via Ospedale 14. Seguirà un rinfresco offerto dalla Cooperativa Migros Ticino. Interverranno alla cerimonia: Francesca Lepori Colombo, vicepresidente del Consiglio di amministrazione di Migros Ticino, Carlo Agliati, presidente della Commissione del Premio Migros Ticino, Luigi Lorenzetti, storico, professore e coordinatore del Laboratorio di Storia delle Alpi, USI Mendrisio.

menzione è stata assegnata alla ricerca di Giorgia Masoni dedicata al mercato editoriale scolastico dell’800 e del primo 900, particolarmente interessante poiché attraverso i libri di scuola si veicola la rappresentazione identitaria del Paese nei decenni della sua formazione e consolidamento. La seconda menzione riguarda il lavoro di Jessica Beffa: si tratta del primo tentativo di ricostruzione della storia «amministrativa» del giovane Cantone nato dalla bufera della Rivoluzione francese, culminato con l’organizzazione dello Stato attraverso il sistema che conosciamo ancora oggi dei Dipartimenti. Qual è la scadenza per il prossimo Premio?

Il Premio Migros Ticino ha cadenza biennale. Nel corso del prossimo anno verrà pubblicato il concorso della 19.ma edizione, la premiazione è prevista per il 2021.

Aperture Ai primi

50 clienti in dono un ombrello omaggio Il nuovo negozio in via Serafino Balestra 6 va a integrare la rete di vendita di Migros Ticino nel Locarnese, con un’ottica di prossimità e servizio alla clientela. Il nuovo esercizio, sito nel cuore della città, impiegherà 3 collaboratori e occuperà una superficie di 340 metri quadrati, all’interno della quale sarà proposta merce a prezzo fortemente ribassato. Come a Bellinzona e a Grancia, ora anche gli avventori del Locarnese troveranno in questa filiale da una parte rimanenze di articoli non alimentari invenduti nei 32 supermercati di Migros Ticino sparsi sul territorio cantonale quali abbigliamento, tessili, scarpe sportive, casalinghi, articoli di pulizia e cosmetica, nonché una scelta di articoli alimentari a lunga conservazione in grandi confezioni, mentre dall’altra eccedenze o articoli di fine serie provenienti da industrie o fornitori Migros. Si tratta di un’offerta di articoli mutevole nel tempo, diversa da quella disponibile nei classici negozi di Migros in Ticino, ma comunque garantita e di qualità ineccepibile. Il negozio è ben collegato, si trova su un’importante arteria viaria cittadina e può essere raggiunto facilmente con i principali mezzi pubblici o in automobile: in zona ci sono molti parcheggi comunali e lo stabile dispone di un autosilo interrato. Per sottolineare questo nuovo significativo intervento nella propria rete di vendita, Migros Ticino ha previsto diverse interessanti offerte alimentari e non, dal 5 dicembre e fino a esaurimento scorte. Il responsabile Fabio Potenza e i suoi 2 collaboratori, cordiali e ben preparati, sono pronti a soddisfare i bisogni della clientela con cura e attenzione, in un clima accogliente e famigliare. Orari di apertura

Martedì – venerdì: 09.00-18.30. Sabato: 09.00-17.00. Tel. 091 821 77 90.

Il cioccolato ti capisce

Scuola Club Migros Ticino Ci si prepara a un dolcissimo Natale con il corso «Sommelier del cioccolato»

Basta citarlo, il Natale, e subito appaiono alla mente immagini di camini accesi e tavole in festa, luci colorate e soprattutto tanti, tantissimi dolci. Da regalare, da offrire, da gustare. Perché di coccole ne abbiamo bisogno tutti. Coccole di cioccolato magari, perché no. Chissà perché il cioccolato ci accompagna sempre, nelle feste e nel quotidiano, nei momenti felici e in quelli tristi, fin da piccoli. Perché amiamo così tanto il cioccolato? «È difficile da spiegare, non solo l’odore, ma perfino il pensiero ci fa venire l’acquolina in bocca. In passato il cioccolato veniva usato anche come medicina. Per quanto certe credenze curative non sono provate scientificamente, è confermato che il cioccolato ha qualità antiossidanti, energizzanti e il suo uso migliora la memoria. Ma la cosa più importante è che il cioccolato stimola la produzione di serotonina. Dunque, è anche un “antidepressivo”», ci spiega Giulia Bernasconi, formatrice alla Scuola di Migros Ticino, dove proporrà il nuovissimo corso Sommelier del Cioccolato.

Bachelor Degree in «Hospitality & Tourism Management» ed un «Master Degree in Luxury Brand Management», Giulia ha lavorato all’estero in strutture alberghiere a 5 stelle come Manager di ristorante. Sono ben 32 i paesi che ha visitato e 8 quelli in cui ha vissuto. Le sue grandi passioni – viag-

giare e mangiare bene – l’hanno portata a sperimentare infiniti sapori che ha poi trasposto con successo nella sua cucina. «L’amore per il cioccolato l’ho sempre avuto, grazie a una mamma grande cuoca amatoriale e a un papà goloso di professione che mi hanno insegnato l’importanza del prodotto di qualità. Inoltre, essendo appassionatissima di pasticceria, il mio ingrediente base è il cioccolato. È impossibile contare le ricette che si possono creare con il “Cibo degli dei”. Così, tra una torta ed un budino, ho iniziato ad informarmi su cosa c’è dietro questo goloso prodotto. Da dove viene, come si produce». «Sommelier del Cioccolato» è una proposta per tutti gli appassionati del cioccolato che saranno accompagnati in un meraviglioso viaggio: si incomincia con una parte teorica dedicata a scoprire la provenienza del cacao e il suo metodo di produzione, da fava a tavoletta; si prosegue con un’analisi organolettica, dove verranno insegnate le basi per contraddistinguere un buon prodotto; si arriva all’assaggio di cioccolati diversi, e infine si conclude con

la preparazione di una squisita cioccolata calda. «È un corso base pensato proprio per tutti! Ma è anche una interessante occasione di riflessione: quando ho iniziato a scoprire di più sul cioccolato, ho anche incominciato a vederlo e gustarlo in maniera diversa. Io adoro e rispetto il cioccolato ed anche per questo ammetto che preferisco mangiare cioccolato “di qualità”, più che “in quantità”. Dedico tempo allo studio e alla sperimentazione. L’espressione del

cioccolato che mi piace di più è sicuramente nelle preparazioni, come torte o dessert al cucchiaio. Ma c’è un altro motivo per questo mio attaccamento, forse legato alle mie origini» – conclude Giulia – «Sono stata adottata dalla Colombia – uno dei paesi di origine del cacao – da una famiglia svizzera – uno dei paesi ambasciatori del cioccolato nel mondo. Che dire? Il mio destino era segnato. E forse anche il vostro! Lo scopriremo insieme alla Scuola Club! Vi aspetto».

Le nostre proposte Sommelier del Cioccolato 3-ore lezione, Fr. 96.– Lugano, 11/12/19, ore 18.30-21.30 Bellinzona, 15/01/20, ore 18.30-21.30 Locarno, 18/01/20, ore 14.00-17.00 Mendrisio, 29/01/20, ore 18.30-21.30 Biscotti di Natale 3-ore lezione, Fr. 75.– Lugano, 3/12/19, ore 18.30-21.30

Bellinzona, 5/12/19, ore 19.00-22.00 Locarno, 7/12/19, ore 10.00-13.00 Mendrisio, 7/12/19, ore 10.00-13.00 Altre date disponibili su: www.scuola-club.ch Bellinzona 091 821 78 50 Locarno 091 821 77 10 Lugano 091 821 71 50 Mendrisio 091 821 75 60


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Società e Territorio Edilizia e sicurezza L’ingegner Paolo Spinedi evidenzia l’importanza delle verifiche sullo stato degli edifici e della loro manutenzione

Una passeggiata nel parco fa bene Nel suo libro la neuropsichiatra infantile Valentina Ivancich indaga il nostro rapporto con il verde urbano pagina 7

La «dolce morte» nelle case anziani Quindici anni fa entrava in vigore il protocollo sul suicidio assistito negli Istituti sociali di Lugano. Ne parliamo con il direttore Paolo Pezzoli pagina 8

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Come combattere il bullismo

Intervista Dorothy Espelage, professoressa

di Educazione all’Università della North Carolina di Chapel Hill, negli Stati Uniti, è tra le massime esperte mondiali in materia

Stefania Prandi Secondo Dorothy Espelage il bullismo tra i bambini e i ragazzi va considerato come un comportamento che emerge nel corso del tempo, un fenomeno di gruppo che può essere l’anticamera di altre forme di violenza. Le ricerche di Espelage, professoressa di Educazione all’Università della North Carolina di Chapel Hill, negli Stati Uniti, tra le massime esperte mondiali di bullismo, autrice di oltre duecento articoli accademici e di cinque libri, hanno portato a interventi istituzionali e legislativi per proteggere gli studenti e rendere le scuole americane più sicure. Professoressa Espelage, cosa si intende con la parola bullismo?

Il bullismo è una forma di aggressività che si presenta in genere durante l’età scolastica, ma si può ritrovare anche sul posto di lavoro, ed è rappresentata dalla ripetitività, tanto che le vittime sono portate a cambiare comportamento per ridurre la probabilità di essere bullizzate. Ad esempio, abbandonano uno sport, non usano più l’autobus, mangiano il pranzo nel bagno. Il bullismo è dovuto a una disparità di potere legata all’età, all’aspetto, allo status sociale oppure economico. L’intento di chi bullizza è ferire, non si tratta di una reazione a un’aggressione. Nella formazione a insegnanti e genitori spiego che vanno analizzati i dettagli per capire se si è davvero in presenza di un atto di bullismo. Ci sono delle domande che permettono di fare chiarezza. Quando è cominciato? Cosa è successo? Come lo fa sentire? Come si comporta?

Il bullismo può portare ad altre forme di violenza. Lei si è occupata delle strategie per combatterlo. Perché è importante che scuole e genitori si focalizzino sulla prevenzione?

Gli studenti che hanno relazioni forti con gli insegnanti e una buona capacità di empatia con i compagni hanno meno probabilità di tormentare gli

altri. Per la prevenzione io propongo programmi di valutazione dell’educazione socio-emozionale. Servono per fornire ai ragazzi vulnerabili, quando hanno conflitti con i compagni, modi per sviluppare empatia, capacità di prospettiva e gestione delle discussioni e dei litigi e regolazione delle emozioni. Attraverso questi interventi, nelle situazioni in cui abbiamo agito, abbiamo ridotto tra il venti e il venticinque per cento il bullismo sia in generale sia contro gli studenti con disabilità. C’è stata la stessa percentuale di riduzione della violenza sessuale. Oltre a concentrarsi sui ragazzi e sulle ragazze, servono interventi sugli adulti per fare in modo che le scuole siano ambienti capaci di educare correttamente?

Sì. Molti adulti, e intendo insegnanti e amministratori, non hanno le competenze per capire come i pregiudizi e la mancanza di competenze sociali contribuiscano alla violenza. Per questo vanno formati anche loro. Se si resta a guardare si incoraggia l’accanimento e la discriminazione contro la popolazione scolastica già marginalizzata.

Dalle sue ricerche emerge che gli studenti senza un professore di riferimento, dal quale possono andare a parlare se hanno bisogno, sono più a rischio di vulnerabilità. Quando lei incontra i docenti, come identifica gli studenti più soli?

Chiedo ai professori il registro della classe. Scorro i nomi e li invito a scrivere su un foglio chi sono gli studenti con cui hanno un rapporto vero. Stilo l’elenco di tutti nomi e controllo sul registro chi sono le alunne e gli alunni che mancano. In genere, si tratta del venti per cento della classe. Cerco allora di recuperare le informazioni disponibili su questa parte di studenti, soprattutto sulla situazione familiare, e incoraggio il personale scolastico a stabilire dei contatti veri anche con loro.

Che altre azioni mette in atto contro il bullismo?

«Sono stata bullizzata»: tra i progetti contro il bullismo vi sono quelli che si concentrano su cosa si prova ad essere vittima e che promuovono la denuncia. (Marka)

Tra le diverse iniziative, abbiamo progettato un’applicazione, realizzata in collaborazione con gli studenti, che permette di segnalare se si è bullizzati oppure se si è testimoni di atti di bullismo. Un’altra azione è rappresentata dal programma per prevenire i suicidi chiamato Sources of Strength (sourcesofstrength.org) col quale si lavora per togliere lo stigma di chi cerca aiuto. Abbiamo avviato poi un programma di realtà virtuale per intervenire nelle scuole medie creando esperienze immersive in modo da mostrare cosa si prova se si viene bullizzati e per promuovere la denuncia. Che cosa c’è ancora da fare?

Gli interventi non sono ancora abbastanza, vanno potenziati molto. Tra i vari fronti sui quali agire, inoltre, va considerato che i genitori devo riuscire

ad avere una comunicazione aperta con il personale amministrativo scolastico e con i professori. Devono essere contattati non appena ci sono le avvisaglie e non solo quando la situazione è conclamata. Per quanto riguarda i ragazzi, è importante tenere presente che hanno bisogno di aspettative comportamentali nei contesti che promuovono la sicurezza scolastica. Questo significa che ci deve essere tolleranza zero per alcuni comportamenti che contribuiscono a un clima negativo. Che ruolo hanno i social media nella diffusione del bullismo?

Gli studi in merito sono all’inizio. Il problema è che appena cominciamo ad avere elementi di valutazione su una specifica piattaforma social, i ragazzi la cambiano. In generale, comunque, il bullismo inizia a scuola dal vivo, si riversa nei social

media di notte e tende a esplodere nei weekend. Per prevenirlo è importante aumentare le competenze socio-emozionali dei ragazzi, fare in modo che si conoscano e che siano capaci di spirito di appartenenza. Il cyberbullismo è meno presente nelle scuole che promuovono le connessioni e instillano la resilienza, il rispetto e la gentilezza. Non si riduce il cyberbullismo parlandone, ma creando relazioni forti tra insegnanti e studenti così che ci pensino due volte prima di comportarsi male con un compagno oppure una compagna. E i genitori devono decidere come monitorare i figli nell’uso dei social media. Nota

* L’intervista è stata tradotta e in alcuni passaggi adattata dalla giornalista.


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Idee e acquisti per la settimana

Tradizione, passione e grande qualità

Triestina al cioccolato Poncini 500 g Fr. 20.50

Attualità Da Maggia alle vette mondiali:

I migliori ingredienti sul mercato, una produzione regolare, tanta passione e un gusto personale che, a conti fatti, piace a tutti. Persino agli esperti. Ecco come il titolare della «Pasticceria Poncini» di Maggia, Luca Poncini, ci spiega il suo successo: il suo panettone è risultato tra i tre migliori dolci al mondo, così ha deciso la giuria della «Coppa del mondo del Panettone» tenutasi a Lugano lo scorso 10 novembre. E uno dei suoi impasti, la «Triestina», nella variante al cioccolato, è in vendita proprio da Migros Ticino. Molto indaffarato nella produzione, gli abbiamo rubato alcuni minuti. «Noi basiamo tutto sulla scelta dei migliori ingredienti», ci dice, «dal burro allo zucchero, dalle uova alla cioccolata, che devono essere di alto livello. È un insieme dei migliori prodotti selezionati che compro in Svizzera o in Italia, poco importa dove, a me interessa che siano di ottima qualità! Cerco sempre di privilegiare in primis l’alto livello della materia prima», spiega. Poncini oggi sforna una ventina di qualità di panettoni e la produzione non si ferma mai: «siamo sempre di corsa, ma lo facciamo sempre con piacere!». Un altro segreto è sicuramente l’esperienza che proviene da una lunga tradizione famigliare, avviata da Augusto

Poncini. «Esistiamo dal 1904 e questa è la quarta generazione! Anche altri lavorano bene, ma io lo faccio secondo il mio gusto: il panettone deve piacere prima di tutto a me e chi viene qui è perché gli piace proprio il mio», afferma. Insomma, una questione di palato. Ma competere con l’eccellenza italiana di questo goloso prodotto del Natale non era scontato. Lo sollecitiamo sul suo meritatissimo terzo posto. «Era la prima volta che si teneva questo concorso e, con tutto il rispetto dei concorrenti, specie quelli italiani che sono riconosciuti, si partecipa per vincere!», chiosa il titolare. «Sono veramente contentissimo, perché il livello era molto alto, una questione di mezzi punti. È un riconoscimento che va a premiare la continuità qualitativa dei nostri prodotti», dice. Poncini è però abituato a gareggiare. «A livello svizzero, la maggior parte dei nostri prodotti li presentiamo ai concorsi nazionali che si tengono ogni due anni a Bulle, e abbiamo già ricevuto diverse medaglie! Quello mondiale ha solo confermato un trend», afferma orgoglioso. Prima di congedarci gli chiediamo perché comprare la sua «Triestina»? «Se volete comprare locale, sappiate che veniamo tutti i giorni a lavorare per proporre sempre il meglio ai consumatori!». Non resta che provare per credere. / mj

Flavia Leuenberger Ceppi

intervista a Luca Poncini, terzo classificato al concorso mondiale con il suo panettone, e di cui Migros vende la Triestina al cioccolato

Aperitivi raffinati

Specialità Alcuni consigli Sélection per iniziare con gusto ogni banchetto

Il paté di San Nicolao

Attualità Una delizia che si scioglie in bocca

Azione 50%

Tartine con gamberetti e pesto al basilico Sélection surgelate, 120 g Fr. 6.50

Code di astice Sélection surgelate, 240 g Fr. 22.50

Cozze ripiene Sélection surgelate, 125 g Fr. 5.95

dal 3 al 9.12

Mini tortine al formaggio con salsa di senape Sélection surgelate, 260 g Fr. 5.50

Sfogliatine miste Sélection surgelate, 230 g Fr. 7.50

I veri buongustai sanno che per accontentare i loro palati e quelli dei loro ospiti esiste la linea Sélection della Migros, composta da prodotti esclusivi ideali per sottolineare con gusto e stile i gioiosi momenti di festa. Ingredienti di prima scelta accuratamente selezionati, ottenuti nel rispetto delle migliori condizioni e scrupolosamente trasformati secondo genuine e originali ricette sono i segni distintivi di questi prodotti gourmet. L’assortimento Sélection di Natale si arricchisce ogni

Paté San Nicolao 500 g Fr. 9.90 invece di 19.80

anno di nuove prelibate specialità, tra cui alcuni prodotti in edizione limitata. Le tartine con gamberetti e pesto al basilico rappresentano un’autentica esperienza per occhi e gusto, grazie all’impiego del miglior pesto e saporiti gamberetti pescati nel mare artico. Una grande classico della cucina svizzera rivisitato sono le tortine al formaggio in formato mini in quattro differenti gusti: mostarda e purea di fichi, purea di mostarda di mele cotogne, purea di mostarda di pere e

gruyère stagionato in grotta. Le sfogliatine Sélection sono degli stuzzichini di pasta sfoglia con quattro ripieni differenti: funghi, bolognese, pollo e bisque di crostacei. Le cozze ripiene conquistano ogni amante del pesce con la loro farcitura composta da burro all’aglio e salsa al vino bianco Riesling. Infine, ecco il non plus ultra della bontà, le code di astice da pesca sostenibile MSC, pronte a deliziare ogni intenditore grazie alla ricchezza della polpa e al sapore delicato.

Piacere culinario assicurato con lo speciale paté di San Nicolao della Rapelli. Sono molti coloro che per tradizione portano in tavola questa specialità durante il periodo delle festività natalizie. Come antipasto accompagnato da una croccante insalatina o servito come aperitivo per stuzzicare l’appetito, il paté soddisfa la voglia di cose buone di tutti i parenti e amici. Il

suo finissimo ripieno è composto da carne di vitello e maiale, il tutto arricchito con pezzetti di mela, pistacchi e funghi misti. Per ottenere una crosta dorata e croccante al punto giusto ci vuole molto lavoro artigianale. Affinché possa sprigionare appieno il suo delicato aroma, si consiglia di togliere il paté dal frigorifero 15 minuti prima del consumo.


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Idee e acquisti per la settimana

Rustica delizia

Flavia Leuenberger Ceppi

Attualità Il Pane Val Morobbia è ottimo abbinato sia a cibi dolci che salati della cucina quotidiana

Azione 20%

Pane Val Morobbia 550 g Fr. 2.70 invece di 3.40 dal 3 al 9.12

Rustico sia nel gusto sia nell’aspetto, il Pane Val Morobbia è una specialità regionale che riflette alla perfezione le tradizioni culinarie delle nostre vallate. Panificato dalle abili mani dei panettieri della Jowa di S. Antonino da quasi un ventennio, contiene esclusivamente ingredienti di produzione svizzera certificati TerraSuisse, vale a dire ottenuti con metodi di coltivazioni rispettosi dell’ambiente. Ma cosa rende questo pane così irresistibile? Sicuramente il felice mix tra farina bigia e farina di segale, la lavorazione in gran parte manuale e una lunga lievitazione tradizionale, peculiarità che permettono all’impasto di sviluppare al meglio le sue apprezzate e inconfondibili note aromatiche. Ultima, ma

non meno importante, la lenta cottura, che avviene a temperature medioalte e che conferisce alla crosta la sua spiccata croccantezza e alla mollica una struttura compatta, soffice e umida, ciò che consente al pane di conservarsi bene anche fino a 3 giorni dopo l’acquisto. Gli abbinamenti ideali del Pane Val Morobbia sono davvero molti, sia dolci che salati: burro e confettura, salumi e formaggi stagionati, minestre e zuppe, insalate e verdure grigliate, secondi di carne e pesce… e come accompagnamento di tutte le pietanze della cucina quotidiana. Delle fettine di Val Morobbia leggermente tostate sono perfette per preparare crostini misti per gli aperitivi delle Feste. Annuncio pubblicitario

Apertura straordinaria Domenica 8 dicembre

saranno aperti dalle ore 10 alle 18 i seguenti punti vendita MIGROS: Biasca, Arbedo-Castione, Bellinzona, Centro S. Antonino, Riazzino, Locarno, Losone Do it + Garden, Taverne, Taverne Do it + Garden, Pregassona, Lugano, Parco Commerciale Grancia, Grancia Do it + Garden, Centro Agno, Centro Shopping Serfontana.


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Società e Territorio

Vigilare anche sugli edifici

Edilizia e sicurezza Il presidente SIATicino, ingegner Paolo Spinedi, evidenzia l’importanza delle verifiche

sullo stato delle opere (non solo stradali) e della loro manutenzione da parte dei proprietari Stefania Hubmann Sicurezza e manutenzione delle opere pubbliche, in particolare in ambito stradale, sono state oggetto di grande attenzione dopo il tragico crollo del ponte Morandi a Genova. Qual è per analogia la situazione degli edifici abitativi? Le palazzine in calcestruzzo armato costruite alcuni decenni orsono possono presentare dei rischi? Quali sono gli obblighi dei proprietari? Regolari verifiche sullo stato delle costruzioni sono essenziali per ogni tipo di opera e soprattutto vanno pianificati gli interventi di manutenzione, da tenere in considerazione sin dalla conclusione della medesima. È quanto spiega l’ing. Paolo Spinedi, capo dipartimento infrastrutture Ticino presso la CDS Ingegneri a Lugano e presidente della sezione ticinese della Società svizzera degli ingegneri e degli architetti (SIA).

Un caso particolare: a Ginevra in ottobre i proprietari hanno optato per l’evacuazione di tre edifici al fine di risanare e mettere in sicurezza il complesso L’articolo 58 del Codice delle obbligazioni è il punto di riferimento giuridico per questo tipo di responsabilità. Il capoverso 1 precisa che «Il proprietario di un edificio o di un’altra opera è tenuto a risarcire i danni cagionati da vizio di costruzione o da difetto di manutenzione». Se per le grandi opere pubbliche – dalle austostrade ai ponti, dalle gallerie agli edifici – le verifiche e le conseguenti manutenzioni sono programmate e quindi regolari, per le piccole costruzioni private questi interventi riflettono piuttosto la sensibilità del singolo proprietario, che come indica il Codice delle obbligazioni è ritenuto responsabile per eventuali danni cagionati a terzi. Precisa Paolo Spinedi: «Nessun manufatto resiste per sempre. Per prolungarne la durata di vita garantendo la sicurezza di chi lo utilizza, occorre monitorarlo ed eseguire, se è il caso, gli interventi necessari per riportarlo a condizioni di stabilità esenti da pericoli. Per le nostre strade nazionali, ad esempio, sono previste verifiche ogni cinque anni. Nel caso si notino anomalie o rischi, il monitorag-

gio viene intensificato e gli interventi di risanamento anticipati. Inoltre, se si interviene regolarmente, si affrontano problemi di portata limitata più facilmente risolvibili. In questo modo solo in casi eccezionali è necessario ricorrere ad un completo rifacimento del manufatto, come è stato ad esempio il caso di parte della A2 fra Capolago e Mendrisio». Anche in Svizzera possono comunque manifestarsi casi eccezionali, come è avvenuto di recente nel centro città di Ginevra. A inizio ottobre tre edifici abitativi contigui (costruiti come un unico complesso), sono stati evacuati a seguito di problemi statici legati alla struttura orizzontale dell’immobile. Una verifica dello stato delle solette in calcestruzzo armato per valutarne la portata ha infatti evidenziato il loro cattivo stato, risalente con ogni probabilità alla costruzione all’inizio degli anni Sessanta. La sicurezza delle persone è stata la priorità dei proprietari che hanno deciso, d’accordo con le autorità cantonali, di procedere all’evacuazione per poi intervenire al fine di mettere in sicurezza e risanare il complesso. Per valutare le condizioni di un edificio (o di un’altra opera) le norme SIA in vigore sono un ottimo riferimento e determinano, di fatto, lo stato dell’arte. Questi parametri di riferimento – precisa il nostro interlocutore – sono diversi se si tratta di un edificio nuovo o se si applicano a una costruzione che ha 40 o 50 anni. Ogni tipo di manufatto, sia esso realizzato in calcestruzzo armato, mattoni o legno, subisce con il trascorrere del tempo un deterioramento, in gran parte determinato dagli agenti atmosferici. Paolo Spinedi: «Gli enti pubblici a livello nazionale e cantonale, come pure le città, possono contare già al loro interno su servizi in grado di programmare regolari verifiche. I piccoli Comuni hanno invece magari qualche difficoltà a organizzare questi controlli. La medesima considerazione si applica al settore privato, nel quale le maggiori aziende dispongono in genere di un proprio ufficio tecnico, mentre i singoli privati non sempre fanno capo a professionisti esterni». Sono queste situazioni che preoccupano maggiormente ingegneri e architetti che desiderano responsabilizzare i proprietari sull’importanza della manutenzione. Un altro fattore che distingue in genere i grandi complessi dalle piccole palazzine o dalle case monofamigliari è l’esistenza del piano di sorveglianza e di quello di ma-

L’immobile evacuato in ottobre a Ginevra (a sinistra) e un edificio di proprietà della Città che è stato anch’esso oggetto di una perizia (a destra). (Keystone)

nutenzione. Precisa l’ing. Spinedi: «Per le grandi opere il committente chiede sempre al progettista di elaborare questi due piani. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, sorveglianza e manutenzione iniziano infatti non appena la costruzione è terminata. Rispetto ad alcuni decenni orsono, oggi si pone una maggiore attenzione a questi due aspetti, perché si è capito che sono altrettanto rilevanti se non addirittura più importanti della costruzione stessa. La qualità di quest’ultima nel nostro Paese è molto elevata e negli anni si sono tratti insegnamenti dalle esperienze sul comportamento del calcestruzzo armato». Questo materiale è frutto di una miscela (cemento, acqua, aggregati – sabbia e ghiaia – e additivi) con all’interno un’armatura di barre d’acciaio e eventualmente anche di cavi di precompressione (tecnica che migliora le caratteristiche di resistenza delle strutture in calcestruzzo). Con il passare del tempo, se situato all’esterno e senza un’adeguata protezione, può presentare diversi tipi di degrado di cui si è approfondita la conoscenza negli ultimi decenni. Sviluppato quale mate-

riale da costruzione a metà Ottocento, il calcestruzzo armato ha conosciuto un massiccio impiego nel settore edile a partire dal secondo dopoguerra. Negli anni Sessanta del secolo scorso anche in Svizzera è stato ampiamente utilizzato per la realizzazione di grandi opere (come le autostrade) ed edifici innovativi. «In quegli anni – spiega il nostro interlocutore – si tendeva a ridurre al minimo gli spessori anche per questioni estetiche e perché la sicurezza strutturale era garantita, mentre oggi le norme impongono spessori maggiori per elevare il grado di sicurezza anche a lungo termine (efficienza funzionale). Un altro aspetto che caratterizza questo materiale è la possibilità di prefabbricarlo, tecnica di cui si è discusso anche in relazione al ponte Morandi. Prefabbricazione oppure esecuzione sul posto sono entrambe valide con rispettivi punti di forza e svantaggi di cui bisogna tener conto». «Due concetti basilari nell’impiego di questo materiale – prosegue Paolo Spinedi – sono la sicurezza strutturale, ossia la resistenza delle strutture ai carichi, e l’efficienza funzionale. La funzione alla quale è destinato un ma-

nufatto è determinante per la sua progettazione. Per questo motivo è utile richiamare l’attenzione dei proprietari sull’importanza di affidarsi ai professionisti, architetti e ingegneri, quando si effettuano ristrutturazioni e si modifica la destinazione d’uso, ciò che oggi avviene con una certa frequenza per edifici risalenti agli anni Sessanta e Settanta. Simili cambiamenti, ad esempio per ottenere locali più ampi e maggiori aperture, non sono preclusi, ma in alcuni casi sono necessari specifici accorgimenti per garantire appunto sia la sicurezza strutturale che l’efficienza funzionale». L’elevata qualità delle costruzioni non esime da controlli regolari per valutare il loro stato. In fase di progettazione la cosiddetta «rottura fragile» viene evitata a favore di una «rottura duttile». Ciò significa che il degrado e quindi il rischio è progressivo e si manifesta con elementi visibili e ben riconoscibili dagli esperti. Ai proprietari di immobili il presidente della SIA Ticino raccomanda quindi di verificare regolarmente lo stato degli edifici affidandosi agli specialisti dei vari ambiti della costruzione.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Anna dai capelli rossi. Il graphic novel. Adattamento dal romanzo di L.M. Montgomery di Mariah Marsden, Illustrazioni di Brenna Thummler, Editrice Il Castoro. Da 10 anni È il momento di Anna. Anna dai capelli rossi, o Anna dei Tetti Verdi, come è intitolato il romanzo – Anne of Green Gables – che la scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery pubblicò per la prima volta nel 1908, dando inizio a una fortunata saga. È il momento di Anna, dicevamo, perché, complice la serie televisiva di Netflix Chiamatemi Anna, che ha debuttato nel 2017 ed è già giunta alla sua terza stagione, l’interesse del pubblico, e non solo quello infantile, si sta catalizzando intorno a questa luminosa eroina, «la più cara e adorabile ragazzina nella letteratura dall’immortale Alice», come l’ebbe a definire Mark Twain. Sembra proprio che Anna, con quel

suo sguardo di resiliente meraviglia sul mondo, sia una sorta di talismano per tutti noi incupiti dalle oppressioni del presente, e del resto gli adattamenti delle sue storie sono da sempre stati molteplici: trasposizioni cinematografiche, serie televisive, tra cui quella celebre nipponica di animazione, e ora anche un graphic novel, per la casa editrice il Castoro, che si sta distinguendo per la qualità dei fumetti con cui da qualche tempo affianca la tradizionale produzione di narrativa.

La versione a fumetti di Anna dai capelli rossi coglie bene quella sorta di dialogo tra paesaggio, persone, ambienti da una parte e vita interiore di Anna dall’altra, una vita interiore in grado di valorizzare ogni trascolorare delle stagioni, ogni incontro di «spiriti affini». La dedica delle due giovani autrici americane è un omaggio a Lucy Maud Montgomery, «che ci ricorda che nulla è più potente di una ragazza dotata di immaginazione». Una bella idea per un dono natalizio a ragazze di tutte le età. Mike Unwin-Jenni Desmond, Migrazioni, Editoriale Scienza. Da 8 anni Un’altra bella idea per una strenna è questo libro di grande formato che appartiene al genere della divulgazione scientifica, com’è nel taglio editoriale della casa editrice triestina, il quale ci racconta (perché alle informazioni

scientifiche è sempre intrecciato il calore emotivo della narrazione) venti sorprendenti storie di migrazioni nel mondo animale. Dal viaggio di mamma e cucciolo di megattera dalle calde acque del Pacifico a quelle gelide dell’Antartide; alle decine di chilometri percorse a piedi dai pinguini per andare dal mare al luogo di cova nell’entroterra; all’avventuroso viaggio dei caribù tra la tundra e le foreste; al periglioso volo delle rondini tra Africa e Europa; fino alla sterna artica,

che pesa come un cucchiaino da tè ma che compie il viaggio migratorio più lungo in assoluto: da polo a polo, fino a 77’000 chilometri in un anno! Sono davvero tanti gli animali migratori, che affrontano con incredibile determinazione lunghi e faticosi viaggi con pericoli di ogni sorta, per lo più purtroppo causati dagli esseri umani con i loro sconsiderati interventi su habitat e rotte. È un libro interessante, valorizzato dalle suggestive illustrazioni di Jenni Desmond (vincitrice del New York Times Best Illustrated Children’s Book), che ci portano nei vari ambienti naturali, a cominciare già dai risguardi, dove la staticità verde del mondo vegetale, espressa da alberi ben radicati nella foresta, è compensata dal dinamismo di tre piccole farfalle arancioni, che inseriscono movimento nell’immagine. Un’energia vitale che serve a sopravvivere, e che è propria di tutti noi. Animali umani e non umani.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Società e Territorio

Perché un parco ci cambia la vita Natura Il nostro rapporto con il verde urbano in Noi e l’albero di Valentina Ivancich

Fabrizio Coli Sono attorno a noi, anche dentro le città. Ma spesso quasi non li notiamo e non ci rendiamo conto di quello che la loro presenza o la loro assenza può comportare. Gli alberi – e la natura in generale – hanno con l’uomo un rapporto stretto e profondamente interconnesso, che incide sul benessere non solo fisico ma anche mentale delle persone. Su questo indaga il libro Noi e l’albero, pubblicato da Corbaccio. Quella della neuropsichiatra infantile Valentina Ivancich (nella foto), che alla formazione di medico unisce quella di giardiniere è, dati e studi alla mano, un’analisi approfondita e stupefacente di tutto ciò che il verde urbano riesce a fare. Un parco, dei viali alberati, delle aiuole: sembrano cose da poco. E invece la loro importanza è enorme per la qualità di vita del singolo e della comunità. Dottoressa Ivancich, nel libro lei mette in luce come la presenza di alberi e verde ci aiuti sotto il profilo fisiologico ad esempio fornendoci un’aria più pulita o regolando le temperature di un ambiente urbanizzato, ma anche come essa agisca sulle fasi del nostro sviluppo e a livello delle nostre funzioni cerebrali, aiutandoci a tenere sotto controllo stress e ansie. È un meccanismo di interazione che agisce su più fronti contemporaneamente?

Sì, ed è qualcosa di molto complesso, un sinergismo nel senso di cose che succedono e che si rinforzano a

vicenda. Ciò che salta di più agli occhi è la questione dell’aria pulita e di tutti i servizi ecosistemici, ossia di tutto ciò che fanno alberi, boschi e natura per rendere l’ambiente più vivibile, più sano possibile, più consono alle nostre necessità di organismi viventi. Ma poi ci sono molti altri effetti a livello di biologia e di metabolismo del nostro organismo. La cosa più incredibile è legata al livello psichico. Il potere rasserenante e calmante di una bella passeggiata ad esempio: oggi c’è chi se ne interessa andando a vedere il corrispettivo concreto a livello di attività cerebrale. Anche se da uomini moderni e tecnologici ce ne siamo allontanati tantissimo, siamo legati ancora molto alla natura, in maniera intricata e stretta. Infatti la chiave che lei fornisce per spiegare il benessere che percepiamo a contatto della natura è che la stragrande parte della nostra evoluzione biologica è stata per così dire tarata su un ambiente naturale, diverso da quello delle città. A contatto con la natura il nostro meccanismo biologico torna quindi a funzionare come dovrebbe, cioè per quello che è progettato. È questo che intende?

Sì, ma non bisogna pensare a un ritorno alla natura nel senso di vestirci di pelle e andare a cacciare i Mammut. Occorre trovare dei modi per renderci di nuovo consapevoli di quanto sia essenziale questa specie di abitudine al contatto della natura, a tutti i livelli. Deve tornare ad essere una cosa quotidiana: così come io respiro, mi piace avere dell’ac-

mente perché la vivo tutti i giorni, a quel punto viene meno il pericolo che le battaglie per il clima siano una cosa molto positiva e bella ma un po’ astratta.

Lei sottolinea spesso gli effetti del contatto con alberi e verde sullo sviluppo dei bambini. Come avviene?

qua pulita, mi faccio la doccia, ecco che vado a fare una passeggiata al parco. Oltre che sugli effetti fisiologici, oltre che sullo sviluppo dei bambini e sul bene che fa questo contatto quotidiano, ci sono dei dati interessanti anche sulle ripercussioni a livello sociale che ha l’assenza o la presenza di verde nelle grandi città. Quando leggiamo che la presenza di verde urbano ha effetti a livello di umore generale di vicinato, di collaborazione fra persone o sulla coesione delle famiglie, abbiamo tutta una serie di dati che trascendono la biologia e la psiche individuale e che si pongono a livello di relazioni.

La questione del clima e dell’ambiente è prepotentemente alla ribalta oggi, anche grazie a personalità come quelle di Greta Thunberg estremamente mediatizzate e che si

confrontano con questioni macroscopiche. Lei si concentra invece su quello che si potrebbe definire micro: un parco in città, per esempio, e i benefici forniti dalla sua presenza. Ritiene che i grandi argomenti che riguardano tutti noi si possano affrontare efficacemente partendo dal basso, a piccoli passi?

Penso che tutto sia correlato e che la cosa più importante sia quella di agire alle due estremità, sia sul macroscopico sia su quello che lei chiama microscopico, sulle consapevolezze e sulle abitudini individuali. Questo forse rende più concreto e più immediatamente significativo a livello personale quello che poi i grandi movimenti vanno a promuovere. Se la lotta per difendere il nostro ambiente, il posto dove viviamo, è una cosa che mi riguarda personal-

L’attenzione selettiva che hanno i bambini per gli stimoli del mondo naturale è stata osservata varie volte. Anche questa probabilmente ha origini biologiche e fa sì che dando l’opportunità di periodi di esplorazione e di gioco nel mondo naturale, gli stimoli a curiosare, conoscere, capire come funzionano le cose siano molto numerosi, molto diversificati e in qualche modo trascinino tutta una serie di processi mentali che poi fanno crescere l’intelligenza a tutti i livelli, sia quella verbale che quella non verbale e pratica.

Concretamente, cosa possiamo fare nella vita di tutti i giorni per migliorarla attraverso gli alberi?

Direi ritrovare quella spontaneità nel frequentare parchi e luoghi naturali a noi vicini e anche, quando è possibile, quelli più lontani e più selvaggi. Come dicevo prima, si è perso un po’ di vista il fatto che si tratta di uno dei nostri bisogni essenziali. Non è una futilità pretendere di avere quella mezzora per andare a bighellonare in un parco o in un vero bosco. A livello di atti concreti credo che prendersi il tempo per queste attività sia qualcosa alla portata di tutti. Andare a mangiare il proprio panino in un parco è forse meno comodo ma può essere un modesto ma significativo primo passo.

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Società e Territorio

Come la «dolce morte» entra nelle case per anziani

Autodeterminazione Facciamo il punto della situazione a quindici anni dall’entrata in vigore del protocollo

sul suicidio assistito negli Istituti sociali di Lugano. In Ticino ogni anno una ventina di persone si affida ad Exit

Mauro Giacometti Quindici anni fa, nel 2004, quando nelle case anziani di Lugano entrò in vigore l’Ordinanza che disciplinava il suicidio assistito, la notizia fece un certo scalpore. «Lugano apre le porte alla dolce morte», titolarono all’epoca i giornali che diedero la notizia dell’entrata in vigore del protocollo che permetteva alle associazioni che si occupavano di suicidio assistito di entrare negli istituti sociali cittadini per assistere i suoi ospiti – che ne avevano fatto richiesta – a porre fine alla propria vita. «In effetti in Consiglio comunale ci fu un’accesa discussione e qualche interpellanza, ma poi l’Ordinanza fu approvata e divenne esecutiva – ricorda Paolo Pezzoli, direttore degli Istituti sociali comunali di Lugano –. In effetti in quei tempi la problematica e le basi legali sul suicidio assistito non erano chiari, anche per questo decidemmo di intraprendere la strada della trasparenza: chi tra i nostri anziani aveva scelto volontariamente e in piena coscienza di determinare la propria morte poteva farlo nelle nostre strutture, nella sua camera, evitando così sotterfugi o trasferimenti improvvisi», spiega Pezzoli. Il pericolo, evidenziato anche durante la discussione politica, era quello che le case anziani comunali luganesi diventassero un «ri-

cettacolo» di suicidi assistiti, una sorta di «cimitero» legalizzato. «Ma non fu e non è assolutamente così – sottolinea il direttore degli Istituti sociali luganesi –. In questi quindici anni i casi di suicidio assistito tra i nostri ospiti si contano sulle dita di una mano. E in diverse occasioni, chi aveva scelto di morire, pur in condizioni estreme di salute, ci ha ripensato e all’ultimo momento ha rinunciato ad attivare l’iniezione letale, optando per un decesso naturale, a conferma che nelle nostre strutture si rispetta fino in fondo la volontà dei residenti. Inoltre, non accogliamo ospiti da altre case anziani o cliniche se abbiamo la netta percezione che sia un trasferimento di comodo». Età media oltre i 70 anni, una ventina di casi di accompagnamento alla morte ogni anno in tutto il cantone, dato piuttosto stabile dall’inizio del terzo millennio. Anche per Exit, l’unica associazione che pratica il suicidio assistito in Svizzera presente in Ticino con una propria sede, farsi accompagnare verso la morte non è un fenomeno in crescita esponenziale. «C’è più informazione, più consapevolezza sul suicidio assistito, ma a sud delle Alpi c’è anche una forte componente religiosa a condizionare le scelte in fatto di autodeterminazione e fine vita – dice Ernesto Streit, responsabile di Exit in

A Lugano nasce l’ente autonomo della socialità Lugano fa da apripista in Ticino anche per la costituzione di un ente autonomo della socialità. Dal prossimo primo gennaio, infatti, l’attività e la gestione degli Istituti sociali comunali che comprende, oltre alle sei case anziani, anche Casa Primavera e gli asili nido comunali saranno affidate ad un ente autonomo di diritto comunale. Il Servizio di accompagnamento sociale e l’Ufficio intervento sociale, invece, resteranno di competenza comunale.

L’ente, denominato LIS, Lugano Istituti Sociali, che avrà un bilancio autonomo, sarà gestito da un Consiglio di amministrazione (il cui presidente sarà un municipale) e una direzione. I rapporti con la Città e i compiti affidati all’ente saranno definiti da un mandato di prestazione di durata massima quadriennale. I dipendenti dell’ente saranno assoggettati al Regolamento organico dei dipendenti della Città e saranno affiliati alla Cassa Pensioni di Lugano.

Ticino –. I nostri operatori, ad esempio, sono banditi dalle case anziani gestite da fondazioni religiose ed è più che comprensibile». E questo nonostante dal primo gennaio 2013 sia entrata in vigore in Svizzera una modifica del Codice civile relativa alla protezione degli adulti che definisce le basi legali sulle direttive anticipate, quindi sulla possibilità delle persone in grado di intendere e volere di fissare anzitempo quali misure mediche accettare o rifiutare nell’eventualità che subentri una sua incapacità di discernimento o di esprimere le proprie volontà. Altro discorso è il pendolarismo dei decessi assistiti, in particolare dall’Italia, come hanno raccontato le cronache anche recentemente. Qui Streit è perentorio: «Noi per statuto accogliamo tra i nostri soci, e quindi tra chi accompagniamo alla morte, solo svizzeri o residenti. Non portiamo gente da fuori a morire in Svizzera, tantomeno in Ticino», assicura il rappresentante di Exit. Gli Istituti sociali luganesi – che nelle sei case di riposo medicalizzate ospitano 600 anziani, dando lavoro ad altrettanti collaboratori – dopo aver fatto da «apripista» a livello cantonale sulla «dolce morte», continuano nell’operazione trasparenza per quanto riguarda cure e trattamenti dei suoi residenti, a prescindere che possano aver scelto di affidarsi ad Exit o meno. «Appena arriva un nuovo anziano nelle nostre residenze gli consegniamo una brossure esplicativa e gli facciamo compilare il formulario sulle disposizioni del paziente. Intendiamoci: la compilazione delle direttive anticipate (anche dette testamento biologico, ndr) non è obbligatoria, ma fortemente consigliata, anche su disposizione del medico cantonale, in tutti i contesti in cui si ha a che fare con la salute delle persone», sottolinea Pezzoli. Direttive anticipate formulate per iscritto che peraltro possono essere annullate o modificate dal diretto interessato in qualsiasi momento, anche verbalmente. «Nei nostri interventi nelle case anziani pubbliche o private, che ci siano dei protocolli o meno, man-

Paolo Pezzoli, direttore degli Istituti sociali di Lugano. (CdT - Reguzzi)

teniamo uno stretto contatto con la direzione dell’istituto, che ci deve in ogni caso autorizzare all’accompagnamento nel suo ultimo viaggio della persona che s’è rivolta a noi», assicura Streit. Un ultimo viaggio che, seppur «programmato» attraverso le direttive anticipate o l’iscrizione ad Exit, non è immune da ripensamenti dell’ultimo minuto o effetti collaterali. Come nel caso del personale che per anni ha accudito e curato una persona che ha scelto di «giocare d’anticipo» sulla propria morte naturale. «Ci è capitato recentemente con alcune infermiere che seguivano un nostro ospite che ha optato per il suicidio assistito – precisa Paolo

Pezzoli –. Dopo il suo decesso, abbiamo costituito un care team che ha aiutato il personale ad elaborare la perdita di una persona alla quale negli anni si era affezionato, che aveva curato e che aveva comunque deciso di porre fine alla propria esistenza. Le infermiere e anche i medici hanno vissuto questa esperienza in maniera abbastanza traumatica, come una sconfitta, un’inadeguatezza nel loro operato. Per questo abbiamo deciso di aiutare, con l’ausilio di specialisti esterni, chiunque del nostro personale si possa trovare in condizioni di disagio e sofferenza per la perdita di un nostro ospite», conclude il direttore degli Istituti sociali luganesi. Annuncio pubblicitario

Fare la cosa giusta

Quando la povertà mostra il suo volto nasconde

Legga la storia di Kim: www.farelacosagiusta.caritas.ch

La piccola Kim (7 anni, Svizzera) vive in povertà e non deve essere emarginata ulteriormente


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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Il massacro della Zong Il 27 o 28 novembre 1781, dopo più di quattro mesi di navigazione attraverso l’Atlantico, l’equipaggio della nave Zong avvistava quella che fu creduta essere l’isola di Santo Domingo a 27 miglia marine – ovvero non più di 50 chilometri – a dritta. Si trattava di un errore: l’isola era invece Giamaica, destinazione ultima della nave e del suo carico di 442 schiavi africani. La Zong proseguì la navigazione verso Ovest. L’errore sarebbe stato scoperto solo dopo che la nave si trovava a 480 chilometri oltre il suo approdo, quando ovvero la malnutrizione, le malattie e gli incidenti avevano ucciso un numero imprecisato dei 16 uomini di equipaggio e circa 62 africani. Qui, a questo micidiale nodo di incompetenza marinara, sfortuna e nuda crudeltà umana, cominciava una delle più impressionanti vicende del Passaggio di Mezzo, come si chiamava al tempo il viaggio che portava gli schiavi dall’Africa alle Indie Occidentali.

Il viaggio della Zong era cominciato male. Comprata da una società di mercanti di Liverpool dopo che era stata catturata dalla marina di Sua Maestà in quanto battente bandiera olandese durante un viaggio di trasporto di schiavi. Le era stato cambiato il nome dall’ironico Zorg, che significa «cura, attenzione, preoccupazione per qualcuno o per qualcosa», al meno compromesso Zong. E questo fu il primo errore: alle navi non si cambia nome, quale che sia. Il secondo errore fu nella scelta del comandante. Luke Collingwood era infatti un medico al suo primo comando navale. Aveva molta esperienza come «valutatore» della «qualità commerciale» degli schiavi prima che fossero comprati dai proprietari africani. Coloro che venivano dichiarati privi di valore commerciale venivano spesso uccisi sul posto dai loro proprietari e sotto gli occhi del medico valutatore. Come suggerito da uno storico questo avrebbe reso Collingwood se non altro indiffe-

rente ai fatti che andremo a raccontare. Il primo ufficiale della Zong era James Kelsall, che già aveva navigato con Collingwood su altre navi schiaviste. Forse il più esperto marinaio a bordo era quel Robert Stubbs che si imbarcò stavolta come passeggero. Peccato che Stubbs fosse stato cacciato dalla posizione di governatore del forte Anomabu per la sua incompetenza di alcolista cronico. Pensava forse Collingwood che l’esperienza di Stubbs avrebbe supplito alla mancanza della sua oppure… non lo sapremo mai. Ma il terzo e più grave errore fu di imbarcare un numero di schiavi più che doppio rispetto ai circa 190 che una nave di quel tonnellaggio poteva trasportare. Almeno 442 schiavi affollavano le stive quando il 18 agosto 1781 la Zong salpò per la Giamaica. Sappiamo che il 6 settembre la nave si lanciò sull’oceano dopo essersi rifornita d’acqua a Sao Tome, ma quando arrivò a Tobago, nei Caraibi, il 18 o 19 novembre non si fermò per fare altrettanto. Chi

comandava la nave a questo punto? Il Comandante Collingwood giaceva gravemente malato, non prima di aver esautorato dal comando il Primo Ufficiale a causa di una lite. Sembra che a questo punto Stubbs abbia preso il comando, ma non essendo un membro registrato dell’equipaggio non aveva de jure alcuna autorità sull’equipaggio che – invece – de facto lo odiava per il suo passato e la sua reputazione. Quando fu scoperto che la Zong si trovava a 13 giorni dalla Giamaica ed era seriamente a corto di acqua, tutti i nodi vennero al pettine. I termini dell’assicurazione del «cargo» della nave erano chiari: se gli schiavi fossero morti a terra, i proprietari della nave non avrebbero ricevuto indennizzo. Lo stesso dicasi se gli schiavi fossero morti a bordo «per cause naturali». Ma se gli stessi fossero stati «sacrificati» per salvare la nave e parte del cargo, vi sarebbe stato un parziale indennizzo. L’alternativa era chiara: o rischiare che gli schiavi moris-

sero di sete – e non vi fosse indennizzo – o «sacrificarne» una parte per salvare il salvabile. Sulla nave senza comando – ironia della sorte – le decisioni vengono prese democraticamente: il 29 novembre l’equipaggio decise a maggioranza che parte degli schiavi fossero gettati in mare. In quello stesso giorno 54 fra donne e bambini furono buttati fuoribordo. L’offerta disperata da parte degli schiavi di vedersi ridotte le razioni pur di non essere gettati in mare non fu accolta. Il 1 dicembre fu la volta di 42 uomini ed altri 36 seguirono nei giorni successivi. Dieci si buttarono a mare volontariamente come estremo atto di sfida ai loro carnefici. Il 22 dicembre Zong arrivò in Giamaica con 208 schiavi a bordo, meno della metà di quanti aveva imbarcato. Furono venduti per 36 sterline ciascuno. Seguì un lungo processo fra armatori ed assicuratori per determinare se o meno i primi dovessero essere «indennizzati» per la perdita di parte del «cargo». Ve ne risparmio i grotteschi dettagli.

ho riportato per intero a la sua lettera ma si capisce, anche da questi pochi cenni, che la sua vita riflette quella di molte sue coetanee che, cresciute in famiglie tradizionali, hanno dovuto affrontare cambiamenti imprevisti: frequenti trasferimenti, il divorzio, la dequalificazione degli impegni familiari e domestici, la solitudine, la faticosa ripresa del lavoro, la cura dei genitori, l’insensibilità di una società sempre più frettolosa e distratta, incapace di emergere dal presente e di riconoscere i veri valori. Primo tra tutti la solidarietà. La stessa che lei prova nei confronti della badante, che non considera soltanto una dipendente stipendiata, ma un’amica, quasi una parente per l’affetto con cui accudisce suo padre e partecipa alla vita della vostra famiglia. Lavorando nel sociale, anch’io ho avuto modo di constatare con rincrescimento quante volte le richieste di aiuto vengono monetizzate oppure trattate in modo burocratico, dimenticando che dietro a ogni pratica c’è una persona che soffre e che vuole essere ascoltata,

non come un numero, ma nella sua specificità, nella particolarità della sua condizione. Negli ultimi decenni, l’inserimento di tante donne straniere nelle nostre case, l’aiuto che ci offrono nell’accudire i soggetti più deboli – i bambini, gli anziani, i malati – avrebbe potuto dar luogo a una alleanza femminile, a una nuova sorellanza. Sarebbe stata un’occasione di arricchimento per tutti, la possibilità di superare la solitudine che tanto ci affligge. In realtà ciò è avvenuto solo in pochi casi quando, come lei testimonia, le vicende della vita, i dolori e le gioie, le cadute e le riprese, sono diventate sapienza, saggezza, donatività, amore. L’insensibilità deriva, a mio avviso, dall’incapacità di ammettere la propria debolezza, la propria fragilità, di riconoscere che ognuno ha bisogno degli altri. Anche i bambini che procedono con levità, gli adolescenti inquieti, gli adulti super-impegnati possono all’improvviso diventare dipendenti e richiedere che qualcuno si prende cura di loro con sensibilità, con attenzione, con

dedizione. E i sentimenti sono reciproci o non sono. L’educazione civica non è costituita soltanto da un intreccio di diritti e doveri ma anche da quel calore umano che nessuna legge può ordinare perché il verbo «amare» non conosce l’imperativo. Eppure è il più importante di tutto il vocabolario. Credo che la sua lettera, così sincera, così vera e appassionata possa aiutare, non soltanto la signora Mirella, ma tutti noi, alle prese con un’esistenza sempre più strumentale, competitiva, stretta nella tenaglia dell’Io e del Mio, ad aprire gli occhi e a spalancare le braccia. Fuori ci attende un mondo di bellezze naturali, di arte, di cultura e di storia dove, nonostante tutto, l’umanità conserva e offre ancora il meglio di sé.

e, negli ultimi decenni, i gruppi di specialisti e volontari che, sotto l’egida della Direzione dello Sviluppo e della Cooperazione (DSC), portano avanti progetti concreti: acqua, scuole, ospedali, promozione della donna, ecc. Ne rende puntualmente conto la rivista «Un solo mondo», oltretutto gratuita, svolgendo una preziosa funzione informativa: dati e statistiche, che confermano fatti, da contrapporre a percezioni e pregiudizi, che, tuttavia, continuano a incidere sulle sorti delle collette vittime dell’eccesso. Di certo, l’ambito è sovraffollato: occorre far ordine. Un’urgenza captata, due settimane fa, dal domenicale del «Tages Anzeiger», che ha affrontato il tema sotto vari aspetti: pratico, morale, psicologico. Indicando, per cominciare, le organizzazioni sicure: quelle che, con il marchio Zewo, garantiscono efficienza, trasparenza, solidità. Altro

suggerimento ragionevole, concentrare l’offerta su un solo obiettivo, anziché suddividerlo in oboli sparsi. Stando agli esiti ottenuti, e contrariamente a una diffusa convinzione popolare, sono i grandi enti nazionali e internazionali, accusati di sperperi burocratici, a meritare fiducia. Non da ultimo, però, il cuore, cioè sentimento e simpatia, hanno una sempre una parte insostituibile. Donare rimane un modo per esprimere affetto e vicinanza a cause, paesi, persone che ne hanno bisogno. E anche che ci piacciono. A questo punto, il gesto allarga la portata: diventa un «do ut des», una forma di reciprocità, indefinibile e non quantificabile. «La generosità ci rende più felici», parola di specialista: Philippe Tobler, autore di un trattato di neuro-economia. Modestamente, da profani, ce n’eravamo accorti pure noi. Per riprendere l’interrogativo iniziale

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Accudire con sensibilità e amore Cara Silvia, leggevo come d’abitudine la sua rubrica e mi ha colpito quanto scrive la signora Mirella: condivido appieno il suo stato e vorrei esserle di conforto, se così si può dire. Mi chiamo Beatrice, ho 63 anni e da vent’anni, dopo che mio marito ha scelto la segretaria al mio posto, ho deciso di prendere mio padre in casa senza sapere che cosa mi attendesse. In quel periodo ero disoccupata e ci sono voluti parecchi anni prima di recuperare la «mia carriera» di insegnante. Avevo tre bimbe e, d’accordo con mio marito, mi ero dedicata alla famiglia, tanto più che, per esigenze di lavoro, avevamo viaggiato molto. Ma, al momento del divorzio sono diventata, davanti ai giudici, quella che non voleva lavorare! Ora mio padre, che vive sempre con me, ha 94 anni e ha conquistato il mio cuore e quello delle mie figlie. Sta bene ma ho dovuto ridurre la mia attività a metà tempo per concedere alla badante le sue ore libere. Improvvisamente questa signora, rientrata dopo due mesi di vacanza dalla Bulgaria, è stata richiamata in patria

per la morte del marito. Nel frattempo, trovandomi obbligata a lavorare a tempo pieno, mi sono affidata alle associazioni che procurano badanti specificando che era per un periodo limitato. Purtroppo mi sono sentita più che mai sola, attorniata da persone che volevano esclusivamente trarre profitto. Sono stati 15 giorni infernali! Ora la nostra cara aiutante è rientrata e sento un grande affetto per lei: una persona comprensiva, allegra, affettuosa, molto riconoscente. Da tempo ho avviato una conversazione col Cantone perché ritengo che le badanti, come gli anziani, meritino maggior attenzione. Altrimenti saremo tutti più soli. Peccato. A scuola, anche se è l’ultimo anno, intendo portare un’educazione sociale all’interno della classe. Questo mondo mi pare così occupato nel correre e rincorrere divertimenti senza sostanza, effimeri. In conclusione ci tenevo a dirle, cara Mirella, che nel suo sacrificio non è sola. / Beatrice Cara Beatrice, mi scuso se, per motivi di spazio, non

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio E tu di che colletta sei? Privilegio-paradosso delle nostre democrazie, dove c’è posto per il tanto che, poi, diventa il troppo. Succede nella politica con partiti sempre più divisi in correnti contrastanti e con movimenti di piazza seducenti e inconcludenti. Succede nella cultura con manifestazioni, magari importanti, che però, sovrapponendosi, si annullano. Ma, soprattutto, succede nella beneficenza con le collette che, lungo il dilatato periodo natalizio, attraverso una pubblicità cartacea e informatica senza limiti, si accumulano a valanga. Dalla quale, come avviene materialmente, in montagna, si cerca una via di scampo. Una reazione spontanea, a prima vista giustificata, di fronte a un cumulo di volantini, fascicoli, con annessa cedola di versamento e a volte una penna o un calendarietto omaggio. Ora, e qui sta il vero problema, diversamente da molti altri messaggi

commerciali, le collette non sollecitano la disponibilità ad acquistare, per noi, bensì a cedere qualcosa di nostro, da destinare ad altri. Per giunta, si tratta di altri, spesso, sconosciuti, estranei, stranieri, con i quali non si avranno contatti diretti e dai quali il dono, forse, non otterrà nessun riscontro. Ne deriva un senso di fastidio, che abbinato all’ecologismo, per via dello spreco di carta, potrebbe sembrare virtuoso. Se, invece, non diventasse indifferenza, chiusura, addirittura sospetto verso richieste d’aiuto, considerate invadenti, rivolte persino a obiettivi speculativi. Il complottismo è sempre dietro l’angolo. Chissà dove andranno a finire tutti quei soldi? L’ interrogativo è ricorrente, anche nella patria di Henri Dunant, di Pestalozzi, di istituzioni storiche quali Pro Infirmis, Pro Senectute, Pro Juventute, Caritas, Helvetas,

«E tu di che colletta sei?» è il caso di vedere l’abbondanza di collette anche alla stregua di un privilegio. L’opportunità di scegliere liberamente, concedendosi magari qualche sfizio. Mi capita, oso confessarlo, di versare qualche franco alla Fondazione Cani San Bernardo, per una sorta di capricciosa simpatia da non cinofila. Più che un dono, un acquisto, mi arrivano oggetti e immagini deliziosi. Perché, infine, anche la colletta, ha risvolti di business, socialità e mondanità. Un tempo a Lugano, si parlava di «dame della carità», circondate da un alone elitario. Oggi, non si chiamano più così, ma, al di là delle facili ironie, i ricchi che danno rappresentano sempre una risorsa, sia pure praticata in una cornice salottiera. E c’è da chiudere un occhio, se poi lo fanno sapere, forse troppo rumorosamente. L’importante è che lo facciano.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Ambiente e Benessere Un’auto tutta nuova In uscita il nuovo modello della Peugeot, un suv dal design accattivante che si chiama 2008

55 chilometri di Graves Ricca di storia è la regione francese culla dei migliori vini liquorosi famosi in tutto il mondo

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Secca, corta e rigata Si chiama pacchero il formato di pasta di grano duro che va molto di moda oggi

Cercasi avvistatori Ficedula cerca di capire se i cambiamenti climatici influiscono sulle migrazioni

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Cli-fi, la narrativa per l’ambiente Sensibilizzazioni Quando la creatività

si muove per risvegliare le coscienze sulle conseguenze distruttive del cambiamento climatico

Loris Fedele Parliamo di un genere letterario di recente costituzione, la «climate-fiction», abbreviato in cli-fi. Ne parliamo perché è legato a un fenomeno attuale e perché, con il prezioso aiuto dei social network, ha preso negli ultimi anni sempre più forza. Il suo scopo è quello di offrire ai lettori narrazioni che risveglino le coscienze sulle conseguenze distruttive del cambiamento climatico. L’occasione ci viene fornita dalla pubblicazione del secondo fascicolo del 2019 di «Opera Nuova» la Rivista internazionale di scritture e scrittori edita nel Canton Ticino (www.operanuova. com) – interamente dedicato ai cambiamenti climatici. «Opera Nuova» già nel 2018 uscì con un numero dedicato al verde e all’importanza del mondo vegetale. Perché ritorna a parlare di tematiche ambientali? Perché è importante e gli scrittori che contribuiscono a questo numero sposano l’idea che sia la forte pressione antropica la causa che fa impazzire il clima e, a modo loro, vogliono denunciarlo. Lo fanno con racconti del genere cli-fi, un termine che fu coniato nel 2007 dal giornalista e scrittore nordamericano Dan Bloom, allarmato o, meglio, terrorizzato da un rapporto dell’IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU fondato nel 1988). Bloom, cosciente che parlare di cambiamenti climatici in modo strettamente scientifico non appassionava il pubblico, ritenne fosse meglio trasformare i dati tecnici in una storia da raccontare. Sabrina Caregnato, nel Sommario di «Opera Nuova», ricorda che «la narrativa, la fiction, oltre a far riflettere, riesce a commuovere, a emozionare, in ultima analisi a risvegliare la coscienza collettiva». Bloom trovò una formidabile alleata nella scrittrice e ambientalista canadese Margaret Atwood che divulgò il genere facendo sì che il termine e la letteratura cli-fi assumessero dignità propria.

La cli-fi ci offre la possibilità di saperne di più emozionandoci con delle storie, che sono alla fine il metodo più efficace con il quale l’umanità ha sempre trasmesso le proprie esperienze. Gli scenari immaginati dalla cli-fi si alimentano dalla realtà contemporanea, derivano da uno studio attento della produzione scientifica sull’argomento che traducono in storie comprensibili. Si sa che il linguaggio dei dati e l’arido discorso scientifico risultano ostici a molti lettori, che subito li rifiutano. Che la scienza non sia popolare è lo spunto del racconto Il Convegno, di Giovanni Bruno, che ironizza amaramente sull’approccio alla problematica ambientale di un gruppo di intellettuali e politici, e sul loro parlarsi addosso, incomprensibile ai più e quindi inconcludente. Il giornalista Carlo Silini, nell’introduzione Il caldo dentro, rincara la dose, confermando che gli articoli apocalittici sui quotidiani e i reiterati allarmi scientifici non bastano a smuovere le coscienze. Le cose bisogna provarle sulla propria pelle per convincersi. Cita un’esperienza personale in un torrido Ferragosto fiorentino. Conclude invocando una maggiore presenza di opere letterarie sul cambiamento climatico. A questo proposito si potrebbe osservare che la cli-fi si è svegliata un po’ tardi. Meglio tardi che mai, comunque. Perché del pericolo di un’eccessiva produzione di CO2 che va ad alimentare il naturale effetto serra, e quindi il cambiamento climatico, si parla fin dagli anni Settanta. Lanciarono l’allarme gli scienziati americani a un convegno dell’AIEA (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) a Salisburgo, dove si dibatteva di centrali nucleari. Anch’io ero presente. Molti ambientalisti sottovalutarono l’avvertimento perché allora il nemico era considerato la fonte nucleare e il discorso sull’anidride carbonica in eccesso fu interpretato come un tentativo dei filonucleari di distogliere l’attenzione dal vero problema. A questo contribuirono le

Il genere letterario «climate-fiction» nasce con il termine coniato nel 2007 dallo scrittore Dan Bloom. (publicdomainpictures.net)

strumentalizzazioni politiche di parte, alimentate ad arte anche da chi aveva interessi nel petrolio e nel metano. Quel campanello d’allarme fu colto solamente da una ristretta cerchia di intellettuali, che negli anni Ottanta cominciarono a spingere sul concetto di sviluppo sostenibile. Ricordo tra l’altro che nel 1974, a Washington, Lester Brown fondò il World Watch Institute, il primo istituto dedicato all’analisi delle questioni ambientali mondiali. Ebbi la fortuna di incontrare anche lui. Nel 1984 l’Istituto pubblicò lo State of the World (lo stato del mondo). Sarebbero seguite altre pubblicazioni, sempre scientifiche. Il 1987 fu l’anno del famoso Rapporto Brundtland, dal nome della presidente della Commissione mondiale su Ambiente e Sviluppo, che sotto il titolo di Il futuro di tutti noi diede la de-

finizione e le linee guida dello sviluppo sostenibile, in chiave economica e di salvaguardia dell’ambiente. Di spunti per chi avesse voluto coglierli ce ne sono stati parecchi. Sembrò poter risvegliare le coscienze il famoso Vertice della Terra di Rio de Janeiro, del 1992. Il suo slogan diceva «nelle tue mani», sul manifesto la mano dell’uomo reggeva il mondo. Due anni dopo ben 196 nazioni, tra le quali la Svizzera, firmarono la convenzione quadro sui cambiamenti climatici preparata a Rio. La convenzione era universale nel principio, riconosceva l’esistenza di un cambiamento climatico alimentato dall’attività umana e dava ai paesi industrializzati la responsabilità e il compito di lottare contro questo fenomeno. Tutti sappiamo com’è andata. Siamo quest’anno alla 25esima Conferenza mondiale sul clima e ogni

anno si litiga, si cerca sempre un colpevole e si scaricano le responsabilità, rinviando le decisioni alla Conferenza successiva. Su «Opera Nuova» coglie questo spunto Sabrina Caregnato, nel suo racconto Permafrost, con il quale sottolinea come questo scaricarsi di responsabilità coincide con il far ricadere le proprie colpe, quelle degli adulti di oggi sulle giovani future generazioni, e poi lo sviluppa sbizzarrendosi in visioni apocalittiche, con situazioni e comportamenti che nessuno avrebbe mai pensato di dover vivere. Le fa eco, con conclusioni ancor più amare, Duilio Parietti in Quando il Sole si arrabbiò che vede addirittura l’uomo sparire per colpa sua. Seguono dei brevi saggi e altri racconti con scenari e storie che, partendo da preoccupanti verità scientifiche, cercano di farle capire al grande pubblico.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Per un futuro meno noioso

Motori Peugeot lancia il suo nuovo modello «2008» proponendo

Mario Alberto Cucchi «Unboring the future» ovvero rendere il futuro meno noioso. Questo lo slogan coniato nel 2018 dal costruttore di automobili Peugeot. Non parole rimaste al vento ma un obiettivo in parte già concretizzato nella nuova 2008 presentata in questi giorni tra le verdi colline della Provenza, in Francia.

Al debutto anche la e-2008, che raggiunge una velocità massima di 150 km/h e scatta da 0 a 100 in soli 8,5 secondi Un’auto tutta nuova. Partiamo dall’estetica in cui appare riconoscibile anche a distanza la nuova «firma» luminosa della casa francese. Parliamo delle luci di posizione con taglio verticale. Si trovano ai lati del cofano e all’occorrenza si trasformano in frecce laterali. Un elemento di design importante che ben si associa con le luci a led anteriori a tre elementi e alla trama a scacchiera della grande mascherina sul cui centro si trova il classico leone. Uno stile sofisticato, alla francese, fatto di linee tese e dettagli curati. Il tetto inclinato e le fiancate squadrate dissimulano la lunghezza di 4 metri e

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

30 centimetri (più lunga di 14 centimetri rispetto alla precedente) facendola sembrare più compatta. Si tratta di un suv con un’ottima abitabilità interna e tanto spazio per i bagagli grazie ai 434 litri di capienza massima. Anche se al volante si trova una persona alta un metro e ottanta, dietro di lui può sedere un passeggero altrettanto alto. Molte le innovazioni tecnologiche. Dai sistemi di guida autonoma di tipo 2 che permettono all’auto di seguire autonomamente quella che precede frenando e accelerando da sola, al lane positioning assist, che provvede a mantenere l’auto al centro della corsia. Stupisce il Peugeot i-Cockpit ovvero quel concetto innovativo che ha rivoluzionato il posto di guida delle Peugeot più recenti e che, grazie alla tridimensionalità del nuovo cruscotto digitale, posiziona sempre in primo piano le informazioni come in un ologramma. Indicazioni dinamiche e animate che si avvicinano allo sguardo del guidatore in funzione della loro importanza o urgenza, permettendo un concreto vantaggio di circa mezzo secondo in termini di reattività alla lettura. Prezioso anche l’active safety brake ovvero la frenata automatica di emergenza di ultima generazione, rileva i pedoni e i ciclisti, di giorno e di notte, da 5 fino a 140 km/h. Tecnologico anche lo schermo centrale – che arriva fino a 10 pollici – dedicato all’infotainment.

Con la nuova 2008 debutta anche la versione elettrica. Una vettura ecologica a emissioni zero che promette un’autonomia di 310 chilometri secondo il ciclo WLTP grazie a un pacco batterie da 50 kilowatt. Ma non è solo rispettosa dell’ambiente, perché fa delle prestazioni un’altra delle frecce nel suo arco. La e-2008 raggiunge una velocità massima di 150 chilometri orari ma, soprattutto, scatta da ferma a 100 orari in soli 8,5 secondi. La ricarica può avvenire in diversi modi. Sia con la presa di casa sia con colonnine dedicate. Ovviamente i tempi possono variare da solo mezz’ora a un giorno intero a seconda della potenza immessa. Con la colonnina rapida da 100 kW bastano infatti 30 minuti per ricaricare l’80% della batteria. Non tutte le elettriche possono attingere a colonnine così potenti. Oltre al modello elettrico saranno commercializzate anche versioni equipaggiate con un motore termico tradizionale, questo perché in Peugeot lo sanno bene: l’elettrico non è per tutti. Non tutti sono elettrocompatibili. La scelta va fatta in base alle percorrenze chilometriche quotidiane e alla possibilità di caricare le batterie che ogni cliente ha. Meglio se a casa in un garage e meglio ancora con una wallbox oppure al lavoro. Peugeot 2008 arriverà nelle concessionarie nei primi mesi del 2020.

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L’asprezza dell’olivello spinoso Mondoverde Per arricchire di colore

l’autunno dei giardini, bastano due esemplari di Hippophae rhamnoides Anita Negretti È autunno, e come capita spesso mi ritrovo ferma in colonna con la mia auto. Sto guardando annoiata il paesaggio accanto a me: strade, case, altre macchine, immancabili rotonde stradali riempite di aceri e nandine domestiche, quando il mio sguardo si posa incuriosito su un ampio arbusto presente sul lato opposto della rotonda. Carico fino all’orlo di bacche sferiche color arancione, catalizza gli sguardi anche degli altri automobilisti. Faccio una breve sosta per capire di quale pianta si tratta: è uno splendido esemplare di Hippophae rhamnoides. Ne ho acquistati due piccoli alberelli e poi li ho piantati nel mio giardino, per arricchire la collezione di piante utili all’avifauna e di sicuro successo nella stagione autunnale. L’Hippophae rhamnoides, chiamato in italiano olivello spinoso, si presenta come un arbusto dalle medie dimensioni, arrivando a toccare i tre metri, con una chioma altrettanto ampia, formata da molti rami, di colore grigiastro e con lunghe spine. Le foglie, caduche durante i mesi freddi, compaiono nuovamente in primavera, e si presentano lunghe fino a sei centimetri, senza picciolo, di color argenteo nella pagina superiore e bianche in quella inferiore. Poco prima della comparsa delle foglie, se si presta attenzione, si vedranno sui rami nudi i piccoli fiori bianchi poco vistosi. Al momento dell’acquisto in vivaio, ricordatevi di richiedere due esemplari, uno maschile e uno femminile, visto che l’olivello spinoso è una pianta dioica, ovvero con fiori maschili e femminili portati su individui diversi. Nel dubbio, recatevi in vivaio tra aprile e maggio, periodo della fioritura e osservate con attenzione i fiori: se li Tiratura 101’634 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

trovate riuniti in grappoli (amenti simili a quelli del salice), siete di fronte a una pianta maschio, mentre se trovate fiori solitari ecco trovata la pianta femmina. Solo le piante femminili, dopo l’impollinazione, saranno in grado di produrre tra settembre e ottobre le drupe arancio brillante, molto vistose e in grado di perdurare sui rami fino alla fine dell’inverno. Sferiche, dal diametro di sei-otto millimetri, le bacche si sviluppano in gruppi densi e numerosi, regalando un aspetto molto decorativo alla pianta. A dispetto del nome, che a me risuona tanto nordico, e dunque lo immaginavo tipico della flora germanica, l’Hippophae rhamnoides ha invece un areale di sviluppo molto mediterraneo, che va dalle coste assolate europee a quelle asiatiche, prediligendo i greti dei fiumi e dei torrenti, amando colonizzare i pendii franosi, le zone vicine al mare con terreni sabbiosi e aridi. Ha una forte resistenza alle zone saline (alofita), non teme la siccità e nemmeno i freddi venti invernali, riuscendo a vivere molto bene a partire dal livello del mare fino a raggiungere i 1700 metri di altitudine. Oltre a tutti i pregi fin qui elencati, questo arbusto ne ha molti altri, che spaziano dall’uso di diversi esemplari piantumati in filari per creare siepi impenetrabili a bordo terreno; alla loro capacità di migliorare notevolmente la fertilità del suolo, grazie alla connessione tra i batteri simbionti presenti nei tubercoli radicali, in grado di fissare l’azoto atmosferico; al ricchissimo apporto di vitamina C (acido ascorbico). Le bacche, infatti, benché risultino molto aspre, si possono consumare fresche o lavorate per produrre marmellate, tè, oli, succhi e liquori, con ottime proprietà. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Ambiente e Benessere

La culla dei vini liquorosi più celebri al mondo

Scelto per voi

Bacco giramondo È nel Graves, così come nel Pessac-Léognan e nel Sauternes, che si

producono non solo superbi vini rossi ma pure notevoli vini bianchi secchi e anche liquorosi Davide Comoli

Graves Jean-Louis Zimmermann

La vasta regione delle Graves è posizionata sulla riva sinistra del fiume Garonna. Questa regione è la più antica tra le regioni del bordolese e le sue vigne esistevano già molto prima di quelli del Médoc; alcune proprietà come ad esempio Ch. Pape Clément, hanno più di 700 anni di storia. L’appellation Graves si estende per circa 55 chilometri a sud, arrivando alla città di Langon; il punto più lungo è di circa venti chilometri, da est verso ovest. Questa ampiezza di superficie dà origine a una produzione di vini differenti. Qui si producono non solo superbi vini rossi, ma pure notevoli vini bianchi secchi e anche liquorosi. È infatti in seno alla Graves che troviamo le A.O.C. «Barsac» e «Sauternes», i vini liquorosi più celebri al mondo. Come il suo nome lascia intendere, il terreno delle Graves è composto da una serie di affioramenti di depositi sedimentari, dominati da ciottoli mischiati alla sabbia, con degli strati argillosi accumulatisi nei secoli.

Il paesaggio è vallonato con foreste e i vigneti migliori occupano le groppe delle colline meglio drenate; inutile sottolineare che il sottosuolo varia da un cru all’altro. Per molto tempo oscurati dai grandi crus del Médoc, i migliori vini delle Graves stanno negli ultimi anni conoscendo un meritato successo, soprattutto con i vini di Pessac-Léognan. Questa appellation è sicuramente la più importante della regione delle Graves e la sua parte settentrionale confina con la città di Bordeaux. È solo dal 1987 che Pessac-Léognan ha ottenuto una propria «A.O.C.», defilandosi un po’ dalle Graves. Dal punto di vista storico questo riconoscimento è arrivato relativamente tardi, visto che le proprietà vicine alla città hanno subito un crollo nel corso del XIX secolo. La nostra speranza, e ci crediamo fortemente, è che la vicinanza della città con la sua edilizia invasiva non faccia sparire questi siti da leggenda, culla del vigneto bordolese. Nel tentativo di cercare la parte buona in tutto questo, si potrebbe osservare che la scompar-

sa di tanti vigneti è stata ricompensata da uno sviluppo qualitativo dei cru che contano (Haut-Brion, Pape-Clément), due bandiere di Bordeaux e parecchi altri crus classés nel lontano 1959. Pessac-Léognan è la sola regione del bordolese che produce vini sia bianchi sia rossi d’eccellente qualità. Di due rossi abbiamo parlato, ma ai nostri cari lettori raccomandiamo i bianchi prodotti con uve Sémillon e Sauvignon Blanc di Château Smith Haut Lafitte, Château La Louvière e il mitico Château Carbonnieux, da accompagnare a un rombo in salsa mousseline. Scendendo verso sud, si raggiunge Sauternes, dove si concentra la migliore produzione di eccellenti vini liquorosi creati dalla «muffa grigia». Possiamo solo incoraggiarvi a fare una passeggiata in questa infilata di colline e vallate, che ad ogni svolta offre un paesaggio diverso, vecchie rovine di imponenti fortezze, piccoli borghi chiusi in se stessi e poi castelli che presiedono ai crus classés. Sauternes vi accoglierà nella serenità della sua campagna e chi apprezza la buona cucina troverà un paio di buoni ristoranti in cui gustare un grande vino dell’appellation. Tra il XVII e il XIX secolo, i vini liquorosi erano le vedettes del bordolese. I primi amatori di questo genere di vini furono gli olandesi che permisero a questi crus di fare una carriera senza precedenti. La crisi filosserica di fine XIX e inizio XX secolo che determinò una caduta dei vini liquorosi – ma anche una serie di grandi millesimi negli anni Ottanta e l’infatuazione di alcuni amatori di questo genere di vini – permise di rovesciare la tendenza. Questa appellation (Sauternes) appartiene a cinque comuni: Fargues, Bommes, Preignac, Barsac e Sauternes. I vitigni della zona sono gli stessi dei Graves bianchi (Sauvignon, Sémillon, Muscadelle). Il Sémillon, per la sua particolare

idoneità a essere attaccato dalla botrytis (muffa nobile) entra normalmente con l’80 per cento nell’assemblaggio, il Sauvignon con il 20 per cento al quale qualche volta si aggiunge poco Muscadelle. I vini di Sauternes sono ricchi, mielosi, vellutati, di corpo, con una punta di acidità che propizia il loro invecchiamento ottimale. Con gli anni cambia colore (può restar qualche decennio in cantina), diventa più profondo e con un gusto più secco, quasi di bruciato. La regione è attraversata dal torrente Ceron, le cui acque fredde si gettano in quelle più calde della Garonna. Questa configurazione geografica particolare favorisce le brume autunnali che ristagnano sulle vigne lungo il fiume. È questo il momento ideale perché le spore del fungo della botrytis si moltiplichino sui grappoli. Di regola le brume svaniscono sotto il sole caldo del mezzodì, ma se l’umidità si prolunga nel pomeriggio, ci saranno le condizioni migliori per un’ottima disidratazione delle uve. Anche se le condizioni climatiche sono ideali, i produttori devono prodigare delle cure speciali a questi vini, molto più che ad altre tipologie. E soprattutto il debole rendimento, due bicchieri da 1 dl per ceppo, permette la buona maturità e concentrazione. A Château d’Yquem, situato a 86 m s/m che è il punto più alto del Sauternes, si producono vini da leggenda (1 dl per ceppo), nelle buone annate si ottiene un nettare eccezionale, dai profumi intensi, miele, noci, uva passa, albicocche e confettura d’arance; in questo vino v’è la forza, l’ampiezza, la dolcezza, ed esplode in bocca con i suoi aromi. Per le feste potrebbe essere di fatto un buon regalo (anche se un po’ caro): il solito foies-gras d’oca, un maturo formaggio bleu, un tarte-tatin, ma anche il piacere di centellinare questa Ambrosia, che i cugini d’oltralpe definiscono, scherzosamente: «La pipì des Anges».

Cartizze Barboza

Nella Marca Trevigiana, il vigoroso vitigno Glera domina incontrastato. Coltivato su pendenze che arrivano anche al settanta per cento e che costringono a orientare i filari di traverso e girapoggio con piccole quantità di vitigni autoctoni come: la Bianchetta, la Perera e il Verdiso, il Glera delinea i contorni sensoriali delle varie tipologie di Prosecco. Il Cartizze è un cru di 107 ettari tra le frazioni di Saccol, Santo Stefano e San Pietro di Barbozza nel Comune di Valdobbiadene, dove le vigne più scoscese esaltano le sfumature e le differenze nei vini. Il Barboza, prodotto dall’Azienda Agrigola Benotto, è un Cartizze Superiore di rara eleganza. Di un bellissimo colore giallo paglia con sottili riflessi verdolini, il vino possiede una bella spuma e perlage molto lungo, al naso presenta impetuosi accenti fruttati e persistenti che ci ricordano la mela, la pera per poi passare a note di fiori bianchi, leggero di corpo e fragrante, è un vino di facile beva. Ottimo per un brindisi tra amici, come aperitivo con stuzzicanti «appetizer», ma anche con pasticceria secca. / DC Trovate questo vino nei negozi Vinarte al prezzo di Fr. 29.50. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Il pacchero che fa tendenza Gastronomia Dalla curiosa leggenda, questo formato di pasta non ha solo una storia

La moda esiste ovviamente anche nel mondo della cucina. Ci sono ingredienti che di colpo tutti incominciano a utilizzare, non se ne può fare a meno, e che poi un giorno, di colpo, spariscono. Vale per gli ingredienti ma vale più in generale un po’ per tutto in cucina. Un buon esempio ci viene dato, per dirne uno, dai formati di pasta. Quanti siano nessuno lo sa, dato che ogni pastificio è libero di produrre i formati che vuole e di certo avere formati un po’ strani dà tono alla propria offerta. E quindi, al di là del dominio degli spaghetti – che però onestamente ignoro quanto sia statisticamente vero, cioè quale sia la percentuale degli spaghetti nella produzione totale – per gli altri formati qualcuno raggiunge un buon successo, ma capita poi anche che magari venga poco dopo dimenticato.

Una bizzarra leggenda vuole che i paccheri siano stati inventati per poter contrabbandare spicchi d’aglio Oggi per esempio sono di grandissima moda i paccheri. Io di mio non li amo più di tanto, e infatti il mio computer dice che su «Azione» ne ho parlato solo quattro volte in tutti questi anni. Ma siamo sempre in tempo a rimediare. Si tratta di un formato di pasta secca corta, di grano duro. Rigata all’esterno, ma liscia all’interno, a taglio dritto, in genere trafilata al bronzo. Tipici della Campania, i paccheri assomigliano alle maniche, un formato peraltro oggi quasi estinto, ma sono più sottili. Un tempo erano considerati la pasta «dei poveri» perché, essendo di grande formato, ne bastavano pochi per riempire il piatto. Una bizzarra leggenda vuole che i paccheri siano stati inventati per poter contrabbandare almeno quattro spic-

chi d’aglio in ogni pezzo. L’aglio del sud Italia veniva ritenuto più profumato e saporito di quello coltivato in Nord Italia e Europa; quando i governi locali ne vietarono l’importazione, gli agricoltori per attraversare la frontiera pare che nascondessero gli spicchi per l’appunto all’interno dei paccheri. L’origine del nome è controversa: secondo alcuni deriverebbe dal verbo «pacchiare», che significa «mangiare in modo ingordo»; secondo altri dal dialetto napoletano, dove il termine pacchero significa schiaffo. Di qui l’altro nome, schiaffoni, con cui questo tipo di pasta è anche conosciuto – ma una tradizione vuole che questo secondo nome derivi piuttosto dal suono che la pasta emette quando viene versata nel piatto. La forma convessa e la superficie rugosa li rendono particolarmente adatti a trattenere il sugo. Quindi il consiglio è di condirli con sughi ricchi, che comprendono magari proteine, per gustarli poi come piatti unici. Vi propongo due ricette con questa pasta. Paccheri con le melanzane (ingredienti per 4 persone). Fate soffriggere in un tegame un trito di aglio e cipolla con olio. Aggiungete 3 melanzane medie tagliate a cubetti e fatele insaporire per qualche minuto, rimestando. Unite 300 g di polpa di pomodoro e 1 manciata di basilico spezzettato o di prezzemolo tritato e fate cuocere per 20’ circa. Regolate di sale e di pepe. Cuocete 400 g di paccheri, scolateli al dente e fateli saltare nel sugo, unendo poca acqua di cottura. Completate con grana grattugiato e servite. Paccheri gratinati (per 4 persone). Preparate 300 g di ragù di carne, bianco o rosso a piacere, e una besciamella con 50 g di farina, 50 di burro e 5 dl di latte. Regolate di sale e di pepe. Fate cuocere 400 g di paccheri, scolateli al dente e conditeli con il ragù. Trasferiteli in una pirofila leggermente unta e cosparsa di pangrattato. Copriteli con la besciamella e spolverizzateli con 4-5 cucchiai di grana grattugiato. Infornate a 200° finché la superficie non sarà ben gratinata. Servite subito.

CSF (come si fa)

Assianir

Allan Bay

Jordiferrer

ma anche la capacità di trattenere bene i sughi

Non si può che parlare bene dei legumi. Tutti condividono caratteristiche simili: ricchezza di proteine vegetali, carboidrati e minerali e un buon tenore di vitamine del gruppo B. Si trovano in commercio allo stato secco; i piselli, i fagioli e le fave si possono comperare anche freschi, in stagione. Inoltre, quasi tutti sono disponibili in scatola. Io adoro, come tutti, quelli secchi: nulla contro quelli in scatola, sia chia-

ro, ma quelli secchi sono «più simpatici», anche se richiedono ammollo e lunghe cotture: vanno ammollati (salvo le lenticchie che basta sciacquarle) prima di essere cotti. E cuocendoli, non dimenticate di aggiungere qualche pezzo di alga kombu: li rende poi più digeribili. Di tutti i piatti a base di legumi, il più sontuoso è la bomba di legumi, un super piatto unico, da condividere con tanti. Vediamo come si fa (segue la ricetta con ingredienti per otto persone). Lasciate a mollo 400 g di legumi secchi (ceci, fave, fagioli vari) per un giorno, poi scolateli, sciacquateli, metteteli in una pentola, copriteli d’acqua e cuoceteli aggiungendo 3 foglie di alloro e 3 pezzi di alga kombu secca. Alla fine, dovranno essere molto teneri. Levate l’alloro e get-

tatelo, levate la kombu, tagliatela a julienne e rimettetela con i legumi. Pulite e tagliate a julienne 1 cipolla, 1 porro, 1 carota, 1 costa di sedano, 100 g di spinaci, 100 g di foglie di verza, 1 zucchina e un pezzo di zucca; fateli rosolare in una casseruola con un filo di olio per 5’, coprite a filo di acqua e cuocete per 30’. Rosolate 200 g di pancetta a dadi. Cuocete in abbondante acqua salata al bollore 300 g di pasta «mischiata» (quella di tanti formati dello stesso spessore, che quindi cuociono nello stesso tempo) e scolatela al dente. Unite nella pentola dei legumi caldi – ma non bollenti – le verdure, la pancetta e la pasta, quindi spolverizzate con un trito di erbe aromatiche (maggiorana, salvia, prezzemolo, basilico e mentuccia), mescolate bene, regolate di sale e di pepe e servite.

Ballando coi gusti Oggi un grande classico veneziano, folpeti lessai (moscardini bolliti) e un’interessante insalata calda di pesce.

Folpeti lessai

Pesce alle verdure

Ingredienti per 4 persone: 800 g di moscardini · limone · alloro · prezzemolo · olio

Ingredienti per 4 persone: 600 g di filetti di pesce bianco · 2 patate · 1 carota ·

Mondate i moscardini, privateli degli occhi e lavateli. Mettete in una pentola abbondante acqua, unite 2 foglie di alloro e il succo di mezzo limone e portate al bollore. Immergetevi i moscardini, uno per volta, tuffandoli dalla parte dei tentacoli, in modo da farli arricciare. Poi cuocete a fuoco dolce per 30 minuti. Scolate i moscardini, lasciateli raffreddare, metteteli in un piatto fondo con i tentacoli rivolti verso l’alto e conditeli con olio, sale, pepe, prezzemolo tritato e il succo del rimanente limone. Lasciate riposare per almeno 2 ore al fresco prima di servire.

Tagliate le patate a fette, la carota a filetti e le zucchine a rondelle. Mondate e tritate la cipolla. Mettete le verdure in un tegame che possa andare in forno e fatele appassire con 1 giro di olio. Poi sfumate con poco vino. Aggiungete i filetti di pesce, profumate con l’origano, bagnate con poca acqua e cuocete in forno a 180° per 20 minuti, girando una volta i filetti di pesce e mescolando le verdure. Levate dal forno, lasciate riposare per qualche minuto, irrorate con poco olio, regolate di sale e di pepe e servite.

di oliva · sale e pepe.

2 zucchine · 1 grossa cipolla · origano · vino bianco secco · olio do oliva · sale e pepe.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Ambiente e Benessere

Osservare, conservare, partecipare Mondoanimale Ficedula ha un occhio di riguardo per l’inverno degli uccelli in Ticino

Maria Grazia Buletti Da sempre l’essere umano ha subìto il fascino degli uccelli, la classe di vertebrati più diffusa al mondo, studiandoli e stando a stretto contatto con essi. «Le più famose tracce della convivenza interspecifica fra uomo e uccelli ci arrivano dall’antico Egitto, dove si trovano raffigurati (pure imbalsamati nelle tombe) svariati falchi e l’ibis sacro. Quest’ultimo è stato preso a simbolo di Toth, la divinità della scienza e della saggezza», racconta il presidente dell’Associazione per lo studio e la conservazione degli uccelli della Svizzera italiana Ficedula, Roberto Lardelli, che prosegue svelandoci altri interessanti aneddoti sull’interesse dell’uomo per le specie volatili: «Un’altra testimonianza di questo stretto legame arriva dalla storia di sant’Orso, vescovo di Aosta, vissuto a cavallo tra il V e il VI secolo. Uomo di umili origini irlandesi, egli viveva in modo modesto e la tradizione racconta che utilizzasse per sé un terzo di quanto riuscisse a coltivare o a raccogliere, un altro terzo lo donasse ai poveri e il rimanente lo offrisse agli uccelli». Questa è la ragione per la quale sant’Orso viene spesso raffigurato con un merlo sulla spalla ed è considerato il vero primo protettore degli uccelli che la storia ci ricorda. Lardelli ci porta in epoche più recenti quando ci spiega che «la pratica di nutrire gli uccelli in inverno si è molto diffusa nel mondo anglosassone e oggi non c’è famiglia nel Regno Unito che non abbia una mangiatoia invernale per gli uccelli. Non è un caso che in Inghilterra si contino oltre duecentomila birdwatcher accaniti». Consuetudine,

quella di osservare gli uccelli, che anche in Ticino sta prendendo sempre più piede. Gli uccelli, di fatto, sono facili da osservare mettendo in atto qualche stratagemma e sono pure un ottimo indicatore di biodiversità, essendo loro stessi elementi di connessione fra le vaste aree del pianeta. Lardelli ci ricorda le loro virtù: «Scandiscono l’orologio stagionale con il loro arrivo e la loro partenza. Le rondini sono da sempre specie sacre, soprattutto per il mondo agricolo, grazie alla loro atavica funzione insetticida». Il presidente di Ficedula ci racconta che l’inverno è una stagione ideale per osservare gli uccelli, per attirarli attorno a noi, per aiutarli quando è necessario e per porsi anche delle domande sulla loro provenienza: «Nei giardini autunnali ticinesi, a dipendenza dell’altitudine, possiamo contare una trentina di specie, alcune delle quali frequentano comunemente le mangiatoie. Questi sono punti privilegiati per imparare a riconoscere le specie e importanti per la ricerca invernale». Così scopriamo che, certamente, il più facile da osservare è il pettirosso, regolare ospite invernale proveniente dalle regioni baltiche: «Molto territoriale, esso è spesso impegnato in battaglie per la difesa del suo territorio da altri individui della stessa specie. Le cince la fanno da padrone, sia la cinciallegra che la cincia mora e la cinciarella. Mentre ospiti più discreti sono la cincia bigia, la bellissima cincia dal ciuffo e, nel Sopraceneri, anche la cincia alpestre. Talvolta le cince effettuano delle vere e proprie invasioni dalle foreste dell’Europa centro orientale e questi

Giochi Cruciverba Un tizio riceve per il suo compleanno un biglietto di auguri da un amico e legge: «Gli auguri che avevo in serbo per te li ho dimenticati quindi…» (Frase: 2, 5, 6, 2, 6)

Un esemplare di Cincia dal ciuffo. (Eric Vimercati)

spostamenti di massa si hanno a causa di inverni continentali molto freddi». Le dritte di Lardelli sulla presenza dei volatili nel nostro cantone non si esauriscono qui: «Fringuelli e peppole seguono cicli annuali. Una quindicina di anni fa il Sopraceneri fu letteralmente invaso da almeno tre milioni di peppole in cerca di risorse». E a proposito delle peppole, egli ci racconta l’eccezionale sciamare al mattino dal dormitorio messo in Valle Vigezzo, come pure il loro rientro serale. Inoltre: «Lucherini e verdoni non mancano mai alle mangiatoie e con molta neve anche i ciuffolotti e i fringuelli alpini; invece più rara è la presenza dei verzellini». Impossibile non chiedere dei passeri, che tutti conosciamo forse meglio di altre specie: «I passeri, soprattutto la passera d’Italia, trovano molto van-

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Informazioni

www.ficedula.ch; contatto telefonico: 079 207 14 07; segreteria.ficedula@ gmail.com o attraverso i social media dell’Associazione come la pagina Facebook Ficedula, Instagram ficedula_ch, e Twitter @Ficedula_ch

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Scoprire i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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29. Fu maestro di Paganini 30. Le iniziali del compositore Respighi 31. Possono essere offensivi 32. Pira VERTICALI 1. Disciolto, fuso 2. Provocato da una scarica elettrica 3. Ispide, fitte 4. Pronome personale 5. Non si è sposata 6. Due a Madrid 7. Con una provenienza determinata 9. Le iniziali del cantante Antonacci I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

Partecipazione online: inserire la

soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la so-

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10. Prefisso che vuol dire uguaglianza, affinità 12. Grido di gioia 13. Arredo del camino 14. È andato... fuori uso 16. Un albero 18. Ostentazione di lusso 19. Sostituisce nelle mansioni 21. Congiunzione 22. Ambiente buio e tetro 23. Coda di ragno 24. Un figlio di Giacobbe... in caserma 26. Atmosfera poetica 27. Era senza cuore... 29. Greco in geometria

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

taggio dall’alimentazione artificiale che viene loro messa a disposizione in inverno. Altri ospiti delle mangiatoie sono il frosone, il picchio muratore e il picchio rosso maggiore. Il merlo, la passera scopaiola, la ghiandaia, la tortora dal collare di solito se ne stanno a terra e raccolgono le granaglie che cadono al suolo». Ritorniamo sul concetto delle apposite mangiatoie che permettono la sopravvivenza invernale di tutte queste specie di uccelli che possiamo osservare in Ticino: «Le mangiatoie vengono offerte da ditte specializzate o dai grandi magazzini». Chi optasse per il fai da te può rivolgersi a Ficedula, Associazione per lo studio e la conservazione degli uccelli della Svizzera italiana, che su richiesta mette a disposizione numerosi schemi per ogni tipologia ambientale:

Vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku

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ORIZZONTALI 1. Aspri diverbi 4. Giunte per pregare 6. «Ut» per Guido d’Arezzo 8. La città di Cicerone... 10. Personaggio dell’Iris 11. Parte di somma ripartita 13. Profondi quelli marini 15. Le vuotano gli scrutatori 16. Appanna le lenti 17. Amò Leandro 18. Una sosta della nave 19. Le iniziali dell’attrice Incontrada 20. Nota ... attiva 21. Solidi geometrici 22. Fiume della Francia 23. Si usavano per conservare l’olio 24. Parte del corpo umano 25. Fiume del Piemonte 27. Un libro dell’Antico Testamento 28. Il nome di Teocoli

«Consigliamo di offrire agli uccelli un misto di varie granaglie ricche di semi di girasole per uccelli granivori e per le cince, oppure mangimi specialistici per specie insettivore». Lardelli raccomanda sulla necessità di vigilare sul fatto che non si alimentino artificialmente i piccioni (specie domestiche in crescita esponenziale) la cui abbondanza gioca un ruolo negativo sulla conservazione di specie pregiate come rondoni, balestruccio e codirosso comune. Inoltre, a trent’anni di distanza dalla prima, Ficedula sta effettuando una nuova ricerca sulla distribuzione invernale degli uccelli in Ticino: «Tutti i cittadini sono invitati a dare il loro contributo di osservazioni, anche per le sole specie che si alimentano alle mangiatoie. Tutte le presenze di dicembre e gennaio sono preziose per capire come e se i cambiamenti climatici influiscono sulla distribuzione delle specie, favorendone alcune rispetto ad altre». Infine, un desiderio: «Speriamo quest’inverno di riavere il beccofrusone!» Per il grande pubblico, Ficedula ha programmato serate informative per imparare a distinguere le specie invernali e sulla ricerca. Per saperne di più e per partecipare basta mettersi in contatto con i responsabili dello studio, che forniranno tutte le indicazioni necessarie.

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Soluzione della settimana precedente

MASCELLE D’ACCIAIO – La formica riesce a trasportare circa… Resto della frase: … CINQUANTA VOLTE IL SUO PESO.

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luzione, corredata da nome, cognome, indirizzo, email del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui

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concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Politica e Economia Proteste di piazza Le Sardine sono un nuovo fenomeno della rete dal basso per contrastare la politica di Salvini

Confronto sulla democrazia Sta diventando sempre più difficile per Donald Trump e Xi Jinping circoscrivere lo scontro fra le due superpotenze alla sola sfera commerciale: lo dimostrano Hong Kong e gli «Xinjiang papers»

Il Biafra, 50 anni dopo Reportage dallo Stato nigeriano dell’Enugu, dove l’impronta cattolica è molto marcata pagina 25

Nuovo parlamento Analisi a bocce ferme della composizione delle nuove Camere federali, dopo le elezioni di ottobre

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Sempre tradizionale. Sempre attuale? Buckingham Palace Tempi duri per

la monarchia inglese, costretta a prendere le distanze dal principe Andrea coinvolto nella vicenda Epstein Cristina Marconi Non sarà l’annus horribilis come il 1992, ma certo che il 2019 di Elisabetta II è stato un anno brutto, bruttissimo. Con l’aggravante che la sovrana ha 93 anni e che il tipo di problemi che aleggia intorno a Buckingham Palace non è più legato alle esuberanze di una giovane generazione di «royals» alla ricerca di una felicità al passo con i tempi, ma con qualcosa di senile e irrimediabilmente decadente, che sa di perdita di controllo, di meccanismi arrugginiti e, nel peggiore dei casi, di polverosa arroganza. Qualcosa a cui bisogna trovare presto una soluzione, perché in tempi di volatilità politica altissima, il ruolo della monarchia potrebbe non essere garantito in eterno, tanto più se un giorno non ci sarà più il suo simbolo più forte e riverito: la regina. L’anno è cominciato per le strade del Norfolk quando, a gennaio, il novantasettenne Filippo d’Edimburgo è finito con il Suv su una macchina con a bordo un bambino di nove mesi, illeso per miracolo. La madre e l’altra passeggera sono rimaste leggermente ferite, ma c’è voluta una loro richiesta pubblica perché finalmente arrivasse una lettera di scuse del consorte di Elisabetta, a cui è stato suggerito di non guidare più al di fuori dalle tenute reali. Poi, con il rumore di fondo dei pettegolezzi sui rapporti sempre più freddi tra le due «belle di casa» Kate e Meghan, spiacevoli ma utili per vendere vestiti e giornali scandalistici, è arrivato l’uragano Boris Johnson e quella richiesta di firmare la decisione di «prorogare», ossia sospendere, il Parlamento per cinque settimane proprio in vista di una scadenza importante per la Brexit. Quando i giudici hanno stabilito che il premier aveva «mentito» alla regina per farle approvare una misura illegale – non che lei avesse la scelta, sia chiaro – Elisabetta II, per un istante, è apparsa fragile, un’anziana facile da raggirare. E sebbene non sia così, è stato un capitolo brutto che non l’ha certo rafforzata. I britannici vogliono bene alla loro famiglia reale e tendono a perdonare tutto. Lo spettacolo delle nuore ribelli, dei figli non sempre astutissimi, di

qualche parente controverso piace, come dimostra il successo dell’inarrivabile serie The Crown. Piace il controllo che c’è dietro ogni cosa, la patina di gelo con cui Elisabetta II affronta il mondo e gli imprevisti da telenovela, mentre non piace quando questo controllo viene meno. E l’intervista di Andrea, presunto figlio preferito della regina, è stata una catastrofe colossale, non solo per i suoi contenuti – l’amicizia mai interrotta con una persona condannata per pedofilia come Jeffrey Epstein, la mancata solidarietà nei confronti delle vittime, la scivolosa dichiarazione secondo cui «se sei un uomo, il sesso è un atto positivo» – ma anche e soprattutto per l’arroganza con cui il principe, che in linea di successione al trono è solo ottavo, ha dato risposte vaghe e accampato scuse poco credibili, come l’essere andato in una catena di pizzerie la sera in cui secondo la sua accusatrice, Virginia Giuffre, avrebbero avuto un incontro. Col risultato che, secondo YouGov, solo il 6% dei britannici crede alla ricostruzione dei fatti di Andrew e il 47% pensa che l’intervista abbia danneggiato la monarchia. Monarchia che, sempre secondo YouGov, per ora regge bene presso l’opinione pubblica. Ma, come la Brexit, non piace ai più giovani. Un dettaglio che non sarà sfuggito a «The Firm», come viene soprannominata Casa Windsor, che da anni persegue con successo la celebre strategia del Marmite, dal nome della sostanza bruna che i britannici da sempre amano spalmare su pane e burro, sopravvissuta alle evoluzioni del gusto grazie a impercettibili cambiamenti nella grafica e nel packaging. Sempre tradizionale, sempre attuale. Ma in un caso come quello di Andrew, l’unica strada possibile è stato rimuoverlo immediatamente da ogni palcoscenico reale, «detronizzarlo» anche se non era sul trono, fargli fare un passo indietro dalle 230 organizzazioni caritatevoli in cui è coinvolto, tagliargli le 250mila sterline di paghetta annuale e non dare più la possibilità alla vicenda Epstein, tutt’altro che finita, di intaccare un organismo più fragile che mai. Anche perché le vittime minorenni di Epstein, diventate grandi, chiedono a

Il 47% dei britannici crede che l’intervista di Andrea alla Bbc per difendersi dalle accuse abbia danneggiato la monarchia. (AFP)

gran voce che il principe vada a testimoniare all’Fbi per aiutare le indagini, cosa che lui, senza eccessiva enfasi, si è detto pronto a fare. Ma secondo gli avvocati, non è una buona idea che si rechi negli Stati Uniti perché oltre ad essere un testimone – e ad aver rilasciato dichiarazioni non esattamente inattaccabili alla BBC – Andrew è accusato da Virginia Giuffre di avere avuto rapporti con lei quando era minorenne. Il rischio che gli venga impedito di tornare nel Regno Unito in attesa di processo non è campato in aria. Perdita di controllo, si diceva. Non solo perché la regina è ultranovanten-

ne ma anche perché il suo erede, Carlo principe di Galles, da anni sta cercando di emanciparsi anche attraverso lo strumento cruciale della comunicazione, che prima era centralizzata e dipendeva quasi interamente da Buckingham Palace e dall’ex segretario privato della regina Christopher Geidt, mentre ora è vistosamente più frazionata. I risultati si sono visti, ed è qualche anno che non sono buoni: la gestione del royal wedding di Meghan e Harry, al di là del lieto evento finale, è stata una catastrofe oltre ogni immaginazione e la coppia, a cui era stato dato il compito di svecchiare l’immagine della

monarchia, sta combinando un disastro dietro l’altro. William e Kate sono impeccabili, ma ancora percepiti come acerbi. E d’altro canto è giusto che Carlo, ormai settantenne, inizi a prendere in mano la situazione, e infatti è stato lui a decidere opportunamente per la linea dura nei confronti del fratello. Perché il rischio è che, quando arriverà il momento, inevitabile, temuto e atteso, il primogenito della regina erediti un’istituzione troppo danneggiata per resistere, un trono in via di sgretolamento che, dopo che Elisabetta ha accompagnato il Paese dal dopoguerra alla modernità, non avrà più motivo di essere.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Politica e Economia

Sardine, dalla rete alle piazze

Il trionfo dei dilettanti

Allo sfascio Una catastrofe dopo l’altra

passaparola, non più solo come canale di comunicazione di Salvini Migliaia di siciliani si sono riuniti a Palermo in un flash mob creato dalle Sardine per sfidare le politiche di Salvini. (AFP)

Alfredo Venturi Chi lo avrebbe mai detto? Fra quei quattro giovani riuniti a Bologna l’idea era scaturita quasi per caso, dal desiderio non ancora ben definito di «fare qualcosa». Il 14 novembre il capo leghista Matteo Salvini avrebbe inaugurato la campagna elettorale per il voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna riempiendo il Palazzo dello sport, una struttura che può ospitare seimila persone. E se provassimo a radunarne altrettante in Piazza Maggiore, tanto per far sapere a Salvini che «Bologna non abbocca», anzi che «Bologna non si lega»? Ecco trovati gli slogan, ora Giulia, Andrea, Roberto e Mattia cominciano a lanciare in rete il loro messaggio. Venite in piazza, riempiamola, stipiamoci come sardine. Proprio così, sardine, questo sarà il nome del movimento.

Questa irruzione sulla scena politica ha colto alla sprovvista i partiti. Non soltanto la Lega che accusa le sardine di non avere né proposte né programmi Perché proprio di un movimento si tratta, il flash mob ha superato il carattere istantaneo implicito nell’espressione. Dopo l’esordio spettacolare, diecimila manifestanti e forse anche di più, ben oltre l’obiettivo di pareggiare la platea salviniana, nuove folle compatte accorrono al richiamo via rete e riempiono altre piazze: a Modena, a Firenze, a Parma, a Rimini, a Napoli. Ci sono giovani ma anche anziani, donne e uomini, famiglie al completo. Il fenomeno incalza e la valanga rotolando s’ingrossa, ora si prepara il grande botto.

E dove, se non nella piazza romana di San Giovanni un tempo sacra ai riti di massa della sinistra sindacale, occupata lo scorso ottobre dal centro-destra disceso in campo contro il governo? L’appuntamento è per sabato 14 dicembre, si parla di grandi cifre, grazie al formidabile traino della rete più di centomila hanno già risposto all’appello. Questa irruzione sulla scena politica ha colto alla sprovvista i partiti. Non soltanto la Lega che vede ridimensionata la prospettiva inebriante di conquistare l’Emilia, regione rossa per eccellenza. Lo stesso Partito democratico, impegnato nella faticosa difesa della roccaforte emiliana, balbetta frastornato di fronte alla nuova realtà. È chiaro che proprio il Pd è il potenziale destinatario di quel consenso anti-Lega, ma i nuovi attori ci tengono a tenersi alla larga dai partiti, nessuno escluso. Nelle piazze stipate non sventolano bandiere né si danno suggerimenti di voto. Su questo le sardine sono mute come pesci, appunto. Non gridano slogan che si possano ricondurre a una specifica formazione politica. Molti di loro cantano Bella Ciao, che ormai è diventato l’inno internazionale delle piazze ribelli e si intona perfino a Hong Kong. A Parma hanno cantato l’inno nazionale, tanto per segnalare alla Lega e al resto della destra che non possono arrogarsi il monopolio del sentimento patriottico e che non c’è bisogno di derive sovraniste per difendere l’identità e gli interessi del Paese. Tutto questo scorre in forma casuale e indeterminata, il fenomeno è fluido, magmatico, non propone certezze né spunti programmatici. Ma se una cosa esprime con chiarezza è una radicale insofferenza per la demagogia. «Cari populisti, lo avrete capito. La festa è finita», si legge nel sito realizzato subito dopo il successo bolognese. Eppure «crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola». La

destra reagisce e attacca con la stessa durezza che destina agli ecologisti dei fridays di Greta Thunberg. Si accusano le sardine di non avere proposte né programmi, di essere semplicemente «contro», per di più contro l’opposizione, dettaglio effettivamente singolare per una protesta di piazza. Infine di non essere una spontanea germinazione popolare ma una creatura, se non proprio del Pd, dell’ex presidente Romano Prodi. Sono di sinistra, segnalano i conservatori, senza riflettere sul fatto che soltanto loro considerano un difetto questa condizione. Intanto parte il rituale sondaggio, ne viene fuori che se le sardine si presentassero alle elezioni prenderebbero il 15 per cento dei voti. Sarebbero, a due settimane dalla nascita, il quarto partito: non molto distanti dalle posizioni attuali del terzo, e dal secondo, il Movimento 5Se il Pd. Tutto questo conferma il ruolo sempre più coinvolgente della rete non solo nella comunicazione ma anche nella gestione del consenso. E se finora a servirsi degli strumenti informatici sono stati prevalentemente i leader, come Salvini in Italia o in America il presidente Donald Trump che sembra addirittura governare via twitter, stavolta l’uso della rete sgorga dal basso, i social funzionano come passaparola, moltiplicatori del consenso e dell’azione. Siamo di fronte a un salto di qualità rispetto a certe esperienze del passato, come i girotondi che accerchiavano i palazzi del potere per contestare Silvio Berlusconi. La rete ha rilanciato le folle, in Italia e altrove, come soggetti di sollecitazione politica. I quattro ragazzi di Bologna stentavano a crederci, quando hanno visto quella marea inondare la piazza. Tutta gente desiderosa di «esserci», di dire basta alle banalità della politica politicante, ai suoi desolanti luoghi comuni. «È stata energia pura», hanno scritto entusiasti e stupefatti nel loro sito.

in un Paese guidato da una classe politica impreparata

Alfio Caruso Venezia annaspa nell’acqua, trema a ogni annuncio di alta marea (foto). Le speranze sono riposte sull’entrata in funzione del Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), il sistema di paratoie mobili concepite nel 1981. Nel ’95 ne fu annunciato il funzionamento per il ’98. Tra scandali e arresti venne posticipato al 2001; ora si spera di farcela per il 2020, ma sembra che prima del 2022 non se ne parli. Doveva costare 1,6 miliardi di euro, ne è già costati 5,5 e si andrà oltre i 6. Diversi tecnici sostengono che sarà un buco nell’acqua alta. In Liguria crollano ponti, viadotti, canali di scolo. E quelli che restano in piedi sono al centro di mille preoccupazioni a causa di relazioni, solo di recente venute alla luce, assai critiche sulla loro solidità. Di conseguenza si è bloccato il porto di Genova già in ambasce per la concorrenza spagnola e francese. Le foto e le immagini dei topi scorrazzanti nel centro di Roma in mezzo a cumuli di spazzatura costituiscono ormai un must come le foto e le immagini davanti alla Fontana di Trevi e al Colosseo. In alternativa i mezzi pubblici che vanno a fuoco, le scale mobili della metropolitana che travolgono i passeggeri, un bar del centro che fa pagare 280 euro due focacce farcite, due acque minerali, due caffè. Alitalia ha perso fin qui 10 miliardi di euro. Nel 2008 Air France era pronta a comprarla versando addirittura più di un miliardo. Berlusconi fece del salvataggio della compagnia di bandiera uno dei cardini della sua campagna elettorale, che vinse. Entrarono i cosidetti «capitani coraggiosi» e fu il disastro. Oggi Alitalia ci rimette quasi il 16% su ogni passeggero imbarcato, due anni addietro era oltre il 23%. Il fallimento è dietro l’angolo. A Taranto l’Ilva è un grosso rompicapo industriale con migliaia di operai a rischio, l’indotto della Puglia in bilico, i settori manifatturieri nazionali in apprensione per la dipendenza dal suo acciaio. Poi c’è la questione ambientale con i casi di tumore in crescita esponenziale. Eppure nel 1968, quando fu inaugurato l’impianto, pareva di aver scoperto l’elisir della felicità e il quar-

AFP

Fenomeno nuovo Questa volta i social hanno funzionato come

tiere a pochi passi una comodità in più per gli operai. Il 70% delle scuole necessiterebbe di robusti lavori di ristrutturazione. La mancata messa in sicurezza di ampie fette del territorio ci espone alle tragiche conseguenze di terremoti, purtroppo ricorrenti a causa dei ripetuti cozzi delle placche europea ed africana. Attorno al Vesuvio sono state costruite cinquantamila abitazioni abusive: i geologi sostengono che andrebbero evacuate all’istante crescendo di giorno in giorno il pericolo di una devastante eruzione. D’altronde l’abusivismo, capace di sconciare straordinari paradisi costieri, è una delle emergenze in costante crescita grazie ai condoni molto più praticati delle ruspe. L’immigrazione continua a rappresentare motivo di scontro tra due soluzioni opposte nel loro errato radicalismo. Sono entrambe figlie dell’assenza di un modello d’inserimento da offrire a quanti arrivano sulle nostre sponde. Il difensore della razza Salvini si diverte a solleticare il peggio dei connazionali: non praticando la storia, sconosce di quali orrori siamo stati capaci. Una mite signora novantenne, Liliana Segre, è diventato l’ultimo motivo di selvaggia contrapposizione. Da ragazzina ebrea provò l’orrore dei lager nazisti, che inghiottirono la sua famiglia. Da senatrice a vita la sua proposta di una commissione parlamentare contro l’odio ha indotto il centrodestra a una serie di distinguo per accattivarsi sia gli antisemiti, sia i nostalgici di un certo fascismo. Mentre il centrosinistra ha cercato di ritagliarsi il ruolo del cavaliere bianco cancellando il pronunciato ostracismo a Israele. Da questo quadro, per altro sommario, emerge il concreto timore che d’argilla non siano solo i piedi, bensì l’intera struttura del presunto colosso. Siamo l’unico Paese in cui nazionalismo e sovranismo mescolati in una macedonia malsana rappresentano la maggioranza dei votanti. La conseguenza è stata il trionfo dei dilettanti, che rischiano di mandare allo sbaraglio la macchina statuale. Il fondo salva-stati europeo, approvato in estate, diventa motivo dell’ennesimo scontro all’interno del governo. A un passo dalla defenestrazione tra i 5Stelle, Di Maio si oppone con il pretesto della solidità delle banche. Spera così di mettere al sicuro il proprio ruolo ed evitare un mesto ritorno alla vendita delle bibite nello stadio San Paolo. Questo ministro degli Esteri, che ignora sia la geografia, sia l’inglese, ma che è assai attento al benessere dei propri compaesani (San Giuseppe Vesuviano), ficca in tal modo l’Italia in un cul de sac. E lo fa nel momento in cui Germania e Francia lanciano il progetto della nuova Europa. Invece di sederci al tavolo e discutere, noi preferiamo salire sugli spalti e fischiare. Tranne poi meravigliarsi per il sempre più modesto credito internazionale di cui godiamo. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

La Cina mostra le prime crepe

Confronto Dalle rivelazioni sul NYT dei lager per gli uiguri musulmani nello Xinjiang, al varo della legge americana

a favore delle proteste dei giovani di Hong Kong: lo scontro fra Usa e Cina non è più solo commerciale Federico Rampini Sta diventando sempre più difficile per Donald Trump e Xi Jinping circoscrivere lo scontro fra le due superpotenze alla sola sfera commerciale. Dai campi di prigionia nello Xinjiang, alle elezioni di Hong Kong, nelle ultime settimane il contenzioso tra America e Cina si è allargato. Fino al varo di una legge che autorizza sanzioni Usa in caso di abusi contro i diritti umani nell’isola semiautonoma, ex colonia britannica. E se in passato era stato soprattutto Trump a subire critiche per la sua gestione della questione cinese, ora qualche crepa sembra apparire anche nel regime di Pechino. Questa può essere la spiegazione degli «Xinjiang Papers». Così vengono chiamate quelle rivelazioni dettagliate apparse in primo luogo sul «New York Times», riguardo al trattamento della minoranza etnico-religiosa degli uiguri. Si tratta di quella popolazione di origine turcomanna e di religione islamica, che abita prevalentemente nella regione dello Xinjiang. A tutti gli effetti si può considerare lo Xinjiang come una «colonia» interna all’impero cinese, visto che è stata annessa ma ha una storia e una cultura ben distinte. È semi-desertica ma ricca di materie prime e di energia.

Più ancora che nel Tibet è nello Xinjiang che il Grande Fratello cinese ha fatto un salto di qualità Gli uiguri sono solo una decina di milioni però hanno una rete di relazioni internazionali coi popoli confinanti, anch’essi musulmani, dai kazaki agli afgani ai tagiki. È noto da tempo che quella regione è stata il teatro di periodiche rivolte contro il regime di Pechino, sempre soffocate con la repressione poliziesca e militare. Più ancora che in Tibet, è nello Xinjiang che il Grande Fratello cinese ha fatto un salto di qua-

lità, applicando al controllo della popolazione metodi tecnologici sempre più raffinati. Già dieci anni fa fui testimone diretto di un esperimento di blackout elettronico: mentre attraversavo lo Xinjiang per raccontare una rivolta, mi trovai in un isolamento totale, con Internet e telefonini oscurati, tagliati fuori dal resto della Cina e del mondo. Ma da allora i progressi sono stati ancora più impressionanti: il regime ha iniziato una mappatura biometrica e genetica per schedare gran parte della popolazione uigura anche in base al Dna. Circa un milione di uiguri si sono visti togliere il passaporto e quindi sono di fatto impossibilitati a lasciare quella regione. È nota da tempo anche l’esistenza di campi di detenzione, dove centinaia di migliaia di uiguri sono stati rinchiusi. Infine – e qui arriviamo alle rivelazioni degli «Xinjiang Papers» – è iniziata una «rieducazione di massa» che per i suoi metodi ricorda i tempi del maoismo, le grandi purghe idologiche, la Rivoluzione culturale guidata dalle Guardie rosse. La sostanza di quest’operazione, è che non si concentra su chi ha osato protestare o ribellarsi, ma prende di mira in modo sistematico tutti quei «comportamenti devianti» che di fatto sono associati alla cultura, alle tradizioni, alla religione locale. Leggere il Corano, farsi crescere la barba, non mangiare carne di maiale, diventano segnali di «devianza» che vanno corretti negli appositi campi di rieducazione. I dettagli usciti sul «New York Times» indicano una campagna sistematica per cancellare l’identità di un’intera etnìa. Queste rivelazioni, per quanto drammatiche, non fanno che aggravare un quadro che era già noto. Quello che colpisce è il fatto che vengono da fonti interne al partito comunista cinese. Per i giornalisti occidentali è già abbastanza difficile entrare nello Xinjiang; è praticamente impossibile avvicinarsi ai campi di detenzione. Le informazioni le ha fornite chi invece ha avuto accesso, e si tratta di funzionari del partito comunista. L’esistenza di queste «gole profonde», le

fughe di notizie su un dossier così scomodo per il regime, confermano che sul trattamento degli uiguri non tutti sono d’accordo neanche tra gli Han (il nome dell’etnìa dominante della Cina) e neppure ai vertici del partito. Si è saputo che per imporre la sua campagna di arresti in massa, detenzione e rieducazione, Xi Jinping ha dovuto epurare anche i ranghi del suo partito. Alcuni alti dirigenti comunisti nello Xinjiang – pur non essendo uiguri – consideravano un errore calpestare in modo così brutale l’identità dell’etnìa locale. Le rivelazioni fatte arrivare al «New York Times» sono dunque il segnale di una fronda interna, probabilmente non l’unica che si oppone a Xi. Non sappiamo, per il momento, se qualche dissenso interno al regime di Pechino si sia venuto a creare anche sulla vicenda di Hong Kong. Le sconfitte esterne però non mancano. Anzitutto c’è stata l’elezione di rappresentanti locali. Alla prima occasione di mettere una scheda nell’urna, i cittadini di Hong Kong hanno dato un segnale a favore della protesta democratica e contro Xi. Pur trattandosi dell’elezione di un consiglio di circoscrizione, dai poteri limitati, sta di fatto che hanno stravinto (con l’80% dei consensi) i candidati legati all’opposizione e favorevoli alle riforme democratiche, mentre sono stati sconfessati quelli schierati con Pechino. Insomma la società civile di Hong Kong non sembra piegarsi al volere di Xi, neanche dopo mesi di scontri che potevano logorare il movimento democratico. Un’altra sconfitta per la Cina è venuta da Washington. Prima è stato il Congresso a muoversi sulla crisi di Hong Kong, con una legge approvata all’unanimità, Camera e Senato, democratici e repubblicani. Il testo di quel provvedimento prevede sanzioni ad hoc contro tutti quei funzionari cinesi che siano responsabili della repressione violenta contro le manifestazioni di protesta. Inoltre la legge chiede al governo federale un periodico riesame dello status privilegiato di Hong Kong, con l’opzione di revocarlo come ulteriore

Un centro di detenzione ad Akto nel nord-ovest della Cina. (AFP)

sanzione per gli abusi. Hong Kong non è equiparata al resto della Repubblica Popolare cinese per il suo accesso al mercato americano, sia per quanto riguarda gli scambi commerciali sia per la finanza. Rischierebbe dunque un danno economico. Questa legge varata dal Congresso è rimasta per alcuni giorni sulla scrivania di Trump, che non era affatto sicuro di volerla firmare. In passato Trump ha cercato di non mescolare la crisi di Hong Kong con il suo negoziato commerciale. Per lui la priorità è spuntare concessioni sostanziali da Xi sull’import-export, da poter presentare come una vittoria per alcune constituency elettorali decisive (agricoltori e operai del Midwest). Su Hong Kong in passato Trump è stato cauto, accettando il principio caro ai dirigenti cinesi: «è una questione interna». Alla fine però il presidente americano ha rotto gli indugi ed ha accettato di firmare quella legge, che quindi è entrata in vigore. Con ogni probabilità, si è visto costretto a farlo. Da un lato perché la votazione al Congresso era stata bipartisan e unanime, vanificando così il potere di veto presidenziale. Inoltre Trump rischiava di aprire il fianco ad un’accusa dei democratici, quella di essere troppo arrendevole verso la Cina,nella prossima campagna eletto-

rale. La sinistra è ormai altrettanto intransigente di Trump sulla Cina, se non di più. L’entrata in vigore della legge sulle sanzioni a Hong Kong è un passaggio soprattutto simbolico. In effetti quella legge lascia ampi margini di discrezionalità all’Amministrazione Trump, sui funzionari cinesi da colpire. Lo stesso vale per le sanzioni economiche, anche quello sono soggette a verifiche che spettano al governo federale. Ma la valenza politica è pesante per Pechino che ha immediatamente protestato, denunciando «l’inammissibile interferenza nella sovranità nazionale». Per Pechino ciò che accade nel territorio di Hong Kong è una questione di ordine pubblico che riguarda i cinesi, e sulla quale noi occidentali non abbiamo né il diritto né tantomeno il dovere di immischiarci. In questo clima, diventa più problematico raggiungere una tregua nella guerra dei dazi. Trump sperava di strappare concessioni sufficienti prima di Natale. In ballo ci sono nuovi dazi, o aumenti programmati dei dazi in vigore, su un volume di importazioni made in China che valgono 360 miliardi di dollari all’anno. Negli ultimi due mesi si era diffuso un certo ottimismo, che ora sembra lasciare il posto a nuovi segnali di tempesta.

Valanga democratica a Hong Kong. E Pechino?

Ex colonia I leader cinesi devono fare i conti con un risultato elettorale inaspettato. Fino alla fine hanno portato

avanti la propria tesi secondo cui il movimento di protesta è minoritario e manipolato dall’estero

Con una percentuale di consensi che sfiora il 90%, i candidati democratici hanno stravinto le elezioni per i «district council» di Hong Kong. I «council» sono organismi consultivi che si occupano soprattutto di problemi locali come il traffico e la raccolta di rifiuti ma dopo quasi sei mesi di manifestazioni, di violenze, di repressione e di arresti, le elezioni di domenica 24 novembre si sono trasformate in un referendum sulle proteste. I risultati parlano da soli: su un totale di 452 seggi in ballo, i democratici ne hanno vinti 347, cioè il 76,8%; gli alleati del governo di Pechino ne hanno ottenuti 60 (13,3%) mentre i rimanenti 45 (10%), sono andati a candidati «indipendenti», molti dei quali sono sostenitori del fronte democratico. Contando questi ultimi, i deputati democratici superano l’80% dei seggi e, secondo alcuni calcoli, arriverebbero al 90%. Dei 18 «council» del territorio, le forze democratiche ne controllano 17. Da sottolineare che le elezioni dei «council» sono le sole che nel territorio si svolgono con il suffragio universale.

AFP

Beniamino Natale

A determinare questo risultato è stata una massiccia affluenza alle urne dei giovani, che in precedenza non erano apparsi interessati al processo politico: la percentuale dei votanti, che nelle passate consultazioni non aveva superato il 47%, è stata del 71%. Il volto più noto del movimento di Hong Kong per la democrazia, il 23enne Joshua Wong, non si è potuto presentare perché accusato dal governo di essere un «indipendentista», ma il candidato da lui stesso scelto per sostituirlo, il 40enne Kevin Lam ha sur-

classato la sua avversaria filo-Pechino. Sono risultati eletti molti altri leader sia dell’attuale movimento di protesta che di quello del 2014. In un commento pubblicato dal «New York Times» Benny Lai – un professore che è stato tra i promotori del movimento del 2014 e che da allora ha trascorso parecchi mesi in prigione – afferma che le elezioni di domenica scorsa sono per il territorio «le più importanti di sempre». Lai ricorda che, oltre al loro ruolo consultivo, i «disctrict council» partecipano alla selezione dei deputati del Parlamento, chiamato Legislative Council o LegCo e alla scelta dei 1200 membri del comitato che ogni cinque anni nomina il Chief Executive, ovvero il capo del governo del territorio. Hong Kong è oggi una Special Administrative Region (SAR) della Cina e gode di una larga autonomia e di un sistema semi-democratico, mentre la «madrepatria» rimane governata da un regime monopartitico e autoritario. In poche parole, Benny Tai afferma con forza che degli spazi di democrazia a Hong Kong ci sono e che vanno sfruttati in pieno. In questo senso, se i giovani protestatari abbandoneranno la

politica di scontro fisico con la polizia – il braccio armato del governo locale e, indirettamente, di Pechino – le elezioni potrebbero veramente aver segnato una svolta nella storia dell’ex-colonia britannica. Il movimento di protesta di quest’anno è nato per bloccare il progetto di legge che avrebbe reso possibile l’estradizione in Cina delle persone condannate ad Hong Kong. Dopo la violenta reazione della polizia – che ha più volte usato le armi da fuoco contro i manifestanti, in molti casi disarmati e che ha spesso fatto ricorso all’intimidazione contro cittadini pacifici – le sue richieste si sono allargate. In sostanza, i democratici chiedono una credibile inchiesta sulle violenze poliziesche e una decisa accelerazione del cammino verso l’istituzione del suffragio universale. In quest’ultima richiesta, certamente la più importante, non c’è niente di sovversivo – al contrario di quanto può apparire a prima vista. La Gran Bretagna, della quale Hong Kong era una colonia, e la Cina raggiunsero nel 1984 un accordo per il passaggio di poteri, che avvenne poi nel 1997. Sulla base di quell’accordo fu più tardi

elaborata la Basic Law, vale a dire la Costituzione del territorio. La Basic Law prevede che Hong Kong mantenga per 50 anni a partire dal 1997 le sue istituzioni democratiche. Il sistema elettorale è estremamente macchinoso e riflette i timori (o le paranoie?) dei dirigenti cinesi. Ma afferma con chiarezza che il suo «fine ultimo» è l’elezione a suffragio universale sia del LegCo che del Chief Executive. I media cinesi, tutti controllati dal Partito Comunista al potere e lo stesso ministro degli Esteri Wang Yi hanno accusato le immancabili «oscure forze internazionali» di aver promosso il movimento di protesta e hanno sostenuto che il risultato è stato ottenuto «con la violenza e l’intimidazione», dimostrando quanto poco i dirigenti di Pechino capiscano sia del funzionamento della democrazia, che delle opinioni e dei sentimenti dei cittadini di Hong Kong. Il risultato delle elezioni li mette di fronte a un bivio: o mantenere le promesse che loro stessi hanno fatto o proseguire sulla via della repressione e dell’autoritarismo che purtroppo sembra essere quella preferita dalla Cina del presidente – e dittatore – Xi Jinping.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Politica e Economia

Il Biafra ai nostri giorni

Reportage Nello Stato di Enugu, in Nigeria, terra africana con salde

radici cattoliche, cinquant’anni dopo una spaventosa guerra e una carestia che provocò la morte di oltre un milione di persone

Didier Ruef, testo e foto «Lo Stato di Enugu è nelle mani di Dio»: per perentoria che sia, questa affermazione non proviene da un moderno predicatore, ma da un uomo politico. È lo slogan con cui la scorsa primavera Sua Eccellenza Lawrence Ifeanyi Ugwuanyi, noto a tutti come «Gburugburu», si è guadagnato la rielezione alla carica di governatore esecutivo dello Stato di Enugu, in Nigeria, dopo il primo mandato dal 2015 al 2019. Nel paese più popoloso d’Africa, la miscela tra messianismo e politica è la regola. La città di Enugu, il cui nome significa «città sulla collina», è la capitale dell’omonimo Stato, un tempo conosciuto come Biafra e teatro tra il 1967 e il 1970 di una sanguinosa guerra civile. Sui muri della città, il ritratto di Gburugburu – paffuto e gioviale – è corredato dalla sua professione di fede. Il governatore, membro del Partito democratico popolare (PDP), deve il suo successo al suo carisma, alle sue battaglie economiche e sociali, ma anche e soprattutto alla sua fede cristiana, che condivide con la sua etnia, gli Igbos, in larga maggioranza cattolici. Con una popolazione del 18% su 203 milioni di nigeriani, gli Igbos costituiscono il terzo maggior gruppo etnico del paese, dietro gli Haoussas, di confessione islamica, e gli Yorubas, suddivisi in musulmani, cristiani e orishas (animisti). Il reverendo Gerald Chukwudi Ani è nato nel 1973 nello Stato di Enugu, un secolo dopo che i britannici hanno portato il cristianesimo in Nigeria. Oggi fa il prete a Grancia, alla periferia di Lugano. Da bambino assisteva il padre durante le cerimonie animiste nella foresta, durante le quali si immolavano animali agli dei. Suo padre si divideva fra tre mogli e una concubina. Ognuna aveva una capanna per sé e i propri figli: in totale, la famiglia allargata ne contava 21. Al centro delle capanne c’era la casa dell’uomo. Padre Gerald si ricorda della fame che durante l’infanzia tormentava lui e i suoi fratelli e sorelle. A quattro anni, la mamma lo aveva inviato da un fratello maggiore: una bocca in meno da sfamare. Il fratello viveva nel nord musulmano; così il piccolo Gerald aveva dovuto imboccare la via dell’Islam, a cominciare dalla professione di fede: «Non c’è altro Dio al di fuori di Allah e Maometto è il suo profeta», da ripetere più volte durante la giornata, scandita dalle cinque preghiere quotidiane e dall’indottrinamento in moschea. Nel 1979, in seguito a disordini etnici e religiosi – una situazione ricorrente in Nigeria – Gerald Chukwudi e suo fratello devono fuggire. Torna dunque nella sua città, da sua madre, dalla sua lingua, dalla sua cultura. Poi, nel 1984 attraversa un’esperienza quasi mistica. Una notte, davanti ai familiari, si mette a pronunciare frasi incomprensibili in una lingua sconosciuta: «Dominus Vobiscum. Et cum spiritu tuo».

La madre, non capendone il senso, va a trovare un sacerdote vudù che però si rifiuta di vedere il piccolo, perché secondo lui è posseduto da una divinità sconosciuta. Un vero trauma per Gerald. La rivelazione del messaggio divino penetra comunque nell’animo del ragazzino, che proseguirà il suo percorso scolastico e religioso, lavorando in parallelo per mantenersi. Nel 2019 questo percorso lo porta a diventare un prete della Diocesi di Lugano. Per certi aspetti, l’itinerario personale di Gerald riflette quello della sua etnia, la cui conversione alla religione portata dagli europei ha contribuito ad alimentare il sentimento della propria identità. Quando, dopo l’indipendenza della Nigeria nel 1960, il paese fu diviso in tre regioni ad ampia autonomia, una di loro andò agli Igbos. Ma in questa terra instabile, una serie di colpi di stato portò presto a concentrare il potere nelle mani degli Haoussas e degli Yorubas. Dopo numerosi tumulti con molte vittime, gli Igbos provarono a staccarsi dal regime federale e il 30 maggio 1967 dichiararono l’indipendenza della repubblica del Biafra. Prudentemente, i secessionisti si erano assicurati di non rimettere in discussione le concessioni accordate alle compagnie per lo sfruttamento del sottosuolo, particolarmente ricco di petrolio, ma la Nigeria impose un blocco e aprì le ostilità con il sostegno del Regno Unito, dell’Unione sovietica e degli Stati Uniti. Nel conflitto persero la vita oltre un milione di persone, vittime sia dei bombardamenti sia della fame. La guerra politica, religiosa ed etnica si concluse il 15 febbraio con la riannessione del Biafra alla Nigeria. L’interpretazione del cristianesimo da parte degli Igbos si ispira al fideismo: la fede si basa sull’intuito e sul sentimento a scapito della ragione o di un approccio più filosofico. Dio, pertanto, è strettamente coinvolto nella vita quotidiana del popolo, come ad esempio nella scelta dei nomi. Ad esempio, «Chukwudi» significa «Dio l’altissimo esiste». E «Nkechi nyere tout», ossia «prendete ciò che il Signore vi dona», sarà il nome di una bambina nata in una famiglia che aspettava una discendenza maschile. Gli Igbos sono anche adepti del teosofismo: grazie all’interpretazione del sacro e dell’umano, gli uomini possono associare il loro spirito a un corpo di luce per provare una seconda nascita. Basta ascoltare la radio e ben presto si può sentire una parola: Chineke (Dio), la cui onnipresenza nei testi delle canzoni popolari colpisce l’osservatore europeo, per il quale un uso del genere equivale a «mettere Dio in tutte le salse». Le insegne e le vetrine dei negozi non sono da meno: una scuola elementare si è data il nome di «God Best School», traducibile in qualcosa come «La miglior scuola agli occhi di Dio». Il negozio «Divine Grace Interior Decorations» vende mobili. «Jesus is Lord» – Dio è il Signore – afferma una pubbli-

cità dell’operatore di telefonia mobile MTM. L’insegna «God is good lodge» –Dio è un buon alloggio – propone camere singole in affitto. Un risciò vuole attirare la clientela con lo slogan «Jesus Motor» sulla capote. «What have you without Christ ?» – Cosa sei senza Cristo? – si chiede il cartellone di una stazione di servizio. Lo scorso luglio Gerald Chukwudi è tornato ad Aqbani, la sua città natale nell’Enugu. Non è andato ad abitare nella casa di famiglia, perché non appena si sparge la voce che è lì una folla ininterrotta di visitatori arriva a sollecitare un sostegno finanziario. «Per soddisfare le richieste non basterebbero le riserve della banca centrale nigeriana», ripete di continuo. Confrontato a una corruzione endemica, a una valuta instabile, alla mancanza di servizi istituzionali e sociali, a infrastrutture fatiscenti, a servizi sanitari pubblici degradati, a strade piene di buche, a interruzioni di corrente quotidiane, a un violento banditismo, a problemi etnici e religiosi, alla povertà… il cittadino nigeriano è obbligato a inventarsi quotidianamente degli espedienti per sopperire ai propri bisogni. Eppure le cerchie vicine al potere vivono in un’opulenza stridente. I soldi di Gerald si limitano al suo salario mensile di sacerdote, che nella diocesi di Lugano è inferiore a quello di una commessa. A differenza dei preti europei «un prete africano, pur dedicandosi ai propri parrocchiani, resta un pilastro per la sua famiglia d’origine, con responsabilità finanziarie alle quali non può sottrarsi», sottolinea. Ogni mese, risparmia più che può per aiutare i suoi a pagare le spese mediche o gli imprevisti o le rette scolastiche dei parenti che frequentano le scuole primarie, secondarie o universitarie, come ad esempio una giovane e un giovane che hanno appena terminato gli studi in medicina, per i quali Gerald si è accollato tutte le spese. Un orgoglio e un esempio che spera di poter ripetere. L’educazione, infatti, resta lo strumento migliore per uscire dalla povertà e garantirsi un avvenire. Rari sono coloro che possono contare su uno stipendio regolare e, anche quando c’è, è talmente basso che sono costretti a trovarsi un secondo o addirittura un terzo lavoro saltuario. Un paradosso in questo paese che è la prima economia del continente, con un PIL di 450 miliardi di dollari. La Nigeria dipende al 95% dal petrolio: se fosse ben governata, la nazione avrebbe le carte in regola per avere successo anche nell’agricoltura, nell’industria e in altri settori economici. Ogni anno, invece, centinaia di migliaia di laureati emigrano a causa della mancanza di opportunità. Dio, allora, è anche una boa di salvataggio e uno sfogo per il popolo. Come sottolinea padre Gerald: «La gente pensa che sia sufficiente pregare e affidarsi completamente a Dio affinché quest’ultimo risolva tutti i loro problemi». Secondo lui, invece, «l’ef-

Scene di un matrimonio a Awhun, Enugu, Nigeria. Su www.azione.ch trovate una più ampia galleria fotografica.

Seminaristi in una chiesa: la fede cattolica è molto sentita dalla popolazione.

I militari sono onnipresenti, in special modo nelle vicinanze delle chiese cattoliche.

Alle porte della città, poco fuori il mercato, si ammassano i rifiuti.

ficacia delle preghiere può dipendere solo dall’azione e dall’applicazione quotidiana delle regole religiose che si adottano per la propria esistenza personale». «Insomma, bisogna esse-

re un uomo responsabile e onesto, un attore della società che sa che Dio è un sostegno morale, ma non colui che risolve i problemi concreti della vita quotidiana». Annuncio pubblicitario

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Idee e acquisti per la settimana

Le avventure di Mimi

Succede sempre qualcosa quando si ha a che fare con la piccola civetta. Nel corso della seconda avventura della serie in quattro episodi, assieme ai suoi amici crea un portafoglio. Chi fa volentieri lavoretti manuali, fino al 24 dicembre acquistando alla Migros può raccogliere i bollini. Ogni cartolina completa può essere scambiata con un box bricolage

«U

n portamonete?» chiede di nuovo incredula la piccola civetta Mimi. «Siete davvero sicuri che Lou, per il suo compleanno, desideri proprio un portamonete?» Ma Evi lo scoiattolo ed Edi la volpe ne sono certi. Dopotutto hanno parlato del compleanno solo due giorni fa con la lepre Lou, che ha detto loro quel che desidera ricevere. «Un momento. Se è quello che vuole, è quello che avrà» dice la piccola civetta, anche se avrebbe preferito costruire lei stessa un regalo. I tre amici si mettono in cammino per andare ad acquistare il regalo comune per la loro amica lepre. Il negozio non è lontano. Devono solo passare accanto a un paio di case e prendere il ponte per attraversare il fiume. Una volta arrivati in negozio, trovano velocemente un bel portamonete. «Lou ne sarà davvero felice» dice Evi, osservando di nuovo il portamonete. Entusiasti del loro regalo per la lepre Lou, si incamminano sulla strada del ritorno. Evi ed Edi procedono baldanzosi, lanciandosi il portamonete avanti e indietro. «Ma cosa fate?» chiede Mimi. «Non è mica una palla! Non potete gettarlo avanti e indietro così.» Mimi non ha ancora finito di parlare, che il danno è fatto: proprio mentre sono sul ponte, il portamonete sfugge di mano a Edi mentre cerca di afferrarlo. Colpisce la ringhiera del ponte per poi precipitare giù nel fiume. «Oh no! Il regalo!» grida Evi, correndo veloce sul ponte e giù per il pendio fino a raggiungere l’acqua. Con un gran balzo, lo scoiattolo salta su un ramo sospeso sul fiume. «L’ho preso, l’ho preso» urla Evi. Ma invece del portamonete, lo scoiattolo


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pesca dal fiume solo un cartone per bevande vuoto. Ora anche Edi e Mimi hanno raggiunto il fiume. «Ah, che peccato! Un regalo così grazioso. Bell’e andato! E dire che desiderava così tanto un portamonete» dice la volpe Edi delusa, ripensando irritata al lancio dell’oggetto. «E cosa regaliamo ora a Lou per il suo compleanno?» chiede Evi agli amici. Mimi riflette per qualche secondo. E quando vede Evi con il suo cartone per bevande, le viene un’idea geniale: «Costruiremo un portamonete per Lou! E proprio con il cartone che hai pescato nel fiume!» «Grandioso!» dice Edi, e anche Evi è entusiasta. Gli amici si avviano velocemente verso la casa di Mimi. Lì, nel cassetto del bricolage, trovano tutto l’occorrente: forbici, chiusura a strappo, graffatrice, ago, righello e matita. E si mettono al lavoro! Sciacquano insieme il cartone, lo misurano, tracciano righe con la matita, tagliano e fissano la chiusura a strappo con la graffatrice. «Bellissimo, no?!» dice Edi, e tutt’e tre sono estremamente fieri del portamonete appena realizzato. Ma la parte più difficile viene ora: cosa penserà Lou del suo regalo di compleanno? Lo scopriranno presto. I tre amici vanno insieme a trovare la lepre Lou. Le fanno gli auguri cantando «Happy Birthday» e porgendole il regalo. Lou lo trova «meraviglioso»! È al settimo cielo per il regalo ricevuto e perché può festeggiare il compleanno insieme ai suoi amici.

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Mimi

La prossima settimana potrai leggere una nuova avventura della piccola civetta Mimi.

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Il Portamonete

Quando la piccola civetta Mimi e i suoi amici Evi ed Edi perdono il regalo di compleanno per Lou, devono trovare rapidamente una soluzione alternativa. Lou desiderava così tanto un portamonete... Guardando un cartone per bevande, a Mimi viene un’idea. Un portamonete si può anche realizzare da soli! Tutto ciò di cui Mimi e i suoi amici hanno bisogno sono un cartone per bevande vuoto e delle forbici.

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Come prima cosa, rimuovi il fondo del cartone con le forbici. Poi stacca gli angoli superiori e taglia anche il bordo superiore, sopra alla chiusura. Appiattisci il cartone schiacciandolo nel senso della lunghezza, in maniera ben centrata. Le pareti laterali si piegano all’esterno. Piega nuovamente il cartone e tira verso il basso il terzo superiore, come nell’immagine. La chiusura va a finire sul davanti. La linguetta esterna fungerà da chiusura. Smussa con le forbici gli angoli di questa linguetta, dando una forma ben arrotondata. Fai un foro sulla linguetta anteriore in modo che combaci con la chiusura. Dovrebbe essere grande esattamente quanto il collo dell’apertura senza tappo. Per tracciare il contorno del foro prima di realizzarlo, la cosa migliore è spingere forte la linguetta sul collo dell’apertura.

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Costume da civetta – il suggestivo travestimento

Calca bene sulle nuove pieghe che si sono formate e poi spingile all’interno a mo’ di ali a soffietto, come nell’immagine. Misura la lunghezza del cartone e dividila per tre. In questo modo ottieni la lunghezza secondo cui ritagliare entrambi i lati nella parte inferiore. L’altra linguetta, all’interno del portamonete, serve a tenere insieme il tutto. Ritaglia una striscia sottile di cartone da entrambi i suoi lati. Ora ripiega il cartone. Inserisci la linguetta interna nella parte anteriore.

Cannocchiale – il set per emozionanti esplorazioni

Civettaplano – l’avventuroso compagno di volo

Ecco fatto!

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Decorazioni natalizie – divertimento creativo per lavori di cucito e bricolage


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Politica e Economia

Più verde, più rosa, più giovane Elezioni federali Bilancio conclusivo di un rinnovo del Parlamento federale ricco di sorprese.

Nonostante l’ondata ecologista, la composizione del Consiglio federale a breve termine non cambierà Marzio Rigonalli La settimana scorsa è calato il sipario sulle elezioni federali. Durato più di un mese, dal 20 ottobre al 24 novembre, l’appuntamento elettorale si è concluso registrando un buon numero di sviluppi e di sorprese, che hanno generato nuove realtà politiche. Sono novità che in futuro possono aprire la porta a nuovi bracci di ferro e a sostanziali cambiamenti nella società e nella vita quotidiana della gente, ma che non rappresentano un capovolgimento del quadro e degli equilibri politici, come avviene spesso in molti altri paesi, in Europa e nel mondo. La consolidata tradizione politica svizzera consente correzioni di rotta ed adeguamenti alle nuove realtà socio-economiche ed ambientali, ma non annovera mutamenti che possono portare a ribaltoni o a nuove forme di governo. Terremoti politici non avvengono a livello nazionale. Possono succedere soltanto nei cantoni, come è avvenuto in Ticino con l’elezione al Consiglio degli Stati.

Se al Nazionale l’avanzata di verdi e verdi liberali ha spostato la camera a sinistra, agli Stati prevale il centro Il risultato più clamoroso, quello che vien indicato come la principale caratteristica di queste elezioni, è stata l’avanzata delle forze che hanno posto la difesa dell’ambiente in testa alla lista delle loro priorità. I verdi ed i verdi liberali hanno fatto un balzo in avanti nell’elezione del 20 ottobre, aumentando la loro presenza nel Consiglio nazionale di ben 26 deputati, +17 per i primi e +9 per i secondi. L’avanzata non è stata confermata, o perlomeno è stata attenuata nell’elezione del Consiglio degli Stati, in parte a causa del sistema elettorale maggioritario vigente nei cantoni. Simboli del rallentamento sono state senz’altro le sconfitte dei verdi nei ballottaggi in due grandi cantoni, a Berna con la loro presidente Regula Rytz ed a

Zurigo con Marionna Schlatter. Nella Camera dei cantoni i verdi hanno guadagnato 4 seggi, mentre i verdi liberali non sono riusciti a conquistare neanche un seggio. Nella Camera del popolo l’avanzata dei verdi è avvenuta a scapito dei quattro partiti di governo (UDC, PS PLR e PPD), che insieme hanno perso ben 22 seggi, e del PBD, che ha dovuto lasciarne 4, perdendo la possibilità di formare un gruppo parlamentare. Nella Camera dei cantoni, i 4 seggi conquistati dai verdi provengono 3 dal PS e uno dal PLR. Il principale cambiamento è dunque avvenuto al Consiglio nazionale, con la fine della maggioranza UDC-PLR di 101 voti, in vigore nella scorsa legislatura, ed il sorgere di un’assemblea con maggioranze variabili secondo i temi che verranno affrontati. Al Consiglio degli Stati, invece, il cambiamento è minore per quanto concerne l’appartenenza partitica, poiché la variazione del numero dei seggi è avvenuta praticamente soltanto in seno alla sinistra. Un’altra importante caratteristica delle elezioni federali è stato l’incremento della presenza femminile nelle due nuove Camere. Al Consiglio nazionale il numero delle donne è passato da 63 su 200 dell’ultima legislatura, a 84, ossia dal 26% al 42%. Non c’è ancora la parità, ma la direzione presa è quella giusta. Al Consiglio degli Stati i numeri sono più modesti. Le donne presenti sono 12 su 46, ossia circa un quarto. Lascia comunque ben sperare il raddoppio della presenza femminile rispetto a quattro anni fa, quando le donne erano soltanto 6. La presenza femminile al Consiglio degli Stati mostra anche alcune altre interessanti caratteristiche. Sulle 12 consigliere degli Stati, ben 6 provengono dai cantoni romandi. Anche il Ticino, con Marina Carobbio, avrà una senatrice. Tutti i cantoni della Svizzera latina sono rappresentati da un senatore e da una senatrice. La Svizzera tedesca, dunque, perlomeno una parte di essa, è molto in ritardo in questo ambito. Vi sono ancora sette cantoni (AI, AR, ZG, OW, GL, SZ, GR) che non hanno mai inviato una donna al Consiglio degli Stati. Tra i partiti più importanti, l’UDC è l’unico a non esse-

Marina Carobbio è una delle sei nuove consigliere agli Stati. Alla Camera dei cantoni, il numero di deputate è raddoppiato. (Keystone)

re mai stato rappresentato da una donna nella Camera dei cantoni. Un terzo significativo dato di queste elezioni è il ringiovanimento degli eletti. L’età media dei consiglieri nazionali è scesa sotto i 50 anni e 7 di loro hanno meno di 30 anni. Il più giovane consigliere nazionale è lo zurighese Andri Silberschmidt, 25 anni, del PLR. Al Consiglio degli Stati, 23 dei 46 eletti sono nuovi. La Camera dei cantoni è conosciuta come un’assemblea che ha una media d’età piuttosto alta. Di solito, vi si accede dopo una lunga esperienza politica vissuta nei cantoni, per esempio come consigliere di Stato. Questa volta sono arrivati volti nuovi e giovani come la friburghese Johanna Gapany, 31 anni, la ginevrina Lisa Mazzone, 31 anni, o la neocastellana Céline Vara, 35 anni. Sono nuove persone che portano un po’ di freschezza in un tempio dove i cambiamenti avvengono ad un ritmo molto lento. Che cosa possiamo aspettarci da questa nuova assemblea federale? L’aria nuova che tira, porterà soluzioni ai problemi più urgenti? Problemi vecchi come l’accordo istituzionale con l’U-

nione europea o la revisione dell’AVS. Problemi nuovi come le misure concrete che verranno prese per garantire la svolta ecologica. Nell’ultima legislatura buona parte di questi problemi non è stata affrontata. E quando è successo, è mancata la volontà politica di trovare soluzioni e compromessi condivisibili. Grazie alla forza elettorale che hanno conquistato, i verdi ed i verdi liberali sapranno essere il motore che è mancato negli ultimi quattro anni e che potrebbe rivelarsi determinante nell’adozione d’importanti decisioni? I prossimi anni ci porteranno utili informazioni e ci diranno se queste forze politiche sapranno muoversi in modo efficace e condivisibile non soltanto nella loro area di preferenza, ossia quella ecologica, ma anche in quei settori dove, finora, la loro presenza non è stata centrale. Intanto, il dibattito si è spostato dall’Assemblea federale alla composizione del Consiglio federale. Succede così dopo ogni elezione federale, dalla fine dagli anni Novanta. Chi guadagna terreno chiede di poter entrare nel governo, o di rafforzarvi la sua presenza;

chi perde difende a denti stretti la posizione che detiene nell’esecutivo. Per di più, questa volta il risultato elettorale non si trova più in armonia con la composizione del governo. Quattro membri dell’esecutivo formano una maggioranza UDC-PLR che non si ritrova più nel parlamento e che la sinistra non vuole accettare. In gioco c’è la formula magica, entrata in vigore nel 1959 ed attribuita all’allora segretario generale del PPD, Martin Rosenberg. La formula prevede di dare due seggi a ciascuno dei tre principali partiti ed un seggio al quarto partito. Le proposte di modifica sono numerose. Vanno dall’innalzamento da 7 a 9 del numero dei membri del Consiglio federale, all’integrazione di una quinta forza politica ed alla presa in considerazione della forza dei gruppi parlamentari e non più della forza elettorale dei partiti al Consiglio nazionale, come è avvenuto finora. Ed è possibile che nei prossimi giorni se ne aggiungano altre, fino all’11 dicembre, giorno della rielezione del Consiglio federale. Quel giorno sapremo se la vecchia formula magica resisterà ancora o se verrà sotterrata. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Imprescindibile Germania

Economia e commercio Alcuni ne temono l’egemonia in Europa, altri la indicano come un modello da seguire.

E anche la Svizzera non può fare a meno della patria di Goethe Marzio Minoli Da sempre la Germania suscita sentimenti contrastanti. Da una parte chi la vede come una nazione che non ha mai sopito il suo presunto desiderio di voler dominare e che tenta sempre di imporre la sua volontà. Dall’altra chi invece guarda ai tedeschi come un popolo risoluto, che pur essendo uscito da due guerre mondiali perse, da una divisione interna devastante dal punto di vista sociale, è riuscito a risollevarsi e creare la potenza economica che tutti conosciamo. Potenza che anche i numeri confermano. Il prodotto interno lordo ammonta a circa 4000 miliardi di franchi, il che ne fa la quarta economia mondiale. A titolo di paragone il PIL svizzero è di 705 miliardi. La disoccupazione, a fine settembre, era al 3,1%, con un’inflazione all’1,1%. Una situazione invidiabile. L’indebitamento pubblico è al 60% e da 8 anni a questa parte è in continua discesa. Ultimo elemento, ma non meno importante, i titoli di Stato tedeschi sono il punto di riferimento principale per il mercato obbligazionario in Euro, in quanto ritenuti i più sicuri. Queste sono solo alcune delle cifre (e fatti) che contraddistinguono l’economia tedesca, ma che ci permettono di fare una considerazione. Parafrasando un detto che solitamente si riferisce agli Stati Uniti, «Quando la Germania starnutisce, il resto d’Europa prende il

raffreddore e la Svizzera qualche linea di febbre». Sì, perché la Germania è in assoluto il maggior partner commerciale elvetico. I dati del 2018 mostrano che le esportazioni verso Berlino ammontavano a 43 miliardi di franchi, ovvero il 18% del totale. Il secondo mercato per importanza è stato quello statunitense, con 37 miliardi di franchi, mentre il resto del mondo è ampiamente staccato in questa classifica. E il discorso non cambia se parliamo delle importazioni. Anzi in questo caso il peso tedesco è ancora più marcato. Con un controvalore di 54 miliardi di franchi le merci proveniente dal nord del Reno sono state il 26% del totale. Per il 2019 la sostanza non cambia. Alla fine del terzo trimestre le esportazioni sono arrivate a 33 miliardi, il 19% del totale, mentre le importazioni al 25%. Ora forse si capisce meglio perché in questi ultimi mesi a qualche azienda elvetica siano venute le linee di febbre citate prima. Aziende soprattutto legate ai settori della meccanica, l’elettrotecnica e metallurgica. Infatti, la Germania nel secondo trimestre del 2019 ha visto una crescita negativa. Poca roba, –0,1%, ma tanto è bastato a creare apprensione. Fortunatamente il terzo trimestre ha scongiurato il pericolo di una recessione tecnica, con il PIL che è tornato a crescere. Anche qui di poco, lo 0,1%. Quello che conta è che il momento te-

La Mikron di Agno è fra le aziende svizzere che stanno pagando il prezzo del rallentamento economico della Germania. (Keystone)

desco non è dei migliori e la cronaca recente ci racconta di aziende, anche ticinesi come la Mikron di Agno, costrette e ridurre il personale in quanto l’industria automobilistica tedesca non è più dinamica come prima. Stessa sorte alla maggior acciaieria elvetica, la Schmolz+Bickenbach di Lucerna, che naviga in acque molto tempestose per lo stesso motivo e rischia il fallimento. L’importanza della Germania non è comunque limitata alla Svizzera, e ci mancherebbe. E il ruolo, predominante, porta con sé inevitabili critiche, come spesso accade ai più forti. La prima critica dice che la Ger-

mania è il paese che ha maggiormente tratto beneficio dall’entrata in vigore dell’Euro, soprattutto per quel che concerne le esportazioni. È vero? Sicuramente le cifre mostrano che dall’entrata in vigore della moneta unica la bilancia commerciale tedesca ha visto un’impennata, mentre altri hanno marciato sul posto. Il motivo è semplice: prima dell’Euro molti paesi, per favorire le esportazioni, svalutavano la loro moneta, rendendo i loro prodotti meno cari. Con l’Euro questo non è più possibile farlo, e se la Germania ha tratto dei vantaggi, significa che probabilmente i paesi concorrenti non sono

stati in grado di trovare degli elementi di competitività tali da compensare il fatto che non possono più contare solo sulle manovre monetarie. La seconda grandi critica è quella secondo la quale la Germania non spende e non investe e in questo modo non aiuta l’economia europea, preoccupandosi invece di esportare i suoi prodotti, cosa che le crea un surplus commerciale, negli ultimi anni, tra il 7 e l’8% del PIL. Una proporzione che supera i limiti decisi dall’Unione Europea, che vorrebbe il saldo della bilancia commerciale tra il –4% e il +6%. La Germania è fuorilegge, come sostengono alcuni (più per ottenere un consenso politico che altro) e quindi si dovrebbe aprire una procedura di infrazione? No, perché i paletti indicati dall’UE sono delle «raccomandazioni» e non delle regole da rispettare. Questo significa che i tedeschi, pur potendo permetterselo, non spendono, quindi non vi è domanda di prodotti proveniente dall’estero, cosa che irrita diversi paesi, soprattutto del Sud Europa, che non se la passano troppo bene. Ma i malumori su questa sorta di «austerità» arrivano anche dall’interno, ad esempio i socialdemocratici chiedono più investimenti. E ad essere onesti, le critiche su questo modo di agire non sono del tutto ingiustificate. In fondo, se non spende chi può, chi lo dovrebbe fare? E in un momento nel quale il paese non viaggia a gonfie vele, non sarebbe un male. Per il bene di tutti. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 dicembre 2019 • N. 49

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Osservazioni a un piano per l’apprendistato In una conferenza stampa del DECS, il nostro Dipartimento per l’educazione la cultura e lo sport, tenutasi di recente, è stato fatto il punto in materia di formazione professionale e si sono presentati i due progetti che il Dipartimento sta mettendo a punto per migliorare la situazione in questo campo. Le informazioni che si possono rilevare dalla documentazione disponibile non sono molte. Si può comunque venire a sapere che il primo progetto, denominato «Più duale», persegue, come obiettivo principale, l’aumento dell’offerta di posti di tirocinio. Da qui al 2023 la stessa dovrebbe aumentare di 800 unità, ossia di un po’ più del 20%. Questi 800 posti di apprendista in più dovrebbero però anche servire per allargare l’offerta nelle professioni attualmente più ambite dai ragazzi e dalle ragazze

che scelgono la via della formazione duale. Non si tratta quindi solamente di impegnarsi per far aumentare il totale dei posti di tirocinio, ma anche di pilotare questo aumento perché corrisponda di più alle richieste dei giovani che intendono iniziare un tirocinio. Pensiamo di non esagerare definendo l’obiettivo di questo progetto come molto ambizioso. Le intenzioni del Dipartimento si possono capire quando si tiene conto del secondo progetto, il progetto «Obiettivo 95%». Lo stesso vorrebbe assicurare che tutti i giovani residenti nel cantone, terminata la scuola media e almeno fino ai 18 anni, siano seguiti e accompagnati in un progetto di formazione individuale che consentisse loro di ottenere un diploma del secondario superiore. Anche questo obiettivo non sarà facile da conseguire. Nella realtà del nostro

mercato del lavoro sono infatti le aziende che definiscono il fabbisogno di apprendisti. Di conseguenza, come riconoscono gli stessi orientatori professionali del Dipartimento, non è purtroppo sempre possibile sposare l’offerta che viene dalle aziende con le richieste avanzate dai giovani che vorrebbero iniziare una formazione duale. Con una eccezione, naturalmente, quella costituita dai posti di apprendista offerti dalle amministrazioni e dalle aziende del settore pubblico, in particolare da quelle del Cantone. Non pensiamo però che sia intenzione del Dipartimento di creare gli 800 nuovi posti di apprendista previsti dal progetto «Più duale» unicamente nel settore pubblico. I promotori del progetto, infatti, auspicano di poterli realizzare soprattutto appoggiandosi sulle aziende del settore privato. Si

tratta di una bella sfida e noi facciamo voti perché riesca. Al di là però del problema di far quadrare i bisogni delle aziende private in apprendisti con le aspirazioni dei giovani che intendono avviare una formazione professionale, l’evoluzione futura delle attività lavorative pone, secondo noi con sempre maggiore urgenza un quesito: quello di sapere se il nostro modello di formazione professionale, ancora molto impostato sulla specializzazione in una professione, dai caratteri e dalle competenze chiaramente definiti, potrà resistere ai cambiamenti che digitalizzazione e robotizzazione delle attività di lavoro introdurranno nel prossimo futuro. Si parla, spesso e volentieri, di una quarta rivoluzione tecnologica che dovrebbe rendere obsolete un gran numero di qualifiche professionali e,

contemporaneamente, farne sorgere delle nuove. Per effetto di questi cambiamenti è praticamente impossibile descrivere come sarà la «città dei mestieri» dell’economia ticinese tra dieci o venti anni. Aspettiamo di ricevere qualche informazione dal gruppo ad hoc creato dal Dipartimento delle finanze per analizzare gli sviluppi e i problemi del mercato del lavoro del futuro. Tuttavia non è azzardato pensare che anche nel mondo delle piccole e medie aziende ticinesi, la formazione tenderà a dispensare conoscenze e competenze più generali di quanto non si faccia nel modello duale di oggi. Il lavoratore del futuro sarà tenuto non solo a imparare una professione ma dovrà anche essere in grado di cambiarla, se l’evoluzione tecnologica dovesse dettare un cambiamento.

rafforzarlo. Se lo si fa in forma pacifica, può contribuire a risvegliare le coscienze. Qualcuno ha evocato i girotondi. Che però nascevano, prima ancora che contro Berlusconi, contro gli allora capi del centrosinistra. «Con questi leader non vinceremo mai!» fu il grido con cui Nanni Moretti aprì quella stagione (in piazza Navona, non esattamente una fabbrica occupata). Alla fine però Nanni Moretti tentò di sostituire i leader in carica – Fassino, Rutelli, D’Alema – con quello scelto da lui: Sergio Cofferati. Ci fu una vera e propria cerimonia di incoronazione, al palazzetto dello sport di Firenze. Poi Cofferati scelse un’altra strada e si candidò sindaco di Bologna. Dei girotondi si persero le tracce. Vediamo ora cosa sarà delle sardine. La partita che si gioca in Emilia-Romagna è davvero molto importante. Se lo

scontro sarà vissuto in chiave locale, vincerà il centrosinistra; se prevarrà la lettura nazionale, vincerà il centrodestra. Per essere più chiari: se il match è tra Bonaccini e Lucia Borgonzoni, la candidata leghista, il governatore uscente non dovrebbe avere problemi. Ma se l’elezione del presidente emiliano-romagnolo diventa un referendum su Salvini, allora la Lega può farcela: perché il governo non ingrana, e in questo momento Salvini ha il vento in poppa. I Cinque Stelle con una mossa suicida hanno deciso di presentare un loro candidato, a meno di ripensamenti sempre possibili. Andranno incontro a un risultato modesto. Paradossalmente faranno meno danni a Bonaccini se imposteranno una campagna critica nei suoi confronti: in questo modo potranno rosicchiare un po’ di consensi alla

Lega, cioè all’opposizione. Se invece si presenteranno come quinta colonna del presidente di centrosinistra, potrebbero portare via qualche voto a lui. In ogni caso, l’Emilia-Romagna non è l’Umbria, dove l’accordo tra Pd e grillini non è servito a nulla perché la situazione era già molto compromessa, anche a causa degli scandali. In Emilia e in Romagna la crisi si è sentita, ma il sistema ancora regge. Anche per questo la partita è apertissima. In caso di vittoria della Lega, il governo potrebbe sopravvivere? Forse il Pd avrebbe interesse a far saltare il banco. Ma Zingaretti difficilmente sopravvivrebbe a una vittoria nazionale a valanga di Salvini. È possibile quindi che la maggioranza che sostiene l’esecutivo si stringa a coorte. Pur di non andare al voto anticipato.

la rete mobile di nuova generazione, grazie verosimilmente alla condivisione dinamica dello spettro delle antenne esistenti». Il tono abbastanza trionfalistico dell’annuncio viene smorzato dal fatto (non citato) che il 10% ancora senza copertura non concerne valli discoste, come capitava per la diffusione dei canali tv o di internet, bensì gli agglomerati più popolati, vale a dire le grandi città. E questo per Swisscom è sicuramente un problema. Lo stesso giorno un’altra notizia, reperibile sui giornali di mezzo mondo, richiamava ancora più direttamente l’arresto della signora Meng Wanzhou e il conflitto Cina – Usa: «Non si sono ancora spenti gli echi della guerra sulle tecnologie di quinta generazione (5G), che la Cina annuncia il Piano per lo sviluppo del 6G. Una rivoluzione tecnologica, le cui implicazioni sfuggono talmente, che sarà sconvolgente». Ecco, mi sono detto: mentre da noi si continua a discutere e a litigare per stabilire se i campi elettromagnetici possono influenzare la nostra salute, i cinesi ci fanno capire che il 5G è già in odore di obsolescenza. Ecco confermato un mutamento di scenario già intuibile mesi fa in un tweet stizzito del presidente Usa: «Voglio la tecnologia 5G, e anche 6G, negli Stati Uniti il prima possibile. Non c’è alcuna

ragione per cui dovremmo rimanere indietro». Poco dopo Trump esortava l’Unione europea a controllare i giganti informatici cinesi, menzionando la necessità di difendersi dai loro hacker e da operazioni di cyberspionaggio (nessun accenno trumpiano ad analoghi e sempre più concreti pericoli targati Silicon Valley...). Se in questo scenario innestiamo anche gli investimenti mirati che Pechino sta realizzando un po’ in tutto il mondo, seguendo strategie per accaparrarsi terre rare e minerali «nobili» per le nuove tecnologie, è facile intuire la portata degli interessi e dei privilegi che gli Usa vogliono difendere. Siamo in piena geopolitica e, in attesa di leggere La nuova guerra fredda di Federico Rampini, trovo aiuto in un libro edito dalla Luiss University Press e scritto da una preparatissima coppia: Luca e Francesca Balestrieri, lui direttore responsabile delle Piattaforme digitali Rai, la figlia ricercatrice nel campo della matematica pura, come pure di intelligenza artificiale e nuove tecnologie. Il loro Guerra digitale è infatti un’ampia e minuta cronaca centrata sulla guerra economico-commerciale fra Stati Uniti e Cina e la parallela corsa per la conquista della leadership tecnologica. Il bersaglio grosso, anche

se formalmente l’amministrazione Trump porta avanti la guerra su dazi e interscambio commerciale, resta infatti la supremazia nelle nuove tecnologie e al centro troneggia la concorrenza che Huawei riesce ad attivare un po’ ovunque nel mondo (proprio come l’Ue fa con l’Airbus in campo aeronautico). Ma un anno dopo l’arresto della signora Wanzhou, Huawei è sempre in crescita e Pechino non solo dimostra di sopportare le restrizioni Usa ma prosegue anche il programma di trasformazione «Made in China 2025» che, proprio grazie al 6G, dovrebbe consentire alla Cina di «superare gli Stati Uniti nel settore dell’intelligenza artificiale, della robotica e dell’internet delle cose, dei dispositivi intelligenti e interconnessi». Il lato paradossale della titanica contesa è che nessuno oggi sa esattamente cosa si potrà fare con il 6G. Anche gli esperti si limitano a dire che esso, abbinato all’intelligenza artificiale, consentirà cose incredibili, ipotizzando per ognuno di noi «non più uno smartphone ma una “traccia digitale” che ci seguirà ovunque, una sorta di “cloud” personale che in ogni momento ci consiglierà su cosa fare». Sarà il «Mondo Nuovo» preconizzato da Aldous Huxley? Quello in cui adoreremo la tecnologia che ci libera anche dalla fatica di pensare?

In&outlet di Aldo Cazzullo Sardine nonostante il Pd L’Italia è sott’acqua, ma oltre che del maltempo si parla molto di sardine. Così si sono definiti i manifestanti pigiatisi nelle piazze emiliane per dire no a Matteo Salvini. Il riferimento è una tradizione inventata, come molte delle tradizioni italiane. Una cosa che si crede antica ma è in realtà recente. Secondo questa leggenda, sul «crescentone» – vale a dire l’enorme marciapiede rialzato al centro di piazza Maggiore a Bologna, che nella fantasia degli emiliani assomiglia un po’ a una crescenza, cioè a una focaccia molto lievitata – possono stare in piedi sei-sette mila persone, stipate appunto come sardine. Da qui l’immaginifico nome del movimento. A me pare che sulle sardine si sia fatta fin troppa enfasi. Certo, sono un fenomeno interessante. In particolare

colpisce che i manifestanti si siano mobilitati non grazie al Pd, ma nonostante il Pd. L’appello è nato dalla rete e da pochi ragazzi sconosciuti; se fosse venuto da Stefano Bonaccini – il presidente dell’Emilia Romagna – o da Nicola Zingaretti – il segretario del partito –, non avrebbe avuto lo stesso effetto. Le foto di piazza Maggiore strapiena e dell’abside dello splendido duomo di Modena circondato dagli ombrelli sono suggestive, la mobilitazione antiSalvini non era scontata; però insomma la scoperta che a Bologna e a Modena esiste ancora qualcuno di sinistra non mi pare sconvolgente. Manifestare contro qualcuno è senz’altro legittimo. Se lo si fa in forma violenta, è controproducente: serve a presentare il politico contestato come vittima di un’ingiustizia, e quindi a

Zig-Zag di Ovidio Biffi Mentre da noi si litiga per il 5G Esattamente un anno fa in Canada, su mandato di cattura emesso dall’amministrazione Trump, veniva arrestata Meng Wanzhou, cittadina 47.enne con passaporto di Hong Kong e direttore finanziario di Huawei, un impero che in Cina dà lavoro a 180mila persone, creato e guidato ancora da suo padre, Ren Zhengfei, abile imprenditore, in origine ex ingegnere dell’esercito popolare di liberazione. Secondo gli Stati Uniti proprio questa provenienza sarebbe la prova degli stretti rapporti esistenti fra il più grande fornitore di servizi e sistemi di telecomunicazioni e dei dispositivi smart a livello mondiale e

i massimi dirigenti di Pechino. Il fermo di Meng Wanzhou, nonostante si sia concluso in sordina con un rilascio dopo 3 mesi, viene considerato l’inizio della guerra fra Cina e Usa per la supremazia mondiale nel campo delle nuove tecnologie di comunicazione. L’episodio mi è tornato in mente confrontando due notizie di metà novembre. La prima riguardava un comunicato dell’azienda leader della telefonia in Svizzera: «Malgrado la resistenza al 5G di una parte della popolazione e delle autorità, Swisscom ritiene, come promesso, di poter coprire entro la fine dell’anno oltre il 90% della Svizzera con

Meng Whanzou, figlia del fondatore di Huawei. (Keystone)


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Cultura e Spettacoli Jane e la scimmietta Jane Birkin, icona generazionale e musa di Gainsbourg, ha dato alle stampe i suoi diari

pagina 35

Un ricordo per Johnston Controcorrente, rivoluzionario, disturbato: qualche mese fa se ne è andato il cantautore americano Daniel Johnston

The Burning House Alla Cons Arc di Chiasso (nell’ambito della Biennale dell’immagine) la belga Karin Borghouts espone la bellezza ammaliante del fuoco che ha devastato la sua casa pagina 45

In scena in Ticino Il nuovo spettacolo di Cristina Castrillo al Teatro delle Radici e il monologo di Bergonzoni al Sociale pagina 49

pagina 41 Eugenio Montale a Lugano nel 1946. Da sinistra: Pietro Salati, Renato Regli, Pino Bernasconi, Montale con l’amica Gerti e infine Giorgio Orelli. (Archivio storico di Lugano, Fondo Vincenzo Vicari)

Montale nella bufera (amore, guerra, destino)

Recensioni L’edizione commentata a cura di Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai Pietro Montorfani Non saprei dire se vi fosse grande attesa presso i lettori comuni, certo gli addetti ai lavori aspettavano con ansia questo nuovo commento a La bufera e altro di Eugenio Montale, raccolta pubblicata a Venezia da Neri Pozza nel 1956 e subito indicata come il vertice della sua poesia. Un’attesa data anche dagli avvicendamenti in corso d’opera tra i curatori (a Massimo Gezzi era nel frattempo subentrata Ida Campeggiani), da un cambiamento di sede editoriale e, più in generale, dalle vicende sempre tormentate delle collane di poesia, costantemente in sentore di rigor mortis. Comunque sia, la mole del volume che esce oggi nello «Specchio» Mondadori è l’esito di uno sforzo che va senza dubbio festeggiato, perché corrisponde allo spazio occupato da Montale nella poesia italiana del Novecento (è il tema del saggio introduttivo, non inedito, di Guido Mazzoni). Al di là delle singole acquisizioni, che andranno indagate pezzo per pezzo, postillando ciascuno per sé questa

nuova edizione (a chi scrive è mancato ad esempio qualche riferimento scritturale, specie in direzione di San Paolo), il libro conferma nel commento un’intuizione espressa in precedenza da Niccolò Scaffai, attorno al cosiddetto manierismo del terzo libro di Montale, dopo gli Ossi di seppia del 1925 e Le occasioni del 1939; una categoria estetica, quella del manierismo, privata in questo caso di accezioni negative e rispolverata per cercare di rispondere a una serie di domande cruciali: quando finiscono Le occasioni? quando inizia La bufera? e Finisterre, pubblicato clandestinamente a Lugano nel 1942 da Pino Bernasconi, auspice Gianfranco Contini, da che parte sta? Che il confine tra due stagioni poetiche, in anni sconvolgenti come quelli che vanno dal 1939 al 1945-46 (poi è cosa acquisita), sia una linea che balza avanti e indietro a seconda delle interpretazioni e delle letture, anche d’autore, è un fenomeno che non smette di interrogare chi si occupa di letteratura, perché si situa allo snodo esatto tra vocazione poetica e destino collettivo, tra

memoria individuale e consuetudini editoriali, insomma tra arte e vita, con tutto quel che ne consegue. Montale, che sempre giocò con queste categorie, specie negli ultimi anni (anche senza considerare il Diario postumo a lui attribuibile), tra Occasioni e Bufera è più Montale che mai e, verrebbe da dire, malgré lui. L’enorme numero di rimandi al libro precedente e, all’interno di quello, a una poesia inaggirabile come Nuove stanze (lo «specchio ustorio» e gli «occhi d’acciaio» di Irma Brandeis già quasi mutata in Clizia-Iride) è una delle chiavi di lettura del commento di Ida Campeggiani, cui si devono tutte le sezioni tranne l’ultima, curata da Scaffai. Nemmeno mancano affondi tesi all’individuazione di archetipi letterari italiani, delle origini (soprattutto Dante) e dell’Otto-Novecento (soprattutto Leopardi e D’Annunzio), senza dimenticare una produzione europea intesa in termini vasti, sia cronologici che geografici, dal poeta protestante francese Théodore Agrippa d’Aubigné (1552-1630) all’inevitabile

Eliot, e naturalmente Shakespeare, Garcia Lorca, Nerval, Goethe… Montale appartiene, per indole e per circostanze, a quella stagione della cultura italiana che gli eventi bellici avevano forzato, più di altre, oltre i confini consueti, in cerca di un sollievo e di un senso che la quotidianità asfittica di quegli anni non aveva saputo e potuto offrire. Dal suo imbuto, filtrati da un’intelligenza vivace e onnivora, passano decine di autori e persino ‒ questo uno dei principali meriti del commento, che mette a frutto intuizioni di Marica Romolini (2012) ‒ prodotti della cultura non letteraria, come il cinema e il melodramma. Non credo sia un’esagerazione affermare che con questo libro di Campeggiani e Scaffai si inaugura una nuova fase negli studi montaliani, non fosse altro che per le consuete dinamiche di azione-reazione, di accettazione e rifiuto, che una simile operazione inevitabilmente suscita. Ci si potrebbero attendere, ad esempio, alcune obiezioni sul fronte della leggibilità: gravato da prefazioni, introduzioni,

postfazioni e note densissime, il testo di Montale quasi sparisce, sommerso dagli apparati (l’impaginazione di questo nuovo «Specchio», che rifiuta gli stacchi di pagina, da questo punto di vista non aiuta). L’ostacolo è facilmente aggirabile tenendo aperta sul tavolo un’edizione «pulita» della Bufera, magari proprio la prima, o una Mondadori degli anni Settanta. Resta però il fatto che questo genere di commenti, inaugurato da Contini nel 1939 con la celebre edizione delle Rime di Dante, e continuato da Dante Isella proprio con Montale, sembra avere perso per strada quelle caratteristiche che ne avevano fatto la fortuna: essenzialità ed efficacia. Il libro di oggi è molto più simile a una monografia (ricca e articolata) che a un’edizione commentata propriamente intesa. Bibliografia

Eugenio Montale, La bufera e altro, a cura di Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai. Mondadori «Lo Specchio», 544 pagine.


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Cultura e Spettacoli

Icone indimenticabili

Pubblicazioni Jane Birkin, storica compagna di Serge Gainsbourg, ha dato alle stampe i suoi diari

in cui narra un’esperienza esistenziale unica e irripetibile Laura Marzi Ci sono persone che impazziscono per le star, che sono disposte a passare ore in attesa che una di esse compaia sul tappeto rosso di un festival o fuori da un albergo, per applaudire o fare il tentativo di una foto, magari addirittura un selfie. E poi c’è chi, invece, resta del tutto indifferente al fascino della celebrità: chi ricorda gli attori e le attrici per i personaggi interpretati, oppure le canzoni invece dei cantanti. Chi, insomma, tende a disinteressarsi delle persone «reali», riuscendo a tenere a mente solo il prodotto artistico di cui queste sono state autrici e autori. Esiste, però, una differenza tra celebrità e icona che cambia le regole del gioco. Un’icona influenza l’immaginario nel tempo, non è riconoscibile solo dai fan e dai contemporanei, ma resta impressa nella memoria anche dei posteri, che magari non ricordano con esattezza le sue canzoni o film, ma ne riconoscono comunque il mito. È il caso di Jane Birkin: icona di sensualità, bellezza snella, di spregiudicatezza, di un amore sexy e totalizzante come quello che ha vissuto con il cantante attore, icona a sua volta, Serge Gainsbourg. Se non siamo tra coloro che sono appunto interessati alle loro vite, di una celebrità non leggeremmo mai il diario, di un’icona sì. La prima parte di quello di Jane Birkin, che arriva fino al 1982, è stata di recente pubblicata in italiano dalle Edizioni Clichy. Si tratta di un dialogo tra Jane e la scimmietta Mun-

Serge Gainsbourg e Jane Birkin in un’immagine scattata a Nizza nel 1970. (Keystone)

key, il pupazzo che l’ha accompagnata per tutta la vita, facendole da portafortuna, fino a che lei non ha deciso di riporlo nella tomba di Serge Gainsbourg, perché Munkey gli facesse da scorta negli inferi. Il diario inizia quando Jane è bambina, racconta del periodo della scuola, del collegio, del rapporto coi genitori. L’amore fa capolino molto presto, con l’incontro e il matrimonio con il compositore premio Oscar John Barry – autore di molte colonne sonore, tra cui le più famose della serie di 007

– sposato quando Birkin era ancora minorenne. È a partire da questo punto che il testo cambia marcia e inizia in modo irresistibile a destare l’interesse di chi legge e si trova di fronte alle confessioni di una giovane e bellissima ragazza, innamorata di un uomo che tende a ignorarla. Significative e interessanti le pagine in cui Jane racconta di come non si sentisse desiderata da John, arrivando al punto di pensare di essere una ninfomane, solo perché voleva fare l’amore con il marito che invece si dimenticava, puntualmente,

di lei. In tutto il diario a rendere viva la materia narrata è la spontaneità dei dubbi, degli entusiasmi e della sofferenza di una ragazza che poteva essere una come tante, ma era Jane Birkin e stava contribuendo a cambiare proprio il modo in cui si era ragazze a quei tempi, e dopo. È bello anche come viene raccontata la maternità, il desiderio infinito di avere dei figli – Birkin avrà tre femmine – e il piacere di passare del tempo con loro. La spontaneità della relazione con le figlie è speculare a quella che

Jane vive con la famiglia d’origine, con il padre e la madre, i fratelli, sempre presenti nella sua vita, al suo capezzale in alcuni momenti difficili, oppure pronti ad applaudire le sue imprese, anche quelle più controverse, come fu la versione di Je t’aime moi non plus registrata con Serge Gainsbourg e messa al bando dal Papa. La relazione col cantante di origini ucraine naturalizzato francese occupa la maggior parte del diario, perché l’amore che Jane Birkin ha vissuto con Serge Gainsbourg è totalizzante, tanto che quando lei arriverà a lasciarlo per un altro uomo, il regista Jacques Doillon con cui avrà la terza figlia Lou, nel suo diario il protagonista resta Serge e l’incapacità dolorosa di Birkin di distaccarsene, di credere che ci sarà modo di vivere ancora un’attrazione e delle avventure così significative, anche senza di lui. Interessanti sono le parti di raccordo che l’autrice ha composto per l’edizione del diario e che spiegano i retroscena di quelle pagine scritte sull’onda delle emozioni, a caldo è il caso di dire. Svelano i particolari di incontri, serate, film girati con altre icone degli anni 70, di quel tempo che ancora detta canoni estetici e culturali, quel decennio di icone e miti che non si lasciano dimenticare. Bibliografia

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Consigli contro la pesantezza di stomaco

Lievi bruciori di stomaco sono spesso causati da cibi molto grassi e troppo caffè. Anche alcol, sigarette e stress possono contribuire. Il bruciore di stomaco si verifica quando i succhi gastrici rifluiscono nell’esofago. Le compresse contro il bruciore di stomaco agiscono velocemente ed in modo efficace.

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Cultura e Spettacoli

In nome del padre

Editoria/1 In Surreale Corinne Amrein Negri racconta il percorso

di accompagnamento del padre, malato di mesotelioma

Simona Sala Vi ricordate quando Rino Gaetano raccontava che Berta filava l’amianto del vestito del santo? Con la verve e l’ironia che gli erano congeniali, il bravo cantante probabilmente aveva bisogno di una rima, perché è difficile, ora che si conosce meglio la natura dell’amianto (o asbesto), immaginare questo pericoloso insieme di minerali in un contesto che non sia di natura clinica. L’amianto lavora in silenzio e di nascosto all’interno del corpo, mettendoci decenni a provocare il mesotelioma; anche alle nostre latitudini se ne parla da qualche tempo, perché davanti a questa diagnosi, il paziente è chiamato a fare un salto indietro nel tempo, alla ricerca del momento preciso in cui, durante una vita professionale spesso trascorsa a svolgere mestieri a rischio, c’è stata la pericolosa esposizione. È quello che succede anche al protagonista di Surreale, che dopo avere ricevuto l’ennesima prescrizione per una pomata, dice al proprio medico curante: «Sciur dutur, mi ul maa gha l’u da dénta. L’è mia facil da spiegà, l’è un dulur che u mai sentüü». Cinque mesi di esami clinici e ipotesi porteranno a una diagnosi fra le peggiori, poiché dà una prospettiva di vita assai ridotta a chi la riceve: mesotelioma. Cosa resta dunque da fare, per il paziente, ma anche per i parenti e gli amici, di fronte a una scadenza così rigorosa e che non dà proroghe? Come gestire al meglio le risorse, il

tempo che resta, ma anche il dolore stesso? Queste domande se le è poste Corinne Amrein Negri, autrice di Surreale, libro che si legge tutto d’un fiato e che rappresenta una sorta di diario di un viaggio di accompagnamento verso la destinazione finale. Amrein Negri è stata accanto a suo padre durante un percorso sicuramente drammatico che l’ha vista annullarsi a più riprese, ma non per questo privo di momenti di profonda comunanza e di istanti irrinunciabili. Il risultato non è solamente un diario di dolore, ma anche l’opportunità di una condivisione ideale con chi si ritrova ad affrontare la stessa situazione (nonostante le recenti cronache, il picco delle diagnosi di mesotelioma non parrebbe ancora raggiunto, e si dovrà attendere fino al 2030 per un’inversione di trend), poiché, come afferma l’autrice: «ho provato a infondere un po’ di coraggio nei lettori. Durante la malattia di mio padre ho fatto tutto ciò che pensavo andasse fatto, e quando è mancato mi è rimasta solamente una scia di serenità. Ed è proprio questa sensazione che vorrei trasmettere». Corinne Amrein Negri a tratti è di una sincerità spiazzante. Non nasconde i nomi dei protagonisti dell’entourage del padre (una rete di medici, infermieri, assistenti ecc), grazie a ritratti puliti e semplici, che in poche parole ci restituiscono una situazione e dei personaggi con cui non si fatica minimamente a identificarsi (alzi la mano chi non si è ritrovato a dovere affrontare un per-

Un pacco che è leitmotiv

Editoria/2 Nel libro di Cristina Della Santa

un viaggio fisico e interiore Dalla miseria, frequente contorno delle cronache di migrazione che contraddistinguono un’epoca incerta come la nostra, a volte può affiorare anche un legame. Precario, forse fragile, ma pur sempre un legame – come narra il titolo. In questo caso, a unire destini apparentemente lontani e che per loro natura sarebbero accomunati da poco, c’è un pacco, il cui contenuto resta misterioso. Ricevuto in eredità da parte del padre da Matilde, che però lo rifiuta, poiché ha progetti diversi e nuovi per la sua vita (decide

corso di questo tipo). Perfino la figura disastrosa della badante (che ha ispirato il titolo del libro) rispecchia un aspetto della nostra società. E ora che il libro è uscito, cosa si aspetta Amrein Negri? «Sarebbe utile una figura professionale che prendesse in mano la situazione del paziente e della sua famiglia dal punto di vista pratico. Sono momenti in cui il carico emotivo è enorme. Forse grazie al libro nascerà anche un dibattito intorno a questo aspetto della malattia».

di andare sulle coste ioniche a offrire servizio sanitario), esso passa di mano in mano, sfiorando esistenze diverse, spesso situate ai limiti della società e caratterizzate da sofferenza e precarietà (troviamo badanti, senzatetto, autisti, operatori sociali...). Pagina dopo pagina (e la scrittura è tutt’altro che scontata, potendosi avvalere di soluzioni inattese e di una certa maestria) cresce l’impressione secondo cui alla fine le vicende esistenziali degli esseri umani, per quanto diverse e in ambiti lontani, portano più di un comune denominatore. L’incertezza, del domani, delle relazioni umane, può essere appannaggio anche di chi non sta attraversando il Mediterraneo (perché magari l’ha già fatto), così come l’insoddisfazione di fondo percorre più di una vita. Matilde alla fine non è solamente una donna stanca della propria esistenza, che ha deciso di darsi dei contenuti proprio attraverso l’aiuto al prossimo, ma è la vicina di casa, la sorella, chiunque ci appaia deciso a prendere in mano le redini del proprio destino. E a quel punto la miseria altrui è come se di colpo non incutesse più la paura e l’imbarazzo che siamo soliti provare.

Bibliografia

Bibliografia

La copertina del libro.

Corinne Amrein Negri, Surreale, Chiasso, Ed. Progetto Stampa, 2019.

Cristina Della Santa, Di un fragile legame, Balerna, Ed. Ulivo, 2019. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Daniel il puro

Musica Un ricordo di Daniel Johnston, il re della bedroom pop

diventa leggenda Muriel Del Don

True Love Will Find You In The End canta Daniel Johnston in uno dei suoi brani più celebri, sorta di manifesto in favore di una vita vissuta in nome dall’amore malgrado le difficoltà di un quotidiano non sempre tenero. Sì perché diciamolo fin dall’inizio, Daniel Johnston non ha certo avuto un’esistenza facile: schizofrenia e disordini bipolari, senza dimenticare i problemi fisici che l’hanno accompagnato negli ultimi anni della sua vita (Johnston si è spento l’11 settembre nella sua casa di Waller, Texas). Gli ostacoli che ha dovuto superare, legati soprattutto alla sua personalità «atipica», sono stati molti e le battaglie spesso cruente. Quello che lo rende però unico è il fatto che non ha mai fatto mistero dei suoi problemi mentali. Al contrario ha utilizzato la sua diversità come arma in difesa di una creatività al di là di ogni categorizzazione. Diventato con gli anni una figura culto della scena musicale alternativa e precursore di correnti quali il rock slacker e la scena antifolk newyorkese, Johnston non è però sempre stato preso sul serio. «Alcune persone mi apprezzano e altre si prendono gioco di me considerandomi una specie di freak show» afferma alla rivista statunitense «Rolling Stone» nel 1994, prima di aggiungere con quella dose di candore e umorismo che l’ha sempre contraddistinto: «se la gente prendendosi gioco di me si

diverte, per me va bene. Li sto intrattenendo. Forse sono più attore di quanto pensino». Con queste parole intende forse sottolineare che non è necessario né tantomeno efficace rispondere alle provocazioni con l’aggressività. Quello che funziona è invece destabilizzare l’aggressore assumendo fino in fondo quello che si è veramente, artisticamente ma anche e soprattutto umanamente. Pochi come lui hanno avuto il coraggio di parlare apertamente di tematiche difficili e scomode come la malattia mentale, la sessualità o la rabbia e l’amarezza del rigetto amoroso. Malgrado i suoi problemi psicologici e fisici lo accompagnassero ovunque e ne influenzassero indubbiamente la produzione artistica, sarebbe ingiusto considerarlo semplicemente un ragazzino superdotato che scrive canzoncine pop accompagnato dal suo piano giocattolo. Un giudizio di questo genere, decisamente semplicistico, metterebbe in ombra quello che conta veramente: il suo talento musicale, la sua inconfondibile voce roca da tenore registrata con un dittafono portatile e la sua inimitabile tecnica pianistica: inventiva ed elegante, riconducibile tanto ai Beatles quanto al music hall. Tragica e a tratti esilarante, la sua vita ha alimentato i suoi testi senza però diventarne schiava. Negli ultimi anni il suo talento musicale e cantautorale è stato rivalutato dalla critica ricordandoci che dietro il «personaggio Johnston» si nasconde un artista consapevole e

determinato. Il nostro menestrello Do It Yourself (DIY) ha sempre scritto basandosi su di una cosmogonia personale precisa, abitata da Dio e Satana ma anche da King Kong, Capitan America, Casper e Joe, un pugile agguerrito con la testa cava. Questo suo essere costantemente esposto, a fior di pelle e di una sincerità disarmante, gli è valsa l’ammirazione di artisti della fama di Kurt Cobain (che lo ha definito come uno dei più grandi cantautori esistenti), o ancora Tom Waits, Paul Leary dei mitici Butthole Surfers, dei Wilco e più recentemente Zola Jesus. Molti anche gli artisti che si sono cimentati in cover di suo brani: Flaming Lips, Death Cab for Cuties, Bright Eyes, Beck ma anche e forse più sorprendentemente Lana Del Rey (che di alternativo ha ormai poco). Quando Daniel Johnston aveva diciannove anni non pensava a chi invitare al ballo del liceo ma piuttosto a quale sarebbe stata la prossima storia da raccontare. Rintanato nel seminterrato della casa dei suoi genitori nel West Virginia, le sue giornate scorrevano in una sorta di dolce e rassicurante solitudine. La vita di Johnston è sempre stata marcata da una creatività straripante che si è manifestata sotto forma di disegni di creature immaginarie, film in super 8 e soprattutto testi di canzoni usciti direttamente dalla sua anima. Il materiale sonoro fatto di canzoni registrate con l’aiuto della sua boombox cresce giorno dopo giorno diventando

Johnston in occasione di un concerto alcuni anni or sono a Zurigo. (Keystone)

una vera e propria sinfonia autobiografica. La sua prima cassetta, Songs of Pain (1981), parla di una ragazza (vera e propria musa) di nome Laurie di cui Johnston è innamorato senza essere ricambiato. L’album parla dei piccoli e grandi tormenti di un post adolescente che non riesce o forse semplicemente non vuole conformarsi alla società. Songs of Pain è diventato un album culto, un ufo nel panorama musicale dell’epoca e un esempio ineguagliabile di sincerità artistica. Solo Johnston riesce a conciliare nello stesso album canzoni dalle melodie pop struggenti, testi che parlano di masturbazione e urla di sua madre che lo sgridano come se fosse un ragazzino. Il suo secondo rifugio è stato la casa di suo fratello, trasformata in sala di registrazione e negozio dove vendere le sue cassette DIY. In questo luogo al contempo famigliare e rassicurante ma anche artisticamente dantesco nascono altri due capolavori: Yip/Jump Music e Hi, How Are You. Trasferitosi ad Austin, Daniel Johnston decide

di autopromuoversi regalando le sue cassette in giro per la città. Una mossa vincente che lo porta inaspettatamente alla ribalta. MTV gli regala un’apparizione nel programma The Cutting Edge e l’ammirazione di artisti quali Sonic Youth e Butthole Surfers. Atlantic si interessa al fenomeno Johnston producendone l’album Fun (1994) che malgrado le aspettative sarà un flop commerciale. Anche se l’album rimane uno dei più toccanti e cristallini della carriera del pop singer di Austin. Il suo ultimo lavoro, Space Ducks, del 2012 è una sorta di condensato del suo mondo fantastico, colonna sonora per un album di fumetti uscito direttamente dalla sua testa. Johnston ha scritto così tante canzoni diventate iconiche che non sorprende sia diventato il modello di artisti decisi a produrre, come lui, al di fuori dell’industria musicale. Johnston ha sempre fatto tutto da solo, a modo suo, guidato da una creatività senza limiti. DIY fino in fondo, il nostro eterno teenager ha ridato splendore alla diversità. Annuncio pubblicitario

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Idee e acquisti per la settimana

Maestria artigianale Con il pane del mese di dicembre, le panetterie della casa Migros propongono una creazione il cui gusto e aspetto sono in armonia con il periodo dell’avvento: il pane pigna Testo Claudia Schmidt

Nel periodo natalizio facciamo tutti uno sforzo particolare per presentare le vivande con cura. Le panetterie della casa Migros contribuiscono con una proposta di autentica maestria artigianale: per ottenere un pane a forma di pigna, i panettieri utilizzano coltel-

li o forbici, con i quali effettuano dei tagli, prestando attenzione all’aspetto estetico. Le noci conferiscono al pane scuro una nota davvero speciale. Perfetto con gli aperitivi e le colazioni, si abbina bene anche alle minestre e agli stufati.

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Fresco & fatto a mano nelle panetterie della casa

Sonja Buache, 45 anni, mentre dà forma al pane nella panetteria della casa di Pully, nel canton Vaud. È una tra i circa 900 professionisti che nelle 130 panetterie della casa fanno in modo che il pane fresco sia sempre disponibile.

«Il cliente sceglie il pane in base alle sue preferenze» Sonja Buache, cosa l’ha portata a lavorare in una panetteria?

Mi piace apportare un tocco di creatività, ciò che deriva dalla mia formazione come pasticcere e confettiere. E ho altrettanto piacere a sviluppare nuovi gusti. Qual è il segreto di un buon pane?

Deve essere ben cotto e avere una bella crosta.

Cosa c’è di particolare secondo lei nelle panetterie della casa?

Il pane fresco e caldo sempre disponibile anche al libero servizio. Inoltre, in ogni momento è presente qualcuno di noi, in grado di rispondere alle domande dei clienti. E i clienti possono vedere come si prepara il pane e avere conferma del fatto che è fresco e lavorato a mano.

Quali sono i vantaggi della panificazione sul posto?

Da noi non tutti i pani sono uguali, il cliente può decidere se vuole un pane più o meno cotto. Che si tratti di pane

bianco o scuro, al libero servizio il cliente può scegliere il suo prodotto preferito. Come è possibile proporre pane fresco sull’arco dell’intera giornata quando l’impasto richiede un lungo tempo di riposo?

La produzione dura tutto il giorno. Gli impasti preparati al mattino vengono infornati la sera. Poi prepariamo gli impasti per il mattino seguente.

Come fa il cliente a riconoscere il pane fresco lavorato a mano?

Tutte le qualità preparate nella panetteria della casa sono riconoscibili grazie alla confezione bianca con la scritta «Fresco & fatto a mano». Quando inizia la sua giornata di lavoro?

Dal lunedì al giovedì alle 5.30; il venerdì e nel fine settimana un’ora prima. Per un periodo ha lavorato ad Aigle. I gusti dei clienti di Pully sono diversi?

Sì, a Pully i clienti preferiscono varietà di pane più chiare.


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Cultura e Spettacoli

La catarsi dopo le fiamme e la distruzione

Fotografia Ancora una settimana per ammirare le impressionanti immagini realizzate

da Karin Borgouths dopo l’incendio che ne ha distrutto la casa di famiglia

Giovanni Medolago C’è una data precisa che indica la genesi della mostra che la Galleria Cons Arc di Chiasso (XI edizione Biennale dell’Immagine) dedica alla fotografa belga Karin Borghouts. È il 13 marzo 2012, quando la sua casa a Kappelle – nelle Fiandre, dov’è nata 60 anni or sono, dove è cresciuta e dove ancora abita sua madre – è quasi completamente distrutta da un incendio. La mamma fortunatamente si salva, però nell’appartamento devastato dalle fiamme tutto è andato perduto: gli arredi e gli oggetti d’uso quotidiano, ma soprattutto sono andati in fumo i ricordi e le emozioni vissute da bambina e da ragazza. L’occhio di Karin, che sino a quel momento ha lavorato principalmente quale fotografa nell’ambito dell’architettura, coglie la doppia opportunità offertale dal tragico evento: con la sua apparecchiatura e l’esperienza professionale accumulata a contatto con palazzi case e appartamenti può da un lato testimoniare l’accaduto. D’altra parte, forse soprattutto, il suo lavoro tra cenere e fuliggine avrà un valore altamente simbolico, quasi catartico. Fra i tanti modi possibili di elaborare un lutto, la Borghouts sceglie quello di «tornare sul luogo del delitto» per rendersi ben conto che una pagina della sua vita si è chiusa per sempre. È un drammatico taglio del cordone ombelicale,

Chandlesticks di Karin Borghouts. (© Karin Borghouts)

un’emozionante esplorazione dell’invisibile, un cesello «sulle cicatrici che contengono e nascondono la bellezza delle cose» (A. Van den Braembussche). La prima immagine che troviamo entrando alla Cons Arc ci ricorda lo specchio della strega nella favola di Biancaneve. C’è qualcosa di sinistro nella foto; un alone di mistero che fa sorgere spontanea la domanda: «Specchio specchio delle mie brame, cos’è rimasto di questo reame?» Solo nero e desolazione, verrebbe da rispondere. È un’impressione che tuttavia svanisce appena ci si avvicina alle singole immagini, ognuna delle quali potrebbe

raccontarci una storia, suscitando altresì parecchi altri interrogativi: cos’era raffigurato in quella cornice che dopo l’incendio è solo un «Black painting» che potremmo scambiare con un porta sigarette se non fosse per le bave di colore che le fiamme hanno sciolto ma che colano sulla parete? E a proposito di storie e quadri: è rimasto solo un angolino di una riproduzione, sufficiente a indicarci che quello era il poster di un Van Gogh. Qualcuno lo nota e da questa scoperta nasce l’idea per un libro: Vincent was here, appena pubblicato. La Borghouts ci invita a visitare una casa dove, realizzata una foto in campo

medio, ha poi tratto un dettaglio: è il caso del corridoio e del piatto ripreso in primo piano. Un poker di piccole immagini è dedicato a quelle «piccole cose di pessimo gusto» così facili da trovare in tante magioni: il piatto di peltro, un vaso panciuto, una Madonnina che ha salvato il Bambino dalle fiamme, perdendo però la testa. C’è l’unico autoritratto che l’artista si è concessa nella sua carriera, in cui compaiono anche il suo apparecchio fotografico e una foto di famiglia, scelta doppiamente significativa. Colpiscono le due immagini dalle dimensioni più grandi: Chandlesticks, un serie di candelabri è ordinatamente messa in fila; nella seconda, Still Life, una cornucopia di oggetti apparentemente buttata là alla rinfusa diventa un’armoniosa composizione. Tutte realizzate con una luce naturale che ricorda quella dei maestri della pittura fiamminga, solo in alcune irrompe una stilettata di colore. Sembra di sentire la stridula voce di Federico Fellini quando ricordava il lamento dei suoi produttori: «Ma come? Vuoi chiudere il film così, senza un po’ di colore, un fascio di luce?». Dove e quando

The House – 2012, Karin Borgouths. Chiasso, Galleria Cons Arc. Ma-ve 9.00-12.00; 14.00-18.30, sa 9.00-12.00. Fino all’8 dicembre. consarc.ch

Amanda è la locandiera Teatro Biglietti

in palio per la pièce di Goldoni al Sociale Giovedì 12 e venerdì 13 dicembre andrà in scena al Teatro Sociale di Bellinzona una delle più celebri commedie del repertorio del commediografo veneziano. La Locandiera è infatti uno dei grandi classici della tradizione teatrale italiana e questo nuovo adattamento per la regia di Paolo Valerio e Francesco Niccolini vede quale protagonista l’attrice Amanda Sandrelli. La storia, che è stata scritta da Goldoni nel 1752, sembra mantenere una sua forte attualità proprio perché incentra la sua vicenda sugli sforzi compiuti da una giovane donna per mantenere la propria indipendenza e per difendersi dalle mire di chi cerca di insidiare il suo ruolo. In collaborazione con

Concorso «Azione» mette in palio tra i suoi lettori alcune coppie di biglietti per lo spettacolo di giovedì 12 dicembre alle ore 20.45. Per partecipare all’estrazione seguire le istruzioni contenute nella pagina www.azione.ch/ concorsi. Buona fortuna! Annuncio pubblicitario

Bambini, arriva San Nicolao!

Domenica 8 dicembre alle ore 15.30

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Idee e acquisti per la settimana

Fatto con il cuore

È bello ricevere dai bambini regali creati da loro con le proprie mani. Ancora più bello è se tali regali si possono anche usare, senza che finiscano dimenticati in un angolo polveroso. Questi guanti da forno e lo zerbino verranno sicuramente utilizzati spesso

Guanti da forno stampati e dipinti a mano Durata: fino a 45 minuti

Foto: Vanessa Glässel-Basso, Miri Weber

Grado di difficoltà: facile

Materiale

• Colori e pennarelli per tessuti • Spray per tessili giallo • Guanto da forno bianco • Occhi per pupazzi • Guanto da forno unico e tenero

Passo 1 Dipingere la mano del bambino utilizzando un pennello largo e realizzare rapidamente l’impronta sul guanto da forno. Lavare la mano del bambino prima che il colore si asciughi.

Passo 2 Dipingere con il pennello il resto del guanto. Lasciare asciugare l’impronta e le altre superfici dipinte per almeno 30 minuti.

Passo 3 Ora si passa ai dettagli: disegnare occhi, bocca e zampe degli animali e decorare la natura circostante con foglie, cuoricini e altri particolari a piacimento.

Passo 4 Per rendere il guanto da forno resistente al lavaggio in lavatrice (40°), una volta asciutto occorre stirarlo per circa 5 minuti, impostando la temperatura per il cotone.


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Il benvenuto sull’uscio di casa Grado di difficoltà: media

Durata: massimo 2 ore

Istruzioni per il bricolage: famigros.ch/guanti-da-forno famigros.ch/zerbino Altre idee per il bricolage famigros.ch/bricolage

Passo 3 Fissare le sagome con gli spilli. In alternativa si può usare anche del nastro per mascheratura. Passo 4 Con un pennello per stencil (piatto) applicare la pittura acrilica sullo zerbino picchiettando. Per ottenere un bel risultato, ripetere l’operazione una seconda volta. Passo 1 Scaricare i modelli PDF da famigros. ch/zerbino e stamparli oppure crearne uno a piacimento.

Passo 2 Tagliare la sagoma. Eliminare tutto quello che è stampato in nero. Consiglio: usare un oggetto appuntito per praticare un foro in cui infilare le forbici.

Materiale

• Zerbino tinta unita • Pennello per stencil • Carta per fotocopie A4 bianca • Spilli • Vernice colorata Miocolor premium • Forbici

Passo 5 Far asciugare il colore per 4 ore circa, verificare con cautela se il risultato è riuscito ed eventualmente correggere. Rimuovere con cautela la sagoma.

Passo 6 Lo zerbino può dare il benvenuto agli ospiti sul proprio uscio di casa... ... oppure può essere magnificamente confezionato e regalato.

Consiglio

Altri motivi con cui decorare lo zerbino: scritte come ad es.il cognome, Home, Welcome oppure disegni come l’impronta della mano o del piede, stella, casa, cuore


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Cultura e Spettacoli

La sinfonia letteraria di Cristina Castrillo

Il Calicantus canta Natale Concorsi Biglietti

Teatro Al Sociale doppio appuntamento con il mago della parola Alessandro Bergonzoni

Giorgio Thoeni La luce illumina una piramide di libri al centro del palco, agli angoli quattro attori siedono in silenzio. Un sottofondo musicale dà il segnale d’inizio di una liturgia letteraria al cui centro c’è la passione per la lettura, per il libro, per quelle parole che se ne sono andate via e che ci stanno aspettando. Per quelle parole che sono come carezze o come un Graffio sul bianco, come recita il titolo allusivo dell’ultima creazione che ha recentemente debuttato al Teatro delle Radici, uno spettacolo scritto e diretto da Cristina Castrillo con l’aiuto regia di Bruna Gusberti. Ci piace immaginarlo come una sinfonia per quattro attori, Cristina lo definisce rudimentale e grezzo, ma in realtà è frutto di un’attenta selezione di stralci d’autore per un patchwork denso e significativo, testimone di una grande passione per la lettura. Da Cervantes a Galeano, da Calvino a Eco passando per Baricco, Ungaretti e Whitman, ma anche Pessoa, Pavese, Chatwin… Un contagio culturale lungo un percorso dove, come sempre, è in gioco anche il vissuto degli attori, una memoria che si intreccia con pagine d’autore per una trama che non è una storia. Ma una dichiarazione d’amore portatrice di simbologie, un disegno meticoloso per la catasta di libri che si trasforma in quadrati da cui entrare e uscire o in un grande quadrilatero al cui interno far rivivere un cer-

chio vitruviano, un luogo dove il libro respira. Graffio sul bianco è affascinante, un’eco subliminale dove il destino del libro non è fra le fiamme di Fahrenheit 451 descritte nel romanzo di Bradbury, ma nella dinamica di quattro personaggi emblematici con l’ottima prova di Giovanna Banfi Sabbadini, Ornella Maspoli, Massimo Palo e Carlo Verre. Lo spettacolo replica al Teatro Foce di Lugano dal 6 all’8 dicembre e al Teatro delle Radici dal 13 al 15. La favella narrante e il pensiero forte di Bergonzoni

Strepitoso e incontenibile, Alessandro Bergonzoni è tornato al Teatro Sociale di Bellinzona con Trascendi e sali, spettacolo di cui, come sempre, l’attore, scrittore e performer bolognese è anche autore, scenografo e regista (con l’inseparabile Riccardo Rodolfi), protagonista di una verve che continua a lasciare a bocca aperta e a provocare gran divertimento alle numerose platee teatrali che l’hanno applaudito finora. Particolarmente ispirato dall’attualità, il funambolico artista della parola non si risparmia con le sue meticolose trasformazioni linguistiche e semantiche: una dissezione accurata, avvolgente, sorprendente, talvolta dissacrante. Un lavoro certosino nel ridare forma e sostanza a modi di dire, a formule abusate e retoriche e persino numeri che farciscono il linguaggio comune. Un processo labirintico, una

Bergonzoni, un grande affabulatore. (teatrosociale.ch)

cascata esilarante che sfocia nella ri-costruzione del senso di lemmi e costrutti fatti ruotare attorno a un’attualità scomoda, sensibile, spesso imbarazzante. Il lungo e irresistibile monologo prende avvio dall’alto di una struttura pensante: un ponteggio metallico da cui l’attore dopo il prologo scende per continuare chiamando a raccolta sul palco invisibili seguaci annodando frasi e concetti che svelano fatti che chiedono giustizia, dove razzismo e sovranismo tornano alla ribalta mascherati da paure accanto a pericolosi perbenismi in marcia alla conquista dell’uomo qua-

lunque, tragiche ondate migratorie, femminicidi e torture di Stato come per Stefano Cucchi e Giulio Regeni. Un’intelligente e lucida alchimia ammanta quasi due ore di spettacolo dove la risata è sincera e l’applauso corale nel sottolineare sequenze incalzanti, ma dove temi sociali spigolosi smuovono le coscienze con metafore visionarie. Alibi della mente di un’umanità mutante che per voce di un narratore unico del teatro italiano si pone le domande filosofiche ed esistenziali di sempre: chi sono? dove sono? perché?

per il concerto del 15 dicembre

Il coro Calicantus di Locarno è una delle realtà più dinamiche e apprezzate sulla scena musicale del nostro cantone. Forte di un’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività, il coro propone un modello di formazione che vuole avvicinare alla pratica del canto corale le fasce più varie dell’infanzia. Bambini di tutte le età possono quindi trovare il modo di praticare l’espressione vocale ma soprattutto di vivere un’esperienza di vicinanza e di amicizia. Come ogni anno nel periodo che precede il Natale il coro Calicantus propone al pubblico un concerto a cui prendono parte tutti i cori della scuola. L’appuntamento è fissato a domenica 15 dicembre, ore 17.00, nella Chiesa di San Francesco di Locarno. Per i lettori di «Azione» saranno a disposizione alcune coppie di biglietti omaggio: per aggiudicarsele seguire le istruzioni nella pagina www.azione.ch/concorsi.

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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Elogio dell’editor I numerosi festival letterari, rassegne, cicli di presentazioni, premi attualmente attivi in Italia mettono al centro dell’attenzione la figura dell’autore, come se lui solo fosse l’artefice dell’opera e non un’intera squadra di collaboratori. Da assidui frequentatori delle suddette manifestazioni e in spirito di collaborazione avanziamo una modesta proposta: l’istituzione di un premio per una categoria di lavoratori dell’editoria tenuti ingiustamente in ombra, gli «editor». Sono coloro che intervenendo sui manoscritti li migliorano, rendendoli appetibili per i lettori e non solo per l’autore convinto di avere partorito un intoccabile capolavoro. Il crollo dei costi di produzione ha gonfiato il fenomeno della pubblicazione di libri a proprie spese con la valanga di lavori ricchi di auto compiacimento: tutto quello che uno scrive gli sembra buono e giusto. L’editor che mette ordine nel caos della narrazione, elimina i doppioni, corregge gli errori geografici

o storici, è una figura così importante nell’editoria di qualità che Ernest Hemingway, quando il suo editor di fiducia si licenziò per andare presso un’altra casa editrice lo seguì non volendo fare a meno della sua collaborazione. La mia proposta: formiamo un piccolo gruppo di volontari e allestiamo un racconto pieno zeppo di incongruenze, errori di montaggio, tempi verbali sbagliati, trama sgangherata, punti di vista incongrui come il caso del protagonista che conosce fatti che ancora devono verificarsi, personaggi descritti in modi ogni volta diversi, panorami stucchevoli e convenzionali e nel caso dei gialli il colpevole che sbuca fuori all’ultima riga. Poi lo affidiamo a tutti quegli editor, in servizio o aspiranti tali, che si iscrivono alla competizione affinché ciascuno lo sistemi come meglio crede. Un’apposita giuria valuterà il risultato e premierà il lavoro che riterrà il migliore. Anche in questo ambito sono stato fortunato: collaborando come

volontario al Centro Studi Gobetti di Torino ho iniziato a stendere dei testi da pubblicare sul suo Notiziario e vorrei non avere smarrito nei traslochi quei dattiloscritti pieni di correzioni fatte in inchiostro rosso dalla signora Ada, la vedova di Piero e la madre di Paolo. Li avessi ancora li metterei in cornice. Altri ne arriveranno a darmi un aiuto disinteressato. In un testo per l’editore Garzanti avevo fatto morire a Torino la scrittrice Carolina Invernizio della quale si era interessato Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere. La giovane editor in servizio presso la redazione mi inviò senza commenti una fotografia che mostrava la lapide affissa sul muro di un palazzo di Cuneo che certificava il decesso là avvenuto della «onesta gallina di Voghera» (copyright di Gramsci). Nei miei anni romani ho avuto la fortuna di mettere mano a sceneggiature (senza poterle firmare poiché ero dipendente della Rai) su incarico di Vittorio Bonicelli.

Gli consegnavo il mio dattiloscritto e lui, sistematicamente, per gran parte delle sequenze, si limitava ad amputare testa e coda, salvando solo il corpo della scena. Aveva ragione lui: chi si avventura in quel mestiere tende all’inizio a essere didascalico, perdendosi in presentazioni e in congedi pleonastici che possono benissimo e senza sforzo essere immaginati dallo spettatore. Il 50% del lavoro deve farlo il lettore, diceva Umberto Eco. Anche George Simenon ha avuto la fortuna di avere una grande editor, la scrittrice Colette, responsabile della pagina letteraria del «Matin», del quale era capo redattore il suo secondo marito Henry de Jouvenel. Citiamo dall’intervista che il giornalista Carver Collins fece a Simenon, pubblicata in Italia nel 1998 da Minimum Fax. Domanda: «Dopo molte settimane in cui i suoi racconti firmati George Sim, sono respinti, arriva il momento in cui Colette vuole conoscerla. Cosa le disse in quell’occasione?» Risponde Simenon:

«Mio piccolo Sim, ho letto il suo ultimo racconto... Non ci siamo. Ci siamo quasi ma non ci siamo. Non si deve far letteratura. Assolutamente niente letteratura. Tolga le belle parole e vedrà che andrà. E io seguii il suo consiglio. Lo faccio tuttora, quando scrivo e soprattutto quando riscrivo». Insiste l’intervistatore: «Che cosa intende per troppo letterario? Che cosa taglia di preciso?» Risposta dello scrittore, da intagliare nel marmo di una lapide da affiggere nell’atrio delle scuole: «Gli aggettivi, gli avverbi e tutte le parole a effetto. Tutte le frasi che stanno lì solo per il gusto della frase. Proprio così: se c’è una bella frase, la taglio». È qui, in questo punto, che si trova la differenza fra uno «scrittore» e un «narratore», come mette magistralmente in evidenza Pietro Gibellini nella sua prefazione alle Prose scelte, l’antologia d’Autore che Gabriele D’Annunzio pubblicò nel 1906, certificando la sua natura di scrittore (sia pure sublime) e non di narratore.

rio come in una rotatoria. «Le rotatorie le abbiamo adottate anche noi, ogni civiltà quando progredisce adotta le rotatorie». Ah bene! dunque anche voi siete evoluti fino allo stadio delle rotatorie, possiamo affratellarci; noi abbiamo due braccia, e voi? «Noi ne abbiamo sei, ma non è un problema». Noi ci siamo evoluti dalle scimmie e voi? «Noi dagli scarafaggi». Va bene ugualmente, abbiamo sempre avuto stima per gli scarafaggi. È così che ci siamo sempre immaginati il primo contatto, franco, leale, senza discriminazioni razziste, se altrove si sono evoluti dagli scarafaggi va bene ugualmente, pur che ci sia l’intelligenza, o respirassero ammoniaca, saremmo sempre fratelli in nome dell’intelligenza. Ma se proprio per via dell’intelligenza mentissero e ci imbrogliassero? Se ad esempio il loro primo ministro dicesse: «Fratelli terrestri, una minaccia grave viene dal cosmo lontano che investirà prima noi, poi voi, togliendovi tutto l’ossigeno. Passerà un nostro incaricato a cui

verserete quindici miliardi di miliardi di euro; oppure potete fare un bonifico». Cosa succederebbe? Resteremmo stupiti, contenti che esistano, che ci siano amici, ma anche spaventati. Se questi altri ci tolgono l’ossigeno, andiamo avanti per poco. Buongiorno non sapevamo esisteste, questo ci rende felici, vogliamo collaborare a sconfiggere il male, ma cosa ve ne fate degli euro? è una moneta che ha corso solo in Europa. «Sì, lo sappiamo, ma se ce li versate è un impegno da parte vostra, ve li restituiremo in cambio del vostro lavoro per la difesa spaziale. Se no lunedì della prossima settimana vi vien chiuso l’ossigeno, e a noi l’ammoniaca». Cosa dovremmo pensare? che ci conoscono bene, dovremmo pensare che sono più avanti, che ci vogliono bene, non penseremmo che sono più evoluti anche in fatto di truffe; quindi passerebbe un loro incaricato, con l’aspetto di un ometto qualunque, che è il loro agente sul nostro pianeta, e ritirerebbe la somma, cioè la farebbe versare su un loro conto

corrente. E degli euro cosa se ne farebbero? Beh, li spenderebbero, venendo in vacanza da noi, negli hotel di lusso; se avessero un aspetto in qualche modo accettabile, potrebbero farsi passare per dei poveretti con malformazioni, però facoltosi, se hanno sei braccia potrebbe essere stata l’esposizione alla radioattività; se devono respirare ammoniaca potrebbe essere una terapia, quando uno è facoltoso non ci si sta a chiedere da dove venga, spenderebbero i soldi della truffa nei luoghi turistici più belli del mondo! E intanto continuerebbero a mandarci messaggi, su un canale che non ha i limiti della velocità della luce. «Abbiamo sconfitto il male. Grazie fratelli del vostro aiuto». Poi bisogna vedere i nostri capi politici cosa farebbero. Io penso che non starebbero quieti, pure loro sono intelligenti, ci sarebbe una gara di inganni e di truffe: «Vi vendiamo Marte», come se fosse nostro. «Vi vendiamo i diritti di estrazione di calore dal Sole». Chissà se ci cascherebbero.

stato il cuoco della cattolicissima imperatrice Caterina II di Russia. La verità è che il maiale nel ripieno arriva tardi, nel 1871, e viene inserito dentro i cosiddetti «cappelletti». Salvini dovrebbe sapere che studiare e documentarsi prima di parlare è un precetto che appartiene alla grande tradizione politica italiana e in genere occidentale. Un grammo di filologia sarebbe indispensabile anche nel ripieno dei tortellini. Dunque, ha ragione Romano Prodi (5) quando risponde che se con la libertà si offendono le tradizioni, pazienza. Ma bisogna pur precisare, testi alla mano, che nel caso-tortellini si tratta di libertà e basta, senza nessuna offesa a nessuna tradizione. Altro tema culinario molto caldo. Le sardine. Come si sa, le sardine sono un movimento di piazza, nato qualche settimana fa a Bologna, che si oppone al populismo trionfante. Queste sardine vogliono fermare l’avanzata di quella destra che rovescia sui cittadini bugie e odio. Sono così tante, le sardine, che per

stare in una piazza devono stringersi come sardine, appunto. Da qui il nome. Ovvio che Salvini, tanto per gradire, ha subito gettato una secchiata di fango sui pesciolini ribelli (accusati di essere manovrati dal Partito democratico…) e ha poi risposto mobilitando anche in Rete i «gattini salviniani», che dovrebbero essere capaci di papparsi le sardine in un solo boccone. Questo è il triste livello della contesa politica italiana, da osteria appunto. Dove (in osteria) si starebbe meglio senza politici e con qualche scrittore che se ne intenda davvero di cucina senza utilizzare gli animali come bandiere politiche. Per esempio Gianni Brera, che scrisse un magistrale elogio delle rane: «Le rane sono la manna dei poveri» (6– alle rane e a Brera: il meno è dovuto all’enfasi lombarda a volte dubbia, come è stato detto). Brera è nato cent’anni fa a San Zenone al Po e questa puntata dei Voti d’aria sulle osterie è l’occasione giusta per ricordarsene, visto che il maestro dei giornalisti sportivi era

anche un grande gourmand. Le rane, dunque. La paginetta breriana è un capolavoro: «Non comportano rischi di sorta: si colgono la notte sotto le andane di erba lasciata a infienare; si pescano di giorno con un semplice straccetto rosso legato a una lenza: se ne rifà il gracidìo strizzando la lingua contro il palato e si fa ballare lo straccetto finché il ranocchio più baldanzoso lo agguanta: prima che lo molli, si lascia strappare fuori: e quando è in aria lo ghermisce qualsiasi rivaiolo senza allergie per il viscido». Un maestro non solo di sport, il vecchio Gioanfucarlo (Brera). Quando parla di rane e di «ranè», di guazzetto e di pastella, di fritto e di soffritto, sa di che cosa parla. Come quando tratta di «contropiede» e di «forcing», dell’Abatino Rivera e di Rombodituono Gigi Riva. Sa quel che dice. Virtù divenuta oggi piuttosto rara. Ecco perché quella del filologo è la professione più resistenziale che esista: la disciplina di lotta del futuro. Il sogno sarebbe un popolo di sardine filologiche.

Un mondo storto di Ermanno Cavazzoni Truffe siderali Dicono che l’universo sia uniforme e che il nostro sistema solare non abbia nulla di speciale e sia uno dei miliardi di miliardi di sistemi solari, con una stella al centro e i pianeti che ruotano attorno. Quindi che su un pianeta ci sia la vita, anche questo dovrebbe essere la norma, come è la norma ci sia idrogeno, elio, silicio, ferro e così via, secondo la tavola periodica di Mendeleev. E pure che la vita produca l’intelligenza. La Terra non avrebbe niente di speciale, e quindi è probabile che ogni sistema planetario abbia un essere simile all’uomo. E che perciò l’universo sia stracolmo di esseri umani, con gli stessi pregi e gli stessi difetti. Ora sono i difetti che mi interessano. Anche gli extraterrestri hanno alcuni di loro che fanno i politici? Se la Terra è un pianeta che rientra nella norma, bisogna pensare che là dove c’è un sistema solare, ci siano anche i relativi politici, e poiché i politici mentono, bisogna pensare che nell’universo è sparsa una sotto razza che mente. Quindi, se ci arriva un messaggio dal cosmo, c’è da

crederci? Ad esempio ci arrivasse questo messaggio: «stiamo facendo una federazione di tutti i pianeti abitati, ci state? Nel caso di risposta affermativa, come vivamente speriamo, dovete versare una quota». Beh, sarebbe un grande evento, come la scoperta dell’America almeno. Che si fa? rispondiamo? O è come il finto esattore del gas, che si presenta a casa vestito da esattore del gas, e dice che se non paghiamo subito la bolletta è costretto a chiudere il rubinetto del gas. Noi cosa facciamo? Paghiamo, nella concitazione paghiamo, nella prospettiva dell’appartamento gelato e delle infinite pratiche per il ripristino, paghiamo. E così con gli extraterrestri. Noi ci siamo sempre aspettati un primo contatto entusiastico. «Noi siamo qui, voi dove siete?» Che bello! – diremmo – allora c’è vita e intelligenza anche su un altro pianeta! Credevamo di essere soli in tutto lo sconfinato universo. Vi mandiamo le coordinate, non siamo lontani, siamo nel braccio successivo della Galassia, procedendo in senso antiora-

Voti d’aria di Paolo Di Stefano Pollo, sardine e filologi L’eccelsa discussione sui tortellini dimostra che il tema culinario è il vero argomento sensibile del nostro tempo. Per chi si fosse distratto, ricordo che la questione era la seguente: in occasione della festa del patrono di Bologna, San Petronio, il comune e la curia hanno pensato di affiancare ai tradizionali tortellini di maiale una piccola quantità di tortellini con il ripieno di pollo per venire incontro ai musulmani. Apriti cielo: Matteo Salvini ha sparato a zero (quando si spara a zero, il voto d’aria non può che essere 0) per la macchia islamica inferta alle tradizioni italiane dal «tortellino dell’accoglienza». Il leader leghista si è scagliato contro quelli che dimenticano le proprie radici e «negano la nostra storia, dal tortellino al crocefisso». «Il tortellino senza carne? Come proporre il vino senza uva». Il meccanismo delle fake news prevede quasi sempre anche un lieve, seppur grossolano, spostamento del discorso. Primo: è vero che il tortellino al pollo è un tortellino senza carne? No, è un

tortellino con carne di pollo. Secondo: cosa c’entra il tortellino con il crocifisso e con il vino? Niente: anzi, un fervente cattolico dovrebbe essere disgustato dal blasfemo accostamento crocefissotortellino. Terzo: cosa c’entra il maiale con le tradizioni? Niente, perché il tortellino in origine non conteneva il macinato di prosciutto e mortadella che conosciamo oggi. Gli studiosi di etimologia gastronomica (quelli del Gambero Rosso in primis, 6–) segnalano vari tipi di pasta ripiena già nel medioevo, ma sono andati a ripescare il primo trattatista che descrive il vero e proprio proto-tortellino. È il settecentesco Francesco Leonardi, autore della monumentale opera L’Apicio moderno. Ecco la sua ricetta: «Pestate nel mortajo del petto di pollo arrosto, aggiungetemi midollo di manzo ben pulito, parmigiano grattato, un pezzetto di butirro, sale, noce moscata, cannella fina, e due rossi d’uova crudi…». Il maiale? Neppure un grammo. Leonardi era un fondamentalista islamico? Neanche per sogno, era


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Azione 49 del 2 dicembre 2019  

Azione 49 del 2 dicembre 2019