Azione 14 del 30 marzo 2020

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Cooperativa Migros Ticino

Società e territorio Le aule sono vuote, le lezioni si tengono a distanza: i sentimenti e le riflessioni di alcuni insegnanti

Ambiente e Benessere i rischi del coronavirus costringono la Fondazione nazionale Swisstransplant a sospendere i trapianti di reni, ce ne parla il professor Sebastiano Martinoli

G.a.a. 6592 Sant’antonino

Settimanale di informazione e cultura anno LXXXiii 30 marzo 2020

Azione 14 Politica e economia Come si trasformerà il capitalismo al termine di questa pandemia?

Cultura e Spettacoli Maria Grazia Calandrone, una poesia colma di grazia alla ricerca del senso dell’amore

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Migros ticino fa la sua parte!

Libertà e democrazia in quarantena da coronavirus

di Lorenzo Emma, direttore di Migros Ticino

di Marzio Rigonalli

Un paio di osservazioni sulla situazione in cui ci troviamo, irreale e inquietante per tutti e purtroppo tragica per alcuni. Mi limiterò agli aspetti legati alla nostra cooperativa, non perché i più importanti in assoluto, ma perché mi piace parlare e soprattutto scrivere solo di temi che conosco bene. il commercio al dettaglio di alimentari è stato dichiarato «servizio importante ed essenziale per la comunità» assieme al settore ospedaliero, alla polizia e a pochi altri servizi pubblici e privati. Non siamo abituati a tanta considerazione, generalmente riservata ai settori «ad alto valore aggiunto e orientati all’esportazione». Fa tuttavia piacere sentirselo dire. Preciso che avere un impiego in questo settore ora considerato «privilegiato» presenta sì il vantaggio di poter lavorare malgrado la crisi (e quindi la sicurezza del posto di lavoro) ma comporta pure l’incombenza di dover prestare molta attenzione alle misure di sicurezza, sia sul tragitto casa-posto di lavoro e sia specialmente sul posto di lavoro. e in quest’ultimo è fondamentale la collaborazione dei clienti, in particolare per quanto concerne la distanza sociale da mantenere, soprattutto con chi è più esposto a contatti e cioè il personale in cassa: ve lo chiediamo per favore, quando vi rivolgete a loro, restate dietro alla parete di protezione! Sempre per assicurare la distanza sociale, limitiamo poi la presenza contemporanea di clienti nei nostri negozi (tra 10 e 90 persone a seconda della grandezza) e chiediamo alla clientela da una parte di non fare scorte ma dall’altra di preparare una lista con la spesa per circa 3 giorni (la durata media dei prodotti freschi), in modo da ridurre la frequenza in negozio e la durata degli acquisti. inoltre, preghiamo gentilmente i clienti di fare la spesa non accompagnati e di non presentarsi nei supermercati se si sono superati i 65 anni di età, affidandosi per le compere ad amici, conoscenti o ai Comuni di residenza, con i quali collaboriamo per fornire sostegno a questa importante fascia della popolazione. in questa surreale situazione, la stragrande maggioranza dei clienti ha accettato di buon grado le misure di sicurezza e manifestato grande apprezzamento per il lavoro svolto dai collaboratori di Migros Ticino. abbiamo ricevuto solo qualche raro reclamo e in un caso una cliente ha abbandonato il punto di vendita perché non voleva entrare in contatto con un collega frontaliere in quanto potenziale portatore di Coronavirus: è scappata senza che potessimo farle presente che questi collaboratori (che da anni costituiscono meno del 10% del nostro organico e svolgono un prezioso lavoro per i quali non troviamo residenti qualificati) provengono da una zona di frontiera (Comasco e Varesotto) nella quale la diffusione del Coronavirus è tre o quattro volte meno importante che in Ticino. Per i collaboratori di Migros Ticino questo ultimo mese è stato molto impegnativo. da febbraio, infatti, anche le nostre attività sono state letteralmente stravolte. da una parte abbiamo registrato un drastico aumento delle vendite di alimentari e beni di prima necessità. abbiamo registrato dei picchi giornalieri con vendite raddoppiate rispetto alla norma: la costituzione di scorte, il fatto di non far più la spesa in italia e di prepararsi in casa i pasti che prima si consumavano al ristorante o alla mensa P come aziendale ha comportato, in un mese, un volume di vendita di alimentari supplementari pari un treno lungo più di 3 km. dall’altra, oltre ad assicurare il commissionamento, il trasporto nei punti di vendita e la sistemazione di questa merce supplementare sugli scaffali, abbiamo dovuto introdurre una serie di misure di sicurezza (controllo entrata negozi, disinfezione carrelli, ecc.) che impegnano tuttora un centinaio di persone. Per finire siamo stati obbligati a chiudere numerose attività (commerUn inserto speciale cio non alimentare, ristorazione, Scuocon i migliori consigli le Club e centri Fitness) che occupano per una festa anche quasi 400 persone. in tempi difficili PASQUA 2020

PASQUA

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NUMERO 2

Tutto per una festa in grande

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BRUNCH DI PASQUA ben riuscito

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Perché le

UOVA DI PASQUA

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Keystone

sono colorate?


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

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Società e territorio Anziani nell’emergenza Covid-19 anche Pro Senectute Ticino e Moesano si mobilita per affrontare l’emergenza sanitaria e crea un nuovo Servizio di sostegno a domicilio pagina 3

Giovani e politica Le elezioni comunali slittano di un anno, i diciottenni dovranno attendere per esercitare il loro diritto appena acquisito, ma che rapporto hanno i giovanissimi con la politica?

Ti-Press

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insegnanti fuori dall’aula

Scuola Lezioni a distanza: abbiamo chiesto ad alcuni docenti di condividere con noi sentimenti e pensieri

Laura Di Corcia da una decina di giorni abbondanti, a causa dell’epidemia, la scuola ticinese ha adottato la didattica a distanza, che oggi come oggi si può avvalere di tecnologie molto efficaci, in grado di permettere il raggiungimento degli obiettivi come (o quasi come) se si fosse in classe. Che cosa significa, però, per i docenti accompagnare bambini e ragazzi in questo momento così delicato? Come è possibile mantenere un contatto che sia anche caldo, umano, a distanza, in un periodo dove ce n’è ancora più bisogno del solito? «Quando è iniziato tutto, la prima cosa alla quale abbiamo pensato noi docenti è stata quella di preservare la serenità dei bambini cercando di gestire nella maniera più opportuna le informazioni che giungevano loro da ogni dove. Ora la situazione si è evoluta e le scuole sono state chiuse, ma la cura della sfera affettiva, come quella didattico-disciplinare, restano per noi prioritarie», spiega anna Bosio, insegnante di italiano presso le scuole medie. «Mi sta sorprendendo, ma nemmeno troppo, che persino gli allievi più svogliati si facciano sentire spesso, chiedendo ai docenti conferme sulle consegne: questo dimostra che sentiamo tutti un grande bisogno di normalità. Certo, gli

strumenti sono nuovi e serve un po’ di tempo per rodarli in modo che si esprimano al meglio: è una sfida per tutti, compresi noi docenti». Una sfida che però è vissuta con calma e con fermezza, come spiega Chiara ravasi, docente di scuola elementare. «Quello che provo come professionista è una grande tranquillità. Mi sento bene, anche perché come gruppo siamo molto affiatati e abbiamo cercato strategie comuni per comunicare con gli allievi. Credo che la cosa più importante sia far sentire che la scuola c’è: continua. Per questo personalmente telefono un paio di volte a settimana ai bambini, cercando un contatto anche con le famiglie per capire se le consegne sono chiare, se ci sono delle difficoltà». Le telefonate, magari via Skype o sul numero di telefono, sono il modo migliore per segnare una presenza. «Quest’ultimo periodo è molto particolare anche per noi docenti che tutte le mattine eravamo abituati a sentire dai nostri bimbi un bel Ciao maestra, lo sai che… o Guarda, ti ho portato un disegno! – spiega Christina Malek, che insegna alle scuole elementari – riflettendo quindi su quanto ci mancano le piccole ma preziosissime cose che contraddistinguono la nostra quotidianità, come gruppo docenti abbiamo deciso di puntare sul mante-

nere viva e costante la relazione con gli allievi attraverso letterine che strappano anche qualche risata, uno scambio di e-mail e regolari telefonate per una chiacchierata. Parlando con i genitori è emerso che questi piccoli gesti e l’atteggiamento positivo da parte nostra porta nei cuori dei più piccoli un sentimento di rassicurazione. anche se lontani è fondamentale, ora come non mai, sentirsi comunque uniti e vicini». Uniti, nei timori e nel senso di spaesamento che accomuna tutti, compresi gli insegnanti. «io stessa mi aggrappo alla scuola come i miei allievi, per mantenere una normalità che oggi sembra lontana – continua la docente di scuole medie anna Bosio – Credo che sia giusto che i ragazzi sappiano che anche noi siamo da soli, che anche noi abbiamo dei timori, che la paura, che magari non ammettono di avere, è condivisa. È importante che sappiano che anche con noi docenti, come in famiglia, possono esprimere le loro emozioni, pur filtrate dalla tecnologia che ovviamente non restituisce la forza e potenza di uno sguardo, di un contatto umano diretto». Lo scambio attraverso mezzi tecnologici come Skype o Zoom, una piattaforma utilissima per fare videoconferenze il più possibile vicine ad una lezione normale, crea un diverso

rapporto con gli insegnanti, paradossalmente anche più intimo di quello che può avvenire nella classica aula scolastica. «Ogni ostacolo può essere un trampolino di lancio – puntualizza andrea Paganini, docente di italiano presso il Centro di formazione in campo sanitario e sociale di Coira – La novità è che ora non siamo noi che andiamo a scuola, ma è la scuola che viene a casa nostra. inizialmente questo sollecita la creatività e la flessibilità di tutti. Ma poi nasce un clima per certi versi più intimo e più rilassato del solito, a tratti più ironico, ma non per questo meno impegnato. La vita entra nelle lezioni (capita che le mie figlie – tre e sei anni – si affaccino al mio studio). argomenti di attualità offrono spunti di discussione: in genere sono io che aggiorno sulla situazione o raccomando d’aver cura di sé e degli altri; ma anche gli allievi condividono ciò che hanno capito di questa pandemia, le domande ancora aperte, le preoccupazioni. alcuni allievi, avendo una formazione in ambito sanitario, possono essere richiamati in servizio; qualcuno lavora nella protezione civile; a un’allieva s’è ammalata la mamma». Purtroppo (e ci auguriamo di no) alcuni docenti potranno presto essere confrontati con allievi che vivono momenti molto duri in famiglia. Le parole, allora, che non possono chiaramen-

te annullare la realtà, possono lenire, suggerire percorsi emotivi, attraverso il potente strumento del racconto. «Nel dramma, nel momento tragico, dobbiamo cercare di reggere, di trovare radici, ovunque ci sia sostanza: soprattutto nelle storie, nei racconti, fondamentali in tempo di crisi. a casa, con i miei figli, leggo libri e realizzo videoracconti che diventano documenti d’analisi da inviare ai futuri insegnanti della SUPSi – racconta daniele dell’agnola, insegnante di scuola media e docente presso la SUPSi – Come persona che vive di scuola e di musica sul palco dei teatri, l’assenza si fa sentire nel cuore. Ora il lavoro è più personale e richiede più energie per segnare la presenza». Questa la parola chiave: presenza, seppur nell’assenza fisica. «Non vorrei idealizzare questa situazione, che resta drammatica – conclude andrea Paganini – ma ho l’impressione che, nonostante la distanza fisica, si stabilisca una certa vicinanza sociale, una solidarietà e una complicità, un certo qual clima di famiglia che forse può perfino aiutarci a diventare un po’ più umani». in fondo, la scuola e più in generale la pedagogia, fra le tante missioni, hanno sempre avuto questo compito: coltivare e far crescere l’umanità. azzardiamo a dire che nessun virus può ostacolarla, in questo.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

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Un aiuto per gli anziani

i nonni, generazione preziosa

Servizio di sostegno a domicilio e con una buona collaborazione con i tanti enti solidali

in casa riflessioni

Pro Senectute in Ticino la fondazione affronta l’attuale emergenza sanitaria con un nuovo

durante la pandemia Silvia Vegetti Finzi

Lo scorso 17 marzo la presidente di Pro Senectute Svizzera Eveline WidmerSchlumpf, con il direttore Alain Huber, ha esortato gli over 65 a rispettare le disposizioni federali e cantonali relative al coronavirus. (Keystone)

Stefania Hubmann Sul territorio ticinese la solidarietà per ovviare alle difficoltà del forzato isolamento al domicilio, soprattutto delle persone anziane, si è attivata nel giro di pochi giorni. È una solidarietà che deve però andare nei due sensi: enti pubblici e associazioni forniscono nuovi servizi di sostegno, ma da parte loro gli anziani, in particolare i cosiddetti giovani anziani, devono rispettare le direttive cantonali e restare a casa propria per ridurre i contagi. È una questione di settimane e più tutti si adeguano alle regole di prevenzione, prima si tornerà agli amati rituali quotidiani. Pro Senectute Ticino e Moesano fa fronte all’emergenza Coronavirus attraverso una riconversione di alcuni servizi e il potenziamento di altri. Nuovo è il Servizio di sostegno a domicilio, attivato in breve tempo nel pieno rispetto delle direttive emanate dall’Ufficio del medico cantonale. il Servizio pasti a domicilio, già presente in modo capillare in tutto il cantone, assicura agli anziani più fragili un’alimentazione equilibrata ed adeguata con pasti caldi a mezzogiorno (freddo in atmosfera protettiva la domenica e nei giorni festivi). Oggi sono però bloccati nelle loro abitazioni anche anziani ancora autosufficienti per i quali uscire a fare la spesa rappresenta sovente, al di là di una necessità, un piacevole momento di svago e un’occasione d’incontro. a loro vengono chiesti buona volontà e senso di responsabilità. Per rifornirsi di beni di prima necessità come alimenti e farmaci o per un appoggio morale di fronte alla solitu-

Azione

Settimanale edito da Migros ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, alessandro Zanoli, ivan Leoni

dine, Pro Senectute offre ora il Servizio di sostegno a domicilio. avendo dovuto chiudere i centri diurni socio-assistenziali e i centri diurni terapeutici, il personale e i volontari impegnati in queste attività e in altri servizi, al momento sospesi, sono stati assegnati ai nuovi compiti da svolgere a domicilio. da rilevare, che questo servizio presta aiuto anche per l’accudimento delle persone affette da malattie legate al degrado cognitivo, persone che prima della pandemia potevano beneficiare dei centri diurni terapeutici.

Pro Senectute cerca anche di garantire un appoggio morale a chi affronta lunghe giornate di solitudine «durante la prima settimana di attivazione del servizio – spiega Laura Tarchini, responsabile della comunicazione di Pro Senectute Ticino e Moesano – è stato stabilito un contatto telefonico con circa mille utenti. Coloro che hanno chiesto un aiuto per la spesa sono stati oltre cento, ma al momento vi è un’impennata di richieste. Si tratta nella maggior parte dei casi di persone già seguite da Pro Senectute, ma cerchiamo di offrire le nostre prestazioni a tutti coloro che ne hanno bisogno, nel limite della nostra capacità di azione attuale». Laura Tarchini evidenzia subito come la Fondazione informi le persone su altre iniziative che in queste settimane hanno organizzato prestazioni Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (Ti) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

analoghe. Nuovi servizi sono stati approntati a livello comunale (sovente facendo capo ad associazioni presenti sul territorio) con l’obiettivo di raggiungere tutte le persone bisognose evitando doppioni. Per quanto riguarda la spesa, per la quale non possono uscire le persone oltre i 65 anni, Pro Senectute sostiene la drastica misura decisa dal Consiglio di Stato. Ora, grazie alle nuove prestazioni messe a disposizione degli anziani, gli acquisti alimentari possono essere fatti una volta alla settimana senza denaro contante, il cui uso è stato ridotto perché veicolo di contagio. Precisa Laura Tarchini: «invieremo una fattura a lunga scadenza, perché un altro rischio è che l’anziano corra subito all’ufficio postale a pagarla!». Sul comportamento degli anziani che purtroppo non facilita la gestione dell’attuale emergenza sanitaria, la nostra interlocutrice evidenzia come sia possibile che alcuni fatichino a comprenderne la portata, poiché vivendo soli hanno minori occasioni di confronto con relativo scambio di opinioni. «La tendenza a relativizzare può essere in parte riconducibile a questa situazione. È pertanto utile ripetere e spiegare con esempi concreti che le sempre più rigide disposizioni adottate in Ticino sono indispensabili. il medico cantonale Giorgio Merlani si è rivolto agli anziani con chiarezza, affermando che se sentono il bisogno di uscire devono limitarsi ad alcuni passi attorno a casa». La presidente di Pro Senectute Svizzera e già consigliera federale eveline Widmer-Schlumpf in un’intervi-

sta al «Tages anzeiger» ha da parte sua ribadito che gli anziani devono seguire in maniera rigorosa le disposizioni e rimanere a casa il più possibile. Lei ha 64 anni e, malgrado stia bene, prende la situazione molto sul serio; lavora da casa e ha fortemente ridotto i contatti sociali anche a livello familiare. al pericolo di solitudine – afferma nell’intervista – ovviano le strutture e le prestazioni come quelle messe in atto da Pro Senectute anche attraverso il contatto telefonico. il suo appello giunge dopo aver constatato personalmente che diverse persone oltre i 70 anni pensano solo a se stesse. Tendono purtroppo a non temere di ammalarsi, perché hanno già vissuto la loro vita. Sorpresa da queste reazioni, la presidente di Pro Senectute ha pure osservato che per capire le conseguenze del loro comportamento, gli anziani necessitano di spiegazioni accurate. Pro Senectute Ticino e Moesano in questo delicato momento è pronta a raccogliere la sfida e cerca nel limite del possibile di rispondere alle richieste della popolazione anziana. Bisogni pratici, ma anche consulenza e sostegno morale possono essere garantiti grazie a professionisti che operano per la Fondazione e non solo. La rete di enti impegnati su questo fronte a livello cantonale è ampia e ben collegata, così come diffusa è la solidarietà. Tutte note positive in un contesto d’emergenza.

editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. antonino Telefono 091 850 81 11

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all’improvviso la generazione più longeva della storia, i nonni che sembravano querce, colpita dalla tempesta che sta flagellando il mondo, si è rivelata la più fragile. Chiusi in casa o confinati negli istituti per anziani, non chiedono niente né si lagnano dell’avverso destino, ma chiunque avverte la loro ansia. Non tanto per se stessi quanto per figli e nipoti che vivono sotto sequestro, alla giornata, ignari di quando e come finirà questo tempo sospeso. Per fortuna, nonostante qualche difficoltà dovuta all’età, imparano presto a utilizzare le nuove tecnologie e, tra cellulari, tablet e connessioni Skype, riescono a mantenere frequenti contatti con i loro cari. Basta poco per farli sorridere: il disegno di un nipotino, una fetta di torta donata da un conoscente, un racconto condiviso, una partita a carte con i compagni di residenza, un buon libro, una canzone di gioventù. Ciò che conta è sconfiggere la solitudine, sentire di far parte di una rete di comunicazioni, non generiche e astratte, ma ravvivate da una corrente di affetti vivi e veri. in questi frangenti le nostre comunità, di solito frettolose e distratte, stanno dando il meglio di sé. Obbligati a fermarci, a sospendere la corsa, ritroviamo valori antichi come la prossimità e la solidarietà. il vicino di casa con cui a stento scambiavamo un superficiale «buon giorno» e «buona sera» è diventato finalmente qualcuno per qualcuno. Occuparci degli altri è il modo migliore per occuparci di noi, per attivare un dialogo interiore a lungo sopraffatto da impegni che, a torto, ci apparivano sempre inderogabili e urgenti. il tempo, che costituiva sino all’altro ieri la miseria più democratica, condivisa da poveri e ricchi, può finalmente essere recuperato. È il momento di riprendere la narrazione della nostra vita, di colmare dimenticanze, evocare ricordi, dire grazie a chi ci è stato accanto donandoci in silenzio amore e dedizione. Questi giorni hanno tracciato un confine tra prima e dopo e tutti noi, vecchi e giovani, grandi e piccoli, siamo in un certo senso dei sopravvissuti. Con il rischio di lasciarci alle spalle un mondo che non tornerà più, che non sarà più quello di prima, probabilmente migliore ma non lo stesso. anche per questo l’attuale generazione di anziani è particolarmente preziosa. i nonni custodiscono la nostra memoria, sono loro che assicurano la continuità della famiglia e del paese e interrompere la trasmissione del passato significa perdere la direzione del futuro. Chi non sa da dove viene non sa dove andare. e ora, di fronte al collasso del futuro, abbiamo più che mai bisogno di mappe e bussole per navigare. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– estero: a partire da Fr. 70.–


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

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Dai salumi misti al tradizionale capretto... per una Pasqua ricca di gusto!

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pesce. Non manca ovviamente nemmeno la variante vegetariana con verdurine miste e formaggi, oppure la sinfonia di formaggi con un mix di specialità ticinesi, svizzere, italiane e francesi. Per un aperitivo senza compromessi, ecco il pane farcito Pain Surprise nelle invitanti varietà salumi nostrani, marittimo o vegetariano; oppure i sempre gettonatissimi salatini di sfoglia o i mini canapé. infine, per chiudere in dolcezza, vi aspettano le proposte della pasticceria artigianale di Migros Ticino, che spaziano dalle torte artigianali alla pasticceria mignon, dalle mini tentazioni alle colombe alla frutta mista con base di pan di spagna o sfoglia. Menu Gastronomia

dai piatti forti della grande tradizione

pasquale alle specialità più raffinate dal gusto unico: il servizio di gastronomia dei supermercati Migros ha selezionato per voi le migliori pietanze per un menu festivo completo e sfizioso. Per stuzzicare l’appetito, troverete prelibatezze quali l’aragosta in bellavista, il pregiato foie gras o i delicati paterini alle noci o al tartufo. Per tutti gli amanti della buona cucina il secondo piatto è il non plus ultra della tavola di Pasqua. La nostra selezione ricca e varia di specialità ad hoc include il classico capretto fresco, il filetto di manzo alla Wellington oppure il filetto di maiale in crosta, entrambi pronti da infornare, il maialino da latte fresco e l’entrecôte dry aged frollato all’osso. infine, anche chi preferisce il pollame troverà la faraona disossata e riccamente farcita con carne di vitello e maiale, castagne, noci e pistacchi.

Capretto al forno ingredienti per 4 persone 1.5-2 kg di capretto tagliato 2 cucchiai d’olio d’oliva extravergine rametti di rosmarino 4 2 foglie di salvia spicchi d’aglio 4 di burro 100 g ½ litro vino bianco secco sale e pepe Preparazione 1. Preriscaldate il forno a 170-180 °C.

2. In una pentola, rosolate per bene il capretto nell’olio d’oliva. 3. Dimezzate l’aglio, privatelo del germoglio verde e tagliatelo a fettine. Staccate gli aghi dai rametti di rosmarino e uniteli al capretto, assieme all’aglio. 4. Salate la carne. Unite il burro a tocchetti e mescolate il tutto. 5. Cuocete il capretto nel forno per ca. 90 minuti. 6. Bagnate con il vino e continuate la cottura per ca. 20-30 min. 7. Regolate di sale e pepe.

eccellenze regionali

Attualità Sono quattro i piccoli produttori locali che forniscono

a Migros Ticino la tradizionale colomba pasquale 3

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Flavia Leuenberger Ceppi

Voi ordinate semplicemente online da casa – oppure anche in filiale – e noi ci occupiamo del resto. anche per la ricorrenza della Pasqua Migros Ticino ha implementato il servizio di prenotazione di pietanze per le feste. dal semplice aperitivo di formaggi e affettati misti, al menu completo con le più classiche bontà della tradizione, fino ai dessert in grado di accontentare ogni golosone… vi offriamo una scelta completa e attenta a tutte le esigenze individuali, affinché il vostro pranzo pasquale sia pienamente riuscito. ecco qualche assaggio di quanto propongono i nostri servizi Party Service e Gastronomia.

Concedersi o regalare specialità del nostro territorio permette di sostenere piccole realtà imprenditoriali che ogni giorno preparano artigianalmente dei prodotti di altissima qualità. Lo potete fare acquistando per esempio le colombe prodotte nella Svizzera italiana, disponibili nei supermercati Migros in quattro tipologie differenti. dalla Mesolcina arriva la colomba ai marrons glacés del pasticcere Gianfranco Cuoco. Nel suo laboratorio di Lostallo produce la specialità avvalendosi dell’aiuto di capaci collaboratori e utilizzando solo ingredienti naturali. il morbido impasto arricchito di castagne candite promette un gusto sorprendente ad ogni morso. Bruno Buletti, mastro pasticcere

di airolo, da oltre vent’anni produce la sua classica colomba utilizzando burro d’alta montagna della regione del Gottardo. Un dettaglio che conferisce al suo prodotto delle caratteristiche uniche e inimitabili che rendono il periodo pasquale un gustoso momento carico di tradizione. La Panetteria-Pasticceria Poncini di Maggia vanta una lunga e forte tradizione famigliare nell’arte pasticcera. L’azienda nasce infatti nel 1904 e ad oggi è gestita alla quarta generazione da Luca Poncini. Pregiato lievito madre, burro genuino e due giorni di accurata lavorazione permettono di ottenere una colomba dalle proprietà eccellenti che conquista i palati ben oltre i confini ticinesi. infine, per gli amanti

delle originalità, sugli scaffali è ottenibile la colomba al gianduja della pasticceria dolce Monaco di Losone. il soffice impasto di questa specialità è arricchito con la crema di nocciole e cacao tipica della tradizione piemontese. Un dolce particolarmente appetitoso, ottimo da gustare dopo il pasto di una delle feste più importanti dell’anno. 1 Colomba Poncini 500 g Fr. 21.– 2 Colomba marrons glacés Cuoco

500 g Fr. 20.– 3 Colomba Buletti 500 g Fr. 18.60 1 kg Fr. 34.40 4 Colomba gianduja Dolce Monaco 500 g Fr. 20.50


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

idee e acquisti per la settimana

Primavera all’insegna della croccantezza

Foto e Styling: Claudia Linsi

Quando l’inconfondibile profumo di aglio orsino si sprigiona nell’aria, gli amanti di questa pianta aromatica dalla nota intensamente fresca vanno per boschi alla sua ricerca. e alla Migros sono nuovamente disponibili le Farm Chips all’aglio orsino in edizione limitata. Come consuetudine le patate utilizzate provengono dalla Svizzera. Si distinguono per la loro rustica lavorazione con la buccia. inoltre sono tagliate più spesse rispetto alle chips convenzionali. L’aglio orsino viene raccolto nei boschi indigeni. Siccome la stagione dell’aglio orsino dura soltanto da marzo ad aprile, le croccanti delizie sono in vendita per un breve periodo, ossia fino alla fine di aprile.

Farm Chips Aglio orsino 150 g* Fr. 3.20 *Nelle maggiori filiali


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Società e territorio

Diciottenni, primo voto rimandato

Politica comunale Le elezioni comunali slittano di un anno, i diciottenni del 2020 dovranno attendere

per esercitare il loro diritto appena acquisito, ma che rapporto hanno i giovanissimi con la politica?

Guido Grilli avere diciott’anni nel 2020. Pronti al loro primo appuntamento con le elezioni comunali per il rinnovo di Municipi e Consigli comunali si sono ritrovati di fronte a un avvenimento eccezionale per il Ticino: la decisione del governo di far slittare le elezioni all’aprile dell’anno prossimo a causa del coronavirus. La loro generazione è già nella storia. Ne abbiamo incontrati tre per parlare di cosa pubblica e attivismo politico. dichiarano di sentirsi più o meno inclusi nei processi politici. Stimolati dalla famiglia? dalla scuola? dai mass media? Cosa significa votare o, al contrario, disertare le urne? Con quale grado di responsabilità si passa dalla giovinezza all’età adulta? il grande romanziere Joseph Conrad parla di questo particolare momento come dello scorgere di una «linea d’ombra», «che ci avverte che bisogna lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù». Samuele Camponovo è tra i primi della sua cerchia di amici e compagni di scuola ad aver compiuto i 18 quest’anno, «visto che sono di febbraio» – spiega il nostro interlocutore, terza liceo a Savosa, indirizzo economia e diritto. Nell’aprile 2021 voterà per le Comunali nella prima città del Cantone, Lugano, oltre 34mila aventi diritto, dal suo quartiere di Breganzona, dove vive da sempre. Qual è il tuo rapporto con la politica? «Mio padre è stato in politica a Breganzona e Lugano. Sono comunque un ragazzo che si è sempre abbastanza interessato alla politica».

Nei ragazzi l’interesse nei confronti della politica viene stimolato in famiglia e a scuola ma anche dalle esperienze vissute sul fronte dell’attivismo climatico il diritto di poter votare: cosa rappresenta? Ti suscita emozioni? Ci tieni personalmente? «Certo. Non è un’emozione da, “ho fatto il salto mortale con gli sci”, ma sicuramente è un’emozione del sentirsi responsabile. e sento che è importante per me. Penso inoltre che c’è gente che si lamenta e non va al seggio, a quel punto sarebbe più interessante votare scheda bianca». alle prossime elezioni comunali saprai già per chi votare? «Un’idea precisa non ce l’ho ancora, appartengo a una famiglia Ppd ma ho anche una forte sensibilità per i cambiamenti climatici, negli ultimi mesi ho partecipato alle manifestazioni. Non mi ritengo di sinistra, sono piuttosto orientato verso i Verdi Liberali». Oltre alla famiglia, quali sono gli altri ambiti di influenza politica? «anche a scuola ne sento parlare molto. abbiamo una docente che ci tiene informati e questo lo ritengo un aspetto molto importante». idee politiche concrete? «Penso che il sistema scolastico vada riformato: bisognerebbe ridurre il carico di lavoro degli studenti». Non hai mai pensato di candidarti per le elezioni? «Non lo escludo del tutto, ma non è di sicuro una priorità». Chi invece si è lanciata in politica è Gaia Mombelli, che ha raggiunto la maggiore età da pochissimo, il 19 marzo. È candidata – ed è la più giovane del Canton Ticino – al Municipio e al Consiglio comunale per le elezioni comunali, posticipate al 2021, a Morbio inferiore per i giovani Verdi nel gruppo «Morbio 2030» che contempla anche l’Unità di Sinistra. «Come nasce la mia passione per la politica? Già a 14 anni ho fatto parte

Un primo appuntamento rimandato di un anno. (Ti-Press)

di Greenpeace e l’anno scorso mi sono attivata per il Movimento sciopero per il clima. ed è in questa occasione che mi è venuta la voglia non solo di impegnarmi dal fronte dell’attivismo, ma anche in politica, proprio per entrare nei meccanismi e cambiare il sistema dall’interno. a quel momento mi sono avvicinata ai Giovani Verdi che si erano appena costituiti in aprile a livello ticinese e mi sono candidata. Già quattro anni fa scherzavo con mia madre, eletta in Consiglio comunale, dicendole che sarei arrivata anch’io in politica, e in effetti... Ora lei lascia la politica e io mi candido, tra l’altro anche mio papà è entrato in lista sia per il Legislativo sia per l’esecutivo, anche per lui è la prima volta, è nella stessa compagine “Morbio 2030”, nome che proviene dall’agenda 2030 per il clima e lo sviluppo sostenibile». Cosa pensi dei giovani che invece si astengono dal votare? «Talora si pensa che siamo troppo giovani per essere parte attiva in politica e spesso si pensa che non si ha la possibilità di portare avanti le proprie idee e che non si viene ascoltati. da parte mia invece invito i giovani a informarsi, a partecipare». ancora Gaia: «Noto che alla politica le persone preferiscono piuttosto gruppi privati, associazioni, dove poter coltivare i propri interessi. e forse la ragione è perché ci si sente troppo poco ascoltati dalla politica. a ogni elezione osservo che diminuisce la partecipazione. Si deve dunque trovare un nuovo modo per avvicinare le persone». in generale pensi che la politica sia attualmente in perdita di terreno? «Penso che ci siano due correnti: da una parte sta crescendo l’interesse, se penso che l’anno scorso ci sono stati due movimenti, quello per il clima e quello delle donne, e questo ha alzato l’attenzione; dall’altra spesso ci si occupa di ben altri problemi, ho sperimentato anch’io che in situazioni difficili si inizia a disinteressarsi. So che è difficile conciliare tutto». Yannick demaria, nato il 22 marzo 2001, al quarto anno alla Commercio di Bellinzona, ha invece da poco compiuto i 19 anni. «Come nasce il mio interesse per la politica? da sempre è argomento a casa, inoltre a scuola ho avuto la fortuna di avere docenti che ne parlavano già dalle elementari e dalle Medie. Poi, quando in seconda Commercio sono entrato nel comitato studenti, ho sperimentato il ruolo che si può avere nel rappresentare più perso-

ne all’interno di un gremio. Mi capitava che molti mi fermassero nei corridoi e mi esponessero le loro problematiche e mi sentivo utile. Quest’anno sono diventato presidente del comitato studenti e come mia prima decisione ho rifatto

gli statuti e abolito la figura di presidente, perché non volevo che ci fosse qualcuno che spiccasse: no gerarchie e più orizzontalità». Prosegue demaria: «L’anno scorso mi sono iscritto al Consiglio canto-

nale dei giovani e ho potuto constatare come lì saltassero fuori delle idee interessanti. e allora a quel punto ho deciso di iscrivermi a un partito giovanile. e le mie idee combaciavano perfettamente con quelle di Gioventù socialista (Giso) e così mi sono buttato. dopo qualche mese sono entrato nel comitato, una vera palestra. e l’ottobre scorso mi sono candidato alle federali per il Consiglio nazionale». il più giovane candidato in lista in Ticino, come è andata? «Più di mille voti, il secondo della lista. Non me l’aspettavo. È stata una bellissima esperienza». La partecipazione attiva in politica nasce in famiglia? «No. anzi, dopo che mi sono candidato io hanno iniziato a interessarsi anche i miei genitori. infatti mia madre si è candidata per il Consiglio comunale, io no, invece, perché l’anno prossimo finita la Commercio andrò a studiare, probabilmente a Losanna, dove mi metterò comunque in contatto con la sezione di Giso vodese. invece fra tre anni proverò a entrare in Gran Consiglio». Nella classifica dei tuoi interessi la politica è al primo posto? «in realtà no. Gioco a calcio nell’Unione Sportiva Giubiasco, suono il pianoforte e la chitarra». Come si concilia il tutto? «Bisogna organizzarsi molto bene. il mio consiglio è quello di trovare delle ipertestualità fra le attività: utilizzare quello che si fa in politica a scuola; quello che si impara nel calcio portarlo anche nella politica, come il gioco di squadra». annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Società e territorio rubriche

Approdi e derive di lina Bertola Una vita felice Potrebbe apparire indelicato, addirittura inopportuno, nominare la felicità in giorni come questi, in cui la vita di tutti noi mostra il suo volto più fragile. Potrebbe apparire inopportuno nominare parole che colorano la vita proprio quando il nostro orizzonte esistenziale diventa opaco e ci ritroviamo tutti sospesi in uno straniamento inaudito e inatteso. eppure, proprio in questi giorni di sospensione, può accadere che dalla vita ci sia offerta la possibilità di cogliere il «non ancora visto»: un paesaggio che pure la abita, ma troppo spesso invisibile, soffocato da altre presenze. Presenze che oggi per pudore tacciono, o perlomeno si fanno un po’ da parte, come le sirene dei mille attimi di felicità: di quella felicità dell’attimo fuggente, con le sue infinite seduzioni in vendita nel mercato dei sogni di questo mondo così bello. Un mondo «così bello» in cui tutto improvvisamente sembra vacillare,

sgretolarsi, consegnando ciascuno di noi allo specchio della propria umanità più vera. e allo specchio della nostra umanità più vera, vera e nuda come la bellezza inquietante delle ninfe dei miti, potremmo veder affiorare la bellezza di un suo volto diverso. Nello specchio della nostra umanità disvelata potremmo intravvedere, dentro un paesaggio familiare divenuto in qualche modo estraneo, l’emergere di un altrove che potrebbe nutrire di voce nuova il silenzio solitario che oggi ci abita, per raccontarci, dentro questi silenzi, un altro mondo possibile. Un altro mondo che si annuncia discretamente sulla soglia delle nostre giornate, quando quella felicità del «sorridi sempre che fa bene alla salute», quella felicità che fa dell’allegria performante la chiave del successo, ci appare all’improvviso come una caricatura della vita. Così, in questi giorni di sospensione, possiamo accogliere come un dono

quell’idea altra che ci raggiunge dalla saggezza antica. Uno dei suoi messaggi più luminosi, pur con sfumature anche molto diverse, è contenuto nel significato di felicità come impegno personale verso la vita, poiché la felicità è lo scopo della vita. Una vita felice è una vita sbocciata nelle sue potenzialità, nelle sue virtù, come ricorda aristotele e come pure ci sanno ricordare le nostre parole, quando parliamo di «un’esecuzione virtuosa», che sa esprimere tutte le potenzialità di uno spartito, o quando ci affidiamo alle «virtù delle piante», al loro benefico potere sulla nostra salute. Siamo lontani dagli allegri significati promossi e propagandati dal mercato di una felicità divenuta quasi obbligatoria, da consumare in attimi piacevoli e divertenti. Nulla a che vedere con la spensieratezza della Vispa Teresa. Questa idea di felicità vuole accompagnarci nel dipanarsi dei nostri giorni.

Si offre come un sentimento che può alimentare la nostra vita quando sappiamo prendercene cura, quando le prestiamo attenzione, quando, del nostro vivere, sappiamo accogliere la voce nell’intimità del nostro mondo interiore. È come un cielo che disegniamo, giorno dopo giorno, sopra di noi, ad accompagnare il nostro cammino, abitato anche da fragilità e sofferenza. Un sentimento intimo di piena adesione alla vita, che sa accogliere anche il peso, a volte lacerante, delle sue ombre, in un intreccio di bellezza e dolore che ne esprime tutta la verità. erodoto, nelle sue Storie scritte nel V secolo a.C., ci ha consegnato una delle prime espressioni della felicità come trama di un’intera vita. Si tratta di un dialogo tra Creso, il ricchissimo re dei Lidi, e Solone, il legislatore di atene giunto in visita alla sua reggia. Creso chiede a Solone se avesse mai conosciuto il più felice degli uomini. Orgoglioso

delle sue ricchezze pensava ovviamente di essere lui. Solone racconta invece di un cittadino ateniese che dopo una vita buona morì nel modo più bello durante una battaglia. allo sconcerto di Creso, che sperava di ottenere almeno il secondo posto in classifica, Solone risponde con il racconto di due giovani fratelli, argivi di stirpe, che condussero una vita pienamente autosufficiente, ai quali sopravvenne «una nobilissima conclusione della vita»: morirono infatti stremati dal giogo del carro con cui scelsero di condurre la madre al tempio di argo per una festa dedicata ad era. La felicità, insomma, è sul nostro cammino, anche faticoso, fino alla fine del viaggio. Solo un esempio, tra i molti possibili, di un sentimento del vivere alimentato poi dai filosofi, da Socrate ad epicuro, e oltre. Un sentimento del vivere che in questi nostri giorni ci raggiunge come un invito a dargli ospitalità.

Un blocco tormentato di tufo calcareo che si dipana splendido per un centinaio di metri formando una cavità tipo grotta e al contempo innalzandosi su, in alto, contro il pendio boscoso. La roccia che Piange (803 m), avvicinandomi salendo verso di lei, piange sul serio come nella leggenda raccontata da alfred Cérésole in Légendes des Alpes vaudoises (1885). Joliette, figlia di un montanaro della zona, è innamorata di albert de Chaulin, figlio del barone di Chaulin che si oppone alla storia dei due. Un giorno, una delle fate del luogo guida i due innamorati a incontrarsi qui. Felici come non mai, abbracciati, si dimenticano del mondo. arriva però il barone di Chaulin con i suoi arcieri a sorprenderli, infuriato, minaccia di far uccidere i due e gettarli nel vallone. La fata interrompe la rabbia assassina con un canto che invoca il matrimonio dei giovani, ma il barone dichiara beffardo: «Solo quando questa roccia pioverà». e scalcia la roccia con il tallone dei suoi stivali speronati. «Lu scex que plliau! Lu scex que plliau!» esclamano tutti. in certi punti piove o piange in abbondan-

za, m’inerpico lì, e irragionevolmente raccolgo l’acqua nel palmo e mi cospargo dietro le orecchie come un sortilegio imbecille antivirus. Come talismani raccolgo poi i sassolini lattescenti-grigiastri, prodotti dall’eterno sgocciolìo calcareo, alcuni davvero levigati e glassati come incantevoli confetti: i confetti di Tivoli. Così si chiamano, traendo il nome dalla località del Lazio famosa per le ville con straordinari giochi d’acqua, queste concrezioni cercate un tempo nei pressi delle cascate del Teverone. dei gradini naturali, emergono a un secondo sguardo, da questa roccia risanatrice e rivelatoria che in alcune zone prende un colore verdastro. Sento eccome una forza tellurica qui, al riparo ora nel ventre dello strambo banco di tufo gigantesco che come afferma il petrologo Stefan ansermet «possiede una specie di personalità propria». il picnic prevede frittata di verzitt noti anche come carletti, stridoli, o Silene vulgaris. Tiro su il cappuccio della giacca perché ora mi piove proprio in testa. Parafrasando il titolo di una famosa telenovela messicana, anche le rocce piangono.

«Guardian» nella sua edizione americana qualche giorno fa – è un duro momento «avevamo i giorni contati: il Coronavirus potrebbe dare l’ultimo colpo di coda alle testate locali». intanto cresce il traffico online per i siti di informazione, negli Stati Uniti si registra un più 50 per cento di pagine visitate. Ora speriamo che internet – la nostra finestra sul mondo – resista e non ci abbandoni o la nostra fragilità umana sarà ancora più esposta, più palpabile. Sarebbe uno shut down completo e uno schiaffo sonoro all’identità dell’uomo moderno. Sarebbe il buio più nero. e a questo proposito mi è venuta in mente la storia del critico letterario tedesco Marcel reich-ranicki che nei momenti più bui della vita ha trovato la sua ragione di vita nei libri. Nato in Polonia a Wloclawek nel 1920, cresciuto in una famiglia di umile condizione, è cresciuto leggendo ciò che la biblioteca

di casa gli offriva: Emilio e i detectives di erich Kästner, I demoni di dostojevski, le ballate di Schiller e poi ancora Balzac, Stendhal, Flaubert e Shakespeare. Proprio come gli insegnò il suo professore reinhold Knick, il giovane Marcel imparò presto che senza letteratura, musica, arte e teatro la vita non ha senso. Quando i nazisti lo confineranno nel Ghetto di Varsavia leggerà Momenti fatali di Stefan Zweig e La farmacia domestica lirica del dottor Kästner, un breviario di salvezza per l’individuo solo e travagliato. Nei giorni di prigionia in Polonia troverà grande conforto nel libro di anna Seghers La settima croce. i libri sono stati la salvezza per Marcel reich-ranicki, unico sopravvissuto della sua famiglia alle deportazioni. Quale sarà invece la nostra salvezza, cari lettori? Pensiamoci bene in questi giorni di surreale esistenza perché la pandemia è solo una faccia della medaglia.

Passeggiate svizzere di Oliver Scharpf La Roccia che Piange sopra Montreux Una boccata d’aria, dopo sei ore di viaggio con la mascherina e il tic al limite del disturbo ossessivo-compulsivo di lavarmi le mani con il disinfettante ogni tot minuti, non è mai stata così fresca e risolutiva. appena sceso dal treno alla stazioncina-chalet di Chamby, sopra Montreux, verso l’una di un bel pomeriggio di marzo inoltrato, mi guardo intorno casomai incontrassi con lo sguardo, lo chalet-pensione dove nella primavera 1922 un giovane e sconosciuto Hemingway posa le valigie assieme a sua moglie Hadley. in faccia ai binari c’è l’ex Grand Hôtel des Narcisses. Non siamo infatti lontani da Les avants e dintorni dove la fioritura dei narcisi, in maggio, vale la pena almeno una volta nella vita. La Pension de la Fôret di un tempo invece, oggi casa privata, sarà nascosta «fra i pini» come lo chalet da queste parti che si trova nei capitoli finali di Addio alle armi (1929): nido d’amore autunno-inverno di Frederic e Catherine con stufa di porcellana a legna e colazione a letto. Poco importa, la caccia oggi è aperta solo per rocce sacre nelle foreste. Sono uscito di casa

per raccontarvi qualcosa di un’anomala roccia piagnucolosa protagonista di una leggenda d’amore osteggiato, la cui forza tellurica, misurata mica da rabdomanti new age dell’ultima ora o profeti-fuffa dell’aria fritta ma dal poli di Losanna, è notevole. e a quanto pare, in questo «luogo meraviglioso dove anche l’anima più desolata saprà consolarsi» come ho letto in un reportage apparso sul «24 heures» qualche anno fa, si trovano anche, secondo il «Conteur vaudois» di sabato quattro giugno 1904, i confetti di Tivoli. Scendo giù per la route de Chaulin rallegrandomi per le parecchie Primula veris di un giallo meno pallido delle solite primule. Un giallo uovo, tonificante, e poi sono su belle dritte, senza parlare delle loro virtù medicinali. Sulle mura dietro l’auberge de Chaulin, ristorante rinomato chiuso per coronavirus – come quasi tutto in Svizzera in stato di emergenza al pari del resto del mondo sotto scacco da questa pandemia apocalittica – c’è un affresco dipinto nel 1977 da alexandre Guhl (1929-1998) che raffigura la légende du Scex que Plliau. Così c’è

scritto sul cartiglio srotolato sopra un signore contrariato a cavallo e così si chiama in patois vodese questa roccia che piove – o piange secondo le versioni – dalla forma particolare dove s’incontrano i due innamorati: Joliette e albert. risalgo per la route de Corneaux e al bivio-passaggio a livello, imbocco senza ombra di dubbio il chemin du ScexQue-Plliau che si pronuncia, così dicono, Sé que piau. La strada sale ripida tra i prati, laggiù si apre la vista sul Lemano accompagnata dal gracchiare lugubre dei corvi. dentro il bosco, molto episodico, quasi raro, il blu mozzafiato della minuta e timida scilla silvestre mi rincuora. il sottobosco è tappezzato del verde salutista dell’aglio orsino. La foresta ripida e sinuosa, intervallata da valloni, tra abeti bianchi e faggi muschiati, richiama la foresta incantata di Brocelandia dove si svolgono i racconti del ciclo arturiano. dopo un’oretta abbondante di cammino da Chamby, oltre ai cinguettii pomeridiani distratti, si sente lo scroscio motivato della Baye de Clarens. dietro l’angolo, d’un tratto ecco ergersi, enorme, la roccia tufacea.

La società connessa di natascha Fioretti Quale sarà la nostra salvezza? Pensavamo di essere invincibili. Pensavamo che l’intelligenza tecnologica ci avrebbe offerto un futuro on demand, su misura per ognuno di noi. Ci siamo sentiti quasi eterni e così onnipotenti nella nostra mobilità e nella nostra ubiquità. Nulla poteva fermarci. Non ci hanno fermato le giovani folle che si sono mobilitate per salvare il clima e l’ambiente dal collasso. Non ci ha fermati la nostra coscienza che, nel frenetico trambusto quotidiano, aveva timidamente fatto capolino implorandoci di pensare ai nostri figli. Non ci hanno fermato gli incendi che hanno martoriato l’australia o il saccheggio della Foresta amazzonica. il mondo brucia – ci ripete allo sfinimento la saggia e giovane Greta da più di un anno – ma noi niente. Ci è voluta la paura di perdere i nostri cari o le nostre stesse vite per fermarci. La consapevolezza di essere nulla di fronte a questa emergenza sanitaria se non

un numero quando è finita. abbiamo scoperto i benefici del telelavoro e dello smart working, abbiamo visto che sono calati smog e inquinamento. Nelle città deserte sono tornati gli animali, lepri e volpi sono state avvistate nei giardini pubblici e nei parchi. Mors tua vita mea. Non solo, pensate che la gente è tornata a leggere i giornali. Un’amica mi raccontava che in italia, se la mattina non ti affretti, nelle edicole terminano le copie dei quotidiani. Leggevo che in Trentino alto adige è aumentata la diffusione dei giornali (grazie allo spirito di servizio dei giornalisti e agli edicolanti aperti). L’acquisto del giornale è una delle poche occasioni consentite per uscire di casa ed è finalmente percepito come un indispensabile strumento informativo. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. a fronte del crollo pubblicitario e di interi calendari culturali annullati, alcune testate hanno interrotto l’edizione

cartacea e pubblicano solo online. in inghilterra lo fa il quotidiano gratuito londinese «City aM», negli Stati Uniti diverse testate locali come «The Chico News & review» che in meno di una settimana ha perso il cinquanta per cento delle entrate pubblicitarie. Stessa decisione, anche se solo temporanea, per «L’Osservatore romano» in italia che in una nota dice: «Nella lunga storia del quotidiano vaticano, che data dal 1861 e ha dunque più di un secolo e mezzo, era successo soltanto una volta che il giornale non fosse stampato: ma quello era il 20 settembre del 1870 subito dopo la breccia di Porta Pia e la presa di roma, con la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa». Nella sua profezia sull’ultima copia del «New York Times» acquistata nel 2043 Philip Meyer non aveva sicuramente previsto gli effetti da Covid-19. rimane il fatto che per le testate locali – come titolava il


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Ambiente e Benessere il crollo del turismo in questa situazione di crisi sanitaria globale i viaggi sono tornati agli anni Sessanta

Da Monterey a Carmel by the Sea reportage dalla 17-Mile drive, trenta chilometri mozzafiato: dai boschi all’oceano per immortalare nei ricordi la mitica California

Mini pie di pasta sfoglia Gamberetti, porri, piselli e ricotta per un gustoso finger food con un’insalata pagina 20

L’utilità degli insetti fossili ritrovati al Monte San Giorgio, aiutano a interpretare la storia evolutiva di tutti gli insetti

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trapianti ai tempi di Covid-19

Medicina Swisstransplant blocca il trapianto

di rene in Svizzera

Maria Grazia Buletti a causa dell’attuale situazione legata al coronavirus, la Fondazione nazionale svizzera per il dono e il trapianto di organi Swisstransplant vuole ridurre al minimo i rischi: decide di garantire il trapianto salva-vita di organi vitali come cuore, fegato e polmoni e sospende i trapianti di reni. La decisione risale a metà marzo. il Covid-19 sta inevitabilmente cambiando tante carte in tavola nella società e nella nostra sanità chiamata a concentrare le proprie forze sul fronte dell’emergenza. Per comprendere di quale ambito stiamo parlando, e soprattutto quali persone sono toccate da questa ricaduta indiretta della situazione, ricordiamo che in Svizzera nel 2019 sono stati trapiantati 611 organi di cui hanno potuto beneficiare 582 persone. i donatori sono stati complessivamente 267, di cui 110 viventi. Le persone in lista d’attesa per ricevere un organo alla fine dello scorso anno erano 1415. Per quanto attiene ai reni (ogni trapiantato ne riceve uno): nel 2018 in lista di attesa c’erano 1518 persone, 363 delle quali sono state trapiantate di rene. abbiamo parlato con il chirurgo professor Sebastiano Martinoli che è tornato in forze alla sanità ticinese per dare il proprio contributo ai colleghi impegnati sul fronte del Coronavirus, ma che è riuscito comunque a dedicarci un po’ della sua attenzione sul tema che da sempre gli sta a cuore e per il quale ha dato un enorme contributo professionale: la donazione e il trapianto di organi. La prima riflessione conseguente alla decisione di Swisstransplant di bloccare i trapianti di rene (assicurando però quelli salva-vita di cuore, polmoni e fegato) verte sull’apparente paradosso di sospendere i trapianti renali, quando ai donatori deceduti saranno comunque prelevati gli organi vitali che per contro si continuerà a trapiantare. «il trapianto di rene in Svizzera è praticato circa 300 volte all’anno, ma non si tratta di un’operazione urgente in quanto l’emodialisi o la dialisi peritoneale sostengono il paziente in modo adeguato fino all’eventuale trapianto», afferma il professor Martinoli che puntualizza: «i trapianti di rene sono interventi pianificati e oggi le risorse degli ospedali centrali che li eseguono

sono fortemente impegnate nell’ambito dell’emergenza coronavirus». La decisione di Swisstransplant è perciò comprensibile e condivisibile: «Bisogna continuare a prelevare e trapiantare cuore, polmoni e fegato, a patto che l’ospedale che li deve prelevare abbia le risorse necessarie, perché si tratta di interventi vitali e urgenti. Per contro i trapianti di rene potranno essere pianificati in seguito, senza mettere in pericolo la vita delle persone in lista d’attesa». rischio di infezione e necessità di ottimizzare l’impiego dei sanitari durante questa emergenza sono le ragioni addotte dal direttore medico di Swisstransplant Franz immer, concorde con Martinoli: «il trapianto di reni è semi-elettivo e i rischi attualmente sono maggiori dei benefici». rischi evidenti: «i pazienti trapiantati assumono regolarmente farmaci immunosoppressori (ndr: necessari per evitare il rigetto dell’organo) che indeboliscono molto la resistenza alle infezioni, e dunque anche al Covid-19». Le persone trapiantate sono perciò ancora più vulnerabili e a rischio delle persone sane durante la loro intera esistenza, a maggior ragione in un momento come questo: «adesso, per loro, le regole imposte dalla sanità e dalle nostre autorità sono più che mai assolutamente imperative: devono restare a casa senza avere contatti con altre persone, salvo quelle che si adoperano per procurare loro cose vitali come i loro farmaci specifici (ai quali non possono assolutamente rinunciare) e gli alimenti, e devono seguire ancora più scrupolosamente le regole di igiene che ripetiamo costantemente». La distanza sociale, lavarsi e disinfettare ripetutamente le mani, restare a casa e via dicendo sono regole che tutti dobbiamo seguire, per tutelare gli anziani, le persone vulnerabili e a maggior ragione le persone trapiantate. «È una situazione complicata per tutti – racconta Brigitte che è stata trapiantata di fegato – pure per me e mio marito che, prima di tutto questo, facevamo da babysitter ai nostri nipotini e ci occupavamo delle nostre due mamme anziane». da persona trapiantata, Brigitte è in continuo contatto con la sua dottoressa e, sebbene serena per se stessa, si dice molto frustrata per la vita problematica che le sta attorno: «Mia figlia e

Il chirurgo professor Sebastiano Martinoli. (Vincenzo Cammarata)

mio genero devono lavorare, i gemellini sono piccoli e non me ne posso più occupare per ovvie ragioni. inoltre mia suocera si trova in casa anziani, ma la mia mamma è a casa da sola: può immaginare la nostra preoccupazione». in quanto immunodepressa, Brigitte ha dovuto assicurarsi l’approvvigionamento di farmaci ai quali non può e non deve assolutamente rinunciare, pena il rigetto e la morte: «Sono molto immunodepressa a causa del mio elevato rischio di rigetto, ho dovuto adeguarmi e disdire tutti i controlli medici che potevo ragionevolmente procrastinare, dovrò organizzarmi su come fare per le analisi del sangue periodiche…». Malgrado tutto è serena per se stessa e ribadisce: «Sto bene, a casa ho fatto riserva dei miei farmaci

salva-vita per due mesi e ho chiesto alla farmacia di fare altrettanto (sono medicamenti che pochi assumono e devono arrivare dalla centrale svizzera). Mio marito va a prenderli in farmacia e si occupa di portare davanti alla porta di casa di mia figlia almeno il cibo che io cucino per cercare di rendermi utile come posso». Si congeda con un pensiero di speranza: «Tutto quanto sta succedendo spero ci aiuti a ritrovare ciò che davvero è importante nella vita, e ad essere più solidali». Non possiamo fare altro che riflettere sull’importanza delle direttive che vanno rispettate da tutti noi, per noi stessi e per proteggere tutta la popolazione comprese le persone trapiantate, tutte le altre vulnerabili e gli anziani. a proposito del blocco dei trapianti

di rene ci si dovrà aspettare un incremento di questi pazienti in lista d’attesa. Questo porta a un’altra incognita e ci chiediamo se il dono d’organi, di cui tanto si parla e che tanto sta a cuore a gran parte della popolazione, possa subire un contraccolpo a causa delle contingenze proprio quando avremo ancor più necessità della generosità collettiva. «Sono abbastanza ottimista su tutto il fronte: ora stiamo vedendo e imparando che la salute del singolo dipende da tutto un ambiente sociale di attenzione degli altri e questo serve a rafforzare la solidarietà», conclude il professor Martinoli che si dice convinto che sostegno e solidarietà potrebbero favorire nelle persone una riflessione sull’importanza e la bontà di donare gli organi: «Non penso avvenga il contrario».


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Ambiente e Benessere

Lettera dall’abisso

Dall’Adriatico alla Cina

per capire quello che accadrà al turismo dopo questa crisi

letture per viaggiare

Viaggiatori d’occidente Si vedono i possibili cambiamenti, ma è ancora troppo presto

Bussole inviti a

Claudio Visentin Siamo nella tempesta perfetta e il turismo è la prima vittima. Nel caso dell’italia, il Paese più colpito, per il 2020 si ipotizza un calo delle presenze del sessanta per cento (172 milioni contro 430), con minori guadagni per 29 miliardi (studio CST per assoturismo). Praticamente un ritorno agli anni Sessanta, quando il mondo era diviso in due blocchi separati da una cortina di ferro e i viaggi aerei erano un lusso per pochi. e questa è una stima ottimistica, supponendo cioè che con l’estate l’epidemia sia sotto controllo e si possa gradualmente tornare alla normalità. La situazione svizzera, dove pure il turismo è una parte importante della vita economica, non sembra troppo diversa. La frenata è stata tanto più forte perché il turismo stava accelerando con vigore, dopo essere entrato nella nuova fase dell’iperturismo (Overtourism), sospinto dall’adozione delle nuove tecnologie (airbnb è il miglior esempio). L’aviazione, che sembrava avere davanti a sé un futuro meraviglioso, ora lotta per sopravvivere. Qualche mese fa si facevano i primi esperimenti di voli New York-Sydney senza scalo; pochi giorni fa invece il record per il volo di linea più lungo di sempre è stato battuto da un Boeing 787-900 dreamliner diretto da Papeete (Tahiti) a Parigi, al quale è stato negato il permesso di fare scalo a Los angeles per ragioni sanitarie (e dato che Papeete è la capitale della Polinesia francese, è stato anche il volo domestico più lungo del pianeta). Ma non c’è tempo per le curiosità. L’aviazione commerciale è per sua natura fragile a causa degli alti costi di gestione e una sosta anche solo di qualche mese provocherebbe fallimenti a catena. Servono aiuti per almeno duecento miliardi di dollari, sostiene iaTa (international air Transport association). anche l’industria delle crociere è ferma e sono un milione e duecentomila impieghi in pericolo (fonte: Cruise Lines international association). Nell’insieme oltre cinquanta milioni di impieghi nel turismo sono a rischio secondo il WTTC (World Travel & Tourism Council). in un primo momento i Tour Operator hanno provato a offrire viaggi a prezzi stracciati – per esempio due settimane di safari in Sud africa e Na-

Dipinto di Ludolf Bakhuizen, Navi da guerra in una forte tempesta, olio su tela, circa 1690.

mibia per meno di mille dollari (G adventures Safari) – ma pochi hanno raccolto l’offerta: anche dove l’epidemia deve ancora arrivare, muoversi è complicato, pericoloso per sé e per gli altri ed eticamente discutibile. i surrogati hanno poco sapore. il «New York Times» propone racconti di «turismo in casa» (Staycation), mandati dai suoi lettori. Per esempio, Victoria: «abbiamo annullato un giro del mondo di sette settimane. Per anni, durante i nostri viaggi, abbiamo comprato libri di cucina ma non li abbiamo aperti quasi mai. adesso li abbiamo ripresi in mano e stiamo viaggiando per il mondo scegliendo ogni giorno una ricetta di un Paese diverso. Finora è stato molto divertente». inevitabile la riscoperta di Xavier de Maistre e del suo fortunato Viaggio attorno alla mia stanza. È il racconto – davvero attuale – di come durante il carnevale del 1794 il nobile ufficiale di Savoia avesse dovuto trascorrere quarantadue giorni agli arresti domiciliari per le conseguenze di un duello con un rivale in amore, trovando sempre nuovi motivi d’interesse in uno spazio tanto ristretto. Le riviste specializzate propongono poi viaggi virtuali, nei maggiori musei del mondo (per esempio il Louvre, louvre.fr/en/visites-en-ligne)

o anche in luoghi famosi come Central Park (youvisit.com/tour/centralpark). Su Condé Nast Traveller la scrittrice di viaggio Juliet Kinsman ha avanzato una proposta concreta e sensata per l’immediato: invece di disdire i viaggi già prenotati, rimandarli soltanto di qualche mese. «Cambiare la data della vostra vacanza potrebbe essere la cosa più gentile da fare in questo momento. invece di chiedere un rimborso, semplicemente rimandare i vostri piani potrebbe essere d’aiuto molto più di quanto immaginiate. Ci sono molte persone che fanno affidamento su di noi. Nel mondo circa il dieci per cento delle persone lavora nel turismo e in questo momento la maggior parte di loro ha perso il lavoro senza preavviso. Non solo gli agenti di viaggio o gli assistenti di volo, attualmente in congedo non retribuito, ma anche la guida Masai, il facchino di Machu Picchu, il venditore di bastoncini di cannella in Sri Lanka, tutti fanno affidamento sul turismo. Presto non avranno più nulla». riprogrammare il proprio viaggio vuol dire anche lasciare una finestra aperta sul futuro, in fondo al tunnel che stiamo faticosamente percorrendo. altri stanno comunque prenotando le vacanze estive nel proprio Paese (riservandosi naturalmente ampie possibilità di disdetta), nella convinzione, non

infondata, che potrebbe poi essere difficile trovare posto se l’emergenza finisse improvvisamente alle porte dell’estate. Nell’insieme, comunque, poveri noi, se solo pensiamo a cos’era il viaggio sino a poche settimane fa. L’unico vantaggio di essere in fondo all’abisso è che si gode di un ottimo punto di vista. Si vede bene per esempio come il turismo sia diventato la prima attività compiutamente globale senza una vera consapevolezza delle implicazioni: per esempio, banalmente, che i virus viaggiano per il mondo alla stessa velocità degli aerei a reazione. Nei prossimi mesi e anni dovremo sviluppare un nuovo paradigma, combinando crescita, elasticità e capacità di reazione (resilienza). Certo il futuro è incerto (ma d’altronde lo è sempre). Se il virus passerà abbastanza rapidamente, una ripresa graduale nel 2021 e piena nel 2022 sembra plausibile. Se invece l’epidemia, coi suoi nuovi stili di vita, dovesse andare per le lunghe, alcuni cambiamenti profondi potrebbero farsi strada. Per esempio, una riscoperta del turismo di prossimità e delle seconde case. O ancora un ritorno in grande stile degli agenti di viaggio, interlocutori preziosi quando qualcosa va storto e si deve far valere i propri diritti. Ma è ancora troppo presto per scorgere le luci dell’alba: prima deve passare la nottata.

«Inizio il mio viaggio attraversando l’Adriatico veneziano, la Grecia carica di ricordi dell’età classica e l’universo egeo… Entro nel mondo nomade attraverso le sconfinate pianure del Kazakistan. Quando mi trovo a passare una notte in una yurta, nelle alture incontaminate del Pamir, tra Kirghizistan e Tajikistan, ospite di una famiglia nomade, torno ai secoli in cui i turco-mongoli tenevano in scacco gli imperi agricoli di tutta l’Eurasia… Raggiunta la Cina, dopo aver superato montagne e deserti, dopo aver visto cambiare lentamente i volti, la gente, la lingua, la scrittura, l’arte, l’architettura, la cultura, la religione, le tradizioni, le piante, gli animali, il cibo… provo lo stesso stupore che aveva provato Marco Polo, sette secoli prima di me…». La Via della Seta rinasce nel secolo cinese (One belt, one road), dopo un lungo oblio iniziato nella seconda metà del Quattrocento, quando i Portoghesi scoprirono una nuova via marina per raggiungere le indie e acquistarvi le preziose spezie. insieme alla Via della seta ritorna l’ombra del più grande viaggiatore del Medioevo, Marco Polo; dal 1271 al 1295, al tempo dell’espansione mongola, la percorse da Venezia sino al Catai (come si chiamava allora la Cina). e diverse usanze e luoghi raccontati nel Milione sono ancora riconoscibili sotto la vernice scintillante della globalizzazione. Questo solido filo conduttore permette ad alessandro Codello di raccontare luoghi e incontri di un lungo viaggio in bicicletta attraversando quattro grandi aree di civiltà: il Mediterraneo, la Persia, i Paesi Stan e la Cina. interessante (ed efficace) il formato del libro, chiaramente ispirato ai social: una serie di cento brevi testi accompagnati da una fotografia. Bibliografia

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

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La 17-Mile Drive fa tornare a sognare

Ambiente e Benessere

Reportage La strada panoramica attraversa i paesaggi mozzafiato della penisola di Monterey

dall’omonimo paese a Carmel by the Sea

Simona Dalla Valle Nel periodo di massimo splendore erano oltre ventimila gli ettari di giardini botanici, spiagge e foreste appartenenti all’Hotel del Monte, sulla penisola di Monterey. Si trattava del più grande complesso turistico della California e una delle più importanti destinazioni di lusso del mondo per viaggiatori e appassionati di sport. il resort, la cui proprietà originale copriva porzioni di quella che oggi è la città di Monterey e tutta Pebble Beach, attirò leggende di Hollywood del calibro di Clark Gable, Carole Lombard e Marlene dietrich, ma anche il presidente Theodore roosevelt, i pionieri dell’aviazione amelia earhart e Charles Lindbergh, oltre allo scrittore ernest Hemingway. Costituito da una struttura gotica in legno costruita nel 1880 dall’uomo d’affari Charles Crocker, l’hotel fu distrutto da un incendio nel 1887. dopo la ricostruzione, bruciò di nuovo nel 1924. La sua ultima incarnazione, in stile revival spagnolo, si può ammirare ancora oggi all’interno della Naval Postgraduate School. il vecchio Hotel del Monte costituiva il punto di inizio e di fine di una meravigliosa escursione a cavallo che oltrepassava Cannery row e Pacific Grove prima di serpeggiare tra i boschi di pini di Monterey e quelli di cipressi nella foresta di del Monte, per seguire lungo la costa rocciosa fino all’esclusivo Hotel del Monte Park reservation – il precursore del Pebble Beach Lodge. il percorso, che si svolgeva nel corso di un’intera giornata, aveva la lunghezza di 17 miglia, e la strada oggi celebre in tutto il mondo finì per prendere questo nome. Nonostante molto sia cambiato da quando la prima carrozza partì dall’Hotel del Monte nel 1881, il tour panoramico copre oggi la medesima distanza di allora. La 17-Mile drive è oggi una strada privata a due corsie accessibile soltanto pagando un pedaggio piuttosto salato: 10,50 dollari ad auto per un percorso di nemmeno trenta chilometri. Sebbene vi siano alternative più economiche, la strada regala emozioni continue e la vista sui boschi e sull’oceano è mozzafiato. Non vi è da stupirsi che sia uno dei ricordi preferiti di molti visitatori in questa parte di California. Le motociclette non sono ammesse e le biciclette possono entrare gratuitamente solo se vi accedono dal Pacific Grove Gate, uno dei cinque punti di accesso dove è possibile pagare il pedaggio e ricevere la mappa della zona. Le stagioni migliori per percorrere la 17-

17-Mile Drive: Crocker Grove. (Simona dalla Valle)

La spiaggia di Carmel by the Sea. (Simona dalla Valle)

Mile drive sono l’autunno e la primavera; l’inverno può essere piovoso e la nebbia mattutina estiva può indugiare fino al pomeriggio – o, peggio ancora, tutto il giorno. La strada è disseminata di svariati punti panoramici, dalle ampie vedute della Monterey Bay alle spiagge di sabbia bianca, dalle montagne di Santa Cruz alla foresta di del Monte. il nome di China rock prende ispirazione dai pescatori cinesi che vissero lungo la costa tra fine Ottocento e ini-

Leoni marini si riposano al sole. (Simona dalla Valle)

zio Novecento, insediandosi alla base delle rocce. Per gli appassionati di animali sono imperdibili la Bird rock e la Seal rock, molto vicine l’una all’altra e ricche di fauna: come suggeriscono i nomi, si possono avvistare uccelli (cormorani, gabbiani e pellicani), leoni marini e foche. a Fanshell Overlook, in primavera, le foche si riuniscono per partorire i loro piccoli. Una tappa iconica del percorso è il Lone Cypress. il cipresso «solitario», un tempo a rischio

Porto di Monterey; su www.azione.ch si trova una galleria fotografica più ampia. (Simona dalla Valle)

di estinzione, si trova in questo luogo roccioso da circa 250 anni e cresce solo nella zona intorno a Carmel e Monterey. Oggi l’albero appare nel logo della Pebble Beach Company. il vicino Ghost Tree è un cipresso con un tronco sbiancato dal vento e dagli elementi. La Spanish Bay, dove sorge l’omonimo hotel, prende il nome dall’esploratore don Gaspar de Portolá, che si accampò qui con l’equipaggio della sua nave nel 1769 mentre esplorava la costa e cercava di trovare la baia di Monterey. Tra la spiaggia di sabbia a Spanish Bay e Point Joe l’oceano sembra sempre inquieto, secondo alcuni a causa delle correnti oceaniche che si avvicinano alla riva, o a causa delle rocce sommerse. il movimento provocato dalle onde porta nutrimento alla fauna locale, mentre le alghe si depositano nelle acque più calme in prossimità della riva. Quando gli esploratori europei arrivarono per la prima volta in questa parte della costa californiana scambiarono Spanish Bay con la baia di Monterey, la sua controparte più ampia a nord, e molti di loro si scontrarono con queste rocce cercando di arrivare a riva. Tra le navi che naufragarono vi furono la St. Paul, uno scafo di ferro che si schiantò in una notte di nebbia nel 1896 e rimase incastrato per tre mesi fra le rocce prima di affondare – e, dieci anni più tardi, il piroscafo Celia. entrambi gli equipaggi e il carico di bestiame del-

la St. Paul si salvarono, ma il carico di legname del Celia andò perduto. Nel 2019 il campo da golf di Pebble Beach ha celebrato il suo centenario. Ogni anno ospita grandi tornei di golf, come il Pebble Beach Pro-am a febbraio e l’US Open Golf Tournament a giugno – quando questi eventi sono in corso l’accesso alla 17-Mile drive è vietato. in aprile di ogni anno si svolge il Pebble Beach Food and Wine Festival. anche il raduno di auto d’epoca Concours d’elegance, che si svolge nel mese di agosto, attira grandi folle. il paesaggio attraversato dalla 17Mile drive ha sedotto innumerevoli artisti e personaggi famosi. Jimi Hendrix si esibì al Monterey Pop Festival; molti dei romanzi dello scrittore John Steinbeck sono ambientati in questa zona; fino al suo decesso avvenuto l’anno scorso, era maggio, a Carmel, l’attrice doris day fu comproprietaria di un hotel in città; Steve Jobs proveniva dalla contea di Monterey, e il prototipo del Mac fu presentato da Jobs nell’hotel La Playa di Carmel. Ma il caso più emblematico è quello di Clint eastwood: legato alla zona fin da quando era di stanza a Fort Ord durante la guerra di Corea, nel 1986 divenne sindaco della città con una maggioranza schiacciante. L’attore e regista vive ancora a Carmel ed è in gran parte responsabile della fondazione della biblioteca per bambini della città, situata all’angolo tra Mission e 6th.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Ambiente e Benessere Migusto la ricetta della settimana

Mini pie ai gamberetti Finger food ingredienti per 4 persone: 100 g di porri · 100 g di piselli surgelati · 150 g di gamberetti cotti · 20 g di rucola · sale alle erbe · 2 paste sfoglie rettangolari già spianate di 320 g ciascuna · 2 c di ricotte o formaggio fresco · 1 uovo.

migusto.migros.ch/it/ricette Per diventare membro di Migusto non ci sono tasse d’iscrizione. Chiunque può farne parte, a condizione che un membro della sua famiglia possieda una Carta Cumulus.

1. Sminuzzate finemente i porri. Portate l’acqua a ebollizione e sbollentate i porri e i piselli per due minuti. Scolate e fate sgocciolare bene. Tagliate i gamberetti a pezzetti grossolani. Tritate sempre grossolanamente la rucola, mescolate tutto e salate. 2. Scaldate il forno a 200 °C. ritagliate 16 dischi di pasta sfoglia di circa 10 cm Ø. Sulla metà dei dischi disponete un po’ di ricotta e circa 1 cucchiaio di ripieno. Sbattete l’uovo e spennellate i bordi dei dischi di pasta col ripieno. Sui dischi rimasti, praticate alcune incisioni parallele. 3. Coprite i dischi col ripieno con il resto dei dischi intagliati e sigillate bene i bordi schiacciandoli con i rebbi di una forchetta. accomodate le mini pie su una teglia foderata con carta da forno, spennellatele con l’uovo e cuocetele al centro del forno per circa 25 minuti. Preparazione: circa 20 minuti. Cottura in forno: circa 25 minuti. Per persona: circa 22 g di proteine, 45 g di grassi, 64 g di carboidrati, 760

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

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il Monte San Giorgio nell’era genomica

Ambiente e Benessere

Paleontologia Nuovi fossili dal sito UNeSCO retrodatano l’evoluzione degli insetti e ridimensionano

le conseguenze dell’estinzione di massa che chiuse l’era Paleozoica Rudolf Stockar darwin incluse nell’Origine delle specie (1859) una sola immagine, un albero evolutivo con biforcazioni a rappresentare divergenze che da antenati comuni conducevano alle specie attuali. il processo prende il nome di filogenesi e per oltre un secolo è stato ricostruito sulle stesse basi, i tratti morfologici, recentemente integrati da quelli genetici. L’acquisizione di enormi quantità di dati sul dNa gestiti da algoritmi sempre più sofisticati ha infatti aperto la strada alla filogenomica, la filogenesi fondata sul confronto delle sequenze genetiche.

Gli insetti triassici del Monte San Giorgio sono unici al mondo per la conservazione di tessuti molli e organi interni L’ipotesi di base è quella dell’«orologio molecolare», introdotta nel 1962, secondo cui l’ammontare delle differenze genetiche tra due specie è funzione del tempo trascorso dalla divergenza dal loro comune antenato. Una calibrazione esterna come quelle fornita dai fossili, in grado di quantificare il cambiamento genetico per unità di tempo, consente quindi di risalire all’età di divergenza in base alla distanza genetica. Lo sguardo della filogenomica sprofonda così nella storia della vita, formulando ipotesi che sono spesso l’unica alternativa all’incompletezza del registro fossile. Le età dei fossili usate per calibrare gli orologi molecolari sono comunque età minime di comparsa dei relativi organismi: i paleontologi non troveranno mai i testimoni più antichi di un dato gruppo ma al massimo quelli della sua successiva diffusione, premesso che avessero parti fossilizzabili o esistessero sedimenti in grado di conservarli. L’incompletezza del registro fossile porta così a sottostimare l’età dei nodi degli alberi filogenetici, da cui divergono linee evolutive inedite; è quindi comprensibile come nuovi ritrovamenti e relative calibrazioni retrodatino sempre più le tappe della storia della vita. da alcuni anni il Monte San Giorgio fornisce continue prove dell’incompletezza del registro fossile, proprio riguardo agli animali cui si lega l’invenzione di un impressionante ventaglio di capacità, quali volo, metamorfosi completa e organizzazione sociale. Si tratta degli insetti, con prime prove fossili risalenti al devoniano

Macrofotografie di insetti fossili del Monte San Giorgio. (A) Gigamachilis triassicus, 40 mm. (B) Tintorina meridensis, 11 mm. (C) Archetingis ladinica, 12 mm. (D) Praedodromeus sangiorgiensis, coleottero terrestre predatore, 11 mm. (E) Plecottero, 9 mm. (F) Embiottero, 18 mm. (G) Coleottero probabilmente acquatico, 3 mm. (H) Larva di olometabolo, 40 mm. (I) probabile Ortottero, 15 mm. (J) particolare degli organi interni (tubi malpighiani). (Montagna et al. 2019)

(circa 412 Ma, milioni di anni or sono) ma una storia ancora in gran parte da scrivere: appartengono, infatti, agli ecosistemi continentali, preservati nel registro fossile solo in condizioni particolari. il risultato è una storia della vita basata soprattutto sull’archivio marino, nonostante che, ospitando l’85 per cento delle specie viventi, sia proprio la terraferma a offrire oggi la massima biodiversità. Nel 1998, il primo insetto fossile emerso dal Monte San Giorgio ha inaugurato una stagione di ritrovamenti che continua tuttora. Comprendono rappresentanti di gruppi terrestri, con abitudini sia predatorie sia fitofaghe, e gruppi acquatici, testimoniati da larve e adulti. Su un totale

Ricostruzioni di Gigamachilis triassicus (sinistra) e Archetingis ladinica (destra). (Montagna et al. 2017, 2018)

di 25 esemplari, spesso specie nuove per la scienza, sono rappresentati almeno sette ordini con diversa ecologia e sviluppo post-embrionale, quali archeognati, coleotteri, efemerotteri, plecotteri, emitteri, embiotteri e odonati. aggiungendo un probabile dittero (l’ordine cui appartengono oggi mosche e zanzare) e un possibile ortottero (attuali grilli e cavallette), gli ordini arrivano a nove. Nel loro insieme, i fossili raccontano di terre emerse con vegetazione diversificata e bacini d’acqua dolce permanenti, il tutto a ridosso dell’ambiente marino di formazione del Calcare di Meride. iniziata nel 2001 con la descrizione di Tintorina meridensis, nota come la «zanzara del San Giorgio» sebbene sia un’effimera, e del coleottero Notocupes, la serie di indagini ha portato poi nel 2010 alla scoperta di Dasyleptus triassicus, un insetto privo di ali appartenente ai Monura, fino a quel momento ritenuti annientati dall’estinzione di massa al limite Permiano/Triassico (251,9 Ma). Qui risiede una caratteristica fondamentale della fauna fossile del Monte San Giorgio: risale all’età ladinica del Triassico Medio (241-239 Ma), è quindi successiva di poco più di 10 milioni di anni rispetto all’estinzione di massa più catastrofica mai verificatasi, tale da cancellare fino al 96 per cento delle specie marine e il 70 per cento dei vertebrati terrestri. rari giacimenti a insetti fossili del

Triassico inferiore, scoperti nella russia europea e in Siberia, mostrano delle faune a bassa diversità, ma sono documenti troppo limitati per fornire un quadro affidabile dei postumi di quella crisi climatica. Nel Triassico Medio (anisico-Ladinico) si assiste alla ripresa degli ecosistemi terrestri, piante e insetti compresi, sinora testimoniata da pochissime località al mondo. Si tratta principalmente della formazione del «Grès a Voltzia» (Vosgi, Francia) di età anisica e di quelle di Los rastros (argentina) e di Madygen (Kirghizistan) di età ladinica, cui si aggiungono recenti esempi dalla Cina. in tale contesto emerge l’importanza dei fossili del Monte San Giorgio, che oltre a documentare l’entità dell’estinzione delle faune paleozoiche (v. Dasyleptus), racchiudono informazioni uniche sull’origine di quelle moderne. Comprendono, infatti, i rappresentanti più antichi sinora noti di alcune famiglie tuttora esistenti. Gigamachilis triassicus permette così di retrodatare di circa 200 milioni d’anni l’origine degli attuali machilidi (archeognati), insetti privi di ali simili ai «pesciolini d’argento» sinora noti solo dall’eocene (50 Ma). Archetingis ladinica retrodata invece di 140 milioni di anni l’origine degli attuali tingigi (emitteri), famiglia di cimici fitofaghe prima nota solo dal Cretacico inferiore. restano da spiegare le dimensioni eccezionali di questi esemplari, superiori a quelle di tutti i loro «parenti», siano essi fossili o viven-

ti: gli otto centimetri di lunghezza totale di Gigamachilis ne giustificano in tal senso il nome. Una nuova ricerca pubblicata sotto il coordinamento di Matteo Montagna, entomologo dell’Università di Milano che da alcuni anni studia questa collezione conservata al Museo cantonale di storia naturale (Lugano), usa otto specie fossili del Monte San Giorgio per calibrare l’orologio molecolare della filogenomica degli insetti. applicata a una precedente banca dati di 1478 sequenze genetiche di artropodi viventi tarata in base a 37 fossili provenienti da tutto il mondo, la nuova calibrazione fornisce ipotesi inedite sui tempi di divergenza delle linee evolutive che hanno condotto alla biodiversità attuale, suggerendo come tappe fondamentali siano state raggiunte prima di quanto sinora ritenuto. Così, l’antenato comune degli insetti sarebbe comparso nell’Ordoviciano (465 Ma) e le prime forme alate nel Siluriano (434 Ma). L’origine degli insetti con metamorfosi completa (olometaboli, come le attuali api, farfalle, mosche e coleotteri) risalirebbe al devoniano (389 Ma), seguendo così la diffusione delle nicchie ecologiche legate alle nuove comunità di piante vascolari, in grado di offrire habitat e risorse di cibo ai diversi stadi di crescita. alcuni gruppi oggi molto diversificati quali lepidotteri (farfalle), imenotteri (api, vespe, formiche) e ditteri sarebbero così apparsi prima dell’estinzione di massa al limite Permiano/ Triassico. di conseguenza, la loro evoluzione non sarebbe dipesa da quella delle piante con fiori, a quel tempo ancora inesistenti, e la «madre di tutte le estinzioni» avrebbe avuto sugli insetti un impatto modesto, aprendo loro la strada al successivo dominio degli ecosistemi terrestri. Gli insetti del paesaggio triassico del Monte San Giorgio presentano anche una caratteristica che li rende unici al mondo: la conservazione di tessuti molli e organi interni. Sono infatti riconoscibili non solo fasci muscolari, ma anche parti del sistema nervoso centrale, quali gangli e lobi ottici, del canale alimentare e del sistema escretore (tubi malpighiani). Letti nei loro caratteri più piccoli, gli strati del monte iscritto nel Patrimonio dell’Umanità quale migliore testimonianza al mondo della vita marina del Triassico stanno così fornendo presupposti altrettanto unici per lo studio degli ecosistemi di terraferma. Bibliografia

Montagna M., Tong K.J., Magoga G., Strada L., Tintori a., Ho S.Y.W., Lo N. (2019): Recalibration of the insect evolutionary time scale using Monte San Giorgio fossils suggests survival of key lineages through the EndPermian Extinction. Proc. r. Soc. B 286:20191854. Altre fonti citate per le immagini

Montagna M., Haug J.T., Strada L., Haug C., Felber M., Tintori a. (2017): Central nervous system and muscular bundles preserved in a 240 million year old giant bristletail (archaeognata: Machilidae). Sci. rep. 7, 46016. Montagna M., Strada L., dioli P., Tintori a. (2018): The Middle Triassic Lagerstätte of Monte San Giorgio reveals the oldest lace bugs (Hemiptera: Tingidae): Archetingis ladinica gen. n. sp. n. riv. ital. Paleontol. Strat. 124, 35-44.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Ambiente e Benessere

Dopo sarà bellissimo

Sport Di questi tempi, le attività agonistiche sono e devono essere l’ultimo dei nostri pensieri

Giancarlo Dionisio I meno giovani ricorderanno, nella fortunata trasmissione R(T)SI La Palmita, il tormentone pronunciato dall’inviato che dispensava al pubblico le Nuvitads da Coira: «Imbarazz, tremend imbarazz». È lo stesso imbarazzo che provo io nell’occupare le righe che, quindicinalmente, mi concede questa rubrica. A maggior ragione comprendo l’imbarazzo e il pudore di chi, quotidianamente, di pagine, ne deve riempire 30, 40, 50.

Potrebbe essere l’occasione per ripensare al mondo dei tifosi e ridare slancio e dignità a un fenomeno che negli anni è degenerato con infiniti scandali Non a caso, lunedì 16 marzo, ovvero quando in tutto il continente europeo, Regno Unito e Bielorussia esclusi, era chiarissimo che l’allarme Covid-19 fosse un affare serissimo, la «Gazzetta dello Sport» dedicava il titolo centrale della prima pagina, alle parole di Siniša Mihajlović. L’ex calciatore serbo, di Roma, Sampdoria, Lazio e Inter, dallo scorso anno allenatore del Bologna, soffre da mesi di una forma acuta di leucemia mieloide. «Mihajlović ci fa coraggio: dopo sarà bellissimo», si legge a caratteri cubitali. Missione compiuta. Il più è fatto. Si è dato voce a chi soffre, affinché possa trasmettere energia a chi sta vivendo nello smarrimento e nell’incertezza. Poco sopra, però, l’apertura avviene sotto il segno di Zhang, con la Z stampata in modalità Zorro. Sì,

Zhang, il gran Patron dell’Inter, che già pensa agli acquisti per il futuro. All’interno si parla molto di calcio «giocato». Forse per scongiurare le paure e alimentare la speranza che questo maledetto virus possa essere sconfitto in tempi brevi. «Scudetto in volata? La Juve è favorita. Segreto: La rosa XL». Continuo a provare empatia per i colleghi della Rosea, costretti ad essere al fronte con notizie che, di questi tempi, immagino vengano recepite come di scarsissima rilevanza. D’altro canto, penso anche che lo sport possa essere un innocuo diversivo dalle angosce. Non so, in tutta onestà, se dietro questo modo di porsi, si celino delle strategie tese a salvare il salvabile. In uno stillicidio di rinvii e di annullamenti, gli interessi economici vorrebbero far valere le loro ragioni, e tentare quindi di evitare la paralisi totale. Persino il CIO ha dovuto arrendersi al Coronavirus. Il suo presidente, Thomas Bach, ha tentato di prendere tempo per alimentare una fiammella di speranza, poi, storia di 6 giorni fa, ha dovuto alzare bandiera bianca. Bravo. Meglio così. Cancelliamo tutto e rivediamoci a settembre, oppure, se necessità impone, a gennaio del prossimo anno. «Insieme si vince» Sostiene Mihajlović, «ora dobbiamo lottare, ma torneremo a giocare e tutto sarà bellissimo». Focus sulla parola giocare. Credo che Siniša abbia ragione. In un mondo voltairianamente ideale, dovrebbe accadere così: ci siamo insultati, picchiati, scannati, per una maglia e per una bandiera. Cerchiamo domani di recuperare gli abbracci che il Coronavirus ci ha negato. Riscopriamo il piacere dello stare insieme. Magari, durante il periodo di segregazione ci sarà capitato e ci capiterà, di rivedere immagini in bianconero di partite di calcio degli anni Cinquanta, quando le tifoserie non

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erano separate, quando il giubilo degli uni si mescolava senza astio e senza violenza con la frustrazione degli altri. La butto là. Ripartiamo dal popolo del ciclismo. Nonostante qualche scalmanato travestito da papera, da cardinale o da soubrette, che si mette a correre pericolosamente accanto ai campioni stravolti sulle rampe del Galibier, chi ama e segue lo sport del pedale, è rimasto indietro 50 anni rispetto al popolo del calcio. Se i tifosi bergamaschi hanno un maialino sulla brace, non fanno fatica a condividerlo con i supporter siciliani di Nibali o con i fan svizzeri di Küng. E gli olandesi? Lo dico per

esperienza, i loro fiumi di birra sono a disposizione di tutti. Perché poi si canta, si balla, si tifa e ci si abbraccia. Vogliamo provare, tutti insieme, a ridare slancio e dignità a un fenomeno che negli ultimi decenni ha fatto spesso parlare di sé per una serie infinita di scandali? Qualcuno, a giusta ragione, obietterà che quando ci sono in ballo degli interessi economici, chi detiene il potere non se lo lascerà sfuggire di mano tanto facilmente. Verissimo. Noi appassionati abbiamo tuttavia il potere di non stare al gioco, di dire «no», di indignarci, di disertare gli stadi fino a quando le cose non gire-

ranno per il verso giusto. Sento già l’eco delle reazioni dei più realisti: «Che tenero, che ingenuo», mi si dirà nella migliore delle ipotesi, «che fuori di testa», sosterrà chi ha una visione più spietatamente pragmatica. Mi colloco a metà strada. Ritengo che questa pausa di riflessione debba comunque essere considerata come un’opportunità per tentare di vivere il fenomeno sport con altri occhi e altro cuore. Non oso immaginare un futuro fatto di virtualità, di videogame, di sfide vissute davanti a uno schermo. L’essere umano ha, e avrà sempre bisogno di confronti, di passione e di abbracci.

Attenzione: le vincite di carte regalo da 50 franchi per le soluzioni del cruciverba e del sudoku sono sospese fino al termine dell’emergenza di Covid-19

Cruciverba Due colleghi in ufficio: «Carlo come stai?» «Insomma, oggi mi sento mezzo tonto!» Cosa gli risponde il collega? Lo saprai a soluzione ultimata leggendo nelle caselle evidenziate (Frase: 4, 6, 4, 6, 2, 4)

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Perché non tornare al tempo degli abbracci? (needpix.com)

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ORIZZONTALI 1. Indispensabili se di prima necessità 4. Periodo di vacanze 9. Potente allucinogeno 10. Nome maschile 11. Le iniziali dell’attore Scamarcio 12. Nelle dita e nei gomiti 13. Riposa in pace 14. Terzogenito di Adamo 15. Li hanno prensili i tetrapodi 16. Tenere scrivono meglio 17. Cane selvatico australiano 19. Signore in spagnolo 20. Elevato 21. Come comincia... finisce 22. Essenzacosmicanellafilosofiacinese 23. Le ha pari Mandela 24. Le iniziali dell’attrice Rossellini 25. Negazione russa 26. Indifesi, deboli VERTICALI 1. Protetti con misure di sicurezza 2. Un anagramma del 14 orizzontale 3. Le iniziali dell’attrice Dobrev 4. Pesanti copricapi 5. Un laconico consenso 6. Nelle torte e nel timballo 7. È sempre in partenza 8. Un libro dell’Antico Testamento 10. Ripido, scosceso 13. Il cane di Ulisse 14. Insieme nei prefissi 15. Primo elemento di composti che significa fiore 16. Metà della metà 18. Tutt’altro che mesti 19. Si possono fare nel buio... 21. Usato per evitare ripetizioni 23. Davantia«line»nell’aviolineainglese 25. A fin di bene

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Frasi da meditare – Frase risultante: LA PACE INIZIA CON UN SORRISO.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Politica e economia «nessuno morirà di fame» intervista al capo della divisione malattie infettive, daniel Koch, su come si affronta la pandemia

Libertà o sicurezza? Qualcosa di mai visto in tempo di pace si sta verificando nelle democrazie occidentali e il modello di questa clausura è la Cina, seguita dall’italia pagina 27

Che mondo sarà Gli scenari dell’economia internazionale ai tempi del coronavirus: la newsletter di Federico rampini pagina 28

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Chi tutela le fonti? La legge garantisce la libertà di stampa, ma non protegge i whistleblower, nemmeno in Svizzera

pagina 29 Il 16 marzo 2020 i consiglieri federali Viola Amherd, Karin Keller-Sutter, Simonetta Sommaruga e Alain Berset annunciano lo stato di necessità in tutta la Svizzera. (Keystone)

Sospese libertà e democrazia

Covid-19 La pandemia ha indotto il Consiglio federale a decretare lo stato di necessità – il principio della separazione

dei poteri e il rispetto dei diritti fondamentali subiscono un duro colpo, su cui occorrerà riflettere dopo l’emergenza

Marzio Rigonalli Stiamo vivendo giorni difficili, con un alternarsi di timori, di incertezze e di fievoli speranze. il Covid-19 ha già colpito una parte della popolazione e si è installato nei pensieri di una stragrande maggioranza di persone. La salute pubblica è in pericolo. È in gioco la vita di tantissime persone, dai medici e da tutto il personale che opera nel settore della sanità, ai quali va la nostra ammirazione ed il nostro più profondo ringraziamento, alle categorie di persone più deboli, agli anziani, a tutti coloro che già lottano contro altre malattie, ma anche a chi si ritiene in buona salute. È una «situazione straordinaria» che il Consiglio federale, basandosi sulla legge federale sulle epidemie, ha proclamato. Una legge, una situazione che lo ha indotto ad adottare un determinato numero di provvedimenti, talvolta coinvolgendo anche i governi cantonali, per contenere la pandemia e per impedire che il paese entri in una grave crisi economica. Le misure prese finora sono necessarie e tendono per lo più a rallentare il diffondersi del virus. Vanno rispettate ed applicate. È la strada che biso-

gna percorrere per superare il difficile momento. Quando ne saremo fuori, però, bisognerà aprire la discussione sul modo in cui si è agito, sui colpi che sono stati inferti alla nostra democrazia ed ai suoi valori fondamentali. Una discussione pacata con l’unico intento di trarre insegnamenti dall’esperienza in corso e di evitare in futuro il ripetersi di possibili errori. Nella situazione straordinaria che viviamo, due grandi pilastri della nostra democrazia hanno subito duri colpi: il principio della separazione dei poteri ed il rispetto dei diritti fondamentali. La separazione dei poteri richiede che l’organo che dichiara lo stato di eccezione non sia quello che gestisce la situazione d’emergenza. Non è quanto sta succedendo. Le Camere federali non sono intervenute né per confermare la decisione del governo né per esercitare alcun controllo. da due settimane, da quando è stata interrotta la sessione primaverile, non arriva più nessuna notizia sul principale organo legislativo e su una sua eventuale attività. Lo stesso si può dire anche per i parlamenti cantonali e per il controllo ch’essi esercita-

no sugli esecutivi cantonali. Si invoca giustamente l’impossibilità per i parlamentari di riunirsi tutti in una sala e, contemporaneamente, di rispettare le regole che servono a limitare il contagio. Vi sono, però, paesi che hanno saputo adottare soluzioni alternative. in Francia, per esempio, l’assemblea nazionale approva le decisioni del governo, dopo aver optato per un numero ridotto di presenti. Trattasi essenzialmente dei presidenti dei gruppi, chiamati ad esprimere l’opinione dominante dei loro colleghi. Forse ancora più delicata è la questione dei diritti fondamentali: il diritto di voto, il diritto di spostamento, il diritto di assembramento, il diritto di andare nei negozi rimasti aperti e così via. in una situazione straordinaria, la sospensione di questi diritti deve essere accettata da tutti, anche se è fonte di molti inconvenienti. La sospensione non è però assoluta. Certo, deve tener conto delle reali possibilità che esistono ancora per esercitare liberamente questi diritti, ma deve anche essere proporzionata ai rischi che si corrono. inoltre, deve avere una durata limitata. in questi casi, l’autorità chiamata a far rispettare

la sospensione dei diritti, deve dar prova di pedagogia, agendo sulla persuasione e sull’utilità per tutti di accettare l’obbligo. in tempi normali, tocca al potere giudiziario preservare questi diritti e sanzionarne le violazioni. Purtroppo, non sappiamo se questi poteri, cantonali e federali, stanno per lo meno seguendo con attenzione l’evolversi della situazione e saranno in grado, dopo la fine della pandemia, di rendere pubbliche le loro conclusioni. il federalismo è un altro pilastro della nostra democrazia che sta subendo alcune scosse, che auspichiamo soltanto di assestamento. La maggior parte delle decisioni prese dal Consiglio federale sono state rispettate ed applicate da tutti i cantoni. in alcuni casi, come per esempio con il blocco dei cantieri e di altre attività economiche, sono apparse divergenze tra la Confederazione ed i cantoni Ticino e Ginevra. Sono divergenze che sono emerse da una diversa lettura della situazione e da una diversa sensibilità del modo in cui conviene farvi fronte. anche tra il canton Uri e Berna è emerso, durante alcuni giorni, un approccio diverso per quanto riguarda la libertà di movimento degli

over 65. Sono scosse inevitabili, perché quello che un governo cantonale ritiene giusto fare non coincide sempre con le norme che il Consiglio federale vuole applicare su tutto il territorio nazionale. Sono però scosse che hanno il merito di intensificare e di rendere più vivo il dialogo federale e che possono consentire di trovare nuove soluzioni, in grado di perfezionare il federalismo. il Consiglio federale deve gestire una situazione alla quale non è abituato. Ha dunque un buon numero di attenuanti. deve proteggere la salute pubblica, con misure che vanno aggiornate quasi quotidianamente, deve fornire aiuti a chi si ritrova senza lavoro e senza nessuna entrata, e deve cercare di impedire che la situazione economica precipiti, con una catena di fallimenti, un forte aumento della disoccupazione ed una caduta libera del prodotto interno lordo. È un compito immane, che necessita del sostegno di tutti. Un sostegno che però vuole una contropartita: quella di poter assistere a decisioni che vengono prese con la massima trasparenza e che vengono precedute ed accompagnate da un’informazione altrettanto trasparente e il più completa possibile.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Politica e economia

«in Svizzera nessuno morirà di fame»

Covid-19 Secondo daniel Koch, dell’Ufficio federale della sanità, la situazione eccezionale a causa del coronavirus

dovrebbe durare almeno sino alla fine di maggio. e non si esclude un inasprimento delle misure d’emergenza Ralf Kaminski Con i suoi 64 anni, Lei fa parte del gruppo a rischio coronavirus. Applica con coerenza anche su di Lei le misure d’emergenza?

Formalmente, farò parte del gruppo a rischio il mese prossimo (ride). Comunque per me non è assolutamente un problema seguire le procedure adottate. Vivo da solo e quando faccio visita alle mie figlie o a qualche amico, riesco facilmente a mantenere le distanze. nella sua posizione, oggi non dovrebbe essere semplice mantenere una distanza sociale, o non è così?

Sembra proprio che quando la gente mi incontra abbia subito il riflesso di non stringermi la mano. Non è davvero difficile.

Alle nostre latitudini una situazione eccezionale come questa non si era ancora mai verificata. eppure la maggioranza sembra tranquilla…

Sì, a parte qualche caso di corsa agli acquisti, non ci sono segnali di paura incontrollata.

Ci sono però anche persone che hanno paura. Come evitare che si trasformi in panico se questa situazione difficile perdurerà e saranno adottati provvedimenti ancora più severi?

È normale, e anche giusto, che si abbia rispetto per questa epidemia. in situazioni del genere, però, i sentimenti di paura non aiutano e non sono neppure necessari. È sufficiente prendere sul serio la situazione e attenersi alle misure introdotte. il panico insorge quando improvvisamente molta gente è in preda a una forte paura. dobbiamo evitarlo nel modo più assoluto e per questo motivo rilasciamo regolarmente informazioni e previsioni su cosa aspettarsi o no. Lei cosa non si aspetta?

Che molte persone finiscano a letto gravemente ammalate. La maggior parte si ammaleranno solo leggermen-

te. il virus è pericoloso unicamente per il gruppo a rischio e se ci impegniamo tutti, possiamo proteggerci in modo efficace. La parola d’ordine è: mantenere le distanze e seguire le norme igieniche.

in modo un po’ diverso. Chi fa la cosa giusta e chi no?

Sono discutibili quelle misure che non hanno un impatto e che vengono introdotte solo perché sono facili e servono ad altri scopi.

È soddisfatto di come il commercio al dettaglio sta affrontando la situazione?

Molto. Già alcune settimane fa avevamo intavolato discussioni con i dettaglianti per poter reagire a questa situazione. È stato fruttuoso: si sono tutti preparati bene. Gli scaffali vuoti in alcuni negozi sono dovuti principalmente a questioni logistiche e non a un problema di rifornimenti. di certo in Svizzera nessuno morirà di fame. i negozi di generi alimentari resteranno sicuramente sempre aperti e disporranno sempre di merci a sufficienza.

Secondo Lei, si dovranno adottare altri provvedimenti come, ad esempio, restrizioni sulla vendita al pubblico?

No, non ce n’è bisogno.

Hanno senso i disinfettanti all’entrata dei negozi?

Sì, lo abbiamo raccomandato noi. disinfettare o lavare le mani è uno dei modi più efficaci per evitare la trasmissione.

C’è da temere che prima o poi qualche prodotto scarseggi?

No. Ovviamente potrebbe accadere che un prodotto specifico non possa essere fornito. Ma l’approvvigionamento della Svizzera non è in pericolo. Ci sono già cifre consolidate sul tasso di mortalità del coronavirus?

Si avranno solo tra un paio d’anni. esistono differenze enormi, dato che i casi sono conteggiati diversamente da un Paese all’altro e a volte addirittura non vengono resi noti integralmente. il fattore decisivo è che ci sia il numero più basso possibile di persone gravemente ammalate: meno gente finisce in ospedale, migliori saranno le cure che si potrà prestare ad ognuno e meno saranno i morti.

Come ad esempio il divieto di viaggio negli Stati Uniti per i cittadini europei?

il numero di contagi negli USa non diminuirà comunque. ad ogni modo, nel complesso ritengo che sia ancora troppo presto per fare confronti tra i vari Stati. È invece importante utilizzare nel modo migliore qui da noi le esperienze degli altri. Quanto durerà l’attuale situazione straordinaria?

difficile fare previsioni, ma abbiamo un piano a grandi linee: come per tutte le epidemie un giorno si toccherà il picco massimo. Prendendo come riferimento i dati dell’asia, in Svizzera esso dovrebbe essere raggiunto tra la metà e la fine di aprile.

Daniel Koch è capo della Divisione malattie trasmissibili all’UFS. (Keystone)

Anche perché farà più caldo?

Dobbiamo però essere preparati ad avere più contagi e più morti nonostante tutte le misure prese. Giusto?

È così. Le nuove misure hanno effetto solo dopo circa una settimana.

La Svizzera avrebbe dovuto fare qualcosa di più già prima?

Le autorità di ogni nazione devono comunicare nel modo adeguato alla propria popolazione. in Svizzera si è deciso tempestivamente di dare un segnale vietando le manifestazioni con più di mille persone. a quel punto tutti hanno realizzato che qui da noi succedeva qualcosa di serio. in seguito, la graduale estensione delle misure è stata accolta bene, ma difficilmente sarebbe stato così se le avessimo introdotte tutte quante sin dall’inizio.

Gli esperti criticano il fatto che la Svizzera non esegua test su tutti i casi di coronavirus, mentre altrove

ciò ha contribuito al contenimento.

Nel continente europeo, la Svizzera è probabilmente il paese che in percentuale esegue più test: attualmente fra i 6000 e gli 8000 al giorno. Ci siamo adattati alla crescente rapidità di diffusione, perché con i mezzi a disposizione non era più possibile effettuare test per ogni caso. L’obiettivo è sempre quello di utilizzare le limitate risorse disponibili nel modo più efficace possibile. nel caso di un’ulteriore escalation, potrebbero essere introdotte restrizioni alla libertà di movimento come in altri paesi? È immaginabile il blocco di intere zone?

Nel caso in cui fosse necessario e ragionevole, il Consiglio federale sarebbe certamente pronto a prendere provvedimenti ancora più ampi. Non sono esclusi neppure i blocchi totali. ogni nazione fa qualcosa, ma tutte

Questo fattore potrebbe avere un certo effetto, ma non lo sappiamo ancora di preciso.

Ritiene che questa esperienza drammatica avrà ripercussioni sulla globalizzazione, sulle catene commerciali, sui viaggi?

di solito, eventi del genere hanno un impatto sociale, c’è da sperare che sia positivo. il congelamento globale dei viaggi e i suoi effetti benefici sul clima potrebbero far sì che forse anche in futuro ci si interrogherà sui viaggi e si troverà un approccio più rispettoso del clima. Ma una causa importante della rapida diffusione del virus è semplicemente che oggi ci sono tante persone.

Cosa consiglia alla gente affinché resti tranquilla?

innanzitutto: fate un respiro profondo, non abbiate paura, non lasciatevi spaventare dai social media. Ma prendete sul serio la situazione e rispettate le misure introdotte.

niente di nuovo sul fronte dei tassi di interesse La consulenza della Banca Migros Santosh Brivio

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Titoli di Stati uniti, 10 anni; scala di destra Tasso di riferimento Fed; scala di destra

dell’imminente esplosione del debito pubblico a seguito dei pacchetti di stimolo economico multimiliardari, i titoli di Stato hanno registrato una vera e propria impennata dei rendimenti, a cui nemmeno il mercato svizzero dei capitali è riuscito a sottrarsi. Tuttavia, riteniamo che questo

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movimento sia esagerato. infatti, se i pacchetti di stimolo economico del governo svizzero rimangono relativamente moderati e la ripresa economica comincerà nella seconda metà dell’anno come previsto, è improbabile che i rendimenti del mercato dei capitali si muovano in modo significativo.

Fonte: Bloomberg

1.0%

-0.8 %

03/2018

Santosh Brivio è Senior economist presso la Banca Migros

La Banca nazionale svizzera non ha stretto la vite sui tassi d’interesse nella sua valutazione della politica monetaria del 19 marzo. il tasso di riferimento rimane quindi al minimo storico del –0,75%. al tempo stesso, i depositi delle banche commerciali presso la BNS oltre un determinato limite d’importo continuano a essere soggetti a un tasso d’interesse negativo del –0,75%. Finché la Banca centrale europea (BCe) non alzerà i tassi d’interesse, non lo farà neppure la BNS. al contempo, tuttavia, sembra che si sia temporaneamente ridotto il rischio di un’ulteriore riduzione del tasso di riferimento. Per il momento, infatti, nella lotta contro i danni economici causati dalla pandemia del coronavirus, la BCe non punta a ulteriori tagli del tasso di riferimento. riteniamo pertanto che le nostre previsioni sui tassi d’interesse del mercato monetario per il secondo trimestre e oltre siano ben supportate: la soglia del –0,75% sia per il tasso di riferimento sia per il tasso di deposito dovrebbe rimanere per il momento invariata. Mentre i tassi d’interesse del mercato monetario sono ancorati, il mercato dei capitali ha recentemente registrato un notevole movimento. in vista

Prevediamo pertanto che i tassi d’interesse ipotecari aumenteranno al massimo di poco per le lunghe durate. dopo che i locatari hanno potuto godere di un tasso di riferimento ipotecario più basso, questa ora è una buona notizia anche per i proprietari di un’abitazione.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Politica e economia

Saremo tutti un po’ cinesi? emergenza Covid-19 Qualcosa di mai visto in tempo di pace si sta verificando

nelle democrazie occidentali e il modello di questa clausura è la Cina seguita dall’italia

Lucio Caracciolo il coronavirus ha riportato in evidenza il classico dilemma fra libertà e sicurezza, democrazia e controllo sociale. in queste settimane le grandi democrazie, in ordine rigorosamente sparso, hanno alla fine optato per la massima limitazione possibile della libertà di movimento, l’abolizione della libertà di riunione e altre severe restrizioni. Qualcosa di mai visto in tempi di pace. Ma ci viene detto, con qualche enfasi, che siamo in guerra. il modello di questa clausura è la Cina, seguita dall’italia. ricordiamo. L’epidemia è scoppiata a Wuhan, in Cina, intorno alla fine di novembre. Tenuta volutamente sottotraccia dalle autorità locali, che solo ai primi di gennaio hanno riportato la gravità della situazione al potere centrale. Secondo una prassi classica dei regimi autoritari, per cui la periferia comunica al centro solo ciò che presume il sovrano desideri ascoltare. in questo modo si è perso tempo prezioso, durante il quale il morbo si è diffuso con totale libertà.

in Cina la tecnologia si è dimostrata importante ma ancora di più è stata la capillare organizzazione territoriale del regime Solo il 23 gennaio, finalmente informato nei dettagli della crisi in corso, Xi Jinping è corso ai ripari, decretando la quarantena per Wuhan, per la regione dello Hubei e per tutta la Cina. Strategia del contenimento. Molto rigida. Molto ma molto più severa di quella applicata in italia e poi nelle altre demo-

Medici e materiale sanitario da Zhejiang in partenza per l’Italia. (aFP)

crazie occidentali. Chi usciva di casa finiva in galera. alcune famiglie erano letteralmente confinate dentro le proprie quattro mura. Si è scritto che questa strategia è stata possibile grazie alle evolute tecnologie di comunicazione e raccolta dati di cui la Cina dispone, inclusa la rete 5G. È solo parte della verità. La tecnologia è importante, ma ancora più efficace è la capillare organizzazione territoriale del regime. Milioni di militanti del Partito comunista, insieme a diversi volontari e alle forze ordinarie di sicurezza, hanno garantito il controllo quartiere per quartiere, casa per casa, dei territori più infetti. La Cina è stata inquadrata in un sistema a griglia, comprendente circa 650 mila unità territoriali, per ciascuna delle quali c’erano gruppi di funzionari deputati al controllo, alla distribuzione di cibo, al soccorso dei malati. Qualcosa di im-

pensabile in europa e in america. Ha funzionato, sia pure in ritardo e quando il morbo si era già diffuso ben oltre la Cina. i media occidentali che avevano già parlato di Chernobyl cinese sono rapidamente passati ad attribuire lo stesso epiteto agli americani, lasciati inizialmente al loro destino da un governo federale poco interessato a mettere la salute dei cittadini al primo posto, con Trump che parlava del virus come di una «bufala democratica» per sabotarne la rielezione. L’italia, anch’essa in ritardo, ha dai primi di marzo seguito un approccio analogo. Con notevole disciplina sociale, a sopperire alla mancanza di strutture intermedie fra lo Stato e la popolazione – non c’è (più) un Partito comunista italiano, tantomeno al potere. Quando i cinesi, avendo rovesciato la partita, hanno deciso di offrirsi

al mondo come donatori di mascherine, respiratori e medici, aprendo una nuova via della seta, quella della salute, i loro uomini giunti in italia hanno subito notato che rispetto ai loro standard la quarantena locale era piuttosto rilassata. Soprattutto, quasi nessun «community management», ovvio in un sistema autoritario. e con un popolo che nei casi di emergenza rivela un formidabile spirito organizzativo, come quello cinese. Non sappiamo fino a quando durerà il lockdown più o meno cogente nelle democrazie occidentali. Né quanto sarà sopportabile per popolazioni sotto stress, colpite insieme dalla pandemia e dall’infodemia – la diffusione costante e ripetuta di notizie ansiogene, spesso imprecise, inverificabili. Meno ancora sappiamo fino a che punto le forze deputate al contenimento della crisi, dai medici ai poliziotti, dagli infermieri alla protezione civile, sapranno sopperire con il loro sacrifico alla crisi delle strutture intermedie. di sicuro una revisione a mente fredda delle procedure di reazione alle crisi, che investa anche l’assetto costituzionale e istituzionale delle nostre democrazie, sarà inevitabile. Un aspetto evidente di questa crisi è la diversità di distribuzione di poteri e responsabilità fra Stati centralizzati e Stati più o meno federali o confederali. il caso più clamoroso è quello degli Stati Uniti d’america, dove l’inerzia del governo federale, insieme agli obiettivi limiti delle sue strutture, ha lasciato di fatto ai singoli Stati federati di decidere come affrontare l’emergenza. Lo stesso vale, in minor misura, per la stessa Svizzera. e per l’italia, stante l’infeconda dialettica Stato-regioni. in alcuni di questi casi assisteremo forse al graduale accentramento dei poteri. Non solo nelle crisi. Saremo tutti un po’ cinesi?

America Latina senza ospedali

Covid-19 al momento il continente è una delle regioni meno colpite

ma è solo questione di tempo e i sistemi sanitari non sono all’altezza

Angela Nocioni Se, in attesa di un vaccino efficace, non spunta fuori rapidamente un farmaco in grado di curare le forme gravi di polmoniti causate, in alcuni contagiati, dal virus Covid-19, l’america latina potrebbe essere nel prossimo futuro una delle aree del mondo a pagare il più caro prezzo al diffondersi dell’epidemia. i sistemi sanitari dei vari Paesi latinoamericani, pur diversi tra loro, sono terribilmente deboli, non in grado di reggere all’emergenza di una epidemia di grandi dimensioni. anche quelle strutture pubbliche che negli anni Sessanta potevano essere considerate una felice eccezione nel continente e in parte lo sono ancora oggi, in argentina ed Uruguay e quasi solo lì, sono diventate un colabrodo, devastate da decenni di tagli forsennati alle spese della sanità pubblica. altrove – in Cile, Brasile, Perù, Bolivia, Paraguay, Messico, Colombia, ecuador, Paesi caraibici, tralasciando la tragica situazione venezuelana – gli ospedali statali, cioè quelli in prima linea a fronteggiare una eventuale pandemia, sono pochi, con pochi strumenti, personale carente, macchinari scarsi e spesso antiquati. al momento il continente latinoamericano è una delle regioni meno colpite dal virus, considerando soprattutto l’alta densità di popolazione nelle grandi aree metropolitante, gonfiatesi di abi-

tanti in ondate successive di migrazioni interne verso le grandi città. Ufficialmente il primo caso riconosciuto di contagio da Covid-19 è avvenuto il 26 febbraio in Brasile. il primo decesso di una persona risultata positiva al tampone che rileva la presenza del virus (e non è detto che sia stato il virus ad ucciderla, come in molti altri casi) è stato il 7 marzo in argentina. È ragionevole credere che il brasiliano teoricamente «primo contagiato», il cosiddetto paziente 1 locale, sia verosimilmente il paziente 300 o 450. Molto probabilmente quando il virus si è rivelato con sintomi pesanti in lui al punto da indurlo a rivolgersi a un medico, già esistevano centinaia di persone in giro contagiate ed asintomatiche. Quindi il virus è presente: si diffonderà. Bisogna vedere come. Come potranno i malandatissimi ospedali peruviani o brasiliani far fronte a una improvvisa esigenza di ricoverare in terapia intensiva di grandi quantità di pazienti, con minime misure di protezione per gli altri degenti immunodepressi e per il personale sanitario, se non ci riesce nemmeno la sanità lombarda, una delle migliori d’europa? diventeranno dei lazzaretti in pochi giorni, se va bene. dei cimiteri, temono i meno ottimisti. in alcuni paesi latinoamericani – in argentina, in Brasile, in Venezuela, in Messico, in Perù – il diritto alla cura è riconosciuto dalle singole Costituzioni

come un diritto di tutti, ma è un diritto esistente solo sulla carta. Come fa il Venezuela a fronteggiare una pandemia di qualsiasi tipo e genere se non ha nemmeno gli antibiotici e se a Caracas (a Caracas, non in un villaggio sperduto dell’amazzonia) si può morire oggi per una banalissima infezione a un dente? Se si prendono in considerazione i dati sugli investimenti in salute pubblica, poi, il quadro è disperante. La media nei paesi Ocse è del 6,5% del Pil speso in sanità pubblica. in Messico è del 3%, in Venezuela dell’1,5%. Meno che nei Paesi del Medio Oriente, meno che nei Paesi del Maghreb in proporzione. Un rapporto di questi giorni dell’istituto brasiliano di investigazione sulle politiche di salute pubblica, un centro specializzato in studi comparati, offre questo dato: considerando anche soltanto i costi del ricovero in Unità intensiva (dove è necessario sistemare i pazienti con serie insufficienze respiratorie) ogni punto percentuale di popolazione contagiata con seri sintomi richiederà almeno 250 milioni di dollari da spendere in ospedalizzazione. e le unità intensive – è questo il punto – sono poche, ridotte male o, semplicemente, non ci sono proprio. Prendiamo le proiezioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Secondo questi modelli una epidemia di medie dimensioni in Venezuela avrebbe bisogno, solo all’inizio, di almeno 1400 letti in reparti di cure intensive dove po-

Nicolas Maduro. (aFP)

ter somministrare ossigeno ai pazienti. Non ce ne sono nemmeno 100 di posti letto in unità di cura intensiva in Venezuela oggi, considerando anche le cliniche private (i dati sono dell’associzione venzuelana delle cliniche private). e quei letti sono già tutti occupati da pazienti con patologie gravi, infartuati, sopravvisuti ad ictus ecc. L’80% dei nuclei familiari vive in considerazioni di estrema precarietà alimentare. il contagio, se ci sarà, in Venezuela come in tutti i Paesi latinoamericani, sarà rapidissimo nelle baraccopoli e nei suburbi attorno alle città dove milioni di persone vivono accatastate l’una sull’altra. La curva di rapidità del contagio in america latina potrebbe essere drammaticamente sorprendente. Si può contare solo, e non è poco, sulla giovane età della popolazione media. È un continente con pessimi ospedali, con metropoli zeppe di gente che vive in condizioni di estrema povertà, ma non è un continente di vecchi. Si spera nella robustezza dei sistemi immunitari di ciascuno. Non è molto, ma è qualcosa.

Più clienti nei negozi, più online Conti 2019 il

Gruppo Migros mantiene la rotta in un contesto difficile Nel 2019 il Gruppo Migros si è concentrato maggiormente sulla sua attività principale e ha investito in un rapporto qualità-prezzo attrattivo per la clientela. il fatturato consolidato è salito a 28,683 miliardi di franchi (+0,8%). il risultato operativo (eBiT) prima degli aggiustamenti del portafoglio è migliorato del 5,5% rispetto all’anno precedente, attestandosi a 686 milioni di franchi. Nonostante le perdite dovute alla cessione del Gruppo Gries deco e di m-way, il Gruppo Migros ha realizzato un utile di 335 milioni di franchi (–29,6%). Con una crescita del 10% circa, ha mantenuto la sua posizione di leader del commercio online svizzero. attraverso il suo impegno sociale volontario, per esempio tramite il Percento culturale, ha sostenuto progetti nei settori della cultura, della società, della formazione, del tempo libero e dell’economia con 137 milioni di franchi. in relazione al coronavirus, il presidente della direzione generale della FCM Fabrice Zumbrinnen ha sottolineato che «i nostri collaboratori hanno svolto giorno e notte un lavoro straordinario per consentirci di adempiere al nostro mandato di approvvigionamento e per soddisfare l’aumentato fabbisogno della clientela a livello di derrate alimentari e prodotti di uso quotidiano. Voglio dunque ringraziare di cuore tutti i collaboratori del Gruppo Migros in Svizzera e all’estero.» Nel 2019 il Gruppo Migros ha esaminato il suo portafoglio aziendale e ha concentrato la sua strategia sull’attività principale. il processo di adeguamento del portafoglio nel settore non food è stato concluso con successo in pochi mesi con la vendita del Gruppo Gries deco, delle filiali interio, di m-way e di Globus. Grazie a queste vendite Migros è in grado di investire in modo più mirato là dove porta a maggiori benefici per la clientela. Migros intende infatti semplificare la spesa sia online sia nei punti vendita collegando così questi due ambienti di acquisto senza soluzione di continuità. La popolazione svizzera può contare sul fatto di trovare da Migros il miglior assortimento, in modo semplice e comodo, a prezzi concorrenziali. ancora una volta, nel 2019 più persone hanno effettuato acquisti presso Migros. L’affluenza dei clienti è aumentata dello 0,8%, raggiungendo i 353 milioni di acquisti effettuati. (il comunicato per esteso è visibile su www.azione.ch)

Coronavirus, Migros ticino fa la sua parte! da pagina 1

Penso di poter dire che tutti i colleghi hanno fatto un lavoro eccezionale: sia quelli che operano al fronte nei supermercati sia quelli nelle retrovie, che hanno assicurato la fornitura della merce (magazzini, commissionamento e distribuzione) senza dimenticare l’indispensabile supporto informatico e amministrativo, e i collaboratori impiegati nei settori che hanno dovuto interrompere l’attività ma che si sono messi a disposizione per aiutare a smaltire il picco di lavoro nelle filiali alimentari. Trovo che in questo frangente molto impegnativo il team di Migros Ticino abbia dimostrato ancora una volta molta professionalità e un impegno eccezionale. da parte mia non posso che esserne molto orgoglioso e prego chi mi legge e condivide questa mia valutazione di esternarla quando potrà ai miei colleghi, sono sicuro che farà loro molto piacere! / LE


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Politica e economia

Scenari economici globali

newsletter della pandemia – 1. parte dalla disoccupazione record e dalla voglia di Trump di tornare

alla normalità per Pasqua, al lento ritorno della libertà vigilata di Xi a Wuhan

La stazione Grand Central Terminal di New York appare surreale. (aFP)

Federico Rampini Cinquemila miliardi di dollari: è la dimensione delle manovre di spesa pubblica decise a livello globale, per attutire lo shock della pandemia e delle misure restrittive che paralizzano l’attività. L’annuncio a effetto esce da un summit virtuale del G20. Lo slogan usato rievoca la celebre frase di Mario draghi durante la crisi dell’eurozona, i leader s’impegnano a fare «whatever it takes», tutto ciò che sarà necessario, per superare la pandemia. Lo sforzo è di mostrare un livello di cooperazione paragonabile a quello sfoderato dal G20 dopo la crisi finanziaria del 2008-2009.

Quale capitalismo uscirà da questa grande crisi? C’è chi parla di un ritorno di socialismo Non è chiaro se dietro la solenne proclamazione ci siano volontà politiche e comportamenti concreti all’altezza della sfida. Uno dei test sarà sulla promessa dei leader di assicurare la libera circolazione di apparecchiature mediche e farmaci a livello mondiale, in una fase in cui alcuni produttori (Cina, india, Germania) hanno dato la priorità ai bisogni domestici. Sulle azioni dei governi che hanno vietato l’export di apparecchi respiratori e medicinali il G20 ha detto che «le misure di emergenza per proteggere la salute saranno mirate, proporzionali, trasparenti, e temporanee». Lodevole impegno che andrà verificato nei fatti: l’india sembra muoversi nella direzione opposta. al totale di cinquemila miliardi di dollari il G20 è arrivato addizionando tutte le manovre di spesa pubblica varate o in corso di approvazione nei paesi membri, per fronteggiare l’emergenza sanitaria, erogare nuovi aiuti ai disoccupati e alle imprese in difficoltà. È un’addizione di entità non sempre omogenee, include sia pagamenti diretti ai cittadini, sia prestiti che le imprese dovranno rim-

borsare in futuro. donald Trump ha lanciato un’altra cifra, seimila miliardi di dollari che gli Stati Uniti da soli mettono in campo. Questo totale risulta il triplo della manovra di spesa pubblica varata a Washington, perché Trump ha voluto includere anche la nuova liquidità emessa dalla Federal reserve. La banca entrale Usa, attraverso accordi di swap con altre banche centrali, sta pompando dollari per garantire l’ordinato funzionamento dei mercati mondiali, come fece dopo la crisi del 2008-2009. Se al G20 è prevalso il linguaggio della cooperazione, sullo sfondo rimangono delle tensioni: fra Stati Uniti e Cina sulle responsabilità della pandemia, fra russia e arabia saudita sulle quote di produzione petrolifera e la guerra dei prezzi. America

in una sola settimana sono aumentati di tre milioni i senza lavoro ufficiali negli Stati Uniti, sono 3’283’000 gli americani ad aver presentato richiesta dell’indennità di disoccupazione. Lo shock da pandemia – o per la precisione, le misure di restrizione alla mobilità decise per contenerla – hanno inflitto un tale danno al mercato del lavoro, da polverizzare il record storico della «peggior settimana», che risaliva all’ottobre 1982 quando in una sola settimana i disoccupati americani aumentarono di 695’000 unità. Come non bastasse, quella cifra di quasi 3,3 milioni in realtà sottostima la vera entità dei senza lavoro, perché registra solo quelli che possono fare domanda dell’indennità di disoccupazione: ne sono esclusi i lavoratori della cosiddetta «gig economy» cioè i precari con contratti part-time o a tempo determinato; ed è una categoria dove i licenziamenti stanno arrivando in massa. È finita di schianto un’epoca durata un decennio, un periodo di eccezionale lunghezza nella crescita americana e aumento dell’occupazione. Quel periodo vide 113 mesi consecutivi di creazione netta di nuovo lavoro e un tasso di disoccupazione sceso al 3,5% cioè il minimo da mezzo secolo. Nella manovra anti-crisi varata a Washington 954 miliardi di dollari

andranno in sussidi diretti, prevalentemente alle famiglie sotto forma di assegni d’integrazione del reddito, indennità di disoccupazione, ma anche aiuti agli Stati e sgravi fiscali; in questo capitolo rientrano 32 miliardi di trasferimenti ai settori più colpiti come il trasporto aereo. Una tranche di 849 miliardi è fatta di prestiti agevolati, aiuti alle imprese. 17 miliardi sono riservati a imprese strategiche per la sicurezza nazionale, dove la parte del leone la farà Boeing. «entro Pasqua voglio riesaminare la situazione e allentare le restrizioni», così Trump affaccia l’ipotesi di una quarantena breve per gli americani. in realtà le limitazioni vengono decise dai governatori degli Stati Usa; la frase conferma che il presidente teme «una cura peggiore del male» se l’america finisce in una depressione. La banca JP Morgan Chase nel secondo bimestre vede un tracollo del 30% per il Pil americano, senza precedenti nella storia, e una disoccupazione triplicata al 13%. Scommettendo su una ripresa a forma di «V», cioè un rapido recupero nella seconda metà del 2020, l’anno si chiuderebbe secondo questa previsione con una discesa del Pil pari a meno 2,4%. Brutale perché rappresenta un arretramento di cinque punti del Pil rispetto al trend pre-Covid, eppure ottimista, perché presuppone una durata breve della paralisi da pandemia. Tra i «vincitori» della situazione ci sono i big del commercio online e delle consegne a domicilio Walmart (+150’000 assunzioni) e amazon (+100’000 assunzioni). ai beneficiati dal boom di acquisti-accaparramenti di alimenti, medicinali e prodotti per la casa, si aggiungono la catena di farmacie-drugstore Cvs e tanti altri operatori della grande distribuzione (dollar General, 7-eleven): il «Wall Street Journal» stima che questo settore assumerà 500’000 lavoratori nelle prossime settimane. Asia

L’annuncio di una levata di restrizioni sulla libertà di movimento a Wuhan e nella provincia circostante dello Hubei è un segnale che sembra confermare lo spettacolare miglioramento sul

fronte cinese. Meno rassicurante è la conferma che Pechino intende espellere corrispondenti delle tre maggiori testate americane, «New York Times», «Washington Post», «Wall Street Journal»: la qualità della nostra informazione su quanto accade in Cina continua a deteriorarsi. inoltre bisogna fare attenzione ai dettagli sul «cessato allarme» nel focolaio originario dell’Hubei. La data annunciata per il ripristino della circolazione fra lo Hubei e le altre provincie è l’8 aprile; però da quel giorno potrà riprendere a spostarsi solo chi ha le carte in regola sul suo stato di salute. Ciascun cittadino avrà le informazioni sanitarie riassunte nel suo codice Qr (l’identità digitale che ciascun cinese ha sul suo smartphone, associata all’indirizzo di social media, per esempio Weixin-WeChat) facilmente consultabile dalla polizia. il Grande Fratello cinese continua la sua avanzata spettacolare: dovremo adattarci un giorno anche noi? Chi mostra di avere davvero fiducia nella normalizzazione cinese, sono i piccoli risparmiatori. La buona performance delle Borse cinesi è dovuta in gran parte a loro: milioni di cittadini sono tornati a usare perfino il credito bancario (abbondante e a tassi ridotti) per speculare in Borsa scommettendo sulla ripresa. Tra gli effetti di lungo periodo di questa crisi, con cui avremo a che fare quando ne saremo usciti, ci sarà un ritorno alla grande del capitalismo di Stato in Cina: il settore privato ne uscirà ridimensionato, visto che la risposta di Xi Jinping è affidata al dirigismo e punta sul ruolo delle imprese pubbliche. europa

Non deve illudere la sospensione del Patto di Stabilità, che equivale a dire a chi sta affogando: finalmente sei libero di nuotare, arrangiati da solo. il vero scontro è quello sui Coronabonds, la cui emissione potrebbe finanziare uno sforzo comune contro l’epidemia, contro la recessione, e per aiutare i paesi più colpiti. Ma contro i Coronabond per adesso è scattata la Santa alleanza nordica: Germania Olanda e i soliti noti. il ministro tedesco dell’economia Peter altmaier dice: «invito alla cautela

quando vedo delle presunte nuove idee, concetti geniali che in realtà sono idee stravecchie, già scartate tanto tempo fa». il concetto zombie che lui sbeffeggia è quello degli eurobond, che rappresentano una forma di solidarietà di bilancio contro cui la resistenza tedesca è granitica come sempre. dunque l’epidemia non sta affatto rilanciando la solidarietà europea. il «Financial Times» ripropone una vecchia domanda: il settore bancario italiano è abbastanza forte per reggere lo shock del coronavirus? il quotidiano finanziario torna sulle solite debolezze: il peso dei titoli di Stato italiani nei bilanci delle banche, e l’inevitabile impennata delle sofferenze con i fallimenti di aziende. il «Financial Times» cita l’economista Lorenzo Codogno, che lavorò al Tesoro, secondo il quale «la situazione è disperata, e senza la BCe l’italia sarebbe già in default». Scenario futuro

Quale capitalismo uscirà da questa grande crisi? C’è chi parla di un ritorno di socialismo, per lo tsunami di spesa pubblica, sussidi alle imprese, salvataggi, nazionalizzazioni striscianti. intanto possiamo tenere un bilancio parziale sui vincitori provvisori di questa emergenza. Big Tech e la Silicon Valley sono in cima alla lista: tutta la rivoluzione del tele-lavoro, nonché il boom di consumi digitali forzati dal nostro isolamento casalingo, è manna dal cielo per questo settore. Microsoft registra +40% nell’uso delle sue piattaforme digitali per la collaborazione a distanza. Netflix ha visto aumentare lo streaming di film e serie tv del 35% in Spagna, del 66% in italia. La messaggeria Whatsapp ha raddoppiato il volume di traffico. Perfino apple riesce a conquistarsi un posto nell’elenco dei vincitori, malgrado il danno subito nella fabbrica cinese dove la Foxconn assembla i suoi iPhone: apple compensa dal lato dei servizi come lo streaming da apple TV. Google come apple trattiene la sua quota su ogni vendita di app che passa dai software android degli smartphone. da notare anche la rivincita di Facebook come piattaforma per l’informazione.


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Politica e economia

tempi duri per i «whistleblower»

Libertà di denuncia Secondo il parere delle Camere federali non meritano una protezione particolare Enrico Morresi L’avremmo trovato. Chi? Un santino cui assegnare il patronato spirituale dei «whistleblower», i coraggiosi che sfidano il potere per rendere noto quel che in uno Stato liberale e democratico non dovrebbe rimanere nascosto. È l’oftalmologo cinese di 34 anni, Li Wenliang il quale, constatate le prime infezioni da «coronavirus», aveva avvertito l’ospedale in cui lavorava e dato l’allarme su internet. Contagiato lui pure, è morto il 7 febbraio. L’allarme da lui dato risaliva al 30 dicembre: fosse stato ascoltato, forse oggi si sarebbe meglio armati per arginare la diffusione del contagio. Quel poveraccio, denunciato alla polizia, fu accusato di «perturbare l’ordine sociale» e diffidato a smetterla. Si sa come è finita, per lui e per migliaia di altre persone, purtroppo. Santini a parte, si deve constatare che il cielo si è tutt’altro che rischiarato per i coraggiosi protagonisti delle rivelazioni politicamente più delicate. il soldato Chelsea Manning, che denunciò gli orrori della guerra condotta dagli Stati Uniti in irak, vegeta tra una prigione e l’altra del suo Paese. edward Snowden, il funzionario dei servizi segreti che rivelò a tre giornalisti i retroscena dello spionaggio universale organizzato dalla Cia, da sette anni è confinato a Mosca dove ha ottenuto asilo politico. L’america non può punire i giornalisti, per il principio costituzionale che vieta qualunque limitazione della libertà di stampa, ma perseguita chi li informa: è il caso di Julian assange, l’inventore della rete WikiLeaks, detenuto in Gran Bretagna dove attende di sapere se la magistratura di sua maestà lo ritiene meritevole di estradizione come un volgare delinquente. Con la sua rete, assange dovrebbe essere considerato un editore, uno che pubblica le notizie che i giornalisti gli danno da stampare o da

Glenn Greenwald, al centro, gode di un ampio sostegno in Brasile. (Keystone)

mandare nell’etere (come si diceva una volta). Giornalisti senza editori non ne esistono: la libertà degli uni presuppone la libertà degli altri. O no? dal suo esilio moscovita, Snowden ha recentemente attirato l’attenzione sulla persecuzione in atto in Brasile contro Glenn Greenwald, il giornalista del «Guardian» al quale confidò i segreti della Cia. Molti ricorderanno CitizenFour (Premio Oscar per il documentario nel 2015), alcuni hanno letto la sua autobiografia: Errore di sistema, pubblicata da Longanesi: Greenwald risiedeva già, all’epoca di quella denuncia, in Brasile: collaborava al «Guardian» ma non si occupava degli Stati Uniti né dava fastidio alla politica del Paese che lo ospita. Oggi conduce inchieste sulla corruzione delle alte sfere dell’esercito e della politica brasiliana e perciò lo si accusa di «cospirazione criminale». Snowden scrive che Greenwald ha un nemico potente: il giu-

dice Sergio Moro, oggi ministro della giustizia, che ha intentato il processo contro l’ex presidente Lula da Silva. È dunque finita per i «whistleblower», visto com’è andata per molti di loro che hanno avuto il coraggio di metter fuori la faccia? Non è detto (lo dimostra la rivelazione – nuovamente opera di uno di loro – del ricatto contro l’Ucraina operato da Trump per screditare un concorrente politico), ma il sistema mediatico ne ha già tratto le conseguenze e ha creato un’agenzia, con sede negli Stati Uniti, di cui sono azionisti i principali giornali e agenzie del mondo. Si chiama «Consorzio internazionale del giornalismo d’inchiesta» (iCiJ), vi collaborano 267 giornalisti di 95 testate e di 67 Paesi. Se tu passi attraverso i giornalisti (e i giornalisti, forti del segreto professionale giuridicamente riconosciuto, ti proteggono) la sicurezza cresce: così il «New York Times» non poté venire incriminato, negli anni Sessanta, benché

avesse pubblicato i «Pentagon Papers», in cui c’era la prova che l’incidente del Golfo del Tonchino, nella guerra del Vietnam, era stato, diciamo così, provocato. Ovvio che l’agenzia debba lavorare con metodi corretti, per cui, individuato il mascalzone di turno, lo deve interpellare per sentire se vuole dire la sua. Così hanno funzionato i «Panama Papers»: la denuncia – con nomi, cognomi e indirizzi, tutti singolarmente verificati – di un gran numero di evasori del fisco; oppure i «Paradise Papers»: la prova che le grandi multinazionali – Facebook, Nike, apple – sottraggono almeno il 40 per cento dei loro profitti delocalizzandoli nei paradisi fiscali; o più di recente la denuncia delle ruberie della figlia del presidente storico dell’angola – uno dei Paesi più poveri del mondo – aiutata a nascondere il maltolto da imprese e studi di avvocatura e di consulenza di mezzo mondo, Svizzera compresa. La Svizzera è rappresentata in questo con-

sorzio dal «Tages-anzeiger» di Zurigo, che ha istituito una redazione «ad hoc» con sede a Berna. Ma non si era detto che i Paesi democratici stavano provvedendo in qualche modo alla protezione dei «whistleblower», capita l’utilità di offrire al denunciante onesto una qualche garanzia? esiste una direttiva approvata il 7 ottobre 2019 dal Consiglio dell’Unione europea, che gli Stati membri hanno tempo fino al 17 dicembre 2021 per recepire nel diritto nazionale. Molti Stati europei, del resto – compresa l’italia – avevano già approvato norme a riguardo. e la Svizzera? Purtroppo, i tentativi del Consiglio federale (a partire dal 2014) perché «violazioni della legge e irregolarità non vanno taciute ma segnalate ai datori di lavoro e alle autorità, nell’interesse dell’economia e della società» (era comunque escluso il ricorso ai media…) non sono piaciuti alle Camere, che il 5 marzo scorso hanno affossato definitivamente il progetto. Meravigliarsi, allora, che qualche giornale si immischi? Riferimenti

documenti dell’assemblea federale. Espionage charges against Assange are a «terrifying» threat to press freedom, by Jon allsop, «Columbia Journalism review», 24 maggio 2019. Un lanceur d’alerte dénonce une tentative de dissimuler la téneur de la conversation entre Trump e Zelenski, «Le Monde», 28 settembre 2019. Au Brésil, un coup dur pour la liberté de la presse, di edward Snowden, «Le Monde», 1. febbraio 2020. La mort d’un médecin lanceur d’alerte crée l’émoi en Chine, «Le Monde», 8 febbraio 2020. Paradisi fiscali, i progressi non scagionano la Svizzera. Comunicato di alliance Sud, 17 febbraio 2020, citato dal «Corriere del Ticino» del 18 febbraio.

Libra e 2020: l’anno della moneta digitale di Facebook?

Politica monetaria i prossimi mesi si prospettano decisivi, sebbene le incognite siano ancora molte Edoardo Beretta Non è semplice – visto il susseguirsi degli eventi – scrivere di questi tempi del progetto di moneta digitale (Libra) lanciato da Facebook a giugno 2019, che stando alle previsioni iniziali avrebbe visto la nascita nel 2020. Ma come funzionerebbe Libra? La moneta virtuale del social network più noto al mondo intende poggiare sulla tecnologia Blockchain (su cui Bitcoin e le

altre criptovalute già oggi si basano) e configurarsi come forma alternativa di moneta accettabile a livello globale oltre che utilizzabile da un numero quanto più elevato di utenti. inoltre, Libra vuole essere configurata come stablecoin, cioè moneta digitale la cui stabilità vuole essere garantita da una serie di attività a bassa volatilità così da mantenerne una quotazione quanto più stabile nei confronti del dollaro statunitense. attualmente, come specificato nel White Paper

Alcuni dati sulle principali criptovalute*

Criptovalute

Prezzo

5. 6. 7.

Bitcoin SV Litecoin Tether

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che stabilisce le modalità principali di funzionamento della stessa, il cambio sarebbe di una Libra a 1,0493 dollari statunitensi. Se da un lato è sì arduo entrare nel merito delle notizie susseguentisi nell’arco delle settimane più recenti in termini di nuovi interessati al progetto ed altrettanti dinieghi incassati, dall’altro è più agevole esprimersi di più sui motivi per cui debba vigere scetticismo nei confronti dell’iniziativa. il primo motivo è (alla stregua di ogni altro mezzo di pagamento digitale di emissione privata circolante in parallelo alla moneta a corso legale) che nessun soggetto economico possa creare ricchezza dal nulla, cioè mediante la semplice creazione del proprio strumento di pagamento da utilizzarsi a «sdebitamento finale» in una transazione commerciale/finanziaria. Se si ipotizzasse il contrario, cioè si favoreggiasse l’opportunità dell’esistenza di più monete su un territorio nazionale emesse da soggetti economici influenti come i colossi del web, si legittimerebbe di fatto il ritorno al «Medioevo monetario» quando i «signori» – il termine «signoraggio» deriva proprio da tale pratica – battevano la propria moneta in quanto in una posizione di forza. anche laddove alcune banche centrali si siano comportate in modo monetariamente scorretto in passato, cioè abbiano fatto uso dell’emissione monetaria in eccesso rispetto alle risorse reali disponibili o di produ-

zione futura, ciò non legittimerebbe a perpetuare (o espandere) un principio errato. È altresì legittimo interrogarsi sul motivo – di diversificazione, forse? – per cui un risparmiatore/investitore dovrebbe detenere Libra anziché dollari statunitensi. Nel contempo, il fatto che con un’unità di Libra si dovrebbe potere acquistare più di un dollaro statunitense (cfr. tasso di cambio sopra), potrebbe permettere a Facebook tramite una serie di operazioni valutarie di guadagnare da ciascuna Libra emessa. al di là, però, di considerazioni sui meccanismi di funzionamento – su cui molto altro si potrebbe scrivere e prima ancora apprendere – non si può non rimanere stupiti dinanzi alla superficialità o scarsità di argomentazioni di rilievo sostanziale, con cui il tema (anche a livello di banche centrali) stia venendo affrontato. ad esempio, non si tratta di definire in che termini le monete digitali debbano essere consentite: si tratta, piuttosto, di esprimere – senza se e senza ma, a parere dello scrivente – un secco njet ad ogni iniziativa privata (cfr. criptovalute) di tal genere, fra cui quelle di grandi gruppi aziendali, in quanto foriere dello scardinamento di una conquista sociale utile e rilevante come quella del monopolio dell’emissione monetaria in capo alla sola banca centrale (ed alle banche commerciali ad essa affiliate, che sono comunque pur sempre tenute ad emettere un’unità di pagamento nazio-

nale comune). Ogni altra considerazione possibilistica rischia di creare le premesse non soltanto per una pericolosa deriva, in cui il più forte tornerebbe ad essere abilitato a battere moneta, ma rischierebbe anche di gettare i semi di una nuova bolla finanziaria già in partenza a carattere transfrontaliero, essendo i detentori di tali strumenti strutturalmente già sparsi nel globo. Se si considera del resto che un’oncia d’oro (31,1035 grammi), cioè del metallo per antonomasia considerato «prezioso», prezza attualmente circa 1.483,40 € mentre un’unità della criptovaluta più nota (Bitcoin) ben 9.119,30 € (ovverosia più di sei volte), non è difficile sostenere che nel settore finanziario sia ancora una volta in atto un trend dalle conseguenze potenzialmente destabilizzanti. il punto non è, infatti, che la domanda sui mercati finanziari debba essere libera di estrinsecarsi cosicché il prezzo di un’attività scambiata possa determinarsi. È, piuttosto, che la sproporzione di quotazione oltre che di valore intrinseco è tanta e tale da costituire già ora un «campanello d’allarme», che altrettanto puntualmente non verrà sentito. nota

* elaborazione propria sulla base di dati del 15 febbraio 2020 tratti da: https://coinmarketcap.com/de/all/ views/all/.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

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Politica e economia

Siamo sempre più pendolari

tendenze Le distanze tra domicilio e luogo di lavoro aumentano e quindi anche i tempi del viaggio.

Tra i motivi della scelta i costi delle abitazioni nei centri, ma anche lo stile di vita in periferia

Ignazio Bonoli La crisi pandemica provocata dal Coronavirus sta costringendo aziende private e pubbliche ad adottare, tra l’altro, in sempre maggior misura, il sistema del lavoro a domicilio. Una delle prime ad applicarlo su larga scala è stata l’italia che, dopo aver adottato il solito termine anglofilo, è passata al più poetico «lavoro agile». il passaggio è ovviamente favorito dal progressivo estendersi della rete informatica e dall’uso sempre più ampio che ne viene fatto. Ma questa mossa, costretta dalle circostanze, potrà avere un seguito così intenso anche dopo il periodo di crisi? La domanda sorge spontanea in concomitanza con la pubblicazione annuale del Credit Suisse sul mercato immobiliare in collegamento proprio con l’intenso movimento di pendolari in Svizzera. Parecchi di questi dati riprendono del resto quelli pubblicati lo scorso anno dall’Ufficio federale di statistica che segnalavano il movimento di un totale di 4,8 milioni di pendolari, di cui 800’000 per motivi di studio e 4 milioni per lavoro. Quindi, per la statistica, il 90% dei lavoratori sono pendolari, nel senso che ogni giorno lasciano il domicilio per recarsi al lavoro. il 29% si muove nell’ambito del comune di domicilio, il 71% lavora fuori dal comune di domicilio e di questi il 20% anche in un altro cantone. dati questi che derivano da importanti cambiamenti nel mondo del lavoro, cambiamenti che si riflettono

anche sulla scelta del luogo di lavoro e rispettivamente di domicilio. Lo ha approfondito anche lo studio del Credit Suisse. Per esempio si constata che molti si rendono conto che luogo di domicilio e luogo di lavoro sono talvolta molto distanti fra loro. Tuttavia molti, in caso di cambiamento di lavoro, prediligono la scelta del posto di lavoro piuttosto che il luogo di residenza della famiglia. Non mancano nemmeno i casi in cui marito e moglie lavorano in due luoghi diversi. La quota delle donne sul totale dei pendolari è aumentata da circa il 30% di trent’anni fa al 50% di oggi. e questo benché oggi nel bilancio tra famiglia e lavoro sia preminente la vita privata rispetto a quella lavorativa. Per esempio chi è proprietario dell’abitazione in cui vive tende a scegliere il posto di lavoro nello stesso comune, quando è costretto a cambiare lavoro. a questo gruppo appartengono spesso coloro che sono costretti a compiere lunghi viaggi per recarsi al lavoro. Ultimamente il loro numero è parecchio aumentato. Coloro che cercano un’abitazione pongono l’accento soprattutto alla scelta di un’abitazione adeguata e a quale costo. La maggior parte dei posti di lavoro sono situati nei centri, proprio laddove la scelta di un’abitazione adeguata è più difficile, anche perché le nuove costruzioni sono piuttosto rare. Per contro se si osserva la situazione lontano dai centri, si vede una buona disponibilità di nuove abitazioni con prezzi moderati. Si comincia a tener conto del movi-

Secondo l’Ufficio federale di statistica, ogni giorno in Svizzera si spostano 4,8 milioni di persone, di cui 4 milioni per motivi di lavoro. (Keystone)

mento pendolare anche nella pianificazione di zone abitative. Questo spiega in buona parte il grande sviluppo di quartieri densamente abitati anche nelle periferie. Questi sviluppi divergenti tra centri e periferie sono evidenziati nello studio del Credit Suisse, in particolare nelle costruzioni divise in proprietà per piani. a proposito di prezzi si nota per esempio che un appartamento di 110 mq con quattro locali costa nella città di Zurigo 1,73 milioni di franchi, mentre a Weinfelden (TG), a distanza di 50 minuti di treno, costa soltanto 700’000 franchi. il fenomeno si estende anche a città più piccole e più vicine, come aa-

rau (25 minuti, 850’000 franchi) oppure Sciaffusa o Wil (SG) con 40 minuti di treno dalla stazione centrale di Zurigo e un costo di circa 800’000 franchi. La situazione è analoga, con altre dimensioni, anche in Ticino. Per esempio Lugano perde popolazione, mentre ne guadagnano le periferie (magari fino a Bellinzona). L’apertura della galleria ferroviaria del Ceneri, con la riduzione dei tempi di percorrenza, accentuerà probabilmente il fenomeno. altri criteri sono però importanti nella scelta del luogo di domicilio. Per le famiglie benestanti sicuramente le imposte e anche le possibili deduzioni

fiscali, tra cui quelle dei costi dei trasporti. Vi sono anche imprese che contano il tempo del viaggio come tempo di lavoro. Con una media di 1 ora e 2 minuti (andata e ritorno di 30 chilometri) la Svizzera è nella media internazionale dei pendolari. Questa statistica non tiene conto dei frontalieri che in Svizzera sono saliti a 325’000 (68’000 dall’italia). Cifre che vengono ad aggiungersi a quelle degli Svizzeri, aumentando in Svizzera il movimento pendolare a livelli molto elevati, in particolare nelle cosiddette ore di punta. anche l’attuale epidemia avrà qualche concreta ripercussione su questi movimenti? annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Politica e economia rubriche

il Mercato e la Piazza di angelo rossi Pandemia e economia Chi segue, con parecchio patema, il susseguirsi delle notizie sull’evolversi della pandemia di Coronavirus e sugli sviluppi delle politiche per frenarne la diffusione e limitarne le conseguenze negative, si sarà accorto che nel discorso mediatico, al di là delle statistiche su infettati, guariti e morti, emergono due dimensioni essenziali. La prima di queste è la dimensione sanitaria che, attualmente concerne in particolare la questione del rapporto tra aumento del numero dei pazienti affetti dalla malattia e limitate capacità in materia di infrastrutture e di personale specializzato da parte del settore ospedaliero. da qui il ricorso, in diversi paesi e anche da noi all’esercito come risorsa di complemento straordinaria. L’altra dimensione che desta particolare preoccupazione è quella economica.

da quando il virus ha cominciato ad apparire sulla scena internazionale ci siamo resi conto che la sua diffusione avrebbe avuto un costo economico enorme. in Cina, la seconda economia mondiale come potenziale di produzione, il Coronavirus ha bloccato praticamente la produzione per quasi tre mesi. adesso sta riprendendo ed è auspicabile, in particolare per le economie del resto del mondo che, in un modo o nell’altro, dipendono tutte dal gigante cinese, che riprenda il più rapidamente possibile. Tuttavia la ripresa dell’economia cinese non consentirà di rilanciare, ancora per qualche mese, le economie occidentali e quella giapponese perché le stesse, attualmente, in fatto di diffusione della pandemia, si trovano nell’occhio del ciclone. a differenza di quello che succede in una normale recessione

dell’economia mondiale dove il declino e la ripresa si manifestano in tutte le economie maggiori in modo quasi simultaneo, nel caso della recessione da coronavirus il ritorno al bel tempo (si fa per dire) si manifesterà con i ritardi dovuti al modo nel quale la pandemia si è diffusa nel mondo. il sud-est asiatico, la zona nella quale la pandemia si è avviata, sarà la regione nella quale per prima si manifesterà la ripresa. Seguiranno poi, con settimane o addirittura mesi di ritardo l’europa e gli Stati Uniti. a livello di congiuntura economica mondiale la conclusione di questo ragionamento è abbastanza evidente. il 2020 sarà un anno di recessione e la recessione sarà tanto più dura quanto più a lungo durerà la pandemia. Nessuno è in grado, attualmente, di prevedere quanto lungo potrà essere questo periodo.

Tuttavia questo non scoraggia gli specialisti dello studio della congiuntura che, quasi giornalmente, cominciano ad avanzare previsioni sull’impatto che la pandemia potrebbe avere. a questo proposito è utile ricordare che prima dello scoppio della malattia i maggiori istituti di previsione già anticipavano, per il 2020, una diminuzione del tasso di crescita del Pil, che avrebbe potuto variare, rispetto al 2019, tra un decimo di percento e mezzo punto percentuale, per Stati Uniti, Unione europea, Giappone, e Cina. Nonostante queste diminuzioni il tasso di crescita per il 2020 sarebbe restato positivo variando tra lo 0,4% del Giappone e il 5,8% della Cina. L’economia svizzera, invece, non avrebbe dovuto seguire la tendenza al declino. il tasso di crescita del Pil sarebbe aumentato da 0,9% del 2019 a

1,7% nel 2020. Ora, con la pandemia in pieno sviluppo, possiamo gettare queste previsioni nel cestino della carta straccia. Gli osservatori dell’andamento congiunturale stimano attualmente che l’economia mondiale subirà, nel 2020, una recessione. Ciò significa che, per almeno tre trimestri, il tasso di crescita del Pil sarà negativo. Per l’economia mondiale si anticipa, per il 2020, una diminuzione del Pil di almeno lo 0,4%. Per le economie europee, e quindi anche per quella della Svizzera la diminuzione sarà più forte. Stime pubblicate un paio di settimane fa davano una recessione pari all’1,3% a livello nazionale e all’1,6% per il Ticino. Sono solamente le prime indicazioni. alla fine l’ampiezza della recessione dipenderà, come si è già detto, dalla lunghezza del periodo di pandemia. Facciamo gli scongiuri!

ancora di più vista la dipendenza diretta tra paesi – se le misure restrittive sono applicate a macchia di leopardo, i tempi dell’emergenza si allungano. Macron ha appena allargato il suo comitato scientifico, accogliendo nuove figure e soprattutto agevolando l’interazione: dopo l’iniziale leggerezza (mista a cinismo: nessuno voleva sacrificare l’interesse economico) il presidente ha iniziato a fare sul serio, la sua popolarità aumenta ma il costo del suo ritardo si potrà stimare soltanto tra qualche mese. in america, ha avuto molta risonanza il duo anthony Fauci-deborah Brix, gli epidemiologi che hanno partecipato alle conferenze stampa della task force anti pandemia messa in piedi dall’amministrazione Trump – le loro mani e i loro commenti a labbra serrate mentre il presidente faceva le sue improvvisazioni resteranno nella storia. Fauci e la Brix sono diventati per qualche giorno la faccia

della risposta del governo americano: pacati e molto diretti nel dire «state a casa». il lavoro di questi esperti si fonda su una serie di tabelle che sono state aggiornate fin dallo scoppio dell’epidemia in Cina – o meglio: fin da quando i cinesi ci hanno avvertito: se lo avessero fatto soltanto tre settimane prima, secondo uno studio dell’Università Southampton inglese, non ci sarebbe stata l’emergenza globale – e che mostrano come si evolve il contagio nei vari paesi. L’aggiornamento costante è fatto da un giornalista del «Financial Times», John Burn-Murdoch, che ogni giorno fa un’analisi comparata dei paesi «ritardatari» rispetto alla Cina, alla Corea del sud, al Giappone e all’italia, che sono considerati i primi casi (l’italia ha una rilevanza maggiore perché ha più elementi simili agli altri paesi occidentali, sia a livello sistemico sia a livello culturale). Questa

analisi è fondamentale perché segna la linea del tempo della crisi, permette di capire l’efficacia delle strategie applicate e gli andamenti diversi: se non fosse per questa linea del tempo, molti paesi sarebbero ancora convinti che ci sia un’alternativa all’isolamento. i tempi di apprendimento – reagire velocemente e con credibilità – sono invece una faccenda del tutto politica: gli esperti arrivano fin qui, poi tocca ai capi di governo. Che in alcuni casi sono già infastiditi dal troppo potere degli scienziati: se si ascoltano i trumpiani, per dire, quindi Fox News, l’insofferenza è molto evidente. Ma poi per fortuna al Congresso si approva uno stimolo economico enorme e soprattutto la competenza passa dagli esperti delle accademie a quelli sul campo: è in corso una grande riconversione aziendale in molti paesi, proprio come avviene nelle guerre, quando si vuole vincerle.

non si ripetesse, o comunque assumesse proporzioni meno preoccupanti. Fu così elaborato un programma che aveva come obiettivo strategico una semi-autarchia alimentare della Confederazione: ogni appezzamento, ogni aiuola, ogni parco doveva esser messo a coltura: patate, rape, barbabietole, zucche, cetrioli, carote eccetera. Le zolle scavate e rivoltate fornivano un doppio contributo: all’auto-sufficienza e allo spirito di resistenza, all’interno di una concezione della difesa nazionale che vedeva protagonisti, da un lato, gli agricoltori, e dall’altro, lungo la linea di frontiera, i cittadini in grigioverde. a tale «riarmo morale» dava una mano notevole l’ideologia rurale che aveva accompagnato la formazione dello Stato federale fin dall’Ottocento, ovvero l’idea che nell’animo di ogni svizzero albergasse una vocazione contadina. il piano Wahlen permise di raddoppiare le superfici coltivate, elevando il grado di auto-approvvigionamento dal 52% al 59%. Non fu tuttavia possibile raggiungere gli obiettivi auspicati, ossia avvicinarsi ad una coper-

tura capillare dei bisogni interni, di alimentari e di combustibili. Neppure l’introduzione dell’obbligo lavorativo per tutti gli svizzeri, maschi e femmine, dai 16 ai 65 anni e i ferventi appelli alla gioventù del generale Guisan riuscirono a colmare i vuoti generati dal calo dell’import. Nel secondo dopoguerra, l’economia e la società si sono via via allontanati dall’orizzonte rurale per imboccare la strada del terziario, la galassia dei servizi che ha reso gran parte degli attivi in questo settore un folto plotone di colletti bianchi, circondato da tecnologie pervasive e onnipresenti, e non soltanto negli uffici. Questo ha comportato un cambiamento radicale, una «mutazione antropologica» che ha fatto sparire non soltanto coltivi e alpeggi, falci e forche, ma anche conoscenze e manualità: quella «vita solida» che arthur Lochmann, filosofo e carpentiere francese, descrive magistralmente nel volume La lezione del legno, appena tradotto in italiano dalla casa editrice Ponte alle Grazie: «ho imparato a pensare materialmente servendomi delle mie mani e accettando il verdetto delle cose.

Ho imparato a pensare i miei gesti, ad anticipare le sequenze di lavoro, a considerare i progetti nella loro globalità sapendo che i problemi si rivelano nei dettagli, a fare e a non avere paura di sperimentare, a non puntare sul talento che brilla per un istante, ma su una certa forma di sforzo che si radica nel corpo». Lochmann non manca di citare richard Sennett, autore di uno splendido saggio sull’«uomo artigiano», un inno alla perizia, all’opera eseguita a regola d’arte, risultato di sapienza e intelligenza. il corredo tecnologico che fino a ieri ha colonizzato la nostra vita oggi ci soccorre, togliendoci dal confino in cui la pandemia ci ha gettato. Ma il domicilio coatto può servirci a rivedere il nostro rapporto con l’altro e con l’ambiente, a riscoprire capacità che il digitale ci aveva gentilmente sottratto, proiettandoci in una sorta di paradiso artificiale, dentro un’infinita rete incorporea ove tutto appariva facile e immediato. a portata di mano. Poco importa se questa mano aveva ormai perso ogni relazione con il mondo reale, con la materialità delle risorse naturali, dalla terra al legno.

Affari esteri di Paola Peduzzi Se non ci fosse la scienza il documento che ha cambiato la storia del coronavirus in Occidente è stato redatto da un team di virologi e statistici presso l’imperial College di Londra. il capo della squadra, il professore Neil Ferguson (che ha poi contratto il virus), ha spiegato perché il semplice rallentamento dell’epidemia avrebbe avuto un costo umano molto elevato – 260 mila morti soltanto nel regno Unito, più di un milione negli Stati Uniti – e quanto fosse necessario passare alla strategia della «soppressione» con l’isolamento più completo possibile. L’analisi di quel che è accaduto in italia è stata decisiva. Quel documento – venti pagine di modelli matematici e progressioni econometriche spiegate in modo molto chiaro e dal risultato evidente: chiudetevi in casa – ha fatto cambiare approccio al regno Unito, alla Francia e agli Stati Uniti nel giro di poche ore. il premier britannico, Boris Johnson, ha introdotto misure

restrittive – con molta reticenza – fino al blocco totale del Paese; il presidente francese emmanuel Macron ha fatto più o meno la stessa cosa, insistendo sulla retorica «siamo in guerra»; il presidente americano donald Trump ha pensato soprattutto al salvataggio economico, mentre la gestione concreta della pandemia è lasciata alle amministrazioni locali (degno di nota è il governatore dello Stato di New York, andrew Cuomo, il più rassicurante e amorevole di tutti; degna di nota è la governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, pragmatica e affettuosa, e nella rosa delle possibili vicepresidenti per il ticket democratico alla Casa Bianca). il prof. Ferguson è stato decisivo non soltanto per il valore del suo studio, ma perché si è coordinato con gli esperti di altri paesi, in un processo di collaborazione che per la ricerca è fondamentale sempre, in questo caso

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti Pensare con le mani La necessità, oggi nelle vesti di emergenza, aguzza l’ingegno. il virus ha risvegliato in ciascuno di noi abilità, inclinazioni, doti ch’erano rimaste in sonno. dai ripostigli e dalle cantine è uscito ogni tipo di attrezzo, vanghe cesoie rastrelli zappe; chi ha la fortuna di possedere un giardino o un orto ha riscoperto i benefici, anche terapeutici, della terra e le soddisfazioni dell’autoproduzione di ortaggi. Nelle case trasformate in rifugio mani prima abituate a stare in ufficio staccano tende, lavano vetri, tirano a lucido il parquet, compulsano ricettari. La pandemia ha rilanciato la domesticità, riportando lo sguardo sulle incombenze sempre differite per mancanza di tempo. Gli anziani – la fascia sociale oggi più vulnerabile – ricordano la campagna passata alla storia come «piano Wahlen», detta anche «battaglia dei campi». Fu promossa, nel 1939-40 dall’allora capo dell’Ufficio federale di guerra per l’alimentazione, l’ingegnere agronomo Friedrich Traugott Wahlen (poi diventato Consigliere federale anche sull’onda dei meriti acquisiti). L’idea di Wahlen era tanto

semplice quanto onerosa. alle spalle c’era l’esperienza della Grande Guerra del 14-18, con le gravi ristrettezze derivate dalla progressiva chiusura dei canali delle importazioni. Occorreva quindi provvedere affinché quel collo di bottiglia negli approvvigionamenti

Il padre della «battaglia dei campi», Friedrich Traugott Wahlen. (Keystone)


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

Cultura e Spettacoli Scrittori reclusi Come vivono la reclusione scrittrici e scrittori? Cosa vedono dalla finestra delle loro case? in Cartoline dalla quarantena tre di loro si raccontano

Fascinosa tecnologia a colloquio con il filosofo ticinese Fabio Merlini per parlare del suo nuovo libro sull’estetica triste pagina 37

in visita alla mostra... da casa Poiché la iV biennale dei Teatri d’art brut di Losanna è momentaneamente chiusa, dobbiamo accontentarci di sfogliarne il ricco catalogo pagina 39

pagina 35

nei giardini della vita

Pubblicazioni La nuova raccolta poetica

di Maria Grazia Calandrone

Guido Monti Maria Grazia Calandrone in epigrafe alla sua nuova raccolta titolata Giardino della gioia e uscita per la collezione Lo Specchio scrive, e dietro sembra arieggiare quell’indimenticabile titolo, Comizi d’amore, che Pier Paolo Pasolini diede a un suo film-documentario uscito nel 1965 sui costumi degli italiani: «Siccome nasce / come poesia d’amore, questa poesia / è politica»; e questa asserzione della poetessa tocca sottotraccia, anche se con accenti molto vari, le nove parti in cui è suddiviso il libro dalla prima, Io sono gli altri, titolo da cui è tratto il poemetto, già uscito per l’editore Stampa 2009, all’ultima, Rosso Roma. Calandrone ci fa subito intendere che la poesia, non può che venire dal profondo delle relazioni che costruiscono poi i gradini essenziali della vita e il Giardino della gioia che dà il nome anche al secondo capitolo del libro, cos’è se non un eden che si allunga profondo e lucente su ciò che siamo, ravvivando talvolta con l’oro della sua rammemorazione, il chiaroscuro della quotidianità: «… // volevo scrivere della gioia // l’odore del tuo fiato nel cuore / dell’estate // il morso / leggero dei tuoi denti proprio all’orlo / la luce della luna // getta nelle pozzanghere / il bianco degli astri». ecco che la scrittura della poetessa costruisce uno spazio dove la relazione con l’altro informa di sé tutto ciò che le è attorno; il paesaggio, i manufatti, le faune, parlano il linguaggio metafisico degli amanti, di esso si colorano. e certo questi quadri non ritraggono una istantanea ferma e sbiadita, ma appunto il picco lucente e sempre in movimento di ogni istante amoroso che è, che sarà, quella cosa dove tutti ci riconoscemmo, ci riconosceremo: «… // i nostri corpi / hanno retto al calore / della fusione // ora che siamo esposti / alla felicità // ogni altra parola / signi-

fica / grazie». ecco poi che d’un tratto queste figure, così presenti alla loro luce, vengono come abrase dalla vita, quasi si sfarinano tra un verso e l’altro, per tornare indistinte a far parte di quella grande idea d’amore mai astratta però, che percorre pagine acutissime: «… // L’ideogramma giapponese di amore esprime il concetto dell’anima umana come contenitore insufficiente per il sentimento amoroso. L’ideogramma giapponese di amore, come quello cinese, si pronuncia “ài”». Quell’amore come ci ricorda la poetessa citando dante «che move il sole e l’altre stelle» e che disgrega il tetro individualismo, la tetra immobilità di ognuno di noi. di questo alto sentire quindi Maria Grazia Calandrone, ci ha voluto donare la verità che racchiude il nocciolo poetico. Ma l’originalità del Giardino della gioia è anche far crescere nel verso, man mano che si avanza, delle antinomie; difatti la febbre d’amore diviene se inarrestabile, patologia e a ragione è chiamata, già nel titolo del quinto capitolo, Il disamore. Quella relazione non più aperta all’altro ma chiusa nei fantasmi interiori, nelle fobie della devianza comportamentale, che vira verso il puro solipsismo. Si riaffacciano dunque i fantasmi delle cronache lontane ma sempre così attuali: Pietro Maso, Maria e Massimo Geusa, Nadia Frigerio e tanti altri che si fanno carnefici dei propri cari, siano essi mogli, mariti, fratelli, bambini, genitori; e questo avvicinamento davvero straniante, dell’amore celeste per profondità d’intenti con quello sulfureo, vagante, nel fuoco dei gironi infernali, è attuato con velocità inaudita da una pagina all’altra. Quasi si intuisce che ogni relazione potrebbe viaggiare nel celeste, ma chissà per quanto. Le declinazioni delinquenziali delle figure che si susseguono, non è dato sapere quanto dipendano dalla società malvagia e quanto dal dispiegamento de-

La poetessa milanese Maria Grazia Calandrone. (Opticalboy/Wikipedia)

gli archetipi freudiani, sempre pronti a venir fuori, per annullare l’equilibrio di ragione e sentimento che ci fa godere pienamente del rapporto: «... // l’ho avvoltolata nella coperta piccola che usava di sera per guardare la televisione, l’ho caricata sulla macchina e l’ho portata via. nessun sentimento, abbiamo fatto della strada sotto l’acqua nel buio verso il bosco. quella che guidavo non ero più io. il corpo è ruzzolato giù nel fossato, nel freddo e nel temporale. temevo solo di esser scoperta // …». e potremmo chiamare questa raccolta, il libro della relazione, che qui si svolge in tutte le variegate possibilità delle sue sfumature; come chiamare, se non appunto volontà di relazione, quel dialogo-monologo con l’ombra della MadreAlfa, così nel titolo della poesia, di là di ogni accezione psicoanalitica: «… // Facevi la donna di servizio nella Milano dell’immigrazione. Quando arrivavi / a notte alta, forse ancora una

volta sconfitta, chi dice «io / in questa poesia, percepiva di te/solo i frammenti di proprio interesse, / … / dicevi “un giorno saprai”,… / … ma certamente il tono ti tradiva. Non so altro che questo non sapere // …». e poi invece ecco mischiarsi in relazioni talora dissonanti, linguaggi che provocano straniamento; cozzano difatti le parole disperate di una operatrice Ong, ancorate a un’etica che si fa ogni giorno prassi disattesa, con quelle dello spamming prese dal deep web che ci trascinano nell’anarchia di un mondo senza più l’archetipo a sorreggerlo: «…“ab-biamo-ob-be-di-to-agli-or-di-ni-e-lascia-to-morire-cen-to-ven-ti-migranti” Se siete interessati, sentitevi liberi di tornare a voi cordialmente». Le parole giocano al rialzo o al ribasso dentro le iterazioni di ogni uomo e anche della tecnologia. e nella parte finale, ecco tornare il verso all’amore bello, alla parola stupita di

nominare ancora l’esistenza di tutti noi, questo miracolo, che la scrittura di Maria Grazia Calandrone, ricerca nell’alto e nel basso e che pare ricongiungersi col brusio di fondo dell’universo, esserne forse le sue lontane stimmate. eccola scorrere davvero la vita, in queste pagine e non dovremmo mai smettere di venerarla, non da idolatri naturalmente ma da individui consapevoli della precarietà che ci accende e per questo ci fa davvero essere: «… / … sembra / di afferrare parole circostanziate / come: “La giornata è compiuta, se ho lasciato / una riga di bellezza / su un foglio bianco, o in uno sguardo umano” / . Non aggiungono altro. Non c’è / altro». Bibliografia

Maria Grazia Calandrone, Giardino della gioia, Milano, Mondadori, 2019


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 marzo 2020 • N. 14

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Cartoline dalla quarantena

Cultura e Spettacoli

Il mondo degli scrittori visto dalla finestra di casa

La runner degli ulivi

Borgo Carige Per chi ha bisogno di attività fisica per il proprio

benessere questi sono tempi difficili

Lidia Ravera L’editto che chiudeva le porte del regno e imponeva agli italiani di non muoversi, mi è giunto una sera, mentre stavo in campagna. a Borgo Carige, bassa Maremma, in una casa semplice e piena di luce, immersa in un uliveto, lontana da qualsiasi insediamento urbano, che ho affittato per 15 anni e che uso per isolarmi a scrivere, quando la città si fa pesante. Siccome ero lì (qui), lì sono rimasta. e lì (qui) vivo da un tot di settimane. Sono perfettamente obbediente: resto in casa. Frequento soltanto mio marito, quarantenato con me. Le mie giornate, da quando la pandemia ci ha messi agli arresti domiciliari, non sarebbero cambiate affatto se non fossero intervenute due varianti: ho lasciato a casa la signora rumena che pulisce casa al posto mio, dato che io lavoro molto, da sempre, e produco reddito, come i maschietti di una volta (un caro ricordo). L’ho lasciata a casa per proteggere lei e me stessa, continuando a pagarle lo stipendio, perché mica è colpa sua se deve restarsene a casa. Prima variante perciò: quando sono pronta per mettermi a scrivere, mi armo di ramazza e straccio, scopo lavo spolvero rifaccio il giaciglio in cui ho dormito lustro il lavandino vuoto la pattumiera. il tutto con la silenziosa collaborazione di mio marito. Per evitare la noia che mi provoca il lavoro domestico, collego con un altoparlante Bose il mio fido spotify e mando a volume da discoteca pop d’altri tempi: il primo Springsteen, Janis Joplin, Frank Zappa, david Bowie. Cose così. Finito di danzare le pulizie, in una casa davvero poco meno sporca di prima (ho buona volontà, ma mi manca il know how) mi sistemo davanti a un tavolino di legno tarlato, apro l’iPad e incomincio a lottare con il romanzo che sto scrivendo da mesi. Faccio, cioè, quello che ho sempre fatto, dall’età di 19 anni. Perché è dall’età di 19 anni che ho lottato contro tutto e contro tutti

per potermene restare chiusa in casa a scrivere. dunque l’unica variante è che mi tocca fare quello che mia madre ha fatto per tutta la vita? No, ce n’è un’altra. ed è ben più grave, una vera privazione: l’attività sportiva all’aperto. da quando ho memoria, io, alle otto del mattino in estate, alle undici in tutte le altre stagioni, corro per un’ora. Quando ero più giovane, in un’ora correvo 10 chilometri, adesso ne corro sette, massimo otto, ma sono regolare e ostinata, che piova o tiri vento, io corro per quel tempo, un giorno sì e un giorno no. il giorno in cui non corro cammino a passo veloce per un’ora e nel pomeriggio faccio pilates. Su questa pratica combinata ho costruito tutte le mie sicurezze. Ho bruciato grassi, scatenato adrenalina, alzato le difese immunitarie, mantenuto la taglia 42, curato l’osteoporosi e sgominato l’insonnia. da quando ero una ragazza corro come se il tempo mi corresse dietro. Corriamo ancora, io e il tempo, ma finora non mi ha presa. (io vivo, lui passa) Sono alta un metro e sessantadue,

Lidia Ravera fa settecento giri intorno a ventiquattro ulivi.

peso cinquantadue chili (cinquantatre, se la sera prima ho bevuto parecchio), ho energia da vendere (infatti la vendo) e neppure il coronavirus ha intaccato il mio sostanziale umore positivo. almeno fin quando un nuovo editto ha messo fuori legge l’esercizio fisico all’aperto. Fino a quel momento, i pigri, che sono la maggioranza della popolazione italiana, gli sportivi da divano che si ingozzano di partite giocate da altri, mi hanno guardata con la tranquilla ammirazione di chi sa riconoscere uno stile di vita salutare e volentieri lo condividerebbe, se bastasse schiacciare un bottone, invece di sgambettare per un’ora. Mai avrei pensato che si gonfiasse, nei confronti di chi ha sposato la causa di una longevità senza costi aggiuntivi per gli ospedali, un’ondata di ostilità fuori controllo. Perfino in televisione , inquadrano con astio la stessa giovane donna in calzoncini corti e coda di cavallo che ammiravano fino a ieri. anche qui, benché siamo in aperta campagna, con un’unica strada vicinale frequentata da qualche pecora e pochi cani, è scattata la caccia al runner. Non puoi correre. Nemmeno da sola. Nemmeno se hai compilato l’autocertificazione dove sta scritto che alla tua età con una osteoporosi conclamata e diagnosticata, l’esercizio fisico è un obbligo e non un optional. Sei una «bastarda delle seconde case», una che corre mentre gli altri soffrono, hai un bel dire che non ti sei spostata lì (qui) per il week end ma vivevi già lì (qui) per scrivere in pace il tuo romanzo, che ti sei autosegregata da alcuni decenni, perché sei sana come un pesce ma pazza da legare come tutti quelli che passano tutta la vita a fare sempre la stessa cosa... niente. Nessuno ti ascolta. Fioccano le multe. Perciò, da ieri, corro in tondo attorno a ventiquattro ulivi. Settecento giri. Se un drone mi inquadra sarò arrestata per uso improprio della natura. Ma non importa. Gli ulivi sono bellissimi.

in attesa di quel cappuccino

Milano il sogno (per ora proibito) del recluso Paolo Di Stefano eravamo usciti di casa, avevamo percorso non più di una decina di metri verso via Pacini, quando dall’angolo, proprio davanti al bar-tabacchi dei cinesi, ci venne incontro uno starnuto fragoroso e libero, senza riparo di mani né di gomito, senza tradire nessuna delle preoccupazioni su cui insistevano già da diversi giorni i consigli degli esperti. Uno starnuto totalmente libero, come fosse stato emesso da un individuo solingo vagante per una campagna sterminata e vuota. invece eravamo a Milano, in un pomeriggio che precedeva di poco i primi decreti del governo. Quell’uomo sulla cinquantina, camminando sul marciapiede, non aveva sentito la minima esigenza di evitare lo spruzzo di saliva e il disperdersi nell’aria delle famose goccioline attraverso cui, in quei giorni terribili di inizio marzo, si diffondeva il virus. Quel getto a trecentosessanta gradi, che inevitabilmente finì per investirci nonostante la disperata frenata e l’immediata deviazione del nostro andare, ci rivelò in largo anticipo e con plastica evidenza ciò che sarebbe venuto: l’incoscienza demente, forse incolpevole ma comunque irresponsabile, di fronte al male. Fu a quel punto che cominciammo a rintanarci in casa, a temere che uscendo potessimo imbatterci in un altro dissennato starnutente. Ci rintanammo evitando persino di andare al supermercato per la spesa o in farmacia. rinunciammo alla signora che veniva di solito, tre volte alla settimana, a pulire e a stirare. da quanto tempo non eri tu a pulire la cucina, ad accendere l’aspirapolvere, a lucidare il pavimento, a spolverare le mensole, a preoccuparti delle macchioline di unto sull’acciaio del lavandino. Passarono circa venti giorni e chiesi a mia moglie: «Cosa ti manca di più della normalità?». Mi rispose: «Un cappuccino al bar con girella». rivolsi la stessa domanda a mia figlia, tredicenne, e mi sentii rispondere: «L’estate». «Ma l’estate deve

Dalla finestra di Paolo Di Stefano.

ancora arrivare e vedrai che arriverà». «anche se arriverà, quest’anno non sarà estate». «Vivere, basterebbe solo vivere». Non riuscivo a ricostruire da dove venisse quella frase che da qualche giorno continuava a ronzarmi nelle orecchie. Mi sembrava però un pensiero complesso da decifrare, consolante e insieme allarmante. Quell’avverbio, «solo», mi si accendeva all’occhio interno con una sorta di sorriso beffardo. Perché «solo»? Che cosa significava che bastava «solo» vivere? e che cosa significava vivere? Sopravvivere? Non eravamo forse vivi, anche se reclusi? Certo che lo eravamo. «Solo» vivi? Neanche per sogno. eravamo vivi ed era tutto ciò che serviva, nient’altro da pretendere. Certo, sarebbe un’altra cosa vivere con un cappuccino e brioche, seduti a un tavolino di caffè… «Magari sotto un ombrellone, d’estate», aggiungeva mia figlia. Già cominciavamo ad allargarci con il pensiero. Figurarsi quando sarebbe finita quella pandemia pazzesca: altro che cappuccino, girella e ombrellone. Ne parlai al telefono con un amico poeta: «La felicità – mi disse con la sua saggezza – sarà starnutire in faccia all’altro senza ritegno e prendersi lo starnuto dell’altro senza paura». Non vedevo l’ora. «Starnutire, basterebbe solo starnutire». Sì, solo starnutire davanti a un cappuccino. Con brioche, ovviamente.

isolati, ma non soli

torino i tetti delle case che si scorgono dalla finestra appaiono come vecchi reperti immersi

in un paesaggio da cui è sparito ogni rumore Luigi Forte Là fuori tutto tace. Forse avrei dovuto raccogliere un po’ di realtà prima che arrivasse il perentorio invito a non uscire di casa per evitare qualsiasi contagio da coronavirus. Fissare voci, volti, sensazioni che ci fanno sentire in mezzo agli altri, nel frastuono quotidiano, partecipi ma non coinvolti. estranei, ma non esclusi. Sarebbe stato un modo per sottrarmi al silenzio incombente di questi giorni che nessuna musica, anche la più bella, nessun passatempo per quanto sfizioso possono disperdere, perché è il brusio della vita che ha smesso di pulsare. ed ora è come se la città fosse sparita. Certo, dalla mia stanza vedo facciate e tetti, ma mi appaiono in una luce strana: come vecchi reperti, quasi immagini surreali sospese sul vuoto. Sulla strada non il rumore di un’auto né risate di passanti o pianti di bambini. Solo qualche cane che abbaia in lontananza. Ma intanto nel mio giardino sono

tornati merli, fringuelli e decine di passerotti scomparsi da tempo. Saltellano sui rami degli alberi in preda a esotici entusiasmi quando finiscono sulle foglie lucenti e flessibili di una palma che, indifferente agli inverni torinesi (per altro sempre più miti) ha attecchito in questo quartiere a ridosso della collina. i loro frullii, garruli e leggeri, mi offrono percezioni inconsuete come se mi invitassero a riscoprire la realtà proprio ora che essa tace, incalzata da un male insidioso e inafferrabile. No, non è nostalgia di idilli tardivi né una ventata di vecchio anticapitalismo romantico, ma lo stimolo a guardare altrove, dove il nostro immaginario si è talvolta spento, sopraffatto dai mille stimoli di una modernità che tutto sembra livellare e assorbire. Ma, allora, quel silenzio assordante e terribile là fuori non può essere l’occasione per riappropriarci di noi stessi e di un rapporto più autentico con la nostra vita? Mi scuoto e torno per un attimo a guardarmi intorno. Vedo libri da ogni parte nel mio studio, sono da sempre

gli strumenti del mio lavoro. Ma ora che sono costretto come tutti a questa forzata clausura mi appaiono in un’altra luce: come i baedeker di un viaggio senza confini, le mappe di un’esistenza che vuole ricostruirsi un mondo quando quello reale non è più disponibile. Ma attenzione, non per vivere in un’utopia senza confini, ma per meglio individuare le coordinate del nostro viaggio quotidiano. Certo oggi viene spontaneo riprendere in mano un paio di libri che in epoche diverse hanno raccontato terribili epidemie. Come il Decameron di Boccaccio che si apre su una spaventosa immagine di morte: la peste fiorentina del 1348, con la conseguente dissoluzione di ogni forma di società o di rapporto civile. Ma proprio quell’opera – e quindi il generoso verbum letterario – mirava in qualche modo a proporre i fondamenti di una nuova convivenza in cui riprendessero vigore tutti i principi d’affetto e di sangue che il morbo aveva dissolto. e a secoli di distanza non è meno palese l’analogia con le situazioni descritte

La palma del cortile di Luigi Forte.

da Camus nel suo romanzo La peste del 1947 in cui si legge: «La somma era paurosa. in pochi giorni appena, i casi mortali si moltiplicarono, e fu palese a quelli che si preoccupavano dello stra-

no morbo che si trattava di una vera epidemia». a cui si aggiunge, proprio come ora negli infiniti luoghi di dolore sparsi per il mondo, l’angoscia per il lutto degli affetti, la disperazione e la solitudine che in qualche modo richiama quella di K., il protagonista del Castello di Kafka, alla ricerca di risposte, consapevole che nulla ci fosse di più insensato e di disperante di quella sua attesa nel vuoto dell’esistenza. esempi che ci riportano all’oggi. Maturano la nostra consapevolezza e danno forse un senso al profondo disagio che percepiamo col passare delle ore e dei giorni. Mi sento isolato, eppure non solo. attorno a me libri e autori accendono la fantasia, infondono speranza, costruiscono un mondo che tenta di confrontarsi con la morte. anzi, come nel caso di elias Canetti la combattono a viso aperto. Là fuori tutto tace, ma qui tra i libri il mondo s’inventa ogni giorno ed è pieno di amici e la speranza, prima o poi, uscirà anche di qui, come dal cuore della gente per tornare in strada a festeggiare la vita.


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Cultura e Spettacoli

indagine su una rivoluzione incontri a colloquio con il filosofo Fabio Merlini, autore di una profonda riflessione

sul nostro rapporto con la tecnologia

Eliana Bernasconi Fra i maggiori studiosi che hanno indagato criticamente la rivoluzione epocale del web si colloca il filosofo Fabio Merlini, direttore dell’istituto federale per la Formazione professionale di Lugano, presidente della Fondazione eranos di ascona. Le riflessioni del suo ultimo libro proseguono nel solco dei precedenti saggi, che portano l’attenzione sul disorientamento esistenziale seguito alla trasformazione, sui totali cambiamenti nelle modalità di produzione e di formazione del mondo del lavoro. Con un’analisi lucida e impietosa l’autore coglie gli aspetti nascosti dietro la pericolosa seduzione estetica degli oggetti e dei dispositivi tecnologici, dietro l’incessante processo di innovazione al quale assistiamo, dove il continuo sviluppo, la velocizzazione insopprimibile e l’iperconnessione sembrano inseguire soltanto il mito di un’efficienza totale. Nello spazio a disposizione è rimasto solo il nostro presente, che Merlini chiama «inospitale» dove gli oggetti devono essere sempre sostituiti e si è sottilmente trasformata la percezione del tempo e dello spazio. La società dell’immediatezza non ha prodotto soltanto benessere, ci avverte l’autore, ma per la prima volta potrebbe rischiare pericolosamente di eliminare o rendere superfluo il vissuto di quella storia che dava un senso al nostro vivere. nel suo precedente Catastrofi dell’immediatezza, con Silvano tagliagambe, (2016), lei esamina una società dominata dall’accelerazione e dalla connessione costante. Senza che il nostro assenso sia stato chiesto, la percezione e l’esperienza del tempo e dello spazio è stata sottilmente ma irreversibilmente condizionata nelle nostre vite. Sono note le cause?

Quello che noi percepiamo ogni giorno è una pressione che grava sulle nostre esistenze, pretendendo da noi una disponibilità incondizionata a mobilitare energie e risorse. il tempo è sempre in difetto e lo spazio abbreviato, reso permeabile e accessibile (almeno finché il suo attraversamento è finalizzato

alla produzione di valore economico). Questo stato di cose non è certamente il risultato di un condiviso progetto di società. e in tal senso, come lei dice, nessuno ha chiesto il nostro assenso.

Siamo immersi nella società dell’accelerazione, l’ipertrofica circolazione dei messaggi di quello che lei definisce «orizzonte digitale iperconnesso» o «ecosistema digitale» sembrerebbe offrirci un meraviglioso programma di vita. Dove ne coglie i rischi?

Le conseguenze riguardano tutti.

La riorganizzazione del tempo e dello spazio è un effetto di quelle tecnologie, oggi ormai inaggirabili, mediante cui abbiamo intenzionalmente voluto imprimere un nuovo corso alle nostre vite: la svolta dell’immediatezza. L’immediatezza ci è apparsa come un valore indiscutibile e le tecnologie della comunicazione e dell’informazione ci sono sembrate subito un’occasione strepitosa per assicurare questo carattere alle nostre prassi. il problema è che l’immediatezza indotta dalle tecnologie ha retroagito su di noi obbligandoci a una velocizzazione delle prestazioni in chiave concorrenziale.

il miraggio di poter accedere a una socializzazione di sé senza confini e senza limiti genera distorsioni e equivoci enormi su che cosa significhi veramente comunicare. La comunicazione richiede tempi e spazi che non possono essere solo quelli approntati dal regime dell’immediatezza. Condividere parti di sé, con la certezza che qualcuno possa davvero accoglierle e farle proprie nel quadro di uno scambio reciproco, è una operazione complessa che non può essere delegata all’interlocuzione dei cosiddetti social. il grande rischio che vedo qui è quello della tecnologia come esonero da forme di testimonianza che mettono in gioco l’identità ad un livello ben più complesso.

Cosa intende con quella particolare forma di capitalismo che lei chiama «teletecnocapitalismo» termine con cui indica l’ambiente dove colloca la fenomenologia dell’Estetica triste?

il termine citato vuole designare una costellazione di fenomeni che salda insieme il carattere odierno delle tecnologie (con il loro obiettivo di polverizzazione della lontananza) e le attuali modalità di funzionamento (circolazione e produzione) del capitale. Tecnica e capitale costituiscono oggi un plesso difficile da sbrogliare. Nel senso che se è vero che per la tecnologia il capitale è stato un polo di attrazione irresistibile, tanto da condizionarne la natura e gli sviluppi, è altresì vero che il capitale è oggi interamente configurato da quella stessa tecnologia che esso ha contribuito a forgiare. anche qui vi è un effetto di retroazione, rispetto al quale rischiamo di non poter più assicurare nessun controllo: come si vede bene dalla diffusione degli algoritmi.

nel suo libro lei evidenzia ciò che non appare dietro la totale disponibilità dell’uso di tutti i dispositivi. Cosa rende triste la percezione della loro bellezza?

È senz’altro corretto precisare che la tecnologia è una delle tante espressioni del genio e della creatività umana, senza la quale sarebbe stato impensabile lo stesso processo di ominizzazione.

Fabio Merlini nel suo studio. (Ti-Press)

Quindi la critica generica della tecnica ha poco senso. diverso è invece cogliere alcuni risvolti problematici di quella particolare famiglia di tecniche il cui obiettivo principale è l’eliminazione della lontananza (tele) e che possiamo appunto chiamare teletecniche: le tecniche della comunicazione e dell’informazione. Su quali basi si fonda il loro potere?

La loro diffusione si è appoggiata, e si appoggia tutt’ora, a una sapiente estetizzazione che le ha rese irresistibili ai nostro occhi, vuoi per il loro aspetto, vuoi per l’innovazione che pretendono di incarnare. dico «pretendono», poiché in non pochi casi esse nascondono processi estrattivi, si pensi solo alle cosiddette terre rare, insostenibili sia sul piano sociale (condizioni di lavoro schiavistiche), sia sul piano ambientale (contaminazioni radioattive del suolo e delle acque). in questo senso, maneggiamo spesso strumenti la cui estetica è una estetica triste, se solo guardiamo oltre la loro bella apparenza.

Al centro della sua trattazione vi è l’ideologia dell’innovazione, alimentata da produzione e mercato. La bellezza, la perfezione del design delle strumentazioni tecnologiche ci seduce irresistibilmente, non possederle comporta il rischio di esclusione sociale.

L’irresistibilità degli strumenti di comunicazione e di informazione è l’effetto di una estetica che ci seduce e ci irretisce, proprio come succede con quei prodotti il cui ciclo di vita è dettato dalla moda. Ne va in un certo senso della nostra mondanità. Non riuscire a mantenersi aggiornati, specie in alcuni contesti, può in effetti comportare degli spiacevoli effetti di esclusione. diciamo che abbiamo a che fare con strumenti capaci di incorporare non solo una raffinatissima conoscenza, ma anche un poderoso design. Quello stesso design che all’inizio del secolo scorso era uno strumento di emancipazione sociale in rottura con i tempi, oggi è un potente vettore di affermazione dei tempi.

nella seconda parte del libro lei si interroga sulla tirannia del tempo presente che ha eclissato la storica figura del maestro.

La relazione maestro/allievo, presuppone l’idea che al di là delle conoscenze, ciò che va trasmesso sia anche la testimonianza di un sapere sensibile incarnato, attraverso il quale fare i primi passi nel mondo del sapere. La tecnicizzazione della formazione ha reso obsoleta questa figura. Se conta solo quella conoscenza che può essere misurata e che deve essere trasmessa attraverso procedure formalizzabili una volta per tutte, allora siamo in un orizzonte in cui vale solo quel sapere di cui è possibile indicare la funzionalità immediata (a che cosa serve). Ma questa è una visione miope che perde completamente di vista la dimensione educativa della formazione. (L’intervista completa si trova sul sito www.azione.ch) Bibliografia

Fabio Merlini, L’estetica triste, Seduzione e ipocrisia dell’innovazione, Bollati Boringhieri. annuncio pubblicitario

Fare la cosa giusta

Quando la povertà mostra il suo volto Per saperne di più su Mariam: caritas.ch/mariam-i

Mariam Khalaf (25 anni), vedova siriana con 3 figli, vive nel campo profughi in Libano


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Cultura e Spettacoli

teatri d’art brut

Grezzo come un diamante grezzo

Mostre a Losanna la iV biennale della Collection de l’art Brut

netflix adam

Sandler in Diamanti Grezzi, il secondo film dei fratelli Safdie

Daniele Bernardi avrei voluto visitare di persona la iV biennale de l’art Brut a Losanna, ma, purtroppo, la situazione venutasi a creare con l’emergenza coronavirus mi confina in Lombardia, dove me ne sto fermo in attesa che la tempesta cessi. Questa volta, poi, l’argomento mi era particolarmente vicino. infatti la Collection ha scelto come tema portante della grande collettiva il teatro: dopo Architectures, Véhicules e Corps ecco quindi che viene il turno di Théâtres, una grande mostra interamente dedicata agli aspetti scenici – in senso ampio – delle opere di alcuni artisti brut o appartenenti alla Collection Neuve invention. Col catalogo sulla scrivania, non mi resta quindi che sfogliare le pagine e cercare, con la mente, di pensarmi lì, fra le pareti del bellissimo Château de Beaulieu, dove più volte mi sono recato ad ammirare il lavoro di ostinati emarginati, autodidatti solitari, spesso folli o affetti da patologie psichiche, medium, handicappati geniali o, più semplicemente, anonimi umili in preda al demone della creazione. ironia della sorte o significato altro, profondo (non dimentichiamo il «io non esisto, non sono qui» del teatro di Carmelo Bene), non poter vedere dal vivo un’esposizione imperniata su un’arte che proprio dal vivo si svolge.

Nell’impossibilità di visitare la mostra, accontentiamoci di un catalogo che merita Ciò detto, qualcuno si potrebbe chiedere come il teatro irrompa in un universo che appare, a un primo sguardo, prettamente figurativo, visivo. La risposta sta, forse, nel rovescio della domanda poiché tutto il teatro è – o dovrebbe essere – arte visiva: infatti ogni scena è un gran-

Nicola Mazzi

Palmerino Sorgente nel suo atelier, rue Notre-Dame Montréal, 1999. (M.C. Cyr e G. aubin Jr. © Societé des arts indisciplinés et Famille Palmerino Sorgente)

de foglio che, prima di ogni cosa, lascia spazio all’immagine; poi viene il resto. «Plusieurs médias combinés ensemble d’une façon particulière, un espace délimité, un temps (une durée) spécifique, une fiction dramatisée et une convocation des mémoires personnelle et collective du spectateur: je ne connais pas d’autre définition du théâtre», afferma Éric Vautrin nella sua introduzione al volume. «Toutes les oeuvres d’art Brut, de ce point de vue», continua, «sont théâtrales». Nelle opere degli artisti coinvolti sono quindi presenti da un lato aspetti di una messa in scena immaginaria, elementi dell’arte drammatica quali personaggi, didascalie, drammaturgie, architetture, dall’altro la dimensione creativa, performativa, di atti pubblici, commessi alla luce del sole. La celebre aloïse, ad esempio, «allestisce» a matite colorate una vera e propria opera lirica (aveva una profonda conoscenza, in questo senso) in cui, in modo sognante e simbolico,

dà forma agli eventi della propria esistenza interiore. il conturbante Morton Bartlett anima in gran segreto le perfette, balthusiane bambole da lui costruite immortalandole in pose svariate. La pianista – che mai suonò in pubblico – Berthe Coulon dall’età di settant’anni si dedica alla pittura dipingendo minuziosamente inquietanti platee di folle dagli occhi sbarrati. Gaston dufour, recluso in un reparto d’ospedale, con figure proteiformi e variopinte rievoca ossessivamente l’immagine di un Pulcinella visto in uno spettacolo di paese. Ci sono, poi, le performances di dunya Hirschter e i suoi eccentrici, filamentosi abiti multicolori; i costumimanifesto a favore di una sessualità libera di Helga Sophia Goetze; le eversive passeggiate di eijiro Miyama, che agghindato di chincaglierie da mercato delle pulci attraversa quartieri dove i passanti lo guardano increduli; le «parate» simboliche di Vahan Poladian, i cui oggetti e bizzarri indumenti rap-

presentano una risposta alla «distruzione del popolo armeno». e questi non sono che alcuni dei tanti artisti in mostra: fra di essi citiamo qui, ancora, i nomi di Guy Brunet, Paul end., Louis-Henri G., Giovanni Battista Podestà, Martial richoz, Victorien Sardou, Palmerino Sorgente, Ni Tanjung, adolf Wölfli. Con Théâtres, la cui curatela è stata affidata a Pascale Jeanneret, la Collection de l’art Brut propone quindi non solo un particolare punto di vista da cui guardare a una certa espressione, ma, anche, un radicale modo di interrogarsi sulle necessità primarie del gesto teatrale e sulla più autentica potenza di quest’ultimo. Coronavirus permettendo, la mostra sarà aperta al pubblico fino al 20 aprile del 2020. in caso contrario, fate come me e godetevi il (come sempre) bellissimo catalogo. informazioni

www.artbrut.ch

the Beautiful South e la comfort zone

Musica il duo composto da Paul Heaton e Jacqui abbott, già nella band inglese dei Beautiful

South, torna alla ribalta con un nuovo album, purtroppo privo di vere sorprese

Benedicta Froelich C’era una volta una pop band più unica che rara, per quanto forse poco conosciuta al grande pubblico: una band inglese, di quelle che, anzi, fanno della loro natura e sound estremamente «British» un vero marchio di fabbrica – insieme, in questo caso, al raro dono dell’ironia, merce pressoché introvabile tra artisti ormai usi a prendersi un po’ troppo sul serio. il gruppo, che non riuscì mai a sfondare davvero sul mercato internazionale – ma, tra il 1988 e il 2007, si costruì comunque uno «zoccolo duro» di affezionati fan britannici – era quello dei The Beautiful South: un sestetto di giovani talentuosi, alcuni dei quali lì confluiti dalla precedente band di Heaton, ovvero gli Housemartins (di cui faceva parte anche Norman Cook, destinato a divenire il «Fatboy Slim» che tanto successo avrebbe riscosso nelle discoteche). Ma a distinguere i The Beautiful South era soprattutto l’irriverente e arguta natura dei loro testi, animati da uno humour nero e un’intelligenza taglienti quanto irresistibili; caratteristiche che, fortunatamente, non sono andate perdute con lo scioglimento della formazione, vista

Manchester Calling, il nuovo disco di Paul Heaton e Jacqui Abbott.

la felice collaborazione inaugurata nel 2014 tra il frontman Paul Heaton e Jacqui abbott, ex vocalist femminile della band. Così, in questo nuovo Manchester Calling, ultimo frutto del loro sodalizio, il surreale sarcasmo tipico dei Beautiful South si ritrova fin dal brano di apertura, The Only Exercise I Get is You, pezzo ritmato e divertente (anche se ben poco originale), che ricorda da vicino classici pop di Heaton quali 36D e Old Red Eyes is Back. anche If You Could See Your Faults e A Good Day is Hard to Find seguono da vicino l’ormai

collaudata linea stabilita parecchi anni fa – e, sebbene ciò dimostri coerenza artistica, a lungo andare rischia di suscitare una certa noia; difatti, l’atmosfera si fa intrigante solo con pezzi meno spensierati ma ben più intensi, come la ballata Somebody’s Superhero (lettura «alternativa» del fardello della solitudine, in grado di bypassare l’abituale drammaticità legata a simili argomenti) e il teso e vibrante The Outskirts of the Dancefloor; mentre, per quanto riguarda gli immancabili brani dalle sfumature sarcastiche, solo New York Ivy e Fat of the Land riescono a lasciare un qualche segno. e se nemmeno pezzi romantici come You and Me (Were Meant to Be Together) e So Happy sfuggono del tutto ai cliché di cui il disco è pervaso, compromessi ben più riusciti sono tuttavia rappresentati dagli irriverenti House Party 2 e All of My Friends – i quali, nonostante il sapore pop radiofonico, sono comunque caratterizzati da personalità sufficiente a innalzarli al di sopra del rango di semplici pezzi orecchiabili. Purtroppo, però, anche l’ardito tentativo di fare della title-track del Cd un esperimento avanguardistico fallisce miseramente davanti all’inevi-

tabile noia suscitata da interi minuti di recitativi fuori contesto, oltretutto riciclati da registrazioni preesistenti (il che fa sorgere spontanea la domanda su chi abbia suggerito una simile idea a Paul e Jacqui!). Così, per chiunque abbia amato i Beautiful South dei bei tempi andati, qualsiasi giudizio su quest’album non può evitare di mostrare un vago rimpianto davanti a un’occasione in parte perduta. Benché le voci di Jacqui e Paul conservino l’inconfondibile grazia di sempre, a mancare è, in realtà, il carattere – quell’elemento in grado di far sì che un brano indugi nella mente anche una volta terminato l’ascolto; e per quanto piacevoli, molte tracce mancano della tensione che caratterizzava classici dissacranti dei Beautiful South come You Keep It All In e We Are Each Other – o, ancora, della dolente malinconia di A Little Time. Così, possiamo solo sperare che, in futuro, Heaton e la abbott sappiano andare oltre la «comfort zone» delle abitudini ormai acquisite per tornare a concentrarsi su brani più distintivi e originali, prima ancora che su quei semplici riempitivi ai quali le esigenze delle case discografiche spesso costringono gli artisti.

Un thriller scritto ispirandosi alle esperienze del padre dei registi nel diamond district di Manhattan e che vede nei panni del protagonista – e cioè il gioielliere Howard ratner – il famoso attore americano. La trama è piuttosto semplice: Howard si trova nel bel mezzo di un azzardo che potrebbe farlo diventare milionario o mandarlo in rovina. al centro della vicenda un prezioso e raro opale acquistato di contrabbando e che ora intende vendere all’asta. Howard è un uomo in perenne fuga. dai suoi debitori, che cercano lungo le due ore del film di braccarlo; dalla famiglia, nella quale non trova più la giusta serenità e, in definitiva, da una vita che non lo soddisfa. in questo senso mi sembra emblematica una scena: a un certo punto, esausto dalle vicissitudini avverse e dai debiti di gioco, si mette a piangere e affonda il proprio dolore nelle braccia dell’amante, l’unica persona in grado di capirlo e di stargli davvero vicina. L’agitazione di Howard è sottolineata in modo efficace dalle riprese del grande direttore della fotografia darius Khondji (tra i suoi lavori ricordiamo Seven, Evita e Io ballo da sola). La macchina da presa lo filma in campo lungo all’interno di una New York movimentata. il protagonista parla, anzi urla, ride e si sbraccia nelle strade, negli uffici, nei locali e negli appartamenti della Grande Mela, restando sempre sopra le righe, pensando di essere Il Re di New York; ma al contrario del Christopher Walken del film di abel Ferrara, è incosciente, bugiardo, stupido e inconcludente. interessante il tono generale del film. Certo, il ritmo teso e realistico è quello classico del thriller. Ma accanto scorre anche una vena comica (non foss’altro per la presenza di Sandler e per alcune scene grottesche) che rende il tutto meno serioso. in questo vortice vengono immessi altri ingredienti che contribuiscono ad allentare la tensione: da un lato il giocatore dell’NBa Kevin Garnett e il rapper The Weeknd, entrambi nel ruolo di sé stessi. Vip contro i quali Howard si scontra senza nessuna reverenza. d’altro lato una straniante e asfissiante colonna sonora elettronica realizzata da daniel Lopatin (già collaboratore dei fratelli Safdie nel precedente film). Diamanti grezzi ha tra i produttori esecutivi Martin Scorsese, maestro nel raccontare un certo tipo di contesto sociale. i fratelli Safdie hanno catturato proprio questo aspetto del regista di Taxi Driver. Sono riusciti a raccontare abbastanza bene un ambiente superficiale attraverso un personaggio eccessivo a cui, malgrado i mille evidenti difetti, finiamo per volere anche bene.

Un Adam Sandler quasi irriconoscibile in Diamanti grezzi. (Wikipedia)


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