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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Perseveranza e determinazione si possono insegnare ai figli? Lo abbiamo chiesto alla scrittrice per ragazzi Paola Zannoner

Ambiente e Benessere In Francia è iniziata la costruzione della prima centrale a fusione nucleare, un progetto pilota a cui collaborano nazioni di tutto il mondo

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXIV 1 febbraio 2021

Azione 05 Politica e Economia Le prime frenetiche settimane di Joe Biden, tra vaccini, clima e la sfida sempre aperta alla Cina

Cultura e Spettacoli Cent’anni or sono nasceva Leonardo Sciascia, scrittore, politico, intellettuale

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Repubblicani ostaggio Il voto alle donne, di un partito trumpiano dagli albori ad oggi Mentre Joe Biden inaugura la sua presidenza a spron battuto (vedi Rampini a pagina 19), all’opposizione i repubblicani, ancora rintronati dalla recenti sconfitte e la tumultuosa fine della presidenza Trump, faticano a a ritrovarsi; a definire un profilo che comprenda le due anime, quella trumpiana e quella tradizionale, per tornare a vincere e a riprendersi presto almeno una Camera del Congresso. In questo contesto, la domanda di fondo è: Donald Trump è un fattore di vittoria o di sconfitta, per i repubblicani? La risposta non è univoca. Con lui hanno perso la Casa Bianca, pur mobilitando 6 milioni di elettori in più, e i due seggi della Georgia che garantivano loro la maggioranza al Senato. Ma senza di lui non si viene rieletti al Congresso. La grande parte della base del partito repubblicano è con Trump, anche dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. I repubblicani che siedono a Washington l’hanno capito subito, già all’indomani dell’insurrezione. E lo hanno dimostrato la settimana scorsa, prefigurando un’ampia maggioranza di senatori contrari all’Impeachment di Trump. Alla Camera dei rappresentanti la richiesta di Impeachment per incitamento all’insurrezione, nata sull’onda dello shock e della furia contro un presidente che aveva davvero superato ogni limite, era stata votata anche da 10 repubblicani, fra cui Liz Cheney, formalmente numero tre del partito. Tutti, come pure altri personaggi che si sono opposti a Trump, fra cui il governatore dell’Arizona Doug Ducey (aveva osato comunicare a Washington che nel suo Stato aveva vinto Biden), sono stati bollati come traditori, dai sostenitori di Trump ma anche dalla dirigenza del partito. Una loro rielezione in futuro è senz’altro in pericolo. Al Senato il processo di Impeachment comincia il 9 febbraio, ma mercoledì scorso i repubblicani hanno segnalato che ben pochi di loro voteranno a favore, ben meno dei 17 necessari per ottenere la maggioranza qualificata (posto che tutti i 50 democratici votino sì): una mozione presentata dal repubblicano Rand Paul, che definisce anticostituzionale l’Impeachment di Trump poiché non più presidente, è stata bocciata al Senato con soli 55 contro 45 voti; si può star certi che quei 45 non voteranno a favore dell’Impeachment, la settimana prossima. Persino il più potente repubblicano al Congresso, l’ex speaker del Senato Mitch McConnell, ha votato per la mozione, nonostante avesse in precedenza segnalato di essere a favore dell’Impeachment: si vede che a conti rifatti ritiene che non sia ancora possibile liberarsi di Trump senza danneggiare ulteriormente il partito (a suo modo di vedere, danneggiato da Trump). Sui media statunitensi circolano ipotesi riguardo la nascita di un partito di Trump, quindi una condanna per Impeachment con almeno 17 voti repubblicani potrebbe provocare uno scisma. Con la conseguenza che i democratici vincerebbero più facilmente le elezioni, nel sistema maggioritario che vige negli Stati Uniti. Questo il calcolo politico, almeno nell’immediato. Nel frattempo, congressisti fedeli a Trump trovano spazio nelle commissioni parlamentari, come la deputata georgiana Marjorie Taylor Green, ufficialmente adepta di Qanon. Ma in questo modo si perpetuano le ragioni delle sconfitte dei repubblicani: più si affermano nelle primarie i candidati dell’ala più a destra e meno c’è la possibilità di battere poi i candidati democratici. Inoltre, non si puniscono, anzi si ricompensano le tendenze illiberali e insurrezionali nel partito. I repubblicani moderati restano in sostanza avvinghiati in un partito trumpiano, sottovalutando forse il danno che così fanno al sistema politico statunitense. Infatti, rifiutando di votare per il secondo Impeachment di Trump di fronte alla gravità dell’attacco del Campidoglio (di cui loro stessi erano bersaglio!) segnalano al paese intero che un presidente può permettersi anche di tentare di rovesciare l’ordine costituito e restare impunito. Sulla scala degli estremismi, prima o poi arriva sempre qualcuno che sale più in alto: che cosa si permetterà di fare un futuro presidente, emulo di Trump? Che impatto avrà sulla popolazione la consapevolezza dell’impunità di un presidente? Il concetto di uguaglianza di fronte alla legge viene sacrificato sull’altare della sopravvivenza politica dei congressisti repubblicani e dell’unità del partito. In realtà, molti politici repubblicani vorrebbero scrollarsi di dosso Trump e la sua eredità, ma non sanno come fare. Forse sperano che l’ex presidente si consumi da solo nei prossimi anni, schiacciato dalle indagini penali in corso e da altre che verranno, oppure troppo occupato a frenare il declino economico del suo impero, ben poco redditizio in questi anni e gravato da debiti per centinaia di milioni di dollari che giungeranno a scadenza nei prossimi anni. Ma se anche Trump dovesse perdere la sua presa politica (ora che i social media lo ostracizzano), il trumpismo non sparirà magicamente, né spariranno le cause che l’hanno reso possibile.

di Natascha Fioretti e Luca Beti

pagine 8 e 20

Keystone

di Peter Schiesser


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Società e Territorio Le donne e la politica A cinquant’anni dall’introduzione del voto femminile il politologo Werner Seitz nel suo ultimo saggio racconta la lotta per l’uguaglianza politica delle donne in Svizzera pagina 8

Passeggiate svizzere Questa settimana Oliver Scharpf ci accompagna a pattinare sul ghiaccio naturale del lago di Les Taillères non distante da La Brévine pagina 9

I genitori dovrebbero valorizzare soprattutto l’impegno non solo il talento. (Shutterstock)

Allenare alla determinazione

Il caffè delle mamme Che cosa serve ai nostri figli per farcela nella vita? Passione e perseveranza si possono

insegnare? Ne parliamo con la scrittrice Paola Zannoner autrice della fortunata serie di libri Voglio fare...

Simona Ravizza La determinazione si può insegnare? E come? A farmi riflettere sulla questione è la serie bestseller dell’autrice Paola Zannoner (ed. DeA), appena tornata in vendita nelle librerie del Canton Ticino con una riedizione, Voglio fare la scrittrice, Voglio fare la giornalista, Voglio fare l’innamorata (ossia scrivere romanzi d’amore) e Voglio fare il cinema (ossia diventare sceneggiatrice), dedicata a Mia, una ragazzina 13enne con il pallino per la scrittura che ha inchiodato a leggere le sue avventure oltre 150mila adolescenti. La protagonista può essere fonte d’ispirazione per insegnare ai nostri figli l’importanza del mix passione e perseveranza, i due ingredienti fondamentali della determinazione. Le sue peripezie sono l’occasione a Il caffè delle mamme per chiacchierare su un tema che ci sta particolarmente a cuore: cosa serve ai nostri figli per farcela nella vita? Il «voglio fare» di Mia non ammette replica o discussione. «Volevo informarti che il tuo articolo è stato respinto dalla nostra redazione. Mi spiace, ma non è quello che ci aspettavamo», si sente dire la prima volta la giovane giornalista in erba. La frase la colpisce come una mitragliata, ma il pensiero di mol-

lare tutto se ne va quasi all’istante: «Voglio imparare a raccontare la realtà. Devo studiare la composizione di un articolo». Come possiamo insegnare ai nostri figli a essere determinati, ad avere una passione e a perseguirla, a non arrendersi alle prime difficoltà? Ci aiuta a rispondere alla domanda Paola Zannoner, 62 anni, che – oltre a essere la mamma letteraria di Mia – è una delle più importanti scrittrici italiane per ragazzi. Coltiviamo i loro gusti. Innanzitutto: dev’essere chiaro il messaggio iniziale. «I giovanissimi devono capire che il vero successo è riuscire a fare quello che piace davvero, indipendentemente da dove si arriva. Ciò vuol dire inseguire ciò che si desidera senza avere l’ossessione della fama, in particolare sui social», spiega ad «Azione» Zannoner. «Io voglio fare la giornalista semplice, non la giornalista comandante in capo – dice Mia –. Ci saranno pure quelli che raccontano i fatti delle persone e che stanno in mezzo alla gente». Incentiviamo il lavoro di squadra. Continua Zannoner: «Dobbiamo fare capire ai giovanissimi che fare quello che piace deve mettere in relazione con gli altri non dividere». La grinta ci vuole, ma attenzione alla competizione: la logica dell’uno contro l’altro pur di ri-

uscire porta a vite adulte aride. Quello che noi vogliamo per i nostri bambini è semplicemente la loro felicità, non che siano ad ogni costo i primi della classe facendosi intorno il deserto! Valorizziamo l’impegno. Troppo spesso diamo un’estrema importanza al talento con il rischio di sottovalutare l’importanza dell’impegno. «Per quanto una persona sia talentuosa nessuno può fare a meno di esercitarsi: ciò dev’essere ben chiaro ai bambini», ribadisce Zannoner. Mia l’ha capito: «Prima di potermi definire una vera giornalista, mi dovrò dare molto da fare. Se c’è una cosa che ho capito in questi mesi, è che non basta aver scritto un buon articolo per dirsi giornalista, bisogna praticare il mestiere con pazienza, onestà, tenacia, continuità e saper acquisire un’esperienza sostenuta dalla ricerca e dalla passione. Non basta desiderarlo, insomma, bisogna lavorare sodo se si vuole essere seri e rispettati professionisti». Aiutiamoli ad accettare i giudizi. Senza scoraggiarsi. I bambini devono imparare ad accettare le critiche costruttive e trasformarle in stimoli – riflette la scrittrice –. In contemporanea dobbiamo aiutarli a corazzarsi contro i giudizi che demoliscono». Mia inizialmente non accetta chi le sottolinea che

qualcosa nei suoi articoli non va: «Mi chiedo di chi si professi amica, mia no di certo – dice riferendosi a Andy, una giovane giornalista con più esperienza di lei –. Quale amica viene a smontarti scientemente e con questa freddezza? L’amica ti vuole bene sempre, è sempre dalla tua parte e ti dà ragione… Ribollo, ma non riesco a replicare con la stizza che provo». Poi la 13enne capisce: «Sono venuta da lei per questo, per avere consigli sinceri. Comincio a comprendere che l’amicizia non è soltanto approvazione e sostegno assoluto. Può essere anche critica, stimolo. Messa in discussione». Insegniamo l’umiltà. Nessuno – si diceva una volta – «nasce imparato». Anche in questo Mia è un modello: «Ho ancora tanto da imparare». Per farlo bisogna essere capaci di mettersi in gioco: «All’inizio avevo scritto tre pagine di sproloqui, poi ho cancellato e tagliato, poi ho deciso di riassumere e inserire anche quel che Jo mi aveva detto al di fuori dalle domande ufficiali. Insomma, ho cercato di dimenticare la scrittura che uso a scuola e anche la scrittura dei miei racconti. Ho provato a tirare fuori un linguaggio più conciso. Certo, non è detto che mi riesca anche in altre prove. In fondo, un’intervista è più facile: c’è il parlato che aiuta, che

dà anche un certo ritmo, più svelto, alla scrittura». Incoraggiamoli a esporsi. Significa – è la sintesi di Zannoner – aiutare i nostri figli ad avere il coraggio di inseguire i propri sogni. Non è semplice: «Io di sogni ne ho tanti – dice Mia –. Be’, soprattutto ne ho uno, quasi inconfessabile: diventare scrittrice, ma già a dirlo mi vengono i brividi perché è un mestiere dove non basta avere idee a bizzeffe e aver voglia di scriverle, bisogna anche sapere come svilupparle, tirare avanti pagine e pagine senza annoiare, collocando al momento giusto una sorpresa… E poi non essere banali, ma neppure fare i sapientoni, insomma saper pescare dal vocabolario le parole più adatte, e non inciampare nella forma… A dirla tutta, questa faccenda mi ha un po’ bloccato, a me che piaceva tanto scrivere, e che invece per tutto quest’anno ho scritto poco e nulla, e persino a scuola non ho dato il meglio di me». Qui servono iniezioni di coraggio! Non permettiamo l’abbandono. Il messaggio che deve passare è che, iniziata una cosa, bisogna portarla a termine nonostante le difficoltà. A Il caffè delle mamme siamo tutte convinte. Ma sappiamo anche che è più facile a dirsi che a farsi.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Nuovi scenari per la pianificazione Ticino Negli ultimi anni l’evoluzione demografica vede una perdita di abitanti mentre le abitazioni sfitte

sono aumentate: una vera sfida per chi si occupa di pianificazione del territorio

Fabio Giacomazzi* Il Ticino sta perdendo abitanti. Risulta dai più recenti dati statistici (v. Gianpaolo Torricelli in CdT del 7 dicembre 2020 e Elio Venturelli in «Azione» della stessa data). La novità è il saldo migratorio negativo, intervenuto a partire dal 2015 e in costante crescita, che ha determinato negli ultimi 5 anni una perdita di 3000 abitanti. Il saldo migratorio della fascia di persone tra i 20 e i 39 anni è ormai costantemente negativo e in crescita da una trentina d’anni. Da qualche anno si è invertito anche il saldo migratorio con l’Italia, che è passato al segno negativo, dopo essere stato positivo per lunghi decenni.

Una buona pianificazione deve promuovere la qualità dello spazio urbano e l’attenzione al paesaggio In assenza di dati più approfonditi e dettagliati, gli esperti non hanno ancora una spiegazione univoca sulle cause di questo capovolgimento. Il fenomeno sembra essere comunque legato, fra gli altri fattori, alla debolezza strutturale dell’economia ticinese, evidenziata su «Azione» del 14 dicembre 2020 da Angelo Rossi, che cita una recente previsione dell’Ufficio federale di statistica: si indica per il 2060 una diminuzione in Ticino di 40’000 posti di lavoro, mentre globalmente in Svizzera tendono a crescere, concentrandosi nei grandi agglomerati. Non sarà certo una decrescita felice! Le conseguenze per l’impiego, per le finanze e per la socialità saranno dolorose e pesante sarà l’ipoteca sull’obiettivo di un Ticino innovativo e competitivo. La politica è chiamata a reagire e a darsi da fare per prendere le dovute contromisure. Se n’è discusso in un ciclo di conferenze sul futuro della Città Ticino dopo l’apertura della galleria di base del Ceneri, recentemente indetto da Coscienza Svizzera. Anche nella migliore delle ipotesi, il cambiamento di tendenza potrà esserci solo sul medio-lungo periodo. Nel frattempo il capovolgimento dell’evoluzione demografica del Ticino, combinato con l’evoluzione delle abitazioni sfitte, passate in 10 anni da 1500 a 6600 unità, raggiungendo un tasso del 2,71% (cfr. Ivano D’Andrea in CdT del 7 dicembre 2020) pone sfide epocali alla pianificazione del territorio. L’articolo 15 della legge federale sulla pianificazione del territorio dice che le zone edificabili devono soddisfare il fabbisogno prevedibile per 15 anni e che, se sono sovradimensionate, devono essere ridotte. È vero che da almeno 25 anni in pratica in Ticino non vi sono più stati significativi ampliamenti delle zone edificabili. Ma questo solo perché si era ecceduto in precedenza

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Romina Borla, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

con i piani regolatori (PR) di prima generazione. In base a un’indagine condotta nel 2017 dall’Ufficio del piano direttore del Dipartimento del territorio, l’insieme delle zone edificabili del cantone potrebbe oggi accogliere circa 1’233’000 unità insediative, suddivise in 530’000 abitanti, 321’000 posti di lavoro e 382’000 posti turistici, a fronte di circa 804’000 unità insediative attuali. Le prognosi di allora dell’Ufficio di statistica indicavano uno scenario per il 2030 di 921’000 unità insediative, con un aumento di 117’000, di cui quasi 47’000 abitanti. Già allora la previsione del rapporto tra contenibilità ed effettivi era di 1,34. I nuovi dati inducono a ritenere che nel 2030 tale rapporto sarà ben superiore. Le direttive di applicazione della legge federale indicano che le riserve non possono superare il 20% di quanto necessario; quindi in ogni caso sono dati gli estremi del sovradimensionamento. Prendendo alla lettera il dettato della legge federale, non pochi comuni sarebbero obbligati a rivedere l’estensione delle zone edificabili dei propri PR. Tuttavia, con l’edificazione a macchia di leopardo intervenuta nel corso dei decenni, le riserve inutilizzate di terreno edificabile si trovano oggi principalmente in singole parcelle sparse all’interno del perimetro edificabile e quindi non entrano in linea di conto per un dezonamento. Rarissimi sono in Ticino i comparti di una certa consistenza non ancora edificati e urbanizzati al margine della zona edificabile. È facile immaginarsi le reazioni dei proprietari toccati e la riluttanza dei Comuni ad assumersi il rischio di indennizzi milionari. Si tratta di operazioni tutt’altro che semplici e politicamente delicate. La contenibilità di un PR non dipende unicamente dall’estensione delle zone edificabili, ma anche dai parametri edificatori. Negli anni 90, in numerose revisioni di PR, il concetto allora in voga di «densificazione» ha condotto sbrigativamente ad aumenti indiscriminati dell’indice di sfruttamento, anche laddove non era opportuno e/o necessario, ad esempio in zone di casette monofamiliari discoste, difficilmente allacciabili ad un efficiente servizio di trasporto pubblico, o in quartieri più centrali con un tessuto edificato storico minuto e di buona qualità residenziale, il cui carattere meritava di essere conservato. Un approccio alternativo per rientrare o riavvicinarsi ad un corretto dimensionamento del PR potrebbe quindi essere quello della riduzione della densità edificatoria in determinate aree. In numerosi comprensori di casette monofamiliari l’indice di sfruttamento è stato utilizzato solo in parte da chi ha costruito in proprio, spesso solamente della metà o poco più. Una riduzione dell’indice di sfruttamento non farebbe male a nessuno, se non a qualche operazione speculativa intesa a Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Il progetto del futuro sviluppo urbanistico del sedime delle Officine FFS a Bellinzona.

sfruttare al massimo il terreno, per poi rivendere casette generalmente di bassa qualità abitativa. Fenomeni speculativi che in alcuni quartieri urbani sono stati fermati unicamente da una struttura fondiaria frammentata, non idonea per grandi operazioni immobiliari. Anche in questi casi una riduzione dei parametri edificatori sarebbe di beneficio non solo per il corretto dimensionamento dei PR, ma anche per la qualità dello spazio urbano e permetterebbe di preservare, laddove c’è ancora qualcosa da salvare, il carattere dei quartieri urbani sorti tra fine 800 e inizio 900. Una buona pianificazione non può in effetti ridursi a mere questioni quantitative. Del resto la stessa legge federale, accanto alla limitazione dell’estensione delle zone edificabili, preconizza anche uno sviluppo degli insediamenti centripeto e di elevata qualità (art. 8a cpv. 1 lett. c). Al di là della contabilità dei metri quadri di superficie edificabile e delle unità insediative, la pianificazione in un cantone che proclama l’idea della «Città Ticino» deve in primo luogo promuovere la qualità dello spazio urbano e l’attenzione al delicato paesaggio in cui gli insediamenti si inseriscono. Le maggiori sfide per la pianificazione si giocano sulla promozione dell’attrattiva dei centri quali luoghi di scambio sociale, culturale e commerciale e sulla riqualifica degli informi

corridoi insediativi periferici cresciuti in modo disordinato lungo i principali assi di collegamento viario. Il rischio più grosso è che i mutati scenari demografici spengano le dinamiche funzionali e spaziali necessarie per attuare le nuove visioni dei masterplan per lo sviluppo territoriale elaborati a Mendrisio, Bellinzona e Lugano, venendo pure a mancare le risorse economiche per finanziare misure territoriali incisive e di qualità. È da evitare che la necessità di ridimensionare le zone edificabili porti alla rinuncia a progetti urbanistici innovativi e ambiziosi, che a fatica si stanno promuovendo per luoghi strategici e significativi in varie parti del cantone, da Cornaredo al Quartiere delle Officine di Bellinzona, passando per il Quartiere dell’area Gas-Macello di Locarno e dai comparti attorno alle stazioni ferroviarie, senza dimenticare altri progetti altrettanto importanti nelle periferie urbane. Queste pianificazioni hanno una valenza strategica in funzione dell’attrattività e della competitività della «Città Ticino» e non devono necessariamente rispondere a fabbisogni, peraltro difficilmente comprovabili, basati su tendenze del momento. Inoltre questi progetti non aumentano le zone edificabili, ma convertono e riqualificano comparti dismessi, sottoutilizzati o male utilizzati, oppure il cui

assetto e funzione oggi non rispondono più ad esigenze di qualità urbana per il luogo in cui si trovano. L’esperienza dimostra che simili progetti urbanistici richiedono decenni di tempo fra la fase di pianificazione e la conclusione dell’attuazione. Si va quindi ben oltre l’orizzonte di tempo dei 15 anni della LPT. È saggio essere pronti con delle valide pianificazioni per rispondere fra 20, 30 o più anni, quando gli scenari potrebbero essere radicalmente cambiati. Semmai sono da verificare taluni parametri quantitativi: è da pensare un’attuazione a tappe e lasciare la dovuta flessibilità per adattamenti nel corso del tempo. Se adesso si rinunciasse a questi progetti, oltre al danno avremmo anche la beffa: dopo anni di sviluppo insediativo senza qualità, sull’onda di prorompenti tassi di crescita, adesso che finalmente si inizia a fare dell’urbanistica, ecco che le si taglia l’erba sotto i piedi. Alla faccia dello sviluppo centripeto di qualità e della «Città Ticino»! Per lunghi anni ancora dovremmo sopportarci quell’accozzaglia di villette e capannoni, che oggi è la caratteristica dominante del nostro territorio insediativo, e di cui tutti si lamentano.

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11

Tiratura 101’262 copie

Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch

Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

* Architetto urbanista, presidente del Gruppo Ticino di EspaceSuisse

Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Idee e acquisti per la settimana

Bontà fino all’ultima briciola

Attualità Le classiche frittelle di carnevale

sono prodotte sin dal 1935 dalla Midor di Meilen seguendo la stessa ricetta che le ha rese memorabili

Frittelle di carnevale 6 pezzi, 216 g Fr. 2.90 Frittelle di carnevale Mini 6 pezzi, 90 g Fr. 1.95

Lo sapevate che ogni anno, durante il periodo del carnevale, l’azienda del gruppo Migros Midor di Meilen, sul lago di Zurigo, arriva a produrre qualcosa come 20 milioni di frittelle? Malgrado l’assenza di carnevali dovuta all’attuale situazione pandemica, queste finissime specialità da sgranocchiare non possono certo mancare nella di-

spensa di casa, poiché ci regalano sempre indimenticabili momenti di dolcezza. Per riuscire a soddisfare la forte richiesta stagionale da parte della clientela, gli impianti dell’azienda lavorano a pieno regime 24 ore su 24 sull’arco di diverse settimane. Da 86 anni la ricetta a base di farina di frumento, zucchero, uova e olio di gira-

sole è rimasta praticamente invariata, solo la produzione è stata naturalmente in gran parte automatizzata. Ogni sei minuti gli ingredienti vengono miscelati per ottenere 140 kg di impasto, che viene poi steso con precisione millimetrica. I cerchi così ottenuti sono quindi immersi pochissimi minuti in un bagno d’olio bollente che permette di ottenere

Specialità pronte direttamente dal grill

la tipica doratura e la forma ondulata. Infine, le frittelle vengono cosparse di zucchero a velo, confezionate e subito inviate ai supermercati Migros di tutta la Svizzera. Le frittelle di carnevale della Midor sono disponibili nel formato tradizionale da sei pezzi o nel mini formato per i piccoli languorini, anch’esso da sei unità.

Oltre a queste, l’assortimento Migros annovera ancora delle frittelle in una pratica confezione To Go da portare sempre con sé e alcuni prodotti tipicamente italiani, nella fattispecie le Chiacchiere con e senza glutine, i Pettegolezzi di Colombina, i Galani dei Dogi, le Bugie zuccherate, le Lattughelle ai grani antichi, le Frittelle al cacao e le Riccioline.

Prezzi in caduta libera anche nel 2021

Attualità Le nostre proposte da asporto sono preparate fresche ogni

giorno in molte filiali Migros

Il pollo speziato cotto al grill è un grande classico della gastronomia Migros, mentre lo stinco di maiale è un gustoso secondo assolutamente da provare.

Che si tratti dell’intramontabile pollo intero, delle saporite alette o cosce di pollo, dei nuggets di pollo o delle polpettine tanto amate da bambini, oppure ancora di particolarità quali lo stinco di maiale, la punta di vitello o la pancetta croccante, al reparto gastro-

nomia di diversi supermercati Migros tutte queste prelibatezze take away vengono cotte fresche al grill quotidianamente. A voi non resta che scaldarle brevemente in forno o nel microonde una volta giunti a casa e gustarle accom-

pagnate dal contorno preferito, come per esempio insalata, patatine, verdure o riso. Insomma, quasi come essere al ristorante. A proposito, questa settimana potrete profittare dell’azione del 20% sullo stinco di maiale grigliato (per 100 g, Fr. 1.50 invece di 1.90).

Dal mese di settembre 2020 Migros ha ribassato in modo permanente il prezzo di oltre 900 apprezzati prodotti nei più svariati settori, dal food al beauty, dalla cartoleria al mondo animale, dai prodotti per bambini fino agli articoli per la casa e la pulizia. E anche con

il nuovo anno continuerà a farlo, in modo che tutta la clientela possa costantemente beneficiare del migliore rapporto qualità-prezzo. Sul sito migros.ch/prezzi-in-caduta-libera potete scoprire quali prodotti sono diventati più convenienti. Date un’occhiata!


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Idee e acquisti per la settimana

25 anni di convenienza

Attualità Al motto di «Verde, bianco, prezzo basso» la marca culto M-Budget della Migros festeggia

quest’anno il quarto di secolo di esistenza e successi. Per il suo compleanno si rifà il look e arricchisce ulteriormente l’assortimento, mantenendo ovviamente la promessa del prezzo più basso garantito Nata il 20 agosto 1996, la linea di prodotti di qualità a buon mercato MBudget non solo è stata notevolmente ampliata negli anni – tanto che oggi può contare su un assortimento di oltre 500 prodotti nei settori più disparati – ma si è affermata ormai presso tutte le tipologie di consumatori grazie al suo inconfondibile design dalle tonalità verde-bianco e all’imbattibile rapporto qualità-prezzo. Ecco qualche aneddoto sulla mitica marca Migros

Per il 25° anniversario M-Budget si regala un look più moderno. Il cioccolato fondente si presenta già con il nuovo design, molti altri seguiranno. ign o des Nuov

I Nuggets di pollo M-Budget sono stati votati i migliori dalla rivista dei consumatori K-Tipp dello scorso 13 gennaio. Il vantaggioso prodotto è in vendita a Fr. 7.95 per 750 g.

15 anni fa Migros lanciava M-Budget Mobile. Il vantaggioso abbonamento mobile può oggi contare su 600’000 clienti.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Società e Territorio

Donne in panchina

7 febbraio A cinquant’anni dall’introduzione del voto femminile il politologo Werner Seitz

nel suo ultimo saggio racconta la lotta per l’uguaglianza politica delle donne in Svizzera

Natascha Fioretti Auf die Wartebank geschoben è il titolo del saggio del politologo Werner Seitz e non poteva essere più indovinato perché rende chiara l’immagine del rapporto tra le donne e la partecipazione alla vita politica in Svizzera. «Spinte sulla panchina d’attesa» è la traduzione italiana, penso ai giocatori che seguono il gioco in fibrillazione seduti in panchina senza potervi prendere parte. Magari per un’intera stagione se all’allenatore non sono simpatici o se non li ritiene all’altezza. Ma chi ha relegato invece le donne su una panchina? Le politiche del Consiglio federale, del Parlamento e degli uomini. Recita l’introduzione: «il libro mette in luce le radici del pensiero storico che hanno determinato la discriminazione delle donne e mostra come i nemici del diritto di voto alle donne in Svizzera abbiano saputo applicare in modo efficace i meccanismi della democrazia diretta. Le attiviste dei diritti delle donne hanno dovuto dare prova di grande resistenza e forte tenacia». Per capire le radici della discriminazione bisogna tornare indietro

Il saggio è stato pubblicato da Chronos Verlag, dicembre 2020.

Il politologo Werner Seitz è stato responsabile del settore «Politica, Cultura e Media» dell’Ufficio federale di statistica. (Angela van Diggelen)

all’immaginario del cittadino repubblicano maschio scaturito dalla Rivoluzione francese, i cui diritti furono cementati nel codice civile napoleonico, lo stesso che ammise il delitto d’onore compiuto dal marito e considerava la donna inferiore sia fisicamente che intellettualmente. Un’idea che trovò suolo fertile in Svizzera in particolare negli ambienti e nella mentalità militari così come nel concetto di cittadinanza. L’ideologia del repubblicanesimo svizzero aveva le sue profonde radici nei miti fondativi della Confederazione al centro dei quali c’era una forte alleanza tra pari, cioè uomini repubblicani con uguali diritti. Di questo particolare humus ideologico e patriarcale che escludeva le donne dalla vita politica e pubblica relegandole alla cura della famiglia e della casa paghiamo le conseguenze ancora oggi. Venendo invece ai nemici e ai meccanismi della democrazia diretta basti pensare al congedo parentale votato qualche giorno fa in Gran Consiglio. Accolto con soddisfazione dal PS («questa decisione rappresenta una prima a livello svizzero») e da FaftPlus («un voto favorevole che permette di stare al passo con l’evoluzione della società e con le esigenze delle giovani famiglie, arginando così un ritardo della politica che rischiava di diventare incolmabile»), l’UDC ne ha invece messo in luce le criticità legali («le difficoltà che comporta per i datori di lavoro sul territorio ticinese e la difficoltà di applicazione»). A proposito di ritardi vale la pena

di fare qualche paragone per capire come l’attesa sia ancora oggi una costante nelle politiche familiari a favore delle donne e della parità. La Svezia è stata la prima ad introdurre il congedo parentale nel lontano 1974, noi avevamo appena ottenuto il diritto di voto, e oggi per entrambi i genitori prevede sedici mesi di congedo parentale retribuito all’80%. In Germania il congedo esiste dal 2007, si possono richiedere fino a dodici mesi pagati dallo Stato secondo un calcolo della media del salario percepito nell’ultimo anno. Per quanto riguarda la Svizzera basta andare sul sito del Consiglio federale, c’è un articolo del 2018 (da allora nulla è cambiato) dal titolo «Congedo parentale: la Svizzera fanalino di coda dell’Europa».

La questione del suffragio femminile era tra le trattande dell’agenda politica svizzera già alla fine della Prima guerra mondiale Ma torniamo al testo e alla panchina, il fil rouge che percorre tutta l’opera, come ci dice l’autore: «l’immagine vale da un lato per la prima parte del libro in cui descrivo il lungo percorso che ha portato le donne al voto. Se solo pensiamo che la questione del suffragio femminile era nella lista delle trattan-

de dell’agenda politica svizzera già alla fine della Prima guerra mondiale… D’altro canto nella seconda parte descrivo l’andamento lento dell’entrata delle donne in politica dopo il 1971, con un significativo boom negli anni 90, una stagnazione negli anni 2000 e una significativa rimonta nel 2019 all’indomani dello sciopero femminista nazionale». Dal voto del 1971 bisognerà aspettare dodici anni per vedere eletta la prima consigliera federale, Elisabeth Kopp, il 2 ottobre 1984. Mentre dalle elezioni del 2019 abbiamo visto le donne emergere sia nelle liste sia nei risultati delle votazioni cantonali e federali. Nel Parlamento ticinese le donne sono passate dal 24% al 34% mentre al Nazionale si è raggiunta la storica quota del 42%. Il merito di questo risultato è in larga parte di associazioni femminili come FaftPlus o Alliance F che con iniziative e campagne si battono per la rappresentanza delle donne in politica e promuovono il dibattito pubblico e politico intorno alle questioni cruciali. Quando nel 1962 il Consiglio federale valutò l’idea di entrare nel Consiglio d’Europa e di firmare la Convenzione dei diritti umani, l’Associazione svizzera per il suffragio femminile si oppose. Lo fece mandando un telegramma al Consiglio d’Europa. Ci mise gli auguri per l’anniversario dei dieci anni e l’auspicio che la Svizzera introducesse al più presto il voto alle donne. Come avrebbe potuto altrimenti essere degna di firmare la Convenzione? Ad arricchire la pubblicazione e a renderla uno strumento utile per chi

si occupa di parità in Svizzera sono le tabelle e le statistiche che ci raccontano come negli anni i diversi partiti e i diversi cantoni si siano espressi sulle questioni cruciali o quante donne siano state presentate nelle diverse liste partitiche. Prendiamo l’interruzione di gravidanza. Nell’estate del 1977 la sinistra e i sindacati votarono a favore, votarono contro il PEV e il CVP , indecisi i liberali e l’UDC. Nelle votazioni cantonali pure ci fu una spaccatura evidente tra i cantoni francesi – il Canton Vaud, Ginevra e Neuchâtel con oltre il 75% di sì, contrari furono invece i cantoni cattolici e rurali come Appenzello Interno, Uri, Svitto, Obvaldo e Nidvaldo. Ricordiamoci che in Appenzello il voto alle donne è stato introdotto nel 1990 su decisione del Tribunale federale svizzero! «Tra i cantoni virtuosi – sottolinea il politologo – ci sono quelli latini, pioniera sul voto alle donne è stata la Romandia protestante» (vedi articolo di Luca Beti a pagina 20). Il messaggio di Werner Seitz, da 30 anni attento osservatore e analista dello scenario politico svizzero, è chiaro: l’attesa ha connotato tutte le conquiste femminili in questo Paese. Ogni conquista è stata il frutto di un duro confronto, nulla è mai stato regalato. La notizia è che le cose oggi non sono cambiate, basti vedere le conseguenze della pandemia sul lavoro femminile. Brindiamo dunque all’anniversario dei cinquant’anni di voto femminile il prossimo 7 febbraio, poi però mettiamo via i calici e torniamo sulle barricate.

Un progetto che funziona Solidarietà L’aiuto

al vicinato Amigos è stato efficiente anche durante il secondo lockdown In occasione del primo periodo di confinamento, provocato dalla prima ondata della pandemia nella primavera 2020, si era delineata la necessità di aiutare le persone che a causa dell’età avanzata o di problemi fisici non potevano provvedere da sole alla spesa quotidiana. Pro Senectute e Migros, in quel periodo, hanno quindi ideato il progetto «Amigos», che consolidava una collaborazione già attiva da tempo tra i due partner. A distanza di tempo, l’iniziativa si può ritenere un vero successo. Grazie all’aiuto al vicinato di Migros e Pro Senectute sono già stati consegnati a domicilio circa 80’000 ordini di acquisto alle persone dei gruppi a rischio in quarantena. Da notare che sono oltre 27’000 i volontari registrati, sempre disponibili durante le fasce di consegna desiderate, e gli acquisti vengono consegnati anche il giorno stesso. Il volontario fa parte in genere del vicinato: si reca in negozio, ritira la spesa e la consegna a domicilio all’acquirente. La consegna è gratuita, chi ordina può però versare una mancia digitale al volontario. Importante: chiunque (o quasi) può diventare volontario. Possono andare a fare la spesa per gli altri tutte le persone in buona salute a partire dai 16 anni di età. I volontari si attengono sempre rigorosamente alle regole di comportamento in vigore emanate dall’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP). Per iscriversi come volontario basta seguire le istruzioni sul sito. Come funziona Amigos? L’acquirente compone comodamente il proprio carrello della spesa scegliendo tra gli oltre 6000 articoli Migros. Non appena un volontario nei dintorni accetta l’ordine dell’acquirente, si reca in negozio a fare la spesa e la consegna al domicilio dell’acquirente all’ora richiesta. L’acquirente può ordinare la spesa tramite il sito e l’app. Per pagare è necessaria una carta di credito. Gli ordini possono essere trasmessi anche da terzi, ad esempio dalla nipote per la nonna. I volontari devono registrarsi tramite l’app e consegnare la spesa nelle vicinanze del proprio domicilio. Decidono autonomamente se e quanti ordini accettare. Tutte le informazioni su Amigos sono disponibili nella pagina: www.amigos.ch/it/faq/

Sono oltre 27’000 i volontari registrati.

Amigos in cifre ■ 80’000 ordini di acquisto dall’inizio della pandemia; ■ 27’000 volontari; ■ 20’000 acquirenti dall’inizio della pandemia; ■ In 2965 dei 3197 numeri postali di avviamento in Svizzera sono più di 3 i volontari registrati.


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Società e Territorio Rubriche

Approdi e derive di Lina Bertola Navighiamo sulle onde dei sogni «Smettila di sognare ad occhi aperti, bisogna sempre guardare in faccia la realtà!» Questo monito svolazza spesso e volentieri tra di noi. Apparentemente intriso di benevola saggezza, vuole metterci in guardia di fronte al rischio di intrecciare realtà e immaginazione, due mondi ritenuti irrimediabilmente lontani. Non rendersene conto è considerato un pericolo perché solo la concretezza dei fatti può essere una bussola affidabile per il nostro agire. A me pare una saggezza ingannevole proprio perché misconosce e svalorizza l’immaginazione, la cosiddetta capacità di sognare ad occhi aperti, la rêverie insomma, che invece è una dimensione importante del vivere, spesso presente, e per fortuna, nel nostro «guardare in faccia la realtà». Perché avere paura del «sogno» che attraversa il nostro sguardo? L’immaginazione è una grande risorsa che ci aiuta a vedere ogni cosa con occhi sempre nuovi; questo «sognare» colora le nostre

percezioni, i sentimenti, i significati e ci permette, a volte, di cambiare le domande e le risposte che diamo al nostro vivere. Nel camminare dentro una realtà consueta e familiare, l’immaginazione può essere una compagna di viaggio discreta che ci invita a scorgere sempre altri panorami possibili, a riconoscere un altro mondo, forse nascosto e inatteso, in quello che già c’è. Accogliere e coltivare questa sua presenza può significare molto per ciascuno di noi. Innanzitutto significa prestare attenzione al proprio mondo interiore, alla propria intima verità, avere fiducia in ciò che ci suggerisce: una postura nei confronti della vita che ce la fa sentire un po’ più nostra. Ma l’immaginazione permette un’altra cosa grandiosa, ossia di pensare oltre ciò che già conosciamo, oltre i dati di fatto e le info-conoscenze che tendono sempre più ad avere l’ultima parola e a spegnere il desiderio di cercare oltre. Il pensiero liberato invece, nutrito

dall’immaginazione, può contrastare queste gabbie e illuminare di luce propria il nostro sguardo sulla realtà. Una risorsa irrinunciabile, soprattutto nei momenti in cui la realtà esibisce tutto il peso della sua durezza. Senza infrangere le gabbie di troppe certezze, senza dar spazio all’immaginazione e al suo libero pensare, anche molte «verità» scientifiche non si sarebbero mai potute presentare allo sguardo dell’uomo. E ciò perché le visioni, nel porsi come alter ego della immediata concretezza, obbligano a non smettere di porsi domande, a continuare a pensare mondi possibili, per comprendere ciò che conosciamo con ciò che ancora non conosciamo, per dare un senso al visibile con ciò che è invisibile. La storia della scienza ci ricorda che spesso le conoscenze, prima di diventare dati osservabili, sono state il frutto fragile e incerto della capacità di immaginare: puri pensieri, idee coraggiose

a prescindere da ogni esperienza della realtà nella sua verificabile concretezza. Cercano altrove e altrove qualche volta trovano. Il filosofo Gaston Bachelard ha dedicato splendide riflessioni al tema del sogno e dell’immaginazione, giungendo proprio a questa decisiva conclusione: «ogni nuova verità nasce malgrado l’esperienza immediata». E ciò perché la fantasticheria sognante è l’espressione più intensa della creatività umana, in un certo senso è l’aurora di ogni pensiero. Dello scienziato visionario, ma anche del poeta sognatore o dell’artista ispirato, c’è qualcosa in ognuno di noi. C’è l’origine del nostro modo di abitare il mondo. «Sognando davanti al fuoco – scrive Bachelard – l’immaginazione scopre che il fuoco è il motore del mondo; sognando davanti a una sorgente, l’immaginazione scopre che l’acqua è il sangue della terra e che la terra ha una profondità vivente; toccando con

le dita una pasta dolce e profumata cominciamo a manipolare la sostanza del mondo». Un panorama cosmico sembra dunque offrirsi a ciascuno di noi nei momenti inaugurali del nostro pensare la vita. La continua rimozione dell’immaginario sognatore in nome della concretezza dei dati di fatto impedisce di coglierne il messaggio etico, ovvero l’invito a non rinunciare a quel «conosci te stesso», eterna promessa di un’umanità più consapevole, più responsabile, più libera. Messaggio etico che custodisce in sé anche tante speranze educative, troppo spesso purtroppo disattese. Allora concludo con una provocazione estrema che vuole però essere solo un invito a continuare a navigare sulle onde dei nostri sogni. Sono le celeberrime parole che Shakespeare fa pronunciare a Prospero nella Tempesta: «siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i nostri sogni e nel tempo di un sogno è racchiusa la nostra breve vita».

mato come per magia. Come faccio ora sul lago ghiacciato di Les Taillères (1036 m), titubante all’inizio, poi più tranquillo. La verità è che camminiamo sull’acqua come Gesù. Lo specialista locale qui è Jean-Pierre Schneider, proprietario del Siberia Sport, ripreso ora dal figlio che ogni anno noleggia i pattini. Quest’anno hanno rinunciato per via del coronavirus. Una coppia di giovani pattina lungo la riva sud, quella che il signor Schneider considera la più sicura. La loro gioia mi contagia e non ci penso due volte a lanciarmi sui pattini nuovi di pacca, presi per l’occasione sapendo dell’assenza dello stand del Siberia Sport. Il vero miracolo forse è solo questa leggerezza, in contrasto con la durezza del ghiaccio. La neve è un po’ d’impiccio, certo, ostacola l’ebbrezza, ma i miei pattini appena affilati a regola d’arte fanno il loro mestiere e pattino felice fino alle sponde a ridosso delle pinete spolverate di neve. Sulla riva opposta c’è il gruppo di case che dà il nome al luogo: Les Taillères. Continuando su quella strada, in due orette a piedi, si arriva a Les Verrières: il paesaggio del

panorama Bourbaki, febbraio 1871. Tutto intorno ora si fa sempre più indistinto, inizia una tempesta di neve che sembra cancellare il paesaggio. Più che nel Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli (1565) di Brueghel siamo nell’espressionismo astratto americano. I bambini con i bastoni di hockey sono costretti a rincasare tristi. La giovane coppia invece continua gli arabeschi, lui più disinibito si pavoneggia buffo scimmiottando Michael Jackson, lei più impacciata sui pattini bianchi con il pelo, ride e cade beata. Scivolo sul ghiaccio dove negli anni settanta organizzavano dei rally e ricordo la mia ammirazione segreta preadolescenziale per Katarina Witt. Vengono a galla altri frammenti: la gente infatuata che avanza a gattoni sul lago ghiacciato russo in Bells from the deep (1993) di Werner Herzog, tentando di vedere la leggendaria città perduta di Kitež o sentire almeno i rintocchi delle campane sommerse. Semicancellato, intanto, il paesaggio intorno si distingue a stento, solo qualche traccia sfuggente, da leggere come in filigrana.

Passeggiate svizzere di Oliver Scharpf Il lago ghiacciato di Les Taillères Dal suono di un sasso, scelto con cura secondo la forma e il peso, lanciato con una certa angolatura e la forza giusta, alcuni, nel Giura neocastellano, capiscono se sul ghiaccio si può pattinare. Rito tramandato da una generazione all’altra, della cui tecnica ancestrale sono depositarie, a Les Brenets per esempio, due famiglie: i Seitz e i Rieser. Pierre Rieser, in particolar modo, per più di mezzo secolo, è stato spesso il primo ad aprire il cammino a Les Brenets. Dove il pattinaggio sul Doubs è una delle centonovantanove tradizioni viventi svizzere che fanno parte del «Patrimonio culturale immateriale» dell’Unesco. Inconfessata passione – partita forse da un quadro di Brueghel e cristallizzata nel cuore con le sequenze iniziali di Julien Donkey – Boy (1999) di Harmony Korine, esplosa poi sul lago di Joux nei primi anni duemila con una mia ex una domenica incisa nella memoria tra gli stand del vin brulé sparsi sulla bianca superficie ghiacciata punteggiata di gente accorsa incantata – da anni aspetto che il Doubs ghiacci. Senza metterla giù troppo dura, un so-

gno realizzare un reportage pattinando sulla più grande patinoire naturale d’Europa. Eppure, gli ultimi inverni non inverni, non hanno permesso al fiume di frontiera serpeggiante tra falesie e pinete, di formare lo strato di ghiaccio necessario. La notizia di una notte polare – ventun gradi sottozero – a La Brévine, riaccende le speranze. Da una parte perché Les Brenets, dove un paio di anni fa vi avevo portato a scoprire la misteriosa torre Jürgensen, dista solo sedici chilometri da La Brévine. Dall’altra perché a La Brévine, soprannominata «La Siberia della Svizzera» dopo il record assoluto di -41,8° C il dodici gennaio 1987, si trova un lago che vanta una grande tradizione di pattinaggio quasi al pari di Les Brenets. Lì sul lac des Taillères, ieri, attraverso la webcam, ho visto diversi pattinatori; mentre il Doubs fatica a ghiacciare come si deve. Perciò mi metto in viaggio prima dell’alba. Non posso lasciarmi scappare quest’occasione e così arrivo a La Brévine una domenica mattina tardi verso fine gennaio. Meno uno indica il termometro della fontana

in piazza. Non entusiasmante, perdipiù nevica e la neve, dicono, appesantisce il ghiaccio che potrebbe rompersi e soprattutto nasconde le parti più esili. La neve ha coperto tutti i cartelli tranne l’unico che serve. M’incammino così a ovest del villaggio di neanche settecento abitanti, mangiando un croissant provvidenziale preso alla boulangerie in piazza che grazie al cielo fa anche il caffè da portare via. Alle undici e ventisei, dopo tre chilometri percorsi in una mezzoretta, avvisto il lago in lontananza con alcune figure sopra che m’incoraggiano. Chissà, vediamo, casomai pesco all’eschimese. Parecchia gente, nonostante non sia la gelida giornata perfetta dove il lago ghiacciato è «noir du monde» come mi dice un vecchietto a spasso con il suo bel labrador nero di nome Ovomaltine. Alcune famigliole sono indaffarate a spazzare la neve per giocare a hockey. Altri si avventurano sul lago con gli sci di fondo. Altri ancora solo così, a piedi. È indubbio: c’è qualcosa di irresistibile, tra l’elettrizzante e il religioso, ad attrarre le persone a camminare sul lago trasfor-

La società connessa di Natascha Fioretti «Quando arrivi in cima ricordati di rimandare giù l’ascensore» Come si dice? La prima impressione è quella che conta. Vale certamente nel caso di questo libro che mi ha subito conquistata e voglio condividere con voi perché in questi tempi complessi capire certe dinamiche diventa sempre più arduo se non abbiamo con noi una cassetta degli attrezzi ben equipaggiata. In verità, il saggio di Aurélie Jean è molto più di un semplice strumento da aggiungere in cassetta, è una sorta di bussola che aiuta ad orientarci. Se ad intrigarmi sin da subito sono stati il titolo Nel paese degli algoritmi (Neri Pozza) e la copertina blu con questi codici calati dall’alto che alle prime sembrano dei piccoli e luminosi Swarovski, a colpirmi al cuore sono stati la dedica «Ai miei nonni, Albert e Hélène Jean» e la citazione di Jack Lemmon «Quando arrivi in cima, ricordati sempre di rimandare giù l’ascensore». Ironia unita ad un racconto emotivo personale, un

binomio che amo. Com’è quell’altra cosa che si dice sempre? Un libro piace quando in esso ti riconosci. A parte il fatto che la logica e la matematica sono sempre state mille miglia lontano da me (ma come dimostra questa lettura non mi arrendo!) Aurélie Jean ed io abbiamo alcune cose in comune. La prima, la più importante, il ricordo dei nonni, il loro ruolo formativo nella nostra vita, l’impronta indelebile e forte che ci hanno lasciato e ci accompagnerà per sempre. Non scorderò mai quei pomeriggi con mio nonno nel suo studio in mansarda in cui mi chiedeva delle mie passioni, dei miei sogni, di cosa avrei voluto fare da grande. Di tante persone che ho incontrato nella mia vita nessuna mi ha mai ascoltato come lui, in modo attento e paziente, interessato davvero a capire il mio mondo, così lontano dal suo. I nonni hanno una saggezza e una luce particolare dettati dall’esperienza

della vita che li rende agli occhi di noi giovani dei fari nella nebbia dell’esistenza. Aurélie Jean è dottoressa di ricerca in scienza dei materiali e meccanica numerica, fondatrice e direttrice di In Silico Veritas, azienda specializzata in algoritmica e modellazione numerica. Nominata da Forbes nel 2019 tra le quaranta donne più influenti al mondo, da più di dieci anni si occupa di modellizzazione matematica e simulazione numerica applicate a diversi ambiti di ricerca, dalla medicina all’ingegneria, dall’economia alla finanza. Vive tra New York e la Francia, dove divide il suo tempo tra la ricerca, l’insegnamento e le collaborazioni editoriali. Se è arrivata sin qui è anche grazie ai nonni: «Fin dall’infanzia, mio nonno mi raccontava delle storie sul funzionamento del mondo che mi circondava. La dinamo della bici, il colore blu del cielo, la terra che ruota intorno al sole, la costruzione

ingegnosa delle cattedrali e delle piramidi: con il nonno, tutto era cibo per la mente!». A sette anni mentre Aurélie e i nonni fanno colazione in cucina (chi non ricorda la cucina della nonna?), lei con la cioccolata calda, dalla radio parlano del MIT – Massachussetts Institute of Technology: «Il giornalista raccontava che i ricercatori del MIT stavano conducendo uno studio matematico per capire se per bagnarsi meno possibile sotto la pioggia fosse meglio camminare o correre. Alla fine della trasmissione, vedendomi attenta, mio nonno si voltò verso di me e mi fece un grande sorriso. Mi accarezzò la testa e disse: “Vedi, la matematica serve a tutto!”. Mia nonna, anche lei sorridente, aggiunse che è sempre meglio infilarsi in borsa un ombrello. All’epoca pensai che quei ricercatori erano ben fortunati a risolvere problemi così divertenti! Può sembrare ingenuo, ma non avevo mai saputo cosa

rispondere alla domanda: “Che cosa vuoi fare da grande?” Adesso lo sapevo: volevo diventare ricercatrice!». Fatte le presentazioni, definita la cornice entro la quale ci muoviamo e, soprattutto, delineato lo spirito del racconto di Aurélie Jean, arriviamo al nocciolo della questione: gli algoritmi. «L’algoritmo è un insieme di regole operative la cui applicazione permette di risolvere un problema enunciato per mezzo di un numero finito di operazioni» ci dice la ricercatrice sottolineando che non si deve pensare ad un algoritmo soltanto in termini digitali. Esempio: come individuare in una bancarella del mercato il melone più grosso? Bastano l’occhio umano e un metodo di selezione intelligente. «Avete il “vostro” metodo e lo applicate ogni settimana al mercato? È un algoritmo». Semplice no? Se siete curiosi e volete saperne di più, vi aspetto qui tra due settimane.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Ambiente e Benessere Vini dell’Umbria La regione italiana possiede una tradizione antica, con etichette conosciute in tutto il mondo pagina 12

La cottura a vapore La sua leggerezza e il suo modo di rispettare i sapori la rendono un metodo tra i più usati in cucina

Curarsi con le piante Intervista a Fabio Firenzuoli, medico, ricercatore, insegnante universitario e pubblicista

L’anno della civetta Il simpatico uccello notturno sarà al centro dell’attenzione di chi ama la natura

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Nucleare, ma più pulito per l’ambiente Energia Evento importante nel passaggio

dalla fissione alla fusione: si è aperto in Francia il cantiere della centrale ITER

Loris Fedele La scorsa primavera a Cadarache, nel sud della Francia, è cominciato l’assemblaggio del prototipo di centrale nucleare a fusione ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), tappa fondamentale di un programma internazionale al quale la Svizzera sta partecipando tecnicamente e finanziariamente. I partner coinvolti sono l’Unione Europea, che rappresenta i suoi 28 Stati membri, e la Svizzera, gli USA, la Cina, la Corea del Sud, il Giappone, la Russia e l’India. ITER è una macchina gigantesca, alta come un palazzo di 10 piani, un’apparecchiatura che dovrà provare che è possibile ottenere sulla Terra una fusione nucleare come quella che alimenta il Sole. Un processo del genere libera straordinarie quantità di energia. Confidando nelle nostre sempre migliorate conoscenze scientifiche e tecnologiche sono decenni che al mondo si cerca di ottenere la fusione nucleare. Questa tecnica costringe alcuni nuclei degli atomi a fondersi insieme, diversamente da ciò che succede oggi nelle centrali nucleari, dove si fendono i nuclei atomici di elementi radioattivi per ottenere energia (e per questo si parla di centrali nucleari a «fissione»). Il processo di fusione rilascia ancor più energia della fissione e, in più, non produce scorie radioattive. Tra tutte le reazioni di fusione possibili si è individuata come la più favorevole da riprodurre sulla Terra quella che fa unire due nuclei di deuterio e trizio (che sono isotopi dell’idrogeno, cioè atomi di idrogeno che hanno uno e due neutroni in più) i quali fondendosi danno origine a un terzo elemento più pesante che è l’elio, un gas raro, inoffensivo per gli esseri umani e per l’ambiente. Liberano anche un neutrone fortemente energetico. Il processo di fusione sviluppa calore nel reattore, calore che, come succede nelle centrali nucleari classiche, permetterebbe di generare il vapore che aziona le turbine e gli alternatori per produrre la corrente elettrica. La grande sfida sta nel fatto che per «accendere il Sole sulla Terra», cioè per far fondere insieme questi nuclei atomici, ci vogliono temperature superiori ai 100 milioni di gradi. A queste temperature la materia si trova allo stato di plasma, che è un

gas ionizzato. Non bisogna lasciargli toccare le pareti del contenitore perché non resisterebbero al calore. Per nostra fortuna il plasma è conduttore e quindi lo si può influenzare con i campi magnetici che, posti tutto intorno, lo possono «confinare», si dice così, in uno spazio controllato. Abbastanza facile a dirsi, difficilissimo a farsi, tant’è che ci stiamo lavorando da una sessantina d’anni. Nel 1957 fu fondata l’EURATOM, la Comunità europea dell’energia atomica, che nacque contemporaneamente alla CEE (Comunità economica europea). Nel 1958 si tenne a Ginevra una importante conferenza internazionale sull’uso pacifico dell’energia atomica e si parlò di fusione nucleare. Nel 1961 la Svizzera raggiunse le nazioni pioniere in queste ricerche con la fondazione di un laboratorio di fisica dei plasmi e nel 1978 si associò pienamente a un programma europeo di ricerca sulla fusione nucleare, siglando un accordo di collaborazione con l’EURATOM. Dal 2014 questa partecipazione è regolata dall’accordo di associazione a diversi programmi quadro di ricerca e innovazione in seno all’UE (Unione Europea) come Horizon 2020, che scade alla fine di quest’anno e che va rinnovato con il pacchetto Horizon 2021-2027. Torniamo al discorso scientifico: come detto il combustibile per la fusione nucleare è idrogeno «pesante» e quindi risulta abbondante sulla Terra perché lo possiamo trovare nell’acqua. Una molecola di acqua è fatta di due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. In ogni metro cubo d’acqua sono contenuti circa 35 grammi di deuterio. Invece il trizio ha debolissime presenze in natura ma lo possiamo generare all’interno del reattore utilizzando il litio e i neutroni liberati. I nuclei di trizio sono gli unici elementi radioattivi nel processo di fusione che abbiamo scelto. Come detto si forma unicamente dentro il reattore e fondendosi con il deuterio va a formare l’elio, che non è radioattivo. Vero è che i neutroni ad alta energia liberati dal processo attivano i materiali della struttura coi quali vengono a contatto, cioè li rendono radioattivi. Poco male: mentre la centrale è in funzione non esce nulla e una volta che

Nel sala principale usando grandi gru si procede alla posa del cilindro di schermatura termica. (www.iter.org)

sarà cessato il suo sfruttamento gli studi ci dicono che bastano 100 anni fino a che tutte le parti attivate della centrale non siano più radioattive. Potranno essere smantellate senza pericolo e addirittura riciclate. Non sarà necessario alcuno stoccaggio come deve avvenire oggi per le famigerate scorie nucleari radioattive per decine e centinaia di millenni. La centrale a fusione non produce scorie altamente radioattive e non libera anidride carbonica. Sempre di nucleare si tratta ma molto più leggero delle attuali centrali a fissione. Riprendiamo un poco la storia di questo difficile cammino verso l’obiettivo di costruire una centrale a fusione di tipo commerciale. Il 1979 può essere considerato un inizio, con la costruzione del JET (Joint European Thorus) a Culham, vicino a Oxford in Inghilterra. In quella struttura sperimentale il plasma viene mantenuto sotto vuoto all’interno di un

contenitore a forma di ciambella (che in fisica chiamano Toro), confinato da potentissimi campi elettromagnetici, che lo mantengono in quella forma, ed è riscaldato con sistemi di microonde. Con JET si è riusciti a ottenere la fusione ma per ora mettendoci più energia di quella che si ottiene. Tuttavia il successo del procedimento ha aperto la strada alla costruzione di ITER, fisicamente simile, decisa nel 2007. ITER non sarà ancora un reattore commerciale perché non produrrà energia elettrica ma è fatto per poter dimostrare la fattibilità tecnica di un reattore dove si guadagna nella produzione. È concepito per generare 500 MW di energia di fusione partendo da 50 MW di potenza fornita. Sono più di dieci anni che in giro per il mondo si stanno costruendo i pezzi della macchina e finalmente lo scorso aprile si è cominciato l’assemblaggio del reattore con la posa del primo componente, la

base del criostato, che per intenderci è una specie di thermos. Il criostato di ITER è un cilindro d’acciaio alto 30 metri e del diametro di 30 metri, pesante 1250 tonnellate. Qui dentro entreranno la camera a vuoto e il sistema di magneti a superconduttori necessario al confinamento del plasma, oltre agli acceleratori di particelle e generatori di microonde per riscaldarlo. Ad accrescere le future difficoltà tecniche sta il fatto che il sistema dei magneti a superconduttori deve lavorare alla temperatura di soli 4 gradi sulla scala assoluta, che corrispondono a 269,15 gradi sottozero. Sistemato il criostato si monteranno gli altri pezzi che arrivano da tutti i Paesi coinvolti nel progetto. La tabella di marcia prevede l’ottenimento del primo plasma nel 2025, con l’accensione della macchina, ma bisognerà aspettare il 2035 per vedere le prime reazioni di fusione nucleare.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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La vista sul Golfo Pagaseo. (Dimitris Vetsika)

A due passi da Volo, il trenino del Pelio Viaggi Tra natura e mitologia in Grecia, nelle terre dei centauri Simona DallaValle Tra le affollate vie del centro di Volo, capoluogo della prefettura di Magnesia e terzo porto greco dopo Pireo e Salonicco, si respira un’aria rilassata. Innumerevoli sono le tsipouradika, cuore e anima della città, taverne dove si svolge il rituale dello tsipouro. Si tratta di una delle tradizioni culturali della zona, un distillato prodotto dal mosto d’uva con il 40-45% di alcool. Gli antipasti, o mezes, non si ordinano mai ma vengono serviti in automatico, a seconda della quantità di bevanda consumata. All’inizio arrivano sottaceti e torte salate, seguono poi frutti di mare in un’escalation di prelibatezze: all’aumentare del consumo arrivano gli antipasti più sofisticati e costosi. Per risalire alle origini dell’usanza bisogna fare un passo indietro. Nel triennio 1919-1922, tra Grecia e la Turchia di allora vi fu un’aspra guerra da inquadrare all’interno degli sforzi turchi per l’indipendenza. Al termine della guerra la Turchia ottenne all’incirca i confini attuali, mentre la Grecia, sconfitta, dovette fare i conti con grandi sconvolgimenti nell’intero Paese. Nel 1923 fu firmato il trattato di Losanna, che di fatto sanciva la deportazione di quasi due milioni di civili in due movimenti opposti: uomini e donne di fede cristiana furono trasferiti dalle antiche regioni della Ionia e del Ponto in Grecia, mentre i membri della comunità islamica di Creta e altre zone della Grecia furono espulsi dal territorio e mandati in Turchia. Questo episodio è ancora oggi noto come «scambio» e sebbene abbia provocato violenti scontri in entrambe le nazioni, ha condotto anche a interessanti commistioni culturali. La tradizione dello tsipouro è una di queste, portata a Volos dai rifugiati dell’Asia Minore che si stabilirono in città dopo

il 1923. A mezzogiorno, dopo il lavoro, si riunivano nella kafeneia del porto e bevevano il loro tsipouro, che accompagnavano con i mezes. Questa divenne ben presto un’abitudine quotidiana sia per la gente del posto che per i visitatori. Volo è una destinazione della Grecia continentale incorniciata dalle onde del mare e dall’aspro sfondo del Monte Pelio. Un’area incantevole dove si incontra la linea ferroviaria che collega Ano Lechonia, a 12 km da Volo, al villaggio di Milies. Alle 10 di mattina, orario di partenza del trenino, la stazione ferroviaria di Ano Lechonia è in fermento. Il minuscolo paese è il punto di inizio di un percorso all’insegna di storia e paesaggio, con una natura così rigogliosa da sembrare magica. Il fischio del controllore segna l’inizio di un viaggio indimenticabile di 90 minuti. La ferrovia a scartamento ridotto di soli 60 cm (una delle più strette al mondo!) ospita la locomotiva e i quattro vagoni del cosiddetto Μουτζούρης (il cui significato è macchiato, imbrattato): il soprannome del treno deriva

Moutzouris, il trenino del Pelio. (Trainose)

da un gioco di carte tradizionale. La persona che perde – quella rimasta con una carta alla fine del gioco – deve essere «imbrattata» con il carbone. Lo storico trenino percorreva un tempo l’intera distanza da Volo, e il tratto fino ad Ano Lechonia fu completato nel 1896. Il tratto finale fino a Milies fu costruito e messo in funzione soltanto nel 1903. Il paesaggio montuoso tra Ano Lechonia e Milies, lungo soli 16 km, è ricco di una vegetazione lussureggiante formata per lo più da platani, querce, ulivi e pini. L’altitudine e la ridotta velocità del treno, che raggiunge al massimo i 20km/ora, permettono una vista spettacolare sul Golfo Pagaseo e sulla natura circostante, oltre che sulla raffinata architettura ferroviaria fatta di ponti antichi e tunnel maestosi. Tra questi vi sono il ponte a cinque arcate di Kalorema e il grande ponte in metallo di Taxiarchiso, noto anche come «ponte di De Chirico»: il suo progettista fu infatti Evaristo De Chirico, padre del pittore Giorgio, che nacque proprio a Volo. Qui si assiste a un’opera di ingegneria piuttosto unica perché

il treno attraversa un ponte dritto, ma i binari che vi si trovano sopra sono in realtà curvi. L’ingegnere supervisionò la costruzione dell’intera ferrovia, iniziata nel 1892. L’opera del padre fu destinata in seguito a ispirare e accompagnare i dipinti del figlio, in molti dei quali è presente la figura di un piccolo treno, spesso seminascosto dietro a muri e arcate. Una volta arrivati a Milies si può assistere alle complesse operazioni di inversione della direzione del treno. Nel villaggio si possono ammirare la biblioteca pubblica, una delle più antiche in tutta la Grecia, e la cappella di Taxiarchis, che si raggiunge percorrendo un sentiero scavato nella roccia. Alla base della stessa roccia si trova la grotta del centauro Chirone. Ma chi era costui? Oltre alla sua bellezza dal punto di vista naturalistico, la terra del Pelio è arricchita dal fascino della mitologia ed è da qui che bisogna partire per apprezzare del tutto questi luoghi. Soprannominato «il saggio», secondo la mitologia greca Chirone era il tutore e guaritore dei centauri,

creature a metà tra uomini e cavalli. Fu lui a donare ai genitori di Achille la lancia utilizzata dall’eroe nel corso della guerra di Troia, con la quale poteva curare le ferite che essa stessa provocava. Il mito racconta che nei fitti boschi alle pendici del monte Pelio vivevano i centauri, ma la montagna fungeva anche da dimora estiva per le dodici divinità dell’Olimpo. Proprio questa zona fece da teatro alla più famosa leggenda sui centauri, la Centauromachia: una feroce battaglia tra le creature semiumane e il popolo dei Lapiti per difendere Ippodamia dalla violenza di Euritione. La battaglia si concluse con la sconfitta dei centauri e la loro cacciata dalla Tessaglia. Il treno riparte alle 15 per fare ritorno ad Ano Lechonia, dove l’arrivo è previsto per le 16.30. Durante la stagione estiva la corsa viene effettuata tutti i giorni, mentre si svolge solo nel fine settimana nel corso dei mesi invernali. Si consiglia di controllare il sito www. trainose.gr per gli orari, che soprattutto in questo periodo di pandemia sembrano cambiare spesso…!

Uno scorcio sul porto di Volo. (Simona Dalla Valle)


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Ambiente e Benessere

I grappoli dell’Umbria

Scelto per voi

Vino nella storia Il «cuore verde d’Italia» possiede una tradizione vitivinicola di grande

qualità e prestigio Davide Comoli

Completamente circondata da Lazio, Marche e Toscana, la regione Umbria è da tempo denominata «il cuore verde d’Italia», grazie alla sua conformazione prevalentemente collinare e montana, alla sua ricchezza di boschi e di acque, ai suoi terreni in prevalenza calcarei e argillosi, che ospitano da tempo immemorabile tra le colture agricole, la vite e l’olivo. La regione più collinare d’Italia è separata da rilievi appenninici orientali, dai subappenici più bassi, dalle valli Tiberina e Umbra e dal monte Redentore (2449 m). Le poche pianure sono situate dove c’erano antichi laghi colmati poi da depositi alluvionali. Il fiume principale è il Tevere che attraversa la regione per 210 km, i suoi affluenti sono a destra il Paglia e il Nestore, a sinistra il Nera e il Chiascio, senza dimenticare il lago Trasimeno (quarto lago in Italia per estensione), con una profondità massima di 6 m. Qui la coltura della vite risale ad epoche antiche: lo testimoniano i moltissimi reperti rinvenuti nelle tombe etrusche, da dove sono stati portati alla luce stupendi vasi enoici. Il popolo Etrusco, già presente nel VII sec. a.C. in questa regione, rivolse cure particolari alla coltivazione della vite, usando il «sacro» nettare nei riti religiosi e soprattutto come conforto per il lungo viaggio che ci aspetta dopo la morte. Con sorpresa, al loro arrivo (non

Sasso Chierico

Suggestiva immagine della rocca di Orvieto che domina i filari. (Marka)

pacifico), i Romani scoprirono una popolazione, i locali Umbri e i sopraccitati Etruschi, già abituati a godere del succo dell’albero della vite. Virgilio e Plinio confermano con i loro scritti la presenza delle uve Apinae dalle quali si otteneva un vino dolce, parlano pure del Murgentina, molto diffuso a Chiusi, ma d’origine campa-

na, come pure del Tudertis diffuso a Todi. In Umbria furono particolarmente attivi gli ordini monastici, dei quali, possiamo senza dubbio affermare che furono i salvatori della viticoltura in tempi bui, grazie ai seguaci di San Benedetto da Norcia ed ai Cistercensi. Sarà la brillante penna di Sante Lan-

Il mammo, una meraviglia dei mari

Solo le mamme sanno cosa significa partorire. Fatta eccezione per i maschi di cavalluccio marino: in questa specie sono loro, infatti, a covare le uova in un apposito marsupio. Per altre meraviglie: mari.wwf.ch

Proteggiamo le meraviglie della natura.

SPINAS CIVIL VOICES

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cerio (1548) antesignano dei moderni sommelier, che annoterà i vini di questa regione al seguito di papa Paolo III Farnese. Passeranno quasi 50 anni prima che A. Bacci dia ampio spazio alla vitivinicoltura dei vini umbri, dove la parte del leone la fa giustamente il vino di Orvieto, già allora imbottigliato in fiaschetti di paglia. Il vigneto umbro copre prevalentemente in collina una superficie di ca. 13’000 ettari, il vitigno emblema di questa regione, presente quasi esclusivamente nella zona di Montefalco, è il Sagrantino. Sembra che questo vitigno sia la naturale mutazione dell’antico vitigno Hitriola di cui già parlava Plinio il Vecchio, scrivendo dei vini di Bevagna. Il Sangiovese entra in purezza o nella composizione in quasi tutti i vini D.O.C. prodotti nella regione. Piuttosto apprezzato nella zona per la sua vinosità, per i suoi profumi di marsala e i tannini leggeri è il Ciliegiolo, mentre, usato soprattutto in assemblaggio perché offre un buon tenore alcolico, è il Canaiolo Nero. Il Montepulciano e il Gamay, trovano un ambiente pedoclimatico ottimale nella zona di Terni e del lago Trasimeno. L’autoctono Grechetto (l’antico Greco di Todi), è il vitigno più caratteristico a bacca bianca della regione: il Trebbiano Toscano vino di buona acidità, è normalmente usato nella composizione dei bianchi locali, ma anche vinificato in purezza dà una vino con buona struttura. Nelle colline a meridione trova il suo sito ideale la Malvasia Bianca, mentre il produttivo Verdello entra nella composizione di numerose denominazioni. Anche qui sono presenti il Merlot, il Cabernet Sauvignon, usati per i famosi tagli bordolesi, lo Chardonnay e il Sauvignon Blanc, il quale ben si presta alla produzione dei «muffati». Sei sono le zone in cui è divisa l’Umbria vitivinicola. Arrivando dalla Toscana troviamo il lago Trasimeno con le sue colline, ideale per i vini rossi. Consigliamo in particolare il locale Gamay: recenti studi lo ricollegano alla Grenache, quindi non è il vitigno che si trova nel Beaujolais; assolutamente da provare con le famose anguille alla brace, piatto locale. Proseguendo verso sud si arriva nella zona dei Colli Perugini, dove troviamo le D.O.C. Assisi, vini di grande struttura. Proseguendo si entra nell’area di produzione di Torgiano: la viticoltura in questa zona risale addirittura all’e-

Sui 7 ettari di proprietà della famiglia Antognini, situati nel comune di Gudo, sulla sponda destra del fiume Ticino, vengono allevate le viti di Merlot, alcune delle quali vecchie di più di 40 anni. Qui i vecchi ceppi penetrano nel terreno fino a 130 cm di profondità: siamo in presenza di un suolo molto adatto alla viticoltura, con terreni medio leggeri, ricchi di materia organica, acido e non calcareo. Nella sua passione per la viticoltura, Giovanni Antognini è affiancato dal valente enologo Michele Conceprio: insieme hanno prodotto e vinificato questo stupendo Merlot del Sopraceneri. Con il suo colore rubino granato intenso, molto speziato al naso, con note vanigliate e accenni erbacei, note di mirtillo, caldo, morbido e tannini diffusi con una sorprendente lunga persistenza, il Sasso Chierico è l’ottimo compagno non solo per i piatti strutturati di questa stagione, ma lo pensiamo anche come partner ideale per la cucina tradizionale della nostra Regione. / DC Trovate questo vino nei negozi Vinarte al prezzo di Fr. 21.60.

poca etrusca, il Torgiano Rosso Riserva D.O.C.G. è il fiore all’occhiello, prodotto soprattutto con il Sangiovese; grazie alla lenta evoluzione per almeno 3 anni, crea complessi aromi: vino di grande struttura, ottimo con i colombacci allo spiedo (non dimenticate di visitare il Museo del vino, presso una nota cantina). La terra umbra è ricca di pregiati tartufi raccolti nella Valnerina, nelle vicinanze di Spoleto, dove il Trebbiano la fa da padrone: profumi di fresche erbe aromatiche fanno di questo vino l’ideale compagno della classica pasta e fagioli o di una zuppa di legumi profumata al tartufo nero. L’esteso comprensorio di Orvieto rappresenta circa la metà della produzione regionale, situata ai confini del Lazio, condivide la D.O.C. Ottenuti principalmente con Grechetto, Trebbiano, Verdello, Malvasia e raramente anche Chardonnay, troviamo vini bianchi ben strutturati, piacevolmente minerali. Presso il piccolo lago di Corbara, con uve attaccate dalla «Botrytis Cinerea», scopriamo la preziosa tipologia Muffa Nobile, da provare con un pecorino stagionato dell’altopiano del Subasio. Nei dintorni di Todi troviamo i terreni più vocati per la produzione del Grechetto, da bersi con le trote pescate nel Clitunno, cotte alla griglia. Prodotto fino agli anni 70 solo come vino dolce, il Sagrantino è riuscito ad imporsi a livello mondiale come grande vino da evoluzione e da abbinare a piatti strutturati. Vitigno a maturazione tardiva, attenua la sua tannicità prima in vigna e poi in cantina, il Montefalco Sagrantino D.O.C.G. può essere prodotto solo nel comune omonimo e parte nei comuni di Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Rinaldi e Gianno d’Umbria, tutti in provincia di Perugia.


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Ambiente e Benessere

A tutto vapore

Gastronomia Un sistema di cottura antico e sano, che si presta a molte preparazioni

La cottura al vapore vive un momento d’oro. È stata sdoganata alla grande dalla cucina cinese, che la utilizza moltissimo, e si è adattata senza problemi alla nostra tradizione. Ne parleremo più volte, quest’anno.

Tre ricette originali a base di pesce per sperimentare nuovi sapori e nuovi accostamenti Una premessa: a vapore si può cuocere in una vaporiera classica o elettrica ma anche in un forno a microonde a 800 Watt, in un forno a vapore ma anche classico. Tutto questo detto, la classica vaporiera in bambù dei cinesi è il meglio – e costa poco. Unica accortezza: comprate quei fogli di carta da forno tondi da mettere sul fondo del cestello. In questa maniera si sporcherà poco il cestello e basterà, dopo la cottura, un breve risciacquo. Io li uso sempre. Però ho anche una vaporiera tutta in acciaio, più grossa, che utilizzo per le carni grasse, soprattutto per il cotechino di cui sono ghiotto, pentola che poi lavo senza problemi in lavastoviglie. Iniziamo con tre antipasti, esemplificativi. Patate dolci con panna acida e uova di salmone. Ingredienti per 4 persone: 4 patate dolci, panna acida g 200, uova di salmone g 200, un mazzetto di aneto, sale e pepe. Lavate accuratamente le patate, poi cuocetele a vapore per 20 minuti o più, dipende dalle patate, comunque fino a quando non saranno tenere al cuore. Nel frattempo lavate, mondate e tritate l’aneto. Tagliate una fetta da ogni patata, scavate gran parte della polpa e mescolatela con la panna acida e una presa di aneto. Regolate di sale e di pepe. Riempite ogni patata col composto di

panna, distribuite sopra le uova e decorate con un po’ di aneto. Polpette di pesce con salsa lime. Ingredienti per 4 persone: pesce bianco (di mare o di acqua dolce) a filetti g 800, un mazzetto di mentuccia, un pezzetto di radice di zenzero, fecola, curry dolce in pasta, sale e pepe. Per la salsa: 1 limone, 1 ciuffo di erba cipollina, 1 spicchio di aglio, 1 cucchiaino di zucchero grezzo di canna, yogurt g 125, sale e pepe. Per le polpettine, private i filetti di pesce delle lische. Mondate e tritate grossolanamente la mentuccia. Sbucciate e grattugiate lo zenzero. Mettete nel tritatutto il pesce, un cucchiaio di curry, la mentuccia, lo zenzero e un cucchiaio di fecola. Frullate fino ad avere un composto omogeneo e regolate di sale e di pepe. Con le mani umide formate delle polpettine della grandezza di una noce, passatele nella fecola e cuocetele a vapore per 8 minuti. Per la salsa, grattugiate lo zest del limone. Mondate e tritate l’erba cipollina. Mondate l’aglio, tagliatelo a metà, privatelo del germoglio verde e infine tritatelo finemente. Mescolate lo yogurt con lo zest del limone, l’erba cipollina, lo zucchero, un pizzico di sale e uno di pepe. Aggiungete infine l’aglio e mescolate. Servite le polpettine su un piatto da portata, accompagnatele con la salsa lime. Scampi al burro aromatico. Ingredienti per 4 persone: 16 scampi, 3 scalogni, 12 pomodorini essiccati, un mazzetto di erba cipollina, 1 limone, burro g 80, sale e pepe. Mettete i pomodorini a mollo in una ciotola colma di acqua tiepida. Mondate e tritate finemente gli scalogni e l’erba cipollina. Grattugiate lo zest dal limone e ricavatene il succo da una metà. Recuperate i pomodorini, strizzateli e tagliateli a pezzetti. Mettete tutti gli ingredienti in una ciotola assieme al burro ammorbidito. Tagliate gli scampi a metà per il lungo e farciteli col burro aromatico. Distribuite gli scampi nella vaporiera e cuocete per 5 minuti. Servite subito.

Marka

Allan Bay

CSF (come si fa)

Vediamo come si fanno due primi piatti a vapore. Gnocchi di zucca al pecorino. Ingredienti per 4 persone: ricotta g 300, zucca g 250, 2 spicchi di aglio, farina, grana grattugiato g 40, noce moscata, pecorino dolce g 80, 2 uova, burro, sale e pepe. Mondate e lavate la zucca, privatela dei semi, tagliatela a pezzetti e cuoceteli a vapore per 30 minuti con l’aglio

schiacciato col palmo della mano. A cottura, eliminate l’aglio e mettete la zucca nel tritatutto. Frullatela con le uova fino ad avere una crema. Versate il composto in una ciotola, incorporate 2 cucchiaiate di farina passata al setaccio, unite la ricotta, il grana e una grattata di noce moscata. Regolate di sale e di pepe. Lavorate l’impasto con le mani fino a quando sarà omogeneo e consistente, dategli la forma di un salsicciotto. Tagliatelo a fettine di 1-2 cm con un coltello e disponete gli gnocchi sul cestello della vaporiera ricoperto con carta da forno. Cuocete a vapore per 15 minuti. Distribuite gli gnocchi su una pirofila, copriteli con il pecorino grattugiato, qualche fiocchetto di burro e passate sotto il grill per pochi istanti. Riso Basmati con pollo alla senape. In-

gredienti per 4 persone: riso Basmati g 250, 4 petti di pollo da 100 g l’uno, senape in pasta, 2 scalogni, 2 spicchi di aglio, pinoli 20 g, brodo vegetale dl 2, sale. Schiacciate l’aglio col palmo della mano. Mondate e tritate gli scalogni. Tagliate il pollo a pezzetti e metteteli in una ciotola con l’aglio, gli scalogni, i pinoli leggermente tostati, 2 cucchiai di senape e una presa di sale. Versate brodo, mescolate e lasciate riposare per 2 ore in frigorifero. Mettete la ciotola nel cestello della vaporiera e cuocete per 15 minuti, mescolando spesso. Contemporaneamente mettete il riso in un altro cestello della vaporiera, spolverate di sale e cuocetelo per 15 minuti. Distribuite il riso sui piatti da portata, mettete al centro il pollo con la sua salsa e servite.

Ballando coi gusti Oggi due proposte accomunate dal fatto che mi piacciono molto. Soprattutto la minestra.

Sformato di mais

Minestra di riso

Ingredienti per 4 persone: mais in scatola g 500 · besciamella g 180 · 1 cipolla · 2

Ingredienti per 4 persone: riso da minestra g 200 · 1 cipolla · verdure a piacere g 400 · 2 foglie di alloro · olio di oliva · sale e pepe.

uova · 3 tuorli · grana grattugiato g 100 · ricotta g 100 · noce moscata · burro · sale e pepe. Stufate la cipolla mondata con poca acqua per 15 minuti poi frullatela. Scolate il mais e mescolatelo con la besciamella. Unite 100 g di burro a pezzetti, le uova intere e i tuorli leggermente sbattuti, la cipolla, il grana e la ricotta spezzettata; salate, pepate e insaporite con una grattata di noce moscata. Scaldate il composto a fuoco dolce, mescolando. Trasferitelo in una pirofila foderata con carta da forno e cuocete in forno a 180° per 45 minuti. A fine cottura gratinate per pochi minuti. Sformate, lasciate intiepidire e servite.

Affettate a velo la cipolla e stufatela con poca acqua in una pentola. Aggiungete le verdure mondate e tagliate a listarelle o a cubetti. Unite l’alloro e coprite con acqua. Lasciate bollire per alcuni minuti: il tempo dipende dalle verdure, ma devono restare croccanti, poi unite il riso. Lasciatelo cuocere, mescolando, spegnete quando sarà al dente, eliminate le foglie di alloro. Servite la minestra ben calda, nappata con un giro di olio.


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Ambiente e Benessere

Curarsi con le erbe è una cosa seria

Fitoterapia A colloquio con il dottor Fabio Firenzuoli, che nella sua pratica ospedaliera usa e sperimenta trattamenti

a base di piante medicinali

Eliana Bernasconi La fitoterapia è intimamente connessa alla medicina tradizionale, nessuno più oserebbe considerarla una terapia marginale o una disciplina non scientifica. Al contrario la ricerca clinica in questo vastissimo campo non del tutto esplorato è in continuo sviluppo attraverso lo studio e la sperimentazione. Ne sono un esempio la persona e l’opera del dottor Fabio Firenzuoli, medico e ricercatore, docente di Fitoterapia clinica all’Università di Firenze, che ha saputo creare un Centro di ricerca e innovazione in Fitoterapia e Medicina integrata presso l’ospedale Careggi di Firenze, una vera struttura di avanguardia per tutta la Regione Toscana in un ospedale pubblico. Il dottor Firenzuoli nei suoi libri si avvale quindi dell’esperienza viva di chi lavora in una struttura ospedaliera. I suoi testi a carattere divulgativo che si affiancano alle numerose pubblicazioni scientifiche sono una piacevolissima lettura, dove le nozioni generali di base sulle piante medicinali sono sempre in stretta relazione con le problematiche del nostro vivere quotidiano, per combattere stanchezza o dolore o inappetenza, per apprendere come migliorare la risposta immunitaria dell’organismo. Fra i molti titoli possiamo ricordare ad esempio Guida all’uso clinico delle piante medicinali, o Interazione tra erbe alimentari e farmaci o Fitoterapia per tutti i giorni o anche Dimagrire con le erbe e ancora Le erbe anticancro e Cannabis per tutti. Gli abbiamo posto alcune domande. Lei ha scritto Erbe , istruzioni per l’uso. Quali sono i tipi di malattie o di disturbi per i quali lei consiglia una cura con la fitoterapia?

Con le piante medicinali possiamo intervenire in molti casi sia a scopo preventivo che curativo, anche per pazienti affetti da malattie importanti, non solo per sciocchezze, come pensano in molti. Molti buoni risultati li otteniamo ad esempio per: disturbi correlati alla menopausa come vampate di calore, ma anche turbe dell’umore e prevenzione delle complicanze cardiovascolari; disturbi del metabolismo del colesterolo; malattie funzionali e infiammatorie del

tubo digerente; dolori osteoarticolari dovuti all’artrosi o a malattie infiammatorie di pertinenza reumatologica; sindromi ansioso-depressive, insonnia e cefalea; prevenzione e cura delle malattie da raffreddamento anche di origine virale; disturbi correlati a patologie oncologiche ed alle terapie convenzionali che abitualmente vengono attuate in questi casi. Anche malattie allergiche respiratorie e dermatologiche, sia dell’adulto che del bambino. Nel periodo invernale molti soffrono di dolori reumatici vari, alla schiena, all’apparato muscolo scheletrico, e spesso ci si rivolge al farmaco analgesico o anti-infiammatorio che toglie rapidamente il dolore. Perché l’azione del medicinale a base di erbe ha invece dei tempi lunghi? Ci aiuta a comprendere la differenza della loro azione, del loro effetto?

Alcuni farmaci come FANS e cortisonici hanno un’efficacia pressoché immediata perché sono singole molecole che vanno a colpire a dosi piene un singolo recettore o a bloccare la cascata dei mediatori chimici dell’infiammazione o del dolore, e proprio per questo sono anche spesso responsabili di effetti collaterali non sempre tollerati. La fitoterapia in questi casi consente di utilizzare fitocomplessi con più sostanze diversificate, a minori concentrazioni, che agiscono contemporaneamente su più fattori e meglio tollerate. La differenza circa il tempo di latenza è tuttavia molto relativa al tipo di estratto di pianta utilizzato: si possono ottenere risultati anche in pochissimi giorni e mantenerli a lungo senza rischi.

Lei ha scritto Le insidie del naturale. Quali rischi si corrono con le erbe? È opinione diffusa che siano minimi, forse non è così? Che cosa va tenuto presente?

I rischi maggiori sono dovuti ad un uso improprio delle erbe, a miscugli creati in base alle proprie esperienze piuttosto che alle conoscenze scientifiche, oppure ancora all’associazione con terapie farmacologiche già in atto credendo che non esistano rischi di interazioni, talvolta pure molto gravi. Altri problemi si hanno quando si pensa di potersi curare con erbe raccolte tra quelle

Ha pubblicato numerosi libri sull’argomento, è docente universitario e ricercatore. (Youtube)

spontanee, con rischi di errori nella raccolta, o addirittura nell’assunzione di prodotti contaminati o adulterati, specie se acquistati al di fuori del normali canali di vendita, sottoposti a tutti i controlli del caso. Parecchie persone per dormire usano medicinali di sintesi, vorrebbero passare alle piante ma temono che la cosa non funzioni: che ne pensa?

Può essere così se si assumono erbe sbagliate, in forme estrattive non idonee o dosaggi che rispondono a credenze popolari piuttosto che a conoscenze scientifiche: la tisana di Camomilla ad

esempio fa dormire chi dormirebbe anche con una tazza di acqua calda, o una tazza di latte caldo, mentre per sostituire una terapia già in atto con benzodiazepine servono preparazioni idonee di fitoterapici, che spesso richiedono prescrizioni personalizzate, formulate appositamente per quel paziente e dispensate dal farmacista preparatore.

Molte persone anziane avanzando con l’età soffrono molto per l’indebolimento della memoria e lo considerano inevitabile. Può aiutare veramente per questo la fitoterapia?

Ci consiglia quali piante si possono usare e in che modo?

Serve molto la fitoterapia, in particolare nell’anziano e nel soggetto che ci consulti ai primi disturbi. Si tratta di disturbi spesso evitabili o risolvibili con una serie di tecniche che comprendono anche fitoterapici specifici, dalla Bacopa monnieri alla Ginkgo biloba, dalla Withania alla Centella asiatica o alla Salvia miltiorrhiza. Ma il tutto deve ovviamente essere adattato al singolo caso in base alla familiarità, ai fattori di rischio presenti ed alle terapie farmacologiche in atto.

Un Ipad grande come il cruscotto

Motori Le nuove tecnologie trovano sempre più spazio nella strumentazione di guida delle automobili:

l’esempio più recente e impressionante è quello proposto dalla Mercedes Mario Alberto Cucchi Chi ricorda i televisori a tubo catodico? Con loro è nata la TV ma ormai da anni sono caduti in disuso. Soppiantati a partire dall’inizio del XXI secolo dagli schermi piatti, prima al plasma e poi a cristalli liquidi. Stessa sorte potrebbe toccare presto ai cruscotti delle auto come oggi li conosciamo. Contachilometri e contagiri analogici con qualche lampadina a segnalare l’utilizzo delle luci saranno solo un ricordo? Alla fine degli anni 90 sono arrivati sulle ammiraglie i primi piccoli schermi tft utilizzati dai navigatori satellitari. Con il passare degli anni sono aumentati per dimensioni e hanno iniziato ad ospitare diverse funzioni che andavano oltre la navigazione. Steve Jobs il 27 gennaio del 2010 svela il primo iPad che, anche se non pensato per i veicoli, grazie al suo schermo multitouch da 9,7 pollici sdogana questo tipo di tecnologia. Ecco infatti che due

anni più tardi, nel 2012, Elon Musk presenta la sua nuova Model S che sfoggia al centro della plancia un enorme display da 17 pollici: sembra proprio un grande iPad. Da lì in poi un po’ tutti i costruttori hanno iniziato ad ab-

bandonare le lancette analogiche, così simili a quelle degli orologi, optando per monitor a cristalli liquidi. Da Volkswagen a BMW fanno a gara per primeggiare in ampiezza degli schermi, definizione delle immagini e

Il tachimetro «aeronautico» nel nuovo sistema Hyperscreen della casa tedesca.

luminosità dei colori. Ma ecco che Tesla rialza l’asticella nel 2017 con la nuova Model 3. Il cruscotto tradizionale scompare del tutto e lascia il posto a un display tattile da 15” montato al centro in posizione orizzontale. Lì si trovano tutte le informazioni necessarie all’utilizzo della vettura e anche di più. Il «wow effect» è garantito, la soluzione piace e molto. Mentre ancora si stava cercando di capire se questa fosse la direzione da seguire nel 2018 Mercedes lancia la nuova Classe A su cui debutta il sistema MBUX (MercedesBenz User Experience). Uno schermo da 7”, 10,25” o 12,3” a seconda del modello. Nessun «vecchio» strumento analogico è utilizzato. Si tratta di un’interfaccia di intelligenza artificiale realizzata dalla Casa tedesca. Un sistema avanzato di comunicazione uomomacchina che permette di interagire anche solo attraverso i comandi vocali. Basta dire: «Hey Mercedes». L’abitacolo viene quindi ripensato per ospitare il pannello a sviluppo

orizzontale. Piace o non piace? Sembra di sì e sicuramente ne guadagnano la fruibilità e la sicurezza. La corsa continua con variazioni sul tema. Una per tutte l’ingegnoso cruscotto digitale tridimensionale utilizzato da Peugeot. E arriviamo al 2021. Mercedes a gennaio svela Hyperscreen lasciando tutti a bocca aperta. Si tratta di uno schermo a sviluppo orizzontale che misura quasi un metro e mezzo. Proprio così. Il sistema si presenta con un unico display che si estende quasi per l’intera larghezza della plancia anteriore ed è composto da uno schermo OLED curvo della larghezza di 141 centimetri. Integra senza soluzione di continuità strumentazione, area operativa di conducente e passeggero, infotainment e bocchette di aerazione. L’illuminazione ambientale integrata, installata nella parte inferiore dell’Hyperscreen, dà l’impressione che il display galleggi sul quadro strumenti. Verrà installato sulla nuova ammiraglia elettrica EQS. Addio vecchie lancette, il dado è tratto.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Ambiente e Benessere

L’anno della sciguéta

Mondoanimale L’uccello dell’anno è schivo ma riconoscibile perché canta in modo inequivocabile Maria Grazia Buletti

La si vede poco ma la si può sentire e, per l’onomatopea del suo canto, in dialetto ticinese si chiama «sciguéta». È la civetta l’uccello dell’anno 2021 eletto da BirdLife Svizzera che, grazie a numerosi partner fra i quali primeggia Ficedula, si prodiga con sforzi congiunti per evitarne la scomparsa e assicurarne un «futuro più roseo». «Quando la civetta è in allarme emette un suono che fa sciguétt, sciguétt, mentre il suo canto fa cucubàiacucubàia»: l’ornitologo di Ficedula spiega in questo modo l’etimologia del nome assegnato dall’uomo alla civetta. «Nel nostro dialetto è chiamata sciguéta, mentre in Grecia il suo nome è cucubàia, sempre per onomatopea del suo canto». L’ornitologo ci permette di riflettere sul nome di quella che in italiano conosciamo come civetta: «Studiare il suo nome nelle varie lingue è davvero interessante: cucubaia, di origine greca, lo si trova già pure in un documento delle zone rurali del Lazio del 1500. Ciò fa presupporre una poco probabile latenza del termine greco, o più verosimilmente che anche a Roma si sia utilizzato lo stesso meccanismo onomatopeico per identificare, attraverso il suo canto, una specie che non si sapeva riconoscere». Cucubàia è un termine caduto in disuso in Italia, ma che rimane nei documenti a testimonianza di un meccanismo noto e comune: «In fondo, già duemila anni prima di Linneo a un animale veniva spesso dato il nome partendo dal suo canto, colore o atteggiamento». Infatti, la civetta si vede poco ma la si sente. Sciguétt è dunque il suo verso che arriva fino ai giorni nostri

e che Roberto Lardelli invita a sentire attraverso questo link: www.ficedula. ch/civetta. Un verso, o un canto che dir si voglia, che ha favorito la nascita di superstizioni e generato paure nei suoi confronti: «I pregiudizi arcaici e archetipici legati alla civetta giunti fino ai giorni nostri sono essenzialmente correlati alla salute: ad esempio, si dice che il canto porti disgrazia o morte. Inoltre, da sempre essa incute timore per il suo canto particolare che emette sempre prevalentemente di notte e che ci sveglia. Complice il buio, l’attitudine arcaica di cose funeste può prendere il sopravvento». Paradossalmente in Grecia la Civetta è considerata un portafortuna. Athena, la dea della saggezza, che ha dato il nome alla città, era raffigurata da una civetta e Pericle, famoso politico del quinto secolo a.C., ha contrassegnato il suo periodo di governo con monete aventi l’effigie della Civetta. Del tutto diversa e lontana anni luce dalle convinzioni popolari è la realtà che la civetta sta oramai vivendo da qualche tempo: «A causa dell’eccessiva cementificazione del territorio, e in primis della banalizzazione dello spazio agricolo, negli ultimi decenni i suoi habitat si sono drasticamente ridotti e la civetta era diventata rara». Questo afferma BirdLife nell’accendere i riflettori su questo uccello da proteggere, e dal canto suo conferma l’ornitologo Lardelli che ci spiega la situazione nel nostro Cantone: «Tra il 2005 e il 2006 la Strategia cantonale per lo studio e la conservazione degli uccelli in Ticino fu il documento del nostro Cantone che ha sancito in maniera inequivocabile che la civetta era una delle specie in pe-

Il suo nome dialettale deriva dal suo stesso verso. (Mirko Tomasi)

ricolo di cui ci si doveva occupare immediatamente». Sono iniziati i conteggi che, dice Lardelli, hanno certificato come in quegli anni in Ticino ne fossero rimaste solo 4 coppie. Alla strategia del Cantone (UNP e UCP) e di Ficedula, del Museo cantonale di storia naturale e della Fondazione Bolle di Magadino, della Vogelwarte e di BirdLife Svizzera si è affiancato anche sostegno finanziario di Birdlife, con il comune obiettivo di salvare la civetta. Si è così avviata una prima fase conoscitiva che ha permesso di comprendere l’habitat delle civette: «Abbiamo scoperto che esse sono essenzialmente legate alle nostre abitazioni

come rustici e diroccati dei quali è stato realizzato un inventario cantonale sul Piano di Magadino e altrove (Riviera e Mendrisiotto) dove era presente fino agli anni 90». È seguita un’elaborazione di modelli matematici che mostrassero la maggiore idoneità ambientale nella ripopolazione della civetta, seguita dalla preparazione di cassette in cartongesso piazzate nei punti più favorevoli. Il risultato non si è fatto attendere: «Con nostra grande soddisfazione le cassette sono subito state occupate, a dimostrazione che a mancare erano proprio le cavità di nidificazione negli habitat idonei. Ci siamo pure concentrati su quelle preesistenti e su quelle

artificiali col risultato di veder crescere la popolazione di civette che nel 2012 era già risalita a 17 coppie». Se nel 2013, a causa di una primavera anomala, le coppie sono diminuite a 12, Lardelli illustra il bilancio odierno positivo con 23 coppie accertate nel 2020. «La chiave di volta per lo studio di questo volatile è stata data anche dai nostri studi sulle borre: i rigurgiti alimentare che la civetta espelle quotidianamente e che contengono ciò che non digerisce: pelo, piume, ossa o resti di insetti. Lo studio delle borre ci ha permesso di comprendere le sue necessità alimentari che, se soddisfatte, ne assicurano la sopravvivenza sul territorio». Si è scoperto che nel periodo dello svezzamento si nutre prevalentemente di insetti. «Più avanti nella stagione la sua alimentazione diventa prevalentemente carnivora (uccelli di ogni tipo confacenti alla sua taglia, lucertole, orbettini), d’inverno non disdegna micro-mammiferi e in primavera consuma spesso lombrichi». Oltre alla marcatura di alcune civette con un GPS passivo (che ha reso possibile individuare un migliaio di punti di presenza per notte definendo il suo territorio attorno al nido), si è dunque compresa l’importanza della biodiversità che possa favorirne la presenza evitando la sua estinzione: più biodiversità maggiori possibilità di sopravvivenza delle coppie. Infine qualche aneddoto sui nomi delle due coppie seguite dalle web nel 2020: «Abbiamo chiamato la prima Atena e Pericle, mentre, in onore del luogo di habitat, un’altra coppia si chiamava Petronilla e Merlot», conclude un soddisfatto Roberto Lardelli.

Giochi

Vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku

Cruciverba Sai perché il puma, a differenza degli altri grandi felini, non può ruggire? Perché l’osso ioide che è alla base della lingua non ha… Termina la frase risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere nelle caselle evidenziate. (Frase: 2, 11, 3, 7)

ORIZZONTALI 1.SigladellacittànatalediAmedeo Modigliani 3.Concordiasociale 7.Pappagalloamericano 9.Èripetitivo 10.Banchina 12.Anticalinguaprovenzale 13.Scoglisuiquali...spessocadono gliasini 14.LefigliediZeuseTemi 15.Encomio 20.Miscredente 22.Il...trilussiano 24.Qualorainpoesia 25.Èpungented’inverno 27.RapinareaLondra 29. Uncapitolodellageologia 31.FiumedellaSavoia 32.L’opposizionetradueconcetti 33.Vocaliingreco

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

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I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

VERTICALI 1. Sonotaglienti 2.Irascibile 4.LeinizialidellaTatangelo 5.Pronomedimostrativo 6.Siesclamavedendoliarrivare 8.Arredodelcamino 11.Ossodelbraccio 15.Unavia...perondeelettromagnetiche 16.Hafegatodavendere!... 17.Canalecheportaacquaalmulino 18.Privodilucentezza 19.Lamagiadellestreghe 21.Sìinturco 23.IlcantanteRosalinoCellamare 26.Desinenzaverbale 28.Duedibastoni 30.Leinizialidell’attoreSiani Partecipazione online: inserire la

soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la so-

Sudoku Soluzione:

Scoprire i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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Soluzione della settimana precedente

«Com’è finita la litigata con tua moglie?» – «È venuta da me strisciando!» – «Davvero? E che ti ha detto?» Risultante: – «ESCI DA SOTTO IL LETTO CRETINO!» P A U S I N I

E S C I S I A M S A T O A F I L S E R A E T T O D E A L E P T O O R V O T P A N I C O

D E N A R A G O I T O M O A L I N T O N E C O D A A M E R P O S A I L O R P A L I

O T O R L A N D O

luzione, corredata da nome, cognome, indirizzo, email del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui

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concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.


. O T I T N A R A G Ăˆ O S S A B O Z Z E IL PR . O N , O T A C U D E E N A C IL 1.10 Latte per gatti

0.25 Alimenti per gatti 1.80 Snack per gatti

In collaborazione con un istituto di ricerche di mercato indipendente, dal 5 al 7 gennaio 2021 abbiamo confrontato i prezzi M-Budget con prodotti analoghi di Coop, Aldi, Lidl e Denner. Risultato: i prezzi dei 500 prodotti M-Budget sono imbattibili. Trovi ulteriori informazioni sul confronto dei prezzi e tanto altro su m-budget.ch.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Politica e Economia Bolsonaro in bilico Il presidente brasiliano negazionista perde consensi e il sostegno della Casa Bianca

Joe Biden si profila Le sue priorità: lotta al cambiamento climatico, più vaccinazioni, protezionismo e sfida alla Cina

Il Grütli delle donne Il villaggio vallesano di Unterbäch nel 1957 fu il primo a concedere il voto alle donne

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Privatizzare Postfinance? Lo chiede il Consiglio federale, nonostante il parere negativo di molti Cantoni, che temono una concorrenza per le loro banche cantonali pagina 21

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pagina 20 Le prossime settimane ci diranno se Roma raddrizzerà la rotta. Nella foto Giuseppe Conte e Angela Merkel. (Keystone)

Se Berlino scaricasse Roma?

Prospettive La Germania desidera evitare il fallimento dell’Italia perché trascinerebbe l’Eurozona nel caos.

Però la crisi politica in atto e l’incapacità di gestire il Recovery Found potrebbero spingerla a cambiare idea Lucio Caracciolo Le crisi di Governo italiane di norma non destano speciale emozione all’estero. Spesso sono relegate in trafiletti anche perché spiegarle resta difficile a chi non sia interno al circuito del politichese italico. Stavolta no. I turbamenti del dimissionario Governo Conte, il rischio (improbabile) di elezioni anticipate, le incognite sulla prossima maggioranza e sulla sua (in)stabilità sono seguiti con attenzione dai media e soprattutto dai mercati. Consapevoli che quanto attiene oggi all’Italia riguarda l’Europa e il mondo. Per la banale ragione che il fallimento della terza economia continentale, con eventuale bancarotta più o meno mascherata, riguarda tutti. L’Italia occupa oggi una delle due posizioni che rendono un Paese importante. La prima deriva dalla propria potenza e dalla capacità di irradiarla. La seconda, persino più rilevante, ap-

partiene a chi ha le dimensioni sufficienti perché la sua intrinseca fragilità metta in crisi il sistema cui appartiene. È il caso dell’Italia nell’Eurozona. E per derivazione, dello spazio internazionale – più o meno globale – che sarebbe investito comunque dalla crisi dell’euro. Sono molti anni che la Repubblica italiana occupa questa posizione di privilegio. Non sapendo bene che farci o forse confidando nel proverbiale Stellone (o Stella d’Italia che rappresenta metaforicamente il luminoso destino della Repubblica), alibi per la reiterazione di comportamenti tendenzialmente suicidi. Per questi motivi Germania e Francia – gli Stati che danno il tono all’Eurozona – hanno messo l’Italia sotto protettorato informale. Non c’è la trojka, ma è quasi come se ci fosse. Oggi la sovranità fiscale e monetaria sullo Stato italiano è esercitata indirettamente da tre soggetti principali: la Banca centrale europea, che integra

nelle equazioni della sua politica monetaria la necessità di salvare l’Italia, fin quando possibile; le agenzie di rating, americane non solo per sede, che esercitano una sorveglianza piuttosto benevola sui conti pubblici della Penisola, consapevoli che è interesse degli Stati Uniti non dover affrontare, specie in questa fase assai critica sul fronte interno, una crisi del sistema euro innescata dalla bancarotta italiana. Infine, ma non ultimo, il Governo tedesco in quanto nervatura centrale dell’insieme comunitario. I segnali che provengono cautamente dalla Bce ma soprattutto dalle agenzie di rating, specie da Fitch, danno il senso del crescente allarme, accentuato dall’evidente precarietà dell’assetto di governo a Roma. Decisivo però è e sarà l’atteggiamento di Berlino. La Germania, e personalmente la cancelliera Angela Merkel, vuole evitare a (quasi) tutti i costi il fallimento dell’Italia. Per ragioni geopolitiche e

di sicurezza anzitutto: la prospettiva di un failed State delle dimensioni e della caratura dell’Italia alla frontiera con Caoslandia (lo spazio delle guerre e del caos che si apre a sud del Canale di Sicilia) apre scenari imponderabili per l’insieme del Continente e non solo. Si aggiunga che il Nord Italia è pienamente inserito nella catena del valore industriale tedesco, al punto da determinare un’interdipendenza tra Italia a nord della Linea gotica e Germania, anzitutto Baviera. Sicché se finisse a gambe all’aria il Lombardo-Veneto ne risentirebbe, e molto, anche l’economia tedesca. Soprattutto la Germania ha ancora bisogno del marchio Europa per affermare i propri interessi nazionali. Se cadesse questa foglia di fico – e l’Italia può farla cadere, senza volerlo affatto – il prezzo d’immagine e di efficienza per la Bundesrepublik sarebbe intollerabile. Tale da rimetterne in questione i fondamenti geopolitici su cui ha co-

struito la rinascita dopo la catastrofe bellica. Fino a che punto può spingersi Berlino nel soccorso all’Italia? Fino a quando dovesse constatare che il Paese, per salvare il quale ha battagliato con i suoi satelliti nordici e mitteleuropei, s’è dimostrato incapace di gestire il cosiddetto Recovery Fund. Trattato dai politici italiani come fosse una normale legge di bilancio nazionale, solo straordinariamente più ricca. Con relativo assalto alla cassa da parte di lobby, corporazioni, cricche le più varie, neanche fosse un pozzo senza fondo. Di progetti credibili, come richiesto dalle autorità comunitarie (leggi Germania), molto pochi. Quasi che la tecnocrazia italiana non sapesse produrne. Le prossime settimane ci diranno se in extremis Roma raddrizzerà la rotta. Altrimenti il rischio che lo Stellone, troppo sollecitato, a un certo punto si spenga diventerebbe concreto.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Politica e Economia

Il negazionista Bolsonaro barcolla Brasile Coronavirus e crisi economica continuano a martoriare la popolazione mentre esplode la rabbia

contro il presidente che ha perso il sostegno della Casa Bianca. L’ex giudice Sérgio Moro si prepara a succedergli

Angela Nocioni Ora che Donald Trump non è più alla Casa Bianca, il suo emulo che a Brasilia tentava di scimmiottarne i gesti se la sta passando piuttosto male. Ben 60 diverse richieste di impeachment contro il presidente Jair Bolsonaro sono sul tavolo del Congresso brasiliano. In Brasile l’unica possibilità per cacciare un presidente dal suo ruolo prima della fine del mandato, che per Bolsonaro scade a fine 2022, è riuscire a farlo processare in Parlamento. La negazione dell’epidemia di Coronavirus, che nel Paese ha causato finora più di 200’000 morti accertati e 9 milioni di contagiati, ha messo contro l’ex militare umorale dalle tendenze autoritarie anche quella parte di popolazione a cui è piaciuta finora la sua propaganda fitta di slogan di destra estrema.

Ben 60 diverse richieste di impeachment contro Bolsonaro sono sul tavolo del Congresso brasiliano Il presidente è in caduta libera nei sondaggi e il Brasile è in piena crisi politica e sociale. All’insofferenza per le difficoltà dell’economia, aggravate dal crollo dei prezzi delle materie prime di cui il Paese è esportatore (anche se il Fondo monetario internazionale ha rivisto le sue stime e prevede una crescita del 3%), si somma nei cittadini lo sgomento per la folle decisione governativa di ignorare l’epidemia gravissima di Covid-19. Bolsonaro si è infatti rifiutato di affrontare l’emergenza. E la proporzione tra morti con Coronavirus diagnosticato e popolazione totale è ormai ufficialmente di 1 a 1’000. Le cifre reali sono ancor più gravi perché moltissime sono le persone che muoiono senza aver messo piede in ospe-

dale e quei decessi non vengono considerati. La notizia che il Governo sapeva da giorni della fine delle scorte di ossigeno da somministrare ai malati negli ospedali in Amazzonia e ha deliberatamente deciso di non intervenire ha fatto esplodere la rabbia. Si moltiplicano le iniziative contro il presidente. Le opposizioni (Partito dei lavoratori e Psol essenzialmente) hanno convocato negli ultimi giorni manifestazioni per chiedere l’impeachment. Non potendo scendere in strada in corteo, causa virus, le proteste si sono trasformate in una serie di carovane di auto strombazzanti. Nonostante la mobilitazione generale, le possibilità concrete che l’impeachment vada in porto sono per ora minime, bloccate dalla deliberata intenzione del presidente della Camera Rodrigo Maia, sul cui tavolo finiscono le richieste di processare il presidente, di non volerne prendere in considerazione nemmeno una. Maia è agli sgoccioli del suo periodo alla presidenza della Camera, ma nessuno dei candidati a succedergli sembra intenzionato a imbarcarsi nell’impresa di dar via alla discussione su un’eventuale messa alla sbarra del presidente. Non è detto che il clima politico non obblighi il suo successore a farlo. Spia politica del mutamento di alleanze sotterranee tra i poteri che hanno mantenuto finora Bolsonaro a cavallo è il fatto che molti dei gruppuscoli di estrema destra che si misero a disposizione nel 2016 per far processare l’ex presidente Dilma Rousseff per un reato fiscale, si stanno muovendo per far fuori per la stessa strada Bolsonaro. Qualora Bolsonaro fosse rimosso, lo sostituirebbe fino a fine mandato il suo vice, il generale Hamilton Mourão. Il che non fa fremere d’entusiasmo l’opposizione, che si ritroverebbe comunque di fronte lo stesso blocco di potere fino a scadenza naturale della legislatura. Nel frattempo il Tribunale supremo, massima autorità giudiziaria brasiliana, ha aperto un’inchiesta contro il

Una moltitudine di croci per ricordare i morti di Covid-19 a Praia do Pina, Recife. (AFP/Paulo Paiva)

ministro della Sanità (il terzo dall’inizio della pandemia). Si tratta del generale Eduardo Pazuello, di recente spedito in tutta fretta in Amazzonia dove finalmente sta cominciando ad arrivare l’ossigeno per una minima parte dei bisognosi di terapia intensiva. Il fatto che Trump non sia più alla Casa Bianca è causa di grande preoccupazione nel «clan Bolsonaro» (il presidente governa in realtà delegando, del tutto al di fuori delle norme, il potere ai suoi tre figli maschi) che nella uscente amministrazione statunitense ha sempre cercato protezione. Dopo che l’account del presidente uscente degli Stati uniti è stato bloccato da Twitter, Bolsonaro ha invitato i suoi sosteni-

tori a lasciare Twitter e iscriversi al social Parler, strumento molto usato dal sovranismo estremo americano, poi sospeso. Lui e i suoi figli utilizzavano Parler già da qualche mese. Il figlio del capo dello Stato, il deputato Eduardo Bolsonaro – che presiede la commissione Esteri della Camera dei deputati e che recentemente è stato ricevuto alla Casa Bianca dalla figlia di Trump, Ivanka – ha pubblicato l’immagine di Trump come foto del suo profilo su Twitter. Arrivi o no a fine mandato Bolsonaro, chi si appresta a sfilargli la carica alle prossime elezioni? Con tutta probabilità Sérgio Moro. L’ex giudice con arie da sceriffo giustiziere che accet-

tò di essere nominato ministro della Giustizia da Bolsonaro, si prepara da tempo a tentare l’ascesa alla presidenza della Repubblica e per riuscirci s’è dato da fare con successo per annientare gli ostacoli sul suo cammino: prima, da giudice di primo grado nell’oscura procura di Curitiba, l’ex presidente e padreterno della sinistra brasiliana Lula da Silva e poi lo stesso Bolsonaro, minacciato più volte di denunce varie, che mai sarebbe arrivato al governo se l’allora giudice Moro non gli avesse provvidenzialmente tolto di mezzo, in piena campagna per le presidenziali del 2018, il candidato Lula, dato per favorito al primo turno da tutti gli istituti di sondaggio.

Tokyo: nessun risarcimento alle schiave sessuali

Corea del Sud Una sentenza riporta alla ribalta il tema delle «donne di conforto», vittime dell’esercito giapponese

durante la Seconda guerra mondiale. Le testimoni: per evitare i bordelli bisognava sposarsi o travestirsi da uomo Giulia Pompili L’ambasciata giapponese in Corea del sud si trova dietro piazza Gwanghwamun, la piazza principale di Seul, nel cuore pulsante della politica, a poche centinaia di metri da quella americana. Dieci anni fa, durante uno dei momenti più tesi delle relazioni tra Giappone e Corea del sud, di fronte a quell’edificio fu posizionata una scultura degli artisti Kim Seo-kyung e Kim Eun-sung. La «Statua della pace» rappresenta una ragazza seduta su una sedia, lo sguardo fisso e le mani chiuse in due pugni. Tutti i dipendenti dell’ambasciata giapponese sono costretti a vederla ogni volta che vanno a lavorare. Non solo: ogni mercoledì attiviste e membri delle associazioni civili raggiungono quella statua, la puliscono, la coprono con le sciarpe se fa freddo, espongono cartelli e declamano slogan per chiedere al Governo giapponese una cosa: le scuse formali. Per capire l’Asia orientale e i rapporti diplomatici tra i Paesi più importanti dell’area, bisogna partire dalla storia. E la storia più controversa e difficile da superare per la diplomazia di Tokyo e Seul è quella che riguarda le cosiddette «comfort women», le «donne di conforto»: si parla di circa duecen-

tomila ragazze, anche molto giovani, che durante l’occupazione giapponese in Corea furono strappate alle famiglie per fare da schiave sessuali dell’esercito imperiale. È un frammento del passato nipponico molto discusso: non si è mai arrivati a una teoria riconosciuta a livello internazionale. Secondo la versione giapponese, infatti, quelle donne non erano vittime ma meretri-

A Seul la statua simbolo di un dramma non solo coreano. (Shutterstock)

ci, pagate per i loro «servizi». All’inizio del gennaio scorso il Tribunale distrettuale centrale di Seul ha condannato il Governo giapponese a pagare più di 91mila dollari per ognuna delle 12 «comfort women» che fecero causa 5 anni fa. Il primo ministro giapponese, Suga Yoshihide, ha subito dichiarato che il tribunale non aveva il diritto di deliberare contro un altro Stato, ed era quindi in violazione della legge internazionale, tanto che Tokyo ha deciso di non ricorrere in appello. Era la prima volta che un tribunale locale si esprimeva su una questione così delicata per l’opinione pubblica. La sentenza ha riacceso antichi risentimenti tra i due Governi, ma soprattutto tra le persone. Oggi in Asia orientale sono soprattutto le vecchie generazioni a tramandare il ricordo di quel periodo di guerra e dell’occupazione. Dal 1945, a seguito di diversi accordi firmati con la Corea, il Giappone effettua ogni anno cospicue donazioni alle associazioni delle vittime, ma non ha mai pagato un formale risarcimento alle «donne di conforto» (che implicherebbe il riconoscimento di un danno arrecato) e non ha mai espresso le scuse formali. Si tratta di un cerimoniale ben preciso, considerato estremamente importante,

in cui si pronuncia una formula di scuse accompagnata da un inchino profondo. Ne Le Malerbe, una graphic novel tra le più importanti sul tema che racconta la storia di Yi Okseon nell’estate del 1942, ci sono tre pagine nere. Sono le pagine in cui la fumettista coreana Keum Suk Gendry-Kim, autrice della ricostruzione pubblicata in italiano da Bao publishing, deve parlare del primo stupro subito da Yi Okseon, che all’epoca aveva 16 anni. Era stata rapita, probabilmente da uomini coreani, caricata su un treno merci insieme ad altre ragazze, per raggiungere un bordello in Cina. «Su una parete all’entrata erano appese delle targhette di legno», racconta Yi. «Sopra c’erano scritti dei nomi in giapponese anche se, nella maggior parte dei casi, si trattava di donne coreane portate lì con l’inganno o con la forza. I soldati sceglievano le donne guardando i nomi scritti sulle targhe di legno. I soldati giapponesi erano tutti giovani, così giovani che non avevano motivo di picchiarci. Quando si trattava invece di soldati di rango più alto, spesso scattava la violenza». È con la letteratura, i film e le serie Tv che la Corea del sud, negli ultimi anni, sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale

sul tema delle «donne di conforto». Ed è soprattutto la letteratura a far uscire la questione dall’ambito più puramente diplomatico per farla tornare a quello che è: una terribile vicenda che ha per vittime delle donne. La storia di Yi Okseon somiglia a quella di Hong Jae-hee, protagonista del romanzo Le Figlie del Dragone (Neri Pozza Editore) scritto da William Andrews. Qui la violenza e la sofferenza raccontata dalla nonna alla nipote può sembrare fiction, ma somiglia ai racconti fatti dalle decine di donne che sono sopravvissute alla guerra del Pacifico. Perché le «comfort women» non erano solo coreane. Un altro libro che ha cambiato la percezione del pubblico internazionale sull’argomento si chiama Storia della nostra scomparsa (Fazi editore). L’autrice Jing-Jing Lee, nata e cresciuta a Singapore, racconta la storia della sua famiglia, in particolare di sua nonna Wang Di. Dall’arrivo dei giapponesi allo stravolgimento della vita quotidiana, fino alla regola non scritta per tutte le giovani per evitare i bordelli: sposarsi oppure travestirsi da uomini. Qualunque accordo tra le diplomazie di Tokyo e Seul per cercare di recuperare le relazioni dovrà tenere conto di quel ricordo e di tutto quel dolore.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Politica e Economia

Il frenetico inizio di Biden

Stati Uniti Il nuovo presidente detta la linea: lotta contro il cambiamento climatico, accelerazione sulle vaccinazioni,

slancio protezionistico e sfida alla Cina. In politica estera la continuità con Trump prevale sulla rottura

Federico Rampini Ambiente, vaccinazioni, protezionismo, politica estera e sfida alla Cina, sono i temi che hanno dominato le prime due settimane della nuova America. «Abbiamo atteso troppo per affrontare la crisi del clima. È una minaccia esistenziale. È davanti ai nostri occhi, la sentiamo. È ora di agire». Così Joe Biden ha annunciato la sua firma a una serie di ordini esecutivi sull’ambiente che rovesciano la deregulation dell’Amministrazione Trump in favore dell’energia fossile. Gli Stati uniti fisseranno presto degli impegni vincolanti e precisi per la riduzione delle loro emissioni carboniche, in obbedienza agli accordi di Parigi. Il suo super-ambasciatore mondiale per l’ambiente, l’ex segretario di Stato John Kerry che ebbe un ruolo decisivo negli accordi del 2015, convocherà il 22 aprile (il Giorno della Terra) un summit mondiale sul clima. Tra i tanti decreti presidenziali firmati da Biden, quello che avrà il maggior impatto immediato impone all’authority per l’ambiente (Environmental protection agency) di ripristinare le riduzioni obbligatorie nelle emissioni di CO2 che furono imposte da Barack Obama per auto, camion, centrali elettriche. Biden ha annunciato anche la fine di tutti i sussidi federali per le energie fossili. Il presidente ha insistito su un linguaggio positivo nel presentare la svolta ambientalista: non all’insegna dei sacrifici, ma delle opportunità che si creano. Per esempio ha sottolineato la possibilità di «creare un milione di posti di lavoro» grazie al piano di conversione di tutte le flotte automobilistiche pubbliche, che presuppone massicci acquisti di auto elettriche da parte del Governo federale. I più ambiziosi e costosi di questi progetti, tuttavia, non sono contenuti negli ordini esecutivi: devono essere approvati al Congresso. L’iter per fare accettare fino a duemila miliardi di dollari di investimenti in progetti legati alla transizione sostenibile non sarà né breve, né scontato. La stessa abolizione dei sussidi federali per le energie fossili deve passare dal Congresso come tutte le leggi di prelievo o di spesa pubblica. Quei rappresentanti di Stati Usa (non solo a destra) che hanno abbondanti risorse di gas, petrolio e carbone non si lasceranno convincere facilmente. Per questo Biden ha insistito sul risvolto positivo, il lavoro che si crea, non su

Il presidente Joe Biden firma un ordine esecutivo inerente la salute pubblica. (AFP)

quello che si distrugge. Anche per non ripetere l’errore di Hillary Clinton nel 2016 quando regalò a Trump i consensi di una classe operaia – minatori, siderurgici, perfino metalmeccanici – preoccupata da un «assalto verde» ai posti di lavoro nelle industrie tradizionali. Fra i provvedimenti figura uno stop a tutte le concessioni per la ricerca e l’estrazione di gas e petrolio su terreni e fiumi federali. I terreni federali, compresi quelli che sono riservati alle tribù di nativi americani, rappresentano quasi un quarto di tutta l’emissione di CO2 e le concessioni alle aziende energetiche generano un gettito fiscale di quasi 12 miliardi di dollari all’anno. Già nel giorno del suo giuramento, il 20 gennaio, Biden aveva bloccato il completamento dell’oleodotto Keystone XL che avrebbe dovuto collegare il Canada al Golfo del Messico. Una parte di questi gesti sono simbolici, vogliono segnalare la volontà degli Usa di tornare ad avere una leadership mondiale nella lotta contro il cambiamento climatico.

Le verità di Kamala Harris in italiano Anche i lettori di lingua italiana hanno ora la possibilità di leggere «Le nostre verità» (La nave di Teseo editore), il libro in cui Kamala Harris – la prima vicepresidente donna e di colore – racconta sé stessa. Pubblicato negli Stati Uniti nel 2019, prima ancora che l’autrice annunciasse la sua candidatura alla nomination democratica, è un misto di autobiografia, analisi politica e programma di governo. Nel libro Harris si sofferma sulle sue origini etniche e sul profondo legame che la lega alla madre Shyamala Gopalan, nata nell’India meridionale in una famiglia privilegiata, nella casta elitaria dei bramini tamil. All’età di 19 anni Shyamala ha già una laurea e nel 1958 si iscrive all’università di Berkeley, in California, dove consegue un dottorato in endocrinologia. In seguito si dedica alla ricerca oncologica. Mentre il padre, nero giamaicano, è un celebre economista che ha insegnato prima a Berkeley e poi a Stanford. Due vite che sembrano realizzate nel segno del

«sogno americano». E Kamala non è da meno. Nata nel 1964 nella città californiana di Oakland, studia alla Howard University di Washington e all’Hastings College of the Law di San Francisco. Nel 2003 diventa procuratrice capo della città di San Francisco e nel 2010 assume la guida del sistema giudiziario dell’intera California. Senatrice democratica dal 2016, nel 2020 è scelta da Joe Biden come vice, nonostante l’attacco che lei gli aveva sferrato durante uno dei primi dibattiti televisivi per la nomination democratica, accusandolo di razzismo. E Kamala si è rivelata una scelta vincente che lancia un ponte verso le nuove generazioni, le donne e le minoranze etniche. Una donna grintosa, piena di qualità e ambizione, politicamente astuta e moderata. Durante l’insediamento gli occhi erano puntati su di lei più che sul presidente. È verosimile l’ipotesi per cui quest’ultimo potrebbe durare un solo mandato e lanciare Kamala per la corsa alla Casa Bianca nel 2024.

Biden accelera poi il passo sulle vaccinazioni. Fino al giorno del suo insediamento l’obiettivo ufficiale era «100 milioni di vaccinazioni nei primi 100 giorni». Ma una volta insediato alla Casa Bianca il nuovo presidente si è reso conto di avere ereditato da Trump una situazione migliore – almeno su questo fronte – di quanto credeva. La tabella di marcia di un milione di vaccini inoculati ogni 24 ore era già rispettata o superata due settimane fa. Gratis per tutti, inclusi gli immigrati illegali. Il fatto che gli Stati uniti a fine gennaio abbiano vaccinato la propria popolazione più del triplo rispetto all’Europa continentale (oltre il 7% degli abitanti), è ancora merito della vecchia Amministrazione. Ma non basta, e Biden ha aggiustato la mira al rialzo: «Un milione e mezzo di vaccini al giorno, possiamo e dobbiamo farcela». Si tratta di un’accelerazione del 50% rispetto alla velocità di crociera precedente. A questo fine Biden ha già firmato l’acquisto di 200 milioni di dosi in più da Pfizer e Moderna. Anche qui si tratta di un aumento del 50%, rispetto all’acquisto iniziale di 400 milioni di dosi. Entro l’estate l’Amministrazione Biden conta di avere 600 milioni di vaccini, sufficienti per tutta la popolazione. L’idea che i migliori risultati americani avvengano ai danni dell’Europa non sembra avere fondamento. La Pfizer ha centri di produzione distinti; il mercato americano viene rifornito da tre fabbriche che si trovano nel Michigan, Missouri e Wisconsin. Fin dall’inizio la corsa ai vaccini è stata segnata da un investimento superiore da parte degli Usa, tempi di approvazione più rapidi a Londra e Washington, nonché una maggior fiducia nella nuova tecnologia genetica usata da Pfizer e Moderna. «Buy american», la versione di sinistra del protezionismo di Trump, ha cominciato a concretizzarsi in un ordine esecutivo firmato Biden. È la lezione che il nuovo presidente ha tratto dalla popolarità del suo predecessore: se si vuole affrontare alla radice una delle cause profonde del trumpismo, bisogna anteporre gli interessi dei lavoratori Usa a quelli delle multinazionali. Il decreto presidenziale «Buy american», cioè «compra americano», per adesso si limita a rafforzare protezionismo e

autarchia nel mercato delle commesse pubbliche. Rende più stringente per tutti i rami dell’amministrazione federale l’obbligo di fornirsi presso aziende americane e di verificare che i prodotti acquistati abbiano un contenuto quasi esclusivamente made in Usa. Il trend autarchico ha avuto un ulteriore rafforzamento dalla pandemia: quando gli americani hanno scoperto di dipendere dalla Cina per le forniture di mascherine, tute protettive e medicinali salva-vita, la questione è diventata anche una priorità per la sicurezza nazionale e la salute pubblica.

Entro l’estate Joe Biden conta di avere 600 milioni di vaccini, sufficienti per tutta la popolazione Le nubi che si addensano lungo l’asse Washington-Pechino sono anche e soprattutto geopolitiche. Non c’è stato un solo segnale di disgelo fra le due superpotenze, anzi, l’insediamento di Biden è stato «salutato» da incursioni di squadroni aerei militari cinesi sui cieli dello stretto di Taiwan. Quando Biden stava pronunciando il giuramento Pechino si distingueva per un nuovo attacco delle sue forze armate ai soldati indiani lungo la frontiera contestata tra Tibet e Sikkim. Come Taiwan, anche l’India fa parte di quell’arco di democrazie che l’America considera alleate preziose per contenere l’espansionismo cinese. A sua volta l’Amministrazione Biden ha moltiplicato gli sgarbi diplomatici. Alla cerimonia dell’Inauguration day è stato invitato il rappresentante diplomatico di Taiwan a Washington, cosa che non accadeva dal 1979, quando gli Usa riconobbero la Repubblica popolare come «l’unica Cina» e i rapporti con Taiwan per quanto amichevoli entrarono in una zona di ufficiosa informalità. Inoltre i nuovi responsabili della sicurezza e della politica estera americana, Jake Sullivan e Antony Blinken, hanno ribadito che questa Amministrazione continuerà a fornire armi a Taiwan. Blinken ha perfino fatto propria la definizione di «genocidio» che il suo predecessore Mike Pompeo aveva applicato

al trattamento che la Cina infligge alla minoranza etnico-religiosa degli uiguri, i musulmani dello Xinjiang. Il Medio Oriente è un terreno ideale per i primi test della nuova politica estera. Il verdetto: la continuità con Trump prevale sulle rotture. L’ambasciata Usa resterà a Gerusalemme, dove l’ha spostata Trump. La diplomazia di Biden ha raffreddato ogni attesa di un rapido ritorno all’accordo con l’Iran sul nucleare. Ha approvato gli accordi di pace Abramo sponsorizzati da Trump fra Israele e gli Emirati. Perfino la decisione di sospendere alcune vendite di armi all’Arabia saudita e agli Emirati è stata ridimensionata dal Dipartimento di Stato che la spiega così: «Routine, atto dovuto, normale riesame dei dossier come avviene ogni volta che c’è un’alternanza di Governo». Niente strappi e tanta cautela. Forse perché il Medio Oriente – con la Cina – è uno dei terreni sui quali la politica estera di Trump non è stata condannata in toto dai democratici. Biden si trova in sintonia anche sui ritiri di truppe da Afghanistan, Iraq e Somalia, decisi o annunciati dal suo predecessore. Quando era il vice di Obama, Biden fu tra i più tenaci oppositori di quell’impeto con cui il Pentagono aumentò la presenza militare in Afghanistan. L’Iran è un dossier caldo su cui Biden vuole procedere con la massima prudenza. «Il presidente è stato chiaro – dice Blinken – se l’Iran torna a rispettare i suoi impegni e i suoi obblighi in base all’accordo, gli Stati uniti faranno lo stesso». Il nuovo segretario di Stato non ha esitazioni ad accusare Teheran di «non stare ai patti», in particolare dopo la ripresa dell’arricchimento dell’uranio. Ma perfino qualora gli iraniani dovessero fermare l’arricchimento di uranio, consentendo a Washington di ritornare in quell’accordo, Blinken spiega che si tratta di «usarlo come una piattaforma per migliorarlo insieme ai nostri alleati». Ci sono questioni non contemplate dall’accordo nucleare – il programma iraniano di riarmo missilistico, l’appoggio alle attività terroristiche in altri Paesi come Libano e Siria – su cui Biden e Blinken vogliono costringere Teheran a nuove concessioni, tenendo conto di critiche espresse da Israele e anche dalla Francia oltre che da Trump.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Politica e Economia

Unterbäch,il Grütli della donna svizzera Suffragio femminile Nel 1957, il villaggio vallesano permise per la prima volta alle donne di partecipare

a una votazione federale: 14 anni prima dell’introduzione del suffragio femminile in Svizzera Luca Beti Fa freddo, ma neanche troppo a Unterbäch. I prati attorno al piccolo villaggio vallesano sono coperti di neve. In alto si staglia un’impressionante corona di montagne. Per strada non c’è anima viva. È tutto chiuso. Anche qui, la pandemia ha gelato la vita. Ho raggiunto il terrazzo sovrastante la valle del Rodano con la funivia, presa pochi minuti prima a Raron. Non ho nemmeno il tempo di orientarmi nel gruppo di case raccolte attorno alla chiesa che già finisco in mezzo alla Storia. Ad accompagnarmi in questo viaggio nel passato è Germaine Zenhäusern. Mi saluta con la mano dal balcone di casa sua. Germaine Zenhäusern dà gli ultimi tiri alla sigaretta e poi rientra in cucina. Mi versa un caffè, mi offre biscotti natalizi e poi si racconta. «Avevo sei anni nel 1957. Di quei giorni non ricordo molto. Nella memoria mi sono rimasti impressi il nervosismo della mamma e del papà e la paura che provai sentendo il gran baccano di chi per strada sfogava la sua rabbia». È l’inizio di marzo del 1957 e Unterbäch finisce improvvisamente al centro dell’attenzione mediatica di mezzo mondo. È il primo comune della Svizzera a permettere alle donne di partecipare a una votazione federale. È un atto di disobbedienza civica che calamita nel villaggio di montagna nell’Alto Vallese una ventina di reporter venuti da ogni dove, tra cui anche un inviato del «New York Times».

«Sono arrivati carichi di attrezzature: treppiedi, videocamere e macchine fotografiche. Erano ovunque e io mi chiedevo cosa stesse succedendo», ricorda Germaine Zenhäusern. Eppure, proprio in questa cucina, anche se ancora piccina, deve avere sentito le lunghe discussioni tra il papà Paul, sindaco e maestro di Unterbäch, e del suo amico e collega in Gran Consiglio Peter von Roten. Insieme ideano come convincere il municipio a concedere il diritto di voto alle donne, anche solo per una domenica. Deve essere un primo passo, un’azione simbolica. Entrambi avevano già sottoposto, senza successo, al parlamento cantonale due mozioni per l’introduzione del diritto di voto ed eleggibilità delle donne in Vallese. Paul Zenhäusern è un abile politico e sa quale impatto avrà tale decisione sul piano nazionale. Peter von Roten è fautore del suffragio femminile ed è il marito della femminista Iris von Roten, avvocata e scrittrice che nel 1958 diede alle stampe il libro Frauen im Laufgitter, pubblicazione che suscitò forti reazioni e un’ondata di polemiche. Il fine settimana del 2 e 3 marzo 1957, in Svizzera si vota sul progetto di estendere alle donne l’obbligo di prestare servizio nella protezione civile. Stando a Paul Zenhäusern è una questione su cui anche le mogli dei sei municipali devono potersi esprimere. A far pendere l’ago della bilancia verso un sì anche un argomento meno nobile. Con la costruzione della funicolare nel 1950, Unterbäch sta timidamente muo-

vendo i primi passi in ambito turistico. Il voto avrebbe dato notorietà alla località vallesana. «Perché non prendere due piccioni con una fava? Sarebbero stati degli stupidi a non farlo», ammette Germaine Zenhäusern. Fino a quella decisione del febbraio 1957, la vita a Unterbäch non è molto diversa da quella di altri villaggi di montagna in Vallese. «L’uomo partiva alla mattina per guadagnarsi un salario come operaio presso la fabbrica della Lonza. Le donne si occupavano dei figli, degli animali, dei campi», spiega Germaine. «Prima dell’avvento dell’industria locale lasciavano addirittura per mesi il paese per lavorare come stagionali nelle vigne, nei frutteti o nella costruzione delle dighe. La mancanza di opportunità permise agli uomini di vedere un po’ il mondo, di ampliare le proprie vedute. Alle donne di guadagnarsi una certa autonomia». La decisione del municipio di Unterbäch non sorprende nemmeno troppo Berna. Infatti, con la sua proposta di integrare le donne nella difesa nazionale con un servizio obbligatorio di protezione civile, il Consiglio federale si era inimicato le organizzazioni femminili, tra cui l’Associazione svizzera per il suffragio femminile, l’Unione svizzera delle donne cattoliche e l’Alleanza delle società femminili svizzere. Queste si oppongono all’imposizione di nuovi obblighi alle donne senza la concessione di diritti politici. Per evitare che altri comuni seguano l’esempio delle suffragette di Unterbäch, il governo vallesano e quello federale dichiarano illegale il

Verso il suffragio femminile in Svizzera Nella prima metà del 19° secolo, le donne non rivendicano diritti politici, ma miglioramenti nell’ambito del diritto civile. Nel 1868, per la prima volta, alcune donne zurighesi chiedono, senza successo, il diritto di voto e di eleggibilità in occasione della revisione della Costituzione cantonale. All’inizio del 20° secolo sorgono le prime associazioni per il diritto di voto alle donne che svolgono un’intensa attività di sensibilizzazione a favore della parità tra uomo e donna. Nel 1918 vengono depositate per la prima volta due mozioni per il suffragio femminile in Consiglio nazionale. Nel 1929, l’Associazione svizzera per il suffragio femminile, sostenuta da

altre associazioni, dal PS e dai sindacati, consegna una petizione federale a favore del suffragio femminile, una rivendicazione che rimane però inascoltata. Nei primi anni del Dopoguerra (19461951) si svolgono in alcuni cantoni, tra cui anche in Ticino, votazioni a livello comunale e cantonale per l’introduzione del suffragio femminile, tutte però con esito negativo. Nel 1959, si vota per la prima volta a livello federale sul suffragio femminile. La proposta viene nettamente respinta alle urne. Il progetto è accolto solo nei cantoni di Vaud, Ginevra e Neuchâtel. Nel 1963, la Svizzera entra a far parte del Consiglio d’Europa, senza rati-

ficare però la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali (CEDU), poiché non ha ancora accordato il diritto di voto ed eleggibilità alle donne. Alla fine degli anni Sessanta, di fronte alle proteste di massa delle associazioni femminili, il Consiglio federale è costretto a presentare una nuova proposta. Il 7 febbraio 1971, i votanti maschi accettano il diritto di voto ed eleggibilità delle donne a livello federale con il 65,7% dei sì. Viene però respinto da otto cantoni. Fonte

Dizionario storico della Svizzera

Katharina Zenhäusern si appresta a votare, prima donna in Svizzera. (Keystone)

voto. Anche altri comuni, tra cui Lugano, Sieders, Martigny-Bourg o La Tourde-Peilz, permettono alle donne di partecipare a quella votazione, ma solo a titolo consultivo. Unterbäch vuole invece che le loro schede siano considerate alla pari di quelle degli uomini. Il municipio prende la sua decisione basandosi sulla perizia del giudice federale Werner Stocker, che a Raron tiene una conferenza per informare la popolazione. Secondo quest’ultimo, la partecipazione femminile è compatibile con l’articolo costituzionale sui diritti politici in cui si parla di «cittadini» e «svizzeri», termini generici che includono anche il genere femminile. Basta che le donne siano iscritte nel registro elettorale del proprio comune. Ed è proprio ciò che decidono i municipali di Unterbäch. Il parere del giudice federale non convince però tutti. Il paese si spacca a metà e nemmeno il sostegno della Chiesa nei confronti del suffragio femminile riesce a sanare lo strappo. «La cosa sorprendente è che sia il vescovo di Sion sia il prete del villaggio approvano la decisione del municipio», dice Germaine Zenhäusern, figlia della prima donna in svizzera a deporre una scheda in un’urna di voto. E così, nel turbine delle polemiche,

si arriva alla sera del sabato, 2 marzo 1957. «La mamma chiede a una cugina di accompagnarla al locale di voto. Si prendono sottobraccio e così si fanno forza a vicenda», ricorda Germaine. Le donne incedono titubanti. Sanno che cosa le aspetta. Attraversano la piazza del villaggio e, prima di salire le scale per raggiungere il locale di voto, superano un gruppo di uomini che le accolgono con fischi e il rullo di un tamburo, come se stessero andando al patibolo. Nell’aula, ad attenderle i flash di decine di fotoreporter. La moglie del sindaco indossa un mantello beige, al collo uno scialle chiaro. Dopo aver riempito la scheda di voto la infila nell’urna riservata alle donne (L’urna è oggi conservata nel Museo nazionale). Sa che quel gesto è solo simbolico. Il suo voto, e quello di altre 33 donne di Unterbäch, verrà considerato nullo. «Qualcuno doveva pur fare il primo passo», dirà più tardi Katharina Zenhäusern. Ci vorranno altri 14 anni prima che gli uomini accordino il diritto di voto ed eleggibilità alle donne a livello federale. Con il passare degli anni, il villaggio di montagna diventa il simbolo della lotta verso il suffragio femminile in Svizzera e si guadagnerà l’appellativo di «Grütli della donna svizzera». Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Politica e Economia Per Postfinance una privatizzazione aprirebbe prospettive di crescita, ma a pagarne le conseguenze sarebbe la Posta. (Keystone)

Rendimento e ritorno alla ribalta delle criptovalute Analisi Non è una coincidenza che in

momenti difficili e con tassi d’interesse ai minimi storici il Bitcoin sia tornato en vogue Edoardo Beretta

Una privatizzazione problematica

Postfinance Il Consiglio federale propone di trasformarla in banca

autonoma scorporandola dalla Posta – Si apre il delicato discorso sul servizio pubblico e sui disavanzi che resterebbero alla Posta

Nel 2020, anno decisamente unico in ogni suo aspetto, si è anche sotto il profilo economico assistito ad un fenomeno quale la deviazione massiccia del prezzo dell’oro rispetto al suo tendenziale andamento storico: infatti, ha raggiunto livelli pari a 2’070,05$ all’oncia . Ma anche il mercato azionario − in particolar modo, quello americano che riscuote maggiore interesse per gli investitori istituzionali anche se soggetto a «bolle finanziarie» − ha registrato nel caso del NASDAQ100 (che raggruppa i titoli azionari delle cento aziende non finanziarie a più elevata capitalizzazione) una crescita del 43,27% da inizio d’anno1. Nel contempo, il mercato delle criptovalute con il prezzo del Bitcoin «in testa» ha subito un altrettanto vigoroso ritorno sulla scena mondiale, raggiungendo picchi di 24’980,60$2. Da un punto di vista macroeconomico non vi possono essere dubbi sul fatto che nessun cripto-token − Bitcoin incluso − possa essere paragonato all’epitome di metallo prezioso (cioè all’oro), ma anche solo alla stessa cartamoneta o persino moneta scritturale emessa da ciascun sistema bancario. Infatti, se tali creazioni monetarie sono di provenienza e garantite da istituti bancari (soggetti ad organi specifici di sorveglianza), il Bitcoin così come le altre (ben 81162) criptovalute rappresentano un’invenzione tecnologico-computazionale di emissione privata scevra di alcun potere d’acquisto intrinseco. Se è vero che anche la moneta

tilità e/o delle prospettive di sviluppo dello stesso, bensì ad un’enorme massa di liquidità a livello bancario, finanziario (cioè più lato sensu rispetto ai soggetti delle sole «banche») ma anche di shadow banking (cioè di intermediari non finanziari, ma dalle prestazioni di servizi simili), che abbisogna di essere investita nonostante (o, forse, per via) di tassi d’interesse ai minimi storici. Se in passato tale liquidità in eccesso è stata convogliata anche sul mercato immobiliare, quest’ultimo è per il momento meno «attenzionato» rispetto a quello finanziario, criptovalute incluse, in quanto certamente meno dinamico per trend di prezzo, già solo per il fatto di riferirsi ad asset immobili. Previsioni? Difficile e poco opportuno farne ogniqualvolta vi siano interessate forze speculative capaci di capovolgerne l’andamento a piacimento. Se esse sono presenti in ciascun ambito economico, lo sono ancor più in uno sviluppatosi recentemente (2009) caratterizzantesi già solo per l’emissione privata di tali strumenti finanziari per un elevato livello di deregolamentazione. È, comunque, plausibile che il Bitcoin faccia a partire dai prossimi mesi gradualmente ritorno a quotazioni più in linea con il trend degli anni passati dopo avere forse messo all’incasso un ulteriore incremento: la rapidità, con cui ciò potrebbe avvenire, dipenderà tuttavia dalle prospettive sul tavolo di un settore finanziario (nella sua accezione più ampia) sempre più speculativo per modello di business, ma anche 3

Ignazio Bonoli Nella seduta dello scorso 20 gennaio, il Consiglio federale ha proposto di scorporare Postfinance dal gruppo Posta, di farla diventare una banca a pieno titolo e di privatizzarla parzialmente. Così facendo, prende una certa distanza dal progetto messo in consultazione la scorsa estate, ma che in verità non aveva suscitato entusiasmo. Allora, il governo proponeva il solito compromesso svizzero, volto soprattutto a trarre Postfinance dalle difficoltà in cui stava muovendosi negli ultimi tempi.

In fase di consultazione i Cantoni hanno manifestato dubbi, temendo per le proprie banche cantonali Punto principale della riforma doveva essere quello di togliere le limitazioni che non permettevano a Postfinance di occuparsi del mercato dei crediti e, in particolare, di quello ipotecario. In effetti, l’azienda stava soffrendo parecchio a causa del livello bassissimo dei tassi di interesse, con la prospettiva di un eventuale cambiamento di tendenza che sta sempre più allontanandosi nel tempo. Tuttavia, già durante la consultazione, alcune istanze avevano sollevato perplessità: accanto ai politici che temevano una distorsione della concorrenza da parte di un organismo parastatale, anche i Cantoni, temendo la concorrenza alle banche cantonali, avevano manifestato dubbi. Questo tanto più che la riforma sarebbe stata poi accompagnata da una parziale privatizzazione dell’istituto. L’entrata di un organismo statale nel mercato

del credito e in quello ipotecario aveva sollevato qualche timore, anche di tipo politico. Per finire, gli atteggiamenti critici, a volte molto critici, sembrano aver avuto il sopravvento, al punto di considerare probabilmente molto fragile il proposto compromesso. Di conseguenza, il Consiglio federale sembra avere voluto una soluzione più drastica: non solo ha soppresso le limitazioni imposte a Postfinance, ma ne ha anche proposto una totale privatizzazione. Quindi, non solo Postfinance viene tolta dal gruppo Posta, ancora in mano statale, ma viene completamente privatizzata. Non ci è quindi voluto molto tempo affinché le critiche rivolte dagli ambienti economici si trasformassero in critiche da sinistra. L’operazione viene quindi considerata «un attacco frontale al servizio pubblico» e come tale va respinta. Va però detto che la Confederazione dovrà poi chiarire quale sarà il ruolo di questa nuova banca. La sua creazione si basava, infatti, sulla necessità di garantire un traffico sicuro dei pagamenti, tramite il servizio pubblico della Posta. Compito, quindi, conferito a un organismo statale con la legge che gli impone il servizio al pubblico, nella misura del 90% della popolazione, che deve poter raggiungere il servizio entro 20 minuti a piedi o tramite mezzi pubblici. Cosa che già oggi non è più attuale, visto l’enorme sviluppo del traffico digitale, del resto stimolato dalle stesse banche e da molte aziende che vogliono ridurre il consumo di carta. La transizione tramite la privatizzazione di Postfinance non sarà comunque cosa facile. Lo stesso dipartimento competente (DATEC) dice che, prima della privatizzazione, la Confederazione dovrà decidere una nuova definizione del traffico sicuro dei pa-

gamenti (e cioè un servizio pubblico in questo contesto). A tal proposito si sta costituendo un gruppo di esperti che dovrà chiarire tutti gli aspetti del ruolo pubblico di un servizio che diventa privato. La discussione si estenderà al ruolo di tutti i servizi postali, anche perché l’attuale Postfinance è molto imbrigliata nel gruppo Posta, sia finanziariamente, sia aziendalmente. Lo si vede, per esempio, negli uffici postali, senza i quali Postfinance non potrebbe svolgere il ruolo di servizio pubblico che le compete. Lo potrà un’azienda privatizzata? La risposta condizionerà il futuro delle due istanze. Ma soprattutto saranno determinanti gli aspetti finanziari, dal momento che oggi Postfinance copre una gran parte dei costi della Posta e dovrà essere chiarito chi compenserà i relativi ammanchi. La proposta del Consiglio federale tendeva a migliorare la situazione aprendo le attività di Postfinance a settori redditizi. Finanziamento trasversale che a molti non piaceva e che costringerà la Confederazione a concepire un nuovo mandato di prestazione per la nuova Postfinance. Cosa non facile per un istituto privato che deve anche attirare gli investitori, oltre ai clienti. Per il momento, però, il Consiglio federale dovrebbe garantire una certa copertura in caso di fallimento. Inoltre, trattandosi di una «banca sistemica» dovrà dotarsi del capitale necessario, la cui consistenza dovrà essere fornita, almeno all’inizio, dalla Confederazione, il che non significherà però una «garanzia» di tipo tradizionale. Restano comunque aperti i problemi finanziari della Posta, alla quale mancheranno in ogni caso gli utili di Postfinance. Un nodo non facile da sciogliere e che anche in campo politico rischia di sollevare parecchie opposizioni.

scritturale nasce quale mero impulso elettronico, essa è (o dovrebbe essere) «collateralizzata» dalla capacità produttiva del Paese di riferimento (cioè dal rispettivo PIL). Al contrario, il Bitcoin trae origine ex nihilo, cioè è emesso «dal nulla» mediante la sola capacità computazionale di una rete di miner («estrattori»), e mira a divenire sempre più scambiabile anche con attivi finanziari e non (fra cui, potenzialmente, beni e servizi). Purtuttavia, la differenza fra quanto ha valore perché derivante dalla produzione reale (che concorre al PIL) e quanto serve ad attribuirle dimensione economica (fra cui la moneta in quanto numerario dell’economia) non potrebbe essere più marcata. Senza affrontare il tema nella sua complessità (evidenziandone anche gli aspetti di potenziale interesse generalizzato quali la tecnologia Blockchain che vi sta sotto), si deve però far rilevare quanto entrambi i trend, cioè quello legato all’oro così come quello afferente al Bitcoin, abbiano un comune denominatore: la ricerca (perlopiù, da parte di investitori istituzionali quali fondi) di rendimento economico. In altre parole, il «ritorno in scena» del Bitcoin rispetto al poderoso calo verificatosi per almeno tutto il 2018 non è imputabile a qualche forma di rivalutazione dell’u-

perché − diciamolo pure − scoraggiato da investimenti in titoli e strumenti finanziari da rendimenti bassi e/o legati agli attuali tassi di interesse. Che l’innovazione tecnologico-monetaria sia necessaria a garantirne attualità − nei secoli, si è passati dai mezzi di pagamento equiparabili a «merci» ai metalli preziosi, fino ai titoli (fra cui: la cartamoneta) e moneta sempre più digitale/scritturale − è evidente. È, tuttavia, necessario interrogarsi sull’opportunità di deregolamentare ulteriormente un settore come quello dell’emissione monetaria, che si è concesso già «stravizi» prima con la crisi economico-finanziaria globale del 2007-8 a fronte della concessione a cuor leggero di mutui a soggetti subprime e poi con i salvataggi dell’economia globale mediante l’espansione della massa monetaria (che è lo stesso strumento utilizzato ora). Note

1. Elaborazione propria di https:// goldprice.org/de/gold-price-history. html. 2. Dati del 26 dicembre 2020 (https:// coinmarketcap.com/it/). 3. Elaborazione propria di https://gethistorical-data.com/products/?produ ct=btcusd&interval=1d.


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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Decessi che fanno discutere In queste prime settimane dell’anno sono le statistiche dei decessi a offrire lo spunto per molti titoli e commenti da parte dei media. Il tema sembra essere in Svizzera particolarmente scabroso. L’Ufficio federale di statistica comunica la statistica dei decessi settimana per settimana Non sorprenderà nessuno venire a sapere che, nel corso del 2020, il numero dei decessi è stato, in tutti i Cantoni della Svizzera, superiore a quello degli anni immediatamente precedenti. Questa impennata nei decessi viene ovviamente attribuita alla pandemia di Coronavirus. Ma non tutti sono d’accordo. Così il prof. Beck dell’università di Lucerna sostiene che nel 2020 la mortalità non è stata superiore alla media. Per farlo deve naturalmente definire che cosa sia una mortalità media. Ed è qui che si scontra con la statistica ufficiale che usa una definizione diversa.

In discussione è anche un’altra tesi e cioè l’affermazione stando alla quale nel 2020 il tasso di mortalità delle persone anziane sarebbe aumentato in modo significativo. A suscitare la polemica, in questo caso, sono state le dichiarazioni rilasciate in un’intervista dal Dr. Vernazza, uno specialista di malattie infettive di S. Gallo. Egli ha sostenuto che l’aumento dei decessi di persone anziane, osservato nel corso del 2020, è semplicemente dovuto all’aumento degli effettivi di persone con più di 65 anni e non comporta invece un aumento del tasso di mortalità delle persone di questo gruppo di età. Gli anziani deceduti nel 2020 sarebbero più numerosi di quelli deceduti negli anni precedenti semplicemente perché la popolazione anziana è cresciuta rapidamente. Pronunciato all’inizio del 2021 questo giudizio sa molto di eresia. È certo co-

munque che le discussioni attorno ai decessi del 2020 non terminano qui. Si tratta di una questione importante perché dalla risposta che si può dare alla stessa dipenderà il giudizio sulle misure introdotte per combattere la pandemia. I benefici economici di queste misure si possono infatti valutare partendo dal numero di decessi che le stesse hanno consentito di evitare. Lo dimostrano i risultati di uno studio degli economisti della task force Covid del Consiglio federale nel quale si è cercato di stimare quali siano i costi e i benefici di un lockdown. La stima dei costi, non solo di quelli sopportati dalle aziende private, ma quelli caduti sulle spalle dell’intera economia, non ha sollevato molti problemi. Più complicata invece è stato valutare i benefici del lockdown. Per stimarli gli economisti della task force sono partiti per l’appunto dalla

stima del numero dei morti evitati. Hanno cioè calcolato quanti morti in meno potrebbero esserci in seguito alla chiusura delle aziende e di parte dei servizi pubblici. Siccome il numero di morti risparmiati dipende dalla lunghezza del periodo di lockdown, anche i benefici di questa misura dipenderanno dalla sua durata. Per i nostri specialisti, tuttavia, più un lockdown dura e minore è il suo effetto di freno sull’aumento del numero dei decessi. L’utilità addizionale di questa misura è quindi decrescente nel tempo. Così un lockdown che dovesse durare più di 10 settimane non aggiungerebbe praticamente quasi niente ai benefici in termini di morti risparmiati. Una volta valutati (per classi di età naturalmente) quanti morti in meno si possono avere con la chiusura delle aziende gli esperti del Consiglio federale hanno stimato

quanti anni di vita si guadagnerebbero con le morti risparmiate. L’ultimo passo, nel calcolo dei benefici del lockdown è consistito nel trasformare gli anni di vita guadagnati da questi sopravvissuti in franchi e centesimi, calcolando cioè quanto valore aggiunto supplementare potrebbe produrre la loro attività lavorativa. I benefici in franchi del lockdown sono poi stati confrontati con le perdite, in franchi, che potrebbero subire le aziende e gli altri agenti della nostra economia. Per qualunque durata del periodo di lockdown considerata (da 4 a 10 settimane) il confronto mette in mostra un largo eccedente di benefici. Per esempio, per un lockdown di 4 settimane il valore aggiunto in franchi degli anni di vita guadagnati sarebbe pari a 8,2 miliardi, mentre le perdite ammonterebbero a soli 1,8 miliardi.

ficacia inferiore rispetto ai vaccini americani. L’Europa non ha abbastanza dosi del vaccino Pfizer/BioNTech, e ne ha ordinate poche anche di quello Moderna. E ora le case produttrici fanno marcia indietro. Il Paese più importante, la Germania, ha trattato una partita da trenta milioni di dosi per conto proprio. L’impressione è che l’avvento del nuovo presidente americano Joe Biden, salutato dall’Europa come una svolta positiva nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, abbia avuto come effetto collaterale un nuovo rapporto privilegiato tra la Casa Bianca e l’industria farmaceutica nazionale. Un presidente neoeletto è in grado di offrire molto e non solo in termini di dollari. Biden vuole vaccinare tutti gli americani e ha già ottenuto duecento milioni di dosi. Ma sarebbe grave se fosse proprio l’Europa a pagare il conto. Anche per i ritardi nella campagna di immunizzazione, è davvero presto per

capire se e quando torneremo davvero alla normalità. La pandemia pone ovviamente una questione economica, la cui gravità forse non è ancora chiara in Italia al Governo e all’opposizione, che appaiono entrambi inadeguati e non riescono a uscire da una crisi politica che minaccia di diventare anche una crisi di sistema. Ma la pandemia pone anche una questione sul piano psicologico e morale. Si stanno verificando un’importante crescita del malessere e un boom nelle vendite di psicofarmaci dovuti ai timori per la propria salute e per il proprio futuro economico ma anche alla difficoltà di esprimere i propri sentimenti, di vivere la vita sociale, di frequentare le persone care, di conoscerne di nuove. E anche rischiare di essere fermati da polizia oppure carabinieri, e di dover mostrare l’autocertificazione, perché si sta andando a trovare la mamma che vive in un’altra regione, significa subire un torto. Si discute inoltre se sia giusto vacci-

nare prima le persone anziane. A mio avviso pensare prima a loro è giusto; perché gli anziani sono più esposti al rischio di morire per Covid-19 e anche a quello di finire in ospedale, in terapia intensiva. Se meno persone anziane svilupperanno la malattia, non soltanto conteremo meno decessi (che è ovviamente la cosa più importante), avremo anche meno pressione sul sistema sanitario, il che ci consentirebbe anche di riaprire i ristoranti, i musei, i bar e i teatri. Insomma, di far ripartire appieno i servizi, i viaggi, i consumi, la vita. Però sarebbe giusto nello stesso modo riservare una quota di vaccini ai giovani e ai loro insegnanti. Certo, non sarebbe facile stabilire chi vaccinare e dove. Ma sarebbe un segnale simbolico importante, un gesto di attenzione verso una generazione trascurata, che sta soffrendo molto, sia in termini di socialità, sia in termini di opportunità: a cominciare da formazione, stage, ingresso nel mondo del lavoro.

supposte affinità fra i due popoli. Non erano forse George Washington e Guglielmo Tell due eroi della lotta per la libertà, il primo contro l’impero inglese, il secondo contro i signori della casa d’Austria? Nel processo di emancipazione non si replicava forse una battaglia che i cantoni forestali avevano già combattuto, e vinto, alcuni secoli prima nelle vallate alpine? Questo sul piano della pubblicistica. Sul piano accademico (o, se vogliamo, ai livelli alti della comunicazione politica), l’influenza elvetica fu ancora più significativa e duratura. Di grande considerazione godette ad esempio il professore ginevrino Jean-Jacques Burlamaqui, autore dei Principes du droit naturel (1747), un trattato che Thomas Jefferson, il padre della dichiarazione d’indipendenza del 1776, lesse e rilesse con fervore. Anche James Madison, un altro grande padre fondatore degli Stati Uniti moderni, tenne in gran conto le lezioni dei dotti ginevrini nello stilare la costituzione di Filadelfia del 1787.

Naturalmente sia Jefferson che Madison non presero alla lettera tutte le raccomandazioni dei giuristi-filosofi della città di Calvino. E tuttavia li studiarono a fondo, anche per individuare nei loro testi e nelle loro proposte di riforma i punti deboli, le incongruenze, i difetti. Madison sottopose l’ordinamento elvetico ad un esame critico minuzioso. Il modello confederale dei tredici cantoni appariva a Madison troppo lasco, troppo sfilacciato, un arcipelago di isole staccate le une dalle altre non coordinate con sufficiente energia da un’autorità centrale. «La Confederazione elvetica – scrisse nelle sue Note sulle Confederazioni antiche e moderne – non forma una repubblica… bensì un insieme di repubbliche alleate. Non esiste uno strumento politico comune che le connetta tra loro». A loro volta gli artefici della Costituzione federale del 1848 s’ispirarono largamente alla carta costituzionale americana promulgata a Filadelfia sessantuno anni prima. In quell’oc-

casione il filosofo Ignaz Paul Vital Troxler dette alle stampe un libello dal titolo eloquente: La Costituzione degli Stati Uniti d’America come modello per la riforma dello Stato federale. Anche la guerra di secessione (1861-1865) non lasciò indifferente la sempre più nutrita colonia svizzera negli Usa. In parecchi parteciparono come fucilieri ai sanguinosi scontri campali tra nordisti e sudisti. La maggior parte si arruolò nell’esercito dell’Unione comandato dal generale Grant, chi per interesse, chi per spirito d’avventura, chi per senso della giustizia. L’eco della guerra civile fu naturalmente enorme anche nella piccola repubblica alpina, paese non ancora guarito dalle ferite del Sonderbund: «i liberali e i radicali considerarono il Sonderbund come Lincoln e i suoi adepti giudicarono gli stati confederati nel 1861: un movimento secessionista reazionario che bisognava debellare per salvare la nazione». Dio benedica l’America. E la sorellina rossocrociata.

In&outlet di Aldo Cazzullo I ritardi dei vaccini e l’errore dell’Europa La campagna vaccinale è un disastro. Lo si temeva, ma non si poteva immaginare cosa sarebbe davvero successo. In Italia era molto diffusa la paura che la tradizionale inefficienza burocratica inceppasse la macchina sanitaria. Questo a dire il vero non è accaduto, ma per il semplice fatto che i vaccini non ci sono o comunque non nelle quantità pattuite. Tutto è incerto. I tempi e le conseguenze. Non sappiamo ancora se il vaccino funzionerà e per quanto tempo proteggerà. Non sappiamo se i vaccinati possono o no continuare a trasmettere il virus. E non sappiamo quanti saranno disposti a vaccinarsi, quando il siero sarà finalmente disponibile per tutti. Il movimento No-Vax ha lasciato una traccia profonda, non solo in Italia. In Francia ad esempio ci sono problemi analoghi. In teoria il vaccino dovrebbe essere obbligatorio, almeno per gli operatori sanitari e per le categorie che lavorano a stretto contatto con il

pubblico. Ma imporre obblighi non è semplice, sia dal punto di vista giuridico sia da quello logistico. Sarebbe forse più efficace incentivare le vaccinazioni, legandole alla possibilità di viaggiare liberamente e di partecipare agli spettacoli e agli eventi sportivi. Si tratta di introdurre una sorta di patentino di immunità valido nei vari Paesi e utile anche per consentire lo svolgimento dei grandi eventi internazionali ancora in forse, dalle Olimpiadi di Tokyo ai campionati europei di calcio (manifestazioni rimandate nel 2020 e previste per l’estate prossima). Il discorso non è di attualità proprio perché il vaccino manca. Si comincia a intravedere l’errore clamoroso in cui è incorsa l’Europa, che ha puntato soprattutto sul vaccino dell’azienda svedese-britannica AstraZeneca, il quale però è in ritardo e in base ai primi dati offre – sia pure a costi minori e con criteri di conservazione e somministrazione meno complicati – un’ef-

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti L’amico americano Le relazioni con gli Stati Uniti? Buone, anzi ottime. Con i presidenti americani non ci sono mai stati screzi, giurano i diplomatici e i rappresentanti delle Camere di commercio, soprattutto nel settore degli interscambi economici. Davvero? E la questione degli averi ebraici rimasti su conti dormienti elvetici perorata davanti al Senato dal repubblicano Alfonse D’Amato? E la successiva, lunga vertenza fiscale promossa dalla giustizia americana contro l’UBS assieme ad un buon numero di altri istituti bancari (violazione delle norme statunitensi)? Non quisquilie, ma contenziosi chiusi con l’esborso di parecchi milioni di dollari… Ma, si dirà, tutto ciò è stato archiviato. Oggi le due «Sister Republics», le repubbliche sorelle, hanno ritrovato l’armonia che ha sempre caratterizzato il loro dialogo, una sorellanza sorretta da robusti legami ideologici e da marcate parentele istituzionali: la libertà, l’attaccamento al lavoro,

l’ordinamento statuale, il sistema bicamerale, il federalismo. Storicamente questo comune sentire emerge nettamente già negli anni della «rivoluzione americana» del ’700, allorché le tredici colonie soggette all’Inghilterra decisero di affrancarsi, armi in pugno, dalla madrepatria. A quella rivolta parteciparono anche alcuni immigrati d’origine svizzera. Gli annali registrano le iniziative di un certo Johann Heinrich Müller, alias Henry Miller. Questo Miller, sebbene fosse cresciuto in Germania, era figlio di genitori svizzeri ed aveva appreso il mestiere di stampatore a Basilea. A Filadelfia, dov’era sbarcato dopo una serie di traversie, varò il Pennsylvanischer Staatsbote, un bisettimanale che oggi definiremmo «militante». Il proposito dell’editore fu uno solo fin dapprincipio: magnificare le gesta dei cantoni sovrani svizzeri (per singolare coincidenza anch’essi erano tredici, come le colonie del nuovo mondo), esaltare lo spirito repubblicano ed evidenziare le


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Cultura e Spettacoli La forza di Amanda Gorman La giovane intellettuale è stata la protagonista dell’insediamento del presidente USA Joe Biden

Rendere visibile chi non lo è Con Progetto 100 Gianluigi Bellei continua il suo percorso di valorizzazione di chi vive ai margini pagina 29

Omaggio a Luca Ronconi È uscito un Quaderno per un grande intellettuale e un indimenticato regista pagina 30

pagina 28

Sognare a Soletta L’edizione (online) delle Giornate del cinema mostra tutta la forza dei nostri film

pagina 31

Le visioni di Sciascia

Anniversari Cent’anni or sono nasceva

il grande intellettuale siciliano

Paolo Di Stefano Certe volte risulta utile, nelle occasioni celebrative, leggere in negativo per affermare il valore di uno scrittore. Oggi, nel centenario della nascita (8 gennaio 1921), è facile dire che Leonardo Sciascia è stato uno dei grandi scrittori del Novecento. Ma quando era in vita, cioè fino al 1989, non tutti avrebbero condiviso questo parere diventato banale. È la dimostrazione di come la variabile del tempo agisca nella definizione del canone letterario. Per carità, Sciascia fu sempre sulla scena della letteratura e del giornalismo, ma la critica non ne ha mai avuto l’opinione uniforme di cui sembra godere nel 2021. Per esempio, il filologo massimo Gianfranco Contini, che era anche un critico militante, nella sua antologia sulla Letteratura dell’Italia unita, apparsa nel 1968, seppellì nel silenzio il nome dello scrittore siciliano, che pure aveva già pubblicato numerosi libri, compresi i famosi romanzi sulla mafia (Il giorno della civetta nel 1961 e A ciascuno il suo nel 1966). Eppure, Contini non rinunciava, nel suo florilegio, a rendere omaggio ad altri autori più o meno coetanei di Sciascia, come Cassola Pasolini Calvino. Semmai Contini preferiva dare spazio a un altro siciliano come Antonio Pizzuto, joyciano e affine all’«école du regard» francese. E in quella scelta del silenzio tombale c’era il discrimine che teneva Sciascia al di qua della stima del criticofilologo: lo stile. Una prosa non ritenuta abbastanza espressiva e il sospetto che si trattasse di uno scrittore di genere, quel tipo di autore che appunto sacrifica le preoccupazioni stilistiche alle leggi dell’intreccio. Il giallo non fa per gli scrittori ma solo per i narratori, a meno che non si tratti di un giallo programmaticamente atipico come il Pasticciaccio di Gadda. Va detto che con Sciascia rimanevano fuori dall’antologia continiana anche Giorgio Bassani, Primo Levi, Elsa Morante, Natalia Ginzburg,

per ricordare solo alcune delle più clamorose esclusioni. Insomma, se Sciascia godeva di stima come intellettuale engagé e come narratore per il grande pubblico, meno considerazione riscuoteva il suo impegno «puro» nella letteratura. D’altra parte, con la sua limpidissima intelligenza striata di ironia, Giovanni Raboni (lettore di tutt’altro orientamento rispetto a Contini) muoveva a Sciascia critiche «ideologiche»: siamo nel 1972 quando il critico-poeta spara a zero per così dire da sinistra, ovvero dalle colonne dei «Quaderni piacentini», contro Il contesto. Al romanzo-apologo del complottismo Raboni rimprovera la mancanza di «plausibilità e mordente»: il trasferimento della polemica civile in una dimensione metaforica, sottratta a un ambito regionale riconoscibile come quello siculo dei «romanzi antimafia», secondo Raboni riduce Il contesto a «raccontino scialbo e pretenzioso, incongruamente in bilico tra descrizione e allegoria, soprassalti pamphlettistici e kafkismi di terza mano…». Ma non basta: niente di più pacificante, per un pubblico piccolo-borghese, del pessimismo metafisico privo di qualsiasi caratterizzazione di classe… Passeranno trent’anni e nel 1999 la critica di Raboni non si attenua, ma sposta la mira dall’obiettivo politico-civile a quello della letteratura, definendo la «tanto decantata limpidità “illuministica” dello stile narrativo, la tanto vantata trasparenza» della prosa sciasciana quale mancanza di qualità, di spessore fantastico, di profondità verbale, di complessità. Mentre le polemiche di Pasolini erano riuscite a turbare e a restare nella memoria, per queste lacune espressive le provocazioni di Sciascia si esaurivano, secondo Raboni, in banali spunti «di pronto uso e di rapido consumo». Alle riserve di carattere letterario, si accompagnarono con gli anni i veri e propri attacchi politici che, nella me-

Un scrittore misterioso e complesso: Leonardo Sciascia in una fotografia scattata nel 1978 a Parigi. (Keystone)

moria d’oggi, avvicinano la figura di Sciascia proprio a quella di Pasolini, con il quale per altro l’ex «maestro di Regalpretra» aveva collaborato negli anni Cinquanta. Si pensi alle polemiche scatenate, nel decennio dell’impegno più stringente, dall’Affaire Moro, il pamphlet che contiene accuse dirette ed esplicite alla classe politica in una fase drammatica per la Repubblica italiana; e si pensi alle accese discussioni nate dall’elzeviro sui «professionisti dell’antimafia» apparso sul «Corriere della Sera» nel 1987. Per tacere delle posizioni a difesa di Tortora e di Sofri; dell’ostilità nei confronti del «compromesso storico» e della candidatura alle elezioni politiche ed europee del 1979 nelle liste del Partito Radicale di Marco Pannella. Fatto sta che gli stessi difetti che, più o meno esplicitamente, gli rimproveravano Contini e Raboni, uniti alle posizioni sempre eretiche per quei tempi, si sarebbero rovesciati in pregi con la distanza degli anni.

La prosa limpidissima e la passione illuminista sarebbero diventate pure etichette giornalistiche, sostituite da una visione più articolata e complessa, persino quella di un «barocco mentale» pieno di ossessioni verso l’irrazionalità del Male. Lo scrittore razionalista avrebbe acquisito la dimensione molto più misteriosa e oscura di chi riflette, con angoscia, sulla sostanza del Potere e nelle zone buie della storia. L’impegno civile banalmente inteso avrebbe guadagnato, anche grazie a studi come quello di Massimo Onofri (il suo Storia di Sciascia è del 1994), una profondità non lontana da quella che ispirò pensatori quali Michel Foucault. La complessità del narratore è nel suo pionierismo e nell’instancabile ricerca di soluzioni, che vanno dal romanzoinchiesta e dal racconto-verità al pamphlet politico e visionario, dall’apologo al reportage storico, al saggio e al giornalismo (sono appena usciti per Adelphi i sorprendenti scritti cinema-

tografici sotto il titolo Questo non è un racconto). Insomma, niente di più lontano dai presupposti di partenza. Quando lo stesso Calvino, editor all’Einaudi, ricevendo un racconto del giovane Sciascia gli rispose: «in qualche parte c’è troppo la cronaca degli avvenimenti storici, il resoconto di quel che pubblicano i giornali, senza abbastanza controparte di narrazione (…). Insomma, è un libro a cui se tu ti sentissi di lavorarci ancora, potrebbe dire molto di più. Così è piuttosto superficiale, con un sospetto di facilità». E non è escluso che allora, in quelle osservazioni un po’ brutali, ci fosse qualcosa di vero. Ma il vero e il falso, si sa, con Sciascia non sono mai nettamente distinguibili. Ora che celebriamo i suoi cent’anni è più facile apprezzarne la grandezza, anche alla luce di un presente in cui il coraggio civile è quasi nullo e la sperimentazione letteraria comodamente appiattita alle richieste del mercato.


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Cultura e Spettacoli

L’America in poesia

Letteratura I versi di Amanda Gorman durante la cerimonia di insediamento

Alessandro Panelli

Nata a Los Angeles nel 1998, si è laureata in Sociologia a Harvard. (Keystone)

assumere connotazioni simboliche e sociali importanti: da una donna di colore (Maya Angelou nel 1993) a un omosessuale latinoamericano figlio di immigrati (Richard Blanco nel 2013). La lettura di Amanda Gorman si inserisce in questa dinamica, con in più l’eccezionalità data dalle circostanze e da un’audience mai prima di allora così esasperata e divisa. I versi di The Hill We Climb, c’è poco da obiettare, miravano a riunire una nazione ferita, e in una certa misura ci sono riusciti. Perché allora continuare a chiedersi se fossero poesia oppure no? Cresciuti in una cultura che ha perso gran parte della sua tradizione orale, noi lettori europei non siamo in grado di cogliere il vero valore, rituale e magnetico assieme, di un testo ritmato pronunciato per le orecchie di molti. Dalla spumeggiante omiletica dei pastori protestanti ai rapper di maggiore capacità linguistica (Eminem, se un nome va fatto) fino agli slanci epici di alcuni allenatori e commentatori televisivi, non c’è ambito in cui la società statunitense non si affidi a una parola

forte e condivisa. Persino i discorsi di battaglia nelle pellicole hollywoodiane, da Braveheart a Uomini di gloria, testimoniano questa energia verbale. I nostri testi, nemmeno i più alti, non sono stati pensati per quello. Provare con Petrarca, Leopardi, Pascoli, provare con Montale, che con il suo tono baritonale e dimesso ha eclissato nel Novecento la figura del poeta-vate per eccellenza, Gabriele D’Annunzio. Forse, ma la questione andrebbe indagata a fondo, in un’Europa a lungo segnata dai totalitarismi ogni uso poetico della retorica finisce per sollevare un’alzata di scudi. Un nazionalismo caldo e un po’ dopato come quello statunitense non ci appartiene, preferiamo continuare a guardare il nostro ombelico e cercare, per quel che ci riesce, di condividerlo con il resto del mondo. Siamo anche un po’ invidiosi, lo si ammetterà senza problemi. Eppure, se un parere letterario mi venisse richiesto, non avrei difficoltà ad ammettere che un testo come quello di Amanda Gorman non mi convince del tutto. Non mi soddisfa-

no, tolta l’emozione del momento, le metafore troppo lineari (l’alba del futuro, la scrittura di un nuovo capitolo), gli appelli enfatici («We will rise») o ancora i troppi giochi fonosimbolici («the norms and notions / of what just is / isn’t always just-ice») che inevitabilmente si depotenziano una volta venuta meno la voce della loro autrice. Non è questione di genere letterario, perché un testo degli anni Trenta come Let America be America again di Langston Hughes, così simile e così diverso, non ha perso un grammo della sua forza provocatoria, della sua «novità». La poesia non può limitarsi infatti a dirci quello che già sappiamo, in un modo prossimo a come lo diremmo tutti. È in questo scarto di visione, politico finché si vuole, ma certo anche molto letterario (all’incrocio tra lingua e stile), che risiede la sua vera essenza. Il resto è semplice – si fa per dire – efficacia comunicativa. Amanda Gorman, di cui sentiremo ancora parlare a lungo, dice di stare pronti, perché nel 2036 potrebbe anche puntare alla presidenza. Ne sarebbe capace.

Il vertiginoso slalom fra cu, qu e il fantasioso cqu

La lingua batte Fa bene ogni tanto concedersi un ripasso veloce di qualche regola ostica

della lingua italiana, soprattutto quando le sue eccezioni sono davvero curiose Laila Meroni Petrantoni Nomen omen: portarsi sulle spalle un destino già segnato per colpa del proprio nome forse funziona anche per un sostantivo. Se c’è una parola in grado di scombussolare noi italofoni come una palla sparata da un cannone è soqquadro. Termine molto scorbutico e capriccioso. Non solo per il significato che si porta addosso e che richiama alla mente il caos, lo scompiglio; non tanto perché privo del dono della versatilità che anima invece i suoi colleghi membri del discorso, fatto che lo isola praticamente nell’unica espressione in uso di «mettere a soqquadro». No, non sono queste peculiarità a farci oggi aggrottare le sopracciglia, bensì proprio il modo in cui si presenta. Diciamocelo: che ci fanno quelle due -q- gemellate? Qui si apre un interessante capitolo della grammatica, a suo modo spinoso. E sorgono spontanei diversi ulteriori interrogativi: se soqquadro risulta (con il rarissimo biqquadro) l’unica voce dell’italiano con due -q-, che strada ha fatto invece taccuino per vantare il

Netflix Due risate

in compagnia di un cast d’eccezione

Pietro Montorfani La vera notizia è che nel bel mezzo delle concitate settimane che hanno portato al passaggio di consegne da Donald Trump a Joe Biden, e in cui l’America non ha mostrato il miglior lato di sé, tra un dispetto infantile e una presa del Campidoglio si è finiti a parlare anche di poesia. Merito di Amanda Gorman, certo non il nome più prestigioso tra quelli che si sono avvicendati a celebrare il nuovo presidente lo scorso 20 gennaio, che con i suoi 22 anni ha adombrato una performer di lungo corso come Lady Gaga, dando il via a un dibattito acceso e in fondo edificante. Ce ne fossero di più di occasioni simili, per parlare di politica e di poesia, per guardare più serenamente e meno banalmente al futuro. Figlia di madre single e discendente dagli schiavi d’America, come lei stessa si definisce in The Hill We Climb, Amanda Gorman ha ipnotizzato per sei minuti una platea virtuale di alcune centinaia di milioni di persone. Forte del candore della sua giovane età, ma anche di una personalità solida e solare, si è rivolta a tutti («America and the World») come se fosse per lei un esercizio consueto. Sul valore letterario della sua poesia si sono espressi in molti, nei giorni scorsi, usando anche gli strumenti affilati della filologia. Forse più che i letterati dovrebbero esprimersi i sociologi e gli esperti di comunicazione, perché la sua lettura è stata un vero e proprio evento, un esempio alto di spoken word in un contesto certamente privilegiato, ma anche in una cultura profondamente diversa dalla nostra, più predisposta ad accogliere questo tipo di rito. Nulla del genere sarebbe pensabile per l’insediamento di un presidente europeo, non parliamo del Consiglio federale... L’America stessa ci è arrivata per fasi, iniziando da John Fitzgerald Kennedy e dal suo invito all’allora decano dei poeti statunitensi, il grande Robert Frost. La tradizione è poi continuata con altri presidenti democratici, da Bill Clinton a Barack Obama, e la figura del poeta «inaugurale» ha finito per

Come ti reinvento il 2020

Il taccuino (con due -c-) nella sua versione più classica. (Wikipedia)

gruppo -ccu-? E ancora, che bisogno c’era di creare la lettera -q- (o meglio, -qu-) se già poteva fare al caso nostro una bella -c- accompagnata da -u-? E soprattutto, chi è stato così creativo da coniare il curioso -cqu-? Sono domande che ci portano indietro di secoli, ad-

dirittura di qualche millennio, fino alla genesi della lingua italiana e al suo progenitore, il latino. Vale la pena dedicarsi a un veloce ripasso grammaticale, che non fa mai male. Come avviene in molti ambiti dell’italiano, anche in questo campo ci sono le regole e ci sono le loro brave eccezioni. A differenza delle altre colleghe di alfabeto (più spavalde ed emancipate), la lettera -q- ha sempre sofferto di solitudine, tanto da aver scelto quale dama di compagnia la -u- (e nessun’altra). La norma dice che -qu- è presente laddove è seguito da vocale, con cui forma una sillaba che non può essere spezzata. Del caso in cui il suono è seguito da una consonante si occupa con zelo la lettera -c(come in cucinare); tuttavia le eccezioni da mandare a memoria sono immancabili, come scuola e cuore, irregolarità giustificate dalla rispettiva forma antica che non presentava la semiconsonante -u-. La pronuncia dei due gruppi sotto esame (cu e qu) è identica, e l’evoluzione pare essere solo una questione di grafia (chi può dirlo con certezza?). A un certo punto i nostri antenati

hanno sentito il bisogno di raddoppiare il suono e lì è accaduto qualcosa di bizzarro, a ben guardare: nel latino aqua è stata aggiunta la -c-, mentre al latino tacuit è stata attaccata una -q- che ha portato all’odierno tacque. Curioso, vero? Interessante è pure cercare di capire da dove spuntino le due -c- con la -u- in taccuino: qui la strada a ritroso ci porta al latino medievale tacuinum con radici esotiche nell’arabo taqwim (una sorta di almanacco). Ora non ci resta che tornare al nostro soqquadro, orgogliosa eccezione alla regola. Massimo Fanfani spiega dall’Accademia della Crusca che «l’insolita grafia […] è nata certamente per analogia» così che i rafforzamenti vengono indicati raddoppiando la consonante: come avviene in soppiatto e in sommossa. Curioso come il caso abbia voluto che questo aggettivo e questo sostantivo evochino un’idea di losco, di poco raccomandabile, proprio come il nostro (furbo quanto misterioso) soqquadro, pronto a seminar zizzania fra le certezze della lingua italiana. Appunto: nomen omen.

Death to 2020 è un mockumentary britannico del 2020 realizzato dai creatori della serie TV di culto Black Mirror: Charlie Brooker e Annabel Jones, con la partecipazione di Samuel L. Jackson, Hugh Grant, Lisa Kudrow e Joe Keery. L’opera si prende la libertà di narrare e riassumere in poco più di un’ora gli avvenimenti più incisivi di questo sciagurato 2020 attraverso un’impronta umoristica e satirica. Sotto forma di falso documentario gli attori ricoprono i ruoli di quelli che potrebbero essere fondamentali opinionisti per un’analisi seria e professionale degli avvenimenti, ma che in questo film vengono parodiati e rappresentati in modo umoristicamente caricaturale. Si passa da un fittizio storico che basa le proprie analisi sulle trame di film di fantascienza o di videogiochi (Hugh Grant), a una psicologa in collera nei confronti dell’intera umanità (Leslie Jones), fino a un giovane influencer dalle manie di protagonismo (Joe Keery). Attraverso il racconto e le opinioni espresse da questi «esperti» viene ripercorso, mese dopo mese, il singolare anno che ci siamo finalmente lasciati alle spalle. La scelta che porta Brooker e Jones a parlare del 2020 in maniera umoristica è senza dubbio coraggiosa e per certi versi discutibile. Ciononostante la visione intrattiene e provoca più di qualche risata, ed è un ottimo modo per sdrammatizzare i problemi che tuttora incombono su ognuno di noi. Se da un lato le battute sono più che efficaci, riuscendo persino a far riflettere sull’assurdità di molti avvenimenti, dall’altro l’impronta Netflix nel mantenere alta la bandiera democratica si fa sentire con battute plagiate dalle peggiori pagine umoristiche di Instagram che appaiono piuttosto inutili, banali e riempitive. Andando più nel dettaglio, nella seconda parte del film viene data molta importanza alle elezioni americane, che vengono dipinte attraverso l’intervista al «cittadino medio». Nonostante sia ben chiara la corrente politica del colosso dello streaming, Brooker riserva le battute più esilaranti e riuscite ai candidati democratici, in quanto quelle che criticano Trump risultano piuttosto sature e prive di originalità. Ovviamente non mancano auto-riferimenti da parte di Netflix che, come tutta l’opera, si rivelano altalenanti, passando dall’essere azzeccati a risultare pesanti e ingombranti. Death to 2020 non è un documentario oggettivamente necessario e non raggiunge nemmeno picchi di umorismo particolarmente notevoli, ma la satira che lo caratterizza riesce tuttavia a intrattenere e a far ridere lo spettatore quanto basta per tentare una pur improbabile minimizzazione dei tragici eventi relativi alla pandemia.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Cultura e Spettacoli

Per chi non ha voce

Incontri A colloquio con l’artista e critico Gianluigi Bellei, autore dell’intenso e profilato Progetto 100 raffigurarne la condizione sociale, il contesto?

Ada Cattaneo La condizione dell’essere umano nella società sembra essere il tratto che sottende a tutto il dialogo con Gianluigi Bellei. I lettori di «Azione» sono abituati a seguire le sue recensioni, ma in questo caso i ruoli si invertono e l’attenzione si sposta sulla sua opera artistica, che ha sempre avuto una valenza di indagine sull’uomo. La sua produzione non ha solo un esito visivo, ma anche un costrutto sociologico che viene espresso tramite immagini e il cui significato politico non è mai dissimulato. Se già con la serie Homeless 2014 si era dedicato a coloro che non hanno una casa dove rifugiarsi, con Progetto 100 lo stesso tema si interseca a quello delle migrazioni. Popolazioni che solo qualche decennio addietro erano relegate all’esterno dell’Occidente vi arrivano oggi in grandi flussi. Nella grande maggioranza dei casi i loro spostamenti sono causati dalla necessità di sopravvivenza e troppo spesso il loro destino finisce per essere quello di affrontare uno stato di indigenza estrema. I volti testimoniano gli affanni e le disavventure trascorse. Raccontare tutto questo significa restituire loro almeno una parte di dignità. Nelle difficoltà della situazione, non si deve annullare la pluralità delle loro esperienze. L’impegno di Gianluigi Bellei per raccogliere alcune di queste storie è testimoniato in un libro edito da Edizioni Imago, la cui genesi viene raccontata in questa conversazione. Quando ha deciso di dedicare un nucleo importante dei suoi dipinti alla rappresentazione di persone senza dimora?

Io sono originario di Bologna. Quando ero giovane, in città c’era un signore con una gran barba che stazionava nella stessa zona in cui avevo il mio studio. Era un senzatetto, ma non chiedeva l’elemosina. Allora i senzatetto erano una rarità. Ora la situazione è diversa, ma allora c’era solo lui. Gli feci una fotografia, perché era un personaggio che mi affascinava molto. Ad anni di

Anche nel caso del lavoro sulla Comune non c’era un unico personaggio interessante che gravitava attorno a quell’avvenimento. Mi importava concentrarmi sull’intera situazione. È una sorta di racconto: anche un singolo dipinto può essere una narrazione, ma qui il racconto diventa corale. Mi interessa quando una situazione è generalizzabile: nel Progetto 100 le persone sono accomunate da una loro situazione sociale, pur venendo da paesi diversi. È significativo che nessuno di loro sia occidentale: la povertà esiste anche da noi, ma viene vissuta diversamente. Al termine del volume il lettore trova una bustina di spezie molto profumate. Da dove arriva?

Yanitza (Cile), di Gianluigi Bellei. (Gianluigi Bellei, Progetto 100)

distanza, mi sono ritrovato a guardare quell’immagine che arrivava dalla mia gioventù. È stato allora che ho deciso di dedicare un progetto ai senzatetto, Homeless 2014. Nel corso dei miei viaggi a Milano, Parigi, Barcellona, ho quindi avuto modo di scattare una serie di fotografie a persone senza una dimora, a partire dalle quali ho realizzato i ritratti. Come è nato Progetto 100?

Quando ho finito la serie di dipinti per Homeless 2014, ho avuto un attimo di incertezza su come continuare. Ho scelto di proseguire sulla stessa scia e mi sono imbattuto in una organizzazione non governativa – Found for Peace – che aveva dato incarico ad alcuni fotografi di scattare immagini di persone che vivevano in povertà in vari paesi del mondo per il progetto Bottom Hundred (bottomhundred.org). Ho contattato l’associazione e ho chiesto il permesso di lavorare su queste foto. Da queste scene, ho scelto di estrapolare solo i ritratti e di tralasciare invece l’habitat in cui sono state raffigurate.

Cosa la motivava ad approfondire su questo progetto già esistente?

C’erano diversi motivi che mi attiravano. Prima di tutto perché generalmente si ritraggono le persone importanti, le persone che contano. Questo avviene da sempre e continua ad essere vero ancora oggi, anche se l’arte figurativa non è più in auge dopo le varie sbornie astratte e minimaliste. Ne scaturiscono oggetti facilmente vendibili e che presentano una certa mistica. Pur nella possibile bruttezza della persona ritratta, emergerà il suo stato sociale, la sua condizione e tutta la ricchezza e la bellezza che la circonda. È invece piuttosto improbabile che venga acquistato il ritratto di un volto sconosciuto. Tutto il contesto sfavillante viene a mancare. Le persone comuni, magari un po’ scarmigliate, non hanno nulla di mistico, né di altisonante. Eppure è forse proprio questo il motivo che le rende così interessanti ai miei occhi. Vedendo queste cento figure insieme si capisce che ognuna è un caso a sé. Pur in una condizione simile fra loro, pur avendo in comune la povertà, nel ritratto emerge la specificità di ognuno. Ci racconta come è avvenuta la produzione di questa serie?

Mi sono dato l’obiettivo di cento ritratti. A dire la verità, quando ho cominciato, temevo di non finirli. Ho cominciato utilizzando la pittura ad olio, ma cento ritratti a olio sono lunghi da realizzare: io lavoro lentamente, come si lavorava nel Rinascimento, a velature successive. Devo quindi attendere che asciughi uno strato prima di poterne stendere un altro e tornare a lavorarci. Posso procedere con due o tre alla volta, ma ci vogliono pur sempre cinque o sei mesi per finirne uno, perciò ero un po’ demoralizzato. In passato ero riuscito a realizzarne 20 o 25 al massimo in due anni. Poi è arrivata questa pandemia e l’ultimo giorno in cui sono potuto uscire di casa, sono andato nel mio studio, ho preso gli acquerelli e durante i mesi di isolamento in casa, ho finito tutti e cento i ritratti, scegliendo questa volta l’acquerello. In passato aveva già utilizzato quest’idea della serie di ritratti per Progetto Père-Lachaise, 28 maggio 1871, dedicato a coloro che presero parte alla Comune di Parigi. È un suo modo per svolgere un’indagine sulla collettività e

Anche se è ormai da un anno che non si può viaggiare, ero solito andare a Parigi con una certa regolarità. Proprio in uno di quei negozi della città che vendono solo spezie, ne ho comprate molte diverse. L’idea originale era di presentarle nella mostra insieme ai ritratti, su un grande tavolo da poter annusare e portare a casa. Data la situazione, la mostra non c’è stata. Quindi ho deciso di allegare una bustina a ognuno dei libri. Sono odori e sapori molto diversi dai nostri, peculiari di ciascuna cultura e spesso difficili da accettare per gli altri. Per chiudere, vorrei chiederle cosa comporta coniugare il lavoro di autore con quello di critico?

Mi è sempre piaciuto scrivere. È un complemento di ciò che faccio. Ho iniziato a scrivere già all’università, raccontando quello che altri non raccontavano. Dopo sono venute le recensioni. Scrivere – seppure sia per me molto più difficile che dipingere – mi aiuta a capire. Ogni volta che vedo una mostra, mi serve a imparare meglio da essa. La scrittura integra e non sostituisce l’attività artistica. E poi c’è anche una componente politica, che è sempre stata con me. Perciò nell’arte ho sempre guardato all’essere umano, soprattutto alla sua condizione all’interno della società.

In ricordo di un amatissimo direttore In memoriam Poco più di un anno fa il direttore d’orchestra Mariss Jansons

ha lasciato per sempre la scena musicale

Giovanni Gavazzeni Il cordoglio che ha accompagnato un anno fa la morte del direttore d’orchestra lettone Mariss Jansons ha avuto un’unanimità che ha oltrepassato i luoghi dove ha esercitato con maggiore continuità il suo magistero artistico (San Pietroburgo, Oslo, Amsterdam, Pittsburgh, München). Gli appassionati del Vecchio e Nuovo Mondo sapevano che nel suo caso «fare musica» era letteralmente questione di vita e di morte, da quando era stato colpito venticinque anni prima da infarto dirigendo una recita di Bohème nella capitale norvegese. Così l’ultimo concerto, registrato l’8 novembre 2019 (e pubblicato da BRKlassik 900192) nella Sala Isaac Stern della Carnegie Hall di New York, sintetizza quel coraggio quotidiano di vivere con la musica. Nonostante condizioni di salute in caduta libera, il settantaseienne direttore lettone non volle rinunciare a dirigere il concerto con la formazione cui aveva votato tanti anni di fedeltà, l’Orchestra sinfonica della Radio Bavarese di Monaco. Il fisico esausto non gli impedì di guidare i quattro vitali

interludi sinfonici di Intermezzo di Richard Strauss. Nell’intervallo però la situazione fece temere il peggio; l’attesa si prolungò di un quarto d’ora. A nulla valsero le suppliche degli organizzatori e di alcune prime parti dell’orchestra: Jansons volle concludere il concerto con la Quarta sinfonia di Brahms e ringraziare il pubblico con una Danza ungherese, applaudita in modo frenetico, quasi a esorcizzare il livido colore della morte calato sul volto del carismatico direttore. Qualche critico pensò bene di parlare di esecuzione «avventurosa» (Brahms) e di scarsa «lucidità» negli intermezzi straussiani. Rilievi miserabili che ignoravano come proprio l’inibizione fisica avesse spinto Jansons a un passo non crepuscolare in Brahms, strenuamente cantando ogni frase fino a quando le forze lo consentivano. Nella sua vita Jansons visse e lavorò quasi sempre in condizioni di «esule»: prima come ebreo per parte di madre nella Lettonia paterna invasa dai nazisti; poi come baltico occupato dai sovietici quando studente si fece onore nell’antica capitale Pietroburgo all’ombra del tirannico direttore della Filarmonica, Evgenij Mravinskij;

poi come «sovietico» malvisto quando vinse l’ostico nazionalismo della ricca Oslo creando la fama europea e mondiale di una formazione fino ad allora provinciale; poi come ultimo arrivato-inseritosi-perfettamente nella grande storia del Concertgebouw di Amsterdam, al quale affiancò i concerti a Monaco, che rimasero fino all’ultimo il cuore della sua attività, con programmi spesso dedicati ai Numi tutelari della città bavarese, Richard Strauss e Anton Bruckner. Compito non facile essere apprezzato come bruckneriano a Monaco, perché colà le sue sinfonie sono un culto a sé stante. Una religione musicale impiantata da uno dei più importanti allievi di Bruckner, Ferdinand Löwe, proseguita da Siegmund von Hausegger, propugnatore di un ritorno alle versioni originali, officiata sul podio dei Filarmonici e poi della neonata Orchestra sinfonica della Radio bavarese dal demoniaco Oswald Kabasta nel periodo nazista, dalla maestosa compostezza di Eugen Jochum, dalla fonica lucidità di Hans Rosbaud, dalla rituale nobiltà di Sergiu Celibidache. In questo almanacco di Gotha direttoriale, Jansons si è inserito con di-

screzione e naturalezza, amalgamando alla perfezione la densa scrittura sinfonica a registri organistici, l’opposizione manichea di piani e fortissimi, la graduazione narrativa delle colossali progressioni, la decantazione delle stupende variazioni tematiche, mai toccando gli scogli pesanti dell’idealismo che tante prestigiose bacchette teutoniche aveva affondato. Anche il suo leggere i classici teneva il passo con i tempi, come quando commissionò a sei compositori viventi altrettante «riflessioni» da inserire durante e dopo le nove sinfonie di Beethoven. Dialogo di passato e presente fra generazioni e artisti di paesi diversi, affinché Beethoven, rinnovandosi con la seduzione di un’interpretazione coinvolgente, fertilizzasse la creatività presente. Ci fu chi si ispirò alla biografia dell’artista, come il decano russo Rodion Schedrin con il suo frammento drammatico, Il testamento di Heligenstadt di Beethoven; chi preferì (il georgiano Giya Kancheli) nel suo Dixi, elevare con lo stesso organico della Nona colossi accordali ipnotici sui quali far fluttuare sentenze latine per «suggerire, ricordare, avvertire»; chi impiegò

Mariss Jansons era nato a Riga nel 1943. (Keystone)

gli intervalli del tema del destino della Quinta per accendere Fires (la lituana Raminta Serksynté) e chi decostruì con ironia virtuosistica e Con brio i gesti beethoveniani di uno Scherzo (il tedesco Jörg Widmann). Ultimo atto: dopo il concerto alla Carnegie Hall, un’ambulanza che sostava per sicurezza all’ingresso degli artisti prelevò Jansons per portarlo all’aeroporto e di lì tornare a casa, a San Pietroburgo. Tre settimane dopo Mariss Jansons sarebbe morto nello storico edificio in grandioso stile modernista nordico Casa Tolstoj, dove vissero critici, giornalisti, politici, avventurieri, discepoli della poetessa Anna Achmatova e un amatissimo direttore d’orchestra.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 1 febbraio 2021 • N. 05

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Cultura e Spettacoli

Luca Ronconi, la voce nelle lezioni di un grande maestro Pubblicazioni Un libro contenente appunti, frammenti e copioni provenienti in un modo o nell’altro

dalla mente del geniale regista italiano

Giorgio Thoeni «Fare teatro ha molte possibilità», affermava Ferdinando Taviani, grande storico ed esploratore di nuovi linguaggi del teatro, recentemente scomparso: «allestire spettacoli, oppure scrivere pièce, o immaginare e organizzare scuole e laboratori per le arti della scena (come hanno fatto quasi tutti i grandi maestri del Novecento, da Stanislavskij a Copeau, da Mejerchol’d a Craig, fino a Grotowski, a Brook, a Decroux e a Barba); oppure ancora ricostruire l’immagine di un teatro assente, attraverso una visione profetica o storiografica». È infatti soprattutto a partire dal secolo scorso che la storia del Teatro moderno contemporaneo ha potuto contare sulla lezione di grandi maestri e registi. Un’eredità che è stata tramandata attraverso l’esempio dei loro allievi, attori che hanno saputo restituire in scena l’essenza dell’insegnamento con parole e movimenti passati al vaglio della profondità di un’analisi eseguita con scrupolo e intrisa di denso valore culturale. Una scuola di teatro, più o meno autorevole, nasce quasi sempre sulla base del carisma di un insegnante, una personalità aggregante di talenti, capace di porre le basi del sogno teatrale. Troppo spesso però l’apparato didattico non guarda abbastanza al passato come riferimento da cui ripartire.

Eppure è necessario fare i conti con una o più eredità, che sia una linea di insegnamento o uno stile, con elementi che hanno saputo imporsi e riprodursi creando riconoscibilità e cultura. Sono il risultato di un processo di formazione dove risulta fondamentale la figura del maestro, la sua guida come oggetto di studio che può avvenire attraverso memorie, diari di lavoro, trascrizioni, tutti ingredienti che possono diventare fonti didattiche importanti. Una loro attenta lettura può infatti costituire un’istruttiva e indispensabile piattaforma, soprattutto quando viene associata alla testimonianza di un passato tutt’altro che polveroso ma ancora vivo, che ci appartiene e da cui sembra riecheggiare il suono di parole significative per un’architettura di emozioni che non può prescindere dalla figura del maestro. «Un’educazione completa dell’attore», sosteneva Jacques Copeau, «richiede che tutta la sua vita sia dedicata all’arte». Ma anche alla conoscenza di ciò che è stato. Ne è un buon esempio la recente pubblicazione di Dino Audino Editore de Il quaderno delle lezioni di Luca Ronconi, intellettuale e regista quest’ultimo fra i più importanti del secondo Novecento. Il libro è costituito da una serie di appunti, frammenti di copioni donati da alcuni allievi della Scuola del Piccolo Teatro di Milano, raccolti e curati

a una lettura specialistica, il Quaderno in realtà è un efficace esempio di come Ronconi cercasse di portare gli attori a un livello di lettura in cui figurano tutte le possibili varianti interpretative allo scopo di metterli in grado di operare una scelta. «Non è un modello», come amava ripetere, bensì un metodo che può cambiare a dipendenza del personaggio, della scena, del testo, delle linee di fuga per comprendere le ragioni espressive nel loro contesto. Per questo motivo, grazie a molteplici esempi, il libro – sembra un paradosso – va considerato soprattutto come strumento di ascolto: «lo sguardo che vuole acchiappare il concetto, la gara per tradurre in parole una vaga impressione, lo sforzo per dare una sintassi a cose volanti… come gli appunti», essenza del Quaderno cioè, come scrive la curatrice, quel gesto raccolto, un po’ chinato a proteggere il movimento della mano, «quello scorrere della penna che non riesce a tenere il passo di cose velocissime che stanno accadendo intorno e nei pensieri». La copertina della pubblicazione.

da Antonella Astolfi, già insegnante di educazione alla voce al Piccolo e allo Stabile di Torino oggi all’Accademia Teatro Dimitri di Verscio e al Conservatorio di Lugano. Alla realizzazione

Bibliografia

del volume hanno collaborato Paola Bigatto, attrice, regista e drammaturga e insegnante di recitazione al Piccolo e Lisa Capaccioli, già assistente alla regia di Ronconi. Apparentemente destinato

Il quaderno delle lezioni di Luca Ronconi, dalla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, a.c. di Antonella Astolfi, collana Voci e volti dello spettacolo, n. 39, Roma, Dino Audino Editore, 2020. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Prospettive ticinesi

Giornate di Soletta/1 Le produzioni della Svizzera italiana

mostrano sempre più spessore e qualità

Giornate di Soletta/2 Scoprire nuovi mondi

attraverso il cinema

Nicola Mazzi Parecchie e interessanti le produzioni della Svizzera italiana che sono passate alle Giornate di Soletta. Alcune delle quali avevano fatto un primo passaggio nei festival durante il 2020. È il caso di Palazzo di Giustizia di Chiara Bellosi (visto a Castellinaria), che è davvero un’opera prima riuscita. Azzeccata e originale la scelta di osare un punto di vista inaspettato. Il film è ambientato al Tribunale di Milano e racconta di una giornata di ordinaria giustizia. Nel cuore del palazzo c’è un’udienza: sul banco degli imputati un giovane rapinatore e il benzinaio che, appena derubato, ha reagito, sparato e ucciso l’altro giovane complice. C’è il rituale, c’è un linguaggio, ci sono le toghe, gli interrogatori, le prove e i testimoni. Ma noi vediamo soprattutto quello che sta fuori dall’aula: i corridoi, gli uffici, il via vai feriale del tribunale, il rumore e il disordine. Soprattutto ci affezioniamo alle famiglie delle due parti. Una bambina (figlia del rapinatore) e una ragazza (figlia del benzinaio) che lentamente si conoscono. Convincente e per nulla scontata, in questo senso, anche la recitazione delle due giovanissime attrici. Un secondo lavoro da valorizzare è L’acqua, l’insegna la sete di Valerio Jalongo (autore de Il senso della bellezza). Un film emozionante nella sua semplicità e costruito sulla domanda: «come è andata a finire?». Presentato a Visions du Réel di Nyon racconta di Lopez, un professore (simile a Keating de L’attimo fuggente) che ritrova un vecchio giornale di classe e con esso i ricordi della prima E dell’istituto Roberto Rossellini di Roma: compiti, temi, e il video-diario girato insieme ai ragazzi, nel 2004. È l’occasione per fare un tuffo nel passato, ma soprattutto per cercare i ragazzi, oggi, 15 anni dopo. Che cosa sono diventati? Che vita hanno fatto? Hanno seguito i propri sogni? Tutte domande al quale il documentario risponde. Un lavoro (che ha richiesto due anni e mezzo di montaggio e la visione di 190 ore di girato) che ti incolla allo schermo e ti lascia, alla fine, con gli occhi lucidi. Vuoi per la forza delle storie, vuoi per la bravura di assemblarle mettendo in scena un crescendo di emozioni. Un’altra opera interessante vista a Soletta (anche questa in arrivo

Lasciarsi andare all’incanto Muriel Del Don

Still da L’acqua, l’insegna la sete di Valerio Jalongo. (solothurnerfilmtage)

da Nyon) è Anche stanotte le mucche danzeranno sul tetto di Aldo Gugolz. Ambientato in Val Vergeletto è un documentario che ha due diramazioni. Da un lato ci mostra le difficoltà quotidiane di una famiglia contadina al giorno d’oggi. D’altro lato ripercorre un fatto di sangue che sconvolse il Cantone: il ritrovamento del cadavere di un uomo che lavorava in nero presso quella famiglia. Il regista è riuscito a trasmetterci il ritmo delle giornate e addirittura a farci sentire gli odori delle stalle e dei prati. Poche parole e tanti suoni (a partire da quelli degli animali) ci immergono in un mondo rurale in contrapposizione a quello cittadino mal sopportato da Fabiano, il protagonista del documentario. Un cortometraggio di sicuro impatto è Grigio: terra bruciata di Ben Donateo. Il film cattura l’assenza di vita di un paesino, Filippa di Mesoraca in Calabria. In particolare, racconta cosa è rimasto al paese dopo l’emigrazione dei giovani verso Nord, e di come gli anziani vivono il crepuscolo delle loro vite. In concorso al Festival di Locarno, ha nella fotografia e nel grande lavoro sulla luce il suo punto di forza. La camera fissa, inoltre, divide il paese in quadri e ne mostra il decadimento così come evidenzia le fatiche tra le rughe dei pochi anziani rimasti. Il tutto accompagnato da un suono costante e monotono, unico segno vitale: il frinire dei grilli. Tra i cortometraggi segnaliamo

anche Only A Child (che ha ottenuto il secondo premio a Soletta), realizzato da Simone Giampaolo di Vacallo. Una toccante animazione ambientalista che dona forma al discorso pronunciato nel 1992, al vertice di Rio de Janeiro, dall’allora 12enne Severn Cullis-Suzuki. Interessante anche dal punto di vista formale in quanto è stato creato da un collettivo a cui hanno messo mano venti animatori sotto la supervisione del regista. Come ha spiegato lo stesso Giampaolo «ogni tecnica è una specie di Nazione a sé, e il tutto è una metafora delle Nazioni del mondo». Un doveroso accenno, conclusivo, è giusto farlo a Villi Hermann. Il regista a cui le 56esime Giornate di Soletta hanno dedicato la retrospettiva. Una serie di suoi storici film (San Gottardo; Matlosa; Innocenza; Cerchiamo per subito operai, offriamo…; Tamaro. Pietre e angeli. Mario Botta Enzo Cucchi; ecc) erano visibili sulla nuova piattaforma del festival. Lo stesso regista e produttore ticinese è stato protagonista di alcune conferenze nelle quali ha spiegato la sua idea di cinema che è riassunta in questo concetto: «quando penso a un’idea delle immagini in movimento, penso alla sua pluralità. Oggi siamo nel mezzo di una massificazione dell’immagine che trovo anche un po’ pericolosa; l’idea che il cinema debba avere per forza il plot per me è sbagliata». Una riflessione di un uomo di 80 anni che forse bisognerebbe ricordare ai giovani registi.

A cosa serve il cinema e più in generale l’arte? Quale funzione svolge all’interno di quel marasma eterogeneo che chiamiamo società? La risposta non è ovviamente univoca e ci si potrebbe persino chiedere se ha ancora senso parlare d’arte in un mondo dove certi blogger sono più conosciuti dello stesso Andy Warhol (e il loro momento di gloria ha superato di gran lunga i 15 minuti). Parentesi chiusa, se considerate nella loro vera essenza le opere d’arte e i film hanno per fortuna ancora il potere di aprire la mente verso nuovi mondi, verso un’alterità rigenerante che dà voce a chi spesso ne è privato. Molti film presentati alle Giornate di Soletta hanno giustamente scelto di seguire questo cammino, incoraggiando il pubblico ad aprirsi all’«altro» inteso come riflesso di sé e non certo come pericolosa alterità da combattere. Tra questi film ritroviamo il poetico e misterioso Amor Fati della giovane regista portoghese Cláudia Varejão, raccolta improbabile di haiku cinematografici abitati da personaggi tanto inafferrabili quanto affascinanti. Amor Fati è un film che cattura lo sguardo dal primo fotogramma. Grazie a un montaggio sapientemente dosato, in apparenza discreto ma potente nel suo mettere in relazione mondi spesso molto distanti tra loro, il terzo lungometraggio di Varejão permette di addentrarsi tra le sorprendenti mura di quel palazzo incantato che chiamiamo «amore». Lo sguardo della regista si posa su una serie di personaggi uniti da un legame affettivo che va ben oltre le parole. Il concetto di

Cornelia Walker Bailey è la saggia dell’isola di Sapelo. (visionsdureel.ch)

«dolce metà» ingloba nel caso di Amor Fati una serie eterogenea di relazioni che vanno da quella amorosa, famigliare o canina fino ad arrivare a quella forse più sorprendente che unisce un musicista al suo strumento. Evidentemente il film va ben oltre i cliché legati al concetto di «coppia» eterosessuale, proponendo allo spettatore di indagare una serie molto vasta di possibilità: due ragazzi/e gender fluid, due donne anziane che condividono il loro quotidiano, una sorta di santo eremita e il suo cavallo. Nella stessa vena poetica e intensa ritroviamo Sapelo del regista zurighese Nick Brandestini, un ritratto toccante e pieno di verità di una comunità sperduta su un’isola della Georgia (USA). Il pubblico ha modo di perdersi tra le verdeggianti pianure di Sapelo guidato dalla voce intensa e profonda di Cornelia Walker Bailey, sorta di nume tutelare dell’isola dalle virtù lenitive. Con i suoi film, Brandestini cerca da sempre di mettere in evidenza le devianze rispetto alla norma, i luoghi e le comunità che hanno deciso di utilizzare la loro storia e il loro passato come armi contro l’omologazione e il consumismo. Costantemente in bilico tra passato e presente, i trentacinque abitanti di Sapelo cercano di difendere la loro isola coscienti del pericolo di una gentrificazione che avanza a grandi passi. Sincero e intransigente, il film parla dell’umanità in tutta la sua crudele bellezza e magica complessità. Grazie a Sapelo Brandestini ci permette di osservare il mondo liberi dal razionalismo opprimente che domina il nostro quotidiano. Decisamente più lineare, ma non per questo meno stuzzicante, è l’ultima fatica di Jean Stéphane Bron Cinq nouvelles du cerveau. Cosa diventerà l’umanità quando le macchine (e l’intelligenza artificiale) si saranno impossessate del mondo? Quali sono i limiti etici della scienza? Bron ci invita a confrontarci con cinque personaggi anticonvenzionali che hanno deciso di affrontare queste problematiche di petto, facendo della scienza il loro credo. Quello che sorprende del film di Bron è l’umanità che si nasconde dietro a «cervelloni» che nell’immaginario collettivo sono privi di anima. Un tuffo in un futuro ipertecnologico forse non così lontano che in questo periodo delicato risuona in modo ancora più forte.

Incomparabile Lebowitz

Netflix L’iconica autrice, umorista e opinionista newyorchese Fran Lebowitz al centro di Pretend It’s a City,

magnifica docu-serie diretta e voluta nientemeno che da Martin Scorsese Simona Sala «Pensa prima di parlare. Leggi prima di pensare». L’aforisma che in due fulminanti frasi riassume il brillante pensiero di Fran Lebowitz si trova ormai un po’ ovunque, anche laddove la stessa Lebowitz non vorrebbe vederlo riprodotto, come sulle calamite del frigorifero o sulle tazze da caffé. Pretend it’s a City, la serie documentaria di sette brevi puntate diretta da Martin Scorsese e dedicata a colei che negli Stati Uniti (soprattutto a New York) è considerata una delle figure intellettuali per eccellenza, è una gradevolissima sorpresa per tutti noi che stiamo da questa parte dell’Atlantico, e forse abbiamo perso la verve e il piglio di chi, intellettualmente, ha fatto del sarcasmo la propria cifra esistenziale. Partendo dalla frase «I have no power. But I’m filled with opinions« (Non

ho potere, ma sono piena di opinioni, NdT), Fran Lebowitz ci regala tutta una serie di considerazioni su New York, chiedendo alle sue concittadine e ai suoi concittadini di almeno fingere che la grande mela sia una città (da qui il Pretend It’s a City del titolo) e comportarsi di conseguenza. In altre parole: prestare attenzione a chi attraversa la strada (a quando Lebowitz attraversa la strada), permettere che la gente fumi in un luogo chiuso senza dovere uscire all’aperto ogni mezz’ora («Cosa si sarebbe perso Picasso, se per ogni sigaretta fosse dovuto uscire dal ristorante?»), investire nella manutenzione della scalcagnata Subway (invece di tappezzarla con inutili opere d’arte come i pur deliziosi Weimaraner immortalati da William Wegman) e smetterla di girare per strada con il tappetino da yoga arrotolato sotto il braccio («L’ultima volta che sono andata in giro con un tappe-

Stile, elasticità cerebrale e uno humour inconfondibile: Fran Lebowitz. (Netflix)

tino sottobraccio era all’asilo quando facevamo il pisolino»). Fran Lebowitz, ex ragazza del New Jersey che a poco più di vent’anni già

scriveva per Andy Warhol, fra gli amici di una vita può annoverare Toni Morrison (mancata nel 2019) e Martin Scorsese («Marty»), che questa serie l’ha molto voluta, e nel realizzarla si è palesemente divertito: lo dimostra l’incontenibile risata che segue una delle prime battute, quando il regista le chiede, «Come descriveresti il tuo lifestyle?», e lei ribatte, «Beh, ti assicuro che non userei mai la parola lifestyle». Come ribadisce senza vergogna né apparente angoscia nei numerosi talk che frequenta per sbarcare il lunario (intervistata ad esempio da Spike Lee, Alec Baldwin o Olivia Wilde), Lebowitz soffre da tempo quasi immemore del blocco dello scrittore, e poiché odia i soldi, ma ama le cose, negli anni ha accettato numerosi ruoli secondari, come quello della giudice in The Wolf of Wall Street con Leonardo DiCaprio (cui rubò la sigaretta elettrica che poi

fumò di nascosto nella toilette di un aereo in barba ai divieti) o quello di Janice Goldberg in Law and Order. Ma nella sua densa vita i lavori di ripiego lontani dal mondo della letteratura e del giornalismo non sono una novità, se pensiamo che al suo arrivo a New York ha fatto anche la tassista e la donna delle pulizie («Ma mai la cameriera, perché per farlo eri obbligata ad andare a letto con il capo»). A settant’anni, oltre che la regina indiscussa di un sarcasmo elegante e quasi magnetico, Fran Lebowitz è assurta anche a icona fashion, incarnando l’inconfondibile stile di New York grazie alle giacche da uomo Anderson&Sheppard, gli stivali da cowboy e gli occhiali tartarugati. Considerazioni, queste, che senza dubbio provocherebbero una sua reazione al vetriolo, ma è proprio questo il pregio di Lebowitz e della serie a lei dedicata.


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Profile for Azione, Settimanale di Migros Ticino

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