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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Attiva da più di un secolo nella protezione del paesaggio, la STAN ha un nuovo presidente

Ambiente e Benessere Un’analisi comparativa del presidente dell’Ordine dei medici Franco Denti sui medici di famiglia e reti mediche

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXIII 7 gennaio 2020

Azione 02 Politica e Economia Il Mare Mediterraneo scacchiera geopolitica di cruciale importanza strategica

Cultura e Spettacoli Il connubio fra pittura e fotografia raccontato alla Pinacoteca Züst di Rancate

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Etiopia, guerra alla plastica

Luigi Baldelli

di Luigi Baldelli pagina 29

USA-Iran, scontro a colpi di spillo di Peter Schiesser L’assalto all’ambasciata americana a Baghdad, a cavallo fra vecchio e nuovo anno, ha riportato alla memoria immagini di 40 anni fa. Quando a Teheran studenti di teologia tennero in ostaggio per 444 giorni 52 diplomatici dell’ambasciata statunitense. Ma le similitudini sono poche. Nel 1979 fu un colpo di testa di un gruppo di studenti, poi manipolati per scopi politici dall’ayatollah Khomeini; oggi si butta giù una parte della cinta esterna, si brucia la ricezione, si sale sui tetti, ma poi ci si ritira in buon ordine quando chi aizza i manifestanti fischia la fine del gioco. Oggi, contro gli Stati Uniti di Trump e i loro alleati, gli iraniani procedono con mirate punture di spillo, per mano propria o dei gruppi armati cui ricorrono in Iraq, in Libano, in Siria, a Gaza, nello Yemen. Sei petroliere danneggiate, un drone americano abbattuto, le due principali raffinerie saudite messe fuori uso da droni, una serie di attacchi a basi militari in Iraq che ospitano personale americano. Troppo poco per cominciare una guerra seria, che comprenda incursioni profonde in territorio iraniano, o un’invasione. Gli Stati Uniti rispondono

a loro volta con colpi di spillo: aumentando la presenza militare in Medio Oriente, bombardando un campo di miliziani iracheni sciiti ma soprattutto uccidendo il più potente generale iraniano, Kassem Suleimani (capo delle Brigate al Quds) con un missile a Baghdad. Tuttavia, è la politica americana ad aver provocato questa tensione fra due paesi in conflitto da decenni. È stato Trump a rompere l’accordo nucleare con l’Iran nel maggio 2018, a includere lo scorso aprile le Guardie della rivoluzione iraniane nella lista delle organizzazioni terroristiche e a inasprire le sanzioni economiche (blocco degli acquisti di petrolio iraniano in primis). È questo che ha spinto Teheran sul piede di guerra. E tatticamente gli iraniani hanno giocato un paio di carte che hanno spiazzato gli avversari. Il 20 giugno abbattono un drone americano, ma Trump blocca all’ultimo momento una risposta militare; il 14 settembre avviene l’operazione più spettacolare: le due raffinerie saudite di Abqaiq e Khurais vengono attaccate da droni, partiti dallo Yemen o dall’Iran, per diversi giorni la produzione di petrolio saudita risulta dimezzata, anche questa volta gli americani non reagiscono. Questo fa capire agli iraniani che Trump urla e minaccia,

però poi la guerra non la fa – quindi avanti con le punture di spillo, che sommate poi fanno male. E questo lo capiscono anche gli alleati degli Stati Uniti, in particolare l’Arabia Saudita. Se la produzione di petrolio può essere interrotta da un attacco senza che gli Stati Uniti reagiscano, significa che gli interessi vitali di Riad non coincidono più con quelli di Washington. Vuol dire che forse Trump non è davvero pronto a difendere a tutti i costi la monarchia saudita. Si rovescia quindi la «dottrina Carter», secondo la quale gli Stati Uniti avrebbero anche usato le armi pur di garantire il trasporto di petrolio attraverso il Golfo persico. Paradossalmente, il disimpegno americano ha calmato anziché esacerbato gli animi a Riad: in questi anni Trump ha delegato la difesa degli interessi americani a Israele e Arabia Saudita, illudendo il principe Mohammed bin Salman di poter fare il bello e il brutto tempo, convinto di avere le spalle coperte. Ora che ha capito l’antifona, attenua la guerra nello Yemen, annacqua l’embargo contro il Qatar, cerca meno il confronto con l’Iran. Ma anche questo mostra come gli equilibri in Medio Oriente dipendano più da singole contingenze e da determinate personalità che da visioni strategiche.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Attualità Migros

Che corso dai alla tua vita? Scuola Club di Migros Ticino Proposte per un fantastico 2020 di formazione

L’inizio di ogni nuovo anno è un’ottima occasione per scrivere una lista di buoni propositi per i mesi a venire. Ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, anche qui da noi. Perché se è facile voltare una pagina di calendario, meno scontato è portare a compimento un’intenzione e avviare un cambiamento autentico nella propria vita. Due condizioni possono però aiutare. La prima è avere uno scopo importante, bello, utile, che può dare senso alla fatica. La seconda è condividere: fare insieme ad altri è più divertente e l’impegno risulta più leggero. In gruppo, poi, nascono amicizie e ci si sostiene reciprocamente nel raggiungere obiettivi comuni.

Se tra i tuoi propositi per il 2020 hai inserito la formazione, allora la Scuola Club di Migros Ticino fa per te. La nostra scuola, infatti, ha fatto di queste condizioni un vero e proprio metodo di lavoro. E funziona, perché l’accompagnamento personalizzato permette di portare tutti alla meta, senza lasciare indietro nessuno. Se, per il nuovo anno, sogni un cambiamento professionale scoprirai alla Scuola Club tante opportunità per dare un (nuovo) corso alla tua vita: dal Segretariato Medico, per inserirsi nel campo amministrativo sanitario, all’istruttore Pilates Matwork, per distinguersi con una qualifica in più nel settore Fitness. Dal percorso professionalizzante in alta cucina vegetariana disegnato insieme alla Joia Academy di

Pietro Leemann, dedicato a coloro che desiderano operare nel mondo della ristorazione che fa tendenza, al percorso di Operatore Office, per conquistare quelle competenze digitali così rilevanti nel mercato del lavoro contemporaneo. Ma anche se desideri migliorare le tue conoscenze o dedicarti di più alle tue passioni troverai alla Scuola Club quello che cerchi. Apprendere una nuova lingua straniera, ad esempio, dal cinese al russo, dall’arabo al giapponese, rendendo distintivo il passaporto linguistico e cavandosela ovunque nel mondo globale. Oppure certificare sotto casa la tua conoscenza dell’italiano con la novità della sessione di marzo dell’esame CELI.

Un 2020 in gran forma con il Pilates In occasione della Giornata Della Salute organizzata dalle Scuole Club Migros in tutta la Svizzera, il 18 gennaio 2020 avrai la possibilità di provare gratuitamente presso le nostre sedi di Lugano e Locarno 30 minuti di Pilates con le macchine ALLEGRO REFORMER®. Iscriviti subito! I posti sono limitati! Locarno 091 821 77 10 Lugano 091 821 71 50 www.scuola-club.ch

O, ancora, ritagliarti uno spazio per te, grazie ai tanti corsi Salute e Benessere, come l’Hatha Yoga, il Pilates, la Ginnastica per la Schiena, il Cardio Functional, il Super Jump, la Cucina Sostenibile o quella a Km Zero. «Anno nuovo, vita nuova!» dice un proverbio molto conosciuto. Forse non possiamo rivoluzionare del tutto la nostra esistenza, ma certamente possiamo migliorarla. Anche grazie alla formazione. E a questo proposito, ogni giorno, per tutto l’anno, la Scuola Club di Migros Ticino ti sarà accanto, pronta ad accompagnarti nel trovare il corso giusto per la tua vita. A te, a tutti voi, dalla vostra Scuola Club di Migros Ticino, l’augurio di un ottimo inizio!

Ale e Franz rileggono Shakespeare

Concorso Biglietti in palio per lo spettacolo al Teatro di Locarno il 19 gennaio Ale e Franz sono una delle più divertenti coppie comiche che appaiono sulle scene e sui nostri teleschermi. Ma come molti altri colleghi, anche i due brillanti attori milanesi sembrano covare delle ambizioni teatrali un po’ più ambiziose. Ed eccoli giocare una carta inattesa. Al Teatro di Locarno i prossimi sabato 18 (ore 20.30) e domenica 19 gennaio (ore 15.00) si misureranno infatti con una delle più celebri pièce della storia, il Romeo e Giulietta shakespeariano, riletto però secondo una modalità moderna e originale. Nonostante l’adattamento giocoso, che utilizza l’artificio classico del «teatro nel teatro», la versione di Ale e Franz si avvicina in qualche modo alla versione originaria. Sulla scena, infatti, proprio come nell’epoca elisabettiana,

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938

Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Una scena tratta dalla pièce. Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

gli attori sono rigorosamente maschi, anche per le parti femminili. La storia racconta infatti i tentativi di una scalcagnata compagnia teatrale di mettere in scena il capolavoro del Bardo. Ed è proprio qui che Ale e Franz giocano la carta più divertente ma anche ambiziosa: Ale impersonerà infatti Giulietta, mentre Franz sarà Romeo. In questa sfida interessante al dramma d’amore per eccellenza, i due attori riescono ad uscire dal loro ruolo comico e a fornire un’interessante rilettura in cui gli aspetti drammatici sono in qualche modo conservati e convincono. A dimostrazione che una trasposizione dei testi classici può risultare emozionante anche se sottoposta a una rilettura parodistica. Romeo e Giulietta – Nati sotto con-

traria stella è una produzione di Enfiteatro, per la regia di Leo Muscato, con Eugenio Allegri, Marco Gobetti, Paolo Graziosi, Marco Zannoni, Roberto Zanisi.

Tiratura 101’634 copie

Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch

Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Concorso «Azione» in collaborazione con il Percento culturale di Migros Ticino offre ai suoi lettori alcune coppie di biglietti per Romeo e Giulietta – Nati sotto contraria stella, che si terrà al Teatro di Locarno domenica 19 gennaio alle ore 15.00. Per partecipare seguire le istruzioni contenute nella pagina www.azione.ch/concorsi.

Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Società e Territorio Shaper cercansi Un’associazione internazionale mette in rete giovani talenti con esperienze brillanti per progetti innovativi

Enti regionali di sviluppo Dopo quelli del Luganese, Locarnese e Bellinzonese, ci avviciniamo a quello del Mendrisiotto, con un’intervista alla direttrice Bettina Stark pagina 11

Mai abbassare la guardia L’impegno decennale in favore del paesaggio della Società ticinese per l’arte e la natura: intervista al neo-presidente Tiziano Fontana pagina 13

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Pubblico e privato: le regole della convivenza

Sociologia Riflessioni attorno a due concetti

alla base dei rapporti fra gli individui e con lo Stato, frutto di leggi ma anche di norme non scritte

Massimo Negrotti Al di sotto della dicotomia pubblicoprivato si situano importanti fenomeni culturali che includono la storia del diritto, con quello romano in testa, e la storia della filosofia politica, da Aristotele ai giorni nostri passando per Hobbes e Rousseau. Interessanti considerazioni si possono però fare anche da altri punti di vista, meno formali di quelli giuridici e più concreti di quelli filosofici, anche se ambedue giocano un ruolo fondamentale per interpretare l’uso corrente dei termini in questione. In effetti, l’uso quotidiano e ormai universale dei termini privato e pubblico si fonda su una loro definizione implicita largamente condivisa e, in fondo, coerente con quella canonica del diritto, che stabilisce il primo come regolazione dei rapporti fra soggetti o entità individuali e il secondo come regolazione dei rapporti fra gli individui e lo Stato. La cosa è certamente dovuta, da un lato, all’assuefazione culturale, ossia ad una ormai millenaria tradizione, ma essa non solleva alcun contrasto con la nostra natura perché è aderente con le sue proprietà. Primo fra tutti la territorialità, cioè la naturale inclinazione degli esseri umani, comune del resto a tutte le specie, inclusi animali e piante, a considerare tacitamente il proprio spazio vitale, privato, come «giusto» e inviolabile, ammettendo, tuttavia, di fatto o di diritto, che, al di là del proprio «territorio» (in senso lato) sia altrettanto giusta e conveniente l’esistenza di uno spazio non privato bensì pubblico, cioè «di tutti». Non a caso l’espressione «privato» deriva dal termine latino privus (il singolo) mentre il termine «pubblico» deriva da populicus (del popolo). È rilevante osservare come tutte le società conoscano la differenza di cui stiamo parlando e come l’antropologia culturale ci segnali, significativamente, il passaggio graduale da quello che oggi chiameremmo un diritto esclusi-

vamente privato (per esempio società primitive in cui ci si faceva giustizia da sé) a quello che poi avremmo definito diritto pubblico basato su regole comuni. Non mancano però circostanze, tutt’altro che rare, in cui il confine fra le due realtà tende ad essere ambiguo e a generare situazioni spontanee di ordine conflittuale che vanno al di là, o restano al di qua, di chiare valutazioni giuridiche e che, quindi, non possono essere analizzate se non in chiave sociologica. Nella nostra vita quotidiana, per esempio, è molto frequente l’interazione fra individui e gruppi in locali definiti pubblici (ristoranti, bar, discoteche, sale cinematografiche, ecc.) ma che, in realtà, sono luoghi di proprietà privata frequentati da altri privati. Ovviamente anche lì valgono le norme generali del diritto privato e pubblico ma, in aggiunta, valgono anche regole, non scritte, che impongono rapporti che si possono ricondurre al rispetto reciproco, alla cortesia e al galateo. Tali regole, di origine culturale, sono, a tutti gli effetti, analoghe alle norme privatistiche ma anche pubbliche, nel senso che valgono non solo per il rapporto fra individui ma anche per il rapporto fra gli individui e l’ente privato che ospita gli individui. Il titolare di un ristorante ha una oggettiva responsabilità nella gestione dei rapporti fra i clienti: se uno di loro prende a gridare disturbando gli altri è lui che interviene con una sorta di potere di repressione riconosciuto, quanto meno, dagli altri clienti. Se nell’ascensore di un palazzo privato qualcuno si mette a ballare, pregiudicando la stabilità del mezzo, altrettanto sono i presenti a dover intervenire facendo valere, prima che il caso sia valutato dai tutori della legge, le norme, non scritte, del buon senso. Più in generale, la transizione fra l’area privata e quella pubblico avviene ogni volta che, usciti di casa – luogo privato per eccellenza – entriamo nel luogo pubblico per definizione: la

La transizione fra area privata e pubblica avviene ogni volta che entriamo nello spazio pubblico per eccellenza, la strada: in quel momento i nostri atteggiamenti cambiano e si adeguano ad una realtà diversa da quella domestica. (Needpix.com)

strada. Ciò avviene senza che, dentro di noi, scatti alcun segnale specifico, come accadrebbe ad un robot, perché la consuetudine prende il sopravvento. Di conseguenza i nostri atteggiamenti cambiano, per così dire, automaticamente e i nostri comportamenti si adeguano ad una realtà ben diversa da quella domestica. Ciò introduce un filtro alla nostra libertà per la semplice ragione che, sulla strada, dovremo interagire con altri dai quali ci aspettiamo l’osservanza delle nostre stesse regole, quelle scritte del diritto ma anche, e forse più, quelle che chiamiamo «buone maniere». Queste ultime costituiscono un insieme cospicuo di modelli di comportamento sedimentati nel tempo e sempre in via di aggiornamento. Anni fa, negli anni Trenta del secolo scorso, Willy Ellpach, nel suo libro L’uomo della metropoli già segnalava l’irritazione di chi, seduto a tavola all’aperto in una

delle belle trattorie della campagna del Baden-Württemberg, subiva il fastidio causato da un’autoradio a tutto volume di un cliente appena sopraggiunto con la sua vettura scoperta. Come è noto, quando i cellulari sono stati introdotti, il disturbo reciproco era frequente. In definitiva, ogni nuova tecnologia, se distribuita in massa, può generare situazioni di questo genere. È a questo punto che regole non scritte, ma comunque di pubblica utilità, emergono come feedback spontanei svolgendo il ruolo di norme vere e proprie, persino corredate da sanzioni quali la disapprovazione corale o il rifiuto ad interagire con chi non rispetti il comune sentire. Il diritto, poi, normalmente si adegua, sebbene attraverso un inevitabile cultural lag, fissando formalmente ciò che sostanzialmente era già norma comune. Il passaggio dal privato al pub-

blico presenta tuttavia un dettaglio curioso, ma significativo. Al termine privacy, invocato in mille occasioni, non corrisponde alcun termine, di pari diffusione, destinato a tutelare ciò che è pubblico e, per farlo, si deve ricorrere a concetti più astratti come il «senso civico». Un riferimento genericamente etico a qualcosa di più vasto, quasi ineffabile e sicuramente meno rigorosamente circoscrivibile che non la privatezza con la sua concreta e ben individuabile realtà . È come se il punto fermo, fondamentale, fosse ciò che costituisce la privatezza e ciò che è pubblico costituisse una proiezione esterna, una sorta di rinuncia all’estensione potenziale del privato. Norberto Bobbio ha osservato che i diritti individuali non sono altro che i doveri degli altri. Il passaggio dal privato al pubblico richiede, dunque, che emerga chiaramente l’altro che c’è dentro di noi.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Idee e acquisti per la settimana

Una fondue da campioni

Attualità La già premiata Fondue Champion è disponibile nelle filiali Migros Ticino con banco casaro

Il mastro casaro Benedikt Wüthrich.

Gli amanti della fondue al formaggio hanno di che rallegrarsi: nei nostri supermercati è ottenibile la fondue Moitié-Moitié Champion. La ricetta di questa specialità fresca pronta è stata sviluppata appositamente per la Migros dal casaro Benedikt Wüthrich. Per creare questa delizia si è ispirato alla sua miscela per fondue già vincitrice della medaglia d’oro ai Mondiali della Fondue di Tartegnin, piccolo villaggio nel canton Vaud. Nel suo caseificio a conduzione famigliare di Auboranges, nel canton Friborgo, il “campione” produce del Gruyère per l’azienda Mifroma della Migros. La raffinata e aromatica fondue contiene del Gruyère AOP e del Vacherin Fribourgeois AOP con differenti gradi di stagionatura, come pure del vino bianco selezionato della rinomata zona vinicola vodese La Côte, nella parte occidentale del Lago Lemano. Nato e cresciuto nella regione, Benedikt Wüthrich è da sempre appassionato dalla ricerca dei sapori più genuini del territorio friborghese. Secondo Benedikt per ottenere una fondue con tali straordinarie qualità gustative bisogna rispettare tre criteri fondamentali: l’attenta scelta dei fermenti utili necessari alla produzione del formaggio, la passione nel seguire accuratamente i formaggi durante il lento processo di affinamento in cantina e il modo corretto di preparare la fondue, ossia mescolandola bene e regolarmente, non farla

mai bollire a fuoco vivo e sorvegliare sempre la fiamma del fornello. Ecco come si gusta pienamente il raffinato aroma della fondue Moitié-Moitié Champion: strofinare il caquelon con uno spicchio d’aglio e versarvi la fondue. Portare a ebollizione a fuoco dolce mescolando costantemente fino a ottenere una consistenza omogenea. Al momento di servire, rimestare bene la fondue ancora una volta e aggiungere a piacere uno spicchio d’aglio. Sistemare immediatamente il caquelon sul fornello e continuare a girare la fondue utilizzando la forchetta con il pane infilzato. Il sacchetto da 600 grammi è sufficiente per 2 persone. Buon appetito.

Fondue Moitié-Moitié Champion 600 g Fr. 16.30

Fondue & Co.

Attualità Due accompagnamenti ideali per la vostra fondue

Il sushi del mese

al formaggio

Pepe aromatizzato in Vallemaggia* 170 g Fr. 14.95 *Nelle maggiori filiali Pane per fondue* precotto, 300 g Fr. 3.40 Pane per fondue

Non c’è fondue senza un buon pane da immergere nella miscela. Questo pane precotto a base di frumento chiaro e farina di segale da produzione TerraSuisse è proprio l’ideale per esaltare al meglio il delizioso aroma della fondue. Già porzionato in comodi bocconcini facilmente staccabili con le mani, è praticamente cotto, dal momento che viene

tolto dal forno poco prima che si formi la crosta. Si conserva senza refrigerazione e necessita solo di essere cotto qualche minuto nel forno preriscaldato. Pepe aromatizzato in Vallemaggia

Una raffinata specialità apprezzata dai buongustai da oltre trent’anni. Il pepe aromatizzato in Vallemaggia regala un tocco aromatico caratteristico alle

pietanze più disparate, come formaggi, affettati, paste, risotti, carni e pesci. Si utilizza sempre a freddo. La ricetta prevede l’utilizzo di pepe nero e altre spezie quali sale, aglio, chiodi di garofano, noce moscata e cannella. A queste si aggiunge del vino bianco e del liquore del nostro territorio. Una volta aperto, il prodotto deve essere conservato in frigorifero.

Sushi Mutsuki 290 g Fr. 15.90

Perché non provare il sushi di gennaio, il Mutsuki! Lasciatevi tentare da questa specialità di origini giapponesi preparata con ingredienti freschissimi da autentici esperti di cucina asiatica. La confezione da 290 grammi contiene alcuni tra i bocconcini più tradizionali, quali Nigiri con tilapia e gamberetti, Hosomaki al salmone e Chumaki al tonno nelle varianti mediterranean e dynamite. Il Nigiri è uno dei classici del sushi, ed è solitamente composto da una fettina sottile di pesce crudo o gamberetti cotti appoggiati su un cilindro di riso. Il termine Maki, invece, si riferisce a dei rotolini avvolti in una foglia

d’alga essiccata, detta nori. Esistono diverse tipologie di Maki, che si differenziano per grandezza, numero di ingredienti e difficoltà di preparazione. I più sottili di questi sono gli Hosomaki, mentre quelli medi sono chiamati Chumaki. Il sushi è generalmente considerato un alimento povero di grassi, ma una buona fonte di proteine, carboidrati, fibre e omega-3, gli acidi grassi aventi un effetto positivo sul livello di colesterolo. Infine, il sushi Mitsuki contiene i classici accompagnamenti, vale a dire salsa verde piccante wasabi, salsa di soia e lamelle di zenzero marinato.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Società e Territorio

Largo ai giovani shaper

Nuove comunità Dal 2011 un’associazione mette in rete giovani

con competenze eccellenti disposti a mettersi al servizio della società Natascha Fioretti Sono giovani, sono globali, sono volontari, hanno voglia di cambiare il mondo creando un impatto positivo e virtuoso sulla società. Sono i global shaper, ragazzi tra i 20 e i 30 anni, che mettono le loro competenze, il loro tempo, il loro impegno, le loro idee e la loro visione al servizio della società e del prossimo. Fondata nel 2011 per iniziativa del World Economic Forum, l’associazione indipendente e apartitica conta 414 hub e oltre 10’000 shaper in giro per il globo, gruppi di lavoro che agiscono a livello locale, regionale e internazionale grazie alla Rete di cui fanno parte, incentivati dal motto «dai forma al tuo futuro». Agiscono secondo tre pilastri: interazione, visione e impatto. Per far parte della grande famiglia degli shaper, a parte l’età, bisogna soddisfare alcuni requisiti. Il profilo ideale è quello del giovane con competenze e background straordinari, dotato di grande potenziale umano e professionale, pronto a collaborare con gli altri membri dell’hub di appartenenza per migliorare la qualità di vita della propria città. Il giovane shaper condivide il suo spirito imprenditoriale nell’interesse pubblico, ha esperienza nello sviluppo di progetti, è fondatore di un’azienda o di un’organizzazione, ha ricoperto posizioni

di influenza in grandi organizzazioni, agito nell’interesse e al servizio della società. Deve risiedere o vivere nelle vicinanze del proprio hub, conoscere il territorio nel quale opera. La comunità di global shaper mette in Rete su scala mondiale una generazione di eccellenze coinvolgendole in processi di innovazione della società attraverso progetti di cittadinanza attiva e di cooperazione. Quali sono i progetti sui quali è al lavoro questa Rete di innovatori, attivisti e imprenditori? Powering Education, realizzato dall’hub di Roma in collaborazione con la Fondazione Centro Studi Enel e Givewatts, nel 2014 ha vinto il premio come miglior progetto di impatto sociale al mondo. Si tratta di un progetto nel campo delle energie sostenibili e dell’accesso all’educazione che ha studiato l’impatto della sostituzione di lampade al cherosene con lampade a energia solare sull’accesso all’educazione di un gruppo di bambini di età scolare. Lo studio ha coinvolto 13 scuole del Kenya situate in zone rurali senza accesso all’elettricità dove sono state installate 350 lampade solari. Ma la lista dei progetti sui quali i global shaper sono al lavoro in tutto il mondo, spesso collaborando tra loro se c’è condivisione di intenti e di interessi, è lunga e spazia dalla lotta per l’ambiente, alla lotta per i diritti delle

donne, all’accesso all’educazione e alla formazione. Gli shaper sono persone che concretizzano progetti di pubblica utilità, l’hub di Cartagena si preoccupa di rifornire le famiglie con filtri per l’acqua che rimuovono le tossine biologiche e aiutano a combattere le malattie nella regione; gli shaper di Mexico City hanno elaborato una piattaforma digitale per fornire ai migranti le informazioni relative alle opportunità di lavoro, l’hub di Los Angeles collabora con il governo locale per fornire un programma di tutoraggio ai rifugiati e quello di Caracas in Venezuela sostiene 10’000 rifugiati dando loro accesso a cure mediche, educazione e cibo. L’hub Ho in Ghana ha avviato un progetto di mentoring per le ragazze volto ad incentivarle nel realizzare carriere accademiche in campo scientifico, tecnologico, ingegneristico e matematico. In Svizzera ci sono diversi hub, a Ginevra, a Zurigo e uno persino a Lugano che conta 22 volontari (www. globalshaperslugano.org) ed è curato da Elisabetta Caneva attiva professionalmente nel campo della comunicazione e della sostenibilità, un Master in Corporate Communication all’USI e attualmente assistente Corporate Communication presso l’ESMO, Società europea di oncologia medica. «La mia esperienza è iniziata un po’ per caso, finché me ne sono innamorata.

Il giovane shaper ha esperienza nello sviluppo di progetti, ha fondato un’azienda o un’organizzazione, ha ricoperto funzioni di responsabilità. (Marka)

Essere una shaper mi sta molto a cuore e, per quel che mi restituisce, è più del volontariato. L’obiettivo comune del nostro gruppo è sviluppare progetti con un impatto positivo sul territorio, non conta il singolo ma la squadra composta da profili sfaccettati con background diversi, la diversità nella nostra comunità è un valore fondamentale». L’hub si muove in modo indipendente ma riceve delle linee guida dalla base che richiede di realizzare almeno un progetto l’anno «gli obiettivi che la comunità chiede di raggiungere per il 2020-2021 coprono tre aree di ampio respiro: clima e ambiente, educazione e lavoro, equità e inclusione». Il primo progetto sul quale l’hub luganese ha deciso di investire le sue energie si chiama Campione di innovazione 4.0. Tramite degli indicatori attentamente selezionati si analizza la consapevolezza relativa ai cambiamenti socio-economici innescati dalla rivoluzione tecnologica, con lo scopo di mappare le performance delle aziende ticinesi, identificare le best pratice più innovative e premiare le aziende che

abbracciano i principi dell’industria 4.0. «Vogliamo individuare e far conoscere le perle del nostro tessuto economico-sociale e spingere le aziende con le migliori best practice a momenti di confronto e di dialogo attivando un circolo virtuoso dal quale tutti gli attori coinvolti possono trarre beneficio. Non ci muoviamo soltanto nell’ambito della pura digitalizzazione ma in un contesto più ampio che riflette sulle nuove modalità di lavoro e di produzione grazie alle quali è in atto un cambiamento culturale e sociale i cui risvolti si manifestano nel nostro modo di vivere e di consumare». Altri progetti sui quali l’hub è al lavoro sono Shaping Fashion promosso dall’hub di Amsterdam «un progetto sulla sostenibilità del prodotto moda e l’impatto ambientale di ogni singolo individuo in base ai suoi consumi» e Food Waste «per lo sviluppo di una maggiore consapevolezza alimentare delle persone». Questo sono e questo fanno i global shaper, se siete giovani e siete interessati, questo è l’indirizzo che fa al caso vostro: www.globalshapers.org Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Idee e acquisti per la settimana

In salute per tutto l’inverno I prodotti Sanactiv aiutano a contrastare virus e batteri. Spray e creme nasali, sciroppo per la tosse e olio per inalazioni: questi rimedi aiutano a curare raffreddori, tosse, mal di gola e raucedine

Lenisce la tosse secca e la raucedine: lo sciroppo per la tosse senz’alcool con muschio islandese, estratto di malva e miele aiuta in caso di tosse secca, raucedine e gola secca. Sciroppo per la tosse Sanactiv 200 ml Fr. 8.90

In salute per tutto l’inverno: versa nell’acqua alcune gocce di miscela di oli eterici e inala. Ideale per bagno completo, bagno turco, sauna, diffusori di essenze e umidificatori. Olio per inalazioni Sanactiv 10 ml Fr. 4.90

Decongestiona: lo spray nasale libera il naso otturato e favorisce la guarigione delle infiammazioni delle mucose, dei normali raffreddori e delle riniti allergiche. Spray nasale decongestionante Sanactiv 20 ml Fr. 5.60 Aiuta in caso di mal di gola e infiammazioni e favorisce la guarigione di mal di gola e infiammazioni del cavo orale e faringeo. Pastiglie per il mal di gola Sanactiv* 36 pezzi Fr. 5.95


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Buono a sapersi: raffreddori e raffreddamenti Il naso protegge Anatomicamente parlando la funzione del naso è quella di proteggere dai raffreddamenti: le conche nasali interne aumentano la superficie delle mucose nasali e funzionano come un radiatore aumentando così la distribuzione del calore. Prima di arrivare nei polmoni, l’aria respirata viene riscaldata. I peli sottili del naso filtrano le particelle di polvere e di sporcizia, mentre le mucose inumidiscono l’aria. Questo rende più difficile

Lo spray nasale con acqua di mare deterge e umidifica il naso e le mucose. Il nebulizzatore azzurro è stato sviluppato appositamente per i bambini piccoli.

la penetrazione e la diffusione di virus e batteri nei polmoni. Come si sviluppa il raffreddore Il fastidioso raffreddore non è altro che la prima manifestazione di difesa del sistema immunitario per combattere il più rapidamente possibile i germi patogeni ed espellerli con il muco. A proposito: durante la nostra vita trascorriamo un buon anno e mezzo raffreddati e soffriamo in media di tre raffreddori all’anno della durata di una settimana ciascuno.

Cura la pelle irritata e screpolata all’interno e attorno al naso: questa crema con olio di sesamo, lanolina, glicerina e sale marino dell’Atlantico protegge e idrata le mucose nasali ed elimina le croste.

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Aiutano a combattere virus e batteri: i polifenoli estratti dal cisto e dall’echinacea si depositano come uno scudo sulle mucose del cavo orale e della faringe. Pastiglie da succhiare Immunfit Echinacea Sanactiv* 30 pastiglie Fr. 9.20

Calma il mal di gola e la raucedine: lo spray con menta e salvia lenisce le mucose della gola e della faringe. Spray per la gola e la faringe Sanactiv 30 ml Fr. 7.95

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Società e Territorio

Il futuro regionale

Mendrisiotto In Ticino sono attivi quattro Enti regionali di sviluppo. Con una serie di articoli

scopriamo come operano Nicola Mazzi Concludiamo i nostri servizi alla scoperta del territorio ticinese approfondendo l’attività degli Enti Regionali di Sviluppo (ERS). Dopo aver illustrato il lavoro dell’Ente del Locarnese e Vallemaggia (con un servizio apparso sul numero del 7 ottobre), quello del Luganese (sul numero del 21 ottobre) e quello del Bellinzonese e Valli (vedi servizio sul numero del 25 novembre) tocca al Mendrisiotto. Una regione che abbiamo approfondito con la direttrice Bettina Stark. Direttrice Stark mi può presentare, in breve, l’attività svolta dell’Ente regionale per lo sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio?

L’Ente regionale per lo sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio (ERS-MB) è stato costituito nel 2010 ed è operativo dal mese di aprile 2011. La sede dell’Ente è presso il Municipio di Chiasso. L’Ente regionale opera secondo i compiti indicati nel Piano di Attuazione Cantonale e nel contratto di prestazione siglato tra Cantone ed ERS. Gli obiettivi fissati nel Piano di Attuazione Cantonale (PdA) quadriennale indicano gli indirizzi che i quattro Enti cantonali sono chiamati a seguire per massimizzare l’efficacia degli interventi e degli aiuti da stanziare tramite i fondi della Nuova politica regionale. Inoltre, ogni Ente regionale è caratterizzato da esigenze e potenzialità molto diverse, aspetto questo che ci consente, nella nostra funzione di antenna sul territorio, di mantenere una certa autonomia e flessibilità nel difendere e promuovere le necessità locali in un contesto più ampio.

Che cosa è emerso da questi anni di lavoro a contatto diretto col territorio? Quali sono stati i bisogni più frequenti che avete riscontrato?

I bisogni da parte dell’utente sono a 360° e riguardano la necessità di poter esprimere le proprie esigenze di informazione o di accompagnamento ai progetti. L’Ente Regionale svolge funzioni di sportello e di consulenza gratuita tramite la propria Agenzia e rappresenta il primo punto di riferimento per promotori privati o pubblici, come ad esempio giovani imprenditori

o Patriziati, che spesso necessitano di informazioni generali o richiedono un accompagnamento iniziale per capire se una certa idea di progetto è realizzabile. Tramite lo sportello informiamo sulle varie possibilità di sostegno disponibili e spesso fungiamo da tramite per aiutare a risolvere problemi che toccano più uffici cantonali con i quali già collaboriamo. Puntualmente organizziamo serate informative per promuovere e far conoscere questi strumenti e i nostri servizi.

Quali sono le caratteristiche di un territorio come il vostro che confina con un’altra Nazione?

Il Mendrisiotto e Basso Ceresio è caratterizzato da un tessuto industriale piuttosto tradizionale ma dinamico e vieppiù innovativo proprio perché confrontato con una forte concorrenza d’oltre confine. La regione è messa costantemente sotto pressione dal traffico veicolare con evidenti ripercussioni anche sulla qualità dell’aria. Per identificare sempre nuove soluzioni aziendali collaboriamo attivamente con la Sezione della mobilità del Dipartimento del territorio e con la Commissione regionale dei trasporti e dal 2014 fungiamo un po’ da apripista per sensibilizzare imprese e lavoratori all’utilizzo di mezzi di mobilità alternativi. Ad esempio, dal 2015 ad oggi sono state inserite 12 navette che trasportano i lavoratori da punti selezionati oltre confine fino al posto di lavoro. Tuttavia rimane ancora moltissimo da fare e spingeremo ancora di più per promuovere l’utilizzo di mezzi di trasporto condivisi ed elettrici. Infatti stanno apparendo sul mercato auto utilitarie totalmente elettriche a costi veramente accessibili e con autonomie molto interessanti. La condivisione con auto elettrica diventerebbe così doppiamente utile. La responsabilità sociale delle aziende in questo ambito è un tema importante per l’industria 4.0, sia come strumento di attrattività territoriale, sia come strumento d’innovazione e di competitività aziendale. Mi può indicare le differenze, se esistono, nelle collaborazioni con il pubblico e con i privati?

Le differenze risiedono nella tipologia dei progetti che ci vengono proposti. L’Ente regionale gestisce un Fondo per

Una resa grafica del futuro «quartiere antiche fornaci di Riva San Vitale» che sarà inaugurato nel 2021. (arch. Enrico Sassi)

il Promovimento regionale (FPR) per realizzare progetti legati al territorio, oppure per creare nuove attività imprenditoriali o per ampliare un’attività esistente introducendo elementi innovativi. Le cito alcuni esempi: a livello imprenditoriale abbiamo sostenuto un progetto che mette in rete l’offerta museale della regione consentendo di seguire i contenuti delle mostre direttamente dallo smartphone oltre ad avere accesso ad una miriade di altre funzioni innovative. In un altro caso abbiamo sostenuto finanziariamente l’avvio e il lancio della Casa del Vino. Si tratta di un importante tassello a sostegno del settore vitivinicolo della regione, un luogo di promozione e di degustazione disponibile, a rotazione, ai vari produttori di vini del Cantone. Inoltre, annualmente promuoviamo con Ticinowine dei corsi di formazione o di scrittura creativa ai viticoltori del cantone e sosteniamo la partecipazione di quelli provenienti dalla regione. In ambito pubblico invece si tratta di regola di progetti di valenza regionale che hanno l’obiettivo di mettere in rete o valorizzare il territorio o l’offerta turistica. Recentemente abbiamo approvato uno studio per finanziare la progettazione di un percorso per mountain bike sul Monte San Giorgio, mentre per la Valle di Muggio, il Museo etnografico della Valle di Muggio ci ha presentato un nuovo progetto per inse-

rire a Casa Cantoni a Cabbio un tavolo tattile altamente tecnologico che funga da isola virtuale informativa e coinvolgente anche per i più giovani. Quali sono stati i progetti più importanti che avete seguito e avete aiutato a nascere?

Arzo in relazione ai sedimi che caratterizzano il Monte San Giorgio.

Quali sono i progetti che avete in cantiere o che avete appena concluso?

Il Mendrisiotto è un territorio ricco di perle, ne cito solo una: le Cave di Arzo. Il Presidente del Patriziato è venuto da noi nel mese di settembre del 2012 per chiedere ragguagli sul bando di concorso che avevamo lanciato per la prima volta. Il progetto si stava appena delineando e il Patriziato necessitava di un contributo per avviare uno studio di fattibilità finalizzato al recupero e alla valorizzazione del comparto Cave che allora si affacciava tristemente lungo la strada di accesso verso il Monte San Giorgio. Allo studio di fattibilità ha rapidamente fatto seguito lo studio architettonico di dettaglio per realizzare il progetto. Per finanziare le importanti opere di sistemazione dell’anfiteatro naturalistico e la creazione del sentiero didattico si è fatto capo ai fondi cantonali della Nuova politica regionale. Grazie alla chiara visione del Patriziato tutto si è svolto nel migliore dei modi e senza intoppi. Il Parco delle Cave di Arzo è stato inaugurato nel settembre 2017 e oggi ospita eventi musicali e teatrali di ogni genere oltre ad offrire un centinaio di visite guidate all’anno per spiegare la particolare colorazione del marmo di

Un altro progetto regionale unico nel suo genere è rappresentato dal Quartiere antiche Fornaci di Riva San Vitale. Il quartiere delle antiche fornaci si inserisce nel perimetro di interesse geologico-storico-culturale del Monte San Giorgio. Il suo rilancio assume una forte valenza turistica per la regione oltre a valorizzare un’attività artigianale-industriale che ha fortemente caratterizzato la regione. Il concetto di valorizzazione prevede il restauro conservativo degli edifici e dei suoi contenuti (fornaci, essiccatoio, magazzini...) con l’obiettivo di ricreare, laddove possibile, un’atmosfera artigianale del quartiere lungo il percorso che si snoda fra gli edifici da recuperare e trasformare. Il quartiere Fornaci potrà rivivere grazie alla presenza di atelier per artisti, ad un forno per la cottura di manufatti di grandi dimensioni e alla presenza di piccole botteghe. Un quartiere artistico che si dedicherà alla lavorazione di materiali, all’offerta di corsi e a piccoli momenti di rivisitazione delle antiche fornaci in quanto testimonianza storica per le generazioni a venire. I lavori prenderanno avvio nella primavera del 2020 e l’inaugurazione è prevista nel 2021. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Società e Territorio

Il nostro Paese è a rischio

Paesaggio La Società ticinese per l’arte e la natura è attiva da più di un secolo nella difesa del patrimonio naturale

e architettonico. Incontro con il nuovo presidente Tiziano Fontana

La chiesa della Madonna della Segna e i muretti a secco del Monte di Comino: Ai muri a secco – patrimonio dell’Unesco – è dedicata l’ultima edizione della rivista della STAN. (Ti-Press)

Fabio Dozio Quando si prevede di abbattere una villa storica, la STAN c’è. Quando si progetta un parco eolico in cima al San Gottardo, la STAN c’è. Quando il Governo approva un finto sentiero di plastica per congiungere le isole di Brissago con la riva, la STAN c’è. E anche quando si progetta una mega rotonda stradale sul fiume Cassarate, la STAN c’è. STAN: Società ticinese per l’arte e la natura. È sicuro, in Ticino c’è ancora molto da preservare, proteggere, conservare, difendere, anche se negli anni scorsi non sono mancati gli sgarbi nei confronti del patrimonio paesaggistico e architettonico. La Società è un’arzilla vecchietta, perché è stata fondata nel 1908 ed è, da sempre, sezione cantonale di Heimatschutz, la maggiore organizzazione elvetica che opera in ambito di cultura architettonica. La STAN pubblica regolarmente la rivista «Il nostro Paese», che di anni ne fa settanta. Il primo numero uscì nel maggio del 1949 e il redattore era Mario Agliati, giornalista, scrittore e storico, una colonna della difesa delle bellezze naturali e artistiche al sud delle alpi. Nel primo numero de «Il nostro Paese», l’allora consigliere di Stato Brenno Galli scriveva: «Rispettare le bellezze del proprio paese è imperativo ad ogni animo ben nato; studiarle, divulgarle, descriverle, difenderle è compito di una comunità che sappia compiere sacrifici in nome di un ideale squisitamente non redditizio, è cosa che riposa della sciatta ricerca dell’utile e che avvicina alle eterne costanti dell’animo dell’uomo». Tempi passati. Oggi, per esempio, capita invece che in televisione «un politico affermi al cospetto di una costruzione illegale, ma concessa, che, se ci fosse stato qualcuno a interporre ricorso, la decisione dell’Autorità, probabilmente, sarebbe stata differente» – ce lo ricorda l’architetto Benedetto Antonini, vicepresidente della STAN, che commenta: «È contrario alla democra-

zia sostenere che spetta alle associazioni vigilare sull’operato delle Autorità e non viceversa». Nell’ultima assemblea della STAN c’è stato un cambio ai vertici. Dopo 26 anni, l’architetto locarnese Antonio Pisoni ha passato il testimone a Tiziano Fontana, già da qualche anno attivo in seno alla Società. Altro punto di riferimento, assieme a un comitato in parte rinnovato e ringiovanito, è l’architetto Benedetto Antonini, per anni alto funzionario del Dipartimento del territorio. «Gli obiettivi personali – precisa il neopresidente Fontana – non si discostano dalla linea adottata nel passato e sono ispirati al concetto descritto dallo storico dell’arte Montanari: “la vera funzione del patrimonio non è assicurare il diletto privato di pochi illuminati volenterosi, ma alimentare la virtù civile, essere palestra di vita pubblica, mezzo per costruire uguaglianza e democrazia sostanziali”. Gli obiettivi sono quattro: la diffusione della conoscenza del nostro patrimonio naturalistico e storico-architettonico-artistico, attraverso la rivista “Il nostro Paese”, visite guidate condotte da esperti e il sito web associativo, oltre a Facebook e Twitter; l’approfondimento di temi essenziali attraverso giornate di studio o pubblicazioni; la ricerca del costante miglioramento dell’efficacia giuridica dei nostri ricorsi, con lo scopo di creare giurisprudenza innovativa a favore del patrimonio e infine la collaborazione, su aspetti puntuali, con associazioni sensibili ai temi della protezione del patrimonio storico-artistico, della natura e dell’ambiente». Negli ultimi anni la STAN è intervenuta in diversi campi. Ha combattuto, senza successo, il progetto di parco eolico sul San Gottardo, ritenuto molto invasivo in un paesaggio importante per contenuti naturalistici e storicosimbolici. Si è espressa criticamente nei confronti del progetto di collegamento pedonale galleggiante tra Ascona e le Isole di Brissago: un progetto faraonico che ha indotto il Consiglio di Stato a modificare persino la legge sui sentieri.

Numerosi sono gli interventi dell’associazione su temi locali. Dalle ville nel quartiere Montarina, a Lugano, ai grandi alberghi, come il Palace di Lugano o il Grand Hotel di Locarno. Dalle testimonianze di edilizia rurale, di archeologia industriale, come il deposito Usego di Bironico, dell’architetto Rino Tami, ai giardini storici e alle alberature di piazza Simen e dell’ex-ginnasio a Bellinzona o agli ippocastani di via Lambertenghi a Lugano. Recentemente la STAN si è anche opposta al progetto delle FFS di realizzare un terzo binario per la ferrovia nel centro di Bellinzona.

Tiziano Fontana, neo-presidente della STAN. (Ti-Press)

«Vorremmo essere ascoltati dalle autorità – ci dice Tiziano Fontana – non solo e non prioritariamente per la nostra attività di contenzioso. Proprio per questo abbiamo promosso, nell’autunno 2014, l’iniziativa popolare legislativa generica “Un futuro per il nostro passato: per un’efficace protezione del patrimonio culturale del territorio ticinese”, su proposta del nostro vicepresidente architetto Antonini, che è stata sottoscritta da 14’774 cittadine e cittadini ticinesi. Come conseguenza il Dipartimento del territorio ha elaborato una revisione della Legge sulla protezione dei beni culturali, attraverso un messaggio che è attualmente pendente in Gran Consiglio. Inoltre, siamo in attesa da diversi anni dell’aggiornamento del-

la scheda “P10 Beni culturali” del Piano direttore da parte del Dipartimento del territorio: confidiamo che il Consigliere di Stato Claudio Zali lo faccia a breve, vista l’importanza del tema». C’è sensibilità nel Paese per la difesa dei beni culturali e del patrimonio architettonico? «Molta, nei cittadini e in diverse Fondazioni. Infatti, la nostra associazione riceve moltissime sollecitazioni a intervenire, da ogni parte del cantone: dovremmo avere un segretariato con un architetto e un giurista a tempo pieno per soddisfare tutte le richieste. Cerchiamo di fare il massimo possibile con i mezzi limitati di cui disponiamo e grazie al volontariato di tutti i membri attivi del Consiglio Direttivo e di amici che ci aiutano su casi puntuali. Vi sono anche cittadini che ci chiedono di intervenire poiché desiderano che le loro proprietà siano tutelate dai Comuni». Sullo stato attuale dei beni culturali in Ticino, il presidente della STAN non ha dubbi: «Sono tutti a rischio: tanto per i molti beni che non sono ancora protetti, quanto per quelli già protetti. La legge sulla protezione dei beni culturali prevede che il Cantone definisca e protegga i beni culturali di interesse cantonale e che i Comuni scelgano e tutelino i beni culturali di interesse comunale, attraverso varianti di Piano regolatore. Se a livello teorico gli enti locali dovrebbero conoscere meglio il proprio territorio e i beni culturali che vi si trovano, nella realtà gli interessi a favore della rendita fondiaria e della speculazione edilizia hanno un peso diretto sulla politica locale e, in moltissimi casi, hanno condotto e conducono alla scomparsa del nostro patrimonio paesaggistico e storico-artistico. L’autonomia rivendicata dai Comuni in questo campo spesso non è stata positiva e i ritardi nell’elaborazione delle varianti per i beni culturali locali sono numerosi. Un altro elemento è la verifica sistematica dello stato in cui si trovano i beni culturali già protetti, anche a livello cantonale. Vi sono carenze anche qui che devono essere risolte».

È un tema noto: la Confederazione è molto severa in ambito di protezione del territorio e dei beni culturali, i Cantoni lo sono meno e l’autonomia comunale finisce per essere responsabile d’interventi che non sempre rispettano le direttive federali. In questa ottica Heimatschutz, assieme a Pro Natura, BirdLife e Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, ha promosso due iniziative costituzionali federali: «Contro la cementificazione del nostro paesaggio (Iniziativa paesaggio)» e «Per il futuro della nostra natura e del nostro paesaggio (Iniziativa biodiversità)». La prima chiede di mettere fine alla crescente cementificazione delle aree naturali e dei terreni coltivati e propone chiari limiti al boom edilizio al di fuori delle zone edificabili. L’iniziativa biodiversità prevede invece di assicurare lo spazio e i mezzi finanziari che occorrono per la natura e sancisce a livello costituzionale l’obbligo di proteggere meglio il paesaggio e il patrimonio culturale. La legge federale è severa, ma non basta. I Cantoni e i Comuni non sono abbastanza sensibili nella salvaguardia del territorio? «Come ha detto il presidente di Patrimoine Suisse Genève, Robert Cramer, uno degli ispiratori delle due iniziative, è fondamentale inserire nella Costituzione federale i principi enunciati nelle iniziative, che peraltro sono presenti nella legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio e nella legge sulla pianificazione del territorio, risalenti agli anni Sessanta e Settanta, poiché queste due leggi sono costantemente minacciate da proposte di revisione fatte attraverso atti parlamentari in Consiglio nazionale o nel Consiglio degli Stati. L’inserimento nella Costituzione costituisce una maggiore garanzia, che possiamo far valere davanti al Tribunale federale. Per questo è molto importante sottoscrivere le due iniziative». Informazioni

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Ambiente e Benessere Antropocene Le testimonianze non del clima che cambia, ma del cambiamento epocale

Escursione al Sassariente Chi ha fatto quella strada? Chi ha tirato su quel muro? Sarà davvero opera dei Polacchi?

Non c’è crisi nel turismo Esplodono i numeri dei viaggiatori: dalla comparsa degli smartphone è iperturismo

Barbabietole e mele Noci tostate e gelatina di mele cotogne per una insalata dolce e croccante pagina 23

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pagina 19

Medico di famiglia quo vadis?

Sanità A colloquio con il presidente

dell’Ordine dei medici del Canton Ticino

Maria Grazia Buletti Il medico di famiglia dovrebbe conoscere a fondo la persona che gli si pone dinanzi, considerandola in tutte le sfumature della sua vita perché è qualcuno che gli si rivolge per essere aiutato a risolvere un problema di salute, al di là dei protocolli medici e della burocrazia sanitaria che oggi fanno riflettere sempre di più sulla direzione di questa professione. Se ne parla sempre di più, forse a causa dell’evoluzione di questo ruolo, un tempo attribuito al medico generalista che, insieme al pediatra e al ginecologo (e al parroco) di paese, definiva in modo inequivocabile il punto di riferimento di tutta la comunità. Le ultime novità, in ordine di tempo, riguardano la creazione di una rete medica che raggruppa un certo numero di medici di famiglia attivi in Ticino, che promette di riservare una particolare attenzione all’economicità delle cure. «MedX, la prima rete di medici di famiglia nata in Ticino secondo modelli già esistenti nel resto della Svizzera, volta a garantire una medicina di famiglia di alta qualità, riducendone i costi», così l’ha presentata il dottor Christian Garzoni, uno dei soci fondatori. (v. «Azione» dell’11.11.2019). Poi, lo scorso dicembre, il Consiglio di Stato ticinese ha approvato il credito del programma di finanziamento per l’assistentato in ambulatorio medico privato di medicina interna generale. Ciò dovrebbe rappresentare un sostegno concreto alla categoria perché rafforzerebbe le sue risorse attive sul territorio con particolare attenzione agli studi medici di periferia: è un progetto di cinque anni per cinque posti all’anno a tempo pieno di medici assistenti in formazione post-diploma, retribuito al 60 per cento dal Cantone e al restante 40 per cento dal medico formatore che potrebbe assumere definitivamente il collega, soddisfacendo così la strategia di continuità, distribuzione periferica e rotazione dei medici di famiglia. Perché si discuta tanto e quale sia il beneficio dell’insorgenza di queste reti attente alla paventata ineconomicità delle cure, lo abbiamo chiesto al presidente dell’Ordine dei medici del Ticino dottor Franco Denti, che si dice innanzitutto soddisfatto della recente deci-

sione del Consiglio di Stato: «Un passo che dovrebbe rappresentare un sostegno concreto alla categoria perché rafforzerebbe le risorse attive sul territorio con particolare attenzione agli studi medici di periferia». In merito alla neonata rete: «Bisogna considerarla una forma di Managed care perché il termine MedX definisce un prodotto assicurativo di Helsana (uno dei tanti modelli di medico di famiglia), mentre questa è una Società Anonima (FAMedNET SA) i cui medici del Consiglio di amministrazione sono regolarmente iscritti sul Registro di Commercio e fanno capo ai servizi della MedSolution AG che coordina le reti svizzere». Ciò che dà pensiero al nostro interlocutore è il lato economico del discorso che pare allontanarsi dalla missione medica: «Ogni medico deve poter esercitare a favore di una sanità d’eccellenza, con il paziente in primo piano, senza diventare un burocrate o un economista, ed è corretto sia retribuito adeguatamente e senza balzelli per la sua prestazione intellettuale». Egli respinge pure l’idea secondo la quale la categoria sia «in caduta libera» («ragione addotta dai Managed care»): «È falso, perché oggi molti giovani studenti di medicina stanno rivalutando il proprio interesse nei confronti del ruolo di medico di famiglia, e sono certo che i medici di famiglia già attivi ripeterebbero la propria scelta senza remore. Non possiamo ignorare i costi, ma sarebbe ingenuo pensare che la creazione di queste reti sia la soluzione per contenerli, perché da quando sono in vigore nulla è migliorato. Per contro, oggi il ricambio generazionale e la copertura delle zone periferiche sono favorite dalla creazione di posti di stage negli studi medici e questo sarà il futuro di una migliore politica sanitaria attenta pure all’economicità delle cure». Il medico dovrebbe poter curare i propri pazienti secondo coscienza, conoscenza e arte medica, e invece si trova sempre di più la calcolatrice fra le mani, manco fosse incauto o disonesto nella scelta terapeutica: «Nella sanità il medico deve fare tutto ciò che ritiene ragionevole per curare adeguatamente i propri pazienti. Noi medici abbiamo imparato che esiste una razionalità economica e siamo coscienti dell’aumento delle spese sanitarie (bisogna saper in-

Il presidente dell’Ordine dei medici del Canton Ticino dottor Franco Denti. (Stefano Spinelli)

terpretare i dati che danno 32 miliardi di spese a carico della Lamal, non gli 82 che comprendono le assicurazioni complementari, perdita di guadagno, assicurazione militare, assicurazione invalidità…). E invece l’economia sanitaria pare non riesca a considerare adeguatamente il compito curante del medico». Nella sua analisi non le manda a dire, cosciente che razionalità medica e razionalità economica dovrebbero poter interagire: «Il come, resta un problema!». Curare meno, non curare o curare male non è la via corretta e secondo lui non lo sono nemmeno le reti Managed care: «Creare reti non è la soluzione per l’ineconomicità, ripeto, perché il medico possiede già una razionalità economica sulla quale le assicurazioni malattia sanno vigilare». È il preludio a un pensiero culturale più ampio: «Con

un ritorno alla visione oligarchica, il medico di famiglia dovrà consolidare il proprio ruolo di collegamento tra il paziente e una medicina sempre più frammentata e specializzata: è la vera strada verso il contenimento effettivo dei costi che non andrebbe a intaccare la sacralità della qualità e della sicurezza che lo studio medico deve sempre poter assicurare». E ribadisce: «Le reti Managed care aumentano per contro la burocrazia e neppure il sistema di sconti a vasi comunicanti è la strada: i medici di famiglia devono avere un ruolo ben definito nella gerarchia della sanità, perché si giunge alla qualità delle cure solo attraverso la pratica coscienziosa della materia medica, l’accompagnamento del paziente e la sua profonda conoscenza». Chiediamo lumi sulla tendenza crescente che vede la nascita dei cosiddetti

centri medici, a raggruppare differenti professionisti: «Si tratta di centri a cui capo sta un investitore che stipendia i medici aderenti che diventano impiegati con orari d’ufficio e, come nel terziario, sono foraggiati con incentivi in base agli obiettivi da raggiungere». Egli pensa che la regola dovrebbe essere quella in vigore per gli avvocati: «Soltanto i medici possono essere proprietari e gestire uno studio medico, sia esso individuale sia di gruppo. Solo così sarebbero adeguatamente garantite la necessaria indipendenza e tutela del segreto medico». Secondo Denti il futuro del medico di famiglia risiede nella politica cantonale di creazione dei posti di stage per i giovani medici. Un futuro, conclude: «Dove invece di continuare a parlare di costi, si promuoverà la sanità nella sua qualità!».


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Ambiente e Benessere

Esternazione impulsiva o epoca geologica?

Geologia Antropocene: resterà qualche testimonianza della nostra attività come monito per altre specie

che in futuro fossero in grado di leggere gli strati di roccia?

Rudolf Stockar Cuernavaca (Messico), 22 febbraio 2000, Meeting dell’International Geosphere-Biosphere Programme. Gli scienziati espongono i loro studi sui drammatici cambiamenti causati dall’attività umana nell’Olocene, l’epoca geologica iniziata 11’700 anni or sono e tuttora in corso. Paul Crutzen, premio Nobel per gli studi sul buco dell’ozono, ascolta con crescente frustrazione. Udendo per l’ennesima volta la parola «Olocene» perde la pazienza ed esorta i colleghi a riconoscere come non si viva più nell’Olocene ma (e fa una pausa cercando ispirazione)… nell’Antropocene!

Un’epoca deve essere riconoscibile attraverso un segnale istantaneo su scala geologica e sincrono su scala globale L’esternazione ebbe l’effetto di un catalizzatore e il termine prese il volo. Prima nel mondo accademico, divenendo titolo d’intere riviste. Poi nei media e nel parlato quotidiano. Antropocene, l’«Epoca dell’uomo», in cui i cambiamenti del mondo naturale sono attribuiti all’attività di quest’ultimo. Per la prima volta nella storia geologica, l’umanità si trovava a essere consapevole testimone, se non artefice, della transizione tra due epoche. Solo i geologi accolsero il concetto con scetticismo. Paradossalmente, verrebbe a pensare, visto che si tratta dei custodi del tempo della Terra. Ma in fondo il motivo era proprio questo. Basandosi sulle rocce che ne rappresentano l’archivio, il tempo geologico è suddiviso in unità contenute gerarchicamente l’una nell’altra, come in una Matrioska. Gli eoni (miliardi di anni) comprendono le ere a loro volta suddivise in periodi, epoche ed età (migliaia di anni). Ufficialmente viviamo nel Meghalayano (iniziato 4200 anni orsono), l’ultima età dell’epoca Olocene a sua volta appartenente al periodo Quaternario (da 2,58 milioni di anni) dell’era Cenozoica (da 66 milioni di anni) infine compresa nel Fanerozoico (eone, da 541 milioni di anni). La suddivisione del tempo è ancorata nella Scala cronostratigrafica internazionale, la scala del tempo geologico. Scala che, per chi si occupa di storia della Terra e della vita, ha la stessa importanza della tavola periodica per un chimico. È la base di tutto. Il tempo, si sa, è astratto e la Scala lo esprime in «unità cronostratigrafiche», che ne rappresentano la manifestazione, permettendo di «toccarlo». Sono, infatti, le rocce depositate in quel dato intervallo, l’archivio che ne conserva i testimoni, siano essi segnali chimici o fisici, oppure fossili. Da oltre due secoli i geologi leggono prima minuziosamente quest’archivio e poi, di fronte all’evidenza di segnali distintivi (quali l’estinzione o la comparsa di nuove forme di vita), pongono dei limiti precisi suddividendo il tempo in base a essi. Con l’Antropocene accade il contrario. Un’epoca è stata proposta prima di considerare il suo potenziale di conservazione nell’archivio della Terra che permettesse di fissarne un inizio o, se si preferisce, una base. Crutzen propose quale base dell’Antropocene l’inizio della Rivoluzione Industriale del XVIII secolo. Il

Ivy Mike, primo test di bomba termonucleare, 31 ottobre 1952. (Wikimedia)

segnale più evidente, soprattutto per un chimico dell’atmosfera, sarebbe rappresentato dalla crescita dal 1750 dei livelli di CO2 (e altri gas serra come CH4 e N2O). Da allora le concentrazioni di CO2 sono cresciute da 280 ppm (parti per milione) a 410 ppm, e aumentano oggi al tasso di 20 ppm/decade. Sono valori sconosciuti nel resto dell’Olocene e per trovarne di simili occorre tornare indietro di 3 milioni di anni, al Pliocene, caratterizzato da concentrazioni di CO2 intorno a 450 ppm, cui facevano eco temperature e livello marino superiori rispettivamente di 2°C e 10 m rispetto a oggi. L’aumento della temperatura globale di 1,2 °C dal 1860 e l’attuale tasso d’innalzamento del livello marino di 3 mm/anno rendono un tale scenario tutt’altro che inverosimile. La crescita dei livelli di CO2, e in genere il cambiamento climatico, sono però troppo graduali per tracciare l’inizio della nuova epoca. Inoltre la Rivoluzione Industriale fu un evento diacrono, aree come Cina e India la conobbero infatti solo due secoli dopo. L’evento pertanto non esprime la crescita critica d’influenza umana a livello globale. È tuttavia innegabile che l’inizio dello sfruttamento dei combustibili fossili abbia aperto la strada a una mar-

cata deviazione della bio-geosfera dalla sua precedente traiettoria evolutiva. Istituito nel 2008 in seno alla Commissione internazionale di stratigrafia, l’Anthropocene Working Group (AWG) nel 2016 ha riconosciuto l’Antropocene come distinto dall’Olocene e il 21 maggio 2019 ha individuato il suo possibile inizio nella metà del XX secolo. Corrisponderebbe pertanto alla «Grande Accelerazione», l’esplosione dell’impatto dell’uomo sulla Terra successivo alla Seconda guerra mondiale, che ha prodotto cambiamenti globali tali da lasciare una chiara impronta geologica. Il segnale biologico è quello più veicolato dai media ma non il più evidente. Secondo l’AWG, i tassi di estinzione attribuiti all’impatto dell’attività umana sulle specie viventi, per quanto in drammatica crescita, sono tuttavia ancora lontani da quelli propri di un’estinzione di massa, corrispondente alla perdita di almeno il 75 per cento delle specie. L’inizio dell’Antropocene non può quindi essere attribuito a un tale evento, anche se esso potrebbe verificarsi in 3 secoli se il trend attuale fosse mantenuto. In tal caso, però, aprirebbe un’epoca che porterebbe questo nome solo se la nostra specie fosse tra le sopravvissute.

La modifica artificiale del profilo delle valli (qui la discarica di Petasio a Mezzovico) è un tipico tratto del paesaggio dell’Antropocene. (Luca Zulliger)

Oggi più evidenti sono piuttosto gli effetti dell’introduzione, volontaria o meno, di specie alloctone da parte dell’uomo che, di fatto, ha mischiato il mazzo di carte degli esseri viventi modificando la biologia della Terra e di conseguenza anche la futura paleontologia. L’uomo è tuttavia divenuto anche il maggiore agente geomorfologico, surclassando i processi erosivi naturali. Verso il 1950 il volume di sedimenti mobilizzato per le costruzioni e l’estrazione di minerali raggiunse quello riversato dai fiumi negli oceani, arrivando poi nel 2015 a superarlo di 24 volte. Abbiamo resettato anche il regno minerale, in cui la sintesi di composti cristallini inorganici ha portato a una diversificazione che non ha precedenti nella storia della Terra. Abbiamo creato nuove rocce, come le ceramiche e soprattutto il calcestruzzo; dal 1950, la produzione di quest’ultimo è esplosa tanto che oggi sarebbe sufficiente a ricoprire ogni metro quadrato di superficie terrestre con un chilo di cemento. Abbiamo creato composti come la plastica, e la microplastica caratterizza pure i sedimenti «antropocenici» dei fondali oceanici più profondi già a partire dagli anni Cinquanta. Abbiamo prodotto un’enorme quantità di manufatti sempre più diversificati e oggi disseminati dappertutto a costituire potenziali futuri «tecnofossili». Abbiamo creato «antroturbazioni», testimonianze di vita come reti stradali e gallerie estese fino a migliaia di metri di profondità. Tracce sconosciute nel passato geologico e con un alto potenziale di conservazione nell’archivio delle rocce. Potenzialmente quindi iniziata a metà del secolo scorso, l’epoca dell’Antropocene per essere tale deve essere riconoscibile attraverso un segnale istantaneo su scala geologica e sincrono su scala globale. Una sorta di segnalibro per l’inizio del nuovo capitolo della storia della Terra, tradizionalmente individuato, negli strati che meglio lo testimoniano, dalla posa del cosiddetto golden spike, il chiodo d’oro. L’AWG in-

dividua questo segnale nei radionuclidi artificiali immessi dai test atomici in atmosfera tra il 1945 e il 1963, anche se fu in realtà solo con «Ivy Mike», la prima bomba termonucleare esplosa sulle Isole Marshall il 31 ottobre 1952, che il fallout nucleare iniziò a disperdersi, e accumularsi, globalmente. Il Plutonio 239 (239Pu) in particolare, quasi assente in natura prima dell’«era atomica», si lega fortemente ai sedimenti ed è considerato uno dei segnali più efficaci. La sua concentrazione aumentò bruscamente nel 1952, raggiungendo un picco nel 1963-1964 e poi diminuendo in seguito al bando parziale dei test nucleari del 10 ottobre 1963. Il Carbonio 14 (14C) è forse il radionuclide con maggiore area di distribuzione poiché entra nella molecola della CO2 diffondendosi poi a livello globale. Emblematico il caso del picco di 14C registrato dal legno degli alberi della sperduta isola subantartica di Campbell, datato a ottobre-dicembre 1965. Questo picco di radionuclidi del 1963-1965 è un segnale istantaneo a scala geologica e sarà a lungo riconoscibile nelle rocce, per 50mila anni nel caso del 14C, oltre il doppio in quello del 239 Pu. Così, se l’Antropocene in quanto epoca fosse formalmente accettato, e lo sapremo non prima del 2021, il suo inizio rischierebbe di coincidere con le conseguenze di una contaminazione ambientale che, senza esserne la causa, ne fornisce una datazione precisa. Se «Antropocene» rimanesse invece un termine informale, dovremo comunque convivere con la constatazione che le tracce dell’umanità sono già tali da lasciare uno strato più evidente di quello d’iridio usato per distinguere il limite tra Mesozoico e Cenozoico. Strato che è attribuito all’impatto del meteorite che concorse a cancellare il Cretaceo e il suo mondo di dinosauri e altri giganteschi rettili. Informazioni

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2019


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

19

Ambiente e Benessere

Il mondo va di fretta

Testimoni di luoghi

Viaggiatori d’Occidente Come sono cambiati i nostri viaggi nell’ultimo decennio

Bussole Inviti a

letture per viaggiare

Claudio Visentin Dieci anni fa l’uomo nuovo Barack Obama cercava di lasciarsi alle spalle il dopoguerra in Iraq (il ritiro definitivo è del 2011) e tutte le tensioni internazionali seguite all’attentato alle Torri gemelle (nel maggio 2011 le forze speciali americane scovano e uccidono Osama Bin Laden in Pakistan). Dal punto di vista delle relazioni internazionali – ora lo vediamo bene – quello appena concluso non è stato un gran decennio. Nuovi problemi si sono aggiunti ai vecchi, ancora in attesa di soluzione. Al contrario, nonostante gli strascichi della terribile crisi finanziaria del 2008, mai veramente superata, per il turismo è stato un decennio di crescita e di trasformazione. Cominciamo dai numeri? Dieci anni fa gli arrivi internazionali erano ancora sotto il miliardo (952 milioni), nel 2018 sono balzati a 1,4 miliardi, +6% rispetto al 2017, raggiungendo con due anni di anticipo le previsioni per il 2020 formulate nel 2010. I cinesi in viaggio all’estero, per fare solo un esempio, erano meno di cinquanta milioni all’inizio dello scorso decennio, oggi sono più di tre volte tanto (166 milioni nel 2019), potrebbero giungere a quattrocento milioni entro il 2030. Per quanto impressionante, non è stata tuttavia una crescita solo quantitativa. In questi dieci anni il turismo si è anche trasformato in profondità, entrando nel tempo dell’Iperturismo (Overtourism). Solo nel 2018 l’Oxford Dictionary sembra accorgersi di questa nuova parola, oggi molto utilizzata, soprattutto per descrivere la situazione critica di diverse città – Barcellona prima di ogni altra – di fronte al numero eccessivo di visitatori e alle conseguenti proteste dei suoi abitanti. La trasformazione più impressionante di quest’ultimo decennio è stata senza dubbio la rapidissima crescita delle nuove tecnologie. Ancora nel 2010 i cellulari più venduti erano i Nokia (ve li ricordate?), utilizzati solo per telefonare; Apple era entrata da poco in quel mercato e andava appena un poco meglio di un marchio storico come

«Il più delle volte non c’è bisogno neanche di denaro. È incredibile tutto quello che c’è intorno e che solitamente non notiamo. Considerate un semplice bastone: se volete qualcosa per la casa, il buon senso suggerisce di andare in un negozio e comprarlo. Se bisogna mettere delle tende, il buon senso dice che bisogna anche avere un bastone. Dopotutto sono prodotti in serie per questo motivo, venduti ai clienti che li portano a casa e li attaccano al muro (probabilmente seguendo le istruzioni). È improbabile che l’uomo medio, mentre va verso il negozio, veda un bastone per terra, o un bambù spuntare da un cassonetto, e decida che potrebbe essere un eccellente sostituto del bastone per le tende…»

Aeroporto di Hong Kong durante un sit-in; 166 milioni sono stati i cinesi in viaggio nel 2019. (Wpcpey)

Motorola. Gli smartphone muovevano solo i primi passi, ma la crescita da quel momento fu rapidissima. Nel 2015 un nuovo marchio, Samsung, vende 320 milioni di smartphone in tutto il mondo, Apple per parte sua segna un record con 225 milioni di iPhone. Niente ha cambiato il turismo quanto la diffusione universale dello smartphone: lo usiamo per trovare l’itinerario più rapido, per prenotare alberghi, voli, treni e ristoranti, per leggere una guida, per scattare foto da condividere poi su Instagram… Anche grazie a questi nuovi strumenti, l’organizzazione dei viaggi è diventata sempre più indipendente. Ryanair esiste dal lontano 1984, tuttavia la sua vera espansione comincia solo con la deregolamentazione dell’industria aerea europea nel 1997. Nel 2010 Ryanair trasportava già 72 milioni di passeggeri ma negli ultimi anni (con 139,2 milioni di passeggeri nel 2018) è diventata la più importante compagnia aerea europea. Nel frattempo i suoi rivali si sono concentrati sul redditizio mercato dei voli a lungo raggio, scontrandosi però negli ultimi tempi con le conseguenze del cambiamento climatico:

pochi mesi fa Qantas ha sperimentato con delle cavie umane il più lungo volo passeggeri senza scalo – 19 ore e 19 minuti (qui ne parla il telegraph.co, https://bit.ly/2u5ePKv) da Londra a Sydney – proprio mentre l’esempio di Greta Thunberg ha favorito la diffusione nei Paesi nordici della «vergogna di volare» (Flygskam in svedese). Anche le crociere erano una realtà già consolidata nel 2010, con 19 milioni di passeggeri; e se l’aumento è continuato a ritmi sostenuti (28,5 milioni nel 2018, una trentina quest’anno), ancora più importante è stata la definizione di un nuovo tipo di nave da crociera di enormi dimensioni, capace di trasportare e intrattenere 6mila passeggeri per volta. Nel 2010 solo 4 navi potevano accogliere più di 4500 passeggeri, oggi sono 27. Proprio allo schiudersi dello scorso decennio, nel dicembre 2009, è entrata in servizio la gigantesca «Oasis of the Seas» di Royal Caribbean, al tempo stesso nave da crociera, villaggio turistico, parco a tema e centro commerciale. Oggi «Oasis of the Seas» ha tre sorelle tra cui «Symphony of the Seas», la più grande nave da crociera del mondo.

Sotto le mentite spoglie di un manuale dedicato al fai da te si nasconde uno straordinario libro di viaggio. E questo per due ragioni. In primo luogo le dimore fotografate e raccontate sono sparse per tutto il mondo: una vecchia scuola o una fabbrica abbandonata in Germania, una roulotte o un’officina in Francia, un mulino in Spagna, una chiesa sconsacrata o una rimessa per le barche in Australia… E poiché tutti questi ambienti sono arredati con oggetti di recupero riciclati e reinventati, ciascuno di essi è testimone autentico del luogo al quale appartiene. In secondo luogo i diversi raccoglitori (forager) insegnano prima di tutto a osservare, a cogliere la forma di bellezza caratteristica di ciascun luogo, a riconoscere il valore reale di un oggetto anche quando il suo corrispettivo economico è minimo (come nei mercatini di Provenza) o addirittura nullo, quando si raccolgono oggetti dimenticati o buttati, spesso trovati in spiaggia, nella foresta o in una discarica cittadina. / CV

Booking, il portale di prenotazioni alberghiere in rete (OTA), viene anch’esso dagli anni Novanta (1996), ma dopo una graduale ascesa si è imposto nell’ultimo decennio. Il vero protagonista di questa fase storica è stato però Airbnb, leader nell’affitto di camere tra privati. Airbnb appartiene per intero al nostro tempo: nel 2010 gli uffici dell’azienda erano ancora nel loft dei fondatori, nel febbraio 2011 si contavano già un milione di pernottamenti venduti (cinque milioni nel gennaio 2012, dieci milioni solo cinque mesi più tardi). Oggi circa due milioni di persone dormono ogni giorno in una stanza prenotata attraverso Airbnb e l’azienda vale trenta miliardi di dollari. Molti poi raggiungono la loro stanza Airbnb utilizzando Uber, anch’essa fondata nel 2010. Nel frattempo pochi mesi fa ha tristemente chiuso i battenti il più antico e rispettabile Tour Operator, Tomas Cook & Son, simbolo di un’altra epoca e di un’altra logica organizzativa del turismo. Ma non c’è tempo per aspettare chi resta indietro. Il mondo va di fretta, da dieci anni a questa parte.

Bibliografia

Joanna Maclennan (fotografie) e Oliver Maclennan (testi), L’arte del recupero. Idee insolite per arredare, Jonglez, 2019, pp. 256, € 29,95. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Ambiente e Benessere

La paternità del muro

Itinerario Un’escursione al Sassariente sulle orme di alcune pagine della nostra storia

Romano Venziani, testo e immagini Qualcuno se la ricorda ancora quella notte, a Goumois. È la vigilia dell’estate e una luna paffuta ondeggia sull’acqua scura del Doubs, che ne cattura i bagliori scivolando via tranquilla sotto le arcate del vecchio ponte. Il fiume lì fa da confine, al di qua il Giura svizzero, di là la Francia. E la guerra. All’improvviso, la valle risuona di un rumore sordo, che si gonfia, cresce d’intensità, rotola verso il villaggio, quasi fosse una repentina piena del fiume o il precipitare di una frana. La paura sale tra gli abitanti di Goumois, i quali, così come tutta la gente che vive a ridosso della frontiera, da settimane sono in apprensione per quello che succede a occidente, oltre le colline. Le truppe della Wehrmacht hanno invaso la Francia, Parigi è occupata da quattro giorni e la guerra si è fatta sempre più vicina. Anche il rumore si rafforza e in quel frastuono ora si possono riconoscere suoni ben distinti, il vociare di persone, il rombo di motori, lo scalpitare di zoccoli. Poi, tra le case, all’imbocco del ponte, il buio genera le prime figure, che avanzano incolonnate. Sono soldati, migliaia di soldati, che camminano stancamente trascinando le armi, e poi autocarri, cannoni, centinaia di cavalli. È la notte tra il 19 e il 20 giugno del 1940 e la fiumana di uomini e mezzi che attraversa il Doubs è quello che resta del 45° Corpo d’armata francese, agli ordini del Generale Daille: 30mila soldati, a cui si sono uniti più di 12mila fanti della 2a Divisione polacca comandata dal Generale Bronislaw PrugarKetling. Con loro anche numerosi spa-

Il muro scorre a cavallo dello spartiacque. (Su www.azione.ch si trova una più ampia galleria fotografica).

data da alcuni musei (ad esempio il Polenmuseum di Rapperswil) e, qua e là, da iscrizioni e targhe commemorative. A volte, però, a quei soldati venuti da lontano, la memoria collettiva attribuisce di tutto. Basta che uno chieda: Chissà chi l’ha fatta, quella strada? Chi ha tirato su quel muro? Se non hai lì qualcuno pronto a giurarti che, l’ho fatto io, finisci per sentenziare convinto: è opera dei Polacchi!

L’itinerario descritto in un’illustrazione dell’autore.

hi marocchini, che combattono per la Francia in sella a cavalli arabi, e circa 7mila civili. L’esercito in rotta, incalzato dalle forze corazzate tedesche, cerca rifugio in Svizzera e i militari in entrata, accolti con simpatia dalla gente del posto profondamente francofila, vengono disarmati e alloggiati, nel rispetto delle Convenzioni dell’Aia, in campi d’internamento provvisori. In quei giorni, altre migliaia di disperati passeranno la frontiera per sfuggire al nemico. I Francesi sono rimpatriati l’anno seguente, i Polacchi, invece, rimarranno nel nostro paese fino alla fine della guerra. Distribuiti nei vari cantoni, non se ne staranno con le mani in mano. L’inaspettata forza lavoro sarà impiegata in numerose opere d’interesse pubblico, strade, sentieri, acquedotti, muri a secco, bonifiche di terreni agricoli, pulizia di pascoli, estensione delle superfici coltivabili. Oggi ancora, in Ticino, come in tutta la Svizzera, ci si può imbattere nelle opere di quelle migliaia di internati polacchi, la cui presenza è ricor-

E così è stato anche per la muraglia che ti si para davanti sul sentiero, poco prima della cima del Sassariente. Arrivi lì, sbuffando per la ripida salita e, mentre distendi il passo nel breve spazio di falsopiano, appena distogli lo sguardo dallo splendido panorama che ti regalano la Valle della Porta e le vette della Verzasca, la vedi. O, almeno, incominci a vederne una parte, avvolta com’è dalla vegetazione. Alla prima occhiata, non è così impressionante come quella del pizzo Bombögn, in Valle di Campo (vedi «Azione» del 10 luglio 2017). Il muro è meno alto e appariscente, ma, seguendolo per un po’, quando il bosco si dirada, resti sorpreso dalla sua lunghezza. Serpeggia per più di un chilometro, cavalcando la cresta della montagna, dalla Forcarella su su fino alla Cima di Sassello. L’hanno sempre chiamato «il muro dei Polacchi», ma sarà poi vero che a costruirlo sono stati proprio loro?, mi ero chiesto qualche anno fa passando di lì. Le analogie con quello del Pizzo Bombögn mi avevano insinuato il dubbio, poi, guardandolo bene, avevo sco-

perto una pietra e su quella pietra una data: 1949. Vuoi vedere che l’hanno costruita in quell’anno, la muraglia? Ma allora i Polacchi se n’erano già andati. Non che fosse una questione di vitale importanza, ma pungolato dalla curiosità ero andato a scartabellare documenti nell’archivio della Sezione forestale cantonale. E così mi son trovato tra le mani la ricevuta di una fattura, datata 1950, relativa alla costruzione di una «recinzione a muro di 1150 metri» nella zona del Sassariente. Se poi ce ne fosse stato ancora bisogno, un’ulteriore conferma me l’aveva data Michele Peverelli, forestale, il cui suocero, Luigi Terzi, raccontava che, allora, andava su a portar da bere agli operai, che avevano costruito il muro, un paio di muratori vigezzini o cannobini con una squadra di manovali assunti da una ditta di Gordola. Si racconta pure che i muratori, liberi la domenica, santificassero la giornata andando a costruir cascine sui monti della zona. Tanto per riposare un po’… Fatto sta che il muro è lì da vedere ed è ancora ben conservato, finito con le pietre sporgenti per impedire alle capre di oltrepassarlo. Sì, perché il suo scopo era proprio quello, difendere dalla voracità degli animali i teneri germogli delle piantagioni del Carcale e della Pesta. Gli alberelli nel frattempo sono cresciuti e le capre, forse, qui non ci sono nemmeno più, così la muraglia oggi è utilizzata a mo’ di scalinata dagli escursionisti in cammino verso la cima di Sassello. Vale la pena salire fin quassù anche solo per ammirare quest’insolita costruzione, quasi inconcepibile agli occhi di oggi, ma che, all’epoca (e sono poi trascorsi solo settant’anni), rappresentava un’opera estremamente funzionale a un’accurata gestione del territorio. Proteggere la crescita regolare di una piantagione significava (e significa) allontanare o, almeno, attenuare il pericolo di frane, valanghe e alluvioni. E poi, lì vicino, c’è il Sassariente. Lo si scorge dappertutto, quel dentone, che si stacca dal profilo della montagna e punta il cielo punzecchiandolo con la sua croce. E a furia di guardarlo dal sotto in su, uno si decide a mettersi in marcia e a salire per toccarlo con mano. È quanto hanno fatto, a fine Ottocento, «i signori Brandenberger e Burkhardt», a cui si deve la prima ascensione della vetta. Nel 1902, è la

volta di cinque alpinisti della Sottosezione Leventina del CAS, che lasciano la descrizione dell’impresa: «la cima della montagna scende a picco da tutte le pareti: di particolare interesse è l’alta pelata della parete sud. La salita è difficile – scrivono – e ci vuole prudenza a causa della forte pendenza. Sulla cima non abbiamo trovato nessuna traccia, sotto la vetta c’era però un ometto di sassi. Sembrerebbe quindi che la cima non abbia ricevuto altre visite dopo la scalata dei signori Brandenberger e Burkhardt del 9 settembre 1894». Anche la posa dell’alta croce, che sulla cima della piramide rocciosa sfida i fulmini da più di novant’anni, non è stata un’impresa da poco. L’idea l’aveva avuta nel 1925 don Giovanni Guggia, parroco di Gordola, sull’onda di quello spirito di cristianizzazione delle montagne, che spirava da un quarto di secolo su tutto l’arco alpino. Otto quintali di ferro portati su a spalla dal piano, pezzo dopo pezzo, da una ventina di giovani dei circoli cattolici, a cui avevano dato man forte pastori, alpigiani, donne e ragazze dei monti sottostanti. «Avevo dieci anni – ricordava nel 1986 Enrico Badasci – partii dal paese con dieci chili di bulloni in spalla salendo a piedi ai Monti Motti. Lì qualcuno mi alleggerì di metà carico. Anche don Guggia partecipò in prima persona portando un brentino di acqua per il cemento della base. Sulla cima mi diede cinquanta centesimi di mancia». Una volta arrivati a destinazione, i pezzi devono essere assemblati, ma i due operai incaricati dell’operazione hanno una spiacevole sorpresa: «la roccia che doveva servire da base al monumento – si legge sull’Eco di Locarno nell’anno del cinquantesimo – era ricoperta da un folto sciame di grosse formiche rosse alate; i verzaschesi che collaboravano con i due operai consigliarono di depositare i pezzi metallici nelle vicinanze e di allontanarsi per evitare l’assalto della miriade di insetti». E così devono tornare qualche giorno dopo, quando le formiche si sono allontanate, per iniziare il lavoro di montaggio. Ma i guai non sono del tutto finiti. All’operazione partecipa anche Emilio Savoldi, un fabbro dall’aspetto mingherlino, che si lascia calare all’interno della croce «per meglio e più velocemente stringere i bulloni… Senonché, per l’entusiasmo del lavoro, non si pensò di far uscire il Savoldi, che rimase prigioniero all’interno della

croce» e, per liberarlo, se ne dovettero smontare alcuni pezzi. Finalmente, quel «simbolo di fede e d’elevazione» è inaugurato una domenica di settembre del 1926 con una cerimonia solenne e affollata e un don Guggia che sprizza tutti d’acqua santa, fustigando con l’aspersorio l’aria della cima già imbevuta dei primi sentori dell’autunno nonostante la giornata di sole. Cerco di immaginarmi la cima, più pelata di adesso, con tutta quella gente che assiste alla messa. Mi chiedo come ci sono saliti lassù, in che modo si sono arrampicati su quelle rocce scoscese. Solo molto più tardi, per facilitarne l’ascensione, la cima del Sassariente sarà attrezzata con catene e corde fisse poi, nel 2009, l’Ente turistico di Tenero e Verzasca vi aggiungerà una passerella di legno con scalini, cordine metalliche e catene, rendendola accessibile a tutti… o quasi, a meno che non si soffra in modo smisurato di vertigini. Dalla base dello sperone, adesso, in pochi minuti arrivi alla vetta e, una volta lì, seduto ai piedi della croce, il mondo si dispiega davanti agli occhi. L’orizzonte è tutto un ribollire di cime, quelle più seghettate, che sbucano dalle ultime propaggini del massiccio alpino, e quelle più dolci e sobrie delle Prealpi, dietro le quali s’intravvedono lembi annebbiati della pianura padana. Laggiù, poi, lo specchio magico del Verbano, che assume le tinte delle ore del giorno, delle stagioni e dei capricci del cielo. Infine, proprio ai tuoi piedi, il Piano di Magadino, sezionato per il lungo dal corso del Ticino, con la sua scoordinata geometria di campi, prati, serre e capannoni. Mi chiedo che fine abbia fatto quello che sarebbe dovuto diventare, dopo la correzione del fiume, «il granaio del cantone». Mi ricordo ancora le parole di Emilio Molo, uno degli attori della bonifica negli anni della seconda guerra mondiale: «Il Piano di Magadino per me è quasi un bambino, che ho visto crescere gradualmente. Oggi però, guardandolo, mi rattristo, perché vedo che tutti vogliono insediarvi strade su strade e industrie, a detrimento della sua vera natura agricola. E questo mi fa soffrire, dico la verità, quando penso a ciò che hanno fatto i nostri antenati». E anche i tanti internati polacchi, a cui non si deve, come si era sempre pensato, la paternità del muro del Sassariente, ma che hanno contribuito durante la guerra ai lavori di bonifica del Piano, trasformando vaste aree incolte in preziosa terra coltivabile.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Ambiente e Benessere Migusto La ricetta della settimana

Insalata di barbabietole con salsa alle mele cotogne Contorno

migusto.migros.ch/it/ricette Per diventare membro di Migusto non ci sono tasse d’iscrizione. Chiunque può farne parte, a condizione che un membro della sua famiglia possieda una Carta Cumulus.

Ingredienti per 4 persone: 50 g di noci · 20 g di panko o pangrattato · 500 g di barbabietole crude, ad esempio rossa e di Chioggia · 40 g di gelatina di mele cotogne · 4 c d’olio d’oliva · 3 c d’aceto balsamico · sale · pepe · crescione d’acqua per guarnire · 1 cc di Tabasco.

1. Tritate finemente le noci e tostatele insieme con il panko, o il pangrattato, in una padella antiaderente senza grassi. Allontanate la padella dal fuoco. 2. Pelate le barbabietole e tagliatele a fettine con una mandolina. Scaldate la gelatina di mele cotogne e mescolatela con l’olio e l’aceto balsamico. Condite con sale e pepe. 3. Accomodate le barbabietole nei piatti, conditele con la salsa e cospargetele con le briciole di noci e pangrattato. Guarnite con il crescione d’acqua. Informazioni utili: Il panko è una miscela leggera e croccante di pangrattato preparato con pane bianco senza crosta, tipico della cucina giapponese. Preparazione: circa 30 minuti. Per persone: circa 5 g di proteine, 18 g di grassi, 22 g di carboidrati, 290 kcal/

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Ambiente e Benessere

Il top sportivo svizzero fra tradizione e innovazione

Sport Per il pubblico televisivo, i migliori sportivi svizzeri del 2019 sono il re della lotta Christian Stucki

e la sprinter Mujinga Kambundji

Giancarlo Dionisio Centoquaranta chili di muscoli, distribuiti su 198 centimetri di statura. Sono le misure di Christian «Chrigu» Stucki, eletto, lo scorso dicembre, Sportivo svizzero dell’anno 2019. Ha preceduto l’immortale Roger Federer, e il pluricampione del mondo della MTB, Nino Schurter. La classifica non l’hanno stabilita i giornalisti, o gli esperti di turno. No, il verdetto è stato espresso mediante il televoto, dai telespettatori delle tre reti televisive nazionali. Non si è trattato di un plebiscito, tuttavia il successo dell’atleta bernese è stato tutto sommato netto. E pure un poco sorprendente. Stucki si è laureato, l’estate scorsa, Schwingerkönig, re della lotta svizzera, ovvero colui che in pochi giorni, a volte in pochi minuti, passa dall’anonimato alla notorietà. Il successo di Chrigu assume un’enorme valenza storica. Dal 1950, da quando è andato in scena lo Swiss Sport Award, mai un lottatore era riuscito a primeggiare. Eppure, nel corso degli anni, non sono mancati i personaggi capaci di calamitare le attenzioni dei rotocalchi e delle TV. Pensate ad esempio a Jörg Abderhalden, sovrano in ben tre occasioni (1998-2004-2007), ma sempre sconfitto al Gala dello sport, una volta dal campione mondiale di ciclismo Oscar Camenzind, due volte dall’inarrivabile Roger Federer. Sebbene Abderhalden

fu poi capace, paradossalmente, di conquistare nel gennaio del 2008, il titolo di Svizzero dell’anno, primo in una classifica assoluta, che comprende gente di sport, cultura, spettacolo, scienza, politica ed economia. Come spiegare il trionfo di un lottatore dopo 69 sconfitte? Segno dei tempi? Voglia di radici, di tradizioni? Cosa c’è, in ambito sportivo, di più tradizionale della lotta svizzera? A livello iconografico, i primi reperti risalgono al 1400 e si trovano nella cattedrale di Losanna. La prima edizione della Schwingfest, la Festa della lotta, si tenne nel 1805 nelle Alpi bernesi, vicino alle antiche rovine del castello di Unspunnen, toponimo che ci riconduce alla celeberrima pietra omonima di 83,5 chili, oggetto di una gara di lancio, che fa da corollario al torneo di lotta. Voglia di «local», quindi? Desiderio di sottolineare e riaffermare, con energia e con amore, magari anche con qualche paura, l’importanza della nostra storia? Sì, magari, forse! Ogni medaglia ha il suo rovescio. La Sportiva svizzera dell’anno è figlia di madre svizzera e padre congolese: la sprinter Mujinga Kambundji, medaglia di bronzo sui 200 metri ai Mondiali di Doha. Più minuta rispetto a Stucki, solo 168 cm per 59 chili, ma altrettanto esplosiva. Lo ribadisco: ha votato il pubblico, quindi presumo persone di matrice culturale elvetica, ma anche altre

Christian Stucki e Mujinga Kambundji premiati sportivi svizzeri del 2019. (Keystone)

appartenenti alle varie comunità etniche presenti sul nostro territorio. Il verdetto è stato per certi versi sorprendente, ma non certo perché le prestazioni di Mujinga siano state inferiori a quelle delle rivali. È stata la prima incoronazione di un’atleta di colore, da quando nel 1971 anche le donne sono state ammesse al concorso. Inoltre, abbiamo assistito a un ribaltamento di ottica. Fra le sconfitte ci sono, Daniela Ryf, triatleta, e Belinda Bencic, tennista, quindi sportive provenienti da discipline che negli ultimi anni hanno

raccolto parecchi allori, e le sciatrici Wendi Holdener, campionessa mondiale di Supercombinata, e Corinne Suter, due volte sul podio iridato nelle discipline veloci. Siamo un paese di sciatori. Negli albi d’oro, gli sportivi della neve e del ghiaccio la fanno da padroni, con 23 trionfi in campo femminile, 11 in quello maschile. Credo tuttavia che il pubblico abbia capito e apprezzato l’unicità del risultato di Mujiinga Kambundji, in una disciplina, lo sprint, così apparentemente primordiale, e così fitta di concorrenza di

altissimo livello. Tant’è vero che anche la staffetta 4 per 100, formata anche dalla ticinese Ajla Del Ponte, da Salomé Kora e da Sarah Atcho, è stata nominata squadra dell’anno, nonostante il quarto posto ai Mondiali, a fronte, ad esempio, dell’oro conquistato dalla staffetta rossocrociata di Mountain Bike, capitanata da Nino Schurter. Un solo punto accomuna il re e la regina dello sport elvetico: sono entrambi bernesi. Entrambi hanno ringraziato il pubblico in perfetto Bärntütsch. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Politica e Economia L’anno che va È Donald Trump, con l’aiuto di Boris Johnson, a lasciare la sua impronta sull’anno che si è appena concluso

Proteste sociali in Francia Nel suo discorso di fine anno alla Nazione il presidente francese Emmanuel Macron apre solo un piccolo spiraglio ai sindacati e non fa alcun passo indietro sul progetto di revisione del sistema previdenziale che sta provocando scioperi da oltre un mese

Grecia, dieci anni dopo Un bilancio della grave crisi che colpì il paese nel 2009: la fase peggiore sembra passata, ma la ripresa non è arrivata pagina 30

L’economia cresce Nonostante i timori di un rallentamento, nel terzo trimestre del 2019 in Svizzera è cresciuta più del previsto 1.2 %

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Crescita del PIL rispetto al trimestre precedente

Crescita del PIL nel raffronto annuo (asse destro)

pagina 31

AFP

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Che caldo fa nel Mediterraneo?

Dinamiche geopolitiche È qui che si sta giocando la partita globale più importante e cruciale, quella che riguarda

il controllo di questo mare e dei suoi stretti, e dunque delle rotte commerciali e strategiche fra Asia ed Europa Lucio Caracciolo La temperatura del corpo varia a seconda di dove poggi il termometro. Metterlo nel posto sbagliato produce un responso alterato. Dove conviene oggi prendere la febbre al pianeta, se lo scopo è coglierne le principali dinamiche geopolitiche? Suggeriamo il Mediterraneo meridionale. È qui infatti, in maniera per molti inattesa, che si sta giocando una partita di principale spessore. Riguarda il controllo di questo mare e dei suoi stretti, dunque delle rotte commerciali e strategiche fra Asia ed Europa. Ne sono protagonisti russi, cinesi, turchi, arabi del Golfo, francesi e secondariamente altre potenze europee. Già questa lista spiega molto. Sembrerebbe mancare quella che del Mediterraneo è dal 1945 la superpotenza regina: gli Stati Uniti d’America. Sembrerebbe. Ma è vero? Restiamo ai dati di realtà. Gli americani dispongono oggi nell’area mediterranea di decine di basi e di decine di

migliaia di soldati, con i più moderni aerei e missili, oltre a centinaia di bombe atomiche. Il centro di questo sistema nervoso è Napoli, comando della Sesta Flotta, agli ordini del viceammiraglio Lisa M. Franchetti, a sua volta inquadrata nelle United States Naval Forces Europe, sotto la guida dell’ammiraglio James G. Foggo III, capo anche delle forze Nato nella regione. In caso di guerra, non ci sarebbe probabilmente partita fra gli americani e qualsiasi avversario. Non siamo però alla guerra. Meglio: siamo in logica di guerra, ma non ancora in guerra. In questa incertezza armata, gli Stati Uniti hanno scelto una postura distaccata. Pronti però a intervenire, se la sfida dovesse infiammarsi. Il paradosso è che l’apparente hands off statunitense, praticato con coerenza sotto le presidenze di Obama e di Trump, contribuisce ad elevare la conflittualità. In dinamica lineare, questo implicherebbe la necessità – non la scelta – di usare lo strumento bellico, che

invece si intende tenere di riserva per evitare la sovraesposizione dell’impero a stelle e strisce. È così che negli ultimi anni nuovi ambiziosi attori sono penetrati nel Mediterraneo, profittando delle instabilità arabe e levantine. Anzitutto la Russia, poi la Cina, infine la Turchia. I primi due classificati come avversari da Washington, che vede in Pechino l’unico polo di potenza in grado di interdire al secolo in corso di confermarsi americano, come il precedente, e in Mosca un nemico necessario a legittimare la sua presa sull’Europa. Peculiare il caso della Turchia, pur sempre alleato degli Stati Uniti in ambito Nato. Ma, a conferma che le alleanze non sono più stabili come ai tempi della contrapposizione binaria Nato/Patto di Varsavia, Ankara tende a orientarsi secondo la propria scala di interessi e le proprie smisurate ambizioni, di matrice imperiale, neo-ottomana. Di qui il suo protagonismo recente nella guerra di Libia, a sostegno del pallido governo

di Tripoli, e dei Fratelli musulmani che lo sostengono. Per Mosca si tratta invece di ritrovare almeno in parte l’influenza che nel Mediterraneo meridionale, fra Levante e Africa, seppe esercitare durante la Guerra fredda. Per dimostrare agli americani di non essere affatto una potenza regionale, limitata alla sfera ex sovietica, ma un soggetto molto più ambizioso e capace di proiettare potenza anche lontano dal proprio cuore, come il caso siriano accenna e quello libico (dove Putin appoggia lo schieramento cirenaico agli ordini del generale Haftar) conferma. Nel frattempo i russi si sono incistati a Suez, la cui importanza strategica, dopo il raddoppio del Canale, è diventata ancora più evidente. Sempre a Suez sono arrivati anche i cinesi, sull’onda delle nuove vie della seta (ufficialmente: Una Cintura Una Via). Logica conseguenza del loro irradiamento prima economico, poi sempre più militare e compiutamente geopolitico, in Africa e in Asia occidentale.

Dove hanno saldato un’intesa tattica, ma potenzialmente minacciosa per il dominio americano, con i russi, ultimamente allargata anche agli iraniani. Infine, gli arabi del Golfo, che considerano il Nord Africa islamico teatro allargato della loro cooperazione/competizione nella Penisola Arabica e nelle acque circostanti. Sicché ad esempio l’Egitto non reggerebbe senza il sostegno finanziario degli emiratini e dei sauditi. Si noterà come in questo elenco non spicchino le principali potenze europee. Salvo la Francia, tutte le altre, Germania e Italia comprese, giocano un ruolo secondario, concentrandosi sulla partita migratoria e/o su quella energetica. Sarà quindi consigliabile seguire con attenzione l’evoluzione dell’arco di crisi mediterraneo, con la Libia oggi in evidenza. E capire se, quando e come gli Stati Uniti decideranno – o eviteranno di decidere – di scendere in campo. Per riaffermare l’ordine. Il loro.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Politica e Economia

La Cina più ancora dell’America La seconda guerra fredda La vera storia da seguire, al di là dello scontro commerciale fra le due superpotenze,

è la marcia in avanti di Pechino. Non tanto l’anomalia di Trump a cui abbiamo addossato quasi ogni male in tutto il 2019

Federico Rampini Sarà Donald Trump, con l’aiuto di Boris Johnson, a lasciare la sua impronta sull’anno che si è appena concluso. Leader anomalo per molti di noi, forse; non per chi lo ha votato. Corpo estraneo maledetto dall’establishment e dalle élite, ma tutt’altro che eccezionale: se si allarga lo sguardo ci si accorge che sovranismi, nazionalismi e protezionismi sono al governo del pianeta: in Cina, India, Russia Turchia e Brasile. Riabilitando questi valori nel cuore della più antica liberaldemocrazia, Trump ha un effetto geopolitico che è stato colto da Henry Kissinger. Personaggi sconcertanti o perfino mostruosi come Trump – disse Kissinger usando termini più diplomatici – sono il modo in cui la Storia ci segnala che un’epoca si chiude. Questo presidente accelera la fine dell’epoca unipolare in cui l’America tentò di fare il guardiano del mondo, di governare un nuovo ordine internazionale. Alleati-critici e nemici acerrimi, vicini e lontani, hanno scoperto che l’America può esaudire le loro richieste: tornandosene a casa. La superpotenza rivale, la Cina, vede aprirsi nuovi spazi alla sua influenza ma al tempo stesso non può dare per scontato che il mercato americano le sia spalancato. Il trentennio che chiamammo «globalizzazione» aveva esaurito la sua spinta propulsiva e da tempo aveva tradito le promesse fatte ai ceti meno forti. Oportet ut scandala eveniant, lo scandaloso Trump ha avuto una lunga gestazione, la sua irruzione ha fatto pulizia di tante illusioni bugiarde. Il 2019 è stato un altro anno nero per gli economisti. È una categoria dalle responsabilità enormi. Se nel mondo intero soffia il vento del populismo, la colpa è anche loro, in misura sostanziale. Avendo sbagliato ogni sorta di previsione, diagnosi, prognosi e ricette prima della crisi del 2008, hanno contribuito enormemente a generare diffidenza verso gli esperti. E quando i tecnocrati vengono sfiduciati, il passo è breve per consegnare il governo agli incompetenti. Ma anziché gridare allo scandalo perché il popolo è becero, bisogna prendersela con chi lo ha ingannato prima. Nel 2019 dove hanno sbagliato? Praticamente su tutto. Un coro unanime aveva pronosticato disastri immani se Donald Trump avesse osato mettere dazi sui prodotti cinesi; o se Boris Johnson avesse sostituito Theresa May al governo del Regno Unito. Io non simpatizzo né per Trump né per il suo amico inglese. Però mi corre l’obbligo di constatare che i disastri non sono avvenuti. L’economia americana ha ripreso a correre e a generare posti di lavoro in gran quantità. I salari operai crescono più adesso che sotto Obama. E dov’è l’Apocalisse generata dai dazi? In particolare, la stragrande maggioranza degli economisti concordava sul fatto che le tasse doganali le avrebbe pagate il consumatore americano. Cioè che sarebbero state scaricate sui prezzi finali. Ma l’inflazione al consumo negli Stati

Donald Trump e Xi Jinping: sui dazi per ora solo una tregua. (AFP)

Uniti resta ostinatamente inchiodata al 2% annuo o anche meno, cioè esattamente dov’era prima dei dazi. Eppure la tregua Washington-Pechino che ha ridotto alcuni dazi e ne ha evitato altri, è arrivata solo nel dicembre 2019 cioè dopo quasi un biennio in cui molte tasse doganali erano state in vigore (si cominciò con acciaio, alluminio, elettrodomestici). Anche a Londra non è accaduta l’Apocalisse nei mesi di governo di Boris Johnson. Naturalmente gli «esperti» hanno la risposta pronta: l’Apocalisse è dietro l’angolo, non c’è stata ma sta per arrivare. Il trucco è semplice, basta spostare le lancette dell’orologio, le previsioni fallite nel 2016 (anche allora si disse che una vittoria Brexit avrebbe portato al collasso economico) sono state spostate al 2017, 2018, 2019, 2020. Idem sui dazi, la rovina non c’è stata ma solo perché Trump si è pentito e ha raggiunto una tregua. Già, ma le previsioni dicevano che i dazi dovevano rovinarci già un anno fa. È troppo comodo aggiornarle modificando di continuo il calendario. La copertina di «Time» dedicata a Greta non inganni: il 2019 è stato un anno disastroso anche per l’ambiente. E non per colpa del solito cattivo, Trump. O per lo meno, non è in misura decisiva per colpa sua. Il cattivo di turno semmai è la Cina, che zitta zitta ha compiuto una contro-rivoluzione. Dopo anni in cui aveva conquistato la leadership mondiale negli investimenti verdi, Pechino li ha tagliati brutalmente. Nel primo semestre del 2017 la Repubblica Popolare aveva investito l’equivalente di 76 miliardi di dollari in energie rinnovabili; nel primo semestre del 2019 solo 29 miliardi. Le nuove installazioni di centrali elettriche ad alimentazione solare raggiunsero i 53 gigawatt nel 2017 mentre sono calate

del 40% quest’anno. Le emissioni carboniche della superpotenza asiatica nel corso del 2019 sono cresciute del 3%. Certo, per effetto dei suoi investimenti passati la Cina resta leader nelle rinnovabili. Per un paradosso legato alla sua dimensione, questa nazione riesce ad essere al tempo stesso la più verde e la più inquinante del pianeta (peraltro inseguita e ormai tallonata dall’India, ma solo nella competizione a chi inquina di più). A pagare un prezzo elevato per la contro-rivoluzione di Xi sono le stesse aziende solari cinesi che avevano conquistato i mercati mondiali fino a sgominare e distruggere gran parte dell’industria solare americana o europea. È emblematico il caso della Yingli Solar che un decennio fa divenne la regina mondiale del solare, anche grazie a generosi aiuti e sussidi governativi. Oggi la società è in bancarotta, continua a produrre pannelli solari ma in perdita. Formalmente, Xi non ha rinnegato gli impegni presi al vertice di Parigi nel 2015. Ma solo perché quegli impegni erano troppo limitati. Ricordiamolo: nel grande accordo ambientalista con Barack Obama, Xi Jinping si limitò a promettere che le emissioni carboniche della Cina si sarebbero fermate nel 2030. Il che significa un aumento di altri dieci anni per la «fabbrica di CO2 più grossa del pianeta. Il caso della Cina è del tutto centrale per il futuro del pianeta, ed è ormai ben più cruciale del comportamento americano. Ma c’è una costante che accomuna la Cina a tanti altri paesi, inclusi gli Stati Uniti: la legge ferrea per cui tra la crescita economica e l’ambiente, si sceglie la crescita. Perfino un regime autoritario come quello di Pechino ha un vincolo del consenso sociale da rispettare. Se la riduzione dell’inquinamento ha costi troppo

elevati nel breve termine – centrali da chiudere, fabbriche da spostare, miniere di carbone da abbandonare – i posti di lavoro distrutti non vengono immediatamente sostituiti e questo rende impopolari i governi. In fondo è la lezione di Emmanuel Macron davanti ai Gilet Gialli: il presidente francese rinunciò alla carbon tax che impoveriva un pezzo di ceto mediobasso delle provincie. Xi si comporta nello stesso modo. Il primo gennaio ha inizio la presidenza americana del G7. Un istituto di governance globale finisce sotto la guida di un governo anti-global, vedremo se Trump riuscirà a lasciarvi la sua impronta alleggerendone l’agenda. Forse il mondo non tiene il fiato sospeso per questo. Da tempo abbiamo perso ogni illusione su questo formato di vertici, che aspirava ad essere una cabina di regia della globalizzazione. Partiti come G5, via via allargati fino al G8 che incluse la Russia, questi summit sembrarono funzionare fino a quando ratificarono un consenso che era la conseguenza della Pax Americana, del momento unipolare, della effimera egemonia Usa. Grosso modo dal 1989 al 2008, dalla caduta del blocco comunista alla grande crisi del capitalismo occidentale. Poi qualcuno ha favoleggiato di un G2, direttorio a due tra America e Cina. Infine siamo al G-Zero, al tempo del sovranismo manca perfino un consenso minimo sulle regole del gioco, altro che obiettivi comuni. Il G7 del resto era ampiamente superato nei fatti, prima di tutto per evidente anacronismo geografico. La sua composizione, con tutto il rispetto per Italia Francia Regno Unito, risulta smaccatamente eurocentrica. Solo la Germania ha la stazza di una potenza economica. La geografia del G7 ci riporta a un tempo in cui mezzo Pil del

pianeta si generava tra le due sponde atlantiche. Con il Giappone come unica nazione non etnicamente bianca, il G7 era rappresentativo di un mondo liberaldemocratico e capitalista durante la Guerra fredda. Come G8 ebbe vita breve, solo fino a quando Mosca mise fra parentesi la propria aspirazione imperiale. Il formidabile decollo cinese, il peso di India Brasile Arabia e Turchia, hanno svuotato di rappresentanza i G7. La rinascita dei nazionalismi e dei sovranismi, partita dalla periferia prima di contagiare il centro, ha tolto anche quel poco di coesione o convergenza di intenti fra capitalismi maturi. Un G7 trumpiano sembra un controsenso, invece potrebbe servire a misurare il minimo comune denominatore. Forse ricordandoci che il re era nudo da tempo. Il mondo farebbe bene a prestare attenzione invece al prossimo ridimensionamento della presenza militare americana in Africa. C’è una logica, che corrisponde non soltanto all’isolazionismo istintivo di Trump. Nell’establishment militare – ivi compresi quei generali che Trump lo disprezzano – si è diffusa la convinzione che le risorse vanno ridislocate. Dall’11 settembre 2001 l’America ha sprecato 18 anni inseguendo una «guerra al terrorismo» dai risultati controversi; inevitabilmente ha trascurato le minacce vere che nel lungo periodo possono attentare alla sua sicurezza e cioè la Cina, in subordine la Russia. Ritirarsi dall’Africa è uno dei gesti coerenti con una nuova agenda, una nuova selezione delle priorità. Nella seconda guerra fredda che è cominciata, l’America non può permettersi di difendere l’intero perimetro della sua sfera d’influenza; la sua ritirata viene riempita dalle Nuove Vie della Seta, o dalle legioni mercenarie di Erdogan e Putin. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Politica e Economia

Francia, è ancora scontento

Proteste sociali La posta in gioco è la riforma delle pensioni e le sue modalità di applicazione.

Un clima che ricorda quello dei Gilet Gialli Marzio Rigonalli La Francia è un paese che, periodicamente, viene scosso da conflitti sociali, le cui radici risalgono lontano nel tempo. Nei tempi moderni, il conflitto più violento è avvenuto 50 anni fa, nel Maggio 1968, ricordato come il più grande movimento francese di contestazione economica, sociale, culturale e politica dell’ultimo secolo. Da allora ci sono state altre proteste e rivolte. Per esempio nel 1995, quando il governo presieduto da Alain Juppé tentò di varare una riforma delle pensioni. La pressione esercita dai manifestanti contrari alla riforma fu tale che il governo dovette far marcia indietro e rinunciare al progetto. Oppure nel 2018, quando il governo di Edouard Philippe riuscì a varare la riforma della SNCF (Societé Nationale des Chemins de fer Français), ma soltanto dopo un lungo periodo di scioperi e un altrettanto lungo braccio di ferro con i sindacati. Oggi siamo alle prese con una nuova contestazione, sempre contro le intenzioni del governo. Sono settimane ormai che la maggior parte dei treni non circola più, che la metropolitana parigina è quasi interamente paralizzata, che gli ingorghi stradali si moltiplicano e che alcune raffinerie sono bloccate, nel tentativo di impedire, o per lo meno di rendere difficili i rifornimenti di carburante. Molti francesi devono ricorrere a mezzi di trasporto alternativi, non sempre facili da trovare, per recarsi al lavoro o per compiere un viaggio. Le manifestazioni indette dai sindacati si ripetono con una buona frequenza a Parigi e nelle altre più importanti città, e vantano una buona partecipazione di scioperanti, perché i lavoratori dei trasporti pubblici non sono gli unici a manifestare. Accanto a loro vi sono anche altre categorie professionali come gli inse-

Macron ha detto che la riforma sulle pensioni sarà portata a termine. (AFP)

gnanti, i pompieri, gli agricoltori, il personale sanitario ed i membri delle forze dell’ordine. La posta in gioco è la riforma delle pensioni. Nell’attuale sistema pensionistico francese vi sono 42 regimi speciali. Il governo vorrebbe sostituirli con un nuovo sistema universale, uguale per tutti, considerato più democratico e più giusto. Vorrebbe anche che il nuovo sistema si appoggiasse su una base finanziaria sana in modo da impedire, o per lo meno ridurre, il sorgere d’importanti deficit annuali che vengono cancellati attingendo alle finanze pubbliche. Propone di mantenere invariata l’età di pensionamento a 62 anni, ma di rendere possibile la pensione completa soltanto a partire da 64 anni. Sono limiti d’età che tengono poco conto dell’invecchiamento della popolazione e che, in una prospettiva europea, sono molto inferiori a quelli in vigore nei principali paesi.

Sul principio di varare un nuovo sistema c’è un accordo abbastanza diffuso; le divergenze si coagulano intorno alle modalità d’applicazione del nuovo sistema. I sindacati più radicali, come la CGT (Confédération générale du travail) e FO (Force ouvrière) chiedono che la riforma venga abbandonata. Una scelta che consentirebbe di mantenere la situazione attuale e di aprire la porta ad una possibile riforma soltanto fra dieci o più anni. I sindacati riformatori, con in testa la CFDT (Confédération française démocratique du travail), il principale sindacato nazionale, accettano di discutere il nuovo sistema con il governo, ma rifiutano alcuni punti essenziali della riforma, come per esempio la possibilità di avere la pensione completa soltanto a partire da 64 anni. Le direzioni dei sindacati esprimono un rifiuto molto diffuso nella popolazione, uno scontento che contribuisce

a creare una forte tensione. Nonostante le incertezze che vigono ancora sul nuovo sistema, molti hanno cercato di confrontare la loro possibile futura vecchia pensione con la nuova che consentirà la riforma, e tutti hanno dichiarato di essere vittime di perdite anche consistenti. E come avviene spesso, una nuova delusione ravviva vecchi rancori e vecchie rivendicazioni. E così piovono le richieste di migliori condizioni di lavoro, di aumenti salariali e di una migliore dotazione di personale, negli ospedali, per esempio, nella scuola e tra le forze di sicurezza, dove si registra un alto numero di suicidi. Ne deriva un danno all’economia del Paese e, soprattutto, un clima di rabbia sociale, che potrebbe sfociare anche in incidenti gravi. Un clima che ricorda quello che per un anno ha caratterizzato il movimento dei Gilet Gialli, quando i manifestanti sono scesi in piazza ed hanno compiuto blocchi stradali contro il caro vita e per rivendicare un maggiore potere d’acquisto. La situazione è grave e può avere conseguenze politiche negative per il presidente della Repubblica e il suo governo. Emmanuel Macron ne è cosciente e si muove con la massima prudenza. Evita dichiarazioni che potrebbero alimentare le polemiche e cerca di rassicurare e di fugare i dubbi che la riforma ha creato. Con un gesto, che gli uni hanno accolto con benevolenza e gli altri hanno definito demagogico, ha rinunciato al vitalizio che potrebbe percepire quando non sarà più all’Eliseo. È un privilegio che in virtù di una legge del 1955 caratterizza la vita dei presidenti francesi. Ha anche rinunciato al diritto che gli spetta di far parte del Consiglio costituzionale e, quindi, ai 13 mila euro mensili connessi. È difficile immaginare che possa uscire indenne da questa situazione senza mettere sul

tavolo un buon numero di concessioni. Deve trovare un punto d’equilibrio tra il ritiro della riforma e la sua attuazione nella forma presentata fin ora. Nel primo caso, quello del ritiro della riforma, chiuderebbe la porta a qualsiasi altra importante riforma fino alla fine del suo mandato nel 2022, e metterebbe in pericolo la sua rielezione. Nel secondo caso, quello di un passaggio della riforma senza sostanziali concessioni, aumenterebbe l’amarezza e il risentimento degli scioperanti, con effetti negativi sulla possibilità di essere rieletto. Nel campo avverso, sindacati e partiti politici cercano di sfruttare l’occasione per trovare consensi ed appoggi nelle loro battaglie. Con una vittoria, anche solo parziale, i sindacati renderebbero più popolare la loro immagine e acquisterebbero forza per affrontare altre battaglie. Dal canto loro, i partiti politici d’opposizione, riuniti nell’estrema destra e nella sinistra, sostengono l’opposizione alla riforma con il chiaro intento di indebolire Macron. La presidente del Rassemblement national Marine Le Pen sogna di prendersi la rivincita nel 2022 sulla sconfitta che subì nel 2017. Jean-Luc Mélenchon, il leader della France insoumise, nutre ambizioni analoghe e cerca di impedire che lo scenario della prossima elezione presidenziale sia simile a quello del 2017. Il partito socialista, infine, cerca di far risentire la sua voce, dopo la sua quasi completa scomparsa dalla scena politica. L’intreccio di rivendicazioni sindacali e di ambizioni politiche, in un Paese che non conosce la cultura del compromesso, rende difficile ogni previsione sullo sbocco del conflitto. La speranza che molti francesi nutrono è che non ci siano nuove ferite sociali, suscettibili di creare più incertezze economiche e maggiore instabilità politica.

In Etiopia, dove il PET vale oro

Fotoreportage Ad Addis Abeba il riciclaggio della plastica è diventato un business Luigi Baldelli Addis Abeba, con i suoi 2200 metri sul livello del mare, è una città caotica, un movimento continuo di persone, auto, pulmini. Nella capitale dello Stato etiope vivono ufficialmente circa 4 milioni di persone, ma sono sicuramente molti di più, almeno il doppio. Camminando in questo caos, tra i nuovi grattacieli in costruzione nel centro, così come nelle strade delle periferie, si nota che non c’è plastica nelle strade. Altri rifiuti, ma non la plastica. Perché Addis Abeba ha scoperto il valore di riciclare soprattutto le bottiglie d’acqua, che sono diventate una fonte di guadagno per molti. Giovani raccoglitori, con il loro sacco sulle spalle, come strani Babbo Natale, camminano lungo le strade e i prati a raccogliere le bottiglie. E quando il sacco è pieno, il contenuto viene venduto ad un primo centro di raccolta, che a sua volta lo vende poi ai centri più grandi, dove inizia il processo vero e proprio di riciclo. E sicuramente l’Etiopia sta diventando importantissima nella lotta all’inquinamento della plastica. Inventata alla fine dell’Ottocento ed entrata in produzione intorno al 1950, rappresenta un simbolo di questi ultimi 70 anni, e la ritroviamo in tantissimi oggetti. Ha cambiato le nostre vite, in alcuni casi le ha migliorate. Oggi, sui 400 milioni di tonnellate prodotte ogni anno, il 40 per cento è monouso, come le bottiglie di plastica, appunto. L’Etiopia, anche se povero, è un

paese in continua crescita, il 70% della popolazione ha meno di 25 anni e i consumi di bottiglie di plastica sono aumentati vertiginosamente. Più di 20 milioni nel 2010. Ma non avendo un piano per il recupero dei rifiuti, la plastica veniva abbandonata nelle strade o nelle discariche. Ora la plastica raccolta per strada viene venduta a 5 birr (circa 15 centesimi di euro) al chilo, per essere poi rivenduta a 7 birr alle aziende che riciclano. «Riesco a raccogliere circa 15 ai 20 chili di bottiglie al giorno» mi dice Miky mentre si aggiusta il suo cappello da baseball. Siamo davanti ad un centro di raccolta, ce ne sono molti come questo ad Addis Abeba, gestiti da privati. «Inizio la mattina presto, continua Miky, conosco tutte le strade del quartiere, so dove andare. È un lavoro faticoso, devi camminare molto, ma non avendo altro modo per guadagnare, per adesso mi va bene così». La vita ad Addis Abeba non è facile, i prezzi dei prodotti e dei servizi sono alti. E gli stipendi, per le classi medio basse, non bastano mai. Una volta che i grandi sacchi che contengono 35-40 chili di bottiglie sono pieni, vengono portati in un secondo centro, dove iniziano le varie fasi di riciclaggio. In quello che ho visitato, uno spiazzo grande almeno come tre campi da tennis alla periferia di Addis Abeba, ci sono le vere guerriere della lotta al PET: le donne. Sono loro che danno la spallata più forte per il processo di riciclo. Tante donne, con i loro foulard

dai colori vivaci avvolti intorno ai capelli, un continuo vociare e ridere con il sottofondo costante del rumore della plastica. Sedute su piccoli e bassi sgabelli, circondate da un mare immenso di bottiglie, con il taglierino tolgono l’etichetta, poi svitano il tappo e separano le bottiglie per colore gettandole dentro grandi sacchi. Quelle blu, quelle verdi, quelle trasparenti. Questo lavoro è svolto solo da donne, gli uomini, comunque presenti, preferiscono lavori di fatica. Una volta che i sacchi sono pieni, anche questi con circa 35-40 chili di bottiglie, vengono trascinati dentro al capannone, davanti alle presse che comprimono le bottiglie fino a ricavare le balle. Anche qui, solo donne. Al loro fianco però, una associazione ticinese, l’Associazione Zenzero, le aiuta a migliorare le loro condizioni di vita, sostenendo attività sociali e soprattutto fornendo posti di lavoro in cambio di sostegno agli imprenditori locali: ti fornisco assistenza gestionale o finanziaria, ti faccio avere le presse in comodato d’uso dalle grandi aziende di riciclo, però tu devi assumere le donne. Perché non è facile trovare un lavoro per una donna ad Addis Abeba. «Lavoro in questo centro per il riciclo da circa tre anni», mi dice Mulku, 20 anni e un foulard a righe colorate che le incornicia il viso. «Prima lavoravo solo poche volte al mese come domestica. Adesso grazie a questo lavoro insieme allo stipendio di mio marito riusciamo a vivere meglio e stiamo pensando di fare

L’intera galleria fotografica può essere visitata sul nostro sito online. (Luigi Baldelli)

il nostro primo figlio» dice mentre un sorriso le illumina il viso. «Si lo so, forse non è il miglior lavoro possibile», interviene Yeshi, che lavora in coppia con Muluku davanti ad una pressa, ha 22 anni e vuole costruirsi un futuro. «Vivo ancora con i miei genitori, – continua Yeshi – ma grazie ai soldi di questo lavoro aiuto la famiglia e riesco a pagarmi la scuola serale. Voglio diventare contabile» aggiunge, mentre si sistema la tuta da lavoro, pronta a infilarsi di nuovo i guanti e a spingere le bottiglie di plastica nella pressa. Gli stipendi variano dai 50 ai 100 dollari al mese, dipende dai centri. Fuori intanto, sul piazzale con montagne di bottiglie, l’attività di selezione continua frenetica. Mi fermo a

parlare con Habtam, una signora di 35 anni. Il taglierino per togliere le etichette legato alla cintura. «Per voi europei forse tutto questo non è normale, ma qui, in Etiopia, è difficile emanciparsi per una donna. Anche se siamo noi la forza di questa società, dobbiamo lottare per uscire dalla sottomissione». Intanto un camion carica le balle pressate, chili e chili di PET, per portarle nelle aziende che fanno il percorso finale del riciclaggio: lavaggio e riduzione in scaglie. Pronte a partire per l’Europa o l’oriente, dove verranno riutilizzate per creare nuovi oggetti di plastica alcuni dei quali, molto probabilmente, arriveranno anche nelle nostre case.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Politica e Economia

Grecia a 10 anni dalla crisi: il punto della situazione

Analisi La fase peggiore è superata, ma una vera ripresa non c’è ancora, né l’UE pare in grado di favorirla

Edoardo Beretta È trascorso quasi un decennio da quando le prime avvisaglie di crisi economico-finanziaria si sono manifestate nella penisola ellenica, ingenerando la prima «vera» crisi sistemica, cioè talmente drammatica da mettere in dubbio la tenuta stessa della moneta unica europea fisicamente introdotta il 1 gennaio 2002, ma in modo scritturale già nel 1999. È arduo ripercorrere i momenti più drammatici di tali anni, che hanno «scoperchiato» la debolezza strutturale dell’accordo monetario europeo portando ad un effetto contagio fra Paesi quali Cipro, Irlanda, Italia, Malta, Portogallo e Spagna. Se le origini della crisi del debito greco sono – almeno in parte – ascrivibili ad una gestione finanziaria pubblica poco efficiente, è altrettanto vero che la moneta unica ha acuito la situazione, privando Nazioni (già industrialmente meno competitive rispetto ad altre europee) della possibilità di operare le cosiddette «svalutazioni competitive» per agevolare l’export. L’unione monetaria, dunque, quale territorio disomogeneo in un’ottica di «aree valutarie ottimali» come formulata dal Premio Nobel Robert Mundell nel 1961. Ma come sta la Grecia oggi? Nonostante la flebile crescita, è elevato il debito pubblico. All’inizio il problema greco era più contenuto: tuttavia, i ridotti margini di azione economicopolitica derivano perlopiù dalle competenze monetarie demandate alla BCE. L’elevato debito comporta in uno spazio integrato quale quello europeo – diverso dall’arcipelago nipponico, che può permettersi grazie alla Banca del Giappone rapporti fra debito pubblico e PIL pari al 234% nel 20172 – un contenimento della capacità di formu-

lare politiche economiche di rilancio. Ecco, quindi, che negli anni passati si è posto spesso il quesito se per la Grecia non sarebbe (stato) meglio uscire dall’area Euro. Molto probabilmente, no. Un abbandono della moneta unica avrebbe comportato un default dell’apparato pubblico oltre che un «effetto segnale» per i mercati internazionali in quanto a revocabilità dell’Euro. La reintrodotta dracma greca si sarebbe talmente deprezzata da rendere l’economia locale competitiva per turisti e settore dell’export, ma ciò avrebbe anche ridotto i risparmi greci. Quest’ultima avrebbe dovuto, infatti, abbandonare l’idea di continuare (almeno finché le «acque non si fossero calmate») ad avere accesso a tutti quei beni e servizi esteri in quanto ormai «per pochi» a fronte dell’apprezzamento dell’Euro. Disporre di una moneta deprezzata (fatto tipico dei Paesi a minor reputazione economica oltre che dagli standard di vita non sempre comparabili con Paesi avanzati) è fattore di nocumento per il benessere nazionale. Rimane che la gestione della crisi sia stata scomposta e delegata (al di là delle «comparsate» della troika composta da Commissione europea, BCE e del FMI) alla linea di Governi nazionali come quello tedesco, con inasprimento delle relazioni internazionali fra Paesi membri europei. Del resto, però, la Grecia ha vissuto fasi di stretta creditizia tale da mettere in dubbio l’accredito di salari e pensioni – in altre parole, interventi urgenti si rendevano necessari. Per evitare salvataggi diretti da parte della BCE – la no-bailout clause esclude la ripartizione dei debiti di una Nazione fra le altre – le politiche promosse sono risultate oltretutto procicliche, cioè hanno, con l’austerità economica, gettato «benzina sul fuoco».

Avanzo (+) / disavanzo (-) di bilancio (%PIL) Debito pubblico (%PIL) Interessi passivi (% PIL) Tassi d’interesse a lungo termine (%) Tasso di crescita reale del PIL (%)

2009

2010

La macroeconomia greca (2009-2018)1 2011 2012 2013 2014 2015 2016

-15,1

-11,2

-10,3

-8,9

-13,2

-3,6

-5,6

+0,5

+0,7

+1,1

Varia -zione -65,6

126,7

146,2

172,1

159,6

177,4

178,9

175,9

178,5

176,2

181,1

+54,4

5,0

5,9

7,3

5,1

4,0

3,9

3,5

3,2

3,1

3,3

-1,7

5,2

9,1

15,8

22,5

10,1

6,9

9,7

8,4

6,0

4,2

-1,0

-4,3

-5,5

-9,1

-7,3

-3,2

+0,7

-0,4

-0,2

+1,5

+1,9

-25,9

Come si sarebbero dovuti comportare i policymaker? Probabilmemte, in uno spazio monetario eterogeneo al suo interno, la BCE avrà da fungere da «pompiere» più spesso di quanto i Trattati glielo abbiano riservato. Senza riforme strutturali del tipo economico-politico nei singoli Paesi membri, ciò comporta rischi di «azzardo morale», cioè che altre Nazioni reclamino trattamenti simili. Se la «cura» prevedesse la mera immissione di liquidità come già avvenuto, rialzi dei prezzi e/o bolle finanziarie (a livelli di crescita stagnanti) sarebbero più che

probabili. La risposta non può essere più esauriente poiché, difficilmente, l’Euro verrà nel medio periodo abbandonato. Dunque, la vera soluzione risiede nel ridurre sprechi, inefficienze e carenze così da disporre di quei margini economici per investimenti in capitale fisso. Insomma, si devono sfruttare i «privilegi» della moneta unica, fra cui la possibilità (non indifferente rispetto al passato) di pagare acquisti (importazioni) internazionali in un’unità di conto globalmente accettata. La permanenza nell’Area Euro potrà essere per la Grecia una grande opportuni-

2017

2018

tà, ma si dovrà saperla sfruttare sia da parte ellenica riducendo le problematiche tipiche di molti Paesi mediterranei sia da quella europea, che dovrebbe favorirne la ripresa per non nutrire il malcontento verso una gestione comunitaria tecnocratica o scarsamente vicina ai popoli. Note

1. Elaborazione propria da http:// ec.europa.eu/eurostat/data/database. 2. https://data.oecd.org/gga/generalgovernment-debt.htm

Torna a galla il tema di un’imposta federale sulle successioni e donazioni

Fiscalità Uno studio del professor Marius Brülhart dell’università di Losanna riapre il dibattito, con interessanti dati

e riflessioni – Nel 2020 le masse ereditarie raggiungeranno i 95 miliardi di franchi, il doppio rispetto a 15 anni fa

Ignazio Bonoli In Svizzera le sostanze lasciate in eredità (o anticipate sotto forma di donazione) sono sempre state importanti. Una valutazione allestita pochi anni fa menzionava valori superiori ai 60 miliardi di franchi. Oggi, uno studio del professor Marius Brülhart, dell’Università di Losanna, considerato uno specialista in materia, prevede che nel 2020 le masse ereditarie raggiungeranno i 95 miliardi

di franchi e risulteranno raddoppiate rispetto a quelle di 15 anni fa. La cifra è certamente impressionante, poiché significa quasi 11’000 franchi per erede. Erede che però è sempre meno giovane, rispetto a quello dei tempi passati. Infatti, il 95% delle eredità sono destinate a persone che hanno già superato il 40esimo anno d’età e costituiscono ormai quasi la metà dei patrimoni esistenti in Svizzera. La crescita di questi dati è certa-

L’iniziativa per un’imposta di successione federale venne respinta con il 71 per cento dei voti, il 14 giugno 2015. (Keystone)

mente dovuta anche al fatto che questo patrimonio è tassato pochissimo. Nella maggior parte dei casi, quello degli eredi in linea diretta, è esente da tassa in quasi tutti i Cantoni. Ma anche negli altri casi l’ammontare della tassa è in costante diminuzione. Se, nel 1990, per un franco di patrimonio ereditato o ricevuto in donazione si pagavano 4,1 centesimi di tassa, oggi se ne pagano soltanto 1,4 centesimi. Rispetto al 1990 le entrate fiscali per questa tassa sarebbero di 2,5 miliardi di franchi in più per i Cantoni. La Confederazione non preleva tasse in materia. Tutti i tentativi per introdurre una tassa federale sulle successioni e donazioni sono stati respinti, compreso quello del 2015. Si può quindi dire che il sistema ereditario in Svizzera gode di un ampio consenso ed è entrato nella tradizione. Vi sono anche alcuni motivi che ne favoriscono l’accettazione: in primo luogo il concetto di proprietà privata dei beni posseduti che si accompagna anche a quello di famiglia. Aspetto molto importante nel caso delle successioni aziendali. Va però anche ricordato che la Svizzera, a livello cantonale e comunale, applica anche l’imposta sulla sostanza. Quindi, sul bene ereditato, è già stata pagata l’imposta e l’erede conti-

nuerà a pagarla. Da notare che comunque le tasse di iscrizione a registro sono aumentate, in alcuni Cantoni, quasi a livello da sostituirsi alla tassa sulle successioni e donazioni. Bisogna però tener conto anche di una certa concorrenza fiscale tra Cantoni, a riguardo soprattutto delle grandi sostanze, solitamente anche molto mobili. La decisione di Turgovia di ridurre della metà queste tasse nel 1989 ha riaperto il discorso in molti Cantoni. Il Ticino le ha abolite per gli eredi diretti nel 2000. Lo studio del professor Brülhart constata che le motivazioni addotte dai Cantoni per la riduzione o la soppressione della tassa erano soprattutto legate alla concorrenza intercantonale e al rischio, per alcuni Cantoni, di perdere grossi contribuenti a favore di altri. Importante però anche la nota che la sostanza è già tassata una volta e che una tassa potrebbe creare problemi alle successioni aziendali. Difficile però dimostrare statisticamente che le imposte sulle successioni abbiano potuto provocare il trasferimento di ricchi contribuenti anziani. Secondo Brülhart, l’imposta sulle successioni presenta però alcuni vantaggi. Intanto non intralcia la progressione dei redditi e, secondo un principio di giustizia fiscale, è giusto

tassare una sostanza percepita senza sforzi personali. L’argomento addotto alla giustificazione dell’imposta è spesso quello di provocare una distribuzione delle sostanze. Non è però scientificamente dimostrato che un’elevata imposta di successione provochi una migliore distribuzione dei patrimoni. Lo stesso economista francese Thomas Piketty ha potuto constatare che le successioni di oggi sono più ampie e meglio distribuite di cento anni fa. L’esperienza svedese, con tassi d’imposta progressivi, non ha favorito una più equa distribuzione dei patrimoni, anzi l’avrebbe ostacolata, creando una quota elevata di eredi «poveri». Questi consumano la loro eredità molto più velocemente degli eredi di grandi sostanze. Così aumenta la concentrazione delle grandi eredità e diminuisce una più equa ripartizione delle stesse. Anche dopo la sconfitta del 2015, il discorso su un’imposta federale sulle successioni e donazioni non è per nulla chiuso. Ma si tratterebbe di un’imposta in più, di cui non vi è nemmeno grande necessità. Al limite se ne potrebbe parlare se accompagnata dalla soppressione dell’imposta sulla sostanza. Che però è di competenza cantonale, per cui si provocherebbe una specie di terremoto nel sistema fiscale svizzero.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Politica e Economia

La crescita dell’economia svizzera dà segnali di maggior dinamismo La consulenza della Banca Migros

Thomas Pentsy

Il rischio di recessione in Svizzera rimane basso 1.2 %

4%

1%

3.5 %

0.8 %

3%

0.6 %

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Crescita del PIL rispetto al trimestre precedente

a un valore pari allo 0,2% rispetto allo 0,3% del trimestre precedente. Gli investimenti nel settore dei beni d’investimento e nell’edilizia si sono leggermente ripresi dalla battuta d’arresto del secondo trimestre, ma non abbastanza da stimolare la crescita economica.

Crescita del PIL nel raffronto annuo (asse destro)

Tutto sommato, l’economia svizzera non è immune dalla debolezza del mercato internazionale. Sebbene la Banca Migros non preveda una recessione per il prossimo anno, si aspetta una crescita ancora debole, soprattutto perché sulla scia della disputa commerciale in corso tra

Fonte: Bloomberg

Thomas Pentsy è analista di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

Nel terzo trimestre del 2019 l’economia svizzera ha registrato un andamento leggermente migliore del previsto: il prodotto interno lordo (PIL) è cresciuto dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, a fronte di una crescita pari allo 0,3% nel secondo trimestre. La leggera accelerazione della crescita è dovuta principalmente all’esportazione di prodotti chimici e farmaceutici e di energia. Mentre l’industria chimico-farmaceutica ha confermato uno sviluppo dinamico, il settore energetico ha beneficiato di condizioni meteorologiche favorevoli e ha registrato il più forte incremento nella sua storia. Nel complesso, la crescita dell’industria manifatturiera si è attestata all’1,2%. Tuttavia, senza l’impulso proveniente da questi due settori resistenti al ciclo congiunturale, la crescita dell’economia svizzera sarebbe stata più moderata, poiché altri settori industriali risentono chiaramente degli effetti del rallentamento dell’economia globale. Gran parte del settore terziario ha registrato solo una crescita modesta o un leggero calo del valore aggiunto. La crescita dei consumi privati ha subito un rallentamento, passando

Cina e Stati Uniti la domanda internazionale dovrebbe crescere solo lievemente. Per il 2020 ci attendiamo una crescita del PIL pari all’1,4%. Nei prossimi dodici mesi prevediamo che il franco svizzero si attesti a 1,07 rispetto all’euro e a 0,96 rispetto al dollaro. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Cultura e Spettacoli Le arti di Félix Fénéon La straordinaria figura di Fénéon in un’imperdibile mostra all’Orangerie di Parigi

Von Schirach e il castigo È uscito Castigo, un nuovo, accattivante libro del narratore e avvocato tedesco Ferdinand von Schirach pagina 37

Al servizio dei potenti? Pubblicate le registrazioni dei concerti diretti da Wilhelm Furtwängler durante la Seconda guerra mondiale

Una confusione di stelle Tutta la grazia della poetessa milanese Alda Merini in una nuova raccolta

pagina 38

pagina 36

pagina 39

E l’arte non fu più la stessa

Mostre A Rancate una mostra racconta

gli esordi del felice connubio tra pittura e fotografia Alessia Brughera Quando nel 1839, a Parigi, venne presentata ufficialmente la scoperta della fotografia, nessuno avrebbe potuto anche solo lontanamente immaginare la portata rivoluzionaria di quell’invenzione. Il mondo artistico e culturale si divise fin da subito tra reazionari e progressisti. Alla domanda se talbotipie e dagherrotipi avrebbero potuto essere considerati una vera forma d’arte, non furono pochi, inizialmente, coloro che risposero con un risoluto diniego. Basti pensare al poeta francese Charles Baudelaire, che criticò ferocemente l’incredibile innovazione considerandola un mestiere per artisti mancati. Il fronte conservatore, infatti, vedeva la fotografia come qualcosa di prettamente meccanico che sviliva e degradava il processo creativo e la sensibilità dell’artista: sebbene fosse in grado di restituire con assoluta precisione il soggetto rappresentato, essa mancava di tutte quelle qualità che caratterizzavano la pittura, a partire dall’interpretazione personale dell’autore, capace di impreziosire la realtà lasciando trasparire un universo infinito di storie, ricordi ed emozioni. Sul versante opposto, ci fu chi accolse con molta eccitazione l’avvento della fotografia, intuendone non solo il grande potenziale come strumento di supporto alla pittura, ma anche come forma autonoma di espressione. La «scrittura con la luce» imitava fedelmente ogni particolare, sostituiva le lunghe pose nei ritratti, regalava nuovi effetti chiaroscurali e sdoganava inquadrature inedite che da quel momento anche i pittori più tradizionali avrebbero potuto utilizzare. Dovette passare dunque un po’ di tempo prima che questa novità venisse metabolizzata, ma odiata o amata che fosse, fu ben presto chiaro a tutti che con la fotografia il mondo si stava dirigendo verso la riproducibilità e la perfetta aderenza alla realtà, imboccando così una traiettoria che avrebbe cambiato per sempre il corso della sperimentazione pittorica. A documentare le tappe più importanti dell’affermazione della fotografia nel corso dell’Ottocento è la rassegna allestita alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate, che grazie a un’ampia raccolta di materiali – tra dipinti, fotografie, incisioni, dise-

gni e libri, molti dei quali provenienti da collezioni private e presentati al pubblico per la prima volta – raccontano gli affascinanti albori di questa straordinaria invenzione attraverso un percorso concepito per rivelare il modus operandi di quei maestri che hanno fatto un entusiastico uso del mezzo fotografico nella loro arte. Dopo una piccola ma interessante sezione volta a far conoscere le macchine fotografiche dell’epoca e alcuni degli strumenti per la riproduzione delle immagini, ci accoglie una serie di opere di pittori attivi tra Arras, nel Nord della Francia, e Fontainebleau, amena località naturalistica a una sessantina di chilometri da Parigi, a testimonianza di come la fotografia venisse ampiamente sfruttata per cogliere le mille sfaccettature del paesaggio e per dar vita poi a dipinti di grande suggestione. Tra questi spiccano le tele di Constant Dutilleux, assiduo frequentatore della foresta di Fontainebleau e originario proprio di Arras, dove con alcuni allievi e amici nel 1852 sviluppò il cliché-verre, un particolare procedimento di incisione su lastra fotografica. A queste atipiche e molto rare «immagini su vetro», aulicamente chiamate «incisioni diafane», è riservata un’intera sala con pezzi provenienti dal Musée d’art et d’histoire, cabinet d’arts graphiques di Ginevra e dalla Casa Museo Luigi Rossi in Capriasca. Sospese tra incisione, disegno e fotografia, proprio per la loro natura ibrida tali opere circolavano perlopiù tra gli artisti stessi e i loro mecenati, tutti attratti dal potenziale estetico e dalla forza espressiva di questa tecnica. Belli in mostra i cliché-verre realizzati negli anni Cinquanta del XIX secolo da Camille Corot, uno tra i più entusiasti sperimentatori, così come quelli di Charles-François Daubigny, Théodore Rousseau, Jean-François Millet e Antonio Fontanesi. Prende avvio, poi, un ricco percorso espositivo dedicato a pittori ticinesi e italiani dell’Ottocento la cui vicenda artistica è stata profondamente segnata dal mezzo fotografico. Troviamo chi, come il luganese Luigi Monteverde, incomincia la sua attività proprio in qualità di fotografo, per arrivare in seguito a dipingere con uno stile improntato a uno spiccato verismo fotografico (si veda ad esempio Arriva il postino, del 1908) caratterizzato da una grande vivezza cromatica e da una minuziosa

Alessandro Guardassoni, Autoritratto con cavalletto e macchina fotografica, 1860 circa. (Bologna, Fondazione Gualandi a favore dei sordi )

verosimiglianza. Chi da pittore diventa fotografo è invece il lombardo Federico Faruffini, che negli ultimi turbolenti anni della sua carriera abbandona quasi del tutto pennello e cavalletto trascorrendo il tempo a immortalare donne ciociare in suggestivi scatti da vendere ai viaggiatori stranieri. Talora la fotografia si fa soggetto dell’opera, come nella tela di Domenico Induno La bella pensosa, del 1870, in cui una donna dallo sguardo malinconico pare assorta in dolorosi ricordi fatti affiorare dalle due fotografie che tiene tra le mani, talaltra costituisce un imprescindibile strumento di indagine sul vero, come per Francesco Paolo Michetti, le cui leggiadre contadine che compaiono nel quadro intitolato L’in-

contro sono derivate da alcuni scatti di studio. Per il ticinese Luigi Rossi la stampa fotografica diviene fonte da cui desumere la costruzione delle pose e la resa degli effetti luminosi (emblematici in questo senso sono i dipinti Primi raggi e Riposo, entrambi dei primi anni del Novecento); per Filippo Franzoni rappresenta un valido supporto per impostare la struttura compositiva della scena nonché per studiare i mutevoli giochi di luce (come accade in La vela, del 1895); per Pietro Chiesa è parte integrante della fase ideativa dell’opera ed espediente per verificare l’aderenza al reale (la delicata tela Quiete, datata 1898, ne è un esempio); per lo scultore Vincenzo Vela (a cui la mostra dedica

un’apposita sala insieme al fratello Lorenzo e al figlio Spartaco) è materiale irrinunciabile per la creazione di ritratti illusoriamente veristici. Con buona pace di Baudelaire la fotografia aveva ormai mutato per sempre le sorti dell’arte, e l’alleanza tra obiettivo e pennello sarebbe stata feconda per i secoli a venire. Dove e quando

Arte e arti. Pittura, incisione e fotografia nell’Ottocento. Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate. Fino al 2 febbraio 2020. Orari: da ma a ve 9.00-12.00 / 14.00-18.00; sa, do e festivi 10.00-12.00 / 14.00-18.00; chiuso il lunedì. www.ti.ch/zuest


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Cultura e Spettacoli

Un critico sottile e acuto

Ul dialètt l’è mia assée par rìd

Mostre Félix Fénéon al Musée de l’Orangerie di Parigi

Tv La commedia

dialettale di fine anno della RSI non ci convince

Carlo Carrà (1881-1966), I funerali dell’anarchico Galli, 1910-1911, New York. (The Museum of Modern Art, legs Lillie P. Bliss Bequest [échange], 1948 Photo © Paige Knight)

Gianluigi Bellei Se non avete mai visto I funerali dell’anarchico Galli di Carlo Carrà dovete andare subito a Parigi. Di solito si trova al Museum of Modern Art di New York e viene spostato raramente. Fino al 27 gennaio lo potete ammirare all’Orangerie di Parigi, all’interno di una strepitosa esposizione dedicata a Félix Fénéon, editore, giornalista, traduttore, gallerista, critico, collezionista, anarchico. Un dipinto, questo, che ha fatto la storia del Futurismo e che supera certamente analoghe tele di Boccioni. Prima di parlare della mostra e di Félix Fénéon occupiamoci del quadro. A Milano nel 1904 durante uno sciopero viene ucciso l’anarchico Galli. Carrà partecipa ai suoi funerali e scrive: «Vedevo innanzi a me la bara tutta coperta di garofani rossi ondeggiare minacciosamente sulle spalle dei portatori; vedevo i cavalli imbizzarrirsi, i bastoni e le lance urtarsi, si che a me pareva che la salma avesse a cadere da un momento all’altro a terra e i cavalli la calpestassero». Dopo i funerali Carrà esegue un disegno dal quale trarrà il dipinto. Nel Manifesto tecnico della pittura futurista del 1910 fece scrivere, proprio per questo accadimento, la famosa frase: «Noi metteremo lo spettatore al centro del quadro». I funerali dell’anarchico Galli sono un capolavoro di movimento, figure, con enormi ventagli di colori a creare delle forze centrifughe che ondeggiano fra bandiere nere, il drappo rosso, i cavalli e il sole che irrompe prepotente nella scena. È proprio Fénéon che si fa garante a Parigi dei futuristi, in qualità di direttore artistico della galleria Bernheim-

Jeune, per organizzare una mostra che si tiene dal 5 al 24 febbraio 1912. Cinque gli artisti: Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gino Severini e Giacomo Balla. Luigi Russolo espone La rivolta, Umberto Boccioni La risata, ambedue del 1911, e Carrà appunto I funerali dell’anarchico Galli. Tutti all’Orangerie, oggi. Vengono presentati da Fénéon come i più progressisti d’Europa. Félix Fénéon (1861-1944) nasce a Torino. Frequenta l’École normale di Cluny e poi il liceo Lamartine a Mâcon. Dopo il servizio militare entra per concorso al Ministero della guerra e va a lavorare a Parigi. Nel 1884 al Salon du groupe des Artiste indépendants incontra Georges Seurat. Dall’anno successivo partecipa ai celebri martedì a casa di Stéphane Mallarmé. È il periodo della repressione anarchica. Nel 1892 tre attentati sconquassano Parigi. Il 30 marzo viene arrestato Ravachol. Nello stesso momento la polizia apre un fascicolo su Fénéon. Il 10 luglio Ravachol è ghigliottinato. Il 9 dicembre 1893 Auguste Vaillant lancia una bomba nella Camera dei deputati. Il 5 febbraio 1894 viene giustiziato. Entrambi diventano martiri. Il 12 febbraio Émile Henry lancia un’altra bomba contro il caffè Terminus alla Gare Saint-Lazare. Provoca un morto e numerosi feriti. Henry viene arrestato. Matha, suo compagno, consegna tutto il materiale per confezionare le bombe a Fénéon, loro amico. Il 4 aprile c’è un altro attentato al ristorante Foyot di fronte al Senato. Un morto. Venti giorni dopo Matha viene arrestato e un commissario pensa di aver trovato la prova della complicità con Fénéon. Il 25 apri-

le una perquisizione al Ministero della guerra permette di rinvenire una vasta corrispondenza con artisti e anarchici e soprattutto dei detonatori e dei flaconi di mercurio. Fénéon viene arrestato. Su «Le soir» Mallarmé e Verlaine prendono le sue difese. Il 21 maggio Henry è condannato a morte. Un mese più tardi il presidente della repubblica francese Sadi Carnot viene assassinato da Sante Caserio che sarà ghigliottinato il 16 agosto. Nel frattempo è arrestato anche il pittore Maximilian Luce. Il processo a Fénéon inizia il 5 agosto. È chiamato il «Processo dei Trenta», con il quale il governo francese tenta di reprimere l’anarchismo «colpendone gli esponenti più carismatici». Fra gli accusati, oltre a Fénéon, ci sono Sébastien Faure, Jean Grave, Charles Chatel, il pittore Ivan Aguéli, Léon Ortiz… L’8 agosto Mallarmé e Charles Henry testimoniano a favore di Fénéon dicendo che è il critico più sottile e acuto che esista. Il 12 agosto tutti gli accusati vengono assolti. Fénéon ha sostenuto sempre i suoi amici puntinisti, soprattutto Seurat, «quasi un Puvis de Chavannes in abiti moderni», e Signac, «con la sua frenesia luminosa», oltre a Cross e Luce. Ed è stato proprio Signac a dedicargli un ritratto con un fiore in mano, il solito pizzetto demoniaco e lo sfondo rutilante. Fénéon è stato pure un collezionista di arti primitive che lui ha definito «arti lontane». Nella sua casa, accanto a dipinti di artisti contemporanei, possiamo trovare quindi opere provenienti dall’Oceania e dall’Africa. Più di 400 pezzi di grande qualità fra i quali dominava la statuaria africana con le maschere gouro, baoulé, kota, mabea.

Alcune di queste sono state esposte dal 27 maggio al 6 ottobre al Musée du quai Branly – Jacques Chirac e una parte è oggi all’Orangerie accanto a capolavori come Au temps d’Harmonie di Signac, Les Poseuses e Un Dimanche à la Grande Jatte di Seurat, la scandalosa Femme assoupie o Félix Fénéon à la Revue Blanche ambedue di Bonnard. Ed è proprio alla «Revue Blanche» che Fénéon, in qualità di redattore capo, difendeva gli artisti innovatori come ToulouseLautrec, Bonnard, Vuillard, Gauguin, Mallarmé, Verlaine, Debussy, Proust, Gide, Wilde, Apollinaire e pubblica Dostoevskij e Stendhal. Dal 1920 al 1924 quale direttore delle edizioni La Sirène pubblicava Cendrars, Cocteau, Joyce, Stevenson. Dopo il 1903 scriveva su «Le Figaro»e poi su «Le Matin». È famoso per gli scritti brevi e folgoranti. Apollinaire diceva che era uno scrittore «mai troppo prodigo della propria prosa e laconico nell’esternazione». Ottimo allestimento, buone le luci, catalogo con anche l’indice dei nomi. Dal 22 marzo al 25 luglio 2020 una sintesi delle due esposizioni parigine sarà presentata al Museum of Modern Art di New York dal quale provengono parecchie opere.

Un tempo è un tempo, e appartiene al passato, non c’è dubbio. Tutti noi abbiamo apprezzato e guardiamo con una punta di nostalgia alle pièce di Sergio Maspoli, che brillavano non solo per ritmo, fantasia e tematiche, ma anche per la presenza attoriale e per quell’uso così dignitoso del dialetto ticinese da farne una lingua tout court. Indimenticata è certamente anche l’encomiabile avventura del Cabaret della Svizzera italiana che, caustico quanto bastava, con le sue incursioni nella politica, nell’attualità cantonale e nel Grigioni italiano, ha rappresentato un punto d’onore per la comicità locale. Lo spirito di chi aveva deciso di trascorrere la sera del 31 dicembre sul divano, in compagnia di Un casott da Natal, pièce proposta dalla RSI, era ben disposto. Ma è bastata una manciata di minuti, con uno dei protagonisti che nel calendario dell’Avvento trova due misere uvette e una nocciolina, quattro signore che dalla parrucchiera litigano per il dj set del veglione, definito «questione di vita o di morte» (a chi vuole la milonga e il meravigliao ballo latino, si contrappone chi pretende una canzone popolare, perché «qui sem in Tésin»), mentre un gruppo di uomini gioca a carte al bar in un rosario di battute che cadono nel silenzio della risata mancata, per rendersi ancora una volta conto di cosa sia tristemente diventato il dialetto e, peggio ancora, di cosa non sia riuscito a diventare il film diretto da Alberto Meroni su sceneggiatura di Gionas Calderari e Flavio Stroppini. Sono sicuramente migliorati i mezzi tecnici, la colonna sonora e la scenografia, ma ciò non basta, anzi, a trasformare delle buone intenzioni (che nessuno mette in discussione) in un prodotto televisivo al passo con i tempi. A chi era rivolta la pièce? Di certo non ai millennial che vivono sui social, ma nemmeno a chi è già in pensione e ha goduto della verve di Mariuccia Medici & Co., e tantomeno alla generazione di mezzo che non può riconoscersi in questa forma espressiva. Coniugare il dialetto con la contemporaneità è sicuramente difficile, ma non impossibile, per cominciare basterebbe toglierlo da quel limbo di pseudo-allegria parodistica in cui lo si vede sempre più spesso tristemente relegato. E sì che il nostro Cantone, a tutti i livelli, di spunti teatrali e comici ne offrirebbe quasi quotidianamente... / Red.

Dove e quando

Félix Fénéon. Les temps nouveaux. A cura di Isabelle Cahn e Philippe Peltier. Musée de l’Orangerie, Parigi. Fino al 27 gennaio. Catalogo coédition des Musées d’Orsay et de l’Orangerie, du Musée quai Branly e della Réunion des musées nationaux Grand Palais, euro 39.90. www. musee-orangerie.fr Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Cultura e Spettacoli

La tensione di von Schirach

Narrativa In Castigo, nuovo libro del tedesco Ferdinand von Schirach, destini impietosi

e personaggi particolari raccontati da una penna magistrale Luigi Forte In piedi, signore e signori, entra la Corte. Il processo è aperto, ma pubblico e imputati escono dalle pagine di un libro di racconti, Castigo, del celebre avvocato penalista e autore di bestseller Ferdinand von Schirach che Neri Pozza pubblica nella vivace versione di Riccardo Cravero e Irene Salvatori. Anche lui, nato a Monaco di Baviera nel 1964, predilige il genere noir come la più giovane collega Juli Zeh, avvocatessa e scrittrice ormai affermata, e non ha difficoltà a conciliare diritto e letteratura indagando sulle grandi contraddizioni storiche come il giurista Bernhard Schlink, autore di detective stories proiettate sulle tragedie della Germania moderna. Del resto qualche problema in famiglia lo ha avuto. Infatti suo nonno, Baldur von Schirach, capo della gioventù hitleriana e reggente di Vienna, fu condannato a vent’anni di carcere per responsabilità nella deportazione degli ebrei. Tutto di lui mi è estraneo, ha ricordato il nipote, non a caso così sensibile alle riflessioni su diritto e giustizia, bene e male. E il materiale non gli mancava grazie alle centinaia di procedimenti penali che ha seguito nel corso degli anni: vicende giudiziarie e criminali trasfigurate in racconti incisivi, spesso anche brevissimi, di forte tensione narrativa con protagonisti fragili e ossessionati, al margine di imperscrutabili abissi. La lucidità del giurista si sposa perfettamente con il narratore amante del suspence, che pur ritiene di dovere il suo successo solo a scrupolosità non disgiunta da una certa conoscenza del codice penale e della natura umana. Ma c’è ben altro. Basta leggere il suo libro d’esordio Un colpo di vento, da cui Doris Dörrie ha tratto il film Glück con Alba Rohrwacher come protagonista, o Il caso Collini, la storia di un uomo che reclama inutilmente giustizia e decide di farsela da sé dopo tante delusioni, per intuire la complessità di uno scrittore che sintetizza in modo fulminante conflitti e violenze del passato, porta alla luce residui rimossi e fa i conti con una politica che ha tentato, a più riprese, di offuscare ogni verità. Castigo è la tappa finale di un percorso scandito da altri due volumi di

racconti tratti dall’esperienza forense, Verbrechen (Crimine, 2009) e Schuld (Colpa, 2010): una trilogia – com’egli ebbe a dire – che corrisponde alla successione di prove di un procedimento giudiziario. Ma gli spunti narrativi ampliano l’orizzonte mettendo a confronto la legge con la realtà e i sentimenti umani e suggerendo situazioni in cui troppo spesso la giustizia deve sopportare sconfitte. Come nel caso dell’avvocato Schlesinger che fa assolvere un uomo accusato di maltrattare i figli. Mal gliene incoglie, perché quello, appena arrivato a casa, prende il pargoletto di due anni, lo mette in lavatrice e lo lustra per l’eternità. Spesso poi i reati appaiono quasi imponderabili sullo sfondo di destini che la vita ha impietosamente segnato. Come nel racconto Vicini di casa in cui il signor Brinkmann, malato di solitudine dopo la morte prematura della moglie, si affeziona a una nuova vicina di casa e coglie al volo l’occasione che gli viene offerta per sbarazzarsi del marito di lei. Non proverà alcun rimorso come la donna che, in Un giorno azzurro chiaro, elimina il marito che aveva ucciso il loro figlioletto obbligandola poi ad assumersene la responsabilità. In ambedue i casi non ci sono prove e restano aperti interrogativi fomentati dal dolore e dall’impotenza dei singoli. Ciò che è reale appare spesso inconciliabile con ciò che è giusto, mentre dal canto suo la verità si acquatta fra mille fantasmi e sotterfugi. È la storia del vicedirettore di un supermercato che per puro caso si trova immischiato in un affare di droga e ci prende gusto, salvo poi finire in carcere e tornare libero poco dopo. Von Schirach si aggira con le sue narrazioni fra le zone grigie del diritto, nei complessi intrecci fra morale e giustizia, evidenziando il tema della responsabilità del singolo alle prese con il concetto di verità sempre più sfuggente in quanto esposto a ogni tipo di manipolazione. Nel racconto Subbotnik la giovane avvocatessa Seyma, di origine turca, sembra farsi carico di tali incongruenze nel momento in cui accetta la difesa di un imputato scomodo e difficile accusato di traffico di esseri umani, prostituzione e reati accessori. Ma anche lui, in mancanza della teste

Tolo Tolo, la prova di Luca Medici Cinema La prima

volta alla regia di Checco Zalone Blanche Greco

L’avvocato e scrittore tedesco Ferdinand von Schirach, classe 1964. (Keystone)

fondamentale, che nel frattempo qualcuno dei suoi ha eliminato, verrà assolto. Sconsolata e malinconica suona la riflessione di Seyma sul mondo della legge: «Me l’ero immaginato diverso». La scrittura di von Schirach si fa ancora più tesa e coinvolgente di fronte a personaggi vittime di torbide ossessioni come nel racconto Lydia, nome di una bambola sessuale con lo scheletro di acciaio e la pelle cosparsa di talco, che il signor Meyerbeck, abbandonato dalla moglie, ha deciso di scegliersi come nuova compagna. Le procura vestiti e biancheria intima, cucina per lei, e insieme la sera guardano film d’amore. E non esita a spedire all’ospedale un vicino che s’era introdotto in casa sua brutalizzando la sexy doll al silicone. La ricerca del piacere rivisitato con humour noir non conosce limiti: nel racconto Il subacqueo un ingegnere, padre di un bambino, al sesso con la moglie preferisce bizzarre masturbazioni che accrescono, a suo parere, il godimento utilizzando una muta da sub. «Non era più normale», dice lei, e un bel giorno,

trovandolo in una strana postura con la testa avvolta in una pellicola trasparente, non esita a soffocarlo. Ma non ci sono indizi di colpevolezza sufficienti e la donna tornerà alla sua vita normale, il lunedì di Pasqua, giorno della Resurrezione. Colpa e castigo sembrano realtà non declinabili in un mondo di paradossi e insensatezze con soggetti alieni proiettati sul vuoto. Non basta nemmeno cambiar vita, come fa un avvocato che ha deciso di darsi alla scrittura. Le sue parole conclusive nel racconto L’amico, con un chiaro riscontro autobiografico, escono direttamente dalla bocca di von Schirach e additano un confine quasi invalicabile: «Cambia poco se siamo farmacisti, falegnami o scrittori. Le regole magari sono un po’ diverse, ma l’estraniamento resta, e anche la solitudine e tutto il resto».

«È forte Checco, chissà che ha combinato stavolta! Hai visto il videoclip?» – diceva sorridendo un ventenne già pronto a sganasciarsi dalle risate in sala, aspettando in fila davanti al cinema col suo gruppo di amici di vedere Tolo Tolo. «Ma perché fare il regista come Luca Medici?» «Perché è il suo nome vero. Mi pare che Fellini si chiamasse proprio così, ma lui l’attore, non lo ha fatto mai.» Il vero film era lì, nelle lunghe code davanti ai cinema, dove si canticchiava qualche verso di Immigrato, tra il pubblico che ha fatto impennare il box office del primo giorno di programmazione di Tolo Tolo, con un incasso da record di più di otto milioni e mezzo di euro, battendo persino il debutto di Quo Vado? (2016), il penultimo miracolo cinematografico di Checco Zalone e il film che sanciva il suo successo di comico fuori dagli schemi, surreale, capace di far ridere dell’Italietta paesana alla prova della modernità, buttata in Europa, presa in giro dai furbi del mondo intero di cui lui, Checco era il prototipo: un ragazzo di provincia che con candida ignoranza si arrabattava nel lavoro e sognava l’amore vero, combattendo contro i mulini a vento della società. Ma che ne è di quel mondo in Tolo Tolo (Solo Solo)? È sempre da lì che parte Checco. Stavolta da Spinazzola nelle Murge pugliesi dove, fallito il grandioso progetto di far amare il sushi ai suoi concittadini, carnivori e adepti della salsiccia, imprenditore incompreso, ha lasciato alla sua grande famiglia una montagna di debiti e ha preso la via dell’Africa. Ma da quel paradiso, scacciato dalle milizie dell’Isis, Checco dovrà fare ritorno in Italia attraverso il deserto, il mare e mille pericoli, rifugiato in mezzo agli africani. Peccato che

Bibliografia

Ferdinand von Schirach, Castigo, Neri Pozza, 2019, p. 172.

Donna, diversa e coraggiosa

Pubblicazioni Una graphic novel illustrata da Émilie Plateau su un testo

di Tania de Montaigne racconta il coraggio di una donna straordinaria

Simona Sala L’incipit di Tania de Montagne è già di per sé così suggestivo da risultare indimenticabile: «Fai un respiro profondo. Lascia il luogo a cui appartieni, attraversa i ruscelli, i fiumi, l’oceano, senti la brezza. Sorvola New York, la Statua della Libertà, l’Empire State Building, procedi lungo la costa, verso sud. L’aria si fa più calda. Virginia, Carolina del Nord, Carolina del Sud. Sei nella Cotton Belt. Lasci la costa per penetrare nell’entroterra. Ti dirigi verso ovest. Eccoti a Montgomery. Da questo momento, sei nero. Un nero dell’Alabama. Negli Anni Cinquanta», ma risulta ancora più bello per quei minuscoli disegni che lo accompagnano, e che sembrano rubati dal quaderno di schizzi di qualcuno di molto preciso e attento ai dettagli. Cosa che d’altronde corrisponde alla realtà. Dietro alla graphic novel Nera, si concentrano infatti talenti femminili di natura ed epoche diversi, eppure tutti accomunati dal desiderio di fare la cosa giusta per una società più equa.

In principio ci fu Claudette Colvin, ragazzina di colore dell’Alabama, che per prima si rifiutò di cedere il posto a un bianco sul bus, come voleva la legge. Claudette, pur rischiando l’arresto e un processo, era una ragazzina coraggiosa, disposta a mettersi in gioco anche pub-

blicamente per gli afroamericani, ma purtroppo fece lo sbaglio imperdonabile di restare incinta di un uomo sposato. Si decise quindi di eleggere a eroina per la parità dei diritti Rosa Parks, donna più matura e dunque fiore all’occhiello moralmente più accettabile per la causa (che poi la stessa Rosa Parks fu parzialmente messa in ombra da un giovane Martin Luther King che, pur essendo afroamericano anche lui, aveva però dalla sua il fatto di essere un uomo, è un’altra storia). La giornalista e intellettuale francese Tania de Montaigne in Noire ha raccontato la storia quasi dimenticata di Claudette Colvin (che si è trasferita a nord, a New York, dove ha lavorato come infermiera). Il suo libro si è rivelato un successo tale da diventare anche una pièce teatrale e da ispirare questa graphic novel, illustrata in modo sapiente e originale da Émilie Plateau. Piccoli disegni abbinati a brevi frasi illustrano sapientemente la quotidianità difficile e spinosa degli afroamericani a causa dell’insieme di leggi chiamate «Jim Crow», in vigore nel sud degli Stati

Uniti dagli anni Settanta dell’Ottocento, atte a regolamentare la vita sociale in modo tale che bianchi e neri vivessero in compartimenti stagni, divisi da muri visibili e non. Un percorso, quello iniziato dall’attivista Claudette Colvin negli anni Cinquanta del secolo scorso, di cui ancora oggi, a distanza di quasi settant’anni, non si vede la fine. Se è vero infatti che sui bus i posti a sedere non sono più assegnati in base alle razze, che gli USA con Barack Obama hanno infranto un tabù e che ormai un mercato grosso come quello musicale è quasi interamente in mano agli afroamericani, è anche vero – e ce lo racconta la cronaca – che esistono ancora differenze, e che a causa del colore della propria pelle si può venire ancora uccisi. Ed è proprio per questo che Nera è un libro importante. Bibliografia

Nera. La vita dimenticata di Claudette Colvin, da Tania de Montaigne, Torino, Einaudi, 2019.

dopo l’inizio verace e zaloniano, Checco in Africa perda la sua verve, la sua fantasia atavica, e le sue radici di uomo del sud, così che invece di confrontarsi da «sudista a sudista» con gli africani, lo vediamo impegnato in sterili giaculatorie contro le tasse italiane e poi preda di rigurgiti coloniali e mussoliniani. Ammaliato dall’Africa della commedia all’italiana, voglioso di farla sua come regista, Medici si perde nel continente africano e trasforma il suo Checco in ogni sequenza in qualcosa di diverso: più Pozzetto, più Sordi, più Villaggio, più personaggio dei cartoon con tanto di canzoncine, sempre più lontano dallo Zalone-sentire, sognante ignorante, ma ruvido, comico e popolano. Ma un miracolo Medici-Zalone però è riuscito a farlo: ha trasformato la sua Africa e i suoi personaggi africani nell’Italietta paesana dei suoi primi film. Ma chissà se il suo pubblico ci riderà sopra e glielo perdonerà.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Cultura e Spettacoli

Controverso Furtwängler

Musica Pubblicate le straordinarie incisioni captate dagli ingegneri

della Corporazione radiofonica del Reich tra il 1939 e il 1945

Con Coraline il teatro torna ai bambini

Opera In prima svizzera l’opera di Mark-

Anthony Turnage

Marinella Polli

Furtwängler dirige i Wiener Philarmoniker in un concerto dell’organizzazione nazionalsocialista «Kraft durch Freude» nel 1943. (Keystone)

Giovanni Gavazzeni Berlino, 23 gennaio 1945. Wilhelm Furtwängler, il più famoso musicista rimasto nella Germania nazista, dirige il suo ultimo concerto con la Filarmonica. Dopo che le bombe alleate hanno raso al suolo la Vecchia Philharmonie sulla Bamburgerstrasse, i Berliner, unici musicisti esentati dal macello della guerra totale, suonano nell’Admiralpalast, un teatro per l’operetta tutto velluti appassiti. A causa degli allarmi aerei il concerto inizia presto, alle tre del pomeriggio. «Tutto esaurito. Durante il secondo movimento della (sinfonia in) Sol minore di Mozart salta la luce. Qualche lumino intermittente mostra Furtwängler che continua a dirigere. I violini proseguono, poi si fermano. Furtwängler fa un inchino e lascia lentamente la bacchetta. Il pubblico esce a fumare. I musicisti circondano il direttore come animali spaventati. Dopo un’ora torna la luce». Si riprende con la Prima di Brahms, «come se la bellezza mozartiana, la beatitudine stessa, non avesse più posto in questa città». Il resoconto di quella sera, scritto dalla giornalista-violinista Karla Höcker, ci aiuta a capire come i tedeschi, caduti nell’abisso che loro stessi avevano scavato, ascoltavano la Filarmonica e il loro direttore con fede disperata. Dopo quel concerto Furtwängler sarebbe fuggito nella Confederazione

svizzera, accolto a Ginevra dal suo ammiratore Ansermet, stabilendo casa a Clarens. A guerra conclusa avrebbe subito un celebre processo di «denazificazione», che riteneva immeritato («il mio rimanere qui è la miglior prova del fatto che c’è ancora un’altra Germania… io stesso sono stato messo dal destino in una condizione più onesta di altri tedeschi»). I suoi nemici sottolineavano il fatto che era rimasto il «solo», approfittando del forzoso esilio dei suoi colleghi maggiori (Bruno Walter, Otto Klemperer, Fritz Busch, Erich Kleiber), e delle grandi somme ricevute per la sua attività dalle casse del Reich. I sodali, fra i quali il grande violinista-umanista ebreo Yehudi Menuhin, riconosceranno il fatto che sarebbe stato più facile e lucroso emigrare in America, piuttosto che dirigere (senza fare il saluto) davanti ai vertici nazisti. Ma Furtwängler, nato in una grande famiglia di intellettuali, era nutrito di idealismo romantico: «il nostro regno non è di questo mondo», «suoni e melodie parlano la lingua più alta del regno dello spirito», scriveva il musicista-novelliere E.T.A. Hoffmann. L’eccellenza dei Berliner fu il cavallo di Troia che il fanatico Ministro della Propaganda e dell’Illuminazione Goebbels inviò nei paesi alleati e occupati. Furtwängler lo fece parecchio irritare, difendendo Paul Hindemith e proteggendo musicisti non ariani, ma non poteva evitare di diventarne

strumento. Comunque per i tedeschi sopravvissuti, il direttore della Filarmonica fu il difensore della «Germanità», intesa come ricerca ossessiva dell’espressività. All’opposto dello stile oggettivo della sua bestia nera, Arturo Toscanini, che alle elucubrazioni intellettuali sull’Eroica, rispondeva: «per qualcuno è Napoleone, per altri una battaglia filosofica, per me un allegro con brio». «Espressivo» che scricchiolava nell’equilibrio con i solisti o nell’avventurosa precisione degli attacchi. Ma quando poteva liberare il suo melos giungeva dove dolore e grandezza sono ricerca di «assoluto». Le incisioni straordinarie captate dagli ingegneri della Corporazione radiofonica del Reich, fra il 1939 e il ’45, ora perfettamente godibili nella digitalizzazione pubblicata dai Berliner, non sono solo l’acme della sua arte interpretativa ma anche la colonna sonora della Storia – i nastri, celati per decenni negli archivi sovietici, furono restituiti dopo il crollo del Muro di Berlino. Vengono i brividi a sapere che su un magnetofono AEG K5 l’inquilino del Nido dell’Aquila di Berchtesgaden, il Führer, ascoltava come noi una Quinta di Bruckner trascendentale. Nulla però sorpassa il finale della Prima di Brahms, unico dei quattro tempi superstiti di quell’ultimo concerto all’Admiralpalast. Nel crepuscolo tutti suonano come se non ci fosse un domani.

È di nuovo in cartellone all’Opernhaus un’avvincente opera per bambini, anzi per famiglie, presentata in prima svizzera. Si sta parlando di Coraline di Mark-Anthony Turnage, compositore britannico nato nel 1960 e oggi fra i più riconosciuti. L’interessante libretto di Rory Mullarkey è basato sul celebre romanzo omonimo di Neil Gaiman, una fiaba, un fantasy di atmosfera gotica e con non pochi risvolti «noir» che l’autore aveva scritto, pare, per le sue figlie. Dal romanzo è stato tratto nel 2009 anche un famoso film di animazione, piuttosto cupo per la verità: Coraline e la porta magica, il primo cartone animato in stop-motion con effetto 3D. Anche l’adattamento musicale di Turnage del 2018 prende il nome dalla sua protagonista, Coraline, una spigliata undicenne spesso trascurata dai genitori che, con suo enorme disappunto, tutti continuano a chiamare Caroline. A parte dei vicini alquanto strani, tra cui Miss Spink e Miss Forcible, due strampalate attrici a riposo, non ha amici o altre relazioni sociali. Un giorno, la ragazzina decide di aprire la porta del camino della sua casa e si trova di fronte a una parete di mattoni che poi scompare. Oltre la parete, Coraline trova un’altra realtà parallela, altri genitori, altri vicini e un altro appartamento quasi identico al suo, ma molto più colorato e allegro. La bimba è fortunatamente piuttosto sveglia e capisce in fretta la differenza fra le due realtà e quali sono i veri valori, accorgendosi peraltro quasi subito che in quel mondo così divertente e all’apparenza perfetto c’è qualcosa di molto sinistro. I suoi «altri genitori» che, invece delle solite minestre di verdura, le concedono cioccolata e ogni altra prelibata pietanza a discrezione e,

soprattutto, le dedicano tutte le attenzioni di cui ha bisogno e le dicono sempre di sì, hanno per esempio bottoni al posto degli occhi. L’«altra mamma», pur essendo fisicamente quasi uguale a sua madre, è certo più amorosa e attenta, ma anche più affettata e artificiale. Una mamma finta e falsa che ha per giunta rapito i suoi veri genitori e li tiene prigionieri. Non riveliamo il finale, naturalmente molto educativo. La regia di Nina Russi e la scenografia di Stefan Rieckhoff (suoi anche i costumi, eloquente video design di Tieni Burkhalter e luci di Franck Evin) mettono compiutamente in evidenza la pericolosità di questa realtà parallela: una mano che se ne va in giro minacciosa per la casa e piante carnivore pronte ad attaccare fra le foglie della tappezzeria floreale. Sul podio a distillare una partitura non molto innovativa e differenziata, ma comunque di non facile accesso per i bambini, c’è Ann Katrin Stöcker alla testa di una Philarmonia Zürich peraltro molto precisa. Ottimo il cast su cui campeggiano Deanna Breiwick nel ruolo del titolo, Irène Friedli in quello doppio della madre e dell’ «altra madre», Liliana Nikiteanu nei panni di Miss Forcible e Yulia Zasimova in quelli di Miss Spink. Non possiamo inoltre non ricordare lo spettacolo nello spettacolo rappresentato dallo stesso pubblico. Composto per lo più da bambini di età a partire dagli otto anni, ma curiosi e sorprendentemente attenti. Il loro applauso fra i due atti e alla fine delle due ore di rappresentazione è lungo e caloroso. Dove e quando

Coraline, regia di Nina Russi, Zurigo, Opernhaus. Fino ad aprile 2020. Per le date www.opernhaus.ch

Irène Friedli e Deanna Breiwick nei panni della seconda madre e di Coraline. (© Herwig Prammer) Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 7 gennaio 2020 • N. 02

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Cultura e Spettacoli

Alda Merini, la grazia che resiste

Poesia È uscito recentemente per Einaudi Confusione di stelle

Guido Monti «Io ti amo nelle cose semplici e pure, / in tutto ciò che è elementare e sacro, / … / ti amo nella mia poesia / e nella mia umiltà mai redenta, / ma soprattutto ti amo perché sei un poeta / come me e mi comprendi / …» ecco, come colpi che dal cuore vanno al sentire, dal sentire al cuore, i versi d’amore di Alda Merini al suo secondo sposo e poeta di origini napoletane Michele Pierri, tratti dalla raccolta di recente uscita per la bianca di Einaudi dal titolo Confusione di stelle (pp. 128, euro 12.50) per l’ottima curatela di Riccardo Redivo ed Ornella Spagnulo, ai quali si deve il ritrovamento delle poesie, tutte inedite e risalenti al periodo 1982-85, tra i faldoni della corrispondenza del critico letterario Oreste Macrì.

Furono pochi coloro che seppero bene intendere il talento e il mondo interiore di Alda Merini, poetessa dei Navigli E proprio ora nel decennale della sua morte, la poetessa milanese è presente più che mai nella testa di tanti lettori e in speciale modo dei più giovani perché dal suo primo libro La presenza di Orfeo del 1953 sino all’ultimo, Il carnevale della croce, uscito nel 2009 proprio per Einaudi poco prima della morte, ha mantenuto sempre una salubrità di spirito, un bagliore, uno scatto di nervi applicato alla lingua di chi per vitalità appartiene alla giovinezza del sentire e per incanto sempre vi rimarrà; anche se certi dottori con le loro cartelle della verità, cercheranno di farle per tanti anni lo sgambetto: «Se lo psicanalista ammalato / smettesse di versare argento / sulle parole infuocate, / … / allora scoprirebbe l’anima / e la centrale del male. / …» nella notte della degenza manicomiale che la ingoiò come un novello Orfeo nell’antro nero. Ecco però il miracolo della poetessa che mutò ben presto quel posto cavo in quello di una sibilla grazie alla sua

tempra interna che mai affievolì. Difatti da quel luogo disperato, trasse forza per vaticinare lungamente negli anni a seguire già dal libro La terra santa edito nel 1984 da Scheiwiller e prefato da Maria Corti, quale fosse il senso dei giorni attraverso quella continua attività di sfrondamento e spoliazione della parola all’interno della quale il mondo alto e basso riusciva miracolosamente a convivere dando ad essa la forza dell’immanenza come soffiata però dentro una bolla di trascendenza: «… / Il mio primo trafugamento di donna / avvenne in un angolo oscuro / sotto il calore impetuoso del sesso, / ma nacque una bimba gentile / con un sorriso dolcissimo / e tutto fu perdonato. / …». E se scorriamo i primi versi della sedicenne, risalenti alla fine dei ’40, pieni di velature esistenziali ma anche di abbandoni: «Se tutto un infinito / ha potuto raccogliersi in un corpo / come da un corpo / di sprigionare non si può l’Immenso? // …» e poi a seguire questi della metà degli anni ’80 sempre dal libro Confusione di stelle, alcuni dei quali dai toni stilnovistici ancora sull’amore per Pierri: «… / io mi abbandonava ai suoi baci, / tutta egli nel cuore sì mi prese / ch’io confusi il mio giorno corrisposto, / e non mi stanco di quel suo canto / ove arde dentro lo spirito Santo», è chiaro come Merini abbia mantenuto intatto quel suo tono di abbagliato stupore, non per la vita astratta ma per quella che concretamente si dispiega nell’attimo. Pochi i benemeriti che davvero la intesero, Spagnoletti certo, che la antologizzò nel 1950, Oreste Macrì, Giorgio Manganelli suo primo amore, Scheiwiller, Pasolini che intervenne con un saggio sulla rivista «Paragone», parlando di linea orfica, anche se poi Ambrogio Borsani nell’ottima introduzione all’opera II suono dell’ombra (poesie 1953-2009) per Mondadori, afferma come già altri: «…non ha più senso dibattere sull’orfismo, sulla spontaneità… ma certo di una poesia di forte intensità emotiva…» e Maria Corti curatrice delle opere più importanti, poi Raboni che da gran poeta capì la sua forza visionaria, prefacendo per Crocetti nel 1988, l’antologia Testamento e recensendola nel 1990 senza rispar-

miarsi sul «Corriere della sera» ed infine Paolo Di Stefano che si batté perché Einaudi la pubblicasse. Alda Merini poetessa dei Navigli ricordiamolo, fu sempre affamata di relazioni e non solo nella seconda parte dell’esistenza, perché affamata di vita, e certo la sua scrittura sin dall’inizio è stata vicina a quei grandi mistici come san Juan de la Cruz, dove il verso corre sempre a rimbalzo tra due vertici opposti, quello della pulsione spirituale e l’altro del contatto fisico, organico; ecco per la poetessa se uno dei due apici mancava, l’altro perdeva forza e tutto si spegneva. Così dice alla moglie di Oreste Macrì sempre in Confusione di stelle: «… / Del tuo essere giovane e / selvaggia, / Albertina, non ricordi più nulla, / ma quel tuo primo amore / ha una parola / dolce di perla nello stanco / seno». Ma ciò che di questa poetessa è lì ad aleggiare sulla nostra quotidianità, è il suo raro insegnamento di donna resistente, per usare un termine corrente, seppur strapazzata e sgualcita dalla vita sin da giovane. Allora all’incrocio dei suoi tanti libri, delle tante nuove sorprendenti poesie, è come rivederla camminare all’angolo di Ripa di Porta Ticinese, dentro certi suoi vestiti sgualciti ma con le braccia aperte verso gli amori della vita. Eccoli lì uno accanto all’altro a riguardarla e ringraziarla, formano inconsapevoli la scia felice e dolente di tutte le sue parole. E nella poesia congedo del libro così piena di presentimento, datata 1981, al suo primo marito Ettore Carniti, che difatti morirà di lì a poco, ancora Alda è capace di restituirci frammenti alti di amore disperato che noi tutti dovremmo far nostri per poi donarli a questa distratta ed avara società: «Caro, io e te siamo soli, / i nostri profili si stagliano contro il vento / da innumeri anni oramai, / ci teniamo per mano / come andassimo al giudizio di Dio / che tarda troppo a venire; / … / e io ho raccolto ogni tuo strascico di anima, / me ne son fatta un forte mantello, / perché io e te siamo soli, / … / e allora abbiamo la pelle bruciata dal vento, / dalle piogge, dal sole, / perché tacendo abbiamo fatto un lungo discorso / con l’Eterno, con Dio, / …».

Siamo nani sulle spalle di giganti Incontri Nell’ambito delle Colazioni

letterarie del LAC Paolo Pagani presenterà il suo nuovo libro Natascha Fioretti L’undici gennaio per il ciclo Colazioni letterarie, il giornalista italiano Paolo Pagani dialogherà con Yvonne Pesenti Salazar per presentare il suo libro edito da Neri Pozza I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo. Una lettura non solo consigliata ma necessaria per riflettere sul nostro tempo in un momento simbolico come quello del passaggio al nuovo anno. Una piccola edizione densa di sostanza che attraverso una ricognizione storica, topografica e passionale racconta un viaggio-reportage sentimentale alle radici della cultura europea e propone una personale ricostruzione di una certa Europa. Dall’Olanda del Seicento fino alla Svizzera del Novecento, il lettore attraversa in lungo e in largo il Vecchio Continente e incontra quei filosofi che secondo Paolo Pagani hanno promosso idee e pensieri lungimiranti, potenti, fondativi, ancora oggi attuali e vivi. Con un Martin Heidegger in copertina a passeggio nei boschi della Foresta Nera di Todtnauberg, il volume si apre sul secolo del genio nel quale hanno convissuto menti formidabili come quelle di Leibniz, Spinoza, Cartesio, Newton e Blaise Pascal, il secolo in cui furono scavate le fondamenta del mondo moderno e furono generate le grandi idee che hanno spalancato la Modernità. Nel 1632, nel quartiere di Waterlooplein ad Amsterdam, nacque Baruch Spinoza «filosofo rarefatto e appartato, un paradossale uomo di Dio laico, meditabondo, fragile e isolato». È questo sguardo umano e appassionato a fare la differenza in un testo che ci parla di filosofia ma ha il merito di aprire sguardi profondi sulle vite dei grandi pensatori attraverso i luoghi che hanno abitato e nei quali hanno partorito i testi fondamentali del nostro sapere. Da quali presupposti è partito per il suo libro?

Attraversiamo un momento sciagurato per l’Europa e mi sono domandato che cosa andasse perduto, cosa avremmo rimpianto, da dove viene la grandezza dell’Europa. Per trovare delle risposte sono andato alla ricerca di quei valori fondativi sui quali è costruito il Vecchio Continente e ho scoperto che sono soprattutto culturali. Ho individuato quei valori che secondo me stanno alla base della nostra grandezza che rischia di scomparire e ho definito la nostra condizione, quella di nani sulle spalle di giganti. Dall’Olanda di Spinoza fino alla California dell’esilio di Thomas Mann, sono andato a vedere i loro luoghi, convinto che le idee appartengano a quei posti così come certi luoghi, non altri, appartengono a quelle idee.

Karl Marx visse nei bassifondi di Londra, Ludwig Wittgenstein, scrittore imperterrito animato da forti passioni etiche nel corso di un’esistenza tolstojana, dal fastoso palazzo viennese di famiglia andò in Gran Bretagna, Irlanda e Norvegia dove con le sue mani costruì una baita a picco sul fiordo di Sogne. Lei è stato in tutti questi posti?

Un’intensa immagine di Alda Merini risalente agli Anni Ottanta. (Keystone)

Ho voluto andare a vedere dove vivevano e che storie avevano le idee che mi appassionavano. Il mio non è un trattato teoretico, non è un libro di filosofia in senso accademico ma un lungo racconto di vite filosofiche. I luoghi mi sono serviti per entrare nell’officina della scrittura, per andare nei locali dove Spinoza molava le lenti per sbarcare il lunario, per conoscere le passeggiate che Wittgenstein faceva in Irlanda davanti all’Atlantico. Sono entrato nelle loro case, nelle vie, negli

Sulla copertina del libro di Pagani un inedito Heidegger a passeggio.

uffici, qualche volta nelle camere da letto e ho spiato, certe volte immaginando, altre trovando ancora delle tracce. A proposito di Leibniz e di Newton dice che la formidabile attualità di entrambi risiede nella perfetta armonia di cultura umanistica e di aspirazione costante al progresso del patrimonio scientifico-tecnico che li caratterizzava. A noi questa sintesi manca, non le sembra?

Tutti i pensatori che ho scelto sono portatori di modernità e da qui viene il rimpianto, la malinconia di non trovare più visioni di questo genere nei gruppi dirigenti contemporanei, di non trovare più indicazioni di pensiero di questa profondità adesso, intorno a me. Ciò che affascina sono anche gli incontri tra i grandi intellettuali e pensatori del passato, la loro capacità di confrontarsi in scambi dialettici costruttivi. Anche questo, mi pare, lo abbiamo scordato.

Come diceva Nietzsche «ci sono solo interpretazioni, non ci sono fatti». Viviamo nell’era della connessione totale e continua ma mancano persone, mancano élite intellettuali che si mettano in contatto, in comunicazione per elaborare dei pensieri originali. È paradossale ma nell’Olanda del Seicento, in cui le carrozze ci mettevano settimane a trasportare lettere, Spinoza, il più eremita dei filosofi, era in contatto con i più grandi talenti e geni d’Europa. Ecco perché c’è da rimpiangere certi pensieri, certi luoghi che è bene visitare per ricordarsi certe idee. I luoghi del pensiero dovrebbe costituire un monito: ricordarci che cosa è stato, anzi, che cosa siamo stati. Da Spinoza a Hesse, da Amsterdam a Montagnola, a unire l’ampia galleria di personaggi c’è un valore, anche questo sempre più raro, ed è la coerenza. Ci spiega in che modo?

Tutte le loro vite furono condotte filosoficamente, furono vite mosse, animate da una profondissima coerenza tra vita e pensiero. Definisce i suoi filosofi portatori di modernità ma anche costruttori di mondi. Perché?

Sono tutti personaggi che hanno vissuto in epoche turbolente e hanno combattuto per il loro pensiero, per questo sono costruttori di mondi e per questo motivo non possono non fungere da modelli per il nostro futuro. Il nostro futuro sta nel nostro passato. Dove e quando

Paolo Pagani, I luoghi del pensiero, Lugano, Hall LAC, 11 gennaio 2010, ore 11.00.


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Profile for Azione, Settimanale di Migros Ticino

Azione 02 del 7 gennaio 2020  

Azione 02 del 7 gennaio 2020  

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