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Compilare integralmente questo tagliando e imbucarlo domenica 24 aprile 2016 nell’apposita urna posta nella mall del Centro S. Antonino. Al massimo un tagliando per persona. Il concorso è aperto a tutti i residenti in Svizzera – età minima 18 anni – eccetto i collaboratori di Migros Ticino e dei negozi e ristoranti del Centro S. Antonino. Nessun obbligo d’acquisto. Sul concorso non è prevista alcuna corrispondenza. I vincitori saranno contattati personalmente. Ogni partecipante autorizza a pubblicare il proprio nome e cognome e la sua foto in caso di vincita di un premio.

Centro S. Antonino Via Serrai 5 Telefono 091 850 85 11 Orario di apertura: lunedì – sabato dalle 8.00 alle 18.30, giovedì alle 21.00


Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXIX 18 aprile 2016

Azione 16

Società e Territorio Un progetto di reinserimento socio-professionale per lottare contro le piante neofite invasive

Ambiente e Benessere Ultimo articolo della serie dedicata all’uso in medicina di radiazioni e di radioprotezione

Politica e Economia Quattro grandi minacce che incombono sull’Europa in affanno

Cultura e Spettacoli Al MASI di Lugano un omaggio al pioniere russo Aleksandr Rodčenko

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di Elisabetta Oppo pagina 8

Marka

Imparare a litigare

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Terremoto panamense di Peter Schiesser I Panama Papers suggellano su scala planetaria la svolta in atto da alcuni anni nella lotta alla criminalità economica. Con il furto di 11,5 milioni di documenti relativi a 214’488 società bucalettere, trust, fondazioni situate in 21 «oasi fiscali» dallo studio legale panamense Mossack Fonseca, nella scia dei furti di dati a banche svizzere, le regole del gioco sono definitivamente cambiate: più delle indagini di un magistrato può il potere di un informatico, in special modo se coadiuvato da un pool di giornalisti, come in questo nuovo caso. La globalizzazione aiuta: 376 giornalisti di oltre 100 testate di 76 nazioni, coordinati dal Consorzio internazionale di giornalisti investigativi (ICIJ), hanno analizzato, selezionato, fatto ricerche durante un anno su un enorme quantitativo di materiale (2,6 Terabyte) – un’impresa impossibile per una singola testata; una risposta forte, degna della categoria giornalistica, tanto più in anni di forti ridimensionamenti e risparmi nel mondo della stampa. La globalizzazione aiuta anche in un altro senso: hacker e ladri di dati sfruttano facilmente la totale digitalizzazione dei dati, che permette

la raccolta di un enorme quantità di informazioni in poco tempo. Così è stato anche nel caso dello studio legale Mossack Fonseca (MF), uno dei più importanti al mondo nel campo delle operazioni finanziarie offshore. E l’alleanza fra lo sconosciuto hacker o ladro di dati della MF con i giornalisti dello ICIJ dà agli inquirenti dei singoli Paesi la possibilità di aprire delle inchieste su persone, istituti e/o intermediari finanziari, ai politici la possibilità di rivedere il quadro giuridico in materia di reati finanziari e all’opinione pubblica di venire a conoscenza di realtà spesso intuite ma non provate. Quale portata hanno i Panama Papers? Troppo presto per dirlo, ma senza dubbio il terremoto è forte. Intanto, l’incoerenza politica di chi predicava contro i trust e in segreto ne approfittava miete le prime vittime: il premier islandese Gunnlaugsson si è dovuto dimettere, il primo ministro britannico Cameron ha perso credibilità, ciò che si è subito riflesso in un aumento dei consensi per un Brexit. Al riparo da ogni pericolo resteranno invece uomini forti dello stampo di Putin (per il quale, si sospetta, l’amico cellista Boldugin fa da prestanome per un patrimonio miliardario in una banca straniera a Zurigo), poiché non devono rendere conto alla magistratura e molto poco

all’opinione pubblica, ben manipolata. Qualche inchiesta è stata aperta contro personaggi sospettati di corruzione o evasione fiscale, altre potrebbero seguire. Ma per l’opinione pubblica è soprattutto importante sapere che grazie a società fantasma molti potenti del mondo riescono a nascondere i loro immensi patrimoni, accumulati illegalmente, il regime siriano può finanziare la sua guerra, e l’Iran riusciva ad aggirare l’embargo petrolifero iraniano – sapere, insomma, che è è stato fin troppo facile sfruttare la zona grigia costituita dalle società offshore. Tuttavia, non va fatta di tutta l’erba un fascio: la costituzione di una società offshore non è per forza sinonimo di reato economico, ma è vero che le società offshore sono facilmente sfruttabili per chi intende nascondere capitali di provenienza illecita (di organizzazioni criminali, ma anche frutto di corruzione e di evasione fiscale). Ci sono senza dubbio delle lacune legislative che rendono facile l’occultamento di capitali rubati – chiamiamoli pure così – e queste vanno analizzate (ne riferiremo nelle prossime edizioni), ma non bisogna farsi illusioni: le leggi zoppicheranno sempre; tuttavia, come abbiamo visto, i magistrati possono trovare nuovi alleati.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 aprile 2016¶N. 16

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Attualità Migros

M Dal 1986 al «Centro» del commercio ticinese Anniversari Un’importante ricorrenza trentennale per Migros Ticino

e per le sue attività a S. Antonino

Ricorre quest’anno il 30° dell’apertura del Centro S. Antonino. Il centro era stato inaugurato infatti nel corso della primavera del 1986, dopo 18 mesi di lavori (nell’immagine qui sopra la fisionomia precedente): da allora accoglie gli spazi di vendita di Migros Ticino e dei suoi inquilini. Già in fase di progettazione il complesso su due piani era stato immaginato e voluto con una concezione innovativa (vedi progetto della facciata), lontana da quella dei più tradizionali

grandi magazzini e dei centri commerciali, in quegli anni presenti soprattutto oltre Gottardo. La vocazione del centro, come riporta il testo di presentazione diffuso all’epoca, era «di creare una costruzione che si inserisse con rispetto nella regione, che lasciasse penetrare l’ambiente esterno e dove venissero impiegati materiali presenti nella natura ticinese, con abbinamento a un’architettura moderna a tradizionali soluzioni di costruzione del passato». Oltre all’assenza di barriere architettoniche, una grande novità per quegli anni era stata l’utilizzo dei grandi lucernari, che ancora oggi offrono un’apprezzata illuminazione naturale. Una cura particolare era stata prestata anche all’agibilità del Centro, collocato all’interno di un comodo parcheggio dal quale tre vie di accesso – a ovest, est e sud – conducevano all’interno dello stabile, confluendo verso la piazza centrale. Particolarmente apprezzato

in questo disegno generale, l’ampio giardino, con lo stagno, le panchine e la zona dedicata ai giochi per i bambini. Varie pareti erano state originariamente costruite con materiale proveniente da vecchie costruzioni ticinesi. Erano state mescolate con elementi più moderni, per dare una maggiore vivacità all’architettura degli interni. In molti ricorderanno per esempio la sala nell’area del ristorante Migros al primo piano che richiamava la struttura del grotto, o ancora la fontana di granito nella mall. Anche a livello tecnico la filiale Migros di S. Antonino portò una assoluta novità per l’intero settore del commercio al dettaglio svizzero. Migros Ticino venne infatti scelta come Cooperativa pilota per un test nell’utilizzo delle casse con scanning automatico dei codici a barre: quello di S. Antonino fu tra i primissimi negozi a esserne dotato (foto in alto a sinistra). Il test diede risultati più

che positivi e il nuovo sistema elettronico venne negli anni successivi esteso a tutte le filiali, segnando l’avvio di una radicale trasformazione delle modalità di pagamento, così come della gestione di vendite, stock e ordinazioni. Nel 2007 il Centro di S. Antonino è stato oggetto di un radicale intervento di ammodernamento della struttura, dell’impiantistica e delle superfici interne, così come di un rinnovo dell’offerta proposta dagli inquilini. Inoltre, malgrado la superficie di vendita Migros sia rimasta invariata, è stato dato maggiore spazio agli assortimenti, alimentari e non, presenti sui due piani. Ciò in conseguenza allo spostamento dell’offerta dei mercati specializzati, precedentemente presenti al primo piano: giardinaggio e fai da te (dal 2005 proposti da Migros sotto insegna Obi), oltre a Micasa e sportXX dal 2010 si trovano infatti nella struttura realizzata nella parte dello stabile della sede cen-

cessivi sconvolgimenti della struttura. Il centro era stato realizzato con criteri d’avanguardia per l’epoca, sia nella costruzione, nella scelta dei colori interni ed esterni, nella luminosità, ecc. In

particolare l’ambientazione di vendita e la disposizione dei prodotti era legata a un nuovo concetto di merchandising: si prevedevano per la prima volta nicchie e banchi di servizio, che mettevano in risalto gli assortimenti. Era una scelta operativa che precorreva i tempi: il centro (qui a lato la locandina per la sua inaugurazione), infatti, è stato meta di visite di studio da tutta la Svizzera e anche da varie parti d’Europa. D’altro canto si è confermata l’importanza strategica nella scelta della collocazione, con l’acquisto dei terreni che rispondeva a una visione diventata poi realtà: la sua centralità geografica ha favorito l’importanza economica di S. Antonino, diventata in seguito un polo d’attrazione per altri commerci e industrie e favorita dalla presenza della strada di transito per il locarnese che, oltre a servire la clientela locale, ha portato una forte affluenza di turisti. Il suo ruolo di punto di riferimento è andato ulteriormente rafforzandosi con l’apertura della galleria del Ceneri avvenuta nel 1984.

Una lunga storia di successo Oltre ad avere uno dei suoi più importanti punti vendita nel Comune, dal 1972 S. Antonino è anche il domicilio della Cooperativa Migros Ticino. In quello stesso anno, infatti, era stata inaugurata la sede centrale della cooperativa, dove, ancora oggi trovano spazio le unità amministrative e logistiche dell’azienda ticinese. Dal momento della sua costituzione, nel 1933, la prima sede centrale di Migros Ticino era stata insediata a Lugano-Besso. Nel 1950 venne poi trasferita in uno stabile più moderno e funzionale a Taverne. Grazie alla sua posizione centrale nel territorio cantonale e allo sviluppo turistico che si era registrato in quel periodo, già dai primi anni Settanta S. Antonino aveva evidenziato numerose caratteristiche che ne indicavano l’idoneità quale luogo per la realizzazione di un supermercato di maggiori dimensioni e con un assortimento più completo rispetto a quelli proposti nei centri cittadini. Nel 1978 viene così aperto il primo supermercato Migros a S. Antonino, su

Azione Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

una superficie di vendita di 1200 mq che trovava spazio al pianterreno della sede centrale, mentre al primo piano il ristorante originariamente dedicato al personale veniva ampliato e aperto al pubblico. Di fronte all’entrata del centro, un nuovo stabile ospitava infine su 1300 mq il mercato specializzato per il giardinaggio e il campeggio, oltre a una stazione di servizio Migrol. S. Antonino è diventato nel corso degli anni il centro con l’offerta più completa del Sopraceneri. Per garantire l’accesso all’area dei suoi servizi è stato addirittura costruito un cavalcavia, al cui finanziamento ha partecipato in larga misura Migros Ticino. La progettazione e la realizzazione del centro, benché a suo tempo ritenuta molto coraggiosa, ha nel corso degli anni dimostrato di essere stata una scommessa vinta e lungimirante dal punto di vista architettonico. Lo hanno confermato in particolare i lavori di ristrutturazione del 2007 in cui non sono stati necessari particolari accorgimenti per l’ammodernamento, né ec-

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

Tiratura 101’035 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

trale che guarda verso Cadenazzo. Con il completamento dell’offerta Migros e con le proposte accessorie degli altri negozi che operano sotto lo stesso tetto, il Centro S. Antonino ha saputo adattarsi ai tempi e mantenere l’attrattività che da sempre caratterizza le attività commerciali di Migros Ticino a S. Antonino.

Revoca delle elezioni Elezioni di rinnovo degli organi della Cooperativa Migros Ticino

Gentili cooperatrici, egregi cooperatori, in riferimento all’avviso apparso nel n. 10 di «Azione» del 7 marzo 2016 concernente l’elezione per un mandato di quattro anni (luglio 2016-giugno 2020) del Consiglio di cooperativa, del Consiglio di amministrazione, dei delegati alla Federazione delle cooperative Migros e del rappresentante di Migros Ticino in seno al Consiglio di amministrazione della Federazione delle cooperative Migros e, per un mandato di due anni (2016-2017), dell’Ufficio di revisione, vi informiamo che il numero dei candidati validamente proposti è uguale al numero dei mandati a disposizione. Conformemente all’articolo 38 dello Statuto, l’elezione ha dunque avuto luogo tacitamente e possiamo revocare lo scrutinio annunciato. Rinunciando a presentare proposte elettorali, i soci cooperatori di Migros Ticino hanno lasciato al suo Consiglio di cooperativa e al suo Consiglio di amministrazione il compito di selezionare i candidati per la durata del nuovo mandato. Ringraziamo per questa testimonianza di fiducia. I nomi delle persone elette conformemente alle proposte congiunte di questi due organi saranno pubblicati nel numero 25 di «Azione» del 20 giugno 2016. Sant’Antonino, 18 aprile 2016 Cooperativa Migros Ticino Il Consiglio di amministrazione

Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 aprile 2016¶N. 16

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Società e Territorio «Recuperare» la licenza di scuola media Da sette anni Pro Juventute Svizzera italiana aiuta i giovani che non sono riusciti a portare a termine le scuole dell’obbligo pagina 7

Litigare fa bene I conflitti tra fratelli sono naturali e positivi per la crescita: intervista al pedagogista Daniele Novara che spiega ai genitori come gestirli pagina 8

Per estirpare le piante invasive bisogna operare manualmente asportando completamente le radici: un lavoro che richiede tempi lunghi e grande cura. (Ti-Press)

Specialisti contro le neofite Socialità La lotta alle piante neofite invasive ha dato avvio a un progetto cantonale di reinserimento professionale

che ha coinvolto Caritas Ticino e l’associazione L’Orto di Muzzano Roberto Porta A ben guardare tutto ebbe inizio con Cristoforo Colombo, fu lui il primo a portare in Europa quelle che oggi chiamiamo «piante neofite invasive». Da quel lontano 1492 di tempo ne è passato e oggi sono ormai parecchi i tipi di arbusti giunti nel nostro territorio, in arrivo da ogni parte del mondo. Una presenza molto spesso dovuta a noi esseri umani che di ritorno dai nostri viaggi ci dilettiamo a trasportare cibo, semi e ogni tipo possibile di pianta ornamentale. Vegetali che sovente superano l’esame della bellezza ma che altrettanto spesso provocano problemi non solo alla biodiversità del territorio ticinese ma anche alle singole persone, visto che possono causare infiammazioni o allergie. Il semplice contatto con il Panace di Mantegazzi – con queste piante c’è anche tutta una terminologia da scoprire – può ad esempio provocare forti infiammazioni alla cute. «Ma questi arbusti causano anche perdite economiche per la collettività – fa notare Mauro Togni, coordinatore presso il Dipartimento del territorio del gruppo di lavoro «organismi alloctoni (Neobiota)» – Possono, ad esempio, compromettere la tenuta dell’argine di un fiume o rendere necessari interventi più frequenti e difficili per la manutenzione delle strade. Non per nulla a livello

europeo le perdite economiche stimate si aggirano addirittura attorno ai 12 miliardi di euro all’anno». E come se non bastasse queste piante si riproducono e si diffondono molto velocemente, a danno molto spesso delle specie indigene. Da qui la necessità di intervenire e da qui il progetto pilota che in canton Ticino porta avanti dal 2015, con un ruolo di pioniere nel settore in Svizzera. Tre i dipartimenti interessanti – Territorio, Socialità e Finanze – per un’iniziativa che mira a unire due obiettivi: quello ambientale e quello sociale. Da un lato si tratta di estirpare queste piante, dall’altro di dare lavoro a persone a carico dell’assistenza sociale, attraverso il coinvolgimento di Caritas Ticino e dell’associazione L’Orto di Muzzano. «Quando si riesce a coniugare felicemente l’attenzione all’ambiente, cioè una preoccupazione ecologica, con il reinserimento lavorativo di persone in assistenza si può essere molto soddisfatti – sottolinea Roby Noris, direttore di Caritas Ticino – Trovare attività utili e poterle svolgere senza fare concorrenza, creando una possibilità di impiego autentico per chi è fuori dal mercato del lavoro, è infatti un’impresa complicata che si è inserita facilmente nel quadro più ampio del programma occupazionale di Caritas Ticino, che dà lavoro a 150 persone nell’ambito del riciclaggio di materiale

elettronico, di tessili, di mobili e di oggettistica, a cui si aggiunge anche l’orticoltura bio». Il via a questo progetto è stato dato l’anno scorso e anche per quest’anno si basa sul sostegno delle casse cantonali, «con un importo di 200mila franchi annui», precisa Mauro Togni del Dipartimento del territorio. «Il bilancio è senz’altro positivo, i lavori prestati sono stati eseguiti con la piena soddisfazione dei committenti – ci dice René Widmer, capo-squadra del progetto presso l’associazione L’Orto – Dopo una prima fase di assestamento, il numero dei componenti della squadra si è stabilizzato permettendo così la programmazione formativa e un costante miglioramento tecnico degli interventi. Di pari passo siamo riusciti a far combinare il lavoro con la formazione tecnica dei partecipanti». Caritas e L’Orto sono finora intervenute in 42 comuni e in circa 280 giorni di lavoro hanno sradicato piante per un totale di circa 40 tonnellate di materiale vegetale eliminato. Tra questi interventi anche alcuni che riguardano i corsi d’acqua. «Siamo intervenuti in tutte le regioni del cantone Ticino – rileva Mauro Togni – ci sono piante che sono diffuse su tutto il territorio, come l’Ailanto, e altre, come il Poligono del Giappone, che si concentrano in particolare lungo

i corsi d’acqua del Piano di Magadino e lungo la Valle del Cassarate». L’eliminazione delle piante estirpate va fatta con grande cura, perché molto spesso basta lasciare qualche residuo vegetale per permettere una loro rapida ricrescita. Anche per questo motivo il progetto ha permesso di formare degli specialisti in materia, inseriti in un programma occupazionale che permette ora di guardare con maggiore ottimismo al loro futuro professionale. «Dopo qualche difficoltà iniziale, si è vieppiù notato un miglioramento generale dell’atteggiamento dei partecipanti verso la misura che gli è stata proposta – sottolinea René Widmer, dell’associazione L’Orto – Il recupero dell’identità socio-lavorativa di cui i nostri collaboratori progressivamente stanno beneficiando produce effetti positivi per tutti, sia a livello di umore sia per quanto riguarda il loro benessere psico-fisico». Dall’anno prossimo questa iniziativa dovrebbe riuscire a raggiungere una propria indipendenza finanziaria. In questi primi due anni si stanno infatti formando alcuni veri e propri specialisti nella lotta alle piante invasive, un ruolo e un compito che certamente potrà essere molto utile a comuni o aziende forestali alle prese con la presenza di questi vegetali. «Per estirpare la maggior parte delle specie di piante invasive bisogna operare

manualmente scavando e asportando completamente le radici: un lavoro che richiede tempi molto lunghi e quindi costi molto elevati – fa notare ancora Roby Noris – Difficilmente si potrà rendere economicamente praticabile questa attività secondo le leggi di mercato. Ma siccome è un’attività assolutamente necessaria si possono immaginare forme combinate di finanziamento, con una componente di riconoscimento statale in quanto attività di bene pubblico. Ciò permetterebbe a comuni e enti diversi di intervenire con contributi finanziari sostenibili. In quest’ottica Caritas Ticino ha già cominciato a stipulare contratti con diversi comuni per continuare questa attività nel 2017 quando il progetto cantonale sarà terminato». «Dipenderà molto dalla sensibilità che dimostreranno gli enti pubblici ma anche dall’interesse dei privati – sottolinea René Widmer – I lavori di eradicazione di questi organismi vegetali sono lunghi, i costi iniziali, soprattutto del primo intervento, sono importanti, ma se considerati come investimento, possono essere sicuramente accettabili». In ogni caso se tutto era partito dalle caravelle del 1492, il Ticino sembra aver trovare l’uovo di Colombo per combattere le piante neofite ma anche per favorire il reinserimento professionale di chi oggi è in assistenza.


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Società e Territorio

Un esame per ritrovare la fiducia Pro Juventute Da sette anni la sezione della Svizzera italiana aiuta i giovani che non sono riusciti a conseguire

la licenza di scuola media accompagnandoli nella preparazione dell’esame da privatisti Laura Di Corcia Quando qualcosa si spezza, riannodare i fili diventa difficile, se non quasi impossibile. Nel caso di un percorso scolastico, poi, ecco che subentrano frustrazione, vergogna, sfiducia verso le proprie capacità: tutti temi che conosce molto bene chi ha a che fare da vicino con l’adolescenza. Un dato, però, dovrebbe farci riflettere: sono sessanta all’anno circa, i ragazzi e le ragazze che non riescono a conseguire la licenza di scuola media, che abbandonano la scuola prima di aver ottenuto l’attestato che è alla base di un futuro lavorativo equilibrato e stabile. Certo, il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport offre la possibilità di dare l’esame da privatisti, ma la cosa è tutto fuorché scontata.

Con questo progetto scolastico ed educativo Pro Juventute Svizzera italiana segue circa 50 ragazzi all’anno Per aiutare gli ex studenti e le ex studentesse decisi a recuperare la lacuna, dal 2009, quindi da sette anni, l’Associazione Pro Juventute Svizzera italiana si assume l’impegno di accompagnare gli iscritti al fine di realizzare un’impresa difficile anche dal profilo psicologico. «È un progetto ambizioso – spiega Ila-

rio Lodi, Responsabile di Pro Juventute Svizzera italiana – si tratta di seguire questi giovani, per 5-6 mesi, da gennaio a giugno: in questo periodo i ragazzi possono riprendere, seguiti da docenti di materie diverse in orari serali, le nozioni utili per prepararsi all’esame da privatista. Di solito hanno concluso la scuola almeno un paio di anni prima e poi hanno provato a costruirsi un futuro professionale, senza successo. In totale ne intercettiamo 50 all’anno, che arrivano da noi tramite il Decs o grazie al passaparola di chi ha già seguito il nostro percorso. Lo sforzo economico richiesto, oltretutto, è minimo: la tassa di iscrizione costa a loro o alle loro famiglie 250 franchi in totale». Non bisogna credere che si tratti solo di stranieri – sbaglieremmo: ci sono anche ragazzi nati e cresciuti qui che per vari motivi non sono riusciti, durante il loro percorso scolastico, a ottenere l’attestato. Il progetto è seguito da un responsabile, Giorgio Petruccelli, che coordina le tre sedi di Chiasso, Lugano-Paradiso e Bellinzona, ognuna provvista di un responsabile di sede. Il loro scopo, come sottolinea Viviana Bergomi, laureata in Pedagogia curativa e responsabile della sede di Chiasso, è quello di accogliere i ragazzi, sostenerli durante il percorso, soprattutto nei momenti più difficili e di scoramento. «Lavorando a stretto contatto con i giovani mi sono accorta che non sono tanto la matematica, l’italiano o il tedesco a metterli in difficoltà, quanto il vissuto non sempre semplice con i docenti – aggiunge la responsabile

– Il mio ruolo può anche essere di inviare un messaggino se vedo che mollano le lezioni e i corsi serali, oppure parlare dieci minuti prima dell’appuntamento col docente che li segue per questa o quell’altra materia. I ragazzi hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno che crede in loro e nella loro riuscita». Una riuscita, a quanto pare, al-

disagio: non l’ho manifestato drogandomi o con altri atti di ribellione, ma ho iniziato a trascurare la scuola». Quindi, a 16 anni, l’abbandona, dando poca importanza al tutto. Si arrangia, fa qualche lavoretto: per un po’ va. Poi parte per Parigi, dove fa la ragazza au pair, torna e decide che vuole un po’ di stabilità. Cerca un impiego come apprendista, non lo trova. Mi spiace, si sente dire, senza licenza media niente da fare. Dopo qualche anno di instabilità, due anni fa, all’età di 21 anni, si rimette in gioco. «Il primo anno mi ha seguita Giacomo Petruccelli, che ha davvero fatto di tutto per aiutarmi a trovare un equilibrio, interessandosi anche di altre cose che non riguardavano il semplice percorso scolastico». Catia non ce la fa, ma durante quei mesi ha capito una cosa: non deve mollare, deve imparare a portare a termine quanto iniziato. Quella, forse, la lezione più

importante. «Il secondo anno mi ha seguita Piera (Kruisinga, ndr), che sento ancora oggi. Alla fine ce l’ho fatta: ho ottenuto la licenza e mi stavo per iscrivere alle Commerciali di Chiasso, visto che avevo la media per entrarci». Poi però, subentra un dolce imprevisto: la maternità. Adesso Catia è impegnata a far la mamma, ma non ha dimenticato l’obiettivo di realizzare se stessa anche da un punto di vista professionale. «Mi piacerebbe lavorare in un asilo nido, ma visto che è molto difficile, credo che mi orienterò sul cucito di interni». Olga (nome fittizio), viene da una realtà di povertà. In Lettonia la vita era difficile e sbarcare il lunario era molto più importante che imparare a far di conto o leggere i classici della letteratura. «Ho dovuto quasi subito darmi da fare per far quadrare il bilancio della famiglia. Di giorno lavoravo al mercato e frequentavo le scuole sera-

li. Ovviamente è durata poco: troppo difficile portare avanti le due cose insieme». Quando si trasferisce in Svizzera, inizia a provare vergogna, sente che vuole ottenere la licenza delle scuole medie. Ma l’allora marito si oppone, dicendo che non le sarebbe servita a nulla. Il matrimonio, però, non funziona: trovandosi sola con tre bambini, Olga decide che è il caso di mettersi sotto per il futuro suo e della sua prole. «Piera e Giacomo sono stati meravigliosi, a un certo punto ho avuto l’impressione che ci tenessero più di me a questa licenza». In Lettonia non era un problema vivere senza il diploma di scuola media, ma qui in Svizzera sì: sembra un handicap. Per questo Olga preferisce rimanere in anonimato. Ma queste sono storie da conoscere, per riflettere sulla nostra società e capire che ci sono zone d’ombra. E non sono sempre lontane migliaia di chilometri da noi.

preferiscono e se le condizioni non le soddisfano cambiano azienda, città, Paese. Ma veniamo ai risultati del questionario: l’80% ha risposto di preferire il lavoro in modalità mobile, una preferenza trasversale espressa dal responsabile di settore come dalla mamma single e dal neo assunto. Il 70% dei dipendenti dichiara di lavorare più volentieri da casa, almeno qualche giorno a settimana, perché trova maggiore concentrazione. Andreas Boes, ricercatore dell’istituto sociale di Monaco, parla di una cesura storica e dice «assisteremo ad un radicale cambiamento della cultura professionale» mentre per Werner Eichhorst, dell’istituto di ricerca economica di Berlino, il lavoro flessibile nei prossimi anni sarà il tema principe dell’economia tedesca. A dire il vero di tutte le economie europee, anche di

quella svizzera, dove qualche azienda ha già iniziato a muoversi e i dati sul Home office negli ultimi tre anni sono sensibilmente saliti. Nel 2013 solo il 7% lavorava da casa almeno un giorno a settimana mentre, secondo lo studio Deloitte, nel 2016 la percentuale registrata è del 28%. Tra le aziende che in Svizzera hanno introdotto il lavoro in home office e non vedono il lavoro part time come una macchia nera ci sono Microsoft, Swisscom, La Posta e Mobiliar. In un’intervista a «Der Bund» il direttore di Swisscom Urs Schaeppi ha affermato che 10’000 dei dipendenti Swisscom oggi lavorano in modalità mobile, molti di loro senza una postazione di lavoro fissa. Tornando alla Daimler, negli uffici dell’azienda automobilistica i computer da scrivania stanno scomparendo,

Ottenere la licenza delle medie dà la possibilità di essere reintegrati in un percorso formativo e professionale. (Ti-Press)

tissima: su dieci ragazzi iscritti, nove ottengono la licenza; chi non la ottiene spesso ha lasciato la Svizzera oppure ci riprova l’anno dopo, con successo. «Se dai loro fiducia, se li sostieni, non ti tradiscono mai», precisa Ilario Lodi, sottolineando che il loro principio è quello di non lasciare indietro nessuno. I docenti che li affiancano nel recupero

Le testimonianze Come capita di non conseguire la licenza media? Che tipo di vissuto ha chi si trova a 17, 20 anni senza l’attestato che certifichi il coronamento del percorso scolastico obbligatorio? Prendiamo l’esempio di Catia Modenato (nome vero): Catia ha deciso di iscriversi al corso offerto da Pro Juventute all’età di 23 anni. Prima, una storia difficile, con tante inquietudini e pochi punti fermi. «Ai tempi delle medie – racconta – frequentavo poco la scuola. Mi interessava poco l’istruzione e non ne capivo l’importanza». Catia si è trasferita in Svizzera dal Portogallo da bambina, e già allora aveva dovuto rifare la seconda elementare per mettersi alla pari con gli altri. «Avevo dei problemi con la famiglia che mi ha presa in adozione e ho deciso di uscire di casa presto, quando ero ancora minorenne. Dovevo cavarmela e la scuola era l’ultimo dei miei pensieri. Sentivo un grande

delle materie sono tutti giovani, questo per rispondere a uno dei principi cardine di Pro Juventute, un motto così riassumibile: giovani che si prendono cura di giovani. «Non perché il docente pensionato non vada bene – continua Lodi – ma per una questione di condivisione dei vissuti. E qui ne approfitto per sottolineare una cosa importante: l’obiettivo del progetto non è solo di tipo scolastico, ma anche educativo». Per questo il ruolo del responsabile di sede è proprio quello di garantire che gli studenti e le studentesse ritrovino la fiducia in se stessi e nella società, insieme ad una rinnovata capacità di relazionarsi con gli altri. «Non raramente capita che bussino alla nostra porta ragazzi in disoccupazione o addirittura in assistenza: ottenere la licenza di quarta media significa avere la possibilità di essere reintegrati e questo ha delle ripercussioni positive su tutti, anche da un punto di vista meramente venale. L’investimento fatto su un ragazzo sortisce effetti fenomenali da un punto di vista sociale». Nonostante ciò, Pro Juventute incontra delle difficoltà a finanziare il progetto. «Ho bisogno che il Paese mi sostenga e mi aiuti. Questi ragazzi ci costano solo dieci franchi all’ora, ma quello che riusciamo a ottenere ha ripercussioni positive su tutti. Ho tre sedi e potrei riempirne una quarta, le iscrizioni sono sempre alte. Se ci fosse qualche privato interessato a saperne di più: svizzera.italiana@projuventute. ch», conclude il responsabile.

La società connessa di Natascha Fioretti Mobile, flessibile e da casa, è il lavoro del prossimo futuro

Almeno così dicono i tedeschi. D’altronde chi non vorrebbe lavorare da casa? Almeno qualche giorno alla settimana? Chi non vorrebbe poter decidere il proprio orario e luogo di lavoro, evitare lunghe code ogni mattina e sera per andare in ufficio? Ma quante aziende sono disposte a rivoluzionare la propria cultura aziendale? In realtà non ce ne sono ancora molte ma qualcuna sta andando nella direzione giusta e potrebbe essere un modello da imitare per molte altre. Si tratta della multinazionale automobilistica tedesca Daimler che l’estate scorsa ha lanciato un importante progetto avviatosi con un questionario online al quale hanno preso parte 33’400 dipendenti rispondendo ad un totale di 130 domande per

delineare quale fosse la propria modalità di lavoro ideale. Come riporta il settimanale tedesco «Stern», si tratta di un’iniziativa che i vertici Daimler hanno promosso per costruire una nuova filosofia e cultura aziendale al passo con i tempi. Mettere in discussione tutto ciò su cui il lavoro aziendale si è basato negli ultimi 50 anni significa ripensare tutto a partire dalla struttura gerarchica fino alle modalità di incontro e di dialogo, alla valutazione delle prestazioni e alla misurazione del rendimento sul posto di lavoro. D’altra parte, questo è quello che sempre di più richiedono le nuove generazioni, i nati dopo il 1980, per loro contano l’autodeterminazione e l’indipendenza, avere l’auto aziendale non è più un must. E le nuove leve sono ambiziose, preparate, mobili, scelgono il lavoro che più

oggi quasi tutti sono dotati di un laptop con il quale collegarsi tramite wifi alla rete aziendale da remoto. Quali sono i possibili vantaggi di un lavoro da casa? Meno costi e tempo per recarsi in ufficio, maggiore concentrazione, meno conflitti tra lavoro e famiglia e soprattutto maggiore motivazione. Tutto questo però funziona soltanto se si mantiene un confine tra sfera privata e sfera lavorativa: è necessaria una buona autodisciplina. Per i datori di lavoro, i cosiddetti team leader, significa ripensare i criteri di controllo e di gestione del personale. Diverse aziende stanno andando nella direzione giusta ma molte altre con i numeri per abbracciare una nuova cultura professionale desistono. Ma è solo questione di tempo e il mondo del lavoro sarà mobile e flessibile per tutti.


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Società e Territorio

Conflitti tra fratelli Bambini Come trasformare un litigio in qualcosa di proficuo per la crescita: Daniele Novara, direttore del Centro

PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza, ci illustra il suo metodo Elisabetta Oppo Fratelli e sorelle vivono un rapporto unico, fatto di amore e conflittualità. Spesso complici e alleati, altre volte invece situazioni diverse possono scatenare nei bambini una forte competitività. Atteggiamenti che in alcuni casi sfociano in litigiosità verbale e, a volte, anche fisica. Tuttavia, i conflitti tra fratelli nella maggior parte dei casi sono da considerarsi fisiologici, naturali e del tutto sani. Il legame con i fratelli, infatti, è spesso il primo rapporto tra pari e, il più delle volte, è all’interno di questo tipo di relazione che si sviluppa la competenza sociale. È normale dunque che nascano disaccordi e scontri. Le diverse circostanze richiedono tuttavia un’adeguata gestione del litigio. Lo scontro, infatti, è considerato dalla psicologia una tappa obbligatoria per crescere e maturare. Gestire un conflitto tra fratelli, se fatto nel modo opportuno, accresce e fortifica il rapporto genitori-figli. Sull’argomento abbiamo chiesto qualche consiglio al pedagogista Daniele Novara, direttore del Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza e autore dei libri Litigare fa bene. Insegnare ai propri figli a gestire i conflitti per crescerli più sicuri e felici e Litigare con metodo. Gestire i litigi dei bambini a scuola. Che cosa c’è alla base dei conflitti tra fratelli? Perché si litiga?

Nei litigi tra fratelli i motivi sono tantissimi, ciò che deve essere chiaro è una cosa: il litigio non è un incidente di percorso, è una modalità infantile di interagire nei contesti di gioco. Quando i bambini giocano tra di loro è molto probabile che nasca un contrasto perché non si è d’accordo su qualcosa, perché l’amico vuole giocare con altri bambini, perché non passa la palla o non condivide il suo giocattolo, eccetera. È nella natura infantile, tanto che gli studiosi hanno sottolineato come dai tre ai sei anni i bambini a scuola possono raggiungere fino ai 12 litigi in un’ora e in famiglia i fratelli arrivano fino ai 50 litigi. Un’altra ricerca ci segnala una cosa molto importante, ossia che i bambini non litigano con gli estranei ma con i loro amici. Cioè l’affettività, l’interesse reciproco è una variabile del litigio. Sulla base di queste premesse, è chiaro che i fratelli sono le persone con cui c’è

Bisticciare è un istinto infantile normalissimo. (Keystone)

più attrazione reciproca, più interesse... non sono semplicemente amici, sono anche fratelli per questo c’è più litigiosità. Il litigio tra fratelli può essere diverso a seconda della differenza di età tra i fratelli e a seconda del sesso?

Dalle mie ricerche risulta che il motivo è sempre mimetico, cioè quello che hanno gli altri lo voglio anche io; nel 90 per cento dei casi la causa è di questa natura. Un motivo di giustizia compensativa insomma, che è estremamente tipico dei bambini fino ai dieci anni. Chiaramente a nove anni è meno tipico che a sei, più il bambino cresce più cerca di ragionare. C’è un divario enorme tra la prima infanzia, dai tre ai sei anni, e la seconda infanzia, tra i sei e i nove anni, dove i bambini iniziano a capire e valutare meglio le situazioni. Da notare poi che i bambini di due anni non riescono a litigare con quelli di quattro o cinque anni, iniziano a litigare quando hanno l’età per giocare insieme, ci sono delle tappe fisiologiche. Per quanto riguarda il sesso, senz’altro le bambine tendono durante il periodo della scuola elementare a una litigiosità meno fisica dei maschi, una litigiosità più incentrata sulle alleanze, sul pettegolezzo, sulla parola. Ma in generale non stiamo parlando di qualcosa di dannoso. I bambini non hanno intenzione di fare del male, perché hanno bisogno dell’altro per giocare. Il tema del fare del male, si riscontra nel periodo adolescenziale

e preadolescenziale, non infantile. Ci può essere l’incidente: in una ricerca fatta nelle scuole di Torino abbiamo osservato quasi 500 litigi tra i bambini e assolutamente nessuno si è mai fatto male. Tendenza tra l’altro già riscontrata da studiosi inglesi e americani, secondo i quali c’è una sorta di inibizione infantile a fare del male ai compagni. La nuova pedagogia sostiene che litigare fa bene, perché aiuta a gestire i conflitti e a crescere più sicuri e felici, in che modo?

È dannoso che il bambino non possa litigare, perché rischia di formare dentro di sé la cosiddetta carenza conflittuale, cioè di non riuscire a sviluppare la capacità di gestire le contrarietà, le criticità relazionali. Un bambino che non è abituato al conflitto perché gli è stato proibito di litigare, non ha potuto fare un training infantile dove poteva addestrarsi nelle situazioni in cui gli altri si oppongono. Abbiamo notato che queste persone sono a rischio di autolesionismo, è tipica la figura della brava bambina, figura che poi si ritrova tra le ragazze che hanno disturbi alimentari di varia natura. I bambini devono poter litigare... semmai devono imparare a litigare bene, questo sì! Abbandoniamo il tabù che non si deve litigare, non stiamo parlando di violenza, ma di contrasti che sono importanti per crescere, tanto più se consentiamo ai bambini di gestirli bene e sviluppare autostima.

Cosa devono o non devono fare i genitori quando c’è un litigio in corso?

Nella maggior parte dei litigi tra i bambini non si deve intervenire, perché è bene che se la sbrighino da soli e anche perché altrimenti quasi tutto il tempo lo dedichi a quello. Non sempre però ci si deve astenere dall’intervenire, l’importante è intervenire bene. Per esempio quando uno dei fratelli o sorelle chiede letteralmente l’intervento della mamma o del papà è chiaro che è difficile esimersi. Quando si deve intervenire in che modo è consigliabile farlo?

Il mio metodo è basato su 4 punti, 4 passi: due passi indietro due passi avanti. I due passi indietro sono, uno non cercare il colpevole... i bambini non sono colpevoli, bisticciare è un istinto infantile normalissimo, e comunque cercare il colpevole vuole dire enfatizzare una situazione normale. Il secondo passo indietro è quello di non dare la soluzione, perché nel momento in cui diamo la nostra soluzione... tipo fate la pace, adesso tu gli dai il tuo giocattolo, giocate insieme, presupponiamo che la nostra soluzione sia sostenibile per i bambini, ma non è così, perché il mondo infantile è profondamente diverso da quello adulto e non abbiamo nessuna speranza che ci sia una sintonia tra questi due mondi, quindi è improprio dire ai bambini cosa devono fare. Quali sono invece i passi in avanti?

passo avanti è che i contendenti, cioè i bambini, parlino, si diano la versione reciproca di ciò che è successo. L’ideale sarebbe farlo in maniera scritta, con il sistema dei biglietti: ognuno scrive la propria versione dei fatti e ne parla non alla mamma o al papà, ma al fratello o alla sorella, questo è fondamentale, non devono parlare ai genitori, ma alla controparte. Ma se i bambini sono troppo piccoli per poter leggere e scrivere gli si può far fare un piccolo disegno. Così ogni bambino tira fuori le sue ragioni, e c’è una decontrazione emotiva immediata, la rabbia decade e i bambini possono capire il punto di vista dell’altro, è un esercizio bellissimo anche dal punto di vista psicoevolutivo. Il secondo passo avanti è quello di aiutare i bambini a trovare una soluzione da soli. A volte non la trovano, va detto anche questo, ma non ha importanza, l’importante è che si siano impegnati loro in prima persona, senza che ci sia una sovrapposizione dell’adulto, che ha solo un ruolo di facilitatore. Quello che abbiamo notato è che in famiglia questo metodo funziona anche da deterrente, a fronte di bambini che continuano a litigare e continuano ad attirare l’attenzione del genitore, il metodo non più basato su un «giudice» che decide chi ha torto e chi ha ragione, porta i bambini a capire che andare a lamentarsi dai genitori diventa un ulteriore motivo di fatica, perché la mamma o il papà invece di decidere ciò che è giusto o sbagliato li mette a parlare tra di loro e li fa lavorare. In una formulazione successiva del metodo è stato introdotto anche il cosiddetto «comply corner» di cosa si tratta?

Non è altro che un angolo della scuola o della casa dove i bambini vanno a litigare da soli, cioè abituati al metodo c’è un luogo dove vanno a dipanare le loro contese, i loro bisticci. C’è da dire che i bambini gradiscono molto l’angolo dei conflitti, è stato un grande successo. Ovviamente il metodo deve essere condiviso da entrambi i genitori, altrimenti non funziona, e poi ci vuole una certa gradualità, all’inizio sono i genitori che gli dicono come fare e dove andare, poi nel giro di una settimana i bambini iniziano a farlo da soli. Informazioni

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Società e Territorio Rubriche

Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni Giovani e vecchi Tra gli stravolgimenti – non pochi – che caratterizzano questo nostro tempo rispetto alle epoche passate, uno dei più vistosi è l’inversione demografica del rapporto tra vecchi e giovani. Sergio Ricossa – ottimo storico delle condizioni di vita nel passato – ha sintetizzato così questo nuovo rapporto, non solo numerico: «Gli anziani erano pochi e contavano molto, i bambini erano molti e contavano poco: oggi è il contrario». Il fenomeno può dirsi particolarmente marcato nel nostro cantone: dai dati riportati nel 2014 dall’Ufficio federale di statistica il Ticino risultava essere il cantone con il minor tasso di natalità. In compenso, gli «over 65» – come ormai si usa dire – sono in costante aumento. Questo squilibrio generazionale è perfettamente riassunto nella frase citata di Ricossa, che, al di là delle cifre numeriche, rileva un significativo trasferimento di valore e di riconoscimen-

to sociale dai vecchi ai bambini. Per comprendere meglio occorre in primo luogo tener conto di quanto fosse elevata, in passato, la mortalità infantile: per migliaia d’anni della nostra storia, su 1000 neonati 300 non sopravvivevano; solo la metà giungeva ai 14 anni e solo un quinto ai 40. Nelle famiglie era consuetudine che il nuovo nato prendesse il nome del fratello morto: i figli erano dunque, in certa misura, intercambiabili, e l’abitudine alla morte – che era di casa – imponeva un certo fatalismo che relativizzava anche il valore dell’infanzia. Ottavio Lurati ricordava, anni fa, questa frase di un povero contadino della Leventina: «Quest’anno il Signore mi ha fatto due grazie: mi ha fatto nascere un vitello e mi ha fatto morire un figlio». Frase che a noi suona inaccettabile e terribile, ma che ci avviciniamo a comprendere se pensiamo quale problema potesse essere, un tempo, una bocca in più da sfamare.

Per contro, i vecchi erano una minoranza. Non è però da pensare che, se agli anziani veniva attribuito un riconoscimento sociale che ai giovani era negato, questo fosse conseguenza della logica di mercato per cui ciò che scarseggia ha più valore di quel che abbonda. Il fatto è che, in epoche di assai scarsa o addirittura nulla istruzione popolare, ciò che contava era la saggezza, la comprensione e l’accettazione della vita: cosa che solo una lunga esperienza poteva conferire. L’anziano era dunque considerato saggio, una guida e un’autorità da riverire; e poi, comunque, la struttura familiare del passato era gerarchica: il marito comandava alla moglie, entrambi comandavano ai figli. L’imperativo biblico «Onora il padre e la madre » era legge divina e non poteva essere messo in discussione. Ma tutto questo è cambiato. La saggezza accumulata in una lunga vita conta

ormai poco a confronto con l’abilità di destreggiarsi con la tecnologia digitale, padroneggiare il wi-fi e girellare nella Rete. In questo nuovo mondo, che è ormai per metà reale e per metà virtuale, le generazioni dei «nativi digitali» hanno punti in più rispetto agli anziani. Però è strano: rivalutare l’infanzia è stato un indubbio progresso etico e civile, promosso dall’Illuminismo e da Rousseau in particolare; ma dopo la rivalutazione è intervenuta la sopravvalutazione che caratterizza il nostro tempo. Già nel 1975 lo scrittore Guido Morselli parlava ironicamente di «bambinocrazia», sia pure riferendosi all’Italia («chi anima e domina l’Italia, e la ossessiona, sono immutabilmente i bambini»); direi che anche altrove la situazione non è diversa. Ma non sono davvero convinto che questo recente culto dell’infanzia derivi da sovrabbondanza di affetto; forse vi si mescolano sensi di colpa, perché,

stando a studi sociologici recenti, soprattutto i padri hanno sempre meno tempo per parlare e giocare con i figli, o assisterli mentre fanno i compiti. Così, per rimediare a un rapporto affettivo che scarseggia, ci si discolpa viziandoli con una permissività esagerata o ricorrendo a una sovrabbondanza di regali: regalare videogiochi in quantità comporta poi anche il vantaggio di tener occupato piacevolmente il figlio che viene lasciato solo. Aggiungerei anche, come fattore a sostegno di questa nuova venerazione dell’infanzia, il culto del giovanilismo oggi dominante. «Diventare vecchi non è un’arte», diceva Goethe, «l’arte è saperlo accettare»: il suo detto vale ancora, ma in senso opposto – ossia, solo se si fa riferimento all’arte della cosmesi, alle tecniche di ringiovanimento e alle pratiche salutistiche che tendono a rimuovere i segni della decadenza senile.

caporedattrice, nel servizio di cinque pagine dedicato a casa Sciaredo. Visto forse che dalle foto appare così chiara e luminosa, la casa. In giro parecchie violette spontanee. Da quando è stata restaurata – nel 1999, proprio da Lukas Meyer, diventato architetto, associato con Ira Piattini – la casa è apparsa su diverse riviste, giornali, libri. Eccomi in cima, ci sono le impalcature. Mi aveva detto qualcosa Jachen Könz, l’architetto che dirige i nuovi lavori di restauro con il quale ho appuntamento alle undici. Due paulonie addormentate e due carpentieri che ci danno dentro con la fiamma ossidrica. Intanto mi siedo a un tavolino in fondo al giardino. Proprio alle spalle del campanile neoromanico eretto su questo stesso cocuzzolo alle pendici della Collina d’Oro e sopra la coda dell’atroce Pian Scairolo. Sguardo veloce sotto i ferri, senza il giallo canarino dell’ultimo restauro: presenza cubica con un unico gioco simmetrico di pieni e vuoti che corrisponde alle due

terrazze. Casa Sciaredo a Barbengo (387 m) è una T cubitale a testa in giù che s’interseca volumetricamente con un’altra T nel verso giusto, ma sdraiata. Più un angolo asimmetrico sul tetto-terrazzo. Dal 2000 via la casa-atelier è una residenza per artisti come da volontà testamentarie, proprietà della Fondazione Sciaredo del cui consiglio fa parte Könz che arriva adesso. Al primo piano si affaccia uno, dev’essere l’artista ospite. Il pittore di Bielefeld con barbetta da capra ci apre gioviale, un’insalata è già pronta in cucina. Passiamo nel soggiorno, da qui, in teoria, uno potrebbe ritirare un piatto attraverso un passavivande mimetizzato nella parete-armadio di legno triangolare che segue la scala. Nell’angolo, un po’ a sbalzo, un camino inglese. Sopra la libreria una scultura della Klein: sembra E.T.. Könz ritiene il soggiorno la parte la più «pasticciata, inquieta, meno precisa, mentre più si sale più la qualità della casa si eleva». Al secondo piano, dentro la stanza da letto,

con tutto il paesaggio attorno che entra con abbondante luce da tre fonti – due portefinestre a fianco, la finestra davanti – risulta chiaro perché questa casa, costruita su misura come un vestito, si chiama con un toponimo. Un sogno svegliarsi qui. È il cuore geometrico della casa: le due T s’incontrano qui combaciando. Le due stanze spartane dietro, sei metri quadri, per via del volume tolto davanti, non sembrano neanche piccole ma abitabilissime. La semplicità vince sempre, minaccia di piovere. Degni di nota gli infissi e serramenti originari artigianali. Sul tetto andiamo via impalcature. Il giallo girasole scrostato sugli infissi in legno di una finestra sul retro si connette come un lampo alle finestre di villa Müller (1930) di Loos a Praga: identico. Il tetto-terrazza, in origine asfaltato poi listellato come un pontile, adesso ancora da decidere, è qualcosa. A nord-est il San Salvatore. Lì, sotto il miniportico cubico, Georgette TentoriKlein suonava Hindemith sull’amaca.

Dalla Padania alla Bretagna, dal Paese Basco alla Scozia, alla Catalogna, continua ad allungarsi la lista delle regioni che sembrano impegnate nella lotta per l’autonomia. Con mezzi e con prospettive diversi. Al novero, non va dimenticato, figurava persino il Ticino dove un movimento, oggi entrato nei ranghi dei partiti al potere, inseguiva a sua volta l’obiettivo indipendentista, voltando le spalle ai «balivi di Berna». E, qui, si tocca un aspetto che caratterizza proprio questo momento politico e persino culturale: con più cresce il disamore nei confronti del globalismo, delle organizzazioni internazionali, dell’Unione Europea, e con più si accentua la voglia di concentrarsi, con compiacenza, nella propria sfera nazionale, e ancor meglio regionale e locale. In barba all’esotismo e all’americanismo, si torna a valorizzare le persone, le cose, le virtù di casa nostra. Ciò che ha dato via libera a forme di autoesaltazione, di cui è diventato un emblema la parola «eccellenza». Un termine che, nel passato, spettava a situazioni rare,

e che ora è all’ordine del giorno e trova applicazioni a larghissimo raggio. Persino in un Paese, per sua natura sobrio, l’eccellenza è moneta corrente e spetta a un numero crescente di istituzioni pubbliche e private, facoltà universitarie, centri di ricerca scientifica. Con effetti contrastanti, sul piano delle reazioni popolari. Le eccellenze a iosa giustificano dubbi. Del resto, questa democratizzazione dell’eccellenza, chiamiamola così, si ricollega alla moda, addirittura l’ossessione delle classifiche, la «Ranking Mania», per dirla con gli americani che, più di altri, ne sono afflitti. Fatto sta che, in ogni ambito, s’innesca la competizione per stabilire il vincente. E, come svizzeri, ci sarebbe d’andar fieri. Da queste operazioni comparative usciamo, spesso, ai primi posti. Recentemente, ci siamo conquistati il primato di popolo più felice del mondo. A nostra insaputa. Non ce n’eravamo accorti, consapevoli del fatto che la felicità non si misura e nemmeno il guscio di una piccola patria riesce a garantirla.

A due passi di Oliver Scharpf Casa Sciaredo a Barbengo La prima casa residenziale moderna del Ticino non la progetta un architetto, ma una violinista vegetariana di Winterthur laureata in germanistica che ama scolpire il legno, le arti tessili, costruire burattini: Georgette TentoriKlein (1893-1963). Tetto-terrazza, scala navale esterna, ampie finestre: nel 1984 la riscopre nascosta tra i rovi, disabitata, Lukas Meyer, uno studente di architettura al poli di Zurigo. Ispirata da Bauhaus e Weissenhof, questa piccola casa spartana con una pianta di otto metri per dieci, spunta discreta nel 1932, su un promontorio appena fuori dal nucleo di Barbengo. Dentro il quale ci passo ora. Un mattino tardi di metà aprile un memento mori su casa Guidini – dove nasce nel 1853 l’architetto Augusto Guidini, autore tra l’altro del piano regolatore di Montevideo – ricorda al passante che è polvere e polvere ritornerà. Pochi metri più avanti, sulla sinistra, il cancello di casa Triulzi, comprata a suo tempo dal padre di

Georgette Klein. Ragione per cui eccola con madre e sorella a Barbengo, dove trova anche marito: Luigi Tentori (18831955), elettricista-vignaiolo originario di Oggiono, provincia di Lecco. È lui che tra fine luglio e fine ottobre 1932, su un suo terreno, in soli tre mesi, assieme al capomastro Foglia e un paio di artigiani, tira su la casetta color ocra. Metto la vespa a fianco del cimitero, vigneti di viognier ancora in letargo salgono su fino a un roccolo. In faccia al cimitero sale una strada sterrata, al lato della quale s’incontra subito il nome della casa, intagliato dalla stessa TentoriKlein. A quanto pare Sciaredo deriva da sciaréd, la zona dove sorge la casa che in dialetto significa bosco di querce. Quercus cerris mi sa; da una breve ricerca in biblioteca è saltato fuori sciaraia, bosco di cerri a Vergeletto, e sciarétt, cerro a Cademario. «Il nome deriva dal verbo italiano schiarire» scrive invece sull’ultimo numero appena uscito della storica rivista «Das Ideale Heim», la

Mode e modi di Luciana Caglio Siamo i migliori: tentazione diffusa Ogni reato, commesso da uno straniero, significa un voto a favore degli schieramenti dichiaratamente nazionalisti, con derive regionaliste e localiste. È una sorta di automatismo, sollecitato in continuazione da fatti di cronaca reali. Se n’è avuto una nuova conferma, con le ultime elezioni comunali, in un Ticino, dove proprio la richiesta di sicurezza, ha influito, e come, sulle scelte dei cittadini. Di questo stato d’animo, del resto legittimo, si erano fatti interpreti, accortamente, la Lega e l’UDC, che, nell’immaginario collettivo, sono ormai diventati i veri e unici difensori della «Patria», sinonimo del luogo, dove ci si deve sentire al sicuro e a proprio agio. Ciò che, secondo le percezioni maggiormente diffuse, non avviene più, a causa dell’incapacità dello «Stato», di svolgere le funzioni di garante della tranquillità e del benessere della «Nazione». Si sta, così, assistendo a una forzata contrapposizione fra termini che, invece, coincidono: definiscono aspetti diversi ma complementari della stessa realtà.

René Rhinow è professore emerito di diritto pubblico all’università di Basilea.

Alla «Patria», nel senso di «Heimat» e «Home», ci legano abitudini e affetti quotidiani, allo «Stato», che amministra la «Nazione», ci uniscono leggi, servizi, prestazioni più estesi, e non da ultimo la nostra libertà. Insomma, è una doppia e normale appartenenza, dove l’una non esclude l’altra. Il discorso, di per sé ovvio, si ripropone con urgenza, nel clima politico ed emotivo che ci circonda, e non soltanto in Svizzera. Non a caso, proprio su questo tema, la «Neue Zürcher Zeitung» ospitava recentemente la riflessione di René Rhinow, già docente di diritto pubblico, dal titolo inequivocabile: «La Nazione garantisce la Patria» («Nation sichert Heimat»). Pur rilevando le difficoltà, con cui si dibatte, attualmente, la «Nazione-Stato», l’autore ribadiva la sua insostituibilità e metteva in guardia dalle aspirazioni indipendentiste di cui siamo spettatori e, magari, ammiratori. Certo, le piccole patrie sono più simpatiche delle grandi potenze, ma non basta a salvarle dall’assurdo e dal ridicolo.


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Attualità Migros

M Performance solida in un contesto difficile FCM Nonostante le difficili condizioni quadro economiche, nel 2015 Migros ha ottenuto un fatturato

pari a 27,4 miliardi di franchi, con una crescita dello 0,1%. Inoltre è riuscita ad acquisire quote di mercato – Il rapporto del presidente della Direzione generale Herbert Bolliger e del presidente del CdA Andrea Broggini L’impresa nel 2015 è stata messa alla prova soprattutto dagli sviluppi in ambito economico. L’inattesa decisione della Banca Nazionale di abolire la soglia minima di cambio con l’euro, oltre alle insicurezze dei mercati economici e finanziari internazionali, ha influenzato negativamente il comportamento dei consumatori. L’indice relativo al clima di fiducia dei consumatori elaborato dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) alla fine dell’anno ha toccato il valore più basso dal 2011. Temi quali la Svizzera come l’isola dei prezzi elevati, i costi sanitari in aumento e la paura per il proprio posto di lavoro hanno rivestito anche quest’anno molta importanza. Il cambio di direzione della politica valutaria ha fatto sì che gli acquisti nei vicini Paesi esteri aumentassero nuovamente dell’8% fino ad arrivare a circa 11 miliardi di franchi. Inoltre, il netto rallentamento congiunturale è stato accompagnato da un rincaro del – 1,1% dei prezzi al consumo. Nonostante le difficili condizioni quadro Migros è riuscita a ottenere uno sviluppo importante in tutti i settori di attività. In totale il fatturato del Gruppo Migros nel 2015 è aumentato di 31,9 milioni di franchi (+0,1%) raggiungendo 27,4 miliardi di franchi. Il risultato è stato influenzato sensibilmente dalla parziale riduzione consistente dei prezzi nei singoli settori di attività (benzina, olio combustibile, viaggi, elettronica, ecc.) e da un effetto negativo della valuta per l’1%. Questi fattori hanno ridotto il fatturato di oltre 1 miliardo di franchi. Nonostante il contesto sfavorevole, quindi, il solido sviluppo ha dimostrato che Migros è riuscita ancora una volta a rafforzare la fiducia dei clienti. Grazie all’ampia offerta online, numerose innovazioni dei prodotti, nuovi servizi e l’impegno in ambito sociale e ambientale, riassunto dal programma di sostenibilità Generazione M, è stato possibile trovare le risposte giuste alle molte sfide affrontate. Grazie al successo di PickMup, la soluzione lanciata nell’esercizio in esame che consente ai clienti di ritirare i propri ordini online nelle filiali, Migros ha messo alla prova le proprie competenze nell’ambito della vendita online e cross-channel. In qualità di azionista di maggioranza di Digitec Galaxus SA, ha ulteriormente rafforzato la sua indiscussa leadership nell’e-commerce. Con la partecipazione di maggioranza nei centri per la salute santeméd di Swica, il tema della salute, già saldamente presente nella

Herbert Bolliger, presidente della Direzione generale della Federazione delle cooperative Migros, il 13 aprile alla presentazione del bilancio 2015. (Keystone)

strategia del gruppo, è stato rafforzato. Il risultato del Gruppo Migros ante oneri finanziari e ante imposte sul reddito (EBIT), nell’esercizio in esame si attesta a 981,6 milioni, facendo registrare un calo del 12,8% rispetto all’anno precedente (2014: 1125,6 milioni). Gli investimenti sono rimasti a un livello molto elevato, pari a 1356,3 milioni di franchi (2014: 1640,9 milioni). Per questo motivo, anche nel 2015, Migros si conferma un partner economico importante in Svizzera capace di garantire migliaia di posti di lavoro. La cifra d’affari del commercio al dettaglio dalle attività principali, ovvero il fatturato netto di tutte le imprese del commercio al dettaglio Migros, ha avuto un andamento normale raggiungendo 22,996 miliardi di franchi, quindi con una lieve flessione dello 0,2% (2014: 23,052 miliardi di franchi). Il rincaro negativo medio del 2,7% e la forza del franco hanno influenzato negativamente il risultato. Al netto dei rincari e degli effetti valutari, tuttavia, è stata registrata una crescita del 3,4%. Le dieci cooperative regionali, grazie a un leggero aumento delle visite dei clienti, hanno registrato un fatturato pari a 15,613 miliardi di franchi (–1,9%). Il rincaro negativo sull’assortimento Migros in Svizzera si è attestato all’1,7%. Al netto degli effetti valutari e dei rincari la crescita si è attestata allo 0,7%. Lo sviluppo dei prodotti regionali e sostenibili è stato soddisfacente e ha permesso di ottenere un fatturato superiore a 3,5 miliardi di franchi. L’assortimento Bio ha fatto registrare anch’esso

una crescita del 14,8%. Grazie ai suoi prodotti realizzati ponendo particolare attenzione all’ambito sociale ed ecologico e anche al commercio online, Migros è quindi rimasta leader nel suo settore. Per quanto riguarda l’e-commerce i fatturati nominali sono saliti del 47,3% (al netto di acquisizioni, rincari ed effetti valutari del 8,9%). L’industria Migros è riuscita a rafforzare ulteriormente la propria posizione sul mercato svizzero ed estero. Ha raggiunto un fatturato di 6,255 miliardi di franchi (contro i 6,016 miliardi del 2014), che corrisponde a una crescita del 4,0%. Al suo interno sono ora comprese Rudolf Schär AG, Lüchinger+Schmid AG e Quantum Beauty Company. La cifra d’affari del Gruppo Hotelplan è scesa del 7,1% attestandosi a 1,305 miliardi di franchi (2014: 1,405 miliardi). Tale riduzione del fatturato è dovuta principalmente alle turbolenze valutarie, che hanno avuto come conseguenza una riduzione dei prezzi per i viaggi dalla Svizzera e un calo del fatturato in franchi svizzeri delle aziende affiliate con sede nell’area euro. Banca Migros nell’esercizio 2015 ha proseguito il suo percorso di crescita stabile. Malgrado il transitorio periodo di tassi d’interesse bassi, l’afflusso di capitali depositati dai clienti è rimasto stabile e anche il volume di crediti ipotecari si è sviluppato ulteriormente in senso positivo. La somma del bilancio è stata pari a 42,232 miliardi e l’utile commerciale a 593,5 milioni. Nel 2015, il Percento culturale Mi-

gros ha rinnovato l’investimento di 120,2 milioni di franchi, percentuale della cifra d’affari delle cooperative, nei settori della cultura, della società, della formazione, del tempo libero e dell’economia, per es. la serie di concerti Migros-Percento-culturale-Classic o il Museo Migros d’arte contemporanea. Il Percento culturale, che affonda le sue radici nelle idee di Gottlieb Duttweiler ed è ancorata negli statuti, si basa su un concetto di impegno volontario unico nel suo genere. A integrazione dell’attività del Percento culturale Migros, nel 2012 è stato creato il fondo di sostegno Engagement Migros. Con il fondo le aziende dei settori strategici Commercio, Servizi finanziari e Viaggi, si impegnano a investire il 10% dei propri dividendi per sostenere progetti nell’ambito della cultura, della sostenibilità, dell’economia e dello sport. Nel 2015 sono stati messi a disposizione 10,3 milioni di franchi in totale (donazioni per 8,6 milioni). Con la raccolta fondi organizzata per Natale a favore dei bambini bisognosi in Svizzera, i clienti, insieme a Migros, hanno dato un forte segnale di solidarietà. Oltre 6 milioni di franchi sono stati devoluti in beneficenza a quattro organizzazioni umanitarie svizzere. Dai sondaggi condotti durante l’esercizio in esame, risulta che il livello di soddisfazione dei clienti è molto alto. I clienti hanno dichiarato di essere molto soddisfatti della gamma di prodotti, dell’offerta dei servizi e del rapporto qualità-prezzo di Migros.

A fine 2015, il Gruppo Migros dava lavoro per la prima volta a più di 100’000 collaboratori, di cui circa 86’000 in Svizzera. La crescita del 3% (2014: 97’456 collaboratori) è da ricondurre principalmente alle acquisizioni. Migros si conferma come il maggiore datore di lavoro privato della Svizzera. Con prestazioni sociali sopra la media e un clima lavorativo improntato al riconoscimento del merito, Migros si assume e valorizza la propria responsabilità nei confronti dei collaboratori. Il successo dell’azienda si basa su una strategia a lungo termine che difende gli interessi di tutti gli stakeholder. Questa riconosce i dieci principi del Global Compact delle Nazioni Unite e pone al centro degli interessi aziendali la responsabilità sociale, proprio come voleva il suo fondatore Gottlieb Duttweiler. Le basi del sano sviluppo di Migros risiedono negli ideali del cooperativismo, nel radicamento nazionale e regionale, ma anche nell’impegno ad agire dimostrando la passione per il proprio lavoro e in modo credibile, efficiente e responsabile nei confronti dei clienti. Migros è un’azienda sana, innovativa e redditizia che gode di una grande fiducia da parte della popolazione svizzera. L’impresa continuerà a riversare sistematicamente sia gli incrementi di efficienza sia i minori costi di approvvigionamento sotto forma di prezzi più convenienti. Anche in futuro, Migros continuerà a promuovere il commercio online e farà tutto il possibile per offrire il miglior rapporto qualità-prezzo. Oltre a rafforzare la propria efficienza economica, promette parallelamente di incrementare ulteriormente gli sforzi profusi in ambito sociale ed ecologico, e di prendere sul serio la propria responsabilità sociale. Migros si impegna a lungo termine a favore della protezione del pianeta, del consumo consapevole e di uno stile di vita sano, assumendosi la responsabilità di una condotta esemplare nei confronti della società e dei collaboratori. Il principio della sostenibilità è fortemente radicato nelle linee guida aziendali e nella strategia di Migros. Pienamente in linea con il suo principio di base che impone di impegnarsi con passione a favore della qualità della vita dei propri collaboratori e clienti. Andrea Broggini presidente dell’Amministrazione Herbert Bolliger presidente della Direzione generale

Ursula Nold e Andrea Broggini riconfermati Assemblea dei delegati FCM I delegati della Federazione delle cooperative Migros hanno riconfermato fino

al 30.6.2020 il mandato della presidente dell’Assemblea dei delegati e del presidente dell’Amministrazione FCM Nel corso dell’assemblea che si è tenuta a Zurigo sabato 9 aprile, i 110 delegati delle dieci cooperative regionali della Migros hanno rieletto all’unanimità la loro presidente per il terzo mandato. Ursula Nold, 47 anni, docente alla Hochschule di pedagogia di Berna, dirige l’organo da otto anni. Eletti con grande maggioranza sono stati anche Andrea Broggini, 59 anni, nel ruolo di presidente dell’Amministrazione FCM, e i restanti membri esterni dell’Amministrazione FCM. L’avvocato ticinese Andrea Broggini è

membro dell’Amministrazione FCM dal 2004 e la dirige da quattro anni. A partire dal 1° luglio 2016, l’Amministrazione della FCM sarà dunque composta dai seguenti membri: Andrea Broggini (presidente), Doris Aebi, Roger Baillod, Dominique Biedermann, Jean-René Germanier, Paola Ghillani, Thomas Rudolph, Ursula Schoepfer, Heinz Winzeler e Hans A. Wüthrich. Inoltre, fanno parte dell’Amministrazione anche Herbert Bolliger, in qualità di rappresentante della Dire-

zione generale FCM, i dieci direttori delle cooperative regionali Migros e i due rappresentanti del personale Patrick Avanthay e Andrea Hilber, eletta di recente. L’assemblea dei delegati nel corso dei suoi lavori ha anche approvato il rapporto annuale, i conti 2015, e la proposta per l’utilizzo del risultato di bilancio. Inoltre ha aggiornato il suo coinvolgimento nel gruppo di lavoro «Fondo di aiuto» che sarà condotto con la denominazione «Fondi di sussidio Migros».


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Ambiente e Benessere Il fascino dei ponti Molte città vantano come attrazione turistica un ponte, che sia storico o singolare

Insetti dei nostri ghiacciai È recente la scoperta di una nuova specie di stafilinide avvenuta sul Basodino pagina 14

Bellezze asiatiche Ricche, esotiche, colorate, rigogliose e longeve: le Peonie possono vivere fino a 400 anni

Football e Hockey Lugano I pensieri di Vecchio Tifoso su sconfitte e batoste, ma anche sul modo di far tifo pagina 17

Un arco nel cielo

Voci di case abbandonate

Viaggiatori d’Occidente Alla ricerca dei ponti più belli

Bussole Inviti a

letture per viaggiare «Non so se c’è stato un inizio. Mi ricordo che guidavo e basta, non sapevo neanche dove andavo a finire. Ecco, forse è cominciato che, gira e rigira per quelle strade di pianura tutte uguali con a lato i fossi, mi sono trovato davanti una casa abbandonata. Così è iniziata questa smania per le case abbandonate, (…); mi ricordo solo che ho pensato, voglio entrare a vedere. Vedere cosa? Vedere com’è una casa abbandonata…»

Claudio Visentin

L’immagine premiata nel 2015 nella categoria «medicina» dalla Società americana di reumatologia. (Vincenzo Cammarata)

Radiazioni: istruzioni per l’uso Medicina Migliora la legislazione svizzera per la radioprotezione della popolazione e dell’ambiente – Terzo articolo Maria Grazia Buletti Negli scorsi mesi abbiamo conosciuto da vicino le radiazioni ionizzanti che l’uomo ha addomesticato a proprio uso e consumo in medicina: la dottoressa Antonella Richetti, primario di radiooncologia dell’Ospedale Regionale Bellinzona e Valli (Orbv) e il suo caposervizio dottor Gianfranco Pesce ci hanno accompagnati alla scoperta della radiooncologia che usa le radiazioni a scopo terapeutico per la cura dei tumori e di alcune malattie infiammatorie. Il dottor Luca Giovanella, primario della Medicina Nucleare all’Orbv e all’Orl, ci ha aperto le porte del suo reparto, spiegandoci quella branca che delle radiazioni si serve a scopi diagnostici, così come pure fa la radiologia (che utilizza un altro tipo di radiazioni ionizzanti, per dirla con parole semplici) con radiografie e T.A.C., che tutti conosciamo. Abbiamo imparato che le radiazioni ionizzanti sono radiazioni elettromagnetiche o corpuscolari, dotate di sufficiente energia per ionizzare la materia che attraversano. Ciò significa che esse mettono in moto un gran numero di particelle elettricamente cariche che, rallentando, depositano energia e creano dei danni alla struttu-

ra chimica della materia attraversata. Questo, ad esempio, è il principio che viene utilizzato a scopo terapeutico dalla radiooncologia, come abbiamo avuto modo di vedere (cfr. «Azione» no. 12 e no. 14). Ma forse bisogna ricordare che la maggior parte delle radiazioni ionizzanti assorbite dalla popolazione mondiale proviene da sorgenti naturali, generate sia dall’esterno del pianeta sia dai materiali radioattivi presenti nella crosta terrestre. Per esposizione esterna si intende l’esposizione ai raggi cosmici e alle radiazioni gamma terrestri, alle quali nessuno può, naturalmente, sottrarsi. L’esposizione interna comprende l’inalazione, principalmente da radon. Quest’ultima dipende dalla concentrazione di radon negli ambienti di vita. Dunque, solo recentemente il largo impiego di sostanze radioattive artificiali (e di impianti radiogeni di vario genere) contribuisce all’esposizione globale della popolazione, sebbene nell’insieme le sorgenti naturali sono responsabili della maggior parte dell’esposizione dell’uomo alle radiazioni come dimostrano le stime della National Academy of Science americana secondo la quale: «L’82 per cento delle radiazioni a cui ciascun individuo è mediamente esposto proviene da fonti

naturali come ad esempio il gas radon. Il restante 18 per cento, derivante da attività umane, è dovuto principalmente a procedure mediche che impiegano raggi X, e solo in minore parte all’uso di prodotti di consumo, alla medicina nucleare, a motivi professionali o a fallout (fuoriuscite nucleari)». Naturalmente, le radiazioni ionizzanti, siano esse di origine naturale o artificiale, sono accuratamente misurate e per questo è possibile identificare e quantificare le sorgenti di radiazione, in modo da adottare le necessarie misure radioprotezionistiche nel rispetto delle norme tecniche e di legge vigenti. Con l’intento di mantenere elevato il livello di protezione per la popolazione e per l’ambiente, e disciplinare tutte le situazioni di esposizione alle radiazioni ionizzanti, l’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) annuncia che «le ordinanze in materia di radioprotezione sono state adeguate alle nuove direttive internazionali». Parimenti, il Dipartimento federale dell’interno (Dfi) ha avviato l’autunno scorso un’indagine conoscitiva concernente la revisione delle ordinanze stesse. Elenchiamo le principali novità annunciate dall’Ufsp e disciplinate dalla legislazione svizzera: «Saranno introdotti degli audit clinici nei luoghi in

cui si opera con radiazioni ionizzanti in ambito medico, negli ospedali o negli istituti di radiologia, questo per evitare esami medici e trattamenti radianti ingiustificati e ridurre al minimo l’esposizione dei pazienti». L’Ufsp introduce altresì un nuovo livello di riferimento per il gas naturale radioattivo radon «nei locali di abitazione e di soggiorno, dove sarà abbassato a 300 Becquerel per metro cubo». Ciò significa che, in tutta la Svizzera, la concentrazione di radon dovrà essere maggiormente considerata nell’edilizia, mentre il nuovo livello di riferimento dovrà essere rispettato in particolare per le nuove costruzioni e le ristrutturazioni. Inaspriti anche i livelli di esenzione che definiscono le attività entro cui una sostanza radioattiva è considerata innocua: «Essi vengono adeguati a quelli delle direttive europee, a beneficio del passaggio senza problemi alle frontiere di queste merci». Si terrà conto maggiormente anche delle sorgenti radioattive manipolate illegalmente o per errore: «Nel riciclaggio dei metalli, per esempio, è possibile che vengano lavorati inavvertitamente rottami metallici contaminati. Pertanto, in futuro gli impianti di incenerimento dei rifiuti e le aziende che lavorano metalli dovranno sorvegliare con

procedure adeguate che nel processo di lavorazione non finiscano cosiddette sorgenti radioattive orfane». Nuove pure le disposizioni concernenti la gestione di siti e oggetti contaminati da attività precedenti: «Un esempio attuale è la contaminazione da radium di locali di abitazione nell’Arco giurassiano, riconducibile al lavoro a domicilio per l’industria orologiera negli anni 60». Un occhio dell’Ufsp va anche all’esposizione professionale del personale medico che opera con raggi X, per il quale: «Il limite di dose per il cristallino è stato abbassato», e questo consente di evitare la cataratta. Maggiore attenzione, infine, anche ai posti di lavoro molto esposti al Radon per motivi ambientali e le industrie che lavorano con materiali contenenti radionuclidi presenti in natura («Per esempio negli acquedotti o nella costruzione di gallerie»). Anche il personale di volo è ora considerato professionalmente esposto a radiazioni: «per cui è necessario calcolare individualmente le dosi di radiazioni per i piloti e il personale di cabina». Che, forse, pure avere la testa fra le nuvole abbia un suo piccolo prezzo stimato in radiazioni cosmiche?

Il ponte settecentesco di Lau, sospeso sulle gole dell’Orino in Val Malvaglia. (Ma.Ma.)

scuola senza pericolo. Solo quando il sacerdote muore si scopre che il denaro risparmiato servirà a costruire una scuola per i bambini della regione, che non dovranno così superare più il pericoloso passaggio. Quasi ogni città vanta un ponte famoso, monumentale: Tower Bridge a Londra, il ponte di Brooklyn, il Golden Gate a San Francisco, Sydney Harbour Bridge… Ma io, per parte mia, lungo il cammino preferisco cercare ponti carichi di storie e leggende. Per esempio il «viaggio italiano» è scandito da ponti splendidi: ponte Vecchio a Firenze, il ponte di Rialto a Venezia o ponte Milvio a Roma. Ma anche la turistica Rimini ha un antico ponte romano, edificato tra i regni di Augusto e Tiberio (I d.C.), che domina con le sue cinque arcate il fiume Marecchia. Altri ponti sono meno famosi ma non per questo meno affascinanti. Quanti conoscono per esempio il ponte dei Saraceni, costruito sul fiume Simeto nel IX secolo, con l’elegante arcata centrale a sesto acuto di

chiara ispirazione orientale, che collega Adrano (Catania) con Centuripe (Enna)? L’imponente ponte delle Torri, a Spoleto, poggia invece sui resti di un antico acquedotto romano. Risalendo ancora la penisola ho un ricordo assai vivo del grande dinosauro, il ponte della Maddalena a Bagni di Lucca, edificato nel XIV secolo sul fiume Serchio. Infine a Bobbio (Piacenza), il grande crocevia dell’Appennino, ho visto il ponte Gobbo, così chiamato per il suo profilo irregolare, che svetta con le sue arcate sul fiume Trebbia. Anche nel nostro cantone sono tuttora ben saldi molti ponti storici costruiti tra il Cinquecento e il Settecento: ponti sulle antiche vie maestre, come quelli di Giornico e di Bignasco, oppure quelli che nelle valli consentivano di raggiungere i pascoli alpini, come il maestoso ponte di Intragna, costruito nel 1588, o anche il vertiginoso ponte settecentesco di Lau, sospeso sulle profonde gole dell’Orino in Val Malvaglia. Senza parlare naturalmente del celebre ponte del diavolo, che colle-

ga il canton Uri al Ticino attraverso le selvagge gole della Schöllenen. Numerosi ponti hanno questo soprannome di ponte del diavolo, quando antiche leggende fanno riferimento a un intervento diabolico per costruire quello che sembrava impossibile alle sole forze degli uomini. Quasi sempre il demonio chiede per ricompensa del suo lavoro l’anima della prima creatura che attraverserà il ponte e sempre viene beffato facendo passare per primo un animale. Perché i ponti ci affascinano? Per cominciare il ponte è un simbolo potente di unione, della capacità di superare tutti gli ostacoli. Per esempio, dal momento che i fiumi segnano spesso il confine tra Stati diversi, come nel caso del Danubio nell’Europa orientale, capita che a metà del ponte si superi la frontiera e si entri in un altro Paese. Ma soprattutto il ponte è una perfetta rappresentazione del viaggio: un collegamento sempre precario tra mondi e culture diverse, un segno di speranza e di apertura alla diversità.

Nei miei viaggi ho sempre sostato incuriosito davanti alle case abbandonate. In Spagna rimasi a lungo a guardare, da una finestra, l’interno di una dimora deserta. Gli abitanti dovevano essere partiti all’improvviso anni prima (perché?) senza portare niente con loro, forse confidando in un ritorno che poi non avvenne mai. All’interno tutto era rimasto come quell’ultimo giorno, con la scatola del caffè sul tavolo della cucina. È uno strano momento quando scopriamo che quella che credevamo una nostra fissazione è invece condivisa, come mi ha rivelato questo interessante libro che racconta appunto un viaggio nelle case abbandonate dell’Appennino. Le case abbandonate sono macchine del tempo, mantengono in vita il passato nel presente. E se impariamo a fare silenzio dentro di noi, a poco a poco riusciamo a sentire la voce delle cose: fotografie ingiallite, vecchi giornali, la stampa di un santo appesa alle pareti della stalla… È una voce triste, piena di rimpianto, ma senza toni tragici. Racconta momenti di vita quotidiana – nascere, sposarsi, morire – nell’alternanza di gioie e dolori. Poi, poco a poco, la natura si riprende la casa abbandonata. Le tracce umane scompaiono e resta soltanto l’essenziale: la struttura portante con i muri scanditi dai buchi di porte e finestre. I mattoni coperti di muschio ed edera prendono il colore della vegetazione e la casa dissolvendosi conclude il tempo che le è stato concesso: un po’ più lungo di quello degli uomini, tanto più breve di quello della natura. Bibliografia

Mario Ferraguti, La voce delle case abbandonate. Piccolo alfabeto del silenzio, Ediciclo, 2016, pp.96, € 8,50.

Anagrammi e serendipità Giochi di parole Quando le cose si trovano per caso, cercando altro

Ennio Peres A volte, nella composizione di un anagramma, può capitare che, dopo aver isolato una determinata parola, le lettere rimanenti forniscano altri spunti di applicazione, elaborando i quali è possibile conseguire risultati notevoli ed insperati. Questo particolare intreccio tra casualità e perspicacia, comune ad altre attività umane, viene definito più precisamente: serendipità. Il termine serendipità deriva da Serendip (o Sarandib), l’antico nome persiano dell’isola di Ceylon (attuale Sri Lanka) ed è stato coniato nel 1754, dallo scrittore inglese Horace Walpole, dopo aver letto la fiaba Tre prìncipi di Serendippo di Cristoforo Armeno, pubblicata a Venezia nel 1557. In quell’originale racconto, i tre

giovani protagonisti riescono a farsi benvolere dell’imperatore persiano Bahram, grazie alla loro spiccata capacità di riuscire a interpretare argutamente alcuni indizi apparentemente insignificanti (come resti di pane o tane di serpi), rinvenuti in maniera del tutto casuale. Le vie del progresso scientifico sono strapiene di esempi di serendipità, più o meno rilevanti, come i seguenti: – nel 1492, il navigatore italiano Cristoforo Colombo scoprì l’America, mentre cercava di raggiungere il Catai e il Cipango (coppia di nomi che, in alcuni testi, sta per «Indie»); – nel 1781, l’astronomo tedesco William Herschel scoprì il pianeta Urano, mentre cercava delle nuove comete, scrutando volte celesti, piene d’astri; – nel 1896, il fisico tedesco Wilhelm

Conrad Röntgen scoprì i raggi X mentre stava eseguendo al buio, e in disparte, degli arditi esperimenti sui tubi catodici; – nel 1903, il fisiologo russo Ivan Pavlov scoprì i riflessi condizionati degli animali (dai serpenti alle scimmie...) mentre stava conducendo ricerche sulla salivazione dei cani; – nel 1928, il biologo britannico Alexander Fleming, in un periodo i cui la medicina era mossa da poche spinte aride, riuscì a scoprire la penicillina, perché aveva disinfettato male un vetrino; – nel 1938, il chimico statunitense Roy Plunkett, sezionando una bombola di tetrafluoroetene occlusa, scoprì il Teflon (il rivestimento per padelle, che rende i pasti meno collosi); – nel 1968, il chimico statunitense

Spencer Silver inventò la colla debole dei Post–it, dopo essersi fatto stipendiare per realizzare un adesivo estremamente resistente. Un aspetto fondamentale della serendipità che si tende a sottovalutare (perché viene dato per scontato), ma che andrebbe considerato presidiante, è l’attività di ricerca che conduce alla scoperta. Un noto proverbio afferma: «Chi cerca trova». Nel caso della serendipità, bisognerebbe dire più precisamente: «Trova chi cerca»... Tanto per fare un esempio, Cristoforo Colombo non avrebbe scoperto l’America, se non si fosse messo in viaggio con le caravelle. Al mondo, non c’è niente di più arcano e affascinante dei meccanismi della mente umana, piena d’estri potenziali...

Devo confessare, però, che anche questo mio breve scritto è un esempio di serendipità. In particolare, mi sono accorto che in esso sono disseminati (sotto forma di frasi o porzioni di frasi), quattordici anagrammi della parola serendipità, apparentemente nati di per sé... Provate a individuarli tutti (trova chi cerca…). Chissà che non riusciate casualmente a trovarne qualcuno in più...

Soluzione

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Gli anagrammi disseminati nel testo sono, nell’ordine: ed insperati – resti di pane – tane di serpi – strapiene di – sta per «Indie» – piene d’astri – e in disparte – dai serpenti – spinte aride – rende i pasti – stipendiare – presidiante – piena d’estri – nati di per sé.

pagina 13

Ogni volta che attraverso un ponte mi emoziono un poco. Forse si risveglia in me la suggestione di una lettura giovanile, Il ponte di San Luis Rey dello scrittore americano Thornton Wilder, pubblicato nel 1927. Il titolo del libro fa riferimento a un ponte di corde inca che per oltre un secolo era stato il principale collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco, in Peru. Improvvisamente, a mezzogiorno del venerdì 20 luglio 1714, il ponte crolla causando la morte di cinque persone. Un frate, che sta per attraversare, riesce a salvarsi ma l’incidente desta in lui numerose domande: chi erano quei cinque e perché si trovavano proprio lì, all’appuntamento con la morte? Le loro vite si erano già intrecciate in qualche momento? E soprattutto le nostre esistenze sono in balia del caso o la Provvidenza divina si prende cura di noi, per punirci o premiarci? Forse ha lasciato traccia in me anche un fugace incontro di qualche anno fa, in uno studio radiofonico, con Toni el Suizo Rüttimann, originario di Pontresina. Abbandonati gli studi universitari in ingegneria, Toni ha costruito centinaia di ponti in Sud America e in altre parti del mondo, in forma del tutto gratuita e volontaria, coinvolgendo la comunità locale e utilizzando materiale di recupero (per esempio i cavi delle funivie svizzere, che per ragioni di sicurezza vengono sostituiti quando sono ancora in buono stato). Toni ha compreso bene come, al di là dei grandi progetti, la costruzione di un semplice ponte può trasformare radicalmente la vita della comunità locale, permettendo di accedere al mercato, all’ospedale o alla scuola. È la storia raccontata anche in un toccante film di qualche anno fa, La valle di pietra (1991). Siamo in Boemia nel 1850 e un agrimensore viene spedito dal governo in una valle remota e spoglia. Durante il suo lavoro conosce un prete «d’aspetto umilissimo e quasi miserabile», perché mette da parte ogni centesimo senza spendere nulla per sé. Un giorno vede questo prete immerso nell’acqua sino alla vita, mentre aiuta i bambini del villaggio a guadare il fiume su una precaria passerella, per raggiungere la


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Ambiente e Benessere

Scoperto un nuovo insetto sul Basodino Biodiversità Una testimonianza che incrementa e valorizza le conoscenze sulla fauna minuta delle Alpi ticinesi

Alessandro Focarile A saperlo leggere, un campione di terriccio può raccontare molte storie. E una di queste storie nasce grazie alla fortunata e proficua collaborazione di Giovanni Kappenberger – un alpinista sensibile agli aspetti naturalistici dell’alta montagna, glaciologo e meteorologo, disponibile a portare a valle un campione di terriccio (700-1000 grammi) raccolto oltre 2500 metri di altitudine – con uno studioso in grado di estrarre e selezionare la fauna minuta di invertebrati contenuta nel campione e di identificare e valutarne il significato e il valore scientifici. Il tutto in nome dell’importanza di queste testimonianze per lo studio e la conoscenza degli ecosistemi alto-alpini, anche nelle loro microscopiche espressioni. Ma prima di parlare di questo ritrovamento, facciamo un balzo nel passato per ripercorrere i passi di un noto predecessore di Kappenberger. Anno 1787. Il ginevrino HoraceBénédict de Saussure (1709-1799) è considerato il pioniere dell’alpinismo scientifico sulle Alpi. Con i suoi studi, accese un vasto e profondo interesse per questi ultimi lembi di mistero che la vecchia Europa era riuscita a conservare. Geologo e fisico, de-Saussure compì ricerche di glaciologia e di meteorologia nella catena alpina: Monte Bianco (1787 e 1788), e intorno al Monte Rosa (Colle del Teodulo e Piccolo Cervino 1789).

Dal 1787 a oggi, migliaia di alpinisti e guide hanno notato l’esistenza di insetti su ghiacciai Un’attività frenetica e fruttuosa fino agli ultimi anni della sua vita. Ideò anche l’igrometro a capello, lo strumento tuttora utilizzato per misurare l’umidità relativa dell’aria. Brillante esponente della vita culturale a Ginevra, professore universitario a soli 22 anni, de Saussure ebbe agio di ammirare dal Mont-Salève, nei pressi della città, la catena del Monte Bianco, fino a riuscire a compiere la terza ascensione della massima vetta nell’agosto 1787, dopo aver propugnato e finanziato la prima ascensione del dottor Paccard con il cercatore di cristalli Balmat. Vi salì scortato da una numerosa schiera di ardimentosi, guide e portatori come era necessità e costume dell’epoca, senza corde ma muniti di lunghe picche chiodate (antenate delle piccozze). La comitiva portò abbondante provvigione di polli arrosto, bottiglie di vino, e un prezioso barometro in ve-

Ghiacciaio del Basodino. (Prissantenbär)

tro lungo un metro e diversi termometri. De Saussure va anche ricordato quale ecologo ante-litteram. Difatti, mentre risaliva la calotta glaciale del Monte Bianco, misurò le temperature alle differenti altitudini e notò il volo di numerose farfalle, da lui chiamate «falene», sospinte dalle correnti ascensionali lungo i fianchi della montagna, trovando sulla neve la loro fine. Anno 2000. «Colle Zumstein, 4500 metri sul livello del mare, ore sei del mattino. Seguo con il respiro pesante il sottile filo di cresta che unisce le due cime più alte del Monte Rosa. Un piede in Italia, un piede in Svizzera. Un piede in Piemonte, uno nel Vallese. Noto, incollato a un cristallo di neve, un delicato imenottero, portato a morire in questa wasted land (terra desolata, ndr.) da una corrente ascensionale: muove ancora un’antenna, ma forse è solo il vento». (Paci, 2003). Dal 1787 a oggi, migliaia di alpinisti e guide hanno osservato la presenza di insetti su ghiacciai e nevai, creature aliene per questi ambienti, trasportate passivamente in alto insieme con microscopiche particelle di vita organica (pollini, resti di foglie) e minerale. Tutte queste osservazioni sono state ufficializzate nel corso del tempo e le ritroviamo sulle carte topografiche: Col des abeilles, Pointe des papillons, località oltre i 3500 metri nella catena del Monte Bianco. Al Colle Gnifetti (4450 metri) sul Monte Rosa, carotaggi nel ghiaccio, eseguiti dall’Università

Bollo rosso: località di ritrovamento della nuova specie a 2570 metri sul versante Est del Basodino – R = Robiei, 1900 metri – B = Basodino, 3273 metri. (Alessandro Focarile)

di Berna fino a 130 metri di profondità, hanno permesso di raccogliere pollini di castagno e di eucalipto, ceneri vulcaniche di lontana provenienza e campioni di sabbia del Sahara. Sicuramente, i carotaggi contenevano anche insetti, ma questi ultimi reperti non sono stati analizzati e identificati. Verso la metà dell’Ottocento aveva inizio lo studio della fauna alto-alpina degli invertebrati, principalmente gli insetti. Il glaronese Oswald Heer (18091883) fu il primo a occuparsi degli insetti coleotteri delle Alpi svizzere, descrivendo numerose specie tuttora valide. Il barone tedesco von Kiesenwetter che, provenendo dalla baltica città di Stettino (1861), nel corso di una memorabile spedizione nelle Alpi Pennine vallesane scoprì al Passo di Monte Moro (2800 metri, tra la valle di Saas e quella di Macugnaga), i primi coleotteri endemici (esclusivamente alto-alpini di questo settore delle Alpi). Diede così inizio allo studio della fauna degli insetti al culmine ambientale e temporale della «piccola era glaciale». Tra i compiti statutari dei vari club alpini, che rapidamente si organizzavano in tutti i Paesi alpini dall’Austria alla Francia, vi era anche lo studio scientifico della montagna. Tra studiosi-alpinisti, che già comprendevano geologi e botanici, non potevano mancare gli entomologi, poiché in alta montagna non c’erano soltanto stambecchi, camosci, aquile e marmotte, ma anche miriadi di minuscoli esseri, che attendevano di essere scoperti e descrit-

Lo stafilinide Mycetoporus kappenbergeri, scala 1 millimetro. (Alessandro Focarile)

ti. E grazie alle ricerche, spesso faticose, di numerosi entomologi, cominciarono a delinearsi le caratteristiche e le probabili origini della fauna in alta quota. La montagna alpina, dopo avere conosciuto la massima espansione del glacialismo, iniziava a mostrare i primi sintomi della ritirata. Ciò nonostante, erano ancora notevoli le superfici coperte di neve e di ghiaccio, e la presenza eventuale degli insetti poneva seri e controversi problemi di interpretazione. Qual era l’origine e il significato di questa fauna minuta? Indubbiamente, queste testimonianze faunistiche mostravano di appartenere a diverse categorie bio-ecologiche. La prima, quella costituita dalle entità aliene trasportate passivamente dalle correnti ascensionali, venendo a costituire un considerevole serbatoio alimentare per i consumatori primari, quali gli uccelli (gracchi e fringuelli delle nevi) durante il giorno. E da una categoria specializzata di insetti coleotteri (carabidi del genere Nebria) che se ne cibano durante la notte, dimostrando entrambi gli utilizzatori una razionale spartizione del cibo surgelato. La seconda categoria è quella costituita dalle specie che ripopolano le nuove terre progressivamente scoperte a seguito del ritiro di nevai e ghiacciai. Infine, la terza categoria è rappresentata da uno stock faunistico arcaico, la cui origine molto antica ha seguìto il progressivo innalzamento (orogènesi) delle Alpi, e di altri sistemi montuosi dell’Eurasia, fino alla catena himalayana. L’interpretazione dell’origine e della persistenza fino in epoca attuale di questa fauna relitta sono state oggetto delle maggiori discussioni. Va considerato, però, il fatto che le conoscenze in campo glaciologico e biologico erano modeste e parziali, quando il fenomeno iniziò a delinearsi. Tuttora, i manuali scolastici recano la classica cartina (formato cartolina) della Svizzera all’epoca della massima espansione glaciale. Una vasta regione alpina coperta da una continua coltre ghiacciata, con la conseguente distruzione totale della flora e della fauna pre-esistenti nel corso di un’epoca climaticamente più benigna. Ma, se esaminiamo la carta contenuta nell’Atlante della Svizzera, osserviamo chiaramente che le Alpi sono in realtà un reticolo di creste emergenti dai ghiacci. Su queste creste si sono conservate le testimonianze di vita attraverso

parecchie centinaia di migliaia di anni. E queste testimonianze, che siano piante o insetti, attendono di essere studiate e interpretate. Come ha recentemente scritto il professor Christian Körner, botanico dell’Università di Basilea, specialista della flora alpina e soprattutto dei suoi aspetti ecologici: «Il glacialismo non rimuove tutta la flora di un territorio, ma la isola in micro-ambienti di rifugio climaticamente favorevoli, al disopra e tra le colate glaciali: aree di rifugio, dette nunataker (termine di lingua esquimese – Inuit – per definire un’area scoperta e isolata in mezzo a superfici ghiacciate). In queste aree rifugiali, le specie vegetali (e animali) invadono di nuovo aree prossimali, che si stanno scoprendo a seguito dell’attuale fase di ritiro generalizzato dei ghiacciai». (Körner, 1999). Queste considerazioni sono altrettanto valide anche per la fauna di invertebrati, inclusi gli insetti coleotteri. La nuova specie, scoperta da Giovanni Kappenberger al Basodino, ha le ali non funzionali. Questa appartiene alla famiglia degli stafilinidi, ricca di oltre 32mila entità diffuse in tutto il mondo, a tutte le quote e latitudini (eccetto l’Antardide), e dove popolano gli ambienti più variati, fino nelle grotte e nei formicai. Animaletti essenzialmente carnivori e predatori, comprendono anche un ricco contingente di specie che si cibano di micro-funghi e delle loro spore, contribuendo attivamente alla dispersione della flora fungina nel terreno. La nuova specie fa parte di quest’ultima categoria ecologica, popolando i detriti vegetali in una zona che era ai margini immediati del grande ghiacciaio del Basodino fino a 150 anni or sono (Carta Dufour, 1853). Mycetoporus kappenbergeri, questo è il nome scientifico della nuova specie che sarà descritta nel Bollettino della società ticinese di scienze naturali e dedicata al suo scopritore. Bibliografia

Christian Körner, Alpine Plant Life. Functional Plant Ecology of High Mountains Ecosystem, Springer Verlag (Berlin, Heidelberg, New York), 1999, 333 pp. Paolo Paci, Alpi. Una grammatica d’alta quota, Feltrinelli (Milano), 2003, 284 pp.


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Ambiente e Benessere

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Bianca» (Feng Dan Bai), dal fiore bianco, com’è altrettanto facile intuire. Meravigliose quando sono in fiore, grazie anche al loro profumo delicato, risultano essere decorative anche nei periodi in cui non danno la fioritura, grazie al portamento sinuoso e alle foglie frastagliate. Amano vivere al sole: anche se in zone molto calde si adattano alla mezz’ombra, ricercando terreni ben drenati e grassi, con pH alcalino o neutro, riuscendo a volte a tollerare qualche grado di acidità (nel caso il vostro giardino abbia un terreno acido, vi consiglio di mischiare nella buca qualche manciata di calce per aumentarne il pH). Prediligono estati calde e inverni rigidi, non tollerando ristagni d’acqua e il periodo ideale per l’impianto delle peonie a radice nuda è da ottobre a metà febbraio. Forti e resistenti, vanno bagnate con cautela: in vaso capiente una volta alla settimana, mentre se in piena terra si lasciano in balia della pioggia, a parte la prima stagione dopo la piantumazione, quando è meglio tenerle bagnate ogni 8-10 giorni per permettere un buon attecchimento. Nei mesi tra novembre e dicembre si può intervenire con una potatura per pulire la pianta dai rami vecchi spezzati o deboli, per regolarne la forma o per stimolare l’emissione di nuovi polloni dalla base se la pianta si presenta debole e stentata. In questo caso non esitate ad accorciare gli steli, così facendo la pianta investirà sulla produzione di nuovi rami dal fusto, regalandovi l’anno successivo una ricca fioritura. Quando scegliete una peonia arbustiva assicuratevi che la varietà scelta vi piaccia veramente: queste belle piante hanno il pregio di accompagnarvi in giardino per moltissimi anni, sicuramente più della vostra stessa vita. In media durano 100-150 anni, ma vi sono esemplari in Cina di quasi 400 anni!

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Ambiente e Benessere Cucina di Stagione La ricetta della settimana

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Ambiente e Benessere

Sconfitte e batoste bianconere Sportivamente Il Football Club di Cornaredo continua a lasciare l’amaro in bocca ai suoi vecchi tifosi,

mentre l’Hockey Club Lugano manca di poco la conquista del titolo nella serie dei playoff Alcide Bernasconi Anche nell’hockey – come nel calcio – ci sono alcuni tifosi di vecchia data. Spesso il supertifoso che abbiamo imparato a conoscere tanto tempo fa segue con il medesimo spirito e lo stesso trasporto sia l’una sia l’altra squadra, ossia FC Lugano e HC Lugano. Queste sue passioni non sono giovate alla salute e la moglie, giustamente preoccupata, con un pressing costante è riuscita – con l’aiuto del medico di famiglia – a far sì che il marito si rendesse finalmente conto della delicata situazione. Tuttavia, quando il presidente dei calciatori bianconeri è riuscito nella non facile impresa di riportare la sua squadra (con la quale riuscì soltanto per poche stagioni a vivere un rapporto di vero amore corrisposto) dopo lunghi anni di attesa nella massima divisione, ecco riaccendersi la fiamma del tifo. Ciononostante, qualche acquisto fatto ha lasciato il nostro un po’ perplesso, a cominciare dall’allenatore Zeman. Prudenza, dunque. E bene ha fatto, il supertifoso, a evitare la strada per Cornaredo. Reti a grappoli – incassate un po’ qui e un po’ là, anche sul terreno di casa – vanno tenute in considerazione, pur se al termine del campionato ci sono ancora parecchie giornate. Infatti la sirena d’allarme sembra non sia suonata inutilmente e senza sosta negli spogliatoi dello stadio di Cornaredo. Se prima il Vaduz occupava l’ultimo posto della graduatoria con uno svantaggio di quattro punti sui luganesi – cosa che avrebbe dovuto permettere ai bianconeri di affrontare gli impegni con un po’ di tranquillità e maggiore determinazione – ora la squadra del Principato del Liechtenstein ha annullato totalmente lo scarto, ricedendo alla formazione allenata da Zeman l’ultimo posto. Qualcuno si è azzardato a dire che il Lugano è affondato contro le più for-

Roy esulta dopo aver superato Merzlikins; la rete del 2-3 in gara-5 della finale dei playoff regala il titolo al Berna. (Ti-Press)

ti (anche il Vaduz, per l’appunto, e proprio a Cornaredo!). Eppure, nella prima parte della stagione erano state alcune prestazioni, e anche qualche risultato di buon auspicio, a tenere alte le speranze, non soltanto dei vecchi tifosi. Quelli giovani, siamo onesti, non sono molti e i tafferugli di cui si rendono a volte protagonisti – provocati, ma anche provocatori – non possono senza dubbio dirsi un sostegno per la squadra. Sono diciassette i gol subiti nelle ultime tre partite, con un reparto arretrato simile alla carta velina… Anche il portiere che aveva dovuto sostituire Salvi è apparso il più delle volte totalmente a disagio. Dicono che i palloni finiti nella porta luganese in questo scorcio di stagione sono forse un record. Può darsi. Io ricordo soltanto che, anni luce or sono, trovandomi a Zurigo, in un uggioso pomeriggio, con i bianconeri pronti a scendere in campo al vecchio Letzigrund, non credetti ai miei occhi quando i bianconeri aprirono le marca-

ture; realizzai che era vero solo quando mio cugino fece un gran salto di gioia invitando un capannello di tifosi ticinesi a fare altrettanto, quando urlò un paio di volte, in uno stadio silenzioso, un incoraggiamento da corsaro bianconero: «Avanti, avanti, come leoni!». Sì, disse proprio così, affinché il portiere Panizzolo e compagni, dessero il massimo per creare la sorpresa della giornata. Questa non mancò, purtroppo sotto forma di valanga zurighese che seppellì la nostra squadra del cuore sotto 11 reti! Undici a uno, risultato che non riuscii mai più a dimenticare, neppure quando vennero anni migliori. Ora questo Lugano appare in balìa di se stesso. Contro un Basilea rabberciato, subisce quattro gol nel primo tempo; i giocatori non hanno il coraggio di alzare lo sguardo, mentre dalla tribuna il presidente Renzetti, che ribadisce ogni volta la sua fiducia nei confronti di Zeman, forse pensa l’esatto contrario. Un allenatore si può cam-

biare nel corso della stagione; tutta una squadra no.

ORIZZONTALI 1. Le iniziali dell’attrice Incontrada 3. Bari per i baresi... 7. In alcune… espressioni 9. Un figlio di Noè 10. Animaletto prolifico 12. Le iniziali dell’indimenticabile Presley 13. Li rifiutava Cincinnato 15. Le iniziali della cantante Ruggeri 16. Esclamazione che esprime stupore 22. Preposizione francese 24. L’avanzata dei vecchietti... 25. Pronome personale 26. In lista dopo la prima 28. La patria di Abramo 30. Destinate ai sacrifici 32. È una guida 35. Nuovo test per la diagnosi anticipata del tumore (Sigla) 37. Si verificano con l’appello 38. Possessivo VERTICALI 1. Nome maschile 2. Simbolo sul monitor del pc 4. È... spesso in centro 5. Le colpisce la legge 6. Tributo 8. Cellule che si riproducono senza fecondazione 11. Adesso in breve 14. 99 romani 17. Vocali in classe 18. Divisibili per due 19. Le iniziali del presentatore Mammuccari 20. Assistente 21. Massiccio della Bulgaria sudoccidentale 23. Spoglie 27. Suoi a Parigi 29. Tre in treno 31. La destra geografica 33. Le iniziali dell’attore Siani 34. Le iniziali dello Zerbi della tv 36. Prime in Europa

Sudoku Livello facile

Eccoci allora all’HC Lugano. Vecchio tifoso, con uno stratagemma messo a punto in passato con amici fidati, stavolta non ha resistito al richiamo della Resega. In mezzo a molti politici che gli stringevano la mano, non ha voluto perdersi gara-4 della finale Berna-Lugano, dopo aver visto frammenti (per evitare le ire della moglie-infermiera) delle tre precedenti partite alla tv. Eppure il telecronista di turno, assistito da un esperto, aveva messo in guardia tipi come lui: «Gare sconsigliate ai deboli di cuore!» aveva ripetuto. Le prime tre della finale si erano, infatti, tutte chiuse con un gol di scarto, a cominciare da una spettacolosa prima (5-4 per il Lugano) alla Resega che aveva ritrovato poi il grande pubblico, quello del «tutto esaurito». Ma il Berna era un orso inferocito. Nella seconda gara, in casa, eccolo vincere per 1-0 (in

fondo, un buon segnale per il Lugano) e i seguenti due confronti entrambi all’overtime, portandosi sul punteggio di 3-1 nella serie di sette. Vincendo per la seconda volta alla Resega, contro un Lugano forse al meglio di se stesso, non è sfuggito il 14esimo titolo di campione svizzero, sotto la guida del tecnico di fortuna Lars Leuenberger, scelto per sostituire il canadese Guy Boucher, esonerato. E dire che i bernesi si erano qualificati per i playoff per il rotto della cuffia, nell’ultima giornata della stagione regolare, battendo però poi il favoritissimo ZSC e i campioni in carica del Davos per affrontare infine un Lugano leggermente favorito (gara-1 in casa). Un paio di arbitraggi decisamente sfavorevoli e la mancata esplosione degli svedesi nella finale hanno fatto sfumare le legittime speranze dei luganesi di tornare a vincere il titolo a dieci anni di distanza dall’ultimo di sette trionfi. Ora il pubblico luganese non dovrebbe dimenticare il fantastico finale (mai, in Svizzera, si era giocato prima con tanto ritmo e intensità). Il Berna, nonostante tutto, è apparso più completo e quadrato, mentre il Lugano ha sfruttato eccessivamente i suoi uomini migliori. La grande scoperta è stato il portiere lettone Elvis Merzlikins, il migliore elemento dei playoff. Infine va lodata la presidente Vicki Mantegazza per il suo appello anche ai tifosi di comportarsi sportivamente comunque vadano le cose. E il numero uno dell’HC Lugano è stato premiato con una serata che ha fatto onore ai tifosi luganesi: niente cori che dileggiano gli avversari, applausi meritati ai luganesi per una stagione strana che sarà difficile dimenticare. E applausi anche ai vincitori. Arbitri in serata di grazia, ed è così che l’hockey torna ad avere un senso. Bello da vivere a sostegno della propria squadra, anche in caso di sconfitta.

Giochi Cruciverba Come si chiamano i baffi della foca? E a cosa le servono? Scoprilo a cruciverba ultimato leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 8 – 3, 6, 1, 8, 2, 8)

Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

Soluzione della settimana precedente

BACCHE DI GOJI – Le bacche di Goji contengono più … VITAMINA «C» DELLE ARANCE. 3

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Politica e Economia Petrolio, gioco al rialzo La Russia è pronta al rincaro del greggio dopo i tentativi per congelarne la produzione

Sinodo sulla famiglia Nel documento Amoris Laetitia il Papa tira le somme della lunga riflessione sulla famiglia affrontando la questione se ammettere o meno i divorziati separati alla celebrazione dei sacramenti, Eucarestia in primis

Un’altra occasione mancata Con la rinuncia a creare un’agenzia di rating europea, l’Ue lascia il campo agli USA

Troppe leggi e regole inutili Vari studi confermano il peso crescente di regolamentazioni nella vita delle imprese. L’USAM e politici borghesi chiedono al Consiglio federale delle contromisure pagina 23

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Nuovi metri di filo spinato sulla frontiera fra Austria e Slovenia. (AFP)

Disintegrazione europea? Costruzione comunitaria Tensioni nell’Eurozona, guerra in Ucraina e conseguenti sanzioni alla Russia,

pressione migratoria e terrorismo jihadista: quattro minacce che toccano i governi dell’Ue e i cittadini europei Lucio Caracciolo L’Unione Europea si sta disintegrando. I segni al riguardo sono molteplici e inequivocabili. Le barriere fisiche e/o gli accentuati controlli presso diverse frontiere comunitarie, soprattutto balcaniche e centro-europee (cui si sta aggiungendo il Brennero italo-austriaco), significano la sospensione di fatto, se non la fine, degli accordi di Schengen. Fatto non solo simbolico, ma molto pratico: gli studi più affidabili valutano in un centinaio di miliardi di euro l’anno i danni prodotti all’economia europea dal nuovo regime frontaliero. Inoltre, l’impatto psicologico e culturale di queste misure, misurabile solo nel tempo, è potenzialmente immenso, riportandoci a tempi che parevano per sempre trascorsi. Inoltre, il referendum olandese sull’accordo Ue-Ucraina indica una crescente corrente eurocritica se non eurofoba, diffusa ormai nei Paesi fondatori o di più lunga tradizione europeistica. Sondaggi recenti rivelano ad esempio che in questo momento l’Italia

è più euroscettica della stessa Gran Bretagna. La quale si appresta a votare, il 23 giugno, per il suo ritiro o la sua permanenza nell’ambito dell’Ue. Comunque vada, questo voto inciderà profondamente sugli assetti geopolitici europei. Infatti, in caso di Brexit, il referendum britannico sancirà formalmente l’avvio della disintegrazione, tanto più traumatica considerando la retorica europeista che ha sempre presentato l’Unione Europea – e l’euro – come processo irreversibile. Se invece dovesse prevalere la paura dell’ignoto, e dunque il riflesso conservativo spingesse i britannici a restare nella casa comunitaria, ciò avverrebbe al prezzo di concessioni di Bruxelles a Londra talmente profonde da scatenare la caccia a un analogo trattamento di favore da parte degli altri soci, Paesi dell’ex blocco sovietico in testa. Sarebbe la sanzione dell’Europa à la carte. Questa crisi è il frutto estremo del convergere di quattro minacce interne ed esterne alla costruzione europea. In ordine di tempo: tensioni nell’Eurozona, guerra di Ucraina e conseguenti

sanzioni alla Russia, pressione migratoria e terrorismo jihadista. Se le prime due toccano la responsabilità specifica dei governi e delle tecnocrazie comunitarie, le altre hanno un impatto diretto e immediato sulla vita di tutti i giorni degli europei. Il loro potenziale politico è esplosivo. Perché la paura del migrante e quella del jihadista tendono a fondersi, producendo reazioni non solo emotive che si riflettono sugli equilibri politici e di potere nei singoli Paesi e al livello comunitario. A trarne vantaggio sono movimenti e partiti più o meno populisti, spesso xenofobi, a scapito dei partiti tradizionali, stabiliti, moderati. Il caso più rilevante è potenzialmente quello tedesco. L’emergere dell’Alternativa per la Germania come partito di massa in diversi Länder, oggi, e probabilmente anche a livello federale, domani, ha incrinato il principio di fondo del sistema politico della Bundesrepublik: nessuno più a destra della CDU-CSU. Se nei prossimi anni dovesse materializzarsi un’alternativa antisistemica nel maggiore Paese comunitario, i riflessi sul

resto del Continente sarebbero assai profondi. Al di là delle contingenze, emerge ora ad evidenza la tabe di fondo della costruzione comunitaria: essere questa fatta per gli europei, non con loro. La storia dell’europeismo illustra il tentativo di una minoranza «illuminata», che diffida profondamente dei popoli europei, di edificare un sistema istituzionale mai davvero definito, ma comunque al riparo dalle democrazie nazionali. E quindi dal consenso popolare. Lo scopo era e rimane di disporre di uno spazio di decisione liberato dalla pressione delle elezioni e delle opinioni pubbliche nazionali, in cui determinare e far valere gli interessi di lungo periodo dei Paesi dominanti nell’Ue. Uno spazio di concertazione permanente e non trasparente, che ha i suoi luoghi di elezione nel Consiglio europeo – i vertici fra i capi di Stato e di governo dei 28 – e nell’Eurogruppo, che si concentra sulle politiche economico-finanziarie. Chi denuncia il populismo dilagante dovrebbe riflettere sulle sue cau-

se strutturali. La principale è l’elitismo del progetto europeo. Finché il tempo tende al bello, nessun problema. Ma appena si addensano le nuvole, e talvolta piove forte, il consenso pro europeo si dissolve, mentre si moltiplicano le critiche o addirittura le invettive contro l’«Europa», colpevole di ogni nefandezza. Sarebbe sbagliato concluderne che l’Unione Europea sia sulla via dell’autoscioglimento. L’investimento storico che i soci hanno fatto in questa impresa è tale da scoraggiarne la liquidazione. Molto più probabile, e in parte già visibile, che l’architettura comunitaria resti in piedi nella forma, ma svuotata di sostanza. Producendo l’illusione di un sistema che continua a vivere e a funzionare, mentre in realtà si sta avviando verso lo stallo. O addirittura verso l’incentivazione dell’anti-europeismo. Sarebbe davvero paradossale che un’impresa nata per avvicinare e infine unire gli europei, finisse invece per dividerli. E per rivitalizzare quei nazionalismi che si credevano – o si volevano credere – superati una volta per tutte.


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Politica e Economia

Petrolio, gioco al rialzo Russia Mosca è impegnata su più fronti diplomatici per invertire il corso del prezzo

del greggio nella speranza che torni a crescere. Perché per Mosca i profitti provenienti dal barile sono il perno dell’economia e della politica

Una raffineria di petrolio di Gazpromneft a Mosca. (AFP)

Anna Zafesova La Russia è pronta al rincaro del petrolio: il ministro del tesoro Anton Siluanov ha proposto di prelevare i superprofitti petroliferi nel Fondo di riserva dello Stato, «per evitare che il rublo si rinforzi». In attesa del vertice dei Paesi produttori petroliferi nel Qatar, il 17 aprile, a Mosca si scommetteva sul rialzo del prezzo. Che per la Russia, che ottiene la metà delle entrate dagli idrocarburi, che costituiscono i due terzi delle sue esportazioni, è il perno dell’economia, e del sistema politico. Poco più di un anno fa Vladimir Putin aveva detto che «a 80 dollari a barile l’economia mondiale collasserebbe». Quattro mesi fa ha ammesso che «il periodo nero dell’economia non è ancora finito», e che in un paio d’anni il prezzo del petrolio sarebbe tornato a crescere. Ma aspettare non è stato sufficiente, e ora la Russia è impegnata su più fronti diplomatici per invertire il corso dei mercati. Il Cremlino è stato tra i promotori dell’accordo per congelare i livelli di produzione, al centro dell’incontro a Doha tra i 15 Paesi che producono circa il 75% del greggio mondiale: i membri dell’Opec più la Russia, l’Oman, il Bahrein. Il Messico partecipa solo come osservatore, la Libia nemmeno si è presentata, Azerbaigian, Norvegia e Kazakistan hanno esitato fino all’ultimo. Ma il vero problema è l’Iran, che ha subito fatto sapere che non solo non congelerà la produzione, ma vorrebbe incrementarla a 4 milioni di barili al giorno (oggi meno di 3), per raggiungere il livello precedente alle sanzioni. Teheran sta già offrendo il suo greggio a prezzi fortemente scontati, cercando di riconquistare i mercati perduti con il dumping. E l’Arabia Saudita, il maggior esportatore del mondo, senza l’adesione del quale ogni accordo diventa inutile, non vuole stringere nessun patto se l’Iran ne resta fuori. Un braccio di ferro che rispecchia la contesa tra Iran e Arabia Saudita anche in altri campi, in primo luogo in Siria. E, come in Siria e parallelamente al suo impegno militare, Putin sta cercando una manovra tra i due contendenti. Alcuni osservatori hanno interpretato l’annuncio della Russia di un «ritiro» dal campo di battaglia siriano – per ora con poche conferme sul terreno

– con il desiderio di prendere le distanze dalla «coalizione sciita» (Siria, Iran, gli Hezbollah libanesi e l’Iraq) a fianco della quale si è schierata nella guerra siriana. In questo modo il Cremlino torna a corteggiare il regno saudita, e accoglie il re Salman, mentre il ministro dell’energia Alexandr Novak è in contatto permanente con il collega di Riad Ali al-Naimi. Secondo una fonte diplomatica russa che si è confidata con l’agenzia Interfax, i russi sono riusciti a convincere i sauditi a congelare i livelli di estrazione di petrolio indipendentemente dalla posizione iraniana.

Il benessere dell’era putiniana, cresciuto per 15 anni, è finito. Non tanto per le sanzioni occidentali, quanto per il crollo del prezzo del greggio Ma il gioco resta estremamente complesso. Il «congelamento» riguarderebbe in ogni caso i livelli del gennaio 2016, quando quasi tutti i Paesi produttori hanno battuto i rispettivi record di produzione. L’offerta di greggio sui mercati oggi supera la domanda di 1,5-2 milioni di barili giornalieri. E una vecchia regola economica sostiene che è quasi impossibile creare un cartello di produttori quando l’offerta supera la domanda. Infatti, se tutti i produttori tagliano l’offerta il prezzo dovrebbe aumentare, a beneficio di tutti, ma ciascuno teme che l’altro non lo farà, e in questo caso chi taglia si vede ridurre le entrate e in più rischia di cedere i mercati ai concorrenti che non rispettano il patto. La scommessa dell’Iran è proprio questa. Anche perché tutti i Paesi petroliferi sono impegnati, chi più chi meno, in una corsa contro il tempo: il loro benessere, e il consenso sociale, sono messi a rischio dal barile a buon mercato. Perfino l’Arabia Saudita, nonostante una popolazione abbastanza poco numerosa e un’enorme ricchezza accumulata, è costretta a tagliare la spesa e aumentare il debito, e per rimediare sta progettando la vendita di parte del colosso statale del petrolio Aramco.

I Paesi più popolosi, che negoziano il consenso con una qualche forma di elezioni – Iran, Venezuela, Russia – sono in una situazione ancora più critica. Il Venezuela, con il petrolio che costituisce il 96% delle esportazioni, è prossimo alla bancarotta, dopo aver costruito un bilancio dello Stato che quadrava intorno ai 120 dollari a barile, più o meno come l’Iran. La Russia aveva messo a bilancio 95 dollari, e dopo due revisioni con conseguenti tagli della spesa potrebbe ora far quadrare i conti a 50 dollari. Qualche giorno fa il quotidiano «Kommersant» ha scoperto che il governo di Dmitry Medvedev potrebbe rinunciare alla revisione del budget per il 2016, rinviando così un nuovo giro di tagli alla nuova Duma che verrà eletta in autunno. Questo significa però anche il rinvio dell’indicizzazione delle pensioni, già rimaste indietro rispetto al balzo dell’inflazione dello scorso anno. I pensionati sono un terzo della popolazione, e la principale base elettorale di Putin, inseme ai dipendenti statali che si sono visti tagliare stipendi e finanziamenti (salvo che nel settore della difesa e della sicurezza, principali voci di spesa insieme al welfare). Il benessere dell’era putiniana, cresciuto senza interruzione per 15 anni, è finito, non tanto per le sanzioni occidentali quanto per il crollo del prezzo del greggio. Secondo il Comitato statale per la statistica, il numero dei poveri – che all’arrivo di Putin al Cremlino, nel 1999, era il 29%, per ridursi di tre volte quanto è stato rieletto per la terza volta, nel 2012 – è aumentato al 15%. Ma secondo le stime dell’Accademia delle scienze russa, i poveri sono ormai un quarto della popolazione e, se si contano nel tenore di vita anche le condizioni abitative, il 35%. Nel distretto centrale (Mosca e dintorni) gli acquisti dei prodotti alimentari dal gennaio 2015 al gennaio 2016 sono scesi del 12%. I russi mangiano meno, conferma Natalia Shagaida, direttore del Centro di politiche agroalimentari dell’Accademia statale dell’economia e del servizio pubblico presso la presidenza: «I volumi di consumo sono aumentati solo per il pollame e le verdure», mentre un altro allarme è la qualità dei prodotti consumati, peggiorata sia a causa del bando di alimentari occidentali, sia perché i produttori nazio-

nali risparmiano sulle materie prime per abbassare i prezzi. Segnali di panico arrivano da tutti i settori, da quello automobilistico (diverse marche occidentali e orientali hanno fermato la produzione negli impianti russi) a quello finanziario: secondo i sondaggi, solo un quarto dei russi conserva dei risparmi. Il Fondo monetario internazionale ha appena rivisto al ribasso il pronostico sull’economia russa: –1,8% di Pil nel 2016, rispetto allo 0,8%. E la governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina avverte che anche in caso di rialzo del petrolio – che comunque nessun pronostico per ora colloca a più di 60 dollari a barile – l’economia russa «non potrà crescere più dell’1,5-2% annuo senza riforme strutturali, è un nostro problema interno che non dipende dal petrolio». I dati sulla disoccupazione rimangono contenuti, più che altro perché molti datori di lavoro hanno preferito ridurre i salari invece di licenziare. Ma i sondaggisti del centro Levada rilevano un livello di scontento senza precedenti, intorno all’83%. Paradossalmente, più o meno equivalente al livello di popolarità di Vladimir Putin. Che però non può permettersi decisioni impopolari nell’anno elettorale. Motivo per il quale la Russia ha portato intanto l’estrazione del petrolio al massimo, e non ha intenzione di discutere altro che un «congelamento» della produzione, ma non tagli. Intanto già gli annunci e le indiscrezioni in attesa del negoziato di Doha hanno riportato il barile dal minimo di 28 verso i 40 dollari, e ogni 10 dollari in più, secondo i calcoli del ministro Siluanov, equivalgono a circa 0,8-0,9% di aumento del Pil russo. Quindi già l’attività diplomatica intorno al vertice petrolifero ha rimpinguato le casse del Cremlino, in attesa che il mercato del greggio torni a crescere.

Notizie dal mondo Usa-India: alleanza militare senza precedenti Storica svolta nelle relazioni tra India e Stati Uniti. Il governo di New Delhi accetta di aprire le sue basi militari alle forze armate Usa. Un accordo senza precedenti, un cambio notevole rispetto ai tempi in cui l’India fu attratta dall’orbita d’influenza dell’Urss. Oggi il nemico comune è la Cina e questo sta rafforzando il nuovo asse. Sanders e Hillary a New York Vincendo il 9 aprile i caucus democratici del Wyoming, Bernie Sanders ha ottenuto il suo ottavo trionfo nelle ultime nove primarie. Per quanto spettacolare, questo risultato non dovrebbe permettere al candidato democratico di strappare la nomina a Hillary Clinton, il cui vantaggio resta forte. Tuttavia è innegabile che negli Stati Uniti è in atto un fenomeno Sanders. La sera del 13 aprile Bernie Sanders ha tenuto un comizio sotto l’arco del famoso Washington Square Park di New York, uno dei più conosciuti parchi pubblici della città. C’erano tantissime persone – si parla di 27 mila, che per la politica americana è un gran numero – e sul palco sono intervenuti il regista Spike Lee e l’attrice Rosario Dawson. Durante il suo discorso Sanders ha detto che se sarà eletto combatterà la «classe politica miliardaria» con tutto l’entusiasmo che ha usato per la campagna elettorale. Gli elettori Democratici di New York voteranno per le primarie il prossimo 19 aprile. Obama alla Fox: «La Libia l’errore peggiore» «Il modo con cui è stata gestita la transizione in Libia nel dopo Gheddafi è stato il peggior errore della mia presidenza». L’ammissione del presidente degli Stati Uniti Barack Obama è avvenuta durante un’intervista alla Fox News. «Ma intervenire in Libia è stata la cosa giusta da fare», ha aggiunto subito dopo. Le operazioni militari condotte nel 2011 da Stati Uniti e altre nazioni come Francia e Gran Bretagna avevano l’obiettivo di proteggere i cittadini durante la rivolta contro Gheddafi. Ma dopo la destituzione del colonnello, la nazione è sprofondata nel caos, divisa tra bande armate rivali in lotta per il potere. Dal 2014 la Libia è stata di fatto divisa tra due governi in competizione tra loro, appoggiati da vari gruppi armati. Uno a Tripoli, filo-islamico e uno a Tobruk, riconosciuto internazionalmente prima della formazione del nuovo governo di unità nazionale, e appoggiato dai militari. Nel mentre però lo Stato islamico ha preso il controllo di alcune zone del Paese. Non è la prima volta che Obama interviene in merito alla Libia. In una intervista a «The Atlantic» a marzo, aveva criticato aspramente l’operato del premier britannico David Cameron e dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy. Una presa di distanza e un’ammissione di colpa che hanno lo scopo di difendere il candidato di punta dei democratici, Hillary Clinton, nella corsa alla Casa Bianca, affinché possa smarcarsi dagli attacchi dei repubblicani per l’instabilità che ha seguito l’intervento contro Gheddafi, da lei voluto quando era segretario di Stato. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Amoris Laetitia, ospedale da campo Sinodo sulla famiglia Il documento papale è molto di più di una apertura sulla comunione ai divorziati: è il segnale

Giorgio Bernardelli L’apertura alla comunione per i divorziati risposati è inserita in una nota a pié di pagina, che arriva dopo oltre 200 pagine di documento. Accompagnata da un criterio generale del «discernimento» – esaminare ogni situazione caso per caso – che resta aperto a interpretazioni diverse. Il tutto per di più all’interno di una sezione del testo infarcita di citazioni della Summa Theologiae di san Tommaso d’Aquino, quasi a prevenire il fuoco di fila dei rigidi cultori dell’ortodossia. Dopo due anni di discussioni scandite da altrettanti Sinodi convocati in Vaticano, è arrivata in questo modo – qualche giorno fa – l’Amoris Laetitia, l’attesissima esortazione apostolica con la quale papa Francesco ha tirato le somme della lunga riflessione sul tema della famiglia. Mai un documento conclusivo di un Sinodo era stato atteso nel mondo cattolico con una polarizzazione tanto forte. Ed era probabilmente dai tempi del Concilio Vaticano II che i diversi schieramenti non si affrontavano in modo così scoperto sui media riguardo a quale posizione assumere su un tema caldo. Perché il Sinodo ha parlato sì di tante cose (e nel documento del Papa lo si vede bene); ma alla fine la questione centrale è stata comunque quella che da anni tiene banco all’interno del dibattito ecclesiale: l’opportunità o meno di ammettere i divorziati risposati alla celebrazione dei sacramenti, Eucaristia in primis. In anni recenti era stato Giovanni Paolo II – un Pontefice pur autore di pagine rivoluzionarie sul tema dell’eros e della sessualità – a ribadire su questo tema la dottrina tradizionale della Chiesa cattolica, secondo cui la proclamazione del valore dell’indissolubilità del sacramento del matrimonio dovrebbe essere considerata un vincolo più forte di qualsiasi altra considerazione. E anche Benedetto XVI aveva in sostanza confermato questa prospettiva, pur affermando che – nonostante non

siano ammessi a ricevere l’Eucaristia – i divorziati risposati non dovevano comunque considerarsi esclusi dalla comunità cristiana. Il dibattito in questi anni era rimasto lo stesso aperto, anche per via delle proporzioni assunte dalle cosiddette «situazioni irregolari» all’interno delle parrocchie come ovunque nelle società occidentali. Anche per questo papa Francesco aveva deciso di dedicare al tema della famiglia la lunga riflessione sinodale snodatasi tra la fine del 2013 e l’autunno 2015. Scegliendo anche di non rinchiuderla entro lo spazio ristretto del dibattito tra i vescovi, ma di allargarla attraverso un questionario a cui anche i singoli fedeli nelle diocesi di tutto il mondo sono stati invitati a rispondere (anche se con risultati un po’ a macchia di leopardo nell’effettivo utilizzo di questo strumento). Il dibattito non è però mai un percorso indolore e lo stesso Pontefice ha avuto modo di accorgersene. Al punto che nell’introduzione all’Amoris Laetitia non nasconde di trovarsi decisamente a disagio nello schema di una contrapposizione tra chi desidera «cambiare tutto senza sufficiente riflessione» e chi «pretende di risolvere tutto applicando normative generali». È l’eterno derby tra i custodi di una verità rigida e sostanzialmente impersonale e i dialoganti pronti a scendere a patti con qualunque idea di amore e di famiglia. Che non è poi una questione solo della Chiesa cattolica: pochi mesi fa – per esempio – la stessa Comunione anglicana ha provato con fatica a comporre uno scisma di fatto già esistente al suo interno tra le Chiese africane e quelle del Nord America su un tema come la benedizione delle nozze gay. Di fronte a questa situazione qual è stata la risposta di papa Francesco? Amoris Laetitia è un grande tentativo di riformulare la domanda, uscendo dalla polarizzazione. Scorrendo i suoi 325 paragrafi, strutturati in ben nove capitoli, si fa fatica a trovare un’affermazione che segni una discontinuità:

AFP

di una Chiesa che scommette sulle verità scritte nei cuori e meno su quelle scolpite nei codici del diritto canonico

non c’è proprio nulla del magistero precedente della Chiesa cattolica sulla famiglia che venga rinnegato. Dall’indissolubilità del matrimonio all’aborto, dall’idea che famiglia è solo la coppia formata da un uomo e da una donna alle perplessità sull’idea del «sesso sicuro»: nelle pagine dell’esortazione apostolica non manca niente dei classici temi della visione della Chiesa su amore e sessualità. Eppure in Amoris Laetitia la svolta c’è lo stesso. Perché a cambiare – e in maniera radicale – sono lo sguardo complessivo e il tono del discorso. Papa Francesco si smarca dalla preoccupazione di indicare delle regole. Lo dice fin dall’introduzione del testo, con quella che probabilmente è la più «eretica» delle sue affermazioni: «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero», scrive, aggiungendo che «possono esserci diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano». La Chiesa – dice in sostanza – è fatta per annunciare all’uomo e alla donna l’amore di Dio in qualunque situazione della vita essi si trovino. Non ha alcun

senso ragionare su famiglie perfette ma inesistenti, che esistono solo nelle visioni teoriche; in una parola: non bisogna avere paura delle fragilità umane. La novità del Pontificato di Francesco – sintetizzata dalla parola misericordia, messa non a caso al centro del Giubileo in corso di svolgimento – alla fine sta tutta qui. Bergoglio sta cercando di portare la Chiesa a sciogliere il nodo della dicotomia tra verità e carità; rimodellando anzitutto il proprio rapporto con la verità, che nella sua visione non è un patrimonio in pericolo da difendere ma una luce da far entrare anche solo attraverso una piccola fessura persino là dove la tenebra sembrerebbe più fitta. È una verità che non esiste in maniera astratta ma solo dentro la vita concreta delle persone, fatta di gradualità e situazioni concrete da affrontare. Nella parte dell’Amoris Laetitia dedicata al tema dei divorziati risposati c’è una frase che dà il tono all’intero ragionamento: «un pastore – scrive – non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita del-

le persone». Scrivere un’affermazione del genere (dove la stessa parola irregolari viene posta dal Papa tra virgolette, prendendone di fatto le distanze) è ben più rivoluzionario di un sì o un no generalizzato su una questione anche molto scottante. Significa infatti ripensare alla radice il ruolo della Chiesa davanti alla coscienza del credente. Troppo a lungo – dice in sostanza Bergoglio – il magistero è stato visto come una sorta di Manuale delle Giovani Marmotte per il bravo cristiano. Ma non è questo il suo compito. La Chiesa esiste per annunciare al mondo il messaggio del Vangelo di Gesù, con la sua proposta per certi versi molto esigente, ma anche con lo sguardo misericordioso davanti all’adultera, a cui il Papa allude in maniera abbastanza chiara («chi è senza peccato scagli la prima pietra» dice Gesù rivolto a chi la accusa, ma subito dopo aggiunge anche «va e non peccare più» rivolto a lei). Quella di Francesco è una Chiesa che scommette sulla verità che sta scritta nei cuori dei singoli, molto più che sulle verità scolpite nei codici di diritto canonico. Che restano come un punto di riferimento, ma subordinato alla constatazione che la realtà concreta, nelle mille sfaccettature della vita, è più grande di qualsiasi idea, come Bergoglio ama ripetere. Si tratta della prospettiva di una Chiesa molto più inquieta, dove la stessa dialettica interna non è più uno spettro ma fa parte della realtà. Ed è questo – molto più della parziale apertura sulla comunione ai divorziati risposati – a rendere l’Amoris Laetitia un documento abbastanza indigesto per il fronte tradizionalista. Gli unici per cui non c’è posto nella Chiesa di Bergoglio sono i nostalgici di un altare come garanzia d’ordine. Il papa argentino vuole l’ospedale da campo dove le porte in qualsiasi momento sono aperte a qualsiasi ferito; un vero e proprio incubo per chi sogna un asilo lindo dove – sotto lo sguardo austero della maestra – ciascuno sta fermo, seduto al suo posto.

Profeta dell’intolleranza Figurine d’Italia È morto Gianroberto Casaleggio, l’ideologo del Movimento 5 Stelle Alfio Caruso Di lui Grillo sottolineava l’incapacità di sottrarsi ai diktat della moglie, ma per i tanti, che hanno subito le sue sentenze inappellabili e si sono ritrovati fuori dal Movimento 5 Stelle, Gianroberto Casaleggio era la quinta essenza di un potere dispotico, oscuro, vendicativo. Naturalmente la precoce scomparsa ha annullato i tanti giudizi negativi per dare spazio agli altrettanti numerosi meriti. Con le sue utopie – su tutte, la democrazia diretta grazie alla rete – ha rivoluzionato la politica italiana, ha obbligato i partiti tradizionali a misurarsi con avversari venuti dal niente. A questo disegno ha uniformato ogni comportamento compresa l’estrema rigidità, figlia secondo i suoi adepti del desiderio di proteggere il mitologico cambiamento, benché questo dovrebbe attraversare guerre e tracolli economici prima di approdare a una sorta di pace universale. Casaleggio, che a volte hanno chiamato guru e a volte Rasputin, che a volte è stato indicato come il cagnolino di Grillo e a volte come il suo luciferino ispiratore, esibiva idee singolari almeno quanto la sua zazzera. Tendenzialmente conservatore ha inseguito un’eguaglianza comunista delle paghe dei suoi deputati e senatori, che soprattutto nell’ultimo anno è stata spazzata

via dalla comodità del vivere. Un po’ come lo streaming tv preteso nelle riunioni con gl’infedeli: nel 2013 il povero Bersani, volendo strappare il consenso all’incarico governativo, accettò di farsi martoriare e sbeffeggiare in diretta. Al contrario, lo streaming è escluso dagli incontri in cui avviene l’indottrinamento dei parlamentari e più ancora dai vertici ristretti, nei quali si stabilisce la linea politica e la demolizione dei presunti reprobi. Corazzato nei suoi convincimenti, Casaleggio non pareva tener in gran conto la tolleranza, la dialettica, meno ancora una visione diversa dalla propria. L’hanno accusato di pensare troppo ai soldi; di sfruttare per i guadagni personali il blog di Grillo, come avvenuto in passato con quello di Di Pietro e del «Fatto», l’unico quotidiano amico; di aver costretto i parlamentari del Movimento a cedergli i diritti su ogni video. La risposta è stata uno sdegnato silenzio, rotto da qualche rara accusa di sciacallaggio. Nei mesi conclusivi della sua esistenza galleggiava la sensazione che non volesse più spiegare ciò che a lui sembrava chiarissimo e a molti altri, anche a chi aveva accettato le regole e la mistica del Movimento, un po’ meno. Probabilmente riteneva che il successo dei pentastellati dipendesse dalla sua impostazione antipartitica e non dalla travolgente bravura e simpatia di Gril-

lo, abilissimo nel riempire le piazze e nel far dimenticare che quindici anni addietro rompeva con un’ascia i computer, mentre recentemente ne santifica le virtù democratiche e rivoluzionarie. Reduce da esperienze all’avanguardia con la Olivetti, dov’era entrato come programmatore di software, Casaleggio aveva concluso, nel 2003, la carriera da manager con una defenestrazione. Era stata la spinta giusta per trasformarsi in imprenditore e fondare la «Casaleggio Associati». L’anno seguente, l’ingresso in politica: nel paesello in provincia di Torino, in cui risiedeva, si era candidato con una lista civica. Aveva raccolto 6 voti. Nel 2005 il decisivo incontro con Grillo, la presa in carica del suo blog, la stampa di alcuni libri e soprattutto il lancio del Movimento. Dopo alcuni exploit locali, il grande e inatteso successo nelle elezioni del 2013 – sono stati il «non partito» più votato – aveva consegnato Casaleggio alla fama e alle grane. Non era più l’ispiratore di Grillo, il mentore della «decrescita felice» o di «internet unico strumento della democrazia diretta». Era diventato anche l’obiettivo delle prime lamentele interne. Si racconta di corsi di «programmazione neurolinguistica», un delirio new age, fondato sul convincimento che certe parole e movimenti possano condizionare le emozioni di quanti ascoltano e guarda-

no. Si racconta di assemblee con telecamere a circuito chiuso, d’iscritti spiati a ogni mossa. Si racconta dell’ossessione dei vertici, cioè di Casaleggio, che poi l’avrebbe trasmessa a Grillo, sull’ubbidienza cieca, che gli eletti avrebbero dovuto manifestare nei confronti di qualsiasi scelta della casa madre. Infine, l’abbattimento del mantra più ripetuto e sbandierato: nella patria dell’«uno vale uno» sarebbe esistita, viceversa, una ristretta cerchia di comando. La stessa, dal figlio Davide ai due deputati Di Battista e Di Maio, già pronta a raccogliere l’eredità del fondatore. Per accedervi non basterebbe la fedeltà assoluta, servirebbe anche la disponibilità a controllare parole e opere dei colleghi. Uno degli espulsi, Massimo Artini, ha affermato che nelle regioni operano tre o quattro sentinelle incaricate di «ascoltare, controllare, leggere le chat degli attivisti». Se fossero provati, sarebbero metodi da setta. Rischierebbero di offuscare la novità rappresentata dal Movimento. Persino sulla decantata democrazia diretta sono affiorati i primi dubbi. La candidata sindaco di Milano, scelta con soli 74 voti, è stata costretta alle dimissioni. È andata molto meglio a Roma, dove la prescelta ha almeno toccato quota 1764, tranne scoprire che aveva omesso nel proprio curriculum i tre anni trascorsi nello studio di Cesare Previti,

l’amico di Berlusconi condannato per corruzione dei giudici. Da Milano è giunto l’ordine di non farci caso, però nella Capitale sono partiti i ricorsi, accettati dal giudice, e nella base sono aumentati i mal di pancia per comportamenti che appaiono inspiegabili. Casaleggio era convinto che a fomentare inchieste e perplessità fosse il Pd. L’ha vissuto come un nemico personale da distruggere. La violenta contrapposizione ha portato a reciproche imputazioni di vistose scorrettezze. L’ultima ha riguardato l’accusa alla Casaleggio di spiare la posta elettronica dei propri onorevoli. Il «Foglio» ha scritto di una realizzazione informatica, che registra e ricorda esattamente come ognuno degli iscritti si è espresso in ciascuna delle votazioni. Sulla base di esse alla casa madre possono prevedere il risultato di qualsiasi consultazione interna. Ma sono tutte quisquilie dinanzi alla grande sfida che attende gli orfani: farcela da soli.


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Politica e Economia Le agenzie di rating americane sono state fortemente criticate per le loro valutazioni dei titoli di Stato europei. (Keystone)

Frenare i costi della regolamentazione Legislazione Vari studi confermano

il peso crescente della regolamentazione nella vita delle aziende, soprattutto quelle medie e piccole. L’USAM chiede che il Consiglio federale applichi subito misure concrete

Ignazio Bonoli

Rating europeo, l’occasione mancata Dibattiti Che il Vecchio Continente si lasci spesso sfuggire occasioni

è più di una sensazione. Anche quella di «dare i voti» ai propri titoli di Stato. Il mercato è ancora dominato dalle agenzie americane

Edoardo Beretta È difficile trovare un individuo mediamente informato, che non abbia ancora ben vivido l’exploit – arduo trovare un termine diverso – avuto dalle tre principali agenzie di rating americane nel 2012 nel rivedere al ribasso dapprima l’outlook, cioè le prospettive economiche, e successivamente la valutazione stessa dei principali titoli di Stato europei. Il panico finanziario derivante dalla sola comunicazione di tali downgrading non si può, infatti, facilmente cancellare. Come non ripercorrere le fibrillazioni di tale «termometro» dello stato di salute dapprima di nazioni quali Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna – il tutto moltiplicato per tre (ossia il numero delle mondialmente più rilevanti agenzie di rating)? Baluardi della solidità finanziaria di un sistema economico, che si è temuto prossimo al collasso, ecco essere rimasti – con i pieni voti assegnati dalle tre società – solamente Australia, Canada, Danimarca, Germania, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Singapore, Svezia e Svizzera1. Sul tema del rating e delle problematiche ad esse connesse, cioè di essere reattive agli eventi finanziari o ponderare eccessivamente certe variabili, è stato scritto molto; nulla, invece, sull’occasione persa, che deriva da quei giorni di somma incertezza economica. Proprio in tali circostanze, in cui un downgrading seguiva un altro, si è levata da più parti la richiesta di creare un’agenzia di rating europeo, che si contrapponesse allo stradominio americano e tenesse conto dei progressi compiuti da molti Stati nel risanamento dei propri bilanci. Beninteso: anche in Europa si assegnano valutazioni di ogni genere, ma le società emettitrici sono focalizzate perlopiù su nicchie di

mercato. Del resto, non potrebbe essere altrimenti a fronte di cronica assenza di investitori intimoriti, probabilmente, al solo pensiero di potere «scontrarsi» con l’oligopolio americano). Ecco, quindi, che il più significativo tentativo di contromossa europa è fallito già poco prima della metà del 2013 per mancanza di capitale iniziale: eppure, proprio da tale iniziativa ci si attendeva una rivoluzione copernicana, accollando la remunerazione dell’ente valutatore non più al committente (ad esempio, lo Stato), bensì ai soli acquirenti del titolo stesso per una maggiore trasparenza.

Un’agenzia di rating europea non avrebbe avuto sufficiente credibilità durante gli anni di crisi; oggi la situazione è diversa, ma l’UE non si muove Invece, l’Europa ha incassato nuovamente (e pubblicamente) un «nulla di fatto», invalidando la percezione di fattibilità del proposito stesso. In realtà, è opportuno «riportare la palla al centro», analizzando la questione sin dal momento della sua proposta. Se i decisori europei fossero riusciti a sancire l’istituzione di tale agenzia già nella fase acuta della crisi (con la stessa alacrità con cui si dedicano ad altri provvedimenti), ben poco ci si sarebbe potuto aspettare da essa. Infatti, intuendo la psicologia dei mercati finanziari internazionali, è ipotizzabile che – in presenza di una valutazione più positiva se assegnata dall’ente europeo a Paesi membri – gli investitori esteri l’avrebbero reputato meno congrua ri-

Fiducia in calo nei titoli di Stato Francia Germania Grecia Italia Spagna USA Svizzera

Rating iniziali2 AAA (10/8/1994) AAA (10/8/1994) BBB– (13/11/1995) AA (10/8/1994) AA (10/8/1994) AAA (10/8/1994) AAA (10/8/1994)

Rating oggi (23.2.2016)3 AA AAA CCC BBB+ BBB+ AAA AAA

spetto a quella delle società statunitensi di rating, la cui reputazione storica non può certo essere bypassata per decreto. In altri termini, il neo-fondato concorrente europeo sarebbe stato probabilmente tacciato di scarsa autonomia o, persino, di fungere da «braccio armato» degli Stati europei, la cui credibilità economico-finanziaria fosse stata precedentemente lesa dalle valutazioni provenienti da Oltreoceano. Tuttavia, in periodi di relativa calma economica (come appunto quello attuale dal 2013), l’idea apparirebbe realizzabile, poiché rating eventualmente discostantisi da quelli dei competitor statunitensi sarebbero valutati con la percezione di potenziale innovatività rispetto a quelli tradizionali. Ma, allora, perché il tentativo europeo è fallito ancora prima di essere effettivamente decollato? Non stupisce ormai più come la subordinazione, che il Vecchio Continente spesso ha nei confronti della società nordamericana in generale, non tralasci neanche il settore dei rating. Stupisce e risulta inspiegabile, invece, come i Governi continentali non si siano voluti impegnare in modo vincolante affinché l’agenzia europea valutasse i titoli di questi Stati – se non in sostituzione, almeno in aggiunta. L’obbligatorietà di adesione non potrebbe fare altresì insorgere critiche di scarso liberalismo: strutture quali il Fondo salva-Stati (European Financial Stability Facility e European Stability Mechanism) con i propri dettami o il proposito recente di distribuire fra Paesi membri i profughi giunti in Europa in base a quote fisse e anche in assenza del consenso delle Nazioni coinvolte non sono state ritenute bisognevoli di giustificazioni in tal senso. Un fatto è, però, quasi certo: se il termine rating cade fisiologicamente in oblio in momenti di bonaccia economica, è solo una questione di tempo prima che ritorni prepotentemente sulla scena – anche e soprattutto in quest’Europa orba. Perché non farsi trovare preparati?

Da tempo si sente ripetere in Svizzera che abbiamo troppe leggi, troppi regolamenti e discipline, e che bisogna sfoltire questa giungla giuridica/amministrativa. È vero che, in confronto ad altri Paesi, siamo messi ancora abbastanza bene, ma è anche vero che negli ultimi tempi questo «furore giuridico» è andato aumentando. Se ne lamentano in particolare le aziende, soprattutto medie e piccole, alle quali tale situazione crea non soltanto intralci all’attività, ma anche costi elevati. Interpellato da più parti, anche il Consiglio federale ha deciso di occuparsi della problematica e di porvi rimedio nell’ambito delle sue competenze. Nel frattempo anche le Camere federali si stanno muovendo. Lo scorso mese di dicembre hanno infatti deciso di ridurre i costi di queste regolamentazioni, quando si tratta di leggi già esistenti. È un primo passo nella buona direzione, ma – secondo l’Unione Svizzera Arti e Mestieri (USAM) – non basta. Secondo l’USAM è ormai necessario frenare questa evoluzione, prima che nuove leggi e ordinanze giungano alla fine del processo politico. Da qui l’idea di un «freno ai costi della regolamentazione». Infatti, secondo le valutazioni dell’USAM, l’eccessiva regolamentazione costa oggi all’economia svizzera non meno di 60 miliardi di franchi, ossia circa il 10 per cento del Prodotto interno lordo (PIL). Il concetto di «regolamentazione» è ampio e si riferisce tanto ai costi diretti, quanto ai costi indiretti, cioè tanto quelli dovuti al rispetto delle regole, quanto quelli necessari per poterle applicare. Quindi non solo compilare il formulario richiesto, ma tutti i costi per la raccolta delle informazioni necessarie, per giungere perfino alla trasformazione di un processo produttivo dovuto a nuove regole da applicare, nonché l’informazione e la formazione dei collaboratori e l’adeguamento della documentazione necessaria. Da tempo è in atto un preoccupante aumento degli oneri amministrativi delle aziende, di cui si fa portavoce anche il mondo politico. Nel 2003, il Consiglio federale pubblicava un lungo studio, che doveva essere il preludio a uno sgravio degli oneri amministrativi delle aziende. Il rapporto si limitava però soltanto agli obblighi di informazione sostenuti dalle aziende. Il Consiglio federale richiamava comunque l’attenzione sulle difficoltà e sui limiti di questi studi. Nel rapporto valutava infine l’impatto di questi oneri a circa 10 miliardi di franchi, quindi all’1,7 per cento del PIL.

Il rapporto veniva giudicato molto parziale e sono quindi aumentate le richieste di fornire dati attendibili e aggiornati. Accanto ad alcuni atti parlamentari, l’USAM aveva anche fatto valutare dalla KPGM Germania i costi delle regolamentazioni che gravano sulle piccole e medie aziende svizzere. Soltanto per l’applicazione del diritto del lavoro, delle assicurazioni sociali e dell’igiene alimentare si valutavano costi per circa quattro miliardi di franchi. Sulla base di proiezioni si poteva calcolare che in Svizzera il totale dei costi a carico delle aziende potessero ammontare a oltre 50 miliardi di franchi. Dal canto suo, anche «Avenir Suisse» ha dedicato uno studio alla tematica, prendendo in considerazione quanto fanno altri Paesi. Lo studio conclude che in questo campo Olanda, Gran Bretagna e Germania sono più avanzate. Da qui la raccomandazione di valutare l’applicazione di regole come la «One-in-one-out», per cui ogni nuova legge deve prevedere l’abolizione di una vecchia. Inoltre, si può prevedere una data di scadenza per ogni legge, da valutare prima della scadenza (clausola «sunset» negli USA). Viste inoltre le numerose leggi straniere da applicare è pericoloso sommarle a quelle svizzere. Alle aziende si dovrebbe concedere la scelta («opting-out»). Per le nuove tecnologie, per evitare un freno alla loro implementazione, si dovrebbe applicare il principio dello «zero-based», cioè un nuovo quadro globale che raggruppi le normative esistenti. Avenir Suisse, dato che le possibilità di manovra a livello parlamentare sono ridotte, propone un organo esterno indipendente che guidi il processo di regolamentazione nella giusta direzione. Infine, si potrebbe introdurre un freno di tipo macroeconomico alla regolamentazione, che ne preveda un limite massimo o una riduzione. Idee riprese anche dall’USAM che chiede al Consiglio federale di mettere in atto le proposte avanzate nel rapporto del 2013, istituendo un organo di controllo indipendente; fondando ogni nuova regolamentazione su un largo consenso basato sulla sua reale necessità; migliorando le condizioni quadro sul piano economico generale, rinunciando a programmi congiunturali, a misure fiscali espansive e a interventi diretti dello Stato nell’economia. L’urgenza di misure di questo tipo è dettata anche dalla situazione delle imprese che operano sotto il peso del franco forte. Una riduzione della regolamentazione potrebbe essere un segnale importante per l’economia svizzera.

Note

1. http://www.tradingeconomics. com/country-list/rating 2. https://www.fitchratings.com/ web_content/ratings/sovereign_ratings_history.xls 3. http://www.tradingeconomics. com/country-list/rating

Il capogruppo UDC Adrian Amstutz esibisce platealmente un mazzo di leggi che considera inutili, durante la sessione autunnale del Parlamento del 2015. (Keystone)


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 aprile 2016¶N. 16

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Politica e Economia

Tassi negativi – ossia l’ideale della moneta deperibile La consulenza della Banca Migros

Albert Steck Le banche centrali hanno un problema: i loro tassi negativi funzionano soltanto se la gente non si rifugia nella liquidità. Per questo si sta già discutendo la possibilità di introdurre un divieto. Un’alternativa meno radicale è l’idea della cosiddetta «moneta di ghiaccio»: in altri termini il valore del denaro viene progressivamente eroso.

Albert Steck è responsabile delle analisi di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

Lo Stato può guadagnare denaro indebitandosi. Quella che ancora poco tempo fa sembrava un’assurdità è diventata nel frattempo un’abitudine diffusa. Il volume mondiale dei titoli di Stato con un rendimento negativo ha raggiunto circa 7000 miliardi di franchi, sebbene le banche centrali abbiano sinora utilizzato lo strumento dei tassi negativi con una certa titubanza. Temono infatti di scatenare una fuga nei contanti non appena i tassi scendono troppo in territorio negativo. Mettere il denaro sotto il materasso è un modo semplice di eludere i tassi sottozero. Questo dilemma che le banche centrali si trovano ad affrontare fa tornare d’attualità una vecchia aspirazione: la «moneta di ghiaccio». Il primo ad avere quest’idea è stato l’agente di commercio tedesco Silvio Gesell cento anni fa. Su che cosa si basa? Con il tempo un’auto o un altro oggetto acquistato perde sempre più di valore. Gesell era del parere che questo deprezzamento dovesse avvenire anche con il denaro contante. Il denaro doveva, a suo dire, «sciogliersi». Nella pra-

I debiti come nuova fonte di entrate per gli Stati Miliardi di dollari Milliarden Dollar

luglio Volume mondiale delle obbligazioni statali con rendimento negativo. (Dati: BRI)

tica ciò potrebbe essere realizzato con una lotteria per distruggere il denaro (v. su blog.bancamigros.ch: «Come funziona la moneta deperibile»). Gesell riteneva che gli interessi fossero antisociali: secondo lui, chi mette da parte i propri risparmi dovrebbe essere punito, non premiato. E perché la gente spenda soldi, invece di accumularli, il valore della moneta deve, appunto, ridursi. Così l’idea della moneta deperibile coincide con i tassi negativi delle banche centrali, anch’esse intenzionate a dare slancio

all’economia con i consumi. Personalmente ritengo che sia i tassi negativi sia la moneta deperibile siano pericolose utopie tecnocratiche. Suggeriscono che si possa forzare il progresso economico con un controllo centralizzato, quasi a comando. Basta correggere un certo «comportamento sbagliato» delle persone, ossia la propensione al risparmio, ritenuta dannosa. Ma chi, per prudenza, preferisce risparmiare sarà indotto a spendere improvvisamente di più solo con un tasso

d’interesse penalizzante o la moneta deperibile? Mi sembra poco probabile. Reagirà piuttosto con diffidenza e stringerà ancora di più la cinghia. Il risultato è dunque l’opposto della stimolazione auspicata: più dubbi e incertezza. Nell’opinione pubblica le banche centrali godono ancora di una notevole considerazione. Sarebbe insensato mettere a repentaglio questa fiducia. Dibattito su blog.bancamigros.ch: qual è la vostra opinione sui tassi negativi e la moneta deperibile? Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi L’economia rallenta Il primo trimestre dell’anno è trascorso e gli istituti specializzati hanno proceduto alla revisione delle loro previsioni sull’andamento della congiuntura economica. I nuovi valori sono tutti inferiori a quelli dell’autunno 2015 e della fine dell’anno. Cosa è successo? Praticamente due cose: da un lato le nubi che incombevano sull’economia mondiale si sono fatte più fitte e, dall’altro, le ripercussioni dell’abbandono del cambio minimo con l’euro continuano a farsi sentire, in Svizzera, in modo accentuato. Il sistema economico mondiale e quello della Svizzera stanno riducendo la velocità con la quale crescono. Attualmente la frenata della Svizzera è più marcata di quella che si sta manifestando a livello mondiale. E così non ci sarebbe niente di sorprendente se la crescita dell’economia svizzera, nel 2016, dovesse rivelarsi

come una delle più basse del continente europeo. Ma vediamo i dati. Cominciamo dal 2015 anno per il quale disponiamo ora delle prime stime complessive. Nell’Unione Europea la crescita del Pil nominale è stata dell’1,8% e nella zona euro dell’1,5%. L’economia svizzera, invece, ha realizzato una crescita nominale solamente pari al – 0,4%, Il tasso svizzero di crescita è quindi lontano da quello medio europeo e anche da quello medio della zona euro. Già nel 2015, la prestazione dell’economia svizzera era dunque tra le peggiori del continente. Sapere che, per effetto della diminuzione dei prezzi, il tasso reale di crescita risalga allo 0,9% non è di grande consolazione. Buona parte della riduzione dei prezzi è infatti da attribuire alla caduta dei prezzi all’importazione e non a progressi nella produttività. Seguendo una tendenza ormai in atto da diversi anni,

la produttività, misurata in questo caso dal Pil pro-capite, è invece diminuita. Il che, purtroppo, non è di buon auspicio per il futuro. L’acquisizione di queste nuove informazioni ha consentito agli istituti di previsione di rivedere i valori delle loro stime per il 2016. Mentre, ancora in dicembre, ci si orientava verso un tasso di crescita vicino all’1,3% che, già allora, era uno dei più bassi in Europa, a metà marzo le previsioni di crescita oscillano in una forchetta che va dallo 0,8% di BAK Basilea all’1,1% del KOF di Zurigo. Solo la segreteria di Stato all’Economia si mantiene ottimista e continua a pensare che la crescita potrebbe raggiungere l’1,4%. Se la produzione rallenta è normale che l’occupazione si riduca. La disoccupazione è infatti in ripresa. Siccome siamo appena usciti dall’inverno, stagione solitamente di disoccupazione alta, è

difficile per il momento accertare l’impatto effettivo della frenata economica sull’occupazione. Comunque il tasso di disoccupazione a livello nazionale è salito anche in marzo di un paio di decimi di punto e si assesta ora al 3,6%. Il Ticino, però, sembra essere in controtendenza. Non dimentichiamo tuttavia che quest’anno, con la Pasqua alla fine di marzo, la stagione turistica è cominciata presto. È probabile che questo fatto abbia influenzato positivamente l’evoluzione dell’occupazione in Ticino durante il mese di marzo. Come l’anno scorso, i trimestri decisivi per definire la portata della crescita ci stanno ancora davanti. Per il momento, però, tutte le frecce sono rivolte verso il basso. Se, dalle considerazioni macroeconomiche, scendiamo ad analizzare la congiuntura nei settori più importanti, ci accorgiamo che solo il turismo, in

diverse regioni, e l’orologeria danno segnali positivi. L’agricoltura e l’industria di esportazione faticano invece a respirare e anche dai servizi – turismo escluso – non vengono indicazioni positive. Il 2016 sarà quindi di nuovo un anno delle vacche magre con un’economia stagnante anche se non in recessione e con un tasso di disoccupazione in aumento. I prezzi diminuiranno anche quest’anno e i salari non saliranno. E come l’anno scorso, anche quest’anno l’evoluzione del potere di acquisto non dipenderà dalla crescita della produzione ma dalla riduzione dei prezzi. Personalmente ritengo queste prospettive poco incoraggianti. Chi invece critica la crescita economica le può considerare come un primo passo verso l’ambìto obiettivo della crescita zero. De gustibus non est disputandum!

del Regno Unito nell’Ue, che invece fa tutto un altro lavoro: spiegare i fatti, i numeri e le tabelle per dimostrare che l’Ue, nonostante i suoi difetti – e gli inglesi sono maestri nell’evidenziarli, questi difetti –, è molto importante per l’Inghilterra. Si chiama «InFacts», ed è nato all’inizio del 2016 su iniziativa di alcuni giornalisti britannici famosi, in particolare Hugo Dixon, che è il direttore di questo esperimento giornalistico. Dixon ha scritto un libro, qualche anno fa, che è appena stato ripubblicato in una «referendum edition» speciale, dal titolo The In/Out Question: Why Britain should stay in the EU and fight to make it better. È una miniera d’oro per approfondire le ragioni del «remain», perché spiega con tono molto posato, così diverso dal clamore circostante, le opportunità dell’Europa. Compare sul retro di copertina una frase di Boris Johnson, sindaco di Londra a favore della Brexit,

che dice: «Dixon è il Johnnie Cochran dell’Unione europea – ha fatto un lavoro superbo per difendere l’indifendibile!». Riprendendo le argomentazioni di questo saggio, «InFacts» ha stilato un elenco dei «miti da sfatare» sull’Unione europea diventato celebre: viene utilizzato da entrambe le fazioni con molta frequenza. L’approccio professionale alla questione europea, che stride con la battaglia politica e gli attacchi isterici delle due campagne, è lo stesso che caratterizza il grande gruppo-ombrello del «remain», Britain Stronger in Europe: molti dati, molti eventi con il mondo del business, molti sorrisi tranquilli. Secondo alcuni, questo approccio è il problema dei sostenitori dell’Ue: troppo professionali, troppo rivolti al mondo degli affari, troppa ragione e poco cuore. Invece questo referendum è molto una questione di cuore. I problemi sono quindi due: Cameron

sventola la paura, mentre i suoi sostenitori politici sono eccessivamente razionali. Il risultato al momento è una consistente debolezza. Si sa che gli inglesi sono naturalmente euroscettici, ci vogliono argomenti forti per contrastare un istinto di solitudine tanto accentuato. Come già accadde con il referendum in Scozia, i sostenitori dello status quo partono in ritardo e con un messaggio un po’ confuso, che passa dalla sicurezza di trend commerciali irrinunciabili con l’Ue a «dieci anni di instabilità» se vince la Brexit, come c’è scritto in un pamphlet rilasciato dal governo. Un po’ speranza e un po’ paura, chissà se la sintesi poi è quella giusta. Intanto nella confusione, si sentono soltanto le voci del «leave». Ma se c’è un elemento rassicurante nei paragoni con l’esperienza scozzese è questo: di fronte a questioni importanti dal futuro incerto, a volte vince la ragione.

dubbio la sua autorità e il suo prestigio presso la comunità. La sua valutazione era insindacabile (sebbene i metodi educativi fossero alquanto bruschi...). Dagli anni 70 in poi molte cose sono cambiate. Contro il parere dei tradizionalisti, che temevano un generale scadimento del livello formativo, il cantone volle metter fine al dualismo scuola maggiore-ginnasio, fonte di gravi distorsioni sociali e territoriali. Ma furono i nuovi flussi migratori – dall’area balcanica in fiamme, dallo Sri Lanka, dalla Turchia, dal Sudamerica – a rendere caleidoscopiche le classi. Le quali dovevano ora fare i conti con parametri mutati: linguistici, religiosi, culturali, alimentari e persino antropologici, data la distanza. Alla porta bussava un altro mondo, fatto di valori non facili da comprendere e da amalgamare. A questo primo e fondamentale compito, ovvero l’integrazione, la scuola ticinese si è dedicata con convinzione ed energia, nella consapevolezza che fosse l’unica strada percorribile e democraticamente giustificabile. In altri cantoni si è preferito selezionare, separare, creare doppi o tripli binari con esiti non migliori dei nostri.

Al rimescolamento della composizione per nazionalità si sono poi venuti ad aggiungere fattori legati alla trasformazione della società occidentale, definita prima postmoderna e poi liquida, sfilacciata e friabile, sempre più instabile nei rapporti familiari (aumento dei divorzi), impaziente e veloce, a tratti permissiva, a tratti violenta. Di tutto questo l’aula è diventata il collettore, il bacino di accumulazione delle tensioni esterne. Di conseguenza l’insegnante ha dovuto vestire i panni del confidente, dell’assistente sociale e del mediatore tra culture. E spesso, in questo compito, si è ritrovato solo, sorretto unicamente dalla buona volontà e da una sorta di spirito missionario. Negli ultimi anni, con l’arrivo di nuovi profughi e l’esacerbazione dei conflitti di natura religiosa, specie nei confronti dell’universo islamico, l’aria si è fatta vieppiù pesante, fino a sfiorare lo scontro di civiltà. Ancora una volta la scuola si è ritrovata in prima fila a dover gestire pressioni contrastanti, esigenze, minacce, richieste di esonero per determinate materie. L’ultimo episodio, il rifiuto da parte di due fratelli musulmani di stringere la mano alla docente (com’è costume nelle scuole

d’oltralpe), ha ridato fuoco alle polveri. È qui siamo al secondo compito: il rispetto delle regole. L’inserimento prevede l’osservanza di norme che la collettività intera considera essenziali per la sua stessa sopravvivenza. Gli sforzi che la scuola compie per non escludere nessuno richiede, come contropartita, l’adesione ai regolamenti e alle consuetudini interne. Questo è. Ciò premesso e precisato, ritorniamo alla politica, la quale non può permettersi di delegittimare il suo capitale culturale e sociale, un’istituzione così vitale per il suo stesso funzionamento. Una società che non crede nella scuola, che non fa nulla per migliorarla, che anzi la ritiene estranea quando non addirittura nemica, è una società destinata a disgregarsi. Bando alle critiche, allora? Per nulla. La critica civile e motivata è sempre utile, è lievito e stimolo. Permette di correggere gli errori e di rivedere la rotta. Ma tutto questo deve avvenire senza perdere di vista il fine ultimo: che è quello di arricchire il bagaglio conoscitivo «di tutti e di ciascuno» (per riprendere il titolo di un libro recente sulla storia della scuola pubblica ticinese).

Affari Esteri di Paola Peduzzi Ragione e sentimento Il 23 giugno si vota al referendum in Inghilterra sull’Unione europea: «leave» o «remain», andarsene o restare. La domanda è secca, la risposta per ora, stando ai sondaggi che pure godono di scarsa credibilità nel Regno Unito dopo lo smacco alle elezioni dello scorso maggio, è incerta. Il Regno Unito è diviso, in modo altalenante ma con un lieve vantaggio del «remain», che va però erodendosi man mano che la data della consultazione popolare si avvicina. Soprattutto si stima un 30 per cento di elettori indecisi che, se mobilitato, determinerà la vittoria dell’uno o dell’altro campo. Per convincere gli indecisi, entrambe le campagne elettorali si stanno muovendo in modo forsennato, soprattutto quella del «leave», che organizza decine di eventi ogni settimana, se non ogni giorno. La campagna del «remain» soffre di ogni genere di debolezza, non ultimi i Panama Papers,

che hanno costretto il premier David Cameron, re del «remain», ad ammissioni imbarazzanti sull’utilizzo di soldi offshore (prima che diventasse primo ministro) del padre Ian, che è morto, ma che è coinvolto nello scandalo. C’è anche un elemento di immagine che sta determinando l’umore della campagna: è il «Project Fear», cioè il nome con cui sui media viene definita ogni esternazione del premier. Se vince la Brexit, sarà un disastro: questa è la sintesi del «progetto della paura». La paura è un argomento molto forte e molto popolare, non soltanto nel Regno Unito, come dimostra l’andamento della campagna per le primarie americane, ma non è detto che possa rivelarsi positivo, soprattutto se invece, nel campo del «leave», si imporrà più una linea ottimista, che parla di opportunità legate all’indipendenza del Paese dall’Unione europea. C’è un sito, a favore della permanenza

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti Una scuola in cui credere Spiace osservare come molti (non tutti, per fortuna, ma ancora troppi) continuino a considerare la scuola come un’oasi privilegiata, presidiata da docenti al riparo da ogni rovescio di fortuna e con lo stipendio assicurato. Questa immagine, durissima a morire, è purtroppo diffusa anche nei piani alti della politica. C’è pertanto da chiedersi se chi la sostiene abbia mai varcato la soglia di una classe odierna, parlato con insegnanti, alunni, genitori e pedagogisti, fiutato gli ostacoli che l’istituzione si trova giorno dopo giorno ad affrontare. Invece di capire, si prefe-

risce evidenziare un singolo episodio e contro questo accanirsi. Così, tanto per marcar presenza e raccattare qualche consenso nei settori mugugnanti dell’opinione pubblica. L’impressione è che i molti di cui parliamo siano rimasti ancorati, nei loro giudizi, ad un’epoca che è tramontata da tempo. Erano gli anni in cui il tasso di omogeneità delle classi era elevato; gli stranieri presenti erano perlopiù figli d’immigrati italiani e di fede cattolica. Nelle valli erano quasi tutti autoctoni. Nessuno si sognava di contestare il maestro, di mettere in

Un’immagine da Per tutti e per ciascuno, Dadò, 2015: Scuola media di Losone, Arch. Vacchini.


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Le visioni di Rodcˇenko Mostre A Lugano una mostra celebra

il precursore russo Aleksandr Rodčenko

Giovanni Medolago Ho scoperto Aleksandr Rodčenko quando, anni fa, trovai finalmente il coraggio di affrontare la monumentale Storia della Fotografia, di A. Gunthert e M. Poivert (619 pagg. di grande formato). Il volume si apriva con una sua fotografia: Giovane donna con Leica, scattata nel 1934. Seduta su una panca, la giovane portava addosso l’ombra di una grata o di un cancello: una serie infinita di quadratini regolarissimi. Chi era questo Alexandr da meritarsi la prima pagina di un tomo così importante con un’istantanea che suggerisce altresì una mîse en abîme, con quella Leica in bella mostra? Ho raccolto allora molte notizie su di lui, che mi sono tornate a fuoco grazie all’esposizione attualmente ospitata dal MASI nella sua sede del LAC. Oggi sarebbe facile definirlo un artista multimediale, poiché ha cominciato con la pittura, poi si è avvicinato alla fotografia, privilegiando dapprima il fotomontaggio, per poi puntare l’obiettivo su inquadrature sfalsate, riprese dall’alto o dal basso e forti angolazioni con conseguente riduzione della profondità di campo. Scrive nel 1926: «Bisogna insegnare alle persone a vedere le cose sotto una nuova angolazione, è indispensabile fotografare oggetti consueti, che sono loro familiari, sotto angolazioni del tutto inattese». Eccolo dunque in fabbrica pronto a cogliere Trucioli di metallo che a prima vista sembrano nastri o pellicole attorcigliate. Oppure tra le vie di Mosca, dove scova parecchie scale antincendio (una novità architettonica per l’epoca, siamo all’inizio degli Anni Venti del secolo scorso) e scaraventa verso l’alto – con una clamorosa inquadratura dal basso! – il Palazzo Mosselprom mettendone in evidenzia la formidabile struttura geometrica. Ribadisce nel 1928: «I soggetti devono essere fotografati da varie prospettive così da rappresentarli in modo completo». Sono convinzioni cui giunse dopo una lunga ricerca, che si sviluppò parallelamente agli scossoni sociopolitici che sfociarono nella Rivoluzione bolscevica del 1917. Ma andiamo con ordine: Rodčenko nacque nel 1891 a San Pietroburgo da una famiglia modesta,

ma in una situazione «logistica» molto particolare: il giovane Alexandr trascorse infatti l’infanzia e parte dell’adolescenza in un teatro, dove suo padre era il factotum e sopra il quale la famiglia aveva il suo appartamento. «A rigor di termini, era una semplice soffitta. Se scendevi giù per le scale strette ti trovavi direttamente sul palcoscenico. Lì ho visto il mio primo paesaggio, e i primi fiori fatti da mio padre». Nel 1912 si iscrive all’Istituto d’Arte di Kazan, dove gli intendimenti didattico-pedagogici sono simili a quelli del ben più celebre Bauhaus. Rodčenko conosce da vicino l’opera di Malevich (al suo Nero su nero risponde ironicamente con un Bianco su bianco che però era altrettanto nero!) e si entusiasma per il concetto di Suprematismo, all’idea di un’arte totalmente distaccata dalla realtà, quindi dalla rappresentazione dell’oggetto, che perde ogni significato. «La sensibilità è l’unica cosa che conti – scrive Malevich già nel 1915 nel suo manifesto programmatico – ed essa viene espressa per mezzo di forme assolute: il rettagolo, il triangolo, il cerchio, la croce». Rodčenko nel 1916 porta con sé a Mosca – oltre a queste norme davvero rivoluzionarie in un Paese dove per secoli l’arte era sinonimo quasi unicamente di icona religiosa – anche la giovane Varvara Stepanova; la donna della sua vita che gli farà da complice musa, ma anche da segretaria e assistente nelle sue molteplici attività. A Mosca un altro incontro importante: quello con Vladimir Majakovskij e gli ambienti futuristici che ruotano attorno alla rivista LEF, «Fronte di sinistra delle arti». Stringe amicizia soprattutto con lo scrittore e critico letterario Osip Brik e sua moglie Lilja, con il pittore Alexandr Shevchenko e alcuni cineasti d’avanguardia. Lenin e i suoi hanno preso il Palazzo d’inverno e parecchi giovani intellettuali entusiasti sono pronti a dar vita al Costruttivismo: «L’arte dev’essere basata su due elementi: spazio e tempo, e il volume non è l’unico concetto dello spazio», scrivono nel 1920 Anton Pevsner e suo fratello Naum, che poi si scelse il cognome Gabo quale pseudonimo. Il Costruttivismo rifiuta un’arte di imitazione e sostiene la necessità di ricercare forme nuove. Propone inoltre una

Aleksandr Rodcˇenko Lily Brik. Ritratto per il manifesto Knigi (libri) 1924 stampa d’artista. (Collezione del Moscow House of Photography Museum © A. Rodcˇenko – V. Stepanova. Archive © Moscow House of Photography Museum)

fusione tra arte e tecnologia. In architettura, dove ha un’ampia diffusione, si propugna l’affermazione di un’arte rivoluzionaria che si collochi in una nuova dimensione sociale. La mente di Rodčenko è attraversata da tutti questi concetti sia quando sforna decine di fotomontaggi che diventeranno la copertina di libri o della rivista LEF, sia quando se ne va per le strade di Mosca dove scopre Gradini che ricordano la scalinata di Odessa e la carrozzina Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (nella sua «famigerata» Corazzata Potëmkin). Il cinema, certo: un’altra forma d’arte pronta a mettersi al servizio della Rivoluzione. Rodčenko partecipa alla sua diffusione firmando i fotomontaggi che diverranno cartelloni pubblicitari per diverse pellicole, tra queste Il cineocchio di Dziga Vertov. «Noi facciamo film, Kulešov ha fatto il cinema», gli sente sentenziare. Ed ecco che fotogra-

fa dall’alto, stavolta senza schiacciarlo troppo, un Lev Kulešov sorridente alla guida del suo sidecar: un’immagine famosa ripresa anche dal Festival di Locarno che anni fa gli dedicò un’importante retrospettiva. C’è tuttavia poco da sorridere. Il percorso in comune tra arte e rivoluzione s’interrompe bruscamente quando Lenin muore e viene sostituito da una nomenklatura che non vede di buon occhio l’arte quale strumento di evoluzione individuale. Gli artisti e le loro opere devono soprattutto documentare la forza e la grandezza dell’Unione Sovietica. Finisce l’epoca degli esperimenti e della ricerca: quella di Rodčenko è un’arte degenerata che viene presto messa al bando. Espulso dalle accademie e vittima di un prolungato ostracismo, Aleksandr Rodčenko torna a lavorare come fotoreporter solo quando accetta il compromesso che vede il

suo talento ingabbiato dalle direttive del potere. Nel frattempo denota doti da bricoleur: «Mio padre – scrive la figlia Varvara – era capace di aggiustare scarpe, costruire scaffali, sistemare impianti elettrici e persino di assemblare radio. Avevo quattro anni quando mi fotografò vicino alla radio fatta in casa portando in testa delle cuffie di ebanite nera che adoravo!» (l’immagine finì poi sulla rivista «Radioslusatel», Radioascoltatore). Prima di morire a Mosca nel 1956, torna alla pittura, sua prima passione, che in tutti gli anni 40 aveva declinato come pura astrazione. Dove e quando

Aleksandr Rodčenko, Lugano, LAC (Piazza Luini 6). Orari: ma, me e do: 10.30-18.00; gio, ve e sa: 10.30-20.00. Fino all’8 maggio 2016. www.masilugano.ch


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Cultura e Spettacoli

Shakespeare abita ancora qui Anniversari Stratford-upon-Avon celebra i 400 anni dalla morte del suo più illustre cittadino Sabrina Faller Il 23 aprile è sempre un giorno speciale per Stratford-upon-Avon, la cittadina del Warwickshire che ha dato i natali a William Shakespeare, perché nel giorno dedicato a S. Giorgio patrono d’Inghilterra si ricorda anche il compleanno (e la morte) del drammaturgo più famoso del mondo. Secondo la tradizione, William nacque a Stratford il 23 aprile 1564 e vi morì il 23 aprile 1616. Figlio di un fabbricante di guanti, fece a Londra la sua fortuna, prima di ritirarsi nella città natale, ricco e carico di gloria. Stratford-upon-Avon e Shakespeare sono una cosa sola. La piccola città, che conta meno di ventottomila abitanti, vive di questo nome da sempre e per tutto l’anno. Questo 23 aprile 2016 è specialissimo, perché si celebrano 400 anni dalla morte di William e mille progetti ed eventi prendono vita. Fino a questo momento il visitatore è entrato nella cinquecentesca casa natale di Shakespeare in pieno centro città, e anche nella sontuosa casa con giardino di Susanna Hall, figlia maggiore di Shakespeare e moglie del medico John Hall. Poi andava a visitare la tomba di William in Holy Trinity Church, dove ogni 23 aprile una processione guidata dai ragazzi della King Edward VI School, che Shakespeare stesso frequentò, si reca in chiesa per rendergli omaggio. Con loro ci sono dame in abiti rinascimentali e delegazioni ufficiali da tutto il mondo, quest’anno anche la band della parata di New Orleans, e davanti a tutti il ragazzo-guida scelto dalla scuo-

Lo Swan Theatre e Royal Shakespeare Theatre on River Avon, a Stratfordupon-Avon. (Keystone)

la avrà il compito di sostituire con una nuova penna la penna d’oca vecchia di un anno nella mano del Poeta, scolpito nel monumento funerario alla parete di fianco alla tomba. Questo 23 aprile per la prima volta i visitatori avranno accesso all’aula scolastica dove il piccolo William imparò quel «poco di latino e ancor meno di greco» che Ben Jonson gli attribuisce. In questi giorni si stanno approntando gli ultimi ritocchi al restauro dell’aula affiancata all’attuale King Edward VI School. E proprio durante il restauro è stato rinvenuto un dipinto a carattere religioso, cancellato dalla furia iconoclasta dei riformati protestanti.

Bisognerà invece attendere l’estate per entrare a New Place, la casa che Shakespeare, già drammaturgo affermato, comprò nel 1597 per la sua famiglia. La storia di New Place è singolare: la casa è andata distrutta nel diciottesimo secolo e ora al suo posto sorge un bel giardino che è nel registro nazionale dei giardini protetti. Lo Shakespeare Birthplace Trust, proprietario del luogo come delle altre case della famiglia Shakespeare, ha iniziato gli scavi alcuni anni fa: con grande emozione gli archeologi si sono ritrovati fra le mani non solo il forno della famiglia Shakespeare, le loro suppellettili e i resti organici di cibo, ma addirittura oggetti risalenti

all’età del bronzo. Li hanno raccolti e saranno in mostra nell’adiacente casa di Nash (Thomas Nash era il primo marito di Elizabeth, nipote di Shakespeare) che diventerà una sorta di museo e centro di informazioni. Gli scavi sono stati ricoperti, e protagonista indiscusso del progetto New Place sarà il giardino. Si tratterà di una specie di giardino incantato, dove l’immaginazione inseguirà i capolavori di Shakespeare, evocati da opere d’arte appositamente commissionate, dove il mondo del Bardo sarà ricreato anche attraverso la sistemazione di elementi scenografici nel verde. Al grande pubblico non si vuole

però far conoscere solo l’autore di Amleto, Romeo e Giulietta, Re Lear o Macbeth, ma anche lo Shakespeare padre, uomo d’affari e figura preminente nella sua città. A ciò si dedica anche lo Shakespeare Institute, dipendente dall’Università di Birmingham, che ha commissionato per la sera del 22 aprile una riproposta di quell’Ode a Shakespeare composta dall’attore David Garrick nel 1769, che dette inizio al primo festival shakespeariano, oltre a una nuova ode della poetessa Caroline Duffy. Presenza d’importanza capitale nella città sull’Avon è la Royal Shakespeare Company, che ha la sua casa in un edificio che sorge sulla riva del fiume e comprende due sale teatrali, una da mille, l’altra da 450 posti, aperte tutto l’anno. Il 23 aprile sarà aperta al pubblico l’ala restaurata dell’antico Shakespeare Memorial Theatre e in marzo ha riaperto i battenti la terza sala, quella sperimentale, The Other Place, che ospiterà due festival all’anno e progetti audaci e innovativi. In scena, tra gli altri, un Amleto con un intero cast di attori neri e un Sogno di una notte di mezza estate che mescola gli attori della blasonata compagnia con il meglio delle compagnie amatoriali britanniche. La sera del 23 aprile BBC2 trasmetterà in diretta dal Royal Shakespeare Theatre lo spettacolo di gala, che vedrà in scena un nugolo di stelle pronte a rendere omaggio all’astro più splendente, ossia l’Uomo di Stratford che ha inventato il teatro moderno. E alle dieci tutti sotto le stelle del cielo per una pioggia di fuochi d’artificio! Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Imperdibile effimera esperienza

La locandina del film di Richet, che in Francia è stato un successo.

Arte L’artista sudafricano William Kentridge ha regalato

alla Città Eterna un murales che ne racconta la storia millenaria

Blanche Greco È una lunga sequenza d’immagini, di figure, un corteo che si snoda per cinquecentocinquanta metri sui muraglioni della riva destra del Tevere, dall’antico Ponte Sisto verso Ponte Mazzini, è Triumphs and Laments, l’opera-installazione dell’artista William Kentridge, quasi un film d’animazione se lo si guarda dalla riva opposta, con i personaggi che sembrano appena emersi dalle acque limacciose del fiume, dalle pieghe dei secoli, o da famose pellicole della storia del cinema italiano.

Ci sono voluti molti anni affinché Roma accettasse il progetto dell’artista William Kentridge Ottanta murales di dieci metri di altezza, realizzati con una pulizia selettiva della patina scura, di muffe e di polvere, che ricoprono i muraglioni lungo l’argine, per tracciare disegni monumentali, silhouette dal segno pieno, volutamente impreciso eppure evocativo. «È un’effimera e fantasiosa combinazione dei tanti fatti che compongono la storia di Roma e che ho scelto dal mio bagaglio personale, accumulato nei soggiorni romani», ci dice William Kentridge, artista sudafricano di fama internazionale, regista teatrale e di film d’animazione, che, in panama bianco sulla riva del Tevere, ci illustra questa straordinaria opera d’arte a cielo aperto che verrà inaugurata ufficialmente il 21 aprile, per il Natale di Roma. «Sull’argine del fiume ho creato un grande set, dove ho invitato a «conversare» molti dei personaggi raffigurati nei vari monumenti sparsi per la città, insieme con coloro che vi hanno vis-

suto, e i tanti che ancora ossessionano l’immaginario cittadino. Ecco Remo ucciso da suo fratello e il corpo di Pasolini assassinato; Roma vedova del Papa fuggito ad Avignone, e le vedove degli emigranti annegati nel mare di Lampedusa; e, in una serie di salti temporali, vediamo i trionfi di Tito che, dopo il sacco di Gerusalemme nell’870, torna a Roma carico di bottino; e poi le feste di Carnevale al ghetto, nel Medioevo; sino alle scene di deportazione della Seconda Guerra Mondiale. Sono immagini che metto assieme in modo soggettivo, in una libera associazione d’idee, ma alle volte tra loro c’è una relazione, un legame, malgrado i secoli che le dividono. Poi celebro i grandi trionfi: la scena con Marcello Mastroianni e Anita Ekberg che nel film La Dolce Vita fanno il bagno nella Fontana di Trevi, che disegno come una vasca da bagno con doccia; e la straordinaria opera del Bernini: l’Estasi di Santa Teresa; i profeti della cappella Sistina di Michelangelo; Garibaldi a cavallo. Tutte le cose meravigliose che ho amato di Roma. Il principio alla base di quest’opera è mescolare “la gloria e la vergogna” presenti nella Storia di ogni paese. Venendo dal Sud Africa so cosa vuol dire essere molto orgogliosi di certi episodi della Storia, e desiderare di dimenticare la profonda vergogna di altri. I trionfi di alcuni sono sempre la sconfitta disastrosa di qualcun altro». Così dopo il sublime, spirituale e fisico, della Santa Teresa di Bernini, ci sono «sequenze» dominate dalla violenza: l’immagine di Marco Aurelio che taglia la testa dei prigionieri; il corpo di Papa Formoso nella lettiga con la quale, dopo «il Sinodo del Cadavere», giudicato colpevole, venne scaraventato nel Tevere a furor di popolo; la scena finale di Roma città aperta, con Anna Magnani colpita a morte; la fotografia del corpo di Aldo Moro nel bagagliaio dell’auto dove venne trovato. Una «lettura della Storia del tutto soggetti-

va», confessa Kentridge serio, e ricorda come nel suo studio di Johannesburg, mentre eseguiva i bozzetti preparatori di «trionfi e sconfitte», fosse conscio che malgrado la grandiosità, o il pathos degli episodi, o la tragicità dei personaggi immortalati, ogni «immagine» sarebbe stata vista e interpretata dal pubblico in un modo diverso, capace di trascendere l’opera stessa: «Sarà Cesare Augusto in trionfo, o forse Napoleone vittorioso a Roma? La lupa Capitolina appare anche sotto forma di scarno lupo famelico, e qualcuno l’ha subito visto come l’emblema di una squadra di calcio cittadina!», e, continua sorridendo Kentridge, «Queste immagini e questi personaggi sono come le nuvole, forme e storie provvisorie, in continua evoluzione nel rapporto con la fantasia dello spettatore e con la natura, infatti quest’ultima, nel giro di cinque anni, li scurirà, li modificherà e infine li cancellerà sotto una patina scura». Tra i tanti «fotogrammi» che compongono Triumphs and Laments ce n’è uno tutto nero che in fondo reca una scritta bianca tra parentesi: «Tutto quello che non ricordo». Spiega Kentridge: «Lì c’è tutto ciò che non “voglio” ricordare. Un capitolo intimo e personale che ognuno di noi possiede e che può proiettare in quello spazio vuoto». Forse allude ai dieci anni persi per convincere l’amministrazione della Città Eterna, della bellezza e dell’importanza di quell’opera? O forse ai suoi, quasi due anni di dubbi mentre ci lavora nello studio di Johannesburg, tra «cartoline, sogni che si pensa di ricordare, fotografie, visioni di sculture romane, frammenti di un mondo con i quali costruirne uno nuovo, nella speranza che il pubblico di romani e di turisti, una volta finita l’opera, cerchi l’ebbrezza di questa esperienza effimera e abbia la generosità di soffermarsi per sentirne il senso e l’emozione».

Un’immagine di Triumphs and Laments, opera di Kentridge che sarà inaugurata il 21 aprile 2016. (Keystone)

Piccole distrazioni crescono Remake Richet è tornato quasi 40 anni più

tardi su un controverso film di Claude Berri Simona Sala Chissà qual è stato il grado di empatia delle spettatrici di tutte le età con la giovane Lola Le Lann (peccaminosa già nel nome), protagonista di Un momento di follia, quando seduce un Vincent Cassel più in forma che mai, una notte d’estate, in un paesaggio lunare, dove il mare, il caldo, e persino le cicale sembrano essere complici? Ma andiamo per ordine. Laurent (Cassel) e Antoine (François Cluzet, visto e apprezzato in Quasi amici, Piccole bugie tra amici), due padri legati da profonda amicizia, trascorrono le vacanze estive in Corsica, nella casa di Antoine, in compagnia delle due rispettive figlie Louna e Marie. Le mogli, per esigenze di copione, sono state preventivamente divorziate o messe in pausa di riflessione. Le figlie invece sono sfrontate come le conosciamo tutti noi, per cui prima ancora di disfare le valigie, si lamentano per la mancanza di Wi-Fi. Risolto l’ostacolo iniziale e per buona pace dei padri, segue il classico copione da vacanza 2.0, con momenti dedicati al culto del selfie, nonché serate in discoteca a tracannare shot ad alta gradazione alcolica. Adolescenti, appunto, e dunque etichettabili, per comportamenti e linguaggio, come ordinaria amministrazione parentale, con apprensione da parte di Antoine, e lassismo da parte di Laurent. Una sera però Louna, invece di rivolgere le proprie attenzioni ai brufolosi coetanei attratti come api dal suo corpo di precoce ninfetta, imbaldanzita da una leggera sbornia e dal richiamo del mare di notte, decide di sedurre il padre dell’amica Marie. L’attimo di follia del titolo italiano, l’attimo di distrazione del titolo originale francese (Un moment d’égarement) rischia sin dal primo momento di trasformarsi in un incubo. Louna infatti, pur affermando di avere «diciotto anni meno due settimane», tecnicamente è una minorenne, oltre ad essere la figlia del migliore amico e padrone di casa. Con la testardaggine dell’adole-

I padri del film del 1977, Jean-Pierre Marielle e Victor Lanoux.

scenza cerca con ogni sotterfugio di tenere in vita quella complicità. Una trama audace, un tema pruriginoso, quello affrontato dal regista Jean-François Richet, che in passato si è dedicato spesso e volentieri a film d’azione. Ma lo spettatore di oggi probabilmente non fatica a calarsi nei panni del padre sedotto, munito come infiniti altri che vediamo ogni giorno per strada di un fisico perfetto, della voglia di divertirsi negli stessi locali dei suoi figli, sempre ben disposto davanti a quanto offra la vita, flirt compresi. In realtà il film del 2015 (purtroppo mai uscito sui nostri schermi, ma disponibile «on demand») è il remake di un’opera di Claude Berri risalente al 1977, reperibile in DVD o sul web. La trama è esattamente la stessa, l’ambiente marino velatamente morboso anche, eppure per molti aspetti il film sembra diverso. Jean-Pierre Marielle, il padre sedotto nel 1977 non indossa t-shirt aderenti e occhiali da sole, ma una giacca di cuoio marrone, una pettinatura a riporto, dei folti baffi scuri e un’aura vieille France. E la ragazza? Invece di brasiliane e smartphone, dorme ancora con la camicia da notte che sfiora le caviglie e un pollice in bocca. Eppure, nonostante le riprese a tratti povere, i dialoghi più limitati e una colonna sonora di gran lunga meno glamour, a venire fuori è il dramma di un amore che ha troppo spesso i tratti dell’incesto, tanto che, come ha dichiarato Cassel in un’intervista, i 15 anni della Lolita di Berri, sono stati trasformati nei 18 anni meno due settimane di Richet. E questo perché, a dispetto della libertà di costumi e della sguaiatezza che sempre più spesso si vanno denunciando, le briglie della morale negli Anni Settanta a volte erano allentate al punto da risultare fastidiose, agli occhi di oggi. Il cinema dunque ancora una volta ci confronta con una questione di punti di vista, e ci restituisce gli archetipi del desiderio, declinandoli attraverso le epoche.


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Un applauso per Brendan Behan Pubblicazioni Lo scrittore irlandese, nonché alcolista e attivista dell’IRA (1923-1964) trascorse anche del tempo

a New York, esperienza raccontata magistralmente in un libro Mariarosa Mancuso «Il proprietario del cuore più grande che abbia battuto in Irlanda negli ultimi 40 anni» disse Flann O’Brien all’affollatissimo funerale dell’amico Brendan Behan, morto nel 1964. Per chi avesse negli ultimi tempi frequentato poco i matti d’Irlanda – eletta dinastia che risale a Jonathan Swift – ricordiamo che a Flann O’Brien, pseudonimo di Brian O’Nolan, dobbiamo Una pinta di inchiostro irlandese e Il terzo poliziotto. Il primo romanzo si distingue per una serie di false partenze, ognuna seguita da una ripartenza (e si legge con più soddisfazione del calviniano Se una notte d’inverno un viaggiatore). Più una serie di cronache dublinesi uscite con il titolo Il boccale traboccante. Di birra Guinness, si intende (e comunque non cercatele a nome suo, le firmava con un altro e più impenetrabile pseudonimo: Myles nag Copaleen) Ai funerali di Brendan Behan c’era tanta gente quanta ce n’era stata ai funerali di Michael Collins, il leader dell’IRA che firmò nel 1921 il trattato con l’Inghilterra (e insieme la sua condanna a morte). Odiatissimo, per questo, dagli indipendentisti duri e puri, tra cui Behan padre. Behan figlio era precoce come scrittore e come soldato repubblicano. A 14 anni fu espulso dall’organizzazione giovanile per indisciplina, e da solo cercò di piazzare una bomba nel porto di Liverpool. Fu acchiappato e spedito per tre anni in riformatorio, ricavandone materia per Il

ragazzo del Borstal, bestseller internazionale tradotto in italiano da Luciano Bianciardi. Da adulto, sparò a due poliziotti durante una commemorazione della sanguinosa rivolta di Pasqua, avvenuta esattamente cento anni fa: gli anni di carcere furono 14. Fu precoce anche come alcolizzato, per un calcolo sbagliato da parte della nonna. Pensava che qualche bicchierino da piccolo lo avrebbe disgustato, sbagliò clamorosamente i suoi calcoli. Brendan Behan si presentava come «un alcolizzato con problemi di scrittura», e di alcool morì, come Edgar Allan Poe. Ebbe il tempo di scrivere due lavori teatrali di successo a Londra e a Broadway – L’ostaggio e L’impiccato di domani – e di dettare (ormai non riusciva a stare fermo davanti alla macchina per scrivere) il reportage appena pubblicato dalla casa editrice 66thand2nd con il titolo La New York di Brendan Behan. Oggi chiunque sia stato una settimana a New York si sente autorizzato a dire la sua, o peggio ad ambientarci un romanzo. Brendan Behan appartiene alla vecchia scuola. Degli scrittori che trovano disdicevole scrivere gratis (Yeats, suo parente alla lontana, quando gli dissero che aveva preso il Nobel chiese subito «quanto mi danno?»). E degli scrittori che trovano altrettanto disdicevole considerare la scrittura un’arte, non un mestiere come tanti altri. «Mi sarò scordato di questo libro prima che voi abbiate finito di leggerlo», annuncia con un certo orgoglio. La simpatia di uno scrittore che

assomiglia terribilmente all’attore John Goodman (per esempio, nel film dei fratelli Coen Barton Fink o nel più recente Trumbo, dedicato allo sceneggiatore che amava scrivere nella vasca da bagno con qualcosa di forte accanto) rende queste cronache irresistibili. A cominciare dalle pagine dedicate allo YMCA, che sta per Young Men’s Christian Association: il pensionato cattolico reso famoso dalla canzone dei Village People. Una riserva di sani giovanotti arrivati dalla provincia dove i gay andavano volentieri a dare un’occhiata. Brendan Behan racconta una nuotata nella piscina del pensionato, dove era vietato usare il costume da bagno, considerato poco igienico. O nudi, o niente. Altra tappa è il Greenwich Village, regno dei musicisti folk che Brendan Behan proprio non sopportava. In due pagine li descrive in modo così accurato e perfido da indurre i giovanotti con la chitarra e la vocetta a nascondersi per i decenni a venire. Il fatto è che si portavano dietro un codazzo di belle ragazze, unico motivo per frequentare quei luoghi. Lì incontra Jack Kerouac, che richiesto di un nome per la propria generazione inventò sul momento il termine «beat». Tra le tappe obbligate, anche Coney Island con il suo luna park: adesso è nome comune per i parchi con le giostre, ma quando fu inaugurato nel 1903 sull’Isola dei conigli era nome proprio. Le parentele irlandesi lo portano a Staten Island, un po’ più eccentrica rispetto al solito itinerario.

Brendan Behan mentre canta ubriaco allo Jager House Ballroom di New York nel 1960. (Keystone)

«Chi odia questa città odia il genere umano» sostiene un entusiasta Brendan Behan, facendo il verso a Samuel Johnson che sosteneva «Chi è stanco di Londra è stanco della vita». Lontano dalla retorica irlandese, quando a Dublino gli chiedono «Che effetto fa tornare a casa?» risponde «Fa una tristezza infinita» (evviva, uno scrittore che non

ama il suo paesello e la sua infanzia sopra ogni cosa). Aveva avuto modo di studiare i suoi connazionali emigrati, vocianti e vestiti di verde durante la festa di Saint Patrick, e gli erano piaciuti ancora meno che in patria. Del successo a teatro Brendan Behan non fa parola mai, e anche questo merita un applauso. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Giochi erotici in un soggiorno middle class Teatro L’amante di Harold Pinter, regia di Lorenzo Loris Giovanni Fattorini L’amante (The Lover) – rappresentato per la prima volta nel 1963 – è un atto unico con tre personaggi, uno dei quali è un lattaio che pronuncia solo sei battute. Gli altri due sono Richard e Sarah: una coppia del ceto medio che abita una villetta nei pressi di Windsor (a una trentina di chilometri da Charing Cross). L’azione si svolge nell’arco di due giornate estive. Prima scena: è mattina. Richard (abito serio, cravatta, bombetta e borsa da ufficio) bacia sulla guancia la moglie, e prima di uscire le chiede sorridendo: «Viene, oggi, il tuo amante?». Ultima scena: crepuscolo del giorno dopo. Lui e lei sono inginocchiati sul pavimento del soggiorno. Richard – ancora in giacca e cravatta: è rientrato da poco – dice a Sarah: «Cambiati. (Pausa). Cambiati. (Pausa). Cambia vestito … (Pausa). Adorabile sgualdrina». Richard e Sarah sono sposati da dieci anni. Per ravvivare un rapporto insidiato dall’abitudine assumono identità fittizie e fingono una relazione adulterina. In altre parole: al mattino si lasciano – lui per andare al lavoro nella City, lei per sbrigare le faccende domestiche – e al pomeriggio, due o tre volte la settimana, si ritrovano in casa come amanti, con altri nomi, altri abiti, una diversa personalità. L’amante di Sarah, Max (cioè Richard, che nel tardo pomeriggio del primo giorno ha replicato all’affermazione della moglie dicendo di non avere un’amante ma di frequentare saltuariamente una prostituta), compare alle tre del secondo pomeriggio. Il primo gioco erotico dei finti adùl-

Roberto Trifirò e Cinzia Spanò, protagonisti della pièce di Pinter.

teri consiste nell’intrecciare e battere le dita sulla pelle di un tamburo africano. (Vicieux, pas?). Poi Max finge di essere un tale che in un parco pubblico abborda e palpeggia una signora, nonché il custode che prontamente viene in soccorso della donna, la quale, dopo averlo ringraziato, tenta vanamente di sedurlo (l’uomo dice di essere sposato; lei si stizzisce e sibila: «Pappa fredda!»). Dopo altri due bruschi cambiamenti di situazione, la scena si conclude sotto il tavolo del soggiorno, coperto da un lungo tappeto di velluto. Un lungo silenzio. Poi si sente la voce di Sarah che dice: «Max». Si spengono le luci. Si riaccendono le luci. Suscitando lo stupore e la rabbia di Sarah, Max dice che la loro storia deve

finire: non può ingannare più a lungo sua moglie, deve provvedere ai suoi figli. Inoltre: a lui piacciono le donne enormi; lei è pelle e ossa. Rientrato all’ora del crepuscolo, Richard dice di aver preso una decisione: la vita depravata di Sarah deve finire. Lui ha liquidato la sua sgualdrina. Se l’amante di Sarah si ripresenta gli romperà la faccia. Le parole di Richard sembrano davvero serie, minacciose. Ma abbastanza rapidamente prendono un’altra piega. Il gioco erotico ricomincia. Naturalmente, sia le scene tra Richard e Sarah in quanto marito e moglie, sia quelle «a soggetto» (o «all’improvviso» che dir si voglia) da loro interpretate in veste di personaggi

Morte, follia e karaoke In scena Tre soggetti particolari per il palco regionale nel segno

di una vitalità in costante crescita

Giorgio Thoeni Con l’arrivo della primavera molti artisti scelgono la via della collaborazione. Può nascere una sintassi interessante, anche se talvolta claudicante. In coda di stagione ecco alcuni recenti debutti che si sono contraddistinti in tal senso. Iniziamo dalla compagnia CambusaTeatro che ha scelto il palcoscenico del Foce di Lugano per debuttare con La palla rossa, una produzione della compagnia locarnese che ha deciso di misurarsi con una drammaturgia «fatta in casa». L’idea, nata da una proposta della pedagogista Sonia Lurati, parte dall’esigenza di spiegare/raccontare la morte ai bambini attraverso il teatro: un argomento difficile, soprattutto se si vogliono evitare luoghi comuni. CambusaTeatro ha coinvolto il giovane regista e autore genovese Marco Taddei, che già aveva collaborato nel 2012 con la compagnia locarnese per l’adattamento del romanzo Il più grande uomo scimmia del pleistocene di Roy Lewis. La pal-

Il lancio dello spettacolo ideato da Anahì Traversi e Camilla Parini.

la rossa del titolo è quel peso sul petto che avvertiamo quando vogliamo dire qualcosa che stenta ad uscire. Ma come parlare della morte ai bambini? Il binomio Lurati-Taddei inventa la visita di un nonno (Mariano Zerbin) che si presenta a casa della figlia (Margherita Saltamacchia) perché sta per morire. Verrà a prenderlo la morte in persona (Elisa Conte) che, per l’occasione, conoscerà anche il resto della famiglia: il marito (Paolo Livolsi) e la figlia (Anna Lurati). È a lei che dovranno spiegare perché il nonno deve partire/morire. Una situazione paradossale e un dialogo leggero accompagnano il pubblico verso un lieto fine. Una scenografia ridotta al minimo circonda una commedia piacevole, a tratti umoristica, dove il tenore della recitazione lascia però spazio a guizzi interpretativi dal sapore filodrammatico. Un altro soggetto molto teatrale ma altrettanto complesso è quello della follia. È il tema scelto da Monica Muraca per La perfezione del dolore, un monologo voluto per raccontare sulla scena il personaggio di Alda Merini. L’allestimento fa parte del Progetto Generazioni, appendice creativa dedicata alle proposte personali degli attori e collaboratori del Teatro delle Radici. Una straordinaria e generosa possibilità di veder concretizzare un’urgenza teatrale ma sotto la direzione di un’artista della statura di Cristina Castrillo. Che già si manifesta nella scenografia esposta in scena prima dell’ingresso dell’interprete: un cerchio di libri e un lungo foglio nascosto fra di essi (come fosse la pergamena di On The Road di Kerouac) conducono lo sguardo a una vecchia

macchina per scrivere. Una pittura murale conserva tracce di volti e numeri. Il suono della voce della poetessa ci ricorda l’ironica e drammatica lucidità con cui racconta la sua follia, il manicomio, i momenti crudeli di una vita regalata alla malattia mentale. La Muraca, senza possedere la prosopopea dell’attrice navigata, ci guida nella sua personale avventura come fosse un atto liberatorio. Dopo alcune repliche alle Radici, lo spettacolo sarà in scena al Teatro Centro sociale dell’OSC di Mendrisio (14.5). Il terzo esempio di collaborazione l’abbiamo visto al Teatro Sociale di Bellinzona con Princess Karaoke or something like that di e con Camilla Parini e Anahì Traversi: una produzione Azimut e Collettivo Ingwer in co-produzione con il Teatro Sociale. Nato per l’edizione 2015 del festival «Territori», lo spettacolo (già finalista al Premio Schweiz) traduce sul palco lo zapping della società contemporanea: una sorta di karaoke, appunto, che omologa il pensiero e i sogni di ognuno attorno a modelli stereotipati, a immagini di consumo dove l’esibizione e il narcisismo si confondono con le principesse delle fiabe, con sogni collettivi privi di identità e travolti dai messaggi dei «persuasori occulti». Con un allestimento audio-visuale (Roberto Mucchiut) e light-designer (Giovanni Vögeli), il duo Parini-Traversi ci porta in una liquidità autoironica dalle divertenti declinazioni. Nonostante una drammaturgia imperfetta (c’è parecchio da rivedere), l’originalità dell’idea e la bravura delle attrici sono piaciute. E si potranno rivedere al Teatro Foce dal 22 al 24 aprile.

immaginari, dando libero corso a pulsioni e fantasie latenti, sono molto più particolareggiate e ambigue (aggettivo che viene spontaneo pronunciare ogniqualvolta si tratta di Pinter) di quanto possa descrivere e suggerire un breve riassunto dei fatti. Forse il dato meno ambiguo della commedia – che non è tra le più importanti del drammaturgo inglese – è la netta divisione degli spazi. A destra c’è il soggiorno: luogo delle separazioni mattutine e dei ricongiungimenti serali di marito e moglie, nonché spazio scenico delle loro performance pomeridiane. A sinistra, un po’ più in alto, la camera da letto, a cui si accede dal soggiorno salendo alcuni gradini: è il luogo dei risvegli e dei col-

loqui che precedono il sonno, un luogo di intimità esclusivamente coniugale, dove non hanno fisicamente accesso gli attori delle trasgressioni consumate fra le tre e le sei del pomeriggio. Nella scena disegnata e sobriamente arredata da Daniela Gardinazzi, entrambe le stanze hanno pavimenti di materiale nero specchiante e veneziane sempre abbassate, attraverso le quali filtra uniformemente la luce del giorno: un luogo che non si apre mai verso l’esterno, anche quando i due – stando alle indicazioni di Pinter – guardano il tramonto dal balcone (nello spettacolo dell’Out Off il balcone è il proscenio e l’esterno è la platea), o quando la luna illumina la camera da letto. Lorenzo Loris ha saputo dare il giusto ritmo scenico alla peculiare artificialità della partitura drammatica di Pinter, interpretata con varietà e finezza di toni da Roberto Trifirò e Cinzia Spanò. (Le poche battute del lattaio sono pronunciate da Vladimir Todisco Grande). E con intelligente misura ha distribuito qua e là dei tocchi di sottile umorismo: ad esempio, quando Richard fa la sua comparsa travestito da Max, e avanza verso Sarah con andatura vagamente scimmiesca – accentuata da una folta parrucca nera che gli fa più bassa la fronte – dopo aver cavato da un armadio dell’anticamera un bongo, esotico strumento d’eccitazione per finti primitivi occidentali. Dove e quando

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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Noi mangiamo trendy Si dice che i giovani non leggono. Non è vero. Leggono più di noi, anche se lo fanno su testi diversi dai nostri. Per noi sono libri e giornali, per loro sono le etichette dei prodotti alimentari del supermercato che noi anziani, anche se lo volessimo, non potremmo prendere in considerazione perché sono stampate in caratteri microscopici. Da questo punto di vista dai giovani abbiamo tutto da imparare; al loro confronto noi ragazzi eravamo dei trogloditi. Quando le nostre mamme ci facevano fare merenda con una fetta di pane, burro e zucchero, mai abbiamo preteso che il burro fosse chiarificato e lo zucchero fosse di canna e non bianco; peggio, addentavamo voraci incoscienti un panino di mortadella senza pensare al nitrito di potassio (E 249) e al nitrito di sodio (E 250) che immettevamo nel nostro corpo. È uno spettacolo commovente osservare i nostri ragazzi che ostruiscono il passaggio nei corridoi del supermercato mentre, tenendo in mano una confezione di prodotti alimentari garantiti bio scandiscono

rapiti i nomi degli ingredienti: farina di grano khorosan kamut, gomma di guar, gomma di xantano, crusca di farro, sciroppo d’agave, margarina vegetale non idrogenata... Fate la prova, invitate dei giovani a pranzo e offrite loro qualche leccornia che contenga olio di palma o glutammato monosodico o, peggio del peggio, la bistecca di un vitello allevato con soia Ogm (cioè in pratica tutti). Li vedrete fuggire inorriditi, recitando l’elenco dei prodotti cancerogeni che conoscono a memoria e, per calmarsi, appena usciti da casa vostra, fumeranno una sigaretta o si faranno una canna. Un’altra bella lezione che ci viene dalle nuove generazioni, per noi che con gli anni diventiamo sempre più rigidi, è l’estrema duttilità. Quello stesso ragazzo che alla luce del giorno abbiamo visto indignarsi sui coloranti, sul grasso di cocco, sul biossido di titanio, sugli esaltatori di sapidità, al calare delle prime ombre della sera lo vediamo pronto a praticare una delle più belle invenzioni del nostro tempo, l’apericena. Di giorno guai a bere del vino trattato con bisolfiti,

mentre pescano a caso qualcosa da trangugiare, con l’altra mano battono messaggi sullo smartphone per dialogare con gli amici lontani o anche solo dall’altra parte della piazza. Discorrono di cibo, devono mettersi d’accordo sul ristorante dove consumeranno la cena. Altra meravigliosa metamorfosi, lì si ritorna al rigore filologico. Abbiamo avuto la fortuna di assistere, non visti, alla discussione a più voci sulla scelta del locale dove mangiare carne. In pratica su quale fosse la migliore griglia della città, dove si pratica la cottura «Low and Slow», cioè lenta e a bassa temperatura. In pratica, per avere la bistecca cotta per la sera bisogna ordinarla prima di mezzogiorno. Il locale garantisce che la cottura è eseguita esclusivamente con «legni originali americani, melo, ciliegio, quercia hickory e pecan». E noi, bestie, che non abbiamo mai domandato all’oste su quale legno ci cuoceva la bistecca. Magari non lo sapeva neanche lui. Il menù propone un piatto intitolato «BBQ St. Louis Style» e spiega che «si tratta di un taglio privato dello sterno,

delle membrane e della punta delle costole»; detto così sembra il referto di un intervento chirurgico dopo un incidente. È uno spettacolo vedere i nostri giovani al ristorante quando arriva il cameriere a prendere le ordinazioni. Tutti, nessuno escluso, chiedono delle varianti al menù. È possibile avere il pesto senza aglio? La frittata di porri e patate ma senza i porri e senza le patate? Io prendo la bistecca alla milanese ma senza impanatura e cotta alla piastra. Si può avere una bistecca alla Bismarck senza l’uovo sopra? Se ne può avere una mezza porzione fredda e l’altra mezza calda? Dimenticavo di specificare che la zona della città frequentata dai nostri ragazzi non è un posto qualunque ma il «food discrict», dove oltre ai bar per l’aperitivo e ai ristoranti per la cena, si trovano le hamburgherie, i take away, i noodle bar orientali da non confondere con le spaghetterie. Nel district si pratica l’arte dello «street food» che non è il volgare «cibo da strada». Detto in inglese è trendy, è fashionable. Sono stato chiaro?

e non tutte le famiglie – per motivi economici o educativi o entrambi – sono disposte ogni anno a investire nei bijoux della piccina. Questo per spiegare l’inutilità di quel tentativo di livellamento sociale che sono state le divise a scuola. Ma col burqa è tutto diverso, si intravedono solo i piedi, non c’è spazio per le gare. Cambia il discorso per i veli che coprono solo i capelli, oppure i capelli e le spalle: il niqab, per esempio, permette lo sfoggio di abiti e gioielli. Il migliore resta dunque il burqa o l’abaya o lo chador che si usa in Iran, nulla è scoperto, a volte nemmeno gli occhi. Fin qui la positività del velo. A questo si aggiunga la lunga tradizione che ha voluto coprire i capi delle donne, dall’Antico Testamento (dove qualche volta le donne si velavano per non essere riconosciute) alla prima lettera di San Paolo ai Corinti (la donna si copra il capo in chiesa), fino all’ingiunzione di Calvino perché le donne si coprissero il capo sia in chiesa che fuori.

Erano però tempi lontani, dal Concilio Vaticano II infatti persino gli abiti delle suore sono molto cambiati, diventando più comodi e meno coprenti anche in vista delle loro attività sociali e formative. Un processo inverso a quello a cui si assiste a proposito dell’Islam. Come è noto, il Corano non comanda espressamente alle donne di velarsi: in una sura (capitolo) si legge che chi vuole parlare con le mogli del Profeta deve parlare attraverso una tenda, che non necessariamente sarà però apposta sulle signore, potrebbe significare che, per rispetto del Profeta, le sue mogli non sarebbero state viste se non da dietro una tenda della porta o della finestra. In un’altra sura si legge che le donne possono mostrare il loro corpo agli uomini di famiglia, ai bambini piccoli, agli schiavi eunuchi, oltre che, naturalmente, al marito. Agli altri uomini non mostreranno le loro bellezze «eccetto quel che è visibile», da intendersi, mi sembra, come invito alla

pubblica decenza, non è specificato che cosa sia visibile, è probabile che il volto lo sia, per esempio. Invece la tradizione ha trasformato la probabile usanza preislamica di coprirsi durante i viaggi, o per ripararsi dal caldo, o per segnare una condizione di nobiltà, in un obbligo che si declina in modo diverso nelle diverse nazioni. Il Novecento aveva visto diminuire sempre più l’uso del velo, con il sorgere dei primi Stati «laici» in Africa e in Oriente e con l’arrivo di cultura occidentale nelle colonie. Così fino a oltre metà secolo. Poi in nome di un ritorno alle origini e di un recuperato orgoglio musulmano, il potere è sempre più andato a uomini molto più severi del loro stesso Profeta. E il velo è tornato, vuoi come segno di sottomissione, vuoi come segno di distinzione e riconoscimento, del far sapere di essere una donna musulmana. Lo si può infatti scegliere, come sostengono molte ragazze. Ma non si può non sceglierlo.

troppo alti. Trascurava ingenuamente la possibilità che i volumi scomparsi venissero portati via non per essere letti ma per essere rivenduti nelle bancarelle. Un distinto signore molto elegante, in una Feltrinelli, è stato colto in fallo con dentro la ventiquattrore l’opera omnia di Wallace Stevens (5½ alla curatela di Massimo Bacigalupo): ma non è detto che si trattasse di un fine estimatore di quel grande «conoscitore del caos» che fu il poeta statunitense (5½ anche a lui). Non è escluso il furto per «libridine». Lo dimostra il volumetto bilingue (italiano e inglese) di David Horvitz, che insegna Come rubare libri per il semplice piacere di farlo: è difficile che i librai vadano pazzi per questo genere di vademecum, ma lo si può trovare su internet (4½). Tra i consigli di Horvitz, i più efficaci sono tre: 1. Sguinzagliare un cane in negozio e approfittare del subbuglio per impossessarsi dei volumi desiderati; 2. Aprire un libro a caso, cominciare a piangere mentre si finge

di leggere e avviarsi, in lacrime, verso l’uscita confidando nella delicatezza degli astanti; 3. Rubare il libro un foglio per volta da negozi sempre differenti. Il primo necessita di un cane sufficientemente nervoso. Il secondo richiede un’attitudine attoriale all’altezza. Per il terzo è indispensabile trovarsi in una metropoli che disponga di molte librerie: e comunque piuttosto che strappare un foglio per volta sarebbe meglio optare per mazzetti di interi quinterni, altrimenti non si finisce più e il rischio di essere sgamati aumenta. La bibliomania è un problema serio: una forma di nevrosi ovvero una «disposofobia», cioè una sindrome da accumulo di libri che sfuma verso la cleptomania. Nel 1990 l’americano Stephen Blumberg venne arrestato per aver rubato 11mila libri rari (per un valore di circa 2 milioni di dollari): mai provò a rivenderli al mercato nero. Si accontentava di caricare i volumi nel cofano della sua Cadillac 1960 o della

sua Oldsmobile 1955 (era un maniaco anche delle macchine, delle monete, dei cappotti, dei tappeti, dei quadri, dei gioielli, delle lampade e dei mobili antichi) e collezionarli nella sua villa dell’Iowa. Non è escluso, infine, che il furto di libri avvenga per altre oscure ragioni. Come quello subìto dalla storica Biblioteca dei Girolamini, la più antica biblioteca pubblica di Napoli, risalente al 1586. Quattromila volumi sottratti e un danno di 20 milioni di euro che toccherà ripagare all’ex direttore, essendo accusato di aver trafugato i preziosi libri con traslochi notturni. Un appassionato bibliofilo come il senatore Marcello Dell’Utri (1 e lode) è indagato per concorso in peculato e qualche settimana fa il Senato ha autorizzato l’utilizzo delle intercettazioni per capire fino a che punto ha partecipato al saccheggio. Horvitz ha dimenticato un altro metodo buono per sottrarre libri: farsi nominare direttore di biblioteca o, meglio ancora, farsi eleggere senatore.

la sera qualunque intruglio purché sia colorato va bene nel bicchiere, mentre l’altra mano attinge dei pezzettini di qualcosa da piatti in penombra: piccole pallottole fritte di carne o riso, dadi di formaggio, olive, farfalle al pomodoro fredde, fettine di pane secco da intingere in un sugo rosso e piccante, tranci di pizza, patate al forno. Non mancano uova sode con maionese, insalata russa, uova in camicia. Tutto questo è in linea col movimento che lotta contro lo spreco alimentare poiché tutte quelle variegate offerte di cibo, se avanzano, possono essere riproposte la sera successiva senza problemi. Se poi il locale dove si celebra il rito dell’apericena ha la fortuna di trovarsi accanto un ristorante, possiamo immaginare dei travasi da un locale all’altro anche se non ne avremo mai le prove. L’apericena è il rito dove si celebra la socialità, dove si è sicuri di ritrovare i vecchi amici; mai però nello stesso locale ma in un altro dello stesso genere. Questa circostanza spiega perché i giovani frequentatori non conversino mai tra di loro ma,

Postille filosofiche di Maria Bettetini (Non) scegliere il velo Parliamo del velo. È uno dei temi del momento, già da un po’, e tra ragazze se ne discute. Vediamone gli aspetti positivi, perché ce ne sono. Il primo, da tutte riconosciuto, è che ti butti addosso un burqa e via, devi preoccuparti solo di non avere lo smalto delle unghie rovinato e di non essere in ciabatte, per il resto fai la spesa, sali sul bus, vai anche in ufficio e non ti devi preoccupare di come sei vestita, di quanto sei ingrassata, del tempo che non hai per il parrucchiere. Molte si sono fatte il loro burqa, anche da noi: chi si mette sempre i pantaloni, chi le gonne lunghe. Chi i maglioni oversize, chi i kaftani. Chi usa il trucco come un burqa, spalmandosi in faccia di tutto pur di mascherare stanchezza, rabbia, età. Però, vuoi mettere la comodità, niente che stringe, niente che soffoca, niente che pizzica, puoi anche avere il pigiama e nessuno lo saprà. Positivo è anche il risparmio di lavanderia, un burqa lo butti in lavatrice, poi

lo fai asciugare appeso, forse non ha nemmeno bisogno di un colpo di ferro da stiro. Inoltre sotto ci puoi tenere le borse e borsette che vuoi, anche un sacchetto di plastica, chi lo vede? È poi un capo di vestiario del tutto democratico. Quando ferveva il dibattito sulla sensatezza o meno delle divise a scuola, soprattutto per le bambine, chi le voleva sosteneva l’importanza di cancellare le differenze sociali. Non era vero, perché poi la differenza viene fuori dalle scarpe, dalle calze, dallo zaino (ce ne sono di tutti i prezzi, dal plastichino del cinese alla pelle di Alviero Martini, che non per niente chiama i suoi prodotti «prima classe»). Poi le ragazzine mettono gli orecchini, i braccialetti. Si potrebbe dire: ma non metteranno brillanti e smeraldi in prima media. Non metterei confini al cattivo gusto di madri e figlie, e comunque il problema non è la qualità dei manufatti, il problema è che ogni anno cambiano quelli che si «devono» avere,

Voti d’aria di Paolo Di Stefano Consigli per libridinosi Pare che il lettore italiano legga soprattutto la sera (71%). A letto (67%) o in bagno (52%): non si specifica se seduti (dove?) o sdraiati in vasca o in piedi sotto la doccia. Non so quali siano le abitudini del lettore svizzero, ma durante un viaggio da Milano a Basilea e ritorno ho constatato che gli elvetici, a differenza degli italiani, amano leggere anche in treno: era da tempo che non vedevo tanti libri aperti negli scompartimenti. Cosa del tutto insolita in Italia, dove viaggiando (a volte anche guidando in auto) si preferisce parlare al telefono o chattare sullo smartphone. Intanto, però, aumenta la massa di volumi rubati nelle librerie. I furti oscillano dallo 0,4 all’1,5 per cento della giacenza media. Un libro sparito su cento è tantissimo. Ma non è detto che si tratti dei titoli migliori o più interessanti. Si racconta che Giulio Einaudi metteva in bella vista i volumi appena usciti per valutare quali venivano trafugati prima e considerarne così le potenzialità di

vendita. Non credo che lo facesse, anche perché l’ultima sua preoccupazione era vendere i libri che pubblicava: e comunque quello che gli viene attribuito non sarebbe stato un gran metodo. Un servizio di Giacomo Papi su «Post.it» (il quotidiano online) ci informa che i libri più rubati sono anche i più venduti, quelli cioè che sono di moda. In questo periodo vanno a ruba Purity di Jonathan Franzen (5–) e La scuola cattolica di Edoardo Albinati (5), considerato il favorito per il prossimo Strega. Si tratta di tomi piuttosto grossi, ma non per questo meno depredabili. Vanno molto anche certi Meridiani, molto costosi e molto periferici sugli scaffali… Ricordo che Maria Corti (6 alla memoria) era felice quando, dopo aver deposto sulla soglia di casa i libri di cui voleva liberarsi, li vedeva scomparire in pochissimo tempo. Sosteneva che era quello il segno che gli italiani avevano fame di cultura e che la diserzione dalle librerie era dovuta ai prezzi di copertina


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Aperti per festa!

Giovanni Barberis

Mario Curti

Attualità h k  B d m s q n  c h  R -  @ m s n m h m n  e d r s d f f h `  h  2 /  ` m m h  d  s h  q d f ` k `  r b n m s h  3 m n  ` k  2 / $

Domenica 24 aprile apertura straordinaria dalle 10.00 alle 18.00, con tante proposte per voi. A S. Antonino si fa festa: domenica tutti i negozi e i bar del centro saranno aperti, con un programma specialmente dedicato al pubblico che da 30 anni ci è vicino. Il Ristorante Migros ha in serbo una vasta scelta di piatti, con specialità alla griglia sul terrazzo, risotto e luganighetta per i più golosi e piatti prettamente stagionali. Sconti e promozioni, demo di prodotti, giochi, musica e spettacoli per grandi e piccoli vi regaleranno una giornata in allegria Ecco cosa vi aspetta:

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servizio e carte regalo), Ottico Blitz (esclusi un numero ridotto di articoli, prestazioni di servizio e carte regalo), Farmacia Amavita (sulle marche Somatoline, Vichy, La Roche Posay, Avene e Widmer), Mister Minit (esclusi un numero ridotto di articoli e buoni acquisto); ’  20% di sconto da Vinarte (sui vini Merlot Roncaia e Vinattieri bianco Zanini); ’  30% di sconto da Vögele Shoes (es-

clusi articoli già scontati, prestazioni di servizio e buoni regalo), Oro Vivo (a partire dal secondo articolo,escluse le marche, buoni regalo e prestazioni di servizio); ’  Dosenbach: Fr. 10.– di sconto a partire da un acquisto di Fr. 49.90 (non cumulabile con altri sconti, no carte regalo); ’  Migrol: 20% di sconto sul lavaggio auto e gipfel in omaggio a chi beve il caffè;

’  Bar Pagani: caffè in omaggio a chi pranza al bar; ’  Torta di compleanno per tutti alle ore 15.45. E per divertirvi:

All’interno ’  R o d s s` b n kn  d  hm s q ` s sd m hl d m sn  b n m  Stefano Dani e il Mago Renato; ’  D r ha hy hn m h G ho  G n o  C ` m b d  hm  r sd ` c  (ore 14.00, 14.45, 15.30); ’ L t r h b ` E n k j b n m h ˆ S q h o d q C þ – -

All’aria aperta ’ B ` r s d k k n f n m 3 ` a h k d o d q s t s s h h a h l a h : ’  R o d ss` b n kh hm sd q ` sshu h `  b t q `  c d kk`  compagnia Sugo di inchiostro (ore 14.30, 16.30); ’ C h r s q h a t y h n m d o ` k k n m b h m h -

Per tutto il giorno ci farà compagnia Radio Fiume Ticino, che trasmetterà in diretta dal Centro S. Antonino. Festaggiamo insieme! Vi aspettiamo Domenica 24 aprile.


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Idee e acquisti per la settimana

Carne Migros: la scelta degli chef Gastronomia Il ritratto dei ristoranti: Il Canvetto Luganese

Uno scorcio interno del Canvetto Luganese e due proposte culinarie dello chef Paolo Serra. (Flavia Leuenberger)

Ha una storia affascinante questo locale nel pieno centro di Lugano. Il Canvetto Luganese è stato riaperto al pubblico dalla Fondazione Diamante nel dicembre 2000, dopo essere stato chiuso per molti anni. Luogo di incontro degli abitanti del quartiere, è stato acquisito e ristrutturato dalla Fondazione per restituirlo alla popolazione come ristorante e laboratorio in cui lavorano operatori

sociali e persone disabili. L’attività di integrazione si sposa perfettamente con un alto livello di cucina. Dai laboratori della sede vengono prodotti pasta fresca, pane, focacce e grissini, mentre altri alimenti provengono da laboratori diversi della Fondazione, come gli ortaggi biologici del Piano di Magadino. Lo chef Paolo Serra rivisita e interpreta la cucina mediterranea in una chiave

moderna e soprendente, nutrendo anche gli occhi con mise en place molto curate ed eleganti. Dalla sua Sardegna ha portato la passione per il pesce, scelto e trattato sempre con grande cura, ma i prodotti locali restano i protagonisti del suo menù. Deliziosa la tartare di carne svizzera, piatto sempre presente sulla carta serale come specialità del Canvetto e molto apprezzato dalla clientela,

come pure la punta di vitello cotta a bassa temperatura per 12 ore servita con la sua giardiniera di verdure. Per il pesce, viene dato spazio al crudo di mare servito con diversi abbinamenti e le specialità della carta seguono rispettosamente le stagioni. Tutta la pasticceria è prodotta in casa, così come i gelati e i sorbetti, con gusti nuovi e curiosi, serviti come antipasto o come dessert.

Rassegna gastronomica Il 22-23 e 29-30 aprile, presso 14 ristoranti del Cantone, è prevista la rassegna gastronomica «La carne Migros secondo gli chef ticinesi», dove la carne svizzera sarà messa in tavola nelle sue migliori interpretazioni. Un’occasione speciale per apprezzare il valore dei prodotti di casa nostra, sani, pregiati e sicuri. Per saperne di più: www.carnemigros.ch

Il pane Rustichella Attualità Un pane che rispecchia in pieno

il suo nome. Provare per credere

Il pane Rustichella è lavorato a mano dai panettieri Jowa. (Flavia Leuenberger)

Rustichella 280 g Fr. 2.70

Ci sono pani che per molti sono imprescindibili quando si tratta di concedersi una gustosa colazione da re e fare il pieno di energia per affrontare al meglio la giornata, pur tuttavia senza appesantire troppo lo stomaco. Uno di questi è il pane Rustichella, una aromatica specialità del panificio Jowa di S. Antonino che si contraddistingue per i suoi ingredienti semplici e genuini, la ricchezza di carboidrati complessi – importanti perché assorbiti dal corpo in modo lento e duraturo – e l’ottima digeribilità. Il Rustichella è un pane a lievitazione naturale a base di farina di frumento chiaro TerraSuisse, ossia ottenuta da cereali sviz-

zeri provenienti da fattorie IP-Suisse che utilizzano metodi di coltivazione rispettosi dell’ambiente. La sua forma allungata a mo’ di filoncino è data dalla manualità dei panettieri Jowa, i quali lavorano a lungo l’impasto per ottenere un prodotto dall’aspetto rustico e dalla mollica ben alveolata e morbida. Grazie a tutte queste qualità, il Rustichella è di fatto perfetto in occasione del primo pasto della giornata, accompagnato da burro e confettura artigianale, ma si presta parimenti per la preparazione di panini farciti a piacimento per calmare la fame durante le attività sportive, le escursioni o ancora in ufficio.


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Idee e acquisti per la settimana

Pedalare spensieratamente Attualità Da SportXX si è aperta la stagione bici 2016.

Il negozio specializzato della Migros, oltre alle numerose novità, offre anche un servizio per biciclette

Bici 2016

L’officina SportXX di S. Antonino offre un servizio per biciclette accurato, garantito da personale qualificato. Abbiamo incontrato il meccanico di bici Marco Ferrini, responsabile dell’officina. Marco Ferrini, è vero che ha un passato da ciclista?

Esatto. In gioventù ho corso per una decina di anni fino alla categoria dilettanti-élite. Nel frattempo ho pure conseguito il diploma di meccanico d’auto. Di cosa si occupa esattamente?

Sono responsabile per il Ticino dell’officina di biciclette dello SportXX. Mi occupo della manutenzione delle bici e del montaggio dei nuovi modelli acquistati dalla clientela. Cosa consiglia riguardo alla cura della bicicletta?

Per garantire sempre un grado di sicurezza ottimale, raccomando di far effettuare almeno un controllo di sicurezza all’anno in caso di utilizzo occasionale della bicicletta; mentre se usata regolarmente, è consigliabile un controllo completo. Questi controlli

permettono non solo di regolare al meglio i vari meccanismi – freni, ruote, marce, raggi, gomme, luci, ecc. – ma anche di prevenire danni peggiori o rotture che potrebbero influire sulla sicurezza del mezzo. Oltre a questi, offriamo ovviamente anche servizi di manutenzione più estesi e riparazioni.

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Consigli per l’acquisto di una nuova bicicletta?

Per chi è alle prime armi suggerisco di acquistare inizialmente una bicicletta di fascia media. Se poi si viene conquistati dalla passione per la due ruote l’anno successivo si potrà sempre optare per un modello più performante con maggiore cognizione di causa.

Tante novità per gli appassionati di bici nel nuovo prospetto di SportXX.

Cosa pensa delle biciclette elettriche?

Sono certamente una buona alternativa. Permettono di muoversi agevolmente e contribuiscono a spronare al movimento anche chi è poco attivo, senza dimenticare che anch’esse aiutano a ridurre il traffico. Anche in questa categoria oggi sono disponibili modelli per le più svariate esigenze (città, trekking, strada).

Marco Ferrini, meccanico di biciclette presso l’officina SportXX di S. Antonino. (Fabio Gaspari)

Fragole italiane extra

Profumo intenso, forma regolare, pezzatura-medio grande, bel colore rosso intenso e caratteristiche organolettiche uniche: questi sono i principali atout delle fragole italiane extra, in vendita attualmente nei principali reparti frutta dei supermercati di Migros Ticino. Que-

ste fragole dalla polpa consistente e dal sapore zuccherino equilibrato danno il meglio di sé gustate al naturale, semplicemente dopo essere state lavate sotto un filo d’acqua corrente. Eliminare gambi e foglie solo dopo il lavaggio per evitare che si impregnino d’acqua. A piacimen-

to zuccherare solo poco prima di servire. È interessante osservare che negli ultimi anni l’Italia è diventato uno dei paesi europei più importanti per la produzione di fragole di prima qualità, grazie soprattutto alle innovazioni nei tipi di varietà e all’apprezzamento dei consumatori.

Le figure 3D di Euro 2016

Il conto alla rovescia è ormai iniziato: il prossimo 10 giugno, allo Stade de France di Parigi, la partita Francia-Romania darà inizio della quindicesima edizione del Campionato Europeo di Calcio. Accanto all’album e alle figurine Panini – già in vendita da qualche settimana nei supermercati di Migros Ticino – gli appassionati di collezionismo e i tifosi solo alla Migros trovano pure un’allettante novità, sempre

firmata Panini: le figure 3D. La serie è composta da 24 giocatori, vale a dire una figura per ogni squadra partecipante a Euro 2016. Solo per citarne alcuni, a rappresentare la Svizzera vi è il centrocampista Inler, per l’Italia troviamo Verratti, mentre per Germania e Francia, rispettivamente Götze e Varane. Buona raccolta. Figurina 3D Fr. 3.90


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Idee e acquisti per la settimana

Dolci decori

Novità Migros Ticino introduce nel proprio

assortimento le decorazioni per dolci e torte del noto marchio italiano Rebecchi

Dal 1955 leader in Italia nel settore delle decorazioni dolciarie, l’azienda piacentina Rebecchi da sempre si è distinta per la qualità, la passione, la cura artigianale e l’innovazione dei suoi prodotti destinati al settore dolciario. Scegliendo Rebecchi potete esser certi di trovare tantissime idee per rendere qualsiasi vostra ricorrenza davvero indimenticabile. Il mondo Rebecchi è fatto di divertenti e variopinti articoli per decorare qualsiasi tipo di torta o dolce in modo creativo e originale, il tutto abbinando la fantasia alle più svariate esigenze gastronomiche. Rebecchi ha pure stretto importanti collaborazioni con famosi marchi internazionali tanto amati anche dai piccoli golosoni, come Hello Kitty, Disney e Marvel. La gamma disponibile alla Migros si compone di targhette auguri di zucchero, matite decorative, pirottini, candeline, cialde decorative, colori alimentari, agenti lievitanti, figure decorative, dolci perline e molto altro.

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Idee e acquisti per la settimana

Happy Bread

Pane fresco, giorno dopo giorno Già più di 1 milione di pezzi di «Happy bread» sono stati venduti dalla sua introduzione durante l’autunno 2015. Questo morbido pane fresco, prodotto con farina TerraSuisse, si conserva per almeno cinque giorni senza nessun conservante. Il pane pretagliato man-

LU

tiene particolarmente a lungo la sua umidità ed è ancora gustoso e fresco al quinto giorno come al primo. Ecco perché il nuovo «Happy bread» ha conquistato velocemente molti fan, in particolar modo le famiglie. È disponibile nella variante chiara e scura.

Per l’ufficio e fuori casa: un sandwich al prosciutto e formaggio con insalata e pomodori.

MA

Per gli amanti della cucina mediterranea: una fresca bruschetta con la variante chiara di «Happy bread».

ME

Per una cena veloce: asparagi verdi e uovo in camicia su «Happy bread» scuro.

Happy Bread scuro 350 g Fr. 2.40

GI

Per le grandi fami: pane tostato con avocado, pancetta e pomodori secchi.

VE

L’aperitivo: delicati canapè con salmone, formaggio fresco e Camembert su pane bianco «Happy bread».

SA

Per chi ama i piatti dolci: se rimane del pane, ecco delle gustose fette di «pan perduto».

Foto Daniel Aeschlimann; Styling Mirjam Kaeser

Happy Bread chiaro 350 g Fr. 2.40

TerraSuisse promuove un’agricoltura svizzera rispettosa della natura e degli animali e si attiene alle direttive di IP-Suisse.

L’industria della comunità Migros produce numerosi prodotti, tra cui anche «Happy Bread».


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Idee e acquisti per la settimana

Perché il rituale del gelato di Seraina le procura momenti di gioia da 30 anni?

Vincete il vostro fumetto personale!

Perché Melissa, campionessa svizzera di lancio del peso, adora i biberli?

Avete conquistato il cuore della vostra amata con un Risoletto? O il biberli è il vostro snack preferito quando fate sport? Raccontatecelo!

Biberli appenzellesi 75 g Fr. 1.20

Chi condivide con altri clienti la sua storia sul sito www.momenti -migros.ch entro il 20 aprile, partecipa al concorso supplementare. Fra tutti i contributi pubblicati, il fumettista Gabriel Giger sceglie i tre migliori e li disegna. I vincitori ricevono il fumetto originale firmato oltre a una carta regalo Migros del valore di 100 franchi. Anche i fumetti verranno pubblicati su www.momenti.migros.ch.

I prodotti più amati

Perché Edith è grata allo spray solare non solo nei giorni estivi? Sun Look Light & Invisible Spray SF 30, 200 ml Fr. 14.–

Scopri le esperienze dei clienti con i prodotti preferiti su www.momenti-migros.ch

Per Selina la ricotta è un tuttofare. M-Budget ricotta magra 500 g Fr. 1.25

Come fu che la salsa tartara suggellò la felicità coniugale di Anita. M-Classic Salsa tartata 170 g Fr. 2.– Perché Walter è un fan accanito della tisana alle erbe alpine? Bio Ice Tea tisana alle erbe alpine 33 cl Fr. 1.–

Gabriel Giger è un grafico diplomato di Leuk/VS ed è attivo quale fumettista libero al Walliser Bote e al Nebelspalter. Nel 2012 e 2013 ha conquistato il secondo posto nella categoria «premio del pubblico» nel concorso fra i migliori disegnatori della stampa svizzera. Dal 2013 è in commercio il suo primo libro, che riproduce 99 fumetti sul Vallese.

M-Classic gelato Foresta Nera 680 ml Fr. 3.10

La storia dello snack che andò in passeggiata scolastica. Frey Tourist Cioccolato 100 g Fr. 2.25

Cosa c’entra la torta nuziale di Marina e Stefan con il cake Monte Generoso?

Ogni giorno: in palio carte regalo! www.momentimigros.ch

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Noi firmiamo, noi garantiamo.

Ci manca ancora la vostra storia Avete anche voi un prodotto Migros preferito, magari legato a un episodio divertente o fuori dal comune? Avete anche voi un prodotto Migros preferito, al quale vi lega un episodio particolare? Allora raccontate la vostra la storia a noi e ad altri clienti! Con un po’ di fortuna potrete vincere un premio. Ogni settimana estraiamo a sorte fra tutti i partecipanti dieci carte regalo Migros del valore di 50 franchi l’una. Come funziona

Partecipate su Internet Raccontateci le vostre storie sulla Migros

su www.momenti-migros.ch e lasciatevi ispirare dagli aneddoti degli altri clienti. Partecipate sui social media Condividete i vostri ricordi Migros su Twitter o Instagram. È sufficiente rendere pubblico il vostro profilo con la vostra foto o il vostro video, tramite l’hashtag #MomentiMigros. Ma storie simili degne di essere pubblicate non provengono solo dalla cerchia del clienti, bensì anche dalle file dei colla-

boratori Migros. Due esempi li trovate in queste pagine. Una è la storia di mamma, papà e figlia Andic, collaboratori della Chocolat Frey SA, che raccontano come si è stabilito il rapporto particolare che li lega al cioccolato in generale e a Frey Suprême Noir Satin in particolare. L’altra storia è quella di Esther Tanner e di suo figlio Reto, entrambi collaboratori della Jowa, che svelano come mai non potrebbero mai presentarsi a una grigliata in compagnia senza portare la corona di Sils.

Niente corona di Sils, niente salsette

Il cioccolato mette allegria… Leggi la storia a pagina 44

Leggi la storia a pagina 46 TerraSuisse Corona di Sils 300 g Fr. 2.60

Frey Suprême Noir Satin 69% Cacao, 100 g Fr. 2.70


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Idee e acquisti per la settimana

Il cioccolato mette allegria. Lo dimostrano Kristina, Zarko e Ana Andic, quando si dividono il loro cioccolato preferito.

Ana, Zarko e Kristina Andic

Beati nel mondo del cioccolato La famiglia Andic è circondata tutto il giorno dal cioccolato. Eppure la voglia di questa delizia non le è ancora scappata. Al contrario: i tre sono diventati autentici esperti del ramo Testo Thomas Tobler; Paolo Dutti

Alla Chocolat Frey ci si trova subito immersi nel mondo del cioccolato. Dai locali di produzione un delizioso profumo di cioccolato si espande nel locale riservato ai visitatori, dove alcuni collaboratori stanno preparando un corso di cioccolato per scolari. Proprio lì accanto, praline, tavolette di cioccolato e snack al cioccolato fanno bella mostra sugli scaffali dello shop Frey. L’impresa dell’Industria Migros produce circa 2400 diversi articoli ogni anno. Ne è corresponsabile anche la famiglia Andic.

Ana, Zarko e Kristina Andic ridono molto, sprigionano una voglia di vivere quasi contagiosa. Gli abiti da lavoro bianchi e le retine per i capelli, che portano secondo le prescrizioni per ragioni igieniche, stanno a indicare la loro attività nella produzione. Comune a padre, madre e figlia non è solo lo spirito positivo, ma anche il datore di lavoro, la Chocolat Frey SA a Buchs/AG, e l’amore per il prodotto che li accompagna nel loro lavoro quotidiano, il cioccolato.

Le strade di Ana e Zarko Andic si sono incrociate negli anni 80 a Coira. Immigrati dalla Croazia in Svizzera, dapprima lavorano entrambi come stagionali nel canton Grigioni. Nel 1990 Ana trova lavoro come ausiliaria nel reparto confetteria della Chocolat Frey. 16 anni più tardi vi è ancora attiva, ma nel frattempo si è guadagnata il grado di caposquadra sostituta. «Abbiamo cominciato dal basso e alla Frey abbiamo avuto la possibilità di salire nella scala professionale», racconta Ana Andic.

Oggi è responsabile dell’ordinazione di materiale, del piano di lavoro per i collaboratori del suo reparto e la preparazione degli impianti di produzione per le ordinazioni in entrata. Ritorno al vecchio datore di lavoro

Dieci anni dopo sua moglie, anche Zarko Andic giunge alla Chocolat Frey. Nel 2000 inizia a lavorare negli impianti di produzione delle gomme da masticare. Per 13 anni esercita questa attività, fin che nel 2013 decide di

trascorrere un periodo professionale nella sua patria, la Croazia, e lascia l’impresa dell’Industria Migros. Trascorso il periodo previsto, Zarko Andic torna dal suo ex datore di lavoro. Ora, come sua moglie, anche lui è circondato tutti i giorni dal cioccolato, perché lavora temporaneamente nella sua produzione. Padre, madre e figlia riuniti

Quattro anni or sono anche la figlia Kristina entra alla fabbrica di ciocco-

lato e da allora si guadagna lo stipendio nel reparto di produzione in qualità di operatrice alla macchina: «In due parole, sono responsabile del fatto che la macchina funzioni e ci sia a disposizione abbastanza materiale da imballaggio». Dopo una formazione nel commercio al dettaglio, Kristina, oggi 26enne, ha pensato di dedicarsi a una professione diversa. «I miei genitori mi hanno consigliato di rivolgermi alla Chocolat Frey. Ho iniziato come impiegata temporanea e

ben presto ho ottenuto un posto fisso». Ora Kristina lavora quasi ogni giorno al fianco della madre, che è anche suo superiore. «Per fortuna ci intendiamo benissimo, altrimenti la cosa non potrebbe funzionare», afferma la figlia. Capita di avere opinioni diverse, ma raramente. Ana Andic sta molto attenta a non privilegiare sua figlia. «Mia moglie è addirittura più severa con nostra figlia che con gli altri collaboratori», spiega papà Zarko.

Più cacao c’è, meglio è

Chi è occupato tutto il giorno a fabbricare prodotti a base di cioccolato, col tempo sviluppa un gusto del tutto personale per questo prodotto. E anche dopo molti anni nel mondo della Chocolat Frey la famiglia Andic apprezza non solo il suo datore di lavoro, ma anche i suoi prodotti. «Nonostante il nostro lavoro, talvolta mangiamo ancora cioccolato, non più così spesso come prima, però in modo più consapevole», dice Ana Andic. Così, per Ana, Zarko e Kristina in cima alla

classifica c’è il cioccolato scuro della linea Suprême con alto contenuto di cacao. «Per noi dev’esserci almeno il 69 per cento di cacao», afferma Zarko Andic col tono di un autentico esperto di cioccolato. Sua moglie e la figlia annuiscono, approvando. Se Kristina Andic avrà una carriera professionale alla Chocolat Frey lunga come quella dei suoi genitori, è presto per dirlo: «Il lavoro è variato, e nella produzione di cioccolato mi trovo bene. Però posso anche immaginare,

un domani, di lavorare nel campo commerciale». Durante il lavoro non si parla di questioni private. Gli impianti di produzione funzionano? Il piano di lavoro è giusto? Che cosa bisogna ottimizzare? Sono questi gli argomenti di cui discutono madre e figlia durante il tempo di lavoro comune. «E anche quando Kristina ci fa visita, si parla di lavoro», racconta papà Zarko, «a volte mi tocca frenare le due». Come ci riesce? «Con una tavoletta di cioccolato scuro Frey. Funziona sempre».


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Idee e acquisti per la settimana

Esther e Reto Tanner, Volketswil ZH

Raccontateci la vostra storia e vincete!

Il test della salsa con la corona di Sils

#MomentiMigros

Non solo lo stesso datore di lavoro, l’impresa dell’Industria Migros Jowa SA, bensì anche l’amore per la corona di Sils lega madre e figlio Tanner Testo Marc Bodmer; Foto Paolo Dutti

Chi ha la fortuna di lavorare alla panetteria Migros Jowa a Volketswil, può godersi dalla mattina alla sera il profumo del buon pane fresco. Come Esther Tanner, di 54 anni, che vi è attiva da 17 anni, e suo figlio Reto, di 25, che è entrato alla Jowa nell’estate 2014 in qualità di specialista in elettronica e oggi si guadagna lo stipendio nel settore degli acquisti tecnici. Ma i due sono uniti non solo dai legami familiari e dal datore di lavoro comune. Irrinunciabile alle grigliate

«Amiamo la corona di Sils», afferma Esther Tanner, i cui genitori gestivano un albergo con forno proprio. Dice di aver imparato a cucinare «dalla gavetta». Così prepara personalmente

le salse per le grigliate in compagnia, ma c’è un ma: «Intanto che la griglia si scalda, intingo volentieri un boccone di corona di Sils nelle salse, per provarle», confessa Esther, cuoca per passione. «Facendolo, mi è già capitato di far sparire una mezza corona…». Reto condivide la predilezione della mamma per i tipi di pane ariosi, alla fin fine è cresciuto con loro. E anche lui apprezza le serate in compagnia attorno alla griglia e si gusta una corona di Sils appena sfornata, anche se con una differenza: «Da me, le salse le fa la Migros.» La corona di Sils ha una crosta leggermente salata, ma tenera, che riveste il morbido interno. È quello che fa della corona un pane unico nel suo genere.

«Da intingere nelle salse è il non plus ultra», afferma Esther Tanner con entusiasmo. «Per me, la corona di Sils e la corona croccante vanno assieme, come la famiglia.» Madre e figlio apprezzano enormemente anche la corona croccante, e non sono certo gli unici a farlo. Si tratta infatti del pane più venduto in Svizzera. Alla sera si parla di lavoro

Visto il posto di lavoro comune, è chiaro che durante le serate a base di grigliata e corona si Sils dai Tanner si parli anche tanto della Jowa. «Sappiamo bene che per mio marito e gli ospiti la cosa non è così interessante come per noi. Ma a volte non possiamo farne a meno. Infatti ho il lavoro più in-

teressante del mondo», spiega Esther con un sorriso. In quanto dirigente del supporto vendite Migros/panetterie della casa, Esther ha infatti un compito tutt’altro che di routine. Si occupa del settore azioni e reclami e collabora in molti ambiti. Ad esempio, quando si tratta dei temi delle 126 panetterie della casa e bisogna organizzare riunioni per i loro dirigenti e rappresentanti. Solo rarissimamente il suo lavoro si interseca con quello del figlio, afferma Esther Tanner. «Quando si tratta del leasing delle auto aziendali. Altrimenti quasi mai», aggiunge Reto. «Forse è meglio così», soggiunge Esther. «In tal modo non si trova sua madre sempre in ufficio.» È comun-

que inevitabile che i due si vedano tutti i giorni, in quanto i loro uffici sono uno di fronte all’altro. «Con le porte aperte, possiamo farci ciao», dice Esther. «Ma se mi faccio un po’ da parte, non mi vedi più», risponde prontamente il figlio. «Un datore di lavoro favoloso»

È tanto il piacere per il lavoro e l’entusiasmo per la ditta che Reto Tanner può benissimo immaginarsi che i suoi eventuali futuri figli approdino un giorno anch’essi alla Jowa: «È un datore di lavoro favoloso e oltre a un lavoro variato offre anche buone possibilità di formazione continua. Non posso che raccomandare la Jowa.» E evidentemente anche la corona di Sils.


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Tutti i cake della nonna, per es. al cioccolato, 420 g, 4.15 invece di 5.20 20% Pane Happy Bread chiaro e scuro, 350 g, 2.– invece di 2.40 15% Pane con 0,7% di sale, 250 g, 2.– invece di 2.40 15%

Fragole bio, Spagna, vaschetta da 400 g, 2.70

Pesce, carne e pollame

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Michettine M-Classic TerraSuisse, 6 pezzi, 180 g, 1.70 invece di 2.– 15%

Fiori e piante

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Hamburger di manzo XXL TerraSuisse, 300 g, 3.75 invece di 7.50 50% Offerta valida dal 21.4 al 23.4.2016 Sottilissime di pollo AIA, Italia, in conf. da ca. 250 g, al kg, 12.90 invece di 18.50 30%

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Idee e acquisti per la settimana

M-Classic

Il classico per tutta la famiglia Al limone, al cioccolato o alla nocciola, denso o cremoso: fra le 22 varietà di yogurt di M-Classic ciascuno può trovare il suo preferito. Ad esempio lo yogurt denso Mocca, la cui formula non è stata praticamente modificata dal 1960.

Con più di 13 milioni di vasetti venduti all’anno, è considerato lo yogurt più apprezzato a livello svizzero. Il segreto del successo degli yogurt M-Classic è da sempre da ricercare nel loro gusto squisito e nell’affermata qualità.

Azione 20% su tutti gli yogurt M-Classic 6 x 180 g fino al 25 aprile

M-Classic yogurt Mocca denso 180 g Fr. –.55

Tutti gli yogurt di M-Classic sono fatti in Svizzera con latte svizzero pastorizzato.

M-Classic yogurt Mela/Mango 180 g Fr. –.55

M-Classic yogurt Cioccolato denso 180 g Fr. –.55

M-Classic yogurt Nature denso 180 g Fr. –.40

L’industria Migros produce numerosi prodotti Migros, tra cui anche i diversi yogurt di M-Classic.


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Idee e acquisti per la settimana

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Benessere degli animali

TerraSuisse e IP-Suisse Il benessere degli animali ha un ruolo importante nella carne fresca della Migros. Per questo motivo più dell’80 per cento della carne di vitello reca il marchio TerraSuisse, sinonimo di carne svizzera di qualità proveniente da allevamenti rispettosi degli animali e con spazio esterno. La carne TerraSuisse proviene da aziende certificate IP-Suisse, le quali si impegnano per un’agricoltura svizzera sostenibile e forniscono prodotti di qualità elevata. Per IP-Suisse oggi producono circa 11’000 contadini. IP-Suisse non solo è sinonimo di severe direttive per quanto attiene al benessere degli animali, bensì anche di coltivazioni rispettose della natura come pure di promuovimento della biodiversità, secondo le direttive della Stazione ornitologica Svizzera di Sempach. In tal modo gli animali selvatici e gli uccelli possono disporre del loro spazio vitale. Chi produce per questo marchio deve rispettare asolutamente tutte queste esigenze. Il rispetto delle direttive è garantito da organi di controllo indipendenti come ProCert.

3

1 L’allevatore Bendicht Stucki (a sinistra) accompagna l’ispettore Peter Klötzli nell’aia dove i vitelli possono uscire liberamente.

TerraSuisse

Tanta aria fresca per i vitelli

2 Lo specialista verifica che la stalla rispetti le prescrizioni. 3 Al vitellino appena nato è riservata una particolare attenzione.

Le direttive di IP-Suisse per la carne TerraSuisse riguardo l’allevamento rispettoso degli animali sono molto severe. Peter Klötzli dell’organo di controllo indipendente ProCert ispeziona un’azienda a Schlosswil Testo Nicole Ochsenbein; Foto Marco Zanoni

Quattordici vitelli allungano la testa verso il sole. Gli animali scorrazzano nell’aia protetta dal vento dell’allevamento appartenente all’azienda agricola Schlossgut di Schlosswil, nel Canton Berna. «In estate, quando fa molto caldo, i vitelli rimangano anche tutta la notte sdraiati sul fresco pavimento di cemento», spiega il contadino Bendicht Stucki, che insieme alla propria famiglia gestisce questa azienda agricola. Massima trasparenza

Oggi, Peter Klötzli, dell’organo di controllo indipendente ProCert, è in visita all’azienda Schlossgut. Almeno una volta all’anno si verifica sul posto che

l’azienda certificata IP-Suisse rispetti le direttive per l’allevamento dei vitelli. Mentre Bendicht Stucki lo guida attraverso la fattoria, Peter Klötzli ispeziona tra le altre cose le dimensioni e la pulizia delle stalle e la qualità delle lettiere. Bendicht Stucki ha suddiviso i vitelli da ingrasso in due gruppi, secondo l’età – da una parte perché, crescendo, gli animali richiedono più spazio nella stalla, dall’altra come misura precauzionale: «I giovani bovini hanno una forte propensione al gioco, pertanto gli animali più pesanti potrebbero ferire i più deboli», precisa Stucki. Già appena nato il vitellino si erge coraggiosamente sulle proprie gambe. Il

piccolo rimane in osservazione almeno dieci giorni accanto alle mucche da latte. Dopo la nascita i vitelli si nutrono a sazietà di colostro – il primo latte prodotto dalla madre – particolarmente ricco di anticorpi. «Nelle prime ore gli anticorpi entrano velocemente nel sangue, poiché lo stomaco dei vitellini è permeabile come un colino», spiega Peter Klötzli. In fatto di allevamento di vitelli da ingrasso, i requisiti di IP-Suisse sono in molti punti più rigidi rispetto alle prescrizioni della Protezione Svizzera degli Animali sull’ingrasso convenzionale. Così gli animali devono avere la possibilità di muoversi all’aria aperta

in qualsiasi momento. In questo modo dispongono di più spazio è il rischio di infezioni da germi è ridotto, con la conseguente riduzione dell’utilizzo di antibiotici. Anche l’alimentazione degli animali è severamente regolamentata: durante la sua vita un vitello deve poter bere almeno 1000 litri di latte fresco. Calcolando mediamente una durata dell’ingrasso di 150 giorni, fanno qualcosa come sette litri al giorno. I vitelli devono avere sempre a disposizione anche fieno e acqua freschi. L’ispettore Peter Klötzli non ha nessuna critica da formulare all’azienda di Schlosswil: «Tutto a posto».

TerraSuisse promuove un’agricoltura svizzera rispettosa della natura e degli animali e si attiene alle direttive di IP-Suisse.

Parte di TerraSuisse ossobuchi di vitello 300-500 g prezzo del giorno

TerraSuisse spezzatino di vitello 300-500 g prezzo del giorno

TerraSuisse sminuzzato di vitello 200-300 g prezzo del giorno

TerraSuisse fettine di vitello 1-2 pezzi prezzo del giorno

TerraSuisse costolette di vitello al pezzo prezzo del giorno


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Idee e acquisti per la settimana

Anna’s best

Pasta al gusto di primavera Sottilissima sfoglia con un leggerissimo ripieno dei tradizionali ingredienti freschi in versione primaverile: le tre nuove specialità di pasta Anna’s Best completano la variegata gamma di piatti per i palati che non gradiscono la carne. I tortellini vegani con olio al tartufo sor-

prendono per la loro saporita farcitura di champignon, porcini e gallinacci. Vegani sono anche i ravioli di spinaci e mandorle con aggiunta di tofu. L’offerta di piatti vegetariani viene invece completata dai ravioli biologici al pesto di aglio orsino e pinoli.

Anna’s Best Vegi Tortelli ai funghi (vegano) 250 g Fr. 5.40 *Nelle maggiori filiali

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fino al 25 aprile

. . . è n o n o Anna’s Best Vegi Ravioli di spinaci e mandorle (vegano)* 250 g Fr. 5.40

Foto e Styling Claudia Linsi

...vegano La dieta vegana esclude completamente cibi e ingredienti d’origine animale, mentre quella vegetariana prevede il consumo di prodotti animali come il latte, le uova o il miele. Vegetarianismo è il termine con il quale si designano le svariate diete alimentari senza carne.

Anna’s Best Vegi Bio Ravioli Pesto all’aglio orsino* 250 g Fr. 5.90 Le nuove specialità vegetariane di pasta di Anna’s Best sorprendono per i loro aromi che profumano di primavera.


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Idee e acquisti per la settimana

Carne e insaccati

Salsicce che valgono oro Sei prodotti dell’azienda della Migros Micarna sono stati premiati con la medaglia d’oro al concorso di qualità dell’Unione professionale svizzera della carne. Hanno conquistato la giuria di specialisti per quanto riguarda l’aspetto, il profumo, il sapore e la lavorazione. Per l’occasione, i giurati hanno assaggiato in totale 500 prodotti di salumeria. Salsiccia da arrostire Olma 2 x 160 g prezzo del giorno Disponibile nella regione

Schüblig Olma 280 g Fr. 4.– Disponibile nella regione Optigal Lyoner di volatile per 100 g Fr. 1.50

TerraSuisse Saucisson Tradition per 100 g Fr. 1.80

Foto e Styling Claudia Linsi

Swiss Beef Chips 2 x 85 g Fr. 5.50 invece di 11.– Offerta speciale 50% di sconto dal 19 al 25.04

Saucisson friburghese per 100 g Fr. 2.25 Disponibile nella regione

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali gli insaccati di Micarna.


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Idee e acquisti per la settimana

Sun Queen

Cranberries anziché uvetta Nella realtà il divario tra professori e studenti è spesso ampio e tortuoso. Tutt’altra cosa è nel mondo di Sun Queen, dove ci si può sentire sempre degli accademici e spizzicare con grande disinvoltura: la marca propone, accanto alla più classica miscela di frutta secca e noci miste, una nuova irresistibile miscela. La differenza rispetto alla prima la fanno i succosi cranberries, che sostituiscono l’uvetta conferendo una nota fruttata al tutto. Le croccanti nocciole, mandorle, anacardi, noci di pecan e pinoli apportano importanti grassi, fibre e altre preziose sostanze.

Foto Daniel Aeschlimann; Styling Mirjam Kaeser

L’unica differenza rispetto alla miscela classica sono i cranberries. invece dell’uvetta.

Sun Queen Frutta secca e noci miste 200 g Fr. 3.25 Nelle maggiori filiali

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra cui anche Sun Queen.


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Idee e acquisti per la settimana

L’Oréal Paris

Fonte di giovinezza per la pelle Con le cure adeguate, la pelle rimane giovane più a lungo anche dopo i 40. Per le quarantenni, L’Oréal Paris ha creato la linea trattante Anti-Age Revitalift. I suoi prodotti riducono le rughe, rassodano l’epidermide e la fanno apparire più compatta. Con l’avanzare dell’età la pelle perde tonicità, si consiglia di curarla in modo professionale tutto il giorno. Per questa ragione, in aggiunta alla crema da giorno, Revitalift offre anche quella da notte.

Riduce le rughe Revitalift Laser X3 contiene la sostanza attiva Pro-Xylane, che rafforza le fibre portanti della pelle. Inoltre la crema è arricchita di acido ialuronico che penetra profondamente nei pori per combattere efficacemente le rughe. L’Oréal Paris Revitalift Laser X3 giorno 50 ml Fr. 25.80

Rassoda la pelle La cura antirughe di Revitalift riduce le rughe e rassoda intensamente la pelle.

Combatte la perdita di volume L’acido ialuronico nel Revitalift Filler per la cura da giorno ha un effetto di riempimento e fa apparire la pelle più voluminosa. L’Oréal Paris Revitalift Filler giorno 50 ml Fr. 25.80

Foto Lucas Peters; Styling Mirjam Kaeser

L’Oréal Paris Revitalift crema da giorno 50 ml Fr. 19.20


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Idee e acquisti per la settimana

Dominik Batliner

«La digestione comincia in bocca»

Sanactiv

Fa bene alla digestione Una dieta equilibrata, un adeguato esercizio fisico e meno stress possibile favoriscono la naturale funzione dell’intestino. Diversi prodotti della gamma Sanactiv apportano un contributo supplementare

Dottor Batliner, cosa causa la stitichezza? Spesso ne sono responsabili i cambiamenti delle abitudini quotidiane: un viaggio, una giornata particolare o anche solo l’assenza di una toilette «al momento giusto». Raramente dietro si cela una malattia grave o un effetto collaterale dei farmaci. Se i disturbi sono forti è comunque meglio farsi visitare da un medico. Come si quantifica un’evacuazione intestinale «normale»? Andare «di corpo» da una a tre volte al giorno è considerato normale.

Contro la flatulenza e il gonfiore:

È vero che si favorisce la digestione bevendo molto? No. Se però si assumono troppi pochi liquidi, l’intestino li estrae dal cibo digerito. La conseguenza è che il movimento intestinale e l’evacuazione delle feci diventano più difficoltose. Vale perciò la pena assicurare un’idratazione sufficiente.

Le pastiglie per lo stomaco e l’intestino sedano la flatulenza nell’apparato digestivo. Non contengono lattosio, uova, lievito, soia e glutine. Sanactiv Pastiglie per lo stomaco e l’intestino 30 pezzi* Fr. 7.80

Come contribuisce alla digestione una buona masticazione? La digestione comincia in bocca. Durante la masticazione, le ghiandole salivari sprigionano gli enzimi, contribuendo ulteriormente a ridurre in poltiglia il cibo. È un prezioso lavoro preparatorio a favore del tratto digestivo. Intervista: Heidi Bacchilega

Contro la stitichezza e l’atonia intestinale:

Per assumere fibre alimentari:

I dadi di frutta sono ricchi di fibre alimentari. L’assunzione giornaliera di 5 o 6 dadi contiene da 10 a 12 grammi di fibre. Ciò corrisponde a circa un terzo della quantità generalmente raccomandata nell’ambito di una sana alimentazione.

Un preparato efficace e ben tollerato, che contrasta delicatamente la stitichezza e l’atonia intestinale. Dosaggio: sciogliere il contenuto di una bustina in mezzo bicchiere d’acqua e bere in uno o due sorsi durante la giornata. Sanactiv Lassativo 10 bustine* Fr. 5.90

Sanactiv Dadi di frutta 24 dadi* Fr. 7.50

Il Dott. Dominik Batliner è specialista in Medicina Interna presso il Centro sanitario Santémed a San Gallo.

Contro il bruciore di stomaco:

Le bustine di gel contro il bruciore di stomaco sono molto pratiche, perché si posso assumere anche quando ci si trova in viaggio. Contribuiscono ad alleviare i bruciori di stomaco e i rigurgiti acidi.

Foto zVg

Sanactiv Gel contro il bruciore di stomaco 20 bustine a 10 ml* Fr. 14.90

* Nelle maggiori filiali


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Azione 16 del 18 aprile 2016  

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