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magazine arezzo NUMERO 14 autunno 2020 UP LUOGHI piazza della badia up eccellenze team plĂ mia up tendenze wpa architecture

albano bragagni LA RETE DI TRATOS


AREZZO, Via Madonna Del Prato, 94


sommario

albano BRAGAGNI | UP PEOPLE |

vania zacchei

parola chiave, credibilità

| UP ECCELLENZE |

Team Plàmia

professionisti della consulenza

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| UP SP ORT |

andrea piccini

28 28 30 34 38 42

piazza della badia | U P I N S TA G R A M |

sguardi sulla città | UP TENDENZE |

wpa architecture

eleganza, originalità, innovazione

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| UP PEOPLE |

laura falcinelli un talento dalle mille sfaccettature

| U P T| RUAPD IPZ EI OONPI L| E

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cavalli deb di battaglia

jones

| UP GUSTO |

osteria il giardino di piero Rinascimento sensoriale

| U P C U R I O S I TÀ |

la chiusa dei monaci

5 \ UP MAGAZINE AREZZO \ AUTUNNO 2020

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| UP COPERTINA |

14 18 20

| UP LUOGHI |


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PASSI AVANTI E NOVITà IN ARRIVO

Direttore Responsabile Cristiano Stocchi Vice Direttore Maurizio Gambini Redazione Andrea Avato, Chiara Calcagno Mattia Cialini, Marco Botti, Francesco Caremani Art Director Luca Ghiori Si ringrazia Riccardo Imperio Fotografie Lorenzo Pagliai Stampa Grafiche Badiali - Arezzo Partners

Up Magazine Arezzo è una rivista a distribuzione gratuita Reg. al tribunale di Arezzo il 12/06/2017 N° 3/17

In copertina Albano Bragagni Up Magazine Arezzo è stampato su carta usomano che conferisce naturalezza e stile al giornale.

cristiano stocchi

Anno IV – N° 14 Autunno 2020

per raggiungere obiettivi ambiziosi: gli avvocati e commercialisti di Team Plàmia, e gli architetti dello studio Wpa, hanno i piedi per terra ma volano alti. Leggete gli articoli che li riguardano e ve ne convincerete. Dentro le 44 pagine del quattordicesimo Up della serie, ci sono due donne che sprigionano un'energia pazzesca. Si chiamano Vania e Debora, hanno background diversi, prospettive diverse ma identica vitalità. E c'è un pilota che ha saputo utilizzare la velocità delle sue auto come benzina per l'anima. E poi, per la gettonatissima sezione Up Gusto, “chi l'ha detto che tutto ciò che è buono fa male?”. La risposta ce l'ha data l'Osteria Giardino di Piero e non è stata affatto una risposta scontata. Infine, per appagare cuore e testa, dedicatevi agli scorci di Arezzo che abbiamo valorizzato stavolta, grazie alla preziosa collaborazione con la fondazione Arezzo InTour: piazza della Badia, un gioiellino incastonato nel centro storico, e la Chiusa dei Monaci, lungo il canale della Chiana, dove da secoli la mano dell'uomo stringe quella della natura. Buon Up a tutti, ci vediamo nel 2021!

Vice-direttore

U

n piccolo, grande passo avanti. Up allarga i suoi orizzonti e mette la testa, anzi la testata, fuori dalle mura di Arezzo, segnando l'inizio di un percorso che nei prossimi mesi riserverà ai lettori tante sorprese. Per la prima volta la nostra copertina è dedicata a un imprenditore che ha il suo quartier generale a qualche decina di chilometri dalla città e che è simbolo di una provincia ricca di storie e di eccellenze, che ne fanno il suggello migliore per il capoluogo. Albano Bragagni non è soltanto uomo d'azienda, è anche un politico con un passato denso di esperienze e un futuro che si preannuncia altrettanto stimolante. La sua vita, la sua ascesa professionale, la sua operosità, il suo rapporto con Pieve Santo Stefano meritavano di essere raccontati e Up ha scelto lui, convintamente, per inaugurare una linea editoriale ricca di novità, che stavolta si è soffermata sulla Valtiberina. L'ultimo magazine di questo tormentato 2020, in cui il covid ha stravolto le nostre abitudini, è un variegato mix di facce, talenti, intuizioni, bellezze. L'emergenza sanitaria è tutt'ora in corso ma i giorni non si fermano, c'è sempre un domani da preparare e un oggi da interpretare nel modo migliore. E' questo che fanno alcuni liberi professionisti di Arezzo, capaci di unire le energie

maurizio gambini

Redazione e Amministrazione Atlantide Audiovisivi srl Via Einstein 16/a – Arezzo Tel. 0575 403066 www.atlantideadv.it

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Direttore responsabile

magazine arezzo

UP EDITORIALE


Tipografo

francesco fumagalli

Fotografo

lorenzo pagliai

Art-Director

Luca Ghiori

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Redazione

marco botti

Redazione

FRANCESCO CAREMANI

Redazione

chiara calcagno

Redazione

mattia cialini

Redazione

Andrea Avato


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UP COPERTINA

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La rete globale di Tratos

CAVI IN FIBRA OTTICA, CAVI PER MEDIA E ALTA TENSIONE, CAVI TELEFONICI, CAVI PER USO PETROLCHIMICO, CAVI DI SEGNALAMENTO E SUPERCONDUTTORI. A PIEVE SANTO STEFANO L'INGEGNER ALBANO BRAGAGNI COSTRUISCE I FILAMENTI DI UNA RAGNATELA CHE RENDE IL MONDO PIÙ PICCOLO E CONNESSO DI CHIARA CALCAGNO


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Albano Bragagni in una foto di famiglia con i figli Ennio, vicepresidente, ed Elisabetta, responsabile del settore commerciale

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S

ono verdi, rossi, gialli, blu, arancio. Arrotolati come stelle filanti in bobine di legno chiaro. Formano moderne rotoballe alte pochi centimetri o della dimensione di un elefante, che fanno apparire il piazzale dell’azienda un balocco montessoriano extra large. Sono i cavi dell’azienda Tratos, incastonata fra le verdi e fresche montagne di Pieve Santo Stefano. Albano Bragagni, il titolare, conosce le caratteristiche di ciascuno dei suoi prodotti. Li ha pensati, studiati, sviluppati e testati prima di distenderli per mare, terra e aria, offrendo sorprendenti e innovative opportunità di collegamento. Cavi in fibra ottica, cavi per media e alta tensione, cavi telefonici, cavi per uso petrolchimico, cavi di segnalamento e superconduttori. Vengono utilizzati nei più svariati settori, per automotive, per la cantieristica navale e ferroviaria, per la difesa, gli impianti portuali e le telecomunicazioni.

A Pieve Santo Stefano si costruiscono i filamenti di una rete che rende il mondo più piccolo e connesso. E’ il 1966 quando Egidio Capaccini, insieme ad altri soci, fonda la compagnia di trafilatura di fili in rame che poi si sarebbe trasformata in azienda produttrice di cavi telefonici per uso generale e tecnologia semplice. L’intuizione di investire in un settore tradizionale, apportando quell’innovazione che avrebbe stravolto non solo il modo di vedere ma anche quello di immaginare il futuro. Soltanto 8 anni dopo, quando la ditta stava crescendo e ottenendo risultati significativi, Egidio muore improvvisamente, lasciando il 51% delle quote a sua moglie Elba. “Mio suocero aveva visione, lungimiranza e caparbietà – racconta Albano. Quando si spense avevo solo 23 anni e, da circa un anno, ero sposato con sua figlia Marta. Non fu un momento semplice per la famiglia

e per l’impresa. L’azienda aveva potenzialità ma non riuscivamo a sfruttarle nonostante avessimo la maggioranza. Così decisi di muovermi con un leveraged buyout, un'operazione di finanza strutturata, utilizzata per l’acquisizione di una società mediante lo sfruttamento della capacità di indebitamento della stessa. Un passo impegnativo e rischioso, per un ragazzo poco più che ventenne. Con l’aiuto incondizionato della Cassa di Risparmio di Città di Castello acquistai il restante 49%. Non avevo soldi, pagavo le cambiali in garanzia. Tanti timori, tante incertezze ma, finalmente, avevamo l’azienda. Non restava che farla volare”. Con Albano Bragagni alla guida, Tratos Cavi non tarda a decollare. Si trasforma, gradualmente, in una multinazionale, dinamica e all’avanguardia, capace di adeguarsi al mercato e di fornire soluzioni di ultima generazione. Nel 1978 la società avvia la produzione di cavi di strumentazione e telefonici,


Il premio della Regina

mondo ma questa rimane un’azienda familiare. I miei figli lavorano al mio fianco, con ruoli differenti che rispecchiano il loro carattere

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" specializzandosi nell’isolamento termoplastico, elastomerico e in polietilene espanso, fino alla mescole a ridotta emissione di fumi e gas tossici non propaganti la fiamma. Nel 1989 è il momento dei cavi ottici mentre nel 1992 spazio a quelli di media tensione, per arrivare all’alta tensione nel 2015. Pieve Santo Stefano non basta più. Prima, nel 1988, era stato aperto uno stabilimento in Sicilia, vicino Catania. Nel 2008 Tratos Cavi pianta la sua bandiera oltre confine inaugurando la sede in Inghilterra nei pressi di Liverpool. Oggi oltre 350 dipendenti (di cui 250 a Pieve Santo Stefano) concorrono al fatturato che sfiora i 130 milioni di euro all’anno. Il 50% della produzione viene esportato all’estero: Cina, Brasile, Cuba, Russia, Stati Uniti e paesi europei come Inghilterra, Spagna, Germania, Islanda e Finlandia i principali mercati. In Italia, Tratos produce cavi in fibra ottica per Telecom Italia, Poste Italia-

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"Abbiamo uffici nel

E’ il massimo riconoscimento per l’innovazione tecnologica e viene conferito dalla regina d’Inghilterra. Per la prima volta nella storia del premio, è stata insignita un’azienda italiana. Tratos Cavi si è aggiudicata il "Queen's Award for Innnovation" per il 2019, selezionata da Buckingham Palace tra decine di realtà nell’intero territorio nazionale. Il merito è quello di aver progettato e prodotto il cavo speciale ad altissima tecnologia JBA (Jasmine Bragagni Albano), studiato per il mercato dell'oil and gas e dotato di particolari specifiche tecniche. Completamente progettato in Italia, il cavo ha una straordinaria resistenza al fango, al fuoco ed a temperature estreme, e porta il nome del presidente dell'azienda, l'ingegner Albano Bragagni. Grazie al premio, oggi il vessillo della regina Elisabetta può essere esposto in tutti gli uffici e le fabbriche della Tratos. Una gratificazione dopo le numerose ricerche e gli importanti risultati dell'azienda che, negli anni, ha investito milioni di euro sia in Italia sia nel Regno Unito per la realizzazione di avveniristici impianti di produzione.


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"Quando mio

" ne e Telecomunicazioni e lavora con Enel, Ansaldo energia, Wind, Ferrovie dello Stato e molti altri. “Abbiamo laboratori altamente qualificati ed equipaggiati, dove un gruppo di tecnici opera in accordo con le richieste della progettazione per ottenere la garanzia di qualità. Con i clienti abbiamo un dialogo costante e un costruttivo scambio di idee. Loro ci spiegano la difficoltà o l’obiettivo e noi ci impegniamo per trovare la soluzione più efficace. Ultimamente abbiamo risolto alle ferrovie il problema dei furti dei cavi, sostituendo il rame con acciaio e alluminio”. L’azienda ha ideato e produce il più piccolo microcavo al mondo per la connettività in banda larga, capace di resistere alle condizioni atmosferiche e climatiche più estreme, e ha pro-

13 gettato il super conduttore Fusion for energy, che mira a riprodurre quello che accade nel sole: ottenere energia pulita attraverso la fusione. Lo scorso anno Tratos Cavi ha vinto il Queen's award for innnovation, il massimo riconoscimento per l'innovazione tecnologica conferito dalla regina d'Inghilterra. Per la prima volta nella storia del premio, è stata insignita una realtà italiana. “Abbiamo uffici nel mondo ma in qualche modo rimaniamo un’azienda familiare. I miei due figli lavorano al mio fianco, pur con ruoli differenti che rispecchiano le loro esperienze e il loro carattere. Ennio, che è anche il vicepresidente, si occupa degli acquisti e dell’organizzazione mentre Elisabetta gestisce la parte commerciale e le vendite. Hanno competenza ed entusiasmo. Mio fratello Germano mi dà una grande mano in azienda ed è istitore dello stabilimento di Catania. L’altro mio fratello, Marcellino, costruisce le bobine in legno utilizzate per avvolgere i cavi. E ancora, la sede in Inghilterra è gestita da mio nipote Maurizio. Mio nipote Fabio si occupa della produzione di fibre ottiche e Daniele opera in amministrazione”.

Il brand Tratos è ormai riconosciuto ovunque come garanzia di qualità e di efficienza. Ma, nonostante piedi e occhi siano in centinaia di Paesi nel globo, il cuore dell’azienda rimane nel piccolo comune in provincia di Arezzo. “Non ho mai pensato di spostarmi. Pieve Santo Stefano non è messa male a livello geografico e comunicativo grazie alla sua posizione nel centro dell’Italia e alle molte vie di collegamento. Ma la verità è che non mi sarei mosso in ogni caso. Qua avverto l’insostituibile calore e il dolce profumo di casa. Ho conosciuto mia moglie in terza media e poi dal liceo siamo sempre stati insieme. La nostra storia ha germogliato ed è cresciuta in questa terra. Tutti dovremmo essere consapevoli della bellezza che ci circonda. Ed esserne grati. Da oltre 12 anni, ogni domenica mattina alle 7, mi trovo con un gruppo di amici e andiamo a passeggiare per i sentieri delle nostre montagne. Oltre 4, 5 ore per ossigenarsi, assaporare la natura, lasciarsi guidare dalla libertà e dallo splendore. Conosco questi posti come le mie tasche eppure non finiscono mai di sorprendermi ed emozionarmi”. Albano Bragagni è apprezzato nel ter-

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suocero morì, avevo 23 anni e mi ero sposato da poco. Non avevo soldi, mi aiutarono le banche. Io pagavo cambiali in garanzia


ritorio non solo per i traguardi e il prestigio raggiunti dalla sua azienda, ma anche perché, per 29 anni, ha ricoperto con impegno e passione la carica di sindaco di Pieve Santo Stefano. “Sono stato primo cittadino per quasi trent’anni e attualmente sono presidente dell’Archivio di Stato. Credo che un Comune vada amministrato esattamente come un’azienda e Pieve Santo Stefano adesso è una realtà che gode di ottima salute. Quando ero in carica, ho fortemente voluto la metanizzazione dell’area: anche oggi il Comune gestisce il gas nella zona e ha un servizio elettrico migliore di molti quartieri di Arezzo. Da sempre l’Ente gestisce una Rsa con oltre 40 ospiti, aperta 7 giorni su 7 e un ospedale di comunità e cure intermedie in appoggio all’ospedalizzazione a lungo termine offerta dalla Asl. E’ at-

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tiva una Caritas che svolge numerose iniziative sociali, il gruppo donatori di sangue Fratres vanta oltre 200 soci. In ambito scolastico abbiamo previsto il tempo pieno in tutti gli istituti, dal 2003 le elezioni vengono organizzate fuori dai plessi per non interrompere le lezioni e inoltre il Comune è titolare di una piccola compagnia di autolinee che gestisce il servizio di trasporto scolastico”. Meticoloso, perfezionista, instancabile. Ad Albano Bragagni piace essere presente per valutare, ascoltare, decidere. Ragioni che lo spingono a viaggiare molto (in media 200 ore di volo all’anno) per far visita ad ogni cliente, toccare con mano e visionare l’operato dell’azienda. A 46 anni ha conseguito la laurea a Roma in ingegneria meccanica. “Bisogna fissarsi degli obiettivi e cre-

derci sempre. Cercare le soluzioni e, se non ci sono, crearne di nuove. Capire che non è mai troppo tardi per qualcosa. La fortuna va rincorsa, va conquistata. Se non ci decidiamo ad andare in stazione, non possiamo lamentarci di non aver preso il treno”. Ma fare impresa, in Italia non è semplice. “E’ un Paese complicato il nostro. In 46 anni da titolare di un’azienda, potrei elencare in una mano i provvedimenti del Governo a favore dell’imprenditoria. Ma è anche il Paese più bello. E le cose non cambieranno se tutti noi non ci impegniamo per progettare un futuro migliore”.

"Sono stato sindaco di Pieve Santo Stefano per quasi trent'anni. Un Comune va amministrato esattamente come un'azienda e il nostro, per fortuna, gode ancora oggi di ottima salute

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Francesco Guidelli


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piazza della badia |

UP LUOGHI

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L E V I C E N D E D I U N A N T I C O M O N A S T E R O B E N E D E T T I N O C A R AT T E R I Z Z A N O DA S E C O L I L A V I TA D I U N O D E I LU O G H I P I Ù A F FA S C I N A N T I D E L C E N T R O S TO R I C O D I A R E Z ZO. Q U I S I R E S P I R A A N C O R A U N 'A R I A R O M A N T I C A , C O LTA E P O P O L A R E A L LO S T E S S O T E M P O DI MARCO BOTTI | IN COLLABORAZIONE CON FONDAZIONE AREZZO INTOUR


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GEOLOCALIZZAZIONE Non ci troverete mai le file di turisti che attendono di visitare un ciclo pittorico rinascimentale, né le folle serali della movida, entrambe prerogative della vicina piazza San Francesco, ma se volete ancora respirare un’Arezzo romantica, colta e popolare allo stesso tempo, piazza della Badia, lungo l’odierna Via Cavour, ovvero l'antica via di Vallelunga, fa al caso vostro. Ci troverete capolavori architettonici e pittorici del passato, due gallerie d’arte contemporanea, locali dove assaggiare i prodotti tipici dell’enogastronomia locale e molto altro.

I BENEDETTINI ENTRANO IN CITTÀ La piazza prende il nome dalla badia delle sante Flora e Lucilla, oggi plesso scolastico. Fino al 1196 i monaci benedettini avevano la loro sede fortificata a Torrita di Olmo, ma il Comune di Arezzo li costrinse a entrare in città per limitare la loro sfera d’influenza. Dopo aver usufruito di sedi provvisorie, nel 1209 si stabilirono nel nuovo monastero a ridosso della cinta duecentesca. Nel 1315 il complesso venne rinnovato, ma interventi più importanti ci furono dal 1489 con la realizzazione dello splendido chiostro rinascimentale che si rifaceva al progetto redatto anni prima da Giuliano da Maiano (1432-1490).

I lavori proseguirono anche nel secolo seguente con un secondo chiostro più piccolo e il refettorio del 1525, che nel 1549 accolse lo spettacolare “Convito per le nozze di Ester e Assuero” di Giorgio Vasari (1511-1574), oggi nel Museo di Arte Medievale e Moderna. Fino al 1810 rimase in mano ai benedettini, ma dopo le soppressioni napoleoniche e il loro allontanamento, trovò altri utilizzi. POSTE, SCUOLE, MUSEI E NON SOLO Fino alla caduta di Napoleone la badia ospitò alcuni uffici pubblici, quindi tornò luogo religioso per un breve periodo, gestito dagli agostiniani. Nel 1828 l’ex refettorio divenne sede dell’Accademia Petrarca, che vi rimase poco più di un secolo, mentre nel 1832 vennero aperte


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le Poste Granducali nella parte del chiostro piccolo, affiancando l’ufficio delle lettere e le scuderie dei cavalli che trasportavano la corrispondenza, già esistenti dal XVII secolo in un edificio che occupava una fetta della piazza, abbattuto nel 1880. Le poste restarono fino alla realizzazione, nel 1929, della nuova sede di via Guido Monaco. A metà Ottocento partì l’adeguamento dell’ex monastero anche per uso scolastico. Nel 1859 furono aperte le elementari, nel 1863 le scuole tecniche e nel 1872 una scuola di agraria, ma è nel 1874 che arrivò la vera svolta, con l’apertura del Regio Istituto Tecnico “Buonarroti” e dei suoi quattro indirizzi: fisico-matematico, agrimensurale, agronomico e commerciale. Con la riforma Gentile del 1923 il pri-

mo orientamento si trasformò in Liceo Scientifico e a metà anni Trenta venne introdotto quello per geometri. L’indirizzo commerciale, meglio noto come Ragioneria, nel tempo divenne l’unico e continuò a crescere, diversificando la proposta in base all’evoluzione del mercato del lavoro. Oggi fa parte dell’Istituto d'istruzione superiore “Buonarroti - Fossombroni”. Da non dimenticare che nel corso dell’Ottocento la badia ospitò per alcuni anni anche la Pinacoteca comunale e la Collezione Bartolini, mentre nel secolo successivo fu pure sede dell’Ufficio del Registro. LA CHIESA DELLA BADIA, UNO SCRIGNO D'ARTE Il lato sud ovest della piazza è conno-

tato dalla chiesa dell’ex monastero. Il primo edificio fu realizzato agli inizi del Duecento, ma negli anni Settanta di quel secolo ne fu costruito uno più grande, a navata unica, unendo lo stile romanico alle novità del gotico. Nuovi lavori ci furono nel Trecento e nella seconda metà del Quattrocento. Nel 1564, sulla base del progetto redatto da Giorgio Vasari, il luogo di culto fu rimaneggiato in stile manieristico, con l’aggiunta delle navate laterali, mentre il campanile ottagonale venne innalzato a più riprese tra il 1649 e il 1711. Gli interventi del 1914 misero in luce nella facciata l’articolata stratificazione della chiesa, ancora oggi uno degli scrigni d’arte più preziosi di Arezzo. Di seguito l’elenco delle opere principali conservate, quasi tutte restau-


della cornice monumentale otto tavolette con ritratti di sante. L’opera fu oggetto di un mirabile restauro dello studio RICERCA, terminato nel 2011.

L’ALTARE VASARIANO, UN MAUSOLEO DI FAMIGLIA

IL SAN LORENZO DI BARTOLOMEO DELLA GATTA, UN GIOIELLO RITROVATO SOTTO LA CALCE

Tra il 1562 e il 1564 Giorgio Vasari e i suoi collaboratori elevarono per l’altare maggiore della pieve il monumento sepolcrale che avrebbe accolto le sue spoglie, quelle della moglie e degli antenati, oltre ad alcune reliquie. Lì rimase fino al 1865, quando in seguito agli interventi che miravano a ripristinare l’aspetto medievale dell’edificio, la struttura impreziosita da vari dipinti su tavola con familiari e santi fu trasferita nella chiesa della badia. Il lato anteriore è scandito dalla “Vocazione dei santi Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni”, già realizzata nel 1551, mentre su retro si trova lo stupendo “San Giorgio e il drago” del fiammingo Giovanni Stradano (1523-1605). Dai trasferimenti della pieve, nel 1865 arrivò anche la cosiddetta “Pala Albergotti”, un grande olio su tavola sempre di Vasari, formato da una parte centrale con la bella “Assunzione e Incoronazione della Vergine” del 1566, a cui nel 1570 furono aggiunti ai lati i santi Donato e Francesco e nella centina

IL CROCIFISSO DI SEGNA, CAPOLAVORO SENESE DI INIZIO TRECENTO A dominare l’altare maggiore della chiesa un tempo era un grande crocifisso su tavola, attribuito a Segna di Bonaventura (1280-1331), allievo di Duccio di Buoninsegna. Agli inizi del Cinquecento fu spostato e ancora oggi si trova sopra la porta della sacrestia. L’attribuzione all’artista senese viene da un documento ritrovato da Mario Salmi nel 1912, dove egli figura nella badia come testimone in un atto rogato il 21 luglio 1319. Stilisticamente la croce sagomata riprende le forme introdotte da Pietro Lorenzetti, mentre la parte pittorica mostra il passaggio dell’arte senese dalla tradizione “duccesca” al nuovo linguaggio di Simone Martini e dei suoi contemporanei. Il lungo restauro condotto in maniera esemplare da Daniela Galoppi e Laura Ugolini si concluse nel 2006.

Se l’opera di Segna è il capolavoro del Trecento, il Quattrocento è nel segno del “San Lorenzo” della controfacciata. L’opera datata 1476 ci porta a parlare del “rabdomante” dell’arte aretina, il canonico Ferruccio Bigi (1880-1951), che grazie al suo intuito riportò alla luce tanti affreschi rimasti per secoli sotto l’intonaco delle chiese. Nel luglio 1933, grattando la calce a sinistra dell'entrata, ritrovò il “San Lorenzo”, unico superstite di una serie di santi eseguiti dal fiorentino Piero di Antonio Dei (1448-1502), meglio noto come Bartolomeo della Gatta. Egli era giunto ad Arezzo intorno al 1470/71, dopo aver preso i voti. Entrò nel monastero camaldolese di Santa Maria in Gradi, nel 1482 divenne priore dell’abbazia di San Clemente e rimase in terra aretina fino alla morte, salvo brevi parentesi. Accanto alla missione religiosa portò avanti l’attività artistica iniziata nella botte-

ga orafa del padre e proseguita nella bottega del Verrocchio. L’incontro ad Arezzo con l’arte di Piero della Francesca, unito al suo background fiorentino, dette vita a un linguaggio di raro fascino. Pittore, miniatore, architetto e costruttore di organi, Bartolomeo della Gatta fu una delle figure più poliedriche che operarono nella seconda metà del XV secolo. LA FINTA CUPOLA DI ANDREA POZZO, SPETTACOLARE ILLUSIONE OTTICA Sopra il transetto, proprio di fronte all’altare vasariano, si trova la celebre finta cupola di Andrea Pozzo (1642/1709) con il suo spettacolare inganno ottico. Il trentino fu architetto, pittore, scenografo e teorico della prospettiva, in assoluto una delle figure più importanti del tardo Barocco. A Milano, nel 1665, entrò nell’ordine dei Gesuiti. Lavorò soprattutto nell’Italia del nord e nella Roma papalina. Per la chiesa di Sant’Ignazio ad Arezzo eseguì negli anni Novanta del XVII secolo il “San Francesco Saverio venerato dalle quattro parti del mondo”, mentre la finta cupola della chiesa della badia fu eseguita nel 1702. Si tratta di una grande tela che ricorda quella eseguita nel 1685 per Sant’Ignazio a Roma, discostandosi da essa per le minori dimensioni e per l’uso più ardito del colore e della luce. UNA PIAZZA DA OSCAR Pochi sanno che in seguito all’assassinio di re Umberto I di Savoia, avvenuto il 29 luglio 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, fu commissionato al montevarchino Pietro Guerri (1865-1936) un busto bronzeo a ricordo del sovrano. L’opera, collocata al centro della piazza che nella prima metà del Novecento era dedicata al Principe Amedeo, venne inaugurata nel 1904. Fu salvata dalla distruzione alla fine della Seconda Guerra Mondiale e oggi si trova nell’Archivio Storico Comunale. Da notare anche il punto in cui la facciata della chiesa incontra via Cavour: lì si svolge una delle scene più divertenti del film “La vita è bella” di Roberto Benigni, quella della caduta dalla bici dell’attore toscano.

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rate grazie alla sensibilità di Vezio Soldani, parroco dal 1980 al 2019. Tra parentesi l’autore e l’anno di realizzazione: “Pala Albergotti” (Giorgio Vasari, 1566-70), “Visitazione” (Giovanni Antonio Lappoli, 1524-26), “Crocifisso” (Baccio da Montelupo, 1504-10), “Madonna con il Bambino e i santi Mauro, Lucia e Luigi IX” (Bernardino Santini, anni Quaranta XVII sec.), “Crocifisso” (Segna di Bonaventura, 1319), “Matrimonio mistico di Santa Caterina” (Teofilo Torri, 1605-06), “Paliotto Mellini - Serragli” (Bernardo di Stefano Rosselli, 1478), “Finta cupola” (Andrea Pozzo, 1702), “Altare vasariano” (Giorgio Vasari e aiuti, 156264), “Santa Flora” e “Santa Lucilla” (Raffaello Vanni, 1651), “Tabernacolo” (Benedetto da Maiano, 1478), “San Mauro taumaturgo” (Paolo de Matteis, 1690), “Madonna della pappa” (Jacques Stella, prima metà XVII sec.), “Santi Benedetto e Scolastica” (Marco Mazzaroppi, 1606), “Vergine in gloria tra i santi Bartolomeo e Martino” (Marco Mazzaroppi, 1606), “Immacolata concezione” (Teofilo Torri, 1603), “San Lorenzo” (Bartolomeo della Gatta, 1476).


79bettab 259 | Fraternita dei Laici

paolo_ferruzzi 258

photoreds 220 | Indicatore, Arezzo

bellearti1938arezzo alicelettra 176 | Santuario della Verna

marzia2907 37 | La Manziana

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| U P I N S TA G R A M |

UP Instagram

sguardi SULLA CITTà DI SARA FRANCIOLI

E

cco finalmente Up Magazine #14, il numero autunnale, e di conseguenza anche il nostro consueto appuntamento con il mondo di Instagram.

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La gallery #upmagarezzo è sempre più ricca di immagini bellissime che raccontano il nostro splendido territorio, ma in questo numero ci siamo voluti soffermare su una visione particolare, o per meglio dire una veduta: da una finestra, da un balcone, o da un finestrino del treno… Vi proponiamo alcuni scatti che ci raccontano attimi, giorni, in cui preferiamo tenere chiuso il nostro portone di casa e lasciare che la vita scorra al di fuori. Ma anche giorni in cui, all’improvviso, decidiamo di aprirci al mondo e di scacciare la malinconia di un’estate che sta finendo… perché una finestra spalancata ci porta ovunque decidiamo di andare! Continuate a seguirci e a taggare le vostre foto di Arezzo e provincia con il nostro hashtag ufficiale #upmagarezzo Grazie a tutti!

pierantini 716 | Oliveto, Toscana, Italy


Francesco Gazzabin, Massimiliano Naldi e Francesco Cardinali, soci dello studio di architettura Wpa

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UP TENDENZE

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ELEGANZA, ORIGINALITà INNOVAZIONE DI ANDREA AVATO

I

l rumore inconfondibile del parquet sotto le scarpe, un tavolo charmant dove appoggiare gomiti e taccuino, le lampade di design che vengono giù dal soffitto per scrutare gli appunti dell'intervista. La luce è soffusa, si sente un filo di musica classica in sottofondo. Fuori dalla finestra, i rumori ovattati di via Petrarca. L'impatto estetico, quando entri nello studio di Wpa, è appagante: non un dettaglio fuori posto, tutto in ordine, tutto molto elegante, quell'eleganza curata che ti avvolge e non quella manieristica, senz'anima, che ti respinge. Wpa è l'acronimo di Work in Progress Architecture. Lo studio è nato nel 2018 ed è la sintesi di tre percorsi professionali che si sono incrociati e mescolati. Come spesso accade quando si incontrano storie ricche di energia, il prodotto finale non è la semplice somma delle tre unità ma la moltiplicazione di risor-

se, idee, prospettive. Conoscenza, maturità e consapevolezza sono stati i punti di partenza di Wpa e ne costituiscono i presupposti fondamentali del lavoro di oggi. Massimiliano Naldi, Francesco Cardinali e Francesco Gazzabin erano già stati a contatto diretto con il mondo del design, della moda, dell'architettura e avevano maturato la certezza che l'approccio artigianale alla progettazione fosse quello migliore. Non a caso è proprio questa la caratteristica che li contraddistingue, con un'attenzione massima all'evoluzione delle tendenze oltre che alla ricerca di materiali nuovi e allo studio delle architetture e degli oggetti del passato, già innovativi al loro tempo e che oggi offrono nuovi spunti di riflessione e confronto progettuale. Ogni progetto nasce e si sviluppa attraverso il confronto e la collaborazione tra architetti, ma-

nodopera e committenti. L'obiettivo è offrire soluzioni condivise, non autoreferenziali, in grado di assecondare il gusto dei progettisti ma soprattutto dei clienti e degli osservatori. Wpa possiamo definirlo uno studio d'architettura multidisciplinare, alternativo, perché non vuole e non può essere collocato staticamente in un settore piuttosto che in un altro, e in continua evoluzione con l'obiettivo di crescere e non sentirsi mai arrivato. “Esatto, è così” spiega Massimiliano, 54 anni, nato a Castiglion Fiorentino e maturato professionalmente nello studio Baciocchi Associati dove ha lavorato, fino al 2017, allo sviluppo di concepts per marchi molto noti e quotati multibrands italiani. “Innovazione, nuove tecnologie, materiali alternativi sono i miei settori. Ho studiato a fondo gli spazi domestici e realizzato abitazioni di charme sia in

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TRE ARCHITETTI, TRE PERCORSI PROFESSIONALI DIVERSI, TRE STORIE CHE AD UN CERTO PUNTO SI SONO INTRECCIATE, MOLTIPLICANDO RISORSE, IDEE E PROSPETTIVE. NEL 2018 MASSIMILIANO NALDI, FRANCESCO CARDINALI E FRANCESCO GAZZABIN HANNO FONDATO WPA (WORK IN PROGRESS ARCHITECTURE), CON BASE AD AREZZO E PROGETTI DA REALIZZARE IN ITALIA E NEL MONDO. NEGOZI, ATTIVITÀ COMMERCIALI, ABITAZIONI PRIVATE, GIARDINI: LO STUDIO HA COMPETENZE VARIEGATE CHE ABBRACCIANO LA MODA E IL DESIGN, GLI SPAZI DOMESTICI E I MATERIALI ALTERNATIVI. SEMPRE SOTTO IL SEGNO DELLA CREATIVITÀ


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" rante, al quarto un roof-garden. Qui abbiamo potuto dare sfogo a tutte le nostre qualità e attitudini progettuali, recuperando nel prospetto principale dell'edificio i caratteri storici dell'architettura razionalista e internamente progettando tout court un nuovo negozio che accoglierà i migliori marchi di abbigliamento italiani ed esteri”. Nel variegato catalogo di competenze dello studio ci sono pure quelle di Francesco Gazzabin, leccese di origini. Nel 2003, dopo una laurea in architettura, si è specializzato in Progettazione del paesaggio e architettura dei giardini presso l'università degli studi di Firenze, per poi partecipare a corsi internazionali, seminari e conferenze di cui, in alcuni casi, è stato relatore. “Quello della progettazione del paesaggio, e in particolare dei giardini, è

considerato ancora oggi un settore di nicchia, anche se da tempo è in atto un profondo cambiamento culturale al riguardo. L'interesse sta crescendo molto, probabilmente grazie ad una nuova sensibilità ecologica che sta maturando in tutti noi, dopo anni in cui il verde è stato considerato semplicemente uno standard urbanistico da rispettare nei processi di pianificazione urbana. Giardino non significa soltanto un bel prato da rasare la domenica. Realizzare o modificare uno spazio verde vuol dire avviare un processo che durerà per anni, secondo i ritmi della natura, presuppone una conoscenza specifica e tanta esperienza, frutto anche di continue sperimentazioni. Nel giardino non bisogna mai aver paura di provare. E soprattutto, bisognerebbe cominciare a pensarlo non come un’appen-

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Italia che all'estero. L'interior design mi affascina da sempre perché dietro c'è la cura del particolare, degli oggetti. Basta un mobile, una scelta di arredamento, una parete pensata in un modo piuttosto che in un altro, per cambiare volto a una casa. Oggi una certa omologazione architettonica porta ad avere spazi abitativi senz'anima, tutti uguali, senza personalità, dove le scelte degli arredi e delle finiture sono dettate da effimere tendenze del momento. Il nostro compito è quello di creare dei luoghi originali, che siano cuciti addosso al cliente come un abito sartoriale, con il calore e l'atmosfera che solo il gesto artigianale sa ricreare”. “I negozi rappresentano una bella fetta della nostra attività, ma non l'unica” aggiunge Francesco Cardinali, 34 anni, aretino, amante dell'arte, architetto alla costante ricerca e sperimentazione dei materiali e del design. “In questo periodo abbiamo in programma alcune aperture importanti a Latina, Pavia, Chianciano e Alba. Quello di Latina è un lavoro che ci ha dato una grande soddisfazione: il committente, una nota famiglia del luogo, ci ha affidato il recupero di un intero fabbricato al centro della città. Al piano terra e al primo sorgeranno dei negozi di alta moda su una superficie di oltre mille metri quadrati, al secondo uno showroom, al terzo un risto-

"La diversità è una ricchezza, è l'elemento che può fare la differenza. Riuscire a incanalare sensibilità e mentalità sfaccettate come le nostre su binari di collaborazione e condivisione, ti apre scenari impensabili


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dice della casa. La progettazione di entrambi va programmata come un unico gesto: il giardino è uno spazio che accoglie la casa e intorno a questa crescerà e si svilupperà”. Dentro Wpa ci sono dunque tre anime che si fondono e sovrappongono. I soci fondatori, quando hanno avuto l'intuizione di unire gli sforzi e mettere in piedi una realtà nuova, si conoscevano e si apprezzavano. Ma non sapevano se trovarsi fianco a fianco avrebbe avuto effetti benefici, anche se il dubbio di un buco nell'acqua non li ha mai sfiorati. Massimiliano ricorda i giorni della svolta: “E' stato un rischio pondera-

to, una decisione maturata insieme, velocemente, e oggi Wpa è una bellissima fatica. Sentiamo di aver preso la direzione giusta grazie al nostro background di esperienze e alla voglia di rimetterci in gioco. In tutti noi c'era l'esigenza di cambiare vita professionale e questa è la molla che ci spinge avanti anche adesso”. “Se abbiamo litigato? Altroché, più di una volta” svela il Francesco più giovane. “E' naturale quando si va controcorrente come abbiamo scelto di andare noi. E comunque la diversità è una ricchezza, è l'elemento che può fare la differenza. Riuscire a incanalare sensibilità e mentalità sfaccettate

come le nostre su binari di collaborazione e condivisione, ti apre scenari impensabili”. Tant'è vero che il desiderio da realizzare in futuro gira intorno alla possibilità di aprirsi a nuove esperienze nel campo dell’architettura e del design in particolare, spostandosi e viaggiando in cerca di nuove contaminazioni in Italia e all’estero. Francesco di Lecce rifinisce il concetto: “Uno dei motivi che mi hanno spinto ad abbracciare il progetto Wpa è la possibilità di avere di nuovo una base. Prima ero sempre in giro, non avevo un luogo fisso dove tornare, pensare, disegnare e creare, sentivo che mi mancava qualcosa. Poi è ovvio che, per un mestiere come il nostro, spostarsi è un obbligo assoluto e comunque è un momento di crescita: si conoscono nuove realtà, nuovi posti e soprattutto nuovi clienti, con i quali si stringe spesso un rapporto di stima e di amicizia”. Nonostante Wpa sia uno studio di progettazione che si muove su strade alternative a quelle classiche, Arezzo conserva un'importanza basilare. Il fulcro dell'attività è qui, in una città in cui “o ci sei nato oppure conquistarne il cuore è una faticaccia”, come dice Massimiliano, e “dove il post covid ha riportato un dinamismo che si era perso”. “E poi, da pugliese di nascita e aretino d'adozione” chiosa Francesco, chiudendo l'intervista, “questa è la patria di Piero della Francesca e di Vasari. Noi ci stiamo alla grande”.


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UP PEOPLE

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RICCIOLI & MUSICA

DAL VECCHIO WALKMAN TROVATO IN CASA DEI NONNI ALL'ULTIMO INEDITO INTITOLATO “L'ESSENZA DI ME”, DAL RUOLO DI COMMESSA IN UNA BOUTIQUE A QUELLO DI ARTISTA VERSATILE E TALENTUOSA: RITRATTO DI DEBORA GIANI, 31 ANNI E UNA VOCE CHE CONQUISTA. “HO SEMPRE AVUTO BISOGNO DI CANTARE, FIN DA PICCOLA. ADESSO FACCIO CIRCA DUECENTO SERATE LIVE ALL'ANNO E MI STO SPECIALIZZANDO NEL SETTORE WEDDING. LO STILE CHE MI DESCRIVE MEGLIO? IL SOUL , PERCHÉ VIENE DALL'ANIMA” DI ANDREA AVATO

tandone per riporre definitivamente in un cassetto i panni della commessa. “Il mio rapporto con la musica nasce come un’esigenza, il bisogno di cantare è sempre stato presente nella mia vita, fin da piccola. Ho partecipato a vari concorsi canori, ho studiato canto jazz e moderno, da qualche anno ho iniziato anche a dare lezioni. Mi ritengo versatile, mi piace spaziare fra vari generi anche se il soul, la musica che viene dall'anima, è lo stile che mi descrive meglio perché non si canta solo con la voce”. Debora, cresciuta ascoltando Battisti e Mina, Elisa e Giorgia, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong, suona chitarra e ukulele, un dettaglio non irrilevante per chi nel settore ci lavora per vivere dal 2016. “Faccio dalle 150 alle 200 serate live l’anno con diverse formazioni musicali. Non nascondo che sostenere certi ritmi è molto impegnativo ma riuscire ad andare avanti senza chiedere niente a nessuno, è una delle più grandi soddisfazioni che si possono avere. Cantare, suonare non è mai stato un peso per me, anzi è un sollievo. Adesso sto cercando di specializzarmi nel settore wedding, quello legato ai matrimoni. Avere l'opportunità di curare la parte musicale di un giorno e di un evento così importanti, mi arricchisce sia professionalmente che moralmente. L’obiettivo che mi sono posta è quello di migliorarmi sempre di più, tant’è che da un paio d'anni ho cominciato a fare anche dj set”. Artisticamente conosciuta come Deb Jones (“il nome è nato durante una serata goliardica con un mio amico

chitarrista, tra musica e birra, in cui giocavamo ad americanizzare i nostri nomi”), Debora non ha un modello al quale ispirarsi (“Charlie Parker diceva sempre: impara tutto sulla musica e dimentica tutto, poi suona ciò che la tua anima detta”) e, almeno per adesso, non ha mai avuto la tentazione di partecipare a un talent show: “Sono programmi a due facce. Offrono un trampolino di lancio a tanti giovani, ma molti di loro non sono pronti ad affrontare il dopo. E quando popolarità e visibilità scemano, si ritrovano con niente in mano, cadendo anche in depressione. Ci vuole talento ma serve pure una corazza per non farsi male”. Insomma, idee chiare e solide certezze nonostante il contrattempo dell'ultimo periodo, per fortuna superato alla grande: “Sia io che il mio fidanzato siamo risultati positivi al covid. È stata un’esperienza che mi ha fatto riflettere in profondità, perché a trent'anni ci sentiamo invincibili e invece non lo siamo. Anche se i sintomi erano lievi, ho passato momenti pesanti dal punto di vista psicologico. Sono rimasta quasi un mese chiusa in casa e ho promesso a me stessa che nel futuro starò molto più attenta”. E allora avanti tutta verso il futuro, con un paio di desideri da realizzare: “Sono legatissima ad Arezzo ma è la città di Guido Monaco e a volte ce ne scordiamo. Sarebbe bello ascoltare musica live nelle piazze e nei locali, cosa che adesso succede di rado. E poi vorrei costruirmi una famiglia, senza rinunciare al lavoro né ai miei riccioli. Ormai hanno vita propria, non ho più alcun potere su di loro...”.

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na cascata di riccioli, una voce morbida e avvolgente, una passione trasformata in lavoro. Debora Giani si è sempre sentita una cantante, fin da quando trovò in casa dei nonni un vecchio walkman e alcune cassette con musica degli anni '60. Cancellò tutte le tracce originali e incise sopra la propria voce, inventandosi strofe e ritornelli. Era solo una bambina ma quello fu l'inizio di un percorso artistico che l'ha portata molto più avanti, lungo una strada mangiata a mille all'ora nonostante qualche curva a gomito. Nell'ultimo inedito, uscito poche settimane fa e intitolato “L'essenza di me”, c'è la sintesi della sua carriera, ancora breve ma intensa. “Il brano segna la svolta che ho dato a me stessa da quando ho deciso di vivere di musica. Una scelta che non sempre ha avuto il supporto che speravo, perché per le donne che ambiscono a un ruolo diverso da quelli classici della nostra società, le difficoltà non mancano. Ancora oggi vedo tante ragazze che rinunciano a esprimersi professionalmente per non sacrificare la famiglia. Questi stereotipi li ho sempre combattuti e uno dei modi migliori per arginarli è credere fino in fondo in quello che si fa, senza dover dimostrare niente a nessuno”. Aretina, 31 anni compiuti da poco, fidanzata, Debora ha lavorato per quasi un decennio in un negozio del centro, in Corso Italia. In parallelo ha coltivato con tenacia l'amore per il canto, esibendosi in giro per piazze e locali, in eventi pubblici e privati. E quando la boutique ha chiuso, l'ha interpretato come un segno del destino, approfit-


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UP PEOPLE

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Parola chiave CREDIBILITÀ

VANIA ZACCHEI, TITOLARE DELL’AGENZIA MODE SRL DI AREZZO, CI RACCONTA IL SUO PERCORSO PROFESSIONALE, LE QUALITÀ CHE SERVONO NEL LAVORO DI ORGANIZZATRICE DI EVENTI, GLI ERRORI CHE NON SI DEVONO COMMETTERE E LE NUOVE SFIDE DI FRONTE ALLE DIFFICOLTÀ CREATE DALLA PANDEMIA DI COVID-19. IL SEGRETO? APPAGARE SE STESSI, SEMPRE DI FRANCESCO CAREMANI

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oche cose raccontano di noi quanto il ‘come’ affrontiamo la vita. Come iniziamo, come ci rialziamo, come ripartiamo. Tutte cose che Vania Zacchei, titolare dell’Agenzia Mode Srl di Arezzo, ha imparato presto senza fermarsi mai davanti alle prime difficoltà, con una capacità rara nel comprendere quando era il momento di cambiare o di accelerare. Frenare? Be’ questo ha dovuto impararlo nell’anno in corso a causa della pandemia di Covid-19. Aretina, classe ’75, ha praticato ginnastica artistica per accontentare la madre, calcio (con l’Arezzo femminile) per accontentare il padre, ma il vero amore sportivo è stata la ritmica, grazie a Manola Rosi, con la Società Ginnastica Petrarca. Un rapporto continuato nel tempo: “Sono rientrata come tecnico, chiamata da Manola e, a parte qualche piccolo stop dovuto al lavoro, sono rimasta fino a lasciare l’allenamento per entrare nel consiglio direttivo”. Vania è un treno in corsa, nel senso migliore del termine, non travolge ma accoglie e fa le fermate necessarie. Diplomata ragioniera, ha iniziato subito a lavorare facendo pratica da un commercialista: “Non ho continuato gli studi perché i miei si erano separati e non volevo gravare su di loro. Perché? Per senso di responsabilità”, senza mai rinunciare a quello che le piaceva veramente. Assunta come impiegata nel settore assicurativo, ci è rimasta per quindici anni, dividendosi tra questo e le sfilate come modella o la presenza

come hostess, entrando nell’ambiente che un giorno sarebbe diventato il lavoro della sua vita: “Nel tempo libero facevo quello che mi piaceva di più, collaborando con un’agenzia di Firenze. Poi ho preso il part-time e così ho avuto l’opportunità di entrare sempre più dentro il mondo dell’organizzazione eventi, fino a imparare la parte che mi mancava: quella amministrativa. È stato il mio compagno, Maurizio, a spronarmi a prendere la partita IVA e iniziare a camminare da sola”. Sono passati undici anni da allora. L’agenzia collabora soprattutto con le aziende, meno con i privati: “Noi siamo ancora una realtà piccola, il riferimento del centro Italia per le grandi agenzie di Milano e Torino. Con me c’è Valentina, il mio braccio destro. Lei si occupa dei lavori in corso, io più dei rapporti con i clienti, fondamentale, e della progettazione”. Professionalità e credibilità cresciute durante la gavetta. Poi è arrivato il Covid-19: “Hanno iniziato a cancellare gli eventi, uno dietro l’altro. Dopo un ultimo trimestre 2019 nel quale avevamo fatto numeri importanti e mai registrati prima. Da settembre siamo tornati a un trenta per cento, ma il fatturato del 2020 sarà solamente il quindici rispetto a quello dell’anno scorso”. Capacità organizzativa, fantasia, sia nel creare che nel tappare eventuali falle, spiccato e istintivo problem solving le qualità più importanti per fare questo tipo di lavoro. E l’errore da non commettere? “Sottovalutare. Nell’or-

ganizzazione di un evento tutto deve essere preso in considerazione, tutto deve essere controllato. Io per natura, poi, devo avere ogni cosa sotto controllo. Doti femminili? Sì, alcune qualità credo siano prettamente femminili, ma noi abbiamo a che fare soprattutto con clienti dell’altro sesso, quindi dobbiamo tirare fuori anche la nostra parte maschile perché a volte non è facile farsi valere, poi quando ci hanno conosciute bene fila tutto più liscio”. Un compagno, Maurizio, un figlio, Tommaso, e una giornata tipo: “Sveglia, colazione, portare il ‘settenne’ a scuola, arrivare in agenzia (piazza San Michele, pieno centro storico, ndr), aspettare Valentina e iniziare la programmazione. Uscire nel pomeriggio, riprendere Tommaso e arrivare a casa trovando la cena pronta. Quando, invece, abbiamo gli eventi da seguire diventiamo palline da flipper in giro per Arezzo e per l’Italia. Ovviamente queste erano le giornate tipo del 2019, sperando che possano tornare al più presto”. Vania e la sua agenzia sono diventate socie della Fondazione Arezzo Intour, ma al momento l’attività locale incide solo per il 5 per cento del fatturato. “Come mi vedo da qui a dieci anni? Vorrei che l’agenzia diventasse la referente diretta dei grandi clienti, senza più passare da quelle di Milano e Torino. Vorrei aumentare l’attività nella mia città e magari vedere Tommaso, diciassettenne, entrare e iniziare a farsi le ossa”.


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UP ECCELLENZE

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Professionisti della consulenza UN GRUPPO DI LEGALI E COMMERCIALISTI UNDER 40, DOTATI DI COMPETENZE SPECIFICHE E DIVERSIFICATE, CHE SI RIVOLGE ALLE IMPRESE INTENZIONATE A MUOVERE I PRIMI PASSI IN UN PAESE STRANIERO. AD AREZZO DAL 2018 OPERA TEAM PLÀMIA, FONDATO DALL'AVVOCATO POLIGLOTTA ALESSANDRO GARGANO. “L'EVOLUZIONE HA ALLUNGATO IL COLLO DELLA GIRAFFA PER CONSENTIRLE DI SOPRAVVIVERE. E ALLO STESSO MODO NOI FACILITIAMO L'ADATTAMENTO DELLE AZIENDE ALL'ESTERO, IN TERRITORI SCONOSCIUTI” DI MATTIA CIALINI

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ffriamo l'assistenza di uno studio internazionale, ma ci siamo voluti chiamare Team perché il nostro è un credo nell'evoluzione e perché pensiamo di avere un approccio più smart ed innovativo”. Alessandro Gargano è il professionista che ha creato il Team Plàmia, gruppo di avvocati e commercialisti under 40 dotati di competenze specifiche e diversificate: si rivolge alle imprese di Arezzo e non solo, intenzionate a muovere i primi – e corretti – passi in un Paese straniero. O a riprovarci, dopo un'esperienza non troppo felice. Fanno parte della squadra Tommaso Ceccarini, Matteo Grassi, Marco Teoni, Andrea Galastri e Lorenzo Mercati. L'idea è nata da Alessandro, mano a mano si sono aggiunti gli altri membri, creando un gruppo di "sarti" in grado di cucire un progetto su misura delle esigenze dell'azienda. "L'allungamento del collo ha permesso alla giraffa di evolversi, adattarsi e superare i propri concorrenti nella ricerca del cibo. Così è sopravvissuta": si tratta di una sorta di mantra del team, che ha inserito il disegno dell'imponente ruminante africano nel logo azienda-

le. Perché l'attività del gruppo, come un acceleratore evolutivo, si prefigge l'obiettivo di facilitare l'adattamento di un'impresa in un territorio sconosciuto. Per farla germogliare, superando barriere linguistiche e culturali in prima battuta, legali e finanziarie in seconda e per farla poi fiorire. Non ci sono latitudini ostili, assicura Alessandro: “Operiamo in tutto il globo, fornendo assistenza a ogni tipo di attività imprenditoriale”. Il brand, oltre alla giraffa, ospita anche una fiammella. “Plàmia significa fiamma, fuoco. Come qualcosa che illumina un sentiero sconosciuto. E' una parola di origine russa”. La lingua di Mosca è una delle cinque straniere parlate da Alessandro, oltre ad inglese, spagnolo, portoghese e francese. Ed è lui il “tedoforo” di Plàmia, perché il primo approccio all'estero è spesso suo: fondamentale per avviare la fertilizzazione d'un terreno promettente, che incomprensioni e burocrazia rischierebbero di inaridire in partenza. Ma se il Team si dedica primariamente al supporto nell'internazionalizzazione di imprese italiane, contando sulla collaborazione di partner qualificati

nell'ambito legale e fiscale in loco, si è anche specializzato nel consentire a realtà societarie estere di avere un referente giuridico-economico in Italia. Nello specifico il Team si occupa dello studio e della negoziazione di contratti internazionali, del sistema Paese in cui si va ad operare, di tematiche legate all'export, fiscali, doganali, della litigation internazionale, dei risvolti societari, patrimoniali e della proprietà intellettuale che riguardano le attività di internazionalizzazione. Team Plàmia trova posto nell'elegante ufficio della Galleria Valtiberina 9 (zona via Vittorio Veneto). E' nato nel 2018 dalla sinergia di giovani liberi professionisti di Arezzo che, pur mantenendo studi propri, hanno avviato il progetto comune con l'ambizioso obiettivo di “accompagnare”, e non prestare una semplice consulenza, le aziende del territorio che si affacciano per la prima volta - o si riaffacciano in un Paese straniero, per aprire nuovi mercati o avviare un'attività in loco. "In questo momento è certamente il Brasile uno degli stati con le possibilità migliori: qui, peraltro, stiamo portando avanti un progetto che attiva


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team plàmia

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Alessandro Gargano – avvocato poliglotta, ha esperienza nel diritto del lavoro e della previdenza sociale, del diritto civile, societario, della contrattualistica internazionale e della compliance. Tommaso Ceccarini – legale di diritto penale, anche con riferimento ai reati societari e tributari e al recupero crediti internazionale. Matteo Grassi – esperto nei settori del diritto civile, fallimentare, bancario, commerciale e societario. Fornisce assistenza societaria in operazioni transnazionali e nella gestione del patrimonio individuale, anche in questioni transfrontaliere ed extra UE. Marco Teoni – formato in diritto della proprietà intellettuale, con specifico riferimento al diritto industriale

in relazione alla tutela e alla valorizzazione di tutti gli asset immateriali aziendali. Ha sviluppato competenze in tema di privacy, Gdpr e diritto commerciale. Andrea Galastri – commercialista e revisore legale, lavora in ambito doganale ed è specializzato nella gestione dell'origine delle merci, nelle certificazioni "made in", nelle politiche di transfer pricing degli asset intangibili, oltre che nelle valutazioni dei beni immateriali e relativo trattamento fiscale. Lorenzo Mercati – commercialista e revisore legale, è esperto di consulenza direzionale, operazioni straordinarie, predisposizione di piani industriali, problem solving fiscale per imposte dirette e indirette, in particolare in materia di Iva su scambi internazionali.

sinergie tra imprese e strutture della zona. Stiamo inoltre studiando eventi per far conoscere all'imprenditoria del territorio le potenzialità di questo ed altri Paesi. Ad esempio, di grande interesse ora sono Messico e Colombia", spiega l'ideatore del Team Plàmia, che sottolinea: “Il nostro punto di forza è proprio quello di essere partiti da settori differenti, così da mettere a disposizione del cliente il nostro bagaglio di esperienze”. Ma qual è l'azienda tipo che si rivolge al team Plàmia? “Di solito un'azienda di medie dimensioni che, lavorando all'estero per la prima volta, in particolare nei mercati extra Ue ad alto potenziale come Sud America, Sud Est asiatico, Russia, si trova a dover affrontare rischi elevati e poco gestibili in autonomia”, dicono i sei membri del Team. Ancora poco gettonata, ma dagli indubbi vantaggi, l'opzione dell'accompagnamento collettivo: ovvero la missione comune di reti di aziende con interessi commerciali nello stesso territorio. Dal settore orafo (e di supporto al mondo orafo) a quello dei trasporti, passando per l'agro-alimentare e la componentistica elettronica, il team Plàmia è pronto ad accendere la propria fiammella in tutto il pianeta.


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QUANDO LA VELOCITÀ è UN MODO DI VIVERE |

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UP SPORT

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ANDREA PICCINI, PILOTA NELLA EUROPEAN LE MANS SERIES CON LA FERRARI 488 GT, VINCITORE DELLA 24 ORE DI SPA, ISTRUTTORE FEDERALE, DAL 2017 È TITOLARE, INSIEME CON SERGIO PIANEZZOLA E IL FRATELLO GIACOMO DI IRON LINX, ACADEMY PER GIOVANI PILOTI E DRIVER DI FRANCESCO CAREMANI

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i corre per arrivare primi, per stare in testa il più a lungo possibile, per sentirsi vivi e liberi. Andrea Piccini oggi gareggia nella European Le Mans Series con una Ferrari 488 GT e a 42 anni si batte come un leone contro gli avversari storici e contro i giovani che cercano di farsi largo. La velocità è una passione di famiglia: “Mio padre correva in salita mentre

mia madre cercava di tenermi lontano dalle corse. Ma a quindici anni, grazie proprio a suo fratello, sono salito su un go-kart ed è scoccata la scintilla”. Un po’ di gare, abbastanza per capire che quello sarebbe stato il suo mondo, e pochi soldi prima di disputare il Campionato europeo e tedesco di Formula Opel Lotus: “Era il ’97 e quella fu la mia prima stagione completa”. Quando si pensa ai piloti nell’imma-

ginario collettivo s’immagina la F1, dove sono poco più di venti, ma c’è un mondo di corse che merita di essere raccontato: “Le squadre automobilistiche sono delle aziende e si comportano come tali, quindi per correre devi pagare, o ci pensa la famiglia o gli sponsor, e anche io, dopo i primi anni di gare disputati grazie ai sacrifici di mio padre, ho fatto il salto di qualità così, grazie a Remus scarichi per auto


e moto. Hanno creduto in me e nel mio progetto e mi hanno permesso di fare la Formula 3000 e il collaudatore in F1 con la Minardi. È stato Giancarlo a consigliarmi di passare alle vetture GT, visti gli ingenti budget che erano necessari per entrare in F1: un italiano su macchina italiana, Ferrari 550 Maranello GT1, con cui ho ottenuto le prime importanti vittorie, arrivando terzo assoluto nel FIA GT Championship e conquistando il Casco d’Oro di Autosprint come migliore pilota italiano di quell’anno”. Esistono due gare iconiche nel motorsport, la 500 Miglia di Indianapolis e la 24 Ore di Le Mans: “Questa, per me, è la Gara con 60 macchine, 180 piloti e i veri appassionati tutti intorno. Persone che dormono in tenda una settimana, che vengono a vedere le macchine e le verifiche prima della corsa, cercando gli autografi, senza dimenticare il fascino della notturna. Una volta c’era un approccio più conservativo, adesso, grazie all’affidabilità delle macchine, si spinge dall’inizio alla fine”, dice Andrea con razionalità,

ma anche con grande passione, che si nasconde tra le righe della competenza e dell’eloquio. Un pilota molto consistente e che commette pochi errori, il quale si riconosce un difetto: “All’inizio mi è mancata un po’ di esperienza, avendo corso pochissimo con i go-kart, ma soprattutto ho sempre sentito troppo le gare, dovrei controllarmi di più, essere più freddo, invece prima della partenza a volte vorrei sparire, poi quando salgo in macchina sono capace di gesti eroici. Certo, se avessi avuto l’esperienza di oggi con l’incoscienza di venti anni fa sarei stato il pilota perfetto”. In Formula 3000 ha potuto lavorare fianco a fianco con Fernando Alonso: “Un fenomeno vero, indimenticabile. Ma i duelli più belli sono stati quelli in GT con Jamie Campbell-Walter, che guidava una Lister Storm, lui è l’avversario che ricordo con più piacere”. La vittoria più importante quella del 2012 nella 24 Ore di Spa con l’Audi, dopo tanti piazzamenti: forse non la gara migliore di Andrea Piccini, ma certamente una di quelle che ne cer-

tificano la qualità come pilota di altissimo livello. Subito dopo, però, è arrivato anche il momento più complicato della sua carriera, quando Audi e BMW hanno ridotto gli organici e lui è rimasto a piedi, perdendo un po’ il ritmo gare, che in questi ultimi anni ha ritrovato, alla grande. Nel frattempo Andrea era diventato (1998) istruttore federale e direttore dei corsi Ferrari e Maserati per oltre dodici anni, un percorso che l’ha portato a fondare Iron Lynx (2017), motorsport lab, insieme con Sergio Pianezzola e il fratello Giacomo, pilota pure lui: “La nostra idea iniziale era quella di aprire un’academy rivolta ai giovani con le monoposto e ai gentleman drivers con le vetture Gran Turismo. Il nostro modo di lavorare ci ha aperto le porte a collaborazioni con le più importanti squadre sia del panorama GT che Formula, come AF Corse e Prema Powerteam. Sicuramente, nel tempo, abbiamo dimostrato di saperci fare e abbiamo avuto anche un pizzico di fortuna”, quella che solo le persone speciali ammettono di avere incontra-

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Una delle tante foto sul podio per Andrea Piccini, 42 anni, che oggi corre nella European Le Mans Series con una Ferrari 488 GT

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"In Formula 3000 ho potuto lavorare fianco a fianco con Fernando Alonso: un fenomeno vero, indimenticabile. Ma i duelli più belli sono stati quelli in GT con Jamie Campbell-Walter

" to per strada. Una vita sempre sul confine, tra obiettivi superati e futuri: “Mi ero sempre detto che sarebbe stato bello poter arrivare a 40 anni correndo ai massimi livelli e, oggi, a 42 posso ritenermi pienamente soddisfatto dei tanti traguardi raggiunti, considerando anche

quanti giovani forti crescono nel mondo delle corse. Certamente, nel futuro, mi dedicherò maggiormente alla gestione di Iron Lynx, ma per adesso voglio continuare a competere: la 24 Ore di Le Mans, per me, è l’anima del mondo delle corse, del motorsport”. Sposato con Michela, docente di educazione fisica, di certo non si sono innamorati condividendo la velocità: “Non è particolarmente appassionata, ma, quando il lavoro lo permette, mi segue e mi supporta in giro per il mondo da oltre vent’anni. Preoccupata? Più mia madre. Capisco che da fuori possa sembrare tutto molto pericoloso ma perché non si tiene conto

di alcuni dettagli: andiamo tutti nella stessa direzione, siamo concentrati, siamo dei professionisti con specifiche competenze e abbigliati con i migliori sistemi di protezione personale. Le macchine sono molto più sicure di una volta, così come le piste che hanno ormai vie di fuga molto ampie e standard di sicurezza elevati. Sessant’anni fa i piloti erano dei veri pionieri su missili senza freni e con in testa solo un casco di cuoio. La vera paura oggi? Quella di ogni sportivo, di non ottenere i risultati sperati”, sottolinea Piccini. La cosa che colpisce di più, parlando con Andrea, è la sua competenza sulle macchine che guida, la conoscenza dei dettagli, della potenza, del carico e delle potenzialità una volta in pista. La sua professionalità è così spiccata che si fatica a vedere il fuoco che arde dentro di lui, quello che brucia sotto la tuta e il casco una volta sulla griglia di partenza, quello che l’ha fatto diventare uno dei piloti più bravi e autorevoli del panorama internazionale del motorsport.


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Ricarica veloce e fino a 540 chilometri di autonomia, verso le emissioni zero. Gamma Volkswagen ID.3. Consumo di energia elettrica (Wh/km) ciclo WLTP combinato: 155,7 - 170,4; autonomia ciclo di prova combinato (WLTP): 390 km 544 km; I valori indicativi relativi al consumo di energia elettrica sono stati rilevati dal Costruttore in base al metodo di omologazione WLTP (Regolamento UE 2017/1151 e successive modifiche ed integrazioni) e si riferiscono alla vettura nella versione prodotta in origine priva di eventuali equipaggiamenti ed accessori installati successivamente. Eventuali equipaggiamenti ed accessori aggiuntivi possono modificare i predetti valori. Oltre al rendimento del motore, anche lo stile di guida ed altri fattori non tecnici incidono sul consumo di energia elettrica di un veicolo. Per ulteriori informazioni sui predetti valori, vi invitiamo a rivolgervi alle Concessionarie Volkswagen presso le quali è disponibile gratuitamente la guida relativa al risparmio di carburante/energia elettrica e alle emissioni di CO2, che riporta i dati inerenti a tutti i nuovi modelli di veicoli.

Tizzi Automobili

Via di Pescaiola, 11/A , 52100 Arezzo (AR)

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UP GUSTO

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Rinascimento sensoriale L'OSTERIA GIARDINO DI PIERO SORGE NEL CUORE DI SANSEPOLCRO, A DUE PASSI DALLA CASA NATIA DEL MAESTRO DELLA RESURREZIONE. LA PROPRIETÀ È DI ABOCA, LEADER NEI PRODOTTI NATURALI PER LA SALUTE, LA CUI FILOSOFIA FINISCE NEL PIATTO: MATERIE PRIME D'ECCELLENZA, CERTIFICATE BIOLOGICHE, LONTANO DALLA CHIMICA E DAGLI OGM. SPIEGA LA MANAGER PAOLA DINDELLI: “PUNTIAMO SU TERRITORIO E TRADIZIONE. CHI L'HA DETTO CHE TUTTO CIÒ CHE È BUONO FA MALE?”

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DI MATTIA CIALINI

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l rinascimento sensoriale procede per sottrazione. La ricerca della verità è un processo di spoliazione, nel piatto come in un affresco. E se Piero pose nell’essenzialità geometrica le fondamenta della sua arte sublime, il ristorante che oggi sorge sotto la sua casa parte dall’eccellenza (e salubrità) della materia. A Sansepolcro, Piero della Francesca è nell'aria, ma non ingombra. Misurato, anche postumo. A lui è dedicata l'area verde che si affaccia in via Niccolò Aggiunti, che taglia in alto il cuore antico del Borgo, posto in direttrice NordOvest/SudEst. Qui si erge la dimora del maestro, che dal mezzo del giardino – nella forma d'una statua ottocentesca – veglia sui luoghi che furono suoi. Ed è sempre qui, al civico 98b, che – omaggio al suo genio – sorge l'Osteria il Giardino di Piero.

Le redini sono in mano alla manager Paola Dindelli, la proprietà è di Aboca – leader di prodotti naturali per la salute – che, proprio accanto, nelle suggestive sale del Palazzo Bourbon del Monte, ha allestito un affascinante Museo delle erbe officinali. Unico nel suo genere, presenta due percorsi: quello “Erbe e salute nei secoli” tra preziosi erbari, libri di botanica farmaceutica, antichi mortai, ceramiche e vetrerie d'epoca, e quello futuristico-interattivo denominato “Aboca experience”, che offre ai visitatori un approccio all'avanguardia, per riflettere su innovazione scientifica, cura dell’uomo, biodiversità e sostenibilità ambientale. E in linea con la filosofia del gruppo, l'osteria si propone di offrire il meglio nel piatto, ma senza artifici, né infingimenti. Cercando di sfatare il grande tabù della tavola: “tutto ciò che è buono fa male”. Non solo, il locale,

senza voler togliere nulla alla categoria dei cuochi, intende emanciparsi dalla firma dello chef. Mica scontato, nell'epoca delle superstar ai fornelli. “Ogni nostra energia – spiega Paola Dindelli – è tesa alla realizzazione di pietanze gustose ma semplici, figlie della nostra tradizione. Fondate però su materie prime d'eccellenza, con filiera più che certificata, lontane dall'alterazione di sostanze chimiche o geneticamente modificate”. Concetti già sentiti, forse; allora, cosa c'è di diverso all'Osteria di Piero? Il metodo infallibile di controllo che il ristorante ha adottato, potendo muoversi nel perimetro di Aboca: “essere” la filiera. Per la pasta fresca, ad esempio, il locale attinge da un laboratorio di proprietà che usa solo farine e uova biologiche. “La nostra specialità? Sono i cappelletti”, aggiunge Paola. E poi: tagliatelle, agnellotti, ravioli e i bringoli, imman-


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cabili da queste parti. Un capitolo a parte merita il racconto delle carni. “Sono la nostra forza: la certificazione biologica è il punto di partenza, la massima qualità è l'aspirazione verso cui tendere. E possibilmente a chilometro zero. Come bovini, usiamo soltanto razza Chianina, come suini solo la razza Nera, originaria dei Nebrodi e allevata nei boschi di Aboca”. Il pollame è biologico, proveniente solo da allevamenti della zona. E gli insaccati? “Esclusivamente da carni di razza Cinta Senese o Suino Nero dei Nebrodi”, continua Paola. Che sottolinea: “Oltre a gusto e salute, scommettiamo sulla tradizione, come deve essere in un'osteria toscana. Diciamo che nei nostri piatti c'è un 90% di legame col passato e un 10% di innovazione. Ad esempio, prestiamo grande attenzione a materie dimenticate come il quinto quarto, per proporre trippa e lampredotto”. E poi: crostini neri, che hanno impresso il marchio toscano, ortaggi e frutta bio e della zona. Tra i contorni in carta ci sono i tradizionali fagioli zolfini al fiasco. Capitolo formaggi: pecorini, caprini e bovini provengono solo da pastori del territorio che non usano mangimi contenenti organismi geneticamente modificati (Ogm). In alcune preparazioni è prevista la presenza di Parmigiano Reggiano e viene usato soltanto quello certificato biologico. Completando la panoramica sulle materie prime, per quanto riguarda il sale da cucina, “viene utilizzato solo quello depositato dai mari circa 250 milioni di anni fa, alle pendici dell’Himalaya. La caratteristica di questo sale è di ottenere la necessaria sapidità con circa la metà di cloruro di sodio, grazie al contenuto di altri sali minerali preziosi per la nostra salute”, spiegano dall'Osteria. Zucchero e dolcificanti? “Sono utilizzati solo prodotti naturali biologici quali zucchero di canna, miele e stevia rebaudiana”.


"Oltre che su

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gusto e salute, scommettiamo sulla tradizione, come deve essere in un'osteria toscana. Nei nostri piatti c'è un 90% di legame col passato e un 10% di innovazione

E se forse la tagliata di Chianina è l'asso formidabile da calare, l'Osteria il Giardino di Piero punta forte anche sui dolci per concludere adeguatamente il pasto. Nel nome della tradizione, ovviamente tra deliziose porzioni di zuppa inglese, cantucci e vin santo. E a proposito di vino, la carta è focalizzata sulla Toscana, con un occhio di riguardo a prodotti biologici e naturali. L'obiettivo del locale è stupire le papille gustative, ma l'occhio vuole la sua parte. Il ristorante è stato ristrutturato recentemente e arredato secondo il gusto di Rosetta Del Bene, moglie di Valentino Mercati, patron di Aboca. Sale ampie ed eleganti dentro, doppia veranda fuori. E dopo l'emergenza Covid, la struttura si è allargata fin dentro il Giardino di Piero, con tavoli esterni e gazebo.

Già, il coronavirus: nonostante la chiusura forzata durante il lockdown e la ripartenza complicata (ma in estate c'è stato un boom), “nessuno dei 14 dipendenti dell'osteria è stato messo in cassa integrazione, potendo lavorare con altre mansioni all'interno del gruppo Aboca”, aggiunge la manager. Ma il Covid qualche novità l'ha portata, come la scommessa sull'attiguo negozio di gastronomia, la “Bottega” dove poter comprare prodotti di altissima qualità targati Osteria Giardino di Piero: come le paste fresche, gli eccelsi insaccati, i ragù bianchi e rossi, le lasagne e gli sformati, le carni fresche (fegatelli di Suino Nero, fettine, magro e medaglioni) e poi le bottiglie di vino (bio, naturali e del territorio) e i dolci appena sfornati quali torte al cioccolato, alla ricotta e crostate.


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U P C U R I O S I TÀ

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la chiusa dei monaci ALLA PORTE DI AREZZO, LUNGO IL CANALE MAESTRO DELLA CHIANA, C'È UN LUOGO IN CUI DA SECOLI LA MANO DELL’UOMO STRINGE QUELLA DELLA NATURA. QUI TROVIAMO UNA MIRABILE OPERA DI INGEGNERIA IDRAULICA DI MARCO BOTTI / IN COLLABORAZIONE CON FONDAZIONE AREZZO INTOUR

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unto di partenza dell’itinerario ciclo-pedonale inaugurato nel 2008 con il nome di Sentiero della Bonifica “Vittorio Fossombroni”, che da Arezzo raggiunge Chiusi e affianca per 62 chilometri il canale maestro della Chiana, la Chiusa dei Monaci è una mirabile opera di ingegneria idraulica dalla lunga storia, che affonda le radici nel periodo medievale. La prima chiusa era già citata nei documenti del 1115 ma si trovava leggermente più a valle di quella attuale. Fu voluta dai monaci benedettini dell’abbazia delle sante Flora e Lucilla di Torrita di Olmo, che la utilizzarono sia come “pescaia”, sia per alimentare attraverso un canale artificiale le gualchiere per la lavorazione della lana e un mulino per i cereali. Inutile dire che in un’epoca nella quale la Val di Chiana soffriva di progressivo impaludamento, la chiusa fu utile anche a regolare il deflusso delle acque. Per lo stesso motivo il Comune di Arezzo tra il 1339 e il 1348 promosse l’abbassamento dell’alveo di quello che era definito “fossatum novum”, primo atto del futuro “canale maestro”. Di pari passo la vecchia infrastruttura venne demolita e ricostruita più grande. L’escavazione del letto della Chiana nei dintorni della Chiusa dei Monaci proseguì sotto l’egida di Firenze anche dopo la

sottomissione di Arezzo del 1384. Le piene che ciclicamente travolgevano il manufatto portarono nel 1532 a un nuovo smantellamento e conseguente riedificazione negli anni a seguire. Le alluvioni causarono però ingenti guasti anche nella seconda metà del Cinquecento. Fu così che alla fine del secolo gli aretini ipotizzarono un ulteriore ampliamento del canale, ma i fiorentini si opposero, temendo che una maggiore gettata nell’Arno avrebbe comportato un rischio più elevato di inondazioni nella loro città. Anche nel 1603 una fiumana provocò vari danneggiamenti alla chiusa e per questo motivo i monaci ottennero l’autorizzazione a trasferirla poco più a monte, dove la roccia permetteva delle fondamenta più solide. Nel 1607 ci fu tuttavia un nuovo crollo e il consequenziale rifacimento. Sempre nel corso del Seicento il matematico Enea Gaci suggerì la demolizione totale dell’opera, ma Evangelista Torricelli, dal 1641 matematico ufficiale del Granducato di Toscana, si oppose al progetto. A metà Settecento l’ingegnere Leonardo Ximenes fu invitato a sviluppare un piano per abbassarla, ma per non compromettere la navigabilità del canale non se ne fece nulla. Nel 1769 furono avviati i lavori di restauro alla chiusa, ormai fatiscente. Nel 1787 essa

fu ceduta dai benedettini, dopo quasi otto secoli, all’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano che già gestiva grandi proprietà agricole nella vallata per conto del governo lorenese. In quegli anni pure Vittorio Fossombroni, dal 1794 soprintendente al dipartimento delle acque della Val di Chiana, consigliava la riduzione del suo livello. Nuovi rifacimenti interessarono l’opera nel XIX secolo. Dal 1829 al 1839 l’ingegnere Alessandro Manetti progettò un considerevole abbassamento e la realizzazione di uno scaricatore a fianco. La possente infrastruttura in pietra e laterizio del Manetti è quella che ammiriamo in buona parte ancora oggi, nonostante i bombardamenti bellici del 1943 che distrussero il regolatore di destra, poi sostituito con un canale derivatore. L’ultimo intervento in ordine di tempo è quello terminato nel luglio 2019, quando fu inaugurata la bretella di collegamento fra la ciclopista dell’Arno e il sentiero della bonifica. Tornò di nuovo fruibile anche lo storico manufatto dopo anni di chiusura. Da allora sono sempre più gli aretini e i turisti che nel tempo libero eleggono la Chiusa dei Monaci e i suoi dintorni a posto prediletto per passeggiare e trascorrere ore di relax, ammirando un luogo dove l’uomo e la natura hanno dimostrato nei secoli di saper dialogare nella maniera migliore.


area creativa

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UP Magazine 14 - Autunno 2020  

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