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magazine arezzo NUMERO 11 Inverno 2020 UP luoghi il palazzo della Fraternita dei laici up eccellenze carlo donati up people imola giramondi "Mimmina"

marco sanarelli una mano vincente


Disponibile ad AREZZO, Via Madonna Del Prato, 94


marco sanarelli

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roberto ghezzi

l'arte di far disegnare la natura

| U P I N S TA G R A M |

#UPMAGAREZZO

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| UP ECCELLENZE |

carlo donati

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atam parking

la nuova app per il pagamento della sosta ad arezzo

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imola giramondi "mimmina" | UP PEOPLE |

alice mazzi

nata per la camicia

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| UP PEOPLE |

laura falcinelli un talento dalle mille sfaccettature L DUI O HI I | | | U| PUTPR A Z IG ON

cavalli PALAZZO DELLA diILbattaglia

Fraternita dei laici

| U P G U STO |

l'amo

sapore di mare

| U P C U R I O S I TÀ |

il campaccio degli ebrei

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sommario

| UP COPERTINA |


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magazine arezzo Redazione e Amministrazione Atlantide Audiovisivi srl Via Einstein 16/a – Arezzo Tel. 0575 403066 www.atlantideadv.it

Anno IV – N° 11 Inverno 2020 Direttore Responsabile Cristiano Stocchi Vice Direttore Maurizio Gambini Redazione Andrea Avato, Chiara Calcagno Mattia Cialini, Matilde Bandera, Marco Botti Art Director Luca Ghiori Fotografie Lorenzo Pagliai Si ringrazia Massimo Gavilli Paolo Ferruzzi Stampa Grafiche Badiali - Arezzo Partners

UP EDITORIALE

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STILE ED ELEGANZA C

’è stato un tempo in cui Arezzo era una delle capitali italiane dell’abbigliamento e delle confezioni. La città dava lavoro, creava tendenze, si ritagliava spazi importanti nell’economia e nell’immaginario nazionale (chi si ricorda dell’uomo in Lebole?). Altri periodi, un altro contesto sociale, finanziario, politico. Eppure il seme dell’inventiva e della lungimiranza imprenditoriale, in questo settore così affascinante, non è andato disperso del tutto. La nostra epoca è diversa, con un mercato più duro e complesso, con una burocrazia sempre più asfissiante e una fiscalità da mani nei capelli. Ma ci sono eccellenze che brillano anche oggi, che stanno un passo avanti alla concorrenza e che, come piace ad Up Magazine, hanno dimostrato che si può avere successo senza recidere le radici con il territorio. La copertina di questo numero, dedicata all’ascesa e al consolidamento di Mely’s, ne è una riprova emblematica. E sulla scia di

quest’azienda saggiamente proiettata nel futuro, abbiamo selezionato per voi altre storie legate dal filo sottile della tenacia, del talento, della passione, come quella di Imola Giramondi, per tutti Mimmina, fisico minuto e carattere di ferro, o di Carlo Donati, maestro artigiano di taglio, cucito ed eleganza. Up, come sempre, è un giornale da sfogliare, da leggere, da consultare con calma, godendosi le belle foto e gli articoli che lo caratterizzano: l’entusiasmo di una giovane imprenditrice, il ristorante gourmet, i nostri luoghi che non ci stancheremo mai di apprezzare o di riscoprire, il guizzo dell’artista. Buona lettura!

In copertina Marco Sanarelli Up Magazine Arezzo è stampato su carta usomano che conferisce naturalezza e stile al giornale. In questo numero per la copertina abbiamo scelto il PANTONE 7466 C

Vice-direttore

maurizio gambini

Direttore responsabile

Reg. al tribunale di Arezzo il 12/06/2017 N° 3/17

cristiano stocchi

Up Magazine Arezzo è una rivista a distribuzione gratuita


Redazione

chiara calcagno

Redazione

mattia cialini

Redazione

Andrea Avato

REDA ZIONE francesco fumagalli

Tipografo

lorenzo pagliai

Fotografo

marco botti

Redazione

Luca Ghiori

Art-Director

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matilde bandera

Redazione


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UP COPERTINA

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\ UP MAGAZINE AREZZO \ INVERNO 2020

Una mano vincente E puntarci tutto

L'ABILITÀ ARTIGIANALE È LA CHIAVE DEL SUCCESSO DI MELY'S, PARTITA NEL 1956 DA UN LABORATORIO IN VIA VITTORIO VENETO E ARRIVATA A RIFORNIRE DI CAPI PREGIATISSIMI LE PIÙ IMPORTANTI MAISON DELLA MODA MONDIALE. MANI E FILO SONO IL SIMBOLO DI UNA GRANDE STORIA DEL TERRITORIO, PASSATA DALLA CAMBIALE PER COMPRARE LA PRIMA MACCHINA CUCITRICE, ALLA ROCAMBOLESCA AVVENTURA PARIGINA DELLE GALERIES LAFAYETTE, FINO AL NUOVO STABILIMENTO DI OLMO DOVE MARCO SANARELLI E LA SUA FAMIGLIA PROGETTANO IL FUTURO DI UN'ECCELLENZA ARETINA DI MATTIA CIALINI

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arcata la soglia dello stabilimento, arriva il profumo antico della lana. E' un caldo benvenuto, un esplicito biglietto da visita. Sollecita a frugare tra i ricordi, per chi ne ha familiarità. E pezzi di memoria di chi ha tirato su il palazzo sono lì, all'ingresso. La foto di Amelia Donati, la fondatrice, le targhe e i riconoscimenti di 64 anni di attività, i trofei

della squadra di ciclismo sponsorizzata. Intorno, c'è un piccolo universo industrioso che – tra rocche di lane variopinte – studia, sperimenta, disegna, cuce, rifinisce: un moto senza tempo che tende alla perfezione, quella che i prestigiosi clienti a Mely's richiedono. Maglieria di qualità assoluta, rinomata nel mondo: l'impresa si pone ai vertici del settore, realizzando capi per le principali maison


Marco Sanarelli, titolare di un'azienda con 120 dipendenti diretti e oltre 250 in subfornitura

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“Studiamo tecniche innovative per realizzare tessuti, cuciture, accostamenti. Creiamo capolavori, maglieria costosissima per nicchie di pubblico.”

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della moda. “Il visibile crea la forma, il non visibile crea il valore”: il mantra aziendale coglie l'essenza di un lavoro nascosto quanto prezioso dietro le griffe del fashion globale, plasticamente reso da una fabbrica elegante che, però, dalla strada non si vede. Bisogna cercarla, la Mely's, per trovarla. Ed è giusto così. Il suo valore “invisibile” è proprio dentro la sede, nelle decine e decine di mani esperte che con il filo creano capolavori d'artigianato. Che fanno la fortuna del Made in Italy. Che hanno respinto la crisi senza sotterfugi, senza scappare, senza compromessi. E con un'arma sola: il saper fare. Marco Sanarelli è il figlio di Amelia e di

Italo, che hanno – dal nulla – creato la Mely's. Oggi, l'azienda è nelle sue mani e in quelle delle moglie Daniela. Le sue tre figlie, Maria Claudia, Maria Elena e Maria Laura, sono la terza generazione che si appresta ad assumere la guida. Marco apre con orgoglio ogni porta dello stabilimento, tra telai, cucitrici e una cascata colorata di filati. Un microcosmo da 120 dipendenti diretti e oltre 250 in subfornitura. Sorride mentre spiega, poi si ferma, per controllare con occhio clinico la resa di un tessuto lavato che viene sottoposto al suo giudizio. Poi inizia a sfogliare l'album della famiglia Mely's, partendo dall'inizio. “Mia madre, Amelia, nacque in Francia

Azienda artigiana proiettata nel futuro Dagli esordi sono passati quasi 64 anni e Mely's è entrata nel futuro attraverso una serie di scelte ponderate, dal punto di vista dell'innovazione – sfruttando tecnologie utili al miglioramento delle performance aziendali – senza mai perdere di vista le proprie origini e senza diluire la forza del sapere artigianale. Sono stati adottati sistemi Rfid per la tracciabilità del prodotto, è stata installata la fibra, innovato il sistema gestionale per controlli puntuali, aperto un centro di ricerca e sviluppo nell'azienda.

da genitori emigrati – racconta Marco. C'erano tanti italiani all'epoca che partivano per trovare impiego. Mio nonno lavorava nelle miniere di carbone e morì di silicosi una volta tornato in Italia. Mia madre è cresciuta Oltralpe sentendosi chiamare “Amelie”, alla francese. Nome che, rimpatriando, si portò appresso, tramutato in Mely”. Un genitivo sassone in fondo, ed ecco nato il brand “Mely's”. Dietro si alimentava il sogno di Amelia e del marito, Italo Sanarelli. “Per dar forma al desiderio ci volle la concretezza di una cambiale, con cui fu acquistata la prima macchina da cucire. Le mani di mia madre – che già realizzava maglioni artigianali – e l'abilità di vendita di mio padre fecero il resto”, continua Marco. Era il 15 novembre 1956 quando la Mely's fu inaugurata: sullo sfondo di un'Arezzo povera, profondamente ferita dalla guerra, ma vogliosa di riscatto, partiva l'avventura col simbolo delle mani e del filo. Ad Amelia si aggiunsero alcune lavoratrici nel piccolo laboratorio di via Vittorio Veneto. Il cashmere era ancora lontano da venire, si lavorava la lana, il cotone, l’acrilico. Forma impeccabile, fattura artigiana: i Magazzini Ficai di Arezzo e i Magazzini Giglio di Firenze distribuivano senza difficoltà. “La svolta è arrivata agli inizi degli anni


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'60” continua Marco, annunciando la prima leggendaria vendita strutturata che permise all'azienda aretina di farsi conoscere in Francia. Ovvero – trattandosi di moda – nel mondo. Il mito fondativo racconta di una avventurosa trasferta a Parigi “a bordo di una Fiat Seicento e con una valigia di campionario”. La conoscenza della lingua e della cultura francese permisero ad Amelia di prendere un appuntamento con un responsabile delle prestigiose Galeries Lafayette. In una saletta d'aspetto affollata, Amelia e Italo si fecero largo, impressionando il direttore. “Si chiamava monsieur Bosque – dice Marco con un sorriso. Una volta che aprì la valigetta di mio padre, esclamò: E' proprio quello che voglio”. La Mely's aveva fatto il primo, grande, centro. “Da piccola magliettaia, il laboratorio artigianale si ingrandì per rispondere ai nuovi ordinativi programmati”. Alla fine degli '60 e nei primi '70 il rapporto con Firenze diventò solido. “La città, in quel periodo, era la capitale della moda italiana, nonché uno dei punti di riferimento mondiali del settore. E per la Mely's, aretina, fu una fortuna enorme”. Nell'immediato dopoguerra, infatti, la brillante intuizione dell'imprenditore Giovanni Battista Giorgini, di fatto, “creò” l'alta moda in Italia, con la prima sfilata del genere a Firenze, nel 1951. Il mondo scoprì allora l'eleganza del Made in Italy, che peraltro vantava prezzi più competitivi rispetto alla moda

parigina. I grandi stilisti nazionali si affermarono a seguito di quell'episodio e Firenze calamitò progressivamente attenzione, diventando un hub del fashion. Tanto che tutte le maison aprirono sedi in città. “Mely's riuscì a inserirsi in questo circuito tra gli inizi degli anni '60 fino ai primi anni '80: aveva penetrato i principali department store globali, perché tutti i colossi della distribuzione mondiale avevano uffici commerciali a Firenze e – prosegue Marco Sanarelli – questo permise, nel 1966, di trasferirsi

“La nostra forza è uno staff consolidato, tra cui maestre magliettaie che si tramandano il savoir-faire che ci viene richiesto.”

da Saione a Olmo in un vero stabilimento strutturato. Ma dagli inizi degli anni '70 si aprì un nuovo capitolo, con un grande salto qualitativo. Perché arrivarono le grandi firme”. Mely's si affermò, diventando sinonimo di quel “tocco” italiano nella realizzazione dei capi tanto richiesto dal mercato . “La prima casa di moda con cui l'azienda collaborò – dice Marco – fu Christian Dior, seguirono tante altre. Abbiamo lavorato al fianco di tutti i più grandi nomi e continuiamo a farlo. Hermes, Chanel solo per citarne


Fabbrica green, nuova vita per gli scarti di produzione Da tempo Mely's rivolge un'attenzione particolare al rispetto dell'ambiente, promuovendo pratiche volte all'ecosostenibilità . Cerca di ridurre l'impatto dell'attività produttiva sull'ambiente e sfrutta fonti energetiche rinnovabili. L'azienda si è infatti dotata di un impianto fotovoltaico, conferisce responsabilmente tutti gli scarti di produzione, dirottandoli verso imprese che li riciclano, ottenendo materie prime di seconda generazione usate, ad esempio, per le imbottiture dell'industria automobilistica.

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Marco Sanarelli con la moglie Daniela e le figlie Maria Claudia, Maria Elena e Maria Laura. In basso Amelia Donati, fondatrice dell'azienda

alcuni. A metà degli anni '80 la nostra clientela era già formata dalle più grandi griffe”. L'identità di Mely's, ormai definita, si consolida. Si apre l'era del cashmere. E l'azienda cresce ancora. I dipendenti non sono più alcune decine, l'impresa merita uno spazio nuovo. “Alla fine degli anni '90 – aggiunge Marco – è iniziata la progettazione dell'attuale stabilimento.

Lo abbiamo inaugurato nel 2001. Dal 1990 ho portato avanti l'attività assieme a mia sorella Elena, affrontando insieme la crisi. Abbiamo resistito, facendo leva sull'elemento che ci contraddistingue: il nostro saper fare. Il settore del lusso ha accusato meno il colpo rispetto agli altri: possono esserci oscillazioni di mercato, ma non tracolli. Avevamo anche creato un marchio nostro, ma non ha funzionato. Così abbiamo deciso di proseguire nella strada per noi più congeniale: sviluppare e produrre capi pregiati per le grandi case di moda. E, dopo una contrazione degli ordini a cavallo tra il primo e secondo decennio degli anni 2000, siamo ripartiti più forti di prima. Dal 2017 sono rimasto solo alla guida, con mia moglie e le mie tre figlie”. E adesso? “Dobbiamo ampliarci ulteriormente – spiega Marco – ma rimarremo in zona, con una nuova struttura. Non delocalizziamo, nonostante le diffi-

coltà, la burocrazia, la mancanza di infrastrutture. La Toscana è la patria delle cose ben fatte. Ci sono tutti gli elementi per un artigianato di qualità assoluta. La nostra forza è uno staff consolidato, tra cui maestre magliettaie che si tramandano il savoir-faire che ci viene richiesto. Giochiamo una partita piccola, ma di livello altissimo: realizziamo circa 50mila capi annui con 300 diverse referenze. Siamo costantemente alla ricerca di tecniche innovative, di filati particolari, di macchinari all’avanguardia per creare capolavori, una maglieria costosissima per nicchie di clientela. Ho visto i nostri capi indossati da star, principesse, premières dames, grandi attrici e top model, motivo di grande soddisfazione. Una scalata vertiginosa, insomma. “Sì, ma alla fine – conclude Marco – non dimentico mai che il tesoro della Mely's sono le meravigliose mani che sanno come si lavora”.


area creativa

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UP LUOGHI

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il palazzo della

fraternita dei laici 16


UN MUSEO NEL CUORE DI AREZZO, CON UN PATRIMONIO ARTISTICO CHE RACCONTA LA STORIA DELLA CITTÀ E L’OROLOGIO ASTRONOMICO CHE È UN UNICUM A LIVELLO ITALIANO. ALLA SCOPERTA DI UN LUOGO SIMBOLO NELLA PIAZZA PIÙ AMATA DAGLI ARETINI DI MARCO BOTTI / IN COLLABORAZIONE CON FONDAZIONE AREZZO INTOUR

Piazza Grande, con la sua forma trapezoidale, il piano inclinato, i diversi stili architettonici che si legano tra loro creando una combinazione unica, è considerata una delle piazze più belle e caratteristiche d’Italia. Lungo il suo perimetro si trovano ancora oggi edifici pubblici e privati di notevole rilevanza. Uno dei più conosciuti e ammirati è il Palazzo della Fraternita dei Laici, sede di un ente che dal Duecento a oggi ha segnato la storia della città in ambito sociale e culturale. BREVE VIAGGIO AGLI ALBORI DELL’ISTITUZIONE La Pia Confraternita di Santa Maria della Misericordia, meglio conosciuta come Fraternita dei Laici, fu fondata nel corso del XIII secolo come istituzione dedita all’assistenza, al soccorso, alla beneficenza e alla sepoltura dei defunti. Il primo statuto conosciuto venne redatto nel 1263 e approvato dal vescovo Guglielmino degli Ubertini. Nei secoli successivi si aggiunsero altri compiti, come ad esempio la gestione degli ospedali cittadini, l’amministrazione dei patrimoni familiari dei minori orfani, l’educazione femminile e i sussidi ai talenti artistici. Dopo aver utilizzato vari luoghi per le adunanze del Magistrato, nel Trecento fu decisa la costruzione di una sede di rappresentanza nella piazza principale della città, nella zona dove già sorgeva l’ospedale di Santa Maria de Platea. Nel 1375 cominciò la realizzazione della facciata, affidata ai fiorentini Baldino di Cino e Niccolò di Francesco, che andò avanti per un paio di anni, finché i lavori si fermarono alla prima cornice sopra gli

archi. La crisi politica che investì Arezzo ebbe infatti ripercussioni anche nella sua economia. UN LASCITO FONDAMENTALE PER RIPARTIRE NEL SEGNO DEL ROSSELLINO Nel 1410 morì il ricco mercante Lazzaro di Giovanni di Feo Bracci il quale, non avendo eredi, lasciò tutto alla Fraternita. Le nuove risorse furono fondamentali per la ripresa del cantiere negli anni Trenta di quel secolo. A progettare il secondo piano fu chiamato Bernardo Rossellino. Per la facciata il grande architetto e scultore fiorentino realizzò anche un bassorilievo con la Madonna della Misericordia tra i protomartiri Lorentino e Pergentino, che protegge sotto il suo manto il popolo aretino. Ai lati, nelle edicole, furono collocate le statue di San Donato e del Beato Gregorio. Gli interventi alla facciata proseguirono fino al 1461 e terminarono con il ballatoio firmato da Giuliano da Settignano. Con il secondo ordine Rossellino e i suoi collaboratori fusero il preesistente impianto gotico con il nuovo linguaggio rinascimentale. Nei decenni a seguire il complesso architettonico continuò ad ampliarsi, andando a ospitare anche il Monte Pio. A metà del Cinquecento, su disegno di Giorgio Vasari, l’edificio fu impreziosito dal campanile a vela di gusto manierista che accolse un orologio astronomico. Nella seconda metà del Seicento fu aggiunta la facciata all’ampliamento verso la Pieve. Nel 1786 la struttura fu affittata al Tribunale o Ruota Civile. Nei locali rimasti liberi la Fraternita lasciò in momenti diversi la Libreria, ovvero la prima biblio-

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GEOLOCALIZZAZIONE


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UN NUOVO MUSEO NEL CUORE DI AREZZO Dal 2010 il Palazzo di Fraternita è diventato anche un museo frequentato e apprezzato da tanti turisti e dagli stessi aretini. Dal bookshop, dove si possono trovare i prodotti tipici delle Tenute di Fraternita come olio, vino, mele e farina, oggetti d’artigianato artistico, guide e libri sul territorio, inizia il percorso di visita. La Sala delle Udienze ospita lo stupendo affresco con la Madonna della Misericordia di Parri di Spinello, restaurato di recente, eseguito dal figlio di Spinello Aretino tra il 1446 e il 1448. A seguire incontriamo il dipinto a olio su intonaco di Pallade Atena, realizzato da Angelo Ricci nel biennio 1781/82 per quello che era l’ingresso della Biblioteca. Girando a sinistra si accede alla Sala del Palazzo, che accoglie alcune opere di proprietà della Fraternita come il Cristo in pietà tra Maria e San Giovanni di Spinello Aretino, affresco staccato del 1395 che si trovava nella facciata. Questa sala ospiterà fino a metà 2020 anche la mostra Guido d’Arezzo. Mille anni di storia, arte e musica, che ha permesso di attivare Artime is Art, una app in realtà aumentata dedicata ai lavori esposti e a quelli in permanenza nel museo. La Sala Torri, affrescata con la Madonna della Misericordia di Teofilo Torri del 1612 e le allegorie della Fedeltà e della Carità di Salvi Castellucci del 1669, conserva il Dio benedicente di Federico Barocci del 1579, posto in origine a coronamento della celebre Madonna del Popolo, commissionata nel 1575 al grande pittore urbinate, oggi agli Uffizi. Nella stessa stanza è da ricordare la Madonna della Misericordia di Bartolomeo della Gatta e collaboratori del 1490, proveniente dal Monte Pio.

Dalla Sala delle Armi si può accedere infine al Museo dell’Oro, dove si ammira una selezione di gioielli della collezione Oro d'autore, di recente acquisita dalla Regione Toscana, realizzata da artisti, stilisti e designer di fama mondiale. UN PATRIMONIO ARTISTICO ETEROGENEO CHE RACCONTA LA STORIA DELLA CITTÀ Lo scenografico scalone accompagna il visitatore al primo piano, non prima di passare di fronte all’accesso alla CaMu, la Casa della Musica gestita dalla prestigiosa Scuola di Musica di Fiesole. La ricca quadreria è dislocata in sette stanze e vi si incontrano opere d’arte che coprono un arco temporale che dal Quattrocento arriva ai nostri giorni, nonché molti ritratti di personaggi illustri tra regnanti, politici, artisti, benefattori e rettori della Fraternita. Pezzo forte è il San Rocco di Bartolomeo della Gatta del 1479, commissionato dall’istituzione al grande artista rinascimentale per la fine di un’epidemia di peste. Nel corridoio con soffitto a cassettoni che conduce all'Archivio si ammira una piccola parte della Collezione Bartolini, preziosa raccolta di disegni e stampe soprattutto del periodo neoclassico. La Sala dell’Acquedotto propone invece dipinti, disegni, documenti e video che riguardano la città e l’opera idraulica di proprietà della Fraternita. Nella stanza sono presenti anche la settecentesca Veduta di Piazza Grande e la Pianta del condotto vasariano di Arezzo e della fonte della piazza, eseguita nel 1696 da Giovan Battista Girelli, dove si osserva il percorso dell’acqua dalla zona di Cognaia a Piazza Grande. Salendo un ulteriore piano si arriva agli uffici dei dipendenti della Fraternita, alla Sala degli Orologi con la Collezione Casi e la Collezione Burzi e alla Sala Pieve, utilizzata per conferenze, laboratori didattici e mostre di arte contemporanea. Un’ultima rampa di scale sfocia nella terrazzina della Torre dell’orologio, meta fissa di ogni turista, da cui si gode di un panorama indimenticabile sui tetti di Arezzo.

COME FUNZIONA L’OROLOGIO ASTRONOMICO, UN UNICUM A LIVELLO ITALIANO Strumento unico nel suo genere, l’orologio di Fraternita fu costruito nel 1552 da Felice da Fossato. Esso funziona grazie a un congegno di azionamento a corde e pesi di pietra. Ha una autonomia di circa trenta ore e ogni sera viene ricaricato manualmente. Sul quadrante orario le ore sono contrassegnate da numeri romani e vengono scandite da una lancetta unica, a forma di trifoglio, che compie due giri al giorno. L’elemento più caratteristico è il secondo quadrante astronomico mobile, con la Terra al centro e il Sole e la Luna che le ruotano attorno, secondo la concezione tolemaica. Nel quadrante sono presenti il calendario lunare in numeri arabi, segnato da un raggio di sole, e le fasi lunari con il globo metà nero e metà dorato, che varia colore ruotando sul suo asse. Osservando l’orologio si possono calcolare anche la posizione della Luna rispetto alla Terra e quella del Sole nel cielo rispetto ai punti cardinali individuati nel quadrante orario. In passato l’orologio e i rintocchi delle tre campane a esso collegate ritmavano la vita degli aretini e fornivano ai contadini informazioni sulle attività agricole associate al calendario lunare. LA FRATERNITA DEI LAICI OGGI E DOMANI Con il ritorno in Piazza Grande nel 2010, sotto la direzione di Liletta Fornasari, la Fraternita dei Laici si è riappropriata del suo ruolo centrale per Arezzo. L’attuale direttore dell'ente è Paolo Drago, mentre l'attuale Magistrato è composto dal primo rettore Pier Luigi Rossi e dai rettori Daniela Galoppi, Arturo Ghezzi, Monica Manneschi e Andrea Pastorelli, che continuano a portare avanti con passione, competenza e dedizione gli antichi compiti. Da segnalare anche gli interventi conservativi al patrimonio degli ultimi anni, come i restauri di opere d’arte, dell’Acquedotto Vasariano, della terrazza e della fontana di fronte all’abside della Pieve, ultime operazioni in ordine di tempo di una lunga storia che ha ancora tante pagine da scrivere.

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teca pubblica della città, la Scuola libera di disegno e modellatura e le raccolte di Antichità e Storia naturale. Nella fase finale dell'Ottocento l’intera struttura fu adeguata a uffici giudiziari, fino al trasferimento del 2008 di questi ultimi nell’area dell’ex ospedale Garbasso e al conseguente ritorno in Piazza Grande dell’ente.


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01 \ PAGAMENTO FACILE E VELOCE Pagare la sosta nei parcheggi gestiti da Atam adesso è molto più facile e veloce. Niente più monetine e banconote da inserire nel parcometro, basta un semplice click sullo smartphone. E’ sufficiente scaricare da Play Store e App Store la nuova App ATAM PARKING

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Registrare la modalità di pagamento prescelta (carta di credito)

Indicazione dei posti liberi/ occupati per ogni area di sosta

Registrare una o più targhe a seconda delle autovetture utilizzate

05 \ INFORMAZIONI IMPORTANTI NON sarà necessario esporre alcun biglietto sul parabrezza Il personale ausiliario della sosta verificherà il corretto pagamento tramite tablet Tutte le operazioni di pagamento rimarranno a storico e saranno sempre consultabili Per ulteriori chiarimenti si può contattare il numero verde gratuito 800 381 730 dal lunedì al sabato dalle 8 alle 14 e il lunedì pomeriggio dalle 15.30 alle 18.30

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Carlo Donati, maestro artigiano, fotografato nella sua sartoria di piazza Risorgimento


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UP ECCELLENZE

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ELEGANZA A MISURA D'UOMO SETTANT 'ANNI DI CARRIERA ALLE SPALLE, UN BRAND CHE VUOL DIRE QUALITÀ, IL TALENTO STRAORDINARIO NEL CREARE ABITI DI CLASSE. LA STORIA DI CARLO DONATI, MAESTRO ARTIGIANO DELLA SARTORIA, SI INTRECCIA CON QUELLA DELLA CITTÀ DAL 1962: PASSIONE, ABILITÀ, STILE MESCOLATI INSIEME ALL'AMORE PER AREZZO. “ TANTE VOLTE MI HANNO OFFERTO DI LAVORARE ALTROVE, IN ITALIA E ALL'ESTERO, MA SONO SEMPRE RIMASTO QUI. E SONO IN PACE CON ME STESSO” DI ANDREA AVATO

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ago e il filo, il metro e gli occhiali, il vestito impeccabile e l'aria serena di chi ha mescolato la vita e il lavoro fino a renderli una cosa sola, un orgoglio, un fiore all'occhiello. Carlo Donati ha abbracciato la professione da ragazzino e se l'è goduta fino in fondo. La verità è che non ha scelto di fare il sarto ma ha semplicemente assecondato le pulsioni del cuore. Dal 1962 in piazza Risorgimento ad Arezzo, con quasi settant'anni di carriera alle spalle e un brand che vuol dire qualità, commendatore e cavaliere della Repubblica, potrebbe ritirarsi e dedicarsi agli amati viaggi, alle buone letture, al meritato riposo. Invece no. Carlo, cos'è che la trattiene dentro la sua boutique? Sartoria, prego. Sartoria. Non le è ancora venuta voglia di staccare, di fermarsi dopo tanti anni? No. Mi emoziono come quando ho cominciato ed è questa la molla che mi tie-

ne su. Quando metto l'abito nuovo sul manichino, provo le stesse sensazioni degli inizi. E sto bene. Per quanto ancora andrà avanti? Ah, questo non lo so. Ma se continuo è per la sartoria, non certo per il commercio. Però lei oggi ha tre negozi, non uno solo. Non si sente un commerciante, un imprenditore? No, mi sento ciò che sono sempre stato: un artigiano. Tirare fuori la creatività mi fa sentire vivo e mi spinge sempre un po' più in là. Il merito è anche di mia moglie Marisa. Perché? Perché è sempre stata al mio fianco, ieri come oggi. Mi ha sostenuto, incoraggiato, spalleggiato. Siamo sposati da mezzo secolo e lo posso dire: le donne hanno una marcia in più. Qual è il suo stato d'animo in questo momento: c'è ancora spazio per una certa inquietudine o prevale la serenità? Sono in pace con me stesso. Ho visitato

tanti posti in giro per il mondo, ho due figli, riesco a ritagliarmi il tempo per leggere le riviste di moda e la passione per il lavoro non mi ha mai abbandonato. Con il cuore e con le mani si possono plasmare sentimenti forti. Uno come lei ha ancora un obiettivo da raggiungere? Mi dicono che ispiro fiducia e questo mi basta, è il più bel complimento per me. C'è un momento preciso in cui tutto è cominciato? Sartoria Argento di via Roma, 1956. Sono entrato da apprendista, ci sono rimasto sei anni. Tra i clienti c'erano personaggi aretini molto noti a quell'epoca. Ricordo che li guardavo con un mix di soggezione, ammirazione e deferenza. Mi domandavo se ce l'avrei mai fatta, un giorno, a farli entrare dentro una sartoria tutta mia. Beh, c'è riuscito. Ma non è stato facile. Ho faticato, ho studiato, ho lavorato. A 27 anni ero presidente del gruppo giovani di Confartigianato, poi sono diventato presidente

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Francesco Guidelli Via F. Crispi 58/A | Arezzo +39 0575 23872 | +39 338 5444990 | francesco@lofficinadeifiori.it


provinciale e membro di giunta della camera di commercio. Lì ho conosciuto Fabio Inghirami, grande amico e grande maestro. Eppure c'è chi non ama gli oneri dell'associazionismo. Troppo noioso dicono in tanti, troppa rappresentanza e poco costrutto. Lei la pensa diversamente mi pare. Sì, perché dentro le associazioni c'è la vita. Ho frequentato tante persone, ho imparato tante cose. A 35 anni sono entrato all'accademia dei sartori, il più giovane in assoluto. Ancora adesso sono presidente nazionale dell'associazione sarti e stilisti. Ma una delle soddisfazioni più belle è la scuola europea di alta sartoria a Roma: faccio il docente, tengo lezione ai ragazzi che vogliono imparare il mestiere. Perché c'è poco ricambio generazionale per questa professione? Nemmeno i suoi figli hanno seguito la stessa strada. Scelte personali, di vita. E poi perché è un lavoro che richiede talento, applica-

zione e molto sacrificio. Oggi non va di moda. Glielo dice questo ai ragazzi della scuola? Dico loro di coltivare la passione, senza quella è meglio che pensino a fare altro. Gli istituti professionali dovrebbero servire a formare forza lavoro, invece vedo che non è così. Ah, serve anche la testa, ma in questo caso non c'è scuola che tenga. O ce l'hai o non ce l'hai. Le tre qualità del buon sarto quali sono? Manualità, intuito, feeling con la clientela. Aggiungo la lungimiranza: se uno resta ancorato al passato e non ha l'abilità di rinnovarsi, viene stritolato. Com'era Arezzo quando ha aperto la sartoria Donati? Era una città in pieno boom, tutta da costruire, da immaginare, da vivere. E con decine di sarti in giro per la provincia.

Oggi quanti siete? Pochi. Io ho una clientela affezionata, non mi lamento. Ma ogni volta che si presenta qualcuno intenzionato a farsi un vestito su misura, cucito addosso a lui, mi si apre il cuore. Sa come si dice in questi casi? Come? Il vestito su misura ingrassa con me e dimagrisce con me. Arezzo del 1962 era migliore dell'Arezzo di oggi? Non lo so, non voglio cadere nel tranello della nostalgia. Di sicuro spuntavano negozi e botteghe a ogni angolo, il centro storico fremeva di attività. I tempi sono diversi, non saprei dire se migliori o peggiori. Quello che mi spiace è che non siamo riusciti a valorizzare le nostre bellezze artistiche, culturali, paesaggistiche. E ne abbiamo un'infinità. Un cliente americano mi diceva sempre che l'Italia è il paese più bello del mondo. E che la Toscana è la regione più bella d'Italia. Io mi permetto di aggiungere che Arezzo è una delle città più belle della Toscana.

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“Un Buon sarto deve avere Manualità, intuito, feeling con la clientela Ma anche lungimiranza. Senza la prontezza di assecondare le tendenze, prima o poi si paga il conto.”


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Tant'è che agli stranieri regalo sempre libri sulla storia aretina. A proposito di aretini. Sono cambiati nel tempo o sono sempre gli stessi? Tutto cambia: il mondo, la gente, anche noi. Un po' botoli ringhiosi lo eravamo e lo siamo, anche se a me lascia perplesso questa globalizzazione del possesso. Abbiamo tutto e tutto ci sfugge in un attimo. Non mi piace granché. Prima ha ricordato il centro storico degli anni sessanta. Quello di oggi è in crisi irreversibile o si può fare qualcosa per rivitalizzarlo? E' una battaglia che si può vincere solo se si affronta insieme. Shop online e grande distribuzione stanno distruggendo tutto: il lavoro diminuisce, la vita è cara, il sistema non protegge nessuno. Comprare un abito con un click sul telefono è veramente un progresso? Per me no, per me è un impoverimento. Lei il centro storico non l'ha mai abbandonato. Come ha saputo resistere? Io non ho mai lasciato Arezzo perché amo questa città, nel bene e nel male. E poi sono uno spirito libero, non avrei potuto fare il dipendente: ho ricevuto più di un'offerta da aziende importanti, in Italia e all'estero. Ma lavorare per l'azienda che ho creato io è tutta un'altra cosa. E sono rimasto qua. In una città di provincia. In una città tra le più affascinanti e importanti d'Italia. La sartoria, poi il negozio di abbigliamento per donna, quindi quello casual e per un target giovane. Rifarebbe queste scelte? Sì. L'ho detto prima: tutto cambia intorno a noi. Se non abbiamo la prontezza di assecondare le tendenze, prima o poi paghiamo il conto.

“ai miei ragazzi della scuola di alta sartoria Dico di coltivare la passione, senza quella è meglio che pensino a fare altro.”

Come si veste la gente nel 2020? Ha stile e buongusto oppure deve metterci le mani lei, in tutti i sensi? Premessa: io sono legato a un concetto classico del buon vestire. Adesso gli accostamenti sono più estrosi, più liberi e sportivi. In certe occasioni, secondo me, non si può prescindere da un vestito elegante, da uno stile impeccabile e da un aspetto decoroso. Richieste folli da parte dei clienti ne ha mai avute? Altro che, di abiti stravaganti ne abbiamo cuciti a iosa. Il cliente che vuole convincerti a fare come dice lui, a scegliere il tessuto che dice lui, c'è sempre stato. Ma la mia sicurezza nell'obiettare è sempre stata la mia forza e il freno migliore per certe pretese sopra le righe. A ognuno il suo mestiere, la penso così. Quanto tempo ci vuole per avere un abito su misura? Dipende. In media riusciamo a consegnare in venti o trenta giorni. Quando le dicono che il suo è un settore di nicchia, come la prende? La sartoria artigianale non è di nicchia, non l'ho mai pensato e i fatti mi hanno sempre detto che non è così. E' chiaro però che un vestito cucito addosso, su misura, con un bel tessuto, ha il suo costo. Carlo, complimenti per il suo entusiasmo. Come vuole chiuderla questa intervista? Con un ricordo e un ringraziamento. Prego. Un pensiero affettuoso e un grazie ai miei collaboratori, comprese Assuntina e Antonella. Hanno lavorato con me e per me da quando avevano 14 anni. Oggi sono in pensione, saluto tutti con l'affetto che si meritano.


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La piccola confezione di una grande storia IMOLA GIRAMONDI, PER TUTTI MIMMINA, HA RAPPRESENTATO UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER L’IMPRENDITORIA DEL TERRITORIO. “SONO STATA LA PRIMA A GARANTIRE IL SABATO LIBERO ALLA MAESTRANZE E LE MIE OPERAIE ERANO LE PIÙ PAGATE D’ITALIA, SENZA MAI UN GIORNO DI SCIOPERO”. DALLA SOTTOVESTE CREATA QUASI PER CASO NEL 1953 ALL’ATTIVITÀ DI SUCCESSO DURATA FINO AL 1996. OGGI SI GODE I PRONIPOTI E IL RICORDO DELL’AMATO AZELIO DI CHIARA CALCAGNO

te con un carattere e una tempra pari a quella di un leone” e, a Firenze, rivolgendosi agli altri imprenditori che si lamentavano per le continue agitazioni sindacali nei loro stabilimenti, disse: “chiedete a Mimmina come fa”. Questa storia inizia nel 1953 quando in Italia si raccoglievano i pezzi dopo la lacerante guerra. “C'erano miseria e devastazione, ma anche entusiasmo. E una grande voglia di ricominciare. Io mi ero appena sposata e, dopo essermi fatta prestare 19mila lire da un amico, andai a Firenze. Senza un'idea, senza un progetto, ma con la consapevolezza che avrei dovuto inventarmi qualcosa per sopravvivere. Entrai in un negozio di stoffe e, guidata dall'istinto, ne comprai alcune. Tornai a casa e, dopo aver impugnato ago e filo, decisi di creare una sottoveste. Fu un disastro. Non vestiva bene, non metteva in risalto le forme. Per rimediare, increspai la parte vicino al seno e, come per magia, cambiò aspetto. Andai a Siena per mostrare il modello a un amico grossista: rimase sbalordito. Mi chiese di presentarmi la settimana dopo con altre sottovesti. Raddoppiai il mio debito per acquistare nuovi tessuti, ma ne valse la pena. Iniziò così la mia attività”. In un primo momento quella donna tenace si dedicò all'intimo, nella sua abitazione; poi passò alle camicie e agli abiti, assumendo alcune collaboratrici. Nove anni più tardi, nel 1962, nacque a Badia al Pino l'azienda Mimmina Confezioni che

divenne, in breve, uno dei marchi di abbigliamento più conosciuti e apprezzati d'Europa, distribuito in tutto il mondo. Un esercito di 700 operaie dalle abili mani, guidato da un esile generale dai capelli biondi, creava capi di abbigliamento eleganti e di design. Ma anche borse, ombrelli, bigiotteria, profumi, occhiali. L'azienda si trovava vicino alla stazione ferroviaria della frazione in modo che fosse facilmente raggiungibile per le operaie e i turni di lavoro non iniziavano prima delle 8 di mattina per dare la possibilità alle mamme di accompagnare i figli a scuola. Un esempio di avanguardia che segnò un punto di svolta generazionale in una zona allora isolata e depressa. Mimmina, sempre sostenuta dal marito Azelio Rachini, lavorava fianco a fianco alle sue operaie. Poi si toglieva la vestaglia e volava a Parigi, a Milano, a Londra per presentare le sue collezioni. Instancabile e determinata. Negli anni, anche la figlia Donella e il genero Ettore Catalani sono entrati a far parte dell'azienda, contribuendo in maniera significativa alla crescita del brand. Una lunga e proficua attività durata fino al 1996. Adesso Mimmina, occhi dolci e sguardo profondo, si gode i suoi due pronipoti, raccontando loro l'incredibile fascino e la contagiosa risata del bisnonno Azelio. Per i giovani di oggi ha un solo consiglio: “Imparate ad essere tenaci: costanza e forza di volontà sono le armi più efficaci per raggiungere gli obiettivi".

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i avevano invitata per una pizza fra amiche a Badia al Pino. Una volta arrivati mi indicarono un grande capannone. Entrai convinta che si trattasse di una specie di sagra e invece... il frastuono quando varcai la soglia fu lo stesso di quando Maradona segnava al San Paolo di Napoli. Venni sommersa da urla, applausi, risate. Lì, riunite, c'erano 350 delle mie donne, le mie lavoratrici. Un istante dopo, fra lacrime e volti commossi, intonavano insieme i migliori anni della nostra vita. E' stata l'emozione più grande che potessero regalarmi”. Ognuna aveva in mano una pergamena con scritto “C'era una volta la Mimmina” e sotto erano riportati aneddoti, ricordi, pensieri cuciti nel cuore durante gli anni del lavoro in fabbrica. Presenti anche alcuni uomini, che mai avrebbero perso l'occasione di essere lì: per riabbracciare colleghe, compagne e rendere omaggio a una piccola grande donna. In un'epoca difficile per il gentil sesso, Mimmina, all'anagrafe Imola Giramondi, aveva insegnato loro un mestiere e, con esso, aveva predicato indipendenza, grinta, amore per se stesse, dignità e ambizione. “Sono stata la prima imprenditrice a garantire il sabato libero alle lavoratrici. E, per sette anni consecutivi, le mie operaie sono state le più pagate d'Italia. Mai un giorno di sciopero”. Il presidente Sandro Pertini la definì “una donnina di un metro e nien-


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nata per la camicia

L’AZIENDA DI FAMIGLIA, I SEGRETI DEL MESTIERE APPRESI DA BAMBINA, I VIAGGI IN ITALIA E NEL MONDO PER IMPARARE A LAVORARE I TESSUTI: ALICE MAZZI, 32 ANNI, OGGI SI È MESSA IN PROPRIO E GESTISCE IL LABORATORIO E LA BOUTIQUE “SUMISURA” IN VIA DELLA CHIMERA. “I CAPI CHE REALIZZO PER I MIEI CLIENTI NON DEVONO ESSERE ELEGANTI E BASTA, DEVONO ANCHE RACCONTARE LA PERSONALITÀ DI CHI LI INDOSSA. E’ QUESTA LA SFIDA CHE MI APPASSIONA OGNI VOLTA” DI MATILDE BANDERA

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abito non fa il monaco, ma uno stile curato e ordinato è il primo, immediato biglietto da visita che si offre di se stessi, sia nella sfera privata che professionale. La camiceria “Sumisura” di Alice Mazzi permette ai numerosi e affezionati clienti di indossare capi dalla vestibilità impeccabile, realizzati secondo la più nobile tradizione sartoriale. “Il mio cliente tipo è l’imprenditore attento al dettaglio, che sin dalla prima occhiata tiene a trasmettere affidabilità e precisione, ma anche il proprio gusto in fatto di moda. Ciò che offro è un’esperienza creativa a tutti gli effetti, perché tramite le mie mani possono mettersi addosso un capo unico e, spesso, frutto della loro immaginazione”, racconta Alice. Chi sceglie capi “Sumisura” non lo fa solo per essere perfetto in occasioni formali, ma anche per esprimere liberamente stile e carattere tramite indumenti ricercati e realizzati insieme ad una stilista attenta e meticolosa, che sceglie con

attenzione tessuto, modello e ogni tipo di dettaglio. “Il mio è un mestiere poco ambito, non sono molti i ragazzi che decidono di imparare a svolgere professioni nell’ambito dell’artigianato. In un certo senso mi sento avvantaggiata in questo: me ne sono innamorata da quando ero bambina, respirando “polvere di camicie” e curiosando nell’azienda d’abbigliamento di famiglia. Non ho mai avuto dubbi su quello che sarebbe stata la mia strada: per diversi anni ho lavorato con mia mamma e mia nonna, prima in laboratorio e poi gestendo la boutique, finché non ho deciso di dedicarmi a un’attività tutta mia, in cui dare spazio alle mie idee. Ho affinato la tecnica di realizzazione dei cartamodelli e studiato processi produttivi in giro per l’Italia e il mondo, osservando attentamente le modalità con cui le mani più sapienti ed esperte lavorano diversi tipi di tessuto”. I primi passi sono stati piccoli ma decisi: forte di un concept e di uno spirito imprenditoriale ben definiti, unitamente

alla perfetta conoscenza del prodotto, Alice gestisce l’attività da sola, anche se un giorno potrebbe trasformarla in una sorta di franchising. Oggi la boutique si trova in via della Chimera, ad Arezzo, ed è sia laboratorio che punto vendita. Sorridente, ottimista e sicura di sé, questa 32enne ragazza aretina sa organizzarsi perfettamente il lavoro, accogliere i clienti, rendere reale un’idea, fare tendenza: “Ciò che mi dà più soddisfazione è realizzare capi che raccontino la personalità di chi li indossa. Quando un cliente mi chiede una camicia ispirata a quella di qualche VIP vista sui social, per me è una sfida e al tempo stesso un gran divertimento. Ciò che rende felice lui è avere nel guardaroba una camicia unica, originale, stilosissima e dalla vestibilità perfetta. Ciò che appaga me, confermandomi di essere sulla strada giusta, è saper interpretare le sue richieste grazie alla mia sensibilità, alla mia tenacia e al grande bagaglio di esperienze che, con dedizione, ho messo insieme in questi anni di lavoro”.


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Roberto Ghezzi, artista cortonese. Le sue installazioni si trovano in Italia, Alaska, Francia, Svizzera, Islanda, Sud Africa, Tunisia, Norvegia e Patagonia

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L'arte di far disegnare la natura DI CHIARA CALCAGNO

L’

arte l’ha sempre respirata. Quando è nato, lei già risedeva in casa sua, una fidata compagna a cui chiedere e con cui confidarsi. Suo nonno Gino era scultore, suo padre Alberto pittore. E la natura l’ha sempre vissuta e sentita. Le lunghe attese, da bambino, davanti allo specchio d’acqua del lago Trasimeno e le serene passeggiate nei boschi di Cortona per cercar funghi o per pescare in un torrente. Il canto del vento, il sussurro dell’acqua, il respiro della terra. Due amiche che lo tenevano per mano da sempre e a cui Roberto, un giorno, ha chiesto di unirsi e chiudere il cerchio. Ha chiesto loro di collaborare per creare qualcosa di unico. Il percorso artistico di Roberto Ghezzi

inizia nel più classico dei modi: pratica nello studio di famiglia e corsi di nudo, incisione e storia dell’arte all’Accademia delle Belle arti di Firenze. Dagli anni Novanta espone con regolarità in personali e collettive. Dipinge paesaggi ma anche volti, particolari del corpo, di un ambiente. Restituisce sulla tela quello che il suo occhio riesce a cogliere e catturare nel mondo. E’ molto dotato e ottiene un positivo, crescente riscontro di pubblico e critica e numerosi apprezzamenti di galleristi e collezionisti. Ma a lui non basta. “Mi rendevo conto di essere bravo ma cosa avrei potuto dare io alla pittura? Cosa avrei potuto offrire di più dei grandi artisti che mi hanno preceduto? Tutto è stato dipinto, tutto è stato immortalato, riprodotto, svelato. Oggi

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LE NATUROGRAFIE DELL'ARTISTA CORTONESE ROBERTO GHEZZI, SEMPRE PIÙ APPREZZATO DA PUBBLICO E CRITICA, SONO OPERE VIVE IN CUI UOMO E PAESAGGIO COLLABORANO PER CREARE LA GIUSTA SINFONIA NELL'OPERA. L'ECOSISTEMA ENTRA NEL PROCESSO CREATIVO, LASCIANDO UNA STRAORDINARIA FIRMA D’AUTORE. “MA IO NON CERCO CONSENSI, INSEGUO SOLO LA MIA VERITÀ”


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è quasi un gesto meccanico catturare un momento, un gesto, un’emozione. Basta estrarre il proprio smartphone e scattare. E poi si può anche correggere e modificare selezionando il filtro più adatto. Siamo sommersi dalle immagini. Dipingendo, ovviamente, è possibile interpretare, comunicare idee discostandosi però dal puro figurativo. Io stesso per 20 anni ho dipinto quello che vedevo e sentivo intorno a me. Sono partito dai paesaggi della mia amata Toscana per poi volgere l’occhio più a nord, lontano dagli uomini. Soltanto acqua, aria e una sottile linea d’orizzonte. Sentivo esistere qualcosa di più dietro alle forme, in profondità e, un giorno, ho deciso di invertire le regole, di infrangere i confini”. Quel giorno è il 2 febbraio 2003. Roberto esce di casa tenendo sotto braccio una delle sue tele di cotone bianco e raggiunge un ruscello che taglia un bosco di querce e castagni, vicino casa. “E’ qui che ho consegnato per la prima volta la tela alla natura con un gesto liberatorio, ancorandola al fondale del fiume. Continuavo a dipingere i paesaggi con i miei occhi e i miei strumenti, invece volevo che fosse la natura stessa a ritrarsi usando gli elemen-

“Tutto è stato già dipinto, immortalato, riprodotto, svelato. Sentivo esistere qualcosa di più dietro alle forme, in profondità. e un giorno ho deciso di invertire le regole, di infrangere i confini.”

ti che aveva a disposizione. Il legame fra uomo e ambiente è qualcosa di ancestrale, di misterico con cui sentivo il bisogno di tornare in contatto. Sporcandomi le mani, il volto, riconoscendomi in quel perfetto sistema. L’arte era lo strumento per riuscirci”. La tela diventa la pista da ballo dove la vita può esibirsi. Danzano l’aria, la terra, gli insetti, le piante, l’acqua fino a ritrarre quel paesaggio, quel preciso ecosistema in quel determinato lasso temporale. Un autoritratto inimitabile. La realtà entra nell’arte lasciando la sua firma. Nascono così le naturografie, opere vive in cui artista e paesaggio collaborano, creando la giusta sinfonia. “Vi domanderete cosa faccio io se è la natura che plasma l'opera. Io decido i materiali utilizzati, decido dove posizionarli, i reagenti

organici da impiegare, decido il tempo di permanenza delle mie opere in quell’ambiente. Sono io a prelevarli quando penso sia il momento opportuno e a fissarne l’esatto stato”. Da quel freddo e soleggiato giorno di febbraio Roberto ha installato decine e decine di tele di cotone, di lamiere di ferro e di tessuti di ogni dimensione nei più disparati angoli del mondo. Pochi centimetri o qualche metro, immersi in un fiume, in un lago, nel mare, ancorati alla terra, sospesi nell’aria. Possono starci pochi giorni o un intero anno. E’ l’artista a scegliere il risultato. “Quando mi reco in un luogo dove ho deciso di posizionare le mie opere, cerco di entrarci in comunicazione attivando un dialogo. Per questo, prima di posizionare le installazioni, esploro il posto, traccio mappe, studio la


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flora e la fauna. Lo ascolto per giorni per capirne l’energia e decidere come operare. Entro in punta di piedi ma voglio che la natura senta la mia presenza come io devo sentire la sua. Il tempo che dedichi a quel luogo porta ad un innamoramento. Viaggiare è l’esperienza più bella che l’uomo possa fare. Adoro le residenze artistiche ma poi mi muovo in solitudine, il rapporto con la terra non permette terzi. I luoghi che scelgo mi rispecchiano: prediligo zone del grande nord come Alaska, Norvegia, Islanda ma sono consapevole che la bellezza si trova ovunque. Basta saperla vedere e apprezzare”. Succede anche che, dato il lungo permanere delle opere in un paesaggio,

Roberto decida di lasciarle in custodia a qualcuno chiedendo di monitorare giornalmente i quadri inviando a lui le immagini dell’evoluzione. “Fra queste persone, l’opera e il paesaggio si instaura un legame profondo e radicato. L’uomo inizia a sentire gli elementi, a capirli e si affeziona. Anche quelle emozioni influiscono sulle mie decisioni”. Oggi le installazioni di Roberto Ghezzi sono in Italia, Alaska, Francia, Svizzera, Islanda, Sud Africa, Tunisia, Norvegia e Patagonia. Vincitore dell’Artapp artist contest con il lavoro “Physis, i codici dell’invisibile” , del prestigioso premio Ora 2016, di un premio ArteamCup 2018 e 2019 e del premio residenza

SetUp 2019, l’artista cortonese è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo per il suo rivoluzionario lavoro. Nel 2018 ha portato in giro sette personali, partecipato a quattro collettive, due premi e cinque residenze artistiche mentre lo scorso anno, solo nel mese di maggio, ha inaugurato tre personali a Pisa, Cesena e Torino. “L'apprezzamento della critica è molto cresciuto negli ultimi anni. Ma io non cerco clamori o consensi. Inseguo la mia verità”. La sfida di Ghezzi, concettuale, artistica, filosofica, ha allargato i confini dell’arte creando una nuova frontiera, in cui la natura, da soggetto ritratto, diventa parte attiva del processo creativo.

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“Continuavo a dipingere i paesaggi con i miei occhi e i miei strumenti, invece volevo che fosse la natura stessa a ritrarsi usando gli elementi che aveva a disposizione.”


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#upmagarezzo Poco importa quanto siano lunghe le giornate, quanto caldi siano i colori, quanto rigogliosa sia la natura nella stagione più fredda dell’anno, se riusciamo ad apprezzare la bellezza di cui siamo circondati. Tra le appassionanti storie di successo del nostro territorio, non poteva mancare l’appuntamento con le suggestive atmosfere invernali. E vi ringraziamo per seguire sempre con entusiasmo tutte le nostre pubblicazioni. Continuate a taggare i vostri scatti più belli di Arezzo e provincia con il nostro hashtag ufficiale #upmagarezzo: oltre a selezionare le foto da pubblicare sul magazine, condividiamo quotidianamente sul profilo instagram @upmagazinearezzo quelle dei nostri affezionati lettori. Arrivederci… al prossimo scatto!

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f_palmi86 82 | Lucignano

michelangelo.drone 335 | Castel San Niccolò

christianfaffinidiet 369 | Anghiari


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UP GUSTO

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SAPORE DI MARE

DA CESENATICO ALLE PORTE DI AREZZO: LA STORIA DI LORELLA È UN MIX DI SENTIMENTI, LUCIDA FOLLIA E TRADIZIONE FAMILIARE. FIGLIA DI UNO DEI PIÙ NOTI RISTORATORI DELLA RIVIERA, DA QUASI DUE ANNI HA TRASFERITO IL CUORE E L’ATTIVITÀ DI QUA DAL VERGHERETO. A OLMO HA APERTO L’AMO, LOCALE SIMBOLO DELL’AMORE PER MARCO E PER LA CUCINA DEL PESCE DI QUALITÀ, DOVE SI MANGIA BENE E SI RESPIRA L’ATMOSFERA DI UN PICCOLO, ACCOGLIENTE ANGOLO DI ROMAGNA DI ANDREA AVATO

aretino. Nonostante abitassero a centocinquanta chilometri di distanza, i sentimenti non sono mai evaporati. E dopo una sequenza infinita di weekend alternati su e giù per la E45, hanno deciso che era giunto il momento di fare il passo. Così, il primo giugno 2018, è andata in scena l'inaugurazione de “L’amo” a Olmo, suggello a una relazione che ha saputo resistere alla lontananza. “E' stata una lucida follia – ci spiega Lorella seduta a un tavolino del locale, uno di quei tavolini che per trovarli liberi bisogna prenotare in largo anticipo. Dopo tanti anni da pendolari, io e Marco avevamo bisogno di stabilità. E poi l'idea di portare un ristorante di pesce ad Arezzo mi intrigava. E' stata la decisione più giusta che potessi prendere”. Giusta ma nient'affatto banale: insieme a Lorella si sono spostati in tre. Tutto il suo team di lavoro ha accettato di seguirla e ha traslocato i ferri del mestiere dentro la nuova avventura. Rocco, Salvo e Arianna, rispettivamente 30, 29 e 27 anni, di fronte alla proposta di cambiare vita, hanno detto sì senza pensarci sopra. Incoscienza? Non proprio. Lorella alle spalle ha una storia familiare e professionale che parla da sola e che

era, è una garanzia. “Sono figlia di Giorgio, storico ristoratore di Cesenatico. Dal 1970 il locale che lui ha fondato è un punto di riferimento per chi vuole mangiare pesce in riviera. Da ragazzo faceva il cameriere ma grazie alla forza di volontà, alla lungimiranza, ha costruito qualcosa di importante, di duraturo: il ristorante, poi l'hotel Gallia, poi il bagno Gallia Beach. Di recente abbiamo inaugurato un altro locale, sempre a Cesenatico. Da quando mi sono trasferita ad Arezzo, le attività in Romagna le gestisce mio fratello Andrea. Mio padre è stato un precursore, aveva la straordinaria capacità di vedere lontano: tante cose che gli sentivo dire quand'ero bambina, le ho riascoltate pari pari ai corsi di marketing che ho seguito di recente. Se n'è andato nel 2017, è stato un maestro oltre che un genitore”. Insomma, grazie alle imprevedibili dinamiche dell'amore, Arezzo ha aggiunto una voce prestigiosa all'elenco (non lunghissimo, in verità) dei luoghi dove inforchettare del buon pesce. Lorella, che torna quasi ogni lunedì dalle sue parti per respirare un po' d'aria salmastra e fare rifornimento dai fidati pescatori di

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rezzo è ospitale, accogliente, a misura d'uomo, piacevole, con una qualità della vita apprezzabile, piena di cose da vedere, da scoprire. Però non ha il mare. E per una donna come Lorella, che ha lasciato Cesenatico per portare il cuore e l'attività di qua dal Verghereto, non è un dettaglio secondario. Il mare è una dimensione dell'anima, uno stile di vita, una struttura metafisica quasi. Per chi c'è nato, col rumore delle onde in sottofondo, separarsene significa recidere un cordone ombelicale e dare un taglio netto. Profondo. Doloroso. Eppure eccola qua, sorridente e affabile come solo in Romagna sanno mostrarsi, orgogliosa di aver ricreato alle porte di Arezzo un piccolo, grande angolo della sua terra. Nel suo ristorante si mangia pesce, anzi si degusta pesce, sempre fresco e sempre d'alto livello, trattato e cucinato con un mix inconfondibile di esperienza, abilità e passione. Si chiama “L'amo” e nel nome c'è tutta la storia che vogliamo raccontare: l'amo come l'indispensabile strumento di pesca, l'amo come l'abbreviazione di amore. Lorella ha dato una svolta perché dieci anni fa ha conosciuto Marco, geometra

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sempre, ha concepito “L'amo” a sua immagine e somiglianza. “Ho voluto un'atmosfera marina nei profumi e nell'arredamento. Abbiamo la dependance esterna, preziosissima d'estate, che è addobbata di lucine: tanta gente, quando arriva, mi dice che sembra un molo e quindi abbiamo centrato l'obiettivo. Io vengo da una famiglia di ristoratori, quest'aria l'ho respirata da sempre e cerco di trasmetterla ai clienti: mi piacciono l'ordine, i dettagli curati, le rifiniture al posto giusto. Qui dentro devo starci bene e chi apre la porta d’ingresso deve percepirlo. Per fortuna le nostre aspettative non sono andate deluse: fin dall'inizio la risposta della gente è stata positiva. Molti conoscevano il ristorante di mio padre, altri ci hanno scoperto dopo l'inaugurazione e sono tornati. Il messaggio che lanciamo, rispetto a quando lavoravo a Cesenatico, è cambiato ma non troppo. Prima ai clienti dicevo “sentitevi a casa”. Adesso “sentitevi in vacanza”. Ma il senso è lo stesso”.

“Ho voluto un'atmosfera marina nei profumi e nell'arredamento. Abbiamo la dependance esterna che è addobbata di lucine. la gente, quando arriva, MI DICE CHE SEMBRA UN MOLO.”

E comunque, nonostante il legame viscerale con l’Adriatico e la presenza nel menu di classici come grigliata e frittura, Lorella sapeva che anche dalle parti di Marco a tavola non si scherza. Quindi ha attinto a piene mani dalla tradizione aretina, diversa ma altrettanto prelibata. Ne sono venuti fuori piatti speciali, unici nei colori e nei sapori come i ToscaGnoli, strozzapreti romagnoli con vongole veraci, pecorino e polvere di cavolo rosso; oppure l'Insolito Intingolo, lampredotto di polpo e piadina con frattaglie, erbe aromatiche e spezie; oppure ancora il Baccalà Gusto Porchetta, con zuppetta di ceci e porro fritto. E per chiudere, un assortimento di dolci creati artigianalmente con mani sapienti

e fantasia, giusto per cioccolarsi un po’. Un mix che solletica il palato, una sventagliata di stimoli sensoriali resa ancora più morbida e fascinosa dalla competenza nel proporre la bottiglia giusta per ogni portata del menu. “Il mio tempo ad Arezzo l’ho impiegato in mille modi diversi: per vivere la quotidianità con Marco, per curiosare negli angoli di città, per saperne di più sulla Giostra del Saracino e anche per frequentare il corso da sommelier. Mi sento realizzata e aprire un nuovo locale, magari in centro città, non è più soltanto una pazza idea. Con calma però: adesso mi godo “L’amo” e sono felice a tal punto che il mare mi manca un po' di meno”.


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U P C U R I O S I TÀ

U P C U R I O S I TÀ

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Il Campaccio degli ebrei VIA BALDACCIO D’ANGHIARI, UNA COLLINETTA ARTIFICIALE E UN OLIVO: LÌ SORGEVA IL CIMITERO EBRAICO. STORIA E RETROSCENA DI UN ANGOLO DI CITTÀ CHE TANTI ARETINI NON CONOSCONO 44

DI MARCO BOTTI / IN COLLABORAZIONE CON FONDAZIONE AREZZO INTOUR

\ UP MAGAZINE AREZZO \ INVERNO 2020

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lla fine di via Baldaccio d’Anghiari, a destra della piccola rotonda che introduce al sottopassaggio ferroviario, noterete una collinetta artificiale sormontata da un olivo. Lì sorgeva il cimitero ebraico, meglio conosciuto come il “campaccio”, appartenuto alla comunità aretina e la cui breve vita è stata indagata negli ultimi decenni da vari autori. Da ricordare, ad esempio, i contributi di Salvadori, Sacchetti, Gallorini e Caneschi, che hanno fatto luce su una realtà poco esplorata in passato. In seguito ai moti antifrancesi del Viva Maria del 1799, gli ebrei toscani subirono delle ritorsioni in quanto considerati collaborazionisti o comunque filogiacobini. Questo perché i transalpini, sbandierando uguaglianza, libertà e fraternità, emancipavano anche i ghetti in cui essi vivevano, circondati dai secolari pregiudizi. A Monte San Savino, ad esempio, gli ebrei furono espulsi, mentre a Siena si verificarono delle orribili uccisioni. Ad Arezzo le poche famiglie documentate, che abitavano e lavoravano nelle attuali zone di piazza Grande, via Mazzini e via San Niccolò, erano ben integrate e non subirono particolari ripercussioni. Ecco perché, ristabilito l’ordine dai soldati francesi con la forza, la diaspora della storica comunità savinese ne portò molti a stabilirsi in città, dove avevano già avviato delle

attività. Altri arrivarono negli anni a seguire da quella di Lippiano. Si calcola che tra il 1830 e il 1860 ad Arezzo vissero circa duecento ebrei. Erano perlopiù commercianti, una piccola e media borghesia senza grossi giri di affari, visto che l’economia aretina non spiccava per dinamismo. La crescita della comunità portò con sé l’esigenza di un luogo dove imparare i precetti della religione e pregare. La scelta ricadde nell’abitazione di David Paggi in via Seteria, dove era già stato sistemato un oratorio privato. La zona è quella all’angolo con Corso Italia, dove oggi si trova un pub. Per arredare la piccola sinagoga, nel 1834 furono trasferiti da Lippiano i Rotoli della Torah e l’Aron-ha-kodesh, ovvero l’armadio sacro che li custodisce. Nel 1843 nacque una confraternita incaricata di occuparsi di assistenza agli infermi e tumulazione dei morti. L’anno successivo fu creata anche una commissione per raccogliere fondi e individuare un terreno adatto a realizzare il cimitero. Il granduca di Toscana Leopoldo II concesse il benestare nell’aprile 1845. Un mese dopo Cesare Castelli e Giacomo Passigli firmarono l’acquisto di un appezzamento che dal 1846 accolse i defunti. Nei primi anni Sessanta la comunità migrò quasi del tutto e nel 1863 si sciolse. La sinagoga venne chiusa e nel 1866 gli arredi sacri finirono

a Firenze. Rimase il sepolcreto, la cui manutenzione periodica venne affidata all’Università israelitica fiorentina. Angiolo Castelli, figlio di quel Cesare che aveva acquistato il terreno, fu l'ultimo a venire seppellito ad Arezzo nel 1917. Da testamento aveva infatti chiesto che la salma fosse portata in città assieme a quella della moglie. Nel 1937 il cimitero venne chiuso definitivamente e di lì a un anno sarebbero entrate in vigore le ignobili Leggi razziali. Agli inizi del 1940 Cesare Castelli, figlio di Angiolo, avanzò l’istanza di trasferimento dei dodici ebrei sepolti e delle rispettive lapidi, che furono traslate nel camposanto di Rifredi. Al posto del tempietto che vi sorgeva venne realizzata dalla Difesa Contraerea una “casamatta” che funzionò durante la guerra. Nel 1953 il comune acquisì l’area cimiteriale e alla fine degli anni Ottanta, su sollecitazione del rabbino di New York, il sindaco Aldo Ducci scongiurò la sua cancellazione a favore della nuova viabilità. Con la realizzazione del parco dedicato proprio all’ex primo cittadino, scomparso nel 1995, l’ex sepolcreto fu sistemato. Il 27 gennaio 2001, Giornata della Memoria e anniversario della liberazione degli internati di Auschwitz, venne collocato ai piedi della collinetta un cippo recante alcuni versi tratti dal libro Se questo è un uomo di Primo Levi.


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