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magazine arezzo NUMERO 10 Autunno 2019 UP luoghi borgo santa croce up people olimpia bruni up sport andrea rossi

santi menchetti L'arte del pane


FORTI PASSIONI, IDEE VINCENTI, UN PIZZICO DI FOLLIA.

seguici

marketing & comunicazione V I A

E I N S T E I N

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A R E Z Z O

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W W W . A T L A N T I D E A D V . I T


sommario

santi menchetti

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| UP LUOGHI |

borgo santa croce

30 | UP SP ORT |

andrea rossi

38 42

visioni d'autunno #UPMAGAREZZO

| UP ECCELLENZE |

fabbroni serramenti una storia aretina

| UP PEOPLE |

domenico festa le scarpe (della) festa

3 | UP PEOPLE |

olimpia bruni delicata come il vetro forte come il ferro

| UP SOCIALE |

roberto cecchi medici di cuore

| U P G U STO |

le chiavi d'oro

storia di una rivoluzione

| U P C U R I O S I TÀ |

la postierla di pozzolo

\ UP MAGAZINE AREZZO \ AUTUNNO 2019

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| UP COPERTINA |

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| U P I N S TA G R A M |


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magazine arezzo Redazione e Amministrazione Atlantide Audiovisivi srl Via Einstein 16/a – Arezzo Tel. 0575 403066 www.atlantideadv.it

Anno III – N° 10 Autunno 2019 Direttore Responsabile Cristiano Stocchi Vice Direttore Maurizio Gambini Redazione Andrea Avato, Chiara Calcagno Mattia Cialini, Matilde Bandera, Marco Botti Art Director Luca Ghiori Fotografie Lorenzo Pagliai Gianluca Angioli Stampa Grafiche Badiali - Arezzo Partners

Up Magazine Arezzo è una rivista a distribuzione gratuita

UP EDITORIALE

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il nostro numero 10 Fantasia e aretinità’

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p Magazine fa cifra tonda. Questo che state iniziando a sfogliare è il numero 10 della collezione e rappresenta un primo, significativo traguardo. La pazza idea di dedicare un periodico alle cose belle di Arezzo ha trovato terreno fertile tra lettori e inserzionisti. E non era facile prevedere che di storie da celebrare ce ne sarebbero state sempre di più, alimentando la nostra frenetica (e appagante) rincorsa a quella più significativa, più interessante, più emblematica. Invece è successo, il che ci dà l’energia e l’entusiasmo per guardare avanti con fiducia, pregustando le prossime uscite del giornale e alcune novità che scoprirete nei mesi a venire. Nel frattempo godetevi le pagine che seguono, a cominciare da quelle dedicate a Santi Menchetti. Il suo cognome era più celebre del suo volto, almeno fino a oggi: ma adesso che ha posato per la foto di copertina, tutto cambierà. E’ un racconto coinvolgente il suo, che ci porta indietro nel tempo e ci fa capire, una volta di più, quanto siano importanti la passione per il lavoro, la dedizione, l’impegno

costante. Un po’ imprenditore e un po’ artigiano, Menchetti e il suo pane ormai sono una cosa sola, un valore aggiunto. Da una piccola bottega a un’azienda di qualità, moderna ed efficiente: un’evoluzione comune a Fabbroni serramenti, che nel 2019 festeggia i 70 anni di attività. Il talento nella professione è in tutti i settori l’arma in più: Domenico Festa può confermarlo con le sue scarpe, Olimpia Bruni con le sue molteplici attività di restauratrice. Up anche stavolta ha voluto portare alla luce eccellenze che abbiamo sotto gli occhi, a due passi da casa, ma che meritavano una vetrina: leggete quante iniziative mette in piedi il dottor Roberto Cecchi insieme all’associazione Sosan, con l’obiettivo della solidarietà; dedicatevi alle avventure su due ruote di Andrea Rossi; lasciatevi conquistare dalle prelibatezze del ristorante Le chiavi d’oro. E poi, come sempre, fate mente locale sulla bellezza che ci circonda quando passeggiamo per gli angoli della città: Borgo Santa Croce e la postierla di Pozzolo ne sono fulgidi esempi. Buon Up, buona lettura.

In copertina Santi Menchetti Up Magazine Arezzo è stampato su carta usomano che conferisce naturalezza e stile al giornale. In questo numero per la copertina abbiamo scelto il PANTONE 1795 C

Vice-direttore

maurizio gambini

Direttore responsabile

cristiano stocchi

Reg. al tribunale di Arezzo il 12/06/2017 N° 3/17


Redazione

chiara calcagno

Redazione

mattia cialini

Redazione

Andrea Avato

REDA ZIONE francesco fumagalli

Tipografo

lorenzo pagliai

Fotografo

marco botti

Redazione

Luca Ghiori

Art-Director

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matilde bandera

Redazione


Santi Menchetti si è raccontato ad Up Magazine: dagli inizi in un piccolo forno della Valdichiana al successo imprenditoriale di oggi

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UP COPERTINA

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un successo a lievitazione naturale DI CHIARA CALCAGNO

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arina, acqua, sale, lievito e poco olio. Il pane si fa così. Da sempre. Pochi ingredienti, quelli semplici. Poi maestria, pazienza e tanta passione. Perché il re della tavola pretende devozione, sacrificio, impegno. E pretende anche la giusta attesa. Ma, quando viene tolto dal forno e spezzato con le mani, ripaga con il profumo antico che si insinua nei dolci ricordi di ciascuno. Lo sa bene Santi Menchetti. Una vita dedicata a sfornare pane, una vita con le mani in pasta e il sorriso stampato sul volto. “Bisogna riscoprire il fascino della lentezza. Dobbiamo riconquistare la quiete, la riflessione, la creatività, il benesse-

re. Ritrovare il gusto di saper aspettare. Non possiamo permetterci di lasciar fuggire le emozioni, vanno assaporate a piccoli morsi”. I primi ricordi del piccolo Santi sono su una bicicletta arrugginita. Ha 7 anni: sotto il sole, con la pioggia o con la neve, percorre le campagne di Montagnano per il giro di consegna. Anche 15 chilometri in poche ore e, ogni giorno, una zona differente da battere. La sua è una famiglia di commercianti dai tempi dei nonni Bidio e Grazia. I Menchetti hanno una bottega in paese, è un punto nevralgico per la piccola comunità: il pane viene acquistato e poi distribuito alle famiglie. Nel primo do-

poguerra, l’attività si espande. “Fummo i primi a comprare una televisione nella zona e tutti in paese si recavano alla nostra bottega per vederla. Avevamo anche una sala da ballo”. Ottavia, detta Pierina, la madre di Santi, decide di produrre pane in un locale dietro casa. E' un operaio di Rigutino a insegnare alla famiglia il mestiere e, a soli 14 anni, Santi diventa un fornaio provetto. Il fratello Angiolo invece si occupa del giro di consegne. La bicicletta si trasforma in un'Ape e presto in un furgone con il quale raggiungere facilmente anche gli spacci di Arezzo. Nel frattempo, a Montagnano, apre un altro forno, quello della famiglia Ba-

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DA TRE GENERAZIONI LA FAMIGLIA MENCHETTI SFORNA PRELIBATEZZE NEL CUORE DELLA TOSCANA. LA FORZA DELLA PASSIONE, IL FASCINO DELLA LENTEZZA: UNA STORIA SEMPLICE ED EMOZIONANTE INIZIATA NEL PICCOLO FORNO DI MONTAGNANO E NARRATA ADESSO ATTRAVERSO 11 PUNTI VENDITA, 350 DIPENDENTI E OLTRE 100 QUINTALI DI PANE AL GIORNO. MA LA RICETTA RIMANE QUELLA DI SEMPRE


Corrado e Marco, figli di Santi: "Tra i nostri compiti c'è quello di contenere la traboccante energia di nostro padre"

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“Bisogna riscoprire il fascino della lentezza. riconquistare la quiete, la riflessione, la creatività, il benessere. Ritrovare il gusto di saper aspettare”

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sagni. Nipote del proprietario e futura erede dell’attività concorrente, è la bella Santina. Santi non ci mette troppo tempo a notarla durante le passeggiate in centro la domenica e, nonostante sappia che le famiglie sarebbero contrarie alla relazione, inizia a frequentare la ragazza di nascosto. “Andavo a trovarla la notte nei 20 minuti di tempo che avevo fra un’infornata e l’altra. Avevamo paura a dichiarare i nostri sentimenti ai genitori e ci accontentavamo di quei meravigliosi momenti rubati. Ricordo che quando tornavo a lavorare dopo essere stato con lei, volavo. Poi, una notte di primavera, corsi da Santina senza avvisarla e mi infilai sotto le coperte, come ero abituato a fare. Ma in quel momento lei era a sfornare i dolci con la zia e aveva mandato suo fratello a riposarsi nel letto. Lui si voltò verso di me e domandò "hai fame?". Provo ancora imbarazzo quando ci ripenso. Corsi in paese da Santina ma non riuscivo a raccontarle cosa fosse successo. Quante risate!”. I venti minuti non bastano più per saziare quell’amore così dolce e profondo e Santi chiede a Santina di sposarlo. Al matrimonio viene invitato tutto il paese. Nel forno Menchetti, sotto l’occhio vigile di Pierina, si opera a ritmi serrati. Santina viene coinvolta nei turni e neanche quando nascono i due figli Corrado e Marco ha modo di rallentare.


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“Non appena sposati – ricorda sorridendo Santina – mi disse che avremmo lavorato qualche anno per poi dare tutto in affitto e campare di rendita. Ma questo non è solo un lavoro, è la nostra passione, la nostra vita”. Anche oggi Santina vigila sulla pulizia e l’igiene dei locali per poi andare al bancone, a quel diretto contatto con le persone che è ciò che la gratifica di più. Presto anche i due figli Corrado e Marco vengono ingaggiati e a loro vengono affidati compiti ben precisi. “Mi faceva tenere aperto lo sportello del furgone durante le consegne – spiega, divertito, Corrado. Non sto scherzando, quella era la mia mansione. Passavo ore seduto nel cassone a evitare che l'anta si chiudesse fra una fermata e l’altra, altrimenti avrebbe potuto usurarsi”. Nonna Pierina tiene tutti in riga e fa viaggiare la carovana nella stessa dire-

zione. Ma quando lei muore, il collante principale viene a mancare e fra i cugini emergono alcuni attriti. “Semplicemente – racconta Corrado – avevamo visioni diverse sul futuro delle imprese e non riuscivamo a trovarci d’accordo. Ognuno aveva la sua ricetta. Così un giorno, durante una consueta riunione, presi coraggio e dissi

chiaramente cosa pensavo: desideravo dividere le attività. Fu un momento difficile, avevo paura di spaccare la famiglia ma, soprattutto, temevo la reazione di mio padre. Se lui avesse insistito per restare insieme, non avrei potuto far altro che andarmene. Invece, dopo lunghi attimi di silenzio, si voltò verso mio zio - che era adirato - e gli disse che avreb-


new opening a sansepolcro Dopo Cesa, Arezzo, Calenzano, Foiano, Perugia, Siena, Montemurlo, Pieve al Toppo, San Giovanni Valdarno e Scandicci, è stato da poco inaugurato un nuovo punto vendita di Menchetti in provincia di Arezzo. Il 12 ottobre infatti è stato tagliato il nastro per il negozio di Sansepolcro, in via Senese aretina al civico 102. Un locale aperto dalla mattina presto per le colazioni e che prevede un’ampia offerta ristorativa anche per pranzo e cena. Ovviamente non possono mancare i prodotti che hanno reso famoso il brand Menchetti come pane, pizze, focacce e biscotti da forno.

be sostenuto me, suo figlio, in qualsiasi decisione”. E’ l’ottobre del 2005. La vecchia bottega, nel frattempo, è diventata un supermercato. Poi si sono aggiunti un hotel e un ristorante. Il patrimonio di famiglia viene equamente diviso in due buste sigillate dalla commercialista: da una parte il forno e i terreni, dall’altra tutto il resto. “Anche il mio cuore era diviso in due – ricorda Santino – perché io avevo investito tanto anche nelle altre attività ed ero affezionato a tutte. Ovvio che il pane aveva un posto speciale nella mia vita, mai avrei voluto separamene”. Le due buste restano sul tavolo senza che nessuno ne afferri una. A quel punto è Marco a rompere gli indugi e scegliere il destino di tutti. “Ero il più giovane, forse il più incosciente o il più spavaldo. Anzi, semplicemen-

te il più curioso. Aprii la busta, lessi il contenuto e guardai mio padre negli occhi. Lui era una corda di violino, non smetteva di agitare la gamba. Gli dissi "lo volevi? Ecco il tuo forno". Adesso possiamo dire che fu una scelta fortunata”. L’audacia, la perseveranza e i valori dei differenti volti della famiglia Menchetti hanno plasmato il marchio che è oggi: 11 punti vendita, 350 dipendenti, oltre 100 quintali di pane al giorno e più di 3600 basi per pizze. L'ampio stabilimento a Cesa, a pochi chilometri da Montagnano, permette di produrre qualità ed efficienza. I locali distribuiti fra Toscana e Umbria, sono accoglienti, dinamici, senza età, con un’attenzione particolare al design degli spazi e una precisa identità. Punti di ritrovo confortevoli dove riappropriarsi del tempo e delle relazioni. Il personale è selezionato ac-

curatamente per garantire un servizio d’eccellenza. Requisiti indispensabili? Cortesia e sorriso. “Credo siano le persone uno dei punti di forza del nostro brand – afferma Corrado – insieme alle materie prime che selezioniamo con scrupolo. Tutti prodotti nazionali che, per essere scelti, hanno dovuto passare il nostro severo giudizio”. “Rispetto della tradizione, artigianalità, lievitazione naturale sono i tre capisaldi a garanzia costante della qualità e genuinità dei nostri prodotti”, aggiunge Marco. Per affermare tutta la filiera di produzione “dal campo alla tavola” e per valorizzare la tradizione del territorio toscano, Menchetti, nella sua società agricola biologica coltiva il grano verna che adesso copre il 70% del fabbisogno aziendale. Ma nell’azienda vengono prodotti anche olio, vino

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e frumento. Massima attenzione viene data all’ambiente attraverso energie rinnovabili e scelte green: 500 kilowatt di fotovoltaico sul tetto, recupero delle acque piovane e furgoni a metano. Prossima frontiera sono le basi per pizze surgelate da lanciare su vasta distribuzione. “Un dipendente preparò le basi pizza per il compleanno della figlia. Quella sera, a causa di un imprevisto, la festa venne annullata e lui mise le basi già pronte in congelatore. Dopo due mesi le tirò fuori e preparò le pizze. Quando mise in bocca il primo morso mi chiamò entusiasta per dirmi che era squisita, quasi meglio dell’impasto fresco. Così abbiamo iniziato la produzione”. Attualmente, all'interno dell’azienda,

12 Santi con il nipotino Pietro in una foto scattata per una campagna pubblicitaria

Corrado si occupa di commerciale, finanza e strategia d’impresa e Marco degli acquisti e della selezione e gestione dei dipendenti. Con Santi, ovviamente, a visionare e coordinare il lavoro. “Di solito – spiegano i due fratelli – i giovani sono rampanti e intraprendenti. Noi invece siamo quelli che teniamo le briglie, che dobbiamo contenere, in qualche modo, la traboccante energia di nostro padre”. Ma la storia non si ferma e già è pronta la nuova generazione Menchetti. “Ognuno però deve seguire la propria strada, senza imposizione alcuna – conclude Santi – E' la passione che ci ha sempre guidato. E la poesia. Quella, per esempio, che riusciamo a leggere in un impasto fatto a regola d'arte”.

RISCOPRENDO IL GRANO VERNA Un’antica varietà di origine toscana, molto apprezzata in passato per le sue caratteristiche di grande rusticità e il basso contenuto proteico. Prende il nome dal monte Verna dove veniva coltivata dai frati casentinesi. Poi è stata dimenticata perché meno produttiva rispetto alle varietà moderne. Correvano i primi anni del 2000 quando la famiglia Menchetti decise di investire e puntare sulla produzione di grano Verna. L’idea nacque da un incontro con Pietro Pagliuca, allora direttore del Consorzio agrario di Siena e il progetto venne sviluppato in stretta collaborazione con il professor Stefano Benedettelli del dipartimento di Scienze delle produzioni agroalimentari e dell’ambiente dell’università di Firenze. “Siamo stati fra i primi a credere in questa varietà di grano tenero che noi maciniamo a pietra. Questo - spiega Marco – consente di mantenere il germe di grano all’interno del prodotto finito e preservare una grande quantità di vitamine e minerali. E’ naturalmente ricco di fibre e presenta una bassa quantità di glutine. Può migliorare le funzionalità digestive e il benessere delle persone con intolleranze verso il frumento”.


IL VILLAGGIO

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BORGO SANTA CROCE 14

| UP LUOGHI |

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UNA SUGGESTIVA VISITA NELLA ZONA A EST DELLA CITTÀ, DA SEMPRE MINIERA DI IMPORTANTI RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI. PORTA CRUCIFERA E PORTA COLCITRONE, LA STIPE DI FONTE VENEZIANA, LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA PORTA: UN VIAGGIO A RITROSO NEL TEMPO PER CONOSCERE MEGLIO UN QUARTIERE DOVE, FINO A POCHI DECENNI FA, PULLULAVANO BOTTEGHE E ATTIVITÀ ARTIGIANALI DI MARCO BOTTI IN COLLABORAZIONE CON FONDAZIONE AREZZO INTOUR

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Geolocalizzazione Santa Croce è quel sobborgo, a est della città, che si è sviluppato tra X e XIII secolo nello spazio compreso tra l’allora contrada di Colcitrone e l’edificio di culto da cui prende il nome e che ancora oggi è l’elemento che lo caratterizza. Rispetto alle diverse cinte murarie della storia di Arezzo, rimase forse sempre fuori. Di sicuro la borgata era esterna rispetto a quelle medievali e all’ultima, quella cinquecentesca. Anzi, Borgo Santa Croce inizia proprio uscendo da piazza Porta Crucifera, dove si trovava l’omonima porta cittadina. Siamo in un’area quasi allineata con un importante decumano etrusco-romano, che nel

tempo ha dato importanti ritrovamenti archeologici. In particolare sono da segnalare ingenti quantità di scarti di fornaci, che dimostrano la presenza di vasai. Non ci dimentichiamo, inoltre, che a breve distanza, nell’Ottocento, fu rinvenuto un grande deposito votivo del VI secolo a.C.

La stipe di Fonte Veneziana, un clamoroso ritrovamento In epoca etrusca Arezzo era circondata da una serie di santuari extraurbani. Uno di questi si


trovava nei pressi dell’attuale via Fonte Veneziana, subito fuori da Borgo Santa Croce, che prende il nome da una fonte pubblica già documentata nel XIII secolo. Tra il 1869 e il 1873, l’antiquario Francesco Leoni riportò alla luce un deposito di ex voto tra i più ricchi mai ritrovati nell’Etruria settentrionale, formato da circa 180 oggetti, soprattutto bronzetti. Dopo il rinvenimento gran parte della raccolta venne smembrata. Alcune sculture, ad esempio, oggi si trovano al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, altre sono rintracciabili al Metropolitan Museum di New York. Un piccolo nucleo, per fortuna, è ancora visibile nel Museo Archeologico Nazionale di Arezzo. Quello di Fonte Veneziana era forse un sito per il culto delle acque salutari. In questi luoghi venivano portati doni in segno di riconoscenza per una grazia ricevuta, per assumere un impegno o come buon augurio riguardo qualcosa che doveva ancora accadere. Gli studi hanno permesso di datare i bronzetti della stipe votiva tra il 540 e il 500 a.C. L’omogeneità dei reperti e la tradizione locale nella lavorazione dei metalli fanno pensare a una produzione aretina, aggiornata alla corrente arcaica ionica. Ciò è riscontrabile nella presenza – tra le varie statuette con figure umane e di animali – di kouroi, ovvero giovani adolescenti nudi, e korai, cioè ragazze che, superata la fanciullezza, si apprestavano a divenire donne.

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La chiesa di Santa Croce, una preziosa superstite Secondo la tradizione, dove oggi si erge l’edificio sacro in precedenza si trovava un tempio del III/II secolo a.C. dedicato a Venere. In base a questa ipotesi fantasiosa lo stesso nome Colcitrone deriverebbe da Col Citereo (“citerea” è uno degli appellativi della dea della bellezza) e non da “culcitra”, in riferimento ai fabbricanti di materassi e cuscini che si dovevano trovare nell’area. Nel 1081, in questa zona, è attestato un importante monastero per le monache benedettine, che vi rimase fino al 1547, prima di essere trasferito lungo la via Sacra, l’odierna via Garibaldi. La chiesa è una realizzazione del XII secolo, sottoposta a vari rimaneggiamenti, l’ultimo dei quali avvenne in seguito al bombardamento del 2 gennaio 1944, che la rase quasi al suolo. Per fortuna si salvò la preziosa abside, una felice fusione di diversi stili romanici, da quello locale a quello ravennate, fino agli influssi lombardi. La forma esterna è pentagonale in pietre squadrate con coronamento di archetti pensili semicircolari, sormontati da una decorazione in cotto zigzagante. La semidistruzione durante gli eventi bellici portò alla luce il piano di calpestio e la pianta originari. Nei restauri è stato così possibile studiare la porzione di facciata interrata e ricostruire la nuova in maniera verosimile a quella del XII secolo. Sempre durante i lavori furono ritrovate le tracce di due cappelle laterali. Il campanile a torre di epoca successiva, rovinato dalle bombe, fu riedificato a vela. L’interno ha nell’altare la parte più interessante. Il basamento è difatti altomedievale e proviene dalla chiesa di Sant’Angelo di Capo di Monte, situata nella parte estrema della collina di Agazzi. Raffigura l’antica e la nuova “alleanza” tra Dio e gli uo-

mini. Sulla parete di sinistra si notano, invece, i resti di una colonnina romanica facente parte di un antico campanile a vela.

Porta Colcitrone e Porta Crucifera, due facce della stessa medaglia Fino alla fine dell’Ottocento da Borgo Santa Croce si accedeva alla città murata attraverso la scomparsa Porta Crucifera o Porta Colcitrone. Generalmente si fa riferire il termine “crucifera” alla chiesa di Santa Croce, anche se di recente lo storico Marco Giustini collocherebbe la prima Porta Crucifera altrove, sconfessando così il collegamento. Partendo dai documenti, egli considera due contrade differenti quelle di Porta Colcitrone e di Porta Crucifera, almeno fino ai primi decenni del Trecento, situando la seconda nell’area tra le attuali logge vasariane e il muro di contenimento del Prato a nord-est. Era in questa zona, quindi, che doveva trovarsi una porta con quel nome in epoca altomedievale. Con la realizzazione della cittadella voluta dai fiorentini tra il 1337 e il 1343 nella stessa area, la contrada di fatto scomparve e sarebbe andata a fondersi con quella di Colcitrone, causando quell’interscambiabilità delle due denominazioni ancora attuale. La porta da cui si usciva per andare a Santa Croce faceva parte delle tredici entrate della cinta costruita tra il 1194 e il 1200, così come era presente nella grande cerchia trecentesca, quando gli ingressi erano dieci. “Porta Colcitrona”, come la troviamo nominata in una guida del 1819, rimase come unico accesso a est della città con l’innalzamento delle mura cinquecentesce. Il progetto mediceo prevedeva infatti un restringimento del perimetro e la riduzione a soli quattro ingressi. Come si può vedere dalle poche immagini a noi pervenute, era una porta dalle linee semplici e aggraziate, risistemata nel Seicento. Nel 1887 si cominciò a pensare di demolirla, visto che era considerata angusta. I la-


vori di abbattimento di Porta Crucifera terminarono nel 1890. Una delle tante scelte urbanistiche infelici che il centro storico di Arezzo ha subito negli ultimi 150 anni, in nome di una presunta modernità.

Santa Maria della Porta e la sua storia travagliata Subito fuori Porta Crucifera, intorno alla metà del Trecento, fu eretta la chiesa di Santa Maria della Porta, che conserva al suo interno un affresco raffigurante la Madonna in trono con il Bambino. L’opera della seconda metà del XIV secolo, di ambito spinelliano, fu pesantemente ridipinta nell’Ottocento. Nel 1684 fu sede della Compagnia della Madonna della Porta e nel Settecento, con la realizzazione del cimitero, era la chiesa dove i defunti venivano accolti prima di essere sepolti. Con la soppressione della Compagnia nel 1785 divenne cappella privata. Nel 1793 passò ai canonici della Pieve, finché agli inizi del secolo scorso venne sconsacrata. Nella seconda metà del Novecento fu utilizzata da privati come magazzino di materiale tessile. Nel 1996 tornò in mano alla Curia che nel 2005 la affidò alla parrocchia di Santa Croce. Il suo restauro è terminato nel 2010.

C’era una volta un borgo Un tempo quartiere popoloso, pullulante di botteghe e attività artigianali, oggi Borgo Santa Croce è solo l’ombra di quello che gli anziani ricordano. Nelle Zibaldone 2 (Edizioni Cartaria Aretina) curato da Giorgio Feri nel 2017, Aldo Brunetti ricordava invece un sobborgo vivo, con tanti personaggi che scandivano la zona. Vicino alla chiesa c’era Alighiero il marmista e Mengrello con il suo negozio di generi alimentari, una sorta di supermercato ante litteram per Arezzo. Non lontana da loro la fruttivendola Rondine, con le sue ceste di frutta allineate all’esterno e poco più avanti un’altra rivendita di frutta e verdura gestita dalla Menchina. A seguire il bar di Ciuffino, punto di ritrovo per giocatori di carte e amanti del biliardo, che aveva di fronte la merceria della Gesuina. Subito dopo il negozio di fiori del Peloni, poi rilevato da Santino, e quindi il barbiere Eros, il “Figaro” di Santa Croce. Prima della piazza c’era ancora spazio per la merceria della Sinatti, il negozio di frutta e verdura del Moro, l’alimentari e tabacchi del Garinei e la macelleria di Beppe, con le immancabili bestie attaccate ai ganci. Era un’Arezzo popolare, sicuramente più povera e semplice, ma dove tutti si conoscevano ed erano pronti, in caso di bisogno, a tendersi la mano.

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martuzzzzza 69 | Castiglion Fiorentino

mister_g68 745 | Poggiolo

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paolo_ferruzzi 125 | Arezzo, Italy

christianfaffinidiet 93 | Valdichiana


| U P I N S TA G R A M |

Visioni d’autunno SE OGNI STAGIONE PORTA CON SÉ I SUOI DONI, L’AUTUNNO È QUELLA CHE INVITA MAGGIORMENTE AL RELAX E ALLA RIFLESSIONE

#upmagarezzo | #visionidautunno 19 Le atmosfere d’autunno sono morbide e rilassate, i suoi tramonti sono quelli più straordinariamente colorati e scenografici dell’anno: la natura sembra quasi volerci fare immagazzinare quanti più colori e vibrazioni positive prima dell’arrivo delle corte giornate invernali. Ogni territorio si trasforma mostrandosi nella sua veste, secondo noi, più affascinante: basta regalarsi una passeggiata all’aria aperta appena fuori città per venire pervasi dall’odore della terra umida e dallo scricchiolare

delle foglie ad ogni passo, mentre la luce tiepida di una bella giornata di ottobre ci concede il suo abbraccio, invitandoci al relax e alla riflessione.

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Come di consueto, vi proponiamo le immagini più suggestive dalla gallery #upmagarezzo e vi invitiamo a continuare a condividere le vostre foto più belle di Arezzo e provincia con il nostro hashtag ufficiale, dandovi appuntamento al prossimo scatto.

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I fratelli Carlo e Roberto Fabbroni, eredi dell'attivitĂ fondata dal padre Giuseppe nel 1949

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UP ECCELLENZE

Luca Cableri con la tuta del cosmonauta russo Leonid Kyzym indossata nel 1984 durante la missione Sojuz T-10

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FABBRONI SERRAMENTI, UNA STORIA ARETINA DI ANDREA AVATO

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uesta è la storia di uno di noi. Non era nato in via Gluck ma non importa. Si chiamava Giuseppe Fabbroni e faceva il falegname: un bel giorno decise di mettersi in proprio, sfidando il destino, stracciando il contratto da dipendente e tutte le garanzie collegate. Aretino di Battifolle, creò il suo laboratorio di pochi metri quadrati e ci infilò dentro tenacia, amore per il lavoro, passione. Era il 1949, la guerra era finita da poco e nell’animo di tanta gente, compreso lui, convivevano l’ansia di dover ricostruire l’Italia, il timore di una vita incerta, mescolati con la fiducia in un domani migliore e nella possibilità di assecondare i propri sogni. Nel 2019

quella piccola bottega è diventata un’azienda moderna ed efficiente. Si chiama “Fabbroni serramenti e arredi”, a primavera ha festeggiato il settantesimo anno di attività: un traguardo denso di significati che Giuseppe, se fosse stato ancora tra noi, avrebbe celebrato sollevando in aria un calice di bollicine e orgoglio, da bere in un sorso per rimettersi subito all’opera. Era un uomo vecchio stampo, con un fortissimo senso del dovere come (quasi) tutti quelli della sua generazione. Era anche un padre premuroso e quadrato: ai figli Carlo e Roberto ha saputo trasmettere valori solidi e ha messo in mano il mestiere. Oggi la bottega del 1949 è un ricordo e un esempio da seguire: i Fabbroni si

sono spostati a Pieve al Toppo, dove hanno messo su uno showroom elegante e accogliente. Il testimone è passato di mano un’altra volta, finendo ai nipoti del fondatore. Leonardo e Sandra sono giovani (34 e 26 anni), vitali e determinati: somigliano ai loro predecessori, non hanno velleità rivoluzionarie e hanno sposato la linea della continuità. Crescere passo dopo passo, aggiornarsi, intuire le tendenze che cambiano, investire con giudizio, tenere a mente gli obiettivi ma anche il punto di partenza: settant’anni dopo la scintilla innescata da Giuseppe, c’è una fiamma che va alimentata e bisogna farlo con la testa sulle spalle. “Io ho iniziato in azienda nel 2008 – ci

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DALLA PICCOLA BOTTEGA DEL FALEGNAME GIUSEPPE, CHE NEL 1949 SI MISE IN PROPRIO E SFIDÒ IL DESTINO, ALLA MODERNA AZIENDA DI OGGI, DOVE LEONARDO E SANDRA RAPPRESENTANO LA TERZA GENERAZIONE AL COMANDO. UN ELEGANTE SHOWROOM A PIEVE AL TOPPO, IL FATTURATO IN CRESCITA, LE NUOVE TECNOLOGIE E UN MERCATO SEMPRE PIÙ AMPIO: ALLA SCOPERTA DI UNA SOLIDA ECCELLENZA DEL NOSTRO TERRITORIO, SINTESI PERFETTA DI ARTIGIANATO E IMPRENDITORIA


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con il sostegno di:


In alto, Leonardo. Qui sotto, Sandra. La terza generazione alla guida ell'azienda

ce ma rappresenta la vera sfida da giocare ogni giorno. Giuseppe forse nemmeno ci pensava a un’eventualità del genere, Carlo e Roberto invece hanno sperimentato sulla loro pelle cosa significhi la necessità di adattarsi al mondo che cambia. Leonardo e Sandra con questo traguardo da tagliare ci convivono dal primo giorno, abituati a un mer-

cato globale in cui resta a galla soltanto chi riesce ad aggiornare competenze e prospettive. “La differenza più grande tra il lavoro mio, di mia cugina e quello dei nostri genitori riguarda le necessità del cliente. Prima l’azienda creava un prodotto standard che andava bene per tutti: quello offrivamo, quello voleva la gente. Adesso no, ogni prodotto dev’essere diverso dall’altro per accontentare le esigenze più varie. Finiture e dettagli sono fondamentali. Faccio un esempio pratico: trent’anni fa dalle macchine uscivano cento finestre dello stesso colore. Oggi di colori possiamo utilizzarne più di duemila, abbiamo acquistato un robot che può variare tonalità in trenta secondi. E’ completamente diversa anche l’organizzazione interna”. “Fabbroni” dal 2014 si occupa pure di arredamento per la clientela privata. Un salto di qualità grosso così, che ha richiesto standard e ritmi di lavoro più elevati. “E’ stata una mia idea, condivisa all’unanimità, che ci ha consentito di ampliare il ventaglio degli investimenti e il target di riferimento. Dall’abitazione della signora Maria ai negozi, fino alle banche: siamo in grado di assecondare le esigenze più disparate in virtù di un’esperienza consolidata e di un profondo attaccamento alla nostra attività. A me non ha imposto niente nessuno, sono

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ha raccontato Leonardo. Nel 2009 c’è stato un boom incredibile, poi un calo vertiginoso. Siamo legati all’edilizia e quindi sempre sull’altalena. Però da cinque anni abbiamo trovato stabilità: nel 2018 il nostro volume d’affari è cresciuto del dieci per cento, il fatturato è arrivato a un milione e 800mila euro”. “Fabbroni serramenti e arredi” è specializzata nella realizzazione di finestre, porte e portoni. Il segreto sta nel mix tra artigianato e tecnologia, tant’è che uno dei princìpi cardine dell’azienda è la ricerca: nuovi prodotti, nuove soluzioni, nuovi strumenti di lavoro per mantenere il know-how, cioè l’insieme di conoscenze e di esperienze per svolgere al meglio la professione. “Seguo il settore commerciale ma qua dentro ognuno di noi fa di tutto un po’, a seconda delle necessità: mi occupo di preventivi, vendita, produzione, montaggio, riscossione. Per questa intervista ho messo la camicia, di solito invece ho abbigliamento da lavoro: vado nei cantieri, devo stare comodo. Sono laureato in economia e gestione delle piccole e medie imprese, anche se la vera gavetta l’ho fatta in azienda. Ero nel reparto impiallacciatura, mi è servita moltissimo quell’esperienza e mi è pure piaciuta, nessun sacrificio”. Stare al passo con i tempi non è sempli-


“umiltà e dedizione, la vita lavorativa in azienda possiamo sintetizzarla così. la tentazione di mollare? mai avuta”

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qui per scelta: questo lavoro o ti piace o non lo fai. Mio padre e mio zio hanno sempre delegato, non sono mai stati gelosi delle loro mansioni e delle loro responsabilità. Questo ci ha consentito di crescere in maniera sana, equilibrata. Poi è chiaro che ho dovuto metterci del mio, ma lo spirito di sacrificio i Fabbroni lo hanno nel dna: stacco solo quando vado in vacanza con mia moglie Lucia e le mie figlie Bianca e Sofia. Il tempo libero lo dedico a due mie grandi passioni: la Giostra del Saracino e il fuoristrada. Sono un quartierista di Porta Santo Spirito e un iscritto di vecchia data del Tasso Club 4x4 Catenaia. Per il resto, sto sempre qua”. Tra gli ultimi lavori portati a termine, c’è l’allestimento della splendida boutique di Sugar in Corso Italia, ad Arezzo. “Sai cosa mi piace di Beppe Angiolini? Il suo attaccamento alla città. Non è così frequente vedere un imprenditore di successo che decide di investire in provincia. Eppure io questa dimensione familiare la considero un valore aggiunto e se guardo la storia della nostra azienda, mi convinco che è proprio così. Lavoriamo da settant’anni con il territorio, abbiamo commesse anche altrove ma il novanta per cento dei nostri affari è legato ad Arezzo. Siamo sempre andati controcorrente e ne siamo soddisfatti”. L’intervista si allarga a Carlo e Roberto, che siedono al tavo-

lo per qualche minuto. “Umiltà e dedizione, la vita lavorativa in azienda possiamo sintetizzarla così. Quando abbiamo cominciato, affiancando nostro padre, c’erano buone basi e tanta strada da fare. Siamo soddisfatti, è stata la passione a condurci fino a qui e a darci forza nei momenti di difficoltà. La crisi l’abbiamo sentita addosso, ma la tentazione di mollare non ci ha sfiorato neppure per un istante”. Tutto molto genuino, molto appagante. Il fatto è che la ruota non smette di girare e il 2020 è praticamente dietro l’angolo. Chi si ferma è perduto, Leonardo l’ha imparato subito: “L’obiettivo è mantenerci così, con attenzione costante alla tecnologia e allo sviluppo dei prodotti. La clientela è molto attenta, selettiva e se non hai le risorse per rinnovare, vai giù. Ma non ho timori, la storia dell’azienda è di per sé una garanzia”. E Giuseppe, da qualche parte, andrà sicuramente fiero di questa storia tutta aretina di cui lui scrisse il primo capitolo.


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le scarpe della Festa

LE INDOSSAVA MENCHINO NERI NEL GIORNO DELLA "ROVESCIATA DEI SOGNI", ICONA DELLA CENTENARIA STORIA DELL'AREZZO CALCIO. MA LE CALZATURE DI QUESTA FAMIGLIA ARETINA, PRODOT TE FIN DAGLI ANNI '50, SONO UN SIMBOLO DI QUALITÀ, ESPERIENZA, SENSIBILITÀ MANUALE. VERI CAPOLAVORI DI ESTRO E FANTASIA ANCHE FUORI DAL CAMPO DI GIOCO DI CHIARA CALCAGNO

ne presto notata anche dall’Unione Sportiva Arezzo che, nel 1966, propone al giovane calzolaio un contratto da custode per seguire la prima squadra. “A quel tempo il custode si occupava dell’abbigliamento dei calciatori e, soprattutto, doveva aver cura delle scarpette riparandole, ammorbidendole, migliorandole quando necessario. Mio padre iniziò così a specializzarsi in quel settore e il confronto costante con i giocatori lo aiutò a crescere e perfezionarsi. Imparò a costruire scarpette da calcio innovative e ricercate”. Così nel 1978, Francesco prende coraggio, abbandona la squadra per tornare al suo negozio e proporre i nuovi prodotti a un pubblico sempre più vasto. “Ebbe successo non solo a livello locale; venivano giocatori da Siena, Perugia, Firenze a richiedere le sue scarpe e quelli dell’Arezzo non smisero mai di supportarlo e dargli fiducia. Posso citare Francesco Graziani, con il quale era molto amico, Amedeo Carboni, Menchino Neri, Alessandro Calori, Andrea Ranocchia. Mio padre fece le prime scarpe colorate della storia, erano amaranto in onore alla squadra della città promossa in serie B”. Il consolidamento dell’attività arriva con l’ingresso nell’attività dei due figli Giuseppe e Domenico ai quali il padre insegna con devozione il mestiere. Giuseppe sviluppa subito un’eccelsa capacità manuale, apprendendo segreti e tradizioni e trasformandoli in arte. Domenico, che fin dalla tenera età frequenta la bottega, è il creativo della famiglia, dotato di gusto estetico e visione. Frequenta un corso per modellisti per poi tornare nel negozio con sogni e idee rivoluzionarie. Oltre ai modelli tecnici sportivi vengono rispolverati quelli classici borghesi e proposte nuove collezioni di sneaker che racchiudono passato e futuro

della calzatura d’alta gamma. “L’ispirazione arriva da ogni angolo, da ogni oggetto, da ogni volto. Nelle mie creazioni sono stato stimolato dalla pop art, da vecchie scarpe da ciclismo, da un scatola da the metallizzata con sgargianti scritte colorate. O dalla tarte tatin, la squisita torta rovesciata nata per sbaglio. Non puoi sapere da dove arriva l’idea, devi solo essere in grado di riconoscerla e di saperla interpretare”. Inizia collaborazioni con brand importanti e prestigiosi di moda mai trascurando il proprio locale e il marchio di famiglia che prende il nome di Domenico Festa. “Un riconoscimento al mio lavoro di modellista, un regalo da parte di mio padre e mio fratello che è venuto a mancare proprio poco tempo fa. Giuseppe non è mai stato il mio secondo, la sua tecnica era unica. Nessuno dei due si è mai seduto all’ombra dell’altro. Anzi penso che questa nostra sana competizione, il continuo confronto siano stati motore indispensabile per migliorarsi”. La sede, per motivi di spazio, oggi si è spostata in via del Tramarino dove, sotto un unico tetto, viene realizzato l’intero processo produttivo: dallo studio dei modelli, alla scelta dei materiali fino alla completa realizzazione. “Poco tempo fa è tornato Amedeo Carboni in negozio, poggiava la mano sulla spalla di un giovane. Era suo figlio, voleva che avesse le stesse scarpe che avevano accompagnato e coccolato lui nella sua carriera”. Nelle scarpe Domenico Festa, richieste in tutto il mondo, si legge la passione, la sensibilità e l’esperienza di ogni mano che, con cura, le lavora. E’ lusso artigianale. Ricerca dei materiali, confort e bellezza delle linee esaltate in ogni minimo dettaglio. “La mia scarpa più bella? So che devo ancora farla”.

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il 9 giugno 1985. Sull’erba di casa l’Arezzo, contro un ostico Campobasso, sta combattendo per rimanere in serie B. Domenico Neri, per tutti Menchino, capitano della squadra, ha appena sbagliato un rigore al gusto di salvezza. L’unico sapore in bocca di un Comunale gremito è quello amaro della delusione, tra lacrime rassegnate che rigano i volti. Ma passano pochi minuti e Amedeo Carboni ottiene un calcio d’angolo. La palla sbuca sulla fascia opposta, Mangoni la scodella in mezzo e, a riscrivere il destino dell’Arezzo, c’è proprio il numero 8. Menchino ci mette fantasia, tenacia, follia. E un cuore immenso. Sotto gli occhi increduli della Sud, ribalta se stesso, l'Arezzo e uno stadio intero: “la rovesciata dei sogni” buca la porta e salva il Cavallino. E’ il gesto tecnico più celebre della storia amaranto. Be’ quel giorno il capitano aveva ai piedi le scarpette Festa. “Le aveva realizzate mio padre Francesco ma avevamo contribuito anch’io e mio fratello, come usavamo fare in quegli anni. In qualche modo ci sentiamo di aver messo del nostro in quel magico momento”. L’azienda calzaturiera Festa viene fondata da Francesco negli anni '50. Originario di Sant’Arcangelo Trimonte, in Irpinia, dopo aver studiato e lavorato all’estero, acquisendo la tecnica per la costruzione della calzatura di alta qualità, decide di aprire una bottega artigianale ad Arezzo, città di ambiziose prospettive imprenditoriali. Un piccolo negozio vicino allo stadio Comunale dove dar libero sfogo al proprio estro e al proprio talento. Gli affari vanno bene, in terra toscana la qualità viene riconosciuta e premiata e quella firma “F” trova sempre più spazio e consensi. Ma la manualità di Francesco vie-


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Delicata come il vetro, forte come il ferro LA PREPARAZIONE E LA DEVOZIONE PER IL LAVORO DI MAESTRO VETRAIO LE HANNO CONSENTITO DI REALIZZARE LA LANCIA D’ORO DELLA GIOSTRA DEL SARACINO DEDICATA A PETRO BENVENUTI, VINTA A GIUGNO DA PORTA DEL FORO. CRITICA E STORICA DELL'ARTE, ESPERTA DI CRISOGRAFIA, OLIMPIA BRUNI UNISCE GENTILEZZA E TENACIA ED È RIUSCITA AD AFFERMARSI IN UNA PROFESSIONE SVOLTA PREVALENTEMENTE DA UOMINI DI MATILDE BANDERA

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scoltare Olimpia Bruni mentre ripercorre la sua vita trasmette la stessa sensazione di quando, avvertendo il bisogno di cullare i propri pensieri, si porge l’orecchio verso il mare. Solare, teatrale, istrionica, Olimpia sa raccontare la propria storia con una semplicità e una delicatezza disarmanti, instaurando con l’interlocutore, sin da subito, un rapporto di amicizia ed empatia. “Sono una delle poche donne, a dire il vero credo l’unica, a vantare il titolo di maestro vetraio in Italia. Mi presento con orgoglio perché, nonostante sia donna, piccola di statura e lavori completamente da sola, ho imparato a portare avanti un mestiere svolto principalmente da uomini, e che purtroppo sta scomparendo, per via delle sue peculiarità. Maestro vetraio vuol dire, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto del restauro, essere disposti a fare un lavoro faticoso: ci si può tagliare, bruciare, bisogna essere in grado di movimentare carichi dal peso importante”. Si tratta di un'attività che richiede conoscenza e studio, tanto studio. Dopo aver conseguito la laurea in conservazione dei beni culturali, Olimpia Bruni non ha mai smesso di documentarsi, portando avanti ricerche importanti sui tesori artistici del nostro passato ed è oggi una grande esperta di crisografia in Italia, nonché della tecnica medioevale di pittura sul vetro. “A giugno ho disegnato la lancia d’oro della Giostra del Saracino, dedicata a Pietro Benvenuti, poi vinta da Porta del Foro. Ho utilizzato vetro e gemme, provocando inizialmente un certo scetticismo per via dell’apparente fragilità di questi materiali, che non sembravano prestarsi ad un lavoro così particolare. In realtà, utilizzandolo nel modo corretto, il vetro può risultare resistente come il legno, basti pensare alle meravigliose vetrate realizzate decine e decine di secoli fa, che ancora oggi abbiamo la possibilità di ammirare. Il lavoro sulla lancia è durato tre mesi: ho studiato a fondo la tecnica di Pietro Benvenuti e ho dipinto ogni elemento dell’elsa col fuoco, per far sì che il colore non sbiadisca nel tempo.

Ogni singolo pezzo è stato infornato diverse volte ed è stato montato insieme agli altri con il piombo. L’emozione di vedere un quartiere intero in festa attorno ad una mia opera, baciata come se fosse una reliquia, è stata indescrivibile.” Critica e storica dell’arte, studiosa, Olimpia Bruni si è dedicata ad un’importante ricerca sulle fedi chianine, accendendo i riflettori su affascinanti gioielli d’epoca del territorio, che ha raccolto e catalogato nella pubblicazione “Fedi chianine, un dono come tradizione”. Da sempre si prende cura del restauro di vetrate e rosoni antichi, sia in provincia di Arezzo che sul territorio nazionale, come ha fatto con la sua amata mamma e come fa con i suoi allievi dell’università dell’età libera, da cui ha appreso pazienza e perseveranza. Ma la sua abilità artigiana, unitamente alle spiccate doti nell’arte figurativa, la portano a lavorare a progetti sempre più affascinanti. “Il segreto per riuscire è non sentirsi mai arrivati, ma sempre in evoluzione. Sono profondamente convinta che non si debba mai smettere di mettersi alla prova, e personalmente cerco di trarre, da ogni esperienza, insegnamenti e consapevolezza per quella successiva. Mi è successo con un lavoro prestigioso che ho portato avanti tra il 2017 e il 2018, restaurando le vetrate cinquecentesche della Biblioteca Laurenziana di Firenze: i vetri su cui dovevo intervenire erano delicatissimi, con uno spessore inferiore a due millimetri. Il lavoro che mi ha portata ad ottenere l’ottimo risultato, praticamente identico alle parti originali, è stato propedeutico a quello realizzato sull’elsa della lancia d’oro”. Alla domanda sugli obiettivi futuri risponde senza alcuna esitazione: “Valorizzare Arezzo come terra di Marcillat e dei vetrai. E realizzare un’altra lancia d’oro, illuminata”. Si tratta di progetti ambiziosi, ma l’entusiasmo di Olimpia sembra provenire da una fonte inesauribile, e abbiamo tutte le ragioni di credere che riuscirà, con il suo bagaglio di competenze e il tocco di magia e tenacia che la contraddistingue, a realizzarli.


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Andrea Rossi, 32 anni, aretino, un mix di talenti e di passioni: sport, moto, viaggi, avventura


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vivere di passioni e farne un lavoro DAI SOGNI DI BAMBINO ALL'EXPLOIT. LA STORIA DI ANDREA ROSSI, PILOTA DI MOTO PER HOBBY, INNAMORATO DELLA FOTOGRAFIA E INCURIOSITO DALLA MECCANICA. OGGI È DIVENTATO SVILUPPATORE, ISTRUTTORE, ORGANIZZATORE DI EVENTI E UOMO IMMAGINE PER DUCATI DI MATTIA CIALINI

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os’è che fa davvero la differenza? Tra farcela e fallire, a volte, corre un filo così sottile che è la sorte a intestarsi il merito dell'esito. Compito vero di chi tenta è quello di ridurre il solco dell'incertezza. Con una formula antica e sempre valida: fare con consapevolezza. Metterci cura, passione, concentrazione. La casistica dei desideri che si realizzano è quasi integralmente così coltivata. E questa è la storia di chi, a poco più di trent'anni, tiene in pugno il sogno di bambino: “Far parte della Ducati”. Andrea Rossi fa questo. Lavora in fabbrica? E' un dirigente? Un pilota della scuderia? Non proprio. Andrea ha un concentrato di talenti che sa sfruttare (e chissà, magari ancora non a pieni giri): la bella presenza da uomo immagine, il talento in sella che gli permette di gareggiare e fare l'istruttore, le abilità meccaniche che ne fanno un ottimo sviluppatore di moto. Ma sa pure organizzare eventi. E poi c'è l'amore, sconfinato, per i viaggi, lo sport e la fotografia. Qualcosa di inscindibile dal resto della vita per chi ha fatto delle proprie passioni un lavoro. E non viceversa. Ne ha macinati di chilometri il ragazzino che si avventurava sulle strade di Arezzo in sella al Ciao Piaggio della mamma mentre cullava il desiderio di entrare in qualche modo in Ducati. Il liceo scientifico Redi, poi l'università. “Ingegneria meccanica, a Bologna”. Eppure quell'indirizzo c'è anche a Firenze. “Ma la Ducati è vicino a Bologna, non a Firenze”, sorride oggi. Nel frattempo corre in moto. Le due ruote sono nel suo sangue. I genitori lo incoraggiano. E' bravo. Dal 2004 al 2009 si dedica all'Endu-

ro e colleziona trofei. Poi la grande avventura del Motorally. “In questo campo devi andare forte e navigare con l'ausilio delle mappe. È molto più avventuroso”. Ma qualcosa si inceppa. “Coniugare gare e lavoro era difficile”, spiega. E decide di lasciare Bologna. Non l'università. “Mi sono iscritto a ingegneria dell'automazione ad Arezzo. Ho dato oltre metà degli esami ma poi ho smesso. Alcune lezioni mi appassionavano, altre le reputavo inutili. Ho rinunciato al titolo di studio, ma ho appreso molto. Le nozioni che mi servivano le ho tenute”. Segue una fase un po' critica, di smarrimento e di ricerca di identità. Il germoglio più bello attecchisce in questo caos. Nel 2011 c'è una selezione per una gara internazionale di Motorally: il Gs Trophy. Va formato il team dell'Italia: 3 posti in tutto. Mille partecipanti, 40 i primi scelti. Andrea Rossi c'è. Segue un'ulteriore selezione, durissima: guida in moto, orienteering a piedi (di notte, nel bosco, con bussola e lanterne), prove fisiche, psicologiche e abilità meccaniche. Alla fine la scelta cade su Carlo Morini di Imola, Alessandro Bottani di Genova. E Andrea Rossi di Arezzo. E' il pass per un'avventura che dà una svolta ai sogni di Andrea: il ragazzo aretino vola verso la gara che si tiene in Sudamerica, tra Cile e Argentina. Si comporta bene, ma è nella tappa finale che compie il capolavoro: l'Italia da quarta scavalca i padroni di casa dell'Argentina e conquista il podio. E' il miglior risultato di sempre per la selezione azzurra e Andrea è il grande protagonista. “È stato il trampolino di lancio per entrare nel mondo del lavoro – dice. Mi ha dato notorietà e credenziali. Sono diventato

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“Fotografare è la cosa che più di ogni altra riesce a rilassarmi. mi concentro, vedo il mondo con occhi nuovi”

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istruttore di guida di moto fuoristrada. E alla fine è iniziata la collaborazione con Ducati”. Sono proseguite le gare (“e le moto le ho assemblate da solo assieme agli amici Luca Dragoni e Tommaso Maestrini: bestioni da 180 chili, Maxi Enduro complicate da guidare”). Nel 2015 Andrea diventa campione italiano di Motorally e Raid TT di categoria. Poi ha dovuto rallentare, anche se lo scorso aprile non ha resistito al richiamo dell'antico amore ed è volato in Marocco per l'Afriquiya Merzouga Rally. “Ho frenato – racconta – perché per Ducati ho iniziato a fare lo sviluppatore di moto da Maxi Enduro”. Ma non solo: per Ducati testa i prototipi, fa da istruttore, organizza eventi ed è anche pro-

tagonista dei promo ufficiali. In questi video interpreta se stesso: perché le grandi avventure ai confini del mondo che le clip lasciano immaginare, Andrea le ha vissute davvero. “Eh sì, ho sempre amato viaggiare su due ruote e farlo in paesi esotici, in condizioni estreme, ha rappresentato una sfida enorme per me. Ho percorso – raccon-

ta - la Route 66 con una Harley Davidson, da Chicago a Los Angeles in 15 giorni. Nel mezzo ho attraversato una tempesta, trovando ospitalità in un caravan, ho accusato un serio colpo di calore nel deserto di Las Vegas. Altre due settimane le ho trascorse in Laos con moto da fuoristrada e 4 amici. Ho potuto scattare foto che raccontano meglio di mille parole le emozioni di un percorso straordinario. Sempre con i miei amici ho fatto la follia di affittare 6 moto indiane scassate e partire da Nuova Delhi per arrivare a quota 6mila metri. Ho fatto un tour in jeep – assieme a una ragazza - in Angola e Namibia, deviando dal percorso per soccorrere uno sconosciuto e portarlo in ospedale. Sono tutte istantanee che porto dentro, ma altre sono impresse nelle mie memory card. Fotografare è la cosa che più di ogni altra riesce a rilassarmi. Mi concentro, vedo il mondo con occhi nuovi, di bambino”. E altri hobby rilassanti? “Beh, faccio anche pesca in apnea, rafting...”, sorride. “E poi ho comprato un furgone camperizzato, c'è una cucina, un bagno e un portamoto. Il modo migliore per partire con la mia fidanzata e godersi la libertà: questa estate abbiamo girato un mese tra Turchia (fino alla Cappadocia), Grecia e Balcani. Gli eventi internazionali a cui partecipavo – sempre in giro tra Europa, Cina, America – mi avevano tolto il gusto di viaggiare. Ora che ho rallentato con le gare, lo sto riscoprendo”.


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Medici di cuore

ROBERTO CECCHI, RESPONSABILE DELLA CARDIOLOGIA DEL CENTRO CHIRURGICO TOSCANO, È COORDINATORE NAZIONALE DI SOSAN, ORGANIZZAZIONE CHE PROMUOVE L’ASSISTENZA SANITARIA GRATUITA PER GLI INDIGENTI, IN ITALIA E ALL’ESTERO. GRAZIE A LUI E A TANTI SUOI COLLEGHI, AREZZO È DIVENTATA UNA SORTA DI CAPOFILA DEL PROGETTO, CATALIZZANDO ENERGIE E PROFESSIONALITÀ GRAZIE ANCHE A PROTOCOLLI D’INTESA CON ASSESSORATI E ASSOCIAZIONI DI VOLONTARIATO. “QUANDO UN MEDICO RIESCE A RISOLVERE UN PROBLEMA DI SALUTE A UN PAZIENTE, GUARISCE INSIEME A LUI” DI ANDREA AVATO

accedere a cure specialistiche. Il servizio sanitario nazionale non riesce a soddisfare il cento per cento delle necessità dei cittadini, le liste d’attesa sono spesso troppo lunghe e allora, quando ne abbiamo modo, interveniamo noi”. Roberto Cecchi, tra i vari incarichi, ha quello di responsabile della cardiologia del Centro Chirurgico Toscano. Dopo anni trascorsi nella sanità pubblica, adesso è un libero professionista e un catalizzatore di energie. Non è un caso che ad Arezzo le adesioni al progetto Sosan siano molto più numerose, in proporzione, rispetto al resto d’Italia, dove comunque la rete si sta diffondendo in modo capillare. Il merito è soprattutto di quest’uomo con la barba, con l’espressione austera, che parla con il tono fermo (e rassicurante) di chi sa cosa dice. “Nel nostro territorio ci sono venti medici che offrono la loro esperienza, il loro tempo e le loro conoscenze a beneficio della collettività. Per quanto mi riguarda, non ho velleità personali né l’ambizione di mettermi in vetrina: ho la delega al coordinamento in Italia, mi interessa soltanto dare voce a quest’attività e fare luce su un’associazione che

svolge un compito prezioso e apprezzato, con Arezzo che sta diventando una sorta di capofila”. Ma come è nata l’idea di una onlus di questo tipo e in questo settore? “I Lions, per statuto, hanno l’obiettivo di rendere servizi alla comunità. Il resto, compresa Sosan, è questione di sensibilità personale. L’associazione traduce in fatti concreti la disponibilità di tanti medici, con formazioni e specializzazioni differenti, ad aiutare gli altri. Mi rendo conto che siamo una goccia nel mare, ma non esiste un motivo perché questa goccia non ci sia. Per quanto mi riguarda, nella mia vita ho sempre cercato di essere solidale. Ci sono vari modi per farlo: dal sostegno al progetto per l’illuminazione del campanile del Duomo di Arezzo, come ho letto in un recente numero di Up Magazine, all’assistenza medica. Sosan è un bell’esempio su cui accendere i riflettori perché l’intraprendenza che fa grande un territorio può essere declinata in vari modi: oltre a quella degli imprenditori, c’è anche la nostra”. Sosan ha la base a Ravenna ed è attiva, anche se a macchia di leopardo, in tutta la penisola. Il progetto ruota attorno a reti di studi professionali dei singoli me-

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tile di vita sano, alimentazione corretta, esercizio fisico: le cose che fanno bene al cuore, Roberto Cecchi le conosce a menadito. Cardiologo e medico dello sport, è consigliere nazionale e referente aretino di Sosan, organizzazione Lions che promuove l’assistenza sanitaria gratuita per tutti coloro, italiani e stranieri, che ne hanno bisogno e non possono permettersi di pagarla. Prestazioni professionali a costo zero a favore degli indigenti, questo fa il dottor Cecchi insieme a una nutrita schiera di suoi colleghi: un’attività impegnativa, con uno sforzo logistico e organizzativo non indifferente, che però regala soddisfazioni grandi così. E una volta tanto, a trarne beneficio non è solo il cuore dei pazienti, ma anche quello di chi indossa il camice, perché aiutare il prossimo alleggerisce l’anima e mette in pace con il mondo. “Sosan è nata nel 2003, all’inizio operava soprattutto nel terzo mondo e ha all’attivo circa cento missioni, con visite e interventi chirurgici, distribuite in quattro continenti. Da diversi anni si occupa anche dei nuovi poveri in Italia, visto che c’è un numero sempre più cospicuo di persone che non hanno possibilità di

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All'estero Sosan ha sottoscritto accordi con autorità locali e ministeri della salute in tutti i continenti

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dici aderenti al Progetto Italia e a strutture ambulatoriali organizzate e gestite da Sosan, presso cui prestano la loro opera i medici che hanno offerto la loro disponibilità a Sosan. Poi ci sono gli interventi in occasione delle calamità naturali. La prima esperienza si è registrata in occasione del terremoto nel centro Italia, con l’istituzione di un centro oculistico mobile ad Amatrice e l’inserimento di volontari in affiancamento dei medici locali. All’estero Sosan ha sottoscritto accordi con le autorità e i ministeri della salute di vari Paesi, con progetti di assistenza agli indigenti e di protezione personale dei medici che partecipano alla missione: Haiti, Ecuador, Brasile, Burkina Faso, Etiopia, Tanzania, Malawi, Madagascar, Afghanistan, India, Togo, Camerun, Uganda. Attualmente sono in atto missioni in Marocco, Moldavia

e Albania. In progetto ve ne sono altre in Benin, in alcuni Paesi transcaucasici e dell’Europa orientale. “L’indigenza della persona da assistere non la certifica Sosan, sarebbe sconveniente. Per bypassare il problema abbiamo firmato convenzioni con assessorati e associazioni di volontariato che operano nel territorio e che ci segnalano i casi da prendere in esame. In provincia di Arezzo collaboriamo con sei Comuni, compreso il capoluogo. Il problema è che gli apparati amministrativi non sempre riescono a intercettare le necessità mediche degli indigenti. A oggi sono risultate più efficaci le associazioni come Casa Thevenin, la Croce Rossa o la Caritas e questo scenario caratterizza tutta l’Italia. I nostri medici, una volta entrati nell’organizzazione, devono rispettare un regolamento e fornire prestazioni complete. Tutto ciò che sono in grado di fare nel loro studio, devono farlo gratuitamente: noi offriamo diagnosi e cura, non screening. Non hanno l’obbligo di essere Lions né di iscriversi a Sosan per partecipare alle attività di servizio: se aderiscono alla nostra organizzazione di volontariato, però, in cambio hanno alcuni vantaggi, tra cui coperture assicurative”. La linea, dunque, è tracciata, anche se di lavoro da fare ce n’è ancora moltissimo. “Le prestazioni mediche sono meno numerose di quelle che vorremmo, troviamo più facilmente gli specialisti che gli indigenti. Sembra incredibile ma è così. Ho toccato con mano che i nuovi poveri italiani sono difficilmente raggiungibili perché hanno timore, quasi vergogna, a manifestare la loro condizione sociale. In Toscana, non dico in

Il dottor Roberto Cecchi con Sandro Sarri, presidente dell'Istituto Thevenin di Arezzo

quale città, finché la sede della Caritas è rimasta nel centro storico, accoglieva pochissima gente. Da quando è stata spostata in periferia, in un luogo più appartato, i flussi sono aumentati”. In Toscana Sosan ha offerto supporto medico soprattutto a immigrati e clochard. Adesso la situazione è cambiata, la platea di chi si trova in una condizione di bisogno si sta allargando e coinvolge fasce di popolazione sempre più ampie. “Il mio obiettivo è garantire assistenza anche agli italiani che hanno perso il posto di lavoro, a chi non ha più una casa ed è costretto a dormire in macchina. Situazioni drammatiche di questo tipo ce ne sono in tutta Italia, al nord come al sud, e l’invito è quello di farsi avanti, di vincere la barriera del pudore perché c’è chi può tendere una mano e offrire un aiuto. Nel mio lavoro ho dovuto gestire tante situazioni estreme, ma a toccarmi in profondità sono stati i casi di donne che avevano subìto violenza, fisica e psicologica, spesso insieme ai loro bambini. Ne sono rimasto toccato. Mi creda: quando un medico riesce a risolvere un problema di salute a un paziente, guarisce insieme a lui”. E la politica? Ha mai rappresentato un ostacolo, un freno all’attività solidale di Sosan? “No, mai. Le amministrazioni pubbliche, di qualsiasi colore, sono state ben liete di sottoscrivere accordi con noi. Io penso che una risposta sanitaria deve essere efficace a prescindere da chi ne fa domanda e da dove arriva. Il diritto alla salute delle persone è più importante della mia visione del mondo o di quella dei miei colleghi: il principio fondante di Sosan è questo”.


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UP GUSTO

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(BUON) GUSTO. DI STORIA UNA rIVOLUZIONE

L'ALCHIMIA DEI TRE FRATELLI STILO DIETRO IL SUCCESSO DE LE CHIAVI D'ORO, PUNTO DI RIFERIMENTO PER LA RISTORAZIONE ARETINA DAL 2007. RICETTE MODERNE E DESIGN INNOVATIVO: UNA SCOSSA NEL PANORAMA GASTRONOMICO CITTADINO DI MATTIA CIALINI


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n collage di ante di legno, vecchi armadi che vivono, di nuovo, in una parete. Un tavolo d'ottone, i calici di cristallo, l’impeccabile tovaglia bianca. Fianco a fianco, testi di vino e illustrazioni di Caravaggio. Lampade retrò, sedie di recupero. Effetto cemento a terra. L’impronta del ristorante Le Chiavi d’Oro è stata data nel 2007 dall’architetto milanese Vincenzo De Cotiis (lo stesso del concept di Palazzo Sugar), e adesso è già un classico. Il design - ardito per la città dello scorso decennio - ha tracciato un profondo solco, imprimendo svolte nel piatto e fuori. “Siamo orgogliosi di aver dato un contributo”, dice Teresa Stilo. Insieme ai fratelli Francesco e Giovanna è l’artefice di una piccola rivoluzione di gusto e buongusto. “Dodici anni dopo - racconta - posso dire che siamo soddisfatti di quel che abbiamo creato. Quando abbiamo inaugurato il ristorante, sentivamo la pressione: avevamo a disposizione un angolo magico, tra piazza San Fran-

cesco e via Guido Monaco, che aveva ospitato storiche attività. Avevamo il dovere di fare qualcosa di bello e importante per Arezzo”. Le radici di quel “qualcosa” affondano però in un’altra zona del centro storico, situata non troppo lontano: via Madonna del Prato. Qui Fortunato e Lidia, i genitori di Francesco, Teresa e Giovanna, dopo essersi trasferiti da Nicotera in provincia di Vibo Valentia nel ‘93, aprirono una trattoria. Prodotti genuini e tradizioni calabresi: in breve, gli aretini si innamorarono del posto, per il carattere dei sapori e il calore familiare. L’attività è rimasta in piedi fino al 2009, ma nel frattempo la seconda generazione stava spiccando il volo. Il frutto non cade mai lontano dall’albero: anche i figli, dopo l’apprendistato di famiglia, si volevano lanciare in un’avventura culinaria. Con un target differente. Francesco Stilo aveva frequentato la scuola Alma di Gualtiero Marchesi a Parma, e voleva misurarsi con una sfida all’altezza delle sue capacità, le sorelle hanno assecon-

dato il suo slancio e tutti e tre hanno iniziato a confezionare il sogno di un ristorante nuovo. Intrigante. Che prendesse dalla tradizione, ma senza ancore gravose. Ricette moderne, piatti creativi, legame col territorio. Facile a dirsi ora, complicato anche solo pensarlo quasi tre lustri fa. E invece l’occasione si presenta. Nel 2006 quell’angolo di piazza San Francesco che ospitava la libreria Pellegrini resta sfitto e i tre fratelli Stilo colgono l’opportunità. “All’epoca non era facile scommettere su questa zona però, non c’erano molti locali e, di sera, era meno frequentata. Credo che abbiamo dato un input notevole, assieme al Caffè dei Costanti e a Terra di Piero, a rinnovare l’immagine della piazza”, continua Teresa. E il nome? “Beh, quello è merito di Beppe Angiolini di Sugar. È stato lui a suggerire di chiamare il locale come lo storico albergo che sorgeva qui un tempo”. Poi arriva anche il consiglio su Decotiis per gli arredi: è lo stesso architetto a disegnare il logo con le tre chiavi.

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“La città ci ha dato subito fiducia e noi siamo grati ad Arezzo. Ci siamo affermati grazie alla fedeltà degli aretini” “Un modo per rappresentare e celebrare l’unione dei fratelli Stilo”. Un legame di sangue, ma soprattutto un’intesa di sensibilità. “Il segreto delle Chiavi d’oro - suggerisce Teresa - è proprio questo”. L’alchimia si crea naturalmente: Francesco in cucina, Giovanna alla pasticce-

ria, Teresa in sala, con gusto, affinato nel tempo, per i vini di qualità. I piatti nascono dall’estro di Francesco, ma devono passare l’esame di famiglia per essere messi nel menu. Lo stesso dicasi per i vini. “Non c’è etichetta che non abbiamo assaggiato e approvato nella nostra carta”. Bottiglie classiche, ma anche produzioni di nicchia. Perle che le Chiavi d’oro selezionano con cura, con un occhio di riguardo, oltre che per la qualità, anche per artigianalità e “Green”. E che diventano protagoniste in pochi, ricercati, eventi enogastronomici, magari alla presenza del produttore. La giornata scatta alle 8,30, quando Francesco inizia ad impastare pane e pasta e si alza la serranda del laboratorio delle creazioni golose di Giovanna. Alle 10,30 Teresa avvia il servizio per il pranzo. Il triplice fischio arriva a notte fonda, quando la cena si è conclusa. “E adesso abbiamo raddoppiato, perché gestiamo anche la storica Fiaschetteria in via de’ Redi”, aggiunge Teresa. Anche questo locale è marchiato “Chiavi d’o-

ro”, si tratta di un bistrot in cui ci sono poche cose selezionate: espressione di una gastronomia genuina”. E il menù delle Chiavi d’oro? “Cambia quasi settimanalmente, in base alla stagionalità. Da questo punto di vista siamo maniacali. Gli unici punti di riferimento sono tartare di carne, che abbiniamo però a condimenti diversi, e tagliatelle all’anatra: il nostro must”. Riavvolgendo il nastro, gli esordi delle Chiavi d’Oro raccontano di una partenza durissima per l’impegno richiesto, grande curiosità generata e pressione per le aspettative da rispettare. Ma anche di un successo clamoroso, determinato da quella formula familiare via via affinata. E ben piantata su uno stile nuovo, fresco, alleggerito rispetto alla tradizione. “Sono contenta se abbiamo contribuito ad indicare una nuova via. La città ci ha dato subito fiducia e noi siamo grati ad Arezzo. D’altronde molti turisti ci scelgono ma se ci siamo affermati è grazie alla fedeltà degli aretini. E oggi abbiamo una clientela bellissima”.


via Cavour 67, Arezzo federicovalentini.it


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U P C U R I O S I TÀ

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LA postierla di pozzolo

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POCO CONOSCIUTA MA CON UNA STORIA DENSA DI RETROSCENA: LA POSTIERLA È UNO DEGLI ELEMENTI PIÙ CARATTERISTICI DELL'ACCESSO A NORD DI AREZZO, SITUATA NEL TRATTO DI MURA CHE VA DA PORTA STUFI A PORTA SAN CLEMENTE. TAMPONATA E POI RIAPERTA NEL 1944, OGGI È COLLEGATA AL CAMMINAMENTO INTITOLATO ALLA EX SOPRINTENDENTE ANNA MARIA MAETZKE

L

a Postierla di Pozzolo è uno degli elementi più caratteristici dell’accesso a nord del centro di Arezzo. Secondo la maggior parte degli storici faceva parte delle tredici porte della cinta muraria realizzata nel 1194-1200, citata nei documenti anche come Pozuolo, Pozzuolo e Pozoli. Nella cerchia successiva, quella tarlatesca del Trecento, avrebbe perso di rilevanza, venendo relegata al ruolo di “postierla”, ovvero una entrata secondaria, situata nella cortina tra Porta San Clemente e Porta Stufi. Negli Annali di Fraternita XXVI, recentemente pubblicati, Marco Giustini disserta sugli ingressi che si trovavano nella cinta duecentesca settentrionale, spostando però l’originale Porta Pozzolo e il sobborgo omonimo nel tratto tra l’odierna Fortezza e la scomparsa Porta San Biagio, quest’ultima celata dove è il muro di contenimento del Prato. Quella che vediamo oggi, invece, sarebbe secondo il giovane storico da ricondurre alla “Porta San Domenico” indicata in un documento del 1310. Un’interessante ipotesi da approfondire. Durante il breve dominio fiorentino del 13371343, causato dalla decisione di Pier Saccone Tarlati di cedere la propria signoria su Arezzo in cambio di denaro e privilegi, presero il via i

DI MARCO BOTTI

lavori per realizzare un nuovo sistema fortificato composto da tre strutture principali: la cosiddetta “Cittadella”, il Cassero di San Donato e il Cassero di San Clemente. I primi due, situati nelle attuali aree del Prato e della Fortezza, erano collegati al terzo attraverso un corridoio esterno coperto, che determinò la manomissione dei precedenti accessi. A destra e sinistra di quella che attualmente è denominata Postierla di Pozzolo, nel tratto di mura che va da Porta Stufi a Porta San Clemente, si possono ancora notare i resti del passaggio in legno e muratura che serviva ad andare da una parte all’altra del complesso difensivo, forse anche a cavallo. Due secoli dopo, con la realizzazione della cinta medicea cinquecentesca, il corridoio fu smembrato. Nel 1650/52 Annibale Cecchi, ingegnere militare del Granducato, mise in sicurezza le arcate residue. In quel periodo Cecchi stava infatti consolidando il limitrofo baluardo del Torrione, come ricorda nei suoi importanti contributi alla storia delle fortificazioni aretine Andrea Andanti. La Postierla di Pozzolo rimase tamponata fino al 1943/44, quando venne riaperta per motivi bellici. Con la realizzazione delle scale mobili a nord, è stata messa in collegamento con Porta Stufi grazie al camminamento intitolato ad

Anna Maria Maetzke, soprintendente di Arezzo, scomparsa nel 2004. Subito fuori dalla piccola porta si trova un monumento a ricordo del giovane tenente belga Jean Mauritz Justin Meuret, che offrì la sua vita per affrancare Arezzo dall’occupazione nazifascista. Venne ucciso il 15 giugno 1944 nel vano tentativo di liberare il fondatore del Comitato provinciale di concentrazione antifascista Sante Tani, imprigionato da alcuni giorni assieme al fratello parroco Giuseppe e al partigiano Aroldo Rossi nel carcere aretino. I tre erano stati arrestati dalla Guardia Nazionale il 30 maggio nei pressi di Anghiari. I genitori di Meuret arrivarono ad Arezzo il primo settembre 1946 per recuperare la salma nel cimitero cittadino. Due giorni dopo, alla riesumazione, la famiglia ricevette un vaso di terra aretina, da mescolare a quella belga al momento della sepoltura nella natia Jemappes. Nelle pagine de La Nazione del 4 settembre 1946 si scrive che il feretro lasciò Arezzo dopo essere stato portato in corteo commemorativo nel centro storico con una jeep. In seguito fu realizzato il monumento in pietra arenaria a ricordo dell’immolazione, che raffigura un libro aperto contornato dalle parole "Giustizia, Libertà e Umanità”.


Disponibile ad Arezzo, Via Madonna Del Prato, 94


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