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Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/VI - Anno 44 - N. 08 Novembre-Dicembre 2016 - Mensile

2016

Novembre

2016

08

Novembre Novembre-Dciembre Dicembre

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

speciale

La copertura assicurativa INAIL per i calciatori professionisti a cura dell’Avv. Luca Miranda

All'interno inserto speciale INAIL

Riccardo Meggiorini attaccante del Chievo

"Non c'è sconfitta nel cuore di chi lotta"


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di Damiano Tommasi

editoriale

Chapecó Tutti si ricorderanno di questa cittadina a sud del Brasile che è entrata nella mitologia calcistica lo scorso 28 novembre. La Chapecoense, la squadra di casa, è stata vittima di una tragedia aerea e ora non sarà più una squadra brasiliana, ma La Squadra brasiliana. Il Conmebol ha deciso di assegnare la Copa Sudamericana 2016 ai verdi-bianco che a poco più di 40 anni dalla fondazione sono diventati immortali. È commovente il trasporto di tutti quelli che indossano una maglia da calcio e piangono i loro idoli, la corsa al sostegno di questo micro mondo fatto di passione, la Federazione brasiliana che blocca la retrocessione della Chapecoense per i prossimi tre anni, il Barcellona che invita i verdi-bianco al trofeo Gamper del prossimo anno o i prestiti gratuiti per finire la stagione da parte delle altre squadre brasiliane. “Gli sportivi non muoiono mai”, “Sono le emozioni che muovono che li rendono immortali”.

vittime… sembra. Mi capita spesso quando si contano le vittime specificando la nazionalità, i “nostri” sembrano contare di più, quelli famosi danno più dolore, il circo mediatico si attiva con energia incredibile se nella tragedia c’è “la notizia”… e io sono a disagio. Il nostro micro mondo a volte sembra ergersi a qualcosa di più importante di quello che in realtà è. Noi calciatori siamo tentati da questa illusione gigantista di essere “di più”. Forse è vero. “Sono più morti perché gli idoli sono più vivi” e forse, come diceva quel detenuto incontrato a Regina Coeli, oltre alla famiglia il calcio è una passione che ti può far andare avanti anche nelle situazioni più difficili. O forse lo sport e i suoi idoli sono emozioni eteree che quando si scoprono di carne ed ossa il rumore è assordante.

Ma… sono un po’ a disagio quando sembra che ci si dimentichi delle restanti

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Poste Italiane SpA – Spedizione

08

Novembre Dicembre

Affari di famiglia

scritto per noi di Alessandro Comi

Raffaele Gragnaniello: “La mia esperienza al servizio del calcio”

regole del gioco di Pierpaolo Romani Quando il calcio può salvare una vita

scatti di Maurizio Borsari

l'intervista

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primo piano di Nicola Bosio

16° Galà del Calcio Triveneto 2016

primo piano di Nicola Bosio Consiglio Direttivo AIC Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

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io e il calcio di Pino Lazzaro Mihai Bobocica

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Organo mensile dell’Associaz

ione Italiana Calciatori

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serie B di Claudio Sottile

di Pino Lazzaro

– 70% NE/VI - Anno 44 - N. 08 Novembre-Dicembre

La copertura assicurativa INAIL per i calciatori professionisti

editoriale di Damiano Tommasi

Incontro con Riccardo Meggiorini, attaccante del Chievo, che in una lunga intervista ha modo di raccontare e raccontarsi, facendolo in una dimensione di estrema “normalità”, sempre con un taglio “da piedi per terra”, una sorta di suo marchio di fabbrica.

Novembre

in Abbonamento Postale

All'interno inserto speciale INAIL

2016

sommario

2016

2016

08

Novembre N Dicembre ovembre-Dciembre

Riccardo Meggiorini attaccante del Chievo

"Non c'è sconfitta nel cuore di chi lotta"

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2016 - Mensile


l’intervista

Riccardo Meggiorini attaccante del Chievo

Non è passato molto tempo (metà settembre) da quando il suo nome era in tutte le prime pagine dei giornali (sportivi e non). No, non è che avesse fatto – per dire – una fantastica tripletta, non c’entrava nulla il pallone. Era insomma arrivato a quei titoli per aver soccorso una ragazza su cui stava infierendo un cosiddetto fidanzato. Intervento dunque del nostro che immobilizza l’altro: arrivo dei carabinieri e stop. Lui poi a schermirsi, pure un po’ imbarazzato per tutta quella attenzione: dai, “giusto un gesto d’istinto”, gli pareva normale. In effetti, questa della “normalità” è una dimensione che pare possa associarsi per bene a Riccardo Meggiorini che in questo nostro incontro al solito ha modo di raccontare e raccontarsi. Facendolo sempre con un taglio “da piedi per terra”, una sorta di suo marchio di fabbrica. Buona lettura

di Pino Lazzaro


l’intervista

"Non c'è sconfitta nel cuore di chi lotta"

“Se guardo indietro, a quand’ero piccolo, mi vedo lì sul cortile di casa o anche su un campo a fianco, ce n’era di spazio attorno, sì, all’azienda agricola della mia famiglia. Giocavo da solo o col mio fratello più grande, Giordano, lui poi col calcio s’è dovuto fermare che aveva 12 anni, qualche problema al cuore, niente di grave, ma stop. Qualche lavoretto aiutando papà, le corse in bici, ma soprattutto il pallone, continuando a calciare contro il muro della stalla, ancora e ancora e un po’ dappertutto. Immaginavo le azioni, i gol, così. È stato poi che avevo 8 anni che sono andato nella squadretta del mio paese, Tarmassia, è stato un qualcosa di automatico, con me tutti i miei amici della scuola. Da casa mia lo puoi vedere quel campo, 300 metri, a volte per arrivarci non andavo per strada, ma attraverso i campi. Anch’io poi a fare la raccolta delle figurine, tutte le mattine a comprarmi un paio di bustine”. “Il Gs Tarmassia, giallo e nero i colori sociali, tipo il Borussia Dortmund. Me lo ricordo ancora il primo primo allenamento, avevo addosso una magliettina grigia, c’era scritto il nome di uno sponsor, uno del paese; prima la riunione e c’erano pure i genitori ed eravamo quasi tutti del paese. Subito attaccante e ci sono stato cinque anni lì con loro e sono poi passato al Verona. Quei miei anni lì al paese li ricordo come un bellissimo periodo, trattati tutti eguale, primo riferimento l’educazione e tanto divertimento. No, non si parlava di vincere, della classifica, ste cose qui, era soprattutto stare assieme. I miei venivano poco a vedermi, mio papà sempre impegnato con i lavori della stalla, aveva poco tempo, è venuta mia mamma di più. Lì adesso a Tarmassia una squadra c’è ancora, ma di amatori, non più di bambini, di ragazzini in effetti ce ne sono sempre meno e quelli che ci sono vanno o a Isola della Scala o Bovolone”. “Del Verona me ne parlavano, girava questa cosa, c’era un osservatore che mi aveva segnalato e sono andato così a fare un provino, eravamo in due della nostra squadra, mi hanno preso. No, non è che allora pensassi di fare il calciatore,

Come si fa?

“Di interviste ne ho fatte tante e tante negli anni, ormai so con chi posso parlare. Quel che sempre vorrei è cercare di essere me stesso, però non puoi dire quel che pensi, dire la verità non sta bene a tutti ed è una cosa questa che mi dà fastidio… ma deve andare così per forza”. mai pensato, è stato poi, a 18-19 anni che ho cominciato a capire che forse potevo starci, che potevo continuare sul serio. Passare al Verona è stata comunque una grande emozione, ancora il Chievo non era quello che poi è diventato, oh, il Verona! Mi venivano a prendere col pulmino, a volte ci pensava mia mamma: ci sono rimasto due anni, si giocava contro squadre come il Treviso, il Padova, l’Udinese, capivo che era un’altra cosa, ma a dir la verità non mi divertivo come prima, non era la stessa cosa”. “Il primo anno l’ho fatto come esterno alto di sinistra, il secondo da attaccante, giocando però pochino: non mi hanno riconfermato e sono così andato a giocare a Bovolone, pochi chilometri da casa, il gruppo di prima a Tarmassia non c’era più. Al campo ci andavo anche in scooter, col brutto tempo mi portavano quelli di casa. Non essere riconfermato per me ha significato zero delusione e lo stesso è stato per i miei genitori, non è che il loro pensiero fosse così che non ero adatto al calcio o ste cose qui. Ricordo che ero soprattutto contento di “tornare a casa”, come mi sia piaciuto e subito mi sia trovato bene. Due anni da allievo, tanti gol e il terzo anno che dovevo fare gli juniores, subito in prima squadra, in Eccellenza”. “Avevo 17 anni, tre allenamenti la sera, categoria che è già la sua parte importante, ne ho fatti tredici di gol in quella stagione. In quel periodo ho partecipato pure al Torneo delle Regioni, anche lì di gol ne ho fatti parecchi, primo o secondo tra i cannonieri, adesso non mi ricordo. Sono così ripartite le voci, che mi volevano più squadre, ricordo che c’era il Perugia e pure lo stesso Verona, ricordo che venne proprio il mio ex allenatore, Casagrande, a parlarmi. Poi non successe nulla di concreto e

giusto per imparare come funzionavano le cose, anche come rispondere a chi mi chiedeva magari di andare di qua o di là, incontrai a quel tempo il procuratore D’Amico. A maggio poi un altro provino, stavolta con l’Inter, lì nel milanese, un triangolare, c’era pure la Juventus. D’Amico a dirmi che, dai, non c’era paragone con le altre possibilità, di andarci insomma. A me sembrava fin troppo, all’inizio non ci volevo andare, non mi sentivo all’altezza, chissà quanto forti sarebbero stati. Poi ho detto sì, è stato il presidente del Bovolone a portarmi, feci due-tre gol. Per l’accordo sono andato con i miei, ricordo che per l’Inter c’erano lì Ausilio e Beppe Baresi”. “È stato così proprio un cambio di vita, oh, all’Inter: cominciavo a capire che forse ci potevo almeno provare, però anche quando c’era da partire per firmare le carte, d’istinto io non avrei voluto andarci, ma come fai poi a dire no? A casa erano contenti per me, certo, ma pure preoccupati. Da Tarmassia, dalla campagna, a Milano… ero pure senza patente, anche se poi l’ho presa giusto due mesi che mi ero trasferito. Stavo dalle parti di Cormano, una bella casa, anzi, una villa, eravamo in due-tre al piano sotto e due-tre al piano sopra, tutti Primavera. Dopo la scuola o s’andava a mangiare a Interello o facevamo noi, a casa, s’andava a fare la spesa, era anche bello. La scuola era in Viale Monza, ragioneria, l’Inter obbligava tutti ad andarci e ricordo quanto fosse dura l’alzarsi presto al mattino, prendere il bus o il treno e anche il metro, io che ero abituato a girare in scooter e avevo tutto lì vicino. Comunque con i libri non è che sia andato poi molto d’accordo: dopo le medie ho fatto tre anni di professionali, sempre a Isola della Scala. Un tipo di scuola che doveva darmi insomma un indirizzo lavorativo, era su quello che ragionavo, non sul calcio, 7


l’intervista

Mi ritorni in mente “La partita che non dimentico, proprio la prima, è Inter-Torino, io che faccio una doppietta a San Siro! Ho persino dei quadri a casa di quella partita, delle foto ingigantite. Perdevamo 1 a 0, poi siamo andati 2 a 1 per noi e non sono stati gol particolari, ne ho fatto uno su una porta e l’altro sull’altra, c’era Handanovic in porta ed è stato poi Cambiasso a fare pari. Un’altra che ti voglio dire è invece un Bari-Juve e me la ricordo intanto perché ho fatto il mio secondo gol in Serie A. Di sera, non ricordo più se un posticipo o un anticipo: c’erano 60.000 spettatori, che bello. Sul gol sono stato anche fortunato, rubata palla a Marchisio, ricordo che c’era pure Cannavaro e c’è stata una deviazione, c’era Buffon in porta. Un boato che mai avevo sentito prima, incredibile. Mi sono levato la maglia e sono corso sotto la curva, una scena che mi capita di rivedere, o perché vado a rivedermela o magari mi arriva tramite i social da qualcuno. Una che di sicuro vorrei poter rigiocare è un derby di Torino, quelli che ho giocato li abbiamo sempre persi di misura, tranne un 3 a 0, ma eravamo in dieci. Loro proprio forti naturalmente, ma a partita finita, qualcosa su cui recriminare ce l’avevamo sempre con gli arbitri. L’avversario più forte che ho incontrato per me è stato Thiago Silva, forte fisicamente e tecnico, ricordo che è stata proprio dura per me. Per quel che riguarda gli stadi, quello che preferisco è naturalmente San Siro: rappresentava per me il sogno da bambino, pareva davvero irraggiungibile. Poi lì a Genova, col pubblico vicino, quelle tifoserie così calde, è bello”. tanto è vero che a suo tempo in uno dei centri di formazione professionale dell’Enaip Veneto, ho pure fatto uno stage, sui climatizzatori”. “Ricordo quand’ero in ritiro (in ritiro!, in montagna!, prima volta per me), i pensieri che avevo, chissà se ce l’avrei fatta e credo si vedesse che non ero sereno perché ricordo quando mister Bernazzani mi venne vicino, a chiedermi se era tutto a posto, se avevo qualche problema. Però sul campo le cose mi venivano, facevo 8

bene e quel primo anno ne ho fatti 20 di gol con loro. Appena avevo un giorno libero andavo comunque subito a casa, in treno o in macchina, sono venuti poche volte i miei a vedermi. Ricordo che capitava a volte che avessimo allenamento alla Pinetina, già fin che parcheggiavo non mi pareva vero, con tutti quei campioni lì attorno. Pure dei pezzi di allenamento con loro, con la prima squadra, qualche partitella. Con Materazzi, Adriano, Toldo, Zanetti, il capitano… Il secondo anno c’ero di più con loro e ho anche esordito in

A, a Cagliari, giusto un po’ di minuti, che mi sono volati via, questo ho dentro, era Mancini l’allenatore”. “Lo Spezia era allora una società satellite dell’Inter, mi mandarono lì a fare esperienza. Diciamo che ero uno abbastanza considerato, avrei potuto capire se ci potevo stare o no. Certo che è stato difficile andar via e non solo perché lasciavo l’Inter: per me cambiare non è mai stato facile, bene o male ti trovi a dover ripartire da zero. Arrivi in un posto, non conosci nessuno, poi come nel mio caso sono arrivato in Serie C a gennaio, facile anche che ti “trattino male”. Io ad esempio ho sofferto quelli più grandi di me, attaccanti magari di più di 30 anni che mi dimostravano di nemmeno considerarmi, mi intimidivano. Ricordo che dividevo la casa con Dellafiore, è al Latina lui adesso. Sì, mi divertivo molto meno, era diventato proprio un lavoro (ma già in Primavera con l’Inter avevo capito che le cose erano ben diverse da prima). Sei mesi dopo a Pavia, ancora in C, anche lì che mi trattano come… un giovane, io ancora un po’ gracile, sul campo a fare fatica, sempre dopo aver subito il fatto di dover cambiare, di andarmene e ricominciare”. “È stato un periodo così così quello di Pavia, mi chiamano poi da Cittadella, io che all’inizio non me la sentivo di cambiare ancora, poi invece ci vado ed è stata la scelta più azzeccata della mia vita e lì, tra l’altro, ce la facevo spesso a tornarmene a casa. Ci sono rimasto tre anni e mezzo, senza così cambiare. Ambiente familiare quello, ricordo il gruppo che si era creato, con Marchetti (il direttore generale; n.d.r.) che ha creduto in me, come posso dimenticarlo?”. “Cosa ci ho messo di mio? Direi la voglia, la determinazione e senza mai pensare a diventare per forza qualcuno. Di fondo c’era pure la voglia di ripagare tutti quei sacrifici, certo miei ma pure dei miei genitori. Ricordo che nonostante tutte le tentazioni che avevo attorno, me ne stavo a casa e lo facevo anche perché così ero stato abituato a fare dai miei: non era


l’intervista

Far bene le cose che fai

Mai sentirsi arrivati, mai e per fortuna io questa cosa qui non ce l’ho, proprio di mio. Sì, può capitare che in un momento particolarmente brillante possa tralasciare qualcosa, ma questo tipo di approccio mi dà una “sicurezza”: per me facendo per bene le cose, non sbagli mai, ecco cos’è il non sentirsi arrivati. C’è una frase che mi accompagna da tempo, lo considero il mio motto, spesso mi capita di ripetermela: "non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta". Per me è così. per dire la discoteca il mio divertimento, era il calcio. Penso ai miei genitori, anche a quel loro portarmi avanti indietro d’inverno, anche la mano che all’inizio mi hanno dato dal lato economico, mica avevamo l’enalotto a casa: eravamo in sei, mia madre casalinga, mio padre a lavorare anche 14-15 ore al giorno, è a tutto questo che ho sempre pensato, sempre”. “Certo che questo mio è un lavoro, come no! Per come la vedo io, sono continui sacrifici fisici e mentali: se davvero ci tieni a quel che fai, allora devi cercare di farlo al meglio, non c’è solo lo scopo del fine settimana, della partita. Un qualcosa che ti accompagna in ogni momento, quel che mangi, il riposare: per me sono 14 anni che va avanti così. Ed è un lavoro tosto il nostro, che richiede sempre la prestazione e devi per forza essere a posto fisicamente. Chiaro che sono e mi sento un privilegiato, le tante soddisfazioni che

mi sono tolto, mi gratifica anche il fatto che posso aiutare la mia famiglia, ma di certo non tutto mi è stato regalato. Penso ai miei amici lì di Tarmassia, le vite diverse che abbiamo fatto, loro sempre col paese come riferimento. Per quello che ho sperimentato potrò magari avere una mentalità, che so, più aperta ma lì subito io mi sento come loro, sto da dio e mi fanno sempre andare a letto contento. È una dimensione che mi piace quella. Dai, non so poi cosa sia davvero il divertimento, non so. Se guardo alla mia scheda, come si è sviluppata la mia carriera, allora ammetto che sono pochi gli anni in cui mi sono “divertito”. Preferisco parlare di soddisfazioni, ne ho avute tante e sempre se guardo alla mia di scheda da calciatore, posso dirmi che rendo di più se non sono troppo lontano da casa, se l’ambiente in cui sono è di tipo familiare, dove non c’è troppa pressione mediatica, non ci sono tanti e tanti tifosi che ti aspettano. Confronti ne posso fare e so dove insomma mi riesce di essere più tranquillo e sereno”. “Tante televisioni, devi essere per forza più responsabile, capisci che dai e dai devi cercare di dare un buon esempio, specie ai ragazzi. In tutti questi anni sono stato in parecchi ambienti, buoni e meno, ma io penso che dipende da ciascuno di noi decidere chi essere, come essere. Chiaro che siamo sempre più in vista e appena fai qualcosa di strano, lo vedono subito. Per me la macchina grande e bella se te la puoi prendere e ti piace, è giusto che te la godi, quel che non mi piace è l’ostentazione, quella no. C’è questo modo di dire, sì, di noi calciatori tutti viziati, ma per quel che posso dire io, ce ne sono

tantissime di brave persone tra i calciatori, come in tutti gli ambienti, certo. A donne, tanto per dirne un’altra, non ci vanno solo i calciatori, anche chi fa lavori diversi ci va”. “Quel che non mi piace di questo nostro calcio è il tifo esasperato. D’accordo lo sfogarsi allo stadio, questa mi pare in fondo una fortuna, ma arrivare all’estremo perché perdi una partita, perché giochi male… sino a pensare che lo fai apposta. Penso sempre al fatto che bastano due partite perse di fila e via con gli insulti. Mi domando se per gli altri, nei loro lavori, va sempre tutto bene e se poi se sbagliano si ritrovano sotto la casa la gente che li insulta. E basta proprio poco, peccato”. “I primi anni, lì in campo, stavo più attento alla gente, la “sentivo” di più; ora ne ho messe assieme di esperienze e non sono più condizionato, l’esterno insomma non mi cambia più di tanto. I giornali li leggo ma non con assiduità, quando mi capita-

Il mio numero di maglia

“Sì, il 69, l’ho preso da Hayden, sono un appassionato di moto. Ho avuto anche modo di vederlo consecutivamente otto o nove volte tra Mugello e Misano. Mi piaceva il suo stile di guida, era con Valentino all’Honda e l’ho conosciuto, sono stato nei suoi box quando gareggiava”. 9


l’intervista

no sottomano do un’occhiata e lo stesso faccio per le pagelle: a 31 anni lo so da me quando ho fatto bene o male. All’inizio, come per la gente, le sentivo di più le partite, ora meno, ho meno ansia. Credo insomma di affrontarle in un modo che per me è giusto e lo stesso è sia che perdo o che vinco: non mi esalto ma nemmeno mi smonto. L’arrivare prima al campo dipende dai periodi, se ne ho bisogno o no, se serve sono capace di arrivare anche due ore prima e andarmene due ore dopo: è il lavoro per me la priorità, è lui che viene prima di tutto. Riposare e alimentazione, questo quel che ci tengo di più, un bicchiere di vino per dire lo posso bere a Natale e in estate, ci sto sempre attento. Mangio leggero, ho provato sulla mia pelle cosa succede se sgarro, me ne accorgo subito: ho semplicemente deciso che voglio stare bene, ecco. Per quel che riguarda gli infortuni grazie a Dio ho avuto di tanto in tanto finora solo degli stiramenti, capitano ogni tanto. No, non sono uno che si abbatte, cerco di essere sempre positivo, so insomma che può succedere. Magari penso così a quelli che devono stare fermi anche 6-8 mesi e al-

Volevo essere come loro

“Ricordo l’incendio che c’è stato a casa nostra, avevo 12 anni, in fumo il fienile e una parte della stalla. Era luglio, tanto caldo, i pompieri che arrivano con la sirena, con quel loro camion, in divisa e vengono a salvare la nostra casa. Ecco quello che volevo fare da grande, uguale, il vigile del fuoco”. lora mi dico che è davvero più corto un mese, dai”. “Nello spogliatoio sono uno silenzioso, se vuoi anche uno che non è che sorrida tanto e che non dice parole in più. In campo penso a quello che devo fare, a come lo devo fare, ma mi piace anche vedere come fanno gli altri, tanto so che ho bisogno poi di loro. Qui al Chievo ce ne sono di giocatori più grandi di me, sono tanto esperti e dunque non metto becco, so che lo fanno loro se necessario. Però, se vedo qualcosa che non va e nessuno lo fa notare, allora sì che non sto zitto. Anche con i giovani sto attento, guardo soprattutto a come si approcciano e non mi piacciono quelli subito spavaldi: mi danno fastidio quelli che si comportano come fossero ormai arrivati. Se mi sento io arrivato? Dopo tutti questi miei anni di A, ancora non m’è capitato di sentirmici… al campo vado sempre con voglia, ma

A disposizione

se arrivassi a pensarlo, se smettessi di alimentarmi per bene e tutto il resto, allora sarà il tempo di smettere. Sì, continuo ad allenarmi sempre al massimo e lo faccio anche se magari fisicamente non sono del tutto a posto… la verità è che non riesco ancora a gestirmi per bene, per prima cosa penso sempre e comunque di andare al massimo ed è una cosa questa che a volte l’ho pagata, l’affaticamento, il problemino, devo ancora imparare per bene. Certo che sono uno serio, direi proprio tanto e tanto, lo sono sempre stato ed una cosa questa che viene da casa mia, dai miei: qualcosa di carattere, dai, sono fatto così”. “Con gli arbitri? Mah, so che è difficilissimo quel che fanno, ma più che guardare agli errori che possono fare, io direi che dovrebbero stare attenti agli atteggiamenti, spesso con quel loro correrti quasi addosso per sventolarti il cartellino giallo,

Autografi? Selfie? Certo, sono sempre disponibile, anche perché mi ricordo quando ci andavo io a farmeli fare, da raccattapalle lì al Verona. 10


l’intervista

Con i social

“Con i social ci vado piano. Sono sì su Facebook e Instagram, del calcio per esempio hai modo di vedere proprio tanto e lo puoi fare subito, all’istante, è davvero impressionante. Ma proprio per questo però ci vado piano, non è che mi piaccia poi moltissimo, sto attento all’uso che ne faccio”. sembra che vengano per ammazzarti. Comunque sono consapevole che dipende soprattutto da noi calciatori, spesso non li aiutiamo. Ma se uno si rapporta con loro in modo corretto, con i termini appropriati, si dovrebbe arrivare a un atteggiamento collaborativo, no?” “No, non ho mai avuto problemi a stare in panchina, mai e mai ho pensato che un allenatore non mi vede, ‘ste cose qui. Magari potrebbe anche essere utile fare gli arrabbiati, forse, ma per me chi lì sbuffa e dice parole non vuole il bene della squadra, non l’ho mai sopportata questa cosa qui. Io zero volte, mai fatto e mai litigato con un allenatore. Sono cose che destabilizzano e basta, non sono esempi da portare. Per arrivare a giocare, mol- t o meglio fare e dimostrare ancora di più”. “A un giovane che magari si affaccia al professionismo direi di ricordarsi sempre della strada che ha fatto, dei sacrifici che lo hanno accompagnato, tanti o pochi che siano. Ora vedo spesso dei Primavera che cominciano subito dalla B o anche dalla A, io penso che la gavetta sia una cosa buona e utile da fare, la penso così. E a quel giovane gli direi pure di ricordarsi delle persone che gli sono state vicino, che si sono sacrificate per lui, di non

dimenticarle. Un modo per me per stare con i piedi per terra, per fare in un certo modo il proprio mestiere”. “Al dopo ci penso spesso, specie in questi ultimi due anni. Intanto so che giocherò ancora, in fondo a me pare di aver fatto solo questo in tutta la mia vita, so già che non sarà facile smettere. Ora come ora non mi vedo ancora nel mondo del calcio, però so che non si sa mai. Ancora insomma non so, di passioni ne ho altre, quelle non mi mancano, il motocross, la bici, vedrò. All’estero? Mah, non mi è mai capitata l’occasione, sarebbe un altro cambio… mai facile per me e poi ha i suoi pregi l’Italia, tutto sommato noi qui stiamo bene. Però so che nella vita vale il mai dire mai: se capiterà, dipenderà da dove e in che momento”. “Di sogni veri e propri non ne ho, non sono legato a quelli, non ho insomma, per dire, quello della Nazionale. Sogni ne avevo prima, quando pensavo alla A, di esordire, di poter giocare con dei campioni. Non ho dunque sogni, ma degli obiettivi, sì, tipo quello di arrivare sino a 38-39 anni, riuscendo magari a stare in Serie A, coronando una carriera che in sé è già un sogno realizzato: è questa la soddisfazione”.

La scheda Riccardo Meggiorini è nato a Isola della Scala (Vr) nel settembre del 1985. Col calcio inizia nella sua Tarmassia (frazione di Isola della Scala), per poi passare al settore giovanile del Verona. Un paio di stagioni e dopo non essere stato riconfermato torna vicino a casa, a Bovolone, con cui esordisce non ancora diciassettenne in Eccellenza. Da qui il salto all’Inter, arrivando pure all’esordio in Serie A con allenatore Mancini (esattamente l’11 novembre del 2004, fuoricasa contro il Cagliari, 3 a 3 il punteggio finale; Riccardo entra per pochi minuti nel finale al posto di Favalli; questa la formazione di partenza dell’Inter quel giorno: Toldo, Cordoba, Burdisso, Materazzi, Favalli, Zanetti J., Zanetti C., Stankovic, Emre, Martins, Adriano). In C1 prima con lo Spezia e poi col Pavia, sono le successive stagioni col Cittadella (C1-B) a permettergli il salto in Serie A, col Bari. Ha giocato poi con Bologna (A), Novara (A), Torino (B-A) e dalla stagione 20142015 è col Chievo (A). Stagione

Squadra

Cat.

P.

G.

2016-17

ChievoVerona

Serie A

13

1

2015-16

ChievoVerona

Serie A

26

5

2014-15

ChievoVerona

Serie A

30

4

2013-14

Torino

Serie A

34

0

2012-13

Torino

Serie A

31

3

2011-12

Torino

Serie B

18

4

2011-12

Novara

Serie A

13

1

2010-11

Bologna

Serie A

29

1

2009-10

Bari

Serie A

31

5

2008-09

Cittadella

Serie B

37

18

2007-08

Cittadella

Serie C1

31

14

2006-07

Cittadella

Serie C1

28

5

2005-06

Cittadella

Serie C1

10

3

2005-06

Pavia

Serie C1

12

0

2004-05

Spezia

Serie C1

10

0

2004-05

Inter

Serie A

1

0

11


serie B

di Claudio Sottile

La “parentopoli positiva” della Spal

Affari di famiglia “Cosa vuoi fare da grande?”, chiese la docente al bambino così sveglio e pimpante, mentre ne osservava il quaderno, intarsiato da tante formulette numeriche con il 3, il 4, il 2, l’1 e il 5 divisi da trattini, per lei cifre incomprensibili. “Il calciatore”, rispose lui, risollevando gli occhi e sfiorando il grembiule azzurro con le dita delle mani, appoggiate sulle ginocchia e impegnate a contare. “Cosa conti?”, domandò curiosa l’insegnante. “Gli anni che mi mancano per esordire in Primavera come mio fratello, quelli per giocare almeno una volta in A come mio zio e per segnare un gol con i colori della mia città come papà”. “E la mamma è contenta?”. “Sì, maestra. Perché se gioco anch’io a calcio può fare un bucato unico di sintetici per tutta la famiglia. I panni sporchi dell’allenamento di calcio si lavano in famiglia…”. Il dialogo è pressoché verosimile nei virgolettati nonché valido per i protagonisti del seguente articolo incentrato sulla Serie B 2016/2017: i “parenti di….”. Figli, (pro) nipoti, fratelli, (pro) cugini, frutti fecondi spuntati sugli alberi genealogici nati da semi sferici di cuoio. Lo Scudetto di questa “Parentopoli” positiva va alla Spal, che vanta nella propria rosa ben cinque 1 “imparentati”: in ordine alfabetico Andrea Beghetto, Daniele Gasparetto, Gabriele Marchegiani, Alberto Picchi e Gianmarco Zigoni.

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Tutti calciatori con cromosomi tacchettati: di Massimo (Beghetto, papà di Andrea, difensore bandiera del Perugia portato dalla C alla A e poi del Vicenza di mister Guidolin, con cui ha vinto la Coppa Italia nel 1996/1997), Luigi (ancora Beghetto, procugino di Andrea in quanto cugino di Massimo, coriaceo attaccante che ricordiamo con Genoa, Pescara, Cagliari, Chievo, Piacenza e Treviso), Mirco (Gasparetto, fratello di Daniele, versatile punta impiegata dalla C1 alla massima serie), Luca (Marchegiani, papà di Gabriele, per lungo tempo punto fermo della porta della Lazio e nel giro degli Azzurri), Armando (Picchi, procugino - perché cugino del nonno - di Alberto, capitano, colonna e libero della “Grande Inter”), Gianfranco (Zigoni, papà di Gianmarco, eccentrico attaccante da 63 gol in A con Genoa, Juventus, Roma ed Hellas Verona). Quasi scontato per Ferrara, scandita dal proverbio: “Di qua e di là del Po sono tutti figli di Niccolò”, in riferimento a Niccolò III d’Este che aveva prole ovunque!

Andrea Beghetto (centrocampista) “Mio padre è più forte di me. Io proverò a fare quello che ha fatto lui. È un punto d’ispirazione per me, mi aiuta, mi dà consigli, ma non ha mai interferito nella mia carriera, pur seguendomi. Il fatto di avere anche un altro parente calciatore mi ha sicuramente spronato a intraprendere il medesimo percorso, invogliandomi a dare i miei primi calci, tentando di seguire le loro orme. Portare un cognome, che nel mio mondo lavorativo ha già fatto abbastanza, è sempre impegnativo, perché tutti fanno il paragone. Però devo dire che mio padre è stato bravo e non mi ha fatto pesare questa parentela”.

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Daniele Gasparetto (difensore) “Ho giocato solo sei mesi con Mirco, quando vestì la maglia del Padova dal gennaio

Gli altri parenti famosi Gli Estensi sono in buona compagnia. Abbiamo analizzato, squadra per squadra, tutte le parentele illustri documentabili.

Ascoli: Leonardo Gatto (attaccante). Massimiliano (attaccante), suo fratello, gioca nel Pisa. Manuel Manari (centrocampista). Il compianto Giovanni (centrocampista), suo padre, fu acquistato dal Torino (Serie A) a 16 anni e, dopo due stagioni fra Primavera e prima squadra (solo allenamenti), fu ceduto in prestito al Monopoli (Serie D), squadra con la quale centrò la promozione in C al secondo anno. Poi tanta C1: Spoleto, Andria, Civitanovese, Fano, Lanciano, Civitanovese, Siena. Avellino: William Jidayi (centrocampista). Christian (difensore), suo fratello, è svincolato dopo l’ultima stagione nelle fila dell’Aurora Pro Patria. Bari: Alessandro Micai (portiere). Marco (portiere), suo padre, ha giocato in squadre dilettantistiche lombarde. Attualmente allena i Giovanissimi del Marmirolo. Benevento: Piergraziano Gori (portiere). Graziano


serie B

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2010. Non capita tutti i giorni di giocare col proprio fratello, è stato particolare, ma bello. Il cognome in carriera non ha influito. Mio fratello però mi ha dato dei consigli quando ero piccolo”.

Gabriele Marchegiani (portiere) “Mio padre fin da quando ero piccino è venuto poco a vedermi dal vivo. Col lavoro che faceva era sempre impegnato il sabato e la domenica. Non mi ha influenzato più di tanto la sua carriera. Quando c’era la possibilità di vedere o rivedere assieme le partite in tv lo facevamo. Adesso mi piacerebbe fare un’intervista con lui,

sarebbe una bella emozione, ma non è un pensiero fisso. Il cognome? A me non è mai pesato, alla gente e ai tifosi sì. È facile dire Marchegiani sta lì perché è figlio di.

Tale padre… (centrocampista), suo padre, vinse la Coppa Italia 1972/1973 con la maglia del Milan. Mauro (centrocampista), suo fratello, gioca in Serie D nel Poggibonsi.

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Per noi forse è più difficile imporsi, perché il paragone col padre o col parente è sempre presente”.

Alberto Picchi (centrocampista) “Grazie a mio nonno, che era cugino di Armando, qualche filmato sono riuscito

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Ernesto Torregrossa (attaccante). Lirio (attaccante), suo padre, è stato protagonista nel sorprendente Licata 1984/1985, capace di raggiungere la C1, guidato dal giovanissimo Zdenek Zeman.

Carpi: Gianmario Comi (attaccante). Antonio (centrocampista), suo padre, fu bandiera del Torino, società che dal 2011 lo annovera come Direttore Generale. Cesena: Emmanuel Cascione (centrocampista). Armando (difensore), suo padre, vestì le maglie tra le altre di Napoli, Catanzaro, Avellino e Reggina.

Brescia: Dimitri Bisoli (centrocampista). Pierpaolo (centrocampista), suo padre, ha incarnato una carriera di lotta in Serie A. Adesso è l’allenatore del Vicenza. Michele Somma (difensore). Mario (difensore), suo padre, ha giocato in Serie A e B. Ora è allenatore, fino all’ottobre scorso sulla panchina del Catanzaro (Lega Pro). Filippo Strada (attaccante). Pietro (centrocampista), suo padre, era la mente nella mediana del Parma di Carlo Ancelotti.

1) Gianmarco Zigoni, attaccante della Spal, figlio di Gianfranco (ex di Juve, Roma e Verona e) e nipote di Pierluigi Ronzon (ex di Samp, Milan e Napoli); 2) Massimo e Andrea Beghetto (padre e figlio); 3) Mirco e Daniele Gasparetto (fratelli); 4) Luca e Gabriele Marchegiani (padre e figlio); 5) Mario e Michele Somma (padre e figlio); 6) Pierpalo e Dimitri Bisoli (padre e figlio); 7) Maurizio e Simoneandrea Ganz (padre e figlio)

Cittadella: Simone Pasa (difensore). Daniele (centrocampista), suo padre, in Serie A divise lo spogliatoio con Zico all’Udinese, successivamente raccolse 176 gettoni di presenza in B, attualmente allena il Giorgione (Eccellenza). Frosinone: Daniel (attaccante) e Matteo Ciofani (difensore), gli unici fratelli che giocano in Italia tra i professionisti nella stessa squadra, nella stagione passata protagonisti

della prima e sfortunata volta assoluta in A del sodalizio ciociaro, che avevano contribuito a far salire nel 2014/2015. Alessandro Frara (centrocampista). Il compianto Gianni (centrocampista), suo padre, inanellò presenze e consensi nella Serie C degli anni Settanta e Ottanta.

Hellas verona: Simoneandrea Ganz (attaccante). Maurizio (attaccante), suo padre, fu ribattezzato “El segna semper  lu” per la prolificità in zona gol, nel 1998/1999 conquistò lo Scudetto con il Milan; adesso allena la Bustese

(segue)

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serie B

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a vederlo. È stato un grande giocatore, di carattere, con i piedi non ci sapeva fare granché, tuttavia supportava la squadra da solo. Fare anche una piccola parte di quello che ha fatto lui sarebbe un sogno. Non l’ho conosciuto, so che era un gioca-

Roncalli, Serie D. Mattia Valoti (centrocampista). Aladino (centrocampista), suo padre, anch’egli vestì la maglia scaligera dal 1994 al 1996.

Latina: Alessandro De Vitis (centrocampista). Totò (attaccante), suo padre, classico uomo d’area, rapido e opportunista, fece le fortune di Salernitana, Taranto, Udinese, Piacenza ed Hellas Verona. Marco Pinato (centrocampista). Davide (portiere), suo padre, è ricordato per la militanza decennale nell’Atalanta, ma è con il Milan che arricchì il proprio palmares fregiandosi della Supercoppa italiana (1988) e della Coppa dei Campioni (1988/1989). Novara: Francesco Di Mariano (centrocampista). Totò Schillaci (attaccante), suo zio, è stato il bomber azzurro delle indimenticabili

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8) Armando e Alberto Picchi (procugini); 9) Gianmarco e Gianfranco Zigoni (padre e figlio); 10) Davide e Marco Pinato (padre e figlio); 11) Daniele e Alessandro Mannini (padre e figlio).

tore tattico, diligente, per questo gli assomiglio. Devo migliorare sulla grinta, spero di arrivare ai suoi livelli. Tanti parlano di me e mi associano ad Armando. Per me è un onore avere questo cognome che a Livorno ed in tutto il mondo è importantissimo, però io vorrei che si parlasse di Armando ed anche di Alberto”.

Gianmarco Zigoni (attaccante) “Mio papà spesso mi dice dopo le partite cosa ho sbagliato in determinati frangenti e come avrei dovuto comportarmi. Mi dice sempre di essere più spietato in area.

“Notti Magiche” di Italia ’90. Andrey Galabinov (attaccante). Jordan Filipov (portiere), suo zio, ha difeso i pali del CSKA Sofia e della Nazionale bulgara. Philippe Koch (difensore). Raphael (difensore), suo fratello, difensore dello Zurigo fino al 2015, attualmente svincolato. Nicolas Viola (centrocampista). Alessio (attaccante), suo fratello, gioca nel Taranto.

Perugia: Salvatore Monaco (difensore). Gennaro (difensore), suo padre, ha militato in B con Empoli, Casertana e Catania. Alessandro Santopadre (portiere). Massimiliano, suo padre, è il Presidente del club umbro. Pisa: Samuele Birindelli (difensore). Alessandro (difensore), suo padre, si è districato con Empoli, Juventus e Pisa. Massimiliano Gatto (attaccante). Leonardo (attaccante), suo fratello, gioca nell’Ascoli. Daniele Mannini (centrocampista). Alessandro (portiere), suo padre, è stato l’estremo difensore di Pisa e Bari, vincendo con entrambi la Coppa Mitropa. Salernitana: Gabriele Perico (difensore). Eugenio (difensore), suo padre, è stato un giocatore attivo tra gli anni Settanta e Ottanta, soprattutto

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Quando ero bambino, all’inizio il cognome ha influito negativamente. Da piccolino un po’ ti senti diverso rispetto agli altri, poi crescendo vai avanti e non ci pensi più. Penso ormai di essere me stesso, di aver fatto la mia carriera e di non essere più solo il figlio di Gianfranco”.

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con le casacche di Atalanta ed Ascoli.

Spezia: Jaime Baez (attaccante). Enrique (attaccante), suo padre, è un ex calciatore uruguaiano, vincitore con la Celeste della Copa América 1987, disputata in Argentina. Ternana: Lorenzo Di Livio (centrocampista). Angelo (centrocampista, soprannominato “Soldatino” per l’estrema applicazione), suo padre, è stato un pilastro della Juventus di Marcello Lippi, vanta inoltre 40 caps con la Nazionale italiana. Virtus entella: Nicolò Zaniolo (centrocampista). Igor (attaccante), suo padre, è stato il classico rinforzo di categoria della C e della B a cavallo tra i decenni Novanta e Duemila.


serie B

di Tommaso Franco

La sorpresa Benevento

Cragno e Ciciretti: due stregoni in azzurro Il Benevento è una delle più belle sorprese della Serie B. La squadra sannita si è presentata sul palcoscenico cadetto

Tra i protagonisti di questa splendida partenza ci sono sicuramente Amato Ciciretti e Alessio Cragno. Il primo, romano classe ‘93, cresciuto nel settore giovanile della Roma dopo un inizio tra i biancocelesti della Lazio, è passato definitivamente al Benevento nel luglio 2015. Amato è uno che viene dalla gavetta, sempre in prestito in Lega Pro nelle scorse stagioni, una promozione in B conquistata sul campo fino a meritare la fiducia di un club che ha puntato in modo deciso sulle sue capacità. Il ct della Nazionale Giampiero Ventura non si è lasciato scappare il talento del giovane fantasista, inserendolo nella lista dei calciatori che hanno partecipato allo stage di Coverciano tra il 21 e il 23 novembre. Nella nostra “Top” 11 è titolare fisso, con una media di 6,56. Alessio Cragno, portiere classe ’94, è il secondo “stregone” giallorosso ad aver iniziato questo campionato alla grande. Cresciuto calcisticamente tra i dilettanti della Polisportiva Sieci, e passato in seguito al San Michele Cattolica Virtus, venne notato dal Brescia che lo inserì negli Allievi Nazionali per la stagione 2009/2010. A 18 anni, il debutto in serie B (Brescia-MoPAZZINI

da neopromossa senza tuttavia mostrare alcun timore reverenziale nei confronti di squadre certamente più blasonate. In panchina Marco Baroni, uno che quel campionato lo conosce Hellas Verona 6,78 bene. Un campionato HellasROMULO Verona 6,47 lungo e difCICIRETTI LITTERI Benevento 6,69 ficile, dove LOPEZ Cittadella 6,43 Benevento 6,37 BESSA la sorpresa è Hellas Verona 6,47

LISUZZO Pisa 6,54

CRAGNO Benevento 6,54

LUCIONI Benevento 6,35

dena, stagione 2012/2013). Divenuto titolare la stagione seguente, passò poi al Cagliari nel 2014 (14 presenze nella massima serie). Poi Lanciano (2015/2016) e Benevento. È attualmente in prestito poiché il club sardo ha voluto legarlo ai colori rossoblù fino al 2020. Anche lui è stato convocato da Ventura per lo stage in azzurro, considerato uno dei migliori giovani

SCAGLIA Cittadella 6,21

La miglior formazione di Serie B sempre dall’inizio del torneo dietro l’angolo. Un

campionato dove vengono lanciati anche molti giovani di belle speranze che ancora faticano a trovare spazio nella nostra massima serie. Gli “stregoni” occupano, al momento in cui scriviamo, il terzo posto in classifica, e vantano la miglior difesa del campionato e un attacco che si è fatto rispettare in casa e fuori.

FARAGÒ Novara 6,50

Portieri CRAGNO MINELLI CHICHIZOLA ALFONSO BARDI

Benevento Brescia Spezia Cittadella Frosinone

6,54 6,46 6,43 6.36 6,34

Difensori LOPEZ LUCIONI LISUZZO SCAGLIA ARIAUDO

Benevento Benevento Pisa Cittadella Frosinone

6,37 6,35 6,32 6,21 6,21

Centrocampisti CICIRETTI FARAGÒ BESSA ROMULO DEZI

Benevento Novara Hellas Verona Hellas Verona Perugia

6,56 6,50 6,47 6,47 6,46

Attaccanti PAZZINI LITTERI DIONISI ANTENUCCI CAPUTO

Hellas Verona Cittadella Frosinone Spal Virtus Entella

6,78 6,43 6,40 6,40 6,39

del ruolo. È attualmente il miglior portiere della Serie B come media voto dopo il sorpasso “al fotofinish” di Minelli del Brescia. La media è di 6,54. Il Benevento può vantare altri due calciatori nella Top 11 di categoria: Fabio Lucioni, capitano e rappresentante AIC (media voto 6,35) e Walter Lopez (media voto 6,37), protagonisti della miglior difesa del campionato. A completare la linea difensiva troviamo Filippo Scaglia del Cittadella (media voto 6,21) e Andrea Lisuzzo del Pisa (media voto 6,54). A centrocampo, assieme a Ciciretti, troviamo Paolo Faragò del Novara (media voto 6,50) e due calciatori dell’Hellas Verona con lo stessa media (6.47): Daniel Bessa e Romulo. In attacco sempre presenti Giampaolo Pazzini (migliore assoluto con media voto 6,78) e Gianluca Litteri del Cittadella (media voto 6,43). 15


Lega Pro

di Vanni Zagnoli

Le iniziative di Como e Torino

Quando lo sport supera le differenze Sarebbe bello se tutte le società calcistiche di primo piano adottassero club ai fini umanitari. In un paio di casi è già successo. L’esempio fresco riguarda il Como, retrocesso in Lega Pro dopo una sola stagione. Dimostra che il calcio non è solo intolleranza e razzismo, cori beceri e violenza, in riva al Lario si interpretano i valori più alti dello sport, ovvero educazione e formazione, solidarietà e integrazione. Una squadra di calcio di bambini affetti da disabilità intellettiva e relazionale è stata tesserata da questa società calcistica professionistica, che in Gianluca Zambrotta ha il presidente onorario, proprio del Calcio Como, mentre il curatore falli-

mentare è Francesco Di Michele. Quindi se il club ha problemi di sopravvivenza, a livello umanitario si contraddistingue. Con Fabio Gallo in panchina, gli azzurri sono a metà classifica e intanto si fanno in quattro per chi ha problemi più seri. Questa formazione sarà gestita come tutte le altre del settore giovanile, in un’ottica d'integrazione rispettosa della diversità. Il progetto sportivo “Fuori-Classe: la diversità come risorsa di squadra” è stato presentato il 18 di novembre allo stadio Sinigaglia, in collaborazione con la Fondazione Somaschi, con l’azienda socio sanitaria lariana e la fondazione provinciale della comunità comasca. Lo staff e 15 giocatori della prima squadra del Como hanno consegnato il materiale sportivo a tutti i bambini partecipanti. 16

“Avremo nel settore giovanile 10 bambini” – spiega Samuele Robbioni, mental trainer della società – “dai 6 agli 11 anni, con difficoltà dal punto di vista cognitivo, comportamentale e relazionale. Verranno allenati da un tecnico del nostro settore giovanile, affiancato da un educatore esperto di comportamento. Intanto hanno ricevuto la nostra divisa, la borsa e la tessera di appartenenza”. “Aderiamo a questo progetto” – sottolinea la neuropsichiatra infantile Nadia Fteita – “perché crediamo nell'efficacia e nel potere riabilitativo del lavoro di gruppo. Lo utilizziamo già da anni con i nostri pazienti con disabilità intellettiva e disturbo autistico. Raccogliamo la sfida per portarli a vivere un’esperienza sportiva vera, con tutte le attenzioni e gli stimoli adeguati alle loro difficoltà, nell'auspicio che contribuisca al percorso di crescita. Crediamo aiuti le famiglie a individuare ancora di più le potenzialità dei figli”. E in fondo anche il Como è speciale. Perché in rosa ha Nicolò Sperotto, finito fuori squadra un anno fa, considerato una “spia” dal pirotecnico Eziolino Capuano, ora subentrato a Modena, nel girone B di Lega Pro. Il mancino aveva diffuso un video curioso, in cui il tecnico aveva inscenato uno dei suoi show zeppi di insulti. Il centravanti è Cristian Bertani, 35 anni, primattore nella storica Serie A del Novara, affiancato da Le Noci, vecchio bomber di Lega Pro. “Bertani era con me proprio a Novara” - racconta l’allenatore Fabio Gallo, ex centrocampista di Brescia e Atalanta – “mentre il capitano Fietta aveva 18 anni, quando io ero a mia volta capitano del Treviso. Con Pillon arrivammo in Serie A e come allora siamo molto attenti al sociale”. In squadra c’è Matteo Chinellato, molto quotato, quando uscì dalle giovanili del Genoa. Nello staff di Gallo rifulgono tre figure: Fabrizio Paese, il preparatore dei portieri a lungo con Alberto Malesani; Andrea Ardito, ex Como e Torino, due campionati di Serie B vinti, sempre con Gallo; l’ex mancino Simone Barje, del Gambia, ex Pro Sesto e Monza, molto muscolare, al punto che adesso fa il preparatore. “Sul piano societario” - aggiunge Gallo –

“aspettiamo l’esito del ricorso del presidente Pietro Porro, arriverà a giorni”. Nel frattempo è partita questa iniziativa umanitaria unica, proprio perché sotto l’egida del Como. “Collaboriamo con il reparto di igiene mentale. L’idea è del nostro mental coach, rappresenta il fil rouge con l’asta delle maglie per i profughi e per il reparto di pediatria dell’ospedale. Se la società è fallita, noi non lo siamo, come giocatori e tecnici”. Quei ragazzi speciali intanto si allenano con le giovanili del Como. “C’è in progetto di iscriverli al campionato. I ragazzi autistici sono normali in tutto, in certe cose sono anche più veloci di noi, come pensiero, magari lo trasmettono con difficoltà”. Il modello Como è lodevole, l’abbiamo sottolineato per mail ai responsabili delle relazioni esterne dei club di Serie A e così il Torino ci ha fatto sapere che da anni supporta “Torino fd”, formazione di calciatori diversamente abili che ha vinto il primo campionato nazionale. L’idea granata nasce da Claudio Girardi e il club è per disabili fisici, sordi e relazionali. Si chiama Torino fd, ovvero “Torino for Disabled”, è un’associazione sportiva dilettantistica e ha l'appoggio del Cip Piemonte, di Tiziana Nasi e Silvia Bruno. “Lo Sport supera le differenze” è lo slogan di tutte le manifestazioni della squadra granata. Tocca disabili con la passione del pallone in una vera e propria squadra, granata. “L’integrazione rende tutti uguali” - spiega Claudio Girardi – “senza differenze, perché liberi di esprimersi”. È disabile fisico dalla nascita e tifoso granata. “Mi sono confrontato con realtà sportive internazionali, grazie al gs dei Castelli del presidente Stefano De Luca, di Castellarano (Reggio Emilia). Lì ho conosciuto lo sport con i disabili e il senso del gruppo, i valori morali e il vivere il calcio in maniera pulita. Organizziamo manifestazioni di beneficenza, nazionali e internazionali”. L’iniziativa è stata presentata a Grugliasco, il paese di origine di Giampiero Gasperini, oggi in zona Europa League con l’Atalanta. Con i ragazzi è andato in campo anche Silvano Benedetti, classe ’65, ex


Lega Pro

Iniziativa AIC e LIVE Onlus stopper del Torino, in serie A. “Il Torino fd” – conclude Girardi – “deve far crescere e divertirsi i ragazzi dagli 8 ai 18 anni. Sperando di costruire una cultura sportiva che in Italia si fa fatica a far crescere”. E così tra Como e il Torino il messaggio va dalla Lega Pro alla Serie A.

Nel Cuore del Calcio L’Associazione Italiana Calciatori ha avviato un progetto di beneficenza che coinvolge attivamente i calciatori professionisti su tutto il territorio nazionale. AIC e LIVE Onlus (Associazione no profit attiva particolarmente nel mondo del calcio), raccoglieranno maglie e materiale da gara, indossati nel corso delle partite della stagione 2016/2017, con l’obiettivo di metterli all’asta e raccogliere così fondi per il progetto “Nel Cuore del Calcio”. I calciatori professionisti, coinvolti in maniera attiva, potranno indicare un progetto di beneficenza cui destinare il 50% del ricavato. Il restante 50% sarà destinato al progetto “Italia Cardioprotetta”, per l’acquisto e la distribuzione di defibrillatori su tutto il

territorio nazionale. Il portale web TuttoLegaPro.com dedicherà un sezione del sito al progetto. L’iniziativa potrà essere seguita anche sui social tramite l’hashtag #nelcuoredelcalcio.

Medie voto e curiosità

I migliori 11 di Lega Pro

GONZALEZ Alessandria 7,06

COSSU Olbia 6,74 SANDOMENICO Juve Stabia 6,58

CRIALESE Bassano Virtus 6,28

IANNINI Matera 6,58

GOZZI Alessandria 6,36 PISSERI Catania 6,51

MANCUSO Sambenedettese 6,67

PICCOLO Alessandria 6,43 DI LORENZO Matera 6,32

FALZERANO Bassano 6,46

La miglior formazione di Lega Pro dall’inizio del torneo

Portieri PISSERI LAGOMARSINI RAVAGLIA VANNUCCHI VIOTTI

Catania Carrarese Cremonese Alessandria Giana Erminio

6,51 6,44 6,42 6,40 6,34

Difensori PICCOLO GOZZI INGEGNERI DI LORENZO CRIALESE

Alessandria Alessandria Pordenone Matera Bassano

6,43 6,36 6,35 6,32 6,28

Centrocampisti COSSU IANNINI SANDOMENICO MINESSO FALZERANO

Olbia Matera Juve Stabia Bassano Bassano

6,74 6,58 6,58 6,48 6,46

Attaccanti GONZALEZ MANCUSO CATURANO FERRETTI RIPA

Alessandria Sambenedettese Lecce Gubbio Juve Stabia

7,06 6,67 6,56 6,56 6,55

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scritto per noi

di Alessandro Comi

Raffaele Gragnaniello, portiere del Melfi e Consigliere AIC

“La mia esperienza a servizio del calcio”

È entrato a far parte del nuovo Consiglio Direttivo AIC lo scorso 9 maggio al termine dell’Assemblea generale che ha rinnovato le cariche istituzionali dell’Associazione: Raffaele Gragnaniello, attuale portiere del Melfi, è stato votato “in quota” Lega Pro e ha accetto con entusiasmo quella che lui stesso ha definito “una nuova importante avventura”. “Parlando con Danilo Coppola e Damiano Tommasi, ho capito che la mia figura e la mia esperienza sul campo in varie zone d’Italia dove ho militato (e dove era già intervenuta l’AIC) poteva essere di grande aiuto per la causa comune. Inoltre sono ormai 15 anni che sono rappresentante di squadra e sono sempre stato presente a tutte le riunioni. Questa investitura sarà altrettanto utile per me stesso, per la mia crescita personale e avere a che fare con persone di spessore, sia umano che intellettivo, mi potrà arricchire culturalmente”.

Nato a Nocera inferiore il 18 febbraio 1981, Raffaele ha difeso la porta di molte squadre facendo un vero e proprio giro del sud Italia: comincia a giocare nelle giovanili del Napoli, quindi viene girato in prestito dalla società partenopea alla Puteolana in C2, ritorna al Napoli la stagione successiva e poi passa al Giugliano (sempre in C2). Al termine dell’esperienza giuglianese, compie il salto di categoria passando all’Avellino: con gli irpini vince subito il campionato di Serie C1, gioca 2 stagioni in B ma con la retrocessione della squadra biancoverde in C1 e con la conseguente mancata iscrizione della stessa per problemi finanziari, si trasferisce al Potenza. Quindi al Lecce, all’Aversa Normanna, alla Neapolis Mugnano, alla Nocerina, squadra della sua città natale, successivamente passa al Savoia e alla Casertana, prima di arrivare al Melfi. “Quest’anno sta andando abbastanza bene, sono ormai titolare e con la squadra siamo partiti con l’obiettivo della salvezza. Dopo un avvio stentato e poco fortunato, ora stiamo lottando per uscire dalla zona playout e puntiamo di arrivare ad una zona tranquilla di classifica 18

Raffaele Gragnaniello è nato a Nocera Inferiore il 18 febbraio 1981. Ha vestito le maglie di Napoli, Puteolana, Casertana, Giuliano, Avellino, Potenza, Lecce, Neapolis, Aversa Normanna, Nocerina, Savoia, Casertana e Melfi. Con la Nazionale italiana Under 18 conta 3 presenze nel 1999 .

cercando di evitare gli spareggi per non retrocedere”. Oltre 15 anni di onorata carriera, ricca di momenti positivi… “Tra i ricordi migliori ci metto certamente il campionato vinto ad Avellino nel 2006 quando dalla C siamo passati in Serie B, poi i playoff raggiunti con la Casertana, con una squadra partita per salvarsi, che dopo vent’anni ha ridato a Caserta la speranza di una promozione tra i cadetti, sfortunatamente non arrivata. Inoltre la vittoria con il Lecce nel 2010 dalla B alla A anche se non da protagonista. Però la sfida personale da me vinta, e che mi ha dato una grossa soddisfazione, è stato ritornare a giocare dopo un

anno e mezzo, al Savoia, dopo la rottura del tendine di Achille quando militavo nella Nocerina, e dopo 6 mesi addirittura rioperato”. E di altri meno…belli. “Ma in realtà niente di eclatante, forse il rammarico, quando ero all’Avellino, di non essere stato pronto, forse ero poco maturo per fare il salto di categoria e quindi avrei potuto giocarmi meglio quella chance”. E per il futuro… “Al momento nessun progetto particolare, ma sicuramente mi piacerebbe riuscire a mettere a disposizione la mia esperienza. Per il resto ho ancora un sogno, quello di continuare a giocare nei professionisti almeno fino a 40 anni. Mi piace allenarmi e migliorare sempre, non mi accontento e anche fuori dal campo cerco sempre di leggere, acculturarmi e non pormi limiti”.


regole del gioco

di Pierpaolo Romani

Da Fatim a Godfred: storie di migranti

Quando il calcio può salvare una vita Fuga per la vittoria. È stato quasi automatico il pensiero al titolo del film di John Houston quando, il 3 novembre scorso,

abbiamo appreso la notizia della morte in mare di Fatim Jawara, portiera della nazionale femminile di calcio del Gambia, partita dalla Libia su un gommone di migranti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Fatim cercava una vittoria della speranza sulla disperazione. La realizzazione di un sogno: quello di un futuro in cui la parola dignità umana e sportiva potesse ritrovare il suo senso e significato rispetto ad un presente fatto di sofferenza e negazione dei diritti. La portiera, che Siney Sissoko, coordinatrice della nazionale della Gambia, ha descritto come gioviale, aperta e competitiva, aveva deciso di mettere il suo destino nelle mani dei trafficanti di uomini perché, in assenza di alternative di spostamento legale, sperava di giungere in Europa e di poter giocare in un campionato professionistico. Il suo sogno si è spento tragicamente a causa del naufragio dell’imbarcazione sulla quale viaggiava. La giovane calciatrice africana è stata inghiottita dalle acque del mare Mediterraneo, uno specchio d’acqua che Papa Francesco ha recentemente definito come un grande cimitero. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati le donne, gli uomini e i bambini deceduti nel mare no-

strum nei primi dieci mesi del 2016 sono stati 3.740. Finora, sono state circa 327.800 le persone provenienti dal continente africano in fuga da guerre e fame che hanno intrapreso la pericolosa traversata. Nel 2050, secondo le più recenti stime dell’Onu, la popolazione mon-

A fianco, Fatim Jawara, calciatrice del Gambia che ha perso la vita nel tentativo di raggiungere le coste europee in nave. Sopra, lutto al braccio in Lega Pro per ricordarla. Sotto, Godfred Donsah centrocampista del Bologna.

diale raggiungerà i 9,1 miliardi di abitanti. Il contributo maggiore sarà fornito dai cosiddetti paesi in via di sviluppo. Il continente africano da solo raggiungerà i 2 miliardi di abitanti, mentre l’Europa è destinata ad un progressivo invecchiamento causato dal calo del tasso di fertilità della sua popolazione. In un futuro non troppo lontano, quindi, molti giovani africani arriveranno in Europa anche per giocare a calcio. Perché l’Africa è giovane, mentre l’Europa è sempre più vecchia. Con buona pace di chi alza muri a spese dei contribuenti e di un mondo occidentale ed un’Unione Europea che non riesce ancora a trovare un accordo politico degno di questo nome per governare un fenomeno epocale che, più che chiamare “migrazione”, è più corretto definire un “esodo” vero e proprio da paesi impoveriti – il continente africano è ricchissimo di petro-

lio, uranio ed altre materie prime, letteralmente saccheggiate dalle multinazionali occidentali – anziché poveri. Una sorte diversa e migliore, per fortuna, è toccata al giovane Godfred Donsah, centrocampista partito dalla primavera del Verona, che ha esordito nel 2014 nel Cagliari di Zeman e ora gioca nel Bologna. Suo padre Twaku nel 2007 è riuscito a raggiungere le coste dell’isola di Lampedusa dopo essere partito anch’egli dal Gambia, come Fatim, su un gommone gestito dai trafficanti di uomini. In un docu-film sulla sua storia, prodotto dal Bologna Calcio, Donsah racconta: “Se non hai niente è difficile vivere lì. Nel mio paese si gioca a calcio quando il pallone lo porta qualcuno il cui papà ha i soldi per comprarlo”. In Ghana, afferma il padre di Donsah, “molti hanno la passione per il calcio e nel calcio molti vedono una possibile via d’uscita. Pochi riescono perché mancano attrezzature, scarpe e palloni”. Il calcio, in Ghana, può salvare la vita prima ancora che rimpinguare un conto corrente. A sentire le parole del padre di Donsah viene in mente come la vita, per tante persone e per tanti sportivi nati in certi luoghi della Terra, sia una specie di gioco d’azzardo. Quando sai di avere delle doti e del talento ma il mondo intorno non ti offre possibilità, sei spinto a rischiare, a metterti in gioco, per te e per i tuoi cari, sperando di avere dalla tua parte anche la dea bendata della fortuna. 19


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La partita che non dimentico

Mi ritorni in mente…

Agostino Garofalo (Venezia) “Ne avrei due, posso? La prima ai tempi del Grosseto, la stagione è la 2008/2009, giocavamo in casa contro la Salernitana. Beh, mi ricordo che lì, proprio pronti-via, loro erano andati subito sul 2 a 0, dopo appena venti minuti. Però poi quella partita è cambiata e già alla fine del tempo avevamo più che recuperato, si stava 3 a 2 per noi. Nel secondo tempo ne abbiamo fatti altri tre e così è finita 6 a 2, vittoria stupenda per quella bellissima rimonta e anche perché su sei in quattro l’avevo fatto io l’assist: due per Sansovini, uno ciascuno per Mora e Pichlmann. L’altra è invece quando giocavo col Torino ed eravamo a Reggio Calabria. In effetti per quasi tutta la partita loro ci avevano schiacciato lì in area, vincevano per 1 a 0, però poi negli ultimi dieci minuti abbiamo prima pareggiato con Bianchi e a cinque minuti dalla fine ho fatto gol io, su punizione, era laterale, sai com’è, ne mettono massimo un paio da quella parte e così ho sorpreso il portiere, sul primo palo, lui pensava che la mettessi in mezzo. Ricordo l’abbraccio con i compagni della panchina, chi mi stringeva e chi mi dava degli

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schiaffi, lì con noi c’era pure mister Colantuono. Fu quella una vittoria fondamentale per riuscire ad arrivare poi secondi, si sperava dunque nella serie A, anche se non ci siamo arrivati perché è stato poi il Brescia a batterci”.

Emilio Dierna (Viterbese Castrense) “Te ne dico due anch’io, dai. La prima è l’esordio che ho fatto tra i professionisti, avevo 18-19 anni, ero col Grosseto in serie B (tra l’altro c’è da dire che in quella stagione Dierna e Garofalo – vedi sopra – erano compagni di squadra: come dire le combinazioni; n.d.r.). Eravamo verso fine stagione, in panca c’ero stato spesso all’inizio del campionato, poi mi ero fatto male, parecchio tempo fuori ed ero tornato da poco con loro. Avevo insomma sofferto e ricordo quell’esordio come una piccola gioia, sì, ci voleva. No, non mi aspettavo di entrare ma a un certo punto, saranno mancati dieci minuti alla fine, l’allenatore – era Pioli – mi ha detto di scaldarmi. Finché ero lì che mi scaldavo, non è che pensassi a chissà che cosa, ricordo che ero preso un po’ dallo stadio, il Picco quel giorno era pieno, una bella atmosfera, emozionante, tra l’altro non ci sono mai più tornato lì a giocarci. La seconda è più recente, è dell’anno scorso, era la penultima giornata. Giocavamo fuori casa contro l’Astrea e per noi

della Viterbese vincere quella partita voleva dire vittoria del campionato di D, che si saliva in Lega Pro. Noi dunque a un passo dal vincere, loro già retrocessi: le cose parevano quasi scontate. E invece no: 1 a 0 per noi e 1 a 1; 2 a 1 per noi e 2 a 2. Niente, era praticamente un mese che eravamo lì lì per vincere ma non ce la facevamo, l’ultima poi l’avevamo in casa, contro una squadra che lottava per entrare nei playoff, rischiava di essere tutto ancora più complicato. Poi, al 90°, ho fatto gol proprio io e non è una cosa che mi capiti spesso. Palla da fermo dalla nostra metà campo e il nostro centrale la lancia verso l’area, a parabola, lenta. Ero fuori area: ho saltato e ho anticipato di testa il portiere che era uscito. Sì, sì, l’ho vista entrare, piano piano ma è entrata. Come detto non sono tanto abituato ed è stata per me proprio un’esplosione: ho fatto così un qualcosa che mai avevo fatto, di corsa ad arrampicarmi sulla rete, mi ha pure ammonito l’arbitro. Dai, era un mese che aspettavamo! Anno bello quello, sin dall’inizio s’era partiti per vincere”.


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Introduzione Non ero poi così matto, no? Vi parla Diego Armando Maradona, l’uomo che segnò due gol all’Inghilterra e uno dei pochi argentini che sanno quanto pesa la Coppa del Mondo… Non so perché, ma come mi è già successo con altre frasi – come quel “La pelota no se mancha”, il pallone non si sporca, il giorno della partita di addio alla Bombonera – mi venne in mente questa per salutare la mia famiglia durante l’ultimo Natale, quello del 2015, il primo che trascorrevamo tutti insieme nella casa di sempre, a Villa Devoto, anche se non c’erano più i miei amati genitori, don Diego e donna Tota. Ci sono ancora molti che credono che quelle frasi me le scrivano. Non è così, davvero non è così: mi nascono dal cuore e mi salgono in testa. Quella notte, guardai il cielo e li ringraziai per tutto quello che avevano fatto per me, che è stato tanto, molto più di quanto io abbia fatto per loro. Loro mi hanno dato tutto quello che avevano, tutto. E mi hanno sempre sostenuto, nel bene e nel male. E devo dire che ce n’è stato parecchio, di male, eh… Quella notte qualcuno, non ricordo più chi, mi regalò un a copia della Coppa del Mondo. E lì, quando ebbi di nuovo in mano quel trofeo dorato, quando mi rimisi a cullarlo come fosse un bambino, mi accorsi che erano trascorsi quasi trent’anni dal giorno in cui avevo sollevato la vera Coppa in Messico. E mi accorsi anche che quella gioia deve essere stata uno dei più bei regali che abbia mai fatto ai miei genitori. Il più bel regalo. A loro e a tutti gli argentini. A quelli che ci appoggiarono… e anche quelli che non lo fecero. Perché alla fine, a festeggiare, uscirono tutti, proprio tutti. E mi accorsi anche che, via via che il tempo passa, quella Coppa pesa sempre di più. Tre decenni dopo, quei sei chili e più di oro sembrano ormai tonnellate. E che sia ben chiaro: io non sono felice che dall’86 non l’abbia più sollevata nessun altro giocatore argentino. Sarei un traditore se lo fossi. Come sarei un traditore se adesso non raccontassi tutto quello che abbiamo vissuto in quei giorni proprio così come mi viene, proprio come lo sento. Perché è così che parlo io, è così che parla Maradona. Come ripeterò più volte in questo racconto, mi hanno colpito in molti punti in questo tempo, ma non nella memoria. E sì, lo ammetto, ci sono cose che vedo in modo diverso trent’anni dopo. Credo di averne diritto.

Diego Armando Maradona con Daniel Arcucci

LA MANO DI DIO

Messico ’86. Storia della mia vittoria più grande Mondadori

Diego Armando Maradona, argentino di Lanús, è dell’ottobre del 1960. In carriera ha giocato via via con Argentinos Juniors, Boca Juniors, Barcellona, Napoli, Siviglia, Newell’s Old Boys, chiudendo infine a 37 anni ancora col Boca Juniors. A livello di club, ha vinto un campionato argentino (1981) col Boca Juniors; una Coppa di Spagna, una Coppa della Liga e una Supercoppa di Spagna (1983) col Barcellona; due scudetti (1986/1987 e 1989/1990), una Coppa Italia (1986/1987), una Coppa Uefa (1988/1999) e una Supercoppa Italiana (1990) col Napoli. Oro con l’Under 20 ai Mondiali (Giappone 1979), ha esordito sedicenne con la maglia della Nazionale maggiore argentina, mettendo poi assieme in tutto 91 presenze (34 i gol). Ha partecipato a quattro edizioni dei Campionati del Mondo (Spagna 1982, Messico 1986, Italia 1990 e Usa 1994), conquistando la Coppa del Mondo in Messico e il secondo posto in Italia. Da allenatore è stato in panchina con Textil Mandiyú, Racing Club, AlWasl (Dubai) e Nazionale argentina (qualificandola per Sudafrica 2010, Argentina poi eliminata ai quarti dalla Germania). Daniel Arcucci, classe 1963, giornalista sportivo argentino, ha iniziato ventenne col giornale Tiempo Argentino, per passare poi alla rivista El Grafico, con cui ebbe la possibilità in molteplici occasioni di intervistare Maradona, esperienze poi ricordate nel suo libro “Conocer al Diego”. Inviato a tutti i Mondiali da Messico 1986, lavora attualmente per il giornale La Nación di Buenos Aires ed è uno degli ospiti fissi nella trasmissione Fútbol para todos della rete televisiva Canal 13.

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scatti

di Maurizio Borsari

Contrasti

Milan Badelj e Nenad Tomovic in Fiorentina – Roma 1-0

Fatti più in là…

Karol Linetty e Simone Verdi in Bologna - Sampdoria2-0

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scatti

Attaccamento alla maglia Hrvoje Milic e Stephan El Shaarawy in Fiorentina – Roma 1-0

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di Nicola Bosio di

A Vicenza la 16ª edizione con Edy Reja

Galà del Calcio Triveneto 2016 Galà del Triveneto numero 16 quello svoltosi il 28 novembre scorso al ridotto del Teatro Comunale di Vicenza, manifestazione organizzata dall’Associazione Italiana Calciatori in collaborazione con l’Ussi (Unione Stampa Sportiva) del Triveneto. Come ogni anno sono stati premiati i calciatori delle squadre professionistiche del Triveneto (Calcio a 5 e Femminile compreso), nonché il miglior arbitro e il miglior allenatore, che più e meglio degli altri hanno saputo mostrare qualità e continuità di rendimento nell’arco dello scorso campionato. Ospite d’onore Edy Reja, allenatore goriziano già sulle panchine di Verona, Vicenza, Bologna, Genoa, Cagliari, Napoli, Lazio e Atalanta, che ha dato vita ad un confronto sui temi più attuali del calcio italiano con una platea formata dagli studenti delle scuole superiori di città e provincia. Insieme a Reja, anche il Presidente dell’AIC

Damiano Tommasi, il Direttore Generale AIC Gianni Grazioli, il Presidente USSI Veneto Alberto Nuvolari e Luca Ancetti, Direttore del Giornale di Vicenza che anche per questa edizione ha collaborato con l’Ufficio Scolastico Provinciale per il consueto concorso giornalistico riservato agli studenti. “Ho un nitido ricordo di mister Reja” – ha esordito Tommasi – “quando , allenatore del Verona, mi convocò giovanissimo in prima squadra, ma al momento di dare la formazione mi disse di andare in tribuna. Non riuscii a nascondere la mia delusione, e lui mi disse che bisogna avere pazienza, lavorare tanto e che sarebbe arrivata la panchina e poi il campo. Un discorso che mi è servito per il proseguimento della carriera: lo sport è sacrificio, bisogna non avere fretta e bisogna lavorare con serietà seminando giorno per giorno perché

nessuno, nello sport come nella vita, ti regala nulla”. “Oggi c'è la pretesa di arrivare subito” - gli ha fatto eco Reja – “bruciare le tappe e ottenere il massimo con il minimo sforzo. Purtroppo non funziona così: occorre avere sostanza morale e lavorare sui valori, bisogna essere pronti perché il momento buono arriva per tutti e solo chi è preparato riesce a primeggiare”. Tra i premiati saliti sul palco Riccardo Meggiorini (Chievo), Cyril Théréau (Udinese), Cristian Galano (Vicenza), Gianluca Litteri (Cittadella), Nicola Bizzotto (Bassano Virtus), Mirko Stefani (Pordenone), Alessandro Furlan (Südtirol - Alto Adige), Daniele Chiffi (arbitro), Michele Miarelli (Calcio a 5), Elisa Camporese (Calcio Femminile) e Rolando Maran (allenatore). Premiati anche Eros Pisano (Hellas Verona) e Cristian Altinier (Padova).


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Ecco la lista dei premiati per la stagione 2015-16 CHIEVO: HELLAS VERONA: UDINESE: VICENZA: CITTADELLA: BASSANO VIRTUS: PADOVA: PORDENONE: SÜDTIROL - ALTO ADIGE: ALLENATORE: ARBITRO: CALCIO A 5: CALCIO FEMMINILE:

I temi del concorso giornalistico

Riccardo Meggiorini Eros Pisano Cyril Théréau Cristian Galano Gianluca Litteri Nicola Bizzotto Cristian Altinier Mirko Stefani Alessandro Furlan Rolando Maran Daniele Chiffi Michele Miarelli Elisa Camporese

Fair play, selfie, Olimpiadi e Paraolimpiadi Qui a fianco Edy Reja in un momento del dibattito con gli studenti. A sinistra, gli ospiti sul palco della 16ª edizione del Galà del Triveneto: Luca Ancetti, Damiano Tommasi, Reja e Alberto Nuvolari “presentati” da Gianni Grazioli. In alto a destra gli studenti vincitori del concorso giornalistico indetto in collaborazione con Il Giornale di Vicenza.

Anche quest’anno al Galà è stato legato un concorso giornalistico nato dalla collaborazione tra AIC, Il Giornale di Vicenza e l’Ufficio Scolastico provinciale, riservato gli studenti delle scuole superiori di città a provincia. Quattro temi proposti, sei ragazzi “segnalati” e tre vincitori: “Chelsea-Manchester United 4-0. A fine partita Mourinho fa notare a Conte che la sua esultanza al quarto gol sa un po’ di umiliazione. Che ne pensi?” (scelto dal vincitore Alberto Mantiero che commenta: “la questione è nel corretto modo di intendere il calcio: è un divertimento, prima di tutto, non una guerra. Se i protagonisti di questo sport, seguito da tante persone, se lo ricordassero, sarebbe meglio”); “Il Selfie tra Obama e Bebe Vio: cosa ti racconta quella foto?” (scelto da seconda e terza classificata, rispettivamente Emma Chiarello e Ludovica Rizzon); “L’infortunio di Marco Tamberi, a pochi giorni dalle Olimpiadi: poca accortezza o sfortuna?”; “Alle Paraolimpiadi l’atleta ipovedente algerino Baka segna un tempo migliore nei 1500 m dell’atleta americano Centrowitz che aveva vinto la prova olimpica qualche settimana prima sulla stessa distanza. Qualche riflessione?”.

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1) Il centrocampista del Sud Tirol Alessandro Furlan premiato da Luca Pozza, consigliere Ussi; 2) Mirko Stefani del Pordenone riceve il premio da Lorena Sottoriva dell’Ufficio scolastico provinciale; 3) Nicola Bizzotto del Bassano con Tommasi; 4) Il presidente di AIC Onlus Diego Bonavina premia Gianluca Litteri del Cittadella; 5) Per il Calcio Femminile, premiata da Katia Serra, Elisa Camporese del Tavagnacco.

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6) Per il Calcio a 5 il premio è andato al portiere della Luparense Michele Miarelli, nella foto con Giancarlo Tamiozzo del Giornale di Vicenza; 7) L’attaccante del Vicenza Cristian Galano con Gianni Grazioli; 8) Miglior arbitro della stagione è risultato Daniele Chiffi della Sezione di Padova premiato da Luca Ancetti, direttore del Giornale di Vicenza; 9) A Riccardo Meggiorini, premiato da Alberto Nuvolari dell’USSI, il premio come miglior calciatore del Chievo; 10) L’attaccante dell’Udinese Cyril Théréau con Reja.

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11) Sandro Mazzola, team manager dell’Hella Verona, ritira il premio per Eros Pisano; 12) Rolando Maran, miglior allenatore, premiato da Reja; 13) Premio alla carriera per Edy Reja; 14) Foto di gruppo per tutti i premiati; 15) Una panoramica della sala del ridotto del Teatro Comunale di Vicenza.

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2016

Novembre Dicembre

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La copertura assicurativa INAIL per i calciatori professionisti a cura dell’Avv. Luca Miranda


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La copertura assicurativa INAIL per i calciatori 1) PREMESSA INTRODUTTIVA A sedici anni dall’approvazione del decreto legislativo n. 38/2000, il cui art. 6, come noto, ha esteso la copertura assicurativa obbligatoria INAIL anche alla categoria dei lavoratori subordinati sportivi professionisti, possono cogliersi ancora alcuni punti di difficile comprensione della materia, che il presente inserto vuole fugare. Ciò non prima di aver chiarito, in via di premessa, che l’applicazione della tutela avverso gli infortuni e le malattie professionali è limitata solo agli sportivi professionisti, che operano in regime di subordinazione. Si tratta, dunque, come specificato dall’art. 2 della l. n. 91/1981, di: • atleti • allenatori • direttori tecnico-sportivi • preparatori atletici che svolgono la propria attività a titolo oneroso, con carattere di continuità, a favore di società sportive operanti nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI di tipo professionistico, e che conseguono tale qualificazione dalle rispettive federazioni sportive nazionali. Al contrario, la tutela non si applica a coloro per i quali la legge esclude il requisito della subordinazione, ossia, come chiarito dall’art. 3, comma 2, della l. n. 91/1981, agli sportivi professionisti la cui prestazione sportiva sia caratterizzata da almeno uno dei seguenti requisiti: a) l’attività sia svolta nell’ambito di una singola manifestazione sportiva o di più manifestazioni tra loro collegate in un breve periodo di tempo; b) l’atleta non sia contrattualmente vincolato per ciò che riguarda la frequenza a sedute di preparazione od allenamento; c) la prestazione che è oggetto del contratto, pur avendo carattere continuativo, non superi otto ore settimanali oppure cinque giorni ogni mese ovvero trenta giorni ogni anno. Pertanto in presenza anche di una soltanto di tali caratteristiche non ricorre l’obbligo assicurativo presso l’INAIL. Altro aspetto da segnalare in via di premessa è che la disciplina legale degli infortuni e malattie professionali, che verrà descritta, non garantisce l’equivalenza tra il danno complessivamente subito dal lavoratore e la prestazione economica erogabile. Il danno, infatti, viene quantificato sulla base di appositi parametri economici tabellari, risolvendosi nella corresponsione di un indennizzo o di una rendita e non di un risarcimento. Tale sistema, definito storicamente a finalità transattiva, risponde, infatti, alla logica di indennizzare in generale il danno alla persona in sé, coprendo, pertanto anche quelle ipotesi in cui l’evento lesivo è dipeso da comportamento colposo dello stesso lavoratore, il quale, dall’altro lato, subisce una sostanziale riduzione di quanto astrattamente gli spetterebbe a titolo II

risarcitorio secondo i canoni generali della responsabilità civile Ultimo aspetto preliminare da rilevare è che l’estensione dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali agli sportivi professionisti, rispondendo alla logica di tutelare l’intrinseca pericolosità dell’attività sportiva, riconosciuta esplicitamente dal legislatore, non ha di certo eliminato, ma solo reso facoltativo, ai sensi dell’art. 8 della l. n. 91/1981, l’onere per le società sportive datrici di lavoro di assicurare autonomamente tali rischi, oltre la soglia di indennizzo dell’INAIL. Tale onere, infatti, chiamato a coprire il cd. danno differenziale, permane nel sistema degli accordi collettivi vigenti nel mondo del calcio professionistico e assume le forme tipiche della previdenza complementare che, dunque, indennizza le spese mediche i danni subiti oltre i limiti dei massimali dell’INAIL, che di seguito verranno segnalati.

2) GLI EVENTI COPERTI DALL’INAIL E LA LORO DENUNCIA 2.1) L’infortunio Fatta la doverosa premessa introduttiva, occorre precisare il concetto di infortunio sul lavoro coperto dalla garanzia assicurativa INAIL. Come visto, il decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38, all’articolo 6, inserendo gli sportivi professionisti nel novero dei soggetti coperti da tutela, introduce una presunzione assoluta di pericolosità dello svolgimento dell’attività sportiva professionistica. Ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 2 del DPR 1124/1965, tuttavia, ricade nel concetto di infortunio l’evento: • avvenuto per causa violenta, • in occasione del lavoro, • che produce lesioni corporali obiettivamente constatabili, • da cui sia derivata la morte o un’inabilità permanente al lavoro, assoluta o parziale, ovvero un’inabilità temporanea assoluta, • che importa l’astensione dal lavoro per più di tre giorni. Con nota chiarificatrice INAIL del 06 settembre 2002, è stato specificato, in particolare, che il concetto di occasione di lavoro nel caso degli sportivi professionisti non è soltanto limitato all’evento agonistico, ma si verifica anche in riferimento alle “prestazioni effettuate durante le sedute di preparazione od allenamento”. Ciò in quanto, “l’attività sportiva sottoposta a tutela sociale obbligatoria è quella che l’assicurato è tenuto a svolgere in forza del contratto di lavoro dipendente stipulato con la Società che si avvale della prestazione sportiva. Tale attività comprende si ribadisce - anche le sedute di preparazione e di allenamento che il lavoratore è contrattualmente obbligato a frequentare… l’evento protetto è quello riconducibile allo svolgimento


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professionisti dell’attività sportiva assicurata e la tutela obbligatoria si estende anche alle attività connesse ed accessorie alle prestazioni propriamente lavorative (ad es. spostamenti su mezzi di trasporto della Società), secondo i principi generali contenuti nelle “Linee Guida” sul rischio generico aggravato (v. allegato lettera D.C. Prestazioni 8 luglio 1999)… omissis”. Pertanto, con la summenzionata nota del 06 settembre 2002, l’Istituto precisa che la tutela antinfortunistica non riguarda solo l’evento agonistico, ma anche le sedute di preparazione o allenamento finalizzate, di norma, alla preparazione delle gare, ovvero ogni altra attività che lo sportivo contrattualmente è obbligato ad effettuare. In presenza di un infortunio, discendente da tale attività lo sportivo è tenuto a seguire una serie di adempimenti, ai fini della successiva liquidazione dell’indennità, ove dovuta. In primo luogo, è obbligato a dare immediata notizia al datore di lavoro di qualsiasi infortunio occorsogli, anche se di lieve entità, come previsto dall’art. 52 D.P.R. n. 1124/1965. In tutti i casi di infortunio, a prescindere dall’entità delle lesioni subite, il lavoratore infortunato, infatti, deve far certificare tale evento da una struttura pubblica sanitaria. Tale certificato dovrà, poi, essere inviato al datore di lavoro il quale, a sua volta: • se la prognosi comporta astensione dal lavoro superiore a tre giorni, dovrà presentare denuncia alla sede INAIL competente, entro due giorni da quello in cui ha ricevuto il primo certificato medico. • in caso di un infortunio lieve, ossia per il quale il lavoratore non deve abbandonare il lavoro, ovvero con prognosi inferiore a tre giorni (il cd. periodo di carenza), dovrà presentare denuncia alla sede INAIL competente solo nel caso in cui la prognosi si prolunghi oltre il terzo giorno, e ciò entro due giorni dalla ricezione del nuovo certificato. A decorrere dal 1° luglio 2013 la denuncia/comunicazione di infortunio deve essere trasmessa all’INAIL esclusivamente in via telematica. La modulistica è scaricabile direttamente dal sito ufficiale dell’INAIL. La sede competente a trattare il caso di infortunio è quella nel cui territorio l’infortunato ha stabilito il proprio domicilio, come chiarito dalla circolare INAIL n. 54 del 24 agosto 2004. Per gli infortuni con prognosi superiore a tre giorni (escluso dal computo quello dell’evento) il datore di lavoro deve inviare una copia della denuncia/comunicazione di infortunio all’Autorità locale di Pubblica Sicurezza (art. 54 DPR n. 1124/1965). In caso di infortunio mortale o con pericolo di morte, il datore di lavoro deve segnalare l’evento entro ventiquattro ore e con qualunque mezzo che consenta di comprovarne l’invio, fermo restando comunque l’obbligo di inoltro della denuncia/comunicazione nei termini e con le modalità di legge (art. 53, c. 1 e 2, DPR n. 1124/1965).

In caso di denuncia mancata, tardiva, inesatta oppure incompleta, è prevista l’applicazione di una sanzione amministrativa a carico del datore di lavoro (art. 53 DPR n. 1124/1965). Il lavoratore può comunque presentare un’autonoma denuncia di infortunio all’INAIL, allegando il certificato medico e dichiarazioni testimoniali che comprovino l’evento. L’INAIL, espletate le necessarie verifiche, inviterà il datore di lavoro a presentare la denuncia di infortunio; nell’ipotesi in cui quest’ultimo sia irreperibile o rifiuti di presentare la denuncia, un accertamento ispettivo da parte dell’istituto potrà determinare il riconoscimento dell’infortunio. Oltre le ipotesi elencate sopra, lo sportivo professionista è coperto anche in caso di cd. infortunio in itinere, definito dall’articolo 12 del d.lgs. n. 38/2000, secondo cui: “Salvo il caso di interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro o, comunque, non necessitate, l’assicurazione comprende gli infortuni occorsi alle persone assicurate durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, durante il normale percorso che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro e, qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale, durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti. L’interruzione e la deviazione si intendono necessitate quando sono dovute a cause di forza maggiore, ad esigenze essenziali ed improrogabili o all’adempimento di obblighi penalmente rilevanti. L’assicurazione opera anche nel caso di utilizzo del mezzo di trasporto privato, purché necessitato. Restano, in questo caso, esclusi gli infortuni direttamente cagionati dall’abuso di alcolici e di psicofarmaci o dall’uso non terapeutico di stupefacenti ed allucinogeni; l’assicurazione, inoltre, non opera nei confronti del conducente sprovvisto della prescritta abilitazione di guida.” In caso di infortunio in itinere, le procedure da seguire sono le medesime indicate per le altre tipologie di infortunio. In presenza di tale tipo di evento, lo sportivo professionista deve, infatti, informare il datore di lavoro, il quale dovrà presentare la denuncia di infortunio con le regole sopra richiamate. Può accadere, tuttavia, che un infortunio in itinere venga denunciato in ritardo. Spesso il lavoratore, infatti, non è a conoscenza che l’evento patito è da considerarsi infortunio sul lavoro e non informa il datore di avere subito un incidente “in itinere”, limitandosi ad inviare semplicemente un certificato di malattia. In questi casi il datore, appena informato del fatto, deve presentare la denuncia all’INAIL, segnalando di essere venuto a conoscenza dell’infortunio in ritardo ed evitare così le sanzioni economiche per la tardiva denuncia. 2.2) La malattia professionale e la sua denuncia. Altro evento coperto dall’assicurazione obbligatoria INAIL è la cd. malattia professionale. III


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La tutela avverso le malattie professionali è ancor più selettiva di quella relativa agli infortuni sul lavoro, descritta nel punto precedente. Ciò in quanto non è sufficiente che la malattia si sia verificata in occasione del lavoro, come per l’infortunio, ma è necessario che il lavoro abbia rappresentato la causa diretta e determinate dell’insorgenza della stessa. In sostanza, l’attività di lavoro deve aver rappresentato il cd. nesso eziologico dell’insorgenza della malattia, perciò definita professionale. A tale limite si aggiunge, poi, quello legato al sistema misto tabellare e non tabellare di riconoscimento delle malattie professionali. Una serie di malattie definite tipiche di una determinata attività vengono, infatti, determinate dalla legge attraverso l’inserimento in elenchi tassativi, e la loro insorgenza esime il lavoratore dalla prova che il lavoro abbia determinato la malattia. Al contrario, per le malattie non ricomprese nelle tabelle il lavoratore è onerato della prova del cd. nesso eziologico. Possiamo schematizzare il sistema del riparto della prova come da seguente tabella: FATTISPECIE

Malattia tabellata

Malattia non tabellata

CONSEGUENZA

Se la malattia compare sussiste la presunzione legale della sua origine professionale

ADEMPIMENTO DEL LAVORATORE

Il lavoratore deve solo provare lo svolgimento delle mansioni ricomprese nelle lavorazioni tabellate e l’insorgenza della relativa malattia

Il lavoratore deve provare Deve, dunque, provare: l’origine professionale • l’esposizione al rischio; della malattia • l’insorgenza della malattia; • l’origine professionale della malattia su base medico – legale.

Pur non essendovi una malattia professionale tabellata relativa all’attività sportiva professionistica, tra quelle che potrebbero definirsi tipiche degli sportivi professionisti una parte molto ampia e importante, a titolo esemplificativo e non esaustivo, potrebbe essere rappresentata dalle lesioni da sovraccarico del sistema osteo-muscolo-tendineo per fenomeni microtraumatici ripetuti nel tempo. Quanto alle modalità di denuncia, in caso di insorgenza di malattia professionale, il lavoratore è tenuto a informare il datore entro 15 giorni. Il datore di lavoro, a sua volta, entro 5 giorni deve presentare la denuncia dell’evento all’INAIL, che avvierà, come per l’infortunio professionale, la cd. procedura amministrativa di accertamento, di cui tratteremo di seguito. IV

3) LA PROCEDURA AMMINISTRATIVA DI ACCERTAMENTO Una volta aperta la posizione infortunistica, ovvero quella relativa alla malattia professionale (con l’assegnazione di un numero di pratica), l’INAIL avvierà la procedura volta alla verifica della ricorrenza degli estremi richiesti dalla legge per l’indennizzo e alla valutazione dell’effettiva entità del danno subito dal lavoratore. Il lavoratore, pertanto, in primo luogo viene invitato a presentarsi presso gli ambulatori dell’INAIL per la visita medica. L’invito viene recapitato all’infortunato presso l’indirizzo indicato nella denuncia di infortunio o della malattia, almeno due/tre giorni prima della scadenza della prognosi rilasciata dal pronto soccorso. Ad ogni visita, l’INAIL rilascia un cartellino con un successivo appuntamento, ed un certificato di attestazione della continuazione della inabilità temporanea da consegnare al datore di lavoro. Durante il periodo di inabilità temporanea, gli esami diagnostici e le terapie riabilitative sono a carico dell’INAIL solo se prescritte o autorizzate dall’Istituto medesimo. Per tutta la durata della inabilità temporanea gli esami diagnostici sono esenti da ticket, sia che vengano prescritti dall’INAIL, sia dal medico curante. Nel momento in cui il lavoratore viene dichiarato abile al lavoro, l’INAIL provvede alla chiusura della posizione temporanea e rilascia un certificato di chiusura definitiva, necessario per poter riprendere il lavoro. 4) LE PRESTAZIONI INAIL Oltre alle prestazioni sanitarie ai lavoratori assicurati competono prestazioni di carattere economico, che sono definite di natura indennitaria e si differenziano a seconda che la malattia o l’infortunio abbiano carattere permanente o temporaneo. Tali prestazioni, in virtù del cd. principio di automaticità, non sono subordinate a qualsivoglia anzianità di lavoro e sono corrisposte al lavoratore anche in caso di omesso versamento dell’obbligatoria contribuzione di legge da parte del datore di lavoro. 4.1) L’indennità giornaliera In caso di inabilità temporanea assoluta alla prestazione lavorativa, al lavoratore spetterà, a decorrere dal quarto giorno (ossia al superamento del cd. periodo di carenza) il pagamento di una indennità giornaliera il cui importo è commisurato alla retribuzione, nei limiti del minimale e del massimale di rendita fissati con decreto ministeriale per il calcolo del premio (dal 1° luglio 2015, per gli sportivi dipendenti rispettivamente: € 16.195,20 - € 30.076,80). Per schematizzare la regolamentazione del sistema: a) Il datore di lavoro: • deve pagare il 100% della retribuzione per la giornata in cui è avvenuto l’infortunio o si manifesta la malattia professio-


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nale, se quest’ultima ha causato astensione dal lavoro. • il 60% della retribuzione per i successivi 3 giorni, al quale si deve aggiungere l’eventuale trattamento integrativo previsto dal contratto di lavoro del settore di appartenenza dei vari livelli. b) L’INAIL deve pagare: • il 60% della retribuzione mensile media dei 12 mesi antecedenti all’inabilità (nei limiti del minimale e del massimale suindicato) dal 4° giorno successivo a quello in cui è avvenuto l’infortunio o si è manifestata la malattia professionale e fino alla guarigione clinica. • il 75% della retribuzione mensile media dei 12 mesi antecedenti all’inabilità (nei limiti del minimale e del massimale suindicato) dal 91° giorno e fino a guarigione clinica. In genere, i contratti di lavoro prevedono comunque una integrazione salariale a carico del datore di lavoro fino alla copertura del 100% della retribuzione, per periodi variabili in ragione dell’anzianità lavorativa. Va chiarito che, trattandosi di una prestazione economica, l’indennità giornaliera è soggetta a tassazione IRPEF. Non esistono limiti alla durata della temporanea erogata dall’INAIL, che viene chiusa quando le condizioni cliniche sono stabilizzate e l’infortunato è in grado di riprendere il lavoro. In ogni caso, il datore di lavoro è tenuto, su richiesta dell’INAIL, ad anticipare l’indennità giornaliera al lavoratore per conto dell’INAIL, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 70 T.U. 1124/65. Tale norma stabilisce infatti che: “Il datore di lavoro non può rifiutarsi di fare anticipazioni sull’indennità per inabilità temporanea quando ne sia richiesto dall’Istituto assicuratore. Il datore di lavoro deve, a richiesta dell’Istituto assicuratore, pagare all’infortunato, se questi si trova nel luogo dove risiede il datore di lavoro, l’indennità giornaliera per inabilità temporanea spettantegli a termine di legge, secondo le istruzioni date dallo stesso Istituto assicuratore. L’ammontare delle indennità è rimborsato al datore di lavoro dall’Istituto assicuratore alla fine di ogni mese, salvo diversa convenzione”. In estrema sintesi, il datore di lavoro anticipa al proprio lavoratore l’indennità dovuta dall’Istituto il quale provvederà, poi, a rimborsare quanto da questi corrisposto. 4.2) La rendita In caso di accertata menomazione o malattia di carattere permanente opera un sistema diverso da quello descritto per la indennità giornaliera, ossia il sistema della cd. rendita, anch’esso modificato dal d.lgs. n. 38/2000, attraverso l’introduzione del cd. danno biologico. In tale ottica, la norma ha creato una nuova forma di prestazione che indennizza integralmente il danno biologico con l’eccezione delle menomazioni di grado inferiore al 6% della

capacità lavorativa. Tale indennizzo ha natura non reddituale, pertanto, è svincolato dalla retribuzione del lavoratore e viene corrisposto: a) sotto forma di cd. indennizzo in linea capitale per le menomazioni di grado superiore al 6%, ma inferiori al 16% della capacità lavorativa; b) sotto forma di rendita per le menomazioni di grado superiore al 16% della capacità lavorativa. I postumi permanenti sono accertati dall’INAIL attraverso una visita medico-legale svolta dai medici dell’istituto, che ha come precipuo scopo quella di accertare il grado di menomazione dell’integrità psico-fisica subita dall’infortunato. Tale indennizzo, stante la natura a-reddituale, non è soggetto a tassazione IRPEF. La quantificazione viene effettuata sulla base delle tabelle INAIL previste dal d.lgs. n, 38/2000. L’indennizzo in linea capitale consiste nella corresponsione da parte dell’INAIL di una somma di denaro in un’unica soluzione, dovuta per il ristoro della sola lesione dell’integrità psicofisica dell’infortunato, senza alcun indennizzo per le conseguenze patrimoniali. L’importo dovuto è desumibile dalla tabella di indennizzo in linea capitale del danno biologico (dal 6% al 15%) che è differenziata per sesso ed è variabile a seconda dell’età dell’infortunato e del grado di menomazione residuata. La rendita rappresenta, invece, un indennizzo del danno biologico, con un ulteriore quota per le conseguenze patrimoniali dell’infortunio. La relativa tabella (dal 16% al 100%) è commisurata in funzione del grado di menomazione, senza alcuna distinzione tra sesso ed età dell’infortunato, ed è calcolata come attualizzazione dell’indennizzo in linea capitale. L’ulteriore quota di indennizzo in rendita, relativa alle conseguenze patrimoniali presunte, viene calcolata mediante l’applicazione della Tabella dei Coefficienti. Si tratta di un calcolo che prevede l’applicazione di un determinato coefficiente alla retribuzione effettivamente percepita dall’infortunato entro limiti minimi e massimi previsti dal D.P.R. n. 1124/1965. Tale ulteriore quota di rendita è pertanto commisurata all’incidenza della menomazione sulla capacità dell’infortunato di produrre reddito con il lavoro, e tiene conto della categoria di attività dell’assicurato e della sua possibilità di ricollocarsi in una proficua attività professionale. A decorrere dal 2008, in attesa dell’introduzione del meccanismo di rivalutazione automatica del danno biologico, è stato riconosciuto un aumento, in via straordinaria, nella misura dell’8,68%, delle indennità dovute dall’INAIL. In ogni caso, le somme versate a titolo di indennizzo, sia in linea capitale sia in rendita, si sommano all’indennità per inabilità temporanea assoluta. V


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5) LA REVISIONE PER SOPRAVVENUTO AGGRAVAMENTO Nell’ipotesi, poi, in cui il lavoratore al quale siano stati riconosciuti postumi permanenti in seguito ad un infortunio sul lavoro o subisca successivi infortuni anche nell’ambito di una diversa attività lavorativa dipendente (e come tale soggetta alla copertura INAIL) potrà procedere ad una sommatoria dei nuovi postumi con quelli già ottenuti in precedenza e quindi: • ottenere o rivalutare l’indennizzo per danno biologico se il

danno complessivo aggravato è compreso tra il 6% e il 15% di riduzione della capacità lavorativa; • ottenere la rendita se la somma dei danni aggravati è pari o superiore al 16% di riduzione della capacità lavorativa. Analogo potere, di natura contraria, ossia volto alla dimostrazione del miglioramento delle condizioni, ha l’INAIL, la quale potrà operare la revisione della rendita in senso inferiore. Il sistema di revisione può essere così schematizzato:

Infortuni o malattie senza postumi o con postumi inferiori al 6% di riduzione della capacità lavorativa

Infortuni o malattie con postumi di grado compreso fra il 6% ed il 15% di riduzione della capacità lavorativa

Infortuni o malattie con postumi pari o superiori al 16% di riduzione della capacità lavorativa

In caso di aggravamento o di nuovo infortunio o nuova malattia professionale il lavoratore può chiedere. entro 10 anni dalla data dell’infortunio o 15 anni dalla data di denuncia della malattia professionale:

In caso di aggravamento o di nuovo infortunio o nuova malattia professionale il lavoratore può chiedere. entro 10 anni dalla data dell’infortunio o 15 anni dalla data di denuncia della malattia professionale:

In caso di aggravamento o di nuovo infortunio o nuova malattia professionale il lavoratore può chiedere. entro 10 anni dalla data dell’infortunio o 15 anni dalla data di denuncia della malattia professionale:

• l’indennizzo in capitale per danno biologico, • l’adeguamento dell’indennizzo in capitale già • l’aumento della rendita. se la menomazione si è aggravata raggiunconcesso, se la menomazione si è aggravata gendo postumi di grado pari o superiori al 6% ma non ha raggiunto un grado indennizzabile ed inferiori al 16% di riduzione della capacità in rendita, ossia pari o superiore al 16% di ridulavorativa zione della capacità lavorativa. Tale revisione dell’indennizzo in capitale per aggravamento • la liquidazione della rendita per danno biolodella menomazione può, tuttavia, avvenire una gico e danno patrimoniale se la menomazione sola volta. si è aggravata raggiungendo postumi di grado pari o superiori al 16% di riduzione della capa- • la liquidazione della rendita per danno cità lavorativa biologico e danno patrimoniale se la menomazione si è aggravata raggiungendo postumi di grado pari o superiori al 16% di riduzione della capacità lavorativa

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AIC Onlus la ONLUS dell’Associazione Italiana Calciatori

Dona il tuo 5 x mille ad A.I.C. O.N.L.U.S. Basta una semplice scelta nella tua dichiarazione dei redditi per aiutare calciatori, ex calciatori e loro familiari in difficoltà economica, finanziare progetti sociali e tutta l’attività benefica da sempre svolta dall’Associazione Italiana Calciatori. È sufficiente riportare questo codice fiscale

95076370246 nella dichiarazione dei redditi e apporre la propria firma nello spazio riservato nel modello 730/1 redditi 2015 o nel Modello Unico persone fisiche 2016. F ac - simile di scheda per la scelta della destinazione del cinque per mille dell ’i rpeF Sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale e delle associazioni e fondazioni riconosciute che operano nei settori di cui all’Art. 10, C. 1 lett. A), del D.L.GS. n. 460 del 1997 FIRMA ......................................................................................................................................................... Codice fiscale del beneficiario (eventuale)

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Criteri di assegnazione dei contributi erogabili da Aic Onlus La Onlus può erogare contributi a sostegno di: richieste che abbiano come obiettivo un beneficio per soggetto richiedente o per il proprio nucleo familiare avanzate da un ex calciatore o calciatore professionista; richieste che abbiano come obiettivo un beneficio per soggetto richiedente o per il proprio nucleo familiare avanzate da un ex calciatore o calciatore dilettante, purché tesserato Aic; progetti di interesse calcistico, che saranno valutati dal Consiglio della Onlus.

aic.onlus@assocalciatori.it


segreteria

Inaugurato a Vicenza il 2 dicembre scorso

Corso di specializzazione per “Intermediari Sportivi” I premi collettivi

Con il saluto del Presidente AIC Damiano Tommasi e l’intervento del Vicepresidente Umberto Calcagno (su “Il ruolo di AIC nell’assistenza dei calciatori”), si è aperto ufficialmente il 2 dicembre scorso, nella sede di Vicenza, il primo “Corso di specializzazione per Intermediari Sportivi”, ideato e promosso da Associazione Italiana Calciatori in collaborazione con A.I.G.A. (Associazione Italiana Giovani Avvocati) e MasterSport. Un percorso formativo (che durerà fino ad aprile) pensato per fornire, alla figura dell’intermediario, strumenti e conoscenze tecniche di settore in grado di “fare la differenza”, al fine di operare

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adeguatamente e di tutelare efficacemente i calciatori. La “rivoluzione” deliberata dalla FIFA, in occasione del 64° Congresso che ha determinato la deregulation della figura, rende necessaria una qualificazione approfondita e costante per far sì che questa professione si riveli un’opportunità per i calciatori e per i giovani avvocati che intendono operare in questo campo. In tale ottica è stato sviluppato il programma del corso, per far fronte alle esigenze di giovani avvocati, ex atleti di alto livello ed intermediari già attivi nel settore e oggi in cerca di aggiornamenti sull’attività.

righe… 7 Cambiamento

di Damiano Tommasi

Ho votato no perché credo nel cambiamento. Ho votato sì perché credevo nel cambiamento. Finalmente ora si cambia! Ma così… cambia? Te l’avevo detto che non cambiava niente. Strane alchimie di democrazia che invogliano a fare meglio ma un’unica convinzione che il cambiamento non si può fermare al… così no.

Si avvicina il termine entro cui deve avvenire il deposito dei premi collettivi: va effettuato entro 20 giorni dalla chiusura del II° periodo valido per le cessioni e i trasferimenti, e cioè entro il 20 febbraio 2017. La pattuizione deve essere stipulata tra un rappresentante legale del club e tutti i calciatori tesserati o, in alternativa, da almeno tre calciatori muniti di procura rilasciata dagli altri in forma scritta. Il testo deve contenere i risultati che generano l'erogazione del premio, l’ammontare complessivo ed i criteri di assegnazione delle quote tra i singoli aventi diritto. In alternativa deve essere precisata la volontà dei calciatori di procedere alla suddivisione delle quote con criteri concordati direttamente tra loro.

Mensilità di giugno La Federazione Italiana Gioco Calcio, accogliendo una richiesta dell’Associazione Calciatori, ha deliberato un’importante modifica che si riferisce al termine entro cui le società di Serie B e Lega Pro dovranno corrispondere la prossima mensilità di giugno 2017. Si tratta del 21 agosto 2017, e quindi prima della chiusura del periodo valido per i trasferimenti e le cessioni di contratto e, soprattutto, con circa un mese in anticipo rispetto al termine previsto lo scorso anno. Il pagamento non riguarderà solo emolumenti e compensi contrattuali ma anche i tributi e gli oneri previdenziali (INPS e Fondo Fine Carriera).

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primo piano

di Nicola Bosio

A Coverciano il 7 novembre scorso

Consiglio Direttivo AIC Si è discusso di riforma dei campionati professionistici, della situazione delle società di Lega Pro, del contratto Figc-Intralot, di vincolo e utilizzo dei giovani nei campionati dilettantistici, del rapporto tra AIC e le Associazioni Procuratori Sportivi. Aggiornata la situazione sulla raccolta fondi per il terremoto, sui corsi di formazione e sull’imminente varo – in collaborazione con l’Università telematica San Raffaele di Roma – del corso di laurea in Scienze Motorie completamente dedicato al calcio.

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Caso Intralot In apertura di riunione, il presidente Tommasi ha riassunto brevemente la questione riguardante l’accordo di sponsorizzazione siglato tra la FIGC e la società di scommesse sportive Intralot, sottolineando innanzitutto che la convenzione promo-pubblicitaria in vigore da anni tra Federazione e AIC, viene firmata prima di sapere quali saranno gli sponsor (i contratti vengono sottoscritti successivamente dalla Federazione e comunicati all’AIC). Facendo un breve excursus, il vicepresidente Calcagno ha inquadrato il tema partendo dalla convenzione firmata anni fa da AIC e FIGC, puntualizzando che, in questo specifico caso, la FIGC ha deciso autonomamente di inserire tra i propri sponsor anche Intralot, oltretutto con modalità ancora da chiarire riguardo sia

tegoria merceologica che non dovrebbe essere presa in considerazione dalla Nazionale che, per definizione, è la “squadra di tutti”. L’attuale convenzione scadrà al 31 dicembre 2016 e, nei prossimi incontri con la Federcalcio, l’AIC chiederà di escludere determinate categorie merceologiche, oltretutto vietate ai minori come nel caso delle scommesse. Tommasi, al di là del messaggio distorto che può generare questo tipo di sponsorizzazione, ha ribadito che il vero problema è di natura sociale, per un “gioco” che si rivela in realtà fin troppo spesso un “gioco d’azzardo”: ormai sempre più spesso le cronache dei giornali portano alla luce situazioni preoccupanti sull’argomento, e le tante richieste d’aiuto che arrivano da più parti (anche direttamente allo stesso presidente AIC), devono far riflettere sulla

il cosiddetto “backdrop” (il pannello con tutti i loghi pubblicitari che fa da sfondo agli intervistati) che la cartellonistica a bordo campo. Fino ad oggi non ci sono mai stati problemi di sorta, ma quella delle scommesse, e da qui la “diffida” da parte AIC, è una ca-

necessità/opportunità, tra le tante iniziative messe in cantiere dall’AIC in questi anni sul tema della formazione, di prendere in considerazione anche questo aspetto.

Riforma dei campionati A parte la Lega di Serie B, che già lo scorso

anno ha deliberato un passaggio da 22 a 20 squadre, sia la Lega A che la Lega Pro hanno ufficialmente stabilito che non ridurranno i propri organici. Partendo da questo presupposto, Calcagno ha illustrato quella che, sul tema, è la strada indicata di recente dalla Federazione: creare un sistema di norme che renda più stringenti le norme per iscriversi ai campionati, con l’obiettivo di puntare maggiormente sulla complessiva sostenibilità del sistema. L’approccio scelto, in linea di principio, è visto con favore dall’AIC: conoscere a priori il rating di una società potrebbe, in ultima analisi, aiutare gli stessi calciatori a poter scegliere o rifiutare destinazioni più o meno affidabili. Un sistema da mandare a regime nell’arco di alcune stagioni, dando così la possibilità alle società di porre rimedio a situazioni che, se al momento ancora permettono d’iscriversi ai campionati, in futuro non verranno più accettate. Tra tutti, un dato particolarmente critico è quello legato ai temi infrastrutturali col rischio di arrivare a falsare in qualche modo la regolarità dei campionati: con le norme a cui si intende infatti puntare a livello di impiantistica, molte società sarebbero escluse in partenza dalla possibilità di salire di categoria. In tema di riforma dei campionati la Federazione ha voluto dare una forte accelerazione mettendo in calendario già tre riunioni entro la fine di novembre, e Calcagno ha spiegato di aver messo sul tavolo le istanze AIC già delineate coi consiglieri nelle precedenti riunioni del Direttivo: la richiesta di anticipare il pagamento dell’ultima mensilità di giugno portandola ai primi di agosto, e la volontà di mantenere i ripescaggi, formula che permetterebbe di premiare in particolar modo quelle società che, nel loro percorso, hanno sempre continuato a tenere dei comportamenti virtuosi. Direttamente collegato alla riforma dei campionati anche il progetto delle cosiddette seconde squadre, tema “suggerito” a suo tempo dall’AIC ed ora tornato d’attualità. Tommasi ha ricordato le norme che in Spagna regolano le “squadre B”, sottolineando comunque che, al di là di sporadici accenni, in Italia ancora non c’è una vera e propria volontà di affrontare e definire la questione.


primo piano

Aggiornamento situazione Lega Pro Detto della nomina del consigliere Rocco Sabato nel Comitato Esecutivo, Tommasi ha informato i presenti su quanto emerso nella recente riunione (24 ottobre) con i rappresentanti delle squadre di Lega Pro, nel corso della quale sono state denunciate le numerose rinunce da parte dei calciatori di emolumenti dovuti. Situazioni che vanno ricondotte al tema generale della morosità, legate poi all’iscrizione ai campionati, che devono e dovranno sempre di più essere a conoscenza dell’Associazione, sia naturalmente per i calciatori interessati, sia per continuare a monitorare la sostenibilità del sistema. Dagli ultimi controlli dell’apposita commissione istituita presso la Lega Pro (di cui è componente per AIC Stefano Sartori), risulta che tutte le società (tranne la Lucchese) sono in regola coi pagamenti, con sei società che hanno fatto ricorso allo speciale Fondo (con prestito da restituire in 90 giorni). Gli avvocati Alessandro Calcagno, Alessio Piscini e Luca Miranda dell’Ufficio Legale AIC, hanno quindi affrontato il tema delle fideiussioni, argomento ancor più di attualità vista la critica situazione della Gable, la compagnia assicuratrice garante di una cospicua parte di club di Lega Pro. Al momento non risultano criticità in merito, ma chiaramente emerge la necessità di monitorare attentamente la situazione, in modo che la Lega possa o meno attivare le garanzie per elargire le spettanze dovute dai club: in caso di morosità, le risorse saranno utilizzate in prima battuta per il pagamento degli stipendi. Dilettanti: campagna contro l’impiego obbligatorio degli Under Il responsabile del Dipartimento Dilettanti, Giorgio Gaggioli ha informato i consiglieri sulle iniziative che si stanno portando avanti in tema di vincolo e obbligatorietà dei giovani in campo. Battaglie sulle quali l’Associazione insiste da tempo, ormai con la consapevolezza che di fronte al comportamento dilatorio di Federazione e Lega Dilettanti, bisognerà trovare delle strade alternative per risolvere la situazione. Da qui la decisione di affidarsi intanto a una campagna di sensibilizzazione per portare

il “problema giovani” all’attenzione dell’opinione pubblica, campagna che possa avere precisi segni distintivi.

Rapporti AIC/Associazioni Procuratori Sportivi Negli anni, quello tra Associazione Calciatori e le associazioni rappresentative degli agenti (un tempo procuratori) è sempre stato un rapporto costruttivo, una relazione che, col passare del tempo, è comunque stata in grado di stabilire delle linee di condotta concordate. Sono già stati avviati contatti con le associazioni più rappresentative per arrivare a definire dei protocolli d’intesa e dei corsi di aggiornamento: a questo proposito, c’e in cantiere il progetto formativo del corso sviluppato su iniziativa congiunta di AIC e AIGA (Associazione Italiana Giovani Avvocati). Tale corso, le cui iscrizioni in un primo tempo erano fissate sino al termine ultimo del 15 novembre, partirà il prossimo 2 dicembre per permettere la partecipazione anche di coloro che sono stati coinvolti nel terremoto del centro Italia. Raccolta fondi terremoto Proprio riguardo al terremoto, il Direttivo sarà chiamato a decidere quale progetto da concretizzare con la cifra raccolta tramite la sottoscrizione: Tommasi ha illustrato le numerose proposte giunte in AIC, mentre il consigliere federale Perrotta ha ricordato l’esperienza del dopo terremoto dell’Aquila, con la squadra della Roma che raccolse un’importante cifra complessiva da destinare a progetti legati allo sport e che ven-

ne invece utilizzata in maniera meno direttamente collegata ai calciatori. Il tutto per ribadire che sarà necessario andare direttamente sul posto per decisioni e successive verifiche. In ogni caso l’obiettivo dovrebbe comunque far riferimento a qualcosa di “sportivo”, come ha sottolineato il presidente di AIC Onlus, Diego Bonavina, relazionando i consiglieri sui fondi raccolti dai calciatori, anche tramite un post-internet su pagina facebook.

Università e corsi di formazione Quello della formazione è un tema sul quale l’Associazione sta investendo molto in questi ultimi anni: il Direttore organizzativo Fabio Poli, dopo aver brevemente illustrato quello che è stato fino ad oggi realizzato, ha spiegato nel dettaglio l’accordo con l’Università Telematica San Raffaele di Roma, con l’istituzione della prima “Università del Calcio” per l’anno accademico 2016/1017 che prevede un corso di Laurea in Scienze Motorie completamente dedicato al calcio. Per tutti gli associati AIC varrà una convenzione che prevedere condizioni di iscrizione agevolata (2000 euro, anziché 2500) e l’esonero totale delle tasse universitarie per gli iscritti (professionisti e di Serie A femminile) che avranno sostenuto tutti gli esami dell’anno accademico entro la sessione autunnale (settembre/ottobre) con una media di almeno 27/30. Sempre sul tema della formazione, Calcagno ha ribadito la volontà dell’Associazione di estendere il programma di “Facciamo la formazione”, portato avanti già da 29


primo piano

A Milano il 24 ottobre scorso

Con i rapprese alcune stagioni in collaborazione con la Lega di Serie B, anche in Lega Pro.

Per finire Il Consigliere federale Simone Perrotta, in qualità di responsabile, si è soffermato sull’attività portata avanti dal Dipartimento Junior per il 2016/2017. Dopo che nella scorsa stagione l’esperienza delle “Scuole Calcio in collaborazione con AIC” aveva interessato 5 società, quest’anno si è passati a 16, un po’ in tutto il territorio della penisola, da nord a sud, per un totale di 10 incontri annuali per società. Punto cruciale del progetto, un modello formativo che non vuole limitarsi al solo aspetto sportivo, ma che si sviluppa a 360 gradi. Formazione dunque che parte dagli stessi tecnici, passando per i ragazzi e coinvolge pure i genitori, chiamati anche loro a giocare sul campo, proprio per dar loro la possibilità di comprendere quelle che possono essere le difficoltà dei figli. Una formula itinerante che dà l’opportunità di fare riferimento e poter coinvolgere ex calciatori presenti nel territorio, creando in questo modo – come già si è verificato – possibili opportunità lavorative. L’ambizione è quella di continuare ad accrescere il

numero delle società con cui interagire. Fabio Appetiti ha relazionato infine i consiglieri sui rapporti avuti di recente da AIC col presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati, Cesare Damiano (ex ministro del Lavoro nel secondo governo Prodi) in tema di previdenza. Nel 30

corso degli incontri si è cercato di sensibilizzare “la politica” su quelle che sono le specificità di una categoria, quella in genere degli sportivi professionisti, di cui i calciatori sono la gran parte, certamente molto penalizzata dai cambiamenti via via verificatisi in questi anni riguardo le pensioni. Le riforme attuate infatti, hanno fissato anche per i calciatori i 66 anni per il raggiungimento dell’età pensionabile (un tempo era 53). Il Governo sta valutando una nuova riforma previdenziale e potrebbero esserci a breve dei miglioramenti, anche se va sempre tenuto presente quale continua ad essere la percezione dell’opinione pubblica sulla categoria dei calciatori, visti sempre e comunque come dei privilegiati. Il tema dell’età pensionabile, assieme a quello altrettanto cruciale dei ricongiungimenti gratuiti, è stato comunque portato all’attenzione delle autorità competenti in ma-

Si è svolto a Milano, lunedi 24 ottobre, un incontro con i rappresentati delle squadre di Lega Pro, chiamati a discutere le specifiche problematiche di questo settore. Il Presidente Tommasi, ribadendo la sua intenzione di aumentare il numero delle visite alle squadre sia in prima persona che da parte dei collaboratori (Coppola, Fiumana e Bianchet), ha posto l’accento sulla necessità di sviluppare un maggiore e miglior rapporto con la base per evitare che certe tematiche rimangano “sommerse” per mancanza di dialogo. È importante che ci sia al riguardo un continuo interscambio ed una attenta condivisione di idee, scongiurando situazioni di criticità a “sorpresa” come alcune che si sono verificate in passato. Tenendo presente che il nostro calcio professionistico è costituito da tre diverse categorie, ognuna delle quali ha esigenze differenti, storicamente nell’ambito della Lega Pro si sono verificate le maggiori criticità. Per il nuovo quadriennio è stato nominato un Direttivo formato da consiglieri di un certo “peso”, giocatori importanti, molti dei quali nel giro della Nazionale, che hanno espresso la volontà di impegnarsi proprio a favore di chi non ha la possibilità di avere molta visibilità.

teria. L’attenzione del Governo in questi mesi è stata incoraggiante e non è detto che una soluzione non possa essere imminente, con l’inserimento nella Finanziaria di interventi ad hoc per gli sportivi professionisti.

Nuovi consiglieri Riguardo la composizione del Direttivo, detto che per dare maggior rappresentatività alla Lega Pro è stato nominato il consigliere Rocco Sabato nel Comitato Esecutivo, Tommasi ha ricordato ai presenti che, come concordato nel corso dell’ultima Assemblea, i consiglieri Coppola e Fiumana si sono dichiarati disponibili a dimettersi per lasciare spazio ad eventuali altri rappresentanti di Lega Pro, intenzionati ad entrare nel Consiglio AIC. Nella fattispecie, durante il giro dei ritiri, sono state raccolte le candidature di 6 associati: Marco Piccinni (Fidelis Andria), Federico Vettori (Pontedera), Tommaso Coletti (Foggia), Ettore Mendicino (Robur Siena), Dario D’Ambrosio (Robur Siena) e Tommaso Lella (Giana Erminio). Nella riunione dell’ultimo Direttivo è stato deliberato di far votare tutti i calciatori di Lega Pro in concomitanza con le votazioni che verranno effettuate in occasione della scelta dei 52 delegati alla prossima Assem-


primo piano

entanti di Lega Pro blea federale elettiva (per la Lega Pro se ne dovranno votare 16 + 6 supplenti). Una volta raccolti i voti, verrà effettuato lo spoglio nella sede dell’AIC a Vicenza, dopodiché si potrà procedere alla “cooptazione” dei due candidati che avranno raccolto il maggior numero di preferenze.

Riforma dei campionati L’attuale campionato di Lega Pro è tornato al format delle 60 squadre e, sebbene al momento non risultino grosse criticità dal punto di vista delle solidità economica dei club, la federazione continua a pensare che la sostenibilità del sistema, con un numero così alto di squadre, sia impossibile. Grazie al codice di autoregolamentazione introdotto quest’anno, frutto di un accordo stabilito con l’AIC all’epoca della stesura delle norme sulle iscrizione ai campionati, quasi tutti i club sono in regola con i pagamenti mensili. Questo sistema di verifica al momento funziona: se una società non dimostra di aver pagato gli emolumenti del mese precedente ai propri tesserati, non riceve la parte di mutualità dovuto dalla Lega che, a prescindere dalla Covisoc, tramite un Commissario, vincola questo denaro al pagamento degli stipendio dei calciatori. Nel corso di una recente riunione convocata ufficialmente dalla FIGC (presente anche il Vicepresidente AIC Calcagno), sono emerse importanti linee guida che non partono dal presupposto di un taglio incondizionato di squadre, ma dalla necessità di creare un sistema di norme più stringenti per l’ammissione ai campionati. Quella che la FIGC definisce “la madre di tutte le riforme” dovrebbe quindi basarsi sulla sostenibilità del sistema attraverso un ulteriore inasprimento delle attuali norme, nuovi parametri che, per una logica globale, non dovranno portare ad un blocco dei ripescaggi, ma potranno essere ben utilizzati per completare gli organici. Ben vengano norme più “vere” che siano garanzia di solidità anche per gli stessi calciatori, norme “serie” che stabiliscano a priori chi può e chi non può stare nell’attuale sistema calcio. Calcagno ha ribadito che il taglio di squadre “tout court” storicamente non risolve

il problema: il passaggio da 90 a 60 ha portato sì dei miglioramenti, ma solo perché sono state migliorate le norme per l’ammissione ai campionati. Per quanto riguarda AIC, detto che anche il Consiglio Direttivo ha deliberato di non trattare l’argomento basandosi sul taglio di club, non si tratta di mantenere una posizione rigida sulla conservazione dei posti di lavoro, ma di valutare la sostenibilità del sistema per permettere ai calciatori di firmare contratti con società sane.

Impiantistica Tra le nuove norme che si vorrebbero introdurre, nel corso della riunione in FIGC si è parlato anche di impiantistica: uno stadio vecchio e non in regola porta meno soldi dai diritti televisivi, e i grossi club (che da anni parlano di “Superlega”) vorrebbero evitare i problemi a loro parere creati negli ultimi campionati da quei club che non producono un adeguato ritorno economico. Naturalmente, se le nuove norme vorranno principalmente tener conto degli impianti di gioco, dovranno essere studiate e applicate con modalità che non incidano sulla regolarità dei campionati: partendo da questo presupposto infatti, una squadra di Serie B, Lega Pro ma anche Serie D dovrà conoscere con sufficiente anticipo i nuovi criteri infrastrutturali per riuscire eventualmente ad adeguarsi, parametri che dovranno, anche in prospettiva, evitare che siano troppe le squadre all’interno di un campionato impossibilitate al salto di categoria. Fideiussioni Ai fini dell’iscrizione al campionato, la FIGC, a seguito di un provvedimento della Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nel sistema licenze nazionali per la stagione in corso, ha dovuto indicare come soggetti idonei, non solo gli istituti di credito, ma anche le società assicurative iscritte all’albo IVASS. Tra queste figura anche la Gable, società con sede in Liechtenstein, regolarmente abilitata al rilascio di fideiussioni/garanzie a prima richiesta necessarie per l’iscrizione al campionato. La crisi che ha coinvolto tale società, al momento, pare non aver sollevato

alcuna criticità, ma per il futuro si dovranno cercare delle soluzioni, di concerto con l’Autorità Garante, prospettando magari la previsione di un adeguato rating per le compagnie assicurative garanti.

Assicurazione infortuni Sono ancora molti i giovani costretti a smettere di giocare a causa di gravi incidenti di gioco senza aver stipulato adeguate coperture assicurative. È chiaro che quella di assicurarsi è una scelta del tutto soggettiva e che non è facile convincere un giovane soprattutto ad inizio carriera, ma dovrebbe esserci maggiore sensibilizzazione sull’argomento da parte dei calciatori più “esperti”. Con l’assicurazione base (Inail), con franchigia al 5%, si recupera troppo poco in caso di infortunio grave e l’attuale convenzione stipulata da AIC con i Lloyd’s di Londra può essere una buona soluzione da consigliare. Per finire In chiusura di riunione si è parlato anche di seconde squadre (al momento il progetto si è arenato e da parte della Lega Pro non c’è molta apertura), della possibile convenzione con Sportube (la piattaforma che trasmette in streaming le gare di campionato), del terzo Rapporto “Calciatori sotto tiro” (che evidenzia i principali casi di intimidazione e violenza nei confronti di calciatori), di Università del Calcio (il primo corso di Laurea, completamente dedicato al Calcio, dell’Università Telematica San Raffaele Roma, con la collaborazione dell’AIC), del corso per Intermediari Sportivi (in collaborazione con l’Associazione Italiana Giovani Avvocati) e del progetto di una asta di maglie, con raccolta fondi da devolvere in beneficenza, nato dalla collaborazione tra AIC Onlus e Live Onlus di TuttoLegaPro. 31


calcio e legge

di Stefano Sartori

Questo mese parliamo di…

I premi collettivi Si avvicina il termine entro cui deve avvenire il deposito dei premi collettivi. In estrema sintesi e per tutte e tre le serie, va effettuato entro 20 giorni dalla chiusura del II° periodo valido per le cessioni e i trasferimenti, e cioè entro il 20 febbraio 2017. Inoltre, da un punto di vista formale, va considerato che la pattuizione deve essere stipulata tra un rappresentante legale del club e tutti i calciatori tesserati o, in alternativa, da almeno tre di questi muniti di procura rilasciata dagli altri in forma scritta. Il testo deve contenere i risultati che generano l'erogazione del premio (ad esempio la vittoria del campionato, il piazzamento in classifica, la promozione diretta o via play off, la permanenza nella serie, ecc.), l’ammontare complessivo ed i criteri di assegnazione delle quote tra i singoli aventi diritto. In alternativa deve essere precisata la volontà dei calciatori di procedere alla suddivisione delle quote con criteri concordati direttamente tra loro. Ebbene, ciò premesso può accadere che, per le più svariate ragioni, i calciatori non riescano a depositare entro i termini gli accordi relativi ai premi collettivi che, pertanto, non vengono ratificati e sono quindi privi di efficacia per l’ordinamento sportivo. In questo caso il diritto dei calciatori a percepire quanto pattuito può ancora essere garantito ricorrendo non al Collegio Arbitrale ma al Giudice ordinario, e senza violare la clausola compromissoria. Vediamo come, partendo da una disamina della normativa esistente. L’art. 93 delle NOIF “Contratti tra società e tesserati”, prevede al comma 1 che “Sono consentiti, purché risultanti da accordi da depositare presso la Lega competente entro il termine stabilito dagli accordi collettivi o, in mancanza di detto termine, non oltre il 30 giugno di ciascuna stagione sportiva, premi collettivi per obiettivi specifici. I premi nell’ambito di ciascuna competizione agonistica non sono cumulabili”. In sostanza, per essere meritevoli di 32

tutela avanti il Collegio Arbitrale gli accordi che prevedono la corresponsione di un premio collettivo devono essere depositati entro 20 giorni dalla chiusura del II° periodo valido per le cessioni e i trasferimenti o, nel caso di vacatio dell’accordo ovvero se un futuro accordo collettivo non contempli detto termine, entro il 30 giugno. Ma se comunque il deposito non viene effettuato, che cosa può accadere ? Vediamo cosa prevede l’art. 94 NOIF ”Accordi in contrasto con le norme”: 1. Sono vietati: a) gli accordi tra società e tesserati che prevedano compensi, premi ed indennità in contrasto con le norme regolamentari, con le pattuizioni contrattuali e con ogni altra disposizione federale; b) la corresponsione da parte della società a propri tesserati, a qualsiasi titolo, di compensi o premi od indennità superiori a quelli pattuiti nel contratto od eventuali sue modificazioni, purché ritualmente depositato in Lega e dalla stessa approvato. 2. Per le violazioni ai divieti di cui al precedente comma, le società ed i loro legali rappresentanti, anche se abbiano omesso la vigilanza necessaria ad impedire le violazioni stesse nonché i tesserati, sono passibili dalle sanzioni previste dal Codice

di Giustizia Sportiva. Le eventuali azioni promosse dai tesserati dinanzi alla autorità giudiziaria ordinaria a tutela dei loro diritti derivanti dagli accordi di cui alla lett. a) del precedente comma, non rientrano, escluse le azioni aventi ad oggetto la corresponsione di premi diversi da quelli previsti dal precedente articolo 93, comma 1, tra quelle previste dall'art. 24, comma 2, dello Statuto della F.I.G.C.. Il tesserato deve, comunque, notificare per conoscenza ogni sua iniziativa in tal senso alla Lega di competenza. È quindi evidente che, se l’accordo relativo ai premi collettivi non è stato depositato entro i termini, i calciatori possono ricorrere al giudice ordinario purché notifichino l’azione alla Lega di competenza. E, in tal senso, un’autorevole conferma è riscontrabile nella datata ma ad oggi ancora mai smentita decisione dell’allora Commissione Disciplinare Nazionale (C.U. 12 del 31 luglio 2008) con cui 25 calciatori del Treviso FC vennero prosciolti dall’accusa di aver violato la clausola compromissoria per il ricorso per decreto ingiuntivo al tribunale di Treviso – Sezione Lavoro, ritualmente notificato alla Lega, con cui recuperarono l’importo previsto da un accordo stipulato fuori termine ed in forma di scrittura privata non autenticata.


segreteria Ha collaborato anche l'AIC

Ricerca FIFPro sulle condizioni lavorative dei calciatori La FIFPro (Federazione Internazionale dei Calciatori Professionisti), ha condotto una ricerca (alla quale ha collaborato anche AIC) sulle condizioni lavorative dei calciatori, secondo la quale il 45% guadagna meno di 900 € al mese, il 29% viene trasferito contro la propria volontà - oltre il 50% subisce minacce o violenze dai tifosi o dal club. Su 54 paesi l'Italia è la peggiore nella categoria “violenza e minacce nei giorni di non partita”, la sesta dietro al Congo nei giorni di partita. Secondo tale ricerca, la vita dei calciatori non è quindi solo soldi, macchinoni e ville da sogno, ma anche stipendi bassi, ritardi nei pagamenti, bullismo e intimidazione. Il 60% dei quasi 14.000 calciatori intervistati in 54 paesi ha guadagnato meno di 2000 euro al mese, 4 su 10 hanno ricevuto soldi in ritardo negli ultimi due anni perché i club non rispettano i contratti. Lo studio, condotto insieme alla Università di Manchester, ha riguardato Europa, America e Africa. I sindacati di alcuni paesi, inclusi Inghilterra e Spagna, cioè le “League” più ricche, non hanno consegnato dati completi. Secondo i risultati, il 40.3% ha guadagnato oltre 1900 euro al mese, il 14.5% tra i 950 e i 1900, il 24.6% tra i 280 e i 900, il 20.6% meno di 290 euro. Meno del 2% incassa oltre 680.000 euro l’anno. Il 41% ha dichiarato ritardi nei pagamenti, sale al 79% a Malta, 75% in Turchia, 74% in Romania, 96% in Gabon, 95% in Bolivia e al 94% in Tunisia. Molti calciatori dichiarano di essere stati vittima di violenza: il 51% è stato attaccato dai tifosi, il 25% da colleghi di campo, il 12% da allenatori o dirigenti del club. La Repubblica Democratica del Congo è il paese peggiore nella categoria ‘violenza e minacce il giorno della partita’, seguita a sorpresa dalla Scozia. Il Brasile è al quinto posto, l’Italia sesta. Ma per minacce di violenza nei giorni di non partita, l’Italia è in assoluto il paese peggiore, con il 24% dei giocatori che ammettono di essere minacciati dai tifosi. Il 15% dei calciatori sostengono di essere stati vittime di bullismo o molestie, il 7.5% lamenta discriminazione su basi etniche, religiose e sessuali. Un altro problema riscontrato è la precarietà, perché un contratto medio è di 22 mesi. L’8% dei giocato-

ri rivela di non avere nemmeno un contratto, la percentuale sale al 15% in Africa. In Croazia e Repubblica Ceca, oltre il 90% dei calciatori sono lavoratori autonomi, senza le protezioni garantite ai normali dipendenti. Il 10% dei calciatori ha effettivamente subito violenza fisica fuori dal campo, per conto di tifosi, compagni o membri del club. I club si vendicano soprattutto quando i giocatori intendono andarsene, il 6% dei calciatori ammette di esser stato costretto ad allenarsi lontano dalla squadra, isolamento come forma di pressione. Dei giocatori attualmente in trasferimento, il 29% dichiara di essere stato costretto a cambiare club, decisione subita contro la propria volontà.

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I dati dell’Inps

Non tutti i calciatori sono nababbi Per molti anni i nostri calciatori sono stati considerati, con una evidente superficialità, tutti dei miliardari. Con il passare del tempo le cose si sono assestate e pur esistendo una percentuale di stipendi di notevole portata, si può dire che la grande maggioranza rientra nella normalità. L’osservatorio Inps sui lavoratori ex Enpals ha certificato che nello scorso anno ci sono stati 3.540 calciatori iscritti all’istituto di previdenza e che il 56,8% di loro ha avuto una retribuzione inferiore ai 50mila euro. Il dato che interessa maggiormente, però, è quello riferito al numero di calciatori che nel 2015 hanno presentato una retribuzione superiore ai 700mila euro: sono 330 per la precisione i fortunati. Occorre specificare che questi 330 costituiscono appena il 9% dei 3.540 calciatori registrati all’Inps. Il resto dei giocatori professionisti, per una parte (570, ossia il 16%) incassa meno di 10mila euro a stagione e il 40% (1.440) viaggia tra i 10 e i 50mila euro, cioè non più di 4mila euro al mese. A voler andare ad esaminare i bilanci di ogni singola società, non è difficile indovinare a quale club appartengono i

calciatori più pagati: basta andare a controllare il loro monte ingaggi. La società che paga di più è la Juventus con 143 milioni di euro per la stagione in corso. Alle spalle dei campioni d’Italia c’è l’Inter con 105 milioni, quindi la Roma con 100, il Milan ed il Napoli con 77 e la Lazio con 54. I calciatori meno pagati sono quelli del Crotone, che paga annualmente 13 milioni in stipendi. Il club calabrese ha un tetto annuo fissato a 400mila euro (il Napoli, per fare un esempio, è a 3,5 milioni di euro). I numeri resi pubblici dall’Inps si riferiscono non alla stagione sportiva ma all’anno solare. I nomi degli iscritti nell’albo d’oro, non sono né pubblici né ufficiali, ma scrutando tra i bilanci e i consuntivi degli ingaggi, è facile precisare nomi e stipendi. Bisogna pure annotare che, in tema di previdenza, non esistono differenze tra italiani e stranieri. L’Associazione Calciatori si è battuta perché il calciatore straniero ingaggiato in Italia versi i contributi previdenziali come i calciatori italiani. Sergio Campana 33


fifpro

di Stefano Sartori

A San José (Costa Rica) dall’8 al 10 novembre

Congresso generale FIFPro Si è svolto a San José (Costa Rica) nei giorni 8/10 novembre 2016 il Congresso generale della FIFPro, la federazione mondiale dei sindacati dei calciatori che rappresenta circa 65.000 atleti. Ai lavori hanno partecipato i delegati di circa 70 tra paesi membri a pieno titolo, candidati membri ed osservatori.

invece l’iniziativa dipende dalla volontà del calciatore di usufruire delle possibilità concesse dall’art. 17, gli indennizzi liquidati ai club sono assai rilevanti, qualche volta enormi (caso Matuzalem), oppure affermando principi in sé pericolosissimi per i calciatori (caso De Sanctis) .

associazione e per poter dare in un secondo tempo indicazioni e suggerimenti utili per incrementare le conquiste e i servizi a beneficio dei calciatori (rapporti con federazioni e leghe, accordo collettivo, collegio arbitrale, pensione e fondo fine carriera, aumento numero degli associati, formazione post-carriera, bilanci economici, gestione delle entrate, ecc.).

FIFPro Europe Nel corso della seconda giornata si sono svolte le usuali assemblee delle divisioni continentali. Per quanto riguarda la FIFpro Division Europe va segnalato che i progressi conseguenti al cosiddetto Social Dialogue rimangono contenuti. L’implementazione del Minimum Requirements, cioè l’”Accordo per i Requisiti Minimi del Contratto Standard” riproducente un articolato normativo che deve costituire la base minima per la negoziazione di un accordo collettivo applicabile in tutti i paesi che Presentiamo a seguire un breve riassunto dei punti più significativi.

Ingresso nuovi membri I sindacati di Botswana ed Israele sono stati ammessi nella FIFPro a pieno titolo come soci, mentre Fyrom/Macedonia, Gabon, Honduras e Panama hanno proposto la loro candidatura. Il ricorso FIFPro all’Unione Europea Il ricorso presentato il 18 settembre 2015 all’UE rimane pendente e, come efficaciemente spiegato dal Presidente FIFPro Philippe Piat, anni di trattative infruttose ed i deludenti risultati della partecipazione della FIFPro ai tavoli di lavoro con FIFA, EPFL (l’associazione delle leghe calcio europee) ed ECA (l’associazione dei principali clubs europei) consigliano di non ritirarlo fino a che le trattative non riprenderanno a produrre risultati tangibili. Come è noto, l’attuale sistema dei trasferimenti internazionali comporta un doppio standard tutto a danno del calciatore: le società si possono “liberare” dei calciatori che non sono più di loro interesse spendendo, a titolo di indennizzo, poco o niente. Se 34

Per questo motivo, il ricorso con cui si chiede alla Commissione Europea di verificare le regole sui trasferimenti che "impediscono una equa concorrenza fra i club sul mercato di acquisizione dei talenti sportivi, danneggiando gli interessi dei calciatori, le squadre piccole e medie professionali e i loro sostenitori", per ora rimane pendente.

MDAS Sono stati presentati i risultati del cosiddetto “MDAS”, acronimo di Member Development Accountability System. In estrema sintesi, si tratta di un questionario informatico che ogni associazione deve obbligatoriamente compilare per consentire alla FIFPro di valutare la struttura organizzativa e sindacale di ciascuna

aderiscono all’UEFA e che ne sono privi, va a rilento in tutti i paesi dell’Europa orientale. E’ stato inoltre presentato il progetto UEFA di riforma della Champions League che dovrebbe, nelle intenzioni, evitare il più possibile partite scontate e poco equilibrate e, prevederà, per quanto riguarda l’Italia, l’aumento da 2 a 4 del numero delle squadre con diritto a partecipare direttamente alla competizione indipendentemente dalla classifica conseguita in campionato.

FIFPro Global Report La FIFPro ha curato la redazione di un’indagine globale dedicata ai principali problemi che affliggono i calciatori; si tratta del più esteso progetto di raccolta dati mai realizzato a livello calcistico.


fifpro

2016 Il questionario, alla cui redazione hanno aderito 13.876 calciatori di 62 paesi, ha evidenziato l’esistenza dei seguenti problemi: a) nel corso della propria carriera il 41% dei rispondenti ha ricevuto in ritardo il proprio stipendio; b) il 30% è stato in qualche modo forzato a trasferirsi; c) il 10% è stato oggetto di violenza; d) l’8% è stato vittima di atti di razzismo e/o discriminazione.

Integrazione Board FIFPro: due donne ammesse di diritto Il Board (Consiglio Direttivo) della FIFPro ha sottoposto all’assemblea una proposta di modifica statutaria che, ai fini di favorire l’ingresso delle donne negli organi direttivi, intende riservare 2 posti su 13 a rappresentanti del calcio femminile. L’assemblea, anche se ha rilevato l’assenza, allo stato attuale, di una procedura chiara e già definita che disciplini le modalità di scelta delle due rappresentanti del calcio femminile, ha approvato la modifica con circa il 75% dei voti.

L’AIC nella FIFPro e nelle Commissioni tecniche 2013/2017 L’avv. Leonardo Grosso è membro del board della FIFPro, della FIFPro Division Europe ed è inoltre arbitro nella DRC (Dispute Resolution Chamber); Damiano Tommasi, Presidente AIC, è membro del Comitato Strategico; Stefano Sartori è componente del Regulations Committee; Gianfranco Serioli è membro del Financial Committee e del Supervisory Board; infine, Ilaria Pasqui è componente del Women Football Committee.

Gli obiettivi del ricorso FIFPRO La salvaguardia dei diritti contrattuali fondamentali dei Calciatori • Prevenire e proteggere i calciatori contro i ritardi sistematici del pagamento degli stipendi e quindi: a) Risoluzione del contratto dopo 30 giorni il mancato pagamento b) Possibilità di tesserarsi con un nuovo club in qualsiasi momento durante la stagione c) Compensazione pari al valore residuo del contratto d) L'applicazione obbligatoria di questi passaggi a livello nazionale • L'attuazione obbligatoria dei requisiti minimi e dei contratti di lavoro Reciprocità e riequilibrio dell’indennità di compensazione e delle sanzioni per violazione del contratto senza giusta causa • Rimuovere il presunto valore di mercato dal calcolo della compensazione (caso Matuzalem) • Applicazione reciproca e proporzionata delle sanzioni sportive • Rimozione dei criteri soggettivi, che forniscono spazio per il deterioramento dei diritti dei calciatori (inclusa la specificità dello sport) Libertà di sottoscrivere un nuovo contratto lavoro e giusto accesso al mercato del lavoro • Riforma del periodo protetto e periodo di stabilità da applicare solo ai primo contratto (o piena rinegoziazione delle garanzie contrattuali) al fine di garantire un accesso equo al mercato del lavoro per i calciatori durante il contratto • Diritto di essere tesserati e giocare per altro club, durante e al di fuori dei periodi validi per i trasferimenti, in caso di rottura contrattuale da parte del club • Minimizzazione dei periodi chiusi ai trasferimenti, pur tenendo conto del principio dell’integrità delle competizioni Equa ed efficace risoluzione delle controversie

• Salvaguardia del principio della pari rappresentanza, indipendenza di tutti gli arbitrati e delle camere di risoluzione (Riforma o sostituzione del CAS) • Minimizzazione della durata delle procedure, rafforzando nel contempo il giusto processo • Assicurare l’applicazione del diritto comunitario • Salvaguardare l'accesso alla FIFA DRC per tutte le controversie internazionali indipendentemente dai CA domestici Indennità di formazione, contributi di solidarietà, ecc • Ristrutturazione dei meccanismi di solidarietà, dell'indennità di formazione ed di altri regolamenti fondata su basi sostenibili e non incidentali e non collegata al trasferimento dei calciatori Riforma settoriale • Rimuovere o ridurre consistentemente i costi dei trasferimenti tramite intervento diretto o indiretto (modifiche normative: ridurre l’indennità per rottura contrattuale, riforma del periodo protetto, ecc.) • Sviluppo di modelli equi e sostenibili di ridistribuzione delle entrate tra i club • Prevenzione efficace degli abusi commerciali in tema di contratti e reclutamento dei calciatori - TPO, compensi agli agenti, ecc. – e degli abusi in tema di traffico di giovani calciatori (direttamente e indirettamente tramite diminuzione degli incentivi per le indennità di trasferimento Contrattazione collettiva / Governo del calcio • Stabilire una struttura professionale di governo del calcio, che assicuri un’equa partecipazione di datori di lavoro (club) e dipendenti (calciatori) in tutte le questioni relative al dialogo sociale ed al governo del settore, a livello nazionale e internazionale • Assicurare l’applicazione dei regolamenti internazionali anche a livello domestico, in particolare le protezioni dei calciatori 35


politicalcio

di Fabio Appetiti

Roberto Morassut politico e scrittore

La punta spezzata “Se ci fosse più amore e più attenzione per il campione oggi saresti qui”... la strofa della canzone di Venditti calza in modo perfetto alla presentazione di questo libro su Giuliano Taccola, campione scomparso tanti anni fa, scritto dall’ On. Roberto Morassut. E parlando di Taccola pensiamo anche ad Agostino Di Bartolomei, Mario Morosini ed altri casi, più o meno noti, di atleti che ci hanno lasciato. E di sottofondo a questa storia triste, c’è il tema della tutela della salute e dell’attenzione verso l’atleta sia durante, sia dopo la sua carriera, quando le luci si spengono. Temi che debbono essere sempre nell’agenda delle priorità di tutte le istituzioni sportive e della nostra stessa Associazione Calciatori. Quella canzone, per quanto bella, non vorremmo cantarla più. Roberto Morassut, una storia lunga fatta di tante cose realizzate e tanti ruoli svolti: perché un libro sulla morte di Giuliano Taccola? “Intanto perché sono romanista ed essere romanista significa avere tanti ricordi e un sentimento. Il primo ricordo di Giuliano Taccola è uno striscione esposto in curva nord che ricordava questo grande campione scomparso qualche anno prima. Ricordo che alle mie domande di allora si rispondeva in modo un po’ semplicistico. Si diceva che la scomparsa di Giuliano Taccola era stata causata da una bibita ghiacciata dopo una partita, che gli aveva causato una congestione letale. Più recentemente, mi è capitato di vedere una puntata della trasmissione "SFIDE", ho visto raccontarne la storia ed ho capito che la scomparsa di questo grande campione

era ancora avvolta nelle nebbie. Quindi mi sono deciso a raccontarla ed approfondire il tutto in un libro”. Chi era secondo te Giuliano Taccola? “Taccola era un ragazzo degli anni ‘40 nato sul finire della guerra da una famiglia non ricca, aveva cominciato a giocare a calcio sul finire degli anni ‘50 e ciò gli aveva permesso di girare l'Italia. Approda alla Roma a 24 anni, non anziano ma neanche giovanissimo. La Roma è stato il primo grande club della sua vita per quanto la società non fosse proprio un club di prima fascia in quegli anni. Durante il primo anno fece molto bene, ben 10 gol, mentre nel secondo anno cominciarono ad affacciarsi i primi sintomi di problemi fisici, stanchezza e febbri ricorrenti. Comincia proprio da qui il suo calvario”. Sei riuscito a far luce nel libro sugli ultimi momenti di vita di Giuliano? “Sì, ormai le nebbie sulla morte di Taccola si sono completamente diradate e grazie alle testimonianze dei compagni di squadra, agli atti giudiziari ed ai ritagli di giornale e articoli dell’epoca, tutto viene spiegato. Per chi leggerà il libro risulterà chiaro come la sua morte è stata dettata da una serie di disattenzioni e omissioni”. C’è una canzone di Antonello Venditti, dedicata ad Agostino Di Bartolomei, le cui parole nascondano una triste verità… “Sì, infatti abbiamo inserito apposta quella canzone nel video di Giuliano

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Roberto Morassut è nato a Roma il 16 novembre 1963. Politico (PD) e scrittore, ha un passato da atleta come quattrocentista e ottocentista.

Taccola proiettato durante la presentazione del libro a Roma. In fondo la morte di Taccola nasce da una disattenzione, dove tanti medici in disaccordo tra loro hanno determinato quella morte tragica. Bastava davvero un po’ più di attenzione e scrupolo e forse Taccola oggi sarebbe qui e sarebbe un ex calciatore come tanti altri. Come lo stesso Agostino, che è morto in solitudine e in circostanze diverse, ma forse con un po’ più di attenzione e affetto anche a lui si poteva impedire quel drammatico gesto con cui si è tolto la vita. Taccola e Agostino, due storie diverse, ma in fondo simili… e nella copertina del libro Taccola è ripreso nello stesso gesto tipico di “Ago” che calciava”. Alla presentazione c’era tanta gente, tra cui Damiano Tommasi ed è stato proiettato un video prodotto da AIC dal titolo "Una macchina sola” con la presenza di Gabriel Batistuta che ha lanciato una campagna contro l’abuso di farmaci… “Intanto ringrazio Tommasi e tutta l'AIC per avere accettato l'invito a questa presentazione. Damiano è un grande campione, ancora molto amato a Roma, ed è un esempio di lealtà sportiva e di impegno civile che lo rendono davvero un campione diverso da tanti. Con la presentazione di questo video ci ha dato un valore aggiunto ed ha raccontato da un’altra prospettiva la carriera di questi grandi cam-


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pioni che, guidati dall’istinto di essere in campo, talvolta si sottopongono a trattamenti farmacologici che causeranno danni alla fine della loro carriera. Le parole di Batistuta mi hanno molto colpito, faccio i complimenti ad AIC per aver pensato e voluto questa campagna. C'è questa idea da combattere per cui il campione si usa, si spreme… ma poi si dimentica”. Nel libro si parla di Roma. Sei stato quasi 10 anni assessore all'urbanistica in questa città e nessuno meglio di te può raccontare la Roma dell'epoca e quella di oggi. “A Roma negli anni ‘60 si cominciava a sviluppare quel boom edilizio che era figlio di un intreccio tra costruttori e politica. Tra l’altro la Roma calcio negli anni ‘60 si resse su una sorta di compromesso storico tra Evangelisti, uomo potente dell’ala andreottiana della DC e Marchini, costruttore di stretta osservanza comunista... i due fecero un patto e salvarono la Roma. A Roma la politica ha sempre giocato ovviamente un ruolo nello sviluppo e nella crescita della città talvolta positivo, talvolta fortemente negativo. Io sono stato assessore nella giunta Veltroni dal 2001 al 2008 e credo che proprio dopo il 2008 è cominciata la crisi della città. Roma è una grande metropoli, che si dibatte tra i grandi problemi derivanti dalla globalizzazione e dalla crisi internazionale e quelli più locali derivanti dalla cattiva gestione amministrativa ed economica degli ultimi anni. Per rilanciarsi avrebbe bisogno di nuovi poteri che oggi non ha e nuove risorse pubbliche e private”. Per esempio Olimpiadi Roma 2024: opportunità perduta? “Credo di sì. Quando si affronta un grande evento bisogna assumersi la responsabilità di gestire l'evento stesso riducendo i possibili rischi di corruzione e sprechi che ne derivano, senza alzare bandiera bianca come è stato fatto dal sindaco Raggi, che

ha deciso di rinunciare del tutto alla candidatura olimpica di Roma 2024. Rinunciare a tale opportunità è stata una sconfitta della politica. Le Olimpiadi avrebbero portato opportunità e risorse per la città, come del resto è successo a Barcellona nel 1992, dove le olimpiadi sono state una straordinaria occasione di crescita. Dipende da come si fanno le cose, se come ad Atene o come a Barcellona”. Parliamo di calcio: cosa manca all'attuale calcio italiano per tornare ai livelli che merita? “Ci sarebbe bisogno di puntare di più sui vivai e sui settori giovanili. Il fatto che i colpi di mercato siano condizionati da plusvalenze e da fattori finanziari e di bilancio comprime la crescita dei nostri atleti e si vedono le difficoltà nelle competizioni della nazionale, dove suppliamo con l’agonismo o con l’organizzazione alla mancanza di talento e qualità. L’Italia è un Paese di grande tradizione calcistica ma per quanto Conte abbia fatto un bel lavoro negli ultimi Europei, non possiamo limitarci a festeggiare un uscita ai quarti. Ci vuole un progetto di crescita e rilancio per tutto il sistema, così come ha fatto la Germania negli ultimi anni. Un lavoro duraturo nel tempo”. Chiudiamo con un campione di altri tempi…

“Sono ovviamente legato al ricordo di quella Roma dell’adolescenza dei primi anni ’70: Ciccio Cordova, Ginulfi, Pierino Prati, che il 13 dicembre compirà 70 anni. Per me è stato emozionante rincontrarli in occasione della presentazione del libro. Se parlo di calciatori più recenti, sicuramente non posso non citare un grande campione dalla personalità di Gigi Riva, interprete di un calcio romantico e lo stesso Tommasi, di cui ho già detto la lealtà sportiva come giocatore, ma che oggi è un esempio di come, dopo il campo, i calciatori possano anche arrivare ad assumere responsabilità dirigenziali nel mondo del calcio e nella stessa società civile”.

Palombi Editori

Numero 9: Giuliano Taccola, la punta spezzata di Roberto Morassut – 238 pagine - €14,00

La morte di Giuliano Taccola, centravanti della Roma degli anni '60, rappresenta ancora oggi un caso oscuro e irrisolto della cronaca sportiva e giudiziaria italiana. In questo libro, Roberto Morassut ripercorre la storia del cam-

pione giallorosso e la sua fine inserendola nel contesto della Roma e di Roma della fine degli anni '60. Dai "flashback" (di fantasia) con cui il libro si apre, alla ricostruzione di un'inchiesta, conclusa con un'archiviazione, si sviluppa un avvincente racconto della storia romanista, di alcune delle trame politiche e finanziarie della Capitale degli anni '60 intrecciate con le vicende della società giallorossa e della storia umana e sportiva di un grande campione. 37


servizi

di Nicola Bosio

Presentazione a Roma e Lectio Magistralis a Coverciano

Al via la prima “Università Aperto ufficialmente l’anno accademico del corso di Laurea, completamente dedicato al calcio, dell’Università Telematica San Raffaele con la collaborazione dell’Associazione Italiana Calciatori. Dopo la presentazione a Roma il 28 ottobre scorso, ha preso ufficialmente il via a Coverciano il 14 novembre, con la Lectio Magistralis tenuta dal Direttore Generale

della FIGC Michele Uva, l’anno accademico 2016/17 della prima “Università del Calcio”, corso di Laurea, completamente dedicato al calcio, dell’Università Telematica San Raffaele con la collaborazione dell’Associazione Italiana Calciatori. A Roma erano presenti Damiano Tommasi, Fabio Poli e Diego Bonavina (Presidente AIC Onlus), insieme al Presidente FIGC Carlo Tavecchio. “Questa è la cantera dei dirigenti” – ha detto Tommasi esprimendo grande soddisfazione per il progetto. “La prima in Italia che potrà formare dirigenti adeguati ai bisogni dei nostri associati e a tutti gli operatori di questo sistema”. Il Direttore Organizzativo AIC Fabio Poli ha spiegato quali sono gli obiettivi del percorso: “Oggi prende vita un sogno e, come tutti i sogni, ora comincia la parte difficile: realizzarlo. Questo percorso contribuirà a dare nuovi e qualificati sbocchi professionali per i nostri giovani, per i calciatori associati e per tutti gli ap38

passionati. Tra i docenti ci saranno Beppe Marotta, Renzo Ulivieri, Paolo Bedin, Fabio Pecchia, Francesco Ghirelli, Massimo Picozzi, Demetrio Albertini e Massimo Paganin”. Per Diego Bonavina, Presidente AIC Onlus, “questo corso rappresenta il naturale completamento del progetto della Cattedra del calcio, istituita tre anni fa. È un percorso che comincia oggi, con questa laurea triennale e proseguirà con tre indirizzi di specializzazione nei prossimi anni”.  “La Federazione ha deciso di sostenere questo progetto per l’alto valore formativo che rappresenta” – ha concluso il presidente FIGC Carlo Tavecchio - “concedendo la possibilità di svolgere gli esami del corso presso il centro tecnico federale di Coverciano”. A Coverciano, dopo i saluti istituzionali del Rettore dell'Università Enrico Garaci e del Direttore Generale AIC Gianni Grazioli, il Direttore della FIGC Uva ha sviluppato il tema dei "fattori per crescere e coltivare la passione nello sport e nel calcio", prima di passare la parola al Presidente dell’Associazione Allenatori Renzo Ulivieri e al Ceo e Founder di Wyscout Matteo Campodonico. In chiusura di incontro Fabio Poli, Direttore organizzativo AIC e Presidente dell’Università del Calcio, ha illustrato i dettagli di questo nuovo indirizzo curriculare, un percorso inedito ed innovativo che si propone di contribuire a sviluppare il livello di professionalità degli operatori del “Sistema Calcio”. “Con questo corso di studio” – ha detto Enrico Garaci – “andiamo a colmare una grossa lacuna, dal momento che da

tempo si sente l'esigenza di dare una risposta concreta alla continua richiesta di studi per approfondire il mondo del calcio, una grande esigenza di formazione per avere professionisti preparati che si occupino del management economico che gira attorno al mondo del pallone”. L’obiettivo del percorso di studio - che è stato fortemente voluto dal Presidente dell’Università Dott. Sergio Pasquantonio e che prosegue l’esperienza più che positiva della “cattedra sul calcio” istituita tre anni fa - è quello di formare un professionista in ambito calcistico con adeguata preparazione culturale di base e con le competenze metodologiche necessarie per condurre, gestire e valutare semplici programmi di attività motoria e sportiva a livello individuale e di gruppo nel calcio. NON un allenatore, quindi, ma un “operatore” preparato che contribuisca a far progredire ulteriormente il processo di professionalizzazione attualmente in atto nel mondo dello sport, in generale, e del calcio, in particolare. Tale obiettivo nasce dalla consapevolezza del mutamento che il mondo del calcio e il “sistema delle istituzioni e delle società” hanno subito in questi ultimi anni, aprendo prospettive lavorative completamente inedite a neo-laureati qualificati. Prospettive che sussistono tanto a livello professionistico che dilettantistico e che sono in grado, se interpretate con adeguate professionalità, di garantire nuove, durature e concrete opportunità professionali. “Siamo di fronte ad un evento straordinario che possiamo sintetizzare in due parole, evoluzione e rivoluzione” – ha proseguito Gianni Grazioli – “evoluzione perché finalmente anche il calcio è stato sdoganato a livello accademico, rivoluzione perché da qualche anno AIC ha aperto i suoi confini alla formazione, sia di calciatori in attività che di ex”. Il Corso di Laurea - che prevede sia lezioni erogate in modalità telematica che in presenza - si avvale accanto al corpo docente universitario del contributo di varie professionalità, in rappresentanza delle differenti anime del calcio: dalle Leghe al mondo


servizi

del Calcio” grandi stadi o i grandi palazzetti, ma partendo dalla scuola, dalle palestre; correggere le distorsione dei valori che la società moderna purtroppo propone ai nostri giovani; infine regalarci successi agonistici e quindi nuovi campioni. Obiettivi che non possono realizzarsi se non sono condivisi da tutti, atleti, tecnici, dirigenti, media. Lo sport è un investimento importante, che porterà i suoi frutti con il tempo, e sempre più ha bisogno di una classe dirigenziale preparata. Lo sport è vita”.

delle “componenti tecniche”; dai calciatori agli arbitri, passando per gli allenatori e i manager. Tutti professionisti che operano nel settore da anni, con un altissimo livello di qualificazione accademica e tecnica. Per il suo valore culturale e per la sua portata, il progetto ha ottenuto il patrocinio del CONI, della Federazione Italiana Gioco Calcio, della Lega di Serie A, Serie B, Lega PRO, LND, AIA e dell'AIAC. I patrocinatori saranno coinvolti nelle attività didattiche relative ai propri ambiti di competenza. “Abbiamo bisogno di grandi risorse umane, per portare avanti qualsivoglia progetto, occorrono manager preparati” – ha dichiarato Uva nel corso della Lectio Magistralis – “Lo sport ha quattro compiti fondamentali: aumentare il numero dei praticanti, a qualsiasi livello e a qualsiasi età, cercando di invertire la preoccupante tendenza all’abbandono dell’attività sportiva; programmare e realizzare una nuova impiantistica sportiva, non solo i

valori ce li porta e li riesce a trasmettere”. Per Matteo Campodonico “oggi la fortuna di chi si approccia a questo corso universitario è che parte da una passione, alla quale si devono aggiungere intelligenza e competenza, perché la passione da sola non basta più. E va aggiunta anche la tecnologia, che ci aiuta e diventa un pezzo fondamentale del mondo del calcio, così come i dati che la tecnologia ci fornisce e sui quali, sempre di più, ci dovremo basare per il futuro”.

Renzo Ulivieri a aggiunto: “Chi si appresta ad intraprendere questo percorso di studi, deve farlo con la voglia e la volontà di cam-

“Per la prima volta” – ha chiuso Fabio Poli – “tutte le componenti del mondo del calcio e dello sport in generale, dalla FIGC al CONI, dalle Leghe alle Associazioni di categoria, si ritrovano oggi accomunati nell'intento di perseguire un obiettivo ambizioso, uniti da un'istituzione accademica quale l'Università Telematica San Raffaele Roma, che ha voluto ribadire che i nostri manager vanno formati. Studenti e docenti faranno un percorso importante, una

biare, di fare un passo in avanti, di portare qualcosa di importante e di nuovo che vada a sfatare i luoghi comuni che spesso sentiamo riguardo lo sport e il calcio. Lo sport di per sé non ha valori, li ha grazie a chi lo sport lo pratica, lo insegna, e i

grande responsabilità perché dallo sport inteso come semplice svago si passa alla formazione di una classe dirigenziale impostata per il futuro dello sport, nel suo aspetto sociale e manageriale”. 39


segreteria

di Pino Lazzaro

Nonsolomoda…

Un tatuaggio, una storia Sempre di più. Moda e non solo. Pure qualcosa da dichiarare, da dire, chi siamo e cosa siamo, chissà. Dunque un tatuaggio ha dietro una storia. Quel che si vive e come lo si vive. Tanto importante e significativo da imprimertelo non solo nella testa e nel cuore, ma pure sul tuo corpo, proprio sulla tua pelle, per vederlo e rivederlo, pensarci e ripensarci, ricordare e non dimenticare. Ce n’è di tutti i gusti: basta bussare un po’ e le storie/racconti si dipanano. Così qualcuna abbiamo deciso di farcela raccontare: sì, un tatuaggio, una storia. Con Giovanni Giuffrida (Vibonese) Giovanni Giuffrida, 31 anni, centrocampista della Vibonese, girone C di Lega Pro, misto di quantità e qualità, incontrista e impostazione, tante squadre cambiate in carriera. Dice che l’hanno sempre cercato, che forse poteva fare anche di più ma che è comunque contento di quello che ha fatto, soprattutto perché per questa sua carriera “non devo dire grazie a nessuno, quel che ho fatto me lo sono conquistato, poco alla volta, tutto da solo”. Giovanni è cresciuto in un tempo in cui, come dire, i giovani erano giovani, più difficile emergere: “Ricordo il tempo in cui ero al settore giovanile del Catania, era Gaucci allora il presidente. Ho ben presente l’abisso – è la parola – che c’era tra noi Primavera e quelli della prima squadra e penso in particolare a quella che era allora le gestione dello spogliatoio. Ora invece le cose sono cambiate, di giovani ce ne sono di più, qui alla Vibonese per esempio ne abbiamo parecchi di ragazzi del 1999, c’è insomma in generale più fiducia e favore per i giovani”. Ha quasi sempre giocato al sud, Giovanni, con due eccezioni, Torres (2014/2015) e Maceratese (2015/2016). Ed è proprio della stagione passata a Macerata che qualcosa in particolare la vuol dire, sì, gli è rimasto dentro quel periodo. “Beh, del rimpianto ne ho ancora perché lì come gruppo, squadra e staff tecnico proprio c’eravamo e sentivo che potevamo fare qualcosa d’importante. Però la società è stata chiara, dovevano per forza ridimensionare il budget, quasi ripartire da zero e dunque si è dovuto per forza cam40

biare. È stato un peccato perché trovare e sentirsi ben dentro un gruppo di veri uomini come quello, non è una cosa tanto facile che accada: un qualcosa comunque che so che mi porto e porterò sempre dentro di me”.

Il mio tatuaggio… “Sì, penso che il mio sia un tatuaggio un po’ particolare, non il classico che uno di solito si fa, che so: un nome, una farfalla, ste cose qui. Ci sono arrivato perché sono molto legato alla mia città, a Catania. In effetti ora per via del calcio la vivo poco, ma come detto mi sento legatissimo a quei miei posti. Sono cresciuto e uscito dal quartiere lì del centro, l’Antico Corso e quando mi sono deciso, ho pensato a delle immagini-simbolo della mia città: il Duomo che rappresenta un po’ la chiave storica; poi l’elefante che è il simbolo cittadino; l’Etna che lì da noi lo si vede da ogni parte e infine Sant’Agata che è la patrona di Catania (sono pure uno molto devoto). Il tatuaggio è sul braccio sinistro, sì, dalla parte del cuore. Ce l’ho da due anni e me lo sono fatto sin che giocavo alla Torres. Tramite un tifoso sono arrivato al tatuatore, si chiama Andrea, Andrea Deriu, ancora ci sentiamo. Anche per lui era praticamente una prima volta, nel senso di tatuare delle immagini così e in tutto ci è voluto un mese, in pratica un simbolo la settimana. Ci andavo al sabato, col calcio la stagione era giusto appena

Mosche bianche Alcuni ancora resistono, ancora non ne vogliono sapere. Come mai? Sorta di “mosche bianche”, sempre più e meglio individuabili proprio perché di tatuaggi non ne hanno. Ce ne sono dunque sempre meno, ma ce ne sono. Spazio pure a loro: puntata dopo puntata, spogliatoio dopo spogliatoio. “Beh, è vero, ormai mi sono proprio reso conto che siamo pochi a non aver dei tatuaggi ed è un dato questo, che personalmente collego al cambiamento che c’è stato nella società in questi ultimi anni: chi si fa tatuare il nome del figlio, chi un giorno memorabile, chi un qualcosa che lo lega alla famiglia, al territorio magari dove è nato. Ecco, per provare a dirlo con dei numeri, io penso che quando ho cominciato io col calcio, su 25 giocatori lì nello spogliatoio, ce ne saranno stati 20 senza tatuaggi e 5 con. Ora, dopo questi miei 15 anni di calcio, le cose si sono capovolte: 20 ce l’hanno e 5 no. Di per sé la vedo comunque come una cosa bella e devo dire che ci sono tatuaggi molto belli e mi capita così proprio di ammirare qualche mio compagno. Però io sento che un tatuaggio lo vivrei ancora come un segnarsi per tutta la vita: oggi potrei dire magari che mi ci vedo con un tatuaggio, ma non tra 50 anni, no”. Rocco Sabato (Vibonese) finita, era di maggio e ogni seduta durava sulle tre ore. No, non è a colori, è in bianco e nero e sono molto contento di come è venuto fuori. All’inizio bisogna anche stare un po’ attenti a non prendere il sole – per questo sarebbe stato meglio, così dicono tutti, farlo in inverno, ma solo quel tempo lì avevo – e ci sono delle creme da metterci sopra, l’idea è un po’ quella di una ferita che deve essere aiutata a rimarginarsi. Male ne ho sentito, specie nella parte centrale del tatuaggio, quando ha dipinto il Duomo, anche un po’ di febbre m’è venuta quella volta lì. Alla lunga il tatuaggio un po’ sbiadisce, ma poco, diciamo che prende insomma il suo di colore: all’inizio è tutto bello carico, poi diventa più naturale. Se ne ho altri? Sì, un altro, una scritta, una cosa piccola, assieme a un amico, una cosa tra noi”.


servizi AIC Camp, Scuole Calcio, Street Soccer Tour

Le attività del Dipartimento Junior L’anno sportivo 2016/17 ha legittimato definitivamente le attività del Dipartimento Junior dell’Associazione Calciatori: oltre a agli AIC Camp, che tanto successo hanno avuto negli ultimi anni, altre iniziative per ragazzi hanno preso il via sotto la supervisione del Campione del Mondo Simone Perrotta, coordinatore del Dipartimento. Prima tra tutte la “Scuola Calcio in collaborazione con AIC”, che quest’anno annovera 14 società sportive su tutto il territorio italiano, da Bolzano e Lampedusa, che hanno aderito al progetto. L’obiettivo che l’Associazione Italiana Calciatori si pone con la Scuola Calcio è quello di sostenere le società sportive legate soprattutto ad ex calciatori che condividono gli stessi valori fornendo uno strumento teorico e pratico per la gestione di una Scuola Calcio, anche con un “Manuale” che tratta la gestione di una società di calcio sotto vari aspetti (tecnico, metodologico, pedagogico, organizzativo) e che promuove, all’interno del territorio di competenza, la formazione di una rete che metta in relazione tutti i soggetti che, direttamente o indirettamente, forniscono un’offerta formativa ai giovani calciatori (famiglia, scuola, società di calcio, enti locali, mass media). Al progetto hanno aderito ex calciatori ed alcuni ancora in attività, che hanno aperto una scuola calcio nella prospettiva di fine carriera. I due calciatori ancora in attività sono Matteo Brighi attualmente a Perugia e Giuseppe Torromino che gioca in Lega Pro a Lecce.

Oltre ai calciatori in attività, ce ne sono altri che hanno smesso da poco; tra questi spicca il nome di Gennaro Volpe, centrocampista classe ’81 ed attuale responsabile dell'Academy Entella; anche Emanuele Belardi ha concluso la sua lunga carriera da poco ed oggi è il responsabile dell’omonima scuola calcio. Gli ex calciatori coinvolti nel progetto sono Vasco Morelli, Lorenzo Stovini, Maurizio Pertusi e Simone Berardi. AIC ha poi stretto una partnership con Vingino, brand di abbigliamento per ragazzi molto conosciuto in Europa, con il quale ha organizzato lo “Street Soccer Tour”. Il progetto è stato proposto in 10 città italiane, con l’allestimento di un campo da street all’interno di una piazza centrale, all’interno del quale sono stati coinvolti moltissimi ragazzi e ragazze che si sono alternati all’interno del campo sfidandosi in minipartite e attività di animazione, sempre sotto la supervisione di personale qualificato. In ogni tappa era presente un ex calciatore che ha giocato con i ragazzi: tra gli altri, oltre al presidente AIC Damiano Tommasi e al coordinatore del Dipartimento Junior Simone Perrotta, ci sono stati Totò Schillaci, Sebastiano Rossi, Antonio Benarrivo, Marco Ballotta e Mauro Esposito. L’estate 2017 è caratterizzata come sempre dagli AIC Camp, esperienza sportiva all’insegna del calcio, del divertimento e dei valori dello sport. L’obiettivo degli AIC Camp non è di formare calciatore professionisti ma di contribuire alla diffusione del fair play e dell’etica sportiva tramite il calcio, proponendo un percorso educativo rivolto ai giovani teso a farli diventare uomini (e calciatori) migliori. In quest’ottica prosegue la partnership con UNICEF che ha riconosciuto il modello formativo AIC come modello di allenamento e di insegnamento/apprendimento adeguato a tutelare i diritti dei bambini

che praticano attività sportiva. Gli AIC Camp vengono organizzati in tutta Italia, per veicolare il più possibile il metodo formativo AIC. Durante il Camp, rivolto a ragazzi/e dai 7 ai 13 anni, vengono svolte attività di natura tecnica e laboratoriale. La tipologia di allenamento che viene applicata durante gli AIC Camp è quella dell’allenamento con metodo per fasi; gli obiettivi primari degli allenamenti sono alcuni fondamentali tecnici quali il dribbling, la difesa della palla, la guida della palla, il passaggio ed il controllo a seguire. Per ognuno di questi obiettivi gli allenamenti prevedono un gioco iniziale, le esercitazioni, le situazioni e un gioco a tema. Oltre all’aspetto strettamente tecnico, si utilizzano gli allenamenti sia per associare al gesto tecnico i valori proposti durante i laboratori educativi che per contribuire a sviluppare nei giovani le "competenze di vita" (decision making, problem solving, pensiero critico, pensiero creativo, comunicazione efficace, capacità di relazioni efficaci, autoconsapevolezza, empatia, gestione delle emozioni, gestione dello stress). Il programma delle attività educative prevedono un coinvolgimento attivo dei ragazzi su temi quali il fair play, le regole, il rispetto delle persone, i diritti e i doveri. Attraverso la lettura di una storia a fumetti realizzata da A.I.C., la visione di filmati attentamente selezionati e lo svolgimento di forum di discussione, i ragazzi vengono invitati a riflettere sull’importanza di imparare ad essere dei buoni cittadini per essere anche dei buoni atleti. Alla fine di ogni giornata, ogni ragazzo scrive il proprio "diario personale del Camp”, in cui annota le sensazioni, le emozioni, le cose e le situazioni imparate e vissute con i compagni e gli istruttori. I Testimonial degli Aic Camp sono un gruppo di ex calciatori tra cui Simone Perrotta, Cristian Manfredini e Massimo Paganin.

INFO LINE

Associazione Italiana Calciatori: 0444 233290 o 340 7081660 Email: aic.camp@assocalciatori.it Tutte le informazioni sugli AIC Camp e i resoconti in tempo reale delle attività svolte dai ragazzi sono disponibili sulla pagina Facebook dell’AIC all’indirizzo: https://www.facebook.com/AIC.Camp. 41


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di Pino Lazzaro

Claudia (Res Roma) e Simone Palombi (Ternana)

Quando il calcio è nel Dna Una passione che lì a casa hanno respirato sin da piccoli, anzi, da prima. Come dire insomma che il pallone era letteralmente di casa, presente fisicamente ma anche nei racconti e nelle storie del nonno (“probabilmente giocava da mediano” cerca di ricordare la nipote) e del papà (pure lui attaccante, mai tra i professionisti ma con una passione – eccola qui – che comunque bruciava fortissima). Dunque persino naturale che si siano trovati entrambi ad averlo sempre tra i piedi, dappertutto, ancora e ancora. Quel “sin da piccoli” è riferito a Simone Palombi, attaccante della Ternana e Claudia Palombi, trequartista della Res Roma. Classe ’96 Simone, di aprile; classe ’97 Claudia, di dicembre. Fratello e sorella, facile ancora immaginare che pure o soprattutto per giocare si siano seguiti, che l’abbiano fatto assieme, lei poi che sottolinea come sia stato praticamente sempre il 10 il suo numero di maglia, quei suoi piedi buoni, lei che pure spiccava anche tra i maschietti, lei che dice che tanto ha imparato dal fratello, ma che però pure qualcosa gli ha insegnato.

Claudia, trequartista della Res Roma

“Per crescere serve volontà vera dall’alto” A 14 anni, Claudia s’è ritrovata col ginocchio ko, era allora già nel giro delle Nazionali giovanili, un giro che ora ha perso (per il momento, spera). Con la scuola fa l’ultimo anno dell’alberghiero, dice che ha scelto l’indirizzo “Reception” e che l’idea sarebbe quella – si vedrà – di iscriversi poi all’università, a Lingue. Per quattro anni ha fatto lo Scientifico ma confessa che era proprio dura, faceva tanta fatica a conciliare calcio e scuola, anche per via di alcuni “insegnanti rognosi” che spesso le facevano delle storie per quei suoi impegni col calcio. Ora va meglio, diciamo che quelli che ha adesso sono dei professori un po’ più comprensivi. “Quattro allenamenti la settimana, esco da scuola alle 14, un po’ di tempo sui libri e poi verso l’allenamento, ora faccio prima ad arrivare perché ho preso la patente proprio a metà novembre, era più lunga prima con i mezzi, treno e metro. A casa torno così verso le 23 ma con l’alberghiero tutto sommato ci riesco a stare al passo, prima non era così. Che calciatrice sono? Direi intanto di me che sono molto tecnica, tutti e due i piedi, ma non sono un attaccante che aspetta lì in area il pallone buono. No, mi piace di più quando 42

posso partire da dietro, prendere palla e cercare la verticalizzazione: più che farli, ne faccio segnare io di gol. Le partite le sento abbastanza, ma senza esagerare; certo che dipende anche dalla partita e ricordo le due finali scudetto Primavera… una parola riuscire a dormire come sempre. Con gli arbitri? Nessun problema, cerco sempre di rispettare quel che decidono, anche perché mi rendo conto quanto sia difficile il dover decidere in una frazione di secondo. Sì, sì, anche con Simone parlo di questa cosa, che lui è professionista in Serie B e io dilettante in Serie A. Anche a lui sta cosa qui non va giù, gli sembra impossibile proprio perché sa tutti gli impegni che abbiamo pure noi ragazze. Comunque sia per quel che riguarda il nostro movimento, io penso che fin che le cose stanno così, non si potrà andare da nessuna

parte, è dall’alto che deve arrivare qualcosa, che ci deve essere una vera volontà. E ce ne sono proprio tante di ragazze che giocano, guarda noi qui della Roma, possiamo essere proprio noi l’esempio: siamo la squadra più giovane della Serie A ed è stato bravo e coraggioso il nostro mister che ci ha fatto giocare subito in parecchie. E poi vedo quello che c’è dietro di noi, le tante ragazzine del settore giovanile, la qualità che c’è, già alcune fanno parte dell’Under 16 e dell’Under 17. A livello giovanile abbiamo già dimostrato come Italia di valere, ecco magari invece di arrivare lì lì, terzi o quarti, magari potrebbe aiutare arrivare finalmente a vincere qualcosa d’importante”. Gioca dunque con la Res Roma, ma Claudia si dichiara “tifosissima della Lazio, squadra che ho sempre seguito, che continuo a farlo e che certamente continuerò a fare in futuro, sempre. No, 'ultras' non sono mai stata, l’insegnamento l’ho e l’abbiamo avuto da nostro padre, lui negli anni ha potuto vedere


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Simone, attaccante della Ternana

cosa può diventare uno stadio, lui c’era per esempio quel giorno in cui è morto Paparelli, non ci è mai andato in curva. Dai, meglio la tribuna e non siamo noi gente che si mette lì a gridare e insultare, no. Da piccola ero letteralmente innamorata di Di Canio, soprattutto per la grinta che aveva, lo si vedeva quel suo attaccamento alla maglia, cosa questa che per me deve venire prima di tutto il resto. Ancora sono legata al ricordo di Di Canio, ma un altro mi è sempre piaciuto è Cassano, per quella sua tecnica che ha: per questo lo scorso anno, ispirandomi a lui, ho preso il 99 come numero di maglia. Quest’anno ho scelto il 9, ma il numero che più ho portato negli anni delle giovanili è sempre stato il 10, sin da piccola, anche quando giocavo con i maschi me lo davano, dicevano che come tecnica avevo sempre qualcosa in più, proprio un 10 insomma. Migliorare lo devo fare in tutto, lo so, ma quest’anno sto cercando di impegnarmi di più nell’aiutare la squadra, di rincorrere insomma il difensore quando porta su palla, non starmene lì camminando. Sì, fin che abbiamo potuto ci siamo sempre seguiti con Simone, lui è sempre venuto a vedermi, poi in Primavera giocava pure lui al sabato e ci mandiamo comunque ogni volta un in bocca al lupo prima delle nostre partite e ci sentiamo dopo. È la prima volta che Simone è via da casa, torna il fine settimana e lì a casa la sentiamo la sua mancanza. Se gli potessi rubare qualcosa? Ecco, mi piacerebbe avere quel suo istinto dentro l’area, tipo alla Pippo Inzaghi insomma, in queste cose Simone proprio non sbaglia un tempo. Un sogno, magari andare a giocare all’estero? No, quello proprio no: ecco, quello che spero è di tornare a indossare la maglia azzurra. Quell’infortunio al ginocchio mi ha fatto perdere pure l’U17, ero con Sbardella c.t.. Stage poi ne ho fatti ancora, ma altre presenze no, né convocazioni. Un Europeo, un Mondiale… ecco quel che vorrei provare”.

“Femminile o maschile: tante le cose da cambiare” Tredici anni filati nel settore giovanile della Lazio e sempre tanti gol, a partire dai giovanissimi provinciali per arrivare alla Primavera, con un paio di panchine con la prima squadra sia in Coppa Italia che in campionato, ma nessuna presenza (presenze e gol invece con l’Under 19). Dallo scorso agosto è passato alla Ternana. “Per il ricordo che ho, pure lei ha cominciato subito col pallone, 4-5 anni, sempre lì a giocare: macché Barbie, sempre il pallone, sempre. Dove lavorava mio padre c’era pure un campo, bene in erba; giocavamo lì o anche nel nostro giardino di casa, c’era pure una porta, dalla mattina alla sera. Quando eravamo in squadra assieme, vederla giocare con me lo sentivo come un pregio: non sentivo in campo di doverla proteggere, questo no, eravamo in fondo tutti amici e poi per come lo vedo io il calcio e il campo, non c’è bisogno di protezione, io sono convinto che sia un ambiente buono il nostro, è fuori piuttosto, nella vita reale, allora sì cerco di starle vicino, di darle dei consigli. Sulla tanta differenza che c’è tra essere in B tra

i maschi e in A tra le femmine, Claudia non è che si lamenti, non più di tanto insomma. È la prima a essere consapevole che il loro movimento qui in Italia è arretrato, ma – ripeto – non ci soffre più di tanto, è soprattutto la passione quella che la spinge. Che siano indietro non c’è dubbio, però anche nel calcio maschile ce ne sarebbero delle cose da cambiare, vedi la questione dei giovani talenti italiani, come viene gestito, no? Quando posso, continuo ad andare a vedere le sue partite e mi accorgo come stia crescendo il livello, sempre di più ed è un peccato che qui da noi venga data così poca importanza, non è certo così all’estero. Cosa ruberei a Claudia? Beh, un po’ della sua grinta, del suo carattere, penso che se ne avessi quanto lei m’avrebbe e mi farebbe comodo. Il mio di sogno? La A, arrivarci lassù, è per questo che sono qui che ci lavoro tutti i giorni. Certo, magari con la Lazio, un occhio su quella “mia” squadra ce l’ho, ma prima di tutto resta la categoria, sì, la Serie A!”.

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Io e il calcio l’intervista

di Pino Lazzaro

Mihai Bobocica, tennistavolo

“Sono nato a Craiova in Romania ed ero un bambino, come dire, pieno pieno di energia, non stavo mai fermo. Ricordo che volevo fare karate, menar le mani, vedevo i film di Bruce Lee e Jean-Claude Van Damme, copiavo le mosse, ste cose qui e avevo appena sei anni quando mio padre mi ha fatto entrare in una palestra, lui che già era allenatore di tennistavolo. Ecco, lì mi è proprio piaciuto, lì è cominciato tutto; anche mia sorella, più grande di me, mio padre l’ha portata in palestra, lei che aveva anche più talento: ma non è stata la stessa cosa, son bastate un paio di volte e ha smesso, semplicemente non le piaceva”. “In Italia sono arrivato che avevo nove anni, mio padre era stato chiamato per allenare la Nazionale giovanile, era a Genova la sede. Per un po’ abbiamo continuato a fare avanti indietro dalla Romania e quando mio padre ha capito che il tennistavolo poteva essere una strada anche per me, allora pure mia madre e mia sorella sono venute in Italia, a Genova. Loro però facevano fatica, non si trovavano bene e dopo un anno sono tornate in Romania; mio padre e io abbiamo continua-

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sulla scuola, sino a 15 anni ho continuato così e me ne sono accorto dopo, quando sono tornato davvero al tennistavolo, quanta strada avevo perso, quanti ragazzi che prima battevo erano ora più bravi di me e ricordo bene quanto non mi sia piaciuta questa cosa qui. Con la scuola mi sono così arrangiato, ero in Italia e seguivo tramite internet le classi in Romania, bene o male ce l’ho fatta e quanti sacrifici, miei e della mia famiglia. Quando ho ripreso in pieno col tennistavolo mi sono trovato così a dover rincorrere ed è stato a vent’anni che sono tornato tra i migliori della mia età, tanto è vero che a ventuno sono andato alle Olimpiadi a Pechino, ce n’erano solo due o tre della mia età tra i pongisti. Aggiungo i periodi che ho passato ad allenarmi, da solo, in Germania, uno che avevo diciotto anni, l’altro a 21. È stata durissima, con loro i tedeschi che quando c’è da ricevere ti trattano con i guanti, ma quando devono dare non fanno nulla di nulla. Periodi duri, durissimi, però mi sono serviti”.

to a fare avanti-indietro, sempre di più era però il tempo che passavamo in Italia. Sì, mio padre allena ancora, da qualche anno è tornato definitivo in Romania, è il direttore tecnico del settore giovanile”.

“È uno sport bellissimo il nostro ma è pure “brutto”, è complicato, richiede tantissimo tempo. Ora come ora su ventiquattro ore almeno dieci le devo dedicare a lui, dovrebbero essere di trenta ore le giornate. Alla sera mi accorgo bene di aver fatto di tutto e di più, ma ancora non basta. Preparazione fisica, nutrizione, studio degli avversari, tattica e tecnica: ore su ore e non puoi mai lasciar perdere, mollare un po’. Poi, in questi ultimi tre – quattro anni si sono inventati di cambiare le palline, dalla celluloide alla plastica, le prime poi facevano proprio schifo ed era quasi diventato un altro sport, tanta fatica per ritrovare un feeling. Prima non era così, era più semplice e spero che finisca questo periodo, che si arrivi a tutte le gare con lo stesso tipo di materiale, ora come ora vale solo a livello internazionale, altrimenti ognuno sceglie il tipo che desidera: è tutto più complicato per noi giocatori”.

“Beh, quando avevo undici-dodici anni ero molto bravo, uno dei più forti d’Europa. Ma ancora non sapevo bene che strada prendere e mi sono così concentrato

“Per anni ho giocato a Castel Goffredo ma poi ci sono stati dei problemi, soprattutto economici, il gruppo che c’era s’è così disperso e ho deciso di andarmene a

Vienna, lì c’era una Accademia, il mio miglior amico s’è trovato bene e ho deciso di seguirlo. Certo, la passione c’è ancora ma è diventato davvero un “lavoro” a tempo pieno adesso. La mia settimana-tipo faccio presto a dirla: tranne mezza giornata di stacco al mercoledì (ma vado comunque a correre) e l’intera domenica (qui faccio però ancora corsa, ma distanze lunghe), sono sempre lì che mi alleno. La mattina tre ore di tecnica, dunque giocando e al pomeriggio ricomincio alle 14, con quasi un’ora di servizi; poi due ore ancora di tecnica, passando poi per un’oretta e mezza in sala pesi, a fare fitness insomma. Aggiungo che anche quando sono a casa non è che lascio stare, magari vado a vedermi il video dell’avversario che mi aspetta e dunque che tipo di gioco proporre, preparando dunque il relativo allenamento. E poi pure a tavola cerco di curarmi, anche questo un modo per prevenire gli infortuni, in questo siamo indietro, non abbiamo nutrizionisti noi e così cerco di ampliare il mio bagaglio, mi accorgo che è un qualcosa che mi aiuta molto”. “Sì, anche il nostro è uno sport che usura ed è la schiena quella principalmente che soffre di più. Poi le spalle e pure le gi-


l’intervista

nocchia (non tanto le caviglie, anche se io personalmente ce l’ho proprio lì un punto debole). Comunque tutti i problemi li hai dalla parte in cui giochi: io sono destro e infatti gamba, anca e spalla sinistra sono perfette, non ho proprio nulla. Visto che non c’è contatto fisico si può durare sin quasi i 40 anni e come si sa è la Cina a dominare, proprio un altro pianeta”. “Il mio progetto adesso è semplice: andare avanti a tutta, arrivando più alto possibile nella classifica mondiale. Ora sono 107° e il mio miglior ranking è stato 54°, lì poi mi sono fatto male a una spalla ed è stato un bel problema. Non si capiva cosa avessi, ho perso mesi e mesi, poi s’è scoperta questa infiammazione e quando ho recuperato qualcosa tecnicamente l’ho dovuta cambiare, mi sono dovuto adattare e arrivavano le Olimpiadi di Rio, sono stato il terzo escluso ma ci dovevo essere, ci sono stati giocatori in Asia che hanno preso dei punti perché i più forti non hanno preso parte a dei tornei, erano già a posto col punteggio e in Europa invece c’era comunque l’obbligo di partecipare, che delusione! Ora voglio cambiare, sono sempre stato lì a pensare alle Olimpiadi, un’idea fissa, ancora e ancora. Ora voglio giusto migliorare e crescere, su questo sono concentrato”. “No, per me non c’è differenza tra allenamento e partita, ho visto che se vado male da una parte, vado male pure dall’altra. È un po’ come a scuola: se hai studiato, sai. Le partite le sento e mi capita pure di non riuscire a dormire alla vigilia, ma questo mi succede quando mi accorgo che in allenamento non ho fatto bene, che c’è qualcosa che non va e allora mi preoccupo e finisco per dormire poco e male”. “Al dopo ci penso, certo. Come idea mi piacerebbe allenare ma di una cosa sono sicuro: non vorrei essere costretto a viaggiare. Ho cominciato da bambino ed è tutta la vita che mi muovo, so i sacrifici che ho fatto. Mi sono sposato da poco, ho idea di mettere su famiglia e mi piacerebbe restando fisso in un posto e so che sarà comunque difficile. Sono cittadino italiano dal 2008, da prima delle Olimpiadi di Pechino, altrimenti non avrei potuto andarci. È successo dunque per poter gareggiare ma sono ormai 22 anni che è l’Italia

La scheda

Mihai Bobocica è nato a Craiova (Romania) nel settembre del 1986 e la passione per il tennistavolo la respira da subito in casa, col padre Mihai senior allenatore, poi chiamato in Italia per allenare le giovanili azzurre quando Mihai ha nove anni. Ha acquisito la cittadinanza italiana in vista delle Olimpiadi di Pechino del 2008, appuntamento a cui è riuscito a qualificarsi, arrivando poi sino al terzo turno. Presente pure a Londra 2012 (secondo turno), per pochissimo ha mancato (anche per i postumi di un infortunio alla spalla) la qualificazione a Rio 2016. Il suo ranking migliore è stato 54° (nel 2014, giusto prima dei problemi alla spalla), attualmente è al 107° posto (fine settembre 2016; ndr). Numero uno del nostro tennistavolo, dopo aver vestito i colori della Sterilgarda Castel Goffredo (provincia di Mantova), è tesserato per una formazione polacca e si allena in Austria. Si è sposato da poco con Beatrice, ragazza italiana di Castel Goffredo.

il mio punto di riferimento, un qualcosa di … scontato, ecco”. “Con sta storia che hanno cambiato le palline, ammetto che mi piace un po’ meno adesso questo mio gioco. Difficile arrivare a fare scambi lunghi, non sempre rimbalza bene, prima era meglio, è tutta una questione di tempo per noi. Però quando il punto si allunga, quando ti riescono certe combinazioni e fai quel tipo di punti, allora è ancora una goduria, è bellissimo. Le palline arrivano anche a 200 km all’ora e quando la prendi bene, ce l’hai proprio della soddisfazione. Qui in Italia il potenziale per crescere c’è, sono sempre di più i giovani che si avvicinano e pure dappertutto i numeri sono in crescita. Il livello medio del nostro sport s’è alzato parecchio, essere per dire adesso 200 al mondo vuol dire tanto più di prima, magari quelli forti forti possono anche esserlo un po’ meno di prima ma mediamente è più competitivo adesso. I

cinesi? Praticamente inavvicinabili, hanno raggiunto livelli spaziali e nonostante questo continuano a lavorare bene, cercano comunque di salire ancora”. “A calcio ci ho giocato sino a cinque anni fa, almeno una volta la settimana. Ora qui a Vienna è diverso, loro non usano e poi ho pure paura di farmi male, è facile quando ti trovi a fare dei gesti a cui non sei abituato. Qualche volta m’è capitato di andare allo stadio e la mia squadra preferita è il Milan e tutto è cominciato quand’ero piccolo, quando c’era il Milan in tv mio padre era sempre lì a guardarlo, c’erano Gullit e Van Basten, quel tempo lì. So bene che noi non abbiamo alcuna visibilità rispetto al calcio e mi dispiace di tanta differenza. Ma non ce l’ho col calcio, no, ce l’ho con coloro che potrebbero fare davvero qualcosa per questo nostro sport che è bellissimo e invece fanno poco o niente per farlo crescere, è questo il dispiacere”. 45


internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Lo sport al servizio dell’umanità Dal 5 al 7 ottobre scorso si è svolta in Vaticano la prima conferenza globale su fede e sport. L’iniziativa, con le denominazione ufficiale “Sport at the Service of Humanity: The First Global Conference on Faith & Sport”, è stata ideata dal Pontificio consiglio per la cultura sotto la guida del cardinale Gianfranco Ravasi, che ha preso lo spunto dalla visione di Papa Francesco dello sport come metafora della vita. Il sito www.sportforhumanity.com ci consente di approfondire le tematiche del confronto avvenuto nella città del Vaticano. L’idea di fondo de “Lo sport al servizio dell’umanità” è stata di riunire un gruppo di leader e influencer dal mondo della fede, dello sport, dell’industria e di altre importanti organizzazioni, per discutere le interconnessioni tra fede e sport ed esplorare i limiti della loro combinazione. L’intento era di ottenere come risultato delle indicazioni che possano servire per un miglioramento delle comunità imperniate sulla fede e lo sport. Per preparare l’evento, il Vaticano ha invitato nel 2015 un gruppo di 30 persone in rappresentanza dei vari gruppi portatori d’interesse per aiutare a sviluppare la strategia, a costituire l’agenda e a fornire suggerimenti per portare l’idea della conferenza a compimento. Inoltre, il cardinale Ravasi ha riunito anche un gruppo di esperti sport e marketing e ha formato un team che lavorasse per aiutare il Pontificio consiglio per la cultura nell’area della strategia e della partnership. La visione è stata quella di lanciare un movimento che ispiri ogni organizzazione e partecipante ad eventi sportivi e che porti a vivere, pensare e agire in accordo con i principi dello sport al servizio dell’umanità. La missione è stata di dare validità e sostegno a tali principi, costituiti da un insieme di valori guida che affermano come sport e fede possono svolgere la loro influenza combinata per servire un bene superiore e per sviluppare partnership per mettere tali principi in azione. Nella pagina Declaration of Principles, si legge che lo sport ha il potere di celebrare la nostra comune umanità, indipendentemente da fede, razza, cultura, credenze, genere e abilità. Lo sport ci può mettere insieme per farci incontrare attraverso le frontiere, per imparare a competere come 46

amici, a rispettarci e fidarci uno con l’altro anche nella competizione. Inoltre, ha il potere di insegnare valori positivi e arricchire le vite. Ciascuno di noi che gioca, organizza e sostiene lo sport ha l’oppor-

ti sportivi, o se il cinismo e il disincanto prendessero il sopravvento sull'entusiasmo e sulla partecipazione gioiosa e disinteressata”. Il Papa ha anche ringraziato quanti si adoperano a favore della correttezza “per gli sforzi nello sradicare ogni forma di corruzione e di manipolazione”. E ha concluso ammonendo: “Non dimenticate la bella parola che si dice sul vero sport: sport amateur”. Erano numerosi gli sportivi di alto livello presenti alla Conferenza per portare la loro testimonianza. Per il calcio, il Presidente AIC Damiano Tommasi e l’ex-capitano juventino Alessandro Del Piero. Per gli altri sport vi erano le campionesse paralimpiche Bebe Vio e Anna Schaffelhuber, l’ex-ginnasta campione olimpico Igor Cassina, il mezzofondista sudanese appartenente alla squadra olimpica dei rifugiati Paul Lokoro, la judoka israeliana Yael Arad, la nuotatrice dello Zimbabwe Kirsty Coventry. Il sostegno alla manifestazione è arrivato dai massimi esponenti della politica e dello sport mondiale, grazie alla presenza del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e del presidente del Comitato olimpico internazionale, Thomas Bach.

tunità di essere trasformato da esso e di trasformare gli altri. Molte persone sono private dello sport a causa della mancanza di opportunità, per il pregiudizio o per un interesse acquisito. Abbiamo la responsabilità di aiutare e diffondere i suoi benefici. Lo sport ci sfida a spingerci oltre quanto ritenevamo possibile. Lo sport può essere distorto se perdiamo di vista la pura gioia che esso ci dona. Mentre ci adoperiamo per eccellere nello sport e più importante avere l’obiettivo di eccellere come esseri umani. Sotto la guida di questi valori comuni, chi pratica sport si deve impegnare ad essere ispirati e a ispirare altri ai seguenti principi. La compassione, per usare loro potere dello sport per aiutare gli altri. Il rispetto, per usare lo sport da costruire fiducia e comprensione. L’amore, perché lo sport è per tutti. L’ispirazione, perché lo sport ha il potere di trasformare la vita e rafforzare il carattere. L’equilibrio, perché lo sport al potere Geoffrey Kondogbia @Geo_Kondogbia di aiutarci a dare il meglio di noi stessi. La gioia, perché lo sport ri- Mai arrendersi, soprattutto nei momenti difficili! guarda soprattutto il divertimento. Papa Francesco è intervenuto sottolineando la necessità di impegnarci per preservare lo sport da ogni tentativo di sporcarlo: “La sfida è quella di mantenere la Leonardo Bonucci @bonucci_leo19 genuinità dello sport, di protegLa fame di vittorie va allenata, giorno gerlo dalle manipolazioni e dallo dopo giorno, fino a diventare insaziabile sfruttamento commerciale”. Infatti, “sarebbe triste, per lo sport e per l’umanità, se la gente non riuscisse più Juan Cuadrado @Cuadrado a confidare nella verità dei risulta-

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Trabaja siempre fuerte con la mirada en el presente (Lavora duro sempre con gli occhi sul presente)


internet

di Stefano Fontana

Calciatori in rete

Totti e Icardi: siti rinnovati www.francescototti.com Francesco Totti non ha certo bisogno di presentazioni: simbolo della Roma, talento eccezionale e leader carismatico, rappresenta un punto di riferimento per tutti i tifosi giallorossi e per il calcio italiano in generale. Il sito internet ufficiale del “Capitano” è da anni tra i più cliccati d’Italia. La popolarità di Francesco ha recentemente portato ad uno straordinario evento mediatico: in occasione del compleanno del numero 10, migliaia di messaggi hanno affollato l’homepage del sito dando vita ad un immenso muro virtuale dove i mattoni sono composti da affetto, stima e genuina passione per il club capitolino. Il successo di Francesco sui social network è letteralmente sbalorditivo: basti

ttando

pensare all’account ufficiale Facebook, di recente attivazione: siamo ad oltre un milione di like ma è lo sorprendente livello di interazione da parte dei tifosi a colpire di più. La carriera di Francesco è legata a doppio filo alla Roma ed alla Nazionale azzurra, con la quale ha conquistato l’edizione 2006 dei Mondiali in una magica notte estiva berlinese a spese della Francia. Al di là della popolarità e dei successi nel campo da gioco, Francesco è celebre anche fuori dai confini nazionali per la sua simpatia ed il concreto impegno sociale. Come ambasciatore dell’UNICEF ed ha adottato a distanza numerosi orfani di Nairobi nell’ambito del progetto benefico “Il calcio adotta i bambini abbandonati”.

www.mauroicardi.com Sito ufficiale per Mauro Icardi, attaccante argentino capitano dell’Inter caratterizzato da notevoli caratteristiche tecniche e da una forte personalità. Dal punto di vista dell’impostazione grafica e della fruibilità, questo sito è stato recentemente sottoposto ad un profonAlessandro Florenzi @Florenzi Grazie a tutti per il sostegno siete tutti speciali e do restyling. con l’aiuto di mia moglie mia figlia la mia famiglia e Il risultato è gli amici questi giorni passeranno veloci come una discesa sulla fascia decisamente soddisfacente sotto tutti i punti Paulo Dybala @PauDybala_ JR di vista. Una volta Dalle sconfitte e dagli infortuni ci si collegati al sito rialza presto con forza di volontà! siamo accolti da un suggestivo video che vede ovDaniel Alves @DaniAlvesD2 v iam ente Seja o dono das suas ações, componha Mauro sua história com grandes paginas e bons refrães, transforme tudo que pensares de negativo em positivo e sua provida terá belo sentido. Desistir do que quer é opção, superar barreras tae dificuldades é a direção pra formação de um campeão… campeão

não apenas em uma profissão, eu tô falando de vida, de ser um exemplo de superação, de deixar um grande legado para a seguinte geração. Quanto mais trabalhamos mais sorte teremos, quanto mais nos preparamos melhores frutos colhemos. (Diventa artefice delle tue azioni, scrivi la tua storia con pagine grandi, trasforma tutti i pensieri negativi in positivo e la tua vita avrà un significato magnifico. Rinunciare tutto ciò che è un'opzione, superare le difficoltà e le barriere è la direzione giusta per la formazione di un campione… campione non solo di una professione, sto parlando di vita, di essere un esempio, per lasciare una grande eredità per la prossima generazione)

gonista. Il giocatore affronta una platea di giornalisti mentre la sua stessa voce, fuori campo, descrive il piglio risoluto con il quale “il numero 9” affronta il calcio e la vita in generale. Il sito è visitabile in italiano, inglese o spagnolo. La sezione biografica è molto suggestiva: testi e foto ci accompagnano attraverso l’avventura sportiva e umana di Mauro. Il talento di Icardi emerse con decisione già in tenera età. Iniziò a giocare a calcio a 5 anni nella squadra locale di Rosario in Argentina: all’età di 9 anni, la

sua famiglia si trasferisce in Spagna, dove nel Vecindario di Las Palmas segna 122 gol nel primo anno, evento unico nella storia del club e piuttosto sorprendente in generale. Un buon inizio! Mauro continua a segnare con una frequenza impressionante: i goal nei seguenti 4 anni sono circa 400. Il resto è storia recente. Il sito è munito di una moderna sezione news, dove troviamo interessanti notizie relative al Mauro dentro e fuori dal campo. La vasta galleria fotografica consente al navigatore di conoscere meglio tanto l’uomo quanto il calciatore. Inoltre, gli scatti sono tutti di qualità professionale. In generale ci troviamo difronte ad un sito internet raffinato, ricco di contenuti e perfettamente fruibile anche da smartphone e tablet. 47


sfogliando

di Nicola Bosio

frasi, mezze frasi, motti, credi proclamati come parabole, spesso vere e proprie “poesie”

Alle volte il calcio parlato diverte di più del Non fai gol da solo, serve la squadra – Ciro Immobile (Lazio) Nel campionato cinese la qualità è più bassa, ma non è vero che è più facile segnare: in Italia ti arrivano palloni migliori, hai più occasioni di fare gol – Graziano Pellè (Shandong Luneng) Devo imparare a fare gol brutti. Magari di ginocchio, magari con un tocco di punta – Federico Bernardeschi (Fiorentina) I gol? Non serve prometterli, vanno fatti – Ciro Immobile (Lazio) Quando non raggiungo un traguardo io penso sempre: non posso mollare così, se lo facessi darei ragione ai miei detrattori – Roberto Donadoni (Bologna) Essere discusso mi spinge a dare sempre di più, è uno stimolo e lo

Federico Bernardeschi centrocampista della Fiorentina “Mancanza di fiducia” “Le grandi squadre investono sempre meno sui calciatori italiani. Forse costiamo di più rispetto agli stranieri. Ma la verità è un’altra: non c'è fiducia. Prendete il debutto di Federico Chiesa contro la Juventus. Ho avvertito più perplessità che gioia. Eppure è un talento vero, di diciotto anni, italiano. Avrebbero dovuto essere tutti felici. Si fosse chiamato Chiesinho sarebbe stato travolto dagli elogi. 48

dico con serenità: a me basta avere la fiducia dell'allenatore e dei miei compagni, poi gli altri possono avere la loro opinione su di me. Io quando gioco male lo so e mi serve da lezione. L'unica cosa sicura è che do sempre il 100 % – Marco Verratti (Paris Saint Germain) Il modo migliore per crescere è giocare, certo in Italia non diamo molte possibilità ai giovani, perché al primo errore non vengono perdonati – Giampiero Ventura (C.T. Nazionale) Ai miei ragazzi, ai giovani che alleno, dico sempre che quando si sta sul palcoscenico, in piena luce, bisogna sempre ricordarsi da dove si viene, bisogna sapersi divertire per poter poi firmare autografi a bambini simili a come eravamo noi – Luigi Di Biagio (Allenatore Under 21) Nel calcio le tendenze cambiano – Pepe Reina (Napoli) Le squadre B sarebbero utili, ma con un limite sugli stranieri. Vanno benissimo se servono a far fare esperienza ai giocatori che sono il patrimonio del calcio italiano – Massimo Piscedda (Allenatore B Italia) Vivo il calcio soprattutto come un divertimento e se mi devo preoccupare di quello che mi dicono e fare il compitino, allora può darsi che mi passi pure la voglia di giocare – Marco Verratti (Paris Saint Germain) Se hai una tecnica superiore agli avversari puoi tenere la palla, altrimenti è inutile fare gli spavaldi, aggredire alti l'avversario. Rischi troppo. Meglio fare densità davanti alla difesa e avere un appoggio facile in caso di riconquista del pallone. I nostri tifosi sono entusiasti, ci spingono ad attaccare, invece bisogna trovare l'equilibrio, ragionare – Gianni De Biasi (C.T. Albania) La difesa non è composta solamente dai quattro difensori e dal portiere. Alla fine difendiamo e attacchiamo tutti – Pepe Reina (Napoli) L’esterofilia molto accentuata di molte squadre mi trova in disaccordo. Non credo che i talenti italiani siano peggiori di quelli delle altre nazioni. L’Italia ha un patrimonio calcistico enorme, ma bisogna dar fiducia e investire – Massimo Piscedda (Allenatore

B Italia) Ci sono allenatori che vincono scudetti e altri che fanno crescere il

Roberto Donadoni allenatore del Bologna “Dammi solo un minuto…” “Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo, la vita deve essere vissuta intensamente. Ciò che mi permette di non pensare al minuto passato, è il minuto da vivere davanti a noi. So che attraverso il presente costruisco il mio futuro e cerco di viverlo al massimo. valore dei giocatori che scoprono e formano e così contribuiscono alla solidità delle società – Luigi Di Biagio (Allenatore Under 21) Essere figlio di un calciatore, da bambino, ti costringe a girare con un'etichetta addosso. Chi non ti conosce pensa solo che sei "il figlio di", quindi ho sempre dovuto dimostrare qualcosa in più. Da piccolo lo accusavo di più, adesso invece è una cosa che mi stimola. È un orgoglio avere un padre così – Federico Di Francesco (Bologna) All’inizio qualcuno diceva che giocavo


sfogliando

calcio giocato solo perché ero figlio di Antonelli. In realtà però, a un certo punto, se sei bravo vai avanti, sennò ti fermi. Se sono tornato al Milan lo devo a quello che ho fatto, non al mio cognome – Luca Antonelli (Milan) Quando un calciatore smette deve rendersi conto che è un uomo ancora giovane e che deve cominciare una nuova vita – Luigi Di Biagio (Allenatore Under 21) La B è una fucina e un grande serbatoio per il massimo campionato italiano. Chiaramente ci vorrebbe anco-

M'Baye Niang attaccante del Milan “Razzismo e dintorni” “L'ho detto e lo ridico: il razzismo può esistere solo nel mondo degli stupidi. Purtroppo però per fare un mondo ci vuole un po' di tutto: anche gli stupidi. E gli infelici, perché chi va negli stadi per ululare ai neri o è infelice, o non ha nulla da fare. Il brutto è che si può solo far finta di niente e andare avanti, altrimenti ti fai male da solo. Per questo se un giorno insulteranno me - finora mai successo, né in campo né fuori - io non abbandonerò mai una partita. Se decide l'arbitro lo rispetto, ma non sarà mai una mia decisione. Ai razzisti puoi fare male solo in campo, con la forza dei tuoi gol: se esci dal campo, hanno vinto loro”.

ra più attenzione da parte della classe dirigente di Serie A nell'individuare i migliori giocatori che stanno in Serie B – Massimo Piscedda (Allenatore B Italia) È il mio lavoro fare gol, l'ho sempre detto: segnare e aiutare la squadra a vincere – Mauro Icardi (Inter) Quando vinci, è sempre più facile lavorare durante la settimana – Gabriel Paletta (Milan) La cosa più importante è credere nel gioco e non mollare mai – Frank De Boer (Inter) Il calcio a volte è duro con i tecnici perché alla fine in campo ci andiamo noi – Mauro Icardi (Inter) Senza continuità nei risultati non si va da nessuna parte – Gabriel Paletta (Milan) Quando si perde, ovviamente, le cose si vedono tutte in un altro modo, quando si vince invece sono tutte positive – Gianpiero Gasperini (Atalanta) Quando un allenatore va via è una cosa poco positiva per chiunque lavora per il club, dai calciatori ai magazzinieri – Andrea Ranocchia (Inter) Ho sempre diffidato dei tecnici che cominciano il proprio rapporto con una squadra dicendo “Per me siete tutti uguali”. Non è così, in una squadra di calcio non si è tutti uguali, ci sono i campioni e di loro bisogna tenere speciale conto – Luigi Di Biagio (Allenatore Under 21) Il talento può accompagnarti, ma prendi la strada giusta solo attraverso il lavoro – Marko Pjaca (Juventus) Non sono contento dei miei piedi perché mi manca l'ultimo passaggio, mi manca la tecnica. Gioco in un solo modo: butto davanti la palla e corro. Poi arrivo davanti alla porta e uso poco la testa, perché mi viene da spaccare il mondo. E allora carico troppo la gamba e tiro alto. Mi piacerebbe fare qualche gol in più, ma la mia natura essenzialmente è difendere – Juraj Kucka (Milan) L'illusione porta superficialità e la superficialità porta all'errore – Massimiliano Allegri (Juventus) Senza la giusta cattiveria non si vince – Giorgio Chiellini (Juventus) Quando le cose vanno male si è portati a cercare alibi. Non può sempre essere colpa degli altri, sempre colpa di arbitri e allenatori. Chi gioca può fare di più – Vincenzo Montella (Milan) Sono i dettagli che fanno la differenza. I dettagli fanno parte dell'attenzione –

Luigi Di Biagio allenatore Under 21 “Mancanza di coraggio” Seconde squadre? Se ne parla da quindici anni ma non si muove nulla. Burocrazia, interessi, pigrizie impediscono che si vari questa riforma che sarebbe essenziale per far scendere in campo in tornei veri i nostri ragazzi migliori. Negli altri Paesi a diciannove anni sono in prima squadra. Da noi, forse per la competitività del nostro campionato, questo coraggio di rischiare non è facile averlo. Si va sul sicuro, c'è molta pressione, bisogna fare risultati. Si ha poco tempo per sperimentare. Ma così i nostri vivai ne risentono”. Giorgio Chiellini (Juventus) II campo da gioco non mente, sa sempre chi sei. Ti prende e ti restituisce ogni cosa – Marco Borriello (Cagliari) Sulla carta e in teoria si possono fare mille ragionamenti, ma in campo le cose spesso vanno diversamente – Andrea Ranocchia (Inter) Per arrivare a vincere non bisogna illudersi, tutte le squadre fanno fatica a vincere le partite – Massimiliano Allegri (Juventus) Nel calcio nulla è scontato, anche le squadre piccole possono creati difficoltà. Il segreto è la forza di volontà, niente è precluso se non ci credi – Gianni De Biasi (C.T. Albania) 49


tempo libero

musica

libreria Blurb books

The lord of Milan

di Robert Nieri – 318 pagine - €11,00

Da semplice assistente in un magazzino di tessuti a fondatore del Milan Foot-Ball & Cricket Club: Herbert Kilpin lasciò le sue radici a Nottingham per andare molto lontano. Non inseguì la fama o le ricchezze, giocò per il solo amore del calcio e concluse gli ultimi anni in solitudine, dimenticato; ma la squadra che aveva fondato era pronta per spiccare il volo, l’AC Milan stava per diventare uno dei club più titolati al mondo. Questa è la storia di Herbert Kilpin, celebrato da Robert Nieri nel centenario della sua scomparsa: considerato da molti come il papà del calcio italiano, per i tifosi del suo club lui è, semplicemente, Il Lord del Milan. Nieri, avvocato di Nottingham con radici italiane, ha lavorato a questo “romanzo” per nove lunghi anni, aiutato dalla memoria storica rossonera Luigi La Rocca, mettendo insieme documenti e fantasia per ricostruire la storia del “papà del calcio italiano”. Mondadori

Tutti i numeri del calcio

di Chris Anderson e David Sally – 360 pagine - €20,00

I numeri, anche nel calcio, sono molto importanti: addetti ai lavori e tifosi si applicano da sempre ad analizzare con passione i vantaggi e gli svantaggi del 4-4-2 rispetto al 4-3-3, conteggiano i gol fatti e i gol subiti, ma anche i tiri (in porta e non), i falli, i calci d'angolo e i tempi del possesso palla, certi di trarne indicazioni indispensabili per stabilire quale sia la squadra o il giocatore migliore. Ma siamo davvero sicuri che l'esito finale di una gara o di un torneo dipenda da quei numeri che finora abbiamo considerato decisivi? Il calcio è uno sport conservatore, ricco di dogmi e di frasi fatte, e geloso delle proprie credenze, tramandate da generazioni e ormai consolidatesi nel tempo. Ebbene, violare questo castello e scuoterne le fondamenta è l'arduo e coraggioso compito che si sono dati Chris Anderson, esperto di statistica, e David Sally, economista comportamentale, i quali nel presentare il risultato del loro lavoro mostrano di essere pienamente consapevoli della sua portata rivoluzionaria: “Nel calcio sta per scoppiare un temporale che laverà via le vecchie certezze e cambierà il gioco che conosciamo e amiamo”. E il bello è che il libro mantiene la promessa. Grazie a un approccio rigorosamente statistico, basato sull'analisi minuziosa di migliaia e migliaia di partite dei principali campionati europei degli ultimi decenni, Anderson e Sally dimostrano “scientificamente” alcune verità sorprendenti e spiazzanti: non subire gol vale più che segnarne, i calci d'angolo non fruttano granché, la squadra che effettua più tiri in porta vince solo in poco più del 50 per cento dei casi, il peggior giocatore “pesa” più del fuoriclasse, l'allenatore incide sul rendimento complessivo solo per il 15 per cento. Edizioni della Sera

La maglia magica

di Giuseppe Esposito – 194 pagine - € 15,00

Ci sono storie immortali come quelle dei numeri dieci, protagonisti assoluti del gioco più bello del mondo: il calcio. Storie di uomini, acute e coinvolgenti, intrise di ricordi, aneddoti, curiosità imperdibili. Una lunga e travolgente avventura racchiusa in un libro dove parole e illustrazioni si legano formando una trama seducente e originale. In questo modo il lettore-tifoso compie un viaggio a ritroso nel tempo iniziando a sfogliare le pagine di una storia che parte da Meazza passando per Sivori, Pelè, Maradona, Platini, Baggio, Totti, Del Piero, fino ad arrivare a Tevez, Messi, Neymar. A rendere il libro ancor più interessante è la partecipazione di sette scrittori di fama nazionale e internazionale quali Giovanni Cocco, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Victor del Arbol, Gianluca Morozzi, Luca Poldelmengo, Vincenzo Rosario Spagnolo, e interviste esclusive a chi, i numeri dieci, li ha conosciuti da vicino, sul campo: Salvatore Bagni, Paolo Cannavaro e Dino Zoff. Una serie di schede arricchita dai disegni originali dell’autore, eseguite con tecniche innovative e materiali inusuali, completano il volume. 50

Lady Gaga

Joanne

Lasciate per un attimo da parte le piume e le pailettes, i costumi adamitici e le mille trasformazioni, le trasgressioni e i modi eccentrici, i balletti scatenati e gli spogliarelli sul palco. Lasciate per un attimo da parte Lady Gaga, quella di “Bad Romance” e di “Alejandro”, di “Just Dance” e “Poker Face”, quella dei sei Grammy Awards e dei 27 milioni di album e più di 146 milioni di singoli venduti nel mondo. Lasciate per un attimo da parte tutto questo e prendete soltanto un grande cappello rosa, a tesa larga: sotto ci troverete miss Stefani Joanne Angelina Germanotta, cantante straordinaria, musicista straordinaria, che con il suo nuovo album “Joanne” segna l’inizio della seconda parte della carriera artistica di Lady Gaga. Dopo il mezzo flop di “Artpop” (sempre che 2 milioni di copie vendute si possano considerare tali), e la “parentesi jazz” concretizzatasi con la pubblicazione dell’album “Cheek to Cheek” in coppia con Tony Bennett, la cantante statunitense mette a segno un colpo da maestro, con un lavoro “maturo” e “intenso”, ripartendo dalle origini, dalle piccole esibizioni live nei bar e nei club. E si fa apprezzare per quello che è: un’artista vera con un talento unico.


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Il calciatore novembre dicembre 2016  

Il calciatore novembre dicembre 2016  

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