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Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 48 –N. 05 Agosto-Settembre 2020 –Mensile

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

AGO-SET

2020

Rodrigo Palacio, attaccante del Bologna

“Mi piacerebbe giocare fino a 40 anni”


© UNICEFUNI122942Dicko

Un giorno unico, da ricordare insieme.

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di Umberto Calcagno

editoriale

Liste e giovani… C risiamo L’accordo raggiunto nel maggio 2019 sulle norme che regolano la distribuzione delle risorse all’interno della Lega Pro ha avuto vita breve ed è finito nel dimenticatoio al volgere di una sola stagione sportiva; un accordo che – lo diciamo senza timore di smentita – aveva portato grandi benefici alla categoria, come più volte sottolineato anche dal Presidente Ghirelli nelle interviste pubblicate nella fase centrale della stagione.

colto l’occasione e ha preso la palla al balzo per ritornare alle vecchie dinamiche assistenziali, volte alla ricerca di un appiattimento dei valori in campo. Così penalizzeremo proprio le società che vogliono seriamente investire risorse nel calcio, per permettere di fare calcio e competere in ambito professionistico a quei presidenti che non hanno la capacità e le risorse per poterlo fare.

Abbiamo assistito, infatti, a un campionato più bello e a uno spettacolo migliore, che ha determinato un importante incremento delle presenze negli stadi - fino al 60% - rispetto al precedente campionato. Avevamo soprattutto condiviso un nuovo progetto sportivo, del quale hanno certamente beneficiato anche i giovani impiegati nel corso del torneo appena terminato. Poi è arrivata la pandemia e con sé tanti problemi e molte speculazioni; fra queste il ritorno inspiegabile alle liste in Serie C!

L’unica conseguenza che deriverà dall’applicazione della nuova normativa sulle liste sarà un nuovo impoverimento della categoria, del suo livello tecnico e dell’appetibilità del prodotto sul mercato. Viene meno così la tanto decantata mission della Lega Pro sulla valorizzazione dei giovani: non occorre, infatti, essere esperti in materia per capire che la miglior formazione del giovane avviene in una competizione qualitativamente più elevata. Verrà meno la meritocrazia in campo e ritorneremo ogni anno a illudere centinaia di ragazzi e giovani calciatori che mai avrebbero iniziato una carriera professionistica nel mondo del calcio.

Cosa c’entra la crisi economica e la sostenibilità di sistema con queste nuove norme? Qualcuno ha forse obbligato in passato i presidenti delle squadre di Serie C a tesserare più di 22 calciatori professionisti? La verità è un’altra, ben conosciuta a tutti noi: con la scusa della pandemia da Covid-19 una parte dei presidenti ha

Per questi motivi andremo fino in fondo fermando, se occorrerà, il campionato; per non diventare silenziosi complici di un sistema sportivo che fabbrica illusioni e che vorrebbe espellere oltre 200 calciatori veri.

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AIC Onlus la ONLUS dell’Associazione Italiana Calciatori

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sommario Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 48 –N. 05 Agosto-Settembre 2020 –Mensile

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

AGO-SET

2020

Rodrigo Palacio, attaccante del Bologna

“Mi piacerebbe giocare fino a 40 anni”

l’intervista 6 di Vanni Zagnoli

Incontro con Rodrigo Palacio, trentottenne attaccante del Bologna tra i più “anziani” della nostra massima serie. Dalla prestigiosa maglia del Boca Junior all’arrivo in Italia per vestire quelle di Genoa, Inter e Bologna… sempre con dentro la fame del ragazzino.

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

direttore direttore responsabile condirettore redazione

foto redazione e amministrazione tel. fax http: e-mail: stampa e impaginazione REG.TRIB.VI

Sergio Campana Gianni Grazioli Nicola Bosio Pino Lazzaro Stefano Sartori Stefano Fontana Tommaso Franco Diego Guido Mario Dall’Angelo Claudio Sottile Fabio Appetiti Maurizio Borsari A.I.C. Service Contrà delle Grazie, 10 36100 Vicenza 0444 233233 0444 233250 www.assocalciatori.it info@assocalciatori.it Tipolitografia Campisi Srl Arcugnano (VI) N.289 del 15-11-1972

editoriale

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regole del gioco di Pierpaolo Romani

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l’intervista di Vanni Zagnoli

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serie B di Claudio Sottile

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amarcord di Pino Lazzaro

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scatti

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scatti di Stefano Ferrio

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calcio e legge di Stefano Sartori

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calcio e legge di Stefano Sartori

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politicalcio di Fabio Appetiti

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segreteria

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femminile di Bianca Maria Mettifogo

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secondo tempo di Claudio Sottile

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io e il calcio di Pino Lazzaro

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di Umberto Calcagno Il senso della parola “sfida”

L’addio al calcio di Alessandro Spanò Claudio Terzi, capitano dello Spezia La partita che non dimentico di Maurizio Borsari

Tre foto tre storie

Tesseramento del figlio minore: un’eccezione Prospetto scadenze stipendi

Triantafillos Loukarelis

Shiva Amini, da Teheran a Chiavari Questo periodico è iscritto all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

Finito di stampare il 16/09/2020

Lorenzo Scarafoni

Leonardo Ghiraldini

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l’intervista

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di Vanni Zagnoli


l’intervista Rodrigo Palacio, attaccante del Bologna

“Mi piacerebbe giocare fino a 40 anni” È stato emozionante ascoltare Rodrigo Palacio, a Pinzolo, nel ritiro del Bologna. Siamo arrivati in orario, da Padova, dopo i campionati italiani di atletica, ma in ritardo perché l’appuntamento era stato anticipato di dieci minuti senza preavviso e così ci siamo persi i due terzi di conferenza stampa dell’argentino. Basta poco, peraltro, per capire quanto sia speciale l’attaccante di 38 anni, il più vecchio della Serie A assieme a Ibrahimovic. Due punte, davanti di 4 anni c’è Buffon ma

il ruolo di portiere è molto diverso, tantopiù non titolare, e poi Pegolo, classe ’81, dodicesimo del Sassuolo. Palacio, dunque, ha quel sorriso quasi timido da gaucho, da brava persona, da uomo generoso. Ci fa venire in mente Defrel, del Sassuolo, che abbiamo incontrato più volte nel parcheggio dello stadio Mapei, a Reggio Emilia, mentre era infortunato, nelle ultime gare di campionato. Ci eravamo fermati con un amico, francese, pure di colore, che ci ha confidato: “Gregoire è davvero generoso, aiuta persone, l’ho visto consegnare anche mille euro, in contanti, a gente che gli ha chiesto aiuto, prelevando direttamente dal bancomat”. Ecco, Palacio, come Defrel, dà un calcio ai luoghi comune sui calciatori. “Pensano anche con i piedi”, titolerebbe Alberto Caprotti, una vita da capo dello sport di Avvenire e ora editorialista in prima pagina, quotidianamente.

a “La Gazzetta dello sport” (Andrea Tosi), a “È tv” (Alessio Di Giuseppe) Palacio, dunque, nelle domande dei e a “RadioNettuno” (Michel Cavina), giornalisti presenti in Trentino, per a “Trc” (Filippo Cotti) e a “Tuttobolouna società che si caratterizza per gnaweb” (Manuel Minguzzi), a “Corriere dello sport-Stadio” “Ho ancora dentro la fame del (Giorgio Burreddu). A la parola è Federagazzino. Penso solo a giocare, dare rico Frassinella, del Bologna, dopo che ancora mi diverte” i due carabinieri in serenità, con molte sedute aperte al congedo presenti all’ingresso del cenpubblico e anche alla ripresa, mentre tro media addirittura negano che ci sia tante profittano del Covid per limitare la conferenza stampa, non convinti del le conferenze stampa e per impedire ai fatto che siamo giornalisti o perlometifosi di seguire gli allenamenti o almeno autorizzati a entrare. “Non facciano ai giornalisti di usare lo smartphomo entrare tutti i giornalisti...”. ne come telecamere. Avviene in tanti sport e a tanti livelli, non a CasteldeboPalacio, invece, non ha problemi, rile, né a Pinzolo. sponde a tutti. “Chi l’ha detto che a fine anno smetPalacio, dunque, di fronte a “Il Resto to? Ho ancora dentro la fame del radel Carlino” (Massimo Vitali) e a “Regazzino. Mi sento bene, mi diverto e pubblica” (Bologna, Luca Bortolotti), voglio giocare titolare”.

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l’intervista

Messi litiga col Barcellona, “don” Rodrigo l’avrebbe visto bene all’Inter… "La Serie A è un campionato pieno di fascino, sarebbe stato bello averlo qui, il livello sta crescendo".

Meritò le 5 all’Inter (39 reti in 140 gare) e adesso sono 14 al Bologna. Totale 640 partite ufficiali, con 219 marcature e chissà quanti assist e movimento. “Ho perso il conto del numero dei ritiri che ho fatto in carriera, anche perché El trenza, ovvero la treccia… in Argentina il campionato si gioca in “Mi piacerebbe giocare fino a 40 anni”. due periodi (apertura e clausura) e per ogni periodo si va in ritiro. Oggi la voViene da 7 gol più uno in Coppa Italia, glia è la stessa del primo ritiro: penso è il record dei suoi tre anni in rossoblù. solo a giocare, ancora mi diverte. Di sicuro non ho nella tel’idea che questo sia “Per me vengono sempre prima sta il mio ultimo anno: oggi la mia idea è quella di gli obiettivi di squadra” continuare. Poi dipen“Sinceramente non penso alla doppia derà come sempre da quello che dirà cifra, né a un numero di gol che mi piail campo, da quello che riuscirò a fare: cerebbe segnare. Potrei dire tanti: ma se mi accorgerò di fare fatica smetla verità è che per me vengono sempre terò, altrimenti andrò avanti. Sì, mi prima gli obiettivi di squadra”. piacerebbe giocare fino a 40 anni”. Fuori dal tendone media, a Pinzolo, lo ascoltano il cileno Medel, il biondo ossigenato Dominguez e l’attaccante paraguagio Santander, in sovrappeso. Rodrigo iniziò nel 2001, nel Bahia Blanca, Argentina, poi l’Huracan, con 15 gol in 53 gare, quindi i 9 in due stagioni nel fascinoso Banfield, quindi i 53 nel Boca Juniors. In quelle 4 stagioni ci fu anche la sfida al Milan, nella coppa Intercontinentale, persa ai rigori. Arrivò al Genoa nel 2009, 35 reti in un triennio.

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In Italia, è la dodicesima volta della sua preparazione estiva. Al dopo carriera non ha ancora pensato. “Adesso non ci penso. Ma anche quando avrò smesso non credo proprio che farò l’allenatore, non mi piace tanto”. Manca il mister, Sinisa Mihajlovic, che ha sconfitto la leucemia, anche grazie al trapianto, ma si è preso il Covid (anch’esso fortunatamente sconfitto n.d.r.).

“L’assenza del mister quest’anno è molto diversa, un’estate fa era alle prese con una brutta malattia, oggi è solo positivo, ma per fortuna senza sintomi. L’obiettivo di stagione è fare meglio dello scorso campionato: se siamo da colonna sinistra della classifica lo dirà solo il campo. Si parla tanto di Europa, ma la classifica della scorsa stagione dice che non siamo ancora pronti. Manca la continuità di risultati, anche nei campionati precedenti, abbiamo perso tanti punti per strada”. Fra le certezze c’è Barrow, l’ex atalantino può diventare un attaccante completo. “Dipende solo da lui, è veramente forte, potenzialmente vale 15-20 gol a stagione. Con il mio esempio, posso solo aiutarlo a crescere. Se uno è sveglio, guarda tutto e cerca di imparare. Io avevo come modello Guillermo Barros Schelotto, lo guardavo in campo e cercavo di imitarlo: poi ho avuto la fortuna di giocarci insieme. Oggi il compito di noi giocatori esperti è quello di aiutare i giovani di questa squadra a tirare fuori le loro qualità”. In Serie A c’è un altro 38enne, Bruno Alves, ma il difensore centrale dovrebbe lasciare il Parma. “Io qui mi sento bene, ho trovato una realtà in cui tutti mi trattano bene, se


l’intervista

posso rinnovare la prima scelta sarà sempre Bologna. È un club serio, mi piacciono la città e la gente. Que-

sta convinzione me l’ha data anche Mihajlovic, con un gioco che mi appassiona e mi fa divertire. Comunque è brutto non averlo vissuto in questo ritiro. Lavoro per essere titolare, non mi aspetto un ruolo diverso. Poi se il mister dice che devo andare in panchina l’accetto, ma lavorerò di più per riprendermi il posto”.

in nazionale ha disputato 28 gare, con 3 gol. È stato argento in Copa America 2007, in Venezuela, e al mondiale in Brasile, nel 2014, vinse la Germania, ai supplementari. “Fu una bella esperienza, non era facile raggiungere la finale, peccato averla perduta, ma anche il secondo posto fu importante”.

Proprio il lavoro sul campo piace ancora molto a Palacio. “Attacchiamo, pressiamo, con Sinisa abbiamo cambiato il modo di giocare”.

El trenza disputò anche il Mondiale del 2006, in Germania, a 25 anni, uscendo con i tedeschi, nei quarti, e due gare di qualificazione a Sudafrica 2010. Per “Il Calciatore” dipinge l’undici ideale dei suoi compagni. Forse non aveva capito di mettere anche italiani o compagni nei club.

E qui ci sono le nostre due domande, proprio sui massimi sistemi, sulla carriera, come facciamo a tutti. Palacio

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l’intervista

I giocatori più anziani della Serie A Di ogni tempo • Marco Ballotta (Lazio) 44 anni e 38 giorni • Francesco Antonioli (Cesena) 42 anni e 235 giorni • Gianluigi Buffon (Juventus) 42 anni e mezzo • Alberto Fontana (Palermo) 41 anni e 297 giorni • Alessandro Costacurta (Milan) 41 anni e 25 giorni • Pietro Vierchowod (Piacenza) 41 anni e 10 giorni • Paolo Maldini (Milan) 40 anni e 339 giorni • Javier Zanetti (Inter) 40 anni e 281 giorni • Francesco Totti (Roma) 40 anni e 243 giorni

Non mette Zanetti, nè Sneijer, nè Maicon, ma quando arrivò all’Inter erano già tutti in calando, due anni dopo il triplete. Ipotizziamo noi il dopo carriera, sceglierà se fare il dirigente, magari l’uomo immagine, fra Bologna (ma c’è già Di Vaio) e Genoa, dove ha “Lavoro per essere titolare, lasciato un senon mi aspetto un ruolo diverso” gno. Più difficile che sia bandiera (Cambiasso, ovviamente), Gago (andell’Inter e del Boca Juniors, perché che alla Roma) e Aimar. Dietro le punsono davvero tante. Certo il miglior te Riquelme, davanti Martin Palermo Palacio è stato probabilmente con il e Messi”. Boca e poi a Genova. “Ho giocato con tanti grandi. In porta metto Pato Abbondanzieri, a destra Ibarra, come centrali Cata (Daniel Alberto) Diaz e Roberto Ayala (ex Napoli e Milan), a sinistra Sorin (già alla Juve e alla Lazio). A centrocampo il Cuchu

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Della Serie A 2020-21 • Gianluigi Buffon (Juventus) 42 anni e mezzo • Gianluca Pegolo (Sassuolo) 39 anni: marzo 1981 • Pepe Reina (Lazio) 38 anni: agosto ‘82 • Zlatan Ibrahimovic (Milan) 38 anni: ottobre 1981 • Bruno Alves (Parma) 38 anni: novembre 1981 • Rodrigo Palacio (Bologna) 38 anni: febbraio 1982 • Fabio Quagliarella (Sampdoria) 37 anni: gennaio 83 • Franck Ribery (Fiorentina) 37 anni: aprile ’83


di Pierpaolo Romani

regole del gioco Volontà di reazione post Covid-19

Il senso della parola “sfida” Stiamo vivendo un periodo storico che sino a qualche mese fa non avremmo mai immaginato. Nei futuri libri di storia si leggerà che per alcuni mesi del 2020, non solo l’Italia, ma buona parte dei paesi del mondo, ha dovuto fermarsi e mettere in atto il lockdown, obbligando i propri cittadini a restare chiusi in casa per evitare di essere contagiati da un virus misterioso, invisibile e impietoso. Si racconterà di strade e piazze vuote, di abitazioni trasformate in uffici, di incontri e feste annullate, di piattaforme informatiche come unica ancora di salvezza per comunicare tra

Il dizionario della lingua italiana della Treccani, tra le varie definizioni proposte, scrive che per sfida si deve intendere anche una “provocazione, un atto che ha lo scopo di suscitare una reazione da parte di altre persone”. La storia che stiamo vivendo, anche nel mondo del calcio, è caratterizzata da una volontà di reazione, dal voler cercare di riconquistare quegli spazi d’azione e di libertà che il Covid-19 sta cercando di sottrarci. Ogni sfida ci mette alla prova, sia in senso fisico che psicologico, sia individualmente che collettivamente, consapevoli che il risultato finale sarà soltanto uno: o si vince o si perde. L’imOgni sfida ci mette alla prova, sia in senso portante, anzi l’essenfisico che psicologico, sia individualmente che ziale, è non arrendersi, collettivamente, consapevoli che il risultato ma giocarsela tutta e fino in fondo. finale sarà soltanto uno: o si vince o si perde Ogni sfida, come abessere umani. Si rammenterà che anbiamo percepito in questi mesi, è un che il calcio ha dovuto fermarsi e che alternarsi tra paura e coraggio. Nella migliaia di giocatori hanno dovuto alvita, così come prima e durante una lenarsi nelle proprie case, cercando di partita, il nostro procedere si alterna non perdere la forma fisica, di mantetra il timore di non farcela e la voglia nere i contatti con i propri compagni, di andare oltre per raggiungere una l’allenatore e la società e, mediante i meta, un risultato social network, anche con i propri tifosi. Nei libri di storia si racconterà Un bel libro, scritto dal filosofo e teolotutto questo e, a proposito del calcio, go Vito Mancuso, intitolato Il coraggio si ricorderà come ad un certo punto si e la paura (Garzanti) ci aiuta a rifletsia tornati a giocare in stadi completere su questi due termini. La paura, tamente vuoti, senza cori e striscioni, scrive Mancuso, “stringe e alla vita in cui gli unici rumori di fondo che si viene a mancare il respiro”. Essa può sono uditi sono stati quelli dei calci al trasformarsi in angoscia e terrore. Tutpallone e dei dialoghi in campo tra i tavia, la paura “non è sempre negaticalciatori e tra questi ultimi e i loro va”: senza di essa ci sarebbe “temeramister. Questa, si dirà, è stata la storietà, ignoranza, sconsideratezza”. La ria, non un racconto di fantascienza. paura, quindi, è un sentimento che ci può aiutare a vivere con responsabiliC’è una parola che, a parere di chi tà, evitando di precipitare “nella viltà, scrive, può essere utilizzata per denella codardia, nella vigliaccheria”. Il scrivere il tempo che stiamo vivendo. coraggio non è il contrario della pauUn termine che nel mondo del calcio e ra, sostiene Mancuso, ma “è l’azione dello sport si sente pronunciare ripetudel cuore che vince la freddezza della tamente, sia sul terreno di gioco che al mente … il cuore trasforma la paura di fuori di esso. Questa parola è sfida. in coraggio”. Tra le fonti del coraggio,

Mancuso cita le seguenti: le persone amate, il desiderio del successo, il senso del dovere e l’esempio ricevuto non solo dai propri genitori, ma anche da altre persone che riteniamo essere per noi dei punti di riferimento.

Garzanti

Il coraggio e la paura diVito Mancuso – 144 pagine - € 11,40 La paura è l’emozione che più di altre sta segnando in profondità questi giorni: ci toglie il respiro, ci costringe sulla difensiva e al contempo ci rende istintivamente più aggressivi. Ma avere paura, suggerisce Vito Mancuso, non è sempre un’esperienza totalmente negativa, e nelle situazioni estreme sa far emergere con più chiarezza la verità su noi stessi: è solo infatti quando realizziamo di essere incatenati che possiamo intraprendere il percorso verso l’autentica libertà. Riscoprendo la secolare saggezza che accomuna la grande spiritualità orientale, la filosofia classica e gli insegnamenti della tradizione cristiana, Mancuso dimostra che il contatto con il pericolo può farci comprendere chi siamo: una mente impaurita, senza dubbio, ma in potenza anche un cuore che supera il timore, ed è capace di conoscere e poi sconfiggere con il coraggio i pericoli della realtà. Noi siamo paura, ma possiamo diventare coraggio e riuscire così a essere migliori.

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l’intervista

di Vanni Zagnoli

L’addio al calcio di Alessandro Spanò

“La ragione non ha sempre ragione” Tanti calciatori si sono laureati, in questo millennio, nessuno però aveva lasciato al top. Alessandro Spanò autografa involontariamente la storia dell’anno, fra i calciatori, abbandona il calcio a 26 anni, da capitano della Reggiana. Rinuncia al rinnovo da 300mila

Reggiana: nello 0-0 con il Potenza era stato proprio lui a provocare il rigore sbagliato da Franca, poi ha segnato nell’1-1 con il Novara e anche nell’10 sul Bari, della finale, al Mapei Stadium, si è espresso a buon livello. L’indomani si era laureato con il massimo dei voti a Unicusano, Seguo il cuore, prendo una strada l’università propriedella Ternana, che mi porterà lontano dal calcio, taria altro club di Serie C. Qui assembliamo il mondo mi aspetta le risposte che ha euro netti in tre stagioni, messi sul dato nella prima decina di giorni dal piatto dal direttore sportivo Doriano suo addio, fra conferenza stampa, poTosi, per trattenerlo nella neopromossta elettronica e interviste in video o sa in Serie B. audio. L’avevamo intervistato anni fa, aveva un qualcosa di speciale. Come speSpanò, cos’ha deciso? ciale è stata la stagione della Reg“Di lasciare il calcio. A fine luglio è giana, da ripescata in C a prima delle stata la mia ultima partita, come nelnon promosse dopo la chiusura della le migliori sceneggiature di un film a stagione regolare, solo grazie all’allieto fine”. goritmo perché inizialmente sarebbe stato promosso il Carpi, se i playoff Quando ha deciso? non si fossero disputati. L’algoritmo “Ci stavo pensando da tempo, non ne ha portato a rimodulare la classifica e parlavo in spogliatoio per non distrarre negli spareggi Spanò ha trascinato la nelle tre partite di playoff. Seguo il cuore, altre parti di me sgomitano, prendo un’altra strada che mi porterà lontano dal calcio. Ho ottenuto una borsa di studio e l’ammissione in una business school internazionale, il mondo mi aspetta. Sono sicuro sia la scelta giusta”. Com’è arrivato a questa risoluzione? “Giorno dopo giorno, nelle piccole scoperte, nei confronti e nelle letture. La curiosità si autoalimentava, diventava sempre più grande, al punto di portarmi a strutturare quello che poi è stata la scelta finale”. Ha 26 anni, per un difensore centrale neanche è l’età della maturità, il commentatore di Sky Alessandro Costacurta nel Milan arrivò a 42... “Forse sono un po’ matto, lo so, ma la ragione non ha sempre ragione”.

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Alessandro Spanò è nato a Giussano (MB) il 19 giugno ’94. In carriera ha vestito le maglie di Pro Vercelli, Pro Patria e Reggiana con cui ha conquistato, da capitano, la promozione in Serie B.

Il Ministro per le Politiche giovanili e lo Sport, Vincenzo Spadafora, si era complimentato con lei per la laurea telematica in Economia e Management. “Ha scritto sui social che sono un esempio. La tesi è stata sulla democratizzazione degli investimenti: l’evoluzione partecipativa del Private Equity e del Venture Capital”. Ora va alla Hult International Business School. “È un progetto di 20 mesi, su due master, fra Londra, Shanghai e San Francisco”. Dopo 6 stagioni nella Reggiana, compresi il fallimento e una Serie D, con ripescaggio in C. “Il mio destino si è intrecciato con quello della città. Mi ha chiesto di fare con lei un viaggio, di accompagnarla dove merita. Ci siamo presi per mano


l’intervista

e siamo arrivati in vetta. Mi auguro di aver lasciato qualcosa, in campo, ma soprattutto fuori, perché ho ricevuto tantissimo. Ai tifosi chiedo di continuare a sorridere, sarebbe l’ultimo regalo, enorme”.

ma tutti i bambini sono un po’ folli”. I suoi procuratori hanno cercato di dissuaderla? “No, Matteo Coscia e Francesco Iovino hanno capito la mia scelta, mi supportano in questo passaggio”.

Su instagram racconta in video di quando era bambino, con la musica “Wherever you will go”, deiThe Calling. “Avevo già la maglia del Milan e la palla tra i piedi. Iniziai all’oratorio di Giussano, nel Milanese, il mio piccolo grande stadio. Si passava dai ritiri d’agosto alla neve, aspettavo il treno per tornare a casa. Arrivò il primo contratto, preparavo le valigie per andare via di casa”.

Come l’ha presa l’allenatore Massimiliano Alvini? Sino al 2012 vendeva suole delle scarpe, a Fucecchio, con il fratello Walter, e un anno fa rischiò la vita in ospedale, per un problema cardiaco emerso grazie al ricovero dopo un malore in panchina. “Rispetta la mia decisione, anche per lui è stato bello condividere un’annata così intensa e piena di emozioni”.

Com’è la sua famiglia? “Molto unita. Papà Nello ha lavorato tutta la vita come ragioniere, da poco è pensionato, vive con mamma Fiorella in Brianza. Un fratello lavora, mia sorella studia. Mi hanno sempre sostenuto in ogni scelta. Dalle giovanili nella Pro Vercelli alla Serie C1, nella Pro Patria, e poi appunto alla Reggiana. Le ho restituito tutto ciò che posso, dentro e fuori dal campo. I valori saranno l’eredità più importante”. A 22 anni, fece una vacanza speciale, rispetto al cliché sui calciatori. Non in una località trendy ma in Africa. “Già, non è il mestiere che fa la persona. Era un progetto dell’Umbria, per la costruzione di un ospedale, feci volontariato in un villaggio”.

Esclude di ritornare al calcio, magari terminata la borsa di studio? “Al momento non rientra nei miei piani”. Che messaggio dà ai giovani che puntano solo sullo sport, trascurando gli studi? “Ognuno ha il suo percorso. Prendete le vostre scelte senza curarvi dei giudizi altrui. Ma una volta scelto, date tutto per raggiungere i vostri obiettivi. Spero di trasmettere i valori giusti, dello sport: passione, dedizione, voglia di migliorarsi”. Il ds Doriano Tosi lascia le porte aperte: “Ci ha colti di sorpresa, l’aspettiamo”. Tornerà nel calcio? Da dirigente o da tecnico? “Mi auguro di aiutare la società in tanti modi. Non ci si improvvisa allenatori, io mi preparo per altri ruoli”.

Nelle ultime due stagioni due operazioni alle ginocchia, lascia anche per questioni fisiche? “No, proprio per una sfida nuova. Anzi, dopo i due interventi c’è stata la voglia di rialzarsi”.

Quando comincia la sua nuova strada? “Già a settembre. Mi attende un anno e mezzo fra Inghilterra, Cina e Stati Uniti. Non vedo l’ora di partire, desidero proprio studiare”.

E adesso? “Quel fuoco di curiosità mi porta alla scoperta del mondo. Forse sono matto,

Era in scadenza di contratto, sul mercato valeva 250mila euro e stava per rinnovare per due stagioni. Cosa le

mancherà del calcio? “Le emozioni della partita, la condivisione di gioie e dolori con gli amici e i compagni”. Si sente speciale? “Per nulla. A me pare perfettamente normale che un ragazzo studi”. A distanza di tempo, emerge già un pizzico di nostalgia per la decisione presa? “Nessuna. Sono ancora molto felice per il traguardo raggiunto e allo stesso tempo entusiasta dell’esperienza che mi aspetta”. Sulla scelta hanno influito situazioni extracalcistiche? “Direi esclusivamente extra sul campo. È una scelta di vita che non riguardava il calcio. Se la domanda si riferisce a situazioni personali e/o sentimentali la risposta è negativa”. Chi è il suo idolo? “Da famiglia milanista ed essendo di-

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l’intervista

fensore, fra Thiago Silva e Nesta avevo di che imparare...”. Il ricordo più bello della sua passione milanista? “Uno brutto, ma curioso. Quella famosa finale di Istanbul, la Champions League persa con il Liverpool, nonostante i 3 gol di vantaggio all’intervallo, ero alla recita scolastica e sentivo notizie tra uno spezzone e l’altro, alla fine non potevo crederci. Poi però c'è stato modo di avere la rivincita”. La scelta di Alessandro è stata evidenziata anche da Unomattina, il popolare rotocalco di Rai1. “Serie B e laurea” - racconta Spanò

Calcio e studio

I laureati In principio c’era Fulvio Bernardini, il mitico Fuffo, l’allenatore dello scudetto con il Bologna del “Qui si gioca come in Paradiso”, laureato in scienze economiche e anche per questo soprannominato “il professore”. Adesso sono tanti i calciatori professionisti laureati. Fra i primi di questo millennio Luigi Beghetto, di Bassano del Grappa (come l’avvocato Sergio Campana, fondatore dell’AIC), oggi 47enne. Quando giocava nel Chievo, nel 2002, si laureò in Scienze Politiche all’università di Padova, con 90/110, con una tesi particolare: “Il fenomeno sociale della violenza negli stadi di calcio”. All’epoca era compagno del tedesco Oliver Bierhoff, dottore in Economia e Commercio e da anni team manager della Germania. Due ex portieri sono laureati in Giurisprudenza: Valerio Fiori, rivelatosi prestissimo, nella Lazio, e dai 30 anni per nove stagioni portiere di riserva nel

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Milan; Mario Ielpo (nella foto a fianco), ex Lazio e Cagliari, nelle ultime stagioni volto di Telelombardia. Fra gli allenatori troviamo Massimo Oddo (Perugia), laureato in Scienze Giuridiche, Economiche e Manageriali dello sport, con tesi sul Milan Lab, in seguito alla sua esperienza in rossonero e Fabio Pecchia (nella foto a destra), Avvocato, vincitore della Coppa Italia di serie C con la Juve Under 23. Fra i procuratori spicca l’ex centrocampista di Fiorentina e Lecce Luca Ariatti, laureato in Scienze Giuridiche, Economiche e Manageriali dello sport. Opinionista di Raisport è l’ex Lazio e Atalanta Guglielmo Stendardo, altro uomo di diritto. Celebre la laurea del capitano bianconero Giorgio Chiellini, in Economia e Commercio all’università di Torino, con tesi su “Il bilancio di una società sportiva, il caso di Juventus Football Club”. A 34 anni, gioca nel Galatasaray, in Turchia, il giapponese Yuto Nagatomo, ex Cesena, per 7 stagioni all’Inter, laureato in Economia Politica all’ateneo Meiji di Tokyo. È nota la laurea dell’esterno destro

– “sono arrivando scindendo le due cose, fra il campo di allenamento e lo studio. È stato un percorso parallelo. Il calcio in fondo è la rappresentazione della vita, insegna a stare a contatto con le persone, mi ha fatto crescere tantissimo caratterialmente, anche tramite la fascia di capitano. Mi ha dato tante responsabilità fin da giovane, le ho accolte sempre volentieri, è uno sport che permette di condividere con i compagni le gioie e i dolori, le soddisfazioni sono ancora più ingigantite, quando puoi condividerle con le persone a cui tieni”. Anche qui il riferimento ai genitori. “Hanno sempre assecondato le mie

del Torino Lorenzo De Silvestri, romano, ex Lazio, Fiorentina e Sampdoria, un anno fa in Economia Aziendale, a Roma, con tesi sul “Marketing strategico come strumento competitivo delle società sportive”. Sempre un anno fa il 103 per Matteo Bruscagin, in Marketing e Comunicazione Aziendale, a Milano, alla Bicocca. È un difensore di 31 anni, ex Latina e Venezia, fra i protagonisti del ritorno in Serie B del Vicenza. Ha 39 anni Christian Puggioni, portiere ex Reggina, Chievo e Sampdoria,


l’intervista

scelte, lasciandomi sempre molta libertà nello scegliere la mia strada, sanno che sono sempre molto determinato. Ne abbiamo parlato insieme, sapevano che c’era poco da fare per farmi cambiare idea”. L’esposizione mediatica così reiterata ha sorpreso lo stesso Spanò. “La mia storia aiuta anche tante persone a compiere scelte che tenevano dentro di loro. È importante poter restituire qualcosa. I genitori mi verranno a trovare, in giro per il mondo”. Per Unomattina, Lucia Pappalardo è andata a trovare i genitori, a Giussano, in Brianza.

ora alla Vis Pesaro, laureatosi in Giurisprudenza, a Reggio Calabria, con tesi sui diritti audiovisivi. Quando la Spal si affacciò in Serie A, il personaggio era Luca Mora, centrocampista barbuto con la passione per la filosofia, ora allo Spezia, in Serie B. Ha discusso la tesi di recente, con Microsoft teams, all’università di Parma, su “Modalità e mondi possibili”. Nella galleria delle lauree più fresche ci aiutiamo con Guendalina Galdi, pubblicata su www.gianlucadimarzio. com. Luigi Carillo, difensore di proprietà del Genoa, si è laureato in Economia Aziendale, da casa. Classe ’96, era prestito alla Sambenedettese, in Serie C, anche grazie al lockdown ha completato gli ultimi 3 esami. Ventitrè anni ha Alberto Rizzo, terzino sinistro del Cittadella, laureato in Scienze Motorie, impiegato per una decina di gare da mister Venturato. Alla Virtus Entella, troviamo Andrea Settembrini, 28 anni, laureato in Scienze Motorie, centrocampista. A metà aprile la laurea di Alessandro Gabrielloni, in “Economia: banche, aziende e mercati”. L’attaccante del

“Non si pensi” - spiega Nello Spanò – “che non ci siano sacrifici, dietro la scelta di fare il calciatore, loro e delle famiglie. Alessandro usciva da scuola, la mamma gli preparava schiscetta (il portavivande, in dialetto milanese, ndr), per andare a Milano, a prendere il treno. Tornava la sera, mangiava e dalle 20 doveva preparare la maturità scientifica”. Il padre mostra le maglie della carriera di Alessandro, la mamma le coppe. “Io sono molto contenta” - dice Fiorella – “di certo ci ha stupito. È stata compiuta la scelta nel momento in cui aveva raggiunto grandi risultati”. “All’inizio” - conclude il padre – “mi

Como (Serie C), aveva discusso con l’università di Macerata la tesi “Cambiamento demografico e implicazioni macroeconomiche in Italia”. In Serie C, laurea in Scienze Motorie anche per Niccolò Romero, attaccante del Sud Tirol, 28 anni, per Luca Guidetti, 34 anni, della Feralpi Salò. In D, per De-

è parso quasi che buttasse via un biglietto della lotteria che aveva in mano, quello vincente però sarà probabilmente quello che farà ora”.

nis Caverzasi, 26 anni, difensore centrale della Pro Sesto, e per Matteo Barzotti, attaccante di 28 anni, del Vigasio. Ha smesso l’anno scorso il difensore centrale Dario Bova, laureato in Giurisprudenza e adesso Avvocato, ha 36 anni e viene da 5 promozioni, si era affacciato anche in Serie B. Fra gli stranieri spicca Edin Dzeko, l’attaccante della Roma ha preso un diploma di tipo universitario in Management dello sport, a Sarajevo, in Bosnia, due anni fa. L’ex milanista Nigel De Jong, olandese, si è laureato 5 anni fa, in Economia, è un imprenditore di successo e a 36 anni gioca in Qatar. Zeljko Brkic ha 34 anni, è serbo e ha smesso da due stagioni, è stato portiere titolare nell’Udinese arrivata più volte in Europa, con Guidolin, nel Siena e a Cagliari. Ha chiuso in Grecia, al Paok di Salonicco. Con tesi su “Creta e Micene” si è laureato in Storia. E chissà quanti altri ci sono sfuggiti, soprattutto in Serie C e D. Certo nessuno ha lasciato il calcio come Spanò, da neopromosso in Serie B, capitano, a 26 anni.

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serie B

di Claudio Sottile

Capitano della neopromossa Spezia

Terzi, per la prima… ha messo la quarta Claudio Terzi è il capitano dello Spezia, capace al termine dell’estenuante stagione 2019/2020 di volare in Serie A per la prima volta nei suoi 114 anni di storia. È invece alla quarta promozione personale il difensore classe ‘84, che aveva già festeggiato questo traguardo con le maglie di Bologna, Siena e Palermo. Claudio, qual è stato a tuo avviso lo switch della stagione, il frangente in cui hai capito sareste potuti sbarcare in Serie A? “Ci sono state diverse partite importanti durante la stagione, sia nel momento positivo sia in quello negativo, visto che all’inizio andavamo molto male. Secondo me nella sconfitta col Trapani in casa del 29 settembre scorso abbiamo toccato il fondo, ha fatto capire sia a noi sia all’allenatore che dovevamo cambiare qualcosa come atteggiamento e come mentalità. Da lì in poi abbiamo iniziato a incanalare risultati positivi. Un’altra svolta è arrivata quando abbiamo vinto a Crotone, la sera del 26 gennaio abbiamo capito non tanto che andavamo in A, ma che eravamo una squadra forte, andare a vincere allo Scida è stata una bella impresa. E poi sicuramente la gara che secondo me ci ha dato la spinta decisiva è stata il ritorno della semifinale playoff col Chievo, dopo aver perso immeritatamente 2-0 all’andata a Verona abbiamo veramente schiacciato i veneti nella loro metà campo. Contro di loro abbiamo dispu-

“Il gruppo ha fatto un lavoro di squadra incredibile, sono stati tutti coinvolti e partecipi, sia chi ha giocato meno sia i titolari. Sicuramente il dg Guido Angelozzi ha svolto un lavoro straordinario in questo, al pari di mister Vincenzo Italiano”. Sguardo al futuro: c’è una partita che aspetti con particolare attenzione? “In Serie A sono tutte partite importanti e difficili. Giocare contro il Bologna, che è la società che mi ha fatto crescere calcisticamente, mi farà molto piacere e ci tengo tanto, ma penso comunque che tutte le partite siano prestigiose”. Ci sarà anche una maglia che vorrai chiedere? “Non sono un giocatore a cui piace scambiare le maglie. Però senz’altro sarò contento di rivedere Paulo Dybala, col quale sono in ottimi rapporti dopo aver giocato con lui a Palermo. Proverò a prenderla per darla a mio figlio Christian, juventino sfegatato, anche se ne ha già altre dell’argentino”.

A 35 anni cosa significa tornare in A per te, a un quinquennio dall’ultima apparizione sul massimo palcoscenico? “Sono molto contento, quando arrivai a La Spezia l’obiettivo era portare, o comunque tentare di farlo, questa società e questa città in Serie A. C’è stato costantemente un progetto ambizioso, il club è “Giocare senza pubblico ha mutato sano e solido ed sempre stato gli scenari in generale, ad esempio èpresente in questi anni. Purtropci sono più vittorie fuori casa” po arrivavamo tato forse la partita migliore di tutta la sempre corti ai playoff, approdavamo stagione. Quei 90 minuti ci hanno dato con tante aspettative, ma poi non riulo slancio per conquistare la Serie A in scivamo mai ad andare oltre le semififinale contro il Frosinone”. nali, è sempre stato questo lo scoglio. Riuscire a farcela, dopo cinque anni Riesci a individuare un ingrediente di fatica e sofferenza e al culmine di preponderante in questa alchimia? un’annata particolare, partita male e

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Claudio terzi è nato a Milano il 19 giugno 1984. In carriera ha vestito le maglie di Bologna, Napoli, Siena, Palermo e, dal 2015, quella dello Spezia.

finita in maniera straordinaria, è bellissimo. Siamo stati in ballo fino al 20 agosto, adesso speriamo di mantenere il posto che abbiamo conquistato con tutta questa fatica”. Sei l’elemento della rosa con il curriculum di Serie A più corposo: se dovessi dare un consiglio ai compagni di squadra meno esperti su come si affronta la massima serie, cosa diresti loro? “La A rispetto alla Serie B è molto più difficile, aumentano la fisicità e la qualità, bisogna curare tutti i particolari cercando di sbagliare meno tecnicamente, allenandosi sempre duro perché le partite sono tutte ostiche. In cadetteria, invece, puoi imbatterti nella giornata con la partita in casa contro


serie B

comportarsi così. Noi fortunatamente abbiamo una società che non ci ha mai fatto mancare niente, e che appena c’è stata la riapertura si è fatta trovare pronta. Anche questo è stato carburante per darci lo slancio dopo lo stop”.

la squadra in difficoltà dove puoi vincere col minimo sforzo. Il consiglio a chi è rimasto è di lavorare maggiormente, e sono convinto che la società stia operando per rendere la squadra pronta per affrontare il campionato nel miglior modo possibile”. Il giocare a porte chiuse modificherà un po’ gli equilibri della corsa salvezza, visto che le spesso le squadre nella bagarre puntano tanto sull’apporto della propria tifoseria? “In generale il giocare senza pubblico ha mutato qualcosa negli scenari, ad esempio ci sono più vittorie fuori casa. È vero comunque, una squadra che deve salvarsi fa più risultati in casa spinta dal pubblico e dall’ambiente. Accadrebbe anche a La Spezia, con tutto l’entusiasmo che c’è dopo la prima promozione storica, ma è anche vero che magari c’è il rovescio della medaglia, e a porte chiuse riesci a fare

qualche risultato lontano dalle mura amiche. Speriamo che il pubblico torni il prima possibile, ovviamente in sicurezza com’è giusto che sia. Noi, dal canto nostro, affronteremo ogni partita come se fosse una finale”.

Alla settima giornata incontrerai il tuo ex compagno nel Milan e attuale tecnico del Benevento: Filippo Inzaghi. “Non scherziamo (sorride, ndr). Nel maggio 2010 fui aggregato alla tournée nordamericana del Milan. Ho un ricordo nitidissimo del momento in cui mi ha chiamato Ariedo Braida per comunicarmi la partecipazione. Ero entusiasta. Ci siamo divertiti e abbiamo disputato delle belle amichevoli. Ho giocato con campioni come Pippo, Ronaldinho, Clarence Seedorf, Alessandro Nesta, è stata un’esperienza fantastica che mi è rimasta dentro. Di Ignazio Abate ero stato compagno di squadra a Napoli. Due settimane in uno spogliatoio di campioni, fu importante per la mia carriera. Sì, quella maglia rossonera l’ho conservata”.

Come hai vissuto le settimane del lockdown, in primis umanamente e poi sportivamente? “Sinceramente paura non ne ho mai avuta. Il mio primo pensiero è stato per i familiari, sul cercare di proteggere loro e poi me stesso. Ho pensato al calcio, che è la mia vita e la mia passione. Confidavo nella ripresa e così è stato. C’è gente che ha sofferto tanto in tutto il mondo, ma è stato giusto ripartire. Non solo nel calcio, bensì nel lavoro di tutti. Non si poteva più stare fermi ed è giusto che si siano prese le dovute precauzioni idonee per affrontare la quotidianità al pari del calcio. Va fatto. Fino a quando non si troverà un vaccino è opportuno

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amarcord

di Pino Lazzaro

Carissimi, D’Adda, Gastaldello, Matri

La partita che non dimentico… e altro ancora Si sa, dai e dai finisce. Deve finire. Per l’età, per l’usura, per la testa, perché hai meno voglia di prima, perché … perché… perché…. Hanno inventato quella frase, sì, quell’appendere le scarpe al classico chiodo e ogni anno immancabilmente se ne aggiungono parecchi di scarpini, ancora e ancora, c’è poco da fare, è una ruota che gira. Qui abbiamo così voluto dare spazio a… otto di questi famosi scarpini: di due calciatrici e due calciatori che hanno infine deciso di tirare una riga per quel che riguarda il calcio giocato. A loro (come a tutti gli altri) i complimenti per il percorso fatto e un grande in bocca al lupo per quello che verrà. Forza e avanti. Marta Carissimi

“Ho sempre dato tutto”

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“Quella che subito mi torna alla mente è la partita al Franchi, con la Fiorentina, era il 6 maggio 2017, certo che me lo ricordo, anche perché in quei giorni c’è pure il mio compleanno. Contro il Tavagnacco, era la penultima partita della stagione, vincendo avremmo vinto il campionato, il primo scudetto. Un anno quello davvero eccezionale, tutto funzionò per bene, noi come gruppo, la società, la città. Contro il Tavagnacco dunque, con la possibilità di giocare proprio al Franchi e quella festa che venne organizzata, gli sbandieratori, il corteo storico. 8000 spettatori, nonostante il diluvio che era venuto giù poco prima. Vincemmo 2 a 0 e primo – ancora unico – scudetto per una città che per il legame che ha con la Fiorentina, a me pare più un grande paese, difficile trovare qualcuno che non tifa. E l’ho capito proprio io che non sono di Firenze, bastava andare che so dal panettiere o dal salumiere, capitare nel discorso sulla Fiorentina e quanta partecipazione. A fine partita ricordo sì la mia personale felicità ma ancor più quella che potevo vedere negli occhi e nel viso di compagne che erano di lì, da anni e anni, penso subito ad esempio alla Orlandi e alla Guagni, loro che in quell’ambiente avevano vissuto gli alti e i bassi. Un colore? Naturalmente il viola e ricordo più di ogni altra cosa l’ingresso in campo: nel riscaldamento c’era sì un

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po’ di gente ma poi, quando siamo uscite per cominciare, che brividi per quelle due tribune così piene, proprio da pelle d’oca”.

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“Personalmente penso d’aver fatto il massimo, ho sempre dato tutto, pur portando avanti oltre il calcio sia lo studio che il lavoro. Posso dire così che mi sono “spremuta” con la massima applicazione e il massimo impegno, se potevo poi in effetti fare Marta Carissimi, classe 1987. Dopo gli inizi a Gassino (To) ha giocato via via con Torino, Bardolino Verona, Inter Milano, Stjarnan (Islanda), Verona Agsm, Fiorentina e Milan. Per lei 56 presenze con la Nazionale azzurra e un palmares con due scudetti (Verona Agsm e Fiorentina) e due Coppe Italia (Fiorentina); in più scudetto e Coppa d’Islanda con lo Stjarnan.

di meno o di più è un qualcosa a cui non so rispondere. Di certo meno sì, se non mi fossi impegnata come ho fatto e magari quello che posso aver raccolto non può essere forse commisurato con quanto ci ho messo, ma è un’altra storia. Comunque sono soddisfatta, rimpianti non ne ho, so quello che ho fatto e come l’ho fatto, con passione e professionalità. E poi, come capita nello sport e in fondo nella vita, non tutto poteva dipendere da me: anche fare il massimo a volte può non bastare”.

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“È stato un qualcosa che è andato maturando, con sempre maggior consapevolezza. Ho avuto modo insomma di capire d’aver dato in campo tutto quello che potevo, impegnandomi pure a trasmettere alle compagne, specie quelle giovani, quel che nel


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4 domande 4

1) La partita che non dimentico. 2) Con gli occhi di adesso: potevi fare di più? O sei andata/o oltre a quel che pensavi/sognavi? 3) Quando hai capito che per davvero arrivavi allo STOP? 4) E adesso? Da che parte andrai? tempo avevo elaborato: i valori di questo nostro calcio, appunto l’impegno, la passione. È stata alla fine una scelta naturale e serena. Certo, avrei preferito terminare il campionato, finire insomma sul campo, ma era comunque una decisione che avevo già maturato, prima del lockdown, sarebbe stata in ogni caso la mia ultima stagione”.

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“Mi piacerebbe tantissimo rimanerci in questo nostro ambiente in cui ho dato tutto, in campo e fuori. Con tutte le battaglie che abbiamo fatto per l’affermazione, la crescita e lo sviluppo di questo nostro movimento che nel tempo ne ha fatti di passi in avanti, che si è saputo conquistare degli spazi. Un qualcosa che ho vissuto direttamente e vorrei così, anche da fuori, continuare a contribuire. Progetti e idee ne ho, tutto ancora da definire: l’intenzione insomma è quella di restarci dentro, proprio per l’importanza che merita”. Roberta D’Adda

“Il calcio ci sarà ancora”

suo posto da centrale, gli insegnamenti di Nazzarena Grilli, la nostra allenatrice. Ricordo l’inizio di quella partita, pochi secondi, un paio di passaggi e loro con Tuttino a farci subito gol, c’era Chiara (Marchitelli) in porta, lei che era lì a segnarsi la metà della porta, non se n’era nemmeno accorta: 1 a 0 per loro. Alla fine abbiamo poi vinto per 4 a 2, ricordo ancora la scena del quarto gol, due mie compagne che fanno passare il pallone tra le gambe e lui che va a finire nell’angolino. Da scudettate s’andò poi al Brianteo a fare un giro di campo. Ti dico poi pure di un altro scudetto, il primo lì col Brescia, contro la Torres, tanta gente allo stadio, ultima partita del campionato, eravamo a pari punti, uno spareggio che vincemmo Roberta D’Adda, classe 1981. Le sue squadre: Verderio, Fiammamonza, Bardolino Verona, Brescia, Sassuolo e Inter. Ben 90 le sue presenze in Nazionale e ricco palmares: 4 scudetti (Fiammamonza, Bardolino Verona e due col Brescia), 5 Supercoppe Italiane (Fiammamonza, Bardolino e tre col Brescia) e 4 Coppe Italia (una col Bardolino e tre col Brescia).

per 2 a 1, quanta sofferenza sino alla fine e c’erano pure i tifosi della curva sud del Brescia quel giorno”.

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“Sì, da bambina mi capitava di pensare magari alla Nazionale, alla Champions, ma erano giusto dei sogni, tanto più che allora, una volta d’aver finito di giocare con i ragazzi e dopo aver cercato di trovare una squadra non lontana da casa, ero andata a giocare a Verderio, facevamo la serie D, per dire che sono sì partita da lontano. È adesso che piano piano mi sto rendendo più conto del mio percorso, finché giochi sei sempre attaccata al campo, è adesso che mi trovo a ripensare a tutte le cose belle, ai pianti e tanto tanto ancora. Mi dispiace, ecco, non aver avuto modo di giocare i Mondiali, ci andammo vicinissime… e ripenso poi a quella chiamata del Francoforte, avevo già 32-33 anni, fosse capitata che avevo qualche anno di meno ci sarei andata, già loro avevano il professionismo ma pensavo al Mondiale, se me ne andavo magari perdevo la maglia azzurra… così è andata”.

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“Difficile quale dirti, difficile. Vado allora a quella partita che abbiamo giocato tanti anni fa, era il 2006, contro il Bardolino, noi del Fiammamonza. Lì nel nostro stadio, nel Sada, ci saranno state mille persone, quella tribuna piena, erano proprio tante ai tempi. A vincere sarebbe stato scudetto matematico per noi, il mio primo scudetto. Noi che eravamo partite giusto per fare un campionato normale, soprattutto per crescere, non eravamo certo tra le favorite, era stato poi – a poco a poco – che ne avevamo la consapevolezza. Un anno quello in cui davvero a prevalere fu la forza del gruppo, ricordo pure l’infortunio della mia compagna Schiavi, io così da difensore laterale a prendere il

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“È un qualcosa che già da qualche anno avevo comunque dentro. Dopo Brescia ero sì andata a Sassuolo ma già ci andavo solo tre volte, un allenamento me lo facevo per conto mio a casa, volevo anche star dietro agli studi, a Osteopatia. Volevo così già smettere dopo Sassuolo ma è arrivata l’Inter, dai che dalla B saliamo alla A, vieni a darci una mano… mi sono convinta ed è stato un anno bellissimo, non abbiamo mai perso. Lì così a chiedermi di starci ancora, io poi che in effetti potevo dare una mano a tante ragazze che avrebbero esordito in A. Non è stato facile arrivarci, non volevo star lì a trascinarmi, i pianti che mi sono fatta. Altro segnale è stato quando è stato possibile riprendere, io a scoprire a dirmi ma chi me lo fa fare. Due segnali forti che mi hanno fatto guardare in faccia la realtà: sto bene e non mi manca, credo d’aver proprio metabolizzato”.

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“Durante il lockdown ho fatto il corso Uefa B on line, mancano gli esami, non si sa ancora quando ci saranno. Dentro questo nostro mondo vorrei insomma restarci. Forse da allenatrice, o vice, magari dentro comunque uno staff, non so o magari da osteopata, l’idea da tempo è quella di aprire uno studio mio, sono all’ultimo anno. Insomma: il calcio ci sarà ancora”. Daniele Gastaldello

“Impegno e professionalità”

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“Ne avrei più di una, ma quella che qui subito ricordo è una partita dei playoff, nel 2012, serie B, Sampdoria-Varese. Partita davvero particolare per me, dato che ho fatto doppietta e si sa che da difensore già farne uno è tanta roba, pensa due. Una doppietta poi che è valsa pure per salire in Serie A, anche per questo mi piace ricordarla, quella lì a Genova era l’andata, i miei due gol sono serviti a vincere per 3 a 2, poi abbiamo vinto anche al ritor-

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no, 1 a 0, partita tirata, loro alla fine sbilanciati e mancava poco quando abbiamo fatto gol. I gol? Me li ricordo bene, certo. Entrambi di testa, entrambi su calcio d’angolo. Il primo a uscire, ho staccato e ho fatto l’1 a 1. Il secondo verso la fine, pochi minuti ancora, eravamo 2 a 2, per forza vai avanti per vedere di fare qualcosa. Se te lo vai a rivedere, vedrai che lì ci ho messo giusto la testa, la mia in mezzo a chissà quante, il pallone l’ho giusto sfiorato, mica l’ho cercata una traiettoria: traversa, palo e gol. Un gol insomma che proprio tanto mio in fondo non era, mi vien da dire che qualcuno l’ha spinto per me… eravamo sotto la gradinata sud di Marassi, quella dei nostri tifosi, ero già là e là sono rimasto”.

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“È una domanda questa che non poche volte pure io mi sono posto e la risposta che sono arrivato a darmi Daniele Gastaldello, classe 1983. Dopo il settore giovanile col Montebelluna, è passato al Padova esordendo tra i prof col Padova allora in C2 e giocando poi con Crotone, Siena, Sampdoria, Bologna e Brescia. Una presenza con la Nazionale maggiore: Ucraina-Italia 0-2 (marzo 2011, Prandelli c.t.).

è questa: di credere comunque fortemente che in tutta la mia carriera e così in tutte le piazze in cui ho giocato, ho dato il massimo. L’impegno è sempre stato quello, lo stesso, non è per dire che alla Samp facevo di più e al Bologna di meno. Che vuoi, impegno e professionalità sono stati sempre con me, sempre. Le scelte che ho fatto in carriera sono state scelte ogni volta ponderate e credo di aver fatto le migliori per me, non ce n’è una di cui sia pentito”.

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“È stata una cosa che è maturata nel tempo, con l’esperienza che mi sono fatto in tutti questi anni, c’entrava il fisico e pure l’aspetto mentale, non è insomma che mi sia svegliato una mattina e stop. In questi ultimi anni tra schiena e ginocchia ho dovuto limitarmi negli allenamenti: tanta più fatica da parte mia e compagni che andavano più forte di me, poco da fare. In primis così m’arrabbiavo con me stesso, dai e dai ho deciso di dire basta. Anche questa è stata così una scelta ponderata, facilitata poi dalla proposta della società di continuare qui nel Brescia”.

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“Ora mi sono messo a studiare per fare/diventare un allenatore, ho solo il patentino Uefa C per ades-


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so. Studierò da vicino gli allenatori del Brescia, diciamo che sarò un collaboratore tecnico ed è un’idea, questa dell’allenare, a cui ho pensato specie in questi ultimi anni, ragazzi giovani attorno a me, io che cercavo di insegnare e spiegare, già “allenatore” in campo insomma e si sa che con l’età, a un certo punto si “lavora” più con la voce che con le gambe. Sì, in questi ultimi due anni non ho giocato molto e non ho mai creato problemi. Avrei magari potuto essere in effetti un problema per l’allenatore ma, ancor più l’ultimo anno, ci sono arrivato da solo a capire che non ero bravo come prima, che c’era chi faceva meglio di me. Il calcio che si gioca ora è molto più fisico, basta mezzo secondo di ritardo per prendere gol, le vedevo anch’io ste cose in campo. Credo così di essermi comportato bene, meno utile in campo ma comunque utile fuori, insistendo anche lì nello spogliatoio sul comportamento, sul rispetto, sul gruppo che viene prima di ogni individualità”. Alessandro Matri

“Soddisfatto della carriera”

infatti è stato dopo, a partita finita, che mi sono lasciato più andare, avevo 23 anni allora. Una che vorrei rigiocare? Una del 2015, la finale di Champions contro il Barcellona, l’abbiamo persa e guarda che io non l’ho proprio giocata, tutto il tempo in panca, del resto c’erano Tevez, Morata, Llorente, anche Coman a proposito. Ecco che così la potrei giocare…”.

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“Sono soddisfatto di quello che ho fatto, gavetta compresa: sono salito dalla C alla A che è comunque e sempre un bell’obiettivo. Sono riuscito a crescere anno dopo anno, sempre migliorandomi. Solo in questi ultimi 3-4 anni le cose sono un po’ cambiate e il fatto di non essere riuscito a mettere assieme un buon minutaggio ha fatto sì che abbia finito un po’ a mollare, è stato così che ho visto, come dire, rallentare la mia carriera. Ripeto comunque che in ogni caso, sono molto soddisfatto di quel che ho fatto”. Alessandro Matri, classe 1984, tra i prof ha giocato con Prato, Lumezzane, Rimini, Cagliari, Juventus (tre scudetti, due Supercoppe Italiane e una Coppa Italia), Milan, Fiorentina, Genoa, Lazio, Sassuolo e Brescia; sette le sue presenze in Nazionale.

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“L’ho capito quest’anno, quando per prima cosa è venuto a mancare il rispetto nei miei confronti, così che gli stessi stimoli da parte mia hanno finito per diventare quelli che erano. L’essere in pratica sopportato è un qualcosa che proprio non mi va, no grazie: ci ho ragionato molto e sono arrivato alla decisione di smettere. Meglio insomma lasciare un buon ricordo, non volevo né trascinarmi, né che fossero alla fin fine gli altri a decidere per me. Il tutto lo avevo in effetti maturato sin da gennaio, prima insomma del lockdown: diciamo che avevo voluto tenere comunque la porta ancora aperta, giusto per vedere se poteva magari arrivare qualcosa che mi accendesse ancora, ma così non è stato: stop”.

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“Ancora non lo so. Ora come ora quel che voglio fare è aggiornarmi e studiare, vedrò poi quale potrà essere la strada che prenderò. Negli anni so d’aver creato buoni rapporti con molte persone, di conoscenze insomma ne ho tante e punto a restare nell’ambiente, che è stato il mio per vent’anni. Sì, è questo che mi piacerebbe e da parte mia non so se sono pronto e pure se ne sarò capace. Si vedrà”.

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“Per fortuna ne avrei un bel po’ da ricordare, una in particolare faccio fatica, non vorrei così escluderne altre, però quella che ora come ora mi torna alla mente è la partita in cui ho fatto il mio primo gol in Serie A. Io col Cagliari, si giocava al San Paolo contro il Napoli, vincemmo 2 a 0 e io feci il primo gol (il secondo di Foggia su rigore; ndr), era il secondo tempo. Palla da Foggia a Fini e lui ha fatto sponda col petto, uno schema quello che con Giampaolo allenatore si faceva spesso: ho calciato di destro, in diagonale, mi pare ci fosse Iezzo in porta. No, non mi sono per dire tolto la maglia o ste cose qui, un’esultanza la mia se vuoi abbastanza contenuta, ricordo che dopo il gol in effetti mi sentivo come scombussolato, non che avessi proprio capito quel che avevo fatto e

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biblioteca AIC

di Pino Lazzaro

Il libro di Dario Hubner

Il bomber che gioca in porta “In effetti all’inizio non volevo nemmeno farlo il libro, sai com’è, non ci ho mai tenuto per dire alle interviste, ste cose qui, ma lui, Tiziano (Marino), insisteva, aveva scritto un libro su Cunego, il ciclista, diceva che era quello il suo idolo nel ciclismo, che io lo ero nel calcio. Dai, proviamo, ha insistito e così siamo partiti. Un tavolino, il portacenere e il registratore. Dai e dai poi m’è piaciuto, tra l’altro m’ha fatto ricordare tante cose che avevo vissuto, fin da bambino. Una decina di incontri, poi di tanto in tanto mi faceva leggere delle parti. Il titolo è saltato fuori perché così mi chiamavano, Tatanka e ancora oggi capita che mi chiamino. La foto di copertina? L’hanno scelta loro, piaceva anche a me, fatto”. Ora “mister” in Quinta Categoria… “Beh, ora col Coronavirus è tutto sospeso. Mi piaceva andare lì con loro, a chiedermelo è stato Fabrizio Lori, era lui

savano due ragazzi, Simone e Federico, io stavo lì con loro, a spiegare magari un movimento, a “Essendo inscritto all’AIC, ogni anno mi spettava un mostrare come album Calciatori Panini. Ce lo davano in omaggio colpire di piatto. con due pacchi contenenti tutte le figurine necessarie Comunque un’ea completarlo. Non c’erano doppie ed ero sempre sperienza molto bella, un calcio sicuro di finirlo” in forma pura: aril presidente del Mantova quando ci anrivano lì al campo e ti abbracciano, si dai a giocare. A fare quasi tutto ci pencambiano e poi ti abbracciano ancora, in campo lo vedi quanto si divertono. Cerchiamo sempre di fare delle squadre equilibrate, capita a volte che poi non lo sono, magari capita che siano 5 a 0 e vedessi la felicità, proprio la gioia se fanno il 5 a 1. Un calcio bello e puro, com’era per me 30 anni fa il calcio dilettantistico che ho conosciuto, questo senso d’amicizia che c’era. Ora non è più così, non è più quel calcio vero, tanti e tanti allenatori che adesso allenano perché portano gli sponsor e ragazzini bravi che non giocano perché al loro posto giocano i figli di… Però il calcio in sé mi piace ancora e sempre, allo stadio continuo ad andarci, ogni tanto e sono le squadre in cui ho giocato quelle che seguo di più”.

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Ora gioco in porta. Infilo i guantoni e son contento. Mi basta poco per esserlo, mi è sempre bastato davvero poco. I miei muscoli sono consumati. Senza allenamenti e il giusto riscaldamento rischierei di farmi male. Vivo in campagna, alle porte di Crema. La sera fa molto freddo da queste parti e l’età ormai è quella che è. Quando superi i 50 anni c’è poco da fare, certe cose le accetti e basta. Te ne fai una ragione, senza troppi drammi. Altrimenti son dolori. A livello mentale ma soprattutto a livello fisico, perché ci sarà sempre quel momento della partita in cui sentirai di star bene, in cui vorrai dar di più, in cui cercherai di rifare gli stessi movimenti che ti riuscivano vent’anni prima. Ricomincerai a calciare con forza, a scattare sulla fascia, a tentare delle improbabili piroette per colpire la palla. È a quel punto che il fisico ti abbandonerà. A 30 anni te la cavi con qualche contrattura, a 52 ti strappi. E sinceramente non ho più voglia di farmi due settimane zoppicando. Ora voglio solo godermi la vita, in tutta tranquillità. Mi è sempre piaciuto fare il portiere. Nel corso della mia carriera, quando a fine stagione gli allenamenti si facevano leggeri, andavo spesso in porta. Mi è sempre piaciuto fare il portiere, fin da ragazzino. A scuola non ero bravo ma in educazione fisica avevo 10 e lode. Ai


biblioteca AIC

L’incipit

Fischio d’inizio tempi la Pallamano Trieste dominava e per un bambino della provincia triestina era quasi d’obbligo praticare quello sport. Io stavo in porta. I gol non li realizzavo mica, cercavo solo di evitarli. Quello del portiere è un ruolo che mi ha sempre affascinato, la vita però me l’ha messo contro.

Sfogliando … (pag. 16) A scuola non ero bravo ma in educazione fisica avevo 10 e lode. … (pag. 17) Se resti umile, con la stessa mentalità di quando eri tra i dilettanti, allora puoi fare strada. Non solo nel calcio ma anche nella vita. … (pag. 19) Tutti ce la possono fare e io ne sono la dimostrazione. Forse è per questo che la gente mi ha sempre voluto bene. Bisogna essere all’altezza però, e non solo a livello sportivo. … (pag. 26) Di origine indiana, appartenente al linguaggio della tribù Sioux Lakota, altro non era (il termine tatanka) che la traduzione letterale del nostro “bisonte” ovvero del mio soprannome. Fu così che nel giro di qualche giorno, senza nemmeno accorgermene, diventai Tatanka. … (pag. 40) Quelli da fabbro sono stati quattro anni duri e intensi ma allo stesso tempo molto gratificanti. Era un bel lavoro il mio, che mi ha insegnato tanto, soprattutto a conoscere la fatica, quella vera, distante anni luce dallo sforzo di un calciatore. … (pag. 55) Non c’erano osservatori, non c’erano procuratori, contava solo il passaparola. Ora invece ce ne

sono troppi e non è certo un bene, per i bambini in primis e per il mondo del calcio in generale. Sarò strano io, ma vedere un ragazzino di 11 anni già con un procuratore al fianco, mi sembra assurdo e insensato. … (pag. 103) Salendo di categoria, a cambiare è soprattutto la velocità. Perché se in Serie D puoi stopparla e attendere un secondo e mezzo prima di giocarla, in C hai solo un secondo a tua disposizione, in B mezzo e in Serie A nemmeno quello. … (pag. 135) Una volta eravamo undici operai che lavoravano compatti per l’industria squadra. Oggi invece mi sembra di vedere undici industrie senza operai. E in questo senso i social non aiutano. Tanti calciatori hanno perso di vista il piacere di giocare, che invece era quello che muoveva i giocatori della mia generazione. … (pag. 138) Con lui in campo (Roberto Baggio) non era mai finita. Si allenava per conto suo, non correva in salita e in partitella dovevamo stare attenti ai contrasti. Mentre noi sgobbavamo, lui saltellava a bordocampo. Ogni tanto lo prendevamo in giro: “Roby, non stancarti troppo”. In realtà anche solo il fatto di averlo con noi era un miracolo. … (pag. 195) Non avrei mai immaginato di raggiungere i traguardi che ho tagliato. Fino a 20 anni facevo il fabbro e giocavo in Prima Categoria. A 35 poi ho vinto il titolo di capocannoniere in Serie A. Col Piacenza, mica con la Juve. Il tutto senza rinunciare mai ai piccoli piaceri della vita. In fin dei conti è una e per quanto possibile va goduta.

Dario Hübner conTiziano Marino

MI CHIAMAVANO TATANKA Io, il re operaio dei bomber di provincia Baldini+Castoldi

(Così in uno dei risvolti del libro) Dario Hübner (Trieste, 1967), attaccante in attività tra il 1987 e il 2011. In carriera ha segnato più di 300 gol indossando 15 casacche diverse tra dilettanti e professionisti. Passato alla storia come il “Re dei bomber di provincia”, è l’unico giocatore – insieme a Igor Protti – ad aver vinto la classifica cannonieri dei tre maggiori campionati italiani (Serie A, B e C1), rispettivamente con le maglie di Piacenza, Cesena e Fano. Soprannominato il Bisonte o Tatanka, oggi allena l’ASD Verso Onlus-Accademia Fabrizio Lori, squadra di Mantova composta da atleti con disabilità cognitivo-relazionali, iscritta al neonato campionato di Quinta Categoria. • ■ Classe 1988, Tiziano Marino è un giornalista freelance. Dal 2014 al 2018 ha vissuto a Hollywood, Los Angeles, dove ha lavorato come corrispondente per l’agenzia Kika Press & Media, scrivendo – tra gli altri – di cinema e tv per Vanity Fair, D la Repubblica e l’Ansa. Responsabile comunicazione e marketing dell’Albinoleffe, collabora pure con la Gazzetta dello Sport e sempre per Baldini+Castoldi è coautore dell’autobiografia di Damiano Cunego, uscita nel 2019.

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di Maurizio Borsari

Coman il terribile il gol di Kingsley Coman in PSG – Bayern Monaco 0-1

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Una carezza in un pugno Moise Kean e Nathan Ake in Olanda - Italia – 0-1

Tutti giù per terra Mehdi Bourabia, Andri Baldursson e compagni in Bologna – Sassuolo 1-2

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di Stefano Ferrio

Tre foto tre storie

Le coppe di Pazzagli, il "rapime e la vocazione di Borgo per i mir L'archivio dell'Associazione Calciatori ci dona stavolta il ricordo del portiere-cantautore scomparso, che fu fra i protagonisti dell'Intercontinentale del '90 vinta dal Milan. Ma emozioni non mancano nemmeno tra le quinte delle immagini che ritraggono l'attaccante ingaggiato nel 1919 dall'Inter con il ricorso alle maniere forti, e la maschera da combattente del capitano della Pistoiese, una quarantina di anni fa promossa dalla C alla B e poi alla A Ricordando Andrea Pazzagli, portiere e cantautore - Il 9 dicembre 1990, la foto più toccante del Milan che conquista a Tokyio la terza Coppa Intercontinentale della sua storia, battendo 3-0 i paraguayani dell'Olimpia Asuncion, è senz'altro questa. A sollevare il trofeo è infatti Andrea Pazzagli, professione portiere (con un debole per le coppe), nato a Firenze il 18 dicembre 1960. I sessant'anni trascorsi dalla sua nascita, e i trenta da quella vittoria arrisa al Milan grazie alle sue difficili parate, compiute sui tiri dell'attaccante avversario Adriano Samaniego, sono ricorrenze da non lasciarsi sfuggire, visto che la morte se lo è portato via cinquantunenne, il 31 luglio 2011, stroncato da un arresto cardiaco mentre si trova in vacanza con la famiglia a Punta Ala, in provincia di Grosseto. Chi si è imbattuto in lui, ricorda di Andrea l'anima nobile, di quelle che sembrano sempre scalpitare anche dentro corpi fatti da Madre Natura così grandi da dare loro il maggior spazio fisico possibile, pur sapendo quanto siano poco contenibili le dimensioni dello spirito a cui aspirano. Vale anche per questo gigante che, alto più di un metro e novanta, sin dagli esordi si fa notare per un carattere generoso e creativo, da "numero uno" predisposto a parare di tutto, anche se nessuno può dire quanto darebbe per sfondare come cantautore, considerando il talento dimostrato quando si esibisce, chitarra a tracolla, sulle orme tracciate da Lucio Battisti e Francesco De Gregori. Ma è sul campo da calcio che gli arride il successo, pur premiandolo dopo una maturazione abbastanza lenta, tale da portarlo a debuttare in Serie A solo nel

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1986, con la maglia dell'Ascoli allenato da Ilario Castagner. Durante la stagione successiva, la serata che gli cambia la vita cade il 20 gennaio 1988, nella partita di ritorno degli ottavi di finale di Coppa Italia, quando allo stadio Del Duca


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ento" di Conti iracoli si assiepano in ventimila sotto la pioggia, a tifare contro il formidabile Milan "olandese" di Arrigo Sacchi. Ne vale la pena, perché si tratta di sapere se resiste fino alla qualificazione il clamoroso 1-0 dell'andata, vinta a San Siro grazie a un gol del difensore Flavio Destro. In realtà, bastano otto minuti all'attaccante milanista Pietro Paolo Virdis per rimettere il risultato complessivo in perfetta parità, dando così inizio a una battaglia molto fisica e poco tecnica, squisitamente "english", come ci hanno insegnato le telecronache di FA Cup. Mischie e pozzanghere trascinano il match fino ai calci di rigore, clamorosamente vinti dall'Ascoli, al termine di oltre due ore di una partita costellata dai salvataggi operati da Andrea Pazzagli durante i ripetuti assalti tentati alla sua porta ancora da Virdis assieme a campioni come Gullit, Ancelotti e Donadoni. Il cammino dell'Ascoli in Coppa si ferma ai quarti di finale contro la Sampdoria, ma la serata da leone sfoggiata contro il Milan fa la sua parte per assicurare ad Andrea il contratto firmato l'anno dopo per la società rossonera. Con la maglia del "diavolo", disputa 48 partite in due stagioni, alternandosi a Giovanni Galli nella prima e a Sebastiano Rossi nella seconda; fra un match di campionato e l'altro, i punti più alti toccati "di persona" cascano sul finire del 1990, quando difende la porta milanista non solo a Tokyo, ma anche nelle due partite della Supercoppa europea vinta contro la Sampdoria di Vialli e Mancini. Seguono due stagioni al Bologna, prima di imboccare la china che lo porta al ritiro e al nuovo lavoro di preparatore dei portieri, svolto anche per le nazionali giovanili dell'Italia. Quando, molto prima del tempo, Andrea Pazzagli esce di scena, lascia a quanti l'hanno conosciuto i tratti di un'umanità impagabile, che rieccheggia tuttora nelle note dei due album incisi come cantautore. Il secondo, "Spero che esi-

stano gli angeli" fu molto apprezzato anche da uno che si intende di calcio e di musica come pochi: Mogol, il paroliere di Lucio Battisti. Conti, così bravo che a 18 anni l'Inter lo "rapisce" - Il giacchino a righe ricorda i "Telefoni bianchi", il genere di commedia cinematografica in voga negli anni '30. Ma, sotto, compare la maglia azzurra della nazionale italiana. Foto quanto mai emblematica del carattere elegante e volitivo per cui

resta negli annali Leopoldo Conti, milanese, classe 1901. Conti è un versatile, tecnicamente eccelso attaccante-fantasista che nello spogliatoio dell'Inter, squadra di cui contribuisce a fare la storia dal 1919 al 1931, gode di due soprannomi: "Poldo", quando si tratta di buttarla sul ridere, e "Duce", nel momento in cui subentra la legge non scritta del più forte. Non a caso, quando cessa di essere tale, passerà la mano a un nuovo leader, più forte non solo di lui, ma di qualsi-

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asi compagno o avversario dell'epoca: Giuseppe Meazza. Ironia della sorte, tocca proprio a Conti battezzarne il nome di battaglia, che è "Balilla". Succede l'11 settembre 1927, quando l'Inter deve giocare, a Como, la finale di consolazione della Coppa Volta contro la U.S. Milanese. Visto lo scarso peso agonistico della partita, l'allenatore dei nerazzurri, l'ungherese Arpad Weisz, stabilisce che è l'occasione buona per far debuttare il diciassettenne Meazza. Quest'ultimo, presentatosi in pantaloni corti in spogliatoio, strappa così a Leopoldo Conti la battuta "Adesso andiamo a prendere i calciatori all'asilo, e così facciamo giocare anche i balilla". Il riferimento ai bambini italiani, durante il ventennio fascista aggregati nell'Opera Nazionale Balilla, rimarrà appiccicato al giovane Peppino per il resto della sua lunga e luminosa carriera, iniziata quel giorno con la doppietta rifilata alla Milanese. In realtà, Conti è in qualche modo punto sul vivo dalla comparsa di questo suo giovanissimo compagno di squadra, che può solo rammentagli i propri esordi, da conteso talento precoce. Di anni ne ha appena 18 quando, impostosi a suon di gol nei tornei studenteschi milanesi, Poldo diventa oggetto prima dell'infuocata compravendita con cui l'Enotria lo ingaggia versando la bellezza di 50 lire dell'epoca alla Libera Ardita, e successivamente dell'interessamento dell'Inter. Su iniziativa del giornalista Leone Boccali, destinato di lì a poco a dirigere il periodico Calcio Illustrato, Poldo Conti viene più o meno "rapito" dai dirigenti nerazzurri, che ne fanno un uomo libero solo quando il presidente dell'Enotria acconsente alla sua cessione per la cifra allora record di 100 lire. Quando, agli inizi degli anni Trenta, la stella di Meazza brilla senza più lasciargli luce in prima squadra, Conti lascia l'Inter dopo due scudetti vinti e 75 gol segnati in 222 partite. Seguono due significative stagioni da allenatore-giocatore della Pro Patria di Busto Arsizio, all'epoca in Serie A, e un'onesta carriera da "mister" di varie squadre lombarde. Leopoldo Conti muore nella sua Milano

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nel 1970, lasciando un buon ricordo di sé anche con la maglia azzurra della nazionale, indossata sotto sgargianti giacchini a righe: 31 partite partite e 8 gol, di cui uno segnato nella Coppa Internazionale che l'Italia conquista nel 1930. Capitan Borgo, un debole per le missioni impossibili - Uno la guarda e la riguarda, questa ruvida faccia da sergente di Scotland Yard beccato al pub, e che possa rappresentare il volto di un messia proprio non gli passa per la testa, pur con tutta la simpatia emanata dal personaggio. Eppure, incredulo lui per primo di fronte al fatto, così fu accolto Sergio Borgo nell'estate del 1976 al cinema Verdi di Pistoia, in occasione della presentazione dei nuovi acquisti della Pistoiese che si accingeva a disputare l'ennesimo campionato di Serie C. Cremonese di Soncino, dove nasce il 2 febbraio 1953, Borgo è all'epoca un gagliardo mediano da combattimento con alle spalle appena tre partite giocate nella Lazio che vince lo scudetto del 1974, e mezzo campionato di B disputato nelle file del Foggia. Eppure è quanto basta perché il presidente Marcello Melani lo presenti al pubblico dei tifosi pistoiesi come una sorta di futuro salvatore della patria, candidandolo a consegnare il gagliardetto della squadra quando, in un "prossimo" campionato di Serie A, le sarebbe toccato affrontare la Juventus.

Profetico, il presidente, dato che il 12 aprile 1981 tocca proprio a "capitan Borgo", protagonista di due storiche promozioni, consegnare quell'omaggio al capitano della Juventus Beppe Furino, in una domenica dell'unico campionato di Serie A giocato in tutta la sua storia dal club toscano. Più dei vecchi leoni Mario Frustalupi, ex regista della Lazio, e Marcello Lippi, futuro ct della Nazionale, toccherà al Sergio Borgo di 259 partite in maglia arancione incarnare lo spirito di una provinciale garibaldina, ruspante e "meteorica" come poche altre. Ma se un unico anno di massima serie è sufficiente a consegnare quest'immagine della Pistoiese alla memoria del calcio italiano, buona parte del merito va attribuita al pathos agonistico di capitan Borgo che, anche una volta appese le scarpette al chiodo, si inventa una seconda vita non qualunque nel calcio, dividendosi fra la presidenza dello Spezia, l'avviamento di un'agenzia di scouting fatta per scoprire nuovi talenti del pallone in giro per il mondo e, soprattutto, i nove anni di direzione sportiva del Novara. Società che - parole di una sua intervista rilasciata a Novara.Net - eredita nel 2001 in Serie C2, con una media di 33 paganti, per lasciarla alla soglia della doppia promozione, prima in B e poi in A. Perché non è certo un messia, Sergio Borgo, però nelle missioni impossibili dà sempre del suo meglio.


calcio e legge

di Stefano Sartori

Doppia sottoscrizione

Tesseramento del figlio minore: un’eccezione Una recente delibera del Tribunale Federale Nazionale (TFN) – Sezione Tesseramenti (CU 27/18.11.19) ripropone la tematica relativa alla sottoscrizione che entrambi i genitori devono apporre all’atto del tesseramento del calciatore minorenne. Nella fattispecie, si tratta di una particolare interpretazione dell’art. 39.2 delle NOIF, laddove si prevede quanto segue: “La richiesta di tesseramento è redatta su moduli forniti dalla F.I.G.C. per il tramite delle Leghe, del Settore per l'Attività Giovanile e Scolastica, delle Divisioni e dei Comitati, debitamente sottoscritta dal legale rappresentante della società e dal calciatore/calciatrice e, nel caso di minori, dall'esercente la responsabilità genitoriale se il tesseramento ha durata annuale e da entrambi gli esercenti la responsabilità genitoriale se il tesseramento ha durata pluriennale.” Ebbene, nella fattispecie sulla quale ha deliberato il TFN, la genitrice esercente la potestà genitoriale su di un calciatore minore di anni 16 ha chiesto che venisse dichiarata la nullità del tesseramento adducendo di non aver mai sottoscritto il relativo tesseramento. Il TFN, pur tenendo ben presente il tenore e contenuto dell’art. 39 NOIF e la durata annuale del vincolo legittimamente sottoscritto dal solo padre, ha sostenuto però la necessità di dover valutare la specifica situazione familiare, condizionata dalla separazione dei genitori deliberata con sentenza dal competente Tribunale. Ciò premesso, ha affermato che in un simile contesto familiare, un impegno così assorbente per il minore, quale l’attività calcistica, potrebbe essere svolto “a discapito del rendimento scolastico e/o la coltivazione di altri interessi e/o relazioni interpersonali, anche in considerazione che la disciplina sportiva scelta è caratterizzata da una dose più o meno elevata di pericolosi-

tà”. Pertanto, considerando il “rischio” connaturato alla specifica attività sportiva prestata, sia dal punto di vista fisico che in termini di relazioni interpersonali e rendimento scolastico, il Tribunale Federale ha ritenuto necessaria anche l’espressa manifestazione di volontà della madre, stante anche l’affido condiviso del minore. Pertanto, pur consapevole che un caso specifico come quello in oggetto, nel quale l’assenso della genitrice manca totalmente, costituisce un’eccezione al tenore letterale dell’art. 39.2, il Tribunale Federale Nazionale – Sezione Tesseramenti ha accolto il ricorso e ha dichiarato nullo e privo di effetti il tesseramento del calciatore. Francamente, un esito che lascia qualche perplessità, per almeno due motivi: scopriamo con sorpresa che per il TFN il calcio, se praticato sotto il 16° anno di età, è addirittura pregiudizie-

vole per la salute, per interessi e relazioni interpersonali, e (questo forse sì...) per il rendimento scolastico. Inoltre, in questa decisione così politicamente corretta e che in tutta evidenza deve molto allo stato dei rapporti interpersonali tra i due genitori separati, a quanto pare di tutto si è tenuto conto tranne che di un fattore, non secondario: la volontà del ragazzo che, forse, magari a calcio voleva giocare. N.B. A riprova delle nostre perplessità, va segnalato che in seguito il Giudice Tutelare del Tribunale di Cagliari ha disposto, citiamo testualmente, che “ritenuto che si debba tener conto della volontà del minore sedicenne, non vi siano motivi ostativi al tesseramento del minore nella squadra di calcio Arbus Calcio”. Una soluzione ragionevole, che sinceramene e con mesi di anticipo avrebbe potuto assumere anche il TFN.

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calcio e legge

di Stefano Sartori

Per la stagione sportiva 2020/21

Prospetto scadenze stipendi Presentiamo il sistema di controllo della regolarità del pagamento degli emolumenti contrattuali per la stagione sportiva 2020/21 con, nel dettaglio, i termini che i club sono tenuti a rispettare. Il pagamento delle ultime mensilità della stagione sportiva 2019/20 Ottemperando a quanto previsto dai CU FIGC n° 246-247-248/20 in tema di “Licenze Nazionali”, per quanto concerne la mensilità residua di giugno 2020 le società devono depositare presso la COVISOC la dichiarazione circa l’avvenuto pagamento degli emolumenti, di ulteriori compensi compresi gli incentivi all’esodo derivanti da accordi depositati e, presso la Lega di competenza, la documentazione relativa al pagamento delle ritenute Irpef e dei contributi Inps/Enpals e Fondo Fine Carriera entro le seguenti date: • Serie A = 30 settembre 2020 • Serie B = 30 settembre 2020 • Serie C = 30 settembre 2020 Se queste prescrizioni non saranno osservate, le società saranno sanzionate con la penalizzazione di 2 punti in classifica per ciascun inadempimento da scontarsi nel campionato 2020/21. Stipendi, ritenute e contributi previdenziali relativi alla stagione sportiva 2020/21 (Art. 85 NOIF - “Informativa periodica alla COVISOC”) Serie A A) Le società devono documentare alla FIGC/COVISOC entro il 16 novembre 2020 l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti per il mese di settembre 2020. B) Le società devono documentare alla FIGC/COVISOC entro il 16 febbraio 2021 l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla

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chiusura del II° trimestre (1 ottobre/31 dicembre 2020). C) Le società devono documentare alla FIGC/COVISOC entro il 30 maggio 2020 l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla chiusura del III° trimestre (1 gennaio/31 marzo 2021) D) Le società devono documentare alla FIGC/COVISOC, entro i termini stabiliti dal Sistema delle Licenze Nazionali, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera, dovuti per i mesi di aprile, maggio e giugno 2021. Serie B e Lega Pro A) Le società di Serie B e Lega Pro devono documentare alla FIGC/COVISOC entro il giorno 16 dicembre 2020, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla chiusura del I° bimestre (1 settembre/31 ottobre 2020) B) Le società di Serie B e Lega Pro devono documentare alla FIGC/COVISOC entro il giorno 16 febbraio 2021, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla chiusura del II° bimestre (1 novembre/31 dicembre 2020) D) Le società di Serie B e Lega Pro devono documentare alla FIGC/COVISOC entro il giorno 16 marzo 2021, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino

alla chiusura del III bimestre (1 gennaio/28 febbraio 2021) E) Le società devono documentare alla FIGC- COVISOC, entro i termini fissati dal sistema delle Licenze Nazionali, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti per il IV° bimestre (1° marzo-30 aprile 2021) e V° bimestre (1° maggio-30 giugno 2021). Sanzioni (Art. 33 CGS – “Infrazioni relative ad emolumenti, ritenute, contributi e Fondo di Fine Carriera”) Serie A A) Il mancato pagamento entro il 16 novembre 2020 degli emolumenti dovuti per il mese di settembre 2020 comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 2 punti di penalizzazione in classifica. La stessa sanzione verrà inoltre applicata in caso di mancato di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. B) Il mancato pagamento entro il 16 febbraio 2021 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del II° trimestre (1 ottobre - 31 dicembre 2020), comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 2 punti di penalizzazione in classifica, con l’aggiunta di almeno 2 punti per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al mese di settembre. Le stesse sanzioni verranno inoltre applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. C) Il mancato pagamento entro il 30 maggio 2021 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del III° trimestre


calcio e legge

(1 gennaio - 31 marzo 2021) comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 2 punti di penalizzazione in classifica da scontarsi nella stagione sportiva successiva. Inoltre, per il persistente eventuale mancato pagamento degli emolumenti relativi al I° e II° trimestre andrà aggiunto almeno 2 punti di penalizzazione (per trimestre). Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. D) Infine, premesso che le disposizioni relative alla corresponsione degli emolumenti relativi ai mesi fino a giugno 2021 vanno necessariamente coordinate con quelle fissate annualmente dal Consiglio Federale per l’ottenimento delle Licenze Nazionali, il mancato pagamento degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del IV° trimestre (1 aprile - 30 giugno 2021), comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 2 punti di penalizzazione in classifica da scontarsi nella stagione sportiva successiva. Inoltre, per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al I°, II° e III° trimestre andrà aggiunto almeno 2 punti di penalizzazione (per trimestre). Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. Serie B e Lega Pro A) Il mancato pagamento entro il 16 dicembre 2020 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del I° bimestre (1 settembre - 31 ottobre 2020), comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 2 punti di penalizzazione in classifica, con l’aggiunta di almeno 2 punti. Le stesse sanzioni verranno inol-

tre applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. B) Il mancato pagamento entro il 16 febbraio 2021 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del II° bimestre (1 novembre - 31 dicembre 2020) comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 2 punti di penalizzazione in classifica. Inoltre, per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al I° bimestre andrà aggiunto almeno 2 punti di penalizzazione. Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. C) Il mancato pagamento entro il 16 marzo 2021 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del III° bimestre (1 gennaio – 28 febbraio 2021) comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 2 punti di penalizzazione in classifica. Inoltre, per il persistente eventuale mancato pagamento degli emolumenti relativi al I° e II° trimestre andrà aggiunto almeno 2 punti di penalizzazione (per trimestre). Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. D) Infine, premesso che le disposizioni relative al pagamento degli emolumenti relativi ai mesi fino a giugno 2021 vanno necessariamente coordinate con quelle fissate annualmente dal Consiglio Federale per l’ottenimento delle Licenze Nazionali, il mancato pagamento degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del IV° (1 marzo – 30 aprile 2021) e V° trimestre (1 maggio - 30 giugno 2021), comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 2 punti di penalizzazione in classifica da scontarsi nella sta-

gione sportiva successiva. Inoltre, per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al I°, II°, III° bimestre andrà aggiunto almeno 2 punti di penalizzazione (per bimestre). Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. Eventuali ricorsi al Collegio Arbitrale Premesso che le tutte scadenze sopra riportate devono essere rispettate dalle società esclusivamente per non dover incorrere in sanzioni, è importante sottolineare che i calciatori non devono necessariamente attendere le varie scadenze (il 16 del secondo mese successivo ai vari bimestri o trimestri di riferimento) per ottenere il pagamento delle mensilità arretrate. Si deve infatti ricordare che, in ossequio a quanto stabilito dagli accordi collettivi, ciascuna mensilità contrattuale deve esser corrisposta entro scadenze prefissate e decisamente più favorevoli e quindi i calciatori, in qualsiasi momento della stagione e a loro esclusiva discrezione, a partire rispettivamente dal giorno 20 del mese solare successivo se tesserati con società di Serie A e B, dal giorno 1 del mese successivo se tesserati con società di Lega Pro, hanno il diritto di chiedere al Collegio Arbitrale la condanna delle società a corrispondere tutte le mensilità arretrate. Pertanto, in estrema sintesi, il pagamento entro i termini di ciascun bimestre o trimestre contrattuale da parte del club vale di per sé ad evitare le sanzioni previste dal CGS ma, contestualmente, in ogni momento della stagione il calciatore conserva il diritto di proporre vertenza avanti il Collegio Arbitrale per recuperare qualsiasi mensilità arretrata.

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politicalcio

di Fabio Appetiti

Con il direttore Triantafillos Loukarelis

Nasce l’Osservatorio Nazionale contro il razzismo nello sport Abbiamo realizzato questa intervista nel giorno dei funerali di Willy, il ragazzo di Colleferro ucciso a calci e pugni in una notte di folle e insensata violenza. Una violenza che lascia increduli e che ci interroga. Per questo le parole pronunciate direttore di UNAR, Loukarelis, hanno ancora più significato. Non possiamo abituarci all’odio, alla violenza, al razzismo, alla xenofobia, alla negazione dei diritti in base al genere o all’orientamento sessuale. Lo sport ha il potere di cambiare il mondo, diceva Nelson Mandela. Sicuramente può contribuire a migliorarlo e come Aic faremo la nostra parte, al fianco di UNAR, pronti a giocare la difficile partita contro razzismo e discriminazioni. Veniamo da giornate difficili e tutta l’Italia è scioccata dall'assassinio brutale del povero ragazzo di Colleferro, Willy. Dedicherei a lui il primo pensiero. “Come tutti noi siamo rimasti sconvolti e siamo sotto shock per quanto è accaduto ed è difficile trovare le parole per esprimere i sentimenti che si provano in momenti come questi. Posso solo esprimere la mia vicinanza a quella famiglia che ha perso in modo orribile il proprio figlio. È un accadimento che ha avuto tantissime sfumature ed ha visto ragazzi che erano andati a vivere una serata di svago di sabato sera che si sono ritrovati dentro una notte di inaudita violenza. Una piccola scaramuccia si è trasformata in una tragedia e in un omicidio brutale dove si sono superati tutti i limiti che un esse-

di interazione con altri simili. Come UNAR abbiamo cercato di capire se ci fosse l’ulteriore aggravante dei motivi razziali determinato dal colore della pelle di Willy, ma ad oggi non abbiamo elementi per definire questo anche se non possiamo ancora escluderlo”.

Dirige uno tra i più importanti organismi in Italia per combattere il razzismo e le discriminazioni, l’UNAR. Secondo lei l’Italia è un paese razzista? “Secondo me no, l’Italia non è un paese più razzista di altri paesi. Io questo lo dico sempre, anche nei contesti internazionali dove spesso mi reco come la Commissione Europea o il Consiglio d’Europa. La differenza con gli altri paesi è che ha una governance più debole e spesso è più lenta nel reagire agli episodi razzisti che si verificano. L'idea di costi“Si racconta sempre la parte più tuire un Ossercontro superficiale di questo mondo e non vatorio il razzismo si è capaci di accettare la diversità” nello sport va nella direzione re umano dovrebbe avere. Una ferocia di dotare le istituzioni di strumenti in senza senso. Sono state tirate in ballo grado di intervenire velocemente e cole palestre e le arti marziali ma a mio stantemente contro il diffondersi della avviso c’entrano poco perché tutti noi piaga del razzismo, ma anche di altre conosciamo i principi di correttezza e forme di discriminazione altrettanto di sportività che sono alla base di quelsubdole e pericolose”. le arti e nulla hanno a che vedere con la violenza che ha ucciso il povero WilCi può fare un breve bilancio del suo ly. Qui ci sono stati essere umani che anno e mezzo circa di attività alla disi sono comportati come animali, ma rezione dell’UNAR? forse talvolta gli animali hanno anche “Senza voler criticare nessuno dei miei una maggiore sensibilità e capacità predecessori, che sono state tutte per-

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sone che hanno sempre dato il massimo dell’impegno, oggettivamente ho trovato un ufficio debole sotto molti punti di vista a cominciare da una scarsa presenza nei contesti internazionali e nel dibattito pubblico, non solo sul discorso del razzismo, ma anche sui temi dell’omofobia, dei diritti lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), delle pari opportunità e delle minoranze in genere. C’era un Contact Center poco funzionale che è andato avanti per 15 anni senza mai cambiare ed era un po’ rigido e poco conosciuto presso le persone che si volevano rivolgere all’ufficio. Ho cercato quindi di rilanciare il ruolo e le attività dell’UNAR come contributo alla qualità della nostra democrazia e, per mia fortuna, ho trovato uno staff molto competente e motivato. Stiamo cercando davvero di essere sempre più presenti ed efficaci nella lotta contro tutte le discriminazioni e posso sicuramente ritenermi soddisfatto del lavoro fatto sin qui”. In una bella iniziativa organizzata dalla rete Fare lo scorso anno, lei lanciò l’idea dell’Osservatorio Nazionale contro il razzismo nello Sport. Un’idea divenuta realtà a fine luglio. Ce ne può parlare? “Diciamo che è una idea non nuova ed è una idea geniale che ha avuto il nostro indimenticato ex collega Mauro Valeri, qualche settimana prima della sua scomparsa. Mauro mi ha convinto


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a partire con questo progetto e volevamo lanciarlo nella giornata contro il razzismo a marzo ma sappiamo quello che poi è accaduto con la pandemia e il lockdown ed abbiamo dovuto rinviare di qualche mese. Non abbiamo però voluto aspettare altri mesi e per noi era più importante far partire questo Osservatorio che, in attesa del vaccino del Covid, può essere a sua volta un importante vaccino contro una delle piaghe del nostro secolo, quale è il razzismo. Siamo voluti partire dallo sport perché lo sport ha un valore sociale enorme ed è una delle grandi agenzie educative, insieme alla scuola e alla famiglia, per i nostri ragazzi. Stiamo cercando di costruire dei percorsi molto articolati con le federazioni, le leghe, le palestre, con le associazioni in periferia, per realizzare una rete a disposizione dei nostri giovani per una società più aperta e rispettosa tra le persone”. Tra i partners dell’Osservatorio ci sarà la Lega di Serie A. Riusciremo a sconfiggere definitivamente il razzismo e i gruppi xenofobi e razzisti che infiltrano le tifoserie? “Non è un segreto che gli stadi di Serie A hanno un impatto fortissimo fino all’ultimo campetto di periferia e i comportamenti delle società professionistiche e dei grandi campioni sono esempi per tutti gli sportivi. Non è stato un accordo facile, né scontato perché alle società di Serie A chiediamo un vero e proprio cambio culturale

di mentalità: le campagne di comunicazione sono utili ma se poi vengono contraddette da altri gesti o omissioni possono diventare foglie di fico che non aiutano a raggiungere l’obiettivo. Noi siamo molti entusiasti di questa adesione della Lega di Serie A e lanceremo una campagna molto forte contro il razzismo, ma chiediamo alle società di essere sempre pronte a intervenire contro tutte le discriminazioni senza indugi e tolleranze, anche verso quei pezzi di tifoserie che inneggiano alla estrema destra, al razzismo al nazifascismo e all’antisemitismo. Se non affrontiamo con nettezza questi fenomeni, in un patto tra società e istituzioni e non chiamiamo questi “pseudo tifosi” con il loro nome le cose non si risolveranno mai. Da tempo sento parlar di riconoscimento facciale dentro gli stadi per le tifoserie violente, ma io credo che difficilmente il garante della privacy accetterà l’uso di questo strumento e non vorrei perdessimo mesi o anni di dibattito intorno a strumenti che poi non sono utilizzabili. Meglio forse guardare in altre direzioni per mettere subito a disposizione della lotta alla violenza negli stadi strumenti efficaci”. L’AIC è da sempre impegnata nel contrasto al razzismo e i calciatori e le calciatrici sono in prima fila per combattere questa piaga. Vuole lanciare loro un messaggio? “Io penso semplicemente che debbono essere orgogliosi di essere modelli

ed esempi per tanti ragazzi e ragazze. Loro sono un esempio di lavoro positivo perché gli atleti raggiungono il loro successo e i loro risultati dietro tanti sacrifici e tante rinunce e questo è sicuramente un messaggio importante che deve arrivare alle nuove generazioni. Non si ottiene nulla senza sacrifici. Questo non significa che si debbano sempre sentire super responsabilizzati e sotto una lente di ingrandimento per tutti i loro comportamenti, ma debbono essere però molto consapevoli di quello che rappresentano e di quello che fanno. Certamente li ringrazio per il loro impegno e noi continueremo a coinvolgerli e a coinvolgere l'AIC nel nostro lavoro”. A livello di Unione Europea quali iniziative comuni si stanno portando avanti? Ci sono modelli che possono essere di esempio per il nostro paese? “Intanto l’Europa è molto attenta al mondo dello sport e questa è una cosa che mi ha molto colpito. In questi mesi ho potuto parlare con molti miei colleghi internazionali e in effetti ho notato che verso l’Italia c'è un po’ di diffidenza per alcuni nodi irrisolti nella lotta contro le discriminazioni ed io mi sto impegnando per far capire che il nostro non è un Paese razzista, né discriminatorio. Sto studiando tante buone pratiche che ci sono in Europa e di cui si fanno promotrici società, federazioni, leghe che investono risorse importanti nella lotta alle discriminazioni. Debbo dire onestamente però che negli ultimi anni è aumentata anche la sensibilità di molte società italiane e dello sport italiano in generale nel farsi carico di quella "responsabilità socia-

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le" che aiuta a veicolare valori positivi nella nostra società. Ci sono molte iniziative e progetti di solidarietà che vengono dal calcio e nonostante credo ci sia ancora molto da fare, siamo sulla buona strada”. A febbraio il Parlamento Europeo ha organizzato un importante convegno sull’Omofobia nello sport e nel calcio. Qual è il suo pensiero su questo tema? “L’omofobia esiste in tutti gli sport e in alcuni casi ci arrivano segnalazioni di episodi e in altri invece non sapremo mai cosa accade perché c'è una evidente paura ad esprimere i propri orientamenti sessuali. Purtroppo ci si sente ancora in difficoltà ad esprimere i propri sentimenti verso persone dello stesso sesso e si preferisce nascondersi. Il mio impegno è finalizzato, d’accordo anche con la Lega di Serie A ma anche con tutte le leghe che vorranno aderire, a costruire percorsi che aiutino chi lo voglia ad esprimere la propria omosessualità, senza la paura di non essere accettati/accettate dal contesto circostante e dalle tifoserie. Bisogna però creare le condizioni perché ciò avvenga anche per contrastare una certa cultura e determinati stereotipi di cui il mondo del calcio è pieno. Si raccontano e si accettano, soprattutto sui social, determinati modelli stereotipati sul "calciatore ricco con la modella bella", mentre si fa fatica ad accettare o raccontare un calciatore omosessuale o anche semplicemente eterosessuale ma fidanzato con la stessa ragazza da tanti

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anni. Si racconta sempre la parte più superficiale di questo mondo e non si è capaci di accettare la diversità. Oltre l’omofobia ci sono anche altre forme di discriminazioni: quelle a cui sono esposti spesso i giocatori provenienti dai paesi balcanici etichettati come "zingari" in termini dispregiativi, senza conoscere nulla della storia delle popolazioni sinti e rom, oppure quelle a cui sono sottoposte ancora le atlete e le calciatrici che solo qualche anno fa venivano etichettate con parole sessiste da alti dirigenti del calcio italiano ("le 4 lesbiche" ndr ). Ci vuole impegno per vincere le tante resistenze culturali ma ce la faremo, se il mondo del calcio ci aiuterà”. Il razzismo purtroppo è un fenomeno globale ma anche il movimento Antirazzista lo è. Se le dico Black lives Matter cosa mi risponde? “Sì, per fortuna dagli Stati Uniti è partita una reazione fortissima alla deriva razzista che purtroppo esiste ancora in alcune fasce della popolazione americana e verso alcuni atteggiamenti inaccettabili della polizia che hanno portato all’uccisione di alcuni uomini solo per il colore della loro pelle. Una reazione che ha coinvolto anche il mondo dello sport, a cominciare da quello apicale della NBA, che è arrivata addirittura a fermarsi grazie alla presa di posizione di tutti gli atleti. Il razzismo negli USA è un razzismo che non è solo espressione del colore della

pelle ma che si alimenta anche di grandi disuguaglianze e discriminazioni sociali a danno della popolazione afroamericana. A questo stato di cose si è ribellata però non solo la popolazione afroamericana ma anche gli americani bianchi. Tutti sono scesi in piazza e tutti vogliono una America più giusta e non razzista. Questo è Black lives matter. Sul tema del razzismo si giocherà anche la battaglia delle elezioni americane ed il superamento di certe disuguaglianze e discriminazioni dipenderà anche molto dal risultato che uscirà da queste elezioni”. A Mauro Valeri questa intervista sarebbe piaciuta… “A Mauro è intitolato l’Osservatorio contro le discriminazioni dello sport e sono certo che anche la sua famiglia riconoscerà l'impegno di UNAR per onorare la sua memoria. Quando ci arrivò la notizia della sua scomparsa avevamo un seminario internazionale e mi ricordo che sospesi tutto e per un'ora restammo con tutti i miei collaboratori chiusi dentro il nostro ufficio a ricordarlo. Fu un momento di grande commozione. La forza di una persona sta nell’impatto e nell’impronta che lascia presso le persone con cui hai lavorato e nella società: Mauro ha lasciato un impronta fortissima e la sua esistenza è stata davvero significativa e noi tutti siamo impegnati a portare avanti le sue idee e la sua eredità morale, di cui si parlerà per molti anni ancora”.


segreteria La nuova frontiera del calcio italiano

Esports: perché è un fenomeno che interessa i calciatori

Esports e Calcio non sono mai andati così d’accordo. Tra tornei, eEuropei, affermazione di professionisti e addirittura il raggiungimento del vertice del ranking mondiale di FIFA, i gamer italiani si fanno notare anche sui palcoscenici internazionali grazie a società sportive e talent scout che hanno saputo valorizzare riconoscerne le qualità. Partiamo dal principio: gli eSports sono tornei elettroniche in cui un player dedica tempo ed energie all’allenamento, all’analisi strategica e alle competizioni con un determinato videogame. Come un atleta vero e proprio. I videogame che simulano ili gioco del calcio, sono due: Pro Evolution Soccer (o PES) sviluppato da Konami, e FIFA sviluppato da Electronic Arts. L’Italia è un mercato floridissimo per questi titoli al punto che le due case produttrici vendono milioni di copie ogni anno e investono in grandi eventi e pubblicità. Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 poi sono nate la eSerie A (il campionato elettronico delle squadre di Serie A di calcio) ed è iniziato lo scouting per le eNazionali di FIFA e PES gestite dalla FIGC. Il campionato eSportivo italiano si sarebbe dovuto disputare di pari passo al campionato di calcio, come fanno già la ePremier Ligue, la eLiga, la Virtuelle Bundesliga, la eLigue1 e la eEredivisie, ma la pandemia ha fermato il progetto italiano e rimandato la competizione alla prossima stagione.

Se le partite si fossero giocate, ci sarebbero stati due campionati paralleli: uno giocato su FIFA con 17 squadre e uno su PES con 18 squadre. Ogni squadra avrebbe avuto 4 giocatori (due per ogni videogioco) e di questi quattro, due avrebbero potuto essere player professionisti con una carriera già avviata. Per quanto riguarda le eNazionali, dopo diverse fasi di scouting, sono stati selezionati i 4 giocatori di PES che hanno partecipato ai primi eEuropei. La nostra eNazionale sponsorizzata da TIIMVISION ha superato in finale la Serbia, in una best of five che è finita 3 a 1 per gli azzurri. Una vittoria schiacciante che per i quattro — Rosario Accurso, Carmine Liuzzi, Alfonso Mereu e Nicola Lillo — è valsa un premio di 40mila euro e un riconoscimento importante: la prima vittoria di una Federazione sportiva italiana in un campionato elettronico ufficiale. L’obiettivo di queste manifestazioni, in Italia come all’estero, è conquistare gli occhi di un pubblico giovane, che parte dai 13 anni, che è lontano dai media e dagli sport tradizionali. Ovviamente anche i calciatori professionisti non sono rimasti a guardare e si sono tuffati in questo mondo trovando nuovi pubblici e nuovi tifosi. La lista è lunghissima, da Totti a De Rossi, da Gullit a Piqué, in tanti hanno fondato dei team che competono non solo nei simulatori calcistici ma anche negli eSports ormai classici come League of Legends o Counter Strike. L’ultimo della lista è Antoine Griezmann attaccante del Barcellona che ha inaugurato i Grizi Esport che competeranno in Fortnite, League of Legends e FIFA. La scelta arriva dopo che anche lui ha intrapreso la carriera dello streamer (durante il periodo di quarantena) raggiungendo più di 25mila spettatori contemporanei. Di un altro livello è l’iniziativa voluta e

fondata da Gerard Piqué: grazie a lui è nato eFootball Pro, il campionato di Pro Evolution Soccer in cui partecipano alcune delle migliori squadre europee tra cui la Juventus. Marco Amelia, campione del mondo con la nazionale di calcio nel 2006, vuole invece rivoluzionare il modo stesso di giocare a FIFA e PES: undici videogiocatori contemporanei, con ogni player che controlla i movimenti del proprio giocatore sullo schermo, uno a testa, come se fosse una vera partita di calcio. Come agli albori di tutti i grandi sport professionistici, i campioni del passato guidano il percorso dei campioni del futuro. In Italia esiste l'Osservatorio Italiano Esports, che è l'ente che contribuisce alla conoscenza del mercato degli eSports e delle sue opportunità di business. Attraverso la sua opera, aziende e investitori entrano nella scena italiana e ricevono le informazioni necessarie a capirne la portata. Anche i calciatori che hanno l’ambizione di sviluppare un business in questo mercato possono farne parte. Il futuro del calcio e dei calciatori è appena iniziato: chi ne sarà protagonista? Osservatorio Italiano Esports https://www.oiesports.it/ oiersports@sportdigitalhouse.it

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di Bianca Maria Mettifogo

Shiva Amini, da Teheran a Chiavari alla ricerca di un futuro

“Mi manca la vita che avevo costruito in Iran” Sono Shiva, ho 30 anni e vivo a Chiavari. In Iran ho lasciato la mia famiglia, gli amici, il mio cane. In Iran ho lasciato la vita che mi ero costruita faticosamente. Perché essere donne, in Iran, è faticoso. Lo dice anche Masih Alinejad, giornalista, attivista, che vive in esilio tra Londra e New York: “Essere donna in Iran è una battaglia continua. Devi lottare ogni giorno per affermare diritti basilari”. È da un po' che non racconto la mia storia, la gente a volte non ascolta, scrive cose diverse da quelle che dico, preferisco non espormi se questo è il rischio. Oggi però ho deciso di condividere un pezzo della mia vita, di dare un messaggio di speranza e di forza. In Iran giocavo a calcio: per 12 anni ho militato in Super League, la Serie A. Non è stata una scelta facile. Le bambine non dovrebbero giocare a calcio ma io avevo la passione, una passione così forte che mi ha portata ad andare avanti, a lottare per poter continuare nel mio sogno. I miei genitori non mi hanno mai obbligata a fare scelte diverse, mi hanno sempre aiutata ad essere me stessa, ad inseguire le mie aspirazioni, i miei desideri. Sono entrata nella Nazionale di Calcio a 5; mi sarebbe piaciuto far parte della Nazionale a 11 ma la Federazione aveva scelto per me. Ricordo con piacere quel periodo: abbiamo giocato

viaggiavo molto anche da sola, la mia famiglia non mi impartiva divieti. Era il 2017, a marzo avevo due settimane di vacanze, per noi era Capodanno: andai a Zurigo, da amici. Ma anche là non potevo resistere lontana dai campi da calcio. Giocai con degli amici, in pantaloncini corti e senza velo. Ero felice, pensai di celebrare quel momento e di postare una foto su Instagram: il mio profilo era privato, pochi amici, la famiglia. Come ero solita fare durante le vacanze, spegnevo il telefono per riaccenderlo ogni tanto: dopo 3 giorni trovai un lungo elenco di chiamate senza risposta e tantissimi messaggi. Temevo per la salute di papà. Non potevo immaginare che quel momento avrebbe rappresentato il conto da pagare per essere una donna iraniana, la svolta del mio destino. Mi avevano cercato le compagne di calcio, la federazione, oltre alla mia famiglia: avevo giocato con una squadra che era ritenuta contraria al regime. Ero scesa in campo senza velo, in pantaloncini e con degli uomini. La mia famiglia fu interrogata, anche il governo prese posizione sulla mia “situazione”: non ero più una persona gradita in Iran. Intanto iniziai a stare male: ebbi una crisi respiratoria. Fui ricoverata a Zurigo. Pensavo al mio negli ultimi dieci “Cosa significa essere donna in Paese: anni avevo costruito la Iran? Vuol dire vivere l’inferno” mia attività, la mia vita. Avevo la mia famiglia, il il Mondiale, siamo state in Ucraina, in mio fidanzato ed il mio cane Berandi. Giordania, in Vietnam. A Zurigo non conoscevo la lingua, ero Giocavamo con il velo, a volte faceva disorientata. Molti Paesi si mobilitadavvero caldo ma la gioia di calcare un rono per me. Iniziavo intanto a stare campo da calcio era immensa ed anmeglio, fui dimessa dall’ospedale, imdava oltre ogni difficoltà ed ogni tentaparai il tedesco… che fatica! tivo di dissuasione: ripenso a quando Al mio fianco avevo un “angelo”: un il Kuwait ci invitò a giocare, facendoci avvocato, allenatore di calcio, che mi una buona proposta economica, ma la aiutava in tutto, portandomi ad allenaFederazione Iraniana ci vietò questa re, dopo un lungo recupero fisico, una possibilità. Ma noi andavamo avanti. Io squadra di bambini.

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Entrai ufficialmente nella black list del governo iraniano, insieme ad altri 10.000.000 – diecimilioni – di iraniani: politici, cantanti, sportivi, intellettuali… Il governo svizzero non sapeva cosa fare: il visto sportivo non bastava più, era arrivato il momento di chiedere asilo politico. Ma non volevo. Era come ammettere che non sarei rientrata nel mio Paese, tra i miei affetti. Lasciai il mio fidanzato: una decisione comune, in fondo cosa potevo offrirgli, quando ci saremmo potuti rivedere? Non sapevo nemmeno cosa ne sarebbe stato di me. Ma per la richiesta di asilo mi mandarono in Italia, dopo aver cercato di ricostruire una “nuova me” in Svizzera. Ricordo il calore degli amici, la mobilitazione di tutte le persone care che avevo conosciuto per farmi restare, ma non si poteva fare diversamente. Grazie ad una conoscenza arrivai a Genova, da una famiglia americana. Ricordo il giorno in cui andai in questura per la richiesta di asilo: ero in fila, in mezzo a molti altri immigrati, percepivo che non sarebbe stato semplice e che non c’era la volontà di accettarci. Arrivò il mio turno: non parlavano inglese e nemmeno tedesco, io non conoscevo l’italiano. Poi un poliziotto mi portò da una signora che conosceva l’inglese ed iniziò la mia avventura italiana. Trascorsi due mesi in un campo per immigrati a Genova: se ci penso ora mi viene la pelle d’oca. Cercavo solo di so-


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pravvivere, era una lotta di resistenza. Al mattino uscivo alle 6 per andare a correre in spiaggia, per respirare, per allontanarmi da quel posto. Nel frattempo la mia storia iniziava a girare, la gente imparava a conoscermi. La Prefettura mi trasferì a Chiavari: da qui la mia nuova vita. Le suore mi ospitarono per tre mesi e poi trovai sistemazione con un’altra ragazza. Molti furono gli incontri importanti, conobbi amici che mi aiutarono anche a riprendere gli allenamenti, a tornare ad essere una sportiva. Con la mia serenità, le mie sicurezze, i miei sogni, se ne era andata anche la mia salute, ero davvero a pezzi. Ero distrutta fisicamente e psicologicamente. Ci ho messo un po' ma mi sono ricostruita, piano piano. Con l’affetto ed il sostegno delle tante meravigliose persone che ho incontrato a Chiavari, che è diventata casa mia. Ora non posso allontanarmi un giorno che già sento la mancanza di questo posto, che mi ha accolta e che mi accompagna nel mio nuovo percorso. In tutto questo periodo tra i miei desideri c’era sempre il prato verde, volevo tornare a giocare. Iniziai ad allenarmi con il Genova Women ma non potevo giocare: la Federazione Iraniana non concesse il nulla osta. Così poi mi allenai con una

squadra maschile, il Riese. Non potevo allontanarmi troppo dal campo da gioco, così ebbi l’idea di fare il corso per arbitri ma anche arbitrare era una sofferenza per me. Io volevo giocare! Approdai all’Entella, dove sono oggi. Allenai i pulcini, poi i ragazzi del 2009 ed ora quelli del 2012. Intanto seguo il corso UEFA C. Mi piace molto stare con i bambini, quello che faccio mi dà gioia e grande soddisfazione. Ma il mio sogno resta sempre giocare. Da oltre tre anni non vedo la mia famiglia, i miei amici. Sembrerà assurdo ma mi manca terribilmente il mio cane. Mio fratello lavorava per il Comune e, dopo quello che è successo, è stato licenziato. Stessa sorte per mia sorella: allenava una squadra di calcio ma è stata allontanata. Sento la colpa di tutto questo, è pesante. Cosa significa essere donna in Iran? Vuol dire vivere l’inferno. Una donna non può andare in bici, non può andare in moto, non può andare allo stadio ma può guidare, sempre con il velo perché, se ti cade il velo, rischi una multa. Una donna non può fumare e non può bere fuori casa, ma questo è naturale. Uomini e donne frequentano classi separate a scuola, anche in piscina ci sono zone riservate. So quanto sia importante la mia storia per dare un messaggio di speranza,

so che potrei fare molto per aiutare le donne del mio Paese ma il prezzo da pagare per portare avanti con libertà le proprie idee è troppo alto, soprattutto se la tua famiglia è ancora là. Sono tantissime le donne che combattono ogni giorno, che protestano, rischiando la propria vita: oltre il 40% di loro è in carcere. Uscire dall’Iran per cercare un’alternativa, per cercare una vita diversa è molto complicato. Invece è molto semplice uccidere una donna perché ha commesso qualche “reato”. Oggi è un reato anche che una ragazza esca con un ragazzo e sono in aumento i casi di padri che uccidono le figlie per questo motivo. All’interno della famiglia le bambine e le ragazze non hanno sempre lo stesso trattamento, ogni situazione è diversa. Dipende dalla zona in cui nasci, dal contesto ambientale e culturale dei tuoi genitori, dal loro modo di pensare e di considerare il futuro. Io sono stata molto fortunata: la mia famiglia è sempre stata molto aperta, ho ricevuto una educazione che mi ha permesso una discreta libertà, mi hanno lasciato tutti i miei spazi. Qui in Italia sto bene, ho voglia di crescere, di imparare, di studiare, di andare all’Università ma alla mia vita, ora, mancano le radici.

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di Vanni Zagnoli

Bianchi, ex terzino di Parma, Milan e Torino

La storia di Walter, campione di coraggio Era nato tutto per caso, su Facebook. Cercando ex calciatori, ci imbattiamo in Walter Bianchi, l’ex terzino di Parma e Milan, che Arrigo Sacchi preferì inizialmente a Paolo Maldini, a sinistra, in rossonero. Navigando fra ex crociati, la mente torna alle lunghe leve di Bianchi, che aveva parecchio di Paolo De Ceglie, esterno sinistro del Parma di Roberto Donadoni. Nato in Svizzera, Bianchi è fra gli spariti dai radar dei tifosi, al contrario per esempio di Roberto Mussi, sul palco di Trento, al festival della Gazzetta dello Sport, nel Milan degli invincibili. Qualche anno fa, dunque, Walter ci rispose tramite Facebook, facendoci sapere di non essere in grandi condizioni economiche, a noi venne in mente Dante Bertoneri, la meteora ex granata che si ritirò a 26 anni, nell’89, senza più rientrare nel mondo del pallone, escluso alcuni mesi al Monsummano, in Toscana, in una società gemellata con il Toro, nel 2018. Dante chiede aiuto a tutti, ma Walter? Ecco, Walter è diverso, Walter è silenzioso, Walter risponde al nostro saluto preoccupato, tramite whatsapp, e purtroppo la nostra preoccupazione è giustificata. L’avevamo lasciato alcuni anni fa, appunto, rispose in chat di non navigare nell’oro, però era troppo dignitoso per chiedere aiuto. A marzo, allora, tentiamo la videochiamata a sorpresa, per raccontare la sua storia dall’inizio, Bianchi non risponde, cattivo segnale. Magari non sa alzare la cornetta del cellulare tramite whatsapp, magari non ama i video, poi scrive, in lungo, accorato. “Scusa se non ti ho richiamato. Ero e sono impegnato con un problema fisico (tanto per cambiare) e tra chemio, interventi chirurgici controlli e analisi sono poco presentabile, ecco il motivo per cui non rispondo volentieri alle videochiamate”. Già lì ci prende un groppo allo stomaco e poi in gola. Walter è un ’63, era un

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eroe dello stadio Tardini, metà anni ’80, appunto, Mussi e Bianchi sulle fasce, Apolloni e Minotti al centro. Poi ci ripercorrerà lui in persona la sua storia, colpisce che sia ammalato e che in pochi lo sappiano. “Attualmente, sebbene abbia risposto con coraggio e il solito spirito combattivo all’ennesimo contrattempo, non sono molto propenso a mostrarmi e ad espormi, prima che... sia dichiarato definitivamente fuori pericolo”. “Tutto è iniziato a gennaio-febbraio 2019, dopo aver eseguito la chemioterapia preoperatoria, a giugno 2019 ho effettuato intervento chirurgico allo stomaco per rimuovere un adenocarcinoma. Ripeto la chemio, post-operaroria, e per almeno altri 4 anni sarò sempre sotto controllo e un soggetto a rischio. Sono disponibile per ogni intervista ma non visivamente (oppure per ricevere o fare interviste a tv o videovisive). Ti ringrazio e ti abbraccio, Walter”. Fin qui il primo messaggio di Walter. A noi viene in mente Alberto Rivolta, una presenza nell’Inter e un lungo calvario, fortunatamente Bianchi sta meglio. L’idea sarebbe stata proprio di andarlo a trovare a casa, neanche vogliamo sapere dove sia quel ragazzo d’oro, elegante. “Ok. Ti ringrazio per la tua delicatezza, perdonami e scusami tu. Comunque sempre a disposizione, Walter”. Walter scrive, è in bilico fra la ricerca della tranquillità, la voglia di privacy e la gentilezza di rispondere, di rievocare. Ci anticipa lui, neanche chiediamo. Volevamo una celebrazione della figurina, rievocare, magari in voce, inquadrando le maglie, con il telefonino, Bianchi invece scrive, tramite whatsapp. “In maniera obiettiva e sintetica, cerco di riassumere la mia situazione e posizione. Dopo aver concluso una breve carriera calcistica terminata a 30 anni con una buona dose di suc-

cessi: ‘80-‘81, scudetto Primavera con il Cesena; ‘85-‘86 vittoria del campionato di Serie C con il Parma; ‘87-‘88 vittoria del campionato italiano di Serie A con il Milan; ’88-‘89 vittoria Coppa Campioni e Supercoppa Italiana con il Milan; ’89-‘90 vittoria campionato di Serie B con ilTorino; ’90-‘91 vittoria del campionato di Serie B con il Verona!!”. Ogni tanto lasciamo proprio la sua punteggiatura, il suo stile, il doppio esclamativo sarà probabilmente per la carriera, per i tanti successi, di quelle lunghe leve mancine. “Considerando buoni piazzamenti e prestazioni nei campionati di Rimini Parma e Cosenza, la mia breve carriera è anche costellata da una serie di infortuni ed incidenti che hanno superato i vari successi sopra elencati in 12 anni di calcio professionistico: le mie ginocchia, braccia, zigomo, tendini adduttori sino stati ricostruiti o rimodellati da operazioni chirurgiche”. Ogni tanto serve una presa di fiato, per capire il dramma sportivo. “Oltre ad un coma farmacologico in seguito all'incidente subìto a Verona”. Sì, forse, adesso ricordiamo, qualcosa del genere, sono passati 30 anni. “In totale nei 12 anni di attività professionistica sono stato operato una decina di volte!”. Insomma Walter ne ha passate tante e forse anche per quello non aveva soldi da buttare. “Per quanto riguardo la mia situazione economica non sono messo così male, ho fatto sempre una vita normale e mai sopra le righe e vivo di pensione. La gente comune però ha sempre considerato la mia persona ricca o straricca perché venivo da un mondo fatto di super contratti che io in realtà non ho mai potuto beneficiare perché venivo sempre ingaggiato dopo un recupero fisico o da infortuni che condizionavano anche coloro che si avvalevano delle mie prestazioni.


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Quindi, dopo avere smesso, ho sempre vissuto una vita normale e avuto qualche problema poco prima di raggiungere l'età della pensione. Che grazie a una variazione di legge "fu spostata" di circa 18 mesi circa”. Qui ci sovviene la storia di Luciano Favero, l’ex terzino destro di Avellino, Juventus e Verona che perse parecchio investendo in una concessionaria di auto di Pordenone, gestita dall’allora presidente del locale Juve club. “Da alcuni mesi però sono in pensione” - ci rispose il baffuto Favero, a Noale, nel maggio del 2013 – “e mi sono tranquillizzato”. Ansia azzerata, dunque, anche per Bianchi. “Alcuni colleghi e veri amici che mi sono stati vicino anche economicamente, ho superato il tutto senza dover chiedere aiuto a nessuno, stato o eventuali assistenti sociali. Ora dopo varie vicissitudini sto combattendo con questo adenocarcinoma ma anche qui, con il sorriso sulle labbra, affronto con coraggio ciò che il Signore ha disegnato per me e senza nulla chiedere posso ritenermi fortunato e orgoglioso per ciò che ho dato e ricevuto! Tutto qui... Ho una bella famiglia e sono diventato nonno di un maschietto, Manuel”. È commovente leggere Walter Bianchi, apre il cuore. “Ripeto, ringrazio il Signore per avermi donato ciò che ho ricevuto oltre al piacere di aver conosciuto tante bravissime persone, che rimarranno per sempre nel mio cuore”. Walter si ferma qui, inutile chiedergli di riassaporare quella partita con l’Espanol, per esempio, in Coppa Uefa, in cui il Milan uscì ed era in preoccupante ritardo. Andiamo a rivedere la carriera, allora. Cesena 1981-82 e Rimini la stagione successiva, con 33 presenze, entrambe le annate con Arrigo Sacchi. Poi Brescia, di nuovo al Rimini, il biennio al Parma e il passaggio in rossonero, con appena 5 gettoni, in Serie A, in due campionati. Il resto l’ha ricordato lui. Torino (18 gettoni), Verona senza mai giocare, Cosenza bene, di nuovo Verona. Per il resto ci aiuta wikipedia. Ha allenato il Foligno, salvandolo dalla retrocessione, e le giovanili del Gubbio, con cui ha vinto il campionato degli allievi

regionali 1998-1999 e poi si è aggiudicato il campionato allievi sperimentali. Quindi la prima categoria a Semonte (che ha portato alla promozione con 6 giornate di anticipo, nella Bergamasca) e a Cantiano, retrocessione da subentrato, nel Pesarese. Dove vive la famiglia Bianchi, da tempo. Dal 2011 al 2015 è stato vice allenatore di Antonio Rocca, nell’Italia Under 15, poi ha collaborato con Chicco Evani alle Under (18-19-20) e con un altro ex crociato Daniele Zoratto (all’Under 16). “Il tutto grazie ad Arrigo Sacchi. Quando lasciò lui, restai per un altro anno, sino ad abbandonare per problemi familiari”. Walter faceva da badante alla suocera Rosanna, in una struttura per anziani: “Aveva bisogno di supporto, fisico e psicologico, a 89 anni. Mia moglie era in difficoltà nel seguirla da sola, la mamma era non vedente, sorda e affetta da Alzheimer. Ci ha lasciati durante il periodo di lockdown, a causa di una ischemia. La sorella aveva vissuto sino a 96 anni”. Bianchi è sposato con Anna Lea, ex insegnante elementare. Hanno due figli, entrambi in cerca di stabilità occupazionale: Luca, 34 anni, è musicista, e Lucia, attrice, 29 anni, impegnata saltuariamente in spettacoli, comparse, manifestazioni teatrali o recite. Alla nascita dei figli, la signora lasciò la scuola, molti hanno più tardi fu Walter a lasciare il calcio, per aiutarla con la suocera, appunto.

Il nostro ulteriore contatto è stato a inizio agosto e lì ci arriva una nuova, cattiva notizia. “Probabilmente” - scrive Walter – “dovrò subire un nuovo intervento chirurgico a causa di un aneurisma aortico addominale. La visita è stata il 28 luglio, l’oncologa mi ha invitato (dopo ferragosto) a prendere appuntamento con il chirurgo cardiovascolare e a programmare il tutto”. Questa è la vita, insomma, di Walter e di molte persone che soffrono. Chissà in quanti, da oggi, lo contatteranno per un saluto, dandogli energia nuova. Senza Paolo Maldini davanti, al Milan, chissà, magari avrebbe giocato di più. E tutti quei contrattempi, con il pallone e non, magari si sarebbero attenuati. Ma tranquillo, Walter, adesso tutto il calcio italiano tiferà per te.

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di Claudio Sottile

Il “dopo calcio” dell’ex bomber

Lorenzo Scarafoni e il “regime” alimentare Dall’astronave del San Nicola (suo il primo gol assoluto dello stadio, partita inaugurale del 3 giugno 1990, amichevole tra il Bari e il Milan neocampione d’Europa, 2-0 finale) al mare delle Marche, in mezzo una capatina nel blocco comunista dell’Europa orientale, non a caso Scarafoni era definito una punta “di movimento”. Lorenzo, quale rotta ti ha poi condotto al timone di uno stabilimento balneare? “Quando ho deciso di lasciare la mia attività di allenatore, avevo voglia di abbandonare quell’ambiente per cimentarmi in altro. Credo che ognuno nel lavoro debba seguire le proprie passioni, le mie sono sempre state il mare e la cucina. Vivevo sul litorale abruzzese in quel momento e ho trovato uno stabilimento balneare proprio di fronte casa, a Villarosa di Martinsicuro, provincia di Teramo. Siamo partiti così io e la mia fidanzata Elena. Abbiamo fatto questa prima esperienza in Abruzzo per tre anni, poi a seguire ci siamo

te, riso e cozze, che va parecchio. Ho riportato nel menu tutti i luoghi dove sono stato a giocare. Ho preso spunto dalle tradizioni cittadine, soprattutto quelle di mare. Penso anche alla caponata di Palermo, alle cozze alla busara o alla croata che dir si voglia di Trieste. Lo faccio per dare un tocco di fantasia alla cucina. Siamo sull’Adriatico, San Benedetto è la città più rappresentativa della zona, e anche lì c’è una grande cultura del pesce”. Domanda di rito: patate, riso e cozze, con o senza zucchina? “Senza, rigorosamente. Aggiungerla sarebbe come mettere la panna alla carbonara”. Esame passato. Le tue pietanze sono gustate anche da esponenti del mondo del pallone? “Capita, non in maniera assidua. Ho degli amici che passano ogni tanto”.

C’è vita dopo gli anni nel calcio. “Confermo che c’è, soprattutto nell’ambito professio“Il calcio di oggi? Si è deteriorato nale dopo la carriera L’ambienl’ambiente in generale, in tutte agonistica. te calcio è un mondo a parte, nel quale non le sue sfaccettature” impari a vivere realtrasferiti nelle Marche, dove abbiamo mente, è tutto ovattato e irreale. La acquisito la concessione demaniale e vita reale è quella che sto assaporanabbiamo costruito il nuovo chalet, i Bado adesso. Questo pensiero l’ho semgni Sant’Andrea, a Marina di Altidona, pre avuto anche mentre giocavo. Non provincia di Fermo. Ci è piaciuto così”. è facile tenere la barra dritta quando sei in quel mondo, ci sono tante sirene Non ti limiti alla proprietà… che ti distraggono e perdi la dimensio“Faccio anche il cuoco. La mia compane della realtà, sia economica e morale gna gestisce il bar e la spiaggia, io sono sia di rapporti di amicizie e parentele”. in cucina. Per ora si fa la stagione estiva e basta, per il futuro contiamo di stare Avevi pensato a questo futuro proaperti anche d’inverno. Ho sempre avufessionale, oppure hai attraversato to la passione della cucina, e sono riutappe intermedie? scito poi a trasformarla in un lavoro”. “Non avevo smesso e avevo già programmato per il dopo, acquistando un Piatti forti? bar ad Ascoli, che però è andato male “Partiamo della Puglia e ti dico pataper una serie di motivi. Non potevo es-

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ser presente perché ero in attività e le persone alle quali mi sono affidato si sono rivelate sbagliate. Anche quella è stata un’esperienza, e ho capito che bisogna fare attenzione a chi hai vicino quando indossi ancora le scarpette”. L’estate 2020, soprattutto per chi è nel tuo settore, è stata quantomeno particolare. Com’è andata la prima stagione balneare post lockdown? “Per come si configurava e per le previsioni, direi alla grande. Noi siamo agevolati dal fatto che la nostra località non è molto turistica, non ci sono grandi strutture ricettive, è tutto molto residenziale, locale. Nelle Marche è un po’ ovunque così, forse ad eccezione del Conero e di Porto San Giorgio. Siamo stati ricercati perché abbiamo tranquillità e spazi, siamo stati fortunati sotto questo aspetto”. Noti dei punti di contatto tra l’attività calcistica e quella imprenditoriale? “Sì, la gestione del personale può essere accumunata a quella dello spogliatoio. Ci sono delle esperienze che fai nel mondo del calcio che poi ti tornano utili. Uno spogliatoio e una brigata di cucina sono ugualmente contraddistinti da rapporti sociali, sono dei gruppi da gestire, anche se guadagnano certamente cifre diverse tra loro. Quelle da calciatore e da allenatore sono comunque tutte esperienze che servono, perché poi ritrovi le medesime dinamiche anche nel mondo dell’imprenditoria”. Hai la sensazione che la tua carriera da attaccante avrebbe potuto dire qualcosa di diverso? “Questo me lo confidano un po’ tutti e lo so anch’io, però ho avuto parecchi infortuni, un fisico che non tanto mi assisteva, questo probabilmente è stato uno dei problemi. Magari poi trovi persone che riescono a darti una svolta o al contrario a tenerti giù, vari


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procuratori e personaggi del mondo del calcio, che sono quelli che purtroppo negli ultimi anni sono un la parte negativa del giocattolo. Non dico che anche i miei lo siano stati, si è deteriorato l’ambiente in generale, in tutte le sue sfaccettature, allenatori, giocatori, dirigenti, è peggiorato tanto”. Ogni tanto di cimenti ancora palla al piede? “Se potessi giocherei tutti i giorni! Purtroppo non riesco nemmeno più a correre, ho problemi con le ginocchia. Ho subito anche altri interventi post carriera. Il calcio mi piace giocarlo, se mi chiedi di guardarlo in televisione dopo cinque minuti mi addormento”. Prima hai ricordato due maglie fondamentali della tua carriera: Bari e Palermo, che stanno per ritrovarsi insolitamente in Serie C. Il tuo cuore è diviso perfettamente a metà? “Sì, sono al 50%. Il Bari è stato a inizio carriera, Palermo alla fine. A entrambe avrei potuto dare un pizzico in più. Sicuramente si è creato un rapporto passionale, come c’è solo al sud, che è sempre stato corrisposto reciprocamente da me e dai tifosi. L’auspicio è che salgano entrambe”. Cucinavi già all’epoca? “Ai tempi di Palermo, a Mondello, era sempre una festa a casa mia, veniva la squadra intera e cucinavo per tutti”. Tanto da guadagnare i gradi… “Quand’ero nel Bari andammo in tournée in Romania, estate 1989, erano i tempi della dittatura di Nicolae Ceaușescu, ci invitarono a giocare la Coppa Dinamo organizzata dalla Dinamo Bucarest e dal suo allenatore Mircea Lucescu, parteciparono anche Anversa e Standard Liegi. Mister Gaetano Salvemini ci avvertì che lì non si sarebbe mangiato granché. Alloggiavamo al Grand Hotel di Buca-

Lorenzo Scarafoni è nato ad Ascoli Piceno il 4 dicembre 1965. Ha vestito le maglie di Ascoli, Bari, Triestina, Pisa, Cesena, Palermo, Ravenna e Ancona.

rest, ma di grande c’era poco oltre al nome. Per fortuna c’eravamo portati dei bauli con pasta, riso e tutti i viveri. L’allenatore chiese ‘ora chi la cucina tutta questa roba?’, e replicai che c’avrei pensato io. Mi trovai a preparare nella cucina dell’hotel, in mezzo ai cuochi con questi cappelloni, mentre io andavo in tuta. L’ultima amichevole la giochiamo a Sibiu e io faccio gol, al ritorno vado diretto in cucina e i cuochi mi domandano come fosse andata la partita, rispondo ‘1-1, ho fatto io gol’ e loro si mettono a ridere dicendo ‘tu cuciniere, non giocatore’. Erano convinti che fossi a tutti gli effetti il cuoco”.

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io e il calcio

di Pino Lazzaro

Leonardo Ghiraldini, rugbista

Io e il rugby, amore a prima vista “Per me, col rugby, è stato proprio come quel famoso modo di dire: amore a prima vista. Avevo 8 anni, sui campi del Petrarca, quartiere Guizza, lì a Padova. Ero uno vivace, pieno di energia (la stessa che ora vedo nei miei figli, 6 e 3 anni…): avevo provato con altri sport, il basket, il nuoto, anche un po’ di calcio, ma non riuscivo a incanalarla quella mia tanta energia. Quel giorno dunque, col rugby, ho capito subito che poteva essere quello il “mio” sport. All’aria aperta, il contatto con i bambini, cadere e rotolarsi per terra, correre e giocare con gli altri con un pallone: gli altri sport non mi davano tutto questo. Con in più, negli anni, la consapevolezza che col rugby sono riuscito a esprimere il mio carattere nel modo migliore”. “Tuttora, e sono ormai a fine carriera, non riesco a chiamarlo lavoro. Certo, con gli anni è diventato qualcosa di sempre più professionale, ma ho sempre vissuto il tutto come una passione. Mi ci sono dedicato molto, sacrifici so bene di averne fatti, ma non è che mi siano proprio pesati. Là dove ho capito che poteva diventare qualcosa in più è stato verso i 18-20 anni, quando dal Petrarca sono passato al Calvisano, all’epoca campione d’Italia, con tanti giocatori in Nazionale. Voglia di crescere e di mettermi alla prova, spazio che all’inizio pareva che per me quasi non ci fosse… è stato lì che ho capito che potevo andare avanti”. “Con la scuola? Devo dire che ho sempre avuto la qualità di sapermi organizzare, per me conta moltissimo. Ricordo lì nelle mie agende sempre a scrivermi i tempi delle giornate, per lo studio, per l’allenamento, per il riposo eccetera. Ho fatto il liceo, poi l’università, mettendoci più tempo sono arrivato alla laurea in Economia, tra poco finirò il MBA (master in business administration). È stata la sua parte dura, ma c’è

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anche da dire che come atleta il tempo ce l’hai e lo studio, facendo dunque altro, mi è servito per dare ancora di più sul campo: lo staccare insomma per me aiuta”. “Privilegiato? Sì, perché mi piace quel che faccio, mi fa sentire bene. So quanto tempo ci si deve dedicare, una professione questa che prende tanto ma che ne dà tante di soddisfazioni. Per arrivarci ho sacrificato molto, vacanze, famiglia, ancora e ancora, il lavoro dietro è stato enorme e via via con gli anni è aumentato sempre di più e resta il privilegio di aver trovato ciò che mi ha permesso e mi permette di esprimermi. Comunque, non ci si arriva per caso e soprattutto per rimanerci e continuare devi averne anche altre di qualità”. “Tenendo conto che la nostra partita si gioca al sabato, questa grosso modo è una nostra settimana-tipo. Domenica dedicata al recupero, magari con un po’ di piscina. Doppio allenamento sia al lunedì che al martedì. Palestra al mattino con poi riunioni tecniche e analisi video sulla partita appena giocata. Con le nuove tecnologie, gli allenatori analizzano e scompongono le varie fasi della partita, ce le possiamo così vedere a casa sul tablet o sul cellulare sin dalla domenica, in modo che già il lunedì si possono portare delle risposte. Pranzo assieme e poi sul campo a rivedere schemi con un allenamento collettivo. Idem il martedì, solo con carichi più elevati. Mercoledì sarebbe una giornata libera ma la maggioranza di noi, diciamo un 80%, si dedica a complementi specifici di lavoro in palestra o con i fisioterapisti. Il giovedì, tra mattino e primo pomeriggio, si lavora con più intensità e maggiore qualità, anche le stesse riunioni tecniche sono più corte. Il venerdì è dedicato alla rifinitura, l’allenamento collettivo è a ritmi blandi,

badando alla strategia. Aggiungo che nel rugby è dal venerdì che la squadra più che allo staff tecnico è affidata al capitano e ai vari leader di gioco. In genere la formazione noi la sappiamo già dal martedì, qualche aggiustamento sino al giovedì, dipende magari dagli acciacchi di qualcuno, se uno può essere o no recuperato. Prima si sa la formazione, meglio è: i meccanismi di squadra, più facile provare le giocate e farlo di continuo per aumentare la coesione tra di noi. Per quel che riguarda il ritiro, in Francia sono più orientati a farlo, questa la tendenza; diverso in Inghilterra, specie se si gioca in casa, si cerca insomma di evitare di stare fin troppo assieme e il tutto rispecchia un po’ quella loro caratteristica anglosassone di sapersi “accendersi e spegnersi” agonisticamente con immediatezza e facilità”. “Allenarmi mi piace, non importa se ho bisogno adesso di sedute più lunghe, certo che la partita è proprio spe-


io e il calcio

ciale, finalmente giochi. No, non ho mai avuto per dire problemi nel dormire nelle vigilie e quella che può essere chiamata magari preoccupazione, non paura, è quella di non riuscire a mettere in campo quello che voglio. Sta cambiando il rugby, ora è molto più fisico e molto più veloce; in Nazionale ti trovi ad affrontare squadre che sai che hanno più cultura e una maggiore preparazione e il tutto per me è comunque uno stimolo. È certo il nostro uno sport di squadra, ma è fatto pure da tante piccole partite individuali, quell’uno contro uno col tuo diretto avversario: se faccio bene io, do una mano ai compagni e alla squadra, è una catena”. “Sì, il cosiddetto terzo tempo per noi è tuttora quello di una volta, ha lo stesso significato. È vero, ora gli impegni di noi atleti prof non sono solo quelli tecnici, ci sono i media, gli impegni promozionali, dopo la partita vorresti avere magari del tempo tutto per te, però per me quel nostro terzo tempo rimane un momento fantastico, in cui puoi scambiare idee e riflessioni con degli avversari che fanno le stesse cose che fai tu. Da piccolo c’erano i panini che preparava la squadra ospitante (i genitori), ora in Nazionale ti trovi con i banchetti di gala, con i vari discorsi ufficiali, ma la sostanza rimane la stessa. Puoi aver vinto o perso, ma ti stacchi dal giocato e puoi interagire, anche con chi in campo magari te le sei date: finita la partita, finisce tutto”. “Allo stadio, per il calcio, ci sono stato poche volte, ricordo al tempo in cui il Padova era in A, s’andava in motorino, con mio fratello. Sono interista ma ammetto che il calcio qui in Italia non mi fa battere il cuore. È uno sport bellissimo ma il modo in cui viene vissuto è lontano dal mio modo di vederlo. Faccio insomma fatica ad appassionarmi, squadre che continuano a cambiare di anno in anno, difficile affezionarsi.

Qualche partita la guardo in tv, specie la Nazionale, però c’è stato un periodo che l’ho proprio frequentato uno stadio, quand’ero a Leicester, proprio quel famoso anno in cui hanno vinto lo scudetto. Non sono un esperto ma mi piaceva quel calcio, come dire, schietto, fisico, forse meno tattico potrei dire. Mi piaceva l’atmosfera e l’ho vissuta, ero lì, ricordo che ho pure conosciuto Ranieri, siamo andati a pranzo assieme una volta”. “Sì, qui da noi ci sono sempre pagine e pagine sul calcio. Io vivo in Francia, lì è diverso, in prima pagina non c’è solo il calcio, può esserci la pallavolo, il basket, dipende. Non ho niente contro il calcio, però mi spiace per l’attuale cultura, così diffusa e i tanti talenti che si perdono per strada proprio perché non abbiamo l’abitudine di praticare più sport possibili. Anche il nostro rugby mi piacerebbe vederlo più sviluppato e di certo i risultati della Nazionale, che purtroppo non arrivano, non aiutano. È un po’ tutto il sistema dello sport che dovrebbe cambiare, in profondità: dando spazio a tante altre discipline, crescerebbe la nostra cultura sportiva generale”. “Da ‘grande’ vorrei poter iniziare un percorso che mi permetta anche di trasferire quello che ho appreso nella vita da atleta e da studente. La voglia di mettersi in gioco, di prendersi responsabilità e di vincere le varie sfide quotidiane (anche e soprattutto individuali) non è cambiata, cambierà il terreno di gioco. Credo che quel che più mi mancherà sarà l’adrenalina, quel confrontarsi ogni giorno, le sfide giornaliere con i compagni, quell’alzare per dire un chilo in più di un compagno, la continua competizione, prima di tutto con me stesso. Certo, mi mancherà pure la vita di squadra, ma di più, lo so, quell’intima sfida che dentro di te hai tutti i giorni”.

La scheda Classe 1984, padovano, Leonardo Ghiraldini ha iniziato col Petrarca (di Padova), debuttando in prima squadra diciottenne. Ha giocato poi col Calvisano (scudetto nel 2007/2008) e col Benetton Treviso (scudetto nel 2009/2010, la Coppa Italia sempre nella stessa stagione e la Supercoppa Italiana 2009). Nel 2014 si trasferisce in Inghilterra, a Leicester, passando poi nel 2016 a Tolosa, in Francia (campione di Francia nel 2019). A febbraio di quest’anno aveva firmato col Bordeaux, poi è arrivato il coronavirus a sospendere ogni cosa. Azzurro nelle giovanili, l’esordio con la Nazionale maggiore l’ha fatto a 22 anni in un test-match contro il Giappone (allora vincemmo, lì da loro, 52 a 6…). Tra Coppe del Mondo, Sei Nazioni e test-match vari, ha messo assieme (a volte pure da capitano) ben 104 caps. Laureato in Economia, è prossimo al conseguimento del Master in Business Administration.

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internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Contro ogni forma di bullismo “Il bullismo è una piaga della società. Speriamo di essere d’aiuto a chi subisce atti di bullismo e a chi li compie perché molto spesso dietro un bullo si nasconde infelicità”. Leonardo Bonucci ha espresso con grande chiarezza il

suo pensiero riguardo uno dei fenomeni più preoccupanti della nostra società. A tutti è capitato di incontrare, nel corso della vita, qualcuno che si rapporta e agisce con prepotenza e prevaricazione. Un’esperienza tanto più difficile da accettare e gestire quanto più si è giovani, come ha spiegato il difensore di Juventus e Nazionale. Gli episodi di cronaca riguardanti il bullismo sono all’ordine del giorno, al punto che molti ci fanno ormai poco caso, come se si trattasse di qualcosa di prossimo alla normalità e inevitabile. Bene ha fatto quindi Bonucci a decidere di entrare in campo contro ogni forma di prevaricazione. La sua iniziativa, con il libro “Il mio amico Leo” scritto a quattro mani con il giornalista Francesco Ceniti ed edito da Baldini e Castoldi, è arrivata ancora prima dell’emergenza Covid, tanto da consentire nello scorso novembre una presentazione adeguata con la partecipazione del presidente Figc, Giancarlo Gravina, e del presidente della Juventus e dell’Eca, Andrea Agnelli. Negli ultimi anni il problema, che è globale, è stato portato all’attenzione generale anche da molti altri calciatori, con due casi eclatanti: Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. I due più forti attaccanti della loro generazione sono stati accomunati dal destino anche nel fatto

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di essere stati oggetto di derisione e discriminazione quando erano giovanissimi calciatori. Il loro aspetto fisico e l’accento davano motivo a dei bulletti di metterli nel mirino. Leo e Cristiano però, non solo si sono presi un’enorme rivincita grazie alle loro carriere già leggendarie, ma da adulti e da genitori hanno anche contribuito a portare la piaga del bullismo nel discorso pubblico. Spaziando agli altri sport, spicca la denuncia del bullismo subito da parte di Michael Phelps, il vincitore di 28 medaglie nel nuoto alle Olimpiadi. Phelps ne ha parlato nella sua partecipazione al documentario indieFlix “Angst” (angstmovie.com), incentrato sul tema dell’angoscia. Sono inoltre numerosissime in Italia le iniziative antibullismo proposte da società sportive e calcistiche piccole e grandi. L’iniziativa di Leo Bonucci quindi si inserisce all’interno di un movimento di opinione e di ribellione da parte dei protagonisti dello sport contro la piaga sociale forse più diffusa tra i giovani. Una piaga contro la quale sono in prima linea le istituzioni e diverse onlus. Il Ministero dell’istruzione ha avviato già nel 2007 un’iniziativa intitolata “Smonta il bullo”, che prevedeva l’istituzione sul territorio di 20 osservatori permanenti e una campagna nazionale di sensibilizzazione e informazione. Ha inoltre emanato fin dal 2015 le linee di orientamento per azioni di prevenzione e di contrasto al bullismo e al cyberbullismo. Si tratta di istruzioni per il personale scolastico, per renderlo in grado di individuare e gestire al meglio i comportamenti a rischio che avvengono nell’ambiente e per prevenire ogni tipo di violenza e prevaricazione, anche quella compiuta per mezzo delle tecnologie digitali. Nel 2017, sempre il Miur ha istituito la giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, collegata al Safer Internet Day. Il Miur ha anche un protocollo d’intesa con la storica onlus SOS Telefono Azzurro (azzurro.it), che dal 1987 si

occupa dei diritti dell’infanzia e del mondo giovanile nella sua interezza. L’organizzazione no profit ha messo a disposizione la sua linea telefonica gratuita come linea nazionale per il contrasto del bullismo. Inoltre collabora con le istituzioni scolastiche nell’individuazione di pratiche di contrasto e prevenzione della discriminazione, del disagio giovanile e dell’utilizzo distorto delle tecnologie di comunicazione. A fruire di queste azioni, sotto forma di consulenza e sostegno psicopedagogico, sono gli studenti, le famiglie e il personale scolastico con un raggio il più ampio possibile. Un altro aspetto centrale della collaborazione tra il Telefono Azzurro e il mondo della scuola è costituito dal collegamento con singoli istituti per rendere parte dell’offerta formativa l’educazione alla convivenza civile, sociale e alla solidarietà. Le famiglie, in quanto cellule fondamentali della società, sono coinvolte dalla onlus nell’aspetto della prevenzione ma anche nell’individuazione e nella gestione delle situazioni di disagio e dell’uso consapevole delle reti di comunicazione. Le risorse comunicative dell’associazione - numero verde e sito - sono infatti a disposizione tanto dei giovani quanto delle famiglie, che sono invitate a mettersi in contatto con gli esperti al primo segnale di disagio da parte di un figlio.


internet

di Stefano Fontana

Calciatori in rete

Beckham e Robinho: nostalgie rossonere www.davidbeckham.com David Beckham non ha bisogno di presentazioni: londinese classe 1975, è tra i calciatori più celebri al mondo. Nel corso di una carriera pluriventennale ha giocato nelle fila di prestigiosi club internazionali come Manchester Uni-

ted, Real Madrid, Los Angeles Galaxy, Milan e Paris Saint-Germain; inoltre, con ben 115 presenze in gare ufficiali, è stato a lungo capitano della Nazionale inglese. Centrocampista di indubbio talento, e realizzatore di calci piazzati tra i più efficaci di sempre, lo “spice boy” è tuttora celebre in ogni angolo

Leonardo Pavoletti @Pavoletti Ho imparato ad accettare e rispettare i momenti più bui perché sono proprio essi a renderti i giorni felici ancora più magici

del globo. Appesi gli scarpini al chiodo si è distinto come imprenditore, dirigente e procuratore sportivo. Il sito web ufficiale del fuoriclasse londinese è una vera e propria finestra sul variopinto “mondo di David Beckham”. Lo stile grafico è curato nei minimi dettagli, in linea con lo stile impeccabile che da sempre contraddistingue “Becks”. La sezione biografica (About) è un viaggio negli anni d’oro del calcio europeo: Beckham è stato protagonista della scena internazionale dalla metà degli anni novanta per ben trent'anni. Prima come giocatore poi come dirigente sportivo e uomo immagine, David ha contribuito e contribuisce tuttora ad aumentare la popolarità di questo sport negli USA: è il presidente dell'Inter Miami CF, club fondato nel 2018. Nelle pagine del sito trovano spazio anche le numerose iniziative benefiche messe in atto ieri come oggi dal vulcanico asso londinese: un motivo in più per visitare il suo sito ufficiale, senza dimenticare il profilo Instagram con oltre 68 milioni di follower.

Leonardo Bonucci @bonucci_leo19 Ogni partita è una storia a sé

Mariano Izco @mariano13izco Niente di ciò che indossi è più importante del tuo sorriso

Zlatan Ibrahimović @Ibra_official Lions don't compare themselves to humans (I leoni non si confrontano con gli umani)

Gianluigi Buffon @gianluigibuffon Vincere è difficile. Rivincere è difficilissimo. Farlo da tremila giorni e per nove anni di fila è semplicemente immenso.

Douglas Costa @douglascosta Alegria è a melhor vingança (L’allegria è la miglior vendetta)

http://robinhooficial.com.br/ Robson de Souza Santos, noto come Robinho, è un attaccante brasiliano molto conosciuto anche in Italia grazie alla militanza nelle fila del Milan. Classe 1984, Robinho racchiude in sé tutte le caratteristiche tipiche dei grandi fuoriclasse provenienti dal paese verde/oro: agilità, eccellenti capacità ed efficacia nel dribbling, potenza di

tiro, grande versatilità nello schieramento in attacco. Oggi Robson gioca nell'İstanbul Başakşehir Futbol, club protagonista della massima divisione turca, dopo aver militato nelle fila di grandi squadre internazionali come Santos, Real Madrid, Manchester City e il già citato A.C. Milan. Il sito web ufficiale del fuoriclasse sudamericano si distingue per l'eleganza e la semplicità del layout. Una volta collegati all'indirizzo siamo accolti da uno slideshow di suggestive di Robinho sia in azione in campo che in relax. I contenuti del sito sono interamente in portoghese: la vicinanza linguistica con l'italiano rende le varie pagine comprensibili senza eccessivi sforzi, anche per chi non ha dimestichezza con l'idioma carioca. Ampio spazio è dedicato alla Nazionale brasiliana: Robinho ha collezionato ben 100 presenze in tornei ufficiali con la Seleção, rivelandosi in molteplici occasioni un elemento prezioso. Oltre all'ampia sezione biografica ed al nutrito palmarès troviamo i collegamenti con i profili social ufficiali del giocatore e molto altro ancora: un sito da visitare, senza ombra di dubbio!

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tempo libero Enrique Bunbury

Posible Ogni volta che Enrique Bunbury (al secolo Enrique Ortiz de Landázuri Izarduy) esce con un nuovo lavoro, aggiunge un nuovo importante capitolo alla sua ormai trentennale carriera artistica: prima come leader degli Heroes del Silencio e poi da solista, il cantautore saragozzano non finisce di sorprendere i suoi tantissimi estimatori con nuove sonorità e gli usuali testi introspettivi alla costante ricerca di emozioni. “Posible”, suo decimo album in studio, è un viaggio fantastico, a tratti inquietante, che insegue le

profondità della propria esistenza tra le mille sfaccettature della vita. Una sorta di sliding doors che apre nuove “possibilità” (da qui il titolo dell’album) in un gioco tra “essere e poter essere” che alla fine ci rivela ancor di più il vero Bunbury. Dal punto di vista musicale, Enrique stavolta punta dritto a sonorità sperimentali più elettroniche, non disdegnando l’utilizzo di sintetizzatori dissonanti, mantenendo una base rock consolidata e atmosfere magiche di pianoforte e voce. Un album che lascia il segno.

Edizioni La Clessidra

Storia popolare del calcio di Mickael Correia – pag. 387 - € 26 Mickael Correia, giornalista free-lance francese, è l’autore di un libro che non può passare inosservato, perché analizza la peculiarità che rende il calcio un fenomeno globale pressoché unico: l’origine popolare e l’impatto talvolta rivoluzionario che, in questa misura, solo questo sport ha avuto nei confronti della società civile. In particolare (capitoli 1, 2 e 3), si apprezza la precisa e documentata ricostruzione sulle origini e sviluppo del calcio nell’Inghilterra della seconda metà del 19° secolo, cioè nel paese in cui sono state fissate le regole del gioco e soprattutto dove è avvenuta la trasformazione, poi replicata a livello mondiale, da sport elitario a disciplina autenticamente popolare. Interessanti, tra le altre, anche le analisi di fenomeni come la “democrazia Corinthiana”, primo e forse unico esempio di grande club autogestito con protagonisti calciatori come Socrates e Casagrande; il ruolo dei gruppi ultra organizzati nelle rivolte di Piazza Tahrir al Cairo o nelle manifestazioni anti-Erdogan ad Istanbul; come pure il processo di gentrificazione anti-hooligan avvenuto nelle gradinate degli stadi inglesi dopo le tragedie dell’Heysel e di Hillsborough. Ciò detto, vanno però segnalate anche alcune parti meno convincenti, che vanno ad aggiungersi ai numerosi refusi ed alla traduzione spesso imprecisa. Suscita estrema perplessità il capitolo dedicato al movimento ultra italiano degli anni ’70 ed ’80: episodi e slogan dell’epoca si affastellano l’uno dopo l’al-

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tro ma l’immagine generale che se ne ricava è, agli occhi di chi in quel periodo c’era, francamente poco plausibile. Ma più grave ancora, va segnalata la non nuova rappresentazione, tanto cara a parte dell’intellighenzia progressista (al caviale) francese quanto storicamente falsa e mistificata, che affronta la lotta al terrorismo a cavallo degli anni ’80 condotta dallo stato italiano come finalizzata, citiamo testualmente, “a velocizzare il ritorno di un regime autoritario”. Un errore, anzi un vizio del pensiero, che oltralpe sembra non finire mai. Infine, meno grave perché estremamente comune in quanto figlia di un’operazione di marketing storico sopraffina, in un testo comunque percorso da intenzioni genuinamente libertarie ed anti-sistema, accanto alle epopee del St.Pauli, del FLN algerino, del Chiapas del sub-comandante Marcos (tra l’altro tifoso dell’Inter…), anche Correia non resiste ad esporre le vicende già sentite ormai centinaia di volte del… FC Barcellona. A quarantacinque anni dalla morte di Franco, nel contesto storico regionale che tutti conoscono (la Catalogna), se c’è in club che si può definire organico al sistema come pochi altri è proprio il Barcellona. Peccato, perché non sarebbe stato difficile ovviare con un racconto più in linea con il filo conduttore del libro: c’è una squadra, proprio nel capoluogo catalano, che simboleggia il concetto di “minoranza” ed alterità e che rappresenta i figli degli immigrati venuti a lavorare a Barcellona dal resto della Spagna: è l’Espanyol.


Benvenuto in Italia! Welcome to Italy! ¡Bienvenido a Italia!

Ti scriviamo queste poche righe di presentazione di quella che è la TUA associazione. Dal 1968 in Italia è presente un’Associazione di categoria che rappresenta tutti i calciatori. L’Associazione Italiana Calciatori dal 1968 associa, infatti, i calciatori professionisti e dal 2000 anche i calciatori dilettanti, le calciatrici e i calciatori del calcio a 5, Con più di 16.000 associati, è l’unica Associazione di categoria presente in Italia. AIC fa parte di FIFpro, il sindacato mondiale dei calciatori, del quale fanno parte le Associazioni di categoria della maggior parte dei Paesi nel mondo. In ogni squadra è presente il Rappresentante AIC, spesso il tuo capitano o uno dei veterani, che è il punto di riferimento per tutti gli associati della squadra e il tramite preposto per le comunicazioni con la struttura dell’Associazione. L’attuale Consiglio Direttivo è presieduto da Damiano Tommasi, Presidente AIC dal 2011. Di seguito potrai conoscere i componenti del Consiglio Direttivo che rappresentano tutte le

categorie di associati: Serie A, Serie B, Lega Pro, Dilettanti, Calcio a 5 e Calcio Femminile. Tra i servizi offerti dall’AIC sicuramente potranno essere di tuo interesse: • Assistenza legale tramite l’Ufficio Legale dell’Associazione e i suoi Avvocati Fiduciari su tutto il territorio nazionale; • Consulenza previdenziale e gestione dell’accantonamento al Fondo di Fine Carriera*; • Abbonamento gratuito all’App di Wyscout con fruibilità personalizzata del servizio di Video Analysis conosciuta a livello internazionale; • Servizi e scontistica applicata dai partner (www.assocalciatori.it) in ambito medico e assicurativo, dal Credito sportivo; • Percorsi di formazione post-carriera e per calciatori in attività; • Collegamento con l’Associazione calciatori del tuo Paese d’origine (o di tua ultima provenienza) per chiarimenti e/o problematiche di qualsiasi natura. L’iscrizione annuale all’AIC ti darà la possibilità di usufruire di tutto ciò e di altre attività

che potrai approfondire nel sito istituzionale www.assocalciatori.it o chiedendo informazioni al numero +39 0444 233233. Come avrai modo di vedere sarà semplice stabilire un contatto diretto con AIC e con i collaborator che sono in contatto continuo con i rappresentanti di squadra per aggiornamenti e/o problematiche che possono sorgere durante la stagione. La massima disponibilità di AIC è garantita dal fatto che è l’Associazione dei Calciatori, nata dalla volontà dei calciatori della nazionale nel lontano 1968 e da allora al servizio di questa professione tanto bella quanto piena di insidie personali e professionali. Buona permanenza nel nostro Paese, in bocca al lupo per il tuo lavoro e grazie per l’ascolto. Ti aspettiamo tra i nostri associati!

We are sending you a few lines to introduce YOUR association. Italy has had an Association representing all its football players since 1968. From that year,a the Associazione Italiana Calciatori – Italian Footballers’ Association – has united all professional players and in 2000 it extended its scope to include also amateurs, women and five-a-side players. With more than 16,000 members, it is the only footballers’ association in Italy. AIC forms part of FIFpro, the worldwide players’ union, of which the players’ associations of most countries of the world are members. Every team has an AIC Representative, often your team captain or one of the older players, who is the contact person for all team members and represents the team with the Association management. The present Management Council is chaired by Damiano Tommasi, AIC President since 2011. Later, you can get to know the members of the Management Council who represent

all categories of members: Serie A, Serie B, Lega Pro, Amateurs, Five-a-side football and women’s football. Some of the services of interest offered by AIC: • Legal assistance throughout Italy by way of the Association’s legal office and its lawyers; • Pension advice and management of contributions to the end of service fund*; • Free subscription to the Wyscout App with personalised use of the internationallyfamous Video Analysis service; • Services and discounts applied by partners (www.assocalciatori.it) for medical care and insurance, by the bank Istituto di Credito Sportivo; • Post-career and business training courses; • Contact with the footballers’ Association of your own country (or the country where you played last) for clarification and/or assistance with problems of any kind. Annual membership of the AIC will give you access to all of the above and many other activities which you

can see in more detail on the website www.assocalciatori.it or you can request information calling +39 0444 233233. As you will see, it is easy to make direct contact with AIC and its agents who are in continuous contact with team representatives for news and/or problems which can arise during the season. The AIC can assure you of its availability because it is the Footballers’ Association created by the Italian national team as long ago as 1968 and from then on has been at the service of this wonderful profession which, however, is also full of personal and professional pitfalls. Enjoy your stay in Italy, good luck with your work here and thanks for your attention. We hope to see you among our members!

Te escribimos estas pocas líneas de presentación de lo que es TU asociación. Desde 1968, en Italia existe una Asociación de categoría que representa a todos los futbolistas. Associazione Italiana Calciatori – Asociación italiana Futbolistas – asocia desde 1968 a los futbolistas profesionales y desde 2000 también a los aficionados, a las futbolistas y a los jugadores de fútbol sala. Con más de 16.000 asociados, es la única Asociación de categoría existente en Italia. AIC forma parte de FIFpro, el sindicato mundial de los futbolistas, integrado por Asociaciones de categoría de la mayoría de los países. En cada equipo hay un Representante AIC, que a menudo es el capitán, o uno de los veteranos, y hace de referente para todos los asociados del equipo y de intermediario encargado de las comunicaciones con la estructura de la Asociación. El actual Consejo Directivo es presidido por Damiano Tommasi, Presidente de AIC desde 2011. A continuación mencionamos a los componentes del Consejo Directivo que representan a todas

las categorías de asociados: Serie A, Serie B, Liga Pro, Aficionados, Fútbol sala y Fútbol femenino. Entre los servicios ofrecidos por AIC, indudablemente pueden ser de tu interés: • Asistencia legal a través de la Oficina Legal de la Asociación y sus Abogados Fiduciarios en todo el territorio nacional; • Asesoramiento sobre previsión y gestión de asignaciones al Fondo de Fin de Carrera*; • Abono gratuito a la App de Wyscout con uso personalizado del servicio de Video Analysis conocido a nivel internacional; • Servicios y descuentos aplicados por nuestros socios comerciales (www.assocalciatori.it) en ámbito médico y de seguros, por el Crédito deportivo; • Cursos de formación post-carrera y para futbolistas en actividad; • Conexión con la Asociación de futbolistas de tu país de origen (o de tu última proveniencia) para aclaraciones o por problemas de cualquier naturaleza. La inscripción anual en AIC te dará la posibilidad de aprovechar todo esto y otras actividades

sobre las cuales puedes informarte en el sitio institucional www.assocalciatori.it o pidiendo información al número +39 0444 233233. Como ves, es muy sencillo entablar un contacto directo con AIC y con los colaboradores, que a su vez están continuamente en contacto con los representantes de equipo para las actualizaciones o por cualquier problema que pueda surgir durante la temporada. La máxima disponibilidad de AIC está garantizada por el hecho de ser la Asociación de Futbolistas fundada por iniciativa de los jugadores del equipo nacional en el lejano 1968, desde entonces al servicio de esta profesión tan bella como llena de insidias personales y profesionales. Feliz permanencia en nuestro país, muchos éxitos con tu trabajo y gracias por escuchar. ¡Te esperamos entre nuestros asociados!

www.assocalciatori.it

*Ogni anno vengono accantonati dallo stipendio delle somme che potrai ritirare una volta concluso il contratto con la società sportiva in Italia. Ricorda che le cifre accantonate andranno richieste al Fondo.

*Each year amounts are put aside from your salary which you can withdraw once your contract with the Italian club ends. Remember that the amounts set aside must be requested from the fund.

*Cada año, parte del sueldo se destina a una asignación que podrás retirar una vez concluido el contrato con la sociedad deportiva en Italia. Recuerda que los montos de las asignaciones deberán ser solicitados al Fondo.


AIC SCEGLIE AVIS PER LA SUA MOBILITÀ A tutti gli associati AIC e ai loro familiari Avis garantisce tariffe agevolate fisse in qualsiasi periodo dell’anno. Basta comunicare il codice AWD X050205 in fase di prenotazione. Per maggiori informazioni: www.assocalciatori.it/convenzioni/convenzione-aicavis C O N AV I S H A I S E M P R E L A S O L U Z I O N E D I M O B I L I TÀ P I Ù A DAT TA A L L E T U E E S I G E N Z E . CALL CENTER 199 100 133* AV I S A U T O N O L E G G I O . I T * Numero soggetto a tariffazione specifica.

Profile for Associazione Italiana Calciatori

Il Calciatore Agosto_Settembre 2020  

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