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Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 48 –N. 06 Ottobre 2020 –Mensile

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

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2020

Francesco Caputo, attaccante del Sassuolo

Determinazione e voglia di crederci


© UNICEFUNI122942Dicko

Un giorno unico, da ricordare insieme.

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di Umberto Calcagno

editoriale

Ritorno al futuro Dopo il grande lavoro fatto per concludere la stagione sportiva 2019/2020, siamo di nuovo alle prese con la difficile convivenza con il virus SARS-CoV-2 anche all’interno del nostro mondo. Il settore dilettantistico e, ancor più, il settore giovanile, stanno già scontando grandi restrizioni che rischiano di far collassare lo sport di base, ben consapevoli che anche il mondo professionistico non sarebbe in grado di reggere una seconda chiusura. In questa situazione di incertezza sembriamo, purtroppo, incapaci di fare una seria riflessione per cogliere i cambiamenti strutturali di cui avremmo bisogno; manca uno sguardo critico sul passato che ci possa permettere di cambiare le prospettive sul futuro. I problemi di oggi hanno una matrice ben più lontana dell’emergenza COVID 19, la quale ha semplicemente messo a nudo tutte le debolezze del nostro mondo. Oggi lamentano difficoltà tanto i club di Serie A quanto quelli della cadetteria e della Lega Pro, a testimonianza che nel mondo dello sport, più che in ogni altro settore economico, c’è la necessità di una idea di sostenibilità e sviluppo che non può più prescindere da una adeguata redistribuzione delle risorse. In questo contesto non sono bastate ad oggi le ostinate richieste di intervento rivolte al Governo; siamo comunque fiduciosi che - come nel recente passato - siano riconosciuti contributi per chi svolge attività dilettantistica e provvedimenti fiscali a sostegno delle nostre società professionistiche.

Nel frattempo, Federazione e Leghe continuano a interrogarsi sul nostro futuro, limitando la disamina del problema alle solite questioni inerenti il taglio degli stipendi, una soluzione comoda e populista, utile a distogliere con facilità l’attenzione dei media sulle reali ragioni che vedono i nostri Club in uno stato di crisi che non ha eguali negli altri contesti europei. La proposta sul taglio agli stipendi quale unica soluzione ai problemi del presente è facilmente gestibile a livello mediatico e, unita allo slittamento dei controlli federali sul pagamento delle mensilità (deliberato a maggioranza in Consiglio Federale nonostante la nostra ferma opposizione), riuscirà ancora una volta a spostare i problemi di qualche mese verso un imbuto di scadenze e pagamenti dal quale non sapremo come uscire in futuro. È necessario ragionare su una diversa distribuzione delle risorse quale base della tanto agognata riforma del calcio italiano, un nuovo patto sulla sostenibilità accompagnato da norme più rigide in sede di ammissione ai campionati e nei controlli durante la stagione. Per guardare avanti con ottimismo ci attendono scelte coraggiose per capire chi in futuro sarà in grado di fare calcio, garantire la regolarità dei campionati, senza scaricare ogni volta sui calciatori il peso di strategie aziendali non al passo con i tempi.

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AIC Onlus la ONLUS dell’Associazione Italiana Calciatori

Dona il tuo 5 x mille ad A.I.C. O.N.L.U.S. Basta una semplice scelta nella tua dichiarazione dei redditi per aiutare calciatori, ex calciatori e loro familiari in difficoltà economica, finanziare progetti sociali e tutta l’attività benefica da sempre svolta dall’Associazione Italiana Calciatori. È sufficiente riportare questo codice fiscale

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Criteri di assegnazione dei contributi erogabili da Aic Onlus La Onlus può erogare contributi a sostegno di: richieste che abbiano come obiettivo un beneficio per soggetto richiedente o per il proprio nucleo familiare avanzate da un ex calciatore o calciatore professionista; richieste che abbiano come obiettivo un beneficio per soggetto richiedente o per il proprio nucleo familiare avanzate da un ex calciatore o calciatore dilettante, purché tesserato Aic; progetti di interesse calcistico, che saranno valutati dal Consiglio della Onlus.

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sommario Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 48 –N. 06 Ottobre 2020 –Mensile

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

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2020

Francesco Caputo, attaccante del Sassuolo

Determinazione e voglia di crederci

l’intervista 6 di Pino Lazzaro

Incontro con Francesco “Ciccio” Caputo, attaccante del Sassuolo tra i più prolifici della nostra massima serie. Dai campionati dilettantistici pugliesi al debutto in Nazionale passando da Bari, Salerno, Siena, Chiavari ed Empoli… con determinazione e voglia di crederci.

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

direttore direttore responsabile condirettore redazione

foto redazione e amministrazione tel. fax http: e-mail: stampa e impaginazione REG.TRIB.VI

Sergio Campana Gianni Grazioli Nicola Bosio Pino Lazzaro Stefano Sartori Stefano Fontana Tommaso Franco Diego Guido Mario Dall’Angelo Claudio Sottile Fabio Appetiti Maurizio Borsari A.I.C. Service Contrà delle Grazie, 10 36100 Vicenza 0444 233233 0444 233250 www.assocalciatori.it info@assocalciatori.it Tipolitografia Campisi Srl Arcugnano (VI) N.289 del 15-11-1972

editoriale

di Umberto Calcagno

serie B di Claudio Sottile

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regole del gioco di Pierpaolo Romani

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amarcord di Pino Lazzaro

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Andrea Paroni, portiere della Virtus Entella La fondamentale importanza delle regole

La partita che non dimentico

scatti

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scatti di Stefano Ferrio

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femminile di Pino Lazzaro

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calcio e legge di Stefano Sartori

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calcio e legge di Stefano Sartori

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politicalcio di Fabio Appetiti

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secondo tempo di Bianca Maria Mettifogo

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secondo tempo di Claudio Sottile

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io e il calcio di Pino Lazzaro Daniele Colasanti

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tempo libero

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di Maurizio Borsari

Tre foto tre storie

Selena Mazzantini e Viviana Schiavi Modifiche scadenze stipendi stagione 202/21 Triplo tesseramento

Marialuisa Gnecchi

Stefano Sorrentino

Alessandro Morello Questo periodico è iscritto all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

Finito di stampare il 29/10/2020

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l’intervista

di Pino Lazzaro

Francesco “Ciccio” Caputo, attaccante del Sassuolo

Determinazione e voglia di crederci “Giusto una passione, la mia grande passione, sempre avuta, mio fratello più grande a dirmi che proprio sin dall’inizio me ne stavo sempre lì con una palla, era quasi una “malattia”. Sotto casa, anche per strada, con i miei due fratelli più grandi, a turno in porta, partite su partite. Poi lì ad Altamura ho cominciato ad andare in parrocchia, al Sacro Cuore ed è lì che ho conosciuto questa associazione, l’Anspi, credo ci sia ancora (siamo andati a vedere, ecco quel che sintetizza Wikipedia: l'Associazione nazionale

270.000 associati; ndr). Facevano tornei lì in zona ed è stato con loro che ho così cominciato: ricordo che mi hanno fatto subito capitano e che una volta siamo andati a giocare a Bellaria o Rimini, lontano insomma”.

“È stato lì che ho incontrato Carlo Casiello, l’allenatore, uno di quelli che in me hanno sempre creduto. È capitato poi che siamo andati a giocare contro il Toritto, un paese vicino e lì a gestire le cose era Giovanni Mitarotonda, lui così poi a dirmi che avrei potuto andare a giocare lì da loro, “No, no, non facevo per dire la raccolta delle l’ASD Toritto Calcio. figurine, nemmeno mi attirava. Mi piaceva vedere Ero piccolo, 8-9 anni, le partite, senza però mai pensare di arrivare qualcosa di difficile, dove sono arrivato adesso. Giocando a calcio mi anche come arrivarci, divertivo, ecco, sempre con la voglia di vincere, i miei che lavoravano e lui, Giovanni, che di fare gol”. viene a casa dai miei: San Paolo Italia, ANSPI, è un'associasarebbe stato lui a venirmi a prendere, zione ecclesiale cattolica, senza fini allenamenti e partite, ci avrebbe pendi lucro, di oratori e circoli. È presente sato lui, anche a riportarmi a casa. in 17 regioni, 72 province e conta oltre Anche Casiello era d’accordo, l’Alta1800 società sportive affiliate, con circa mura tra l’altro mi aveva scartato, lui mi lasciava andare, avendo così io la possibilità di entrare in una società. L’allenatore era Onofrio Colasuonno, che è diventato poi per me un secondo padre. Lui a dirmi che mi portava a giocare con i grandi e io che di paura di giocare con loro non ne avevo e così è stato: mi accompagnava a casa, mi stava dietro e ha provato tante e tante volte di portarmi in giro, a provini, a Bari, anche a Grosseto e in altri posti della Puglia”. “Dopo tanti provini, anche per entrare nel settore giovanile del Bari e mai che mi avessero preso, il momento più difficile e brutto è stato quando pareva fatta col Grosseto, erano in B allora. Loro a dirmi che sì, mi volevano, ma dovevano essere i miei a pagare un rimborso mensile, centinaia di euro ogni volta… una delusione che non ti dico, tanto che

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dissi a mio padre che me ne andavo con lui a lavorare, lui muratore e così è stato, per due settimane sono andato con lui, il calcio non mi interessava più, che prospettiva potevo mai avere, nessun settore giovanile, nessuna squadra blaClasse 1987, di Altamura (BA), Francesco Caputo, per tutti ormai Ciccio, ha disputato il suo primo campionato professionistico col Noicattaro in C2 (stagione 2007/2008), dopo le esperienze con l’ADS Toritto (dalla Seconda categoria alla Promozione) e l’Altamura (Eccellenza). Sono seguite le stagioni col Bari, in B e in A, inframezzate dall’anno passato con la Salernitana (B) e il metà campionato giocato con la Robur Siena (B). Nella sua scheda c’è un anno “vuoto”, il 2013/2014: zero presenze per la squalifica di nove mesi rimediata per omessa denuncia per una partita della stagione 2008/2009, Salernitana-Bari, risultata “aggiustata”. Assolto poi sul versante penale, si è sempre proclamato innocente, “avevo vent'anni, completamente estraneo alla logica di uno spogliatoio composto da gente molto più grande di me. La sentenza ha chiaramente detto che per me il fatto non


l’intervista

sussisteva". Un’altra stagione a Bari (B) e poi due campionati filati colVirtus Entella sempre in B, per poi passare all’Empoli con cui vince il campionato di B (capocannoniere con 26 reti) e gioca il successivo in serie A. È col Sassuolo dall’estate del 2019. La sua prima convocazione in Nazionale è dello scorso agosto, mentre è in ottobre (il 7 per la precisione) che fa il suo debutto, siglando pure un gol nella vittoria in amichevole contro la Moldavia (6-0); altra presenza poi fuoricasa contro la Polonia, partita valevole per la Nations League.

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A filo d’erba

Mi ritorni in mente sonata. Ed è stato così Onofrio a venire ancora a casa mia, dai e dai a convincermi a riprendere, a tornare a giocare”.

La prima partita a cui penso, quella che non dimentico, è l’esordio che ho fatto col Bari in Serie B. Contro il Grosseto, è finita 3 a 1 per noi e ho fatto tripletta: mi sono fatto fare pure un tatuaggio di quel giorno. Il mister era Conte, un po’ me l’aveva anticipato in settimana ma è stato solo lì al campo che poi l’ho saputo. Ricordo che dopo il secondo gol mi sono levato la maglia, dopo il terzo mi sono buttato per terra, piangendo di gioia. Quella invece che vorrei rigiocare è una dell’anno scorso, con l’Empoli, ultima di campionato contro l’Inter a San Siro. Abbiamo perso 2 a 1 e quel giorno siamo retrocessi e ripenso a quella traversa che ho preso verso la fine, quella dinamica assurda, io che calcio e D’Ambrosio la devia col ginocchio. La palla che s’impenna, sbatte sulla traversa

che ancora non riesco a capacitarmi come ho fatto a sbagliare, è quello di un Bari-Crotone. Sai com’è, il difensore la passa indietro al portiere ma la dà lenta e io sono così a tu per tu col portiere, lui anche spostato, la porta spalancata: l’ho aperta troppo e l’ho messa fuori. Ricordo quanto quella volta m’hanno pure massacrato sui social. Un avversario che più mi ha reso dura la vita? Dico la verità, Chiellini. È uno che pure apprezzo, che ho sempre seguito e lui è proprio uno tosto e so che con lui sarà pure tosta la partita, speriamo bene mi dico sempre.

e sta tornando verso di me, ma arriva Handanovic e la prende: mi ricordo di quel momento il silenzio dello stadio, erano in 70.000 quel giorno (con la vittoria, l’Inter si qualificò per la Champions; ndr). Un gol che mi è proprio piaciuto è quello che ho fatto sempre nel 2019 con l’Empoli contro la Juventus, giocavamo in casa, di sinistro, appena fuori area, là, poco sotto l’incrocio. C’era Szczęsny in porta, vincevamo 1 a 0 e abbiamo poi perso per 2 a 1. Invece, un gol

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Lo stadio dove più mi piace giocare è San Siro, contro il Milan, contro l’Inter, sempre brividi, sempre pelle d’oca. Quella atmosfera che si sente, già con quell’ingresso per i pullman, gli spogliatoi ‘diversi’ e poi l’andare verso il campo, c’è sempre qualcosa in più. Quello invece in cui mi piacerebbe andare a giocare e anche qui penso soprattutto all’atmosfera, è l’Anfied Road di Liverpool, confesso che un po’ simpatizzo per loro. Lo sanno anche i miei figli, capita che vediamo assieme una loro partita e sono proprio loro a dirmi perché poi non ci vado… magari, chissà, un giorno me li porto, così ci andremo tutti assieme”.

“Quand’ero a Noicattaro, era C2, si viveva in un appartamento, con me altri cinque compagni di squadra. Prima volta via da casa, non è stato facile. I miei mi hanno sempre sostenuto e tanto per me hanno fatto i miei fratelli maggiori, loro la conoscevano la mia passione, l’avevano vissuta, così quando è servito, mi hanno dato una mano anche economicamente, mi aiutavano in questo e in quello, anche perché si fidavano di me, sapevano che avevo la testa sulle spalle, con sì tanto entusiasmo però responsabile. Con la scuola? Sono arrivato sino alla terza geometri, poi ho lasciato stare, la voglia di giocare veniva prima di tutto e potevo in effetti fare meglio, ma così è andata. Non che sia pentito, ma so che quei due anni in più mi sarebbero comunque serviti e mi sono ripromesso, una volta che finirò di giocare, di provare a recuperarli”. “Sì, quello di Noicattaro è stato un anno che mi è servito tantissimo, mi ha dato più forza. Io che prima pensavo che quella del calciatore fosse giusto una bella vita, soldi facili ma mi sono subito reso conto che non era così, non è così. La realtà è infatti del tutto diversa ed è stato lì che ho capito che quel “gioco” doveva diventare tale e quale un lavoro, a cui dedicare tutto me stesso. Un lavoro che mi avrebbe pure magari permesso di far star bene le persone accanto a me e dunque fondamentale non lasciare nulla al caso, ascoltare e accettare i consigli dei più grandi, anche le critiche. Un anno che è stato così importante, è stato lì che ho conosciuto il mio procuratore, Enrico Fedele, lui e il suo staff che pure tanto mi hanno aiutato a crescere, lui a prendere uno come me, un nessuno che veniva dall’Eccellenza. Siamo cresciuti assieme e sempre Enrico mi dice che sono quasi un unico


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come calciatore, mai nessun cambio di procuratore, sempre con loro. Sono fatto così, quando sento stima e rispetto, c’è tutto quel che serve e ne ho pure incontrato di persone che volevano fare i furbi, come no”. “Ti posso dire con certezza che di mio ci ho messo la voglia di crederci, la determinazione. Mi sono posto degli obiettivi e non ho mai mollato. Qui, nel polpaccio destro mi sono tatuato un motto per me fondamentale: Insisti resisti raggiungi conquisti. Me lo sono fatto fare proprio subito dopo Noicattaro, un qualcosa che sentivo dentro di me, io che per davvero non ho mai mollato. Resisti per i tanti problemi con cui si ha a che fare, mettici pure magari le società che non pagano, per arrivare infine proprio a conquisti: sino alla Nazionale, pensa, il sogno”. “Il primo tatuaggio l’ho fatto a 18 anni, da maggiorenne, i miei a dirmi che l’avrei potuto fare ‘da grande’ e sai com’è, da ragazzo pensi pure a delle cavolate, la mia è stata il mio segno zodiacale, Leone, qui sulla spalla. Ne ho parecchi adesso e quasi tutti hanno il loro signifi-

cato, li ho fatti perché li volevo fare, volevo così. Il nome dei miei figli, quello di mia moglie, i campionati vinti, il simbolo della mia città, pure il riferimento alla birra Pagnotta che produciamo, tutti hanno un perché. Di spazio ce n’è ancora, certo: il prossimo sarà la data della convocazione in Nazionale, sicuro”.

io che accettavo e me ne stavo comunque zitto anche se non ero d’accordo”. “Tu che mi chiedi se io sono uno ‘serio’ e capisco certo a cosa ti riferisci. Per me è una domanda facilissima: da quando questa mia passione l’ho fatta diventare il mio lavoro mi ci sono dedicato sempre al 100%, anche di più. Coloro che mi supportano e mi sopportano di più sono mia moglie e i miei figli:

“Ho sentito quello che in questi giorni ha detto Djuricic in un’intervista. Parlando di me ha detto che sono un le- “Ricordo la mia prima volta allo stadio, mi ci ader, che sono uno ha portato mio zio, tifosissimo del Bari. Mi importante dentro lo portò in curva, mi disse di non aver paura: Barispogliatoio. Una cosa Cremonese 1 a 0 e m’è rimasto dentro il momento questa di cui sono or- del gol, quel terremoto lì nella curva”. gogliosissimo, di più. No, non serve poi alzare la voce, lo puoi fare magari quando come mangiamo, il rinunciare a uscire, vuoi farti ascoltare, niente di più, ma in riposare per bene. Sì, sono molto incampo sei leader quando capisci che i quadrato e quel che cerco è di stare compagni possono aver bisogno, basta bene. Facendo gli scongiuri sinora è l’atteggiamento, quel che fai, come lo andata sempre così ed è un qualcosa, fai, per trascinare tutti. Quel che non è un approccio, che è sempre stato lo poi così facile è rapportarsi con i giostesso, non l’ho scoperto adesso invani, loro che hanno sempre la parola somma”. così pronta, se non sei lucido rischi di scontrarti e certo io non ero come loro, “Non so davvero che dirti, un qualcosa

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l’intervista

che mi piace meno del calcio non riesco a trovarlo, proprio no. Ho amato e sto amando tutto quello che ho fatto e sto facendo: i ritiri estivi, quelli pre-gara, gli allenamenti duri, tutto. Questo modo di vedere le cose penso mi abbia aiutato molto, è una forza positiva che

ho dentro, anche se so bene che pure dormo la notte, mai per dire ho vomiio le so drizzare le antenne. Quel di cui tato per andare a… giocare. Penso ansono orgoglioso, proprio per il caratcora a mia moglie, dai e dai, dopo anni tere che ho, sono i tanti rapporti che e anni ha deciso di dare un’intervista, negli anni ho saputo avere con tanti pure io a dirle di farla per una volta. addetti ai lavori, mi ha aiutato questa Le hanno chiesto se fossi scaramanmia positività, lo so “La svolta, chiamiamola così, è venuta anni dopo. Lì al che è così”. Toritto sono partito dalla Seconda categoria, poi ho “Il divertimento… fatto Prima e Promozione, per passare poi per due anni cos’è il divertimen- in Eccellenza ad Altamura. È stato il trasferimento a to? Ti farei parlare Noicattaro, in C2, il passo decisivo. Avevo 19 anni, anche con mia moglie, lei lì prima del contratto un periodo di prova, con loro in ritiro che è stata ed è ed è bastata una settimana, l’allenatore era Giuseppe così importante per Giusto, mi hanno preso. Cinque anni di contratto, al minimo me, lei che sa bene federale, ma non importava, per me era già tantissimo, il quanto mi piaccia più felice al mondo: ero comunque un professionista”. fare quel che in fondo sognavo sin da bambino. Dai, io tico, sai per esempio le cose, sempre mi diverto come un ragazzino anche le stesse, che uno fa prima della paradesso, partite e allenamenti. Con una tita e lei a citare così una mia di frase, consapevolezza, una determinazione e sul fatto che chi è scaramantico lo è una serenità che mi fanno stare bene, perché di fondo è debole, io la penso mi danno fiducia. Dentro ho proprio un così. No, me li gusto tutti i momenti, fuoco sacro, ecco, adesso ho proprio prima e dopo: se uno ha la coscienza a voglia di spaccarle le porte. Certo che posto e sa di aver dato tutto, dove sta il problema? Magari non riesci a fare bene, capita. Me l’hanno chiesta anche in Nazionale questa cosa qui, se magari avrei fatto fatica a dormire visto che potevo esordire. Io invece a rispondere che era anzi un qualcosa che mi faceva stare ancora più sereno, che un qualcosa di così bello come essere in Nazionale mi avrebbe ancor più aiutato a dormire”. “I primi anni non ero tanto portato alle interviste, se potevo le schivavo, ne facevo a meno, magari avevo fatto gol e l’ufficio stampa lì a dirmi che mi aspettavano, che volevano parlare con me, un po’ di fatica la facevo. Poi ho saputo girarla questa cosa qui, m’è diventata più ‘simpatica’, ho capito che interagire è una bella cosa, così adesso sono sempre a disposizione: è con gli anni che ho imparato”. “Guarda, non voglio essere né sembrare uno perfettino, so bene del privilegio

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l’intervista

Quel “restate a casa” che abbiamo, di quanto anche economicamente stiamo bene, però la mia fortuna è stata ed è davvero la donna che ho accanto, lei che è moglie, amica, compagna. E poi i nostri tre figli, la tanta responsabilità che sento. Mi ritrovo a fare quel che sognavo da bambino, guadagno bene, a cosa mi servono per dire un giubbotto nuovo o un paio di orologi? Voglio che i miei figli crescano sapendo che è a loro che penso, altro che fare la bella vita. Ed è merito di mia moglie, se ne avessi avuto un’altra di donna a fianco, chissà dove sarei adesso, magari in Serie C, proprio non so”. “Guarda poi che non si trattava nemmeno di calcio-scommesse come ancora scrivono. Io che non sapevo nulla, che non dovevo nemmeno giocare, non stavo al massimo e sono entrato nel secondo tempo. Io che pure sul 3 a 2 per loro (la Salernitana, era esattamente il 23 maggio 2009, una partita come si disse “ceduta e aggiustata”; ndr) ho preso un palo esterno e se magari entrava tutto quanto non sarebbe successo, chissà. Tu la chiami cicatrice ma per me ormai non c’è più, si è rimarginata, ho messo tutto alle spalle, un periodo che davvero mi ha messo alla prova e che non auguro nemmeno al mio peggior nemico. Una vicenda da cui ho saputo trovare forza e coraggio, con la continua voglia di dimostrare che non ero e non sono mai stato quella persona che dicevano. Ringrazio le persone che hanno continuato a starmi accanto, ne sono uscito a testa alta e dentro di me quel periodo di squalifica l’ho voluto considerare come mi fossi fatto male, come un infortunio grave. Adesso, però ai tanti giovani dico sempre loro di aprire gli occhi, di stare attenti, anche se sono convinto che ora, anche per tutti i controlli che ci sono, le cose vanno meglio di prima”. “Più che un consiglio, a un giovane mi sentirei di dire – proprio per quel che

A precisa domanda del giornalista Fabrizio Salvo, riportiamo pari pari la risposta di Francesco pubblicata nelle scorse settimane su Sportweek: “È stata una cosa nata al telefono con mia moglie, che sento sempre prima della partita. Annamaria mi fa: “Se segni, perché non fai qualcosa di speciale, per lanciare un messaggio in questo momento difficile?”. E io: “Amo’, cavolo, me lo dici adesso, un’ora prima della partita?”. Non ci penso più, poi mi arriva l’illuminazione quando entro in campo per il riscaldamento. Chiamo Massimiliano Fusani, il team manager: “Dammi un foglio bianco grande e un pennarello”. Scrivo, lo piego e glielo consegno: “Mettilo dentro la giacca e non dire niente. Se faccio gol, vengo da te e me lo dai”. Così, dopo aver segnato il primo, corro

verso la panchina. Tutti aspettano di vedere chi avrei abbracciato, invece mi fermo davanti a Massimiliano: “Dammi il foglio”. Lui apre la giacca e il resto lo avete visto”.

è capitato pure a me – di guardare lì al cosa quelle mille persone che adesso campo, di prendere esempio da come ci possono almeno starci. Ricordo in Poalleniamo, di vedere e percepire, di stalonia, stadio da 60.000 posti ed erano re attenti. Non credo sia facile per loro, comunque in 15.000. Erano così cogià magari guadagnano delle belle cifre munque tantissimi ed era troppo bello, in Primavera, che so, la macchina imporpareva una cosa nuova”. tante ce l’hanno già, il procuratore che spinge… bisognerebbe invece cercare “Al dopo non ci penso, pure il mio prodi stare umili, coltivando però i sogni e le curatore ogni tanto me lo chiede. Coambizioni, riuscendo a prenderlo davvero munque sia, ora come ora la vedo come per bene come un lavoro, un qualcosa che dai e dai “Con gli arbitri va bene, non do modo di creare problemi, poi paga. Il problema è sia che vedano bene, sia che vedano male. Capita così che da giovane spesso ti che siano loro a volte a farmi i complimenti”. fai prendere dal momento, un paio di partite fatte bene e sembra una cosa distante, spero possa essere fatta, ma è solo fumo, quel che ci vuole è il più tardi possibile. In fondo è una la continuità, ancora e ancora”. domanda che non mi sono mai posto, potrei dire che sì, penso mi piacerebbe “Senza la gente allo stadio è difficilispoi rimanere nell’ambiente del calcio simo, una cosa tosta. L’affetto della ma so pure che non è certo, che può gente, quel mormorio di fondo, le ocnon essere così. Intanto lì ad Altamura casioni da gol, le emozioni, quell’atmoho messo in piedi un mio centro sportisfera. Ora è tutto un altro modo, c’è sivo e sono dentro a un’azienda che prolenzio, è piatto. Ora ci sentiamo di più duce una birra artigianale (etichetta: tra di noi, anche più del dovuto e non Pagnotta, tra gli ingredienti il famoso Pane di Altamura DOP; ndr). Qualche è facile. Per me siamo stati bravi ad adattarci, ancor più concentrati, ma strada insomma me la sto preparando, non è bello. Il calcio è della gente, che non si sa mai, però in fondo ancora non partecipa, che canta e già è un qualci penso davvero al dopo calcio”.

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serie B

di Claudio Sottile

Andrea Paroni, portiere della Virtus Entella

Una lunga storia d’amore ogni tanto dà i numeri Uno, due, tre, dodici e novantasei. La ruota di Chiavari finisce in Zona Cesarini. Per informazioni chiedere ad Andrea Paroni, che ha ben impressa questa cinquina sulla sua mano: uno, il numero di maglia e il gol… segnato, due le promozioni in Serie B, tre (terzo) il ruolo che ha ricoperto suo malgrado, al pari del dodici (dodicesimo), che però è anche il numero delle stagioni completate in Liguria, novantasei… il minuto del gol segnato.

volevo emergere giocando. Anno dopo anno è diventata pian piano casa mia. Sono arrivato neomaggiorenne e questa appena iniziata è la mia tredicesima stagione, è veramente incredibile questo sviluppo. Io sono legatissimo al mio percorso, che è stato importante, perché negli anni passare della Serie D alla C2, dalla C1 e alla B, e riconquistarla dopo essere retrocessi, è un gran bel vissuto che m’ha visto anche protagonista in cadetteria. Nel 2019/2020 ho raccolto una sola presenMa andiamo con ordine. Andrea, che za in campionato, chiunque vorrebbe significa legare la propria vita calcigiocare sempre, o almeno mettere in stica a una sola bandiera? difficoltà il mister per guadagnarsi il “È qualcosa di forte. Arrivai a Chiaposto. So che posso dare un contribuvari dalla Primavera dell’Udinese nel to anche così. La mia storia significa 2008, ed era la mia esperienza fuori tanto anche perché sono qui con la casa, avevo 18 anni e mi aspettava la mia famiglia, con i due mie figli che Serie D, nemmeno il professionismo. sono nati a Lavagna perché a Chiavari non c’è l’ospedale “Tra portieri c’è rispetto, non c’è mai per i bambini. Mi rendo conto che rivalità, perché pensi è capitato a al giorno d’oggi è difficile che i lui e potrebbe capitare a me” giocatori abbiano Ho fatto questa scelta di venire nei una storia simile alla mia, e che stiano Dilettanti per cercare di giocarmi le così tanto tempo con una maglia. Mi mie carte, perché a 18 anni ho pensato rende orgoglioso ciò che sto vivendo, di scendere in campo il più possibile, vediamo dove si arriverà”.

In questi anni ti è capitata l’occasione di cambiare colori? “Sì, in alcune annate ho avuto la possibilità di salire di categoria, ma poi facendolo direttamente con l’Entella le scelte sono venute facili. Anche lo scorso anno ho avuto l’opportunità di andar via, ma ho preferito rimanere. Nonostante vengano fatte delle scelte che non sempre mi vedono protagonista, io mi sento parte integrante di questa storia e quindi voglio continuare a contribuire. Sento di aver fatto cose buone, tuttavia vorrei ancora avere la possibilità di dimostrare che posso ancora fare qualcosa. Mi piacerebbe far vedere che comunque ci sono e potrei esserci”. Chiuderai la carriera in Riviera? “Su questo non so rispondere. I primi anni ho giocato spesso, nella prima stagione di Serie B raccolsi 30 gettoni complice l’infortunio di Ivan Pelizzoli. Nel biennio con Alessandro Iacobucci feci il secondo e mi ritagliai uno spazio solo nel finale di stagione di due anni fa, inanellando sei gare comprendendo i playout. L’anno scorso mi sono trovato a fare il terzo e quest’anno riparto nuovamente da questa situazione. Prima mi veniva più facile fare certe valutazioni, ora bisogna vedere quanta energia riesco ancora ad avere in questa veste. Diventa difficile pensarci perché vorrei rimanere, sicuramente dopo tanti anni mi piacerebbe continuare e ultimare un percorso, però questo deve andare di pari passo anche con l’aspetto sportivo. In quest’annata parto più dietro e cerco di ritagliarmi degli spazi, poi faremo delle valutazioni. Ognuno deve provare a fare del proprio meglio, visto che è un lavoro. Ho trentun anni e devo cercare di ottimizzare il tutto”. Tutto ciò che stiamo vivendo condiziona l’aspetto ludico, oppure riesci comunque a mantenere il sorriso?

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serie B

“Ogni settimana quando ci sono i tamponi e aspettiamo gli esiti passi momenti di tensione, hai sempre la paura che ci sia qualche positività. Ogni tanto quando non arrivano subito i responsi vivi sul chi va là, però diciamo che in settimana è l’unica cosa che avverti. Quello che manca è la domenica, perché tu entri in un impianto vuoto, che sia il nostro o di una squadra avversaria, e dici cavolo quanto ci manca la gente. Noi facciamo uno spettacolo, ok ci sono le tv, ma farlo con nessuno sugli spalti ti fa rendere realmente conto di quello che ci manca. Alla fine, il calcio è mosso dalla passione della gente, dai tifosi, dalle famiglie che vivono con noi anche le trasferte. La realtà di Chiavari mette in marcia poche persone, ma quando una grande città ne muove tante per venire a dare un aiuto alla propria squadra del cuore è davvero bello per il calcio. Purtroppo, adesso va così, anzi forse è già tanto che ancora ci venga data la possibilità di giocare. Hanno istituito dei protocolli apposta per darci questa possibilità, le regole son queste e perlomeno riusciamo a fare il nostro lavoro, cercando di regalare a distanza delle piccole gioie”. Piccola e presente, la vostra tifoseria. “Paghiamo lo scotto di essere schiacciati come tifo da Genoa e Sampdoria, e quest’anno anche Spezia. L’Entella con la gestione Gozzi sta facendo un qualcosa di incredibile, ma gli anni prima navigava nelle categorie inferiori e quindi i giovani non si avvicinavano alla squadra, preferivano andare a vedere le genovesi, quindi ci è saltata la generazione tra i 25 e i 45 anni. Chi viene cerca a sua volta il più possibile di portar gente, a noi manca ognuno di loro quando vediamo il Comunale a porte chiuse. Avevamo la media di 2000 persone a gara e ti rammaricavi che erano poche, ora ti rendi conto cosa significa giocar senza”.

Nel biennio 2015-2017 hai diviso lo spogliatoio con un centravanti attualmente nella batteria delle punte azzurre… “Wow. È una storia bellissima. Ciccio Caputo se lo merita, qui tutti abbiamo un ricordo stupendo. Manca a tutti noi un bomber come lui. Nel calcio parlano i numeri. L’Entella gli ha dato la possibilità di rilanciarsi dopo un periodo poco fortunato a Bari e poi si è costruito tutto con tanta fame. È un ragazzo che va stabilmente in doppia cifra, a 30 anni ritorna in Serie A, dopo l’esperienza fugace di Siena, con questa energia travolgente… Aveva l’intenzione di tornare nella massima serie, non ci aveva mai parlato della Nazionale, magari è diventata un suo focus dopo gli exploit con Empoli e Sassuolo, facendo i gol ci sperava ed è riuscito a conquistarla. In allenamento vedevi che aveva un fuoco dentro, non sono cose dette col senno di poi. Si allenava al massimo e viveva per il gol. Notavi che era un attaccante diverso da tanti altri, senza togliere qualcosa ai miei compagni presenti e passati. Il gol era la cosa più importante del mondo per lui, e questa fame l’ha aiutato a emergere”. A proposito di bomber, il 26 maggio 2012 hai gonfiato la rete per il 2-2 finale di Casale-Virtus Entella. “Pensare che non credo mai di spingermi in avanti, anzi se posso non giocare coi piedi è meglio (ride, ndr). Sono situazioni che si creano all’ultimo minuto, è capitato altre volte magari di provare ad andare in attacco, ma poi alla fine non pensi realmente di far gol. Invece quel giorno lì è successo ed è stata una cosa incredibile, per fortuna la palla mi è andata sulla testa e non sul piede, altrimenti chissà dove la calciavo. Questo è un altro ricordo tra i più belli della mia carriera e di questa cavalcata lunghissima con l’Entella, non potrebbe essere altrimenti. Siglare un gol, soprattutto in una partita importante come una semifinale playoff…

Andrea Paroni è nato a San Vito al Tagliamento (PN) il 14 ottobre 1989. Cresciuto calcisticamente nel settore giovanile dell’Udinese è passato all’Entella nel 2008 quando i liguri erano in Serie D. Con la maglia biancoceleste ha ottenuto due promozioni contribuendo alla storica conquista della Serie B della squadra chiavarese.

L’accedere alla finale ci ha garantito il ripescaggio in C1. Non nascondo che ogni tanto su YouTube quella partita lì me la vado a rivedere”. Alessandro Pomat, portiere dei piemontesi di quel giorno, ti disse qualcosa? “Ricordo che ci fu un post partita un po’ acceso, succede se prendi gol nel recupero. Gli ultras di casa fecero un’invasione, siamo dovuti rimanere parecchio negli spogliatoi, una volta usciti salendo sul pullman incrociammo i calciatori del Casale che riprendevano le proprie auto nel parcheggio. Con Pomat ci fu un cenno con gli occhi, per dire è capitato, non potevi farci nulla. Tra portieri c’è una sorta di solidarietà nel bene e nel male. In un altro ruolo magari non c’è questa empatia. Tra portieri c’è rispetto, non c’è mai rivalità, perché pensi è capitato a lui e potrebbe capitare a me”. Un altro intervento decisivo l’hai fatto senza scarpette bullonate, ma con gli stivali. “Ottobre 2014. Abitavo già nella via del

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nostro Campo Sportivo, all’epoca ero di fronte, ora sto un po’ più decentrato. Mi ricordo che ero in casa con la mia fidanzata, ora diventata mia moglie, stavamo con un’amica a guardare la tv e sapevamo che pioveva, però mai ci saremmo aspettati che sarebbe diventata un’alluvione. Iniziammo a sentire delle voci. Ci affacciamo e vediamo l’acqua nella via che iniziava ad arrivare ad altezza ruote delle auto. Questa cosa ci ha impaurito. Il bar si ritrovava acqua dappertutto, un meccanico aveva l’officina allegata. Ho guardato mia moglie e le ho detto che il tempo di indossare gli stivali e sarei sceso a dare una mano. Non c’era un’alternativa, mi è venuto spontaneo. In quel momento non c’erano i sentori che potesse accadere una cosa spropositata. Era una situazione di disagio, non si sapeva dove si poteva arrivare con il pericolo imminente. Mi sono

Michele Troiano e Simone Iacoponi, complice lo stop degli allenamenti che fu deciso, abbiamo girato il quartiere attorno allo stadio per dare una mano nei magazzini e nei garage e a tutti quelli che avevano bisogno. Non fu un gesto solo di Andrea Paroni”.

Andrea, l’Entella è pronta per raggiungere la promozione più ambita, che ancora manca nel tuo e nel vostro palmares? “Credo che l’Entella abbia bisogno ancora di consolidarsi in maniera importante, ha un Presidente che ama l’Entella, ama Chiavari e fa di tutto affinché la sua squadra possa sempre fare meglio e sempre più. Però poi ti rendi conto effettivamente che la Serie B è un campionato difficile, l’abbiamo notato anche l’anno scorso, vedendo il Perugia retrocedere, il Pescara fare i playout, un’altra piazza importantissima come Cremo“A volte pensi di aver allestito na rischiare fino alla fine. Presidente dice che una rosa forte e ti ritrovi a Ilgiocare la Serie B è la sua Champions League. lottare per non retrocedere” E io credo che la realtà messo in strada e ho dato una mano di Chiavari non permetta ancora un assieme ad altre persone. Poi vidi uno passo così lungo come la A, bisogna dei ragazzi che abita in quella zona continuare a lavorare, a progettare. Ci andare verso lo stadio, dicendomi che sono delle annate dove tanti elementi c’era da preservare il magazzino degli si incastrano e vanno al posto giusto, ultras stracolmo di bandiere e cimeli, vedi cosa combina il Pordenone l’anmi accodai a lui cercando di recupeno scorso. Il calcio non è una scienza rare quanta più roba, appoggiandola a esatta, puoi valutare di aver allesticasa mia nelle ore dell’emergenza. Mi to una rosa forte e ti ritrovi a lottare preme dire che nei giorni successivi si per non retrocedere. E viceversa. È accodarono altri miei compagni come vero anche che nel 2017/2018, al quar-

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to anno consecutivo di cadetteria, pur senza presunzione, abbiamo iniziato a pensare ci salviamo e magari facciamo i playoff, e invece siamo finiti col retrocedere. Fu pesante. Noi che eravamo qui da tanti anni l’abbiamo ammortizzata solo risalendo subito, ma fu una bella batosta. Penso che se il Presidente continuerà a lavorare a piccoli passi, potrebbe accadere, ma non credo sia un domani vicino. Mi auguro che accada il prima possibile, bisogna però prima pensare a mantenere la categoria, che per una città di 27 mila persone è come militare in una coppa europea. Se verrà dell’altro, tanto di guadagnato. Piano piano. Personalmente sarebbe la ciliegina sulla torta, con tutte le promozioni dalla D alla A, mi riempirebbe di orgoglio, ma c’è altro che mi rende fiero intanto e vorrei parlarne”. Prego. “Nel 2014 qui a Chiavari dei tifosi hanno fondato un gruppo di beneficienza che porta il mio nome. È un qualcosa che mi piace raccontare, perché non è solo per vedere le partite o andare in trasferta, ma ha un fine nobile. Quando posso ringrazio pubblicamente questi amici che hanno avuto l’idea di legare il mio nome a un club. Visto il momento particolare siamo fermi con le iniziative, ma in questi anni abbiamo aiutato spesso associazioni che hanno a che fare con bambini, ci rende molto orgogliosi. Il club si chiama ‘Entella club mondo piccolo Andrea Paroni’, per chi ha voglia di saperne di più chiunque può trovarci su Facebook e Instagram”.


regole del gioco

di Pierpaolo Romani

Per costruire una società responsabile e onesta

La fondamentale importanza delle regole Anche per giocare servono le regole. Una frase semplice, diretta, esplicita che è diventata il titolo dell’ultimo libro di Gherardo Colombo, magistrato di lunga esperienza, impegnato nelle più delicate e oscure inchieste della storia italiana degli anni ’70-’80-’90. Nel 2007, Colombo ha deciso di lasciare la toga e di iniziare a viaggiare in tutta la penisola per incontrare studenti e docenti. L’ex toga milanese, dopo trentatré anni di magistratura, si è convinto che prima ancora dei tribunali, se vogliamo costruire una società responsabile e onesta è necessario ragionare sulla “relazione che esiste tra le persone e le regole. Se non capiamo questo la giustizia non funziona”. Le regole, afferma Colombo sono essenziali in quanto “seguire una regola è il modo per raggiungere un risultato prefissato. Le regole” – scrive Colombo – “sono funzionali alla relazione. In una comunità, il loro fine è organizzare le relazioni in modo da generare fiducia reciproca”. Parole chiare che come cittadini e sportivi dovremmo tenere bene in mente nella quotidianità della nostra vita. Colombo invita i lettori, soprattutto giovani, a guardare alle regole da una prospettiva diversa da quella abitualmente utilizzata, quella per cui esse sono presentate e intese come divieti, obblighi e comandi. Le regole, secondo l’ex magistrato, sono prima di tutto strumenti che ci garantiscono delle possibilità – ovvero i nostri diritti – stabilendo allo stesso tempo i corrispettivi doveri ai quali dobbiamo adempiere. Grazie alle regole quindi, nella vita, ma anche nel calcio e nello sport, possiamo fare delle cose importanti, agendo insieme, in modo organizzato, sulla base di una fiducia reciproca, accompagnata dal rispetto, dalla lealtà e, ancor prima, dalla conoscenza. Scrive infatti Colombo: “Le regole servono a poco se non sono osservate ed è difficile che siano osservate se non vengono capite e condivise”.

Qual è il fine delle regole? Non l’obbedienza, tipica di una “società verticale”, dove pochi comandano e tantissimi obbediscono ma, per Colombo, l’educare le persone a scegliere in libertà e con responsabilità, perché solo così si impara “come diventare cittadini”, come recita il sottotitolo del suo libro. E proprio sul principio di responsabilità, in un laboratorio educativo svolto con giovani aspiranti calciatori durante un AIC Camp, qualche tempo fa chi scrive ha raccolto una serie di spunti e di idee per redigere una “Carta della responsabilità”, destinata ad allenatori ed educatori che operano con i ragazzi che amano giocare al calcio e praticare sport. Responsabile “è colui che risponde delle parole che pronuncia,

delle azioni che compie e dei comportamenti che pratica, ed è consapevole delle conseguenze che tutto questo provoca su di sé, sulle persone che gli stanno accanto e nell’ambiente in cui vive ed opera”. Per questi motivi, l’allenatore/educare responsabile è colui che: a) sa ascoltare; b) sa creare e gestire una relazione; c) si impegna a sapere, saper fare, saper far fare; d) sa aspettare e imparare dagli errori; e) agisce con lealtà, probità e correttezza sportiva; f) è consapevole che la comunicazione è sia verbale che non verbale; g) si preoccupa di stare insieme ai ragazzi cercando di sviluppare con loro le competenze, le conoscenze e le capacità. Non è certamente facile fare tutto ciò, ma intanto bisogna partire.

Chiarelettere

Anche per giocare servono le regole di Gherardo Colombo – 176 pagine - €14,00 Siamo convinti che le regole siano state inventate per limitare la nostra libertà, ma anche per giocare servono le regole. Parte da qui il libro di Gherardo Colombo, la prima uscita di una nuova collana che fin dal nome (Ri-creazioni) vuole essere uno sguardo indirizzato al futuro. A cominciare dalla sua lunga esperienza come magistrato e dopo anni dedicati a incontrare migliaia di studenti in tutta Italia, in queste pagine Colombo racconta la grande avventura della Costituzione: il contesto storico in cui è nata; le resistenze e le abitudini alla sopraffazione e alla diseguaglianza che ha dovuto abbattere; il principio che la anima (la dignità di ogni persona), segnando una svolta storica epocale; come funziona e perché è stata scritta; chi sono gli uomini e le donne che sono riusciti nell’impresa dopo

un lungo lavoro di mediazione, affinché gli scempi della storia non si ripetessero più. Un libro che parla di noi, chiaro, semplice, animato da un’idea di cultura che è esperienza diretta e viva, nelle istituzioni e anche fra i ragazzi. Con una sezione finale (Per saperne di più) che presenta approfondimenti su personaggi ed eventi storici, istituzioni, documenti e trattati, organismi internazionali, come sono nati e come funzionano. Un libro da usare, con attività che ogni lettore può trovare in un sito dedicato (www.ricreazioni.eu).

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amarcord

di Pino Lazzaro

La partita che non dimentico

Lino Marzorati (Lecco)

“La prima che mi viene alla mente è quella dell’esordio in Serie A, col Milan. Magari è quella che tutti ricordano, certo che per me è stata una cosa incredibile, io che facevo allora la quinta superiore, scuola pubblica, e ricordo l’insegnante di Economia Aziendale, tifosissimo del Milan, anche a Barcellona era andato per la finale della Coppa Campioni contro lo Steaua Bucarest. Il mio esordio è stato il 20 maggio del 2005, certo che me la ricordo quella data, Milan-Palermo 3-3. Io addirittura che sono partito quel giorno da titolare, non me l’aspettavo, solo il giorno prima, fin lì che Ancelotti dava le casacche, qualcosa lo avevo intuito. Io poi che sono sempre stato un milanista e che quell’esordio ho sempre pensato sia stato pure un giusto premio per tutti gli anni che avevo fatto nel settore giovanile del Milan, cominciando che avevo 9 anni, sempre mio padre su e giù ad accompagnarmi. Un gran bel ricordo insomma, che si porta appresso però pure qualcosa di negativo: dopo tre-quattro giorni il Milan giocò quella famosa partita contro il Liverpool, a Istanbul, la finale della Champions League, persa ai rigori dopo che il primo tempo era avanti per 3 a 0”.

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“Anche per questo io giocai contro il Palermo, se vogliamo un Milan di seconde linee, anche se tanto seconde linee non erano, ricordo Rui Costa, Crespo e Costacurta che mi stava anche un po’ dietro, io tranquillo e timido, che li osservavo e imparavo, ricordo Seedorf che pure lui mi aiutava e Nesta (siamo andati a rivedere, ecco la formazione del Milan di quel giorno: Abbiati, Marzorati (73’ Perticone), Simic, Costacurta, Pancaro, Brocchi, Rui Costa, Dhorasoo, Serginho, Crespo (64’ Inzaghi I), Tomasson; ndr). Guarda poi che ad allenarmi nella Primavera c’era Franco Baresi, per me il numero 1, è stato lui l’artefice di quei miei primi anni di A, Empoli inclusa. Quando l’allenatore mi sostituì vincevamo 3 a 1, campionato già vinto dalla Juventus e loro, il Palermo, che avevano più stimoli di noi, forse ancora in ballo una qualche qualificazione, non ricordo”. “Campionato finito e c’erano comunque 40.000 persone… Quel giorno mi capitò di difendere anche su Toni, lui più alto di me di parecchi centimetri e Bergomi nel suo commento lì a dire che ero in gamba, già smaliziato per-

ché in un paio di occasioni, rischiando un po’ un rigore, l’avevo spostato fin che saltava. Ricordo che Toni l’incontrai l’anno dopo, io con l’Empoli e lui con la Fiorentina: la spinta stavolta me la diede lui e fece gol. Ricordo che lì sul campo ero concentratissimo, non ho visto che il campo. Invece, arrivando allo stadio in pullman, lì sì ho avvertito tanta tensione: m’impressionava tutta quella gente che a piedi andava verso lo stadio ed eravamo ancora piuttosto lontani da San Siro”. “A che punto sono? Di questi tempi è un periodo che faccio un po’ fatica a capire il mio corpo. Vorrei dare e fare le cose di prima ma mi accorgo che il recupero è più lento, un po’ strano. Capisco insomma che devo gestire meglio le energie e gioco con ragazzi che hanno anche 15 anni meno di me. In partita non ci faccio caso, è in allenamento che la vedo di più questa cosa qui. Con la testa mi sento insomma il ragazzo di sempre, col fisico è diverso e per dire, se penso a quando capitano tre partite la settimana, so già che mi lasceranno cotto: anche ai minimi dettagli devo così stare attento. Però mi


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Federico Maracchi (Triestina)

rendo anche conto che li posso aiutare questi ragazzi, loro sono fatti come sono fatti, bisogna andarci piano, ma con la mia esperienza posso dar loro una mano, più con le parole che con le gambe. Ho capito che ora come ora posso e devo garantire qualità più che quantità, giocando bene quelle che gioco, aiutando i giovani a come lavorare in un contesto professionale. E comunque sia, dopo tutti questi anni che sono in giro, sono contento d’essere tornato vicino a casa, vicino ai miei genitori”. “Se potevo fare ancora di più? Mah, forse sì, può essere stata anche colpa mia, ricordo che è stato a Cagliari che la Serie A ho cominciato a vederla in pratica solo da lontano, gli infortuni che ho avuto, è là che si è incrinato il mio sogno della Serie A. Per come sono fatto io, mi mancava sempre qualcosa per arrivare a 31, facevo 30 e mi andava bene. Eppure da giovane le cose andavano benissimo (con, tra l’altro, tutta la trafila nelle nazionali giovanili; ndr), dai 18 ai 24 anni ero stato perfetto, poi forse mi è mancata la cattiveria per insistere e sfondare, mi bastava la sufficienza, non ci pensavo a farmi notare di più. Un po’ di cose tutte assieme, la mia mancanza pure di una certa spavalderia, qualche trattativa non andata a buon fine, chissà, gli infortuni e pure un carattere un po’ chiuso. Non sempre sono stato fortunato, ecco, però so che il mio massimo l’ho sempre dato, non ne ho di rimorsi. Al dopo so che ci dovrei cominciare a pensare, qualche anno lo voglio ancora giocare e credo mi piacerebbe poi aver a che fare con i ragazzini, anche i bambini, sento che potrebbe essere uno stimolo ulteriore. Non so dove mi porterà il futuro, non so a che livelli, dipenderà anche dalla famiglia, ne abbiamo due di figli, una fa danza e l’altro è già in una scuola calcio, gli piace”.

“Ci ho pensato su a quale potrebbe essere la “mia” partita, ne avrei per fortuna più di una, ripenso per esempio a quando col Treviso abbiamo vinto il campionato, però non posso non andare all’anno successivo (era giugno 2013; ndr), giocavo col Venezia, alla finale playoff contro il Monza, per salire in Prima divisione. All’andata lì da loro avevamo fatto 0 a 0 e pensa che al 90° stavamo perdendo per 2 a 1. In tre minuti abbiamo fatto prima il 2 a 2 e poi subito il 3 a 2 per noi, che emozione! Già il pari, quel 2 a 2, ci pareva una benedizione, così saremmo andati intanto almeno ai supplementari, pareggiare al novantesimo… Ma proprio all’ultimo pallone, sai quello che butti lì più avanti possibile, ecco che Bocalon s’è trovato da solo davanti al portiere, ho ancora negli occhi il flash di quella immagine, lo vedo tuttora al rallentatore, piano piano e mi par di risentire quel boato dello stadio, noi a correre verso di lui, nemmeno ci rendevamo conto forse di tutto quanto e l’arbitro

che fischia subito la fine della partita: come faccio a dimenticare?”. “Sono dell’88, di anni ne ho 32. Non sono ancora proprio a fine carriera ma di certo so che non manca poi molto. È stato tre anni fa che ho deciso di tornarmene qui a casa, io sono di Trieste, l’anno scorso ho firmato un biennale e anche se con il calcio non si può mai dire e non si sa mai, spero di poter concludere qui i miei anni di calcio. Con la Triestina era già cominciata per me nel 2008, esordio in B, poi problemi vari, nemmeno io so perché quella volta non sono riuscito a trovare una squadra, così tornai nella società in cui avevo iniziato, il San Giovanni, ricominciando dalla Prima categoria. Ho fatto la mia bella gavetta, tra Eccellenza e Serie D, per tornare poi tra i professionisti col Treviso in C2”. “Due anni fa qui a Trieste abbiamo sfiorato la Serie B, perdendo la finale playoff col Pisa. L’obiettivo qui per noi è quello di cercare di salire, sarebbe proprio per me come la classica ciliegina sulla torta, io che fin da bambino sono stato tifoso della Triestina ed era con mio nonno che andavo a vedere le partite al “Rocco”. È uno stadio grande il nostro, ora ci sono sì questi 1000 spettatori ma se uno ripensa a cos’è quello stadio quando è pieno, è proprio dura. Manca molto la gente, è triste dover giocare così. Ce ne rendiamo conto specie quando attacchi, quei momenti in cui la spinta della gente ti trascina ancora di più… così devi stare ancor più concentrato, sempre lì ancor più con la testa”. “No, al dopo ancora non ci penso più di tanto, voglio godermeli questi ultimi anni. Se proprio me lo chiedi, allora mi vien da dirti che anche a me piacerebbe dopo restare nell’ambiente, credo mi piacerebbe soprattutto a livello di settore giovanile, con i ragazzi. Comunque sia, ci penserò più avanti”.

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biblioteca AIC

di Pino Lazzaro

Il libro di Angelo Benedicto Sormani

“La mia prima parola? Palla!” “L’idea del libro è venuta a mia cognata, la moglie di mio figlio Alfredo. Giusto lei che di calcio tutto sommato ne sa proprio poco. Però sa scrivere, è scrittrice: non che lo volessi proprio fare, non mi pare d’aver fatto chissà che cosa, ma dai e dai abbiamo cominciato, lei registrava, erano soprattutto delle conversazioni tra di noi. Tutto quello che c’è nel libro è vero, nulla di inventato e ne è uscita così la storia della mia vita. Il titolo? Non è stato difficile trovarlo, basta andare all’inizio del libro (vedi l’incipit; ndr), là dove mio padre è convinto che prima di dire mamma, io abbia chiamato lui, anche se quel mio ‘pa-pa’ era per l’uovo di legno, per me una palla, quell’uovo che serviva a cucire e ricucire, anche i calzini, niente si buttava via”. E adesso, cos’è il calcio? “Per me è sempre qualcosa di bello, peccato che per qualche malanno non ci vado più in campo. Per tanti anni ho fatto il maestro di tecnica, fin da quando ho smesso di giocare, ho sempre pensato che la tecnica individuale sia la base per giocare. Nessuno mi ha insegnato, se ero solo palleggiavo da solo, se eravamo in due si giocava in due. Per fare il regista, per fare la punta ecc. bisogna saper palleggiare. Quando ho potuto cominciare lì

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a Napoli, non è con la Primavera che ho voluto cominciare – e dovevo pure imparare – ma proprio con i più piccoli ed è stato lì che mi sono innamorato di questo ruolo, l’insegnamento della tecnica. È stato poi a Roma, avevo quattro figli e uno stipendio sì bello ma pur sempre da settore giovanile, che sono passato con le prime squadre, finanziariamente andava meglio”. Ancora allo stadio? “No, non più, però di partite ne guardo anche quattro-cinque al giorno in tv, la passione è sempre tanta. Gioco molto più veloce di una volta ma una cosa continua a essere come prima: non c’è nessun uomo che sa correre più del pallone e le squadre migliori sono quelle che sanno appunto giocare sì veloci, ma con più precisione. Non c’è più il calciatore che fa tutto da solo, a risolvere qualche situazione sì, ma non come prima. Parlando di tecnica, per me c’è quella imparata e quella appresa. La prima è quella che uno fa da solo, provando e riprovando; la seconda è quella delle scuole calcio. È cambiato tutto, certo, per dirne una i bambini non possono più giocare per strada come prima, però imparare e apprendere sono sempre due cose distinte: io noto quelli che hanno imparato e quelli che hanno appreso”.

Sono nato in una famiglia modesta, in una piccola cittadina al centro dello stato di San Paolo, Jaù. Mio padre faceva l’orologiaio e mia mamma la sarta. In quegli anni si mangiava sempre a casa e prima di rientrare mio papà si fermava a prendere l’aperitivo al bar all’angolo per raccontarsi con gli amici i fatti del giorno. Avevo circa undici mesi quando un giorno, rientrando, mi trovò che gattonavo di qua e di là. Sembra che vedendo rotolare a terra l’uovo per cucire le calze, gridai: “Pa, pa…”. E lui, tutto eccitato: “Dico, Dico corri”. Dico era il nomignolo con cui chiamava la mamma. Quando lei arrivò allarmata, mio padre le disse: “Dico, ha detto papà, l’ha detto prima di dire mamma!”. Il mio papà era tutto contento e rideva, ma poi si avvicinò mia nonna, la mia balia speciale e, in mezzo a tutto quel chiasso, disse: “Sta chiamando la palla e ha tirato l’uovo di legno per cucire le calze. Non sta chiamando te”. A quel punto la mamma scoppiò a ridere. Quel giorno finì così, in una gran risata, come


biblioteca AIC

L’incipit

Raccontami la tua storia se niente fosse. Il giorno dopo papà non si fermò a prendere l’aperitivo, aveva fretta di tornare a casa. All’ora di cena si presentò con un pacco sotto il braccio. Era il mio primo pallone… Di solito la prima domanda che mi fanno è come ho iniziato a giocare a pallone. Questa è la risposta. Ti ho raccontato questa storia, perché avevo già pensato di scrivere qualcosa. In fondo, tu non volevi una storia? Questa è quella che racconto.

Sfogliando … (pag. 13) Ai miei tempi il calcio era una cosa bella ma attorno non c’era questo business, né tanto meno a qualcuno sarebbe venuto in mente di mandare un bambino in una scuola di calcio. Non c’era neanche la possibilità di mandarli a una scuola vera, i bambini, figuriamoci il resto … (pag. 17) Non ricordo quando ho cominciato a giocare a calcio di preciso. L’ho sempre fatto. Non ho mai avuto altri giocattoli che m’interessassero oltre il pallone. … (pag. 28) Giocavo anche nel campetto vicino casa, giocavo dovunque si potesse. Non facevo conto di diventare un calciatore, giocavo perché era una cosa naturale per me. … (pag. 29) Così a sedici anni la mattina andavo al liceo scientifico, il pomeriggio lo passavo sempre dietro a un pallone e la sera, fino alle 11, andavo alla scuola serale per diventare ragioniere. … (pag. 39) Firmando con il Santos avrei dovuto ricevere dal Jaù il 20% della somma

pagata, ma loro accettarono di vendermi solo se rinunciavo a quella clausola del 20%. Erano molti soldi, con quelli avrei sicuramente potuto comprare una casa, ma stavo andando nella migliore delle squadre brasiliane, così accettai e firmai un contratto di due anni al Santos … Durante quell’anno soffrii tantissimo, poi capii che se volevo giocare avrei dovuto correre più di loro. … (pag. 44) Io, lui (Pelé) e altri sei o sette ragazzi, vivevamo insieme nella pensione di cui raccontavo prima. Quando volevamo andare al cinema, bisognava aspettare che cominciasse il film e si spegnessero le luci, altrimenti la gente lo riconosceva e voleva l’autografo. Per la stessa ragione quando si usciva, bisognava farlo prima della fine del film. … (pag. 47) Lo ricordo (Pelé) come un ragazzo semplice, cordiale, un amico. Era difficile essere suoi compagni di squadra: era come se lui giocasse davanti al pallone e tutti noi dietro. … (pag. 51) Oggi si paga per andare a scuola di calcio. Se io avessi detto a mia mamma di pagare per mandarmi a scuola di calcio mi avrebbe preso a schiaffi. Io giocavo per strada con gli amichetti, organizzavamo le squadre già a dieci anni. Siamo tutti degli autodidatti, nel calcio non c’è bisogno di spiegazioni. … (pag. 64-65) Quando venivo in Europa, arrivavo solo con lo stretto necessario: due mutande di nylon, due camicie e la divisa. Le lavavo e le rimettevo. Compravo qualunque cosa da poter rivendere: radioline, profumi francesi, cravatte e le rivendevo a quattro volte il prezzo.

Angelo Benedicto Sormani con Martina Bonichi

IO SONO IL PALLONE

con un’intervista a Darwin Pastorin ultrasport

(Così in quarta di copertina) Angelo Benedicto Sormani, nato a Jaù, in Brasile, classe 1939. Ha dedicato tutta la sua vita al calcio. Attualmente vive a Roma, è commentatore sportivo per diverse rubriche televisive e testate giornalistiche, ma dedica principalmente il suo tempo a formare giovanissimi che, come lui, vivono nel calcio il grande sogno (nota bene: il libro è stato stampato nel novembre del 2015; ora, cinque anni dopo, 81enne, Sormani ha… attaccato nuovamente le scarpette – e la voce di commentatore – al classico chiodo). (Aggiungiamo noi) Dopo aver giocato in Brasile nel Jaù e nel Santos (con Pelè), nel 1961 è arrivato in Italia, nel Mantova, presto ottenendo la cittadinanza italiana grazie ai nonni paterni (dalla Garfagnana) e a quelli materni (da Rovigo). Dopo Mantova, ha giocato con Roma, Sampdoria, Milan (cinque stagioni, vincendo una Coppa Italia, uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa Campioni e una Coppa Intercontinentale), Napoli, Fiorentina e Lanerossi Vicenza. Sette le sue presenze con la maglia della Nazionale, con la partecipazione al Mondiale 1962 in Cile. Allenatore dapprima nel settore giovanile del Napoli, a Roma ha condiviso poi la panchina della prima squadra sia con Eriksson, che con Liedholm, allenando in seguito pure il Catania. Ha collaborato a suo tempo con la stessa Figc, in una scuola calcio all’Acqua Acetosa ed è stato per anni attivo, sempre nelle scuole calcio, con la Roma e la Totti Soccer School. • Martina Bonichi ha studiato all’Università di Roma “La Sapienza”, laureandosi in Storia e critica del cinema. Dopo la specializzazione e la realizzazione di due cortometraggi sperimentali, Non lo so (2006) e Pronto (2008), collabora con diverse riviste cinematografiche. Nel 2012 ha pubblicato The End. La solitudine dello spettatore (CinemaSud).

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scatti

di Maurizio Borsari

Aggancio al volo 1 Lorenzo Pellegrini e Alvaro Morata in Roma – Juventus 2-2

Aggancio al volo 2 Kostas Manolas e Andreas Cornelius in Parma – Napoli 0-2

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scatti

Aggancio al volo 3 Alessandro Deiola in Spezia – Sassuolo 1-4

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scatti

di Stefano Ferrio

Tre foto tre storie

ll bomber dalle due vite, il porti e quel Merlo che volava con la Dall’archivio dell'Associazione Calciatori spunta stavolta un'immagine di Nwankwo Kanu che, giunto all'Inter nel 1996, a causa di una malformazione cardiaca doveva smettere di giocare a vent'anni, e invece... Poi tocca a Mario Gianni, che nella Pisa di un secolo fa si divideva fra conti correnti e voli da un palo all'altro, e al regista che per undici stagioni contribuì a fare grande la "Viola" campione d'Italia nel 1969 Kanu, dal cuore di Moratti al gol di Wembley - È il 17 maggio 2008 il giorno in cui il Sole del football torna a risplendere su Portsmouth, città marinaia inglese affacciata sul canale della Manica. E a "chiamarlo", con le sue ondeggianti movenze da giraffa dell'area di rigore, è un attaccante nigeriano di 31 anni, Nwankwo Kanu, superstar del calcio africano con un passato diviso fra Ajax, Inter, Arsenal e West Bromwich. Uno che, se non ci fosse stata la rara generosità di un presidente-benefattore di nome Massimo Moratti, avrebbe dovuto ritirarsi dagli stadi dieci anni prima, a causa di un cuore difettato. Per l'esattezza, sfolgora d'improvviso attorno alle 15,40 il raggio di luce che sbriciola la coltre di nubi incombente

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da 58 anni - dalla seconda Premiere League vinta nel 1950 - sulla storia dei "Pompey", come a Portsmouth vengono chiamati, in omaggio all'antico nome della città, i giocatori in maglia blu della venerata squadra locale. A quell'ora si sta infatti disputando, allo stadio londinese di Wembley, il 37° minuto di un'inedita finale di Coppa d'Inghilterra. Da una parte la gioca il Portsmouth, forte di avere eliminato all'Old Trafford il Manchester United allenato da Alan Ferguson, al termine di un drammatico quarto di finale, risolto da un calcio di rigore; è quello con cui il ghanese Sulley Muntari trafigge il difensore centrale Rio Ferdinand, costretto fra i pali dopo l'espulsione del portiere di riserva, il polacco Tomasz Kuszcack, già subentrato al titolare Van der Saar. Sul fronte opposto si schiera invece un Cardiff City che, militando nel capoluogo del Galles, ambisce a diventare il primo club non inglese della storia ad aggiudicarsi la F.A. Cup. Ma a infrangere i sogni dei gallesi provvede una coppia di nigeriani. Il primo a entrare in azione è il tornante destro John Utaka, dal cui piede parte uno strano tiro-cross rasoterra che, simile a una rasoiata, "taglia" i guanti di Peter Enckelman, il portiere finlandese del Cardiff accartocciatosi nel tentativo di una presa a terra in area piccola. Nei pressi del numero uno finnico si aggira in quel momento Nwankwo Kanu che, dopo una dozzina d'anni di onorata carriera ai piani alti del calcio europeo, sta ancora cercando di mettere la firma su un gol da lasciare agli annali del football. E' un ruolo, questo del match-winner, a cui, secondo le leggi non scritte del-

le favole, Kanu non dovrebbe sfuggire, rammentando che nel 1998 è tornato a giocare grazie a un intervento all'aorta regalatogli dal presidente dell'Inter, Massimo Moratti, dopo la scoperta di una valvola malformata, avvenuta due anni prima, durante le visite mediche seguite alla cessione del giocatore da parte dell'Ajax. In realtà, quella finale di Wembley, giocata davanti a 88mila spettatori in costante tripudio, gli ha già offerto occasione di timbrare la Storia quando, su cross di un altro africano, Muntari, Kanu ha piroettato come un ballerino del Bolscioi mettendo a sedere il centrale olandese del Cardiff, Glenn Loovens, per poi scansare Enckelman, e centrare la base del palo a porta sguarnita. Raramente, dopo un errore del genere, si presenta una seconda occasione, ma, se succede, significa che è proprio destino... Così ci ricorda il morbido tocco di piatto destro con cui Kanu brucia sul tempo l'altro centrale del Cardiff, Roger Johnson, adagiando in fondo al sacco la palla sfuggita all'estremo difensore finnico. Segue la danza in area piccola con cui l'attaccante africano festeggia assieme agli altri "Pompey" il gol-partita che consegna al Portsmouth allenato da Harry Redknapp la seconda F.A. Cup della propria storia, 69 anni dopo la prima, vinta nel 1939. Nwankwo Kanu si è ritirato nel 2012, dopo avere istituito una fondazione che garantisce cure a bambini di ogni parte del mondo affetti da malformazoni cardiache. Una ragione di più per ricordarlo con addosso la maglia di una società, l'Inter, dimostratasi in grado di attendere per due anni il suo rientro, con un cuore finalmente sano, sui campi da gioco. Mario Gianni, il Gatto Magico degli anni '20 - Hai voglia a spiegare ai pisani che Mario Gianni, portiere conteso come pochi nella storia del football italico, non era uno dei loro. E che quindi


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iere-bancario Fiorentina non andava, e non va, considerato un "traditore" per il fatto di avere esordito sì con la maglia nerazzurra del Pisa, ma per affidare poi la sua fama a un altro club, di nome Bologna. Altrettanto pericoloso è l'azzardo di insinuare nei tifosi bolognesi il semplice sospetto che Mario Gianni non appartenga alla più mirabolante leggenda della squadra rossoblù, difesa in porta anche nella partita della stagione 1926-'27 a cui si riferisce quest'istantanea, dove è colto durante un'uscita aerea sbrigata a pugni chiusi. Gelosie comprensibili, considerando che stiamo parlando di Gatto Magico, nome d'arte affibiatogli in Brasile, dove nel 1929 Gianni è mattatore di una storica tournée estiva del Bologna, ovunque costellata dalle sue spettacolari parate, dovute a movenze feline, in grado di allungarlo repentinamente da un palo all'altro della porta. Con questo talento nel sangue, un bimbo di nome Mario viene al mondo il 19 novembre 1902 a Genova, per trasferirsi in tenera età a Pisa, dove, militando in squadre dei campionati minori – parliamo di Audax e Giovanni Gerbi – compie il tirocinio di prodezze che spargono la sua fama fino a farlo ingaggiare, appena diciannovenne, dal principale club della città. E' il Pisa che il 5 gennaio 1921 affida i suoi sogni di gloria a un giovane allenatore ungherese, Joszef Ging, abile nello sfruttare il proprio carisma di ex nazionale magiaro per sottoporre i giocatori a sedute di allenamento sull'orlo del "disumano" quanto a carichi di lavoro. I risultati però non tardano perché quel Pisa, trascinato anche dalle parate del giovane Gatto Magico, nel luglio del 1921 approda ai vertici assoluti del calcio nazionale, prima vincendo per 1-0, sul neutro di Bologna, una picaresca e rissosa finale-derby del girone centro-meridionale contro gli eterni nemici del Livorno, e poi perdendo 2-1 la finale-scudetto, a Torino, con-

tro la temutissima Pro Vercelli. Quest'ultima sconfitta è alla fine patita da un Pisa ridotto a giocare in nove a causa di un infortunio e un'espulsione, anche se, a dirla tutta, l'allontanamento del focosissimo Aristide Viale avviene a opera dei carabinieri invocati dall'arbitro Olivari. Ciò nonostante, le favolose parate con cui il ragazzino prodigio Gianni si oppone alle conclusioni ravvicinate di goleador in casacca bianca di nome Guido Ara e Francesco Borello, sono destinate a scolpirsi nei cuori dei supporter nerazzurri. Con un tale vigore che quando, tre anni dopo, il portiere,

ormai entrato nel pieno della maturità tecnica, viene ceduto al Bologna, nascente potenza calcistica nazionale, la tifoseria pisana insorge. Anche perché, pur di garantire un avvenire al giovane numero uno, la dirigenza della società nerazzurra si è prodigata al punto da trovargli un posto in banca. Si comprende perciò come nella Pisa dell'epoca non si rinvenga avvocato difensore in grado di far assolvere idealmente il Gatto Magico dall'accusa di "tradimento". Anzi, gli spiriti sono così accecati dalla passione che, durante la stagione successiva, un manipolo di

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pisani compare addirittura allo stadio di Livorno pur di fischiare Gianni, sceso in campo con la maglia del Bologna. Vanamente, perché nessuno riesce a sentirli durante un match infuocato e rocambolesco, terminato 2-2. Peraltro, quella fallita contestazione è un nonnulla rispetto a quanto va in scena pochi mesi dopo, in occasione del cosiddetto "scudetto delle pistole", che è anche il primo vinto nella sua storia dal Bologna. Si tratta delle cinque partite che lo squadrone rossoblu di bomber come Angelo Schiavio e Bernardo Perin, difeso in porta dal neo.acquisto Mario Gianni, è costretto a giocare contro il Genoa per l'assegnazione del titolo della Lega Nord: un aggrovigliato "pasticciaccio" di risultati non omologati, partite a porte chiuse e sparatorie in stazione fra le avverse tifoserie, prima di un contestato verdetto a favore del Bologna, poi laureatosi campione d'Italia della stagione 1924-'25 aggiudicandosi la finale nazionale contro l'Alba Roma. Di fronte a un'epopea del genere, con tutta la simpatia per i tifosi del Pisa, è impossibile non legare soprattutto al Bologna la storia di un portiere chiuso in Nazionale dalla coesistenza di fuoriclasse come Gianpiero Combi e Carlo Ceresoli. Con la maglia rossoblu, Gianni si aggiudica tre scudetti, giocando in tutto 342 partite di campionato. L'ultima risale al 1936, quando il Gatto Magico lascia il capoluogo per diventare allenatore-giocatore in provincia, con la maglia del Budrio, che all'epoca milita in terza serie. Dopo avere smesso di scendere in campo, Mario Gianni trascorre in panchina una decina di stagioni da "mister" di squadre come Imola, Prato e Carrarese. Seguono il ritiro, e la morte, avvenuta a Milano, nel 1967. Viola, l'unico colore di Merlo - Toglievi quel giocatore, di norma non appariscente anche se piazzato in mezzo al campo, ed era come staccare la spina a una squadra intera. Valeva per il Ricciotti Greatti che garantiva geometrie nel Cagliari campione d'Italia di Gigi Riva, per il Giovanni Lodetti che nel primo Milan campione d'Europa portava la croce anche per Gianni Rivera, per

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il Mario Frustalupi che dettava i tempi dello scudetto vinto nel 1974 dalla Lazio di Giorgio Chinaglia. Atleti un po' talismani, ma ancora di più passepartout in grado di portare a casa una partita con culto della zolla di appartenenza, sesto senso agonistico, capacità di "supplenza" del fuoriclasse in crisi. Uno di questi giocatori, oggi sostanzialmente estinti a causa di rose troppo ampie e turnover molto più intensi rispetto al passato, è stato Claudio Merlo, classe 1946, romano di Torpignattara, centrocampista "di pensiero", più fosforo che sudore, gol mica tanti ma assist a caterve. Impossibile pensare alla Fiorentina che nel 1969 vince il secondo, e per ora ultimo, scudetto della sua storia, senza il passo cadenzato e illuminante di questo numero 8 in grado di alternarsi in cabina di regia con Giancarlo "Picchio" De Sisti, per lanciare verso la porta avversaria attaccanti come il brasiliano Amarildo, il pisano di Ponsacco Luciano Chiarugi, o il factotum d'area di rigore Marietto Maraschi da Lodi. Quella stagione, culminata con il titolo di campione d'Italia dovuto anche alla sapienza tattica di un allenatore come l'argentino Bruno Pesaola, detto "El Petisso", segna l'apogeo delle undici trascorse da Claudio Merlo in maglia gigliata. In tutto fanno

oltre 250 partite, uno scudetto, due Coppe Italia, una Mitropa Cup e un Torneo Anglo-Italiano. Un destino che più "viola" di così è difficile immaginare. Tanto è vero che quando nel 1976, per 760 milioni di lire, cifra all'epoca tutt'altro che irrisoria, un trentenne Claudio Merlo viene ceduto all'Inter, dove lo vuole fortissimamente l'allenatore Beppe Chiappella, la luce si spegne subito anche per lui, incapace di integrarsi nel gioco della squadra nerazzurra dove subisce troppo la concorrenza di un Sandrino Mazzola ancora illuminante nonostante sia a un passo dal ritiro. Inevitabile sarà per lui lasciare Milano, dopo appena due stagioni, e chiudere la carriera con la maglia del Lecce. Ironia della sorte, in questa foto scattata il 30 ottobre 1977 al Comunale di Firenze, dove l'Inter batte la Fiorentina 2-0, lo si vede guardare avanti sotto lo sguardo attento dell'arbitro Michelotti, quasi volesse ignorare quel Giancarlo Antognoni che compare sulla destra, già entrato, al suo posto, nel cuore di migliaia di tifosi gigliati. Un popolo viola che, dopo tutto questo tempo, non ha certo dimenticato la classe formidabile di Antognoni, ma nemmeno l'inimitabile "fosforo" di Claudio Merlo.


libreria Il nuovo libro di Gigi Riva

Non dire addio ai sogni “È la storia romanzata, ma con elementi di verità, di uno dei tanti giovani africani che come Amadou sono arrivati in Europa nella speranza di diventare calciatori” – spiega l’autore. “Ad aspettarli, però, una volta superato l'arduo viaggio, non hanno trovato una promessa concreta di successo ma solo povertà e porte chiuse”. Riva ha letto centinaia di testimonianze e studiato per anni questo fenomeno che ha preso a tutti gli effetti le sembianze di una nuova, terribile, forma di schiavitù contemporanea. Il protagonista, Amadou, cresciuto in Senegal ha 14 anni e coltiva il sogno di diventare un calciatore famoso. Il piccolo Amadou si vede già in Europa a giocare nelle squadre più titolate. E mentre accarezza i suoi sogni di ragazzino giocando con gli amici in un campo improvvisato del suo piccolo paese africano, devastato dalla miseria, viene osservato ed eletto vittima designata. Troppo credibili i due falsi “procuratori” che gli propongono di portarlo in Europa dove il suo talento potrebbe trova-

re il successo. Neanche la famiglia di Amadou capisce l’inganno e malgrado l’intuizione di una madre amorevole e premurosa che teme per il viaggio nell’ignoto del figlio, a scapito di tutto e di tutti, il ragazzo parte. Ispirato a una storia vera, il racconto di Amadou, ti lascia con il fiato sospeso e ti induce ad accompagnare il protagonista, attirato dalla tenerezza e dal senso di protezione che suscita, ma anche dallo stupore, dall’indignazione, dalla pietà. Sentimenti che ti lasciano attonito e incredulo di fronte alla crudele realtà che Gigi Riva ha rappresentato in un racconto che prende vita in una storia senza confini, fatta di vite rubate e di sogni infranti. Sullo sfondo la serie di attentati di matrice islamica in Francia, il reclutamento jihadista, lo spaccio di droga di reti criminali di immigrati, le guerre religiose ed etniche fra immigrati. Ancora una volta il calcio è passepartout di tutta la società, attraverso il fil rouge di questo sport universale si intreccia-

no mondi, storicità, illusioni, e soprattutto la condivisione che l’autore ha saputo far emergere in questo libro di grande sensibilità e denuncia. “L'ONG francese Foot Solidaire stima che siano almeno quindicimila i ragazzi che ogni anno conoscono questo destino. A reclutarli ci pensano falsi procuratori o semplici truffatori che promettono loro provini con blasonati club sportivi in cambio di ingenti somme di denaro” – spiega l’autore – “Lo stesso denaro che i giovani e le loro famiglie avevano magari faticosamente messo da parte per anni per costruire un futuro che viene così gettato al vento del Mediterraneo, mare nostrum nel quale naufragano non solo i corpi ma anche i sogni”.

Mondadori

Non dire addio ai sogni di Gigi Riva – 228 pagine - € 18,00

Gigi Riva è nato a Nembro (Bergamo) nel 1959. Romanziere, sceneggiatore per il cinema, è oggi editorialista de "L'Espresso”, di cui è stato a lungo inviato in Medio-Oriente. Da inviato speciale de “Il Giorno” ha seguito tutte le guerre balcaniche degli anni Novanta. Il suo primo romanzo, L’ultimo rigore di Faruk (Sellerio, 2016), è diventato un piccolo cult.

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di Pino Lazzaro

Selena Mazzantini e Viviana Schiavi

Osservare e comprendere per poter crescere Da qui l’immagine a cui facciamo riferimento è quella di una postazione di vedetta, sì: quel che là fuori c’è da osservare e comprendere è come sta evolvendo questo nostro calcio giocato dalle donne. Col privilegio di poter così avvicinare, conoscere e possibilmente aiutare a crescere le giovani ragazze che in futuro potranno forse darci una Nazionale, cosiddetta maggiore, ancora più forte e competitiva. Certo, il Coronavirus tra i miliardi di problemi che ha creato dappertutto, ha fatto sì che il movimento sia magari un po’ meno sotto i riflettori, tante e tante attività – specie giovanili – vanno avanti come possono, però la spinta rimane, tutto continua a muoversi, crediamo sia proprio difficile possa fermarsi. Si accennava prima al privilegio di essere lì in prima linea, di aver a che fare con le migliori speranze del nostro calcio ed ecco così l’incontro con due di queste “privilegiate”: Selena Mazzantini che allena l’U23 ed è vice allenatrice in U17 e Viviana Schiavi che ricopre, in pratica un jolly, il ruolo di assistente allenatore sia con l’U23, che l’U16 e la Nazionale universitaria, nonché – in caso di concomitanza di impegni – pure con l’U17. Due ex calciatrici dunque, che hanno vinto scudetti e Coppe varie, una poi – la Schiavi – che di partite in Nazionale A è arrivata a giocarne più di 50 (Wikipedia dice che sono 55). PERCHÉ IN PANCA? Selena “Sono cresciuta con questa passione, con i miei amici di quartiere, lì, a Recanati. Una passione innata che sono poi riuscita ad alimentare, col supporto dei miei genitori, i miei primi tifosi. Ho continuato a giocare, anno dopo anno, finché è arrivato il momento di chiedermi cosa mai avrei voluto fare da grande e per me la risposta è stata proprio semplice: il mettere assieme le mie esperienze e la mia passione. Subito così il patentino Uefa B ed è stato, ripeto, un passaggio molto semplice e

Ancelotti. A me interessa trasmettere un metodo, un qualcosa che possa così rimanere, non mi interessa far leva su reazioni che poi si “bruciano”, voglio che rimanga qualcosa. Le ragazze con cui ho a che fare, tutte, hanno una cosa in comune: sanno quello che vogliono e cioè giocare a calcio nel miglior modo possibile. Ancor più ora che si stanno creando le condizioni per avere tanto più di prima, soprattutto proprio qui in Nazionale, con staff competenti e strutture per cui si trovano a fare quello che vogliono fare nelle migliori condizioni possibili. Ma pure a livello di club sempre più le situazioni stanno migliorando e tutto è partito dal 2015, da quel programma di sviluppo della Figc che ha fatto sì che

naturale. Questo poi Selena /1 mi permette di tor- “L’U23? È da supporto alla Nazionale A, il bacino nare a una certezza da cui la c.t. Bertolini può attingere per il salto che ho dentro: se una in alto, tramite amichevoli e tornei vari, certo bambina ce l’ha den- che ora per via del Coronavirus tutto è fermo, tro questa passio- solo l’attività della Nazionale A sta andando ne, non c’è genitore avanti, speriamo che presto si possa sbloccare che sappia resistere. qualcosa. Le annate dell’U23 vanno dal 98 al 2001, Come è successo a questo è ciò di cui mi occupo e se ci sono ragazze me, sin da piccola non ho mai trovato del 2001 molto valide, non mi preoccupo certo se alcuna opposizione, devono competere con le 98, ben vengano”. così l’ho potuta viverla in pieno. Con le ragazze cerco di le società professionistiche maschili essere un leader calmo, sì, come dice cominciassero a pensare a un settore Di Cremona, Viviana Schiavi, al tempo difensore, attuale assistente allenatore in chiave azzurra con l’U23, l’U16, la Nazionale Universitaria e al bisogno pure con l’U17, oltre alla cinquanta e passa presenze con la Nazionale A (con cui ha preso parte agli Europei 2001, 2005 e 2009), ha dalla sua due scudetti (Fiammamonza 05/06 e Bardolino Verona 08/09), due Supercoppe Italiane (Fiammamonza 2006 e Bardolino Verona 2008) e due Coppe Italia (Bardolino Verona 08/09 e Brescia 11/12). Inoltre un’esperienza nell’estate 2013 negli Stati Uniti, con l’Ac Seattle, con cui ha vinto lo scudetto dello stato di Washington e l’Evergreen Cup, la Coppa nazionale).

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giovanile femminile. C’è stata così via via una crescita sia quantitativa che poi qualitativa, con una maggiore professionalità generale, di cui hanno beneficiato e stanno beneficiando pure tutte le squadre nazionali”. Viviana “Un qualcosa che mi è sempre piaciuto, direi pure affascinato. Il capire quello che stavo facendo, sia a livello tecnico-tattico, ma pure di conoscenze. Avevo insomma forse una certa predisposizione verso un tale tipo di approccio, da questo eccomi qui come allenatore. In più, da giocatrice e spesso da capitano, sono arrivata a essere un riferimento, sia per i tecnici che per le mie compagne e alle giovani ho sempre cercato di dare una mano, qualche consiglio insomma me lo sentivo di poterlo dare, i comportamenti in campo e fuori, gli allenamenti eccetera, Così ho comin-

B c’ero solo io come donna, per l’Uefa A eravamo in tre o quattro, lo stesso come match analyst, unica donna: se c’è la passione nemmeno lo senti più come un sacrificio. Loro, le ragazze, ora hanno dei riferimenti, vedono e capiscono che possono ambire a crescere, è un terreno fertile quello in cui si trovano ad agire. Sono ragazze altamente professionali e oltre agli aspetti tecnici e tattici, forse è proprio su quelli comportamentali su cui più insistiamo. In effetti l’abbiamo sì una sorta di regolamento interno ma sono comunque già da sole molto disciplinate, davvero una rarità dover intervenire… c’è la maglia azzurra, è quella che sta sopra e prima di ogni altra cosa”.

di crescere in strutture sempre più adeguate e devono crescere sul piano della personalità, consapevoli di quel che fanno e come lo fanno, consapevoli di poter così crescere, per questo hanno sempre bisogno di rassicurazioni. Sembrano forti e “spaccone”, facile però che sbandino alle prime difficoltà”.

Viviana “Chiaro, le generazioni sono molto cambiate, l’essere per dire una sergente di ferro potrebbe magari avere pure qualche lato positivo, ma ne ha certo NUMERI IN CRESCITA parecchi di negativi, speSelena Viviana /1 cie adesso, un tempo in “Un dato: dal 2016 ad oggi (e ancor più “Sì, ero una da spogliatoio e ricordo che cui bisogna proprio saspecie dopo il Mondiale di Francia) a quando ero più piccola per lo più ascoltavo per comunicare ora con livello giovanile (10-15 anni) c’è stato e osservavo. Poi, pian piano, quando sono le giovani. Come fisico e un aumento del 61%, con le tesserate diventata grande, ero io a dare dei consigli tecnica loro già ci sono, che nello stesso periodo sono cresciualle compagne, mai però con quel tono assolutamente sono brate del 31%. Altro dato che incoraggia è aggressivo che nemmeno da ragazzina mi ve, sono già delle atlete, che per l’area tecnica delle società di A e B, è necessaria la qualifica Uefa piaceva avessero verso di noi ragazze giovani. ma la mia sensazione è A, il che vuol dire una ancor più comMai da superiore insomma, ma cercando di che loro siano pure ancora molto fragili. Sono petenza tecnica che porterà a un’ulte“arrivare”, di comunicare davvero qualcosa”. molto istintive e in genere riore crescita del movimento. Poi, da ciato, subito il patentino Uefa B, poi la sono più orientate verso l’individualità, docente per i corsi Uefa B e C, vedo collaborazione a livello regionale con meno per la squadra e il gruppo. Come che l’interesse dei corsisti maschi è la Figc con l’Under 15 sino ora al ruolo se mancassero loro all’interno delle nazionali giovanili”. ancora gli strumen- Selena /2 ti per relazionarsi, “Le ragazze hanno bisogno di modelli e oggi CON LORO istintive come in finalmente li hanno. Le ragazze della Nazionale Selena genere sono, mol- A sono degli esempi importanti, che trascinano. “Come le vedo? Anzitutto è cresciuto to istintive. Sì, noi Porto l’esempio di Sara Gama e penso a quel video l’ambiente culturale, tutte studiano e coeravamo diverse, di in occasione dei 120 anni della Federazione, al munque hanno la possibilità di studiare, esperienze ne ave- Quirinale, col Presidente Mattarella, lei che legge ce n’era un po’ meno ai nostri tempi. Lo vamo fatte altre, crequel suo discorso. Bene, credo valga sempre la studio ti apre la mente e queste ragazdo che alla loro età pena andarsi a vedere poi il video per la successiva ze per me hanno un’apertura mentale ne avevamo avute visita al Quirinale, per l’invito che la Nazionale ha diversa e sono più predisposte alla credi più di esperienze scita, hanno ora le condizioni per poterlo di vita. Secondo me avuto dal Presidente Mattarella dopo il Mondiale fare, con la solita determinazione che hanno bisogno di es- di Francia. Al di là del contenuto dell’intervento hanno le donne. Cosa questa che c’esere aiutate a capire di Sara, veramente emozionante ecco che lei ra anche prima, c’è sempre stata, si sa le potenzialità che e le altre ragazze erano diverse, più sicure, più che per noi donne non c’è poi bisogno hanno, devono esse- determinate. Sentir dire a Sara che pure loro, di stimoli esterni per fare le cose, se le re stimolate e al pari come gruppo, volevano essere in qualche modo abbiamo dentro, se le sentiamo, facciatempo continua- un supporto per l’Italia, un poter dare qualcosa, le mo di tutto per farle. Penso a me per mente rassicurate. ha rese ancor più dei modelli, riferimenti insomma esempio, quando ho fatto il corso Uefa Hanno la possibilità a cui le ragazzine si possono ispirare”.

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cresciuto e certo si può fare ancora di più. Il tutto soprattutto dopo il Mondiale, in tanti si sono appassionati e devo dire che anche il numero delle ragazze partecipanti ai corsi sta crescendo. Le ragazze le abbiamo con noi per poco tempo, ecco così la necessità di ottimizzare al massimo quel che abbiamo. Lavoriamo soprattutto sui principi tecnici che sono gli stessi dalla Nazionale A all’U16 e non sugli schemi (rimarrebbe ben poco, col tempo che come detto è sempre quello che è) e per fortuna

di Pino Lazzaro

pensionistiche, salariali, assicurative eccetera, c’è dunque una prospettiva “sicura”. E quando mi chiedono se magari un po’ mi dispiace di essere... nata troppo presto, quando tutto ciò che ora si muove prima non c’era, allora dico sì, che mi dispiace, per tutti i sacrifici che ho dovuto fare proprio per la mancanza di tutele”.

Viviana “Un po’ ci penso e rivado alla partita che hanno giocato la Juve e la Fiorentina allo Juventus Viviana /2 Stadium (marzo “Se riesci a trovare la chiave, il tasto giusto, un 2019, quasi 40.000 gruppo di ragazze sa darti tutto, ma proprio tutto. spettatori; ndr). Bisogna lavorarci, essere pure umili, arrivare a Lì, quando ho visto quello spettalavorare anche su sé stessi, ma se ci arrivi, è fatta”. colo, non posso tutti noi qui si va in giro per l’Italia a negare che ho un po’ rosicato, certo vedere, a osservare, dall’U15 su su alla che avrei voluto essere in campo, di Serie A, visionando ragazze, conosciutasca mia avrei pagato. Però è anche te e non. Qui in Nazionale, anche per il femminile c’è un’area scouting valida A suo tempo centrocampista, Selena Maze ricca, con osservatori sparsi in tutto zantini è di Recanati (MC) e dopo Sant’Elpidio e Ascoli Piceno, ha giocato con Torino, il territorio nazionale, con in più una Roma e Lazio, squadra con cui ha vinto uno collaborazione con i club che si sta fascudetto, una Coppa Italia e una Coppa cendo sempre più reciproca”. Viviana “Sì, i numeri stanno aumentando e basta vedere le iscrizioni ai campionati U15 e U17, numeri che sono ora quasi raddoppiati. Parecchie società professionistiche ora hanno aperto, alcune magari perché costrette, ma ce ne sono pure realmente interessate. Col Club Italia da quest’anno è stata creata anche l’area scouting femminile, il coordinatore è Jacopo Leandri. Fondamentali sono naturalmente i rapporti con le società, proprio perché noi le ragazze le vediamo una tantum. È un rapporto questo con le società che si sta approfondendo, uno scambio di informazioni che aiuta sì la Federazione ma che dà una mano pure alle società, ce ne sono tante come detto che vogliono crescere”. NATE TROPPO PRESTO… Selena “Penso al fatto che tra due anni è previsto l’approdo al professionismo, dunque alle varie tutele, sanitarie,

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Uefa. Come “mister” ha iniziato nel 2007 con l’US Urbetevere: oltre a guidare ora la Nazionale U23, ha conseguito a Coverciano anche il diploma di match analyst ed è pure osservatrice nazionale e internazionale.

vero che se non ci fosse stato il percorso di tutte quelle che le hanno precedute, così pure il mio, non ci sarebbe stata una cosa così”. UN CALCIO CHE RISCHIA DI CAMBIARE? ANCHE IN PEGGIO? Selena “Spero che non accada mai e ho fiducia proprio per le caratteristiche di noi donne, per quel che abbiamo dentro: io penso che sapremo preservarlo e tenerlo genuino questo nostro calcio”. Viviana “Lo dico da romantica quale sono: la cosa bella del nostro calcio sono i valori che ci ruotano intorno, è il nostro valore aggiunto. Chiaro, crescendo visibilità e interesse, qualcosa si modificherà e sarà dunque compito nostro trasmettere quei valori alle ragazze. Crescita inevitabile, si arriverà al professionismo, prima per forza di cose era un qualcosa di più familiare, più “ristretto”. L’ingresso delle società professionistiche ha aperto un nuovo scenario, così le cose non saranno più “quelle di una volta”: dipenderà dalle ragazze e da coloro che ruotano attorno a loro, far sì che non si disperda quel patrimonio di valori che ha sempre contrassegnato il nostro calcio”.


segreteria Il 30 novembre a Milano

Assemblea Generale AIC Si terrà lunedi 30 novembre prossimo l’Assemblea Generale AIC che dovrà rinnovare le cariche sociali 2020-2024 (Consiglio Direttivo, Presidente, Vicepresidente, ecc.). Stante l’eccezionalità dell’attuale situazione di emergenza epidemiologica COVID-19 e nel caso di proroga dello stato emergenziale ed emanazione, per la data del 30 novembre 2020, di divieti di riunioni o assembramenti tali da rendere impossibile la celebrazione dell’assemblea, ovvero comunque limitazioni alla circolazione delle persone e/o limitazioni o divieto di allontanamento o ingresso in territori comunali, provinciali o ragionali incidenti sull’Assemblea, la riunione potrà tenersi mediante videoconferenza e comunque nel rispetto di criteri di trasparenza e tracciabilità e delle modalità che saranno fissati successivamente alla eventuale emanazione, e certezza della vigenza alla data dell’assemblea, di limitazioni agli spostamenti incidenti sull'assemblea ovvero divieti ulteriori che determinino l’impossibilità di celebrazione della stessa, e comunque almeno 15 giorni prima della data fissata, purché siano individuati sistemi che consentano di identificare con certezza i partecipanti, di garantire la partecipazione ai medesimi, l’adeguata pubblicità delle seduta e l’esercizio del diritto di voto nelle modalità decise dall’Assemblea medesima. Hanno diritto di partecipazione e di voto in sede assembleare i rappresentanti delle squadre di Serie A, B, C, Serie A femminile che abbiano almeno 9 (nove) componenti regolarmente iscritti all’AIC, inoltre 3 (tre) rappresentanti del Calcio a Cinque, di cui 1 (una) del calcio a cinque femminile e 3 (tre) per i calciatori non più in attività e 1 (uno) per ogni regione del settore dilettanti con almeno 50 (cinquanta) iscritti.

L’Assemblea dovrà rinnovare le cariche sociali per quanto concerne il Consiglio Direttivo (la candidatura a “consigliere” dovrà essere depositate per iscritto presso la segreteria dell’AIC, anche a mezzo e-mail all’indirizzo presidenza@assocalciatori.it, entro 30 (trenta) giorni dalla data fissata per l’Assemblea Generale, e pertanto entro il 30 ottobre 2020) e la presidenza (ciascun candidato che voglia concorrere alla carica di Presidente,

dovrà allegare alla propria candidatura quale consigliere un documento programmatico sulle attività dell’Associazione). Il Consiglio Direttivo, subito dopo la conclusione dell'Assemblea che l'ha eletto, elegge nel proprio seno il Presidente dell'AIC esclusivamente tra coloro che abbiano adempiuto all’obbligo di deposito del documento programmatico.

Per gli accordi economici stagione 2019/2020

Firmato il Protocollo d’Intesa AIC/LND La Lega Nazionale Dilettanti e l’Associazione Italiana Calciatori comunicano di aver sottoscritto un Protocollo d’Intesa avente ad oggetto gli accordi economici intervenuti nella stagione sportiva 2019/2020, caratterizzata dalla nota ed ancora attuale emergenza sanitaria. Il Protocollo d’Intesa si prefigge l’obiettivo di affrontare e dirimere, con equilibrio e ragionevolezza, le possibili problematiche di carattere economico e contrattuale che possano sorgere tra i tesserati/tesserate ed il Club di appartenenza in conseguenza dell’interruzione dell’attività sportiva. Il Protocollo d’Intesa individua, quindi, le linee guida per la ripartizione e liquidazione dei corrispettivi maturati nel periodo compreso tra l’1 marzo ed il 30 giugno 2020, così disponendo: 1) il Club dovrà provvedere al pagamento, entro la data del 15 novembre, dell’importo pari all’80% della somma totale netta pattuita nell’ac-

cordo economico, detratto quanto eventualmente percepito dal calciatore/calciatrice a titolo di indennità governativa per il solo mese di marzo. Qualora l’importo dovuto dalla Società dovesse superare la somma di € 1.000,00, il pagamento potrà avvenire in due rate di uguale importo, con scadenze al 15 novembre e 15 gennaio. Restano salvi eventuali accordi precedentemente intercorsi tra Club e Calciatori e/o Calciatrici. 2) il Calciatore/Calciatrice, a seguito dell’adempimento di quanto sopra da parte della società, rinuncia alle mensilità residue; 3) a parziale copertura del restante compenso, maturato e non corrisposto dal Club, detratto quanto eventualmente percepito dal tesserato/tesserata per le mensilità di aprile e di maggio in ragione delle previsioni del c.d. “Decreto Rilancio” - sarà erogata una indennità attraverso un Fondo Federale Emergenziale di Solidarietà.

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di Stefano Sartori

Comunicato Ufficiale n. 99/21.09.2020

Modifiche scadenze stipendi stagione 2020/21 Nonostante il fermo parere contrario dell’AIC, con comunicato ufficiale n. 99/21.09.2020 la FIGC ha inopinatamente posticipato i termini di pagamento delle mensilità di giugno, luglio ed agosto, relativamente ai contratti tra società tesserati con compensi annui lordi superiori ad € 50.000,00. 1. Nel caso in cui siano stati già conclusi accordi in base ai quali la mensilità di giugno 2020 è stata suddivisa in tre ratei mensili di pari importo da ascriversi ai mesi di giugno, luglio ed agosto 2020, ai fini dei controlli federali e della applicazione delle relative sanzioni, si prevede quanto segue: a) la scadenza del pagamento I° rateo, unitamente alle relative ritenute, ai contributi INPS ed al Fondo di Fine Carriera è fissata al 30 settembre 2020; b) la scadenza del pagamento dei ratei di luglio ed agosto 2020, unitamente alle relative ritenute, ai contributi INPS ed al fondo di Fine Carriera è fissata al 16 novembre 2020. 2. Nel caso in cui non siano stati rag-

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giunti gli accordi di cui al punto 1, gli stessi saranno comunque ancora consentiti in sede protetta sino al 29 settembre 2020 e, in tal caso, troverà applicazione la disciplina parzialmente derogatoria di cui al punto 1 medesimo; 3. Serie A a) Il termine del 30 settembre 2020 assegnato per il pagamento degli emolumenti di luglio 2020 e, se non ancora assolti, di giugno 2020, delle ritenute IRPEF, dei contributi INPS e Fondo Fine Carriera è posposto al 16 novembre 2020; b) il termine del 16 novembre 2020 assegnato per il pagamento degli emolumenti di agosto 2020 e, se non ancora assolti, di quelli precedenti, delle ritenute IRPEF, dei contributi INPS e Fondo Fine Carriera resta invariato al 16 novembre 2020. 4. Serie B a) Il termine del 16 ottobre 2020 assegnato per il pagamento degli emolumenti di luglio, agosto 2020 e, se non ancora assolti, di giugno 2020, delle

ritenute IRPEF, dei contributi INPS e Fondo Fine Carriera è posposto al 16 novembre 2020. 5. Serie C a) Il termine del 16 ottobre 2020 assegnato per il pagamento degli emolumenti di luglio, agosto 2020 e, se non ancora assolti, di giugno 2020, delle ritenute IRPEF, dei contributi INPS e Fondo Fine Carriera è posposto al 16 novembre 2020. 6. In deroga ai punti precedenti, sono consentiti accordi da sottoscrivere in sede protetta, entro il 15 novembre 2020, tra le società ed i “tesserati” che prevedano, ai fini dei controlli federali e della applicazione delle relative sanzioni, di assolvere del pagamento delle mensilità di luglio 2020, di agosto 2020 e dei ratei di cui al punto 1.b, nonché delle relative ritenute, dei contributi INPS e del Fondo di Fine Carriera in coincidenza con le scadenze federali del secondo trimestre per la Serie A (16 febbraio 2021) e del terzo bimestre per le Serie B e C (16 febbraio 2021).


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di Alfredo Giaretta

Pugno duro della Procura Federale

Whatsapp discriminatorio: una sentenza esemplare La lotta alle discriminazioni, di qualsiasi tipo e genere, è sempre stata portata avanti dagli organi della Giustizia Federale con determinazione e pugno duro. Il fenomeno però non si limita al “grande calcio”, dove si vedono spesso sanzionati i comportamenti discriminatori tenuti dai supporter delle varie squadre, ma è, purtroppo, radicato nel mondo sportivo fino ai settori giovanili dove non sono i tifosi a tenere comportamenti inadeguati ed illeciti, ma i tesserati stessi. Tali condotte, sicuramente meno sotto ai riflettori, non vengono però sottratte alla stessa determinazione degli organi federali nel sanzionarle. Recentemente la Procura Federale ha dovuto occuparsi di un caso riguardante vari giovani calciatori (partecipanti al campionato Allievi Regionali Under 17) staff e dirigenti dell’ASD Atletico Terme Fiuggi: il dirigente accompagnatore (che svolgeva indebitamente anche la funzione di vice allenatore) dei giovani, mosso da chissà quale spirito e con chissà quali finalità, ha condiviso, sul gruppo WhatsApp privato della squadra, messaggi e commenti di stampo razzista e discriminatorio, di istigazione all’odio, all’intolleranza per ragioni etniche e religiose ed all’antisemitismo, di propaganda ideologica vietata dalla legge. A tale conversazione e scambio di messaggi e commenti partecipavano attivamente ed intervenivano alcuni giovani calciatori. Il recente CU FIGC n. 263/AA del 15 giugno 2020 ha evidenziato l’avvenuto patteggiamento, con relativo sconto di pena, ex art. 126 del nuovo Codice di Giustizia Sportiva in base al quale il dirigente è stato sanzionato con l’inibizione per 1 anno e 6 mesi mentre i giovani calciatori con squalifiche da 45 giorni a 5 mesi, a seconda della “qualità” della loro partecipazione alla chat. Tali sanzioni dimostrano il fermo rifiuto della Procura a vedere nei messaggi scambiati una “ragazzata” spinta da

uno spirito goliardico ma piuttosto una condotta gravemente discriminatoria e totalmente contraria ai principi che regolano non solo l’ordinamento sportivo ma anche quello generale, e perciò integrante la violazione dei doveri di cui all’art. 4, comma 1 del nuovo Codice di Giustizia Sportiva in relazione a quanto previsto dall’art. 28, comma 1, del medesimo Codice nonché dal CU n.1 del 2 luglio 2019 del Settore Giovanile Scolastico. L’art. 28, comma 1 del nuovo Codice di Giustizia Sportiva (ex art. 11, comma 1, CGS) si pone alla base delle sanzioni dei comportamenti discriminatori prevedendo che costituisce comportamento discriminatorio ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporta offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine anche etnica, condizione personale o sociale ovvero configura propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori. Le sanzioni previste per chi tiene tali condotte sono differenziate a seconda si tratti di calciatori o dirigenti. Nel primo caso è prevista la squalifica per almeno 10 giornate di gara o, nei casi più gravi, una squalifica a tempo indeterminato con il divieto di accedere agli impianti sportivi nonché, in ambito professionistico, con ‘ammenda da 10 a 20 mila €. I dirigenti invece sono punibili con l’inibizione o la squalifica non inferiore ai quattro mesi, oltre alle sanzioni accessorie nei casi più gravi. Visto il tenore di detta previsione si può ritenere che le sanzioni inflitte, al netto dello sconto di pena applicato per la scelta della procedura di patteggiamento, valutata l’età dei soggetti coinvolti, siano da considerare adeguatamente commisurate al caso riportato. Oltre a ciò dev’essere poi considerato sintomo dell’interesse della Procura

ad arginare ed eliminare tali comportamenti, dal mondo del calcio e non solo, il fatto che assieme agli autori della condotta sono stati sanzionati, col medesimo provvedimento, anche l’allenatore dei ragazzi ed il presidente della società, che pur non avendo partecipato alla conversazione facevano parte del gruppo WhatsApp. Le sanzioni, di 6 mesi di squalifica/inibizione, sono correlate al particolare ruolo degli stessi. L’allenatore, infatti, consentendo tale corrispondenza su WhatsApp è venuto meno ai doveri educativi e di vigilanza propri della sua figura di responsabile di giovani ragazzi. Il presidente, invece, per il suo ruolo apicale ha omesso di adottare ogni doverosa ed opportuna iniziativa volta a garantire la prevenzione e repressione di comportamenti come quelli tenuti dai tesserati della società. Ciò dimostra che i valori intrinseci della società civile e di quella sportiva devono essere mantenuti e portati avanti dentro al campo di gioco ma anche e soprattutto coltivati fuori dallo stesso e non possono prescindere dagli insegnamenti e dall’educazione che gli adulti, genitori, allenatori, insegnati, responsabili, dovrebbero quotidianamente trasmettere ai giovani. Un plauso perciò agli organi della Procura Federale auspicando che risposte di tale portata siano estese a qualsiasi evento di tale tipo per arginare una volta per tutte un fenomeno che nulla ha a che fare con la sportività e la civiltà.

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di Stefano Sartori

Articolo 95.2 NOIF

Triplo tesseramento Con decisione del 5 giugno 2020, il Collegio di Garanzia del CONI ha chiarito si spera in via definitiva l’interpretazione dell’art. 95.2 NOIF, norma mutuata dal Regolamento FIFA: “Nella stessa stagione sportiva un calciatore/calciatrice può tesserarsi, sia a titolo definitivo che a titolo temporaneo, per un massimo di tre diverse società ma potrà giocare in gare ufficiali solo per due delle suddette società”. I fatti: l’ASD Atletico Silvi, con reclamo al Giudice Sportivo del Comitato Regionale Abruzzo datato 6 gennaio 2020, chiede di accertare e sanzionare la presunta irregolarità della partita disputata contro l’ASD Antonio Padovani, in quanto quest’ultima formazione ha schierato un calciatore che non avrebbe potuto partecipare alla gara. Si tratta di un calciatore che nel corso della stagione sportiva 2019/20 si è tesserato con l’ASD Free Time (squadra n° 1), a seguito di trasferimento a titolo temporaneo dalla ASD Lisciani Teramo (n° 2); successivamente, risolto il trasferimento a titolo temporaneo e ritornato alla società “cedente”, è stato posto in lista di svincolo ex art. 107 NOIF – rinuncia da parte della società – e si è quindi tesserato con l'ASD Padovani (n° 3), scendendo in campo in partite ufficiali con tutte e tre le squadre. L'Atletico Silvi chiede quindi la vittoria a tavolino contro il club avversario ma il Giudice Sportivo respinge il ricorso e omologa il risultato acquisito sul campo; la società propone quindi ricorso alla Corte Sportiva di Appello presso il C.R. Abruzzo, ma la CSA rigetta il ricorso rilevando che il calciatore è stato posto in lista di svincolo dalla società Lisciani per poi essere vincolato con aggiornamento tessera dalla ASD Padovani.

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Pertanto, il conseguente tesseramento di un calciatore precedentemente svincolato non può equivalere ad un trasferimento né a una cessione di contratto tra due società, come regolati dall'art. 95 NOIF, e quindi nella fattispecie in esame manca il presupposto del terzo trasferimento o cessione di contratto. L’Atletico Silvi ricorre ulteriormente al Collegio di Garanzia del CONI, supportata incidentalmente dalla Procura Generale dello Sport presso il CONI medesimo (!), che chiede l'accoglimento del ricorso sostenendo che il calciatore non avrebbe potuto comunque prendere parte a gare ufficiali con la nuova e terza società avendo già disputato incontri ufficiali con due club. A ciò si deve aggiungere la FIGC, che chiede la sospensione del giudizio innanzi al Collegio di Garanzia da disporre in attesa della decisione della Corte Federale d'Appello FIGC in merito all’impugnazione nel frattempo proposta dal Presidente Federale. Un caso complesso, con la FIGC sostanzialmente impegnata a richiedere un’applicazione restrittiva dell’art. 95.2, e con due quesiti in attesa di risposta: a) se il giudizio vada sospeso in attesa che la CFA della Federcalcio si pronunci sulla questione; b) se il tesseramento di un calciatore svincolato debba essere considerato un "trasferimento”. Per quanto riguarda il primo punto, il Collegio di Garanzia si è espresso deliberando che la richiesta di sospensione formulata dalla FIGC va disattesa in quanto proposta successivamente; il reclamo del Presidente Federale ex art. 102 del Codice di Giustizia Sportiva FIGC è stato incardinato dopo la notifica del ricorso introduttivo al CONI.

In proposito, l’art. 2, comma 6, CGS CONI e l’art. 39 c.p.c. prevedono che “Se una stessa causa è proposta davanti a giudici diversi, quello successivamente adito, in qualunque stato e grado del processo anche d'ufficio, dichiara con ordinanza la litispendenza e dispone la cancellazione della causa dal ruolo”. Per quanto concerne la seconda e più rilevante questione attinente al merito della controversia, il Collegio ha osservato che, da un punto di vista terminologico e concettuale, il comma 2 dell’art. 95 NOIF fa riferimento al tesseramento e non alla cessione del contratto o al trasferimento del giocatore. Nella fattispecie, il calciatore ha subito la risoluzione unilaterale del vincolo ed il tesseramento con l’ASD Antonio Padovani è avvenuto mediante un aggiornamento di posizione e non a seguito di un trasferimento tra due società; e siccome, da un punto di vista sostanziale, lo svincolo rappresenta lo scioglimento del rapporto e non un trasferimento, il terzo trasferimento invocato dalla ricorrente non è di fatto mai avvenuto. Pertanto, le norme invocate dall’ASD Atletico Silvi vanno applicate solo ai calciatori oggetto di trasferimento e quindi non al caso (o nei casi similari) in oggetto, per il quale manca il presupposto del terzo trasferimento che, solo se avvenuto, avrebbe impedito al calciatore la partecipazione a gare ufficiali con più di due società nella stessa stagione sportiva. In conclusione, il ricorso – pur supportato dalla FIGC come istituzione - è stato quindi rigettato, con una motivazione che introduce una interessante e ragionevole interpretazione dell’art. 95.2 NOIF in tema di triplo tesseramento e conseguenti multiple discesa in campo.


servizi Vantaggi e soluzioni per il noleggio

AIC-AVIS: una partnership che continua Prosegue la partnership tra l’Associazione Italiana Calciatori ed AVIS che offre nuovi vantaggi e soluzioni per il noleggio. Per tutti gli associati AIC e per i loro familiari, AVIS mette infatti a disposizione il proprio ecosistema di soluzioni di mobilità a tariffe agevolate fisse in qualsiasi periodo dell’anno per il noleggio di auto a breve e medio termine. Per garantire un servizio più libero e sicuro, AVIS presenta il check-out digitale, che consente ai clienti di trascorrere meno tempo al desk “fisico”, avendo comunque la possibilità di

personalizzare il noleggio durante la prenotazione di un veicolo in qualsiasi ufficio AVIS o Budget in tutta Europa. Sviluppata per soddisfare le mutevoli esigenze dei consumatori nel settore del noleggio auto, questa funzione accelera il processo di check-out del veicolo offrendo ai clienti la possibilità di preinserire online i propri dati e personalizzare ulteriormente il noleggio, con prodotti e servizi aggiuntivi, prima di recarsi presso l’ufficio di noleggio. AVIS, inoltre, ricorda a tutti i propri clienti che sono stati rafforzati i pro-

tocolli di pulizia: tutti i veicoli sono meticolosamente puliti prima di ogni noleggio con l’utilizzo di disinfettanti che proteggono clienti e dipendenti da agenti patogeni nocivi. Particolare attenzione viene prestata alle superfici ad alto contatto come volante, indicatori di direzione, cruscotto, cambio, controlli di infotainment a bordo, console centrali e tutte le maniglie delle porte, sia all'interno che all'esterno. Per maggiori informazioni: http:// www.assocalciatori.it/convenzioni/ convenzione-aicAVIS

La convenzione

Avis Autonoleggio, parte del gruppo Avis Budget Italia SpA, leader in Italia nel mercato dell’autonoleggio a breve e medio termine, dispone di oltre 500 uffici ed una flotta media di circa 35.000 vetture. Avis si propone di essere la prima scelta per il cliente che ricerca i massimi standard nel servizio e un’operatività che permetta di ottimizzare tutte le fasi del noleggio, senza inutili file né attese. Servizi come la Riconsegna Rapida o l’Avis Preferred interpretano al meglio questa filosofia. La convenzione è riservata a tutti gli associati AIC e ai loro familiari e garantisce tariffe agevolate fisse in qualsiasi periodo dell’anno.

Come prenotare - Centro Prenotazioni: chiamando il numero 06.452.108.020 o 199.100.133 gli associati AIC potranno usufruire delle tariffe speciali dedicate ad uso perso-

nale in modo semplice e immediato. - link per microsito dedicato da chiedere a marketing@assocalciatori.it Il pagamento avverrà solo ed esclusivamente tramite carta di credito personale. All’atto del ritiro della vettura presso l’ufficio di noleggio Avis, oltre i propri documenti d’identità e di autorizzazione alla guida, si consiglia di portare con sé un documento di riconoscimento aziendale (tessera AIC), in quanto potrebbe essere richiesto da parte del personale Avis per poter certificare la reale appartenenza all’Associazione Italiana Calciatori. Nell’accordo sono inclusi i seguenti servizi: 1. Chilometraggio illimitato; 2. CDW – riduzione responsabilità danni, che riduce l’addebito a carico del driver dei danni alla vettura, ad € 850,00 per i gruppi auto dalla A alla J, e a € 1.300,00 per i restanti gruppi; 3. TP - riduzione responsabilità furto, che riduce l’addebito a carico del driver in caso di furto della vettura, ad € 1.700,00 per i gruppi auto dalla A alla J, e a € 2.100,00 per i restanti gruppi; 4. Noleggio a lasciare, ossia la possibilità

di rilasciare l’auto presso un ufficio diverso da quello del ritiro (solo a livello nazionale e purché non sia in Sardegna). Sono invece servizi opzionali scontati rispetto alle tariffe standard: 1. SuperCDW (eliminazione responsabilità Danno), che elimina l’addebito al driver in caso di danno al veicolo. Costo ridotto di € 6,50 al giorno per tutti i gruppi; 2. SuperTP (eliminazione responsabilità Furto), che elimina l’addebito al driver in caso di furto del veicolo. Costo ridotto di € 5,00 al giorno per tutti i gruppi; 3. PAI Plus (copertura conducente e trasportati), al costo ridotto di € 7,00 al giorno per tutti i gruppi; 4. Windscreen (WDW – eliminazione responsabilità rottura cristalli) al costo ridotto di € 1,50 al giorno per tutti i gruppi; 5. Assistenza Stradale Estesa (RSN), assistenza stradale che copre gli imprevisti al mezzo di natura non meccanica (es.: errato rifornimento). L’importo finale del noleggio dipende dai servizi richiesti: tutti i clienti sono invitati a controllare prima di sottoscrivere l’ordine.

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di Fabio Appetiti

Marialuisa Gnecchi, Vicepresidente INPS

L’impegno di INPS al fianco di lavoratori e sportivi In queste difficili ore di pandemia riuscire a parlare con la Vicepresidente INPS M. Luisa Gnecchi, in prima linea ad affrontare l'emergenza economica, è un segnale grande di attenzione per la nostra categoria. Una attenzione già mostrata in passato da deputata sempre attenta al mondo del lavoro, con il disegno di legge sulla previdenza degli sportivi, presentato insieme all'ex ministro Cesare Damiano. Una chiacchierata che, con l'aiuto di qualche numero, rende evidente l'emergenza sanitaria ed economica che sta vivendo il Paese e di riflesso anche il nostro settore dove, grazie anche all'impegno di Aic, siamo riusciti a fare fronte alla crisi con strumenti come la cassa integrazione o i bonus per i dilettanti. Oltre ovviamente a tutti gli aiuti stabiliti in ambito federale. Quando finirà l'emergenza speriamo invece di poter tornare ad affrontare quelle criticità ancora presenti sulla previdenza degli sportivi e magari vedere riconosciuta la nostra rappresentanza dentro l'istituto, come aspettiamo da tempo. Intanto un sentito grazie alla Vicepresidente Gnecchi per il suo impegno e per la sensibilità sempre dimostrata verso tutti gli atleti e le atlete italiane. È un momento difficile per il Paese e siamo nel pieno della seconda ondata della pandemia. Come valuta l'operato di Governo e Regioni di fronte a questa emergenza sanitaria ed economica? “Dobbiamo renderci conto tutti che siamo in un'emergenza che non era assolutamente prevedibile e prevista, ci si è ritrovati ad affrontare una malattia sconosciuta, senza avere certezze. Penso che per chi ha avuto e ha la responsabilità di Governo o di Regione in questo periodo ci siano state costantemente scelte da affrontare molto difficili. In questi giorni stiamo rivivendo

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quella conflittualità tra salute e lavoro che spesso si è vissuta nel nostro Paese e nel mondo, ma è evidente che se non si tutela la salute non ci sarà né economia, né lavoro in grado di farci vivere tutti dignitosamente. Questo è un periodo in cui vanno superate le contrapposizioni tra Governo e opposizioni, l'interesse delle persone e del Paese deve essere la priorità che ci poniamo tutti. Purtroppo, vediamo che il servizio sanitario nazionale non è efficiente ed efficace allo stesso modo in tutte le regioni. Si sente molto la necessità che ci sia un accordo costante tra Regioni e ministri. Ci siamo comportati tutti benissimo nella prima fase, pur disorientati, perché era tutto nuovo; l'estate, forse anche nella ricerca di una normalità di cui ci eravamo sentiti privati, ha invece visto calare l'attenzione. Serve più consapevolezza e una maggiore responsabilizzazione e responsabilità collettiva. Gli interventi governativi, introdotti dai vari decreti-legge che si sono susseguiti (d.l. Cura Italia, d.l. Rilancio, d.l. Agosto) hanno cercato di coprire potenzialmente tutte le categorie della popolazione interessate da cadute di reddito a seguito dell’emergenza sanitaria: oltre ai trattamenti di Cassa Integrazione, si possono elencare le misure di sostegno straordinarie nei confronti delle famiglie, per i lavoratori genitori

(bonus baby-sitting e centri estivi), l’estensione dei giorni di congedo straordinario per i soggetti deboli titolari della Legge 104/1992, i congedi parentali straordinari per le famiglie con figli, le indennità 600/1000 euro per determinate categorie (lavoratori autonomi, titolari di partita IVA, agricoli, professionisti, co.co.co., stagionali, intermittenti, lavoratori dello spettacolo, lavoratori a tempo determinato, venditori porta a porta, somministrati, lavoratori domestici, e altre categorie svantaggiate), la proroga di trattamenti di disoccupazione NASpI e DIS-COLL, come anche misure di sostegno al reddito familiare ulteriori rispetto al reddito di cittadinanza, Reddito di emergenza, uno strumento temporaneo, caratterizzato da requisiti meno stringenti rispetto al RdC pensato espressamente per i working poor, i precari, senza escludere i professionisti non beneficiari delle citate indennità ma interessati da una forte caduta del reddito”. È vicepresidente INPS da pochi mesi e l'istituto da lei presieduto ha svolto un ruolo determinante nell'erogazione di aiuti e cassa integrazione. Mi può fare un bilancio di quanto fatto magari con l'aiuto di qualche numero? “I dati aggiornati relativamente ai pagamenti di Cassa Integrazione aggior-


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nati al 19 ottobre 2020: su circa 13 milioni di prestazioni gestite dall’Istituto tra maggio e il 19 ottobre 2020, il numero di integrazioni salariali erogate direttamente dall’INPS è di 12.822.566, ovvero il 98%. Sulla base di domande regolarmente presentate, hanno ricevuto pagamenti CIG 3.455.002 lavoratori, su 3.472.136. Sono in attesa di essere pagati 17.134 lavoratori, ovvero lo 0,4% (297.645 prestazioni, pari al 2% del totale delle domande pervenute). Un’apposita task force creata in direzione centrale INPS è attualmente dedicata alla risoluzione dei problemi che riguardano queste posizioni che presentano in molti casi problemi ed errori come: iban/codice fiscale/problemi inerenti il numero di settimane richieste. In questi casi è stata avviata un’interlocuzione con le aziende. Per quanto riguarda altri 8 milioni di prestazioni CIG, riferite ad altri 3 milioni di lavoratori, sono anticipate dalle aziende e garantite a conguaglio dall’Istituto. Si ricorda che per ricevimento di richiesta si intende il recepimento del modello SR41 inviato da parte delle aziende, che richiede formalmente l’erogazione della CIG in base alle ore effettivamente non lavorate dal singolo dipendente. Le prime richieste attraverso SR41 sono giunte all’istituto a partire da maggio, successivamente alla preliminare autorizzazione all’accesso alla CIG da parte dell’INPS alle domande fatte nei mesi di marzo e aprile. La CIG dall’inizio dell’emergenza Covid, ha complessivamente riguardato oltre 20 milioni di prestazioni per circa 6,5 milioni di lavoratori. In particolare, da marzo a settembre 2020, si registrano oltre alla CIG e sempre come misure straordinarie per affrontare l'emergenza economica delle famiglie e delle persone: • oltre 4,1 milioni di beneficiari di indennità una tantum (originariamente di importo mensile 600 euro); 1,6 milioni di domande tra congedo parentale Covid e bonus baby-sitting; 275 mila domande per l’indennità ai lavoratori domestici; • 600 mila nuclei familiari richiedenti il REM (che si “aggiungono” ai nuclei familiari che hanno percepito RdC/ PdC pari a 1,4 milioni ovvero oltre 3,1 milioni di individui)”.

Lei è stata parlamentare e la sua vita politica è sempre stata spesa per garantire tutele, diritti, welfare a lavoratori e lavoratrici. Pensa che in termini di politiche di sostegno ci sia stato qualche categoria che è rimasta indietro o per cui poteva fare di più? “In una situazione così grave la priorità è stata la velocità, la volontà di intervenire subito per tutti, ovviamente non è stato facile individuare chi ha vissuto maggiori difficoltà, ci sono state anche attività che hanno trovato incremento in questa fase, si sono dati i bonus a titolari di attività chiuse, ma anche a chi è sempre rimasto aperto, come i negozi di alimentari, per esempio, ma oggettivamente sapendo che la necessità era aiutare chi si è trovato in difficoltà, c'è stato chi ha avuto un aiuto e non ha avuto bisogno e chi è stato aiutato troppo poco. Sarebbe sicuramente stato più giusto essere più selettivi e dare di più ad alcune categorie, la cultura e lo sport hanno sicuramente sofferto più di altre, ma stanno soffrendo ancora anche perché la gente ha paura e quindi ognuno reagisce in modo diverso”. Lo sport è uno tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi e l'erogazione del bonus sport ha messo in luce un mondo dove, a parte gli sportivi professionisti, sono pochi ad avere tutele o avranno in futuro una pensione. Quale la sua idea in proposito. “La pandemia ha messo in evidenza in tutti i settori le fragilità contrattuali di intere categorie di lavoratori e lavoratrici. Per quanto riguarda il mondo dello sport sappiamo che è un mondo dove c'è una forte precarietà contrattuale soprattutto se pensiamo ad istruttori, collaboratori tecnici e amministrativi, preparatori atletici ed anche tanti atleti e atlete che possiamo definire "professionisti di fatto", ma non godono di alcuna tutela previdenziale e contributiva. Un mondo su cui non ci si è mai interrogati abbastanza anche se ora sono a conoscenza della discussione in corso nel Testo Unico dello sport con cui si vuole riconoscere la figura del lavoratore sportivo con l'inserimento graduale di tutele previdenziali. Ovviamente su questo non posso che essere d'accordo e, se saremo coinvolti come istituto, cercheremo

di mettere a disposizione tutti i dati e tutte le nostre conoscenze affinché anche per il mondo dello sport, che è una fetta importante del nostro Pil, ci sia un passo in avanti in termini di diritti. Il bonus sport è stato comunque uno strumento importante che ha aiutato a gestire l'emergenza che con la chiusura di piscine, palestre, impianti sportivi ha fortemente colpito il settore”. Tra i provvedimenti presi dal Governo durante l'emergenza c'è stata la Cassa Integrazione per gli sportivi professionisti sotto i 50 mila euro lordi. Un provvedimento importante per la fascia più debole della categoria degli sportivi. Ha un quadro di quanti vi hanno fatto ricorso? “Sì, credo sia stato un provvedimento importante ed anche una novità per il mondo dello sport e degli sportivi professionisti di cui sappiamo il 90% essere calciatori e che dimostra anche una sensibilità di questo Governo per i lavoratori dello sport di cui va dato atto al ministro Gualtieri e al ministro Spadafora. Questo provvedimento mette in luce anche quanto è composito e diseguale il mondo del calcio dove ad una piramide di campioni molto ben remunerati si affiancano poi centinaia di professionisti con retribuzioni normali verso i quali credo sia stato giusto intervenire con tutti gli strumenti di welfare e di tutela ordinari come per altre categorie di lavoratori. È stato anche un provvedimento che ha aiutato soprattutto le società di Lega Pro a rimanere in piedi di fronte la crisi determinata dalla pandemia, una crisi che sembra ancora non finire e che di fatto rende molto difficile la pratica sportiva ai livelli più bassi della piramide. Credo che quasi tutte le società

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che nel post carriera molti di loro hanno carriere discontinue e spesso non riescono a maturare la pensione e credo sarebbe molto importante lavorare sul tema delle ricongiunzioni. Per la presenza nel Civ so che c'era un dpcm che stabiliva una alternanza con i rappresentanti dello spettacolo e mi impegnerò per cercare di farla rispettare anche perché la presenza degli atleti aiuterebbe meglio a capire e seguire questo mondo”.

di Serie C del nord e del centro e oltre il 50% del sud vi abbiano fatto ricorso, mentre sono a conoscenza anche di alcune criticità rispetto alle domande visto che era la prima volta che ci sia approcciava a questo mondo. In questo sicuramente il lavoro di sensibilizzazione svolto dall'AIC, come sindacato di categoria, ha aiutato a far meglio comprendere l'accesso a tale strumento e credo sia necessario proseguire nel dialogo tra datori di lavoro, sindacato di categoria e istituto per meglio affrontare i problemi”. Sulla previdenza degli sportivi da una sua legge (con Cesare Damiano) partì un importante provvedimento del Governo Gentiloni che riconosceva la specificità della carriera sportiva. Per meglio seguire i propri associati nell'iter previdenziale l'AIC chiede da tempo una rappresentanza nel Civ INPS come previsto per legge dopo che l'ex fondo Enpals fu inglobato nell' istituto. Pensa che si possa intervenire su tale aspetto? “Per i calciatori vale quanto detto prima. Sentir parlare di pensioni per i calciatori potrebbe sembrare quasi un assurdo se si pensa ai grandi calciatori di Serie A che hanno ingaggi importanti. Ma sappiamo di quanti dopo aver fatto una carriera nelle categorie inferiori si trovano in difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro e per questo avevamo studiato quel provvedimento con Cesare Damiano. Sono a conoscenza anche di altre criticità legate al fatto

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Lei sa che nessuna calciatrice o atleta in Italia è professionista e non ha ancora nessuna forma di tutela previdenziale? “Sì, è un tema che conosco bene e che purtroppo dimostra ancora una volta le differenze tra categorie nel mondo del calcio e sicuramente quella delle calciatrici è fortemente penalizzata perché, pur facendo lo stesso lavoro dei loro colleghi, non hanno ancora una tutela previdenziale. So che la FIGC ha avviato il passaggio al professionismo delle ragazze, grazie anche alle risorse stanziate dal Fondo istituito dal senatore Nannicini nel decreto Agosto e che si sta cercando nel Testo Unico dello Sport di definire la figura del lavoratore sportivo con tutele previdenziali anche per coloro che non sono sportivi professionisti. Il fatto che oggi non ci sia nessuna atleta professionista in Italia è una anomalia su cui subito bisogna intervenire, magari prevedendo inizialmente degli sgravi contributivi per le società che dovranno sostenere tali costi. Come INPS siamo a disposizione per mettere la nostra esperienza per riconoscere a tutte le atlete i diritti di cui necessitano anche perché arrivare dopo quindici/venti anni di carriera senza un contributo previdenziale non è solo sbagliato è inaccettabile”. Per chiudere l'INPS sta andando verso una rivoluzione digitale con l'avvento dello SPID. Potrebbe spiegare meglio di cosa si tratta e a cosa serve? “Il passaggio che l’Istituto ha operato dal 1 ottobre 2020 da Pin a SPID si inserisce nell’ottica della digitalizzazione dei servizi : la nuova identità digitale unica di accesso ai servizi pubblici permette una collaborazione con le altre pubbliche amministrazioni

e consente alla Pubblica Amministrazione di contare su circa 27 milioni di indennità digitali che possono essere trasformate, nel giro di un anno, in SPID. Durante questo periodo l’Istituto accompagnerà, soprattutto le utenze più fragili, verso una transizione facilitata verso SPID. Il passaggio dal PIN INPS allo SPID è in una fase transitoria, che ha avuto inizio il 1° ottobre 2020, non saranno rilasciati nuovi PIN agli utenti, salvo quelli richiesti da utenti che non possono avere accesso alle credenziali SPID e per i soli servizi loro dedicati; i PIN già in possesso degli utenti conserveranno la loro validità e potranno essere rinnovati alla naturale scadenza fino alla conclusione della fase transitoria. In base all’andamento del processo di passaggio a SPID, l’Istituto, di concerto con il Ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, l’AGID e il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, fisserà la data di cessazione definitiva di validità dei PIN rilasciati dall’INPS. Con SPID si può accedere ai servizi di 4000 amministrazioni e ai servizi di operatori privati che hanno aderito come fornitori di servizi (Service Provider) al Sistema Pubblico di Identità Digitale. Si trova l’elenco dei servizi accessibili nella sezione "Dove puoi usare SPID". Se si ha la Carta di Identità Elettronica (CIE) e uno smartphone con sistema NFC, mediante il PIN, consegnato con la CIE, si potrà accedere ai servizi abilitati della PA, ad esempio, a tutti i servizi INPS”.

Come richiedere lo SPID Sul sito www.inps.it si possono trovare ulteriori informazioni (circolare INPS 17 luglio 2020, n. 87). Si può richiedere SPID ai fornitori di identità digitali (Identity Provider) accreditati dall’AGID che lo rilasciano con diverse modalità. Per richiedere SPID sono necessari: la tessera sanitaria o il tesserino del Codice fiscale; un documento di identità rilasciato in Italia (carta di identità, patente o passaporto).


segreteria Terzo Summer Camping

Hope For Football Italia-Lithuania Dal 29 luglio al 5 agosto il terzo Campeggio Sportivo, primo in Lituania, per ragazzi orfani e con disagio sociale organizzato dall’Ente Hope for Football con il supporto della Federazione Gioco calcio Lituana e dai volontari locali. L’avventura è iniziata con la visita alla Federazione Gioco Calcio Lituana dove il presidente Tomas Danilevicius e Marius Stankevicius hanno accolto i bambini che hanno vissuto un momento emozionante, sentendo tutta l’energia che sa regalare il calcio. A Plunge, in Lituania, si è svolta la terza edizione del Campeggio estivo tra diverse attività: sport, solidarietà, musica, integrazione, supporto, conoscenza delle tradizioni. Coinvolta una quindicina di bambini orfani e con forti disagi provenienti dall’orfanotrofio della città di Kaunas e dal Centro Diurno Salesiano di Palemonas a Kaunas diretto da Suora Irute. Il principale obiettivo del Campeggio è stato quello di avvicinare bambini e ragazzi dai 7 ai 16 anni alla Cultura, come sport, in particolare al calcio (in Lituania in crescita). Si è cercato di stimolare il senso di partecipazione, sia come team, sia come famiglia. Tutto attraverso il calcio e le sue regole: lezioni di yoga, allenamenti, visite ai personaggi durante il ritiro, come Gediminas Vicius ex nazionale lituano e campione in Kazakistan: la sua testimonianza è stata fondamentale per far capire il valore dello sport, come superare le difficoltà della vità anche con la pratica sportiva ed un impegno quotidiano nella vita.

ne certezza è che solo mettendosi in gioco e “allenandosi” a diventare persone felici e serene si diverrà capaci di creare un futuro e di creare relazioni. In questo modo avviene la formazione globale della persona, in grado quindi di costruire la propria vittoria e quello del suo team.

stenitori sono stati molto importanti, dimostrandosi generosi nell’investire non solo con contributi diretti, ma anche mostrando amore verso il progetto e dedicandovi il proprio tempo. Ringraziamenti anche alla Parrocchia Per questa terza edizione del Campegdi Silvelle e la sua Comunità e alla Fagio è stato scelto come filo conduttore miglia Zeimys che ha ospitato il Camp. ideale di tutte le iniziative: “La vittoria Importante, altresì, il continuo abbracnello sport come team come famiglia”. cio del Consolato Onorario Lituano di Trarre ispirazione dal dolore, dall’ePalermo, e dell’Ambasciata Lituana a nergia dal bisogno di stare assieme e Roma, nonché dell’Università Chi impara il valore dello stare assieme, Vytautas Magnus di Kaunas.

di far parte di un team, può vincere anche

Il Campeggio proposto rap- nella vita. Il dolore come forza energia per presenta un’occasione im- vincere e uscire dall’oscurità. portante data ai ragazzi per misurarsi con loro stessi e capire l’imdi conoscenza dalle proprie emozioni. portanza di giocare e vivere assieme. È Imparare a riconoscere i messaggi questo spirito che spinge a lavorare in dell’amore intorno a noi, spostare il sinergia con volontari, donatori, assopunto di osservazione sui goal che ciazioni culturali e aziende. La comupossiamo realizzare ogni giorno.

Il Presidente di Hope for Football, Stefano Piciulin, che ha già prestato la propria opera professionale per il F.C. Internazionale Milano durante il periodo del triplete ed è stato il fondatore della Nazionale dei ragazzi guariti dalla Leucemia, ha voluto ringraziare i partner e i sostenitori delle sue iniziative, in particolare l’Associazione Italiana Calciatori per il continuo supporto del Direttore Generale Gianni Grazioli, e la Camera di Commercio Italo-Lituana. Tutti i so-

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di Bianca Maria Mettifogo

Stefano Sorrentino, ex portiere di Torino, Palermo e Chievo

Il mio universo tutto… al femminile È una vita dedicata al calcio la sua: Stefano Sorrentino, 41 anni, ex portiere di Torino, Palermo e Chievo (con parentesi in Grecia e Spagna), è figlio d’arte e fin da bambino conosce una sola grande passione, il calcio (e le figurine!). Niente e nessuno potrà distoglierlo dal suo sogno, che diventerà presto anche il suo lavoro. Ma se in campo Stefano è circondato dai colleghi, nella vita privata sono le donne a riempire le sue giornate: 4 figlie, Carlotta, Matilda e Maria Vittoria nate dal primo matrimonio e Viola, la più piccola, avuta dalla seconda moglie. Quanto è difficile vivere in questo universo tutto al femminile? “È sicuramente difficile ma allo stesso tempo è molto stimolante. Persino il cane è femmina, sono proprio l’unico uomo! Viviamo a Torino e tutti vicini: in questo modo posso stare con le mie figlie e vederle crescere. Hanno età differenti (7, 10, 11 e 15 anni) e quindi esigenze e richieste diverse. Ogni tanto c’è da combattere ma è un modo per mantenermi giovane. Qualche volta è più faticoso: la mia generazione aveva più stimoli, passioni, non c’era internet e non esistevano i social: mi sembra che perdano il loro tempo ma so di essere io a dovermi adeguare”.

posso sostenerle, aiutarle a capire nel momento in cui si troveranno in difficoltà, spiegare loro che magari il percorso scelto non è il più facile ma devo lasciarle libere di agire ed anche di sbagliare. Sono scelte individuali. Ma, ribadisco, non faccio differenze. Si pensi al calcio femminile: uno sport considerato da sempre maschile che si sta facendo apprezzare e sta crescendo in numeri e visibilità”. A proposito di calcio femminile, un anno fa le nostre Azzurre erano impegnate nel Mondiale di Francia: credi che arriverà presto a conquistare i risultati che sta perseguendo? “Il calcio femminile è sempre esistito, purtroppo la notorietà è arrivata tardi ma è uno sport che sta raccogliendo intorno a sé un grande interesse, più di altri sport considerati prettamente femminili”. Non ci sarebbero quindi problemi se le tue figlie di dicessero di voler giocare a calcio? “No, certo che no. Come ho detto prima, loro devono essere libere di scegliere. Al momento hanno intrapreso sport diversi ma non sarebbe assolutamente un problema”.

Stefano si racconta e ci racconta episodi della sua vita familiare e la gioia di vedere intorno a sé queste “piccole donne” crescere. Ma oltre ad un padre, Stefano è un calciatore, infatti gioca ancora come dilettante. Facciamo un passo indietro, a quando giocavi da professio“Ci vuole più coraggio, bisogna nista: sappiamo che il è da sempre riuscire a schierarsi per portare calciatore protagonista di molti stereotipi. Alcuni, tra i avanti il proprio pensiero” più consueti e banali lo non penso ci siano lavori da uomini o vedono affiancato sempre da donne da donne. Loro sanno che dovranno bellissime e spesso del mondo dello avere passione per quello che faranspettacolo, oppure con auto lussuose no, metterci tutto il loro impegno. Io ed uno stile di vita ogni tanto sopra Le tue ragazze stanno crescendo e presto si troveranno a dover scegliere il loro futuro: se ti dicessero di voler intraprendere delle carriere non considerate “da donne”, come reagiresti? “Io non vedo differenze tra carriere,

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le righe. I calciatori vengono spesso additati per la loro condotta e per le loro scelte anche perché la popolarità di cui godono li mettono ogni momento sotto i riflettori. Ci sono stati degli stereotipi che ti hanno maggiormente ferito o infastidito? “Certo, ci sono un sacco di stereotipi che coinvolgono i calciatori che possono dar fastidio. Anche perché spesso chi parla non sa bene dove vuole arrivare puntando il dito contro. Me ne sono reso conto anche durante il lungo e difficile momento del lockdown per il Coronavirus: i calciatori sono stati presi di mira per gli stipendi, per voler o non voler giocare, la gente strumentalizza ogni cosa senza rendersi bene conto di quello che dice. Non si capisce che il calcio non è solo “il calciatore”: il calcio è molto di più. È fatto di persone che lavorano, di hotel che ospitano, di tifosi che vanno allo sta-


secondo tempo

dio. È complicato a volte replicare a chi ha già deciso che il luogo comune deve averla vinta”. Anche la vita di tutti i giorni è intrisa di stereotipi, soprattutto quelli che riguardano uomini e donne fin dalla più tenera età: come hai insegnato alle tue figlie a superarli? Sei preoccupato per gli uomini che potranno incontrare? “Abbiamo sempre cercato di spiegare alle ragazze cosa c’è fuori dalla porta: loro vivono in un contesto “fortunato” ma cerchiamo di insegnare loro a guardare il mondo. Credo sia molto importante parlare con i nostri figli ma, soprattutto, far parlare loro e mettersi in ascolto. Devono fare le loro esperienze e poter commettere degli errori ma devono sapere che nei genitori troveranno sempre un sostegno, un aiuto e potranno sempre fidarsi”.

Bisogna dare messaggi importanti ai giovani e soprattutto è necessario farlo con l’esempio: secondo te, il calcio può trasmettere alle nuove generazioni una sensibilità maggiore nei confronti dei temi sociali, il rispetto per il prossimo, l’impegno contro la violenza di genere? “Io credo che il calcio possa fare molto: è un viatico fondamentale. È uno sport molto seguito, abbraccia tutte le fasce d’età e riesce a parlare a tutti. Quindi sono convinto sia un canale da sfruttare al meglio per parlare ai giovani. Dal razzismo alla violenza di genere, dall’omosessualità ad altre problematiche sociali: si possono mandare messaggi, creare iniziative, sensibilizzare in svariate forme. Certo, ci vuole più coraggio, bisogna riuscire a schierarsi per portare avanti il proprio pensiero, senza paura. Personalmente ero convinto

che tutto quello che è successo con il Covid-19 avrebbe cambiato le persone, le avrebbe migliorate in qualche modo ed invece vedo che molti si sono induriti, non percepisco ancora quel riscatto positivo che avevo immaginato. E quindi, a maggior ragione, dobbiamo perseguire le nostre convinzioni con determinazione”. Stefano, alla fine di questa piacevole chiacchierata, rimane un dubbio: si sta meglio in campo tra soli uomini o a casa circondato da donne? “Eh… durante la quarantena ho dovuto, come tutti, fermarmi, e ho riassaporato il piacere di stare a casa, con la famiglia, con gli affetti, facendo magari delle piccole cose ma tutti insieme. Per uno come me, abituato a vivere fuori casa, devo dire che è stato piacevole… e poi alla fine, si sta meglio con le donne… forse!”.

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secondo tempo

di Claudio Sottile

Il “dopo calcio” di Alessandro Morello

La Mamma (Lupa) è sempre la mamma Lo stemma della città di Lecce reca una lupa incedente e un albero di leccio (coronato da cinque torri), gli elementi simbolici che hanno dato il nome al capoluogo salentino. Cinque come le tipologie di pasto che si possono incontrare nel locale di Alessandro “Sandro” Morello, figlio tra i prediletti di una terra calcistica feconda, colorata, competente, appassionata e passionale. Prima con gli scarpini, poi in tuta, ora col grembiule: Sandro, chi sei oggi? “A 30 anni ho smesso di giocare per infortunio, con una rottura dei legamenti e una doppia operazione. Tre anni dopo ho iniziato questa avventura, consigliato da mia suocera, e comunque ero convinto che potevo cimentarmi nell’ambito della ristorazione. Abbiamo aperto nel 2000, all’inizio c’era un socio, dopo due anni ho deciso di tenerlo da solo. Lavoriamo in otto: io, mia moglie, mio figlio e cinque dipendenti. Il sei dicembre festeggeremo 20 anni di attività. Facciamo una cucina un po’ particolare, bruschette, verdure, arrosti, salumi e formaggi, evitando primi, fritti e pizza. È nata così e ce la portiamo avanti in questo modo. Ci siamo ampliati nel tempo, prima eravamo una trattoria da 20 posti, adesso siamo arrivati a 55 coperti, più l’esterno. È un’azienda impegnativa. Si chiama ‘Osteria Mamma Lupa’. È a conduzione familiare, mia moglie è quella che si occupa di tutte le preparazioni tra i fornelli. Dopo mia suocera, è rimasta lei come zoccolo duro della parte più importante di tutto”. Che ruolo occupi nello… scacchiere tattico? “Ho lasciato il calcio due anni fa, dopo aver allenato a Lecce sia nel settore giovanile sia nella prima squadra, come collaboratore tecnico e come secondo di Checco Moriero e Roberto Rizzo. Scaduto il contratto col Lecce

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non c’è stata né una chiamata dal club né da parte mia l’interesse nel continuare. Finire come calciatore per infortunio è stato brutto, adesso non mi è pesato smettere di allenare, visto che mi sono concentrato sull’ampliamento dell’azienda. È stata una scelta naturale, arrivata da sola. Scherzando dico che sono DS, direttore di sala del mio locale. Sto dentro, faccio tutto, sono un factotum, accoglienza, spesa, non mi tiro indietro se c’è da lavorare in cucina. Già prima, dopo essere stato al campo tutta la giornata, di sera mi fiondavo a dare una mano”. Una vostra specialità? “Le bruschette, le prepariamo in tanti modi. Ci conoscono per questo. E poi abbiamo un grill, un fracassè, di quelli antichi, un pezzo unico riprodotto 20 anni fa in ferro e acciaio. Arriviamo a 70-80 arrosti a sera”. Il mondo del calcio si affaccia? “Molto. Qui hanno festeggiato salvezze e promozioni dai tempi di Pierandrea Semeraro fino a quelli attuali di Saverio Sticchi Damiani. Poi vengono in tanti a mangiare della prima squadra e questo mi fa enorme piacere. Lecce non è grandissima, ci si conosce, se non è il primo o il secondo giorno, alla fine anche i nuovi arrivati vengono a sapere la tua storia e finisci col familiarizzare”. Com’è stata l’organizzazione del lavoro post lockdown, con le distanze da rispettare e tutte le prescrizioni? “Lecce ha sentito il problema, ma per fortuna non come accaduto in altre parti d’Italia. Ho la fortuna di avere uno spazio fuori, sono in pieno centro a pochi metri dall’anfiteatro romano e ho la possibilità di mettere i tavoli in una strada chiusa. Questa posizione ci ha agevolato, permettendoci le distanze giuste e, sinceramente, quest’estate abbiamo lavorato bene e tanto, come è

accaduto un po’ in tutto il Salento. Abbiamo gestito bene il ristorante, con le precauzioni del caso”. Da uomo, e da imprenditore, cosa hanno significato quei mesi dopo il 9 marzo 2020? “Personalmente stavo attaccato alla televisione, come tutti, aspettando ogni giorno notizie. Da imprenditore, all’inizio, quando si ipotizzava per riaprire dei due metri tra i tavoli siamo stati non preoccupati… di più! Ho anche pensato di poter cambiare settore e aprire magari un supermercato. Facevamo le prove e simulando le distanze era impossibile tentare di adeguarci, non sarebbe entrato nessuno. Abbiamo avuto paura di rimanere con la saracinesca abbassata. Durante il lockdown siamo stati chiusi, non abbiamo lavorato d’asporto. Abbiamo preferito aspettare, i ragazzi sono andati in cassa integrazione”. Che calciatore eri? “Un’ala destra classica di un calcio diverso, che andava a confrontarsi col terzino sinistro avversario. Negli anni sono andato anche a fare la seconda punta, col passare del tempo è cambiata un po’ la posizione. Si faceva dalla rifinitura alla copertura”. Hai avuto la carriera che meritavi? “I conti tornano sempre. Fino a quando ho interpretato il ruolo con passione, sono stato sempre premiato. Poco prima dell’infortunio, quasi quasi pensavo più al dopo carriera, forse mi sono fatto male perché, sbagliando, non mi concentravo interamente sulla professione. Fu un segno del destino, doveva finire così, ma l’incidente mi ha insegnato tanto”. Come mai eri così proiettato sul passo successivo? “Pensare al dopo significa crearsi un’alternativa, ma farsi prendere trop-


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po è sbagliatissimo. Devi sì pensarci, ma devi avere la testa per fare ancora il calciatore. Arrivato verso i 28 anni ho dato troppo spazio al dopo, tralasciando il presente. Io credo nel destino, quel cambiamento arrivò perché forse dovevo capire delle cose”. Prima hai parlato del tuo percorso in panchina: è un arrivederci o un addio? “Penso che sia un addio. Quando sei nel settore giovanile, hai sempre ragazzi che devono crescere e li devi preparare. È qualcosa di tuo e te la vivi interamente. Con la prima squadra diventa un ruolo completamente diverso, certo guadagni qualcosa in più, ma non sei più tu. Il calcio è cambiato tanto, ci sono tanti collaboratori, con un match analyst un altro po’ analizzi anche come si è tagliato i capelli l’avversario (sorride, ndr). Sinceramente non mi rivedo più. È stato tutto bellissimo, ma non vorrei fare l’errore di quando ero calciatore, pensando ai soldi e non a ciò che mi piace fare”. Neanche amatorialmente sei più un calciatore? “Fino a 4-5 anni fa avevo la partitella con gli amici o con i vari mister succedutisi sulla panchina del Lecce. Poi ho avuto dei problemi al ginocchio e all’anca, preferisco stare fermo, perché con tutti i dolori che mi vengono ne pago le conseguenze il mese dopo, e avendo l’attività preferisco non rischiare”. Sei cresciuto, non solo calcisticamente, con Antonio Conte. Cosa pensi del tira e molla con l’Inter dell’estate appena trascorsa? “Rispondo per ciò che ho letto sui giornali, non ne ho parlato direttamente con lui. Penso che abbiano messo in chiaro alcune situazioni interne. Quando prendi Conte, non prendi solo lui, ma anche una mentalità, un progetto, un credo, guardiamo cosa ha fatto alla Juventus, in Nazionale e al Chelsea. Ingaggi un allenatore e un professionista che ti crea una base pure a livello societario, sulla quale costruire negli anni un certo tipo di discorso. Ci sentiamo ancora, so di essere un po’ particolare perché non sono uno che chiama nonostante lui mi dica di farlo, non mi piace dare fastidio. Siamo mol-

to legati però, ci vediamo appena gli impegni ce lo consentono”. Che rapporto hai con le valutazioni pubblicate sui vari siti di ristoranti? “Non so se tutte siano veritiere o se ogni tanto ci sia anche qualcosa di anomalo. L’altro giorno due ragazzi prima di alzarsi dal tavolo mi hanno detto che la stavano pubblicando. Io ho detto loro di scrivere qualsiasi cosa purché vera, perché le critiche costruttive servono per migliorare. Il problema è quando vengono postati pareri inventati o non calzanti. Le recensioni negative e sincere mi hanno fatto crescere, inducendomi a migliorare e a fare dei cambiamenti, dei passi in avanti, apportando dei correttivi nel locale. Ben vengano”. E da calciatore, accettavi il giudizio? “La pagella da calciatore la leggevo, mi piaceva anche solo cercare il mio nome, sbirciare i voti e il pensiero degli altri. Capitava però che facevi una buona partita e ti davano magari soltanto un sei, e capivi che magari era pure un discorso di simpatia giornalistica”. Cosa significa posare il borsone e guardare in avanti? “Non ho mai avuto paura di lasciare il calcio giocato, magari un po’ di preoccupazione. Vengono meno degli aspetti che ti fanno piacere, come la

foto o l’autografo, però quando passi dall’altra parte è tutto più delineato. La mia paura più grande si è materializzata la prima volta che sono andato a un tavolo a prendere un’ordinazione. Mi sembrava assurdo. Passato il primo impatto, mi è diventato naturale, forse avevo dentro questa predisposizione. Dovevo solo portarla a galla. Dico una cosa semplice: è l’azienda che sceglie te, non viceversa. Se non metti qualcosa di tuo, e non guardi oltre, stando però attento alle piccole cose, perseverando, non duri. Nessuno ti regala niente. Avere a che fare con tante persone, non è facile. Abbiamo delle idee, ma da sole non ti fanno rimanere sul pezzo e durare negli anni”.

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io e il calcio

di Pino Lazzaro

Daniele Colasanti (pentathlon)

“Sempre a tutta… con Tokyo in testa” “Tra me e mio fratello Alessandro c’è poco, un anno e mezzo, lui è più grande e io ho sempre fatto in modo di seguirlo, quel che faceva lui lo volevo fare anch’io. Ha cominciato così lui col nuoto, 8-9 anni, poi si è aggiunta la corsa ed è così che è andata anche per me. Un fratello, Alessandro, che continua comunque a essere un mio punto di riferimento, che tanto mi ha aiutato, specie quando m’è capitato un po’ di sbandare. La cosa che è servita per continuare sono stati i risultati che venivano: di mio sono uno che fa fatica a chiedere e ne ho passati di momenti non facili, specie quando i risultati invece non venivano, tanto che ero quasi convinto di smettere, forse era meglio se me ne andavo a lavorare. Ricordo che ormai c’ero quasi, giusto l’ultima gara mi dicevo… invece ho fatto bene lì in Ungheria e fortuna ancora più grande è stata l’arrivo delle Fiamme Oro, sì, della Polizia di Stato, la possibilità così di avere uno stipendio, di dare ancora più senso a tutto quello che sto facendo”. “Il 2019 è stato la mia miglior stagione, peccato per il Covid che ha fermato tutto. Dopo il bivio lì di quando pensavo pure di smettere, mi sono messo per bene lì con la testa e i risultati li ho visti, qualificandomi in due prove di Coppa del Mondo. Peccato che i punti

intanto penso a qualificarmi, poi laggiù, gara secca, si vedrà”. “Dove sono più debole è nel nuoto, lì certo devo lavorare di più e conta certo la struttura fisica, sono mingherlino, poco da fare, 62 kg per 173 cm. Ed è anche per questo che dove me la cavo meglio e in genere recupero di più e nella laser run, tiro e corsa, ho sempre un buon feeling in quel settore”.

“Le nostre settimane si dividono tra Roma e Montelibretti dove c’è il Centro Militare di Equitazione. Tutti i giorni facciamo doppio, tranne il mercoledì e il sabato dove lavoriamo solo mezza giornata. Quattro discipline al giorno, le alter"Eccome che ci voglio andare alle niamo e siamo a Roma il lunedì, il Olimpiadi: penso a qualificarmi, martedì e il venerdì, con scherma e poi laggiù, gara secca, si vedrà" nuoto al mattino e che avevo non bastassero per le finali corsa al pomeriggio. A Montelibret(il tot di punti si calcolano su tre prove, ti facciamo così equitazione e laser io ne avevo giusto due), però per premio run. Il sabato è di solito dedicato alla la Federazione m’ha portato lo stesso a corsa mentre la domenica non stiamo Tokyo, in collegiale con gli altri e diciacomunque fermi, cerchiamo di metmo che ho finalmente visto questo mio terci dentro qualcosa: trekking, bici, mondo da un altro punto di vista, non ancora della corsa”. ho più le insicurezze di prima, eccome che ci voglio andare alle Olimpiadi: ora “Ci sono dei giorni in cui mi verrebbe

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da dire ma chi me lo fa fare, poi mi guardo allo specchio e non posso fare altro che ripetermi chissà quanti pagherebbero per fare quel che faccio, è così che mi motivo da solo. Il lockdown ci ha fermato, spero che presto si possa ricominciare a gareggiare e viaggiare, forse una prova di tetrathlon (senza equitazione) a novembre e una prova di Coppa del Mondo a febbraio, speriamo. Sono carico, l’obiettivo di Tokyo l’ho proprio bene davanti a me e spero così di dimostrare pure alla Polizia quel che valgo, un modo anche per ringraziarli”. “Sì, anche noi analizziamo i video, specie per quel che riguarda la scherma. Un po’ per vedere quale è il nostro approccio, ma pure per vedere gli avversari, le loro caratteristiche, come si muovono e reagiscono sulla pedana. Abbiamo pure uno psicologo, in tanti qui si appoggiano, si trovano bene, da parte mia invece diciamo che non lo “uso”. “Certo che mi sento comunque un privilegiato, non fosse altro per quanto ho modo di girare e vedere. Alla mia età, 24 anni, c’è chi cerca lavoro, chi studia. Loro, i miei amici, mi prendono sempre un po’ in giro, beato te mi


io e il calcio

Che cos'è… al diploma delle superiori, per come sono fatto io, o fai una cosa e la fai bene o altrimenti rischierei di perdermi dedicandomi anche ad altro. Come ti ho detto, ora ho Tokyo in testa, vedo solo quello, un qualcosa che sino a due anni fa mi pareva molto ma molto lontano, ma che dopo l’anno scorso è meno… impossibile”.

Classe 1996, atleta di interesse olimpico, Daniele Colasanti (nato a Roma ma di Poggio Nativo, in provincia di Rieti), fa parte del corpo delle Fiamme Oro della Polizia di Stato. Campione d’Italia a livello giovanile, ha ora come obiettivo più immediato la qualificazione ai prossimi Giochi Olimpici di Tokyo.

dicono, come vorremmo essere al tuo posto e lo so d’essere fortunato, anche se devo dire che dalle 7 di mattina alle 7 di sera sono/siamo sempre a tutta. Con la scuola mi sono fermato

“In effetti un tempo giocavamo anche noi un po’ a calcetto, serviva per fare riscaldamento, ma ora ce l’hanno vietato per paura degli infortuni. Sono un gran tifoso della Roma, da sempre e fin prima del Covid andavo spesso allo stadio. Le ultime volte a dire il vero abbiamo pure sempre perso, m’è venuto anche il pensiero che fossi io magari a portare sfortuna. Per adesso guardo così le partite in tv e se riaprono gli stadi, certo che ci torno. Tanto e tanto calcio tutti i giorni sui giornali e praticamente niente su di noi? Beh, ormai non ci faccio nemmeno più caso, è fin da piccolo che sono abituato a sta roba qui, anche dove abito io, lì nel mio paesino, nemmeno sanno cosa sia il pentathlon. Proprio non ci penso più e anzi sono proprio io il primo a ironizzare su di noi: se incontro uno che sa qualcosa del pentathlon, sono il primo a stupirmi, come mai?”

Il Pentathlon moderno Scherma: la specialità è la spada. La formula di gara prevede un torneo all’italiana: ogni atleta deve incontrarsi con tutti i partecipanti. L’assalto è a una sola stoccata e il tempo a disposizione è di 1 minuto. Nuoto: stile libero. Per i senior (età 22/39) la distanza è di 200 metri. Equitazione: la specialità è il salto a ostacoli, su un percorso di 12 ostacoli per 15 salti, con una gabbia (due elementi) e una doppia gabbia (tre elementi). I cavalli vengono assegnati agli atleti tramite sorteggio. Ogni concorrente ha a disposizione 20 minuti per riscaldamento e “conoscenza” del cavallo e 5 salti di prova. Laser Run (Combined): 4 serie di tiro, su un bersaglio posizionato a 10 metri, con pistola laser (o ad aria compressa), intervallate da 4 serie di corsa da 800 metri. Nel tiro bisogna fare 5 centri, con un numero illimitato di colpi, nel tempo massimo di 50”. L’atleta che riesce a effettuare i 5 centri prima del tempo massimo può partire per la successiva frazione di corsa.

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internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Contro gli abusi sugli atleti minorenni La fiducia è uno dei pilastri fondamentali dello sport. È necessaria tra compagni di squadra, tra atleti e società e con i tecnici e i medici e ogni altra categoria coinvolta. Tanto più quando gli atleti sono giovanissimi. In questo

caso il rapporto fiduciario è anche e soprattutto tra i genitori e le varie componenti. Il ruolo più delicato è comunque quello di quanti, a vario titolo, accompagnano e si occupano degli atleti in minore età. Ed è quindi tanto più grave l’eventuale abuso compiuto da costoro, venendo meno alla fiducia sia dei giovanissimi sia delle loro famiglie. La piaga non ha contorni sicuri nelle sue dimensioni, perché le vittime hanno in genere, comprensibilmente, grande difficoltà non solo a denunciare ma perfino a parlarne con i genitori. La procura generale del CONI ha individuato 85 casi di abusi sessuali e di pedofilia nel mondo dello sport nel periodo 2014-2019. Le federazioni affiliate in cui sono stati segnalati il maggior numeri di casi sono FIGC (21), Federazione Italiana Sport Equestri (16) e Federazione Italiana Pallavolo (13). E siamo probabilmente solo alla punta di un iceberg. Un crimine, quello degli abusi sugli atleti minorenni, diffuso in tutto il mondo. È recente la pesantissima condanna inflitta negli Stati Uniti all’ex medico della federazione di ginnastica artistica, riconosciuto colpevole di gravi abusi su numerose giovanissime. Si tratta di comportamenti delinquenziali che evidentemente sono resi possibili,

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in determinate circostanze, anche da carenze nei controlli e nella vigilanza nei confronti di quanti, per le loro mansioni nell’ambito sportivo, hanno la possibilità di avvicinare i minori. L’ex procuratore CONI, Enrico Cataldi, durante il convegno “Donne e minori: lo sport contro la violenza” affermò: “L'atleta, soprattutto nei primi anni della sua vita, individua nel proprio maestro-allenatore una sorta di guida, il modello al quale l'atleta trae ispirazione. Lo spirito emulativo trascina a una sorta di dipendenza psicologica maggiore nello sport di quanto non lo sia in ambiente didattico, come a scuola”. Inoltre Cataldi, rimarcò che l'abuso sui minori è un “tema che crea imbarazzo ma non si deve avere paura di parlarne, se si ignora questo fenomeno si rischia di finire nella tacita complicità in gravissimi episodi di questo genere”. Un chiaro riferimento che il far finta di niente o di non vedere e capire equivale all’essere complici di un possibile abuso. Ma qualcosa inizia a cambiare nel nostro paese, a iniziare dall’ambito istituzionale. Il presidente Giovanni Malagò ha impegnato il CONI a costituirsi parte civile nei procedimenti penali. Federazione Italiana Scherma e Federazione Italiana Sport Equestri hanno avviato delle iniziative sul delicato tema. Nell’ambito del volontariato è da segnalare l’attività del Cavallo Rosa, associazione nata nel 2018 nell’ambiente dell’equitazione, che dal 14 marzo 2019 – evolutasi a livello internazionale aggiungendo il nome Change the Game - si prefigge lo scopo di contrastare gli abusi sessuali in ogni ambito sportivo. Sul sito di Change the game – il Cavallo Rosa (www.changethegame.it), si segnala che l’organizzazione ha avviato quest’anno contatti con la FIGC per iniziare un confronto sugli argomenti della giustizia sportiva e della formazione e prevenzione in tema di violenza

sessuale e abusi sui minori nello sport. In soli due anni di vita, il Cavallo Rosa ha avviato numerose iniziative per fronteggiare la piaga. Tra le altre, ci sembra degna di menzione l’assistenza psicologica e legale agli atleti minorenni, vittime di abusi sessuali, che manifestano la volontà di testimoniare dinanzi alle procure federali. Un passo, quest’ultimo, di importanza fondamentale per poter arrivare a inchiodare gli orchi alle loro responsabilità. La testimonianza, che peraltro avviene sempre in modalità protetta quando si tratta di minori, è una delle fonti di prova principali per questo genere di reati. Un’eventuale ritrosia delle vittime ad esporsi pubblicamente è sempre giustificata e quindi è tanto più preziosa l’assistenza fornita da Change the Game alle vittime che decidono di portare alla sbarra i loro aguzzini. Perché è il violento che si deve vergognare e non certo la vittima. Anche sul sito dell’associazione è sottolineata la valenza del fare terra bruciata attorno a chi abusa. In evidente collegamento alle ricordate parole di Cataldi, si afferma che “Esistono omertà, indifferenza e complicità che vanno recise”. Le collaborazioni - oltre a quelle istituzionali con il Consiglio d’Europa e con la Fondazione Cannavò - Gazzetta dello Sport – sono anche con il mondo del calcio attraverso tre club di serie A: Milan, Inter e Genoa.

Giorgio Chiellini@chiellini È passato più di un anno dall’ultima volta in Nazionale. Il mondo è cambiato. Ciò che non cambia è la voglia, il senso di appartenenza e l’onore di indossare questi colori. Ora più che mai: Forza Azzurri!


internet

di Stefano Fontana

Ex calciatori in rete

Che bei ricordi con Roberto Carlos e Nuno Gomez www.robertocarlosofficial.com Roberto Carlos, celebre fuoriclasse della Nazionale brasiliana attivo negli anni ‘90 e 2000, è universalmente considerato come uno dei terzini più forti di tutti i tempi. Protagonista di epiche progressioni lungo la fascia sinistra, è

tuttora celebre la potenza dei suoi calci piazzati, in grado di superare i 100 km/h di velocità. Roberto Carlos Da Silva, questo il suo nome completo, era in grado di mettere a segno una punizione da oltre 35 metri, imprimendo al pallone un effetto capace di rendere assai difficile intercettarne la traiettoria.

Il sito ufficiale di Roberto Carlos ha un ché di epico e spettacolare, come le giocate di questo straordinario giocatore. Una volta collegati al sito, lo sfondo della pagina è formato da una serie di video a tutto schermo dove vediamo Roberto impegnato in interviste, spot pubblicitari, i celebri calci di punizione e molto altro ancora. Consultabile in inglese, portoghese e spagnolo, questo spazio web è ricco di contenuti: troviamo un'esaustiva sezione biografica, il palmares completo ed una nutrita galleria fotografica. Forte la presenza sui social, con i profili Instagram, Facebook e Twitter direttamente raggiungibili da ogni pagina. È infine possibile contattare direttamente la leggenda vivente della Seleção verdeoro. Vale sicuramente la pena di visitare questi lidi, riscoprendo i gesti atletici di uno dei calciatori più iconici a cavallo tra ventesimo ed il ventunesimo secolo.

Miralem Pjanic@Miralem_Pjanic Fortunatamente sto bene e sono asintomatico. Ma se c’è una cosa che ho imparato è che non bisogna mai dare niente per scontato, neanche le cose che consideriamo più abitudinarie. La vita che stiamo vivendo ora ce lo sta insegnando. Rispettiamo le regole

Gianluigi Buffon @gianluigibuffon Uniti nei momenti di difficoltà. Così reagisce un grande gruppo

Leonardo Bonucci@bonucci_leo19 Il futuro si costruisce giorno dopo giorno

Davide Moscardelli@Moscagol Memories… 10 anni fa il mio primo gol in Seria A. Il sogno da bambino che si avverava, veramente... Me lo ricordo come se fosse successo ieri, e sarà così per sempre!

Zlatan Ibrahimović @Ibra_official I tested negative to Covid yesterday and positive today. No symptoms what so ever. Covid had the courage to challenge me. Bad idea (Ieri sono risultato negativo al Covid e oggi positivo. Mai avuto nessun sintomo. Il Covid ha avuto il coraggio di sfidarmi. Pessima idea)

novo.antigo.nunogomes.com Classe 1976, Nuno Gomez è tra gli attaccanti più prolifici della Nazionale portoghese tra gli anni ‘90 e 2000, un campione in campo ed un personaggio positivo e di grande personalità fuori dal rettangolo verde. Una volta appesi gli scarpini al chiodo nel 2014, Nuno Miguel Soares Pereira Ribeiro (questo il suo nome completo) ha

intrapreso la carriera di direttore sportivo. Gomez ha militato in importanti club internazionali come le squadre portoghesi Boavista e Braga, l'italianissima Fiorentina e l'inglese Blackburn Rover Football Club. La squadra legata a doppio filo al fuoriclasse nato ad Amarante è però il Benfica, club con il quale Nuno Gomez ha vinto innumerevoli sfide e tagliato importanti traguardi. La grafica del sito ufficiale del talentuoso attaccante portoghese si distingue per semplicità ed eleganza: una foto di Nuno in bianco e nero accoglie il navigatore, mentre una fascia nella parte alta ospita i collegamenti con le varie sezioni. I contenuti del sito sono disponibili solo in portoghese: un limite di certo non invalicabile anche per chi nel nostro paese non conosce questa lingua, abbastanza simile all'italiano per via della comune radice neolatina. Tra note biografiche, fotografie evocative e nuovi progetti, vale sicuramente la visita di visitare il sito ufficiale di uno dei calciatori portoghesi più incisivi della storia.

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tempo libero Annalisa

Nuda Settimo album in studio per Annalisa (all’anagrafe Scarrone di cognome), ormai tra le voci più apprezzate del nostro panorama musicale: stavolta la cantautrice savonese esce con un album sempre più in “linea” con le attuali tendenze musicali, forte della collaborazione di produttori come Michele Canova, Dardust e d.whale, e di artisti come J-Ax, Achille Lauro, Chadia Rodríguez e Rkomi. Tredici brani pop, anzi elettropop, molto ben curati, dove Annalisa dimostra

di aver fatto un notevole passo avanti a livello di testi, spesso però modificando quello stile “Scarrone” fatto di suoni e vocalità particolari che ne caratterizzavano tutto il contesto. Un disco “moderno”, facile da ascoltare e piacevole da riascoltare, forse non una “pietra miliare” ma semplicemente un tassello in più nella sua già lucente carriera: da artista “elegante e raffinata” a “trapper urban” il passo è breve e potenzialmente pericoloso, il tempo dirà se la scelta è stata azzeccata.

Laurana Editore

Favola Atalanta di F. Gennari e A. Riscassi – 208 pagine - € 12,90 Negli ultimi anni l’Atalanta è passata da una dimensione provinciale a una vetrina europea. Merito di Gian Piero Gasperini, mister etichettato come quello che non poteva allenare una grande squadra e che ha deciso di trasformare la Dea in un top club. Grazie a giocatori sconosciuti fatti crescere con perseveranza e lavoro quotidiano e a calciatori con la fama di scostanti che hanno trovato a Bergamo il loro Eden sportivo. Il tutto sostenuto da una società economicamente solida e gestita con passione e dedizione, in-

vestendo nello stadio (prima in Serie A ad acquistarlo con bando pubblico) e nel settore giovanile, tra i migliori in Europa. A tutto ciò aggiungete una città e una provincia che si identificano completamente in questa infaticabile squadra operaia ("La maglia sudata sempre", il motto dei tifosi) e capite perché si parli di miracolo Atalanta. Una formazione quella orobica che continua a vincere anche per strappare un sorriso alla provincia che più di tutte ha pagato un prezzo assurdamente alto al coronavirus.

Sperling & Kupfer

Come sopravvivere al Fantacalcio di Mario Giunta – 144 pagine - € 15,10 Questo libro non vi permetterà di vincere a mani basse la prossima stagione di fantacalcio. Non vi spiegherà come evitare di litigare con la vostra ragazza la domenica sera, quando vi sporgerete dalla sedia per sbirciare sotto il tavolo del ristorante il risultato del derby sullo schermo del cellulare. Non riuscirà a convincervi dell'utilità o dell'inutilità del bonus difesa, e non c'è nulla che questo libro può fare perché, il martedì mattina, non malediciate con tutta la voce che avete in corpo chi ha dato sette al centrocampista del vostro avversario. Non vi libererà

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dai riti scaramantici a cui vi abbandonate prima di schierare la formazione. Questo libro farà molto di più: vi aiuterà a capire perché ogni anno, tra la fine di agosto e l'inizio di settembre, siete disposti a trascorrere un'intera nottata davanti allo schermo del cellulare o alla pagina bianca del vostro taccuino portafortuna, circondati da un discreto numero di bottiglie di birra e dai volti dei vostri compagni di lega: studenti fuoricorso e lavoratori apparentemente indefessi che, come voi, son lì per inseguire il mito della squadra perfetta.


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