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Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 48 –N. 02 Marzo/Aprile 2020 –Mensile

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

MAR-APR

2020

Emergenza Covid-19

Il calcio si ferma


FIGURINE 2019•2020

www.calciatoripanini.it

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di Damiano Tommasi

editoriale

MI DÀ PENA, UN RICORSO VA Oggi, a quasi due mesi dallo stop definitivo dello sport, ci stiamo prodigando tutti per trovare il modo di ripartire in tempo, ma sapendo di dover difendere. Facendo un paragone con il nostro sport mi sembra di essere in barriera in occasione di una punizione dal limite. Pirlo, Totti o Del Piero sono pronti al tiro e il nostro compito, in questo momento, è stare uniti, senza scomporci ed evitare slanci solitari che potrebbero farci prendere gol. Dobbiamo aiutare il nostro portiere (i medici) che ci sta ripetendo di seguire le sue direttive. A Napoli quasi 20 anni fa un movimento sbagliato e Pecchia che fa passare la palla in mezzo alla barriera. Festa rimandata. Ora siamo nella stessa situazione, ogni movimento incauto potrebbe far rimandare la festa. Siamo italiani maestri del catenaccio e, come qualche virologo in questi giorni ha cercato di spiegare, siamo alla fine del primo tempo. Abbiamo sofferto, ci siamo difesi, ci siamo uniti e non siamo crollati. Errore grave iniziare il secondo tempo snaturando il nostro modo di giocare. Si sono convertiti anche gli olandesi mentre i tedeschi, che sembrano più temerari, mi ricordano la notte di Dortmund quando, alla ricerca del pareggio, si sono snaturati. Un rimbalzo “anomalo” al limite dell’area è stato sufficiente a Cannavaro per prenderli alla sprovvista. Del Piero ha chiuso la partita in un momento in cui gli errori diventano sentenze. Dobbiamo ripartire, dobbiamo dare speranza ai tanti che vivono di calcio ma il momento è delicato, è il tempo degli errori che diventano sentenze. Mi dà pena, per questo, pensare che il vero spauracchio è il possibile ricorso.Tanti, troppi, infatti, pronti ad iniziare un “campionato” parallelo. Quest’estate (se non già adesso) conterà più

il top lawyer del top player. In tanti si sentiranno danneggiati, anzi, più danneggiati di altri. Ci si muove, quindi, per evitare tutto ciò. Non ci si concentra molto sulla sostenibilità del calcio professionistico o del mondo dilettante, su un futuro molto incerto da riprogrammare. Pensare a tenere in piedi il sistema per mantenere lavoro e indotto che stanno rischiando grosso, questo dovrebbe essere il primo dei pensieri. Riprendere o meno in questo momento, fra qualche settimana o fra qualche mese è visto da troppe parti come “l’unico modo per non subire i ricorsi”. Triste constatazione. Ancora non abbiamo metabolizzato come più o meno danneggiati, più o meno colpiti, più o meno responsabili da questa situazione se ne esce tutti insieme, con un buon catenaccio, con una barriera che non si scompone perché se qualcuno pensa da solo i rischi di rimandare la festa e veder sfumare l’obbiettivo è dietro l’angolo. Serve uno sguardo ampio, in larghezza e in lunghezza, dobbiamo stare attenti che potrebbe essere un rimbalzo mal gestito a permetterci di ripartire e portare a casa il risultato. È in questi momenti che avverto ancora più forte la mancanza di un grande osservatore del nostro mondo. Ci ha lasciati senza possibilità di salutarlo con dovuto calore il grande Gianni Mura. Tra le tante sue doti e passatempi c’erano gli anagrammi. Nelle parole scrutava l’ordine delle lettere che spesso raccontavano molto delle persone e dei fatti. Ho voluto per questo “omaggiarlo” nel titolo di questo editoriale e in effetti “pandemia” e “coronavirus” hanno dato una chiave di lettura abbastanza efficace. Grazie di tutto Gianni, il tuo nome dice già in quale categoria ti possiamo collocare della storia del nostro sport. I gran umani.

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sommario Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 48 –N. 02 Marzo/Aprile 2020 –Mensile

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

MAR-APR

2020

Emergenza Covid-19

Il calcio si ferma

l’intervista 6 di Diego Guido

Incontro con Francesco Acerbi, difensore della Lazio e consigliere AIC, che si racconta in una lunga intervista tra passato e futuro, passando da una malattia che gli ha cambiato la vita e la carriera. Dai campetti di provincia alla maglia della Nazionale tra errori, sofferenze, determinazione e speranze.

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

direttore direttore responsabile condirettore redazione

foto redazione e amministrazione tel. fax http: e-mail: stampa e impaginazione REG.TRIB.VI

Sergio Campana Gianni Grazioli Nicola Bosio Pino Lazzaro Stefano Sartori Stefano Fontana Tommaso Franco Diego Guido Mario Dall’Angelo Claudio Sottile Fabio Appetiti Maurizio Borsari A.I.C. Service Contrà delle Grazie, 10 36100 Vicenza 0444 233233 0444 233250 www.assocalciatori.it info@assocalciatori.it Tipolitografia Campisi Srl Arcugnano (VI) N.289 del 15-11-1972

Questo periodico è iscritto all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

Finito di stampare il 27/04/2020

editoriale

di Damiano Tommasi

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serie B di Claudio Sottile

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amarcord di Pino Lazzaro

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scatti

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scatti di Stefano Ferrio

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regole del gioco di Pierpaolo Romani

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femminile di Pino Lazzaro Laura Giuliani

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segreteria

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femminile di Pino Lazzaro

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Christian Maggio, capitano del Benevento La partita che non dimentico di Maurizio Borsari

Tre foto tre storie

Il calcio ai tempi del Coronavirus

Visioni Mondiali/5: Daniela Sabatino

segreteria

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calcio e legge di Stefano Sartori

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politicalcio di Fabio Appetiti

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secondo tempo di Claudio Sottile

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io e il calcio di Pino Lazzaro

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Accordo economico irregolare

Claudio Luperto

Francesco Di Fulvio

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l’intervista

di Diego Guido

Difensore della Lazio e consigliere AIC

Francesco Acerbi, rinato dalle proprie ceneri La vicenda dura e umana di uno dei migliori giocatori del campionato, arrivato ad esserlo solo dopo aver rischiato la carriera e la vita

Daniela, la ragazza del taxi, era rimasta in silenzio per qualche secondo. La sua Toyota bianca era toccata a me, davanti alla stazione Tiburtina. Dopo avermi chiesto “Dove andiamo?” e avermi sentito rispondere “Formello, il centro tecnico della Lazio”, era rimasta per qualche secondo in silenzio. Stava cercando di capire quanto sarebbe passata per ficcanaso se si fosse lasciata andare alla curiosità di chiedermi “Cosa ci vai a fare, se mi posso impicciare?”. Poi l’ha fatto. Daniela non aveva mai sentito nominare Acerbi. Abbiamo scherzato per tutto il viaggio di andata e per quello di ritorno sulla sua incapacità di memorizzarlo. Agerba, Acerri, Acervis. La sua totale estraneità al volto e al nome di uno dei difensori più forti della Serie A è stato il prologo più naturale al mio incontro con lui. Il continuum perfetto dentro quell’atmosfera agli antipodi dei riflettori e della notorietà, è stato il vocale di WhatsApp di Francesco,

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dieci minuti prima del nostro appuntamento: “Sto uscendo ora da Formello. Vado al bar dell’Agip, a duecento metri dal centro sportivo. Ti aspetto lì”. Il calcio di alto livello, tanto per necessità quanto a volte per autocompiacimento, finisce spesso per percepirsi ed essere percepito come una bolla egoriferita. Uno spettacolo i cui attori tendono a prendersi troppo sul serio, ad allontanarsi dal mondo reale. Arrivare da Acerbi in compagnia di una persona che non aveva la più pallida idea di chi fosse, trovarlo seduto ad aspettarmi al tavolo del bar di un distributore di benzina di Roma Nord, vederlo ordinare una crostatina alla marmellata chiacchierando con i gestori con l’amabilità di un qualunque cliente abituale, ha portato tutta la scena sul binario della realtà più vera. Lì non c’era uno dei giocatori più importanti del momento. Lì c’era un uomo di trentadue anni pronto a raccontarmi i più duri, i più sbagliati,


l’intervista

i più soddisfacenti momenti della sua carriera. Dunque della sua vita adulta. “Francesco mi piacerebbe fare un’intervista un po’ personale. Se finiamo a parlare di argomenti troppo delicati, mi fermi e cambiamo domanda, ok?”. “Tranquillo, non c'è problema. Però la ragazza del taxi che ti sta aspettando fuori non la possiamo invitare a prendere un caffè con noi?”. Acerbi è consigliere di Assocalciatori. Avremmo dovuto incontrarci a Milano al Direttivo dei primi di febbraio, ma era troppo vicino al recupero di Lazio-Verona. Quindi è dovuto mancare. L’ho raggiunto io la settimana dopo. La settimana di Lazio-Inter. A tre giorni dalla partita che avrebbe potuto portare la sua squadra al secondo posto, io e lui eravamo pronti a parlare di come era arrivato lì, ad un momento di costante affermazione personale, dopo aver rischiato di mandare all’aria la sua carriera e addirittura la sua vita. E stavamo per farlo sotto agli occhi can-

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l’intervista

didamente disinteressati di Daniela. Giocavo per mio padre, non per me La sua carriera in Serie A è iniziata relativamente tardi, a ventiquattro anni, all’inizio del 2012. “Al Chievo avevo iniziato a giocare a inizio febbraio. Già a metà aprile mi voleva il Milan. Appena l’ho saputo non ho voluto sentire nessun’altra offerta. Volevo solo il Milan, lo tifavo da bambino”. Assieme al traguardo professionale era arrivata la morte del padre a cambiare tutto. O forse a lasciare tutto com’era, incancrenendo le sue debolezze. “Io giocavo per mio padre. Ci teneva molto, forse troppo. Sicuramente più di me. Forse a volte puntava talmente tanto su di me che volendo farmi bene arrivava a far-

“Non avevo la testa da professionista. Non avevo rispetto per me, non avevo rispetto per il mio lavoro, non avevo rispetto per chi mi pagava. Spesso arrivavo al campo alticcio, senza aver recuperato dai superalcolici della sera prima. Mi andava bene perché fisicamente sono sempre stato forte. Mi bastava dormire qualche ora e poi in campo rendevo comunque. Le serate non sono sbagliate a prescindere, il problema è che allora io esageravo”.

L’arrivo al Milan aveva coinciso con il suo periodo di disorientamento. Non aveva sentito nemmeno la pressione di passare da una squadra piccola ad una mediaticamente molto esposta ogni santo giorno. “Non avevo paura della grande squadra non perché fossi Il cancro è stato la mia fortuna. coraggioso ma Ringrazio il Signore per averlo avuto perché non me ne fregava nienmi male. A farmi perdere la passione. te. Volevo solo divertirmi e giocare. Fatto sta che una volta che lui non c'è Braida mi aveva detto che sapevano più stato io non avevo nessuno per cui del mio stile di vita e per questo mi giocare. Di certo non per me”. avevano trovato casa a Gallarate e non a Milano. Ma io uscivo lo stesDalle sue parole esce il ritratto di un so”. Un paio di mesi prima della sua ragazzo che, sia pur consapevole dei presentazione a Milanello, era stato propri mezzi, si accontentava. Sapeva il momento dell’addio della vecchia che poteva dire la sua in campo senguardia. Anche Nesta aveva lasciaza rinunciare a qualche eccesso fuori. to la squadra e la sua maglia numero

13. Un’eredità pesante raccolta da un ragazzo che, senza saperlo, stava lentamente scivolando tra le braccia dei propri demoni. “Non sentivo la pressione, non mi importava. Il numero 13 non l’avevo scelto io. Era stato Galliani a dirmi che l’avrei dovuto prendere. A me faceva piacere ma non davo la giusta importanza a niente. Nemmeno ad essere al Milan, nemmeno al numero di maglia”. Le parole di Francesco producono l’immagine di un ragazzo di una semplicità disarmante. Senza buonismi, né inni al calciatore-acqua-e-sapone. Tutt’altro. Una semplicità che è sempre stata per lui un'arma a doppio taglio. Che l’ha reso vulnerabile. Che gli ha tolto difese di fronte ai propri vizi e alle proprie debolezze. VOLEVO SMETTERE DI GIOCARE “Diciamo che in quegli anni ero un po' ignorantello. Pensavo a fare le mie due ore di allenamento, arrivavo tra i primi al campo, davo tutto e per me ero a posto così. Non pensavo minimamente a tutto il resto. A fare una vita da giocatore professionista anche oltre a quelle due ore”. Pretendeva di fare le cose come voleva. Arrivato al Milan non giocava e si arrabbiava. “La mia idea era che avrebbero dovuto lasciarmi fare tutto come avevo sempre fatto. Mi dicevo: se mi avete preso allora fatemi fare come ho sempre fatto. Come facevo al Chievo, o alla Reggina. Invece non mi lasciavano del tutto libero di fare la mia vita e non mi facevano giocare. E allora di fronte alle difficoltà mollavo”. Uno stato d’animo di smarrimento non è certo la predisposizione più adatta a far fruttare una grande occasione professionale. Il suo essere in balia degli eventi non poteva che allontanarlo da ogni possibilità di successo in una squadra importante. A gennaio, la controprova era stata il suo ritorno al Chievo. “Volevo smettere di giocare. Non mi interessava più, non trovavo più stimoli. Lo dicevo al telefono a mia madre quando ci sentivamo e lei poveretta non sapeva bene cosa dirmi. Lo dicevo

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l’intervista

anche a Paloschi, eravamo legati: Palo voglio smettere, non ce la faccio più. Dai Ace che cazzo dici? Tieni duro! mi rispondeva lui”. Il trasferimento sulle colline modenesi, a Sassuolo, era stato se non altro una scelta nella direzione di proseguire con il calcio. La convinzione, tuttavia, era tutta un’altra cosa. “Non dico di essere andato lì tanto per fare, certamente però continuavo a fare tutto con la mia testa. Mi allenavo, giocavo, un minuto dopo staccavo e pensavo solo al mio tempo libero. Mai ad essere un professionista anche fuori dal campo”. Le difficoltà di rendimento al Milan e poi al ritorno al Chievo, non avevano intaccato la sua consapevolezza nei propri mezzi. Gli ho chiesto se gli fosse mai balenato il pensiero di aver azzardato un passo troppo lungo nel suo passaggio al Milan. Se avesse considerato di non essere un giocatore di quel livello. “No. Ero certo di essere forte. Di essere più forte di molti altri. Solo mi andava bene così e se non giocavo mi arrabbiavo con gli altri e mai con me stesso. Mandavo tutti a quel paese senza iniziare a curare ogni aspet-

to, la mia vita, tutti quei dettagli che fanno davvero la differenza”.

consideri una cosa positiva?” - provando a capire quale sarebbe stato il momento giusto per farla, andando con i piedi di piombo, misurando le parole. La sua risposta è immediata. La ripete più volte con la stessa convinzione entusiasta con cui dopo venti chilometri di corsa diresti che l'acqua è una cosa dissetante. “Il cancro è stato la mia fortuna. Ringrazio il Signore per averlo avuto”. Sarà quindi la

MI CHIEDEVO PERCHÉ IL CANCRO NON MI STESSE CAMBIANDO La sua foto profilo su WhatsApp lo ritrae assieme ad un bambino. Sono seduti a tavola, Acerbi con il telefono in mano proteso verso il bambino, forse per fargli vedere una foto o un video. “Si chiamava Elia. Non c’è più. L'ho conosciuto a Udine, nel reparto di oncologia peNon ho proprio fatto nulla per diatrica dell'ospedale. arrivare alla svolta. È stata la Dopo una partita lì con il Sassuolo, un genitore mia testa ad aver fatto tutto mi ha avvicinato e sapendo della mia storia mi ha chiesto classica storia della malattia combatse mi andava di andare a trovare i tuta sull’onda di un’epifanica riscoperbambini ricoverati. Ho accettato e da ta di sé? No. Per Francesco è stata un lì sono nate delle belle amicizie. Elia po’ più complicata di così. per esempio mi ha insegnato tanto. Chiedevo a suo padre se davvero sa“Ho scoperto di essere ammalato a pesse che gli restavano pochi mesi luglio del 2013, appena arrivato a Sasda vivere e lui mi rispondeva di sì. Mi suolo. Operazione e dopo tre settisembrava impossibile che riuscisse a mane ero di nuovo in campo. Non me ridere e giocare come faceva”. ne sono nemmeno accorto e dunque L'esperienza della malattia è la chiave non era cambiato niente. Continuavo per la vita di Acerbi. Mi ero preparato a comportarmi da non professionista le domande - “Ti ha migliorato? La fuori dal campo”. A novembre era arri-

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l’intervista

vata una ricaduta e questa volta la soluzione era stata meno indolore. I cicli di chemioterapia non gli permettevano più di scendere in campo, se non per qualche allenamento portato a termine con fatica immane. Aveva perso i capelli. Aveva iniziato a convivere con la nausea e tutti i classici effetti collaterali delle cure. “Non volevo dargliela vinta, questo sì. Battevo i pugni sul tavolo, mi mettevo a gridare in casa da solo esci dal mio corpo, vai via! però in sostanza continuavo a fare la vita di sempre. Le serate, le bevute. Reagivo così alla malattia, facendo stan-

quello è il lassativo, non hai preso il farmaco corretto». Il mio errore mi aveva fatto capire che se con il lassativo sentivo la nausea andarsene, allora significava che fino a quel momento l'avevo fatta passare con la mia mente. Autoconvincendomi”. La stessa mente che lo aveva sorpreso a fine campionato quando Simone Lorieri, figlio dell'allora preparatore dei portieri nello staff di Di Francesco, gli aveva chiesto se in estate gli andasse di allenarsi con lui. “Avevo risposto di sì e, sentirmi dire che alle serate a Milano Marittima preferivo allenarmi, mi aveva stupito. Forse qualcosa stava cambiando. La certezza l’ho avuta quando uscendo a cena con lui, la sera, sentivo il bisogno di bere poco alcol. Mi ricordo anche che facevo una cosa strana: ad ogni bicchiere di vino o birra facevo seguire un bicchiere d'acqua, come se sentissi di dovermi depurare”. Una depurazione che era proseguita anche nei rapporti umani, troncando i rapporti con una serie di persone discutibili che lo circondavano. “C'era chi mi stava attorno per secondi fini, facendomi del male. Ho capito che andava allontanato. Che dovevo tenere attorno a me solo chi mi voleva davvero bene”.

L’Acerbi attuale nasce in quelle settimane d'estate del 2014. Lì la sua testa diventa la testa di un professionista. Il piacere di allenarsi, il piacere di valorizzare le proprie doti, il L’Acerbi di oggi non è il miglior piacere di curare il proprio fisico. “Non mi sono mai Acerbi possibile. Se così fosse imposto nulla. In realtà non ho proprio fatto nulla vorrebbe dire sedersi per arrivare alla svolta. È do fuori fino alle 7 del mattino”. Una stata la mia testa ad aver fatto tutto”. domanda continuava a rimbalzargli in Lì inizia a capire che se non può più testa. “Continuavo a chiedermi perché giocare per far felice suo padre, può la malattia non mi stesse cambiando. giocare per far felice sé stesso. Perché non avessi paura. Mi stupivo di restare sempre lo stesso”. MI SENTIRÒ ARRIVATO SOLO Il cambiamento era arrivato qualche QUANDO SMETTERÒ mese più tardi, quando ormai il cancro L’edredone è una particolare anatra che era già stato sconfitto. “Durante la mavive in Islanda. La cosa curiosa è che lattia mi ero convinto del potere della nelle condizioni di freddo estremo in cui mia mente. Un giorno avevo finito la nidifica, stabilisce un rapporto anceconfezione delle pastiglie contro la strale di fiducia con l'uomo. L'edredone nausea. Avevo chiamato il medico per costruisce il nido in cui covare le uova; farmene prescrivere altre. «Francesco l'uomo difende quel nido dai predatori.

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Lo fa per trarne un beneficio. Una volta schiuse le uova, quando gli uccelli abbandonano il nido, gli islandesi possono raccogliere le preziose piume con cui era stato foderato. Sono piume che hanno uno sbalorditivo valore di mercato. Gli islandesi non sanno quanti nidi riusciranno a proteggere e dunque quante piume ricavarne. Se si avventurano in un business tanto estemporaneo è per la loro attitudine fatalista di chi da secoli vive di pesca. Pensare giorno per giorno. Non fare troppi calcoli. Acerbi non è un islandese eppure sembra avere la stessa attitudine. “Nella mia testa questo non è il mio punto d'arrivo e l’Acerbi di oggi non è il miglior Acerbi possibile. Se così fosse vorrebbe dire sedersi. Non voglio avere nessun punto d’arrivo. Voglio solo pensare a migliorarmi, a ragionare giorno per giorno. Il mio punto d’arrivo sarà quando smetterò di giocare. Ora devo solo pensare a fare il meglio possibile in ogni minima cosa. Poi si vedrà alla fine. Alla fine della stagione, alla fine della carriera”. Mi spiega da dove viene questa fame a non tralasciare nulla del presente senza sprecare troppe energie a pensare al futuro. “Ad un anno dalla malattia mi è successa una cosa. Sono andato a dormire una sera come niente fosse, la mattina mi sono svegliato assalito dal terrore. Avevo paura della mia ombra”. Di colpo lo avevano raggiunto le ansie per i rischi e i passi falsi degli anni precedenti. “Pensavo alle preoccupazioni date ai miei, alle occasioni che avevo buttato all'aria, agli anni sprecati, alle serate di eccessi. Tutto assieme, tutto all'improvviso”. Il peso dei pensieri gli era sembrato insostenibile e aveva capito che avrebbe dovuto farsi aiutare. “Dovevo andare da un analista per superare le paure. Così ho iniziato un percorso che mi ha portato a migliorare come uomo. Limando gli aspetti del mio carattere che potevano farmi naufragare, sbloccando certi miei limiti”. I blocchi per Francesco sono fasi di crescita che ancora gli mancavano.


l’intervista

Mi racconta di tutte le offerte, anche molto importanti, che ha rifiutato negli anni al Sassuolo. Lo volevano Galatasaray, Leicester, Zenit. “Avevo sempre rifiutato. Stavo bene lì, avevo un bel rapporto con la famiglia Squinzi. E in fondo mi andava bene così”. Un altro blocco era venuto a galla nel 2016, alla vigilia degli Europei dell’Italia di Conte. “Avrei potuto esserci e sembra che sia stato quasi io inconsciamente a tirarmi indietro. Mi era dispiaciuto, sì, ma tutto sommato mi andava bene così. Il mio analista ha scavato e ha sbloccato certi step. Adesso voglio tutto”. Non è però tipo da rimpianti. Riconosce che con una testa differente sarebbe arrivato in Serie A molto prima e avrebbe raggiunto prima gli standard di prestazioni delle ultime stagioni, senza però struggersi troppo per ciò che non è stato. “Sto accettando che sia andata così. Senza la malattia sarei finito a fare una carriera in Serie B, o magari avrei smesso. Per fortuna lassù qualcuno mi ha voluto bene e mi ha mandato la malattia. Senza sarei finito malissimo. Nessuno mi avrebbe salvato. Oggi sono soddisfatto della persona che sono diventato, nonostante tutti i miei difetti”. IN CODA SUL RACCORDO Un quarto d'ora dopo aver salutato Acerbi, ero nel taxi, fermo in coda sul Raccordo. Avevo deciso di sistemare

distrattamente gli ultimi appunti presi. Parlavano della sua sensazione, arrivando alla Lazio, di essere di fronte alla sua seconda e ultima possibilità per svoltare. Della sua totale certezza che sarebbe stato un successo. Dopo il lavoro di analisi, aveva voglia di misurarsi con una dimensione più grande ed era certo che facendo le cose bene e conservando la fame di migliorarsi, era impossibile sbagliare. Gli appunti di quando mi ha detto che una stagione così non se la sarebbe aspettata. E anche dei suoi numeri mostruosi per presenze stagionali, di uomo allergico al turnover (“A volte ne avrei bisogno, ma se lo ammettessi sarebbe come mollare. È un approccio un po' ingenuo, se vuoi, ma devo sempre andare. Devo dire «Io gioco»”). A quel punto Daniela mi ha confessato il timore che Francesco in sua presenza si fosse fatto riguardi, non avesse risposto liberamente. Le ho detto che non era così. Poi mi ha chiesto se ero soddisfatto. “Sì dai, sono uscite delle cose anche forti. Senza troppi filtri”. “Mi ha dato l'impressione di non essere uno montato”, mi ha detto lei. E poi era felice di poter tornare a casa dal padre, tifoso laziale, con il suo selfie ricordo. Anche se ancora faticava a ricordare come diavolo si chiamasse quel ragazzo alto con i capelli a spazzola incontrato in un bar di Formello.

LA SCHEDA

Francesco Acerbi è nato a Vizzolo Predabissi il 10 febbraio 1988. Comincia calcisticamente nella Voluntas Brescia per arrivare nelle giovanili del Brescia Calcio. Passa poi nel Pavia, dove milita nelle diverse categorie giovanili e con cui esordisce in Serie C1. Viene ceduto in prestito al Renate, ritorna a Pavia dopo aver giocato una sola partita in Serie D viene ceduto in prestito alla Triestina e successivamente allo Spezia, dove viene impiegato nella formazione Primavera. Nella stagione 2008-2009 rimane al Pavia, quindi passa in compartecipazione alla Reggina mentre il Genoa ne rileva il cartellino consentendogli comunque di restare a Reggio Calabria fino a fine stagione. Si trasferisce quindi al Chievo, con la cui maglia esordisce in Serie A, e alla fine di un’ottima stagione il Genoa riscatta la metà del cartellino posseduta dal Chievo e contestualmente la cede al Milan. Torna al Chievo, quindi veste la maglia del Sassuolo prima di approdare alla Lazio nella stagione 2018/19.

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serie B

di Claudio Sottile

Difensore e capitano del Benevento

Per Maggio basterà del tempo La voce dalla quarantena. Sembra il titolo di un romanzo apocalittico, invece è la quotidianità che stiamo imparando a installare nelle nostre vite. L’essere umano che si scopre frangibile, le nostre certezze spazzate in tribuna. “Non può che passare un messaggio: stare a casa, vivendo nel modo più tranquillo possibile. Dobbiamo farlo! Questo virus è brutto, perché colpisce soprattutto le persone più anziane. Noi giovani sportivi abbiamo la fortuna di superarlo nel miglior modo possibile”.

Anche il capitano di questa squadra non se la sta cavando malaccio… “A livello personale non posso lamentarmi. L’anno scorso è stato particolare. Venivo da tante stagioni di A e calarmi nella mentalità della B, che è completamente diversa da quella della massima serie, è stato difficile. Mi sto prendendo tutto il buono, è il dato più importante”.

Valori oggettivi a parte, perché la Strega ha fatto l’incantesimo alla Serie B 2019/2020? Il secondo contagiato del nostro cal“Grazie alla mentalità. Anche a tanti cio, Manolo Gabbiadini, è un tuo amipunti di distanza la squadra non camco di vecchia data. bia, affrontiamo ogni partita come una “A Manolo, e in generale ai colleghi finale. Tante volte quando hai molto di lavoro, dico di seguire tutte le indimargine molli inconsciamente, invece questa squaBasterà del tempo, solo così potremo dra è l’esatcontrario, guarire dal Coronavirus, per poi tornare to non si accontenta mai e a gioire in mezzo al prato verde vuole sempre cazioni che le persone più esperte in dimostrare il massimo. Questa è la noquesta circostanza ci stanno fornendo stra forza”. costantemente. Basterà del tempo, solo così potremo guarire dal CoronaMerito di Pippo Inzaghi? virus, per poi tornare a gioire in mezzo “Sì, però si percepiva anche l’anno al prato verde. Tutti assieme”. scorso, quando il mister non c’era. E tanti ragazzi dell’attuale organico venChristian, proviamo a parlare di calgono dalla passata stagione. I risultati cio e di una viralità differente, quella aiutano molto a crescere di testa, nelche diffondeva ogni settimana, senza la consapevolezza di essere forti. Nel efficaci possibilità di contenimento, lo 2018/2019 purtroppo, nonostante questrapotere del tuo Benevento. sto, non si sono incastrate tante cose, “A livello di squadra stavamo vivendo quest’anno invece raccogliamo copioun momento fantastico, a 10 giornate samente i frutti”. dalla fine del campionato essere a più 22 sulla terza in classifica è incrediIn uno scenario futuristico nel quale il bile. Abbiamo frantumato record su campionato riesce a completarsi, chi record, è un’annata inaspettata in vedi promosso in Serie A accanto a voi? questi termini. Alla vigilia ci davano “È una lotta molto combattuta. Nel tra le favorite assieme ad altre squagiro di pochi punti ci sono dieci squadre, ma essere così in vantaggio di dre. È un bel torneo tra di loro, qualità punti fa un certo effetto. Il merito è e valori sono simili, penso che quelle del gruppo, che sta lavorando sempre più attrezzate e accreditate siano bene e al 100%”. Frosinone e Crotone, hanno una rosa

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pronta per la Serie A. E poi occhio allo Spezia, sta facendo bene”. La pandemia, nel vostro caso, ha soltanto permesso allo spumante di raffreddarsi un po’ di più. Tra tutti le ipotesi che si prospettano per terminare l’annata, quale prediligi? “Possiamo protrarci anche ad agosto, purché si finisca, è giusto concludere i campionati. Speriamo bene. Il consiglio che posso dare è di riprendere i campionati di A e di B, per dar continuità ai risultati e attribuire un giusto valore alle società che hanno investito a 360 gradi, e che a questo punto si ritrovano al palo a causa di un intoppo grave. Lo stop è arrivato in un momento cruciale della stagione, ma ad esempio bisogna delineare chi dovrà disputare le coppe europee. Non mi spaventa l’idea di giocare a estate inoltrata”. Bisognava fermarsi prima? “Da quando si è manifestato il problema, non abbiamo giocato tante partite. Nel giro di pochi giorni ci siamo


serie B

fermati. Si poteva fare prima? Non lo so. Questo grattacapo ha colpito all’improvviso, i responsabili delle Leghe sono stati costretti a bloccare i tornei. Tardi o presto è difficile da dire, però anche alla luce dei tanti giocatori che ora non stanno bene è stato giusto fermarsi. Queste sono le decisioni importanti”. Il Christian cittadino e papà come valuta queste settimane così indecifrabili? “Ho paura per la mia famiglia. Sono padre di due bambini, per fortuna è la prima volta in tutta la mia vita che affronto una situazione del genere. Non me l’aspettavo, ho qualche timore, anche se viviamo in un Paese avanzato e preparato dal punto di vista medico, in tal senso siamo tra i migliori al mondo”. Riuscite a fare gruppo con i compagni, nonostante l’impossibilità di vivervi day by day? “Ci sentiamo costantemente, non dico H24, ma poco ci manca! Non potendoci vedere di persona come tutti ovviamo con una chat di gruppo, nella quale ci mandiamo foto, video, chiacchieriamo virtualmente, ci facciamo compagnia. Ci diciamo che stare a casa in questa maniera è dura, ma assolutamente giu-

1953, la cosiddetta ‘faro a struzzo’. Ho la fortuna di averla qui, ogni tanto sto assieme a lei. La tocco, la monto, la sistemo. L’ho restaurata da zero, pian piano me la sono sistemata con tutti i particolari e i colori giusti. Al sud ho molti amici che hanno quest’hobby, ci scambiamo pezzi e opinioni, trascorriamo il tempo. Ora ho preso anche una Fiat 500 d’epoca, sto iniziando a smanettarla”.

Un modo creativo per diluire la quarantena. “Sì, anche se principalmente tutto il tempo che ho quando non mi alleno lo dedico ai bambini, tra compiti, videogiochi, disegni Calarmi nella mentalità della B, che e tutto quello che si può fare è completamente diversa da quella in casa. Per gli della massima serie, è stato difficile a l l e n a m e n t i abbiamo avuto sto. Cerchiamo di essere forti per poter una scheda personalizzata da seguire: tornare presto in campo, che è la nostra tapis roulant, pesi, tappetini vari, ci tepassione, oltre che il nostro lavoro”. niamo in movimento così da essere il più pronti possibili per quando saremo Un’altra tua passione è armeggiare nuovamente chiamati a scendere in con chiavi inglesi, pinze, varie cassetcampo. Poi mia moglie è molto sportite degli attrezzi… va, riusciamo a fare attività assieme”. “Mi piace montare e smontare i motori, l’ho ereditata quando ero piccolo da Due pezzi enormi della tua vita si mio padre, appena posso vado in garage chiamano Sampdoria e Napoli, squae sto lì tranquillo. Vivo a Napoli, ho una dre protagoniste di un’annata tribolaVespa color panna 150 di cilindrata, è del ta, che si concluderà come?

“La Sampdoria è stata una parte fondamentale della mia carriera calcistica, mi ha dato lo slancio per arrivare a indossare la maglia del Napoli, col quale poi ho vissuto una crescita esponenziale. La Sampdoria è partita bene, poi ha affrontato un periodo particolare, hanno avuto diversi alti e bassi, non sono riusciti a dare continuità ai risultati. Hanno cambiato allenatore, questo può toglierti o darti una carica. Hanno però una rosa valida e uno staff preparato, credo che i blucerchiati potranno salvarsi tranquillamente, pur con una situazione di classifica attuale non proprio felice. Anche i partenopei erano partiti positivamente, poi con Carlo Ancelotti a un certo punto non sono più riusciti a vincere e il momento si faceva molto particolare, abituati come eravamo a vedere il Napoli nella parte alta della graduatoria, o addirittura tra le prime due. La situazione con l’arrivo di Rino Gattuso è cambiata, a livello di carisma ha dato qualcosa di più rispetto al suo predecessore e stavano iniziando a raccogliere i frutti. Il Napoli deve arrivare per forza almeno in Europa League, tra le prime quattro per la Champions League la vedo dura, anche se mancano ancora tante partite, può succedere di tutto. In Europa ci deve stare, la società è importante e i calciatori sono forti”.

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amarcord

di Pino Lazzaro

La partita che non dimentico

Riccardo Mengoni (Vibonese)

“La rubrica la leggo sempre e di partite ne vorrei qui ricordare un paio. La prima, proprio sul piano personale, è una della stagione 2011/2012, eravamo in C2, giocavo col Catanzaro, stagione quella in cui poi fummo promossi. Si giocava a Perugia, partita per me quasi perfet-

arrivati 3000 di nostri tifosi, abbiamo finito per vincere ai rigori. No, qui non penso tanto alle parate che posso aver fatto, quanto un po’ a tutto il campionato, con la commozione di arrivare a vincere sul campo, prima volta per la Vibonese, che prima in C c’era salita sempre da ripescata. Sì, Due su tutte: quella contro il Perugia ho fatl’anno della promozione con il Catanzaro ne te otto di s t agioni e Vibonese-Troina vinta ai rigori. qui con ta, un 9 in pagella, vinta 2 a 0, con più loro, la prima fu nel 2009, lì si creò quel di qualche parata importante da parte rapporto di reciproca amicizia col premia. Loro erano primi in classifica, noi sidente Gaffo. Con loro ho giocato pure secondi e pur se sono passati 8 anni, in Eccellenza ed è capitato dopo un me la ricordo ancora bene la parata che anno non positivo per me con l’Hinterho fatto subito dopo il nostro gol, aveReggio, stavo facendo fatica a trovare vamo segnato all’87’ e subito c’è stata una sistemazione, stagione così quasi questa punizione dal limite per loro, tutta passata a casa, finché il presidenl’ha calciata Clemente e me l’ha meste Gaffo mi chiamò, disse che avevano sa sopra la barriera: ci sono arrivato ed bisogno di me per provare a vincere i è stata, dai, una grande parata. Poi, la playoff. Dissi subito di sì, ricordo che successiva azione, abbiamo fatto il secondo gol e l’abbiamo chiusa”. “L’altra che qui mi piace ricordare è quella che ho giocato con la Vibonese, lo spareggio allora della Serie D per tornare in C. In trasferta a Troina, ne erano

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giocai le ultime due partite del campionato e i playoff, che vincemmo”. “Sto bene e conto di continuare il più possibile. Tra un mese ne avrò 34 di anni e dentro di me m’immagino di arrivare pure sino ai 40, perché no. Quest’anno ne ho fatte 9 sinora di presenze e non ho nessun problema, se serve, di fare pure la chioccia per i giovani. Comunque sia, mica ho perso però la speranza di salire di categoria, non è ancora troppo tardi, chissà, magari arriverò a smettere dopo che mi sarà capitato di fare un gol... Pensando al dopo, spero di rimanerci in questo mondo. Non mi dispiacerebbe fare magari l’allenatore dei portieri o entrare come dirigente, che so, team manager o anche direttore… in ogni caso, il più tardi possibile. Se andrei dappertutto, anche lontano da qui? Certo, già ne abbiamo parlato con la mia fidanzata, Antonella, lei è di qui: è d’accordo, sicuro”.


amarcord

Ciro Oreste Sirignano

(Virtusvecomp Verona)

“Grazie a Dio ne ho giocate tante di partite, quella però che più mi porto dentro, per l’incredibile emozione che ho provato, è un Catanzaro-Vigor Lamezia del 2012, eravamo in aprile, era C2, l’anno in cui ne salivano due. Davanti c’era il Perugia, il Vigor Lamezia era secondo e noi del Catanzaro eravamo terzi, un punto dietro. Se dunque avessimo vinto, saremmo andati avanti di due punti, ricordo quanto eravamo carichi, giocavamo in casa. Eravamo ancora sullo 0 a 0, poco alla fine, avevamo preso un palo e ci erano stati annullati due gol. C’è stato così questo cross nella loro area, su quella palla ci siamo buttati in tre di noi, ho ancora la foto: il pallone l’ha messo dentro Simone D’Anna, io ero lì, subito dietro. D’Anna si leva la maglia e comincia a correre verso la curva, dall’altra parte del campo, uno scatto incredibile, con quella carica che ti danno momenti così. Anch’io ho provato a stargli dietro, sì, ho provato, ma quel che più ricordo sono le lacrime che avevo agli occhi, piangevo… chissà, la tensione, tutto quello che mi portavo dentro, non so, quel gol che era un po’ una liberazione: l’unica volta che ho pianto, è così. Momenti bellissimi che ripagano alla grande i sacrifici che puoi aver fatto, ricordo che quando poi ho raggiunto Simone, ce n’erano altri che come me piangevano. Momento come detto bellissimo, che ha poi contribui-

to alla nostra promozione: Perugia a 85 punti, noi a 83, il Vigor mi pare a 79”. “Vero, ne ho cambiate parecchie di squadre e devo dire che non è che sia stato proprio fortunato. Avevo firmato un contratto di tre anni con l’Avellino, ma c’è stato poi il fallimento della società, idem poi con la Sambenedettese e lo stesso m’è capitato con la Cavese. Poi, ancora, a Santarcangelo; ci stavo proprio bene, è cambiata però la società, anche lì altro fallimento e credo sia in fondo proprio questo il problema più grande per la Serie C di adesso, si spera sì anche con l’AIC di riuscire a restare in 60 squadre, certo che non è facile. Qui con la Virtus? Devo fare per forza gli scongiuri, però per quanto piccola, questa è una società sana, vedo che proprio non li fanno i passi più lunghi della gamba”. “Sì, sei mesi li ho giocati pure in Bulgaria. Dopo i fallimenti, uno dopo l’altro, di Avellino e Sambenedettese, mi sono ritrovato senza squadra. L’allenatore lì alla Samb era Piccioni, lui andava in Bulgaria ad allenare, mi ha contattato e ci sono andato. Un’esperienza molto bella, che rifarei volentieri. Eravamo in 12 italiani, quasi tutti poi siamo tornati dopo 6 mesi, cambi in società, ma è stato un periodo che mi ha insegnato tanto, un mondo diverso, cultura diversa”.

“Per il dopo ancora non so bene, vedrò. A suo tempo ho fatto il classico e ho preso poi la laurea triennale in Scienze Giuridiche, ci ho messo parecchio ma ce l’ho fatta. Ora come ora penso di stare in questo ambiente, valuterò poi in che modo. Non però come allenatore di prima squadra, piuttosto con i ragazzi, quello per me è ancora un calcio puro, senza interessi, in parecchie delle sue situazioni purtroppo il calcio non è molto pulito. Vedo anche che l’AIC porta avanti quel corso di Segretario Amministrativo, non so, magari come Team Manager. Torno ai ragazzi, magari posso provare a dare loro la possibilità di fare una carriera migliore della mia, carriera in cui non ho mai avuto favori da nessuno, tutto quello che ho fatto è farina del mio sacco. Magari qualche scelta l’ho sbagliata, ecco, però sono contento di quello che ho fatto. Io poi che a 13 anni dovevo andare a giocare in Inghilterra, a Coventry: i miei genitori a dire no, prima veniva lo studio e guardando quello che è stato il mio percorso, ancora devo ringraziarli”.

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Punti cardinali Giuseppe Iachini, Stefano Pioli e l’assistente Mauro Vivenzi in Fiorentina – Milan 1-1

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di Maurizio Borsari


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Schermaglie Simone Iacoponi in Sassuolo – Parma 0-1

Can-can Jose Luis Palomino, Edin Dzeko e Berat Djimsiti in Atalanta – Roma 2-1

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di Stefano Ferrio

Tre foto tre storie

Il tulipano nerazzurro, due innamorati e un gol Il calcio dona felicità. E lo fa a dosi talmente grandi da restare nella memoria più di un sacco di altre cose, magari di maggiore importanza da un certo punto di vista, ma non così intensamente vissute, condivise, tramandate. A volte basta un nome per rievocare interi capitoli di "una vita fa", dove storie di noti campioni e di oscuri, ma non meno determinanti, comprimari, illuminavano con i loro gol segnati o falliti il tran tran di esistenze quotidiane assorbite da una sola missione: costruire l'Italia. Che alla fine è diventata un Paese "quasi" normale grazie ai sacrifici profusi da milioni di cittadini, ognuno con la propria squadra incisa nel cuore, da dove mai sono riusciti a cancellarla matrimoni, divorzi, impieghi in banca, mutui, malattie, crisi economiche, debiti, tradimenti, elezioni politiche, inquinamento ed epidemie virali. Per questo l'archivio fotografico dell'Associazione Calciatori riveste un'importanza storica unica e impagabile. Perché tante sue immagini fanno riaffiorare tracce di un'indiscutibile felicità, provata ogni domenica allo stadio o davanti alla radio di "Tutto il calcio minuto per minuto". La stessa sperimentata accendendo la diretta televisiva di una partita dei nostri giorni. Eccone tre nuove prove. Faas Wilkes (mezz'ala, Inter 1951 – '52). Pensate che lo chiamavano Il Tulipano Volante, questo gentiluomo in maglia nerazzurra, la cui aria malinconica ricorda un qualche scrittore inglese degli anni'30, piuttosto che un cannoniere delle domeniche a San Siro. Quel nome di battaglia si spiega scoprendo quanto maestria pedatoria e grazia estetica si fondessero nella sua "arte". Sì, "arte", perchè in altro modo non possiamo definire quanto lasciava ammirare negli stadi del mondo Faas Wilkes, nato troppo presto – a Rotterdam, il 13 ottobre 1923 – per fare parte dell'Olanda Totale che agli albori degli anni '70 rivoluzionava per sempre il football, imprimendogli quel fattore atletico-tattico divenuto da allora irrinunciabile quanto i fondamentali tecnici. A lui, fantasista d'attacco negli anni '40 e '50, toccò comunque indicare la strada di un calcio possibile agli emulatori delle successive generazioni, primo fra tutti il più grande "Orange" di ogni tempo, Johann Cruijff, che ebbe modo di dichiarare pubblicamente la sua ammirazione per Wilkes, da lui considerato un modello di eccellenza tecnica e di visione del gioco. A Cruijff avrebbero dato sicuramente ragione i tifosi dell'Inter che lo videro giocare fra il 1949 e il 1952, primo

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olandese nella storia della Serie A. A loro toccò infatti incantarsi di fronte al "numero" per cui Faas Wilkes gode di un posto al sole negli annali del calcio: il dribbling. Superamento palla al piede dell'avversario, come si può ammirare su You Tube in un prezioso documento d'epoca, il Tulipano Volante lo eseguiva a ripetizione nel corso di un'ininterrotta ed elegante danza composta da un ineffabile intreccio di finte, piroette, spostamenti, arresti repentini seguiti da fulminanti ripartenze. A proposito di felicità, Wilkes ne donò in abbondanza ai tifosi dell'Inter, squadra dove ebbe l'onore di condividere le


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azioni d'attacco con campioni come Benito "Veleno" Lorenzi, lo svedese Nacka Skoglund e il magiaro Istvan Nyers. Nè la musica cambiò a Valencia, il club spagnolo dove approdava nel 1953, dopo una breve parentesi trascorsa al Torino. Per italiani e spagnoli fu uno di quegli impagabili campioni che valgono da soli il prezzo del biglietto, a prescindere dal risultato, verità provata per contrasto da un solo trofeo finito nel suo personale "palmares", la Coppa di Spagna del 1954. Nemmeno in nazionale gli toccò sollevare un qualche trofeo, anche se i 35 gol segnati in 38 partite dell'Olanda, giocate fra il 1946 e il 1961, ne fanno tuttora il cannoniere arancione con la media gol-partita più alta, superiore a quelle di campioni come lo stesso Cruijff, Kluivert, Van Persie e Robben. E' bello pensare che i ricordi di tutti quegli applausi a scena aperta, conquistati dribblando difese intere, abbiano accompagnato Faas Wilkes anche nell'ultimo viaggio, il giorno della scomparsa per problemi di cuore, il 15 agosto 2006, nella sua Rotterdam. Francisco Ramon Lojacono, attaccante (Roma, 1962 – '63). Il grande amore fra un calciatore e una stella dello spettacolo, o della musica leggera, non è certo una novità. Spesso sono fuggevoli flirt, ma altre volte si rivelano "cotte" che portano i due fino all'altare del matrimonio, o comunque alla scelta di fare casa assieme. In certi casi sono love-story che segnano un'epoca a causa non solo della popolarità dei personaggi, ma anche della forza comunicativa che scaturisce dalle loro immagini. Prendiamo ad esempio questa foto, che ritrae Francisco Lojacono, all'epoca attaccante della Roma, acquistato per ben 100 milioni di lire dalla Fiorentina (all'epoca una fortuna), e l'attrice Claudia Mori. Argentino di Buenos Aires, dove viene al mondo l'11 dicembre 1935, lui è all'epoca "il centravanti" secondo i crismi dominanti: straniero, anzi "oriundo", viste le sue origini italiane, temperamento indomabile, nottambulo sciupafemmine e provetto ballerino di tango. Italiana di Roma, dove è nata il 12 febbraio 1944, lei invece, prima ancora che l'aspirante diva di un film di successo

intitolato "Cerasella", è una "ragazza" destinata, come Mina, come Claudia Cardinale, come Stefania Sandrelli, a far capire al pubblico piuttosto bigotto e conservatore dei suoi connazionali che nel 1962 18 anni possono bastare a una "nubile signorina" per cantare, recitare e, volendo, anche mettersi in posa assieme al proprio compagno. Se poi questo, come nel caso di Lojacono, ha lasciato moglie e figlia piccola in Argentina, è fatto rilevante ma non tanto da cancellare la freschezza provocatoria di quel sorriso, schiaffato in faccia all'obbiettivo fotografico. Si separano poco dopo questo scatto, le loro strade. Claudia imbocca quella che la porterà presto a diventare moglie e compagna per la vita del cantante Adriano Celentano, voce dell'Italia

degli anni '60. Invece Francisco, dopo gli ultimi fuochi di una carriera da romanzo sudamericano con la maglia della Sampdoria, si inabissa lentamente nell'anonimato che lo accompagna fino alla morte, avvenuta il 19 settembre 2002 a Palombara Sabina, cintura metropolitana di Roma, per complicazioni seguite a un intervento ai polmoni. Qualcuno vede, in quel decesso, la scia della Sla, malattia degenerativa anche troppo frequente fra ex calciatori forse sottoposti a drastiche "cure" di un doping oggi in disuso. Altri invece, preferiscono rimembrare del "Toro di Baires" (il nome d'arte datogli dai tifosi) le picaresche imprese che colorarono la sua leggenda, sul campo e fuori. Una data su tutte, rievocata da Gianni Cerasuolo in un ma-

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gistrale pezzo su un tango ballato dal bomber giallorosso con l'attrice Anna Magnani, pubblicato dal webmagazine Succede Oggi, è il 27 novembre 1960, domenica di un Roma – Juventus 2-1. Decisivo nell'occasione il numero 9 argentino che, dopo essersi niente meno che lussato una spalla, non essendo all'epoca previste sostituzioni degli infortunati, si fa iniettare una puntura di novocaina a bordo campo dal medico sociale, per ripresentarsi sul terreno di gioco con il braccio immobilizzato da una fasciatura rigida. Con le regole attuali, a nessuno sarebbe concesso di continuare la partita stile "reduce di Waterloo", mentre in quel calcio d'altri tempi, Lojacono si incarica, così conciato, di insaccare una cannonata su punizione da quaranta metri alle spalle del portiere juventino Vavassori. Per il quale le cronache dell'epoca riportano una definizione, "impietrito", mai così appropriata, considerando la furia da cui nasce quel tiro. Joaquin Correa, attaccante (Lazio, 2019 – '20). La bellezza, già. Difficile trovare qualcosa di più bello di un giovane giocatore che esulta dopo avere segnato un gol, avendo sullo sfondo il popolo esultante dei suoi tifosi. Fa parte delle nostre più piacevoli abitudini di appassionati di calcio vedere immagini come questa di Joaquin Correa, attaccante argentino di 25 anni, braccia al cielo subito dopo avere realizzato il raddoppio della sua Lazio contro il Bologna, sabato 29 febbraio 2020. Come non dargli ragione di tanta gioia? È il gol del 2-0 finale, che proietta momentaneamente la squadra biancoceleste in vetta alla Serie A, dove c'è rimasta per otto giorni, fino al recupero fra Juventus e Inter, vinto dalla squadra bianconera, tornata così capolista, un punto davanti alla Lazio. Solo che, come noto, i gol segnati da Ramsey e Dybala nel 2-0 contro i ne-

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razzurri non hanno avuto come cornice il pubblico in festa dello Juventus Stadium, ma gli spalti giustamente svuotati dal decreto ministeriale dovuto alla terribile epidemia di coronavirus abbattutasi sull'Italia. Ecco perché la bellezza gioiosa di "El Tucu", come Correa viene chiamato in omaggio alle sue origini nella provincia argentina di Tucuman, acquista ai nostri occhi un senso particolare. E' quello gene-

rato da una foto scattata in una delle ultime partite giocate a porte aperte, prima dello stop al pubblico, fissato fino a data da destinarsi. Qualcosa di cui già abbiamo tutti una struggente nostalgia, come delle serate al cinema con gli amici, o dello spensierato caos di una "movida". Qualcosa che, per un'infinità di sacrosanti motivi, deve tornare a emozionarci così, in un'Italia fuori da ogni pericolo.


regole del gioco

di Pierpaolo Romani

The show must go on

Il calcio ai tempi del Coronavirus Salute o profitto? È questa la domanda che, ripensando al famoso dilemma di William Shakespeare, viene alla mente in questi drammatici giorni, leggendo i giornali e guardando la TV che parlano in continuazione del Covid-19, più noto come Corona Virus. Salute o profitto? Si discute e si cercano risposte più o meno plausibili e giustificabili nel mondo della medicina, della politica, dell’economia, della finanza, dello sport. In quest’ultimo caso, in particolare, del calcio. Sono in ballo tantissimi soldi, la tenuta del sistema economico, migliaia di posti di lavoro, ma anche la vita di milioni di persone. Tutto questo accade improvvisamente, in un mondo globale e in gran parte digitalizzato e connesso h24, in cui si parla sempre di più di intelligenza artificiale che non solo dovrebbe progressivamente sostituire l’uomo in diverse funzioni, ma dovrebbe anche aiutarlo a prevedere il futuro e a decidere con la massima raziona-

ro, visite ai musei, vacanze. Il calcio no. La palla rotonda deve continuare a girare sul rettangolo verde. Non importa se gli spalti sono vuoti, se si gioca “a porte chiuse”. The show must go on. Sono in ballo i diritti televisivi, soldi e interessi. Il profitto viene prima della salute. Il calcio e, soprattutto, il business e il consenso sociale che ruotano attorno ad esso, sono materia delicata e sensibile. A volte la percezione è che siano argomenti intoccabili.

E i giocatori sul campo? E il personale che li assiste e li accompagna? I calciatori sono essere strani: tanto idolatrati e tanto disprezzati. Molti italiani, tra cui diversi pseudo tifosi, generalizzando, dichiarano e scrivono che i calciatori sono dei privilegiati, per gli stipendi che percepiscono e per la vita che conducono. Ai calciatori si pensa innanzitutto come a dei personaggi, non come delle persone. Da cinque anni, con il Rapporto Calciatori sotto tiro, AIC denuncia le minacce, I calciatori sono essere strani: le intimidaziotanto idolatrati e tanto disprezzati ni e le offese intollerabili e lità. In teoria, siamo in grado di conoincivili di cui sono fatti oggetto coloro scere in anticipo tantissime cose. In che per professione giocano a calcio, realtà, non siamo stati in grado di presia a livello professionistico che diletvedere un virus che ha completamente tantistico. Anche in queste drammaticambiato le nostre vite nell’arco di poche giornate, ad alcuni calciatori che chissimo tempo. In questo scenario, dove chi ricopre un ruolo pubblico, in tempi rapidi, deve prendere decisioni assai delicate che hanno un impatto particolarmente forte sulla nostra vita presente e futura, dove migliaia di cittadini sono blindati o cercano di scappare con ogni mezzo da certi territori prima che vengano dichiarati “zone rosse”, il calcio, a differenza di altri sport, sembra vivere in un mondo a parte. Tutto si ferma, tutti vengono invitati a restare in casa e a limitare i loro spostamenti, cancellando lezioni e gite scolastiche, appuntamenti di lavo-

hanno il coraggio di esprimere le loro idee viene augurata la malattia e la morte, incuranti che molti di loro sono anche padri e mariti. Al presidente di AIC, Damiano Tommasi, domenica 8 marzo, dopo aver dato notizia di una sua lettera indirizzata al Presidente del Consiglio dei ministri e ai massimi vertici dello sport e del calcio italiano per chiedere lo stop ai campionati al fine di tutelare la salute degli atleti, sui social network gli sono piovute addosso offese pesantissime, grevi, alcune delle quali intrise di odio e falsità. È questo il mondo in cui vogliamo vivere, lavorare, giocare? Non può e non deve esistere un conflitto tra la salute e il profitto. Va ricercato un equilibrio possibile. L’articolo 41 della nostra Costituzione afferma non solo che l’iniziativa privata è libera, ma sostiene che essa “non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Più di quarant’anni fa, in un periodo emergenziale, pochi giorni prima di essere rapito dalle Brigate Rosse, Aldo Moro pronunciò un discorso importantissimo, in cui affermò: “Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà”. Si tratta di essere responsabili.

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l’intervista

di Pino Lazzaro

La Giuliani, portiere della Juventus Women

“Intanto sono Laura” “Se penso a come ho iniziato col pallone, ripenso ai venerdì in oratorio, quel giorno c’era il catechismo dopo la scuola. E prima e dopo il catechismo, era a calcio che si giocava. Sul campo del basket, in cemento, i cesti tenuti su da quelle impalcature e lì sotto, alla base, c’era quella che in effetti sembrava una porta, due pali e una traversa. Altrimenti giocavamo ‘a paletto’, calciando da più lontano, cercando la precisione. Così per ore e ore, oratorio della Sacra Famiglia a Novate Milanese, poco lontano da casa nostra, ancora più vicino poi, un paio di minuti, da quella dei nonni. Oltre ai venerdì, c’erano poi le domeniche. La messa alle 10.30 e poi si andava a turno a prendere il pallone e in cambio dovevamo lasciare qualcosa di nostro, non c’entravano i soldi: se perdevamo il pallone, non potevamo riavere quel che avevamo lasciato. Il problema era che mia madre la domenica, per andare a messa, mi costringeva spesso a mettermi la gonna o pantaloni spezzati, chissà quante ballerine ho squassato. Una passione forte, non vedevo l’ora di andarci”.

raggiosa, le pallonate in faccia per dire non mi facevano paura: dopo una settimana mi misero in porta”. “Sì, altre mie compagne di scuola sono venute, hanno provato, ma hanno durato poco. Ho così giocato con i ragazzini sino ai 10-11 anni e all’inizio è stato pure un po’ complicato, c’era questo modo di dire che mi veniva ripetuto, che ero un maschiaccio, che parevo un ragazzino e poi i gol che prendevo erano sempre colpa mia, ce

n’era un altro di portiere, era loro amico, volevano che fosse lui a giocare. Ora come ora mi ricordo di una scena, partita di campionato, lì a schierarsi a metà campo e quando m’hanno vista uscire dietro al “Prendere gol non è mai facile, soprattutto se deriva capitano li ho da un proprio errore o un’imprecisione. Il nostro ruolo proprio sentiti ci impone però la capacità di voltare pagina e pensare i sussurri, che alla palla successiva: ogni gol dà comunque la avrebbero vinto possibilità di lavorare su un dettaglio e di migliorare”. facile, che ne avrebbero sevanti al campo della SF82, si chiamava gnati dieci di gol… finì 8 a 0 per noi ed così, Sacra Famiglia 82 e chiesi a mio è un qualcosa che non poche volte s’è padre se in caso m’avrebbe fatto fare poi ripresentato”. un provino con loro, che ne dici? “Beh, che problema c’è?”, così rispose ed è “A Bollate, con La Benvenuta, ci giocosì che poi andammo a prendere le cava mia sorella, lei voleva fare in efmie prime scarpe da calcio. Ero l’unifetti basket ma lì vicino a noi non ce ca ragazzina, non brava con i piedi, in n’erano di squadre, così calcio anche sostanza non sapevo proprio giocare per lei e ho cominciato ad andarci pure ma ero già abbastanza alta e pure coio, avevo l’età per giocare anche con le “Finché un giorno, fin che eravamo in macchina con mio padre che stava portando mia sorella, più grande di quattro anni di me, alle medie, passammo da-

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ragazze più grandi ed era nostra madre che ci portava, lei che specie all’inizio sospirava spesso sul fatto che non facessi per dire pallavolo, che non avrebbe così dovuto lavare e rilavare le cose del calcio, con tutta quella sabbia che sempre saltava fuori. Tanto che ricordo che cominciai ad andare sotto la doccia vestita, per levarmene almeno un po’ intanto di fango”. “Poi sono andata al Como ed è stato qualcosa di inaspettato. Con La Ben-

venuta giocavo con la Primavera, anche in serie D e sapevo che c’erano delle squadre che mi cercavano, in particolare era l’Atalanta che pressava, avevano parlato anche con mio padre. La distanza era però importante, quelli dell’Atalanta a insistere, ci sarebbe stata una navetta, dai. Di mezzo la questione della scuola, i dubbi dei miei, finché è capitato che parlassi proprio io direttamente con l’allenatore del Como, lui a dirmi che avrei giocato con la Primavera – gruppo competitivo quello, tanto è vero che l’anno dopo siamo arrivate alle finali contro la Roma – che sarei stata la titolare, che sarei cresciuta, che loro insomma puntavano su di me. Una cosa questa che mi parve persino strana, come mai proprio me? Io poi che avevo voglia di misurarmi con qualcosa di più grande, all’inizio non volevo nem-


l’intervista

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l’intervista

meno andarci, ricordo le mie amiche a dirmi s’ero scema, com’era possibile che non ci volessi andare, che se così fosse stato non sarebbero state più mie amiche e insomma ci andai, dalla

si giocasse alla domenica, ecco che sì, ci stavo attenta, mai ero a letto dopo mezzanotte. I miei? Sportivi a 360° direi. Mio padre che adora la bici e così noi sin da piccole ne abbiamo macinati tanti di chi“Quel che direi a una ragazzina che vuole fare da grande lometri pela calciatrice? Passione, perseveranza e lavoro” dalando, mia mamma più stazione al campo era dieci minuti a per il tennis. Da piccola non avevo mire piedi, si poteva fare e gestire: posso o sogni, niente di che, ma quel che mi è dire insomma che è cominciata lì querimasto dentro è quell’occhio diverso sta mia avventura”. con cui venivo vista e anche giudicata, con dentro di me sempre quella voglia “No, non ho dovuto sacrificare la comdi far vedere loro quanto sarei riuscita pagnia per il calcio, no. Era poi quella a fare. Questo il modo in cui ho così di mia sorella, in genere in A si giocasempre pensato alla “carriera”, per arva al sabato e dunque la sera c’ero, mi rivare a poter raccontare ai miei figli, trovavo con loro. Se poi capitava che questa mia di storia”.

A filo d’erba

Mi ritorni in mente Un gol che ancora adesso non sai come hai fatto a prendere? “Euro17, Italia-Germania: punizione calciata morbida in mezzo all'area, esco, la palla mi scivola e prendo gol”.

Una partita che non dimentichi? “Quella del mio esordio in Nazionale maggiore nella qualificazione ai Mondiali 2015, in casa contro la Spagna”. Una che ti piacerebbe giocare di nuovo? “Italia-Svizzera, giocata a Cesena e valida per le qualificazioni ad Euro17: persa 0-3”.

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Un’avversaria che più ti ha reso/ti rende la vita comunque dura? “Miedema (attaccante dell’Olanda, in gol pure nella gara dei quarti al Mondiale di Francia: 2 a 0 per loro e stop per noi; ndr): riesce sempre a farmi gol”. Lo stadio più bello in cui hai giocato? “Juventus Stadium, nel 2019, per Juventus-Fiorentina”. Uno dove ti piacerebbe giocarci? “Sarebbe un sogno poter giocare un giorno a Wembley”.

Classe ’93, di giugno, milanese, Laura Giuliani, dopo gli inizi all’oratorio della Sacra Famiglia di Novate Milanese, ha giocato con La Benvenuta, società di Bollate (Mi). Passaggio poi al Como, club con cui fa il suo esordio in serie A, diciottenne, nell’ottobre del 2011. È dell’anno dopo, a settembre, il suo trasferimento in Germania, col Gütersloh, cui sono seguite Herforder SV, Colonia e Friburgo. Dall’estate del 2017 è alla Juventus, con cui ha sin qui vinto due scudetti, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Azzurra con l’U19 (partecipando pure all’Europeo 2011, disputato qui da noi in Italia) e l’U20 (col Mondiale in Giappone), ha fatto l’esordio nella Nazionale maggiore nell’aprile del 2014: sinora sono 50 (dato aggiornato a fine febbraio 2020) le sue presenze (con l’Europeo 2017 nei Paesi Bassi e il Mondiale 2019 in Francia).

“Ne ho fatti tre di campionati a Como ed è stato alla fine del terzo anno che ho deciso di cambiare aria. No, l’andare all’estero non aveva lo scopo di liberarmi dal vincolo, di prendermi il cartellino: dopo gli anni che avevo fatto con le nazionali giovanili, anni in cui mi ero resa conto di cosa fosse per gli altri il calcio femminile, andando via dall’Italia volevo insomma provarci anch’io. Il nostro qui da noi non era certo un calcio professionale, veniva affrontato in un modo


l’intervista

quasi amatoriale, niente di più. Mandai così delle mail in giro, loro mi chiamarono, furono quelli del Gütersloh, andai a provare e mi presero. Quello per me era il momento giusto per andare, uscire dalla zona comfort per mettermi alla prova, che possibilità c’erano qui di farlo? Provare a fare esperienza, è esperienza. A quel tempo poi erano proprio le tedesche le più forti qui in Europa, dunque quale miglior campionato se non il loro?”. “Lì da loro non ne ho mai avute delle annate ‘facili’. All’inizio il problema di dove affrontare una nuova cultura, sono poi andata a giocare con l’Herforder, nella loro B femminile ed è stata quella in effetti una delle mie stagioni più belle, ho giocato sempre e alla fine siamo state promosse in serie A. Poi a Colonia e infine a Friburgo, per quella che da un punto di vista calcistico può essere definita una stagione fallimentare, dato che non ho quasi mai giocato. Un paio di partite in Coppa, le amichevoli, mai trovato spazio, con in più poi l’infortunio al menisco e l’operazione. Dai, eravamo come squadra tra le più forti della Bundesliga, tanto è vero che arrivammo terze ed era-

da più di un anno, che ho cominciato a vederlo con degli occhi diversi. Ricordo che è stato proprio Cristian, il mio ragazzo, a farmi riflettere, lui che se n’era uscito un giorno con la considerazione che era stato proprio quell’anno a farmi crescere, a farmi diventare quella che sono ora. Subito m’è sembrata un’assurdità, ma come, non ho mai giocato… Poi però ho potuto realizzare che è stato proprio quel periodo che mi ha fatto svoltare, che mi ha dato una nuova mentalità. Rendendomi conto che non ero più una ragazzina, che magari c’erano delle cose in cui ero brava ma altre in cui dovevo migliorare. Ed è quello che cominciai a fare lì a Friburgo, allenandomi di più col pallone, arrivavo prima e me ne andavo dopo, lì con palloni su palloni, a calciare, ancora e ancora”.

“Devo dirti che non mi sento una privilegiata, no, so che la mia parte l’ho fatta e la sto facendo, con spirito di sacrificio, con impegno e tanta voglia di fare quel che mi piace. Se vuoi, il privilegio è poter disporre qui di una struttura come questa della Juve, di potermi allenare quattro ore al giorno, per poi tornarmene a casa. Il lavoro paga sempre, me lo “Noi lì in Francia pensavamo di vivere in una continuo a ripetere ogni bolla, così almeno credevamo, ma è stato giorno. Non mi acconpoi, quando siamo tornate, che ci siamo rese tento mai di quello che conto che ce n’era qui un’altra di bolla, ben più faccio: ogni scelta, ogni grande. Tutte a chiederci: ma cosa è successo? passo, mi hanno portato sin qui: quelli che farò vamo davvero una squadra, dentro e devono portarmi più avanti”. fuori del campo. Davanti a me avevo la Benkarth, adesso lei gioca col Bayern “Beh, il pericolo di “inquinamento” Monaco, era il secondo portiere della c’è di sicuro per questo nostro calcio, Nazionale, ero così in concorrenza con per quello che ancora è. Di interessi lei. Tra i pali eravamo lì lì, però lei era nel calcio femminile prima ce n’erano fortissima con i piedi, molto più di me proprio pochi, ora credo che questa e così, come mi disse per bene l’allenostra macchina non si potrà più fernatore: “Lei è più avanti di te””. mare, la spinta che c’è stata è stata troppo grossa, lo dico e ci credo, an“Un anno insomma così ed è stato che se in fondo in fondo mi vien da dire poi parecchio dopo, ero qui alla Juve che qui da noi non si può mai dire e mi

viene così da lasciare ancora un punto di domanda… Il nostro è un calcio che non deve snaturarsi, l’atmosfera degli stadi per esempio deve restare quella che è sempre stata, da noi vengono le famiglie, si tifa pro e non contro. Nel calcio, in quello dei maschi, di sporcizia ce n’è parecchia e pensando a quelli che sono i valori che stanno alla base in generale dello sport, sì, l’etica sportiva, come fai a spiegarti quel che pure succede? A me pare poi che la parte brutta del tifo sia un qualcosa di difficile da controllare e penso che noi ragazze dovremo cercare di fare di tutto per mantenere questa pulizia che da noi c’è sempre stata”. “Lì nello spogliatoio non sono certo una “muta”, ma nemmeno sono una casinista. Diciamo che mi piace più ascoltare e ridere, non sono io insom-

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l’intervista

ma il jolly della situazione, anche perché non credo che saprei far proprio tanto ridere. Ora come ora tutta la mia giornata ruota attorno al calcio, in campo e fuori, aggiungo anche a tavola, seguendo il piano della nutrizionista e non si sgarra. Il problema è che a me piace far da mangiare ed è così Cristian che si deve sorbire i miei “sfoghi”. D’accordo, quello che faccio lo posso anche chiamare lavoro, c’è comunque questo legame tra prestazione e compenso, come faccio però a considerarlo lavoro lavoro? Io che amo quello che faccio e ho il privilegio di poterlo fare”. “Il Mondiale ha portato tanto entusiasmo e consapevolezza nei propri mezzi, causando di conseguenza un aumento del livello di qualità. Che deriva prima di tutto dall’allenamento coi club che negli ultimi anni hanno dato una spinta importante alla crescita del movimento. Quel periodo mi ha fatto crescere pure come persona. In Francia c’ero andata intanto soprattutto per godermi il momento, giusto il presente, mai pensato che potessimo tornare in quel modo. Ricordo poi a casa i primi giorni di assestamento, il tornare con i piedi per terra: cucinarmi le cose, riempire la lavatrice, ste cose qui, il quotidiano. È stato dopo la Francia che mi sono resa conto che quel che a me serve per stare bene, è per l’appunto la quotidianità delle mie cose, casa mia, la famiglia, il mio ragazzo, i gatti… Proprio da questa semplicità arriva la spinta per fare quel che sto facendo, nell’essere contenta, nel cercare d’essere felice. Lì in Francia quel che in effetti mi sono venuti a mancare sono quei gesti quotidiani che sanno rendere bella la mia giornata, piccole cose magari, ma importanti. C’è il campo e il calcio, ma c’è tutto il contorno che è necessario. Sono una insomma a cui piacciono le cose semplici: non sono il portiere della Nazionale, intanto sono Laura”.

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Studentessa modello Studentessa al terzo anno di Scienze Motorie con l’Università Telematica San Raffaele di Roma (corso di studi dedicato al calcio, istituito tre anni fa dall’Ateneo romano in collaborazione con l’AIC e con il patrocinio della FIGC), lo scorso novembre Laura ha ricevuto una borsa di studio grazie al numero di esami sostenuti e alla sua media voti che è superiore ai 27/30. Tra l’altro, anche al Mondiale di Francia s’è portata i libri, per preparare Medicina del calcio, esame poi ben superato appena tornata in Italia. Così Laura alla cerimonia di consegna della borsa di studio: “Se lo vuoi fare lo fai. È un esame questo che ho deciso di ripetere, lo avevo già sostenuto ma non ero soddisfatta del risultato. È una materia che mi piace tanto, perché essere uno sportivo vuol dire prima di tutto conoscere come funziona il tuo corpo”.


segreteria #facciamogliuomini su tutti i campi il 7, 8 e 9 marzo scorso

L’AIC per la giornata dei diritti della donna L’Associazione Italiana calciatori in collaborazione con la Lega Serie A, Lega B, Lega Pro e con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Pari Opportunità, è scesa in campo per la giornata internazionale dei diritti della donna con il progetto #facciamogliuomini, volto alla prevenzione e al contrasto della violenza sulle donne Durante la giornata di campionato del 7, 8 e 9 marzo scorso, tutto il mondo del calcio si è unito per invitare gli uomini a fare gli uomini. All’inizio di ogni match è stato esposto uno striscione con il claim “FACCIAMO GLI UOMINI”, accompagnato dal simbolo della campagna: il NARCISO. Un fiore stupendo scelto per le sue varie connotazioni e per ciò che rappresenta, che vuole diventare simbolo di un’idea diversa dell’uomo, fino a stravolgere l’accezione negativa del termine narciso per renderlo un simbolo di rispetto.

È stato quindi il calcio italiano, nonostante la delicata e preoccupante situazione legata al Covid-19 che sta colpendo il nostro Paese, a farsi portavoce di un messaggio di sensibilità, di attenzione e di rispetto nei confronti delle donne.

le, dentro e fuori dal campo. Rispetto come concetto all’apparenza semplice e conosciuto da tutti, ma che in realtà si sta perdendo pian piano in una società che discrimina e non garantisce le stesse opportunità nei rapporti sociali e umani.

Il progetto #facciamogliuomini è realizzato con il contributo della PresiMadrina di #facciamogliuomini è Elena denza del Consiglio dei Ministri - DiSofia Ricci, coinvolta da AIC dopo le sue partimento Per Le Pari Opportunità e dichiarazioni di gennaio in merito ad una con il patrocinio di FIGC, Lega Serie A, violenza subita da bambina. “Facciamo Lega B, Lega Pro, Lega Nazionale Digli uomini… ma anche le donne che ablettanti, AIAC, AIA ed ICS. biano stima di sé e non permettano a #facciamogliuomini mira alla comunessuno di fare loro del male…" - ha nicazione preventiva e all’educazione detto l’attrice. "Facciamo le PERSONE dell’uomo, agendo su chi ha sbagliato, che abbiano rispetto di sé e degli alaffinché prenda piena coscienza del tri… facciamo le PERSONE in contatto gesto compiuto e possa riflettere sul con la propria intelligenza emotiva!". proprio vissuto. Parola chiave di #facciamogliuomini è RI- www.facciamogliuomini.it SPETTO, che è anche FAIR www.facebook.com/facciamogliuomini PLAY, ovvero il comporta- www.instagram.com/facciamogliuomini/ mento rispettoso delle rego- twitter.com/facciamouomini

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di Pino Lazzaro

Mi ritorni in mente…

VISIONI MONDIALI /5: Daniela Sabatino (Sassuolo) Nuova puntata di questa nostra rubrica che parte sì con uno sguardo all’indietro, a quelle giornate francesi d’inizio della scorsa estate, alle immagini/diapositive/ altro ancora che le protagoniste del nostro Mondiale hanno per prime ben piantate nel cuore e nella mente, ma che vuole concentrarsi poi sul presente/futuro, a quelle che per forza di cose sono ora nuove responsabilità (e maggiori consapevolezze). Daniela, quale la prima cosa che ti viene in mente quando ripensi a quei giorni del Mondiale di Francia? “Se penso al Mondiale, rivedo la partita con l’Australia, l’esordio per noi e per me il coronamento di un sogno che mi ha accompagnato sin da bambina. Uno stadio così pieno e noi che siamo pure andate a vincere una partita che credo nessuno pensasse ce la potessimo fare. E la gioia più grande per me è

che lì allo stadio c’erano i miei genitori, anche i miei amici. No, non me l’aspettavo che i miei per la prima volta nella loro vita avessero deciso di fare un passo del genere, di prendere l’aereo. No, non è stata una sorpresa, lo sapevo e anche in questo modo m’hanno confermato che loro comunque c’erano e ci sono sempre stati. Quella partita, quanto se n’era parlato e parlato, viverla è stato bellissimo. Un’immagi-

Daniela Sabatino è nata ad Agnone (provincia di Isernia) nel giugno del 1985 ed è cresciuta a Castelguidone (provincia di Chieti). Inizi col calcio nel sagrato della chiesa (vedi riquadro), poi nella scuola-calcio di Trivento (provincia di Campobasso), sempre il papà a fare il tassista, papà venuto improvvisamente a mancare subito dopo il Mondiale di Francia. A soli 15 anni, Daniela fa l’esordio in serie B con l’AutoLelli Picenum di Campobasso, vestendo poi via via in carriera le maglie di Isernia (B; vittoria del campionato), Casalnuovo (A2), Monti del Matese (B-A2; due campionati vinti di fila), Rapid Lugano (A svizzera), Reggiana (A; una Coppa Italia), Brescia (A; due scudetti, tre Coppe Italia e quattro Supercoppe Italiane) e Milan (A). È arrivata al Sassuolo (A) la scorsa estate. Oltre 300 le reti segnate sinora, col titolo di capocannoniere – a pari merito con Patrizia Panico – nella stagione 2010/2011 (25 gol). L’esordio in Nazionale risale al 2005, a vent’anni, con Ghedin commissario tecnico. Sono attualmente (fine febbraio 2020) 64 le sue presenze (29 i gol), con la partecipazione sia agli Europei 2017 che al Mondiale 2019.

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ne? Lì, quando sono entrata in campo, non ero tesa, ma tanto emozionata, con la voglia di fare bene, di godermela al massimo. Sono entrata sull’1 a 1, come attaccante tanta voglia di fare gol e l’avevo pure fatto, l’hanno annullato, sarebbe stata davvero una partita ancora più perfetta, ma quanto ero contenta e quell’abbraccio poi tra noi, un gruppo davvero unito il nostro, gruppo che voleva dimostrare che anche il nostro calcio qui in Italia sta crescendo, che voleva scrivere qualcosa di indelebile… ognuna di noi ha dato il mille per mille”. Dura poi tornare al solito tran tran? “Quando sono tornata alla mia vita normale, ecco, ho ritrovato un po’ di libertà, quella magari mi mancava, certo che se fossimo andate avanti… Dai, da sempre il calcio è la mia vita, il sogno di fare la professionista l’ho sempre tenuto con me. C’era magari stanchezza, tornando a quella partita


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con l’Olanda anche le condizioni meteo non ci hanno certo favorito, però tra noi si stava bene assieme, è stato bello. Un gruppo che secondo me è riuscito sempre a stare con i piedi per terra, sappiamo di aver raggiunto un qualcosa, un unico, ma tutte sappiamo che ora dobbiamo confermarci. Quando abbiamo ripreso, secondo me eravamo ancora stanche, soprattutto di testa, le prime partite per qualificarci agli Europei sono state così così, poca pure la condizione fisica: li vogliamo gli Europei”. In molti hanno detto che dopo quel Mondiale, qui in Italia il calcio giocato dalle donne non sarà più come prima: sei d’accordo? “Credo che davvero ormai le cose si stiano muovendo, era ora che anche da noi si cominciasse a farlo, pensa quanto prima hanno cominciato in altri Paesi. Ora c’è pure Sky, c’è Tim vision, il nostro calcio è più conosciuto e lo vedo pure in campionato che c’è più pubblico, non sono solo genitori e amici. Dobbiamo comunque continuare a crescere, ci vorrà ancora del tempo, la strada verso il professionismo ancora non è semplice, ma ci siamo mosse”.

lo credono tantissimo nel settore giovanile, col fatto poi che dopo il Mondiale tanti genitori ne hanno meno di dubbi, accompagnano volentieri e non mettono i bastoni tra le ruote alle bambine. Anche in prima squadra ce ne sono parecchie di ragazze giovani, c’è tutto insomma perché crescano bene”. Pure tu sei cambiata in qualcosa dopo il Mondiale? “Anch’io ho avvertito qualcosa, soprattutto ancor più voglia di dimostrare che quello che ho fatto sinora è appunto il passato, che dentro ho ancora più voglia di trasmettere questa passione che mi brucia dentro. Qui scherzano su di me, mi chiamano la ragazza mondiale, ma dentro di me so che devo ancor più continuare a dimostrare che con il lavoro, con l’impegno di tutti i giorni, si può e si deve migliorarsi, che non ci si deve mai accontentare. Capita adesso che mi chiedano la maglia, di firmare autografi, di fare dei selfie. Mi fa piacere, certo, ma su queste cose di mio sono un po’ timida, però anche questo per me significa che non

Certo poteva capitare anche un po’ prima, no? “Ah, a chi lo dici. Io che tengo tantissimo al calcio, come detto è la mia vita, sì, 24 ore su 24, so di essere malata di calcio e so purtroppo che gli anni che ho sono comunque 34, non so poi quanto più avanti mi permetterà di reggere il fisico, spero tanto di smettere il più tardi possibile, perché la passione è sempre tanta, come la voglia di continuare a imparare, a mettermi in discussione. Ti assicuro che ci penso proprio tanto a ‘sta cosa qui”. Anche lì a Sassuolo parecchie di più le ragazzine? “Sì, mi hanno detto che ce ne sono molte più di prima. Tra l’altro qui a Sassuo-

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si deve sgarrare, che ora ci conoscono: non che prima facessimo chissà che cosa, dai, però ora prendono ancora più esempio da noi”. Nello spogliatoio? “Diciamo che sono una rompiscatole, di certo non sono la classica “muta”. Mi piace provare a tenere allegro lo spogliatoio, anche sdrammatizzando quando può servire. In allenamento e in partita sono invece molto seria e molto esigente, prima di tutto con me naturalmente, ma pure con le compagne”. Pensi al “dopo”? “Lascia stare, lascia stare… come ti ho detto prima, non riesco a immaginarmi lontana dal rettangolo di gioco, da quel verde. Subito mi vien da dire un no, pensando per esempio al ruolo di allenatrice, questione di carattere, sono una molto istintiva ed esigente, gestire una ventina di ragazze, l’essere la sua parte psicologa, parecchio che dovrei mandare giù, non so, spero sia tanto lontano. Io che sono qui che aspetto di ritrovare il gruppo della Nazionale, c’è il torneo in Algarve, o meglio, ci dovrebbe essere, forse non si fa più per via del corona virus, quanto mi dispiacerebbe (trasferta in Portogallo poi confermata; ndr). Sì, vivo di calcio,

le partite in tv le guardo, serie A, serie B, la settimana perfetta per me è quando ci sono la Champions e l’Europa League, cena e divano, il massimo. Spero insomma che il mio fisico mi permetta di stare bene, di continuare a giocare il più possibile, ora come ora credo che il mio cervello proprio si rifiuti di pensare ad altro”. E adesso? “Dopo il Mondiale, dopo quel momento, il più bello della mia vita, ho perso mio padre, lui che se n’è andato all’improvviso. Lui che mi ha sempre seguito, senza mai un complimento, senza mai mostrare una completa soddisfazione, anche se per dire avevo giocato benissimo, lì a dirmi qualcosa che potevo fare ancora meglio, questo e quello. Tutto sommato credo sia stata questa per me una fortuna, una spinta per cercare di fare sempre qualcosa in più. So bene che devo tutto ai miei genitori, anche per questo l’esperienza che ho fatto al Mondiale l’ho vissuta pure sperando di renderli ancor più orgogliosi, una bellissima gioia da condividere. Con la morte di mio padre ho così preso davvero una gran botta, all’improvviso le cose non mi sono sembrate così semplici, avevo anche pensato di dire stop col calcio, di dire

(da Famiglia Cristiana.it) Castelguidone è un paese di meno di 500 abitanti in provincia di Chieti, sui monti abruzzesi, che per due settimane intere si è fermato per seguire in televisione le partite di Daniela Sabatino, centravanti della Nazionale italiana e gloria locale. Un paese che “ha incrociato le braccia” anche il 14 giugno, giorno di san Vito, quando il parroco don Alberto Conti ha deciso di posticipare la processione perché nessuno − lui per primo, visto che è tifosissimo di quella ragazza che ha visto crescere e iniziare a giocare a pallone davanti al sagrato della chiesa − voleva perdersi Italia-Giamaica, poi vinta dalle Azzurre per 5-0 grazie anche alle giocate di Daniela.

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basta e tanto qui è intervenuta la mia mamma, lei che sa bene quanto io ami il calcio. Sto così cercando di farmi forza, so che pure lui non avrebbe voluto che smettessi e mi trovo così a dover ancora di più fare il mio meglio”.


segreteria La firma alla Farnesina

Protocollo d’Intesa tra MAECI/DGCS, AICS e AIC È stato firmato il 19 febbraio scorso alla Farnesina il Protocollo d’Intesa tra la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del MAECI, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo/AICS e l’Associazione Italiana Calciatori/AIC. Siglato da Giorgio Marrapodi, Direttore Generale della DGCS, Luca Maestripieri, Direttore dell’AICS, e Damiano Tommasi, Presidente dell’AIC, alla presenza dei Campioni del Mondo 2006 Simone Perrotta e Gianluca Zambrotta, e di Giampaolo Silvestri, Segretario Generale di AVSI che sarà partner tecnico dell’iniziativa, il Protocollo d’Intesa porta il calcio nella cooperazione internazionale come strumento di integrazione e crescita per i ragazzi dei paesi in via di sviluppo. Il Protocollo promuove i principi e i valori dello sport nelle iniziative finanziate dalla Cooperazione Italiana così che, grazie al binomio calcio-cooperazione, verranno realizzate attività di formazione per i tecnici dei paesi partner. Il modello formativo alla base delle attività che verranno promosse mette al centro il bambino e la sua crescita psicofisica, per favorire una dimensione socio-culturale fondata sul dialogo, sull’integrazione e sull’inclusione sociale. L’intesa adotta il “modello educativo AIC” già sperimentato con successo nel progetto di AVSI Goal4Uganda con l’obiettivo di replicarlo in altri paesi partner della Cooperazione Italiana. La prima attività congiunta si svolgerà in Giordania: ad Aqaba i coach AIC, grazie al lavoro di AVSI e al finanziamento MAECI/AICS, formeranno tecnici provenienti dai campi profughi, facendo giocare Damiano Tommasi e Simone Perrotta insieme ai bambini del posto. Nel suo indirizzo di apertura, il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Ambasciatore Elisabetta Belloni ha richiamato i valori dello sport: “Que-

sta iniziativa ci consente di coniugare le attività proprie della Cooperazione con la possibilità di consentire ai bambini in contesti fragili di riappropriarsi della propria infanzia”. Damiano Tommasi ha ricordato che “il pallone è un oggetto di dialogo fantastico, riesce ad unire i popoli senza bisogno di traduttore, ed è un filo conduttore che riesce ad unire e fare subito squadra perché va necessariamente passato per riuscire ad andare in gol. Questa collaborazione è un buon veicolo per raccontare le nostre eccellenze, la nostra cultura calcistica, e lo spirito è quello di trasferire le competenze di tanti campioni azzurri agli educatori dei bambini di altri paesi”. Un progetto che, oltre ad essere un’importante opportunità di lavoro per ex-calciatori che ricopriranno il

delicato ruolo di coach, contribuirà fattivamente al contrasto al “football trafficking”, lasciando il calcio giovanile come “legacy” sui territori. L’iniziativa, che sarà replicata in vari paesi di interesse per la cooperazione internazionale, prevede la realizzazione di tre moduli: una prima settimana in presenza, dove i coach AIC formeranno i tecnici locali, sul luogo. Una seconda settimana, nella quale i coach locali si confronteranno con i coach AIC attraverso una piattaforma di e-learning (in collaborazione con il corso di laurea in Scienze Motorie Calcio realizzato con l’Università San Raffaele). Una terza ed ultima settimana in cui i coach si rincontreranno sul luogo per valutare lo sviluppo delle attività fatte dai coach locali con i ragazzi del posto.

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biblioteca AIC

di Pino Lazzaro

Il libro di Alberico “Chicco” Evani

Quando scrivere è quasi una terapia “In sostanza il libro l’avevo scritto nel 2011, una sorta di sfogo, un diario, nemmeno pensavo potesse essere o diventare un libro. M’ero messo a scrivere per cercare di aprirmi, lo so bene quanto sono complicato, come sono fatto. C’è poi stato questo incontro un po’ casuale con Lucilla, a Cremona. Parlando viene fuori così che lei aveva scritto un libro su Alberto Tomba: lì mi si è accesa una lampadina, le ho detto che anch’io avevo scritto qualcosa, che non sapevo poi se poteva essere interessante, che l’avevo scritto così, senza un ordine. Così gliel’ho mandato, a lei è piaciuto, l’ha messo un po’ in ordine e ha completato la parte sportiva, quelle interviste ai miei compagni. Per quel che avevo scritto, a me interessava più la persona che il calciatore”. Quel titolo… “In effetti all’inizio avevo pensato a qualcosa legato al mare, poi ho ripensato al mio nome, a quel soprannome che sempre mi ha accompagnato, pur se non mi piaceva: l’ho suggerito alla Mondadori ed è andata. Poi, col libro praticamente completato, m’è capitato di vedere alla tv una serata finale di ‘Amici’, lì che cantavano una canzone di Tenco, Ragazzo mio. Parole che mi hanno colpito, un significato che mi pareva proprio di

comprendere: ho telefonato a Lucilla, ho chiesto se era ancora possibile mettere quella citazione: si poteva”. Un che di terapeutico “Dai, ho scritto, è stato pubblicato, è diventato insomma proprio pubblico: a me pare d’essere come uscito da uno psicologo, mi sento più sereno, con me e con gli altri. Come mi fossi levato un peso di dosso, sono insomma un po’ più leggero”. In campo, da “mister” “Sì, tutto sommato vedo che faccio meno fatica con i ragazzi che con i miei figli, anche grazie ai ragazzi che per tanti anni ho allenato, sono migliorato, sono stati loro ad aiutarmi: sono fatto così, specialmente di fronte alle cose belle, quasi facessi fatica a sentirle mie, quanta fatica per dimostrarlo. Mi piace sempre lavorare con i giovani e mi sento allenatore per loro, non per il sottoscritto, per apparire. Ok, un allenatore-educatore che non cerca solo di trasferire nozioni tecnico e tattiche, ma – per quel che posso – anche sul piano comportamentale. Certo, una gioventù che non è paragonabile a quel che eravamo noi, ma dentro ce l’ho comunque sta voglia e sta passione per provare a dare qualcosa”.

“Giocavo a pallone tutti i giorni, tutto il giorno. Ci passavo le giornate. Non l’ho mai fatto pensando di diventare qualcuno, un grande calciatore, ma solo per passione. Io e il pallone eravamo inseparabili. Io, un ragazzino introverso e di poche parole (esattamente come l’adulto che sono diventato), lui, un amico fidato e sincero. Sono diventato un calciatore sì, o forse calciatore lo sono nato. Perché per quanto ci si possa impegnare, il talento è una cosa innata. Puoi allenarti e allenarti ancora, puoi migliorare, ma se manca il talento alla fine è come mettere della benzina di prima qualità in una macchina di scarsa cilindrata. Troppo lontano e molto veloce, non potrai mai andare. La prima maglia da ragazzino fu quella della Massese, poi a quattordici anni feci il provino con il Milan e lì iniziò la storia di Chicco (Bubu) Evani. Alberigo, Chicco San, Bubu Evani, un nome un programma. Molti dei tifosi rossoneri mi hanno sempre chiamato così e lo fanno ancora quando m’incontrano. Alcuni, addirittura, lo pronunciano tutto attaccato come se fosse un’unica parola. Alberigochiccosanbubuevani, non so come facciano, sembra quasi uno scioglilingua e a confronto “sopra la panca la capra campa” pare cosa da dilettanti.

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biblioteca AIC

Chicco Evani con Lucilla Granata

L’incipit

Un pallone basta e avanza Mi sembra giunto il momento, però, di confessarvi una cosa. Il mio nome è Alberico con la c di Como, non la g di Genova. In effetti è strano che giornalisti e addetti ai lavori in tanti anni non abbiano mai saputo veramente come mi chiamo. Tra l’altro, già che siamo in vena di confessioni, sarà bene che dica anche che detesto essere chiamato Bubu. È un nomignolo che so benissimo essere sempre stato utilizzato con grande affetto, ed è il motivo per cui da sempre l’ho sopportato, ma in realtà m’infastidisce proprio. È nato per gioco nel 1977, la prima volta che ho messo piede a Milanello e mi presentai con un taglio di capelli a caschetto. I miei compagni di “collegio” mi presero in giro e mi soprannominarono così: Bubu. Da allora, non sono mai riuscito a scrollarmelo di dosso Bubu. Ma quando qualcuno mi chiama così m’incupisco. Sono permaloso, e vabbè. Ma non posso farci niente. A me piace Chicco, è quello il nome che sento mio, che mi appartiene. Sono Chicco!

Sfogliando … (pag. 13) Erano (i genitori) un po’ freddi con noi e conseguentemente lo eravamo tra di noi. Non ci hanno mai dimostrato il loro affetto né a parole né con i gesti. Non ricordo un loro abbraccio, una loro carezza, un “ti voglio bene”. Non fraintendetemi, ci amavamo tanto, ma il loro modo di dimostrarcelo era appunto: “Lavoriamo tanto e per voi, per garantirvi un futuro. …

(pag. 20) Ai nostri tempi, anche se eri un calciatore, conquistare una donna non era così facile come lo è ora. Oggi, la notorietà dei giocatori fa sì che anche quelli non esattamente attraenti siano circondati da tantissime donne e anche molto belle. Ai miei tempi no. Era molto più difficile. … (pag. 23) Non so cosa ne verrà fuori da queste righe, a me resterà di certo la soddisfazione di averci provato. Come sempre, come è nel mio stile. Sto imparando ad accettarmi, per gli altri il discorso è differente. La convivenza con me nella vita, come nel lavoro, non è di certo un’impresa semplice. … (pag. 33) Ci siamo detti poco io e te (il padre). Abbracciati poco. Tu col tuo lavoro, io col mio pallone e la mia spensieratezza. Credevo che tu ci saresti stato sempre. Non pensavo che il tempo non mi sarebbe bastato. I figli vedono così i genitori, per loro sono invincibili ed eterni. Sanno tutto, sanno fare di tutto, danno tutto. … (pag. 37) Ormai avevamo imparato a riconoscere i suoi passi con le ciabattine (Arrigo Sacchi) nel corridoio e ci preparavamo psicologicamente al suo ingresso. Quando eravamo davvero stremati, lo confesso, facevamo finta di dormire per sottrarci all’ennesima spiegazione su schemi e nozioni tecniche. … (pag. 51 e 52) Potrei parlare per ore di loro (i figli) senza stancarmi. Nella vita di tutti i giorni non lo faccio, qui è diverso, mi sento a mio agio, mi sembra di riuscire a concedermi, per una volta, il fatto di potermi lasciare andare. …

NON CHIAMATEMI BUBU

Prefazione di Arrigo Sacchi Mondadori Del gennaio del 1963, toscano di Massa, Alberico “Chicco” Evani è cresciuto nel settore giovanile della Massese, passando poi, a 14 anni, al Milan. Il suo debutto in prima squadra (il Milan è in serie B in quella stagione, l’80/81) lo fa a 18 anni, mentre l’esordio in A lo fa pochi mesi dopo, a ottobre 1981. Tredici complessivamente i suoi campionati col Milan (296 presenze), giocando poi quattro campionati con la Sampdoria e terminando la carriera con Reggiana (B) e infine Carrarese (C1). Ha messo assieme in rossonero 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Supercoppe UEFA, 1 Mitropa Cup, 3 Scudetti, 2 Supercoppe italiane, più una Coppa Italia con la Sampdoria. Quindici le sue presenze in Nazionale (esordio nel dicembre del 1991 contro Cipro; Arrigo Sacchi c.t.), partecipando al Mondiale Usa ’94, perso in finale ai rigori contro il Brasile (Evani il suo lo segnò). A lungo allenatore nelle giovanili del Milan, dal 2010 iniziano le sue esperienze sulle panchine delle Nazionali giovanili (U18-U19-U20), passando poi – dal 2018 – al ruolo di assistente allenatore del c.t. Mancini (già suo compagno ai tempi della Sampdoria). ■ Una laurea in Lettere moderne, Lucilla Granata ha lavorato in Rai dal 1998 al 2003 (La domenica sportiva, Sport sera, Dribbling, I miti). Dal 2003 al 2009, è stata per Sky Italia l’inviata sui campi di calcio di serie A, ai Mondiali di Germania 2006, a diverse edizioni dei Campionati Europei e alle Olimpiadi di Atene e di Torino.

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calcio e legge

di Stefano Sartori

Questo mese parliamo di…

Accordo economico irregolare Riproponiamo una questione di estrema importanza per i calciatori (e calciatrici) della LND per i quali non sia prevista la stipula degli accordi economici ex art. 94 ter. In precedenza e sulla scorta di altrettante decisioni di organi federali (già commentate ne “Il Calciatore” di dicembre 2007 (caso Hubner), dicembre 2009 (caso Visentin), febbraio/marzo 2010 e settembre/ottobre 2013) abbiamo ripetutamente affermato un principio così riassumibile: • la possibilità di stipulare accordi economici che prevedano l’erogazione in favore dei calciatori delle indennità di trasferta e delle voci premiali non è prevista per i calciatori dilettanti partecipanti a Campionati Regionali e/o Provinciali, e ciò perché si mira a conservare la natura prettamente dilettantistica di tali competizioni, effetto del tutto inconciliabile se si prevedessero dei corrispettivi da erogare ai calciatori per remunerare la loro prestazione sportiva; • ciò premesso, è invece lecito il rimborso spese forfettario erogato dalla società ai calciatori militanti nei campionati di Eccellenza, Promozione, 1°, 2° e 3° Categoria e per i calciatori e calciatrici delle Divisioni Calcio a 5 e Femminile che non disputano campionati nazionali purché: a) nei limiti previsti dalla normativa fiscale (€ 7.500,00 in precedenza, ora € 10.000); b) le somme erogate siano tali da costituire effettivamente un indennizzo proporzionato alle reali spese sostenute di volta in volta e non un velato corrispettivo, in quanto l’importo corrisposto non costituisce una ricompensa economica per il calciatore, bensì solamente un ristoro delle spese sostenute per l’esercizio dell’attività sportiva, spese che quindi possono essere poste a carico della società.

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Ora, una recente decisione della Corte Federale d’Appello sembra aver contraddetto tale principio anche se, a nostro modesto giudizio, solo apparentemente. Partiamo dall’inizio: un calciatore tesserato con l’ASD Calangianus, militante nel campionato di Eccellenza, stipula un accordo che prevede un rimborso spese pari ad € 11.000. Successivamente e con lo scopo di recuperare gli importi non percepiti - € 3.620,57 imputabili a spese varie quali vitto, viaggi Calabria-Sardegna etc. - commette l’errore di ricorrere alla Commissione Accordi Economici che, inevitabilmente, respinge il ricorso rilevando la violazione dell’art. 29.3 delle NOIF e dall’art. 43.2 del Regolamento della Lega Nazionale Dilettanti e dispone la trasmissione degli atti alla Procura Federale. Ricordiamo che l’art. 29.3 prevede che “I rimborsi forfettari di spesa, le indennità di trasferta e le voci premiali, ovvero le somme lorde annuali secondo il disposto del successivo art. 94 ter e 94 quinquies, possono essere erogati esclusivamente ai calciatori tesserati per società partecipanti ai Campionati Nazionali della LND, e alle calciatrici e allenatori tesserati per società partecipanti ai campionati nazionali della Divisione calcio femminile, nel rispetto della legislazione fiscale vigente ed avuto anche riguardo a quanto previsto dal CIO e dalla FIFA.”; l’art. 43.2 Regolamento LND prevede invece “Sono vietati e nulli ad ogni effetto, e comportano la segnalazione delle parti contraenti alla Procura Federale per i provvedimenti di competenza, gli accordi e le convenzioni scritte e verbali di carattere economico fra società e calciatori/calciatrici «non professionisti» e «giovani dilettanti», nonché quelli che siano, comunque, in contrasto con le disposizioni federali e quelle delle presenti norme.”

Ebbene, su inevitabile deferimento della Procura, il Tribunale Federale Territoriale - Sardegna (TFT) esamina il caso e delibera in data 3 gennaio 2020 di “concordare con il rappresentante della Procura Federale” in quanto “la normativa delle NOIF e del Regolamento LND, richiamata nei capi di colpevolezza, statuisce esplicitamente il divieto di sottoscrivere qualsiasi accordo economico con calciatori dilettanti che militano in tornei regionali, compresi quelli che prevedano soltanto rimborsi spese. Il Tribunale ritiene di dover irrogare le sanzioni richieste dalla Procura Federale, che corrispondono ai minimi edittali previsti dall’articolo 31 comma 5 C.G.S.”. Il calciatore viene quindi condannato ad 1 anno di squalifica e pertanto decide di appellarsi alla Corte Federale d’Appello (CFA). La Corte si riunisce il 4 febbraio u.s. e conferma integralmente la decisione del TFT – Sardegna richiamando i due articoli delle carte federali disattesi nonché l’art. 94.1, lett. a) delle NOIF, per il quale sono vietati “a) gli accordi tra società e tesserati che prevedano compensi, premi ed indennità in contrasto con le norme regolamentari, con le pattuizioni contrattuali e con ogni altra disposizione federale”. Nella motivazione, la CFA afferma che, a fronte del carattere tassativo delle norme menzionate, ed al fatto che il calciatore e la società, hanno stipulato un accordo che prevede un rimborso spese forfettario annuo lordo per un importo pari ad € 11.000,00, non ci possono essere attenuanti o spiegazioni di sorta. E ciò a prescindere dall’eventualità che il calciatore abbia effettivamente sostenuto le spese per le quali ha ricevuto il rimborso, e ciò perché “il calciatore dilettante non può sostenere spese da porre a carico della società sportiva né percepire in quella


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forma alcun tipo di compenso atto a snaturare il carattere dilettantistico dell’attività svolta”. La Commissione - e si tratta di un concetto che va sottolineato con attenzione ed elevato a principio da tenere nella massima considerazione per il futuro – non esclude che “la società dilettantistica possa mettere a disposizione del giocatore taluni benefit, che possono essere detratti fiscalmente fino all’importo forfettario di € 7.500,00 (ora elevato a 10.000) come avvenuto nella specie sotto forma di concessione di alloggio, ovvero a fornire vitto o tessere per utilizzare i servizi pubblici ma non di erogare denaro nella forma di rimborso spese e ancor meno di rimborso spese forfettario.” Nella fattispecie in esame, il rimborso forfettario corrisposto al calciatore, anche se parzialmente giustificato con le spese di viaggio (in realtà solo una), appaiono palesemente in violazione delle norme in tema di accordi economici e comunque il fatto che il calciatore disponesse di alloggio gratuito a Calangianus rende incongrua qualsiasi erogazione di denaro imputabile a quel titolo. Pertanto, la sanzione di 1 anno di squalifica irrogata dal TFT – Sardegna viene integralmente confermata.

femminile e del calcio a cinque. Quanto enunciato, anche dall’AIC, a margine dei casi Hubner e soprattutto Visentin, necessita di qualche integrazione e cautela ulteriori. Primo punto fermo: la possibilità di stipulare e depositare accordi economici che prevedano l’erogazione in favore dei calciatori delle indennità di trasferta e delle voci premiali non è prevista per i calciatori dilettanti partecipanti a Campionati Regionali e/o Provinciali. Rimane lecito l’accordo, anche formale, tra calciatori e società militanti nei campionati di Eccellenza, Promozione, 1°, 2° e 3° Categoria e per i calciatori e calciatrici delle Divisioni Calcio a 5 e

Femminile che non disputano campionati nazionali, purché siano rispettati i seguenti principi inderogabili: a) l’importo previsto deve rispettare i limiti previsti dalla normativa fiscale e quindi non superare € 10.000; b) le somme erogate devono essere tali da costituire effettivamente un indennizzo proporzionato alle reali spese sostenute di volta in volta (vitto, alleggio, viaggi) e non un velato corrispettivo, in quanto l’importo corrisposto non può rivelarsi come una ricompensa economica per il calciatore, bensì solamente un ristoro delle spese sostenute per l’esercizio dell’attività sportiva, spese che quindi possono essere poste a carico della società.

Ora, per tirare le somme, vanno evidenziati almeno due fatti: innanzitutto, l’errore grave imputabile al calciatore che, pur militando in Eccellenza e firmando di conseguenza un accordo chiaramente non valido per l’ordinamento sportivo, ha commesso la leggerezza di ricorrere alla CAE e quindi di autodenunciarsi, con le conseguenze che abbiamo visto. In secondo luogo, alla luce delle considerazioni esposte dalla CFA, va evidentemente rimodulato il protocollo relativo alla liceità dei rimborsi forfettari stipulabili nei campionati inferiori alla Serie D maschile o alla Serie A

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politicalcio

di Fabio Appetiti

Con l’On. Claudio Mancini

“Sì all’1% delle scommesse e alla modifica della Melandri per il fe Il Covid-19 ha stravolto le nostre vite e a troppi, purtroppo, l’ha portata via, ma la risposta migliore di fronte alle difficoltà è sempre quella di rialzarsi e ricominciare. Nel nostro mondo sono venuti fuori con più forza problemi già esistenti ma forse, come in tutte le crisi, anche le opportunità. L’ intervista con l’On. Mancini, membro Commissione Bilancio alla Camera, che conosce bene il settore è ricca di spunti sia per affrontare l’emergenza, sia per ridare slancio, in modo particolare, a quelle categorie del nostro calcio che hanno bisogno di maggiore sostegno e risorse. In attesa di tornare a quella normalità fatta di gol e calci di rigore, nessuno deve rimanere indietro. Ci si avvia verso la cosiddetta fase 2, dopo circa due mesi di lockdown. Che Italia ci aspetta? “Io spero che l’Italia che avremo alla fine dell’epidemia sia più simile a quella dell’Italia degli anni 60, piuttosto che a quella della crisi della banche. Un’Italia che viva una fase di crescita e di rilancio sostenuta da un forte intervento pubblico e non da una nuova fase di stagnazione o di crisi, perché ci affidiamo a politiche rigoriste che in passato hanno già creato problemi alla occupazione e alla crescita e che ora sarebbero sbagliate. Oggi infatti non ci troviamo in una crisi economica strutturale, ma ci troviamo di fronte una crisi economica determinata da un evento eccezionale che, nel momento in cui finirà visto che i fondamentali del Paese Italia sono positivi, ci dovrà trovare pronti ad investire e a non perdere il treno della ripresa”. Il Premier Conte ha gestito in prima persona la difficile emergenza sanitaria mentre il Ministro dell’Economia Gualtieri è stato l'uomo delle invocate misure di sostegno e di rilancio. Il suo giudizio su operato del Governo. “Ma io a questa squadra aggiungerei il Ministro della Salute Speranza e il Ministro degli Affari Regionali Boccia che hanno ben gestito tutta questa difficile fase. È chiaro che all’inizio, sia a livello nazionale sia regionale/comunale, si sono fatti degli errori frutto di un fenomeno sconosciuto ma l’Italia, complessivamente, ha reagito in maniera rapida, efficace, seria con decisioni che hanno ottenuto il consenso dei cittadini. Se infatti possiamo guardare con

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fiducia al futuro è proprio grazie alla responsabilità dei nostri cittadini e, tra l’altro, abbiamo dimostrato che si può combattere il virus senza sospendere la democrazia ma in nome dello stato di diritto e della sanità pubblica. Per le misure economiche, che seguo direttamente come membro della Commissione Bilancio, c'è stata una prima fase con il Decreto di marzo in cui è stato prioritario intervenire sull’emergenza, con investimenti sulla sanità e contributi alle persone in difficoltà. Quello di aprile è invece impostato, non solo a continuare ad intervenire sugli effetti dell’emergenza, ma anche ad impostare una fase economica nuova: bonus vacanze per il turismo, il sostegno alle imprese culturali, il sostegno al mondo dello sport. Quindi non solo sostegno all’industria, che è il motore dell’economia, ma sostegno all’economia dei servizi e dell’intrattenimento con l’obiettivo di fare ripartire i consumi”. Cominciamo a parlare di sport ma partendo prima dalle belle notizie. L’approvazione della legge olimpica per Milanocortina2026. Una vittoria dell’Italia. “Una approvazione all’unanimità di questo provvedimento, con largo consenso in Parlamento e nelle istituzioni locali, a dimostrazione che, quando vogliamo, sappiamo fare ‘sistema Paese’. I grandi eventi sportivi vanno programmati per tempo e richiedono un forte intervento pubblico, ma sono anche l’occasione per investimenti che servono non solo per l’evento sportivo, ma da acceleratore per lo sviluppo e l’occupazione dei territori interessati con benefici per la collettività che restano anche

dopo l’evento. È stata la vittoria di tutti oltre ogni appartenenza politica e sicuramente l’approvazione, avvenuta in questo momento difficile per il Paese e per lo sport, è stata anche un segnale di speranza per tutti”. Come cittadino romano non ha provato anche un po’ di amarezza pensando all’occasione persa di Roma2024? “Non è il momento delle polemiche, ma non c’è dubbio che Roma ha bisogno in futuro di pensare anche a grandi eventi che ne rilancino la sua funzione di grande capitale internazionale”. Lo stop delle attività sportive, causa Covid-19. Il Governo con il Decreto Curaitalia ha provato a dare alcune prime risposte a tutto il settore in difficoltà, ce le può illustrare? “La decisione davvero importante è aver riconosciuto il contributo a tutti i lavoratori sportivi, tra cui gli atleti dilettanti. In un primo momento non erano stati inseriti con le partite iva, i co.co. co. i collaboratori agricoli e invece tali professionalità hanno trovato spazio sia nel Decreto marzo e, come saranno individuate altre risorse, probabilmente anche in quello di aprile. Grazie anche al lavoro di Sport e Salute, che sta organizzando l’erogazione del contributo per conto dello Stato, credo si sia affermato un principio importante per tutto il mondo dello sport e di chi ci lavora. Il secondo aspetto dei provvedimenti


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mminile” ha riguardato tutte le associazioni, i gestori di impianti sportivi, delle palestre a cui bisogna evitare il ‘default’ a causa della sospensione delle attività sportive: stop degli adempimenti fiscali e dei canoni di locazione e altre agevolazioni previste in accordo con l’Istituto del Credito Sportivo, con l’obiettivo di aiutare tutte le professionalità che ruotano intorno al mondo dello sport dilettantistico. Per tutto il settore dello sport professionistico, di cui il calcio è certamente la locomotiva, questo va trattato al pari di un comparto industriale e per ora siamo intervenuti con provvedimenti mirati ed altri generali che riguardano tutte le imprese, mentre su altri si sta ancora discutendo per inserirli nel Decreto di aprile”. Prima di parlare dei provvedimenti sul calcio, mi dica il suo pensiero sul dibattito di questi giorni. Ripresa Campionato si, no, forse. “Io credo che il Paese ha capito che il problema del Coronavirus era un problema serio quando si sono chiuse le scuole e si è fermato il campionato di calcio. A quel punto anche l’italiano medio ed anche quello meno informato ha capito che la situazione era grave. La ripresa dell’attività scolastica da una parte e la ripresa delle attività sportive a pieno regime forse fotograferanno invece il segno che stiamo uscendo dall’emergenza. È certo però che dobbiamo attrezzarci a riprendere la vita normale mantenendo tutte le precauzioni che abbiamo imparato in questi mesi, sia per la coda di queste settimane, sia per una eventuale nuova ondata di Coronavirus in autunno. Questo vale anche per il campionato di calcio che va ripreso in condizione di sicurezza per gli atleti e ovviamente in questa prima fase con stadi vuoti restituendo al Paese quella sensazione di normalità a cui eravamo abituati e di cui il calcio è sicuramente parte” . Torniamo all’emergenza economica. Anche il calcio conta i danni e chiede

aiuti. Alcuni mesi fa lei ha presentato un emendamento sull’1% delle scommesse, da destinare alla FIGC, su cui insiste il Presidente Gravina. “Sì, io penso che sia giusto il principio che si sta affermando in sede europea che gli eventi intorno a cui viene organizzata la scommessa, che consente sia allo Stato, sia all’organizzatore un giusto guadagno, permetta all’organizzatore dell’evento di avere una quota percentuale detratta dai ricavi. In fondo è lo stesso principio che conoscevamo del Totocalcio in Italia che andava a finanziare sia il calcio, sia gli altri sport. È un principio quindi che va affermando in sede europea ma che riprende un qualcosa che in Italia già conoscevamo. Io penso, inoltre, sia molto corretto e apprezzabile da parte della FIGC e dei club che non ci siano state richieste di soldi pubblici perché i cittadini comuni non lo avrebbero capito, mentre invece affermare un principio di autofinanziamento mi sembra corretto, va nella giusta direzione e spero possa essere presto regolamentato. L’altra questione a cui il calcio non si può sottrarre è anche una ridefinizione della mutualità. La somma delle entrate dei diritti televisivi, le scommesse i ricavi dei club maggiori debbono poi essere ridistribuite secondo principi mutualistici al calcio minore e a tutto il movimento sportivo italiano. Calcio di vertice e di base debbono camminare insieme e non sono assolutamente d’accordo con chi spesso cerca di dividere gli ambiti”. A proposito di serie minori. La lega Pro e la Serie D? “Credo che sulla Lega Pro e sulle società dilettanti, realtà che richiedono comunque investimenti importanti, noi dovremmo agire sulla leva fiscale nei prossimi anni per agevolare la possibilità che le imprese investano nel mondo sportivo. A fronte di questa crisi il rischio, direi abbastanza concreto, è che le imprese smettano di investire sulle squadre minori e si acuisca la distanza tra top club e club minori, che sarebbe un danno per tutto il movimento calcistico nazionale. Intanto, in questa fase di emergenza, sono allo studio con il Governo provvedimenti che possano aiutare gli sportivi professionisti con i redditi più bassi ad utilizzare tutti quegli strumenti di sostegno al reddito che sono utilizzati per altre categorie. Io

sono assolutamente favorevole a queste ipotesi”. Calcio femminile. L’emendamento Nannicini in legge di bilancio stava dando una spinta verso il professionismo. Ora? “Ho seguito e partecipato positivamente all’approvazione della norma in Parlamento ed è stato un bel segnale verso lo sport al femminile. Ora questo mondo, che era in grande crescita, rischia una pesante battuta di arresto e per questo necessita, come tutto il movimento, di aiuti per ripartire sia verso l’alto, con il sostegno alle calciatrici, sia verso il basso a sostegno di quelle attività di base che si stavano sviluppando a seguito del Mondiale delle nostre azzurre. In questa ottica io trovo assolutamente decisivo per la crescita del settore una modifica della legge Melandri che preveda una percentuale da dedicare al Calcio femminile. Credo che tutto il sistema che ruota intorno al calcio delle ragazze abbia bisogno di entrate certe per dare seguito al suo sviluppo nel nostro Paese. Sarebbe l’inizio della svolta”. Come vede il calcio ha una sua complessità e spesso gode di cattiva fama (a volte meritata) o di giudizi superficiali e pregiudizi. La sua idea su questo mondo. “Durante la quarantena mio figlio mi ha fatto vedere ‘English game’ che ,oltre ad essere una bella e appassionante serie tv che racconta le origine del calcio professionistico inglese, ci ricorda come spesso il calcio e lo sport possono accompagnare le trasformazioni della società. La capacità di parlare alle nuove generazioni, il contrasto al razzismo, lo sviluppo del calcio femminile, nuove forme imprenditoriali più moderne a gestire i club, sono tutti processi necessari se il calcio vuol mantenere la sua linfa vitale e popolare. Personalmente, è un concetto a cui tengo molto, sono contrario a ogni ipotesi di ‘Superlega’ perché verrebbe meno proprio questa dimensione popolare e territoriale che è la vera forza del gioco del calcio”. Finisco l'intervista con il “tu”. Quanto ti manca il calcio?  “In verità mi manca moltissimo ma siccome sono della S.S Lazio e sono molto scaramantico, sono in rigoroso silenzio”.

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secondo tempo

di Claudio Sottile

La nuova vita di Claudio Luperto

L’anima è molto simile a un secchio pieno di birra Acqua, malto, Luperto e lievito: ecco la ricetta valida da un quarto di secolo per un Salentirish pub da… Guinness. È il “Joyce”, lì a qualche sorso (o metro, a seconda della sete) dal Barocco leccese. James, scrittore irlandese che dà il nome al locale, ci ha ispirato pure il titolo, anche se il suo secchio, nell’opera “Ritratto dell’artista da giovane”, era colmo d’acqua. Claudio, invece tu a chi ti sei ispirato per fondare quest’attività nel 1995? “Con un paio di amici parlavamo del più e del meno, è nato così, lo abbiamo aperto assieme. Ci siamo documentati, siamo stati in Irlanda e il viaggio Oltremanica ci ha fatto venire l’idea di questo pub in stile. La mia carriera stava finendo a livello professionistico, ero in Serie D a Maglie, qui vicino. Nei Dilettanti non si può pensare di avere una vita da calciatore, rischi di trovarti in mezzo a una strada, e la situazione poteva iniziare a diventare preoccupante perché non avevo giocato tanto in A. Questa è stata la molla, siamo qui da 25 anni”.

Hai avuto paura quando ti sei reso conto che il palcoscenico stava per spegnersi? “Sì. Se hai un po’ di senno pensi al dopo. E se di senno ne hai tanto, ci pensi quando ancora giochi. Prima o poi finisce tutto e bisogna reinventarsi”. Noti punti di contatto tra le attività di calciatore e di imprenditore? “Qualcosa in comune c’è. Nel far bene le cose, c’è sempre bisogno di una squadra, di prendere delle decisioni, di stimolare, i giocatori al pari dei dipendenti, nel motivare. Ci sono svariate analogie. Sapersi comportare è tanto importante anche nell’ambiente lavorativo, ti fa continuare ad andare avanti”.

Non ha bisogno di essere spronata Alessia, che trotterella in lungo e in largo mentre cerca una bomboletta spray per riformulare dei vecchi portacandela. “Ricordi dove sta quella rossa?”. Luperto, come se fosse in panchina, alza lo sguardo verso sua figlia, e indica la tattica giusta per andare a far gol, dando nuova vita a quei centritavola in legno. Un’idea di successo. “Alleno dal 2000, fino ad adesso ho “Quella del pub è stata una delle prime raccolto oltre 18 anni di carriera da alidee che ho avuto, sono sincero. Una lenatore, tra giovanili e prime squadre. scelta felice. Gli anni migliori se ne L’anno scorso sono andato dal Lecce al vanno nello spazio della nostra carrieGallipoli, in questa stagione purtroppo ra da calciatori, dai 18 ai 30 anni, 35 per sono fermo. Spero di trovare presto un chi è più fortunato. Solo chi gioca per progetto valido, perché il pallone è la mia passione prinSe hai un po’ di senno pensi al dopo. cipale. Quando non alleno lontano E se di senno ne hai tanto, ci pensi dalla mia terra, la sera sono quasi quando ancora giochi sempre al pub. Mi tanto nella massima serie, forse, può piace l’ambiente, gli amici mi vengono vivere di rendita, se non se li sperpea trovare. Poi amo la musica, mi stimola ra. Posso dire per fortuna che ho imessere quello che sceglie la colonna sobroccato una buona strada, ma come nora che va durante la serata. Metto dai in tutti gli aspetti della vita non c’è cantautori italiani al pop, rock e blues da cullarsi. Serve dare il meglio, darci inglese. Spesso scelgo autori irlandesi, dentro, fare tutto per bene”. Van Morrison, The Dubliners, The Po-

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gues, gli U2. È un piacere esserci”. Gli scatti appiccicati qui e lì accanto allo spillatore raccontano momenti di carriera e ospiti illustri. “Sì, passano spesso calciatori, e anche arbitri. A qualcuno piace stare più riservato, e io cerco di accontentarli. Vengono a trovarci anche persone dello spettacolo, ci siamo creati una bella platea”. Sanno che l’uomo dietro il bancone è un ex centrocampista professionista? “I più vecchi sì, i più giovani meno, poi magari vedono le foto, iniziano a informarsi… non è facile conoscermi, ho giocato nel Lecce fino al 1986. Ammenoché non sei un grande appassionato, beh, non mi riconosci al primo colpo”. Che voto dai ai due tempi della tua carriera lavorativa? “Un sei da atleta, secondo me potevo fare molto di più. Da imprenditore nuovamente la sufficienza, posso migliorare. Nella mia testa però c’è sempre al 100% la passione per il calcio, sia quello giocato sia da addetto ai lavori, mi piace studiare, vedere come mettere in campo una squadra o migliorare un giocatore”.


secondo tempo

Quale allenatore ti ha affascinato quando giocavi? “Da tutti gli allenatori si prende sempre qualcosa, cerchi di carpire le dinamiche. Magari al momento non te ne accorgi, ma nel tempo ti rendi conto di cosa ti è stato lasciato e da chi. Penso a Eugenio Fascetti ad esempio, un uomo dalla spiccata perseveranza, con un grande carattere. Da mister era determinazione, lavoro, non mollare mai. E poi è una persona seria e coerente. Se hai uno screzio con lui, dopo 10 secondi è passato tutto, anche se sei arrivato allo scontro più forte e più duro. È importantissimo questo”. A quale personaggio del calcio, presente o passato, offriresti una birra? “A Cruijff e a Guardiola, per fare una chiacchierata con entrambi. Pep ha sempre detto che Johan è il suo mae-

tempi, a tratti sembravano ridicole, tutti ad aspettare nella metà campo per poi ripartire in contropiede, c’erano poche squadre che osavano. Il Milan di Arrigo Sacchi fu un momento di Ai giovani dico di continuare se rottura, anche hanno qualcosa di solido alle spalle, se secondo me altrimenti meglio pensare al domani è stato più un modello di orstro. Passerei una bella giornata con ganizzazione difensiva che non offenloro, offrendogli una Guinness, la birra siva. Quello che ha portato in più lui è irlandese per antonomasia, portata da stato l’andare a prendere l’avversario, noi a Lecce per la prima volta”. il pressare. In questo modo ha dettato legge per tanti anni. Tutto va allenato, Se arrivi primo, sei un pub da Scudetto! affinché possa fare tuoi i meccanismi. “È un locale curato, abbiamo risconIl calcio non si inventa, un allenatore tri continui dalle persone, dai turisti bravo è quello che fa metabolizzare i anche stranieri, se un irlandese ti fa i concetti ai calciatori”. complimenti…”. I tuoi occhi dicono che sei pronto per A proposito di calcio che fu: è vero tornare in pista. che prima era meglio di oggi? “Mi piace allenare sia i giovani sia i “Sono commenti che si esprimono tangrandi. I grandi hanno in più l’aspetto to per, ma credo che sia la nostalgia a del fare i punti, quello è stimolante, mi parlare. Ora è molto più difficile, e io ho piace lottare per un traguardo. Bisogiocato contro Michel Platini, Zico, Diegna fare entrambe le esperienze, pargo Armando Maradona, il più forte che tendo dalla crescita dei giovani, anche ho affrontato. Adesso si gioca in velocise io ho fatto il percorso contrario”. tà: ci sono squadre che sembra che giochino piano e poi hanno delle fiammate Modulo preferito? devastanti. Ho rivisto partite dei miei “Prediligo giocare con i due attaccanti

Claudio Luperto è nato a Lecce il 3 luglio 1961. Centrocampista dai piedi buoni ha vestito le maglie di Lecce, Arezzo, Sambenedettese, Genoa e Cosenza. Ha giocato anche con Latina, Maglie e Casarano. Come allenatore ha guidato Maglie, Taranto, Casale, Montevarchi, quindi le giovanili di Lecce, Alghero e Avellino.

larghi, non per forza però con un centravanti puro al centro”. Anche se il modulo perfetto, nella vita, resta quello del lavoro. “Sicuramente. Non devi pensare che il successo ti cada dal cielo, sei sempre tu il padrone del tuo destino. Niente viene per caso, serve darsi da fare ed essere protagonisti del proprio futuro. Ai calciatori giovani che magari hanno titubanze sul futuro dico di continuare se hanno qualcosa di solido alle spalle, così da provare e divertirsi, altrimenti è meglio pensare al domani. Dalla C in giù tentare di avere una carriera non conviene. Speri sempre nell’anno successivo, capisco chi ha voglia e passione. Arriva un certo punto, tuttavia, nel quale devi capire che l’anno prossimo non arriverà mai come dici tu, è opportuno trovare una strada differente, che possa garantirti un futuro all’altezza”.

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io e il calcio

di Pino Lazzaro

Francesco Di Fulvio (pallanuoto)

“Più che privilegiato mi sento fortunato” “Ho cominciato col nuoto, anche a livello agonistico, mi ricordo che dove ero più carente era a delfino e a dorso. Certo, la pallanuoto era di casa, mio padre ex pallanuotista, pure i miei due fratelli c’erano passati prima di me, però non è che mi sentissi condizionato, i miei sempre a dirmi che le scelte le dovevo fare di testa mia. È successo poi che l’allenatore di mio fratello Carlo, quello di mezzo, io sono

giocare in spiaggia e ricordo quando capitava d’andare alla Decathlon, io che correvo subito nel reparto specifico, dove potevo mettermi a palleggiare. No, non ho mai fatto calcio, mai in una squadra, però me lo ricordo ancora quell’allenamento – proprio l’unico – a cui mi portò l’allenatore del nuoto, avrò avuto 12-13 anni”.

“Con la pallanuoto ho così iniziato che avevo 15 e i primi Il calcio mi piace, appena posso vado anni tempi non è anche allo stadio, tifo per il Pescara stato facile, vedevo che l’ultimo, ogni tanto mi chiamava per rispetto agli altri ragazzi ero indietro, fare qualche allenamento con loro, ci loro che avevano cominciato già a 9-10 andavo volentieri perché vedevo che anni. Nessun progetto in particolare mi piaceva e insomma mi divertivo di ed è stata la prima esperienza che ho più anche perché m’ero stufato di fare fatto fuori casa che mi ha permesso di sempre su e giù lì in piscina. In più, capire che era quel che poi volevo davfin da piccolino, avevo un’attrazione vero fare. Facevo la terza superiore e particolare verso la palla, sempre lì a mi sono trasferito a Roma, in casa di

un mio ex compagno di squadra. Non ero così da solo e quella sua famiglia mi ha proprio adottato, ero per loro un secondo figlio ed è stato merito loro se ho potuto continuare e arrivare dove sono. Andar via da casa non è stato facile, specie all’inizio è stata dura. Lì a casa già comunque se n’era andato il mio fratello maggiore, Andrea, a Firenze, lì faceva pure l’università, anche questo ha aiutato”. “Da qualche anno la pallanuoto è diventata così il mio lavoro. Dopo Roma mi trasferii anch’io a Firenze, da mio fratello. Finii la scuola, già qualcosa la guadagnavo, erano magari spiccioli però avevo il mio conto in banca. Privilegiato? Direi di no o forse sì, diciamo che mi ritengo fortunato. So quanto ho lavorato, senza per forza doverli chiamare sacrifici perché tutto quello che fin qui fatto l’ho fatto con piacere. Questo sport io lo amo e vedo fortuna anche se penso ai ragazzi della mia età, che guadagnano meno, si svegliano presto ogni mattina per dei lavori che magari non sono nemmeno belli o ancora studiano. È anche vero però che la mia è una carriera che non durerà molto, non come un lavoro normale, magari arriverò a 35 anni e so bene che non potrò certo vivere di rendita. Al dopo insomma ci devo pensare per forza, un qualcosa che è lì, che mi aspetta: ancora non ho deciso nulla”. “Un anno particolare questo, ci sono le Olimpiadi, gli Europei sono stati così anticipati a gennaio e comunque sia, tra campionato, Coppa Italia e Champions, sono sulla novantina di partite l’anno, sono tante. Le nostre settimane tipo variano così se di mezzo c’è la Champions o c’è solamente il campionato, ma sostanzialmente ci si allena comunque facendo sempre doppio da lunedì a venerdì, tranne il mercoledì che facciamo una sola seduta. La mattina sono circa tre ore, s’inizia in palestra per poi passare in acqua,

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io e il calcio

con tiri in porta e provando situazioni di gioco e di tattica. Al pomeriggio un altro paio di ore, la prima dedicata al nuoto, poi ancora tiri, azioni di contropiede e così via. No, non facciamo ritiro e partiamo il giorno prima solo per le trasferte più lontane. Noi si gioca al sabato, alle 18; dato però che il nostro è uno sport povero, non poche volte capita che ci siano squadre che chiedono l’anticipo alle 15 per poter tornare il giorno stesso. Come tesserati la Pro Recco di giocatori ne ha 18, siamo un po’ un’eccezione, 13 sono invece i convocati per una partita, tieni conto che noi abbiamo parecchi stranieri, in campionato ne possono giocare solo 4 e di stranieri ne abbiamo così che giocano solo in Champions League”. “Devo dirti che il nostro non è poi un campionato molto competitivo, tolti noi e il Brescia, con tutte le altre capita insomma di vincere anche facile e grosso modo lo stesso capita nella fase iniziale della Champions, due gironi da otto squadre, con le prime quattro di ciascun girone che si affrontano in una Final Eight, quest’anno sarà qui da noi, in Italia, i primi di giugno. Così, tra noi, il nostro modo di dire è che solo a maggio si comincia a fare davvero sul serio, anche perché sono previste delle partite secche e si sa che non si può mai dire”. “Nello spogliatoio sono uno a cui piace fare gruppo e vuol dire anche il fatto che sono ormai sei anni che sono qui, uno insomma dei più “anziani” e non di età. Sì, mi considero un vero professionista, anche in allenamento cerco sempre di dare il 100%, almeno ci provo, non sempre è possibile. Faccio vita regolare, capita sì di sgarrare, mica è possibile passare una stagione tutta chiusa in casa, credo sarebbe pure controproducente, però quando ci si allena e si deve pure “sputare sangue”, ci sono”. “Sport fisico il nostro, di contatto, con le mani sempre addosso, vedi l’aggrap-

parci e il tirare i costumi, per prendere posizione o recuperarla o guadagnare magari un metro di spazio. Si racconta sempre dei cazzotti sottacqua, delle ginocchiate, ma devo dire che ai nostri livelli è poco frequente, c’è parecchia professionalità. Può capitare, sì, sei comunque sotto stress, una reazione può anche esserci, ma tutto sommato credo sia più frequente nelle serie minori”. “Il calcio mi piace, appena posso vado anche allo stadio, all’Adriatico, come facevo da piccolo con mio padre e mio zio. Tifo per il Pescara e ricordo la stagione di Zeman, con ragazzi in squadra che ora fanno la differenza con i loro club, penso a Verratti, a Insigne, a Immobile, anche se fu poi Sansovini quell’anno il capocannoniere. Aggiungo che un paio di volte pure la tifoseria del Pescara mi ha dedicato degli striscioni: una volta allo stadio dopo il bronzo olimpico e la seconda l’anno scorso, su un ponte qui della città, dopo l’oro mondiale. Il calcetto prima degli allenamenti? Sì, lo facevamo anche noi, ora è un qualcosa che un po’ sta passando di moda. Sono sempre il primo comunque a voler giocare, con i piedi non sono male, al mare ci gioco spesso col pallone”.

La scheda Francesco Di Fulvio, classe 1993, è nato a Pescara. Famiglia di pallanuotisti la sua (e mamma appassionata di nuoto), col papà Franco che da giocatore, col Pescara, fu uno degli artefici del cosiddetto Triplete (Coppa Italia 1986, Scudetto e Coppa Campioni 1987) e due fratelli, Andrea e Carlo, che giocano rispettivamente con la Rari Nantes Florentia e il Pescara. Attualmente con la Pro Recco, ha giocato in precedenza con la Roma, la Florentia e col Brescia. È con la Pro Recco dal 2014 e in queste stagioni con la squadra ligure ha messo assieme cinque Scudetti, cinque Coppe Italia, una Champions League e una Supercoppa LEN (la Lega Europea). In Nazionale, col Settebello, ha conquistato: il bronzo sia agli Europei di Budapest nel 2014 che all’Olimpiade di Rio de Janeiro nel 2016; l’argento nella World League 2017 (a Roma); l’oro ai Mondiali 2019 (Corea del Sud). Un anno davvero straordinario il suo 2019: oltre ad essere eletto miglior giocatore del torneo mondiale, Francesco è stato indicato quale migliore al mondo dal Swimming World Magazine, aggiudicandosi pure il premio quale miglior giocatore europeo. Complimenti.

“Beh, un po’ rode sto fatto che si parla così tanto di calcio e poco di tutto il resto, che non viene dato così peso a quel che fai. Siamo abituati, è così, il calcio è proprio di un altro livello, la gente vive di questo, soprattutto qui da noi. In questi anni ho avuto modo di avere parecchi compagni serbi, montenegrini o croati, Paesi più piccoli, forse per questo seguono e conoscono più sport. Penso ora al Montenegro, qui a gennaio sono arrivati terzi all’Europeo e quando sono tornati lì da loro hanno organizzato un concerto e una festa in piazza, erano in diecimila… noi siamo tornati dalla Corea del Sud col titolo di campioni del mondo e praticamente nessuno ci ha badato”.

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internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

#distantimauniti… per vincere contro il Covid-19 Il Coronavirus ha stravolto la vita di ognuno di noi in pochi giorni. I gesti e i comportamenti di ogni giorno sono diventati in buona parte off limits, in base alle decisioni governative. Anche lo sport si è dovuto fermare, dopo un

primo breve periodo di incertezza da parte delle istituzioni. Ma molti sportivi hanno proseguito a dimostrare il loro impegno civile facendo da testimonial e lanciando messaggi. Abbiamo visto così Francesco Caputo, dopo una rete messa a segno in Sassuolo-Brescia, mostrare un cartello col messaggio della campagna social del Ministero della salute: “Andrà tutto bene, restate a casa”. Un messaggio importantissimo di ottimismo e nel contempo con un invito - che le autorità di governo hanno trasformato in obbligo - sostenuto dalla comunità scientifica: i contagi si riducono solo diminuendo il più possibile la socialità. E lo stesso impegno come testimonial lo hanno assunto numerosi altri sportivi e calciatori, consci che il Paese si è trovato ad affrontare quella che è ritenuta la peggiore crisi nazionale dopo la seconda guerra mondiale. Sui profili twitter delle campagne #distantimauniti e #iorestoacasa, abbiamo letto i messaggi di tanti calciatori a sostegno di un’emergenza il cui il peso principale, non smettiamo di ricordarlo, è ricaduto sul personale sanitario. Il presidente AIC, Damiano Tommasi, nei giorni in cui chiedeva di fermare i campionati è stato tra i primi a sottolinearlo: “Le squadre da tifare sono negli ospedali”. Gli eroi - parola troppo

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spessa impiegata in modo inopportuno - li abbiamo visti nelle immagini televisive: medici e infermieri che uscivano dai reparti di terapia intensiva stravolti dalla fatica e dal rimpianto di non aver potuto salvare più vite. E non certo per circostanze dipendenti dalla loro volontà. Il coronavirus, responsabile della sindrome Covid-19, ha una tale contagiosità da aver sovraccaricato i reparti di rianimazione di tanti ospedali, che non hanno potuto accettare tutti i pazienti in crisi respiratoria acuta dovuta alla polmonite provocata dalla malattia. Una situazione imprevista che ha impedito in alcuni casi di poter curare adeguatamente tutte le persone malate e così molti, anche tra i calciatori, hanno deciso di intervenire con donazioni agli ospedali per l’acquisto di nuove attrezzature per la terapia intensiva. La grande maggioranza degli eroi in prima linea negli ospedali durante l'emergenza resterà senza nome. Sappiamo invece chi sono le scienziate che, tra le prime in Europa, hanno isolato il nuovo Coronavirus. Si chiamano Maria Rosaria Capobianchi, Francesca Colavita, Concetta Castilletti. Lavorano nel laboratorio di virologia dell'Istituto nazionale malattie infettive IRCCS "Lazzaro Spallanzani" di Roma, struttura di eccellenza internazionale fondata nel 1936 e che nel corso dei decenni ha contribuito ad affrontare altre emergenze sanitarie: poliomelite, colera, salmonellosi e più recentemente l'Hiv. Il sito www.inmi.it ci porta a conoscere questa realtà in cui decine di medici e scienziati lavorano per curare le malattie già curabili e per trovare, grazie al laboratorio di virologia, le terapie per nuove malattie, come Covid-19. In home page è ben in evidenza una sezione sul Coronavirus che riporta alle pagine con i bollettini medici quotidiani, le procedure da seguire per evitare di diffondere il contagio, comunicati stampa e altre notizie. Una grande quantità d'informazione che costituiscono una

delle fonti principali sulla malattia e un antidoto contro disinformazione e fake news che circolano sui social e sul web. Andando oltre l'emergenza Coronavirus, lo Spallanzani ha diversi studi e trial clinici in corso, tra cui un'iniziativa di sorveglianza delle infezioni del sito chirurgico nella Regione Lazio. Le infezioni contratte dai pazienti sottoposti a interventi sono infatti tra le principali complicanze che possono sopraggiungere, con pesanti ricadute sulla salute delle persone e per il sistema sanitario, quindi per tutti noi. Lo Spallanzani, oltre che un centro di ricerca di prissimo piano, è un ospedale con ambulatori e Unità Operative Complesse. Tra le altre, sono presenti Uoc per malattie infettive-epatologia, infezioni sistemiche dell'immunodepresso, immunodeficienze virali, malattie infettive ad alta intensità di cura, malattie infettive dell'apparato respiratorio, rianimazione e terapia intensiva. I primi due malati di Covid-19 individuati in Italia in febbraio, provenienti dalla Cina, vennero ricoverati e curati allo Spallanzani. Inutile sottolineare che l'istituto può ricevere contributi da privati, compreso il 5 per mille.

Krzysztof Piątek @pjona9official Il trasferimento all'AC Milan è stato la realizzazione dei miei sogni d'infanzia. Ma il calcio, come qualsiasi altro sport, è anche sangue, sudore e lacrime. Avevamo tutti la speranza e il diritto di aspettarci risultati migliori. Grazie per tutto!


internet

di Stefano Fontana

Calciatori in rete

Herrera e Riva: miti di un calcio antico un’ampia ed esaustiva sezione biografica, la classica galleria fotografica e molto altro ancora. Nella pagina “hanno scritto di lui” troviamo cenni, descrizioni, elogi e critiche sul personaggio Herrera ad opera di importanti nomi dell’epoca come Gianni Brera, Danilo Sarugia, Gianluigi Pezzotti, Rita Vietti, Nando Dalla Chiesa, Luigi Cecchini, Antonio Ghirelli, Amos Zaccara, Sandro Mazzola, Francesco Valitutti, Gian Paolo Ormezzano, Luigi Gianoli e molti altri ancora. Il sito è consultabile in lingua italiana ed inglese, in modo da rendere i contenuti fruibili ad una platea internazionale. In trentacinque anni di carriera come allenatore, Herrera ha guidato importanti club come Atletico Madrid, Roma ed Inter, oltre alla Nazionale francese e quella italiana. Non basterebbero mille pagine per raccontare tutte le avventure di Helenio Herrera: questo sito consente di toccarne con mano il mito e scoprirne la leggenda.

www.helenioherrera.it “Pensa veloce, agisci veloce, gioca veloce”: queste poche, taglienti, incisive parole trovano posto nell’homepage del sito di Helenio Herrera e descrivono al meglio questo personaggio vulcanico. Calciatore ed allenatore

argentino naturalizzato francese, nato nel 1910 a Buenos Aires, è considerato uno dei migliori allenatori di tutti i tempi: introdusse in questa nobile e difficile professione, tecniche ed idee rivoluzionarie, in netto anticipo sui tempi. Tra le varie sezioni del sito troviamo

Miralem Pjanic @Miralem_Pjanic I titoli d’inverno non occupano spazio in bacheca. Gli scudetti non si decidono a gennaio, nè sul campo, nè a parole

Federico Bernardeschi @fbernardeschi Ripenso all'intervento di Benigni, alla bellezza e alla poesia delle sue parole. Alla forza dell'amore per abbattere tutte le barriere, migliorarsi e migliorare il mondo circostante. "Chi darà la sua vita per amore, la salverà e non la perderà".

Armando Izzo @armandoizzoreal Più di mille parole, la risposta migliore è sempre una maglia sudata.

Emre Can @emrecan_ Non è finita finché non è finita

Antonio Floro Flores @floroflores83official Oggi ho deciso di appendere gli scarpini al chiodo. Scrivo a Te; che ho amato, rincorso tante volte. Abbiamo gioito insieme, ci siamo fatti male insieme. Però vorrei ringraziarti perché mi hai tolto dalla strada, mi hai fatto sognare, mi ha regalato emozioni che non si possono descrivere.

www.rombodituono.com Rombo di tuono punto com: il sito ufficiale dedicato ad una leggenda vivente come Gigi Riva non poteva avere indirizzo più calzante ed evocativo. Quel soprannome, conferito al grande campione nato nella provincia di Varese dal celeberrimo giornalista Gianni Brera, uno dei principali cantori dell’epica del calcio italiano negli anni '60 e '70, era

riferito alla formidabile potenza del tiro, tra i più poderosi dell’epoca. Protagonista di oltre tredici anni di successi e grandi emozioni nelle fila del Cagliari, Gigi Riva è stato bandiera e simbolo della Nazionale italiana in numerose sfide, molte delle quali dal sapore epico. Considerato uni dei più grandi calciatori di ogni epoca, oggi Gigi è dirigente sportivo e voce autorevole, forte di straordinaria visione e impeccabile nel giudizio. Spostando l’attenzione sui contenuti del sito, viene messa a disposizione del navigatore una vera e propria miniera di informazioni. Dai semplici dati tecnici agli aspetti più emozionali, nulla è lasciato al caso, ogni frase, ogni numero, ogni foto riportano alla mente alcuni dei momenti più intensi nella lunga storia d’amore tra l’Italia ed il calcio. La sezione multimediale del sito risulta particolarmente interessante, grazie alla presenza di numerosi filmati di repertorio in grado di coinvolgere ed emozionare. Impossibile non consigliare un’approfondita visita a questo sito!

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sfogliando Frasi, mezze frasi, motti, credi proclamati come parabole, spesso vere e proprie “poesie”

Alle volte il calcio parlato diverte più del calcio giocato Se oggi dovessi dire a un giovane come comportarsi, gli direi, senza presunzione, che la medicina migliore che ti fa arrivare ai risultati è il gran lavoro. La seconda sta nelle scelte del tecnico perché quando si è esclusi, bisogna lavorare il doppio senza deprimersi perché chi ha qualità, viene fuori e la possibilità di arrivare c'è sempre – Fabio Pisacane (Cagliari) I numeri vanno analizzati: il 60% di possesso non serve a nulla se gran parte l’ho fatto sulla linea difensiva – Davide Nicola (Genoa) Vado contro la banalità di chi vuole i calciatori ricchi e abituati al meglio e basta. È cambiato tutto. Oggi per un

Davide Nicola allenatore del Genoa “Vado al massimo”

Non metto macigni sulle spalle di nessuno, ma penso che tutti insieme possiamo fare qualcosa di grande. Non accetto la mediocrità nel quotidiano, non esiste un giorno in cui qualcuno possa essere più o meno motivato. Diamo il massimo, tutti, sempre.

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allenamento di 75 -90 minuti trascorrono sei ore allo stadio. Noi abbiamo aggiunto che due pasti, colazione e pranzo, li facciamo insieme. Hanno una maturità superiore, ti chiedono video e supporti. Lavorano per conto proprio, stanno attenti alla nutrizione – Luca Gotti (Udinese) Uno dei momenti più toccanti della mia vita fu quella volta che andai come ambasciatore dell’Unicef in un campo profughi, tra la Giordania e la Siria. Ebbi un'intuizione, al posto di parlare tirai fuori un pallone: i bambini e le bambine si avvicinarono e impazzirono letteralmente di gioia – Roberto Mancini (C.T. Italia) Avrei potuto essere più in alto, forse, ma non mi pento delle mie scelte, né di qualche stupidata giovanile. Non avrebbe senso ora. Sono cresciuto, l’istinto sostituito con il lavoro. Nei primi anni pensavo che bastasse giocare bene e fare gol, che il calcio fosse tutto qui e non mi si dovesse chiedere altro – Mario Balotelli (Brescia) Tutti i miei calciatori sanno bene quello che devono fare – Roberto Mancini (C.T. Italia) La grandezza di una persona sta nel sapersi adattare a nuove situazioni – Lasse Schone (Genoa) A me diverte una squadra che costruisca dal portiere per attaccare velocemente. So che le statistiche dicono che vince di più chi non prende gol. Ma rigiro la questione e penso che vinca di più chi segna per primo – Davide Nicola (Genoa) Spero che gli avversari ci sottovalutino, questo aspetto potrebbe essere un’arma a nostro favore – Roberto Mancini (C.T. Italia) Che Dio benedica quella palla rotonda e che ogni tanto la maledica. Questa è la legge del calcio – Fabio Pisacane (Cagliari) Amo i libri che ti insegnano sempre qualcosa – Andreas Cornelius (Parma) Stiamo lavorando al presente, ma sempre con uno sguardo al futuro, studiando anche i profili giovani; è bello valorizzare i talenti che tra un anno e mezzo potranno esordire in Serie A – Roberto Mancini (C.T. Italia) La

Mario Balotelli

attaccante del Brescia “Razzismo inaccettabile” Se presi singolarmente quelli che fanno i buu allo stadio sono tutt’altro che razzisti Però, vedi, quei cori fanno male. Mi facevano male a sedici anni, a venticinque, mi fanno male ancora oggi che ne ho quasi trenta e mi faranno male a sessanta. Questa forma di inciviltà, che si può spacciare anche per sfottò, non può essere tollerata, non va accettata.

possibilità di iniziare l'azione dentro la propria area ha cambiato il modo di giocare. Tanti avversari sono nella tua metà campo e allora ci sono spazi enormi da sfruttare. lo prediligo un gioco verticale, aggressivo – Davide Nicola (Genoa) Non sono dell’idea che in ogni stagione si debbano vendere i giocatori per cercarne altri: in questo modo una squadra non può avere una base solida – Roberto Mancini (C.T. Italia) Un allenatore deve incidere soprattutto durante la partita. La domenica è il giorno più importante e la partita rappresenta sia un esame sia il primo allenamento


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della settimana seguente. Io “gioco” e dopo il fischio finale mi giudico. Poi resetto tutto e riparto – Davide Nicola (Genoa) Ho incontrato allenatori con i quali c'è stata sintonia e altri che non mi hanno aiutato. Ho litigato con Mou e Mancini, e ti parlo di chi è stato importantissimo per me. A diciotto anni non capivo, ma non sono mai stato stupido. Mi hanno descritto così? La gente trova più interessanti i giudizi negativi – Mario Balotelli (Brescia) In Italia c’è un problema serio, uno dei tanti diciamo... Nel nostro calcio troppo volentieri si sacrifica la figura dell'allenatore se ci sono difficoltà. Dare tutte le responsabilità all’allenatore è troppo facile – Roberto D’Aversa (Parma) Ogni allenatore ha un’idea e cerca di trasmetterla. a volte ci riesce e altre volte no – Davide Nicola (Genoa) Mi vedo come allenatore. È un mio desiderio, una mia volontà. Non sarà facile già diventarlo, arrivare a un certo livello poi, è ancora un'altra storia – Leonardo Bonucci (Juventus) Siamo sempre figli di tante situazioni e tutto può succedere. Ho sempre creduto in me stesso e anche nelle situazioni più difficili ho trovato ulteriori stimoli. Oggi gioco in Serie A con lo stesso entusiasmo con il quale giocavo in Serie C perché ci devi credere, sempre. Questa è la benzina che ti fa arrivare ai traguardi che ti sei prefissato – Fabio Pisacane (Cagliari) La Var deve essere utilizzata sempre. Quando un episodio è dubbio, l'arbitro deve essere richiamato a vedere le immagini per prendere la decisione giusta. All'inizio si usava tanto, mentre ora troppo poco. Capisco che non si possa rivedere ogni azione, ma almeno nelle fasi importanti il ricorso al Var diventa necessario – Claudio Ranieri (Sampdoria) La tecnologia nel calcio ci deve essere anche perché ha portato ad eliminare tanti errori. Non tutti perché non è possibile arrivare alla perfezione. Il problema degli arbitri piuttosto è il regolamento che è troppo opinabile per esempio sul

un professionista e sta a me trovare l’equilibrio in ogni situazione. Anche se fatico da sempre ad accettare la sconfitta. Ai miei figli non interessa il risultato delle partite, o se io faccio gol: così mi aiutano a trovare un equilibrio ideale – Lasse Schone (Genoa) Il punto di partenza è il lavoro. Le parole sono importanti, ma noi pesiamo le persone in base a quello che fanno – Davide Nicola (Genoa) Ma se fossero puniti tutti i vaffa che si sentono in campo le punite finirebbero con due giocatori per squadra – Mario Balotelli (Brescia)

Luca Gotti

allenatore dell’Udinese “Questione di stile” Siamo figli dell’eclettismo. In architettura è la corrente che definisce lo stile nato dalla mescolanza dei migliori stili. Lo applichiamo al calcio cercando di mettere insieme le cose migliori viste fare ad altri. Io in base alle caratteristiche dei giocatori a disposizione cerco il miglior guanto possibile.

fallo di mano. Ci vorrebbe più chiarezza nelle regole e le cose andrebbero meglio – Roberto D’Aversa (Parma) Altro problema da risolvere è quello del regolamento sui falli di mano. Lì non si capisce niente... Nicchie Rizzoli ci hanno detto che per stabilire se è rigore bisogna valutare quanto è aperto il braccio rispetto al corpo. Come nell'Uomo Vitruviano di Leonardo. Secondo me questo regolamento va spiegato bene ai giornalisti che poi lo devono passare all'opinione pubblica – Claudio Ranieri (Sampdoria) In Italia siamo abituati subito a esagerare dopo una sconfitta – Roberto Mancini (C.T. Italia) Sono

Fabio Pisacane difensore del Cagliari “Sogni nel cassetto”

Io chiamo sogno qualsiasi cosa che cerco di raggiungere. Anche vincere la prossima partita è un sogno. Ma se li metti nel cassetto, che sogni sono? La speranza deve sempre essere quella di toccarli con mano.

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tempo libero Piero Pelù

Pugili fragili Piero Pelù non aveva certo bisogno di Sanremo per farsi conoscere ed apprezzare, forse Sanremo aveva bisogno di Piero Pelù per dare quel tocco rock al maschile che altrimenti sarebbe mancato. Tra giovani rapper, band stravaganti, coppie litiganti, insperati ritorni e gradite conferme, “nonno” Piero ha fatto la sua gran bella figura (al di là del quinto posto) confermando che il rock italiano, quello vero, è più vivo che mai. Miglior vetrina non poteva esserci per il leader dei Litfiba che, chiusa l’esperienza sanremese, ha piazzato il suo sesto album di inediti da solista, “Pu-

gili fragili”, che festeggia i suoi 40 anni di carriera. Un album alla Pelù, tutto (cornu)cuore, energia, fuoco, forza, fragilità, Firenze (con la citazione a Cecco Angolieri, insieme al leader degli Zen Circus, Andrea Appino), condito in salsa rock, stavolta anche un po’ elettrico, a tratti metal, tipico del produttore Luca Chiaravalli. Un album pieno di significati, dall’ambiente alla diversità, dal coraggio alla maturità, ma su tutto un album dedicato alla lotta contro la violenza sulle donne, forse vero leit motiv di questo “Pugili fragili”.

Newton Compton Editori

La storia del grande Milan in 501 domande e risposte di Giuseppe di Cera - 381 pagine - € 10,20 “Chi”, “cosa”, “dove”, “quando”, “come” e “perché” sono le domande che ci poniamo quando qualcosa suscita la nostra curiosità. E quando l’argomento è il Milan, resistere alla tentazione di approfondire è quasi impossibile. Questo libro prova a rispondere ad alcuni degli interrogativi più insoliti sulla storia rossonera, cercando di analizzare e descrivere il Milan a 360 gradi. Sfogliando le sue pagine balzerà all’occhio un rigoroso schema cronologico, per facilitare il tifoso-lettore nella

comprensione della storia milanista ma non sono trascurati gli approfondimenti sui personaggi che hanno reso grande il Milan, uomini prima di tutto e atleti poi, con le loro virtù e le loro debolezze, tutte messe al servizio della causa rossonera. Una raccolta unica e approfondita di aneddoti, fatti insoliti e leggende sulla squadra che più di tutte è riuscita a scaldare il cuore della sua curva e che soddisferà le tante curiosità dei tifosi più accaniti. Prefazione di Filippo Galli.

BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

Maradona di Jimmy Burns – 328 pagine - € 13,00 Diego Armando Maradona è stato uno dei migliori calciatori di tutti i tempi, il più fantasioso, capace di numeri individuali imprevedibili ma anche di trascinare i compagni di tutte le squadre in cui ha giocato. Oggi, a sessant'anni, non corre più lungo il campo con il pallone incollato alla punta dei piedi, ma continua a far parlare di sé: l'uomo Maradona ha oltrepassato il ricordo del calciatore, fondendosi nella figura di un idolo vivente, immortale e mitico. Scritto da un premiato giornalista investigativo esperto di questioni calcistiche e tifoso

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appassionato, questo libro, che ha fatto scalpore in tutto il mondo, ripercorre le gesta del campeón dagli slum di Buenos Aires, dov'è nato, all'apogeo sportivo, alle vicissitudini degli ultimi anni di carriera – compresa la squalifica per doping ai Mondiali del 1994 negli Stati Uniti –, attraverso un'accurata ricerca e le testimonianze dirette di chi ha assistito alla sua parabola umana e sportiva. Un ritratto a tutto tondo del più grande calciatore dell'era moderna e dei retroscena politici e sportivi della sua straordinaria ascesa e delle sue molte cadute.


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Difensore della Lazio

Francesco Acerbi rinato dalle proprie ceneri

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Profile for Associazione Italiana Calciatori

Il Calciatore Marzo-Aprile 2020  

Il Calciatore Marzo-Aprile 2020  

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