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Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 48 –N. 04 Luglio 2020 –Mensile

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

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2020

Giacomo "Jack" Bonaventura centrocampista del Milan

"È il campo la parte più bella del calcio"


FIGURINE 2019•2020

www.calciatoripanini.it

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editoriale

di Umberto Calcagno

Nuove sfide A seguito delle dimissioni di Damiano, ho assunto la guida della nostra Associazione in qualità di Vicepresidente Vicario fino al giorno della prossima assemblea elettiva, ancora da fissare. In questi 9 anni di lavoro svolto al suo fianco, ho saputo apprezzare più di altri il valore dell’impegno di Damiano, così come (più di altri) nell’ultimo periodo ho dovuto affrontare un duro e impegnativo confronto e qualche incomprensione, che non devono però far passare in secondo piano gli ottimi risultati ottenuti insieme, ascoltando sempre la voce dei calciatori e delle calciatrici. Credo siate tutti consapevoli che stiamo vivendo un momento molto difficile, sia per il Paese, sia per il nostro sistema. Abbiamo lavorato in costante contatto con tutti voi per far ripartire in sicurezza i campionati professionistici, coscienti

che tutto il sistema avrebbe subìto conseguenze economiche devastanti in caso di blocco definitivo dei massimi tornei. Il contesto attuale lascia ben sperare per il futuro, anche grazie alle scelte e ai sacrifici fatti da ciascuno di noi in questa fase così delicata, impegno del quale dobbiamo essere orgogliosi. Ci attenderanno a breve altre scelte importanti per completare il lavoro svolto nella situazione emergenziale: il Fondo Salva Calcio ci permetterà di intervenire a sostegno dei redditi professionistici più bassi e dei tanti calciatori e calciatrici dilettanti che vivono di sport. Dovremo occuparci poi, fin da subito, della legge delega al vaglio del Ministro Spadafora (che potrebbe incidere sul professionismo sportivo e sulle tutele dei dilettanti) e discutere con la Federazione sulla riforma dei campionati (con l’intento di ottenere una nuova e migliore sostenibilità del nostro sistema). Infine l’approssimarsi delle elezioni federali e il rinnovo delle cariche di tutte le componenti porteranno al più presto anche alle elezioni per la presidenza AIC. Quando arriverà il momento, la mia candidatura sarà diretta espressione di quanto abbiamo fatto in questi anni, di quanto faremo in questi mesi e anche di quanto vorremo fare in futuro per rendere ancora più forte la voce delle calciatrici e dei calciatori, a sostegno del cambiamento. Tra le tante sfide che dovremo affrontare, mi sta particolarmente a cuore la formazione dei calciatori e delle calciatrici, partendo da coloro che completeranno il percorso all’interno dell’Associazione e dovranno assumersi in futuro l’onere e l’onore di portare avanti le istanze e le proposte della categoria, con senso di appartenenza, professionalità e competenza. Nella politica federale continueremo a mettere al primo posto l’indipendenza nei rapporti con le altre componenti, lontani da pericolose contaminazioni, pur senza rinunciare mai al dialogo costruttivo con i soggetti coinvolti, per assumere anche in futuro e in piena autonomia, le scelte migliori per la nostra categoria.

Tommasi lascia la presidenza AIC Il Vicepresidente Vicario Calcagno guiderà l’Associazione fino alle prossime elezioni Damiano Tommasi si è dimesso dalla carica di presidente dell’Associazione Italiana Calciatori nel corso della riunione del Consiglio Direttivo del 29 giugno scorso.

L’avvocato Umberto Calcagno, Vicepresidente Vicario, assumerà le funzioni statutarie fino alla data delle prossime elezioni. Il Direttivo ha rivolto a Tommasi i più

sinceri ringraziamenti per il lavoro svolto in questi anni sottolineando l’impegno, la serietà e la dedizione con i quali ha rappresentato la categoria dei calciatori e delle calciatrici.

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primo piano

"Ciao a tutti, con queste righe vi voglio idealmente abbracciare e ringraziare. Con le dimissioni dalla carica di consigliere e Presidente dell'AIC si chiude per me un percorso iniziato con l'ingresso nel Consiglio Direttivo nel lontano 1999. Non è stato per nulla semplice nel 2011 prendere il testimone da Sergio Campana, dopo 43 anni di storia, con il rischio di rovinare il lavoro svolto fino a quel giorno. I momenti complicati sono stati tanti e ne siamo usciti con l'unione e il gioco di squadra. Tra i più complicati il calcio scommesse nel 2011, lo sciopero della Serie A all'inizio della stagione 2011/2012, la tragedia in campo di Piermario Morosini ad aprile 2012, la riforma della Lega Pro con la proclamazione dello sciopero, le ripetute elezioni federali, lo sciopero della Serie A femminile revocato all'ultimo nel 2015, la mancata qualificazione mondiale per i ragazzi del 2018, la mia candidatura federale e i mesi di quarantena che ancora ci stanno mettendo sotto pressione. La squadra ha dovuto fare fronte comune e stringere le fila. Oggi è proprio l'unione che serve ed è per questo che ritengo utile per AIC, ma soprattutto per calciatrici e calciatori, lasciare gli incarichi di consigliere e di Presidente. Quando accettai di candidarmi chiesi che fosse cambiato lo Statuto con l'inserimento del limite ai mandati per il Presidente (al massimo tre di 4 anni anche non consecutivi). Avere un "limite" è condizione essenziale per motivare e spingere a fare. Così è stato per me e sono contento di aver accelerato su tante iniziative. Questo mio ultimo mandato sarebbe dovuto terminare con le elezioni dello scorso 27 aprile. Purtroppo anche quelle sono finite in quarantena e abbiamo dovuto posticiparle. Come già detto, però, la nostra Associazione ha bisogno di unione e voce univoca. Nell'ultimo periodo non è stato sempre così e per questo è bene che non ci siano divergenze all'interno della cabina di comando in vista dei prossimi appuntamenti. Alcune mie idee e dichiarazioni, alcune riflessioni e iniziative sono state, negli ultimi mesi, troppo spesso motivo di discussione e contrapposizioni interne. L'AIC non se lo può permettere in questo momento. Nel prossimo futuro si dovranno mettere al centro calciatrici e calciatori senza lasciarsi distrarre troppo da AIC e dalle sue dinamiche. Sembra contraddittorio ma è una differenza tanto sottile quanto fondamentale. Pensare troppo ad AIC rischia di far perdere unione, forza e indipendenza. Per qualcuno suonano come parole vuote ma sono valori vitali da difendere e lo si riesce a fare solo attraverso la partecipazione e il coinvolgimento verso posizioni unitarie di calciatrici e calciatori. Questo cambio al novantesimo, quindi, va visto nell'ottica di voler togliere qualsiasi elemento di disturbo nella quotidianità dell'Associazione. È questa, però, anche l'occasione, come detto all'inizio, per un saluto e un ringraziamento a tutti quelli che ci hanno permesso di avere un'Associazione forte e soprattutto indipendente e a voi che, insieme a quanti hanno vissuto l'AIC negli ultimi 9 anni, mi hanno aiutato nel delicato ruolo di Presidente a difenderla e a mantenerla "delle calciatrici e dei calciatori". Nel bilancio di un percorso le cose positive sono esageratamente di più dei passi falsi e di questo mi sento soddisfatto e in debito con tutti quelli che hanno permesso di raggiungere determinati obbiettivi. Sarebbero pagine da riempire che non ho qui modo e tempo di fare, ci sarà occasione per farlo. Per ora, quindi, grazie grazie grazie... dell'attenzione, dell'appoggio, delle critiche e dei consigli. Buon finale di stagione e in bocca al lupo!" Damiano Tommasi

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sommario Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 48 –N. 04 Luglio 2020 –Mensile

04 L

U

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

G

2020

Giacomo "Jack" Bonaventura Centrocampista del Milan

"È il campo la parte più bella del calcio"

l’intervista 6 di Pino Lazzaro

Incontro con Giacomo Bonaventura, centrocampista del Milan, uno dei protagonisti della buona stagione rossonera. Un racconto che parte dalla Settempeda e arriva a San Siro, passando per Atalanta, Pergocrema e Padova, fino a vestire la maglia azzurra.

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

direttore direttore responsabile condirettore redazione

foto redazione e amministrazione tel. fax http: e-mail: stampa e impaginazione REG.TRIB.VI

Sergio Campana Gianni Grazioli Nicola Bosio Pino Lazzaro Stefano Sartori Stefano Fontana Tommaso Franco Diego Guido Mario Dall’Angelo Claudio Sottile Fabio Appetiti Maurizio Borsari A.I.C. Service Contrà delle Grazie, 10 36100 Vicenza 0444 233233 0444 233250 www.assocalciatori.it info@assocalciatori.it Tipolitografia Campisi Srl Arcugnano (VI) N.289 del 15-11-1972

editoriale

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regole del gioco di Pierpaolo Romani

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serie B di Claudio Sottile

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serie B di Pino Lazzaro

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amarcord di Pino Lazzaro

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scatti

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scatti di Stefano Ferrio

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amarcord di Vanni Zagnoli

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calcio e legge di Stefano Sartori

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politicalcio di Fabio Appetiti

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femminile di Bianca Maria Mettifogo

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femminile di Pino Lazzaro

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secondo tempo di Francesco Romeo

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io e il calcio di Pino Lazzaro

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di Umberto Calcagno La bella storia del Montespaccato Savoia

Riccardo Idda Luca Mora

La partita che non dimentico di Maurizio Borsari

Tre foto tre storie

Italia – Germania 4-3: un mito infinito Licenze Nazionali 2020/21

Attilio Sorbi, allenatore Inter Femminile Laura Neboli, lady di ferro

Questo periodico è iscritto all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

Finito di stampare il 18/07/2020

Andrea Soncin

Ludovico Fossali

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l’intervista

Classe 1989, di San Severino Marche (MC), Giacomo Bonaventura dopo le esperienze giovanili in terra marchigiana, approda a 15 anni al Margine Coperta, società toscana in provincia di Pistoia, allora satellite dell’Atalanta. La stagione successiva ecco il trasferimento a Bergamo e il suo debutto in Serie A lo fa da diciottenne. Dopo un paio di prestiti (Pergocrema in C1 e Padova in B), torna all’Atalanta con cui vince il primo anno il campionato di Serie B, per disputare poi le successive tre stagioni in A. Dalla stagione 2014/2015 è al Milan, con cui ha vinto la Supercoppa italiana nel 2016. Nelle giovanili azzurre dell’U19 (argento agli Europei 2008) e dell’U20 (argento ai Giochi del Mediterraneo e partecipazione ai Mondiali di categoria, il tutto sempre nel 2009), ha fatto l’esordio con la Nazionale maggiore (Prandelli c. t.) nel maggio 2013: sono sinora 14 le sue presenze.

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di Pino Lazzaro


l’intervista Giacomo “Jack” Bonaventura, centrocampista del Milan

“È il campo, la parte più bella del calcio” “Anche mio padre ha giocato, tra i dilettanti, penso sia stato lui così a trasmettermi sta passione. Come ho cominciato? Ma davanti a casa, naturalmente. Dopo la scuola, lì col pallone e con gli amici e ricordo quella serranda del garage, a tirarci addosso, ancora e ancora, il casino che facevamo, con i vicini che a volte pure si lamentavano. Bicicletta e pallone, questo quel che avevamo. Ricordo così la prima scuola calcio a cui ho partecipato, con la San Francesco Cingoli, lì s’era trasferita la mia famiglia e quando tornammo a San Severino Marche, la società fu la Settempeda, lì ci sono stato dai 7 ai 13 anni. Un po’ i nonni, quasi sempre o mio padre o mia madre, loro a portarmi. Un anno l’ho fatto poi col Tolentino, la prima squadra era allora in C2 ed era quello un settore giovanile più

strutturato, con i ragazzi più bravi della provincia, ricordo che come squadre avevano pure gli allievi nazionali e i giovanissimi, sempre nazionali”.

di giorni, vediamo un po’”. “Avevo 15 anni, il calcio la passione più grande, era un’occasione. D’accordo, mi sono detto, non è l’Atalanta, ma può essere comunque una bella vetrina, ce ne sono altre di squadre professionistiche, no? Decisi di andare, mia madre poco convinta, lei avrebbe voluto avere il figlio a casa, mio padre subito favo-

“Con la scuola non sono mai stato uno bravo, no. Voglia di studiare poca, giusto il minimo indispensabile, non vedevo ora di andarmene per andare a giocare, pensavo agli allenamenti. Mia madre lì che spingeva, “No, non riesco a chiamarlo lavoro, per me non voleva che mi impelo è mai stato. È tuttora una passione grande, gnassi di più, andava ai colloqui con i pro- nonostante tutte le pressioni che ci sono e i tanti aspetti che positivi non sono”. fessori e tutti lì a dirle che ero sì intelligente ma che dovevo applicarmi di più. Mio revole che andassi, che provassi e se la padre invece meno, gli bastava che mi guardo adesso, è stata la decisione più comportassi bene, era questo che più giusta che potevo prendere, è lì che ho contava per lui”. avuto modo di crescere, da ragazzino, “Le cose sono andate così. Avevo da pischello, sono diventato un uomo. partecipato a suo tempo a uno dei La società era la Polisportiva Margine camping estivi organizzati per conto Coperta (una frazione di Massa e Cozdell’Atalanta, a Castelraimondo. Si zile, vicino a Montecatini; ndr) e c’era lì stava su una settimana, ci si divertiva un convitto di una scuola per i ragazzi a giocare e lì con noi c’erano degli alleche venivano da fuori, c’erano anche natori dell’Atalanta. Uno di questi era delle camere per i calciatori. C’erano Alessio Pala, ricordo che gli avevo fatdegli educatori e mi ricordo quella cato pure una buona impressione. Passò mera, eravamo in quattro ed è stata del tempo, ero allora al Tolentino, avedurissima. Sveglia alle 6 di mattina, vo 14 anni e capitò che proprio lì a San scuola a Lucca; tornavo alle tre di poSeverino Marche ci fu una premiaziomeriggio, un panino e via in autobus ne e il premiato era proprio lui, Pala, all’allenamento. Dalle 18 alle 19.30 si che con gli Allievi nazionali – mi pare studiava, cena alle 20 e alle 21 ero pro– aveva vinto il titolo italiano. A questa prio cotto”. premiazione andai anch’io, con i miei amici: capitò che ci incrociammo e lui “Sì, lo so, è quella un’età bella per ansi ricordava di me, lì a chiedermi come dare in giro con gli amici, mi mancavastavo, che mi vedeva cresciuto, se c’eno pure i miei ma è stato lì come detto ra stato qualcuno che m’avesse preso. che mi sono un po’ svegliato, mi sono Io super emozionato a dirgli del Tolenfatto via via più disciplinato, tante pictino, che facevo del mio meglio… In cole cose che m’hanno fatto crescere. quella serata, con Pala c’era BongiorPoi ecco il Torneo di Arco di Trento, tra ni, era il responsabile di una società l’altro c’era proprio Pala in panchina. satellite dell’Atalanta, in Toscana e L’abbiamo vinto, ho fatto bene ed è Pala gli dice che io sono “un giocatore stato proprio dopo quel torneo che è forte, provalo per un anno, dai, poi vevenuto da me Favini a dirmi se mi sadrai”. Fatto sta che mi invita ad andare rebbe piaciuto andare lì da loro, a Berda loro, in provincia di Pistoia, un paio gamo. Ricordo che quasi non riuscivo

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l’intervista

A filo d’erba

Mi ritorni in mente “Ce ne sono state tante di partite memorabili, ma se proprio ne devo ricordare una, allora vado a quella che con l’Atalanta abbiamo giocato al San Paolo contro il Napoli. È stato lì che ho fatto il mio primo gol in Serie A, abbiamo vinto per 3 a 1: grande emozione per il mio primo gol e grandissima gioia per la vittoria. Quella invece che vorrei rigiocare, in questo periodo in cui gli stadi sono tutti chiusi e la gente non c’è, sarebbe sicuramente un bel derby Milan-Inter, con San Siro tutto esaurito.

to sul pallone a botta sicura: ho tirato altissimo. Sì, cose che capitano e quan-

Un gol che mi è proprio piaciuto è quello che ho fatto un paio d’anni fa contro la Fiorentina a San Siro: sono partito più o meno dalla metà campo, ho dribblato due-tre giocatori palla al piede e sono arrivato al limite dell’area e ho calciato: gol. Invece, un gol che ancora non riesco a capacitarmi come ho fatto a sba-

do si commettono questi errori, bisogna guardare avanti e non pensarci più. Un avversario che più mi ha reso dura la vita? In questi anni per me è stata dura giocare contro De Roon e Rincon, due che mi si sono appiccicati e sono stati tutta la partita a marcarmi. Due ossi duri che mi hanno reso la vita molto difficile.

gliare, anche quello un paio di anni fa, è stato a Cagliari. Suso mi ha messo un cross praticamente dentro l’area piccola, mi è rimbalzato davanti e sono andaa parlare, come no e ci ho messo un po’ a realizzare che andavo proprio all’Atalanta. E ti dico pure che a pensarci, è stata quella la parte più bella di tutta la mia carriera, quello era proprio un altro mondo”. “Lì da loro ero sistemato alla Casa del Giovane del settore giovanile. Stessa routine di sempre: scuola al mattino, pomeriggio allenamento, si tornava e c’era da studiare, poi la cena, un po’ di tempo assieme agli altri ragazzi, ma pure lì arrivavi alla sera ed eri cotto. Tra l’altro è stato lì che hanno cominciato

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Lo stadio dove più mi piace giocare è San Siro. Quando si gioca in casa, con San Siro pieno, fare un gol e ascoltare il boato della gente è una cosa che ti carica a mille e ti fa andare oltre la fatica, non la senti e vai così oltre l’ostacolo: è bellissimo quando uno stadio così pieno ti spinge. Quello invece in cui mi piacerebbe andare a giocare è la Bombonera, uno stadio che mi ha sempre affascinato perché ci ho sempre visto un tifo impressionante e una incredibile passione della gente”. a chiamarmi Jack, abbreviavano i nomi, da Giacomo sono così diventato Jack. Come mi hanno “trattato”? Bene, molto bene. Mi hanno dato delle regole da rispettare, ho imparato la disciplina, a fare sacrifici, ad allenarmi duro e ho capito che solo con l’impegno uno può ottenere dei risultati, al di là delle qualità che può avere. Mi hanno dato l’opportunità di diventare un calciatore professionista e non posso altro insomma che dirne benissimo: è stata una esperienza formativa molto bella, sia per quel che riguarda il calcio, sia soprattutto per quel che riguarda il carattere”.

“Con la scuola sono andato un po’ avanti con le superiori, facevo l’Itis, Informatica, ma facevo fatica, prima con la Berretti e poi la Primavera. Tante assenze, mi stavo pure avvicinando alla prima squadra, a volte ero proprio con loro: non sono riuscito a finire, ho lasciato stare. Lì all’Atalanta quanti ne ho visti di ragazzi bravi, anche più di me e se mi guardo com’ero allora, riconosco che ero quello più tignoso, quello che aveva più fuoco, più fame, più voglia di arrivare. Sì, tecnicamente se vuoi ero anche bravo, ma fisicamente ero quello che ero, tanta fatica, ogni anno avevo pure dei dubbi se mi tenevano o no, il livello era insomma alto. A quel tempo erano parecchi i ragazzi che dalla Primavera passavano in prima squadra, dunque c’era una prospettiva e io lì a testa bassa a fare tutto quello che potevo fare. Delusioni ne ho avute e non poche, tutto sommato giocavo anche poco e lo vedevo da me quanto alto fosse il livello. Però, dai e dai, cominciavo a capire che ci potevo stare, anche con la Primavera: m’ero sviluppato, parecchi centimetri in poco più di un anno, senza mai dir-


l’intervista

mi che ce l’avrei fatta, ma sapendo che dovevo continuare così, sempre a testa bassa ed erano i risultati a cui arrivavo che mi davano sempre più forza”.

in B. Ho giocato bene, è stato importante quel mezzo anno, è stato là che ho cominciato davvero a pensare che forse potevo starci anch’io in Serie A”.

cio, altrimenti non è che mi senta così privilegiato. Tanta e tanta gente dice che noi siamo dei privilegiati: ripeto, io mi sento tale perché mi piace quel che faccio e stop. C’è sì questo luogo comune di noi calciatori che siamo un po’ così, viziati e “tutto dovuto”, veline eccetera, ma la verità è che la stragrande maggioranza di noi fa una vita normale. Io penso che insistere su quello stereotipo faccia comodo so-

“Quando sono arrivato in prima squadra, in quei primi mesi mi sono reso conto che quello era ancora un livello troppo alto per me. Come testa e pure professionalità ancora non c’ero del tutto, un po’ di gavetta m’avrebbe fatto bene e così sono andato in prestito al Pergocrema, in C1. È bastato proprio poco per rendermi conto di quanta differenza ci fosse tra la C e la A e parlo pure delle strutture, mi sono subito detto che non era quello il livello in cui avrei voluto stare. Prime partite fatte bene, poi la pubalgia, ho dovuto stare fermo parecchio. Lì in effetti un po’ di fiducia l’avevo persa, pensavo così agli anni a venire, come avrebbero potuto essere, ma quando ho ricominciato il ritiro con l’Atalanta stavo bene e a settembre c’è stato il Mondiale Under 20, con Rocca allenatore. Una bella vetrina e sono tornato che mi sentivo forte. Lo spazio per me era comunque poco, così a gennaio sono andato a Padova,

“Cos’è adesso per me il divertimento? Quando capisco che siamo superiori alla squadra avversaria, ecco, loro che non trovano le misure, noi che si gioca bene, palla a terra, la si gira bene… il tutto mi dà gioia e anche in allenamento mi capita di perce“Certo che sono uno “serio” come dici tu. pire che mi sto diverQuando c’è passione in quel che fai, per forza di tendo. Nonostante in questi anni l’aria attor- cose si è seri, si cerca e si “deve” fare il massimo. no al Milan e alla squa- Io non gioco per i soldi e quando capita di giocar dra sia stata in effetti bene e di vincere, ecco, queste sono le cose che sempre parecchio pemi danno ancor più benzina”. sante, vedo che quando mi alleno, quando magari c’è da fare stanzialmente ai giornali, il far arrivare fatica in qualche allenamento particoin prima pagina quello che fa qualcosa larmente duro, allora rivado a quando che si aggancia appunto allo stereotiero giovane, a quando avevo 16-17 anni, po. Sono invece tantissimi quelli di noi a quando facevo di tutto per arrivare e che sui giornali non ci vanno, di sicuro provare così fatica è un qualcosa che la maggioranza”. mi esalta, che mi carica”. “I calciatori ormai sono ben consape“Mi sento privilegiato nel senso che voli d’essere lì in campo sotto gli occhi sono appassionato del lavoro che facdi tante e tante telecamere. Bisogna

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l’intervista

che so, un bel contropiede, quel boato ricordo l’ammirazione con cui guardache ti arriva addosso, il tutto ti carica: vo quelli più grandi di me. Ora invece allora sì me le tolgo le cuffie. Con gli è cambiato, parecchio e per forza di anni sono migliorato, l’esperienza che “Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo ho, le partite che ho che inizia a giocare in un settore giovanile tra i giocato, pure certe professionisti, gli direi di guardare, di osservare, di partite, hanno fatto ascoltare quello che dicono i più esperti: di parlare sì che la sento meno poco e lavorare tanto”. la pressione, tutto sommato sono abbastanza tranquillo, cose si deve vivere il tempo che ti trotanto per dirne una, dormo sempre per vi a vivere, certo che a me pare ci sia bene alla vigilia. Dove ancora mi capita pure tanto “cinema” con questi social, invece di sentire pressione, qui dentro io la vedo così”. di me, è quando torno in campo dopo un infortunio, ecco che lì, nelle prime “Con gli arbitri ho un buon rapporto, partite, di dubbi ne ho, chissà a che con tutti. Non sono insomma uno che punto sono, come sarò…”. protesta: mi pare sempre di vederlo come un uomo comunque solo, sem“In spogliatoio non sono intanto un pre sotto pressione, l’ho capita questa “muto”, io credo a determinate cose e cosa qui. Certo, se sbaglia glielo dico, per forza stare attenti, ogni gesto viequando vedo qualcosa che per me non ma cerco di farlo nel modo giusto e ne visto da milioni di persone: in tutti i va bene, che non mi piace, ho imparato aggiungo che li credo assolutamencasi io penso che uno debba cercare di a non stare zitto, meglio dirlo. In paste in buonafede. Capisco insomma essere soprattutto sé stesso. A me non sato non è sempre stato così, certe quanto sia difficile per loro, che come interessa per niente essere scorretto, cose me le tenevo dentro e me ne sono facciamo noi, possono naturalmente sleale, eccetera, sono soltanto delle pentito, perché così è peggio, ti pesano sbagliare, è così”. scorciatoie che non portano lontano. dentro e ti condizionano. Se è giusto, Sul fatto che siamo pur sempre degli allora anche dire cose non belle, serve. “Sì, infortunarsi, farsi male, fa parte esempi, specie per i ragazzini, non è Far finta di niente non è la maniera midel gioco. In effetti devo dire che a me che sia sempre ben cosciente, però gliore, specie in uno spogliatoio”. è andata sinora abbastanza bene, non cerco sempre di ricordarmelo. Contro ne ho avuti proprio tanti di infortuni, il razzismo certo noi calciatori possia“Sono anche tante però le cose che solo che quel paio di seri che ho avumo fare la nostra parte, però dico che non mi piacciono del calcio e intendo to sono stati lunghi, mi ci è voluto del pure le autorità dovrebbero per davveproprio tutto quello che non è calcio. tempo per tornare. Una scivolata lì sul ro punire questa gente. Finire in prima Non mi piace la politica nel calcio, non campo che mi è costato un intervenmi piacciono gli into all’adduttore e un altro intervento “Al calcio, che è il mio lavoro e la mia vita, dedico teressi economici al ginocchio e tutto era partito da un tutto quello che posso e c’è da fare per stare bene. che a volte oscupiccolo fastidio che via via è diventato Se devo, per dire, arrivare prima perché mi serve, rano il talento, c’è un grande dolore che mi ha costretto arrivo prima e non ho fretta di andare via”. tanto di negativo all’operazione. Quando capitano queattorno al calcio e ste cose, diciamo che ho imparato a pagina penso li renda pure orgogliosi: fuori del campo. La cosa bella invece è mettermi l’anima in pace, sapendo di bisognerebbe punirli e senza dar loro proprio il campo, lì sopra uno dimostra dover stare fermo dei mesi, lì a lavoratroppo risalto”. quel che vale, indipendentemente da re senza fretta, seguendo e rispettanscelte, contratti, altre dinamiche varie. do i tempi, senza insomma strafare”. “In campo dipende. Soprattutto a San Il campo che è un giudice insindacabiSiro l’atmosfera si percepisce benissile: è questa per me, lì dentro, la parte “Al dopo ancora no, non ci penso. Anzi, mo e quando le cose non vanno bene, più bella del calcio”. a volte capita pure che ci penso, che certo che li senti i mugugni, gli insulti finirà, ma ora come ora non so, dipene tutto il resto. Ecco così che ho impa“Sono uno poco social, pratico poco e derà credo da come smetterò, se senrato a “mettermi le cuffie”, a stare lì di tanto in tanto faccio qualcosa solo tirò dentro del fuoco che ancora bruconcentrato sul campo, a non… senperché me lo chiedono i tifosi. Sarà cia, allora magari vedrò come poterci tire. Viceversa, quando il pubblico è che quando ho cominciato io c’era stare dentro, da allenatore o altro. Ora contento, quando San Siro ti spinge, allora solo Facebook, avevo 17 anni e penso a giocare, e basta”.

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regole del gioco

di Pierpaolo Romani

Percorsi educativi e di inclusione sociale

La bella storia del Montespaccato Savoia “Hampa” e “Malavita”. È questo in nome attribuito dagli investigatori alle due operazioni contro la criminalità, svolte nel 2018 e 2019, nel quartiere di Montespaccato di Roma. Su disposizione della Direzione distrettuale antimafia, sono state arrestate più di sessanta persone accusate di far parte di un’associazione a delinquere, attiva dal 2012, capeggiata dai fratelli Franco e Roberto Gambacurta, attiva nell’usura e nel traffico e spaccio di droga. Secondo gli inquirenti, chi ha promosso ed ha fatto parte del gruppo criminale aveva fatto dello spaccio di stupefacenti la sua unica attività in quanto “privo di qualsiasi professionalità, competenza e istruzione” e considerando la vita criminale come “una strada drammaticamente obbligata perché nessuno di loro ha alcuna consapevolezza che esistano altri stili di vita, altri modelli comportamentali, altri valori, tanto da tentare di uscire da quei cortili di Montespaccato”.

mafia, in una relazione approvata all’unanimità nel febbraio del 2018.

A distanza di due anni le cose per il Montespaccato Savoia sono cambiate in modo radicale. Dopo il sequestro, il Tribunale di Roma ha assegnato la squadra all’ex all’Ipab Asilo Savoia, Insieme agli arresti, i magistrati romaistituzione pubblica della Regione Lani hanno sequestrato anche una squazio che, col programma “Talento & Tedra di calcio, militante nel campionato nacia”, fa leva sullo sport di squadra di Promozione: la Polisportiva Montequale strumento di inclusione sociale, spaccato. La società era titolare di una educazione alla legalità e costruzione scuola calcio, un campo di calcio, due di percorsi di cittadinanza attiva, ridi calciotto, di un ristorante e di un volti a bambini e giovani. Sul campo di bar. La squadra era usata dai criminali calcio intitolato nel frattempo a Don per riciclare il denaro dello spaccio di Pino Puglisi, sacerdote del quartiere droga e per acquisire il consenso soBrancaccio di Palermo, assassinato dalla mafia il Da squadra usata per il riciclaggio di 15 settembre partita denaro e spaccio di droga, a società 1993, dopo partita la squadra ha modello promossa in Serie D vinto il campiociale nel popolare quartiere abitato da nato di Eccellenza, come ha recente40 mila persone a ovest della capitale. mente decretato la Federcalcio, ed è Un caso simile ad altri che in questi stata promossa in Serie D. Non solo. anni abbiamo raccontato sulle pagine Sono circa 500 attualmente i bambide Il Calciatore per testimoniare come ni che frequentano la scuola calcio e le mafie siano penetrate nel mondo questo ha permesso la formazione di del pallone. Un fatto accertato anche dieci squadre che militano in diversi dalla Commissione parlamentare anticampionati. I calciatori della prima

squadra sottoscrivono dei “patti di responsabilità”, attraverso i quali si impegnano, ad esempio, a riprendere gli studi che avevano interrotto, a partecipare a corsi di inserimento lavorativo personalizzato, anche come trainer nella “Palestra della legalità”, bene confiscato al clan Spada a Ostia. A questo, si aggiungono le attività di volontariato, come ad esempio la consegna di pasti gratuiti a persone bisognose durante il periodo del lockdown generato dal Covid-19. Va, infine ricordato che nel dicembre 2019, la società di calcio ha sottoscritto un accordo con il Ministero dell’Istruzione per rendere il Centro sportivo sede di un presidio per l’emergenza educativa con spazi dedicati ad attività di doposcuola e la messa a disposizione gratuita dell’impianto alle scuole del XIII Municipio. La storia del Montespaccato Savoia dimostra come il calcio può generare percorsi educativi e di inclusione sociale destinati a promuovere e a diffondere la cultura della cittadinanza responsabile, sia sul campo che fuori dal campo. Ecco perché, è un segnale molto bello ed importante, la visita che prossimamente la Nazionale farà in questa realtà della città di Roma.

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serie B

di Claudio Sottile

Riccardo Idda, difensore del Cosenza

“Ce la giochiamo fino alla fine” Lo chiamano “il macellaio” e gioca per il Lupo, ma più che la carne ha voglia di addentare la Serie B, soprattutto ora che le speranze di salvezza del Cosenza paiono ridotte… all’osso. Riccardo Idda, cosa significa giocarsi la salvezza dopo lo stop dei campionati sancito dal premier Conte il 9 marzo scorso? “È un torneo nuovo, si riparte tutti da zero. Quello che c’è stato prima, posizioni di classifica a parte, è stato azzerato. Sicuramente è un’opportunità importante, che dobbiamo cercare di sfruttare e cogliere al meglio. I valori complessivamente mi sembrano livellati”. C’è un dettaglio che più di altri sposta gli equilibri? “Quasi tutte le partite sono decise da piccoli episodi, che però incidono molto sulla partita. La condizione fisica è quella che è per tutti. I ritmi sono molto più bassi, influisce un calcio di punizione, di rigore, la giocata di un singolo. La testa conta più delle gambe, sicuramente”. Si stanno vedendo belle partite, oppure l’estetica del gioco è soffocata dal momento e dal contesto? “È raro vedere una bella partita in que-

match dall’andamento tranquillo”. Eri del partito pro-ripartenza dopo l’interruzione? “Io volevo ritornare in campo, con tutte le dovute precauzioni chiaramente”. Durante il lockdown arrivarono le dimissioni del vostro allenatore Bepi Pillon, che impatto hanno avuto sul gruppo? “È stato un qualcosa che non ci aspettavamo. Ci trovavamo bene reciprocamente, poi c’è stata la pandemia e lui, per suoi motivi personali, ha preferito rimanere vicino alla famiglia in Veneto. Tutto abbiamo capito le sue ragioni. Ci è dispiaciuto perché si stava creando un bel rapporto, ma davanti a queste situazioni è difficile rimanere lucidi sul calcio. Il gruppo però è rimasto compatto. Ti devi adattare il prima possibile ai nuovi allenatori, ma penso che siamo riusciti a farlo bene, ad esempio con lo stesso Pillon, quando è subentrato a Piero Braglia, abbiamo raccolto buoni risultati. Con mister Roberto Occhiuzzi siamo ripartiti alla grande, adesso siamo incappati nel passo falso con l’Ascoli, ma nonostante gli avvicendamenti in panchina abbiamo mantenuto lo spogliatoio intatto”.

Com’è stato rimettersi gli scarpini? “Ho provato una dolce “Ricominciare dopo il lockdown mi ha sensazione. ricordato i primi calci da bambino, è Sono un calciatore procome se li avessi riassaporati” fessionist a, ma per tutti sta fase. Sporadicamente si intravedoil pallone è la passione fin da piccono scampoli di bel gioco, ma un’intera li. Mi sono ricordato i primi calci da partita godibile non la ricordo. La conbambino, è come se li avessi riassadizione non è più come quella di prima. porati”. I secondi tempi in teoria sono più emozionanti, si riesce a fare qualche gol in Quello nel pieno della pandemia da più perché le squadre sono allungate. Coronavirus è stato il periodo senza In linea generale sono quasi sempre calcio più lungo della tua vita?

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“Fortunatamente sì, ho sempre giocato, è stata la prima esperienza di astinenza. Capisci quanto ti manca giocare, o il semplice stare con i compagni nello spogliatoio”. E questo spogliatoio crede ancora nel mantenimento della categoria? “Il Cosenza è vivo, ce la giochiamo fino alla fine. Sappiamo che sarà difficile, ma dobbiamo crederci, abbiamo dimostrato che la nostra è una buona squadra che può arrivare a salvarsi. Tutte le partite sono importanti, ne sono rimaste poche e saranno in egual misura difficili”. I vostri supporter riescono in qualche modo a starvi accanto, pur non potendo affollare le tribune del San Vito “Marulla”? “Da questo punto di vista, anche nei momenti brutti della stagione quando i risultati non arrivavano, non c’è mai mancato il loro apporto. Ci sono sempre stati. Fai un giro in città e il tifoso ti dice che ci crede, ti sostiene, ti sprona. Nonostante i divieti, ci fanno sentire la loro vicinanza”. Domanda trabocchetto: quante squadre calabresi parteciperanno alla cadetteria 2020/2021? “Il più possibile (sorride, ndr). Dobbiamo cercare di salvarci anche per questo. Per la città è importante mantenere la Serie B, che per troppo tempo è mancata e va assolutamente conservata. La piazza e i tifosi meritano scenari importanti”. Anche se una sembra proiettata a lasciare la categoria… per approdare in quella superiore! “Mi auguro che il Crotone venga promosso, è una grande squadra. Crotone e Cosenza geograficamente sono vicine, spero che i pitagorici riescano a salire”.


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serie B

di Pino Lazzaro

Il “dottor” Mora, centrocampista dello Spezia

Luca e i suoi “mondi possibili” L’Università è quella di Parma, la sua città: è lì che le sente ben piantate le sue radici. Titolo della tesi: “Modalità e mondi possibili”. Voto finale: 108. Intanto, primi complimenti. Luca Mora, centrocampista dello Spezia, dai e dai è così arrivato alla laurea. Dice che ci ha messo un bel po’, ci è arrivato a 32 anni, ma ci è arrivato, pure un po’ aiutato dalla situazione creata dal Coronavirus, il lockdown come abbiamo imparato a dire un po’ tutti. Stop col calcio e tanto vale allora chiudere una pratica aperta da tempo, forza. Per inquadrare un po’ il personaggio (al di là di quel che troverete qui di seguito), utile far ricorso a un po’ di rassegna stampa dato che un calciatore che si laurea per forza di cose è ancora una… notizia. In effetti non sono poi tanti quelli che riescono a issarsi sino al traguardo della laurea: non così facile conciliare, comunque un bell’impegno soprattutto di testa, provare a frequentare, studiare e fare esami, senza arrendersi a quella tutto sommato facile soluzione rappresentata dal mettere i libri in un cassetto e buonanotte. A precisa domanda sul perché abbia scelto a suo tempo Filosofia, Luca ha risposto che era convinto che fosse una facoltà quella che gli avrebbe potuto insegnare qualcosa di diverso, facoltà che ha poi finito per appassionarlo. Tra le varie righe a lui dedicate, ecco venire a galla il suo dichiararsi di sinistra, anche questo a ben vedere un “esporsi” a cui non siamo più abituati. Ultime righe che prendiamo infine pari pari dal pezzo firmato Nicola Binda per la Gazzetta dello Sport: “Ci tenevo, è una cosa in più. Di solito uno studia e per divertirsi gioca; per me il calcio è un lavoro e ho voluto aggiungere questa soddisfazione”. Complimenti, finali. “La tesi l’ho discussa online, ora come ora non c’era altro modo. Ero a Lerici, è lì dove abito con la mia ragazza e discuterla in questo modo è stato senz’altro un aiuto, se non altro ne avevo meno di tensione. Alle superiori ho fatto il liceo scientifico, i primi quattro a Parma, la mia città, il quinto a Verona dopo che ero passato nella Primavera del Chievo. Mi sono diplomato con 68 e ricordo che è stato quell’ultimo un anno tribolato, da solo per la prima volta, di mezzo pure la patente e la prima macchina, per me non è stato per niente facile in quel periodo vivere anche la scuola”. A proposito di macchine, ho letto che facevi notizia per la Punto a metano che avevi. “Beh, adesso non ce l’ho più, lei ha finito per abbandonarmi lì sulla Cisa, ho una macchina… normale adesso. Quella mia Punto aveva molta personalità, quella che ho adesso è sì più comoda, ma se la scorda la personalità

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che aveva quella mia vecchia macchina. Idem per i “macchinoni” da tantissimi euro che fanno adesso, tutti uguali: lei era diversa”. Torniamo alla laurea. “Gli esami era un bel po’ che li avevo finiti, capitolo dopo capitolo ho continuato per la tesi a confrontarmi col professore: dovevo laurearmi mesi fa, poi è stato rimandato e si è arrivati infine adesso a giugno. No, devo dire che non è stato facile, molto dipende anche dal carattere che uno ha. A me per esempio è sempre piaciuto uscire con gli amici, studiare vuol dire anche dover rinunciare e non è che io ne avessi sempre proprio tanta voglia”. A scorrere la tua scheda si vede che un po’ tutta la carriera l’hai fatta non troppo distante da casa, da Parma: ci hai messo anche del tuo? “Guarda che io avrei senz’altro accettato d’andare lontano, ma nello stesso

Classe 1988, di Parma, Luca Mora ha giocato via via con Castellarano (D), Crociati Noceto (C2), Pro Patria (C2), Alessandria (C2 – C) e Spal (C – B – A). Da gennaio 2018 è con lo Spezia in B.

tempo non mi dispiace che le cose siano andate così perché sono molto legato alla mia Parma, sono lì le mie radici”. Quando e se il calcio è diventato un lavoro? Con o senza virgolette? “No, no, senza virgolette, io lo calcolo un lavoro a tutti gli effetti, specie da quando ho iniziato a vivere fuori casa e non conta però quand’ero in Primavera, non era ancora così, era diverso. Tutto sommato è stato a Busto Arsizio, con la Pro Patria, che è diventato un lavoro, poi ho girato, diverso sarebbe stato magari se fossi rimasto a casa, allora sarebbe stato un po’ come da giovane, un’altra cosa”. Con la Spal dalla C alla A. Dopo mezzo campionato, via a La Spezia in B. Come mai? “Dai, te la faccio breve. In sostanza lì in società volevano dei centrocampisti che avessero alle spalle una carriera di Serie A. Avevo altri due anni e mezzo di contratto, avrei potuto anche rifiutare ma se in un posto non ti vogliono più, meglio andarsene, così la penso,


serie B

alle mie condizioni però e così è stato. Certo che mi è dispiaciuto, anche perché quei miei primi sei mesi di Serie A li avevo fatti abbastanza bene”. Un piercing lì sul sopracciglio, ovviamente capelli lunghi e barba (ora di moda): a tatuaggi come sei messo? “Ne ho uno, qui sull’avambraccio (lo mostra, per dare l’idea praticamente un bracciale). No, nessun significato particolare, giusto un disegno, anzi, un ricamo, così come diceva sempre mio nonno”. A che punto sei con la tua carriera? “Intanto ti dico che sto abbastanza bene anche perché non ho mai avuto infortuni gravi, giusto un paio di problemi muscolari, niente di più. Come detto, mi sento insomma bene, sia fisicamente che mentalmente e certo ha il suo significato il fatto che pure come squadra stiamo facendo bene, lì in alto in classifica, significa che tutto il gruppo si sta esprimendo bene. Per il dopo? Ora come ora quel che ho in testa è di cercare di restarci in questo mondo. Credo di conoscerlo bene, vedrò magari di prendere il patentino di allenatore, vedrò come andrà: l’idea così è dunque di continuare a starci”. C’è questo modo di dire, che i calcia-

tori siano la parte migliore del mondo del calcio. Un luogo comune? Giusto un modo di dire? Qualcosa di vero? “Per quel che vedo e avverto, il mondo del calcio a me pare sia sempre più visto in un modo negativo. In questo contesto, noi calciatori siamo i lavoratori e dicendo questo, intendo che di colpe ne abbiamo meno perché in fondo siamo ancora parecchio simili a quelli che c’erano prima. È il mondo attorno al campo che è cambiato, per me siamo noi insomma la parte che è rimasta più uguale a prima”. Soldi, macchinoni, veline eccetera: questo l’immaginario più gettonato quando si pensa ai calciatori. “No, non mi riconosco per niente in questo. E poi vorrei vedere chi, a 18-20 anni, si trova a guadagnare tanti soldi e non si toglie degli sfizi. Prova a dare, che so, un milione a degli operai: pensi che pure loro non si prenderebbero “un macchinone”? Però c’è sempre chi fa più rumore degli altri, non importa se si tratta di una piccola parte, sono questi insomma che fanno notizia, non certo la stragrande maggioranza che per dire se ne stanno a casa”. Mai avuto problemi per essere – come m’è capitato di leggere – di sinistra? “Mai, mai. Mica che l’abbia poi sbandierato e c’è da dire che non è che sia

tanto famoso da farmi notare, da fare “notizia” come dicevamo prima”. Vicino in qualche modo all’Associazione, all’AIC? “Devo dirti che quello del sindacato, della nostra Associazione, non è poi un mondo che conosco molto bene. Certo, ormai per dirtene una sono più di dieci anni che all’inizio di stagione e in altri momenti vengono a parlarci, so bene che ce n’è di gente che lavora sodo e sono consapevole che di cose ne sono state ottenute parecchie negli anni. Penso anche che ci siano state delle occasioni in cui l’Associazione poteva fare ancora qualcosa in più, ma non dimentico sia la “pigrizia” di tanti di noi verso il sindacato, sia il fatto che in sostanza nel confronto con le controparti i numeri alla fine sono quelli che sono, siamo minoranza. Visto che le categorie professioniste le ho fatte tutte, per me è cruciale ricordare quanto siano diversi tra loro i vari campionati: proprio difficile a mio modo di vedere potersi sentire ed essere un’unica categoria, dato che in sostanza non c’è poi molto in comune. Mondi diversi e così anime diverse. Resta il fatto, non c’è dubbio, che l’AIC è dalla nostra parte, di noi lavoratori del calcio anche se si vede bene, nella società tutta, quanta poca considerazione ci sia – specie adesso – nei confronti dei lavoratori”.

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amarcord

di Pino Lazzaro

La partita che non dimentico

Antonio Cinelli (Vicenza)

“Più che una partita in particolare, mi piacerebbe qui ricordare i gol che ho segnato in quest’ultima stagione, dai. Ne ho fatti quattro e a parte quello contro l’Arzignano, gol che comunque ha voluto dire tre punti per noi, ripenso agli altri tre perché sono tutti capitati in momenti particolari della stagione, sì, in partite importanti. Il primo a cui penso è quello che ho fatto contro il Carpi, era gennaio, loro secondi in classifica. Tre punti pesantissimi, una vittoria che ci ha dato uno sprint in più. L’ho fatto di sinistro: c’è stata una punizione laterale sul secondo palo, una spizzata e di sponda la palla è tornata verso il centro dell’area, più o meno all’altezza del calcio di rigore: tiro centrale, un po’ deviato. Ricordo la mia corsa verso la tribuna centrale, c’era mia moglie e c’era pure mio figlio, due anni e mezzo. Io a mandar baci a loro e pure lui, mio figlio, lì a fare lo stesso”. “Poi vado al gol che ho fatto con la Triestina, partita capitata in un altro momento particolare per noi: venivamo dalla sconfitta interna col Padova e così

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non eravamo più in testa alla classifica, proprio il Padova ci era passato davanti. Allora a Trieste e ricordo quanto la sentivamo noi quella partita e lo stesso per i nostri tifosi, saranno arrivati in 1500 quel giorno. Il mio gol – appena 30” dopo l’inizio del secondo tempo – è quello che ha sbloccato la partita, alla fine abbiamo vinto per 3 a 0 e ricordo pure l’assist che ho fatto per il secondo gol di Arma. Ho fatto gol sempre per una palla che arrivava dalla linea laterale, c’è Marotta che prova a calciare ma cicca la palla che si alza, siamo sempre dentro l’area di rigore: l’ho messa dentro di piattone, credo sia stato pure un bel gol. Partita importante quella perché quella giornata il Padova o pareggiò o perse, non sono sicuro, così noi tornammo primi e da lì abbiamo poi infilato 5-6 vittorie consecutive, con tanto e tanto entusiasmo”. “Il terzo e ultimo l’ho fatto contro il Cesena, l’abbiamo vinta 3 a 1 quella partita: ho segnato da 30 metri, al volo, dopo una respinta fuori area su un cross. Lì ci ha messo un po’ del suo pure il portiere, forse anche il sole, con la palla che gli

è rimbalzata davanti. Gol significativo anche questo perché l’ho fatto giusto nell’ultima partita che abbiamo giocato prima dello stop per il coronavirus e adesso della promozione”. “Una stagione questa che per me è stata un po’ di rinascita. Si sa che ogni anno non è mai uguale, quest’ultimo è stato insomma importante, ho fatto un buon campionato dopo stagioni non così all’altezza, vedi Cesena e pure a Cremona, ero andato così così. Devo anche dire che dopo esserci stato anni fa, in fondo questa maglia del Vicenza non me l’ero mai del tutto tolta, era rimasta sotto pelle pur se giocavo altrove, non so bene perché ma è così. Qualche offerta per restare aggrappato alla serie B pure l’avevo, ma ho senz’altro preferito tornare all’entusiasmo di Vicenza. La Serie A? Beh, si sa che a trent’anni è molto difficile arrivarci, ma non dispero, ora come ora la vedo meno impossibile di prima visto che, se non altro, la distanza si è ridotta. Non si sa mai e chissà, se Dio vorrà, può ancora essere che ci arrivi, pur avanti con gli anni, no?


amarcord

Nicola Bellomo (Reggina)

“Dai, come faccio a non pensare alla Serie A, quand’ero al Torino, era il 2013 e il mio primo gol in A l’ho fatto proprio all’Inter, la squadra che da piccolino era la mia preferita? Ero in panchina e sono entrato che mancavano una decina di minuti alla fine. Il mister era Mazzarri, lui mi vedeva bene ma, sono sincero, non me l’aspettavo che potesse toccare a me. Stavamo perdendo per 3 a 2, normale sarebbe stato che fosse toccato a un attaccante, invece quel scaldati l’ha detto a me. Lì allora a ripensare a quel sogno che penso sia un po’ di tutti i ragazzini, la Serie A: entrare e magari fare pure gol, magari. Partita quasi finita, già il novantesimo era andato e c’è stata questa punizione laterale, di solito ci pensava Cerci a batterle, stavolta ci sono andato io. Nemmeno troppo lontano dal calcio d’angolo e così ho calciato forte, ho proprio tirato verso la porta e a parabola è finita quasi all’incrocio, sul palo più lontano, c’era Carrizo in porta, Handanovic era stato espulso: 3 a 3. Ricordo di non… ricordare nulla, un’emozione dentro che non so, senza capire niente (lo si può vedere

anche su Youtube quel gol; Nicola era alla sua seconda presenza in Serie A: intervistato nel dopo gara, alla domanda a chi voleva dedicare quel suo gol, lui rispose che era per il padre che non c’era più ma che da lassù lo stava comunque aiutando)”. “Sì, lo so, da giovane ero uno di quelli che avevano addosso l’etichetta di talento, le soddisfazioni a livello di Primavera, nel giro delle Nazionali. La testa sulle spalle l’ho sempre avuta, però di mezzo c’è pure il carattere che ho, io che sono un istintivo, io che le cose le dico sempre in faccia ed è un qualcosa questa che nel calcio non paga, è anche per questo che ne ho cambiate parecchie di squadre, tu lo chiami praticamente un Giro d’Italia e in effetti è un po’ così. Ora ho due figli, le cose magari le capisco di più, ho sì imparato a contare e riesco magari a tener dentro di più, anche se mi capita ancora di… scoppiare, poco da fare”. “La carriera? Direi che sono, come dire, a buon punto. D’accordo, già in

Serie A da giovane, ma si sa che ancora più difficile è forse restarci. Certo ci ho messo del mio, ma di mezzo pure altre persone e procuratori vari che m’hanno rovinato, scelte sbagliate. In più la frattura al quinto metatarso che mi ha fatto stare fermo quattro mesi e subito a seguire la rottura del crociato, tra una cosa e l’altra un paio di anni li ho così persi. Comunque sia, l’importante era intanto tornare in B e sarebbe proprio bello farne un altro di step con la Reggina. Per finire, parlando di partite, me n’è venuta in mente un’altra, di quest’anno, soprattutto per l’aria particolare che si respirava: il derby Reggina-Catanzaro, 17.000 spettatori, pensa te, partita speciale che alla fine abbiamo vinto al novantesimo. No, quella volta non l’ho fatto io il gol, però l’assist sì”.

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biblioteca AIC

di Pino Lazzaro

Il libro di Giorgio Chiellini

Mai un giorno da cominciare senza sorridere “Mi sembrava fosse un momento giusto questo per me per fare un libro. Sono sì verso la fine della mia carriera, ma ancora ci sono, poteva avere così un riscontro maggiore. In più c’era per me la motivazione di dare una mano concreta alla scuola calcio dei ragazzi disabili che porto avanti da parecchi anni. Così ho pure un po’ forzato su libro che sarà sì pure un mio “lascito”, ma che si tradurrà in un aiuto economico per dei ragazzi a cui voglio bene, è a loro che andrà tutto il ricavato”.

per me mi si vede come sono, quello che come persona esprimo in campo”. Come mai quelle parti in corsivo? Sono magari venute dopo? “L’idea è stata di Crosetti: oltre a esprimere il mio pensiero, sono servite a legare i vari capitoli, dato che l’idea non voleva essere un elenco cronologico di quello che è successo. Lui scriveva, io leggevo e rileggevo, tagliavo, ampliavo e via così, proprio perché volevo essere io a parlare, nel modo con cui io parlo. Lui è stato molto bravo: per me è come fosse stata mia la penna. Sono contento di quello che abbiamo fatto, anche perché credo che un appassionato di calcio possa trovare degli spunti, dei pensieri “interni” e delle sfumature, che apprezzerà”. Visto il polverone che è nato per quel tuo esporti su Balotelli e Felipe Melo, di sicuro sapevi comunque di “far notizia”, no?

Perché Crosetti? “Il suggerimento su Crosetti è venuto dal Gruppo Mondadori. Loro a parlarne bene, positivi pure i feedback che avevo cercato in giro: abbiamo così cominciato, se “ci prendevamo” bene, altrimenti stop. S’è subito invece creato un buon legame, mi sono trovato bene, anche lui una persona diretta come lo sono io. Tanti incontri, tanto materiale, esprimendo quel che volevo lasciare, il tipo di libro che volevo che fosse. Era l’estate scorsa, poi il 30 agosto c’è stato il mio infortunio e così abbiamo pensato di inserirlo, di cominciare proprio da lì il libro”. Come mai quel titolo e perché proprio quella la foto di copertina? “Di titoli ne abbiamo vagliati parecchi, quello che poi è stato scelto è quello che alla fin fine piaceva di più un po’ a tutti. Idem per la foto, lì, prima di una partita,

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“Non ho voluto tirarmi indietro, certo non mi aspettavo così tante reazioni. Penso abbia tra l’altro influito proprio il Covid, la mancanza di altre “notizie” in quei giorni. Il libro doveva uscire due mesi prima di Pasqua, poi tutto è cambiato e a mio modo di vedere non sono pure mancate le strumentalizzazioni: tra internet e siti vari, questo è ora il tipo di comunicazione che abbiamo, nel bene e nel male, tutto è più immediato e… facile”. Ancora un anno di contratto e non è detto che sia l’ultimo? “Non lo so. Quel che so è che mi piacerebbe finire a un livello buono, da giocatore importante. Le ultime due stagioni giocate sono state per me tra le mie migliori; ora ho 35 anni, ancora non sono rientrato, voglio capire come sto. Vedere insomma se questo mio “nuovo” ginocchio mi permetterà di continuare ad alti livelli, se certi traguardi possono essere ancora alla mia portata. Vedrò e capirò”.


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L’incipit

Nel problema c’è già la soluzione

Quel rumore secco che fa un legno quando si spezza. Poi ho gridato ma era paura, non dolore. La paura fa più male. Nel problema c’è già la soluzione. Io amo la matematica perché dà ordine al caos e quel pomeriggio si trattava di ridare ordine alla mia storia di atleta. Imparare a guardarsi da fuori, imparare la pazienza. Di un altro avrei detto: un legamento crociato a 35 anni, sì, arrivederci. Di me ho detto: sorrido. Con sette ore al giorno di fisioterapia e un po’ di matematica interiore si manda via il caos. E si riprendono pezzi di vita: vestire Nina prima di portarla a scuola, e la sera farle la doccia. Sei fortunato, babbone, ora potrai restare di più con me. Sei fortunata, principessa, appena babbo sta meglio andiamo due giorni a Disneyland. Il legno si spezza di colpo con un tac che si sente anche a venti metri di distanza. Il mio ramo si è rotto alle 18

del 30 agosto 2019, in quei giorni stavo bene, troppo bene: ragazzi qui mi sa che succede qualcosa. Non avevo freni: un bambino. Prima di campionato a Parma con la Juve tutta nuova e si vince, e segno io, Giorgione il gorilla. Avrò fatto quel movimento centomila volte, spostamento laterale a palla lontana. Vado sull’avversario per un contrasto leggero, l’idea è quella. Poi il ramo si spezza. Grido, ho già capito. Ma non penso: Perché proprio a me, quello no: è un pensiero ingiusto e anche stupido. E mai un giorno da cominciare senza sorridere, questo è un imperativo categorico. L’ho studiato al liceo, e credo alla legge morale dentro di me.

Sfogliando … (pag. 2) Questa gamba, dopo, era immobile: da non credere. Io con tutta la mia forza, eppure lei non si spostava di un centimetro. Stavo disteso e provavo a tirarla su. Niente, di marmo. … (pag. 3) Questa vita d’oro, questo viaggio su Marte che è stato il mio destino di calciatore: io so che la vita vera è un’altra e ho provato a non dimenticarlo mai. I soldi, il privilegio ma anche il sacrificio, la fatica. Sentirsi soli, avere bisogno di esserlo, a volte. … (pag. 9) Mi spiace non aver potuto essere più vicino alla squadra nei primi mesi dopo l’incidente, ma più di così non riuscivo. Mi sono ammazzato di fisioterapia, non ho saltato un giorno, un’ora. Sono fatto così. Ho vissuto

dentro la Juve sempre, in allenamento e in partita. In ritiro anche il giorno dopo l’infortunio. … (pag. 19) Ho impiegato settimane per rimettermi da solo il calzino destro, il ginocchio non si piegava. A un certo punto sono riuscito a infilarmi le scarpe ma quel calzino non ne voleva proprio sapere. … (pag. 29) Come sapete, io li odio, di odio sportivo s’intende, e sono disposto a vedere chiunque davanti a me in classifica, si fa per dire naturalmente, ma non l’Inter. Persino la mia bimba più grande, Nina, quando non vuole andare a scuola dice: “Papà, la scuola non mi piace, è come quando segna l’Inter!”. … (pag. 35) Io non credevo di arrivare fin qui. Fare il calciatore, sì, a un certo punto ho capito che sarebbe successo, e che questa vita sarebbe stata la mia. Ma la Juventus, la Nazionale, la Champions e la Coppa del mondo non le avevo neanche sognate, non era possibile. … (pag. 45) Nel calcio, l’aiuto a chi ha bisogno è più comune di quanto si pensi. Molti di noi non mettono i manifesti, ma quasi tutti facciamo qualcosa di concreto. La beneficenza non è uno smacchiatore di coscienze, ma un modo per restituire almeno in parte il molto, il troppo che abbiamo. … (pag. 68) Il momento più felice è l’oretta che passo sul divano con le mie donne. Qualunque cosa sia successa nella giornata, di pioggia o di sole, d’estate o d’inverno, che sia stato più arrabbiato o più felice, io apro la porta e Nina mi vede, mi corre incontro, mi stringe nel suo abbraccio

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e mi dà un bacio. … (pag. 73) Bisogna imparare a stare in compagnia di noi stessi, e se possibile a starci bene: in fondo, siamo le persone con cui dobbiamo rimanere di più per tutta la vita. Con il tempo ho imparato a conoscermi, ad apprezzarmi e qualche volta a sopportarmi. Non si rimane per sempre allo stesso modo, solo i pigri o i deboli lo fanno. … (pag. 119) Per me, difendere è gioia. Realizzare un intervento decisivo è gioia pura. Quei recuperi impossibili, quei salvataggi inimmaginabili. Dà molta più soddisfazione che segnare, certo anche quello capita, fa piacere, ma non è la mia vita. Salvare un gol, quella è vita. … (pag. 128) L’ultimo anno di liceo, quello della maturità, è stato difficilissimo, non riuscivo a conciliare le due cose, ero stanco, mi alzavo presto per andare a scuola e pensavo di meritare qualcosa in più in campo. Invece, vagonate di tribuna! … (pag. 140) In campo vale tutto, e tutto bisogna sopportare. La chiamano «trance agonistica» ed è il mio unico modo di esistere: ma col tempo ho imparato la pazienza, e a picchiare di meno. … (pag. 156) Poi ci sono altri giocatori che invece proprio non sopporto. Io non stimo chi non rispetta il gruppo, soprattutto chi non vive di emozioni e si limita a indossare una maglietta con il numero e il nome. Quelli vuoti, senza cuore, ecco, quelli sono i peggiori. … (pag. 159) D’altronde so di essere stato, a mia volta, oggetto di odio sportivo quando cercavo lo scontro a ogni costo ed ero veramente insopportabile. In campo ne ho fatte davvero di tutti i colori, e non ne vado certo fiero. … (pag. 173) E lo sai benissimo quando il gol è «tuo», quando è tua la colpa: sai calcolare alla perfezione la tua percentuale di responsabilità. Lo senti all’istante nelle viscere: io ho mal di pancia solo a pensarci, figurarsi in campo. … (pag. 184) Non giocare non è la cosa peggiore: essere inutile, questo non sop-

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porto. Non poter trasmettere quello che sono. Quando sono infortunato, cerco di aiutare tutti i compagni e a volte non capisco se lo faccio per loro oppure per me. … (pag. 226) Visto da vicino, vissuto da vicino, Cristiano Ronaldo ti dimostra perché resterà nella storia del calcio come Maradona, Pelé e Messi. La parola giusta è: dedizione. Finché lo faccio io che ho i piedi al contrario è un conto, ma se lo fa il migliore al mondo è diverso, questo pesa enormemente, specialmente dentro al gruppo. … (pag. 234) Ero uno di quei giocatori che rendono più difficile il lavoro degli altri, lo ammetto. Adesso sono l’esatto opposto, ho capito che se con il mio atteggiamento aiuto l’arbitro, entrambi abbiamo più energia per fare al meglio il nostro dovere. … (pag. 242) Il nostro è un mestiere da carpire ai più vecchi, cercando gli esempi migliori dentro lo spogliatoio. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: è proprio così. Il compagno di squadra più esperto può essere un esempio positivo, ma anche negativo. E dalla direzione che un ragazzo prende d’istinto si capisce dove andrà a parare. … (pag. 251) Se non giochi, un esame di coscienza te lo devi fare, questa è un’altra cosa che mi sento di dire ai colleghi più giovani. Troppo comodo cavalcare la tigre della delusione e sentirsi incompresi, oppure esclusi senza motivo: quando ti lasciano fuori, un motivo c’è sempre.

Giorgio Chiellini con Maurizio Crosetti

IO, GIORGIO Sperling & Kupfer

(Così in uno dei risvolti del libro) Giorgio Chiellini gioca nella Juventus dal 2005. Con i bianconeri ha vinto 8 scudetti consecutivi, quattro Coppe Italia, quattro Supercoppe di Lega e un campionato di serie B, ed è stato due volte finalista della Uefa Champions League. Finalista dell’Europeo 2012, con la Nazionale ha preso parte a due Coppe del Mondo (2010 e 2014) e a tre Campionati Europei (2008, 2012 e 2016). Ha giocato anche nel Livorno e nella Fiorentina. È Laureato in Economia. Aggiungiamo che col Livorno ha vinto pure un campionato dell’allora C1, che di presenze con la maglia azzurra ne ha messe assieme sinora 103 presenze, che per ben otto volte si è aggiudicato il “nostro” premio AIC (tre volte quale migliore difensore e cinque volte inserito nella squadra dell’anno) e che dal 2016 fa parte del Consiglio Direttivo dell’Assocalciatori. • Classe 1962, torinese, giornalista e scrittore, Maurizio Crosetti, ha lavorato come redattore a Tuttosport dal 1983 al 1991, quando è passato a Repubblica dov'è inviato speciale. Ha seguito 7 Olimpiadi e altrettanti mondiali di calcio, oltre a Giri d'Italia e Tour de France, ma anche importanti vicende di cronaca nera e bianca.


primo piano

di Tommaso Franco

L’assordante silenzio degli stadi vuoti

Tra gioco e spettacolo Gli anfiteatri, nell’antichità classica, ospitavano munera (scontri tra gladiatori) e venationes (lotte contro animali). Prima del combattimento il gladiatore sostava nel sacellum, il “recinto sacro” per pregare. Senza eccedere nei parallelismi, non è poi così difficile paragonare l’anfiteatro romano allo stadio dove i calciatori prendono il posto dei gladiatori, lo stadio è il teatro delle moderne partite e lo spogliatoio diviene il pronipote del sacello purtuttavia perdendone l’aspetto mistico-religioso. Le società fanno a gara per nominare “Arena” le proprie mura domestiche, debitamente supportante dagli sponsor che, da parte loro, non vedono l’ora di campeggiare sulle luminose e luccicanti insegne degli stadi. E poi c’è il pubblico. Componente fon-

cietà ha dovuto fronteggiare nel corso della pandemia, una in particolare ha atteso anche il calcio e i calciatori: esibirsi e “combattere” immersi nell’assordante silenzio degli stadi vuoti. Le motivazioni per dare il massimo non mancano certamente ma, parlando di sensazioni, ci si trova davanti ad uno scenario mai vissuto prima. Niente cori, urla, esultanze. Nessun suono estraneo al gioco. E così il rumore del campo e l’essenza stessa del gioco riprendono possesso della partita ma non dello spettacolo. Perché gioco e spettacolo sono due cose ben distinte: mentre nel primo il pubblico può essere essente, per il secondo è componente necessaria.

Il calciatore è chiamato a giocare in una condizione nuova, impossibile da immaginare prima. Le partite di calcio si sono giocate in stadi vuoti solo in casi eccezionali, per Gioco e spettacolo sono due cose ben distinte: punire il tifo violento o mentre nel primo il pubblico può essere essente, scongiurare i pericoli di assurdi ed immotivabili per il secondo è componente necessaria. scontri; si è giocato “a damentale dello spettacolo, benzina porte chiuse” quando, in sintesi, suoverde e grande motivatore per i gladianava l’allarme. Questa volta il divieto tori nelle Arene. di accesso alle Arene non è dipeso, come sappiamo, da un provvedimenTra le molteplici prove che la nostra soto derivante dal pericolo di violenza e,

proprio per questo, tanto difficilmente collocabile e “digeribile” dai protagonisti quanto necessario. Il pubblico rappresenta l’emozione più forte per chi scende in campo. Il pubblico è la componente emotiva che il calciatore ricorda maggiormente anche quando la sua carriera è terminata da anni. “Mi manca il campo”, “C’erano 30 mila persone, un tifo infernale”, “Abbiamo giocato la sfida salvezza fuori casa, sembrava impossibile”. Senza il pubblico il calcio rimane uno splendido gioco, sfoggio di capacità tecniche ed atletico, divertimento per chi lo pratica. Ma è il pubblico a regalare magia, emozioni, lacrime, urla e imprecazioni. Senza quella luce, il calcio lentamente perde la sua capacità di alimentarsi. Persino in televisione le partite sono diverse, manca qualcosa. Manca più di qualcosa. In Inghilterra, dove anche la sfida meno appetibile della Championship può registrare il “tutto esaurito” la sensazione è ancor più surreale. In Italia Sky Sport ha introdotto un “audio virtuale” con i cori dei tifosi registrati, selezionabile con apposito tasto dal telecomando, testato inizialmente in Bundesliga. Così, per fugare ogni dubbio su quanto quel rumore sia inseguito, ambìto, necessario.

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di Maurizio Borsari

Oltre la linea Andrea Petagna e Fabio Pisacane in Spal - Cagliari 0-1

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Distanziamento sociale Piotr Zieliński con Matuidi, Bonucci, Alex Sandro e Pjanic in Napoli – Juventus 4-2 (d.c.r.)

A occhi chiusi Bertolacci, de Vrij e Yoshida Inter - Sampdoria 2-1

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di Stefano Ferrio

Tre foto tre storie

I gol pesanti di Lana, il breve vo e quelle calciatrici da poema o Da quell’autentica miniera di immagini che è l’archivio dell’Associazione Calciatori rispuntano un primo piano del primo goleador della Nazionale italiana, il mediano del Bologna in ospedale dopo l’infortunio che ne troncò la carriera nel 1971, e un’istantanea molto rievocativa, scattata all’Algarve Cup subito prima del lockdown globale. “Il Fantaccino”, un gentleman in campo - Cappello signorile, camicia inamidata, papillon e garofano bianco che spunta dal taschino della giacca sono in realtà una “divisa” quanto maglia e braghette da calcio per Pietro Lana, detto “Il Fantaccino”, nato a Milano il 10 ottobre 1889, e morto sempre a Milano il 6 dicembre 1950, dopo essere stato centrocampista e attaccante del Milan e della Nazionale italiana di calcio. È questione di eleganza, principale virtù attribuita a Lana dai cronisti dell’epoca, sensibili alla maestria che un brevilineo alto un metro e sessantasei sa sfoggiare in qualsiasi frangente di gioco, riccorrendo a rapidi tocchi e a geniali movimenti di un repertorio tecnico senza molti uguali in quegli anni pionieristici. Fra il 1908 e il 1914, indossando la maglia rossonera del “Diavolo” e quella allora bianca dell’Italia, l’elegante Fantaccino gioca in tutto 53 partite, realizzando 21 gol, nel cui novero esprime una vocazione particolare per le segnature storiche. Mandato in campo nella prima partita giocata dall’Italia, il 15 maggio 1910 all’Arena di Milano contro la Francia, Pietro Lana non si limita a siglare il primo gol della storia della Nazionale, dopo appena dieci minuti di gioco. Si rende autore anche della prima tripletta realizzata con la divisa dell’Italia, perché nel 6-2 finale rifilato ai Blues rifulgono altre due sue reti, con tanto di tiro dal dischetto che lo porta a inaugurare pure la lunga serie dei rigoristi azzurri. Ma nemmeno la storia dei derby di Milano si sottrae alla sua firma. È il 18 ottobre 1908 quando a Chiasso, in Svizzera, nell’ambito di un torneo locale, si disputa la prima stracittadina fra rossoneri e nerazzurri. Nelle fila di questi ultimi dovrebbe miltare anche

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il diciannovenne Lana, che pochi mesi prima ha fatto parte dei ribelli milanisti da cui è nata l’Inter, ma un pentimento giunto in extremis lo trattiene al Milan. Modo migliore per farsi riacco-


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olo di Liguori omerico gliere dai propri tifosi non può essere che un gol, e Lana provvede, segnando la prima rete nella storia dei derby meneghini, iniziata con quel match, vinto 2-1 dai rossoneri. È lo scoppio della Grande Guerra a interrompere la parabola calcistica di questo interno d’attacco, che nella sua Milano apprende da bambino i fondamenti del nuovo sport importato dalla Gran Bretagna, spiando le partite giocate da squadre di inglesi in piazza Risorgimento. Ma anche dopo il forzato ritiro, Pietro Lana continuerà, quando è possibile, a dare spettacolo, come sulla spiaggia marchigiana di Gabicce dove va ogni anno in vacanza, incantando platee di bagnanti con i tiri a effetto che da qualsiasi posizione manda a infilarsi nel finestrino della più lontana cabina. Giocatori leggeri, gol pesanti. Dal Fantaccino Pietro alla Pulce Leo Messi passando per “Pablito” Rossi. Quella maledetta domenica di Franco Liguori – L’immagine ospedaliera di questo bel giovanotto, che di nome fa Franco Liguori, ci fa ritornare al 10 gennaio 1971, giorno di una per lui fatale Milan-Bologna. Liguori ne è fra i più attesi protagonisti. Nato a Napoli il 12 giugno 1946, il ventitreene mediano del Bologna allenato dall’ex ct della Nazionale Edmondo Fabbri, è considerato fra i nuovi talenti del calcio italiano, tanto da avere appena ricevuto notizia della prima convocazione in maglia azzurra. Alle sue spalle, c’è una carriera non priva di singolari fatalità. A cominciare dagli esordi, da raccattapalle del Verona perché il padre, ufficiale in servizio nella città veneta, accetta di mandarlo allo stadio assieme a due militari della sua caserma, che sono anche calciatori gialloblu. Una volta avvistato dagli addetti ai lavori, il ragazzo, che ha talento da vendere, entra nel circuito del calcio giovanile come attaccante. Nel 1965 finisce così alla Ternana, la vera squadra della sua vita, dove parteci-

pa alla promozione dalla Serie D alla C, per poi incappare in una stagione meno brillante, al termine della quale si ritrova ceduto alla Torres di Sassari. Nuovo momento fatale della sua carriera, il giovane Liguori rifiuta il trasferimento in Sardegna e va al mare a Riccione, da cui rientra a Terni, alla guida della sua gloriosa 500, per chiedere udienza al nuovo allenatore del club rossoverde, Corrado Viciani. Il tecnico di origini toscane, noto per avere lanciato il modulo del “gioco corto” precursore dell’attuale “tiki-taka” praticato da club di Champions’ League, non solo riammette il ragazzo nella rosa, ma lo cambia di ruolo, passandolo dall’attacco al centrocampo, dove meglio può essere valorizzata la sua attitudine a entrare nel vivo degli schemi. Il mediano Franco Liguori si profila così tra i protagonisti della promozione della Ternana in Serie B, dove eccelle al

punto da essere calamitato verso la A. Altra “fatalità”, la prima società di massima serie che virtualmente lo acquista sarebbe il Palermo, che però non ha i soldi per onorare la prevista fideiussione, cosicché la sua destinazione diventa il Bologna... E qui il fato vuole che il giovane mediano rossoblu, già preso sotto l’ala protettiva dei grandi vecchi dello spogliatoio, Giacomo Bulgarelli e Franco Janich, interrompa brutalmente il suo volo verso la maglia azzurra in quella domenica di gennaio, quando un’entrata fallosa del centrocampista del Milan, Romeo Benetti, provoca la grave rottura di legamenti e menisco del ginocchio destro. Un trauma da cui Liguori non si riprenderà più del tutto, tornando a giocare una settantina di partite, con la maglia del Foggia prima, e del Brindisi poi, fino al ritiro dal calcio giocato, ad appena 28 anni di età.

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Dopodiché Franco Liguori intraprende una seconda carriera, prima come allenatore di squadre di B e di C, e poi come fondatore della scuola di calcio che tuttora dirige a Terni. Da lì, quando nello scorso gennaio il ventenne centrocampista della Roma e della nazionale Nicola Zaniolo rimane vittima di un grave infortunio di gioco, analogo al suo, Liguori così gli scrive dalla sua pagina Facebook: “Sei tu e solo tu che deciderai il tuo destino... In bocca al lupo. E viva il lupo”. Quel pallone di un calcio che si ferma - Ultimi frammenti di un’altra epoca, quando ancora si giocava a calcio un istante prima che il Coronavirus fermasse il mondo intero. Momenti di gioco vicini, e nello stesso tempo remoti. È il 4 marzo scorso quando allo stadio di Faro, in Portogallo, si gioca questa Germania – Svezia, inclusa in uno dei due gironi dell’Algarve Cup, prestigiosa manifestazione annuale, riservata al calcio femminile. La partita è stata

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vinta 1-0 dalla Germania, che poi si aggiudicherà la coppa a causa dell’impossibilità di giocare la finale da parte dell’Italia di Milena Bertolini, costretta a rientrare in patria con l’ultimo volo disponibile prima del lockdown. L’immagine, resa spettacolare da una giocatrice stesa a terra, mentre le sue tre avversarie corrono in avanti, evoca molteplici racconti. Innanzitutto è l’istantanea di un’“azione”, non così frequente da quando la fotografia digitale ha un po’ stretto il campo sui singoli, sui gesti tecnici, sui particolari ingranditi. Quel pallone “fermo”, oltrepassato dalle giocatrici, diventa inoltre rappresentazione simbolica di un calcio che sta per fermarsi non solo in Portogallo, ma in tutto il mondo. Se poi si va a identificare le quattro calciatrici, si scopre che sono tutte “subentrate” nel secondo tempo: quella a terra è la svedese Jessica Samuelsson, un anno fa campione d’Inghilterra con la maglia dell’Arsenal, mentre le tre tedesche risultano essere, da sinistra a

destra, Turid Knaak, Marina Hegering e Lena Petermann. Una volta appreso questo particolare, l’immagine assume una forza visiva ancora più coinvolgente, perché racconta in modo esemplare la caotica concitazione tipica degli ultimi minuti di una partita giocata “alla morte”, con il risultato in bilico fino al fischio finale. Ma non finisce qui, perché, nella speranza di tornare presto a essere sommersi da foto di calcio scattate in ogni angolo del pianeta, queste “Quattro ragazze con pallone”, titolo che avrebbero ispirato a un pittore impressionista, evocano un passato ancora più lontano del lockdown. Così fulgide e ludiche, non si fatica a vederle traslate in un vaso greco dove è riprodotta una scena famosa del sesto canto dell'Odissea di Omero. È quando Nausicaa, la figlia del re dei Feaci, in attesa che si asciughi al sole il suo corredo nuziale, inizia a giocare a palla con le ancelle, vicino a dove giace esausto il naufrago Ulisse...


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di Vanni Zagnoli

50 anni fa la partita del secolo

Italia - Germania 4-3: un mito infinito Mezzo secolo è passato ma per i meno giovani sembra ieri. Italia-Germania è stata la gara del secolo, scorso, tramandata ai posteri. Era il campionato del Mondo, la Coppa Rimet, che in finale sarebbe andata al Brasile, definitivamente, per tre successi contro i 2 degli azzurri. Era la semifinale e di fronte c’era la Germania, rivale storica, la sfida è sempre stata fantasia contro pragmatismo, acuti azzurri contro la continuità dei bianchi. Germania Ovest, per la verità, va sottolineato. Dopo la prima, mancata partecipazione iridata, i tedeschi sono stati la nazionale più presente, ai massimi livelli, con 8 podi, in assoluto, compresa la riunificazione. L’Italia era campione d’Europa in carica, aveva conquistato il suo unico titolo continentale grazie al fattore campo, alla monetina in semifinale con la Russia, grazie alla ripetizione della finale con la Jugoslavia, a Roma. Le attese erano enormi, il girone non era stato entusiasmante, ma è un classico per la storia della Nazionale: a Toluca, 1-0 alla Svezia, gol di Domenghini; a Puebla, 0-0 con l’Uruguay, sempre tignoso; di nuovo a Toluca, 0-0 con Israele. I quarti di finale furono sofferti, per un’ora: il Messico passò in vantaggio, arrivò qualche fischio per gli azzurri, compreso per il pareggio, su autorete, poi la doppietta di Gigi Riva e il 4-1 di Gianni Rivera. Italia-Germania fece epoca anche perché si giocò da mezzanotte e allora non era così consueto che le famiglie facessero le ore piccole per seguire avvenimenti sportivi. E poi c’era la staffetta, tra Rivera, pallone d’oro, e Mazzola, bandiera dell’Inter, il Paese si divideva tra milanisti e nerazzurri. Il capo delegazione azzurro era Walter Mandelli, scomparso nel 2006, a Torino. Il potere dialettico di Gianni Brera era tale che faceva pressioni su di lui per far preferire Sandro Mazzola a Rivera, finendo con il condizionare

anche le scelte di Ferruccio Valcareggi, il ct di Trieste. In quella semifinale, dunque, segnò presto Boninsegna, l’Italia congelò il gioco, Albertosi compì di fatto un solo miracolo. Il pari giunse nel recupero, con Schnellinger, difensore del Milan, ex Roma e Mantova, che con la Germani realizzò quell’unica rete. La partita divenne epica nei supplementari, perché un 3-2 di parziale è rarissimo, più spesso in quei 30’ non si sblocca la parità, tant’è che a fine millennio si provò a vivacizzarli, con il golden gol. Uno a due di Gerd Muller, dopo 4’, lì sembra persa. Passano altri 4’ e pareggia Burgnich, la roccia friulana che in azzurro realizzò solo un’altra rete. Il 3-2 è di Riva, sempre nel primo tempo supplementare, il tre pari ancora del centravanti tedesco, solo omonimo di Hansi Muller, arrivato poi al Como e all’Inter. Passa un minuto e risolve Rivera, altro che Abatino. Fu il trionfo, l’Italia però era esausta, si giocava in altura e anche per questo perse la finale per 4-1, contro il Brasile, dopo il momentaneo pareggio di Bonin-

segna. Comunque resse in parità con i carioca per tre quarti di gara, neanche pochi. Al contrario, per esempio, del 4-0 subito nella finale degli Europei del 2012, contro la Spagna, con Prandelli ct. In porta, dunque, c’era Ricky Albertosi, che Valcareggi preferiva a Zoff, come già Mondino Fabbri al precedente Mondiale, mentre l’Europeo del ’68 fu dello juventino. Che sarebbe ritornato titolare da Germania 1974. A destra c’era Tarcisio Burgnich, a sinistra Giacinto Facchetti, l’alfiere dell’Inter, scomparso nel 2006, da presidente, con Massimo Moratti proprietario. Si marcava a uomo, la prima zona sarebbe arrivata 5 anni più tardi, con Pippo Marchioro, al Cesena. I centrali erano Pierluigi Cera, campione d’Italia con il Cagliari, che aveva ben 6 titolari, in quella notte magica, e il milanista Roberto Rosato, morto nel 2010. A centrocampo, a destra Mario Bertini, 13 gol nella Fiorentina e poi 31 nell’Inter, tantissimi, considerato il ruolo e anche il campionato a lungo a 16 squadre. Insomma si giocava meno, rispetto a oggi. A sinistra Giancarlo De Sisti, Roma, poi Fiorentina e di nuovo giallorosso, in mezzo Mazzola, che

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fu capocannoniere della Coppa dei Campioni ’63-’64. In avanti, il tornante era Angelo Domenghini (Cagliari), ex Atalanta e Inter; le punte Boninsegna, che era andato via dalla Sardegna proprio alla vigilia dello scudetto, per passare alla Beneamata, a sinistra il

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totem Riva, Rombo di Tuono. Erano ammesse due sostituzioni (al Mondiale precedente una, più il portiere), all’intervallo Rivera prese il posto di Mazzola, per i supplementari il torinista Poletti rilevò Rosato. Era una generazione eccellente, in panchina c’erano Zoff e Lido Vieri, come portieri, il leader del Napoli Totonno Juliano, lo juventino Beppe Furino (“furia, furin, furetto”, per Vladimiro Caminiti, di Tuttosport), gli attaccanti Gori (Cagliari) e Pierino Prati, cannoniere in Coppa dei Campioni, con il Milan. Fra i difensori, Comunardo Niccolai, poi tecnico azzurro, il goriziano Giorgio Puia, del Torino, e Ugo Ferrante, scudetto e Coppa Italia con la Fiorentina, scomparso nel 2004 per un tumore alle tonsille, è una delle tante morti misteriose toccate ai viola degli anni ’60 e ’70. Doveva esserci anche Pietruzzo Anastasi, scomparso quest’inverno, sarebbe stato anzi titolare, avendo risolto la finale di Roma 1968, a 20 anni: pagò lo scherzo di un massaggiatore, gli fece male a un testicolo. Nando Martellini ci preparò così, al gol di Rivera, su lancio di Facchetti e cross di Boninsegna: “Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani. Non ringrazieremo mai abbastanza i nostri giocatori per queste emozioni che ci offrono...”. 17,7 milioni davanti alla televisione, divennero 28 milioni la domenica, nel tardo pomeriggio. E all’epoca tutto lo sport in tv era gratis. Neanche esistevano marketing e procuratori, manager, hostess e uffici stampa. Il calcio era più lento e meno fisico, poco tattico ma di talento individuale. Si vinceva magari in contropiede e poi tutti a difendere. In serie A, dal ’68 all’80 non si poterono tesserare stranieri, proprio per salvaguardare la nazionale. Anche così si costruì quella notte indimenticabile. Sublimata nell’assist di Boninsegna per Rivera. “Non l’ho visto in mezzo all’area” - ricorda Bonimba – “per for-

tuna c'era Gianni, il suo gol è stato l’apoteosi. Sul lancio di Facchetti ho fatto a sportellate con lo stopper tedesco Schulz, volevo tirare, la palla mi è rimbalzata male, ho preferito centrare, fin da ragazzini ci insegnavano ad arrivare sul fondo e metterla indietro. Speravo ci fosse Rivera o Riva, meno male che c'era Gianni, gli ho messo la palla sul disco del rigore. Ogni tanto quando lo vedo gli dico ‘meglio di così non potevo dartela’, lui si mette a ridere. Gianni tranquillo l’ha insaccata e ci ha portato alla vittoria. È stata una sensazione bellissima”. Furono quasi 2 ore di trans agonistica. “Vissute a oltre 2 mila metri d’altezza”. Boninsegna venne convocato in extremis. “Ricevetti una strana telefonata dalla Figc, in cui mi si diceva di preparare la valigia e di presentarmi a Roma, da dove sarei partito per il Messico. Vado a letto e, la mattina dopo, mi sembra d’aver sognato, tant’è che chiedo a mia moglie la conferma di quel colloquio telefonico. Col ct Valcareggi avevo sempre avuto problemi, con lui in panchina per me sarebbe stata dura. Infatti, andai al Mondiale grazie al malore di Anastasi”. Boninsegna sa perché quel 17 giugno 1970 resta nell’immaginario collettivo. “Fu una partita fra due corazzate, Italia-Germania non è mai stata una sfida come le altre. Anche loro, a dire il vero, meritavano la finale, se non altro perché avevano eliminato i campioni del mondo in carica dell’Inghilterra. Il pari arrivò nel recupero, l’arbitro concedette 3’, all’epoca i minuti di recupero erano minimi”. Roberto Boninsegna aveva un grande rapporto, con Riva. “Eravamo amici, ma anche due mancini; ci muovevamo dal centro verso sinistra e io, con il tempo, mi sono dovuto adattare. Usavo qualche volta anche il destro, Gigi no. In Messico confermammo di poter giocare assieme”.


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Resta l’immagine di Boninsegna a pancia in giù, sul terreno dell’Azteca: sembra disperarsi, batte i pugni a terra. “Ero distrutto, ma felice. Due giorni dopo, ci rendemmo conto di avere unito un Paese, leggendo i giornali italiani riuscimmo ad avere la percezione di quello che avevamo combinato contro i tedeschi. La finale senza Rivera? Siamo l’unica Nazionale al mondo ad aver lasciato in panchina un Pallone d’Oro, assurdo. Quando seppe che Gianni non giocava, Pelè disse: Ma se non fanno giocare chi ha vinto il Pallone d'Oro, che squadra avranno? Saranno davvero forti”. Italia-Germania era finita pari al Mondiale del ’62, nel girone, poi i tedeschi passarono, gli azzurri no, nella battaglia contro il Cile padrone di casa, favorito sfacciatamente dall’arbitro, che chiuse gli occhi di fronte ai fallacci sudamericani, riducendo l’Italia in 9. In Argentina, fu 0-0, la Nazionale di Bearzot raggiunse la semifinale, i tedeschi uscirono. Ogni confronto fra queste nazionali alimenta il mito di quel 4-3, anche il 3-1 nella finale di Spagna, il Mundial di Bearzot. 1-1 a Euro ’88, entrambe sarebbero uscite in semifinale, 0-0 con rigore sbagliato da Zola nell’Europeo del ’96, con Sacchi. Italia fuori per avere cambiato metà squadra, contro la Cechia, e tedeschi sul trono continentale gra-

zie al golden gol, appunto, di Bierhoff, dell’Udinese. Altre due sfide sono state azzurre, la semifinale del 2006 deciso da Grosso, al supplementare, la semifinale di Euro 2012, con doppietta di Balotelli, l’unico vero lampo azzurro di Mario. L’ultimo confronto è stato dei bianchi, ai rigori, a Euro 2016, con gli sprechi di Pellè e Zaza. Quel 4-3 è diventato cult al cinema e in libreria, per il cinquantenario escono “4 a 3: Italia-Germania 1970, la parti-

ta del secolo”, di Maurizio Crosetti, firma di Repubblica, e “La partita del secolo. Storia, mito e protagonisti di Italia-Germania 4-3”, di Riccardo Cucchi, prima voce di Tutto il calcio minuto per minuto, su radio Rai, da metà anni ’90 al 2017. E poi “Quattro a tre”, di Roberto Brambilla, firma di Avvenire, e Alberto Facchinetti, che scrive anche per Il Foglio e per Il Fatto quotidiano. Nando Dalla Chiesa, invece, ripubblica “La partita del secolo”. Perché quello è stata, Italia-Germania.

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calcio e legge

di Stefano Sartori

Per l’iscrizione ai campionati di competenza

Licenze Nazionali 2020/21 Le società, per partecipare al Campionato di competenza stagione sportiva 2020/2021 e a modifica dei precedenti comunicati del 16 dicembre u.s., devono ottenere la Licenza Nazionale e quindi adempiere, entro i termini indicati, alle seguenti condizioni: Serie A (C.U. FIGC n° 246/26.06.20) 12 agosto 2020 • Deposito presso la COVISOC della attestazione dell’avvenuto pagamento a) degli emolumenti e b) dei compensi, compresi gli incentivi all’esodo, derivanti da accordi depositati, dovuti fino al mese di maggio 2020. La pendenza di contenziosi, ad eccezione di quelli riconducibili alla emergenza epidemiologica Covid-19 e riguardanti i ratei di marzo ed aprile 2020 di contratti superiori ad 42.477,00 annui, non rileverà ai fini della esclusione dei compensi, compresi gli incentivi all’esodo, dal monte debiti della società, salvo non intervenga pronuncia che escluda la esigibilità degli stessi Sanzione per inosservanza del termine: mancata concessione Licenza Nazionale • Pagamento da parte delle società dei contributi al Fondo Fine Carriera riguardanti gli emolumenti dovuti fino al mese di maggio 2020 Sanzione: mancata concessione Licenza Nazionale 30 settembre 2020 • Deposito presso la COVISOC dell’attestazione dell’avvenuto pagamento degli emolumenti, compresi gli incentivi all’esodo, dovuti per il mese di giugno 2020 • Deposito presso la COVISOC dell’attestazione dell’avvenuto pagamento delle ritenute Irpef nonché dei contributi Inps riguardanti gli emolumenti, compresi gli incentivi all’eso-

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do, scaduti al 30 giugno 2020 • Le società devono depositare presso la Lega Serie A la documentazione attestante l’avvenuto pagamento dei contributi al Fondo Fine Carriera per il mese giugno 2020 Sanzione: 2 punti di penalizzazione, per ciascun inadempimento da scontarsi nel campionato 2020/2021 Serie B (C.U. FIGC n° 247/26.06.20) 24 agosto 2020 • Deposito presso la COVISOC della attestazione dell’avvenuto pagamento a) degli emolumenti e b) dei compensi, compresi gli incentivi all’esodo, derivanti da accordi depositati, dovuti fino al mese di maggio 2020. La pendenza di contenziosi, ad eccezione di quelli riconducibili alla emergenza epidemiologica Covid-19 e riguardanti le mensilità di marzo ed aprile 2020 di contratti superiori ad € 28.783,00, non rileverà ai fini della esclusione dei compensi, compresi gli incentivi all’esodo, dal monte debiti della società, salvo non intervenga pronuncia che escluda la esigibilità degli stessi. • Deposito presso la Lega Serie B di fideiussione a prima richiesta pari ad € 800.000 Sanzione per inosservanza del termine: mancata concessione Licenza Nazionale • Pagamento da parte delle società dei contributi al Fondo Fine Carriera riguardanti gli emolumenti dovuti fino al mese di maggio 2020 Sanzione: mancata concessione Licenza Nazionale 30 settembre 2020 • Deposito presso la COVISOC dell’attestazione dell’avvenuto pagamento degli emolumenti, compresi gli incentivi all’esodo, dovuti per il mese di giugno 2020 • Le società devono depositare presso

la Lega Serie B la documentazione attestante l’avvenuto pagamento dei contributi al Fondo Fine Carriera per il mese giugno 2020 • Deposito presso la COVISOC dell’attestazione dell’avvenuto pagamento delle ritenute Irpef nonché dei contributi Inps riguardanti gli emolumenti, compresi gli incentivi all’esodo, scaduti al 30 giugno 2020 Sanzione: 2 punti di penalizzazione, per ciascun inadempimento da scontarsi nel campionato 2020/2021 Serie C (C.U. FIGC n° 248/26.06.20) 5 agosto 2020 • Deposito presso la COVISOC della attestazione dell’avvenuto pagamento a) degli emolumenti e b) dei compensi, compresi gli incentivi all’esodo, derivanti da accordi depositati, dovuti fino al mese di maggio 2020. La pendenza di contenziosi, ad eccezione di quelli riconducibili alla emergenza epidemiologica Covid-19 e riguardanti le mensilità di marzo ed aprile 2020 di contratti superiori ad € 26.644,00, non rileverà ai fini della esclusione dei compensi, compresi gli incentivi all’esodo, dal monte debiti della società, salvo non intervenga pronuncia che escluda la esigibilità degli stessi. • Deposito presso la Lega Pro di fideiussione a prima richiesta pari ad € 350.000 Sanzione per inosservanza del termine: mancata concessione Licenza Nazionale • Pagamento da parte delle società dei contributi al Fondo Fine Carriera riguardanti gli emolumenti dovuti fino al mese di maggio 2020 Sanzione: mancata concessione Licenza Nazionale 30 settembre 2020 • Le società devono depositare presso


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la Lega Pro la documentazione attestante l’avvenuto pagamento dei contributi al Fondo Fine Carriera per il mese giugno 2020 • Deposito presso la COVISOC dell’attestazione dell’avvenuto pagamento degli emolumenti, compresi gli incentivi all’esodo, dovuti per il mese di giugno 2020 • Deposito presso la COVISOC dell’attestazione dell’avvenuto pagamento delle ritenute Irpef nonché dei contributi Inps riguardanti gli emolumenti, compresi gli incentivi all’esodo, scaduti al 30 giugno 2020 Sanzione: 2 punti di penalizzazione, per ciascun inadempimento da scontarsi nel campionato 2020/2021 Società di CND aventi titolo a partecipare o a chiedere l’ammissione al Campionato di Serie C 5 agosto 2020 • Deposito presso la COVISOC della certificazione del Dipartimento Interregionale attestante l’inesistenza di debiti verso i tesserati previa acquisizione delle quietanze liberatorie al 31 maggio 2020 • Deposito presso la Lega Pro di fideiussione a prima richiesta pari ad € 350.000 Sanzione: mancata concessione Licenza Nazionale TERMINE PER EVENTUALI RICORSI

27 agosto 2020: le società i cui ricorsi siano stati respinti non verranno ammesse al campionato di competenza 2020/21, fermo restando che avverso le decisioni del Consiglio federale è consentito ricorrere al Collegio di Garanzia dello Sport presso il CONI. • La società neopromossa in Serie A al termine dei playoff di Serie B deve presentare la documentazione richiesta entro il termine perentorio del 24 agosto 2020; se non risulta in possesso dei requisiti richiesti, può presentare ricorso entro il termine perentorio del 28 agosto 2020, mentre la decisione definitiva verrà assunta dal Consiglio Federale in data 31 agosto 2020, fermo restando che avverso le decisioni del Consiglio federale è consentito ricorrere al Collegio di Garanzia dello Sport presso il CONI. Serie B • Le società di Serie B che hanno presentato la documentazione richiesta entro il termine perentorio del 24 agosto 2020 e che però non sono risultate in possesso dei requisiti richiesti possono presentare i propri ricorsi entro il termine perentorio del 4 settembre 2020. • Le decisioni definitive verranno assunte dal Consiglio Federale in data 8 settembre 2020: le società i cui ricorsi siano stati respinti non verranno ammesse al campionato di competenza

2020/21, fermo restando che avverso le decisioni del Consiglio federale è consentito ricorrere al Collegio di Garanzia dello Sport presso il CONI. Serie C • Le società di Serie C che hanno presentato la documentazione richiesta entro il termine perentorio del 5 agosto 2020 e che però non sono risultate in possesso dei requisiti richiesti possono presentare i propri ricorsi entro il termine perentorio del 17 agosto 2020. • Le decisioni definitive verranno assunte dal Consiglio Federale in data 20 agosto 2020: le società i cui ricorsi siano stati respinti non verranno ammesse al campionato di competenza 2020/21, fermo restando che avverso le decisioni del Consiglio federale è consentito ricorrere al Collegio di Garanzia dello Sport presso il CONI. • La società retrocessa in Serie C al termine dei playout di Serie B deve presentare la documentazione richiesta entro il termine perentorio del 18 agosto 2020; se non risulta in possesso dei requisiti richiesti, può presentare ricorso entro il termine perentorio del 24 agosto 2020, mentre la decisione definitiva verrà assunta dal Consiglio Federale in data 27 agosto 2020, fermo restando che avverso le decisioni del Consiglio federale è consentito ricorrere al Collegio di Garanzia dello Sport presso il CONI.

Serie A • Le società di Serie A che hanno presentato la documentazione richiesta entro il termine perentorio del 12 agosto 2020, che però non sono risultate in possesso dei requisiti richiesti, possono presentare i propri ricorsi entro il termine perentorio del 24 agosto 2020. • Le decisioni definitive verranno assunte dal Consiglio Federale in data

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di Stefano Sartori e Giulio Segato

Proroga stagione sportiva 2019/20 e termini regolamentari 2020/2021

Tutte le scadenze da non dimenticare Termini per Professionisti e Giovani di Serie TERMINI PER LA STIPULA DI UN CONTRATTO dall’1/9/20 al 31/3/21 Termini per la stipula di un contratto pro­fessionistico • Per la stipula di un contratto professionisti­co da parte di calciatori il cui precedente con­tratto con società professionistica è scaduto entro il 31 agosto 2020 o è stato risolto per non ammissione al campionato di competenza della società di appar­ tenenza nonché per calciatori “giovani di serie”, “giovani dilet­tanti” e non professionisti svincolati ex art. 32 bis, 107 e 108 N.O.I.F.

• Per i calciatori appartenenti alle società di Serie A, B, Lega Pro (Artt. 95, 102, 103 e 104 N.O.I.F.).

Termini per la stipula di un contratto per calciatore il cui contratto è stato risolto dall’1/9/20 al 5/10/20 e dal 4/1/21 all’1/2/21 • Per la stipula di un contratto professioni­stico da parte di calciatori il cui precedente contratto con società professionistica è stato risolto (ai sensi dell’articolo 117 N.O.I.F.) nel corso della sta­gione sportiva 2020/21.

dal 4/1/21 all’1/2/21 • Per la risoluzione delle cessioni di contratto temporanee e dei trasferimenti a titolo temporaneo ad eccezione di quelli avvenuti nel secondo periodo della campagna trasferimenti (Art. 103 bis N.O.I.F.).

Termini per la stipula di un contratto da parte di calciatore “non professionista” (autonoma sottoscrizione) (art. 113 e 117 comma 5 N.O.I.F.). dall’1/9/20 al 15/9/20 Termini per la stipula di un contratto da parte di calciatore “non professionista” (con consenso della società) (art. 113 e 117 comma 5 N.O.I.F.). Dal 16/9/20 al 5/10/20 e dal 4/1/21 all’1/2/21 TERMINI PER LA CESSIONE DI UN CONTRATTO dall’1/9/20 al 5/10/20 e dal 4/1/21 all’1/2/21 Termini per la cessione di un contratto

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TERMINI PER LA RISOLUZIONE DELLE CESSIONI DI CONTRATTO A TITOLO TEMPORANEO E DEI TRASFERIMENTI A TITOLO TEMPORANEO DEI “GIOVANI DI SERIE” dall’1/9/20 al 5/10/20 • Per la risoluzione delle cessioni di contratto temporanee biennali avvenute nella preceden­te stagione sportiva (Art. 103 bis N.O.I.F.).

TERMINI PER IL RECESSO DALLE CESSIONI DI CONTRATTO A TITOLO TEMPORANEO E DAI TRASFERIMENTI A TITOLO TEMPORANEO DEI “GIOVANI DI SERIE” dall’1/9/20 al 15/9/20 • Per il recesso dalle cessioni di contratto temporanee biennali avvenute nelle precedenti stagioni sportive (Art. 103 bis, commi 3 e 4, N.O.I.F.). dal 4/1/21 al 18/1/21 • Per il recesso dalle cessioni di contratto temporanee e dai trasferimenti a titolo temporaneo ad eccezione di quelli avvenuti nel secondo periodo della campagna trasferimenti (Artt. 103 bis, commi 3 e 4 N.O.I.F.). TERMINI PER LA CONVERSIO-

NE DELLE CESSIONI DI CONTRATTO A TITOLO TEMPORANEO E DEI TRASFERIMENTI A TITOLO TEMPORANEO DEI “GIOVANI DI SERIE” A TITOLO DEFINITIVO dall’1/9/20 al 5/10/20 • Per la conversione delle cessioni di contratto temporanee biennali avvenute nelle precedenti stagioni sportive (Artt. 101, comma 5, e 103, comma 8 N.O.I.F.). dal 4/1/21 all’1/2/21 • Per la conversione delle cessioni di contratto temporanee e dei trasferimenti a titolo temporaneo ad eccezione di quelli avvenuti nel secondo periodo della campagna trasferimenti (Artt. 101, comma 5, e 103, comma 8 N.O.I.F). TERMINI PER L’ESERCIZIO DELLA SOCIETÀ CESSIONARIA DEL DIRITTO DI PROLUNGARE UNILATERALMENTE LA CESSIONE DI CONTRATTO A TITOLO TEMPORANEO DI UN’ULTERIORE STAGIONE SPORTIVA dal 17/8/20 al 19/8/20 ACCORDI PRELIMINARI dall’1/6/20 al 31/8/20 • I calciatori posso­no stipulare un nuovo contratto, con la propria società o con società diversa dalla propria, anche se appartenente alla stes­sa Serie e/o girone in costanza di svolgimento dei campionati. TERMINI PER OPZIONI E CONTROOPZIONI TRA SOCIETÀ PROFESSIONISTICHE E DILETTANTISTICHE dal 17/6/20 al 19/6/20 • Termine per l’esercizio dei dirit­ti di


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opzione nei trasferimenti temporanei relativi alla stagione sportiva 2019/2020 dal 4/1/21 all’1/2/21 • Termine per l’esercizio dei dirit­ti di opzione previsti nei trasferimenti temporanei stipulati nel primo periodo della campagna trasferimenti 2020/2021 TERMINI PER OPZIONI E CONTROOPZIONI TRA SOCIETÀ PROFESSIONISTICHE dal 17/6/20 al 19/6/20 o dal 17/8/20 al 19/8/20 (opzioni) e dal 20/8/20 al 22/8/20 controopzioni) • Termine per l’esercizio dei dirit­ti di opzione e controopzione previsti nei trasferimenti e nelle cessioni di contratto annuali e nelle cessioni di contratto biennali (ove non sia previsto il diritto di controopzione) relativi alla stagione sportiva 2019/2020 e nelle cessioni di contratto biennali relative alla stagione sportiva 2018/2019 (Artt. 101, 103, 103 bis N.O.I.F.). dall’1/9/20 al 5/10/20 • Termine per l’esercizio dei dirit­ti di opzione previsti nelle cessioni di contratto temporanee biennali (senza diritto di controopzione) stipulate nella campagna trasferimenti della stagione sportiva 2019/20 (Artt. 101, 103, 103 bis N.O.I.F.). dal 4/1/21 all’1/2/21 • Termine per l’esercizio dei dirit­ti di opzione previsti nelle cessioni di contratto temporanee biennali stipulate nella campagna trasferimenti della stagione sportiva 2019/20 e nei trasferimenti e nelle cessioni di contratto temporanee stipulati nel primo periodo della campagna trasferimenti 2020/21, ove non sia previsto il diritto di controopzione (Artt. 101, 103, 103 bis N.O.I.F.). TERMINI PER LA RISOLUZIONE CONSENSUALE dall’1/7/20 al 30/6/21 • È ammessa purché prevista da accordo scrit­to che deve essere depositato presso la Lega entro 5 giorni dalla data di stipulazione (Ar­t. 117 punto 3 delle N.O.I.F.). N.B. Il calciatore, ottenuta la risoluzione consensuale può tes­serarsi per una società dilettantistica entro l'1/2/2021, purché siano trascorsi almeno 30 giorni dall’ultima partita ufficiale.

TESSERAMENTO IN DEROGA CALCIATORI PROFESSIONISTI CON RAPPORTO SCADUTO, RISOLTO CONSENSUALMENTE E/O LA CUI RISOLUZIONE SIA STATA DELIBERATA ENTRO LA FINE DI UNO DEI DUE PERIODI DI CAMPAGNA TRASFERIMENTI (ART. 6 DEL REGOLAMENTO FIFA) dal 6/10/20 al 14/12/20 e dal 2/2/21 al 25/2/21 • Contratto scaduto o risolto dall’1 settembre 2020 alla fine del primo periodo di campagna trasferimenti (5/10/20) dal 2/2/21 al 25/2/21 • Contratto scaduto o risolto dal 6/10/20 all’1/2/21. NB: In deroga all'articolo 6.1 del Regolamento FIFA, un professionista il cui contratto è terminato e/o risolto per comprovati motivi legati all’emergenza epidemiologica COVID-19 ha il diritto di essere tesserato al di fuori dei periodi di tesseramento annuali fissati dalla Federazione, indipendentemente dalla data di scadenza o di risoluzione del contratto. TERMINI PER IL TESSERAMENTO DI CALCIATORI PROVENIENTI DA FEDERAZIONE ESTERA dall’1/9/20 al 5/10/20 e dal 4/1/21 all’1/2/21 • Per il tesseramento di calciatori professioni­ sti provenienti da Federazione estera e per il primo tesseramento di calciatori professioni­sti mai tesserati all'estero (Art. 40 N.O.I.F.). dall’1/9/20 al 31/3/21 • Per il tesseramento di calciatori professionisti provenienti da Federazione estera con contratto scaduto nella precedente stagione sportiva (ter­ minata entro il 30 settembre 2020). TERMINI PER IL TESSERAMENTO DEI “GIOVANI DI SERIE” dall’1/8/20 al 31/5/21 • Per il tesseramento di calciatori "giovani di serie" (primo tesseramento o tesseramento da lista di svincolo) in deroga all’art. 39, 1 N.O.I.F. TERMINI PER IL TESSERAMENTO DEI “GIOVANI DI SERIE” PROVENIENTI DA FEDERAZIONE ESTERA

dall’1/9/20 al 31/5/21 • Per il tesseramento di “giovani di serie” a favore di società delle Leghe professionisti­che. TESSERAMENTO CALCIATORI “GIOVANI DI SERIE” MAI TESSERATI ALL'ESTERO fino al 31/5/21 • Lo status professionistico potrà essere acquisito a partire dalla prima finestra trasferimenti successiva alla decorrenza del tesseramento come “giovani di serie”. TERMINI TRASFERIMENTI “GIOVANI DI SERIE” E “GIOVANI DILETTANTI” dall’1/9/20 al 5/10/20 e dal 4/1/21 all’1/2/21 • Per il trasferimento di “giovani di serie” a società di Serie A, B, Lega Pro, L.N.D. di “giovani dilettanti” da società dilettantistiche a società professionistiche. I calciatori devono però già essere tesserati per la società cedente al 31/8/20 (Artt. 100, 101 e 104 N.O.I.F.). TERMINI CALCIATORI CLASSE 2000 – 2001 Riconferma nei confronti di “giovani di serie” che a partire dalla stagione sportiva 2020/21 hanno rispettivamente diritto al primo contratto (classe 2000) e all’addestramento tecnico (classe 2001). Termini per la riconferma classe ’00 dall’1/8/20 al 31/8/20 • Termini per la riconferma dei calciatori classe 2000 “giovani di serie in addestramento tecnico” per primo contratto pro­fessionistico (Art. 33 punto 2 N.O.I.F.). Termini per la riconferma classe 2001 dall’1/9/20 al 16/9/20 • Termini per la riconferma dei calciatori classe 2001 “giovani di serie” per un “rapporto di adde­stramento tecnico” (Art. 33 punto 2 N.O.I.F.). LISTE DI SVINCOLO dall'i/7/20 al 31/7/20dall’1/9/20 al 16/9/20 e dall’1/12/20 al 14/12/20 • Termini per porre in lista di svincolo da parte delle società i calciatori “giovani di serie” (Art. 107 N.O.I.F.).

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Termini per Non Professionisti e Giovani Dilettanti TERMINI PER IL TESSERAMENTO Termini per il tesseramento dei calciatori “non professionisti” (primo tesseramento o tesseramento a seguito da lista di svincolo) dall’1/7/20 al 31/3/21 • Per il tesseramento di calciatori “non profes­sionisti” e dei calciatori stranieri residenti in Italia over 18 mai tesserati per Federazione straniera. Termini per il tesseramento dei “giovani dilettanti” (primo tesseramento o tesseramento a seguito di svincolo) dall’1/7/20 al 31/5/21 • Per il tesseramento dei “giovani dilettanti” e dei calciatori stranieri residenti in Italia over 16 mai tesserati per Federazione straniera. Termini per il tesseramento dei calciatori ex professionisti dall’1/7/20 all’1/2/21 • Per il tesseramento a favore di società della L.N.D. di calciatori professionisti italiani e stranieri che hanno ri­ solto (per qualsiasi ragione) il loro rapporto contrattuale, purché siano trascorsi almeno 30 giorni dall’ultima partita ufficiale. TERMINI STIPULAZIONE CONTATTO PROFESSIONISTICO DA PARTE DI CALCIATORI “NON PROFESSIONISTI” Stipulazione rapporto professionistico ex art. 113 N.O.I.F. da parte di calciatori “non professionisti” che abbiano raggiunto l'età prevista dall'art. 28 delle N.O.I.F. (classi 2000, 1999 e seguenti):

TERMINI PER LA STIPULA DI UN CONTRATTO PROFESSIONISTICO DA PARTE DI CALCIATORI TESSERATI CON SOCIETÀ RETROCESSE DALLA SERIE C dall’1/9/20 al 5/10/20 autonoma sottoscrizione (art. 113 e 117 comma 5 N.O.I.F.). dal 4/1/21 all’1/2/21 con consenso della società dilettantistica (art. 113 e 117 comma 5 N.O.I.F.). TERMINI PER I TRASFERIMENTI DEI CALCIATORI “NON PROFESSIONISTI” E “GIOVANI DILETTANTI” TRA SOCIETÀ DELLA L.N.D. dall’1/7/20 al 30/10/20 e dall’1/12/20 al 30/12/20 • Per il trasferimento di calciatori “giovani dilettanti” e “non professionisti” tra società della Lega Nazionale Dilettanti (Articoli 100, 101 e 104 N.O.I.F.). TERMINI PER I TRASFERIMENTI “GIOVANI DILETTANTI” dall’1/9/20 al 5/10/20 e dal 4/1/21 all’1/2/21 • Per il trasferimento di “giovani dilettanti” da società dilettantistiche a società di Serie A, B, Lega Pro. I calciatori devono essere già tesserati con la società cedente al 30/6/20 (Articoli 100, 101 e 104 N.O.I.F.).

dall’1/9/20 al 15/9/20 autonoma sottoscrizione

TERMINI PER I TRASFERIMENTI “GIOVANI DI SERIE” A SOCIETÀ DELLA L.N.D. dall’1/9/20 al 5/10/20 e dal 4/1/21 all’1/2/21 • Per il trasferimento di “giovani di serie” a società dilettantistiche. I calciatori devono essere già tesserati con società cedente al 30/6/20 (Articoli 100, 101 e 104 N.O.I.F.).

dal 16/9/20 al 5/10/20 e dal 4/1/21 all’1/2/21 con consenso della società dilettantistica

TERMINI PER LA RISOLUZIONE DI ACCORDI DI TRASFERIMENTO A TITOLO TEMPORANEO

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dall’1/9/20 al 30/12/20 • Per la risoluzione di accordi di trasferimento a titolo temporaneo di calciatori “non profes­sionisti” e “giovani dilettanti” (Articolo 103 bis N.O.I.F.). dal 9/7/20 al 31/8/20 e dal 4/1/20 all'1/2/20 (ad eccezione dei trasferimenti avvenuti nel medesimo periodo) • Per la risoluzione degli accordi di trasferimento a titolo temporaneo di calciatori "giovani dielttanti" da società dilettantistiche a società professionistiche (Articolo 103 bis, comma 1, N.O.I.F.) TERMINI PER IL TESSERAMENTO DI CALCIATORI STRANIERI PROVENIENTI DA FEDERAZIONE ESTERA dall’1/7/20 all’1/2/21 • Per il tesseramento di calciatori stranieri per società della L.N.D. (Articolo 40, quater e quinquies) provenienti o provenuti da Federa­zione estera o over 16 mai tesserati all’estero, purché siano trascorsi almeno 30 giorni dall’ultima partita ufficiale. TERMINI PER IL TESSERAMENTO DI CALCIATORI ITALIANI PROVENIENTI DA FEDERAZIONE ESTERA dall’1/7/20 all’1/2/21 • Per il tesseramento di calciatori italiani pro­ fessionisti provenienti da Federazione estera, purché siano trascorsi almeno 30 giorni dall’ultima partita ufficiale. dall’1/7/20 al 31/3/21 • Per il tesseramento di calciatori italiani di­lettanti provenienti da Federazione estera, purché siano trascorsi almeno 30 giorni dall’ultima partita ufficiale. TERMINI PER LA CONVERSIONE DEI TRASFERIMENTI A TITOLO


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TEMPORANEO IN TRASFERIMENTI A TITOLO DEFINITIVO DEI CALCIATORI “NON PROFESSIONISTI”, “GIOVANI DILETTANTI” E “GIOVANI DI SERIE” dal 4/1/20 all’1/2/21 • Per la conversione dei trasferimenti a titolo temporaneo dei calciatori “giovani di serie” da società pro a società dilettantistiche e “giovani dilettanti” da società dilettantistiche a società pro (Articolo 101, comma 5, N.O.I.F).

tra società dilettantistiche (Articolo 101, comma 5, N.O.I.F).

ramento dei calciatori svin­colati può avvenire a far data dall’11 dicembre.

LISTE DI SVINCOLO dall’1/7/20 al 20/7/20 dall’1/12/20 al 10/12/20 • Termini per porre in lista di svincolo da par­te delle società i calciatori “non professioni­ sti” e “giovani dilettanti” (Articolo 107 N.O.I.F.). Il tesseramento dei calciatori svin­colati può avvenire a far data dall’11 dicembre.

SVINCOLO PER ACCORDO Il deposito degli accordi di svincolo (Articolo 108 N.O.I.F.) dovrà avvenire entro 20 giorni dalla stipulazione e comunque non oltre il 15 giugno 2021.

dall’1/7/20 al 30/10/20 dall’1/12/20 al 30/12/20 • Per la conversione dei trasferimenti a titolo temporaneo dei calciatori “non professionisti” e “giovani dilettanti”

LISTE DI SVINCOLO “GIOVANI” dall’1/12/20 al 10/12/20 • Termini per porre in lista di svincolo da par­te delle società i calciatori “giovani” (Articolo 107 N.O.I.F.). Il tesse-

Termini per il Calcio Femminile TERMINI PER IL TESSERAMENTO dall’1/7/20 fino al 31/3/21 Termini per il tesseramento delle calciatrici “non professioniste” (primo tesseramento o tesseramento da lista di svincolo)

TERMINI PER LA RISOLUZIONE DI ACCORDI DI TRASFERIMENTO dall’1/9/20 al 30/12/20 • Per la risoluzione di accordi di trasferimento a titolo temporaneo (Articolo 103 bis N.O.I.F.).

dall’1/7/20 al 31/5/21 Termini per il tesseramento delle calciatrici “giovani dilettanti” (primo tesseramento o tesseramento da lista di svincolo)

TERMINI PER IL TESSERAMENTO DI CALCIATRICI STRANIERE PROVENIENTI DA FEDERAZIONE ESTERA E PRIMO TESSERAMENTO CALCIATRICI STRANIERE MAI TESSERATE ALL’ESTERO dall’1/7/20 all’1/2/21 • Se trattasi di calciatrice professionista proveniente da Federazioni estera, devono essere trascorsi almeno 30 giorni dall’ultima partita ufficiale.

TERMINI PER I TRASFERIMENTI TRA SOCIETÀ DELLA DIVISIONE CALCIO FEMMINILE E DA SOCIETÀ DELLA L.N.D. E SOCIETÀ DELLA DIVISIONE CALCIO FEMMINILE dall’1/7/20 al 15/9/20 dall’1/12/20 al 30/12/20 Termini per i trasferimenti primo periodo e periodo suppletivo TERMINI PER I TRASFERIMENTI DA SOCIETA’ DELLA DIVISIONE CALCIO FEMMINILE A SOCIETÀ DELLA L.N.D. dall’1/7/20 al 30/10/20 dall’1/12/20 al 30/12/20 Termini per i trasferimenti primo periodo e periodo suppletivo

TERMINI PER IL TESSERAMENTO DI CALCIATRICI ITALIANE PROVENIENTI DA FEDERAZIONE ESTERA dall’1/7/20 all’1/2/21 • Per il tesseramento di calciatrici italiane con status pro­f essionistico provenienti da Federazioni estere, purché siano trascorsi almeno 30 giorni dall’ultima partita ufficiale. dall’1/7/20 al 31/3/21 • Per il tesseramento di calciatrici ita-

liane con status di­lettantistico provenienti da Federazioni estere. TERMINI PER LA CONVERSIONE DEL TRASFERIMENTO DA TEMPORANEO A DEFINITIVO dall’1/7/20 al 15/9/20 dall’1/12/20 al 30/12/20 LISTE DI SVINCOLO dall’1/7/20 al 20/7/20 e dall’1/12/20 al 10/12/20 • Termini per porre in lista di svincolo le calciatrici “non professioni­ste” e “giovani dilettanti” (Articolo 107 N.O.I.F.). Il tesseramento delle calciatrici svin­ colate nel secondo periodo può avvenire a far data dall11 dicembre. SVINCOLO PER ACCORDO Il deposito degli accordi di svincolo (Articolo 108 N.O.I.F.) dovrà avvenire entro 20 giorni dalla stipulazione e comunque non oltre il 15 giugno 2021. VARIAZIONE DI ATTIVITÀ Il termine per l’invio o deposito delle richieste di variazione d’attività (da calcio a undici a calcio a cinque - Articolo 118 N.O.I.F.) dovrà avvenire nel periodo 1/7/20 – 30/10/20.

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di Gianfranco Serioli

Fondo accantonamento delle indennità di fine carriera

Obbligo di versamento contributi nei periodi di cassa integrazione Il Fondo ha per scopo quello di riconoscere ai giocatori di calcio e agli allenatori le c.d. indennità di fine carriera che, “alla cessazione definitiva della carriera presso società sportive affiliate alla FIGC (…) ed agli allenatori federali all’atto della cessazione definitiva del rapporto con la FIGC”. Infatti la legge 91/81, all’articolo 4, comma 7, consente alle federazioni sportive nazionali di “prevedere la costituzione di un fondo gestito da rappresentanti delle società e degli sportivi per la corresponsione dell’indennità di anzianità al termine dell’attività sportiva (…)”. Dalla libera gestione dei contributi accantonati per le indennità di fine carriera, senza assoggettamento da parte di Organi di controllo, ne deriva per analogia la similitudine con il Trattamento di Fine Rapporto. Questa breve premessa è utile per chiarire che le norme di riferimento generale, anche di carattere fiscale, applicabili al TFR siano le medesime per il Fondo di Fine Carriera. L’art. 2120 del c.c., al comma 3, pre-

vede che “In caso di sospensione della prestazione di lavoro nel corso dell’anno per una delle cause di cui all’art. 2110 (infortunio, malattia, gravidanza, puerperio), nonché in caso di sospensione totale o parziale per la quale sia prevista l’integrazione salariale, deve essere computato nella retribuzione di cui al primo comma (ossia la retribuzione imponibile ai fini TFR) l’equivalente della retribuzione a cui il lavoratore avrebbe avuto diritto in caso di normale svolgimento del rapporto di lavoro”. Quindi in caso di cassa integrazione, sia ordinaria, sia straordinaria che in deroga, c’è il computo del TFR considerando la retribuzione come se il lavoratore avesse svolto il normale orario di lavoro. Questa disposizione non sembra derogabile in senso meno favorevole al lavoratore. In tale direzione si muove anche la giurisprudenza: ad affermarlo è la recente sentenza n. 17051/2018 della Corte di Cassazione, che dunque conferma un orientamento di tutela del

lavoratore, ricordando che “il prestatore di lavoro assoggettato a cassa integrazione una volta sopravvenuta la cessazione del rapporto di lavoro subordinato, percepirà il medesimo trattamento di fine rapporto che avrebbe percepito se la cassa integrazione non vi fosse stata”. Per le motivazioni appena esposte si può affermare che gli stessi diritti debbano essere riconosciuti ai lavoratori iscritti al Fondo per le Indennità di Fine Carriera. Si può asserire quindi che anche i calciatori e gli allenatori di calcio iscritti al Fondo accantonamento delle Indennità di Fine Carriera non possano subire un danno dal semplice fatto di essere stati posti per un determinato periodo in Cassa integrazione in deroga. L’aspetto maggiormente delicato è quello relativo alla previsione della ripartizione del carico contributivo tra la Società ed il calciatore/allenatore: infatti la Società sostituto d’imposta nei mesi in cui venga erogata l’indennità da parte dell’INPS si vedrà impossibilitata a recuperare nel cedolino paga l’aliquota dell’1,25% a carico del lavoratore. La soluzione più ragionevole sembra quella di recuperare tale contribuzione a carico del calciatore ed allenatore nel primo cedolino utile: infatti la Società, alla fine del periodo di Cassa integrazione, dovrà corrispondere al lavoratore le ultime spettanze, anche in caso di contratto in scadenza al 30 giugno. Si può quindi concludere che, non solo per i calciatori e gli allenatori debbano essere versati i relativi contributi al Fondo Fine Carriera, per i periodi di copertura della Cassa integrazione ma, gli stessi debbano essere calcolati sulla retribuzione contrattuale e non su quella erogata dall’INPS.

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servizi

di Bianca Maria Mettifogo

A Matteo Brighi, Sergio Floccari e Rocco Sabato

Premio di Studio Piermario Morosini Ottava edizione con una nuova formula quella del “Premio di Studio Piermario Morosini”, istituito nel 2012 da AIC Onlus in collaborazione con masterSport. Il lockdown imposto dal Coronavirus non ha permesso la consueta presentazione nella sede AIC dei destinatari del premio, che è stato assegnato a Matteo Brighi, Rocco Sabato e Sergio Floccari. L’iniziativa, nata per ricordare Piermario Morosini, scomparso il 14 aprile 2012, permette, da otto edizioni, ad ex calciatori professionisti di intraprendere un percorso di specializzazione partecipando alle lezioni del masterSport. Nelle parole del coordinatore del Master, Matteo Masini, la soddisfazione per questa partnership che prosegue negli anni “Per il mastersport, la collaborazione con AIC per il premio Morosini è importante e strategica, un modo unico di supportare il mondo dei calciatori e confrontarsi con le loro necessità di fine e post carriera. Quest'anno il progetto Morosini si è ampliato ed ha coinvolto non solo ex ma anche un calciatore in attività. Una sfida molto stimolante che speriamo di poter riproporre in futuro”.

l’attività. Non appena ci sono state le condizioni, è quindi rientrato ad attività di formazione in presenza nel pieno rispetto delle normative e sfruttando la disponibilità dei propri partner. Tutti e tre i premiati si sono dichiarati soddisfatti del percorso intrapreso e hanno ringraziato AIC Onlus e l’Associazione Calciatori per questa importante opportunità, unitamente all’organizzazione del Master che ha saputo vincere una sfida così delicata e nuova. A Matteo Brighi, ex centrocampista di Chievo, Roma, Torino, Sassuolo, Empoli, la situazione venutasi a creare con il lockdown ha comunque consentito di seguire le lezioni online e di sfruttare pienamente un’esperienza che ritiene molto positiva: “Il percorso che offre masterSport mi ha permesso di toccare con mano tanti aspetti del calcio che da calciatore avevo solo sfiorato. Mi ha dato la possibilità di approfondire nuove prospettive di un mondo che già conoscevo ma non da questo punto di vista. Mi è stato molto utile

il confronto con gli studenti: mettermi in relazione con loro su tematiche che in parte già mi appartenevano è stato davvero interessante e mi ha offerto nuovi spunti”. Anche Rocco Sabato, ex difensore di Cagliari, Catania, Cesena, Cosenza, Triestina ed Empoli, si ritiene molto soddisfatto per aver portato a termine questa iniziativa: “Temevo che il corso potesse essere sospeso ma, anche se da un punto di vista relazionale non è stato come poter frequentare in aula, ho potuto seguire tutto il programma ed uscire arricchito da questo periodo quanto a nuove conoscenze, competenze ed idee per il futuro. Lo ritengo infatti un Master d’eccellenza”. Sergio Floccari, capitano della Spal, ritiene che la frequenza, seppur “a distanza”, del Master “abbia rappresentato un’esperienza molto stimolante e formativa che mi ha aiutato a meglio comprendere e chiarire in quale direzione orientare risorse, competenze ed energie, anche in un’ottica di preparazione a nuove future professionalità per il post carriera”.

Il Master Internazionale in Strategia e Pianificazione degli Eventi e degli Impianti Sportivi si è concluso nei giorni scorsi dopo 20 settimane di lezioni e lo ha fatto dal vivo con una serie di incontri a Roma dentro lo Stadio Olimpico. Per la sua 24° edizione, il masterSport ha affrontato una delle sfide più impegnative della sua storia. Dopo le prime settimane di “lezioni tradizionali in aula”, ai primi segnali della imminente crisi “Covid19” il corso si è velocemente evoluto prima in una versione a distanza con esperienze e live streaming dalle sedi delle organizzazioni sportive e poi nel momento di maggiore crisi in un e-learning master. Tutti i partecipanti hanno potuto continuare

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di Fabio Appetiti

Con l’on. Chiara Gribaudo

Ci vuole una cultura della parità È uscito in questi giorni l’atteso “Testo Unico dello Sport” del Ministro delle Politiche giovanili Vincenzo Spadafora, declinazione della legge delega approvata in Parlamento lo scorso agosto. Un testo di 124 pagine che richiederà un esame approfondito e su cui si concentrerà il dibattito politico-sportivo nelle prossime settimane. In questo numero incontriamo la deputata del PD, On. Chiara Gribaudo, membro della commissione lavoro e prima firmataria di una legge sulla parità salariale uomo-donna. Un tema, quello della disparità uomo-donna, che riguarda anche il mondo dello sport e che, come afferma l'onorevole Gribaudo, è figlio di una cultura sbagliata e di stereotipi ancora presenti nella nostra società. A chiudere tanti auguri di buon lavoro e un grande "in bocca al lupo" al Vicepresidente Vicario AIC Umberto Calcagno, che assume, fino a nuove elezioni, la guida della nostra Associazione, in un momento non facile per il paese e per tutto il mondo del calcio. La pandemia generata dal Covid 19 ha messo in evidenza, una volta di più, che non siamo ancora una società a misura delle donne e delle loro esigenze, sia in ambito familiare che lavorativo. Lei riceve decine di mail al giorno di donne che denunciano le loro difficoltà. L'Italia è ancora un paese che discrimina le donne? “Purtroppo sì, e lo abbiamo visto anche in questi mesi. Nella coppia è stata troppo spesso la donna a doversi far carico del lavoro di cura dei figli, anche se era in smart working. Lo abbiamo visto nella scelta delle task force, nella scelta delle aziende su chi lasciare a casa e a chi non rinnovare i contratti

doppiare lo stress, senza alcun tipo di riconoscimento o agevolazione”.

La disparità salariale è una delle sue battaglie per ridurre e cancellare ogni forma di discriminazione e disuguaglianza nei confronti delle donne sul mercato del lavoro. Lei ha depositato un testo di legge, ma quali sono le leve su cui agire per ridurre tale gap? “Dobbiamo lavorare sulla trasparenza e sulla reputazione. Le aziende che non rispettano la parità salariale devono essere rese note a cittadini e consumatori, mentre quelle che si impegnano per la parità salariale e di opportunità di carriera, devono essere premiate con “Alle calciatrici dico: non siete sole, un riconoscie con le donne in Parlamento sono con voi” mento incentivi specifici. La repua termine… le donne stanno pagando tazione oggi è una delle risorse più duramente questa pandemia”. importanti per le imprese, perché le persone fanno scelte consapevoli e Lo smart working per le donne è signipossono orientare il mercato al rispetficato in alcuni casi un aggravarsi delto dei diritti dei lavoratori. E poi serla loro vita quotidiana invece che una vono i servizi: asili nido, tempo pieno, agevolazione. Perché a suo avviso? congedi più ampi e flessibili”. “Con la chiusura delle scuole e degli asili si è dato per scontato che le donne Il lockdown ha visto anche aumentare a casa potessero occuparsi di tutto. Chi la drammatica emergenza della vioha lavorato in smart working ha dovulenza sulle donne. C'è a suo avviso to fare i salti mortali per seguire i figli una correlazione tra le discriminazionella didattica a distanza e ha visto radni di varia natura presenti nella so-

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cietà e la violenza fisica a cui le donne sono sottoposte? “Finché nella comunicazione continuerà ad essere diffusa l’idea della donna come oggetto e la donna sarà penalizzata nelle proprie scelte di vita, certi uomini continueranno a trattarla come qualcosa di inferiore su cui sfogare le proprie frustrazioni e che deve rispondere ai loro bisogni, senza alcuna autonomia”. Sul piano normativo e repressivo si stanno facendo importanti passi in avanti nel contrasto alla violenza sulle donne. Ma la vera battaglia è sul tema della prevenzione. Cosa a suo avviso non si fa e si dovrebbe fare? “A partire dalla scuola, si dovrebbe fare di più per diffondere una cultura di parità e di rispetto. Quella contro la violenza sulle donne è soprattutto una battaglia culturale che non vinceremo finché la narrazione pubblica continuerà a trattare la donna come un corpo e non come una persona”. Il progetto #Facciamogliuomini è il progetto dell'Associazione Italiana Calciatori contro la violenza sulle donne e ha come obiettivo un maggior coinvolgimento degli uomini in questa battaglia. Non crede che si faccia troppo


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poco su questo versante e che le tante riflessioni sul tema rimangano sempre all'interno dell'universo femminile? “Sono d’accordo, senza il coinvolgimento di tutti e quindi anche degli uomini, i progetti rischiano di apparire divisivi e quindi di fallire in partenza. Abbiamo bisogno degli uomini non perché ci difendano, ma perché collaborino a diffondere la cultura del rispetto nella società, specie in quelle dinamiche di gruppo in cui si rafforzano invece le idee più tremende su come trattare le donne”. Come parlamentare donna sicuramente per affermare le sue idee e il suo ruolo avrà dovuto faticare più dei suoi colleghi uomini. Mi fa qualche piccolo esempio di vita quotidiana di evidente disparità di trattamento tra uomo e donna? “Una donna in politica deve sempre dimostrare di essere brava il doppio degli uomini per raggiungere gli stessi traguardi. Può essere scartata per ragioni di maternità, con modalità non diverse da quanto accade nel mondo del lavoro. Può essere messa alla gogna sui giornali per una questione estetica, fatta a pezzi sui social per la propria vita privata, per questioni che riguardano anche gli uomini ma sulle quali a nessuno ver-

rebbe mai in mente di attaccare un politico. La vita privata per gli uomini non è mai una colpa, per le donne diventa una sorgente infinita di nefandezze da raccontare sul loro conto. E poi le donne che combattono con forza le loro battaglie, vengono sempre sottoposte allo stereotipo dell’isteria e del ciclo. Anche in Aula, su alcuni temi si avverte una sorta di fastidio, o il tentativo di rendere ridicole battaglie serie come quelle sugli assorbenti”. Lei è tra le fondatrici delle Azzurre Parlamentari e vi siete “messe in gioco” per dimostrare a tutti che il calcio non è uno sport per soli uomini. Vuole mandare un messaggio alle calciatrici italiane? “Siete fantastiche e bravissime, non fermatevi mai. Non siete sole a combattere gli stereotipi di genere e insieme dimostreremo che non esistono sport solo per qualcuno, lo sport può appartenere a tutti pur con stili diversi. Le donne in Parlamento sono con voi, lavoriamo insieme perché i vostri diritti di sportive professioniste vengano riconosciuti e combattiamo insieme per i diritti e il rispetto di tutte le donne”. Un’ultima domanda sul lavoro sportivo visto che in questi giorni è stato pre-

sentato il “Testo Unico dello Sport” dal Ministro Spadafora. Che idea ha di questo mondo in cui la pandemia ha evidenziato la precarietà di molte figure professionali che vi operano? “Ho conosciuto un mondo fatto di passione per lo sport, di coraggio nel mettersi alla prova che non viene tutelato e premiato a sufficienza dalla normativa sugli sportivi professionisti. C'è la necessità di garantire una copertura assicurativa e contributiva che metta al riparo dalla stagionalità, dai passaggi societari, dai rischi che si corrono quando si mette in gioco il proprio corpo e gli acciacchi o l’età possono farti ritrovare improvvisamente disoccupato e senza prospettive. La formazione, anche orientata a rimettere in gioco la propria mentalità agonistica e le proprie conoscenze, deve essere sviluppata e incentivata maggiormente nel mondo dello sport. Credo che su questi temi sia indispensabile una collaborazione fra politica, associazionismo e professionisti, per dare maggiori tutele a tutto il mondo dello sport e mi auguro che il collegato sport di cui si sta cominciando a discutere venga sfruttato come l'occasione per favorire il confronto con tutti i lavoratori di questo settore”.

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di Bianca Maria Mettifogo

Attilio Sorbi, allenatore Inter Femminile

Il valore della persona prima del genere Il calcio femminile, dopo l’eccezionale risultato dell’ultimo Mondiale di Francia, è stato al centro dell’attenzione dei mass media, dei tifosi, della politica del pallone e, non da ultimo, di una nuova o ritrovata passione da parte di chi il calcio non lo ha mai considerato affar suo. Le “ragazze mondiali” sono state protagoniste di un sogno ma dietro a quel sogno ci sono le loro storie, i loro sacrifici, la forza di non abbandonare una passione nonostante i molti ostacoli e le mille difficoltà, la soddisfazione di arrivare in alto, dove, forse, ti avevano detto non saresti mai arrivata. E se Virginia Woolf sostiene che “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”, noi oggi abbiamo incontrato un grande uomo che “guida” un gruppo di grandi calciatrici: mister Attilio Sorbi, allenatore dell’Inter femminile. La sua carriera da allenatore inizia quando è ancora un bambino e, da giovane calciatore che realizza il suo

sogno, sente che il suo futuro sarà allenare. “Sono stato molto fortunato”, ci racconta Mister Sorbi “perché non ho mai smesso di giocare. Certo, giocare ed allenare sono due cose diverse ma diventare allenatore era il mio obiettivo e ho iniziato a farlo appena lasciata la carriera da calciatore, a 35 anni”. Approda in Serie D, per poi passare alla Serie C ed arrivare alla Primavera del Perugia. Nel 2007 gli viene proposta una nuova sfida, che accoglie subito: inizia così la sua carriera da docente alla scuola allenatori del Settore Tecnico di Coverciano. Nel 2017 si aprono le porte di un’altra avventura: “Ho collaborato per due anni con Milena Bertolini, Commissario Tecnico della Nazionale Femminile. È stata un’esperienza molto importante che ci ha portato ai Mondiali e che ha dato al calcio femminile quella visibilità che fino ad allora era un po' mancata”. E da otto mesi Attilio Sorbi è l’allenatore dell’Inter Femminile, “una società che ha obiettivi rilevanti, una grande società fatta soprattutto da grandi persone, da professionalità di alto profilo” racconta il mister. Hai allenato calciatori e calciatrici: quali differenze hai trovato nel tuo modo di relazionarti, di comunicare e di vivere il tuo ruolo? “Bisogna sempre porsi per quello che si è”, inizia a raccontarsi Attilio Sorbi, “credo non si debbano fare distinzioni. Io sono me stesso, metto a disposizione quello che ho e comunico la mia esperienza senza discriminanti. Dobbiamo cominciare a togliere i tabù, se vogliamo crescere. Uomini e donne vanno trattati prima di tutto come persone”. Ma nell’approccio delle ragazze al calcio, hai percepito qualcosa di diverso? Spesso il loro background è diverso da quello dei colleghi uomini, il percorso è talvolta ancora più com-

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plicato ed arrivare a giocare in una grande squadra è un sogno, un traguardo frutto di grandi sacrifici, non solo personali ma anche familiari: questo porta le calciatrici a vivere il calcio in modo diverso? “Ho capito subito che il calcio femminile può rappresentare l’essenza e la gioia del gioco. Loro si donano completamente, sacrificandosi, forse perché il sacrificio è un po' la caratteristica che contraddistingue le donne, da tutti i punti di vista. Le loro aspettative sono diverse rispetto a quelle del mondo maschile, soprattutto a livello giovanile. Credo che il problema del calcio giovanile maschile sia da attribuire in primo luogo non tanto alle aspettative dei ragazzi, quanto a quelle dei genitori. Dovremmo pensare ad educare loro: sono i genitori l’agenzia formativa più importante. Oggi, soprattutto dopo i Mondiali, è aumentato il numero delle ragazzine che giocano a calcio. È un percorso straordinario quello che ha portato a questi risultati e non dobbiamo dimenticare da dove sono arrivate queste ragazze”.


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Spesso però sono proprio i genitori ad incoraggiare o scoraggiare le attività dei figli ed il calcio è da sempre comunemente considerato come uno “sport maschile”. “Alcuni genitori vivono ancora di stereotipi ma dobbiamo andare oltre, essere indifferenti e sottolineare invece gli aspetti positivi. Dietro al gioco del calcio ci sono valori educativi e formativi importanti per bambini e bambine ed è su questi che dobbiamo puntare. È inoltre fondamentale saper scegliere chi forma i nostri giovani, perché queste persone hanno un ruolo delicato e di primo piano nella loro crescita. Bisogna pensare prima di tutto che bambini e bambine diventeranno persone!”. Nel calcio sono ancora poche le donne ad occupare posizioni “di vertice”. Come pensi si possa cambiare questo aspetto e quale lettura ne dai? “Anche qui”, continua Mister Sorbi, “credo sia da dare rilievo alla qualità delle persone e non al loro genere. Una donna deve arrivare a ricoprire un determinato ruolo se ha le competenze, le capacità, la determinazione per farlo, esattamente come deve essere per un uomo. Dobbiamo dare spazio alle persone intelligenti, siano esse uomini o donne” e sottolinea “intelligenti, non furbe: il furbo è un intelligente andato a male”. “Credo nelle persone capaci di confrontarsi e di mettersi in gioco: dalle diversità nasce il confronto e dal confronto si può solo maturare e crescere”. E prosegue parlando della sua attuale esperienza: “All’Inter il responsabile è una donna, scelta per le sue qualità e per le sue capacità, per competenza e serietà”. Mister Sorbi non ha dubbi: “La differenza sta sempre nell’intelligenza delle persone. Io faccio e continuerò a fare quello che sento dentro perché intorno a me ho persone che meritano”.

Il progetto dell’Associazione Italiana Calciatori “Facciamo gli uomini” punta a sensibilizzare contro la violenza sulle donne: quale ruolo pensi debbano avere gli uomini? “Credo che questa battaglia debba vedere insieme uomini e donne: solo così si potrà fare qualcosa di concreto. E soprattutto penso sia necessario iniziare a fare i fatti perché le parole, da sole, non portano a nulla e non bastano più. Ancora una volta vorrei dire che il confronto, anche su questa tematica, può essere il mezzo per affrontare il problema e per trovare delle possibili soluzioni”. E lo sport? Che importanza può avere in tutto questo? “Lo sport è un veicolo straordinario, unisce i popoli e le generazioni. La musica e lo sport giocano un ruolo importantissimo e, se mi permettete, soprattutto il calcio. Non c’è nulla che possa muovere gli animi come il pallone!” E Mister Sorbi continua: “Lo sport sa aprire le porte ed oggi dobbiamo pensare di aprirci al futuro, al

nuovo, al miglioramento. Ma per fare questo percorso dobbiamo partire dal basso, dobbiamo educare i bambini. E la scuola deve farsi portatrice di messaggi positivi”. Si sofferma sul ruolo degli educatori: “Una volta le agenzie formative erano nell’ordine: i genitori, la scuola ed infine lo sport. Oggi scuola e sport devono camminare di pari passo. Purtroppo le scuole italiane non hanno grandi risorse, mancano le strutture e gli studenti fanno poco sport”. Attilio Sorbi, nella sua grande umanità, trasparenza e con la coerenza che ha contraddistinto tutta la nostra chiacchierata, chiude con un auspicio: “Io confido e spero in un futuro interessante per le nuove generazioni, soprattutto in questo momento così difficile. Sono gli “attraversamenti” della vita a cambiarci, a formarci e condurci verso un’evoluzione positiva. Mi auguro che, come hanno fatto con noi le passate generazioni, anche noi saremo in grado di lasciare ai nostri giovani qualcosa di bello e di importante”.

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di Pino Lazzaro

Allenatrice 1. FFC Recklinghausen, Germania

Laura Neboli, lady di ferro Con gli occhi di adesso, dice che quella sua, a suo tempo, fu una scelta giusta, che rifarebbe, certo. Dice ancora che aveva voluto andare in Germania – era il 2011 e aveva allora 23 anni – per provare e provarsi, perché voleva davvero fare la calciatrice, da professionista, da loro poi che ancor più a quel tempo erano molto ma molto più avanti che qui da noi, un distacco abissale, così lo definisce. Ora sono passati in pratica 10 anni e Laura Neboli è ancora lì e le cose della vita sono andate avanti: smesso di giocare, ora allena e da “mister” (come potremo chiamare le donne che allenano? Coach, così è un po’ neutro?) ha cominciato per caso, fin che giocava, con la proposta del tutto inaspettata se le an-

dava di provare con una Under 13, scoprendo poi che le piaceva, certo che sì. Dieci anni non sono certo pochi, Laura. “L’idea a suo tempo era quella di rimanere qualche anno. Invece, dai e dai, qui mi sono costruita una vita. Non c’è solo il calcio, c’è pure il lavoro e devo dire che qui mi sono sempre trovata bene, molto bene e non solo con il calcio. Certo, sono due culture diverse quella tedesca e l’italiana e guarda che non ho detto che una sia migliore dell’altra. Però qui ho toccato con mano che, per come sono fatta io, ci sono maggiori prospettive che in Italia. A far bene le cose, te lo riconoscono e quando ho voluto provare a fare qualcosa, ho sempre avuto vicino qualcuno che mi ha aiutato. Vedi per fare l’allenatrice, lo stesso per trovare lavoro in una banca, nonostante il mio tedesco non fosse proprio il massimo. È vero, da noi in Italia loro qui li vediamo un po’ chiusi e “dritti”, ma per me c’è invece molta più apertura qui che in Italia”. Laura ha continuato pure a studiare in questi anni, sia da… “mister” (e dalli) che da impiegata di banca. Patentini vari col pallone e corsi all’interno della banca, tanto che non manca poi molto, giusto un altro paio di gradini, per issarsi al ruolo di dirigente. Mai avuta la possibilità di tornare? Squadre italiane che bussavano? “Sì, contatti ne ho sempre avuti, squadre che mi cercavano, però il mio obiettivo è sempre stato quello di rimanere qui, perché cambiare? Ti dirò che offerte ne ho avute pure da altre formazioni tedesche ma la cosa più importante per me è sempre stata quella di trovarmi bene, essere a mio agio e qui ho trovato persone che mi hanno fatto sentire come a casa. È stato proprio per questo ad esempio, per come sono fatta, che a

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suo tempo ho fatto più di un campionato alla Reggiana, semplice”. Laura è di Villanuova sul Clisi, nel Bresciano. Papà allenatore della locale scuola calcio, lui sempre a sostenerla, lì a giocare sin quasi i 14 anni con i ragazzi. La vedono quelli del Bardolino, va lì con loro e fa pure parte della squadra che vince lo scudetto (2004/2005, lei è appena sedicenne); seguono poi gli anni della Reggiana (con la Coppa Italia 2009/2010), il Tavagnacco e poi su a Duisburg, è lì dove ancora abita (mettendo tra l’altro assieme ben 36 presenze con la nostra Nazionale maggiore). Per un paio d’anni dunque nella Bundesliga femminile, da titolare in quel livello altissimo. Poi il tormento degli infortuni che a poco a poco l’hanno costretta/ convinta a mollare la presa, avanti dunque in panca. Esperienze a livello giovanile col Duisburg, poi di prime squadre a livello di 2.Bundesliga e Regionalliga, con infine l’offerta di qualche settimana fa: la panchina dell’1.FFC Recklinghausen, società ambiziosa che dal campionato regionale (sorta di 3a Divisione) punta a salire di categoria. Sotto dunque con Laura. “Un contatto che già avevo da tempo, potevo anche cambiare in corsa, a metà stagione, ma non è un modo che a me piace, gli impegni cerco sempre di por-


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E in panca, come va? “Ah, diciamo che sono… attiva. Di strada insomma ne faccio parecchia, in effetti la mia area tecnica è sempre un po’ più ampia: anch’io “gioco” insomma, sono lì che difendo e attacco con loro”. Sul campo? “Mi piace il gioco offensivo, veloce. Attaccare alto e col possesso di palla arrivare presto al tiro in porta. Negli ultimi 30 metri mi affido invece alla loro creatività, mi piace che cerchino l’uno contro uno, libere insomma”.

tarli sino alla fine. Hanno puntato su di me, bella sensazione. L’obiettivo è quello di salire intanto in 2.Bundesliga e se mi chiedi quale possa essere poi il mio sogno, penso allora alla Bundesliga, arrivare sin lì per poi puntare pure a qualcosa in più… e non dico altro”. Come sarà la settimana-tipo? “Una categoria la nostra in cui tutte si allenano tre volte la settimana, con l’aggiunta da parte mia di un programma per ciascuna, da fare in casa o in palestra e la mia disponibilità, iniziando un’ora prima gli allenamenti, per delle sedute anche individuali; orari ancora da definire, comunque o 19 o 19.30. Squadra giovane, di ragazze dai 16 ai 23 anni, parecchie ancora studiano, con quell’impegno che qui hanno, dopo le ore in classe, di un avviamento pratico al lavoro. Sto ancora cercando l’allenatore in seconda, esigente come sono dobbiamo per forza andare d’accordo, spero possa essere una donna, sarebbe meglio. Il preparatore dei portieri è un uomo, abbiamo poi una fisioterapista e un “factotum”, sorta di segretario (liste da preparare per esempio) e magazzi-

niere assieme; infine il team-manager, anche lui a disposizione, era lui l’anno scorso l’allenatore”. Stadio e strutture? “Lo stadio è bello, per 7000 spettatori, terreno erboso. Dietro c’è un altro campo in erba e giusto a 5’ c’è un campo in sintetico che utilizzeremo d’inverno”. Che so, più democratica o sergente di ferro? “Di base sono più una sergente, rigida la mia parte, sì, un po’ “tedesca”. Di mio cerco sempre di dare il massimo, di fare il meglio e se magari ci arrivo, allora vuol dire che potevo/posso fare ancora di più. Come sono insomma esigente con me stessa, lo sono con le giocatrici: specie se vedo che possono raggiungere certi traguardi, che spreco se vengono a mancare testa e/o grinta. Voglio che facciano quel che dico di fare, senza discussioni. Occhio sempre alla puntualità e con tutte cerco sempre di essere chiara, soprattutto spiegando quale sia la loro “graduatoria” nella squadra e cosa voglio/ mi aspetto in particolare da ciascuna”.

Da lì come ci vedi/vedono? “Ho seguito il Mondiale in tv, qui in Germania. Certo che abbiamo fatto bella figura, anche qui hanno visto i miglioramenti, come fosse ben preparata la squadra. Spero continuino così, che si possa in Italia spingere ancora di più”. Ok, chiudiamo. Laura come detto vive a Duisburg, dice che per arrivare lì al campo ci vorrà poco più di mezzora di strada, Olanda e città come Düsseldorf poco lontane, tanto da vedere e da fare. A casa, in Italia, va un paio di volte l’anno, a giugno e dicembre, stavolta il coronavirus ha chiuso la porta di giugno, resta dicembre, speriamo. Genitori che comunque salgono ogni paio di mesi, con la mamma che pure ha avuto modo di incantare il gruppo di ragazze allora allenate da Laura, con una bella cena… italiana (“sì, per il cibo qui non ci siamo, mangiano proprio male”). Di base una passione grande grande, che continua a bruciare, che ha trovato una sua strada, parecchio diversa da quelle solite. Volendo, basterebbe guardare all’indirizzo mail che ha scelto parecchi anni fa: un bellissimo omaggio a Franco Baresi, il suo preferito da ragazzina. “Ho fatto a tempo anch’io all’inizio a giocare da libero, ora non s’usa più. Mi piaceva, anche perché sapevo “vedere” prima, sì”.

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di Claudio Sottile

La “seconda vita” di Sandro Cois

“Non c’è solo il calcio” Pensi a un calciatore fortemente iconico degli anni Novanta e la mente ti riporta a galla la figurina di quel centrocampista col cognome che sembra straniero, ma è tricolore (il rosso ce lo mette lui con la sua capigliatura e la passione motoristica).

tamenti a Firenze”.

Hai accennato al tuo ritiro: hai smesso poco più che trentenne, per i postumi di un infortunio. “Non ho avuto scelta. Dovevo decidere. O la salute, cercando di avere una vita normale dopo quella da professionista, Sandro Cois, come va la tua vita dopo oppure trascinarmi in una carriera nelil calcio? la quale non mi sentivo più me stesso. “Ho la passione per l’immobiliare, Dopo l’incidente non ero più il giocama non faccio questo di professione. tore di prima. Ho avuto la possibilità di Quando giocavo ho iniziato a investire giocare anche dopo aver smesso, mi in alcuni immobili e mi ci sono appaschiamarono delle società che lottavano sionato, avendo la possibilità di comper non retrocedere in B, ad esempio il prarli e ristrutturarli. Ma non è il mio Modena del mio ex allenatore Alberto lavoro. Non ho una società né costruiMalesani, ma dissi di no. Sono coerensco, è un hobby. Credo che tanti ex calte, non attaccato al racimolare stipendi ciatori abbiano investito nel mattone”. e quattrini qua e là. Ho voluto finire in A, dopo 14 anni di carriera. Non ero più Sembri entusiasta. in grado di essere il calciatore che ero “Quando ho staccato e smesso col calin quegli anni. La mia preparazione allo cio giocato, mi ci sono dedicato magsmettere di giocare è stata di due anni giormente perché avevo più tempo, non e non improvvisa, questo mi ha salvato. La passione del merca“La vera amicizia nel calcio to immobiliare mi ha distolto dalla preoccuè molto difficile, i veri amici pazione di dire ‘oddio, faccio il calciatore, ho rimangono quando smetti” allenamenti tutti i giormi servivo di architetti perché sceglievo ni, le partite, e di punto in bianco non ci autonomamente i materiali e tutto quelsono più’. Si rischia l’esaurimento nerlo che riguardava la ristrutturazione voso. Un giorno mi sono detto ‘bene, ciò dell’immobile. Da quando ho smesso, mi che è stato è stato, inizierà una nuova è successo di comprare, ristrutturare e vita, non c’è solo il calcio’. Non ho vissupoi rivendere, ma non è la mia attività”. to il trauma del distacco, mi sono sentito sempre un privilegiato per il lavoro che In famiglia però questa passione… è ho svolto. Negli ultimi sette anni comundi “casa”. que ho allenato i ragazzi del Margine Co“Mia moglie ha un’agenzia immobiliaperta, una squadra di Montecatini che in re, lavora per conto suo. Certo, io ho passato sfornò Giacomo Bonaventura collaborato con l’agenzia, ma anche e Giampaolo Pazzini. Non ho staccato con altre”. completamente col pallone”. Hai mai avuto a che fare in questo ambito con gente legata al calcio? “Ho fatto fare delle operazioni a due miei ex compagni. Uno era in difficoltà e ha venduto, per l’altro invece ho fatto da tramite per l’acquisto di due appar-

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Ci sono punti di contatto tra il settore calcistico e quello immobiliare? “Assolutamente no. Il calciatore è il lavoro più bello del mondo, hai la possibilità di realizzare il sogno di tutti i bambini. Quando fai sport, giochi a

livelli alti, sei conosciuto, guadagni bene, non esistono lavori migliori”. Il tuo sogno si incrinò il 27 ottobre 1999 proprio in uno stadio… da sogno, Wembley, durante un match di Champions League contro l’Arsenal. “Ho preso una testata dal capitano dei Gunners Tony Adams in un contrasto aereo. Il contraccolpo mi fece fuoriuscire due ernie cervicali. Non furono scoperte subito, ci sono voluti un paio di mesi, mi continuavano a dire ‘è un torcicollo, è la schiena, stai tranquillo è una contrattura muscolare’, poi quando è sopraggiunta la febbre alta fu deciso di sottopormi a una risonanza magnetica e da lì sì vide che il problema era molto più serio. Fu uno scontro fortuito, se ne fanno tanti di quei contrasti, ebbi la sfortuna di cadere a peso morto, ho sofferto una sorta di colpo di frusta. Nello spogliatoio non mi ricordavo più nulla, persi i sensi e mi sostituirono con Daniele Adani”. Esiste la vera amicizia nel calcio? “È molto difficile, i veri amici rimangono quando smetti. Se non ti frequenti, per lontananza o altri ovvi motivi, le amicizie vanno a perdersi. Io ne ho un paio autentici. Andrea Sottil, neoallenatore del Pescara, e Andrea Tarozzi che fa il secondo di Roberto D’Aversa a Parma. Con loro ho un rapporto diretto, con altri ti senti al massimo una volta al mese per qualche augurio”. Come giudichi l’ondata nostalgica che ha riportato alla ribalta il calcio nostrano di una ventina d’anni fa? “Il calcio di quegli anni, al di là del tempo passato e del fatto che io sia di parte perché ho fatto parte di quell’epoca, era diverso. I calciatori erano più vicini al tifoso, ora c’è un muro, non c’è un rapporto così diretto, è tutto più freddo, perché ci sono tante televisioni e troppi interessi. Nel mio calcio in Italia c’erano dei grandissimi campioni. Ora


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pensiamo a Cristiano Ronaldo, Zlatan Ibrahimović, Romelu Lukaku, ogni squadra ne ha uno-due, ai miei tempi ce n’erano tanti. I migliori venivano in Italia, ora si fa un po’ fatica ad attrarli... E poi in quel periodo c’erano tanti campioni italiani: Totti, Del Piero, Cannavaro, lo stesso Buffon, Chiesa, Baggio, Vieri. Oggi l’Italia non ha purtroppo questo tipo di giocatori. La Nazionale italiana, va dato atto al CT Roberto Mancini del grande lavoro svolto, è composta da undici giocatori bravi, ma non c’è un campione assoluto. Magari in prospettiva può esserlo Nicolò Zaniolo, o magari Federico Chiesa, ma oggi non c’è. Quando ho fatto parte degli Azzurri negli undici c’erano Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Francesco Totti, Alessandro Nesta, Fabio Cannavaro, Paolo Maldini, Christian Vieri, Pippo Inzaghi, tutti fenomeni e non solo in confronto a chi c’è adesso. E uno come Gianfranco Zola faceva fatica a trovare spazio in mezzo a loro… ci fossero oggi, si parlerebbe di vincere il Mondiale o l’Europeo”. Parlando di campionissimi, non si può non citare Gabriel Omar Batistuta. “Batistuta, dal mio primo giorno a Firenze, ha registrato una cresciuta impressionante. Negli anni in cui ho avuto la fortuna di giocare con lui è migliorato tantissimo, in tutto. Tecnicamente non era dotatissimo, ma col lavoro, con l’impegno, con l’allenamento, è diventato non un fenomeno, però bravo. Poi il fiuto del gol l’ha sempre avuto, fisicamente era un animale. Giocare con lui era facile, Bati ti portava via due-tre uomini, davanti faceva paura, lo avrebbero voluto tutti, fortunatamente era alla Fiorentina e ha fatto molto bene con la Viola”. Con lui siete andanti vicinissimi a riportare lo Scudetto a Firenze, ma un altro attaccante aveva altri piani… “Edmundo ebbe un atteggiamento che oggi nessuna società permetterebbe, cioè andò via per un mese per partecipare al Carnevale di Rio. Raccontata oggi sembra una barzelletta, purtroppo è accaduto in un periodo in cui ci si giocava lo Scudetto. Campionato 1998/1999, eravamo campioni d’inverno davanti a Lazio e Parma, si fece male

Sandro Cois è nato a Fossato (CN) il 9 giugno 1972. Cresciuto calcisticamente nelle giovanili della Fossatese, ha vestito le maglie diTorino, Fiorentina, Sampdoria e Piacenza.

Bati, ma lui andò comunque via, non eravamo come il Milan o la Juventus che avevano rose di 18-20 giocatori bravi. Noi eravamo la Fiorentina, tolto Batistuta l’unico che poteva giocare centravanti era Edmundo. Andato via lui è normale che fai fatica. Saltò quattro partite, nelle quali lasciammo per strada dei punti pesantissimi, perdemmo la prima posizione, il Milan di Alberto Zaccheroni dopo un’imperiosa cavalcata a fine stagione si cucì il Tricolore”. Riusciste a raggiungere il terzo posto. A proposito di podio, tu fai parte della Nazionale Piloti! “Ormai sono quasi 15 anni che sono in questa grandissima famiglia, devo dire che inizio a essere uno dei più anziani. Fu organizzata a Montecarlo una partita fra la Nazionale piloti e una squadra All Stars del Principe Alberto di Monaco, allenata da Claudio Ranieri. Io ero stato designato a scendere in campo con loro, ma si resero conto che i calciatori sarebbero stati troppi e, perciò, qualcuno doveva passare con la squadra piloti. Accettai di andarci io, con il placet di Michael Schumacher, era lui

che decideva e solitamente non voleva calciatori in squadra. Dopo quindici minuti, eravamo sotto di due reti, ero in panchina e mi chiese di scaldarmi. Dopo aver vinto 3-2, ringraziandomi, Schumi mi invitò ufficialmente a far parte della squadra. Oggi ho la fortuna di dare qualche consiglio al mister Mario Di Natale, e capita di stilare in tandem la formazione. È un fine nobile perché è per beneficienza, poi mi piace trascorrere una giornata assieme a tanti ex colleghi che non vedo magari da tempo. Spesso quando giochiamo le partite benefiche le altre squadre si riempiono di ex calciatori, quindi mi tocca coinvolgere a mia volta qualche vecchio compagno per rinforzarci e cercare di essere equilibrati”. Visto che sei a pieno titolo uno di loro: chi vince il Mondiale di Formula 1 appena partito? “Da ferrarista spero Charles Leclerc, in tutti i modi. Ma credo che Lewis Hamilton abbia ancora qualcosa in più”.

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di Francesco Romeo

Andrea Soncin e quel ritiro AIC…

Il “Cobra” morde ancora Dopo oltre trent’anni di storia, il ritiro per calciatori senza contratto non si terrà a causa del famoso virus che ha flagellato il mondo intero. Il primo ritiro, totalmente differente da come lo viviamo oggi, si svolse vicino a Roma, a Pomezia, con l’intento di fornire una preparazione adeguata a coloro che non avevano un contratto professionistico e si trovavano, quindi, senza lavoro. Negli anni, da quella prima volta, si sono calcati i campi di numerosi centri sportivi fino a giungere al centro sportivo più famoso d’Italia: il “Luigi Ridolfi” di Coverciano a Firenze. L’estate in AIC vuol dire anche ritiro di Coverciano. E per noi, per chi scrive in particolare, attraversare la sbarra del Centro Tecnico Federale è sempre un’emozione intensa. Oggi, che non si potranno calcare gli splendidi manti erbosi e non si potranno frequentare le aule durante il ritiro, ci tornano in mente quelle sensazioni passate durante

professionistiche. Uno di quegli attaccanti di cui si conosce anche il soprannome: il Cobra. Una carriera lunga e importante soprattutto in Serie B e legata all’Ascoli, in cui ha militato per 5 stagioni totali. Oggi è allenatore in forza presso il Venezia FC: Andrea Soncin. Partecipa al ritiro AIC nell’estate 2016, all’imbrunire della sua carriera calcistica. Vuoi che le offerte non arrivano, vuoi che alcuni calciatori hanno la possibilità, come Andrea, di aspettare la proposta giusta, molti giocatori si trovano a luglio senza squadra ed è così che hanno l’occasione di partecipare al ritiro.

Il Cobra, terminata l’esperienza di Coverciano, ci racconta che aveva ancora voglia di giocare: “volevo continuare la mia più grande passione cominciando anche a guardarmi intorno per il dopo carriera da calciatore. Ho firmato per il Montebelluna (società di serie D - ndr), ma sono rimasto pochi mesi”. Con una chiarezza di idee “Il ritiro AIC è stata tipica di chi vuole percorrere la strada da allenatore, continua un’esperienza bella, utile e spiegando come Montebelluna sia una realtà molto organizzata anche molto formativa” e che le differenze con le catele afose estati fiorentine. Riaffiorano gorie professionistiche si notino soricordi di allenamenti, di amichevoli, dei prattutto nei valori, in particolare per compagni di staff e di tutti i calciatori quanto concerne l’aspetto lavorativo. che sono passati per questa esperien“Il focus quindi” – continua Andrea – za. E per loro, cosa vuol dire il ritiro AIC? “non è solamente nell’aspetto calcistiAndiamo a mescolare le vecchie carte co, anche perché ci sono ragazzi gioe troviamo molti ex calciatori che hanvani che studiano, altri che lavorano al no frequentato il Centro Preparazione di fuori degli orari dedicati al campo. Precampionato AIC – questo il nome Io però mi sono adattato e mi sono troufficiale – e alcuni di questi sono oggi vato bene”. allenatori affermati come Massimiliano Allegri, Mimmo Di Carlo…per citarTerminata l’avventura a Montebellune solamente un paio. na e conclusa la carriera da calciatoNasce così l’idea di risentire vecchi re, Andrea Soncin è subito approdato compagni di esperienza, conoscere il al Venezia, ci rivela, grazie al responpercorso che hanno intrapreso e parsabile del settore giovanile Mattia lare di alcuni ricordi legati al momenCollauto. to del ritiro. Anche in questo caso le idee di Andrea Le prime risposte le porta un attaccansono ben precise nell’affrontare il dite che ha segnato in tutte le categorie scorso riguardo a nuovi percorsi da se-

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Andrea Soncin è nato a Vigevano il 5 settembre 1978. In carriera ha vestito le maglie di Vigevano, Solbiatese, Venezia, Perugia, Sambenedettese, Fiorentina, Pistoiese, Lanciano, Atalanta, Ascoli, Padova, Grosseto, Avellino, Pavia, Albinoleffe e Montebelluna.


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guire: “il primo anno è stato transitorio perché dopo tanti anni passati in campo da calciatore penso ci voglia un po’ di tempo per l’adattamento a un nuovo ruolo e capire bene che strada intraprendere. Il primo anno facevo il collaboratore con tutte le squadre nazionali del settore giovanile e curavo la fase offensiva principalmente con la Primavera. Al secondo anno invece mi è stata data l’opportunità di fare il primo allenatore con l’Under 17. Ora invece ho anche la possibilità di far parte dello staff tecnico della Prima Squadra”. Il passaggio da calciatore ad allenatore è avvenuto poco dopo il ritiro AIC di Coverciano. Che esperienza è stata per te? “Esperienza importante che mi ha lasciato molti amici e molti contatti che sento tuttora, ed essendo della mia generazione, alcuni, allenano anche loro. Un’esperienza bella, utile e anche molto formativa soprattutto per la possibilità di seguire il corso da allenatore. Ma anche molto utile per chi ha ancora intenzione di giocare perché ha la possibilità di allenarsi bene, in una struttura di primo livello e fare partite contro squadre di varie categorie avendo la possibilità anche di mettersi in mostra”. Non è facile, o perlomeno non è scontato, per un calciatore professionista, abituato ad applicarsi in campo, affrontare un’esperienza che concilia campo e aula. Parlando con Andrea, infatti, si è discusso di come si era approcciato, in particolare, al corso da allenatore, quindi per quanto riguarda la fase di aula. “Sicuramente molte cose, soprattutto per chi ha anni di carriera alle spalle, sono già conosciute, ma si entra nel “perché” si vanno a fare determinate cose. Quando sei calciatore non ci pensi, sei un esecutore. Da allenatore si va a monte e bisogna capire il perché di certe situazioni. Altre cose invece non

erano conosciute, ad esempio le parti che interessavano gli aspetti psicologici e gestionali del gruppo. Penso sia un’esperienza utile sia per chi vuole fare ancora il calciatore sia per chi è a fine carriera e comincia a dover pensare ad altro. Da calciatore ti permette di vedere alcune cose con altre prospettive, con maggiore consapevolezza. Io, ad esempio, ho partecipato al ritiro nel finire della carriera, ma se fosse capitato prima – anche se fortunatamente non sono mai stato svincolato – avrei sfruttato questa opportunità. Anche perché, chi ha la sfortuna di non avere il contratto, comunque ha la possibilità di allenarsi bene, in un contesto di alto professionismo. È una vetrina e un’esperienza importante a 360°”. Andrea Soncin è uno di quelli cha fatto l’intera carriera tra i professionisti. Ma il cambio da calciatore ad allenatore è sempre particolare ed ognuno segue percorsi differenti. Chiedendo cosa pensasse del suo futuro, ha risposto in modo ancora una volta determinato: “Ho intenzione di continuare a crescere. L’opportunità che mi è stata data di inserirmi nello staff della Prima Squadra è un segno di fiducia e stima e per me è un’occasione di crescita. Dopo il ritiro AIC, grazie a cui ho conseguito l’abilitazione Uefa B, ho continuato il percorso formativo ed ho ottenuto l’Uefa A. L’intenzione è quella di continuare la formazione che, oltre alle abilitazioni ufficiali, per me avviene principalmente attraverso il confronto. Io ho la fortuna di conoscere tanti addetti ai lavori e questo mi permette di confrontarmi con tante idee e perfezionare al meglio la mia che svilupperò nel tempo”. Si parla di confronto, tornando all’inizio della chiacchierata quindi si riprende il tema di cosa ha lasciato il ritiro ad Andrea anche da questo punto di vista.

“Tanto, assolutamente. Si crea un clima molto solidale all’interno del gruppo di lavoro. Quindi si formano contatti anche molto stretti e sicuramente anche da questo punto di vista è un’esperienza valida”. La chiacchierata col Cobra (perché ora allena, ma Cobra rimane) si è conclusa con una domanda semplice, forse banale: se dovessi pensare ad una cosa o un episodio di quelle tre settimane, a cosa penseresti? Nella risposta, il ricordo non si focalizza su un unico punto, sintomo, forse, dell’esperienza vissuta piacevolmente: “Ci sono stati tanti aspetti da considerare. Ad esempio l’emozione prima della parte pratica in campo dell’esame da allenatore. Anche le amichevoli che si facevano. Io ero inserito in un gruppo dove molti erano verso la fine della carriera e quindi eravamo concentrati molto anche sulla parte dedicata al corso piuttosto che sulla parte di preparazione fisica. Quando però si scendeva in campo emergeva la passione e la voglia di divertirsi e anche da “vecchietti” riuscivamo a fare delle buone prestazioni contro squadre professionistiche. Insomma momenti belli ce ne sono stati molti, in campo e fuori”.

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io e il calcio

di Pino Lazzaro

Ludovico Fossali, arrampicata sportiva

Aspettando l’Olimpiade “Non so, fin da piccolo, anche prima dei cinque anni, non facevo altro che arrampicarmi, dappertutto, ancora e ancora, sui mobili di casa, fuori sui cancelli, poi anche sugli alberi a scuola, questo almeno m’hanno sempre raccontato i miei. È stato dopo, quando avevo cinque anni e i miei s’erano trasferiti in Emilia, che per la prima volta sono entrato in una palestra, avendo così modo di provare l’arrampicata in sicurezza. Di sport ne ho fatti e provati altri, così hanno sempre voluto i miei genitori; basket, anche un po’ di calcio, ma poco, pattinaggio, pure lo snowboard, però l’arrampicata non l’ho mai smessa, per me era sempre un gioco e un divertimento”. “Un primo cambiamento c’è stato nel 2011, gare più… serie, prove di circuiti internazionali, via all’estero e dunque dovevo dedicarmi di più ed è stato poi nel 2016 che la mia vita è cambiata, proprio così, con la vittoria del Mondiale giovanile. L’anno dopo sono entrato nella categoria senior, all’Europeo nel 2017 mi sono ritrovato al primo posto dopo la qualifica ed è stato ancor più lì che ho capito che potevo giocarmela. Il passo successivo è stato infine il professionismo vero e proprio, grazie all’Esercito”. “A ripensarci, quel che più mi ha preso con l’arrampicata credo sia stato il divertimento, lo stesso che tuttora provo. È uno sport piccolo il nostro, forse proprio per questo ha tutto sommato meno importanza il vincere, il “dover” vincere, come per esempio capita negli sport di squadra, lì tutti contano, lì sì è più presente l’obiettivo, che vincere bisogna, che conta molto”. “Due allenamenti al giorno, questa in sostanza la mia giornata tipo, tranne magari un mezzo mercoledì in cui sto fermo. Da una parte lavori a secco in palestra, anche con i pesi e dall’altra

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l’arrampicata vera e propria, per migliorare e affinare via via la tecnica. Sì, sono soprattutto un agonista, vado sempre meglio in gara che in allenamento, gare le nostre in cui c’è intanto la qualifica per entrare nei 16 che poi disputeranno la gara. Per la qualifica si fanno due prove, conta il tempo migliore e se entri così tra i sedici, ci sono poi i confronti – una prova secca – tra il primo e il sedicesimo, il secondo e il quindicesimo e così via”. “Ancor più ora che sono con l’Esercito, le cose sto cercando di farle davvero seriamente, mi sto insomma dedicando e posso dire che tutta la mia giornata è incentrata sull’arrampicata: allenamenti, il riposo, sempre contando sull’apporto della mia “squadra” che mi accompagna: i miei coach, psicologa, nutrizionista e fisioterapista.” “Se mi considero un privilegiato? Guarda, per me lo prendo come un lavoro, magari diverso, mica sono in ufficio, però pur sempre un lavoro e la cosa bella è che faccio qualcosa che mi piace, ecco, questo sì è il privilegio, sarebbe bello che tutti potessero fare allo stesso modo nel loro lavoro”. “Le pareti che andiamo ad affrontare sono tutte uguali, sempre lo stesso è insomma il tracciato delle prese. Non so se possa essere la gara più breve al mondo, forse sì: pensa che il record del mondo (siamo andati a vedere, è di un iraniano, Reza Alipourshenazandifar; ndr) è attualmente di 5 secondi e 40 centesimi; quello italiano – il mio – è di 5 secondi e 78, distacco che non è poi così poco”. “Ora anche per noi è tutto fermo, m’ero qualificato alle Olimpiadi di Tokio ma tutto è stato posticipato. Ho così più tempo perché l’arrampicata che per la prima volta doveva essere a Tokio avrà una classifica combina-

ta, che tiene dunque conto dei piazzamenti nelle tre nostre specialità: speed che è quella in cui me la cavo meglio, boulder e lead. Posso così lavorare con calma su quei settori in cui so che devo più migliorare. Per le gare ancora non si sa, a novembre è fissato l’Europeo ma chissà poi se verrà fatto. Il mio grande obiettivo continua a essere l’Olimpiade, puntando a salire sul podio, arrivare insomma a medaglia. Se poi si farà l’Europeo, anche lì mi piacerebbe arrivare tra i primi tre, al massimo m’è riuscito d’arrivare quarto in Europa”. “No, il calcio non lo seguo molto e mi capita di guardarlo lì davanti alla televisione con gli amici e so di non essere molto informato, dove gioca questo o quel giocatore. Magari un po’ di più mi piace il basket, anche perché più presente in casa, con mio padre che pure allena una squadretta lì in paese. Sul fatto che tutti i giorni sui giornali ci siano pagine e pagine di calcio e di noi dell’arrampicata praticamente nulla, che devo dire, mi dispiace e sarebbe bello essere un po’ più riconosciuti. In fondo siamo professionisti pure noi e non tanto per avere pubblicità, no, quanto perché – e parlo di me – io sono in effetti un campione del mondo, se vuoi non proprio uno qualsiasi, dai”.


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foto di Giovanni Danieli

La scheda

Arrampicata sportiva (dal sito della F.A.S.I.)

Sono tre le discipline Lead Consiste nell'effettuare una scalata su vie che aumentano di difficoltà progressivamente fino a raggiungere gradi di difficoltà al limite delle capacità umane. Ad ogni presa viene assegnato un punteggio progressivo e ha 2 valori: "tenuta" se viene impugnata; "utilizzata" se dopo averla impugnata si inizia un movimento che però non permette di raggiungere la presa successiva. Il massimo punteggio si ha nell'inserire la corda nell’ultimo moschettone di sicurezza il “TOP” o nell’arrivare con entrambe le mani all'ultima presa nel caso si utilizzi la corda di sicurezza dall'alto. È la prima disciplina dell’Arrampicata Sportiva e si ispira alle scalate su falesia in ambiente naturale. Boulder Consiste nel dover arrampicare su vie basse, massimo 5 metri, di diversa difficoltà senza l'uso dell'imbragatura (l'incolumità è assicurata da materassi para cadute). Richiede uno sforzo di breve durata ma di massima intensità e prevede una serie limitata di movimenti, 7-8 in media. Bisogna partire con tutti e 4 gli arti appoggiati su prese obbligate di "start" per completare il per-

corso che culmina con un "top" (presa finale) che dev'essere tenuto dall'atleta in modo da dimostrare la propria stabilità. Prende origine dal Bouldering, cioè l’arrampicare su grossi massi. Speed La specialità di velocità consiste nel completare una via (normalmente di grado medio/basso) nel minor tempo possibile. Dal 2007 la IFSC ha omologato un muro di arrampicata di 15m dove effettuare le competizioni. La via da competizione è fornita di un sistema di cronometraggio che permette agli atleti di fermare il tempo. La via viene salita con corda dall'alto, attualmente si utilizzano degli “Assicuratori automatici”, in modo che l'atleta possa concentrarsi solo sul tempo di salita.

Di Trento, classe 1997, trasferitosi da anni a Vignola con la famiglia e dopo essere stato campione italiano U20 Speed nel 2015, Ludovico Fossali ha conquistato nel 2016 il titolo di campione del mondo juniores Speed, vincendo pure – sempre nello Speed – la Coppa Europa e la Coppa Italia. Campione italiano Speed nel 2017 e terzo nella Coppa del Mondo Speed, lo scorso anno ha conquistato il titolo di campione del mondo Speed in Giappone, pure assicurandosi la qualificazione olimpica (l’arrampicata sportiva doveva debuttare tra le discipline olimpiche proprio all’Olimpiade di Tokio, la XXXII, originariamente in programma dal 24 luglio al 9 agosto del 2020; a causa della pandemia di Covid-19, il tutto è stato posticipato di un anno). Studente di Scienze Motorie, confessa di prendersela un po’ comoda: qualche esame magari a settembre ma poi massima concentrazione sull’Olimpiade, nessun dubbio, priorità assoluta.

Combinata olimpica Per il debutto dell’Arrampicata Sportiva tra le discipline olimpiche, il CIO ha deciso di attribuire una sola medaglia a questo Sport, così tutti gli atleti dovranno confrontarsi in tutte e tre le discipline ufficiali. Come prima prova ci sarà la Speed, seguita dal Boulder e a chiudere sarà la Lead: ecco così nata la Combinata Olimpica.

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internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Anche il calcio con l’Oms contro il Covid-19 In questi ultimi mesi abbiamo sentito parlare molto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del suo impegno contro la pandemia del Coronavirus. Abbiamo anche letto di forti polemiche politiche contro l’Oms ma non

si può dimenticare che si tratta dell’organismo sovranazionale, facente capo alle Nazioni Unite, che si occupa fino dal 1948 delle questioni sanitarie a livello mondiale, con 194 stati membri divisi in sei regioni: Europa, Americhe, Africa, Mediterraneo Orientale, Pacifico Occidentale e Sud-Est Asiatico. L’unica organizzazione sanitaria che si prefigga obiettivi alti e ambiziosi, come nel caso di Health21, la Strategia della salute per tutti nel 21° secolo. L’unica in grado di dichiarare lo stato di pandemia globale, come avvenuto nello scorso marzo per Covid-19. Non stupisce quindi che la FIFA abbia stretto con l’Oms (www.who.int) una collaborazione per iniziative comuni di sensibilizzazione con il fine di diffondere le conoscenze pratiche utili per difendersi dal contagio del Coronavirus. Già il 16 marzo il presidente FIFA, Gianni Infantino, scrisse una lettera alle 221 federazioni affiliate per esortare il mondo del calcio a preservare la salute dei giocatori, tecnici, dirigenti e appassionati. Un passaggio del messaggio del responsabile del calcio mondiale afferma: “Questi sono giorni difficili, questo è un tempo difficile, abbiamo un grande nemico, il Coronavirus. Il calcio deve mostrare solidarietà e unità, e che siamo una

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squadra. È un problema globale, il virus ci sta mostrando quanto è globale il Mondo. E i problemi globali hanno bisogno di misure globali”. Abbiamo già visto come numerosissimi calciatori e sportivi abbiano partecipato fin dal primo momento, in Italia e all’estero, alle campagne sociali per sostenere la necessità del lockdown per tutta la popolazione e anche l’appello della Federazione Internazionale non è caduto nel vuoto. Su Fifa Tv è disponibile un video in cui molti calciatrici e calciatori di tutto il mondo, tra cui Gigi Buffon, rivolgono un messaggio ai tifosi: il calcio è unito e insieme vinceremo la sfida, impiegando determinazione, disciplina e lavoro di squadra. Inoltre, il video spinge i fans, come compagni di un solo team, a seguire le 5 precauzioni elementari contro l’avversario comune. Tenere sempre pulite e disinfettate le mani. Salutarsi con un tocco dei gomiti. Utilizzare le mascherine per evitare lo spargimento del droplet di vapore acqueo con la sua potenziale carica virale ed evitando di toccarsi occhi, naso e bocca. Mantenere una distanza di sicurezza di almeno un metro. Infine, di seguire le indicazioni delle autorità sanitarie in caso di febbre e altri sintomi. Nella sezione del sito riguardante il Coronavirus (www.who.int/covid-19), troviamo un’interessante sezione Myth Busters, in cui vengono demistificate credenze fasulle. Tra le altre, ne troviamo una, particolarmente interessante per gli sportivi, sul fatto che la mascherina si potrebbe utilizzare mentre si fa sport: la mascherina, dice l’Oms, non deve essere utilizzata durante l’esercizio fisico dal momento che impedisce una corretta respirazione e inoltre il sudore la inumidisce più velocemente, con la conseguenza di aumentare la presenza e lo sviluppo di microrganismi. La prevenzione durante l’allenamento è la distanza di almeno un metro.

Durante il lockdown contro il Covid-19, si è manifestato un altro gravissimo problema, di natura esclusivamente sociale: la violenza di genere contro le donne. In Cina è stato stimanto un raddoppio dei casi rispetto al 2016. In Italia si ritiene un sostanziale aumento del fenomeno ma si è registrato un calo del 50% delle denunce alle forze dell’ordine dovuto, secondo i magistrati che se ne occupano, di “tendenza a non denunciare”. Con l’allentamento delle restrizioni della mobilità anti Coronavirus, i giudici hanno rilevato un aumento delle denunce per maltrattamenti e una diminuzione di quelle per stalking, da imputare alla “difficoltà ad avere punti di riferimento agili per depositare le denunce e le querele urgenti”. Anche in altri paesi in cui si è avuto il lockdown totale sono segnalate problematiche simili. Per questo motivo l’Oms, la FIFA e la Commissione Europea hanno lanciato una campagna sociale, #safehome. Nella versione italiana del video della campagna, la calciatrice Noemi Pascotto, in forza allo Spezia e già da tempo attiva sul tema, spiega alle donne sottoposte a violenza tra le mura domestiche o che sono a rischio di subirla, la pianificazione dell’allontamento per sé e per i figli dal luogo della convivenza con un uomo violento. Perché “ogni persona ha diritto di vivere in un casa sicura”. I video e altre pagine sulle campagne anti Covid e #safehome sono presenti, oltre che sui siti Oms e FIFA (privi di versione italiana), anche su quello della FIGC.

Giorgio Chiellini @chiellini Solo una domanda, forte quanto la vita strappata a George Floyd: perché? Come è potuto succedere? Perché la storia si ripete? Leggo l’hashtag "le vite nere contano". Non dovrebbe nemmeno esserci bisogno di scriverlo. Perché tutte le vite contano. Di ogni essere umano.


internet

di Stefano Fontana

Calciatrici in rete

Linari e Bartoli: cuore azzurro http://www.elenalinari.it/ Classe 1994, Elena Linari è una calciatrice italiana classe 1994. Difensore dell’Atlético Madrid, vanta una straordinaria esperienza con la Nazionale, nelle fila delle giovanili prima e in seguito (dal 2013) con la prima squa-

dra. Prima di approdare al grande club spagnolo, Elena ha militato in squadre italiane di prima grandezza come Firenze, Brescia e Fiorentina. Il sito ufficiale di Elena si distingue per la grafica pulita e moderna. Una volta collegati siamo accolti da uno slideshow di foto della giocatrice im-

mortalata con la maglia dei principali club dove ha militato (e milita) facendo sempre la differenza. La sezione biografica è scritta di primo pugno da Elena: un’avventura lunga una vita e legata a doppio filo con la passione per il calcio. I primi calci al pallone risalgono al 1999, quando la Linari aveva appena cinque anni. Dopo il trasferimento all’ACF Firenze nel 2007, esordisce con la prima squadra nel 2008 a soli 14 anni. Nella sezione “media” del sito possiamo trovare numerose foto di Elena in azione sul rettangolo di gioco con le maglie di tutti i club dove ha giocato. Dagli scatti traspare chiaramente la straordinaria grinta di Elena, difensore forte di eccellenti doti atletiche e tecniche. La sezione news del sito è collegata direttamente alla pagina Facebook di Elena. Molto attiva nei social, oltre al già citato profilo Facebook Elena è presente su Twitter ed Instagram.

ta collegati all'indirizzo elisabartoli.it siamo accolti da suggestivi scatti con la maglia della Roma e della Nazionale e dal motto che guida le azioni della calciatrice capitolina: “forza e onore, il resto è polvere”. Poche parole ma di grande effetto, dietro alle quali si celano anni di sacrificio, dedizione, duri allenamenti e roventi sfide sportive. Nella sezione “chi sono” la Bartoli rac-

conta sé stessa e la passione per il gioco più bello del mondo con una naturalezza ed una determinazione a dir poco coinvolgenti. Classe 1991, Elisa scopre https://elisabartoli.it/ giovanissima l’amore per il calcio: con Sito ufficiale anche per Elisa Bartoli, gli anni emergono una grinta esplosiva, difensore della Roma caratterizzata ottime doti tecniche ed una resistenza da una grinta straordinaria e innato fisica fuori dal comune. I risultati arriPepe Reina @PReina25 talento. Nata e cresciuta a Roma, Elisa vano presto: Elisa conquista la mitica Racism is also a pandemic. Enough! è fortemente legata alla zona di Ponte maglia della Roma nel 2006, a soli 15 (Anche il razzismo è una pandemia. Milvio, uno degli scorci più caratteristianni. Seguiranno altre esperienze con Basta!) ci ed autentici della capitale. Una volimportanti club come Torres e Fiorentina, per poi riapprodare alla Roma. Elena ha indossato la maglia della Nazionale Under 17 e Under 19: dal 2013 veste la maglia della Nazionale maggioAndrea Pirlo @Pirlo_official re con la quale ha collezionato ben 67 Miralem Pjanic @Miralem_Pjanic Un grande… Parole e pensieri positivi. Time waits for no one. Look forward Una bella persona che ha rappresentato presenze, divenendo un vero e proprio and move towards your belief. (Il punto di riferimento per le compagne. valori umani ed il gioco del calcio! Ciao tempo non aspetta nessuno. Guarda Mister (Gigi Simoni) La passione di Elisa per il gioco del avanti e vai verso quello che credi) calcio non conosce limiti, sino al punto di varcare i confini dei tradizionali campi da gioco: il difensore della Roma è molto forte anche nel beach Gianluigi Buffon @gianluigibuffon soccer, disciplina che richiede grande Lorenzo De Silvestri @l_desilvestri 648 non è un numero ma una vita resistenza fisica e capacità di conProfessionalità e Determinazione SEMPRE, intera. Una vita con due guanti. Una trollo del pallone al fine di dominare in qualsiasi situazione! La PASSIONE, parte vita tra due pali. Una vita fatta di tutto da lì! Poi il resto viene da sé! l’insidiosa superficie sabbiosa dove si tante sfide. E la sfida più bella deve svolgono le partite. ancora venire. 648 volte grazie.

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sfogliando Frasi, mezze frasi, motti, credi proclamati come parabole, spesso vere e proprie “poesie”

Alle volte il calcio parlato diverte più del calcio giocato Sogno che la gente smetta di soffrire, non ci siano più vittime e metterci alle spalle quanto prima questo terribile incubo – Patrick Cutrone (Fiorentina) La Nazionale è un sogno. L’emozione del debutto contro la Bosnia è stata indescrivibile. Ancora oggi fatico a realizzare che sia successo veramente – Gaetano Castrovillari (Fiorentina) Spesso si equivoca sul calcio, alludendo solo agli interessi che girano attorno. Ma i giocatori sono stanchi e, come per altre categorie, non vedono l'ora di tornare a fare il loro lavoro. Sarebbe più comodo

Giorgio Chiellini difensore della Juventus “Uomo di scienza”

Non sono un ateo convinto ma neanche un credente convinto. Conosco preti che stimo ma le Scritture non mi coinvolgono perché di base sono un uomo di scienza. Al tempo stesso non posso dire con certezza che tutto sia al 100% scienza. La politica è un tema spinoso, ma a me piace parlare quando so. E di politica non ne so abbastanza.

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rimanere sul divano, ma tutti amiamo la competizione. Viviamo di sport. E, ricordo, non tutti sono CR7. In C, c'è chi guadagna meno di un impiegato. Anche noi vorremmo sentirci partecipi della rinascita – Attilio Tesser (Pordenone) Io sono una fanatica del calcio. Per me vedere una partita è svago e studio. Sarei contenta se si restituisse al calcio il suo vero valore e si smettesse di dire che è solo una questione di soldi. Il caldo è molto più dei soldi, è piacere per chi lo guarda e per chi lo gioca. E aggregazione. Questo per me è il senso del calcio – Elena Linari (Atletico Madrid) Volevo ricominciare ad allenare come una volta, ritrovare il Ventura allenatore e riacquistare voglia ed entusiasmo che avevo perso. Non contava la categoria, contava il campo. E tutto sommato, grazie alla Salernitana, mi sono ripreso tutto – Giampiero Ventura (Salernitana) Da calciatore ho avuto tre allenatori dal calibro di Herrera, Scopigno e Liedholm, il Gotha del calcio. Tutti mi hanno trasmesso qualcosa, ma l'allenatore lo faccio a modo mio – Claudio Ranieri (Sampdoria) Un giocatore che poi diventa allenatore prende da tutti, ma poi sei un uomo solo, i giocatori ti vivisezionano, devi essere te stesso – Claudio Ranieri (Sampdoria) Ci sono i momenti in cui ti rendi conto che non sempre puoi essere ciò che vuoi o puoi. Il calcio mi insegna a non arrendermi, io non mollo un centimetro: se il mister non mi sceglie allora mi dico che sono io che non ho dato tutto. La panchina è frustrazione: dai il massimo e la lasciano là – Elena Linari (Atletico Madrid) Quando andiamo a intensificare l'attività le difese immunitarie si abbassano, io sono solo un allenatore, devo essere sicuro che quando la comunità scientifica mi mette a disposizione il giocatore può fare tutto. L’incolumità degli atleti deve essere al primo posto – Claudio Ranieri (Sampdoria) Il Covid-19 è stata una tragedia immane, inaspettata, terribile. Ho il massimo rispetto delle vittime,

Roberto Mancini C.T. Nazionale “Nemico invisibile”

Abbiamo capito che puoi essere potente, ricco, bello... poi arriva un nemico invisibile e ti abbatte come niente. Quindi spero che le persone diventino più buone. E poi che si possa tornare a vedere il calcio veramente solo per divertirsi.

dei familiari e di chi ci sta gestendo in questo momento di emergenza. Ho sempre detto: conta la salute, prima di tutto. Ora bisogna ripartire – Roberto Mancini (C.T. Nazionale) Il calcio senza pubblico? Orrendo. Senza tifo sarebbe come il ping gong. La differenza la fanno i tifosi – Francesco Acerbi (Lazio) A porte chiuse manca l'emozione, che è la parte più importante del calcio. Ha un sapore diverso, che non c'entra niente con l'atmosfera di una partita vera – Vincenzo Fiorillo (Pescara) Se penso a tre mesi senza tifosi mi passa la voglia. Ci vorrà una forza mentale sovrumana – Giorgio Chiellini (Juventus) Giocare


sfogliando

senza pubblico non è il massimo perché il bello del nostro sport è avere la gente sugli spalti, divertirsi e rendersi conto che il pubblico è felice – Goran Pandev (Genoa) Il mio posto sicuro è ripensare a tutto quello che ho fatto, ai sacrifici, e mi ricarico se sono abbattuta. Non voglio rimpianti, la cartiera non è solo trofei ma esperienza di vita – Elena Linari (Atletico Madrid) La politica di vendere sempre i giocatori migliori non paga, ma sappiamo benissimo che oggi c'è un'imprenditoria che gestisce le squadre di calcio. Bisogna far quadrare i conti – Claudio Ranieri (Sampdoria) Il ritorno al gol di sicuro sarà qualcosa di liberatorio e soprattutto dedicato a tutti coloro che stanno combattendo questa difficile battaglia: medici, infermieri, volontari. Sono loro gli eroi di questi giorni – Patrick Cutrone (Fiorentina) I gol brutti ma pesanti sono importanti. I grandi attaccanti segnano in ogni modo. Montella mi ha sempre ripetuto che per un attaccante un gol brutto conta quanto uno bello – Dusan Vlahovic (Fiorentina) Per me i gol non sono mai fondamentali: la squadra viene sempre prima e la cosa importante è fare punti Mi impegno ogni giorno in allenamento per essere al meglio e aiutare i compagni – Goran Pandev (Genoa) Il mio obiettivo è il miglioramento generale, non solo quello tecnico, devo completarmi e sono il primo a rendermene conto. Sousa, che mi ha lanciato, ma anche Pioli, mi ripetevano spesso che il calcio si gioca prima di tutto con la testa. Io, per indole, sono portato a non amministrare le energie, ho una generosità che tante volte compromette la prestazione, talvolta manco di lucidità sotto porta. Devo migliorare e migliorare e ancora migliorare, trovare con più regolarità il gol, se voglio avvicinare mio padre che in Serie A ne ha segnati 138 – Federico Chiesa (Fiorentina) La solidarietà è un aspetto bellissimo che mai è mancata a noi italiani. Un altro aspetto positivo di questo brutto periodo è l'aver riscoperto

perché? Su che basi ci raccontano che saremo diversi? Io dico che diversi dovremo essere, ma sotto il profilo umano e comportamentale: tutti più onesti e solidali, ok, ma poi la vita deve tornare a quella precedente. Dalla tragedia, costruiamo un mondo migliore – Roberto Mancini (C.T. Nazionale)

Claudio Ranieri allenatore della Sampdoria “Lealtà con sé stessi”

L'allenatore deve fare delle scelte, anche impopolari. Se un allenatore non è determinante non può fare questo mestiere. Se non sei leale con te stesso e neanche verso la squadra i giocatori lo avvertono.

il valore di certe cose: siamo tornati a emozionarci per piccoli gesti – Patrick Cutrone (Fiorentina) Questa pandemia ci sta insegnando a vivere il presente, ad adattarci a cambiamenti quotidiani, a ragionare su un futuro di due mesi al massimo – Giorgio Chiellini (Juventus) Sicuramente la vita cambierà perché è impossibile che tutto torni come prima. Spero che si riscoprano anche aspetti positivi della nostra vita. Tutti abbiamo avuto tempo per riflettere, per pensare e per stare in famiglia. Prima del virus accadevano cose brutte. Mi auguro che ora il mondo possa migliorare e che ci sia più rispetto tra le persone – Goran Pandev (Genoa) Niente sarà più come prima? Una teoria, questa, che non mi piace. Ma chi lo dice? Chi lo sostiene e

Goran Pandev attaccante del Genoa “I nostri eroi”

La mia famiglia ed io per medici ed infermieri abbiamo sempre un pensiero. È stato così nei momenti più critici della pandemia ed è così anche ora, perché il loro impegno non è certo finito. Secondo me non solo il calcio, ma tutto il mondo dovrebbe ringraziarli perché sono i nostri eroi. Noi possiamo solo essere riconoscenti e, quando si potrà, aspettarli allo stadio per organizzare una partita. Vorrei parlare con loro e farmi raccontare tutto quello che è successo.

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tempo libero Liam Gallagher

MTV Unplugged Ora c’è anche Liam Gallagher nella lunga lista dei big della musica che può andare fiero, quasi fosse una medaglia al valore, di aver registrato un MTV Unplugged, un album dal vivo in versione acustica tratto dall’omonimo programma televisivo di MTV in onda dal lontano 1989. Un lavoro registrato nell’agosto 2019, in occasione del live tenutosi alla City Hall di Hull, e uscita dell’album rinviata più volte causa lockdown. Dieci i brani selezionati in un mix ben modulato tra pezzi estratti dai suoi due

album da solista (“As You Were” del 2017 e il recente “Why Me? Why Not”) e quelli degli Oasis (con il chitarrista Paul Arthurs, in arte Bonehead), sempre suggestivi e che dal vivo rendono sicuramente l’atmosfera più che suggestiva. La massiccia presenza della sezione degli archi esalta le melodie oasisiane e il rock acustico del quarantasettenne “fratello cattivo” diventa perfetto per rendere coinvolgente l’atmosfera intima che ha fatto le fortune di questo ormai leggendario format televisivo.

Edizioni inContropiede

Sarri di Andrea Cocchi – pagine 116 - € 15,50 Un passato da calciatore non certo indimenticabile e una carriera già avviata come dirigente di banca, ma una passione infinita per il calcio che lo porta in panchina a trent’anni. La scalata di Maurizio Sarri dai bassifondi del pallone alla Juventus, passando per Londra, ricorda quella di Arrigo Sacchi, suo maestro e punto di riferimento. Sarri ha avuto da sempre la voglia di insegnare un calcio diverso anche

in un’epoca ancora legata a schemi tradizionali. Lo studio maniacale del gioco, in ogni sua fase, lo porta a perfezionare un’organizzazione, unica nel suo genere, che lo consacra ai più alti livelli sulla panchina del Napoli. Andrea Cocchi ripercorre la carriera dell’allenatore dal principio, senza trascurare le cadute e evidenziando una capacità di cambiare, che spesso non gli viene riconosciuta.

Nomos Edizioni

Il verde è sommerso in nerazzurri

Vittorio Sereni e lo sport: scritti 1947-1983

di Alberto Brambilla - pagine 128 - € 19,90 Da ormai un trentennio Alberto Brambilla si dedica allo studio del rapporto fra sport e scrittura: in questa ricerca affondano le radici di questa antologia critica dedicata al luinese Vittorio Sereni - sfegatato tifoso interista e fervente ammiratore del campionissimo Coppi - che ha amato lo sport e in particolare il calcio e il ciclismo. Lo sport, non a caso, è tra i materiali popolari più usati per costruire, frammento dopo frammento, la sua complessa poesia. Il volume è organizzato in tre sezioni: in apertura una guida critica ai percorsi poetici ‘sportivi’ che dialogano anche con gli scritti in prosa, introdotti nella

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seconda parte del libro. Infine ecco la terza sezione dove sono raccolti e annotati gli scritti giornalistici dedicati da Sereni allo sport, dispersi in varie sedi e spesso mai ripubblicati dopo la prima uscita. Tra questi ultimi spiccano il bellissimo Fantasma nerazzurro, qui trascritto integralmente, e l’intervista ad Alfredo Binda realizzata per la rivista luinese La Rotonda. Appare così un Sereni sorprendente e in parte sconosciuto, che disquisisce con sapienza di tattiche calcistiche, fa della tecnica di Meazza un modello ideale di bellezza, oppure trasforma una banale cronaca in un sofferto bilancio esistenziale.


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Il Calciatore Luglio 2020  

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