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Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/VI - Anno 45 - N. 03 Aprile 2017 - Mensile

2017

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Aprile

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

L'intervista: Riccardo Montolivo

"Il talento va coltivato con passione e sacrificio"


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di Damiano Tommasi

editoriale

Non c’è partita senza avversario È stata un’idea, forse poco più di un simbolo, ma l’iniziativa in Lega Pro di entrare in campo a maglie invertite mi piace e spero si possa prolungare al di là del significato iniziale. Da anni, troppi, torniamo sull’argomento violenza e ci serviva un gesto per non dimenticarci, nei momenti “buoni”, che il tarlo esiste e non è ancora debellato. Purtroppo il nostro Report Calciatori sotto tiro continua a riempirsi di fatti, vicende e notizie. La novità di questa stagione, però, sono alcune delle motivazioni. Si prendono di mira i calciatori sospettati di aver venduto le partite! A queste accuse come possiamo difenderci? La convocazione ricevuta dalla Commissione parlamentare Antimafia ci dice, purtroppo, che non sempre si parla solo di calcio e che il fenomeno scommesse non è per nulla concluso. Serve la radiazione come deterrente? Essere credibili presuppone anche l’assunzione di responsabilità e di non nascondere la sabbia sotto il tappeto. Di certo violenze, intimidazioni e minacce non sono solo figlie dei sospetti di combine ma per togliere anche il solo dubbio dobbiamo essere chiari da che parte si sta. Radiazione quindi?

Nel frattempo ci sono altre iniziative che ci preoccupano sportivamente parlando. Non c’è partita senza avversario diventa purtroppo anche il motto per dire no ad una politica dei giovani che rischia di diventare assurda. Abbiamo per anni contrastato le varie obbligatorietà, in campo o in lista, perché la formazione dei giovani deve avvenire attraverso il merito. Ora si prospetta, in Lega Pro, un numero limitato di over, pensando in questo modo di incentivare l’utilizzo dei giovani. Il boomerang è pronto, giovani inesperti e inadatti troverebbero spazio e contratti. Il livello di competitività rischierà di crollare drasticamente e si creerà un campionato che per gli stessi giovani non sarà più formativo. Si riuscirà, quindi, a tornare indietro di qualche anno, proprio ora che eravamo riusciti a far risplender la vecchia Serie C, quella che “era un’altra cosa!”. La Riforma della Lega Pro che ci ha portato a 60 squadre aveva previsto un impegno reciproco di condivisione delle politiche dei giovani, noi e Lega Pro con la Federazione. Sarà nostro dovere, quindi, far sì che i giovani in campo siano quelli che meritano e che la futura Serie C (si tornerà alla vecchia dicitura?) non si allontani sempre più dalla Serie B per avvicinarsi terribilmente al campionato Primavera.

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Poste Italiane SpA – Spedizione

03

2017

sommario

Aprile

serie B di Claudio Sottile

Nicola Lancini, difensore del Brescia

serie B

#4chiaccherecon… Sergio Floccari

serie B di Pino Lazzaro

Un tatuaggio, una storia

intervista

Angelo Ogbonna

di Pino Lazzaro

scatti di Maurizio Borsari come stai? di Pino Lazzaro calcio e legge di Stefano Sartori

Risoluzione del contratto e clausola penale

calcio e legge di Stefano Sartori

Le scadenze degli stipendi per il 2017/18 Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

foto redazione e amministrazione

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Sergio Campana Gianni Grazioli Nicola Bosio Pino Lazzaro Stefano Sartori Stefano Fontana Tommaso Franco Giulio Segato Mario Dall’Angelo Claudio Sottile Fabio Appetiti Maurizio Borsari A.I.C. Service Contrà delle Grazie, 10 36100 Vicenza 0444 233233 0444 233250 www.assocalciatori.it info@assocalciatori.it Tipolitografia Campisi Srl Arcugnano (VI) N.289 del 15-11-1972

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direttore direttore responsabile condirettore redazione

Finito di stampare il 29-04-2017

politicalcio di Fabio Appetiti Marco Di Lello

secondo tempo di Claudio Sottile Emanuele Brioschi

segreteria di Claudio Sottile

“Crazy for Football”: un gol pazzesco

femminile di Pino Lazzaro Marta Mason, consigliere AIC

regole del gioco di Pierpaolo Romani Calciatori (ancora) sotto tiro

io e il calcio di Pino Lazzaro Thomas Degasperi

tempo libero

Aprile

– 70% NE/VI - Anno 45 - N. 03 Aprile

Organo mensile dell’Associaz

ione Italiana Calciatori

L'intervista: Riccardo Montolivo

editoriale di Damiano Tommasi

Il rientro in campo dopo lo stop per l’ennesimo grave infortunio: Riccardo Montolivo, centrocampista del Milan e consigliere AIC dal 2016, si racconta in una lunga intervista che ripercorre tutta la carriera, dalle giovanile dell’Atalanta alla consacrazione alla Fiorentina, dalla fascia di capitano dei rossoneri alla maglia della Nazionale.

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in Abbonamento Postale

"Il talento va coltivato con passione e sacrificio"

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2017 - Mensile


segreteria l’intervista

di Pino Lazzaro

Polizza di Assicurazione Riccardo Montolivo, contro gli infortuni centrocampista del Milan

Rinnovo della Convenzione Aic/Lloyd’s “P

er stipulato quel che mi credo sportiva ne avevo tanta dicon voglia di giocare. camèCapitale sempre stata lo studio, nessun dubAccordo Assicurativo perricordo, la stagione 2014/15 i LLOYD’S di IlLONDRA. massimo assicurabile Euro d’aver cominciato a giocare a po7% a duecento metri1.000.000, da casa nostra, bio. È 1.000.000,00 un’età quella, quando hai 13-14 5.000.000. Franchigia al 5% fino ad Euro 600.000., fino ad Euro 10% mi oltre Euro calcio soprattutto perché ci accompagnava mia madre, in bici”. anni, che sono proprio dei sacrifici, giocava mio fratello Luca, quattro anni che pesano. Anche perché non sai più di me: è stato vedendo lui che mi “Così ho cominciato e c’è da dire che fise ce la farai o meno, se lo divensono appassionato. Lì, nel cortile di casa, nito l’allenamento, andavo all’oratorio, lì terai davvero un calciatore. Chiaro, si giocava in tre: io, mio fratello e un altro altri amici e sempre si giocava a pallone, se mi guardo indietro lo rifarei ragazzino che abitava nel nostro stesso ancora e ancora, anche dopo la scuola. mille volte, però – ripeto – sono stabile, sempre e comunque calcio. Mio Cinquecento metri da casa, mica è così rinunce che pesano. Anche per fratello che andava pure a fare gli alle- grande Caravaggio, dai. Avevo sugli 8 questo – e l’ho sempre fatto – namenti ed era quello che pure io vole- anni, quando sono stato selezionato per cerco di avere grande rispetto vo fare. E poi lì in casa pure mio padre è andare all’Atalanta, la stagione successiva di questa mia professione, intensempre stato dietro al calcio, anche lui ha avrebbero fatto infatti la squadra degli ’85 do 24 ore al giorno, non per dire giocato, se ne andava a fare le partite per e non so esattamente come siano andate le tre ore lì per l’allenamento. No, i tornei dei medici, è medico lui. Credo le cose, c’era un signore, Gigi Rossi, che intendo pure quando sono a casa, giocasse da centrocampista, mio fratello lavorava a Caravaggio e seguiva quella a tavola, il riposo e così via: 24 ore al Luca invece giocava da difensore. Avevo nostra zona per l’Atalanta, credo sia stagiorno”. così 5 anni quando sono andato anch’io to lui a indicarmi. Comunque sia, ricordo nella squadretta del paese, andavo anco- come le prime volte s’andasse la dome“Di quei miei anni nel settore giovara all’asilo, ho cominciato un anno prima, nica a Bergamo, il mister era Bonifacio, nile dell’Atalanta ho un bellissimo la squadra era per bambini di 6-7 anni, ma su quel campo militare vicino allo stadio. ricordo. Con tanti dei ragazzi con cui Ci si trovava con tutti gli altri selezionati i primi anni ho cominciato, poi siamo e ricordo che ne sono passati tanti. Non andati avanti, siamo arrivati sino alla erano insomma veri allenamenti, erano Primavera, con parecchi mi sento anpiù che altro dei giochi, cose così e alla cora e sono molti quelli che poi non fine siamo rimasti una quindicina. Quasi ce l’hanno fatta. Ricordo che eravamo 40 km da casa, non era vicino, sempre i un buon gruppo, c’era un buon rappormiei genitori a fare avanti e indietro. Luca? to tra noi. Ripenso dunque con affetto a Sì, pure lui se la cavava, è stato anche al quegli anni e finché c’ero io – e penso tutsettore giovanile della Cremonese, ma to sommato che sia ancora così – penso poi ha preferito farne altre di scelte”. in primis a Mino Favini come persona, con quell’input generale che era intan“Certo, essere dell’Atalanta era una cosa to quello della scuola: se uno che mi rendeva orgoglioso, una grande andava bene a scuola, soddisfazione, lo dicevano tutti che quel allora poteva loro settore giovanile era davvero importante. Sin che hai 8-9-10 anni, tutto sommato ti alleni poco, due volte la settimana ed è giusto giocare. Diventa più dura più avanti, fin che cresci, gli allenamenti diventano tre, poi quattro e allora diventa difficile conciliare per esempio pallone e studio. Così a qualcosa devi rinunciare e per me la rinuncia è stata quella di passare meno tempo con gli amici, anche perché in casa la priorità dei miei genitori

“Il talento con

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l’intervista

Riccardo Montolivo è nato a Milano nel gennaio del 1985 ed è di Caravaggio (Bg). Inizia col calcio lì al suo paese e ha 8 anni quando passa al settore giovanile dell’Atalanta. Fa tutta la cosiddetta trafila (con gli Allievi Nazionali vince il campionato 2001/2002 e con la Primavera la Coppa Italia 2002/2003) e il suo esordio in prima squadra (Atalanta in B, “mister” Andrea Mandorlini) è esattamente l’11 settembre del 2003, contro il Piacenza (0-0). Al termine della stagione, l’Atalanta è promossa in A e Riccardo fa dunque l’esordio nella famosa “massima serie” nel 2004, ancora di settembre, stavolta il 12, contro il Lecce (2-2). Al termine del campionato (Atalanta retrocessa in B), passa alla Fiorentina (stagione 2005/2006), rimanendovi sino alla conclusione del campionato 2011/2012, dopo di che passa alla sua attuale squadra, il Milan. Vincitore col Milan della Supercoppa Italiana 2016, ha vestito le maglie azzurre sia dell’Under 15 che dell’Under 18, 19 e 21 (disputando gli Europei U21 nel 2006 e nel 2007). Con la Nazionale Olimpica condotta da Casiraghi ha preso parte all’Olimpiade di Pechino del 2008, ma già l’anno prima (il 17 ottobre 2007, a Siena, amichevole contro il Sudafrica: 2 a 0 per noi) aveva avuto modo di esordire con la maglia della Nazionale A, con Donadoni quale c.t.. La seconda presenza giusto un anno dopo (il 18 ottobre), a Sofia contro la Bulgaria (0-0), in una partita valida per le qualificazioni al Mondiale 2010 (c.t. Lippi). Ha partecipato al Mondiale 2010 in Sudafrica e (con Prandelli c.t.) all’Europeo 2012 in Polonia-Ucraina (2° posto per noi dopo la sconfitta in finale contro la Spagna), perdendo per infortuni sia il Mondiale 2014 in Brasile (frattura della tibia in amichevole contro l’Irlanda) che l’Europeo 2016 di Francia (problema a un polpaccio). Lo scorso 6 ottobre 2016 infine, a Torino, nella partita con la Spagna (1-1) valevole per le qualificazioni al Mondiale 2018 (c.t. Ventura), nuovo infortunio: lesione al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Sono 64 le sue presenze. Consigliere Aic dal 2016, papà italiano e mamma tedesca, è sposato con Cristina (hanno una figlia, Mariam). Ultima cosa, ancora un po’ “nostra”: come miglior giovane, si è aggiudicato l’Oscar del Calcio Aic nel 2007.

va coltivato passione e sacrificio” 7


l’intervista

Mi ritorni in mente “La partita che non dimentico è la semifinale all’Europeo 2012, contro la Germania. Un’esperienza bellissima, un gruppo coeso, ho un bel ricordo di quei tanti giorni passati assieme. Una partita poi, contro la Germania, per me particolare, potrei dire una specie di derby visto che mia mamma è tedesca. Mi ricordo soprattutto la gioia, tutta la panchina in campo al momento dei gol, la gioia alla fine, che bellissima serata. Contro loro poi, i campioni del mondo, quella loro generazione così forte”. “Una che invece vorrei rigiocare di nuovo è sempre in quell’Europeo la finale contro la Spagna, 4 a 0 per loro. Penso sempre che quel giorno di recupero in più che loro hanno avuto ha fatto la differenza. Certo loro forti, magari anche più di noi, ma in una competizione così lunga un giorno in più fa la sua bella differenza e così quel che resta è la rabbia di non aver potuto giocarcela sino in fondo”. “Più che un singolo avversario più forte degli altri che posso aver incontrato, io ripenso ai miei primi anni, l’impressione che mi faceva la Juve di Capello, c’erano Ibrahimovic, Cannavaro, Zambrotta e tutti gli altri, per me una squadra incredibile, un carro armato, ricordo che giocandoci contro c’erano lì con me Emerson e Vieira in mezzo al campo”. “Per quel che riguarda gli stadi, quello che preferisco è il “mio”, sì, San Siro. Specie in quelle serate speciali, di Champions, o il derby. Un che di elettrizzante, un luogo quello che quando è carico, è energia allo stato puro. Le tribune così vicine, quello stadio stupendo, le torri, la gente: è proprio bello!” andare ad allenarsi e poi l’approccio al calcio era fatto prima di tutto di rispetto, di fair play, di educazione che sul campo valeva per tutti, avversari e arbitri. Aggiungo che al di là del calcio, se ripenso ai primi anni era soprattutto gioco, divertimento, star bene tra noi compagni. Poi, a 16-17 anni comincia a cambiare, è un po’ diverso. Voglio ripeterti che comunque per me era divertimento, era proprio giocare. Arrivi poi per strada a capire che forse può anche diventare un mestiere, ma torno al divertimento, alle partite che giocavo 8

la domenica mattina per poi andare al pomeriggio all’oratorio, a giocare con gli amici: capisco bene adesso quanto mi piacesse”. “Con gli Allievi nazionali, poi Primavera, con la prima squadra che diventa così vicina. Devo dire che i miei genitori non mi hanno mai forzato, mai messa nessuna pressione e tutto è stato molto sereno. Mi hanno continuato ad accompagnare, avanti e indietro, mia mamma che al calcio ci teneva in fondo ancora di meno ed

è stato bello che pure tra i genitori siano nate delle amicizie che sono poi andate avanti, che ancora rimangono. Cosa ci ho messo di mio? Chiaro, serve anche del talento, quello che hai da madre natura e dunque sei magari portato a quello che fai. Però il talento non basta e io per me dico che ci ho messo una grande passione, così da cercare di dare sempre il 100%. Dunque ci vuole della predisposizione anche per allenarsi per bene, fare fatica: quanti non ce l’hanno fatta e avevano qualità e, viceversa, quanti sono arrivati in A e anche in Nazionale pur avendo meno. Se hai talento, parti con un vantaggio ma te lo devi poi coltivare quel vantaggio”. “Qual è ora il divertimento? (lunga pausa…) Beh, dai, sono molti di più gli aspetti positivi, però ci sono anche quelli negativi. Ecco, quello della privacy è un tasto per me sensibile, io che di mio sarei uno molto riservato. Però, poco da fare, così vanno le cose con questo interesse che trovo morboso di sapere tutto di tutti. Una grande pressione, ecco il risultato, media, tifosi, una marea di gente: mica facile gestire una cosa così. Aggiungendo poi che ci sono piazze in cui può diventare anche dura girare per strada con la famiglia. Che vuoi, ho giocato a Bergamo, a Firenze e a Milano: meno problemi che altrove. A Firenze, l’ultimo anno, qualcosa c’è stato ma fare il calciatore può essere mica facile, per sé e anche la famiglia. Perdere può anche significare che è meglio non uscire di casa e questo vale soprattutto qui da noi, in Italia”. “Con Caravaggio, dove sono cresciuto, ho tenuto dei rapporti intensi, con alcuni dei ragazzi con cui si giocava in oratorio sono rimasto amico, intendo amici veri. Così, ogni volta che torno, vedo bene come riesco a spogliarmi del Montolivo calciatore, tornando quello di prima, così com’ero ed eravamo. Proprio grazie a loro, alle vite diverse che hanno fatto e stanno facendo, ho la possibilità di rendermi ancora più conto della fortuna che ho, di quanto per tanti aspetti sono un privilegiato. C’è tra loro chi ancora cerca un lavoro, o magari va avanti con contratti di tre mesi in tre mesi. Precariato e storie che mi permettono di conoscere le problematiche della vita vera e così li devo ringraziare perché in questo nostro mondo così scintillante, rischi facilmente di perderla la bussola”.


l’intervista

La fascia: votazione nello spogliatoio

“A Firenze la fascia di capitano me l’ha data il gruppo, sì, si è deciso tra noi nello spogliatoio. Il capitano era Dainelli e a gennaio era passato al Genoa, pure Jorgensen che era il vice era in partenza e così ci siamo trovati da un giorno all’altro a dover rimediare. Quindi abbiamo deciso di votare tra noi, con tanto di bigliettini, ciascuno a indicare lì due nomi e così abbiamo “vinto” io e Donadel, per me giusto qualche voto in più, ci hanno votato praticamente tutti, eravamo noi tra l’altro quelli che erano lì da più tempo”. “Sono tante le persone che mi hanno aiutato a crescere, che sono state per me dei riferimenti. Penso a tutti gli allenatori che ho avuto nel settore giovanile, penso allo stesso Favini e poi naturalmente ai miei genitori e pure a mio fratello Luca. Se vado ai miei primi anni di prima squadra, allora penso in particolare a Michele Marcolini, ricordo che fin dai primi giorni del ritiro ero un po’ sotto la sua protezione e per come si approcciava nel suo essere calciatore, è diventato un po’ il mio riferimento, è a lui insomma che più guardavo (ancora ci sentiamo). No, la borsa dei grandi non l’ho portata, questo no, c’era però da parte mia una sorta di rispetto-sudditanza forse magari eccessivo, ma è pur vero che mi trovavo lì con quelli che fin prima vedevo giusto in televisione! Credo però che da parte mia ci sia sempre stata educazione e rispetto, non ero spavaldo come adesso invece capita più spesso, capisco che mi hanno voluto bene. Oggi, che sono io adesso dall’altra parte, non poche volte mi capita come detto di ve-

dere invece degli atteggiamenti diversi. Non so davvero se è giusto fare paragoni, tipo noi di vent’anni fa, certo però che i giovani di adesso non sono quelli di un tempo… il mondo è diverso, i social network… è cambiato”. “Sì, capitano lo sono stato anche nel settore giovanile e l’ho fatto poi sia alla Fiorentina che adesso al Milan. No, non sono di quelli che alzano la voce, l’avrò fatto davvero poche volte: più che con le parole, penso servano i fatti, non c’è niente di più forte dell’esempio. Questo però praticamente ti obbliga a non sbagliare mai perché devi essere coerente in quello che fai, come lo fai e per me quello della coerenza è uno dei valori più importanti, dentro e fuori il calcio. Sì, credo che questo i compagni lo riconoscano: ho trovato bellissimo quel gesto lì nella partita col Chievo, di mostrare la mia maglia, di quanto volessero dirmi che mi erano vicini in quel mio momento di difficoltà”. “Beh, a proposito di infortuni devo dire che nella prima parte della carriera sono stato fortunato, poche cose, facili da smaltire. Diversa la seconda parte, diciamo che ho un po’ riequilibrato le cose,

mettiamola così: due molto gravi, entrambi in Nazionale, uno poi prima di un Mondiale, senza dimenticare quell’infortunio al polpaccio che mi ha fatto perdere l’Europeo in Francia. Però di mio ho un carattere serafico, direi anche fatalista. A caldo la delusione per forza è grande, così la frustrazione, ti pare di avere davanti una montagna altissima da scalare, però poi ti ritrovi attorno persone che ti vogliono davvero molto bene, adesso ho pure una

Quel mio 18 di maglia

“Questo legame col 18 come numero di maglia all’inizio è nato un po’ per caso, lì all’Atalanta, al mio primo ritiro con la prima squadra per me che venivo dalla Primavera. Come sempre la scelta spettava prima ai “titolari” e così alla fine tra i numeri che erano rimasti c’era appunto il 18, io poi che sono nato proprio di 18: ho pensato così di prenderlo. Poi, sia a Firenze che adesso col Milan – e non è così scontato quando si arriva in una nuova squadra – l’ho sempre trovato libero. Ora lo porto pure in Nazionale; i primi anni con la maglia azzurra in effetti ne ho avuti altri, ma ora che con le presenze sono salito, ecco che posso scegliere prima di altri: dunque il 18”. 9


l’intervista

figlia… In fondo sono i rischi del nostro mestiere, sai che possono capitare e non sai mai quando”. “No, di panchina non ne ho fatta molta ma devo anche dire che nessuno mi ha mai regalato nulla. Oltre alle qualità che posso avere, penso che gli allenatori che ho avuto abbiano apprezzato il mio di atteggiamento: penso d’essere un altruista, sì. Non tante volte, ma mi è capitato di stare comunque in panchina e allora la mia risposta è sempre stata quella di domandarmi intanto cos’era che non avevo fatto, dove avevo sbagliato. Non pensavo al mister eccetera eccetera, guardavo insomma a casa mia, solo lì in effetti puoi incidere, solo lì ce la puoi fare. Panchina o no, sono comunque molto autocritico, so bene io come sono andato, non è che me lo debbano dire gli altri. Le pagelle? Un tempo le guardavo molto più di adesso e anche se è dura ora non venire comunque a contatto con i giornali e i media, riesco a non farmi condizionare, sia nel bene che nel male”. “È un mondo questo nostro in cui devi essere preparato, devi avere delle persone accanto che ti aiutino a crescere. Penso ai miei procuratori, a Giovanni Branchini e Antonio Dell’Aglio, da sempre al mio fianco. Vedo bene come nel tempo abbiano saputo consigliarmi per bene, per il mio bene, senza rincorrere chissà che cosa. Io una stagione in B e mezza in Serie A l’ho fatta al minimo federale e non posso non pensare a cosa succede adesso con ragazzi della Primavera che si trovano a guadagnare come dei professionisti, prima ancora di esserlo. Anche questo può essere un problema, le cose possono diventarti difficilissime in questo modo. Invece loro no e lo stesso hanno fatto i miei genitori, senza mai fare delle pressioni,

Che fortuna

“Sì, è un mestiere, non può non esserlo, però di base non mi dimentico che è un gioco, non mi dimentico della fortuna che ho e abbiamo. Le cose dobbiamo farle nel modo giusto, sempre al 100%, però per me nel mettermi gli scarpini c’è sempre il fatto che si torna ad essere un po’ bambini”. delle richieste: così sì hanno per davvero voluto il mio bene”. “La parte più bella del calcio per me è quel che succede sul campo verde. Tutto quello che invece ci sta attorno può arrivare a dare anche fastidio, non dico magari rigetto, però – dai e dai – si sa che fa parte del gioco, del sistema. È un pacchetto che devi accettare così com’è, con la domenica e la settimana. Quel che ancora sento, quando entro in quel campo verde, è che ci vado a giocare e anche quando sono lì che mi alleno, non penso ad altro. Ci sono momenti non facili, tante critiche, tanta pressione; poi in campo però azzeri tutto e mi si libera la mente. Sì, sia Firenze che Milano diciamo che sono stadi che si sono dimostrati e si stanno dimostrando molto esigenti nei miei confronti, sempre pronti a sottolineare qualsiasi errore. Se non avessi avuto questo carattere e se mi fossi fatto condizionare dai fischi e dalle critiche, di sicuro avrei già smesso”. “D’accordo, i media portano sempre avanti questo stereotipo di noi calciatori comunque e sempre viziati, eppure la maggior parte non è così, no. Certo, ce ne sono alcuni che sono, come dire, media-

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ticamente gettonati e allora sembra che siano tutti così, ma non è vero. Quelli che fanno più “rumore” sono quelli più appariscenti e così lo siamo tutti e lo stesso vale per il network, magari su dieci messaggi che ti arrivano, nove sono positivi, ma è poi quell’unico negativo che fa rumore, che viene ripreso. È la minoranza che incarna lo stereotipo, non la maggioranza. Quel che sopporto di meno? L’esasperazione che c’è, sotto ogni aspetto, nel bene e nel male; la mancanza di equilibrio di questo nostro mondo. Io posso anche ritenermi un equilibrato – e lo sono – ma non c’è niente da fare: o sei 100 o sei 0”. “Ho iniziato che c’erano sì già le televisioni, non certo però com’è successo negli anni successivi, tipo un’entrata a gamba tesa, tanto per dire. Dunque ancor più quelli di adesso, quelli di qualche anno più giovani di me, sanno bene come funzionano le cose, come in campo non possa sfuggire più nulla e non puoi insomma sgarrare. Ecco, in questo senso credo che le televisioni ci abbiano aiutato a responsabilizzarci ancor di più, anche se devo dire – per me – che io ho sempre cercato di mettere sul campo quei valori che prima mi hanno insegnato i miei genitori e


l’intervista

Ragioneria, una scuola pubblica… “A scuola sono uscito con 72, ho fatto ragioneria e guarda che l’ho fatta in una scuola pubblica, non l’istituto privato. A Treviglio, pochi chilometri da casa mia, su e giù in pullman: stavo soprattutto attento in classe, non è che poi ci voglia così tanto. Più duro è stato l’ultimo anno, tante assenze, ma insomma alla fine ci sono arrivato bene, sono contento di quel che ho fatto”. poi gli allenatori. Valori che trovo positivi, giusti e credo di poter essere riconosciuto come tale lì sul campo: sono fatto così, anche fuori del campo. L’atmosfera degli stadi? Beh, peccato, non è certo di festa. Spesso lo stadio serve come valvola di sfogo ed è un’aria che va al di là della serie A. Un posto dove sfogarsi, dove prendersela con qualcuno: macché gioia e spettacolo, da dentro io non sento questo. Certo, essere al Milan è già diverso, però in tante altre piazze?” “Per me tra noi colleghi ce n’è tanto di rispetto, anche nelle partite dove più c’è rivalità, al fischio finale ci si saluta, c’è dunque questo rispetto, insomma finisce lì e questo non capita sempre sugli spalti, anzi. Con questi gesti amichevoli, con qualche sorriso, credo che noi si possa contribuire a distendere un po’ le tensioni. Come movimento possiamo fare molto sul piano della sportività, nel saper accettare per esempio la sconfitta proprio in maniera sportiva: non sempre si può vincere. Credo sia una nostra responsabilità, proprio come categoria, quella di far in modo di allentare la tensione. Sì, con gli arbitri penso di avere un buon rapporto. Di cartellini rossi ne ho presi pochi, qualche doppia ammonizione, mi trovo spesso a parlare con loro, credo che pure loro riconoscano quel mio atteggiamento, il rispetto che comunque porto. Si sa che il loro è il ruolo più difficile, siamo noi che dobbiamo aiutarli (tra parentesi: mio fratello ha arbitrato)”. “Beh, chiaro che quando le cose non vanno bene l’umore non può essere al massimo, ma non sono uno che “porta il lavoro a casa”, specie adesso

che abbiamo pure una figlia di nemmeno un anno… Al calcio devo dire che dedico però tutto il tempo necessario, sarà anche che non mi piace fare le cose di fretta. Ci sono momenti in cui posso magari aver bisogno di determinati lavori e allora vado parecchio per tempo e comunque è questa mia professione la priorità. Cerco sempre di ascoltare il mio corpo e per dirtene una, mangio quasi sempre a Milanello in modo di poter fare le cose con calma, anche questo un modo per prepararmi all’allenamento”. “All’estero? Ricordo che agli inizi sarebbe stata un’esperienza che mi sarebbe piaciuto fare, poi la carriera si è sviluppata bene, 7 anni a Firenze, adesso sono cinque qui col Milan, che vuoi che dica. Chissà, magari potrà anche capitare. Beh, il calcio lo seguo, non sono un fanatico, non sono lì che guardo tutto e tutti. Quelle particolari cerco di vedermele anche se ora come ora in casa, con nostra figlia, ho meno tempo e vedo così che lascio più stare la televisione e questo tra l’altro ho visto che mi aiuta a staccare la spina: mica c’è solo il calcio, no?”. “Il consiglio che mi sentirei di dare a un ragazzo è soprattutto quello di ascoltare, di non credere di saper già fare le cose. Ascoltare per esempio gli allenatori, ascoltare per migliorare, senza pensare di essere già arrivato, senza la convinzione di saper già come si fanno le cose, d’essere comunque nel giusto. No, al dopo onestamente ancora non ci ho messo testa. Spero di durare più a lungo possibile e se mi fai pensare, proprio non so, non so insomma se farò in modo di starci anche dopo in questo ambiente che tanto mi piace e tanto mi ha dato o andrò a fare altro, non so”.

La scheda Stagione

Squadra

Cat.

P.

G.

2016-17

Milan

Serie A

7

0

2015-16

Milan

Serie A

31

0

2014-15

Milan

Serie A

10

0

2013-14

Milan

Serie A

29

3

2012-13

Milan

Serie A

32

4

2011-12

Fiorentina

Serie A

30

4

2010-11

Fiorentina

Serie A

29

2

2009-10

Fiorentina

Serie A

36

2

2008-09

Fiorentina

Serie A

34

4

2007-08

Fiorentina

Serie A

34

2

2006-07

Fiorentina

Serie A

36

2

2005-06

Fiorentina

Serie A

20

1

2004-05

Atalanta

Serie A

32

3

2003-04

Atalanta

Serie B

40

4

11


serie B

di Claudio Sottile

Nicola Lancini, difensore del Brescia

“Lancio”… verso la salvezza La Leonessa e le Rondinelle. Servirà essere entrambi gli animali in questa giungla che è la lotta per la sopravvivenza tra i cadetti. Serviranno gli artigli per restare aggrappati al treno giusto, serviranno ali forti e robuste per lanciarsi oltre le sabbie mobili, salvando il caldo nido chiamato Serie B. Serve Nicola “Lancio” Lancini, uno che il Rigamonti ce l’ha negli occhi e nel cuore. E venderà cara la pelle. Come mai il Brescia s’è ritrovato a lottare nei bassifondi della graduatoria? “Credo sia dovuto dalla giovane età della squadra, la mancanza di esperienza ha causato questi risultati non belli inanellati da febbraio ad inizio aprile. Nel girone d’andata ero a Bassano, ma seguivo il Brescia, che oltre a far punti mostrava anche un buon calcio”. Con 24,2 anni di media siete appunto la rosa più verde dell’intero campionato. Tu lo vedi come un dato a sfavore? “Dipende dall’incoscienza che ogni giovane ha. Magari il ragazzetto incosciente fa meglio dell’esperto. Però in questo caso, in cui le cose non stanno andando bene, si avverte di più la pressione”. I continui smottamenti in classifica, con diversi punti di penalizzazione distribuiti tra Avellino, Pisa e Latina, vi disorientano non sapendo fattivamente su chi e come imbastire la corsa salvezza? “Può darsi. Ma noi dobbiamo guardare solo a noi stessi e non alle altre squadre. Dobbiamo cercare di fare più punti possibili e guardare solo dentro di noi. Basta”. Fino a chi si allarga la lotta per non retrocedere? “Sono tutte coinvolte dalla Pro Vercelli in giù, anche se i piemontesi li considero virtualmente salvi. Le ultime sei, cioè Trapani, Brescia, Vicenza, Ternana, Pisa e Latina, sono quelle che battaglieranno fino alla fine”. Gigi Cagni vi aiuta in questo. “Ci ha trasmesso subito la carica che ci serviva. Nulla togliere a mister Brocchi, che aveva una grande sintonia con tutta la squadra, però questo avvicendamento 12

ci ha fatto cambiare mentalità. Mister Cagni soprattutto ci sta trasmettendo, allenamento dopo allenamento, tutta la sua esperienza”. Cristian Brocchi ha pagato anche colpe non sue? “Può darsi. In campo andiamo noi e le colpe sono soprattutto dei giocatori”. La tua stagione 2016/2017 sta vivendo sull’asse Bassano del Grappa-Brescia. Avendo militato in Lega Pro fino a gennaio, che paragone fai tra la terza e la seconda serie del calcio professionistico italiano? “Non sono così distanti. Soprattutto il girone A è una sorta di B2”. Sei soddisfatto della tua annata? “Ho visto poco il campo a Bassano e poi sono rientrato a Brescia mezzo infortunato. Il 18 marzo scorso, con la squalifica di Racine Coly, sono stato buttato nella mischia contro lo Spezia, era il mio esordio assoluto in B. Contro i liguri e nella successiva partita contro il Vicenza ho sofferto fisicamente, se avessi già avuto la regolarità avrei fatto meno fatica, tuttavia ho stretto i denti ed ho completato entrambe le gare non avendo i 90 minuti arrivavo alla fine con un po’ di stanchezza. Adesso che ho raccolto oltre 400 minuti il ritmo l’ho trovato alla grande. Aspettavo l’esor-

dio da tantissimo tempo, per me che ho fatto tutta la trafila nel settore giovanile del Brescia è un sogno. Quando l’estate passata sono andato via nel corso dell’ultimo giorno di mercato mi è dispiaciuto tantissimo, perché pensavo di essere utile. Adesso sono contento perché mister Cagni mi sta dando fiducia e continuità, spero che continui così. Con mister Brocchi in panchina avevo raggranellato un solo gettone di presenza, era il 7 agosto 2016 in Coppa Italia contro il Pisa, sconfitta interna 0-2”. Il 29 ottobre 2016 hai visto da vicino il Venezia, campione a tre giornate dalla fine. Te l’aspettavi? “Sinceramente non pensavo che vincessero con questo ampio margine. Quando col Bassano li abbiamo sfidati non dico che li mettemmo sotto, però ce la giocammo tranquillamente. Finì 1-1 in casa loro. Dopodiché, a lungo andare, è venuta fuori tutta la qualità della compagine di Pippo Inzaghi”. Chi festeggerà invece la promozione dalla B alla A? “La Spal mi ha destato una grande impressione, quando c’hanno battuto tra le mura amiche il 9 aprile. Hanno calciatori esperti che stanno assieme da un biennio, si conoscono e sono dotati della furbizia maturata in Lega Pro, che in cadetteria ti permette di stampare un grande torneo. È molto meglio costruita del Frosinone, anche se a salire diretti saranno proprio estensi e ciociari. Ai playoff, che secondo me si disputeranno, vedo bene il Benevento, un buonissimo undici che può dire la sua. Senza dimenticare il Bari, in grado di risalire e dar fastidio a tutte”.


serie B Dal nostro sito www.assocalciatori.it

#4chiacchierecon… Sergio Floccari Cosa ti aspettavi all’inizio della tua avventura alla SPAL? “Prima di arrivare alla SPAL mi sono informato, ho valutato bene diverse situazioni. Ho parlato con dei ragazzi che giocano nella squadra, con i dirigenti e ho percepito che era l’ambiente giusto dove lavorare in modo sereno. Ho trovato una società e una squadra con idee chiare, obiettivi importanti e quello che mi aspettavo l’ho trovato”.   La vostra cavalcata sta entusiasmando gli appassionati di tutta Italia. La SPAL ha conquistato tutti. Anche te? “Chiaro. Se ho fatto questa scelta è perché

mi ha conquistato ancora prima di arrivare qui. Il campionato si sta rivelando importante, sta coinvolgendo molte persone. La squadra vive in simbiosi con l’ambiente e questo aiuta molto. Dobbiamo quindi cavalcare questo entusiasmo che sta contagiando e stupendo tutti, compresi noi calciatori”. Quali sono i segreti di questo rendimento al di sopra di ogni aspettativa? “Qui c’è un gruppo di ragazzi che lavora insieme da tanto tempo, si conoscono bene tutti. Il grande affiatamento all’interno del gruppo e con l’ambiente che lo circonda sono gli ingredienti che hanno portato ad ottenere, sino a qui, ottimi risultati”.   Quali sono le tue passioni oltre al calcio? “Di passioni ne ho diverse ma in questo momento la mia più grande passione è quella di fare il papà. Ho due bimbi e appena esco dal campo cerco di trascorrere più che posso del tempo con loro”.

In 13 righe... Promesse

di Damiano Tommasi

“Tommasi... ma non si possono vietare queste cose qua? Troppo agonismo, genitori che urlano a questi bambini che dovrebbero solo divertirsi! Una volta si giocava per strada senza tanta esasperazione e ci si divertiva di più… ma non si possono vietare queste cose qua?”. Forse era un nonno, comunque un appassionato di calcio, che mi ha accolto così all’arrivo dell’ennesimo torneo giovanile di questa lunga primavera. Visti i premi assegnati a fine torneo (vedi foto) forse un pensiero che stiamo perdendo di vista l’obbiettivo lo dovremmo fare… le promesse, normalmente, le dovrebbe mantenere chi le fa... non chi le "subisce".

In ricordo di Piermario Morosini

#25MoroDay In occasione del quinto anniversario dalla scomparsa di Piermario Morosini, Atalanta, Udinese, Bologna, Vicenza, Reggina, Padova, e Livorno (tutte le squadre di calcio dove ha giocato) hanno condiviso un progetto benefico con AIC e LIVE Onlus – ente no profit che dona defibrillatori in tutta Italia – per il progetto #nelcuoredelcalcio. Nel weekend calcistico di metà aprile sono scese in campo con una toppa speciale legata al ricordo del calciatore bergamasco. Tutte le divise da gioco con la toppa speciale #25MoroDay, indossate dalle squadre, sono state donate a LIVE Onlus, con l’obiettivo di raccogliere fondi per l’acquisto di defibrillatori e per la realizzazione di altri progetti benefici, in collaborazione con l’Associazione Italiana Calciatori. Metà del ricavato andrà a finanziare il progetto #nelcuoredelcalcio con il 50% destinato all’acquisto di apparecchi salvavita e l’altro 50% per progetti proposti dagli stessi calciatori professionisti. Le maglie sono state messe all’asta in un’apposita pagina di ebay dell’associazione benefica.  Anche la primissima squadra di Piermario, la Polisportiva Monterosso di Bergamo, lo ha voluto ricordare scendendo in campo con la toppa speciale con tutto il settore giovanile e la prima squadra. 13


serie B

di Tommaso Franco

Da neopromossa a protagonista

Un sogno chiamato S.P.A.L. Eppure la stagione non era partita sotto una buona stella. Solamente cinque i punti conquistati nelle prime sei di campionato. Lentamente la S.P.A.L. ha invertito la rotta puntando dritto dritto verso il sole. E così Morra, Antenucci (nella foto), Lazzari e compagni hanno inanellato una serie di risultati utili allontanando le critiche e silenziando i più scettici. Le grandi del campionato hanno dovuto fare i conti, strada facendo, con una nuova pretendente incapace di nascondersi dietro il classico dito, e le scuse più banali: “Noi facciamo il nostro cammino…”, “Ragioniamo partita dopo partita…”, “Per ora stiamo bene, guardiamo avanti senza esaltarci troppo…”. Non esistono frasi di rito quando si inizia a correre, e nascondersi serve davvero a I ferraresi si coccolano i propri beniamini, poco. La scaramanzia non è cosa da in una città che non dà alcuna impressiovincenti e i sogni vanno annafne di essere frenetica. Sarà stato PAZZINI fiati con le anche l’ambiente, fino BESSA Hellas Verona 6,57 parole giuste. Hellas Verona 6,37 a qui, il segreSCHIATTARELLA to di una ANTENUCCI Spal 6,53 MIGLIORE Spal 6,46 simile Spezia 6,18 LAZZARI M. corsa. In Spal 6,46 VICARI tanti si saSpal 6,20 CICIRETTI Benevento 6,45 ranno ormai LUCIONI Benevento 6,31 dimenticati che CHICHIZOLA ARIAUDO Spezia 6,33 la S.P.A.L. è una neoFrosinone 6,16 promossa. Già, una neopromossa. Proprio così. L’anno scorso navigava in acque sicure in Lega Pro. Qualche ritocco alla rosa, ma nemmeno La banda di Semplici, passo dopo passo, è riuscita a scavalcare il muro, scardinando antiche leggi tenute in piedi solo dalla statistica. Una bella sassata a chi non credeva che un gruppo, considerato modesto all’inizio della stagione, non avesse armi per stupire. E invece, eccoli là. Con la sfrontatezza di chi sa bene quale sia il proprio valore e di chi non ha paura di dimostrarlo a nessuno. In cima alla classifica di un campionato lungo quanto un incubo. Interminabile. Un campionato che mette alla prova le forze fisiche ma, soprattutto, quelle mentali. Un passo alla volta, senza cadere.

La miglior formazione di Serie B dall’inizio del torneo

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Portieri CHICHIZOLA BARDI UJKANI PINSOGLIO MICAI

Spezia Frosinone Pisa Latina Bari

6,33 6,31 6,28 6,27 6,25

Difensori LUCIONI VICARI MIGLIORE ARIAUDO MENGONI

Benevento Spal Spezia Frosinone Ascoli

6,31 6,20 6,18 6,16 6,15

Centrocampisti SCHIATTARELLA LAZZARI M. CICIRETTI BESSA MORA

Spal Spal Benevento Hellas Verona Spal

6,53 6,46 6,45 6,37 6,34

Attaccanti PAZZINI ANTENUCCI DIONISI CAPUTO CERAVOLO

Hellas Verona Spal Frosinone Virtus Entella Benevento

6,57 6,46 6,33 6,29 6,27

molti. Un grande condottiero: Leonardo Semplici. Uno che la gavetta la conosce bene. Ex calciatore professionista di buon livello, grande allenatore nella sua seconda giovinezza alla guida dei biancazzurri dal 2014. E avanti così, che i miracoli sono quelli che fanno ancora sognare i tifosi. In Italia, e lontano da qui.

In 12 righe…

Speranze

di Damiano Tommasi

Siamo stati a San Luca, cuore della Locride, terra di ‘ndrangheta, comune commissariato dal 2013 dove si è messo mano al campo di calcio per ridare un centro di aggregazione e una presenza tangibile dello Stato. C’erano le più alte autorità della magistratura, il numero delle scorte faceva impressione, è stata una presenza forte con la voglia di dare speranza attraverso un pallone. Nelle parole di un giovane del posto, però, i segni di un lungo cammino ancora da percorrere… “I lampioni li hanno ridipinti… sicuro che li avranno fatturati come nuovi… chissà quanti soldi si sono mangiati qua”. “Qui cambia tutto… fino a mezzogiorno, forse fino alle sei di oggi pomeriggio, poi torna tutto come prima”.


Lega Pro Venezia e Foggia promosse in B

Ritorno al… passato Stagione 2004/2005. L’ultima degli arancioneroverdi in Serie B, il fallimento della società, le sospette combine. Si chiudeva un’era, sotto la presidenza Zamparini e ne iniziava un’altra. Lontano dai riflettori, dal calcio delle grandi. Nell’estate del 2005 la Società Sportiva Calcio Venezia aderì al “lodo Petrucci” e ripartì dall’allora Serie C2. Nel 2009 arriva l’estromissione della società dal campionato e la radiazione dalla dai ruoli federali. Dalla stagione 2009-2010 riparte come Football Club Unione Venezia: vittoria dello scudetto Dilettanti nel 2012 in finale contro il Teramo e promozione in Lega Pro. Non finisce qui il calvario della società lagunare che nel 2015 deve affrontare, ancora una volta, i problemi legati alle inadempienze amministrative e viene estromessa dai campionati professionistici. Stagione 2015-2016: il nuovo Venezia Football Club riparte dalla Serie D, conquista e conquista la promozione in Lega Pro. Eccoci arrivati al momento storico, alla stagione che riporta il Venezia in Serie B dopo 11 stagioni non facili tra fallimenti, promozioni, rifondazioni, cambi di presidenza e decine di allenatori avvicendatisi su una panchina sempre bollente. Il miracolo l’ha fatto lui, sì proprio lui: Pippo Inzaghi. L’amaro finale del suo rapporto professionale con il Milan, la ricerca di un’identità come allenatore dopo un glorioso passato da calciatore, venerato dai tifosi di mezza Italia. Bomber vero, uomo d’area come nessuno. Si rimette in corsa con il Venezia; il progetto c’è, un’ottima rosa a disposizione, una dirigenza che sembra dare sufficienti garanzie per rilanciare sé stesso e il Venezia. Attenzione, non sarà un girone facile. Perché quel “girone B” assomiglia in tutto e per tutto ad un girone dan-

tesco: ci sono Parma, Padova, Reggiana… per citarne solo alcune. Il Venezia corre domenica dopo domenica verso l’unico obiettivo prefissato ad inizio stagione, l’unico risultato che si sarebbe potuto considerare positivo. La prima sconfitta arriva solamente al settimo turno del campionato, giorno in cui gli arancioneroverdi si accorgono che per la corsa alla B avrebbe dovuto fare i conti anche con il Pordenone. Poi il derby perso con il Padova all’andata e l’amara trasferta di Forlì. Lezioni di cui il Venezia di Superpippo fa tesoro, alza la testa e riparte fino ad arrivare al pareggio interno contro il Fano, punto che benedice la stagione lagunare e saltare a piè pari in Serie B evitando i play-off. Dal girone C arriva a compimento un’altra grande impresa: quella del Foggia di Giovanni Stroppa, anche lui con un passato da calciatore e da allenatore nel Milan. La squadra pugliese non faceva capolino tra i cadetti da ben 19 anni (stagione

Portieri PISSERI IANNARILLI RAVAGLIA FUMAGALLI FORTE

Catania Viterbese Cremonese Pro Piacenza Maceratese

6,41 6,37 6,33 6,31 6,30

Difensori GAROFALO DOMIZZI MATTERA CONSON PICCOLO

Venezia Venezia Matera Forlì Alessandria

6,31 6,30 6,28 6,28 6,27

Centrocampisti BURRAI IANNINI CAZZOLA DI QUINZIO BARAYE

Pordenone Matera Alessandria Como Parma

6,43 6,43 6,36 6,34 6,34

Attaccanti GONZALEZ FLORIANO BERRETTONI FERRETTI MANCUSO

Alessandria Carrarese Pordenone Gubbio Sambenedettese

6,65 6,58 6,55 6,46 6,43

1997-1998). Tornano alla mente gli anni del Foggia di Zeman, dalla promozione in Serie A, al favoloso 9° posto nella stagione 1991-1992. Quel Foggia che faceva paura anche alle grandi. Ogni partita, soprattutto in casa, era una festa. Zeman e il suo calcio nuovo in grado di battere anche la Juventus, la freschezza di quei protagonisti da Baiano a Signori, da Kolyvanov a Rambaudi per arrivare al portierone che oggi non c’è più, Francesco Mancini. Il Foggia riparte da qui, dal sogno, dalla memoria della sua gente e dal suo splendido presente. Un nuova avventura, un campionato che non sarà facile ma che avrà un’altra nuova protagonista, ritornata con me merito a dire la sua. GONZALEZ Alessandria 6,65

DI QUINZIO Como 6,34 BURRAI Pordenone 6,43

GAROFALO Venezia 6,31 DOMIZZI Venezia 6,30 PISSERI Catania 6,41

FLORIANO Pordenone 6,58

IANNINI Matera 6,43 CAZZOLA Alessandria 6,36

MATTERA Matera 6,28 CONSON Forlì 6,28

La miglior formazione di Lega Pro dall’inizio del torneo

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serie B

di Pino Lazzaro

Nonsolomoda

Un tatuaggio, una storia Sempre di più. Moda e non solo. Pure qualcosa da dichiarare, da dire, chi siamo e cosa siamo, chissà. Dunque un tatuaggio ha dietro una storia. Quel che si vive e come lo si vive. Tanto importante e significativo da imprimertelo non solo nella testa e nel cuore, ma pure sul tuo corpo, proprio sulla tua pelle, per vederlo e rivederlo, pensarci e ripensarci, ricordare e non dimenticare. Ce n’è di tutti i gusti: basta bussare un po’ e le storie/racconti si dipanano. Così qualcuna abbiamo deciso di farcela raccontare. Con Francesco Caputo (Virtus Entella) “Quanti ne ho? Allora, fammi pensare, sinceramente non so nemmeno se li ho contati tutti, ma se aspetti faccio mente locale… uno-due-tre… sedicidiciassette e diciotto, sì, 18. Questo di cui parliamo è il quattordicesimo e l’ho fatto un paio d’anni fa, ero arrivato proprio da poco qui a Chiavari. Una scelta che assieme al mio procuratore e poi con la società, avevo deciso io e ricordo come non pochi avessero un po’ storto il naso, sembrava fosse una scelta così così, l’Entella che era giusto al suo secondo anno di serie B, mah. Arrivo e così intanto la società per i primi giorni mi mette in un albergo in cui era solita per l’appunto sistemare chi arrivava e mi ricordo che in

Francesco Caputo è dell’agosto del 1987. Dopo aver giocato tra i dilettanti (in Prima categoria col Toritto e in Eccellenza col Real Altamura, sempre in provincia di Bari), il suo primo campionato da prof l’ha fatto in C2 con il Noicattaro (ancora Bari). Ha giocato poi nell’ordine con Bari (B), Salernitana (B), Bari (A), Siena (B) e ancora Bari (B). Nel giugno 2013 viene deferito per omessa denuncia e a luglio viene condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi di squalifica; pena confermata in appello e successivamente ridotta a un anno dal Tnas (Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport del Coni; inattivo così per l’intera stagione 2013/2014). Nel processo penale, l’assoluzione è datata infine maggio 2016. Dall’agosto 2015 è all’Entella Chiavari. Già oltre quota 100 come numero di gol messi a segno in campionati professionistici.

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quella camera c’erano parecchie scritte lasciate da altri calciatori e mi capita così di leggere quella frase e sotto il nome di chi l’ha scritta: Andrea Ranocchia, lui che era stato mio compagno al Bari. Subito ho sentito che quella scritta rifletteva in fondo quella che era la mia situazione: un’avventura nuova, con tutte le perplessità di tanti amici e di tanti addetti ai lavori, chissà, con in più tutto il percorso che avevo fatto prima, pensando da dove ero partito, giocando in Seconda categoria e arrivando in serie A. Insomma nulla è impossibile: bisogna crederci e sognare”. “Sì, come ti ho detto nell’ordine è il numero 14 e l’ho fatto lì sulla gamba, un po’ perché era un bello spazio libero, ma soprattutto perché è subito lì che me lo sono immaginato, da nessun’altra parte che lì. Me lo sono fatto fare da un tatuatore qui di Chiavari, nemmeno tifoso di calcio. No, non è stato particolarmente doloroso, non è un punto che fa male quello. Male invece mi ha fatto il primo che mi sono fatto, mi sono sempre piaciuti i tatuaggi ma i miei erano stati chiari: no e no, finché sei ragazzino, niente da fare: quando sarai maggiorenne, allora deciderai. Così ho aspettato e con i 18 anni sono andato subito a farmi il mio primo tatuaggio, dietro, sulla schiena, il mio segno zodiacale, un Leone, quello sì mi ha fatto male, infatti non ne ho fatti altri lì dietro”.

“No, a colori non ne ho nessuno, sono tutti tradizionali, in bianco e nero. Parecchi di quelli che ho sono dedicati ai figli, sai com’è, ne abbiamo tre: una ragazzina di 8 anni, e due maschietti di 3 e un anno e devo dirti che siamo stati proprio fortunati, tanto per dirtene una hanno sempre dormito di notte, ce lo diciamo spesso con mia moglie. Sì, adesso vengono tutti allo stadio, vogliono vedere giocare il loro papà, è così”. “È vero, sto facendo bene e vorrà dire pure l’esperienza che via via ho messo assieme, i tanti anni di Serie B. Poi il fatto che quando me ne sono andato via da Bari, il rapporto con l’ambiente non era più quello di prima: avevo bisogno di sentire fiducia nei miei confronti e qui a Chiavari l’ho trovata. Dai, mi sento sereno e ho serenità attorno: quando è così, più facile esprimersi per bene. A ben guardare però, devo dire che sono stato bene dappertutto, giocando poi sempre in posti bellissimi. Bari che è proprio una grande città, Siena che è Siena e dove siamo saliti dalla B alla A e poi adesso


serie B

Chiavari, due stagioni in cui stiamo facendo proprio bene. Dovunque sono stato bene, trattato uguale, ma se proprio devo scegliere, allora dico che sapere che vicino ho il mare è un qualcosa in più, non so perché, ma mi dà un senso di gioia, di spensieratezza, non so, già facendo una passeggiata”. “Il sogno-obiettivo che ho è quello di tornare a giocare in Serie A. Per quel che mi riguarda mi sento pronto, ci sono. Lo so, ne devono coincidere tante di cose, un qualcosa a 360° e beninteso qui a Chiavari ci sto proprio bene, ma non si sa mai e poi… niente è impossibile, dai”. Francesco, un’ultima domanda, rispondere non è obbligatorio, vedi tu. C’è quell’anno vuoto nella tua scheda, il coinvolgimento nel calcio-scommesse,

Campagna contro la violenza

Non c’è partita senza avversario

Dopo i 15 minuti di ritardo in segno di protesta, promossi da AIC e Lega Pro e messi in atto nel corso del 30° turno di campionato, persistendo gravi casi di violenza nei confronti dei calciatori, l’Associazione Calciatori ha lanciato “Non c’è partita senza avversario”, campagna condivisa dalla Lega Pro accolta con grande entusiasmo e partecipazione. Su tutti i campi della Lega Pro, nel corso delle gare del weekend dell’1, 2 e 3 aprile, i capitani delle due squadre sono entrati sul rettangolo di gioco indossando la maglia della formazione avversaria. Allo scambio dei gagliardetti è seguito lo scambio della maglia. Un atto simbolico per ribadire con forza il no alla violenza, per far capire che i calciatori si sentono parte della stessa squadra, quella che ama il calcio. L’iniziativa continuerà fino al termine del campionato.

la squalifica. Qualcosa magari che vuoi dire? Se vuoi, specie ai giovani? “Intanto per prima cosa mi vien da dirti che bisogna proprio stare attenti a quel che si dice, tutto viene spesso/sempre travisato. Dico che per fortuna alla fine è saltata fuori la mia estraneità ai fatti e certo è stato imbarazzante e pieno di vergogna. Dai e dai, alla fine mi hanno comunque voluto dare l’omessa denuncia, otto mesi di squalifica e non avevo fatto nulla. Poi sono stato assolto, il fatto non sussiste, queste le parole dette dal giudice. Venivo da una buona stagione, 24 anni, ne avevo fatti 17 di gol in B, poteva essere il mio trampolino e mi è arrivata invece questa mazzata. Specie ai giovani dico di non fidarsi mai di nessuno, mai. All’epoca dei fatti avevo 20 anni, non sapevo nulla e mi sono trovato in quella situazione, dovendo poi soffrire e lottare”.

“Sono settimane ormai che la violenza, nel calcio e non solo, ci sta preoccupando non poco. Cosa fare? La denuncia, le dichiarazioni di solidarietà, i 15’ di ritardo, le pene più severe o lo stop definitivo? Lanciamo oggi una campagna,

“Non c’è partita senza avversario”.

Si tratta di un gesto, di tanti gesti tutti insieme, ragazzi che si sentono una squadra sola. Da questo fine settimana, fino alla fine della stagione, le partite di Lega Pro inizieranno con un simbolico atto sportivo. I capitani delle due squadre entreranno in campo indossando la maglia avversaria. Allo scambio dei gagliardetti seguirà lo scambio di maglia. Il messaggio è chiaro. Quella che inizia è una partita di calcio, è sport e tutti i calciatori si sentono parte della stessa squadra, quella che ama il calcio. Senza avversario non c’è partita e mettere la maglia avversaria sarà un messaggio per tutti che la violenza, in campo e non, è fuori luogo, sempre! Sarà un gesto semplice, non certo risolutivo, ma vuole essere anche un’assunzione di responsabilità da parte dei calciatori con l’obbiettivo di placare la voglia di violenza diventata insostenibile e preoccupante… Noi ci proviamo ad invertire la tendenza… prima che sia troppo tardi!” Damiano Tommasi 17


amarcord

La partita che non dimentico

Mi ritorni in mente…

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Daniele Dalla Bona (Santarcangelo) “Beh, subito ho pensato e penso a quella che per me è la più incredibile che sinora ho giocato. Ero allora con la Pro Patria, stagione 2008/2009, semifinale playoff contro la Reggiana, in particolare la partita d’andata, lì da loro. Fu quella una stagione davvero pazzesca per noi. Eravamo una squadra forte, di qualità e attraversammo una stagione piena di problemi, stipendi non pagati, pure il fallimento della società. Nonostante questo, tutta la stagione lì davanti in classifica col Cesena, sempre primi o secondi, sono stati loro poi a passare direttamente in B, a noi sono toccati dunque i playoff. Dovevamo così incontrare la Reggiana e proprio in quei giorni, quasi insomma alla vigilia della partita, ecco che le cose in società vennero sistemate, entrarono nuovi pro-

3 a 2 per loro. Nel secondo tempo, prima abbiamo pareggiato, poi siamo andati sul 4 a 3 per noi. Loro hanno fatto il 4 a 4 ma non è finita: su rigore abbiamo fatto il 5 a 4, risultato finale. Incredibile. Il ritorno? Sì, ci bastava pareggiare o magari anche perdere con un gol di scarto, però anche lì ci siamo trovati presto sotto per 2 a 0, mai finita; poi abbiamo vinto per 3 a 2, un gol l’ho fatto anch’io, peccato che poi nella finale non ce l’abbiamo fatta, è stato il Padova a salire. Per come lo ricordo, è stato quello un anno “magico”. Eravamo forti, come detto di qualità ne avevamo tanta, ma s’era pure creato un grande gruppo e dopo tutti i travagli che vivevamo in settimana, non vedevamo l’ora di andare in campo, quasi uno sfogo insomma: sono sempre stato convinto che se avessimo potuto contare su una società “normale”, l’avremmo vinta noi quella regular season. Ricordo poi l’affetto e l’entusiasmo della città, come ci sia stata la partecipazione di tante e tante persone per darci una mano per pagare le trasferte o anche aiutare i più giovani per l’affitto e altro ancora: quasi commovente. Avevo 25 anni allora e ci stavo proprio bene in quella piazza, che bel ricordo che ho, oltretutto così vicino a casa. Peccato per come sia finita, ma le tante cose belle di quell’anno restano, sono sicuro che pure tanta gente lì a Busto, ancora se la ricorda quella stagione”.

prietari, stipendi arretrati pagati e per la prima volta nella stagione ci trovavamo in una posizione, come dire, stabile. A Reggio allora e dopo una ventina di minuti eravamo sotto 3 a 0! Ricordo che lì in campo mi capitò di pensare che quel che stavo vivendo era un incubo: dopo un anno passato come lo avevamo passato, tutto finiva lì, stop. Poi invece no, è stato proprio pazzesco. Prima della fine del primo tempo ne facemmo due di gol,

Tommaso Coletti (Foggia) “Non potevi farla in un momento migliore questa chiamata, perché proprio della partita di ieri ti voglio raccontare. Scontro al vertice, ora come ora ci stiamo giocando proprio tanto, forse la partita più importante del campionato. Ti sto parlando di Foggia-Lecce, abbiamo vinto 3 a 0, bellissimo. Con loro c’è sempre rivalità, pure un po’ di astio tra alcuni calciatori, un po’ di parapiglia sin dall’inizio, io lì a

dividerli, sono cose che non amo quelle. Ventimila persone, che atmosfera. E mi capita pure di fare un eurogol, la mia esultanza, una sorta di liberazione anche perché vengo da un mese particolare, con loro ho rinnovato giusto da poco ed è un gol questo che suggella nel migliore dei modi questo periodo. Pensa, ho calciato da più di 30 metri, m’è uscita una bomba, lì, sul sette. Mi sono giusto fermato, inginocchiato per terra, le braccia alzate. Te la mando la foto, ce l’ho qui, a guardarla mi vengono ancora i brividi. Sarà che l’amo proprio questa città e mi piacerebbe – se le cose andranno bene – lasciare così un ricordo indelebile. Qui ci sono arrivato una prima volta dieci anni fa, la seconda ho fatto invece sei mesi fuori rosa e fu una scelta come minimo discutibile… ora sono alla terza e come detto sono legatissimo a questa città, ne ho trovati tanti di amici”.


amarcord

L’incipit Capitolo 1 (pag. 11) Calci forte e teso, puntando all’angolino, e si alza a campanile. Crossi piano, cercando la testa del compagno, e parte una fiondata che rischia di castrarlo. Tiri dritto e va storto, tiri storto e va dritto, tiri a sinistra e va a sinistra, ma è un puro caso, basta un alito di vento e il Super Tele finisce dalla parte opposta. Per fortuna è talmente leggero che se urta qualcosa che non siano i piedi o l’asfalto sul quale giochiamo non fa danni, anzi, in genere, si fora o parte la valvola di gonfiaggio. D’altra parte non abbiamo alternative, visto che, dopo due anni di onorata carriera, abbiamo dovuto dare l’estremo saluto al vecchio pallone. Ormai era una camera d’aria con qualche rombo di cuoio appiccicato. Eppure ci bastava. Anzi, ne andavamo orgogliosi, soprattutto Santino, che era il legittimo proprietario: al CEP, il centro di edilizia popolare di Palermo, non erano in molti quelli che potevano permettersi un pallone del genere, benché venisse dato in omaggio acquistando lo zafferano. Ma, appunto, chi poteva permettersi lo zafferano? Il padre di Santino, che aveva un piccolo alimentari, aveva aggirato il problema e se l’era procurato senza nessuna spesa. E per due anni ci aveva permesso di colpirlo di testa, stopparlo di petto e accarezzarlo col il piede pressoché senza sosta: appena finiva la scuola ci fiondavamo per strada, sotto il sole, la pioggia o la neve, che tanto, a Palermo, quasi non esiste. Giocavamo per ore, fino a quando i genitori comparivano sui balconi e, uno dopo l’altro, ci richiamavano all’ordine. Qualche settimana fa, però, un pastore tedesco grande come un orso si è sottratto alla presa dell’anziana padrona, ha invaso il campo e, anticipando Santino, ha dato il morso di grazia, riducendo il vecchio pallone a uno straccio consumato. Per questo ci accontentiamo del Super Tele, il principe dei palloni poveri, con il quale, probabilmente, nemmeno Pelé riuscirebbe a scambiare più di tre passaggi. Cinquecento lire di plastica bianca, rossa

o blu con i rombi neri, che calciamo da una parte all’altra della piazza, sfidando non solo tecnica e tattica, ma le leggi stesse della fisica. Quando mio padre, al termine della scuola, si presenta nella stanza che divido con mia sorella Rosa e mio fratello Giuseppe con un pallone nuovo di pacca, io, che già non è che sia un chiacchierone, resto letteralmente senza parole. Papà, che è come me, non la fa lunga, dice tutto con lo sguardo, che brilla di orgoglio: ho superato gli esami e ottenuto la licenza elementare, un titolo non indifferente in casa mia, che non ha né lui né mamma. Papà sa scrivere solo due parole: Domenico Schillaci. Totò Schillaci

IL GOL È TUTTO

Con Andrea Mercurio Prefazione di Edoardo Bennato Edizioni Piemme

SCHEDE (dalla terza di copertina) • Totò Schillaci. Nato a Palermo nel 1964, capocannoniere ai Mondiali di Italia ’90, Scarpa d’oro nel ’90 e secondo nella classifica del Pallone d’oro alle spalle di Lothar Matthäus nello stesso anno. Ha giocato nel Messina (capocannoniere della serie B nell’89), nella Juventus dal 1989 al 1992 (Coppa Uefa ’90 e Coppa Italia ’90), prima di passare all’Inter (Coppa Uefa ’94) e poi alla squadra giapponese Jubilo Iwata. Dal ritiro, nel 1999, gestisce un centro sportivo per ragazzi a Palermo. • Andrea Mercurio, milanese, autore radiotelevisivo, scrittore e musicista, ha collaborato con le principali emittenti radiofoniche italiane.

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scatti

di Maurizio Borsari

Ballo moderno

Jeison Murillo e Ladislav KrejÄ?Ă­ in Bologna Inter 0-1

Il ballo dei debuttanti

Spinazzola, Verdi e Gagliardini in Olanda-Italia 1-2

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scatti

Prima volta

Sassuolo Primavera Torneo di Viareggio 2017

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Come stai?

l’incontro

di Pino Lazzaro

Angelo Ogbonna difensore del West Ham

“Bene, sì, sto bene. Sto adesso recuperando dall’infortunio e la stessa operazione è stata meno invasiva di quel che mi aspettavo. Penso per fine aprile di riuscire a rientrare in gruppo. L’operazione è legata a un infortunio che da parecchio tempo mi porto dietro, pensa te, giusto una contusione sedendomi a tavola, a volte è proprio un difetto essere alti. Allora mi sto sedendo e capita che batto il ginocchio e così si stacca un frammento di rotula, che si infila tra tendine e rotula. Da lì una calcificazione che col tempo è via via diventata più grande e mi ha costretto a convivere a lungo col dolore. Allora, due mesi fa, con l’ok dello staff medico, ho deciso di operarmi. Sì, tutto sommato è la prima volta che mi fermo così tanto, già era successo qualcosa quand’ero al Torino, un’ernia m’aveva fatto star fuori un paio di mesi, grosso modo problema simile a quello di adesso. Riconosco comunque – sebbene debba star fuori – che non è che siano degli infortuni proprio gravi. Ma devo star fuori, non è il massimo, però, dai, anche questo fa parte del nostro cammino”. “D’accordo la frustrazione di stare fermo, ok il dolore, però devo dire che di base continuo ad essere sereno, come sempre cerco di essere. Mi conosco per bene, sono una persona riflessiva e di fondo serena, sì, così riesco a farmele scivolare di dosso le cose: sono uno che non vuole pesare, a

niente e nessuno. Certo, potrei dire che con l’attività fisica mi manca quel che si dice lo sfogo sul campo, ma a ridirtela tutta: sto bene e sono sereno. Un lato positivo c’è comunque e che lato: ho più tempo per vivermi mio figlio, giusto tre mesi, il tanto tempo che passo così con lui”. “Abitiamo non lontano da Tower Bridge, in una zona ora residenziale, prima c’erano delle fabbriche; siamo poco lontani dal centro di Londra, così pure dal centro in cui ci alleniamo, una ventina di minuti da uno e dall’altro, il massimo. No, ce la siamo cercata e trovata noi, la società ci aveva dato dei consigli, indicato dei punti di appoggio, ma poi abbiamo fatto noi, ci piace essere indipendenti”.

“Ok, passiamo al calcio. Devo dirti che trovo ci sia una differenza enorme. Innanzitutto quel che non può non risaltare è la fisicità di questo calcio. Al solito in questi casi ci si riferisce al gap che loro possono avere sul piano della tattica, ma c’è da tener conto dei tanti nuovi allenatori che ci sono, se ne fa insomma di tattica, certo che con tanti giocatori di livello l’estro ne ha parecchio di spazio. Comunque sia, torno all’aspetto della fisicità che da sola può pure “ammazzare” quelle che possono essere le basi tattiche e pure quelle tecniche. Il giorno libero in genere è a metà settimana, qui non si ama molto il fatto di fare allenamento per quattro giorni di fila. Il doppio non lo si fa mai e certo ci vuole adattamento vista l’intensità delle sedute, incentrate per la maggior parte sul campo e con la palla, sempre al massimo. Per quel che so, quasi tutti si allenano la mattina, cosa questa che mi spiego qui per Londra anche perché conviene, per via del traffico. I video si studiano anche qui, certo, un qualcosa portato in particolare dai tanti nuovi allenatori, solo che rispetto l’Italia direi che si tende più a mostrare il proprio gioco, che indicare come limitare quello degli altri. Palestra? Pochissimo, davvero. Prima di venire qui pensavo non fosse così, ma in effetti posso dire che non l’ho mai toccata la palestra, tanto è vero che la mia massa muscolare per quel che riguarda la parte

superiore del corpo è diminuita rispetto a prima”. “Un’altra differenza che ho notato è il rapporto che si ha verso i calciatori. Da noi capita che uno venga pure esaltato, come fosse magari un dio in terra, idem al contrario; invece a me pare che loro qui abbiano più equilibrio e questo vale un po’ dappertutto. Allo stadio, nel dopo partita, anche nel modo in cui ti chiedono di farsi una foto con te. C’è insomma molto rispetto delle rispettive posizioni e il tutto serve in qualche modo a far essere il calcio quel che è, giocato e basta. Sì, c’è il contorno, come sempre, ma quello serve per il business ed il resto: a me pare insomma che ci sia una vera e propria cultura calcistica, che viene prima di ogni altra cosa”. “I campi? Tutti belli, proprio difficile trovarne uno brutto. Ricordo l’anno scorso, il nostro centro non era ancora pronto e così ci allenavamo in strutture un po’ vecchie, c’erano pure dei container, però sui campi non si poteva proprio dire nulla, mai visti campi così, nemmeno alla Juventus. Pure gli spogliatoi trovo che siano sempre molto belli e funzionali e penso quanto sia raro in Italia quel che invece succede qui, musica sempre ad alto volume prima delle partite. Si può pensare che così magari uno fa fatica a concentrarsi – ciascuno ha il suo di modo – ma sinora non mi è mai capitato di vedere qualcuno, come dire, distratto per via della musica”.


l’incontro

l’ho mai sentita l’esigenza di andare a vedere, a leggere. Anche perché qui le cose sono meno enfatizzate che da noi, di calcio ne parlano giusto dopo la partita, il giorno dopo e stop”.

“Dai, da quando sono qui non le ho più guardate le pagelle, davvero, mai. In Italia è cosa normale andare il giorno dopo a vedere voti e commenti. All’inizio m’ero in effetti ripromesso di non farlo soprattutto per via della lingua, non mi sentivo di saperla per bene, però dopo tre-quattro mesi ero ben entrato nel gruppo, “c’ero” insomma, eppure non

“Tutto sommato, per me Londra e Torino si assomigliano, intendo nel modo di rapportarsi col calcio, nel rispetto che c’è. E lo dico io che lì a Torino sono passato dai granata alla Juventus e guarda che ho continuato a vivere nella stessa casa e frequentare gli stessi posti per mangiare eccetera. Non so, forse magari le cose me le dicevano alle spalle, però il rispetto che i piemontesi hanno avuto nei miei riguardi è stato enorme. A casa, in Italia, ci torno ogni tanto e chi fa in effetti più fatica è la mia compagna, lei che l’inglese lo masti-

ca così così, con in più questa diversità di clima che proprio c’è, poco da fare, con al solito le quattro stagioni che te le ritrovi nella stessa giornata. E poi c’entra per me pure il fatto di come siamo fatti noi italiani, sai com’è, un po’ coccoloni, col nostro tran tran, il caffè al bar, le nostre cose/ abitudini. Dunque per lei non è facile, ha molto tempo libero ed è un po’ sola, anche se adesso comunque c’è il bambino. Per me è stato più facile, c’era il gruppo a cui appartenevo e dunque condividevo, parlavo: ho fatto presto a sciogliere questa mia qual timidezza e ho potuto così adattarmi molto velocemente. In Nigeria? Ci vado ogni anno e non vedo l’ora di andarci adesso con mio figlio, a farlo conoscere a tutti, specie a mia nonna, ora… bisnonna”.

Sfogliando (da ‘il Calciatore’ – aprile 2012) /1 “Per primo in Italia ci è venuto mio padre. La sua idea era quella di andare a studiare a Venezia, architettura ma non c’è l’ha fatta a realizzarla. Il fatto è che non gli hanno riconosciuto il titolo di studio che aveva preso in Nigeria, s’è trovato a dover ricominciare dalle superiori e così s’è fermato a Cassino. Prima di partire dalla Nigeria s’era già sposato, mia madre è arrivata dopo, lei è maestra d’asilo, nello stesso asilo in cui pure io sono andato. Ho anche due sorelle, io sono quello di mezzo; a casa parliamo un po’ di tutto: italiano, inglese, pure in dialetto nigeriano anche se io così faccio fatica ad esprimermi per bene” (…) /2 “Il colore della pelle non è mai stato un problema, mai. Per me almeno è stato così e se ci sono stati degli episodi non mi pare siano mai stati troppo importanti. Posso magari sembrarti un menefreghista ma io so di non esserlo, è il mio modo di essere, un po’ distaccato, ecco. In campo per fortuna sono uno che sente proprio poco, sono molto concentrato “a giocare”, altrimenti lo perderei proprio il gusto di quello che faccio. Quel che mi porta il calcio non sono i buu, io combatto e vivo per quello che sudo sul campo, i buu come pure gli stessi giudizi che ti vengono dati poi sui giornali eccetera sono altre cose”. (…) /3 “È vero, m’avevano convocato per la nazionale della Nigeria ma io ho preferito dire di no e ho accettato di vestire la maglia azzurra. Non mi pare strano, io mi sono sempre sentito italiano e non solo perché cresciuto in Italia. C’è chi pensa che io non sia italiano per il colore della pelle ma a me questo non interessa, non è un mio problema. Sono uno che vive di emozioni e sentimenti: io mi sento e sono italiano”. 23


l’incontro

impressione – che gli stranieri la stanno vivendo molto male, c’è insomma della preoccupazione, anche spavento e credo che soprattutto le nuove generazioni, visto che a votare sono andati più gli anziani, l’abbiano proprio subito questo scossone. Comunque ancora non si sa, nessuno sa niente di quel che succederà e come, bisogna aspettare per dare dei giudizi”.

La scheda “Italia e Inghilterra? Intanto dico subito che sono due paesi civili, con loro che sono più rigidi di noi, lo si nota subito questo. Io sono convinto che gli inglesi ammirino tantissimo l’Italia, tutto quel che abbiamo: le coste, il clima, l’agricoltura, il cibo, la solarità che c’è in noi, quella capacità di socializzare tipica dei latini. Sì, per me abbiamo proprio tutto, siamo i migliori e ne possiamo insegnare di cose, a tutti. Dunque sono affascinati dall’Italia, sono proprio presi, però nello stesso tempo non si fidano della nostra pigrizia, no. Da italiano penso che tutto sommato loro abbiano meno di noi, però il loro è certo un Paese più organizzato, non c’è dubbio. Per quel che riguarda la Brexit, direi – è la mia 24

“Al dopo non è che ci abbia mai tanto pensato, no, forse adesso sto cominciando a farlo, per ora non so. Con l’università ancora continuo, almeno sono iscritto, che vuoi, farò un esame all’anno: sono passato comunque da Giurisprudenza a Scienze Politiche, vedremo. Se ho un obiettivo? Sì, mi piacerebbe andare al Mondiale in Russia, tornando così a far parte del gruppo”.

Nell’Almanacco Panini le “misure” di Angelo Obinze Ogbonna sono m. 1,91 per 87 kg. Del maggio 1988, è nato a Cassino (Frosinone), i genitori sono nigeriani. Con calcio ha iniziato in società di Cassino e nel 2002, a 14 anni, passa al Torino con cui arriva a debuttare in serie A (Zaccheroni allenatore) nel febbraio del 2007 contro la Reggina (sconfitta interna per 1 a 2). Un anno “a farsi le ossa” col Crotone in C1 e poi ancora Torino, dapprima nuovamente in maglia granata, poi con la Juventus (dall’estate del 2013), vincendo in bianconero due scudetti, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana; nell’estate del 2015 infine il suo passaggio al West Ham, in Premier League. A suo tempo, nel 2009, gli arrivò la chiamata della Nazionale nigeriana per un paio di amichevoli (Irlanda e Francia) in vista della qualificazione a Sudafrica 2010, chiamata che Angelo rifiutò vista la sua scelta eventualmente di vestire la maglia azzurra. Sempre nel 2009 ecco la convocazione con la nostra Under 21 per le qualificazioni all’Europeo 2011, torneo a cui poi non riusciremo ad accedere alla fase finale per l’eliminazione da parte della Bielorussia nel decisivo doppio spareggio. Nel giugno del 2011 prima convocazione con la Nazionale di Prandelli e l’esordio cade esattamente l’11 novembre del 2011 nell’amichevole che l’Italia è andata a vincere a Wroclaw contro la Polonia (2-0). Sinora ha messo assieme 13 presenze: ha fatto parte della spedizione azzurra all’Europeo 2016 in Francia con Conte c.t. e l’ultima presenza l’ha fatta lo scorso settembre ad Haifa (vittoria sull’Israele per 3 a 1), partita valida per le qualificazioni al Mondiale del 2018, in Russia (Ventura c.t.).


calcio e legge

di Stefano Sartori

Questo mese parliamo di…

Risoluzione del contratto e clausola penale Un altro caso interessante, avente ad oggetto un accordo di risoluzione ed una clausola risarcitoria, è stato presentato alla DRC della FIFA ed in seguito al CAS. I fatti: nel gennaio 2012 un calciatore belga sottoscrive con un club serbo un contratto valido per due anni. Il 3 dicembre 2012, dopo vari stipendi non pagati dal club, giocatore e club firmano una risoluzione del contratto contenente le seguenti disposizioni: a) per saldare il pregresso, il club compenserà il calciatore con un importo netto di € 77.415 entro e non oltre il 15 dicembre 2012; b) in caso di mancato rispetto di quanto previsto al punto a), il club si impegnerà a versare, come clausola penale, un ulteriore importo di € 150.000. Va sottolineato che mentre il contratto di lavoro conteneva dei richiami al diritto serbo, l'accordo di risoluzione prevedeva che tutte le controversie derivanti da detto accordo si sarebbero dovute risolvere in conformità al “Regolamento FIFA sullo Status e sul Trasferimento dei Calciatori”. In ogni caso, il club alla fine non versa i 77.415 euro e pertanto il calciatore si rivolge alla DRC, come peraltro previsto nell’accordo di risoluzione. La DRC riconosce il credito del calciatore pari ad € 227.415 (77.415 + 150.000), maggiorato del 5% a titolo di interessi, ma stranamente asserisce che i 150.000 euro sono dovuti quali risarcimento per violazione del contratto di lavoro e non in quanto clausola penale. Ciò detto, il club si appella al CAS sostenendo che il solo importo dovuto è pari ad € 77.415 in quanto: a) le clausole penali non sono valide ai sensi della legge in vigore in Serbia; b) in subordine, se è vero che la sanzione pecuniaria aggiuntiva è dovuta quale risarcimento per la rottura del contratto di lavoro, la DRC avrebbe dovuto prendere in considerazione lo

stipendio del giocatore con il suo nuovo club e quindi dedurre tale importo dai 150.000 € di multa. Ebbene, il CAS ha deciso quanto segue. Innanzitutto, l'accordo di rescissione sostituisce il contratto di lavoro e, pertanto, va applicata la normativa di riferimento contenuta nell’accordo e quindi il “Regolamento FIFA sullo Status e sul Trasferimento dei Calciatori”. Di conseguenza, l'affermazione secondo cui la legge serba non ammette le clausole penali è irrilevante e, al contrario, il CAS (che, ricordiamo, ha sede in Losanna) applica il diritto svizzero e in particolare l’art. 163 del “Diritto Svizzero sulle Obbligazioni” secondo il quale le parti possono liberamente determinare l’importo risarcitorio liquidabile, con il giudice che ha il solo compito di ridurre tale importo se lo considera eccessivo. Inoltre, il CAS ha fatto riferimento a due precedenti lodi che contenevano le seguenti considerazioni: “(...) Una riduzione della clausola penale da parte del giudice è giustificata quando vi è una sproporzione significativa tra l'importo concordato e l'interesse del creditore a mantenere la sua richiesta nella sua interezza, misurata in concreto nel momento in cui la violazione contrattuale ha avuto luogo. Per giudicare il carattere eccessivo della clausola contrattuale, non si deve decidere in astratto, ma, al contrario, prendere in considerazione tutte le circostanze del caso in oggetto. Il Tribunale Federale Svizzero sostiene che vari criteri giocano un ruolo determinante, come ad esempio la natura e la durata del contratto, la gravità del danno e della violazione contrattuale, la situazione economica delle parti, così come la potenziale di interdipendenza tra le parti. Quando procede alla riduzione della

penale contrattuale, il giudice deve fare uso della sua discrezionalità, ma con una certa riserva, dal momento che le parti sono libere di fissare l'importo della sanzione e il contratto deve in linea di principio essere rispettato. La protezione della parte economicamente più debole autorizza maggiormente una riduzione rispetto al caso in cui le parti siano economicamente su un piano di parità”. Tutto ciò premesso, il CAS ha quindi considerato l’importo di € 150.000 come non sproporzionato; una penale pari al doppio dell’importo non corrisposto non costituisce un deterrente irragionevole al fine di garantire il puntuale pagamento degli importi scaduti da parte del debitore. Inoltre, il CAS ha preso in considerazione anche ulteriori elementi di fatto: a) il club aveva già pagato in ritardo svariate mensilità; b) se il calciatore fosse rimasto anche per la seconda delle annualità contrattuali previste, avrebbe guadagnato in tutto € 270.000 e, accettando volontariamente di risolvere il rapporto di lavoro a causa delle difficoltà finanziarie del club, ha rinunciato ad importo per il quale un danno liquidato pari ad € 150.000 non appare certo esagerato; c) infine, l’accordo di risoluzione è stato sottoscritto in data 3 dicembre 2012 mentre il pagamento della penale doveva essere effettuato entro il 15 successivo. Ebbene, il brevissimo lasso temporale fa pensare che il club abbia avuto, in precedenza, tutto il tempo di valutare attentamente la propria situazione finanziaria e di verificare la possibilità o meno di effettuare il pagamento. Pertanto, ed in conclusione, il CAS ha respinto l’appello del club ed ha confermato integralmente quanto deciso in primo grado dalla DRC. 25


calcio e legge

di Stefano Sartori

Termini che i club sono tenuti a rispettare

Le scadenze degli stipendi per il 2017/18 Presentiamo il sistema di controllo della regolarità del pagamento degli emolumenti contrattuali per la stagione sportiva 2017/18 con, nel dettaglio, i termini che i club sono tenuti a rispettare. Il pagamento delle ultime mensilità della stagione sportiva 2015/16 Ottemperando a quanto previsto dai CU FIGC n° 111-112-113/17 in tema di “Licenze Nazionali”, per quanto concerne la mensilità residua di giugno 2016 le società devono depositare presso la COVISOC la dichiarazione circa l’avvenuto pagamento degli emolumenti, di ulteriori compensi compresi gli incentivi all’esodo derivanti da accordi depositati presso la Lega di competenza, la documentazione relativa al pagamento delle ritenute Irpef e dei contributi Inps/Enpals e Fondo Fine Carriera entro le seguenti date: • Serie A = 2 ottobre 2017 • Seria B = 21 agosto 2017 • Lega Pro = 21 agosto 2017 Se queste prescrizioni non saranno osservate, le società saranno sanzionate con la penalizzazione di 1 punto in classifica per ciascun inadempimento da scontarsi nel campionato 2017/18. Stipendi, ritenute e contributi previdenziali relativi alla stagione sportiva 2016/17 (Art. 85 NOIF - “Informativa periodica alla COVISOC”) Serie A A) Le società devono documentare alla FIGC/COVISOC entro il 16 novembre 2017 l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla chiusura del I° trimestre (1 luglio/30 settembre 2017). B) Le società devono documentare alla FIGC/COVISOC entro il 16 febbraio 2018 l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla chiusura del II° trimestre (1 ottobre/31 dicembre 2017). C) Le società devono documentare alla FIGC/COVISOC entro il 30 maggio 2018 l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla chiusura del III° trimestre (1 gennaio/31 marzo 2018) 26

D) Le società devono documentare alla FIGC/COVISOC, entro i termini stabiliti dal Sistema delle Licenze Nazionali, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera, dovuti per i mesi di aprile, maggio e giugno 2018.

Serie B e Lega Pro A) Le società di Serie B e Lega Pro devono documentare alla FIGC/ COVISOC entro il giorno 16 ottobre 2017, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera, dovuti sino alla chiusura del I° bimestre (1 luglio/31 agosto 2017). B) Le società di Serie B e Lega Pro devono documentare alla FIGC/ COVISOC entro il giorno 16 dicembre 2017, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla chiusura del II° bimestre (1 settembre/31 ottobre 2017) C) Le società di Serie B e Lega Pro devono documentare alla FIGC/ COVISOC entro il giorno 16 febbraio 2018, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla chiusura del III° bimestre (1 novembre/31 dicembre 2017) D) Le società di Serie B e Lega Pro devono documentare alla FIGC/ COVISOC entro il giorno 16 aprile 2018, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti, sino alla chiusura del IV° bimestre (1 gennaio/28 febbraio 2018) E) Le società devono documentare alla FIGC- COVISO, entro i termini fissati dal sistema delle Licenze Nazionali, l’avvenuto pagamento di tutti gli emolumenti nonché delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e Fondo Fine Carriera dovuti per il V° bimestre (1° marzo-30 aprile 2018) e VI° bimestre (1° maggio-30 giugno 2018).

Sanzioni (Art. 10.3. CGS – “Doveri e divieti in materia di tesseramenti, trasferimenti, cessioni e controlli societari”) Serie A A) Il mancato pagamento entro il 16 novembre 2017 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del I° trimestre (1 luglio - 30 settembre 2017) comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 1 punto di penalizzazione in classifica. La stessa sanzione verrà inoltre applicata in caso di mancato di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. B) Il mancato pagamento entro il 16 febbraio 2018 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del II° trimestre (1 ottobre - 31 dicembre 2017), comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 1 punto di penalizzazione in classifica, con l’aggiunta di almeno 1 punto per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al I° trimestre. Le stesse sanzioni verranno inoltre applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. C) Il mancato pagamento entro il 30 maggio 2018 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del III° trimestre (1 gennaio - 31 marzo 2018) comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 1 punto di penalizzazione in classifica da scontarsi nella stagione sportiva successiva. Inoltre, per il persistente eventuale mancato pagamento degli emolumenti relativi al I° e II° trimestre andrà aggiunto almeno 1 punto di penalizzazione (per trimestre). Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. D) Infine, premesso che le disposizioni relative alla corresponsione degli emolumenti relativi ai mesi fino a giugno 2018 vanno necessariamente coordinate con quelle fissate


calcio e legge

annualmente dal Consiglio Federale per l’ottenimento delle Licenze Nazionali, il mancato pagamento degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del IV° trimestre (1 aprile - 30 giugno 2018), comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 1 punto di penalizzazione in classifica da scontarsi nella stagione sportiva successiva. Inoltre, per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al I°, II° e III° trimestre andrà aggiunto almeno 1 punto di penalizzazione (per trimestre). Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera.

Serie B e Lega Pro A) Il mancato pagamento entro il 16 ottobre 2017 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del I° bimestre (1 luglio – 31 agosto 2017) comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 1 punto di penalizzazione in classifica. La stessa sanzione verrà inoltre applicata in caso di mancato di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. B) Il mancato pagamento entro il 16 dicembre 2017 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del II° bimestre (1 settembre - 31 ottobre 2017), comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 1 punto di penalizzazione in classifica, con l’aggiunta di almeno 1 punto per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al I° bimestre. Le stesse sanzioni verranno inoltre applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. C) Il mancato pagamento entro il 16 febbraio 2018 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del III° bimestre (1 novembre - 31 dicembre 2017) comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 1 punto di penalizzazione in classifica. Inoltre, per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al I° e II° bimestre andrà aggiunto almeno 1 punto di penalizzazione (per bimestre). Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi

Enpals e del Fondo di Fine Carriera. D) Il mancato pagamento entro il 16 aprile 2018 degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del IV° bimestre (1 gennaio – 28 febbraio 2018) comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 1 punto di penalizzazione in classifica da scontarsi nella stagione sportiva successiva. Inoltre, per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al I°, II° e III° bimestre andrà aggiunto almeno 1 punto di penalizzazione (per bimestre). Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera. E) Infine, premesso che le disposizioni relative al pagamento degli emolumenti relativi ai mesi fino a giugno 2018 vanno necessariamente coordinate con quelle fissate annualmente dal Consiglio Federale per l’ottenimento delle Licenze Nazionali, il mancato pagamento degli emolumenti dovuti fino alla chiusura del V° (1 marzo – 30 aprile 2018) e VI° trimestre (1 maggio - 30 giugno 2018), comporta l’applicazione della sanzione pari ad almeno 1 punto di penalizzazione in classifica da scontarsi nella stagione sportiva successiva. Inoltre, per l’eventuale persistente mancato pagamento degli emolumenti relativi al I°, II°, III° e IV° bimestre andrà aggiunto almeno 1 punto di penalizzazione (per bimestre). Le stesse sanzioni verranno applicate in caso di mancato pagamento delle ritenute Irpef, dei contributi Enpals e del Fondo di Fine Carriera.

Eventuali ricorsi al Collegio Arbitrale Premesso che le tutte scadenze sopra riportate devono essere rispettate dalle società esclusivamente per non dover incorrere in sanzioni, è importante sottolineare che i calciatori non devono necessariamente attendere le varie scadenze (il 16 del secondo mese successivo ai vari bimestri o trimestri di riferimento) per ottenere il pagamento delle mensilità arretrate. Si deve infatti ricordare che, in ossequio a quanto stabilito dagli accordi collettivi, ciascuna mensilità contrattuale deve esser corrisposta entro scadenze prefissate e decisamente più favorevoli e quindi i calciatori, in qualsiasi momento della stagione e a loro esclusiva discrezione, a partire rispet-

tivamente dal giorno 20 del mese solare successivo se tesserati con società di Serie A e B, dal giorno 1 del mese successivo se tesserati con società di Lega Pro, hanno il diritto di chiedere al Collegio Arbitrale la condanna delle società a corrispondere tutte le mensilità arretrate. Pertanto, in estrema sintesi, il pagamento entro i termini di ciascun bimestre o trimestre contrattuale da parte del club vale di per sé ad evitare le sanzioni previste dal CGS ma, contestualmente, in ogni momento della stagione il calciatore conserva il diritto di proporre vertenza avanti il Collegio Arbitrale per recuperare qualsiasi mensilità arretrata.

Eccedenza budget Lega Pro Le Società di Lega Pro, ove l’importo degli emolumenti dovuti ai tesserati, dipendenti e collaboratori della gestione sportiva nella stagione sportiva 2017/2018, in virtù di contratti depositati presso la Lega Pro superi la relativa voce riportata nel budget di ammissione al campionato e pari ad € 1.500.000,00, per ottenere il visto di esecutività dovranno depositare presso la predetta Lega, nei termini e secondo le modalità dalla stessa stabilite, fideiussione a prima richiesta finalizzata a garantire l’eccedenza di budget e così disciplinata: • al superamento dell’importo di € 1.500.000,00 dei compensi contrattuali lordi dei tesserati, la garanzia verrà aumentata nella misura del 30% dell’eccedenza rispetto ad euro 1.500.000,00, pena la mancata ratifica dei contratti; • al superamento dell’importo di € 2.000.000,00 dei compensi contrattuali lordi dei tesserati, la garanzia verrà aumentata nella misura del 50% dell’eccedenza rispetto ad euro 2.000.000,00, pena la mancata ratifica dei contratti; • al superamento dell’importo di € 3.000.000,00 dei compensi contrattuali lordi dei tesserati, la garanzia verrà aumentata nella misura del 100% dell’eccedenza rispetto ad euro 3.000.000,00, pena la mancata ratifica dei contratti. La inosservanza di tale prescrizione determinerà la mancata esecutività dei contratti e la possibilità, per i calciatori, di chiedere al Collegio Arbitrale il riconoscimento di un equo indennizzo. 27


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di Fabio Appetiti

Presidente del Comitato Mafia e Sport

Marco Di Lello: “Fuori il marciu Un anno fa, il 24 giugno del 2016, l’AIC aderì alla marcia Antimafia di Polistena, in Calabria, al fianco di amministratori minacciati, familiari di vittime di mafia, semplici cittadini coraggiosi che dicevano “No alle Mafie”. La domanda più ricorrente era perché siete qui? Ad un anno di distanza l’indagine della Commissione Antimafia sul calcio risponde in modo chiaro sul perché della nostra presenza. Noi c’eravamo, non solo perché il calcio può aiutare tanti ragazzi a tenersi lontano dalle fila delle mafie, ma perché vogliamo che le mafie stiano lontano dal nostro mondo. Fuori il “marciume” dal calcio italiano come lo ha definito l’onorevole Di Lello. E mai parola fu più azzeccata. Per questo non solo c’eravamo, ma “ci saremo”. Ci siamo conosciuti in una partita della legalità a Reggio Calabria: AIC qualche giorno fa ha partecipato ad una partita per la riconsegna dello stadio di San Luca paese da anni commissariato…una partita di calcio può essere un argine alla criminalità organizzata? “Il calcio porta con sé due antidoti straordinari contro il radicamento delle mafie e l’arruolamento di ragazzi nelle loro fila. Il  primo antidoto è che il calcio è un gioco di squadra e quindi insegna  loro a socializzare e a rapportarsi con i compagni,  dove tra squadra e singolo si crea un rapporto sinergico di reciproco controllo e attenzione. Fare calcio per molti di loro significa stare in un ambiente sano e pulito , dove vengono insegnate regole e rispetto di compagni e avversari e per questo la presenza di un campo in zone di frontiera può  rappresentare un’alternativa positiva alle strade sbagliate. Il secondo antidoto è che il calcio è fatica e sa-

crificio e insegna che nella vita non ci sono scorciatoie facili per arrivare al successo, come quelle che propongono mafia, ‘ndrangheta e camorra”.   Sei segretario (abbiamo chiesto autorizzazione al “tu” per semplicità ndr) della Commissione Antimafia e presiedi il Comitato su Sport e Mafie: cosa ha spinto la Commissione Antimafia ad occuparsi del calcio italiano? “Abbiamo cominciato lo scorso anno ad occuparci del mondo del calcio con una indagine sul match-fixing nelle  serie minori e ci siamo accorti di quali degenerazioni si stavano sviluppando, tanto che stiamo ragionando in Commissione su come eliminarle. Partendo da questa indagine ci siamo accorti di come le mafie si siano anche infiltrate nelle curve e di come, in alcuni casi, siano arrivate nel cuore delle società e purtroppo nessuno, neppure i club più titolati, possono sentirsi immuni da questo tipo di minaccia o pericolo. È necessario indagare a fondo per dare modo a tutto il calcio di sviluppare gli anticorpi necessari contro questi fenomeni e io credo sia necessaria una “grande alleanza” tra calciatori, società e tifosi per cacciare la criminalità da questo mondo e dai nostri stadi: questi ultimi debbono tornare ad essere solo luoghi di festa dove andare con i bambini e non zone franche in cui delinquere. Purtroppo per ora è solo un sogno perché oggi negli stadi italiani, nonostante i tanti sforzi, troviamo di tutto, armi, violenza, criminalità. Bisogna avere la forza di cacciare questo marciume”.

Quali sono le principali criticità riscontrate e cosa sta emergendo da tutte le audizioni? “Il fenomeno del bagarinaggio si è rivelato essere uno strumento di finanziamento  delle famiglie criminali e le indagini ci dicono che questi proventi vengono utilizzati in vario modo, dall’acquisto di stupefacenti a fini di spaccio, al sostentamento delle famiglie malavitose dei detenuti. Poi abbiamo il tema delle scommesse e del match-fixing, di cui ho parlato prima, con l’alterazione illecita di risultati. Infine abbiamo scoperto come spesso le infiltrazioni della criminalità si nascondono dietro ai servizi alle società, dal giardinaggio al catering, di cui spesso le stesse non sono neanche a conoscenza ed è nostro dovere proteggerle e allertarle. Dopo di che bisogna anche dire che di fronte a questi fenomeni ci sono due tipi di atteggiamenti da parte delle società e dei dirigenti. C’è chi fermamente rifiuta ogni tipo di commistione e chi invece è tentato, per evitare problemi, di venire a patti con queste organizzazioni. Questo, sia chiaro, non lo possiamo permettere”. Concluderete il lavoro con delle proposte? “Si, concluderemo entro l’estate con una proposta normativa, spero il più possibile condivisa visto che, al di là delle differenze politiche, in commis-


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ume dal calcio italiano” sione si sta lavorando tutti insieme molto proficuamente. Una proposta normativa che ruoti intorno a tre direttrici: sanzionare penalmente il bagarinaggio, eliminare le scommesse dalla Lega Pro alle serie minori e ripensare lo strumento del DASPO, nel senso di un inasprimento che arrivi fino a dieci anni di allontanamento da partecipazioni a eventi sportivi dopo condanne per mafia... solo così si potrà eliminare la presenza della criminalità nei nostri stadi”. Il tema della eliminazione delle scommesse in Serie D è stato riproposto da Damiano Tommasi nell’audizione del 4 aprile... c’ è qualcosa in particolare che ti ha colpito dell’audizione del Presidente di AIC? “Io sul punto delle scommesse ho sentito parole importanti del Presidente Tommasi e sicuramente le sue parole, non scontate, sono state un incentivo a proseguire su questa strada. In questa fase stiamo conoscendo tanti vertici ed esponenti del mondo del calcio e lui ci è sembrato, non soltanto il più collaborativo nei confronti della commissione, ma soprattutto il più determinato a condividere l’obiettivo di fare pulizia in questo mondo. Anche questo non era scontato e siamo rimasti tutti molto impressionati e soddisfatti di quanto abbiamo ascoltato”.  L’illegalità spesso produce violenza. Ti sei fatto una idea sull’accentuarsi di aggressione ai danni dei calciatori dopo una sconfitta? “È giusto distinguere da caso a caso, in alcuni casi sono venuti meno accordi presi precedentemente che vanno denunciati, in altri casi ci sono tentativi più o meno riusciti della criminalità di condizionare i calciatori. Tutto si inserisce in un contesto sociale che col calcio ha poco a che vedere ma che scarica sul calcio tensioni sociali presenti nella società. Poi c’è un problema di cultura sportiva nel nostro Paese. La scuola e lo sport stesso potrebbero aiutare a  costruire una diversa cultura sportiva dove ci sia il rispetto delle

regole e l’accettazione della sconfitta: si può anche fischiare o contestare in modo civile, ma c’è un limite che non si deve mai superare”. Sei un grande appassionato di calcio (per 10 anni è stato anche arbitro ndr): una tua idea sul sistema calcio Italia. “Noi eravamo l’eccellenza fino a quando l’economia funzionava e c’erano soldi per acquistare grandi campioni nel nostro campionato, ma nel momento delle vacche grasse non si è avuta la lungimiranza di rendere questa crescita strutturale, investendo su vivai e impiantistica. Quando sono arrivati i momenti di crisi economica era normale si perdesse competitività. Osservo che si investono molte risorse per mandare osservatori in giro per il mondo e poi non si valorizzano i ragazzi di casa nostra. Sui vivai mi auguro che le società facciamo un salto di qualità, in modo particolare le grandi società, perché alcune piccole hanno cominciato a farlo. Sull’impiantistica bisogna fare autocritica da parte della politica, troppi ritardi nel favorire interventi normativi che rendano più facili questi percorsi. Se ne parla da anni ma siamo ancora indietro”. Tra le tue attività abbiamo visto la presentazione di una proposta di legge sulle disciplina delle attività delle società dilettantistiche, molto interessante. “È un testo licenziato in commissione a larghissima maggioranza, ma che trova ostacoli presso il ministero dell’economia che non riesce a trovare le coperture per finanziare i provvedimenti di defiscalizzazione che favorirebbero tantissime società che operano sul territorio. Le società dilettanti sono la spina dorsale del nostro calcio e vanno sostenute. Spero si possa, prima della fine della legislatura, riprendere la discussione sul provvedimento”. A proposito di società dilettantistiche ha mai sentito parlare di vincolo sportivo? Anche questo talvolta alimenta illegalità…

“Si certo. Io capisco le società che vogliono che sia previsto un minimo di rimborso e valorizzazione per chi ha contribuito a formare giovani talenti, però credo anche che non si può costringere un ragazzino in queste serie minori a stare in una società per anni. Nei professionisti è giusto ci sia un vincolo contrattuale ma nei dilettanti no. Bisogna affrontare la questione con un po’ di buon senso per trovare soluzioni

eque per entrambe le parti e credo che, in un riordino complessivo del sistema dilettantistico, bisognerà inserire anche la questione del vincolo sportivo”. Chiudiamo con una domanda non di calcio: parlami di Napoli, la tua città… “Napoli è purtroppo oggi una splendida città per turisti, ma faticosa per chi ci abita e vive. Ma i napoletani devono uscire fuori dal tunnel del vittimismo e del piangersi addosso per trovare in se stessi le energie necessarie per risollevarsi. Io non sono un sostenitore dell’attuale amministrazione comunale che, come nella peggiore tradizione della peggior politica, ha fatto molte chiacchiere e pochi fatti. C’è molta amarezza in me nel vedere la mia città in questa condizione, ma tutta classe politica napoletana, anche il sottoscritto, si deve assumere la responsabilità della difficile situazione ed insieme dobbiamo individuare le strade per restituire a Napoli il ruolo che le spetta nel nostro paese e in tutto il sud di Italia”. 29


secondo tempo

di Claudio Sottile

La nuova vita di Emanuele Brioschi

Vittoria al tavolino Spazzavi l’area di rigore, ora tocca alla saletta delle consumazioni. Senti in tv che l’arbitro manda le squadre a prendere il thè caldo, ed allora accendi il gas sotto al bollitore preparato a dovere. Lavori in un bar tutto tuo (“Armagni”, che porta il cognome di mamma Milena, anch’essa impegnata nell’attività sita in piazza Giovanni Bausan n.°4 a Milano), fai da bere e da mangiare, tanto ti chiami come un digestivo: Brioschi. Emanuele, 107 presenze in Serie A e 334 totali tra i professionisti, poi nel dicembre 2009 hai detto “basta” col calcio, quando eri a Como in Prima Divisione. Ricordi il momento in cui hai preso il martello per fissare il chiodo al muro? “Non c’è un istante preciso. Se il ritiro precampionato iniziava intorno a metà luglio, da sempre io già due settimane prima cominciavo ad allenarmi per conto mio, perché volevo arrivare perfetto, al mio massimo. Quell’anno lì non ci fu verso, ma pensai fosse solo un accenno di stanchezza. Io fino all’abbandono misi sempre il massimo della professionalità, però vidi che non c’era più l’entusiasmo giusto per giocare a calcio”. Perché decidesti di troncare a metà stagione? “Io avrei smesso anche prima. Però avevo ed ho troppo rispetto per Antonio Di Bari ed Oscar Brevi, all’epoca Presidente ed allenatore. Siccome stavo comunque giocando, non mi sembrava serio lasciare ad ottobre o novembre, li avrei messi in difficoltà. Aspettai la sosta natalizia ed il mercato di riparazione in apertura, così da permettere loro di potermi sostituire”. Come procede una tua giornata tipo? “Sono giù alle sette del mattino e vado a casa alle 20:30. Sto al banco del pane, oppure faccio i caffè, i cocktail, preparo gli aperitivi. Diciamo che è un lavoro molto vario, mi cimento a seconda del personale che ho in quel momento. Servo anche ai tavoli quando è ora di pranzo”. C’è una parola tedesca, “Feierabend”, che indica “la sensazione piacevole 30

nell’arrivare alla fine di una giornata lavorativa”. Tu nella tua attuale professione quando la utilizzeresti? “Quando sono arrivato, l’attività comprendeva un panificio, un piccolo bar ed avevamo un po’ di pasticceria. Adesso abbiamo ampliato tutto, siamo bar, panificio, pasticceria, tavola calda e fredda, in più la sera facciamo gli aperitivi. Sento che quando riusciamo a consumare cinque kg di caffè al giorno, quando la gente è contenta, quando i ragazzi fanno due chiacchiere con me durante agli aperitivi, sono contento. Mi piace stare a contatto col pubblico”. Hai veri amici conosciuti grazie al calcio, diventati anche avventori dell’attività? “Sì. Alessandro Pistone, che abita qua vicino, Federico Crovari, Oscar Brevi. Sono loro i miei amici conosciuti e cementati col calcio, quelli che mi vengono a trovare. Discorso a parte merita Roberto Goretti, attuale brillante Direttore Sportivo del Perugia, con lui ho giocato in varie Nazionali giovanili, poi a Bologna, Bari e Como. Lui non è un amico, è un fratello”. Credi che questa sia la collocazione professionale definitiva od intravedi spiragli per reinventarti ulteriormente? “Adesso sto bene come sto, però dico che per me ci sono buone possibilità che mi reinventi a fare qualcos’altro. Nella vita puoi avere un’illuminazione…”.

tantissime situazioni non è come si dice. Un errore, anche arbitrale, non è per forza riconducibile ad un che di losco o poco chiaro”. Pensi di rientrare, sotto qualsiasi veste, nel mondo del calcio? “Sono uscito perché ero mentalmente esausto. Oggi a livello di hobby vado a vedere qualche partita per conto di amici. Ma non posso impegnarmi tanto, perché magari al locale ho una festa alle 19:00 e devo essere lì nel pomeriggio per imbastire tutto, affinché vada ogni dettaglio per il meglio. In futuro potrebbe esserci altro. Prima però devo finire questa fase, non mi piace lasciare le faccende a metà”. Che voto attribuisci al tuo percorso da atleta? “Mi dò un 7, che è dato dal fatto che se non avessi avuto grande costanza e professionalità sarei stato un giocatore da Serie C”.

Nel tuo bar si parla di calcio? “Avoglia, è normale, siamo in Italia”.

Ed a quella attuale? “I voti si danno alla fine”.

In queste chiacchiere sei sempre stato dall’altra parte: prima come calciatore, ora come barista. Che effetto ti fa ascoltarle? “È bello fare la chiacchierata il lunedì mattina, dopo le partite, in maniera molto soft. L’unico aspetto che non mi piace è che adesso quando si verifica un risultato insolito si pensa al calcioscommesse, alle partite combinate, quelle robe lì mi infastidiscono. Mi scoccia sia la cultura del sospetto sia il fatto che si sia arrivati a pensarle certe cose. Non biasimo le persone che le pensano, anche se in

Beh sì, ma esistono anche le valutazioni del primo quadrimestre… “Sotto certi aspetti mi dò un 8, per altri un 5”. A chi prepareresti un buon caffè? “A Carletto Ancelotti. In base a ciò che dicono i calciatori che l’hanno avuto come mister, ed a ciò che ho letto nella sua autobiografia, deve essere una persona veramente speciale. Mi piacerebbe parlare con uno che davvero ne ha vissute di ogni a qualsiasi livello, in Italia, Inghilterra, Francia,


secondo tempo

Ancelotti significa anche ultimo grande Milan vincente sul piano internazionale; il tuo pensiero da milanista circa il periodo attuale dei Rossoneri? “È triste. Sento nel bar dei calcoli per arrivare quinti o sesti in classifica, noi altri palcoscenici abbiamo visto. Ho avuto la fortuna di giocare contro il Milan super vero, e di scambiare la maglia con Paolo Maldini”. Sei tifoso delle squadre con cui hai giocato? “Sì, assolutamente, di tutte”. Il tuo vocabolario, però, lascia intuire una preferenza… “Il barese, mi capita di utilizzare delle espressioni imparate durante i miei anni in biancorosso. Mi sento con orgoglio terrone, mi sento meridionale a tutti gli effetti. Bari mi è rimasta dentro”. In riva all’Adriatico hai giocato 102 volte, ai tempi dei Matarrese, una famiglia che nel bene o nel male assicurava stabilità alla piazza. “Non è bello vedere tanti avvicendamenti al vertice, perché non dai punti di riferimento e segni di stabilità ai giocatori, ai tifosi, alla città tutta”. Emanuele Brioschi è nato a Milano il 23 giugno 1975. Cresciuto nella Solbiatese, ha esordito in Serie A con il Bari nella stagione 1993-1994. Nella massima serie ha giocato anche con Venezia (1998-2000) e Bologna (2000-2002) per un totale di 107 partite e 3 reti, tutte segnate con la maglia del Bologna. Ha giocato anche in Serie B con il Cosenza (2002-2003) Bari e Venezia, mentre nel 2007-2008 ha indossato la maglia della Cremonese con cui ha perso ai play-off la promozione in Serie B. Dal luglio 2008 ha militato nel Como in Seconda Divisione dove al termine del campionato ha ottenuto con la sua squadra la qualificazione ai play-off e la successiva promozione in Prima Divisione. Il 23 dicembre 2009 ha annunciato il suo ritiro. Oggi gestisce il bar Armagni a Milano insieme alla mamma Milena.

Spagna, e Germania. Mi piacerebbe bere un caffè davanti ad una partita, per aver un suo commento, per vedere come vede lui certe sfumature. Lui è il top, oltre che sotto l’aspetto tecnico, è il numero uno dal punto di vista gestionale. Poi è un uomo bravissimo, ha allenato le squadre più forti e non ha mai voluto creare confusioni o problemi, come altri colleghi suoi hanno fatto. È sempre risultato un signore. Ha vinto dappertutto e non è affatto facile”.

Il miglior allenatore avuto in carriera? “Francesco Guidolin”.

Primo campionato per ex calciatori professionisti

AIC Senior League È iniziato ufficialmente il 10 aprile scorso il primo campionato per ex calciatori professionisti con la sfida tra le rappresentative AIC delle province di Bologna e Cesena. Allo stadio "Negrini" di Castenaso, hanno avuto la meglio i romagnoli che si sono imposti per 4-0 al termine di una gara molto più equilibrata di quanto possa suggerire il risultato. In campo, tra gli altri, Massimo Agostini, Ruggiero Rizzitelli, Christian Lantignotti, Sergio Domini, Paolo Bravo, Renato Olive, Marco Ballotta, Franco Colomba, Giacomo Cipriani, Jury Tamburini e tanti altri. La serata, organizzata con il supporto dell'organizzazione di "We Love Football", prestigioso torneo giovanile nato da un'idea di Marco De Marchi, anche lui ex calciatore. Giovani e Senior nello stesso contesto, per trasmettere i valori che lo sport può e deve promuovere: la lealtà, l'impegno, la dedizione, il fair-play. La formula del campionato prevede otto tappe regionali. Oltre a quella “emiliana”, il 24 aprile si sono svolte anche quelle di Veneto e Calabria. L’8 maggio sarà la volta di Toscana e Liguria, il 15 maggio di Marche e Lazio e il 16 maggio chiuderà la Puglia. Per ciascuna tappa verranno coinvolte due, tre o quattro squadre composte da ex calciatori professionisti residenti nelle province della regione. Terminata la fase eliminatoria avrà luogo una fase finale alla quale avranno accesso quattro squadre.

Il miglior compagno di squadra? “Signori, dal punto di vista tecnico”. Il miglior avversario affrontato? “Ronaldo, poco più sotto Zidane”. Tu giochicchi ogni tanto a pallone? “Meno di zero”. Dai, regalaci un aneddoto che sicuramente racconti quando prepari il cappuccino ai clienti. “Campionato 1998/1999, l’annata che ci siamo salvati col Venezia in A. Siamo andati ad Empoli, partita decisiva. Eravamo sotto 2-1 a pochi minuti dal termine, ci danno una punizione da 40 metri ed Alvaro Recoba fa intendere che avrebbe voluto calciare in porta. Mister Walter Novellino si incazzò, gli disse le peggiori parole esortandolo a crossare in mezzo, avevano quasi litigato in campo. Il Chino

la insaccò con una bomba quasi da centrocampo e noi andammo tutti addosso a Novellino. Ce la siamo raccontata per tante volte ‘sta storia. Il mister è un personaggio, quando ripenso all’episodio rido ancora. Ero uscito perché dovevamo rimontare. La scena me la ricorderò per sempre. Un momento molto simpatico, lì per lì il mister si mise anche a piangere per la tensione. Quel giorno Recoba siglò una doppietta, il primo gol lo mise a segno dal dischetto”. 31


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di Claudio Sottile

L’avventura della Nazionale dei pazienti psichiatrici

“Crazy for Football”: un gol pazzesco Un copione perfetto. Anzi, una storia perfetta. Perché se “La sanità mentale è un’imperfezione”, come scrisse Charles Bukowski (nel suo libro “Compagno di sbronze”), beh allora le vicende dei dodici che stiamo per raccontare hanno tanto, forse tutto, per mirare alla perfezione. Non sono gli apostoli, ma i calciatori protagonisti del documentario “Crazy for Football”, lavoro italiano del 2016 diretto da Volfango De Biasi. Il film è stato prodotto da Skydancers e Rai Cinema, con il sostegno della Regione Lazio Fondo regionale per il cinema e l’audiovisivo, della Fondazione Roma Lazio Film Commission ed il patrocinio della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). Il documentario racconta la vicenda di Antonio Barba, Stefano Bono, Ruben Carini, Ruggero Della Spina, Antonio Di Giovanni, Alessandro Faraoni, Osamuyimen Imarhiagbe, Christian Maoddi, Enrico Manzini, Sergio Medda, Licio Romano, Luis Alberto Sabbatini, Silvio Tolu, pazienti psichiatrici provenienti da diversi dipartimenti di salute mentale di tutta Italia, che per scendere in campo ai Mondiali (di calcio a 5, svoltisi nel febbraio 2016) a loro riservati a Osaka, in Giappone, hanno prima battuto i loro demoni. Le immaginarie voci delle loro menti sono diventate reali cori da stadio. E giacché parliamo di Nazionali in kermesse internazionali è… “Tutto vero”, parafrasando La Gazzetta dello Sport l’indomani della vittoria azzurra del Mondiale 2006. Del resto Erasmo da Rotterdam pensava che “Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia”. Il documentario “Crazy for Football” scaturisce dal lavoro svolto dal dott. Santo Rullo (Presidente dell’Associazione Italiana di Psichiatria Sociale), già raccontato da un altro piccolo documentario autoprodotto nel 2004 dal nome “Matti per il Calcio”, sempre diretto da Volfango De Biasi in collaborazione con lo scrittore Francesco Trento (anche stavolta coinvolto, nel soggetto e nella sceneggiatura). L’obiettivo dell’esperimento sociale del dott. Rullo e dei suoi collaboratori è stato quello di portare avanti le conquiste della legge Basaglia, su tutte il reinserimento sociale dei pazienti che hanno subìto trattamenti psichiatrici. Allenatore di questa selezione è Enrico Zanchini (ex giocatore di Serie A di futsal con le maglie di Roma RCB e Marino), mentre il ruolo di preparatore atletico è stato affidato all’ex pugile Vincenzo Cantatore.

Volfango De Biasi (regista)

“W il calcio genuino” Perché ha deciso di concepire questo progetto? “Nel 2004 ho girato una pubblicità progresso gratuita per il dott. Santo Rullo sul disagio psichico. L’ho portata ad un congresso, lì ho sentito degli psichiatri che parlavano del calcio come recupero e ho deciso di rendermene conto personalmente. Sono andato nell’ASL Roma A e lì c’era la squadra “Il Gabbiano” che giocava in un campionato comunale romano. Volevo scrivere una sceneggiatura, ma mi resi conto che era un tema forte, non ero un regista affermato, anzi, e decisi di girare un documentario. Andò molto bene, fu messo in onda da “Sfide” in due puntate su Rai 3, vinse tanti premi e fece il giro del mondo. Questo stesso documentario, che si chiamava “Matti per il Calcio” 32

venne visto in Giappone da quella che è stata l’organizzatrice del Mondiale nipponico. Nel Sol Levante hanno ancora i manicomi, questa sociologa dello sport di Yokohama venne perciò in Italia per parlare con Santo Rullo. L’onda lunga del vecchio documentario ha creato il movimento del calcio per pazienti psichiatrici in Giappone, negli ultimi anni hanno organizzato 600 squadre ed hanno inventato la rassegna. Quando Santo Rullo il 31 dicembre 2015 mi disse al telefono “Dobbiamo inventarci una Nazionale in due mesi”, gli risposi “Tu trova i giocatori, io trovo i soldi per fare il film”. In qualche modo questo film l’ho fatto perché il film precedente l’ha generato. È la dimostrazione che quando racconti una storia bella, che ha a che vedere con la società civile, poi accade qualcosa. Quel piccolo film ha permesso a tante persone di giocare a calcio. Il film ed il movimento sono un tutt’uno. “Crazy for Football” è una specie di sequel, quasi con lo stesso titolo del precedente, però in inglese. Tutte le per-

sone che ci hanno lavorato fanno parte del movimento stesso. Il documentario è anche politico, perché si sta sforzando di passare attraverso l’AIC, la FIGC, il Senato, il Coni, per cercare di far diventare vero questo movimento italiano, e far sì che ci sia il Mondiale a Roma nel 2018”.


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Quale messaggio vuole far arrivare allo spettatore? “Rimarco i punti di uguaglianza. Il nostro amore per il calcio. Siamo tutti matti per il calcio, in qualche maniera bisogna capire che la società civile dopo la legge Basaglia deve prendersi carico del recupero dei suoi figli più sfortunati. Il lavoro è far comprendere quanto siamo matti uguale. Non è stato difficile lavorare con questi ragazzi, il calcio lo capiamo tutti benissimo, le cose difficili sono altre. Se è fuorigioco è fuorigioco… Io sono romanista perso, “fracico” come diciamo a Roma, al pari del coach Enrico Zanchini, il Dottore è dell’Inter, Francesco Trento della Lazio. Siamo tutti tifosi corretti nella civiltà, il massimo che ci concediamo è il divertito sfottò. Capita di andare allo stadio. Ma tifo soprattutto per la Nazionale dei pazienti psichiatrici, per quella sono pronto a scendere persino in campo”. Con quale criterio sono stati selezionati i pazienti-giocatori-protagonisti? “Sono stati scelti nei dipartimenti di salute mentale e tramite annunci televisivi. Noi vogliamo solo che la FIGC si prenda questa squadra, poi starà a loro fare le selezioni future, magari in maniera meno improvvisata. L’importante è prendere pa-

zienti che abbiano possibilità di reintegrarsi, scegliendo quelli che hanno più bisogno. Non abbiamo bisogno, per poter vincere le partite, di quello sano con la cartella medica truccata. I ragazzi di questo film hanno tratto veri benefici, e tra prima e dopo l’avventura nipponica la differenza è grande. W il calcio genuino”. Lei si è dichiarato tifoso della Roma. Baratterebbe un triplete della squadra giallorossa con dei premi prestigiosi per il film? “Essendo il ministro senza portafoglio della nostra associazione sportiva è chiaro che mi auguro profondamente che “Crazy for Football” possa vincere un Nastro d’Argento, un David di Donatello o qualche altro concorso in giro per il mondo. Sarebbe il coronamento di un lavoro che non finisce con un premio, ma inizia. Ogni premio che verrà al film verrà al movimento e sarà speso per il movimento. Non me ne vogliano i tifosi giallorossi né la Roma stessa, alla quale auguro un triplete, ma “Crazy for Football” viene prima di tutto. Le cose belle vengono da sole, ad esempio chi avrebbe mai pensato di avere così tanto dal Giappone?”.

Francesco Trento (sceneggiatore)

“Come il Leicester” Il 27 marzo 2017 a Roma è arrivata la vittoria del David di Donatello, il più importante riconoscimento per il cinema italiano. Il 3 dello stesso mese avevate invece raccolto una menzione ai Nastri d’Argento, nella sezione “Cinema del Reale”. Alla vigilia della “stagione”, era più “pazza” questa doppietta o quella finale di Coppa Italia e qualificazione in Europa League della tua Lazio dopo un’annata d’avanguardia? “Beh, ad inizio stagione e dopo il gran rifiuto di Marcelo Bielsa nessuno avrebbe scommesso un euro sulla Lazio di Simone Inzaghi. Però quando il 31 dicembre 2015, alle 23.45, peraltro, Volfango mi ha chiamato dicendo che in un mese dovevamo mettere in piedi la nazionale dei pazienti psichiatrici ed una produzione per il documentario diciamo che per gli allibratori eravamo quotati anche peggio, mi sa. Ci devi paragonare, come minimo, al Leicester di Claudio Ranieri che vince lo Premier! Anche perché il livello dei festeggiamenti è stato quello!”.

Enrico Zanchini (allenatore)

“Quasi dei professionisti” C’è un ragazzo, tra quelli allenati, che senza la disabilità mentale avrebbe potuto realmente fare il calciatore? “Ci sono tante componenti per riuscire a fare il professionista e che non dipendono soltanto dalla persona. Sicuramente cito Ruben Carini, il capitano, che non dispero di far arrivare a giocare a calcio a 11 anche in Eccellenza o qualcosa di più, lui è un ‘94. Ha avuto problemi di depressione che sta superando, come credo e spero che farà. Se ritrova motivazione ed intenzione riuscirà, è un peccato se non ci riuscisse perché ha intelligenza, corsa, tecnica, calcia con entrambi i piedi, giostra a testa alta ed è bello da vedere. Per me era insostituibile, ha tanta personalità. Poi c’è l’unico che si è avvicinato al calcio vero ed

è Enrico Manzini, il pivot, la punta centrale, che ha fatto le giovanili nella Reggiana. Lui è giocatore, ha la presenza in campo. Come direbbe mister Luciano Spalletti è uno che sta dentro la partita, detta i tempi, protegge palla, la butta dentro, lo vedi dalle movenze che è un giocatore. Enrico è un classe 1982”.

Ha specificato più volte che ha voluto trattarli in toto come atleti: quali sono state le difficoltà maggiori di questo approccio? “Non è stato difficile. Forse il mio modo di essere diretto mi ha favorito. Probabilmente mi ha favorito il mio background, sono anni che nella mia società, l’ASD CCCP 1987, alleno solo i bambini dai sei agli otto anni ed un gruppo di ragazzini di dieci anni. Questa esperienza, unita ad un’altra che abbi da allenatore di una squadra di tossicodipendenti legata ad una grande comunità di recupero di

Roma, mi ha dato immediatamente la chiave per entrare in maniera corretta e naturale nel rapporto con i ragazzi. Mi è stato confermato da Santo Rullo e da tutti gli operatori, il dubbio è che potessi mostrarmi troppo accondiscendente o troppo esigente a contatto con sensibilità patologiche. Da subito è andato tutto bene. Dopo la prima al cinema, si sono avvicinati degli operatori socio-sanitari convinti che lo fossi anch’io. Quella è stata una testimonianza che mi ha fatto molto piacere. I giocatori hanno messo una serietà ed una professionalità quasi da professionisti. Ci hanno tenuto a prepararsi bene, mettendosi in testa di imparare il calcio a 5 che non era per niente facile, sono stati esemplari. Secondo me abbiamo espresso il miglior gioco del Mondiale”. È soddisfatto, perciò, della resa strettamente legata alle dinamiche di campo? “Sì, con il Giappone abbiamo perso 3-0, 33


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Santo Rullo (Presidente dell’Associazione Italiana di Psichiatria Sociale)

“Miglioramenti clinici evidenti”

col Perù l’abbiamo vinta 4-0, contro l’Osaka siamo scivolati di misura 2-1, mentre nella finale per il terzo e quarto posto abbiamo piegato 4-3 il Perù. Il Giappone era uno squadrone, si preparavano da mesi. Avevano un’organizzazione incredibile, con un organigramma strutturato, erano una squadra di futsal più che di calcio a 5”. Spesso, nel linguaggio giornalistico calcistico, per alcuni calciatori od allenatori si usano le parole “pazzo”, “loco”, “matto”. Migrando questo gergo, c’è un addetto ai lavori così definito dalla stampa col quale le sarebbe piaciuto collaborare? “A me sarebbe piaciuto conoscere dei cosiddetti matti del passato, tipo George Best o personaggi affascinanti un po’ eretici tipo Zdeněk Zeman o Marcelo Bielsa. Non mi sento un allenatore di adulti, piuttosto più un istruttore di bambini”.

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Se ripensa al momento in cui ha deciso di formare la squadra, quali miglioramenti ha notato nei ragazzi? “I miglioramenti clinici dei nostri calciatori sono stati evidenti. Il primo obiettivo era quello di mettersi in gioco. Soffrire di un disturbo psichico mina spesso le basi dell’autostima ed attiva meccanismi di difesa che bloccano la volontà, l’intraprendenza e la capacità di sognare. Rispondere alla chiamata, presentarsi per il provino ed impegnarsi al confronto con gli altri, con la fatica degli allenamenti e con la complessità della tattica del calcio a 5 è stato il primo obiettivo raggiunto. Il secondo è stato quello di accettare di esporre la propria fragilità di fronte alle telecamere, vincendo la vergogna. Nascondere i propri limiti impedisce alla persona con problemi di salute mentale di averne piena consapevolezza e di poter accedere ai propri diritti ed alle potenzialità del vivere sociale. Il loro diventare squadra è stato l’altro obiettivo raggiunto. Il miglioramento calcistico, tecnico, tattico, strategico e fisico ha poi completato il quadro: l’autostima, la concentrazione, l’attenzione e la capacità di cogliere le intenzioni degli altri sono fortemente migliorate. L’intensità dell’esercizio fisico degli allenamenti ha infine migliorato l’umore aumentando dopamina e serotonina, neurotrasmettitori implicati nella fisiopatologia della depressione. L’esito a lungo termine della spedizione in Giappone ha poi consentito a Ruggero di completare il proprio percorso in Comunità Terapeutica tornando a casa, ad Enrico di migliorare la propria condizione lavorativa e di andare a vivere da solo emancipandosi dalla famiglia, a Ruben di avere la possibilità di inserirsi in una squadra di livello della Lega Dilettanti e di trovare un lavoro. Tutti gli altri hanno comunque migliorato le loro competenze sociali”.

Nel tunnel dei disturbi psichici c’è spazio per due porte ed un pallone? “Il tunnel del disturbo psichico non esiste: è la mancanza di speranza che rende tutte le esperienze della nostra vita dei cunicoli chiusi. Le porte del campo di calcio simbolizzano la meta, un obiettivo da individuare e perseguire, anche se non sempre da raggiungere. Nel tabellino delle statistiche del paziente psichiatrico le partite a volte finiscono senza tiri nello specchio, con numerosi fuorigioco, diverse ammonizioni e qualche espulsione per non rispetto delle regole. L’importante è restituire a tutti l’opportunità ed il diritto a giocare, non solo nel campo di calcio, ma nella vita. Il calcio è una metafora della vita, iniziamo da questo per allargare il campo. Due porte ed un pallone ci saranno sempre”. In Italia si fa abbastanza oppure sono tematiche trascurate ed allontanate? “L’Italia è stata un Paese rivoluzionario ed all’avanguardia negli interventi a favore delle persone con problemi di salute mentale. Quasi 40 anni fa abbiamo chiuso i manicomi, ma non in tutte le realtà del Paese si fa abbastanza per l’inclusione sociale dei pazienti psichiatrici. Il calcio può fare molto. La società civile si deve fare carico del reinserimento di quelli che arrancano psicologicamente. Il mondo del calcio, che è un mondo di passione, non può far finta che queste realtà non esistano. In una delle conferenze stampa tenutesi per il lancio di “Crazy for Football” il dg della FIGC Michele Uva ricordava che in Italia ci sono circa 850000 tesserati. La mia mente è andata subito al fatto che di questi 8500 potranno ammalarsi di schizofrenia, 170000 possono incorrere in un periodo più o meno grave di depressione, 15000 potranno soffrire di disturbi bipolari. Il segno precoce comune per tutte queste persone a rischio è la perdita d’interesse per le relazioni sociali e secondariamente per lo sport. Fare squadra significa fare inclusione. L’impegno di tutte le società sportive deve essere di valorizzare lo sport come strumento per il benessere della salute fisica e psichica e di prevenzione di ogni tipo di disagio”.


servizi

Uno per tutti tutti per Unico1

Un ambasciatore speciale… Butto qualche riga dagli spalti del mio reparto. Se può essere utile… ben venga.

Cinquant’anni d’argento Sono seduto sulla mia panchina, molto più comoda della vostra, che purtroppo è diventata il lettino di una clinica. I giorni se ne vanno senza nemmeno dirmi niente e il tempo sembra avere una fretta tremenda. È come quando stai perdendo per uno a zero e attacchi con tutta la squadra ma non riesci a buttarla dentro… all’improvviso il triplice fischio ed è già finita, non riesci a crederci, ma il secondo tempo è volato via, sì, un batter d’occhio. È così che funziona, qui nel mio stadio: apri gli occhi, terapie ed è già il tramonto e allora devi tornare a dormire. I lampioni nel mio stadio non si accendono mai, non gioco la Champions, né mi sono mai qualificato. Anzi, io faccio fatica a salvarmi… la vita. Eppure vi guardo sempre, vi ascolto, sto attento a tutti i dettagli di una vostra azione, di ogni parata straordinaria, di ogni gol. Sento le parole dopo una sconfitta e cerco di trarne forza, coraggio e determinazione, per continuare a correre come un vero fenomeno sulla fascia, senza lasciarmi abbattere da un crampo, da un avversario… dal male che vuole portarmi via, non soltanto la palla ma anche la vita. E allora il mattino dopo apro gli occhi convinto di vincere, di segnare, di parare un rigore, di sentire gli applausi dei miei tifosi, di accendere i lampioni per la Champions, ma poi terapie e terapie, col tramonto che mi spegne ancora. Così i giorni tutti uguali, tutti lì a pensare, a piangere, a lottare con una madre accanto, a sognare di respirare un po’ di sudore dello spogliatoio, un po’ di profumo di quel prato verde che regala emozioni immense. Poi, all’improvviso, un giorno diventa diverso dagli altri e capita il 18 di febbraio: due occhi straordinari che si mettono davanti ai miei, quei suoi capelli d’argento, quel suo sorriso che ti fa sfiorare il paradiso, qualsiasi esso sia, di qualunque Dio. Soltanto a guardarlo negli occhi ti rendi conto di essere davanti a un fuoriclasse. Lui che mi dice: “Grande fratello Diego”… pazzesco, follia, proprio un uomo “unico”. E allora, anche se febbraio è ormai lonta-

no, “AUGURI, ROBERTO”, le uniche parole che riesco a dire/scrivere. Roby Baggio, “il divin codino”, colui che con una palla colorata di ogni tipo riusciva a incantare il mondo con le sue magie. Chi non ricorda i suoi gol? Talmente belli e mai “semplici”, che lui però faceva sembrare facili. E via allora pure noi a provarci ogni giorno in allenamento, quei suoi dribbling tra gli av-

quando mi sto spegnendo, fa il gol decisivo per farmi avere un’altra partita da giocarmi con la terapia. Lui, Roby Baggio, che con una magia mi ha fatto rimettere una maglia con la promessa di sudare ogni giorno per onorarla e combattere con tutto me stesso, soprattutto quando tutto sembra perduto. Perché è da lì che si rinasce più forti…

versari che sembravano dei birilli messi lì per caso, il colpo di tacco, il lancio perfetto, la punizione decisiva, il colpo di genio. Roby Baggio, calciatore d’altri tempi. Dipingeva una partita come un quadro prezioso, in un attimo faceva impazzire tutto lo stadio, anche le curve avversarie. Applausi ovunque, con ogni maglia ha onorato lo sport più bello del mondo. Sudore, fatica e sconforto l’hanno reso più forte, mille volte sembrava finito e mille e una volta era sempre più forte, più amato. Roby Baggio, un meraviglioso ragazzo di questo nostro calcio, dell’Italia, del mondo intero. Roby Baggio, grande uomo dentro e fuori di ogni stadio, sempre pronto ad aiutare, a dare il suo cuore, a metterci tutto di sé per regalare un sorriso, una carezza, un abbraccio. Roby Baggio che sa ridarti un sogno anche quando sembra infranto… quei suoi 50 anni scritti per sempre sui libri di sport, quella sua umanità, quel suo coraggio. Era al mio fianco il 18 febbraio, come lo è in fondo ogni giorno. È presente, è sincero, è un capitano vero. Mi fa gli assist quando sto crollando, mi lancia la palla

50 anni d’argento, grande Roby, tu che se serviva sapevi fermare il tempo: anche al 94’ cambiavi le cose e portavi a casa i tre punti. Grazie Roby Baggio, grazie per quel giorno diverso dagli altri, grazie per quel che sei adesso e per quel che sei stato, grazie per avermi insegnato la fede anche nei momenti più duri, grazie per aver dimostrato al mondo che un pallone e un campo d’erba possono diventare la felicità dei popoli. Ora è quasi il tramonto, io sono sempre qui sulla mia panchina, mi guardo attorno e aspetto il mio mister che mi deve fare l’ultima visita prima di dirmi se anche domani me la posso giocare. E io aspetto con le lacrime al viso, perché mia mamma sta ancora soffrendo in questo mio campionato senza fine. Non è giusto che sia così, forse se non riesco a vincere stavolta, è meglio retrocedere per sempre: chiudere gli occhi, senza più pensare di correre sullo stadio della vita. Grazie a tutti quelli che si sono fermati a leggermi, grazie di avermi regalato un istante prezioso della vostra vita, grazie con tutto il cuore. 35


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di Pino Lazzaro

Marta Mason, consigliere AIC

“L’unica cosa che può spingerti è l’amore “Era un anno che mi portavo dentro delle brutte sensazioni. E mi vien da partire adesso proprio dal primo infortunio, nel 2010, a Reggio Emilia, fin lì non avevo mai avuto nulla. Due legamenti della caviglia saltati, primo giorno di preparazione. Poi via via una serie di recidive, infiammazioni varie e si sa che nel nostro mondo le cure o te le paghi tu (quasi sempre), o sono quelle che sono. Infortuni che negli anni sono continuati, che mi hanno accompagnato, in Serie A, anche in Nazionale. Desideravo andarci, ero ferma e non potevo; magari potevo andarci ma non ero io e avanti così. Allora la scorsa estate m’ero decisa di ricominciare per bene, volevo insomma “rigenerarmi” e puntavo ad andarmene all’estero, Svezia o Norvegia, ci sono stata, m’è piaciuto quel che ho visto. Livello alto certo, non pensavo alla A, mi sarebbe bastata la B e così col mio procuratore Karlsson, ex calciatrice e mia migliore amica, abbiamo cercato, proposte ce n’erano (anche di squadre italiane), ma appena ho cominciato a prepararmi, subito dei problemi e

Marta e la musica "La musica è la mia migliore amica. È indispensabile per me, non potrei farne a meno. Mi dà la possibilità di sfogare il nervosismo, di riflettere sui miei sentimenti e mi emoziona. Mi piace cantare, sotto la doccia, a casa mentre cucino, in allenamento, per strada, dovunque. Suono anche il pianoforte, una passione che ho ereditato dal mio bisnonno e da mio cugino. L’ho studiato per un anno e mezzo, adoro suonare pezzi moderni e cantabili, non classici. Un giorno vorrei studiare canto ed esibirmi da solista, però sono timida in pubblico e mi vergogno…”. (da un’intervista del 2014 su www.sportdipiu.com) proprio non me la sono sentita, nella testa e nel cuore, di ricominciare col dolore. Ricordo che ero in piscina, giusto il 12 di agosto: è stato lì, in quel momento, che ho deciso di fermarmi: l’ho scritto direttamente su Facebook, così è andata”. “È stata Katia Serra (delegata Aic per il femminile; n.d.r.) a chiamarmi, è stata lei a chiedermi se mi sarebbe interessato entrare nel Direttivo dell’Assocalciatori. Subito mi sono sentita onorata e il tutto è successo dopo la vicenda del nostro sciopero, il tema in genere dei diritti, in questo caso delle donne nel calcio, sempre mi appassiona, mi muove dentro e certo devo dire che in quei giorni ho vissuto anche dello sgomento perché nonostante si fosse deciso, non poche ragazze mostravano di essere titubanti, quasi che volessero tirarsi indietro. È stato quello

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un tempo intenso, in cui mi sono sentita tante e tante volte con Katia, con Chiara (Marchitelli), con Marta (Carissimi) … forse è stato lì che Katia ha poi finito per pensare a me come possibile consigliera. In effetti l’onore rimane, anche se col fatto di “Amici” ho fatto fatica a essere sinora presente e adesso poi che lavoro, è ancora più complicato. E mi rompe perché se prendo un impegno…”. “Il calcio come istinto, è questo che credo di avere. A cominciare da quella pallina – dentro aveva un tintinnio quando la muovevi – che mi regalò mio nonno Armando quand’ero praticamente ancora in culla: è stato calciare la prima cosa che ho fatto quando ho iniziato a starmene in piedi. Ripenso poi, non avevo ancora cinque anni, al campetto davanti a casa, 40x20, sempre lì a giocare, ancora e an-


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che hai per le cose” cora, 7-8 ragazzini, io unica femmina. Uno dei ragazzini aveva il papà che faceva l’allenatore dei pulcini a Piombino Dese e un giorno questo arriva e mi dice di montare su in macchina, che mi portava all’allenamento. Mia madre lì poco convinta, ma in effetti posso dire che non sono mai più scesa da quella macchina”. “Sì, a 17 anni mi sono trasferita a Reggio Emilia, Bertolini allenatore, Vignotto presidente. Non è stato difficile, no, sono stata sempre indipendente. Mia madre maestra a scuola e capita ancora che lei ricordi i compiti che aveva da correggere, io che dormivo e lei che aveva un walkie talkie lì vicino per sentire quando mi svegliavo, se magari piangevo. Lei a dirmi così che sì, mi svegliavo, ma che me ne stavo tranquilla, a canticchiare, come se già allora non mi dispiacesse insomma star da sola. Dunque sono andata, la quarta superiore l’ho fatta a Reggio e … mi sono fatta subito male”. “Il canto e il pianoforte sono altre mie passioni, che però mai avevo/ho immaginato come “lavoro”. Quando ho deciso di dire intanto stop al calcio, tutti lì a dirmi di provarci con “Amici”; dai, chi mi frequenta sa che canto spesso, lo facevo anche negli spogliatoi, magari canticchiando tra me. Era un giorno dello scorso agosto, ricordo che ero stata lì a suonare per ore e ore e ho detto, via, proviamo a mandare un video, almeno non mi chiederanno più di farlo. Dopo una settima-

na, telefonata da Roma, vedo il prefisso, sicura che fosse una pubblicità, uffa, ma rispondo. Era invece la redazione di “Amici”, pensavo fosse uno scherzo: dovevo presentarmi dopo tre giorni e non ho lasciato stare, mi sono presentata. Poi è andata bene e ho continuato per quei loro 4 step che devi superare per entrare nella scuola: ci sono entrata. Essere stata poi “eliminata” non l’ho vissuta male, no, l’unico dispiacere è non poter essere adesso vicino a Elisa, una delle cantanti che più

mi piacciono. Sto seguendo il programma serale, arrivare lì vuol dire essere ormai a un passo dal farlo diventare un lavoro: la visibilità che hai, le case discografiche. Ora sto per pubblicare un inedito, la passione c’è, certo che se mi chiedi se preferirei cantare a San Siro o giocare a un Europeo, allora ti dico che scelgo il calcio. Come dire, su un palco mi sento meno a casa; sarà che il calcio mi ha accompagnato anni e anni, sarà che per me con “Amici” è stata la prima volta davanti a un microfo-

Il messaggio su Facebook “Sono passati diciannove anni da quando ho iniziato a calciare il pallone, ad amarlo e a prendermi cura del nostro rapporto, che è sempre stato intenso, puro, mosso da passione. Gli ultimi anni, invece, sono stati caratterizzati da molti infortuni ed acciacchi, ostacoli normali per un'atleta, che, però, con il passare del tempo mi hanno lentamente corrosa, dentro e fuori, nel cuore, nella testa e nel mio corpo, che tanto amo. Mi ritrovo quindi a riflettere da tempo e da tempo mi chiedo cosa tutti questi malesseri vogliano comunicare. Ed è arrivata la scelta, che mai credevo sarebbe potuta arrivare, non così presto perlomeno e non per mia volontà, non per un bisogno che invece ho avvertito nel profondo: accantonare il calcio per un periodo penso farà bene alla mia testa, al mio corpo, alla mia anima. Voglio potermi prendere del tempo per curarmi al meglio e prepararmi, rigenerarmi, senza appartenere a nessuna società, senza essere aspettata ed

attesa, senza la tristezza di essere una pedina e non poter offrire e ricambiare, senza "potrebbe essere, ma non è", senza firmare contratti e non essere pronta a dare. Quando sarò pronta, riprenderò quel pallone e gli riparlerò, come io so fare, come a me manca fare da tempo, proprio come si fa con un grande amore, con l'amore della vita. Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce ed io amo il calcio come amo il mistero. Ho ancora tanto da dare per questo sport e per me questo è un arrivederci e non un addio. Auguro a tutte le società un in bocca al lupo per questa stagione ed auguro alla Nazionale di fare il meglio per i nostri colori. Ringrazio il Mozzanica per questi due anni passati assieme. Ringrazio chi fino ad ora ha creduto in me e continuerà a farlo. Ringrazio chi c'è stato e chi c'è. Ringrazio chi resta. Ringrazio chi ha chiesto e domandato e non giudicato. Ringrazio chi mi ha sorriso tutte le volte. Ringrazio chi ha esultato con me. Ringrazio chi ha invidiato, perché, senza gli invidiosi, mi sarei divertita meno... Ringrazio le società che, nonostante i miei ultimi scarsi risultati , hanno comunque avuto la voglia di contattarmi. A presto… o tardi” Marta 37


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no. Sì, il fatto d’essere una calciatrice mi ha aiutato nell’esser chiamata, fa parte della mia di storia e loro lì sono quello che pure cercano, storie”. “A me pare che ci sia un progresso adesso qui da noi, lento ma c’è. Piccole cose, tipo il fatto che la Nike avvicina anche ragazze italiane per il prossimo Europeo, cosa scontata all’estero, ma almeno si comincia. Due ragazze nel Direttivo dell’AIC, Sara Gama in Consiglio Federale, i progetti firmati per esempio da Fiorentina, Sassuolo, Udinese, dallo stesso Brescia. Sentire le confidenze delle ragazze, che possono per la prima volta avere cose tanto scontate dai maschi: trovarsi la roba lavata, potersi allenare e giocare su campi belli. Il nostro calcio si sta sviluppando dappertutto, vedi la Francia ad esempio, loro adesso a giocarsi la Champions League e appena qualche anno fa erano come noi. Sarebbe semplice in fondo: basterebbe copiare, no? Per quel che ho dentro, per quel che immagino, penso che tra 15-20 anni il nostro calcio avrà un’altra dimensione. So che qui in Italia bisogna andarci piano, sempre di mezzo interessi e interessi, ma proprio mi pare per esempio una buona idea – se messa in pratica per bene e non per aggirare quel che dicono i regolamenti – quella delle sezioni femminili all’interno delle squadre professionistiche maschili. Chissà, tra vent’anni ci potrebbe essere mia figlia

La scheda

Marta Mason, classe ’93, nata a Camposampiero (Pd), ha iniziato col calcio nelle giovanili del Piombino Dese (con i maschi sino ai 12 anni), passando poi al Barcon (Tv). Esordiente a 15 anni in Serie A col Venezia, ha poi giocato – sempre in A – con Reggiana, Chiasiellis, Agsm Verona e Mozzanica. Lo scorso agosto, tormentata dai postumi di non pochi infortuni, ha deciso di dire per ora stop al calcio giocato. In azzurro con U17 e U19, nel 2014 è stata pure convocata in un paio di occasioni dal c.t. Cabrini con la Nazionale maggiore, senza però alcuna presenza (di mezzo ancora guai fisici). Nel Consiglio Direttivo dell’AIC da maggio 2016, un diploma di massoterapia nel cassetto, lavora come commessa a Verona (dove vive).

– se le dovesse piacere il calcio – a disputarsi una finale dell’Europeo, da professionista… magari!”. “Che vuoi, del calcio mi mancano i contrasti e le spallate, mi manca quella scarica dopo un gol, l’odore dell’erba, specie adesso che è primavera; mi manca il mettermi la divisa, l’andare in Nazionale e sentirmi una “vera”, lì con tanti allenamenti e di qualità e come veniamo trattate, specie durante le manifestazioni. Mi piacerebbe potermi allenare, ma lo vorrei fare di pomeriggio e vivere il tutto in una maniera più professionistica, mi piacerebbe… io però che sono ferma da un anno e ricominciare dal basso non mi va e tieni conto che nella nostra Serie A, già nella parte alta della classifica, cambia di molto il livello da una realtà all’altra”. “Due mesi come animatrice d’estate, tutto qua e così questa della commessa in un negozio lì in centro a Verona è la mia prima esperienza lavorativa. Non so perché, ma quando prendevo qualcosa

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col calcio non mi capitava di pensare che mi stavo guadagnando un tot di soldi, no, mi pareva di riceverli a gratis. Adesso invece mi trovo a lavorare 5 ore ogni giorno e prendo un tot: allora adesso penso che me li sono guadagnati tutti. Vado a cena, pago il conto e dentro di me mi dico che l’ho pagato che so, con una giornata e mezza di lavoro. Devo dirti che mi sento più serena, ho una certa stabilità e sono soldi che arrivano sempre, mica è sempre così col calcio”. “Come finiamo? Mah, voglio dire – l’ho provato sulla mia pelle – che sia nell’arte, che nella musica, nel calcio, nell’amore, l’unica cosa che può spingerti è l’amore che hai per le cose. Ho via via imparato che non abbiamo 100 secoli a disposizione, mi sono resa conto che in fondo la vita è davvero breve e dunque la mia regola è – se ti viene dalla pancia – di provarci sempre, per sentirsi almeno a posto con sé stessi, per non pensare a quel che avresti potuto fare e non hai fatto: non c’è più il tempo passato, più”.


regole del gioco

di Pierpaolo Romani

Troppi episodi di violenza e intimidazione

Calciatori (ancora) sotto tiro “Io non perdo mai: vinco o imparo”. Parole sagge quelle pronunciate da Nelson Mandela, presidente del Sudafrica e premio Nobel per la pace nel 1993, costretto a vivere in prigionia per ventisette anni sull’isola di Robben Island a causa della sua lotta contro l’apartheid e per la libertà del suo popolo. Insieme ai compagni di prigionia, tra il 1969 e il 1973, come racconta il libro “Molto più di un gioco. Il calcio contro l’aphartheid”, di Chuck Korr e Marvin Close, Mandela diede vita ad una vera e propria federazione, la Makana Football Association, così chiamata in onore del famoso guerriero di etnia Xhosa Makana Nxele. Dopo aver letto le regole del calcio della Fifa, a Robben Island furono attivate tre leghe: da quella di A riservata ai giocatori esperti fino a quella di C, aperta a chi non aveva mai praticato il calcio. La lettura delle regole del calcio, la compilazione dei referti delle gare, l’aggiornamento delle classifiche insieme alle partite sul campo e agli allenamenti, contribuì a tenere vivi la mente e il fisico dei detenuti, a rafforzare la loro resistenza e la loro forza fisica, tutti elementi indispensabili per condurre la battaglia contro gli oppressori. Il calcio, quindi, in Sudafrica ha contribuito in modo significativo a preparare la conquista della libertà per un intero popolo. Libertà che, insieme alla sicurezza, al contrario, il nostro calcio ha iniziato a perdere. Partiamo dalle minacce, intimidazioni e violenze subite recentemente da diversi calciatori, sia professionisti che dilettanti. Il 26 febbraio, il giorno dopo aver perso una partita in casa contro il Siracusa, due calciatori del Matera, Bifulco e Carretta, sono stati aggrediti da un gruppo di persone nei pressi delle loro abitazioni alla presenza, nel primo caso, della moglie e della figlia dell’aggredito. Il 9 marzo una pesante contestazione è stata rivolta durante l’allenamento nei confronti dei calciatori e dell’allenatore dell’Ancona, squadra di Lega Pro. Offese e spintoni generati dal fatto che la squadra è penultima in campionato e il rendimento è giudicato insoddisfacente dalla tifoseria. Il 12 marzo è toccato a due calciatori del Catanzaro, Gomez e Leone, essere oggetto di calci, pugni e offese, subito dopo la sconfitta contro il

Melfi. In Puglia le cose non vanno meglio. Il 22 marzo una trentina di persone incappucciate ha fatto irruzione nel campo d'allenamento del Taranto, minacciando ed aggredendo con mazze e coltelli i calciatori della squadra pugliese. La loro colpa? Avere perso alcune partite ed essere quintultimi nel campionato di Lega Pro. Un’altra squadra dello stesso campionato, il Foggia, un anno fa subì un vero e proprio assalto da parte di circa 150 persone che, con un’azione pianificata e violenta, attaccarono il pullman al rientro in città dopo la sconfitta con l’Andria. La situazione non cambia passando dalle serie professionistiche a quelle dilettantistiche. Il 29 marzo, a Barletta, mentre era sotto la sua abitazione, Luigi Moschetto, il portiere della squadra di Eccellenza, è stato riempito di calci, pugni e schiaffi da cinque teppisti incappucciati. Il giorno prima la sua squadra aveva perso il derby contro la Vigor Trani. Costretto al ricovero in ospedale, con una prognosi di quindici giorni, Moschetto ha annunciato il suo ritiro dal mondo del calcio. La violenza contro i calciatori è motivata non solo dalla non accettazione della sconfitta e/o dal cattivo andamento della squadra, ma anche dal dubbio che alcuni errori non siano stati commessi in buona fede, ma abbiamo un legame con il calcioscommesse. Tira una brutta aria come si vede e alcune società, anziché ado-

perarsi per contrastarla, contribuiscono ad alimentarla diffondendo comunicati stampa assurdi quando non addirittura offensivi ed altrettanto minacciosi verso i loro atleti. A tutto questo si aggiunga il preoccupante scenario che sta emergendo dalle inchieste di alcune procure italiane e dal lavoro portato avanti dalla Commissione parlamentare antimafia sul rapporto calcio-mafie. In cambio della pace e della sicurezza sulle curve alcune squadre, anche nel massimo campionato, avrebbero ceduto pezzi della loro libertà e dei loro guadagni al crimine organizzato. Pare che la medesima dinamica, in certi casi, riguardi anche dei calciatori. Da tre anni AIC pubblica il rapporto “Calciatori sotto tiro” e il suo presidente, Damiano Tommasi, nella recente audizione presso la Commissione antimafia ha ribadito con forza che “non è normale” che un calciatore possa essere frequentemente ed impunemente minacciato ed intimidito, sia sul campo che fuori di esso, e che occorre mettere in atto misure preventive e repressive adeguate per spezzare il legame calcio-criminalità organizzata. Bisogna fare in fretta. In altre nazioni, i calciatori vengono anche uccisi. L’ultimo tragico episodio ha riguardato il trentatreenne Amilcar Henriquez, centrocampista della nazionale di Panama e del club American Cali, assassinato davanti la sua abitazione a metà aprile.

Iacobellieditore

Molto più di un gioco

di Chuck Korr e Marvin Close – 235 pagine - € 15,00

Il racconto dei detenuti politici di Robben Island, il terribile carcere del regime razzista sudafricano, con il loro amore per il pallone. Il regime instaurato dal Partito nazionalista sudafricano ha appena aperto il fuoco su una folla di manifestanti neri dichiarando guerra a qualsiasi opposizione politica. È in questi anni di lotta e repressione che prende le

mosse questo volume, la vera storia di chi per aver combattuto contro l'apartheid, si è trovato scaraventato su un'isoletta piatta e brulla in mezzo alla baia di Cape Town: l'isola-carcere di Robben Island. Circondati dall'oceano e isolati dal mondo, spogliati di ogni diritto, i detenuti di Robben Island hanno imparato non solo a convivere col carcere duro e col lavoro forzato, ma anche a riappropriarsi della propria dignità e a proseguire la battaglia contro il sistema: grazie a un pallone e all'amore per il calcio. Un libro per credere ancora nella magia e nel valore dello sport. 39


Io e il calcio l’intervista

di Pino Lazzaro

Thomas Degasperi (sci nautico)

“Ho cominciato proprio da piccolo e devo dire che negli anni ne ho fatti tanti di sport, anche il calcio, lo sci e parlo della neve, il tennis, in bicicletta. Anche perché mi… serviva, da ragazzino ero infatti un po’ cicciottello. Quel che sono contati sono stati i risultati, vedevo che sull’acqua facevo bene, ero competitivo e allora cominci a farti delle domande, forse vale la pensa di insistere e così è andata. Quel che però ha poi finito per dare la svolta definitiva, è stata nel 2002 la borsa di studio che mi venne proposta dalla University of Luisiana Monroe (ULM), negli Stati Uniti: voleva dire quattro anni e passa lì da loro, studi pagati e la possibilità di allenarmi e gareggiare per loro. Grazie a tutto questo ho poi fatto il salto nel professionismo, da lì infine la decisione di fare base in Florida per dedicarmi a tempo pieno allo sci nautico: rendimento che è continuato a crescere e con esso i risultati”.

“Dai, faccio proprio fatica ancora adesso a considerarlo un lavoro… diciamo che mi trovo a “doverlo” fare ma non posso non pensare alla passione che ho, che mi accompagna da anni, a quanto continui a piacermi quel che faccio, davvero non

saprei che altro fare ora come ora. Chiaro, aiuta a pagare le bollette, come no, però so io l’entusiasmo che continuo ad avere: più gli anni passano e più mi piace. Oltre a gareggiare, è da tempo che faccio pure l’istruttore, dapprima appoggiandomi a varie scuole di sci nautico, poi aprendo40

ne una mia qui a Orlando, in Florida. Un posto questo che è sempre stato una sorta di mecca per lo sci nautico: qui un tempo c’erano paludi che negli anni sono state bonificate, così ce ne sono tantissimi adesso di laghi, l’ideale per noi. Dunque sono sì ancora un’atleta, mi alleno e faccio gare, ma vedo che pure come “insegnante” mi trovo bene, mi piace cercare di trasmettere qualcosa ed è proprio una soddisfazione, anche per me oltre che per gli interessati, vedere che non servono poi tante ore lì in acqua per vedere che migliorano: bellissimo. Con in più la possibilità di continuare a stare all’aperto, conoscendo persone e storie, da ogni parte. So bene che non potrò portare avanti la mia carriera sino ai 70 anni, è normale, però ancora 4-5 anni da professionista li vorrei fare, vedrò poi che farò, anche se so già che ci resterò dentro a questo ambiente. Comunque sia, vedo che per ora continuo a vincere, sono competitivo e tengo ancora testa insomma ai giovani”.

“Con la Nazionale noi ci ritroviamo per le competizioni tipo Mondiale ed Europeo, i raduni li facciamo poco lontano da Milano (al Centro Federale di Recetto, in provincia di Novara; vedi riquadro; n.d.r.). In quelle occasioni ci si allena mattino e pomeriggio, si scia e si va in palestra, con un giorno di riposo la settimana. È uno sport intenso il nostro e devi pensare che sei attaccato a una barca che pesa quasi 14 quintali: lei che va da una parte, tu che tiri per andare dall’altra. La barca che va a 15-20 km/h e tu che arrivi al momento di fare le boe anche a oltre 100 km/h, tanto che hanno calcolato che si arriva a delle accelerazioni tipo Formula Uno, con trazioni che arrivano a 700-800 kg, per forza devi essere pronto. Forza dunque non solo nelle braccia, ma negli addominali, nelle gambe, ci vuole una condizione fisica totale, è uno sport completo il nostro. Lo slalom è la specialità che faccio e direi che per noi la parte più delicata, che può usurarsi prima, è la schiena, per questo sono così importanti gli addominali, proprio per proteggersi dietro, la colonna. Faccio solo slalom anche per la mia altezza e per darti un’idea è un po’ come

la danza, i più piccolini e agili sono più avvantaggiati nei salti mortali e nelle varie figure”. “Le gare un tempo le sentivo molto di più, ero tutto agitato. Conta naturalmente il tipo di gara, se è una grossa per forza sono preso, è pure il mio “lavoro”, ma mi agito meno di un tempo e tutto questo prima della gara, perché poi quando scendo in acqua passa proprio tutto, non ci penso più. Sì, ci sto attento a quello che faccio, posso dire che tutta la mia giornata è correlata allo sci, tutto ruota attorno a lui, anche la stessa alimentazione e certo a guardare la televisione, quante schifezze vengono proposte. Insomma cerco di starci attento e ne vedo e ne ho visti di professionisti lì a far festa, talenti naturali che finiscono poi però per durare poco: il solo talento non basta”. “A parte le gare in Australia, diciamo che la nostra stagione inizia sempre grosso modo per fine maggio e il primo obiettivo che ho ora davanti è l’US Master in Georgia, è una delle gare più ambite, dato che possono parteciparvi solo i primi 7 atleti del ranking mondiale. Sarà questo prossimo il mio dodicesimo consecutivo: uno ne ho vinto, 6-7 volte ho fatto secondo, con poi qualche terzo. Poi tornerò in Italia – da inizio giugno a fine settembre – per le gare del Pro Tour, col Mondiale (scadenza ogni due anni) che sarà quest’anno a Parigi, a metà settembre, seguito poi appunto a fine settembre in Austria dall’Europeo”. “Star bene fisicamente è intanto una condizione per “essere in forma” come dici tu, però tanto conta pure lo sci che hai ai piedi, un “mondo” tanto più complesso di quel che può essere per esempio quello dello sci da neve. Mi vien da pensare, che so, a una macchina di Formula Uno o alla moto di Valentino Rossi, chissà quante cose da incastrare. Lo stesso capita a noi, proprio difficile arrivare ad avere uno sci che funziona bene: la punta più o meno su, la quantità di carbonio, la flessibilità, la deriva dietro, prove su prove, sin quasi a diventare matto”.


l’intervista

“Come ti ho detto, ho giocato pure a calcio, facendo pure dei campionati. Da pulcino e arrivando sino che avevo quasi 15 anni. Prima col Villazzano (una frazione di Trento; n.d.r.), poi col Povo (altra frazione) che aveva anche lo sponsor, Skania, così eravamo il Povo Skania. Ci gioco ancora, calcetto, qui a Orlando partecipiamo a un campionato, siamo iscritti a una Lega. Come tifo sono milanista e tra i miei amici c’è Bobo Vieri, ci siamo conosciuti quando anch’io ho partecipato a “Ballando con le stelle”. Sì, lo so, di calcio si parla e si scrive dalla A alla Zeta, del nostro sport e di tanti altri quasi niente, eppure anche noi ci mettiamo lo stesso impegno. Poco da fare, se non arrivi in televisione conti meno e dunque ci sono meno soldi che vengono investiti. Eppure ce ne sarebbe ro di sport che sarebbero belli da vedere e sto fatto che vengano lasciati da parte, un po’ di fastidio lo dà, dai. Niente da dire ai calciatori naturalmente, però a me pare davvero troppo tutto questo calcio, ci vorrebbe un po’ più di fantasia, sarebbe meglio diversificare, per dare quella visibilità che aiuta a far crescere. E guarda che anche il nostro è uno sport che sta facendo dei passi in avanti, che comunque si sta muovendo. È uno sport molto completo, lo fai all’aperto, davvero a contatto con la natura, certo che lo consiglierei a un ragazzino. Anche perché, da quel che vedo, è poi un qualcosa di molto “familiare”, vengono le famiglie e provano anche le mamma e i papà, cosa questa che… unisce le famiglie, sì, specie con i ragazzini d’oggi, sempre un po’ per loro conto, con i social, presuntuosi la loro parte: un modo per stare insieme”.

La scheda Thomas Degasperi è nato a Trento nel dicembre 1981. Avendo la famiglia una scuola di sci nautico (fondata e diretta dal padre Marco, allenatore federale), sin da piccolissimo ha avuto a che fare con gli sci e l’acqua, vincendo già a 8 anni il Trofeo Topolino. Il primo titolo nazionale l’ha conquistato che aveva 10 anni, quello Europeo da junior a 14. Un palmares ricchissimo per lui, sempre nella specialità dello slalom: otto Pro Tour Championships, sei Europei, due Mondiali, pure numero 1 nel ranking mondiale. Da anni nella Nazionale azzurra, passa buona parte dell’anno a Orlando, in Florida, dove ha aperto la sua “TGas Ski School”.

Slalom Lo sciatore deve completare un percorso di 6 boe. Chiuso con successo un passaggio di 6 boe e raggiunta la velocità massima, la corda viene accorciata e diminuisce la distanza tra lo sciatore e la barca. Più la corda è corta, più è difficile aggirare le boe. Se si cade o si fallisce una boa non si può proseguire. Il punteggio è calcolato sulla base del numero di boe completate alla misura della corda al momento della caduta.

Il Centro Tecnico Federale di Recetto (No) Dal 1999 centro tecnico federale dello Sci Nautico, è il campo di allenamento della Nazionale Italiana. La struttura, situata nelle vicinanze del fiume Sesia è costituita da 3 laghi costruiti appositamente per lo sci nautico, 80 metri  circa di larghezza per  800 mt. di lunghezza. Recetto ha 3 campi di slalom, 1 trampolino, 1 mini campo per atleti disabili, oltre a numerose strutture accessorie, campo da volley, area campeggio, fruibili dagli atleti e dai visitatori. 41


internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Campionato Europeo di calcio femminile La fase finale del Campionato Europeo di calcio femminile per nazioni, in programma dal 16 luglio al 6 agosto in Olanda, sarà la 12ª edizione organizzata dalla Uefa. La competizione, l’equivalente per le donne dell’UEFA European Championship maschile, ha infatti avuto esordi negli anni ‘80 con la UEFA European Competition for Representative Women's Teams, manifestazione che ricevette il riconoscimento di Campionato Europeo da parte della Federazione Continentale nel 1990, prendendo il nome di UEFA Women's Championships. Il torneo vede nel suo albo d’oro un netto dominio della Germania - vincitrice di ben otto titoli - seguita dalla Norvegia con due e dalla Svezia con uno. Le sole nazioni ad aver insidiato le nordiche sono state l’Italia, finalista nel ‘93 e nel ’97, e l’Inghilterra, a sua volta sconfitta in finale nell’84 e nel 2009. Le azzurre, pur non avendo ancora vinto un’edizione, hanno una buona tradizione nella competizione e tra i singoli è da ricordare, su tutte, Carolina Morace che nel ‘97 conquistò il titolo di capocannoniere e di migliore giocatrice del torneo, oltre ad aver scritto pagine storiche come i quattro gol segnati a Wembley nel ‘90: “Il ricordo più vivo è legato all’ultimo gol” ricorda la campionessa su Uefa.com – “ho dribblato diversi avversari prima di segnare. Il pubblico inglese ha applaudito sportivamente quella giocata speciale”. Quest’anno le azzurre potranno tentare di nuovo la scalata al tetto d’Europa, grazie alla qualificazione alla fase finale conseguita nell’autunno scorso. Dovranno contendere il titolo alle solite campionesse in carica della Germania, alle altrettanto forti Norvegia e Svezia e ad altre 12 squadre. Il sito del Campionato Europeo femminile – www.uefa.com/womenseuro per la versione internazionale in inglese e it.uefa.com/womenseuro per quella italiano – offre un gran numero di notizie e altri materiali sulla manifestazione che il paese dei tulipani si appresta ad ospitare. Sulla home page è ben in evidenza il calendario delle prime gare dei gironi di qualificazione, con l’esordio dell’Italia che affronterà la Russia, in calendario per il 17 luglio. Nella guida al girone B, in cui l’Italia e la Russia sono state sorteggiate insieme proprio alle fortissime Germania e Norve42

gia, sono riportate le parole del commissario tecnico Antonio Cabrini: “Forse è il girone più difficile dell'Europeo. Abbiamo pescato la Germania, campione in carica e olimpica, e la Svezia, che ha fatto

com e su Facebook è stata pubblicata la sua presentazione, avvenuta in concomitanza con quella di Dejan Stanković, l’ex centrompista dell’Inter che è stato nominato per un incarico riguardante un progetto con cui la federazione continentale assisterà quelle affiliate nello sviluppo dei migliori talenti di 14-15 anni. Uefa.com riporta alcuni dati riguardanti i progressi del calcio femminile: sei paesi – Inghilterra, Francia, Germania, Olanda, Norvegia e Svezia - hanno più di 100.000 giocatrici ognuno mentre il numero delle professioniste e semiprofessioniste è aumentato da 1.303 della stagione 2012-13 a 2.853 in quella 2016-17. I paesi che hanno una nazionale femminile maggiore sono 52 ma il numero complessivo, tenendo conto anche delle rappresentative giovanili, è passato dalle 173 della stagione 2012-13 alle 233 di quella 2016-17. Le allenatrici nelle federazioni europee sono attualmente 17.553. La Uefa e le federazioni nazionali stanno collaborando al Women's Football Development Programme, col quale si punta alla creazione di un campionato per le donne in ogni paese e si propongono tutte le iniziative necessarie per lo sviluppo del calcio femminile. I profili Facebook e Twitter dell’Uefa sono aggiornatissimi e consentono di mantenersi informati anche sull’europeo femminile.

bene alle Olimpiadi. Sappiamo che sarà molto difficile ma non dobbiamo perdere la fiducia. Sulla carta, le altre squadre sono probabilmente più forti, ma devono stare attente anche all'Italia”. Anche perché la nostra nazionale, come viene ricordato da Uefa.com, è sempre arrivata almeno ai quarti di finale. La galleria video del sito Womenseuro merita una visita accurata per vedere le tante immagini del passato sia recente sia remoto della manifestazione. Sono presenti estratti delle gare di qualificazione, delle squadre qualificate, dei gol segnati dalle pluricampionesse tedesche negli ultimi vent’anni. Il Presidente Uefa, lo sloveno Aleksander Čeferin, punta molto sul loro sviluppo del calcio femLeonardo Bonucci @bonucci_leo19 minile in Europa, la cui Quando cominci quest’avventura chiapromozione passa mata carriera aspiri sempre a diventare miglioattraverso le grandi re, cerchi ogni giorno di lavorare per raggiungere gli obiettivi che ti sei prefissato, incontri difficoltà che ti manifestazioni per sembra di non riuscire a superare e che invece puntualle nazionali ma an- mente con spirito di sacrificio, con umiltà e responsabilità riesci a superare. Non è grande ciò che incontri nel tuo che per la Women’s cammino che impedisce di arrivare al tuo obiettivo, è Champions League grande ciò che fai per superarlo e per arrivare in per i club. Dopo il suo alto. Lassù però dovrai essere ancora più forte perché il vento soffia ancoinsediamento ha inserira più forte to nell’organizzazione una unità per le donne, alla cui testa Guglielmo è stata nominata quest’anno la Stendardo @willystendardo ex calciatrice tedesca Nadine Non si discute per avere ragione, ma per capire. La presunzione è un reato di favoreggiaKessler, una delle campionesmento verso se stessi se che hanno fatto grande la nazionale del suo paese. Su Uefa.

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Luca Caldirola @caldiluca3 Perché siamo umani, e bisogna aiutarli senza nessuna spiegazione, motivazione o razzismo! Certe crudeltà non possono essere accettate! #siria


internet

di Stefano Fontana

Calciatori in rete

Con Gomez e Donnarumma il meglio del campionato www.papugomez.com Alejandro Darío Gómez, soprannominato El Papu, è un centrocampista argentino di indubbio talento. Caratterizzato da una progressione straordinaria e da eccellenti doti tecniche, Gómez milita dal 2014 nell’Atalanta: grazie al suo carisma ed al carattere solare e volitivo, questo ragazzo di Buenos Aires è diventato rapidamente un punto di riferimento per i compagni. Il sito web ufficiale di Gómez si distingue per la veste grafica minimalista ed elegante: una volta approdati nell’homepage siamo accolti da uno sfondo nerazzurro ed una foto di Alejandro in azione palla al piede con la bellissima divisa 2016/2017 dell’Atalanta ed

una delle estrose fasce di capitano che tanta attenzione hanno suscitato incontro dopo incontro. Incolonnati a sinistra troviamo i collegamenti con le varie sezioni del sito. Scorrendo verso il basso la pagina possiamo comunque visualiz zare, una dopo l’altra, ogni pagina di questo sorprendente sito personale. Una scelta tecnica raffinata ed estremamente intuitiva, che rende papugomez.com perfettamente fruibile anche utilizzando smartphone e tablet. Le pagine dedicate a carriera e biografia ci consentono di conoscere meglio sia l’uomo che il calciatore, mentre la suggestiva galleria fotografica contiene innumerevoli scatti de El Papu in azione con l’Atalanta e tutte le squadre che lo hanno visto protagonista nel corso degli anni. Non mancano poi i collegamenti con i social network e molto altro ancora: fateci un salto, sito consigliatissimo!

www.gianluigidonnarumma.com Estremo difensore del Milan e della Nazionale italiana, Gianluigi Donnarumma è nato a Castellammare di Stabia il 25 febbraio 1999. Fisicamente imponente, questo giovane atleta campano vanta Antonio Floro Flores @FloroFlores83 una reattività Tutto è iniziato con un pallone… avevo 2 anni ed ogni occasione era buona per scendere a giocare straordinagiù in quartiere, quello stesso quartiere (Rione Traiano) che ria ed è mi ha fatto crescere in fretta e diventare uomo. Mio padre co nsi d e ancora oggi ricorda quanto fossi stressante, solo il pallone avevo in testa. rato dei Ho sempre sognato una cosa sola, giocare a calcio. Ed ho portieri sempre cercato di onorare questa passione!!! Sono caduto italiani più un sacco di volte, mi sono rialzato sempre e non ho mai mollato… perché? Perché faccio la cosa che più amo promettenti. al mondo e la mia famiglia in questo ha sempre Veniamo ora creduto in me!!! 500 volte grazie per questo bellissimo traguardo! al sito ufficiale: in primo piano troviamo una suggestiva foto in bianco e nero di Gianluigi Paulo Dybala @PauDybala_ JR in azione, immortalato Quando ti fidi dei tuoi compagni non c’è mai paura tra i pali durante un tuf-

ttando

Massimiliano Allegri @OfficialAllegri Con l’umiltà di chi fa i passi piccoli si corre

fo plastico a caccia del pallone. La pagina prosegue con la scheda dell’ultimo incontro del Milan, completa di risultati, marcatori, arbitro ed elenco dei giocatori scesi in campo. Lo stesso schema è applicato all’ultimo incontro della Nazionale italiana. Scorrendo verso il basso troviamo news, video interviste e molto altro ancora. La galleria multimediale del sito è molto ricca: colpiscono l’attenzione i numerosi scatti delle parate più spettacolari messe a segno. Non mancano inoltre diverse gallery contenenti foto di Donnarumma lontano dal campo da gioco, circondato da familiari, amici e compagni di squadra. Statistiche e risultati trovano spazio in una pagina ricca di interessanti informazioni, organizzate in tabelle aggiornate, segnale inequivocabile di un sito “vivo”,

curato quotidianamente. Un’intera sezione è dedicata ai Social Network, con link diretti alle pagine Facebook, Twitter e Instsgram: Gianluigi riscuote anche in quest’ambito uno straordinario successo, come testimonia il milione di follower raggiunto in breve tempo su Instagram. 43


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di Nicola Bosio

frasi, mezze frasi, motti, credi proclamati come parabole, spesso vere e proprie “poesie”

Alle volte il calcio parlato diverte di più del Non si possono creare 12 occasioni per fare un gol. Le grandi squadre devono sapere segnare anche quando hanno poche chance – Stefano Pioli (Inter) Per me un assist o un rigore procurato valgono quanto una rete – Andrea Petagna (Atalanta) Ci sono tanti modi di aiutare una squadra e il mio è fare gol. Il mio contributo lo do anche con passaggi vincenti – Mauro Icardi (Inter) Un difensore può giocare in modo perfetto, ma se si distrae al 90' con una cavolata compromette il lavoro di tutta la squadra – Mattia Caldara (Atalanta) La fase difensiva è fondamentale per una fase offensiva efficace – Stefano Pioli (Inter) I difensori sono sempre cattivi.

Miralem Pjanic Centrocampista della Juventus “Aiutiamo gli arbitri” L'errore dell'arbitro fa parte del gioco e non si può non accettarlo. Anche loro sono giudicati, hanno i loro osservatori che li valutano... In quest'ultimo periodo ci stanno dicendo che dobbiamo aiutare il più possibile l'arbitro, senza protestare troppo, senza prendere cartellini per mancanza di rispetto nei loro confronti. Dobbiamo dare l'esempio anche noi.

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Non esistono difensori buoni – Roberto Mancini (allenatore) I risultati sono lo specchio dei sacrifici che facciamo in settimana – Gary Medel (Inter) Noi italiani complichiamo troppo il calcio: all'estero lasciano più libertà. Bisogna trasferire alla squadra due o tre cose, senza esagerare. Non amo il calcio robotizzato, amo l'inventiva, l'elasticità, l'imprevedibilità – Stefano Pioli (Inter) ln Inghilterra le partite sono divertenti, le squadre non pensano tanto a difendersi perché tatticamente non sono così evolute, la gente va allo stadio per divertirsi e i giocatori giocano al massimo. I calciatori pensano che se perdono pazienza e se vincono è uguale – Roberto Mancini (allenatore) Il calcio è il mio lavoro e l'obiettivo in ogni lavoro è sempre arrivare al top – Alejandro Gomez (Atalanta) Può capitare un giorno che la squadra si alleni male. Questo mi dà un po' fastidio perché a volte i giocatori sono giovani e non capiscono quanto sono fortunati. Non si rendono conto che giocare a calcio è un tempo abbastanza breve della vita e che, quando smetteranno, rimpiangeranno quei momenti. I momenti dell'allenamento, che poi sono i momenti più belli perché uno può fare quello che vuole, senza pensare al risultato – Roberto Mancini (allenatore) Sostengo che un giovane calciatore debba giocare non per l'età ma per le qualità. Il problema è che può mostrarle solo se gioca. Se non li fai giocare i giovani non crescono – Giampiero Ventura (CT Nazionale) Sì. Si dice: il calciatore deve giocare. Ed è giusto che giochi, ma se pensa mentre gioca va più lontano. Poi tocca all'allenatore trovare la "password" per comunicare con un ragazzo: quando non la trovo la considero una mia sconfitta. La mia soddisfazione è un giocatore che mi chiede: "Aiutami a diventare un calciatore importante" – Giampiero Ventura (CT Nazionale) Parlo molto coi giocatori. Il verbo chiave è capire: che cosa vuole da te l'allenatore,

come ti devi comportare – Giampiero Ventura (CT Nazionale) Ormai un allenatore può fare la differenza solo se riesce a entrare nella testa dei suoi giocatori –

Eusebio Di Francesco Allenatore del Sassuolo “Non si smette mai di imparare” Continuare a imparare è fondamentale e non si smette mai. Chi si sente arrivato commette un grande errore. Per arrivare ad allenare a certi livelli ho fatto un percorso, ho anche commesso alcuni errori da giovane, ma hanno costituito una grande scuola per la mia formazione. Io non mi sento assolutamente arrivato, ho l'ambizione di migliorare ancora. Noi allenatori dobbiamo essere consapevoli di quello che facciamo, trasmettere la nostra filosofia, mai smettere di aggiornarsi. Io mi sento allenatore con le mie idee che ho migliorato e modificato nel corso degli anni. Possono cambiare i moduli, i metodi per arrivare ai risultati, ma la mia idea di calcio sarà sempre quella di una squadra propositiva e aggressiva. Vincenzo Montella (Milan) Il bello di fare l’allenatore è che si può continuare a stare su un campo di calcio, avere tutti i giorni un pallone tra i piedi, vedere giocatori giovani, fare delle cose belle, poter insegnare a questi giocatori quello che uno ha imparato nella propria vita, quello che ha nel suo bagaglio tecnico. È difficile staccarsi dall'essere stato


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calcio giocato un giocatore di Serie A. Diventare allenatore è come proseguire quella vita, in un modo diverso – Roberto Mancini (allenatore) Ogni squadra è diversa. La bravura di un allenatore è sapersi calare bene nell'ambiente mantenendo come base la propria identità – Stefano Pioli (Inter) Ho cominciato come tutti i bambini della mia generazione. Abitavo vicino all'oratorio e quindi ho iniziato per strada, dopo la scuola. Un tempo le scuole del calcio erano fatte di polvere

Federico Peluso Difensore del Sassuolo “Giovani d’oggi…” Adesso i giovani sono diversi, i social hanno cambiato le dinamiche, è cambiato il modo di porsi. Una volta forse c'era troppa soggezione per gli anziani, ora forse troppo poca. E poi ci sono più disponibilità economiche, così ogni calciatore è diventato un po' una piccola azienda che pensa innanzitutto ai propri interessi. e cemento, più che di spogliatoi riscaldati e prati innaffiati – Roberto Mancini (allenatore) Dopo la scuola, appena finito di mangiare, scendevo giù e c'erano tanti ragazzi. Allora non era come oggi,

ora è difficile trovare ragazzini che vadano in parrocchia a giocare. Allora era pieno, era il senso dell'infanzia. Si iniziava a giocare a calcio dalle due e mezzo e si continuava fino alle otto di sera. Abitavamo tutti li, la parrocchia era a due passi da casa, e così i genitori non erano preoccupati, perché sapevano dove eravamo – Roberto Mancini (allenatore) Nel Paese dai 55 milioni di Ct, che tu vinca o perda, c'è sempre chi dice che si poteva fare meglio. Ma se fai il Commissario tecnico lo sai, è nel conto – Giampiero Ventura (CT Nazionale) Io ho giocato venti anni ad alti livelli e non ho momenti brutti. Sono stati tutti belli, anche le sconfitte – Roberto Mancini (allenatore) Bisogna sempre lasciarsi alle spalle i risultati negativi e guardare avanti. Specialmente quando si è stati all'altezza dell'avversario – Mauro Icardi (Inter) Decide il campo. Ma alla base ci deve essere reciproca stima, senza ansia. L'ansia penalizza i giovani, li fa sbagliare: se al primo errore aggredisco un ragazzo non impara a gestirla. Piuttosto mi prendo io le critiche, ma se ci credo gli do un'altra possibilità – Giampiero Ventura (CT Nazionale) E se per un calciatore conta tantissimo la testa, io mi sono sentito un professionista anche quando giocavo nelle giovanili – Federico Chiesa (Fiorentina) Quando cambiano gli allenatori, i giocatori devono darsi da fare perché altrimenti rischiano. Io, sinceramente, non ho mai visto un giocatore giocare contro l'allenatore. Però nella vita tutto ci può stare – Roberto Mancini (allenatore) Non mi pongo mai asticelle, il giorno che mi mancherà la voglia di trasmettere sarà ora di lasciare – Giampiero Ventura (CT Nazionale) Quando hai giocatori offensivi che si sacrificano in difesa, per gli avversari è ancora più complicato – Vincenzo Montella (Milan) Ma mi alzo ogni mattina con la voglia di imparare. Credo che anche i grandi calciatori, evoluti ed esperti, possano in piccola misura ampliare il proprio bagaglio. Penso che attraverso il confronto tutti si possa sempre crescere – Giampiero Ventura (CT Nazionale) Oggi il calcio presuppone

Marco Giampaolo Allenatore della Sampdoria “Il mio calcio è…” Il mio calcio lo definirei pensato collettivamente con dentro tanta qualità individuale. Mai disperdere l'aspetto ludico del gioco, perché dentro il calciatore c'è un bambino che vuole divertirsi. Un calcio in tre fasi: possesso, non possesso, transizione. Il non possesso è più razionale, il possesso è legato a qualità individuali e idee, la transizione è tutta mentale, la voglia di riconquistare la palla nel minor tempo possibile. allenamento duro, non come ai tempi di Skoglund, per chi se lo ricorda. Non puoi più andare a letto alle 5 – Giampiero Ventura (CT Nazionale) Nel calcio ci vogliono pazienza e progetti a medio-lungo termine – Gary Medel (Inter) Per costruire una squadra vincente serve tempo, bisogna lavorare sul gruppo e sulla mentalità – Stefano Pioli (Inter) Vorrei che il nostro calcio fosse meno rissoso. Se gli arbitri parlassero forse sarebbe meglio: potrebbero ammettere gli errori – Stefano Pioli (Inter) 45


tempo libero

musica

libreria Edizioni inContropiede

Alla scoperta di Lisbona e Zagabria

di Alberto Facchinetti, Enzo Palladini e Jvan Sica - € 12,50

Football City Guides (le prime due uscite parlano di Lisbona e Zagabria) è la collana che racconta le città europee attraverso il calcio. Gli agili libri che la compongono sono guide turistico/calcistiche, che l’appassionato potrà leggere e gustare prima di mettersi in viaggio per poi alla partenza sistemarle nel bagaglio a mano. Volumetti non solo fitti di racconti, storie di personaggi, aneddoti, interviste, liste curiose che diventeranno spunti interessanti per il viaggiatore, ma anche vere e proprie guide piene di consigli, indirizzi utili, itinerari calcistici slegati o collegati a quelli più tradizionali. Le Football City Guides nascono come delle “seconde guide” (da affiancare durante il viaggio a quelle tradizionali) che possono facilmente essere tenute nelle tasche dei pantaloni, grazie alla scelta di un formato ridotto. 66th and 2nd

Le roi. Gloria e onta di Michel Platini di Jean-Philippe Leclaire - 456 pagine - € 25,00

Il 12 novembre 1987, al sorteggio per le qualificazioni di Italia 90, salgono sul palco due nuovi attori, in apparenza mal assortiti: un trentaduenne con i “riccioli romantici di un eroe di Visconti” e un signore che sembra il “notaio di provincia di un film tedesco”. Sono Michel Platini e Sepp Blatter, la strana coppia che di lì a poco regnerà sul calcio mondiale. Fino al giorno in cui sarà tradita dalle rivalità e travolta dagli scandali, che impediranno al delfino di succedere al vecchio monarca sul trono della Fifa. Prima il Qatargate, che regala al piccolo emirato del Golfo i mondiali del 2022, poi la scoperta di una fattura sospetta di 1,8 milioni di euro pagata da Blatter a Platini. “Come Icaro, ogni volta che mi avvicino al sole, tutto brucia” dirà Michel, abituato a vedere la propria gloria offuscata da amarezze inattese, come nella notte mondiale di Siviglia o in quella tragica dell’Heysel. Con un lavoro investigativo degno di un Maigret, incrociando tra loro fatti accertati, ipotesi e interviste scomode, Leclaire ricostruisce tutta la storia di Michel “le Roi”, l’artista dei calci piazzati convertito alla realpolitik e agli intrighi di palazzo, provando a districarne l’intreccio di genialità, ambizioni e reticenze, dagli esordi con la maglia dei bleus alle stagioni in bianconero, fino all’ultimo caso dei Panama Papers. Sarà stata la sua brama di vincere a bruciargli ancora una volta le ali? Una sola certezza rimane: un gol di Platini, parola di Zoff, “è sempre l’essenza del gol”. Edizione Eraclea

Ezio Schiavi - Portiere Pittore di Fabio Bellisario – 192 pagine - €16,50

Il racconto della vita di Ezio Sclavi, eccezionale portiere della Lazio e della Nazionale tra gli anni Venti e Trenta, poi apprezzato pittore. Se la sua arte gli consente di essere annoverato tra i massimi esponenti della “Scuola Romana” e della pittura aniconica italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, il calcio lo annovera tra i portieri più forti della sua epoca, atleta dotato di raro coraggio e stoicismo leggendario, uomo attaccato visceralmente ai suoi colori biancocelesti, tanto da abbandonare il calcio piuttosto che cambiare casacca. Il libro racconta Sclavi dalla sua nascita nel 1903 in Oltrepò, fino alla sua scomparsa nel 1968 in Liguria, attraverso le vicende avventurose di una vita segnata dalla partecipazione volontaria alla guerra d’Etiopia (anche se non aderì mai ideologicamente al regime fascista) e da una lunga prigionia in Africa. Ricco il corredo fotografico. La seconda parte del libro riporta una documentazione iconografica. 46

Depeche Mode

Spirit

Ogni volta che esce un album di inediti dei Depeche Mode, il mercato discografico subisce un inevitabile scossone: a prescindere da quello che Dave Gahan e soci propongono (di nuovo o di già sentito), un loro nuovo lavoro finisce comunque ai primi posti delle classifiche di tutto il mondo. Frutto di anni di consolidata carriera, ma soprattutto di album e pezzi entrati di diritto nella storia della musica. Detto questo, diventa arduo, per non dire quasi impossibile, giudicare con obiettività la loro ultima fatica, “Spirit”, vuoi per il background del trio inglese, vuoi perché oggettivamente condizionati da quanto di buono si dice, si pensa e si è ascoltato fino ad oggi. Ricco preambolo per dire, semplicemente, che Spirit è l’ennesimo tassello di un mosaico meraviglioso, l’ennesima pennellata artistica su una tela già esposta nei più importanti musei, l’ennesimo capitolo di una storia lunga 37 anni ricchi di successi e rari perdonabili “scivoloni”. Spirit è un disco molto “politico”, molto “sociale”, molto bello… come ha detto lo stesso Gahan “è un disco sull’umanità, sul nostro posto nel mondo. Se vogliamo che le cose cambino, dobbiamo occuparci di cosa succede. Ma sembra che stiamo andando in un’altra direzione”.


Benvenuto in Italia! Welcome to Italy! ¡Bienvenido a Italia!

Ti scriviamo queste poche righe di presentazione di quella che è la TUA associazione. Dal 1968 in Italia è presente un’Associazione di categoria che rappresenta tutti i calciatori. L’Associazione Italiana Calciatori dal 1968 associa, infatti, i calciatori professionisti e dal 2000 anche i calciatori dilettanti, le calciatrici e i calciatori del calcio a 5, Con più di 16.000 associati, è l’unica Associazione di categoria presente in Italia. AIC fa parte di FIFpro, il sindacato mondiale dei calciatori, del quale fanno parte le Associazioni di categoria della maggior parte dei Paesi nel mondo. In ogni squadra è presente il Rappresentante AIC, spesso il tuo capitano o uno dei veterani, che è il punto di riferimento per tutti gli associati della squadra e il tramite preposto per le comunicazioni con la struttura dell’Associazione. L’attuale Consiglio Direttivo è presieduto da Damiano Tommasi, Presidente AIC dal 2011. Di seguito potrai conoscere i componenti del Consiglio Direttivo che rappresentano tutte le

categorie di associati: Serie A, Serie B, Lega Pro, Dilettanti, Calcio a 5 e Calcio Femminile. Tra i servizi offerti dall’AIC sicuramente potranno essere di tuo interesse: • Assistenza legale tramite l’Ufficio Legale dell’Associazione e i suoi Avvocati Fiduciari su tutto il territorio nazionale; • Consulenza previdenziale e gestione dell’accantonamento al Fondo di Fine Carriera*; • Abbonamento gratuito all’App di Wyscout con fruibilità personalizzata del servizio di Video Analysis conosciuta a livello internazionale; • Servizi e scontistica applicata dai partner (www.assocalciatori.it) in ambito medico e assicurativo, dal Credito sportivo; • Percorsi di formazione post-carriera e per calciatori in attività; • Collegamento con l’Associazione calciatori del tuo Paese d’origine (o di tua ultima provenienza) per chiarimenti e/o problematiche di qualsiasi natura. L’iscrizione annuale all’AIC ti darà la possibilità di usufruire di tutto ciò e di altre attività

che potrai approfondire nel sito istituzionale www.assocalciatori.it o chiedendo informazioni al numero +39 0444 233233. Come avrai modo di vedere sarà semplice stabilire un contatto diretto con AIC e con i collaborator che sono in contatto continuo con i rappresentanti di squadra per aggiornamenti e/o problematiche che possono sorgere durante la stagione. La massima disponibilità di AIC è garantita dal fatto che è l’Associazione dei Calciatori, nata dalla volontà dei calciatori della nazionale nel lontano 1968 e da allora al servizio di questa professione tanto bella quanto piena di insidie personali e professionali. Buona permanenza nel nostro Paese, in bocca al lupo per il tuo lavoro e grazie per l’ascolto. Ti aspettiamo tra i nostri associati!

We are sending you a few lines to introduce YOUR association. Italy has had an Association representing all its football players since 1968. From that year,a the Associazione Italiana Calciatori – Italian Footballers’ Association – has united all professional players and in 2000 it extended its scope to include also amateurs, women and five-a-side players. With more than 16,000 members, it is the only footballers’ association in Italy. AIC forms part of FIFpro, the worldwide players’ union, of which the players’ associations of most countries of the world are members. Every team has an AIC Representative, often your team captain or one of the older players, who is the contact person for all team members and represents the team with the Association management. The present Management Council is chaired by Damiano Tommasi, AIC President since 2011. Later, you can get to know the members of the Management Council who represent

all categories of members: Serie A, Serie B, Lega Pro, Amateurs, Five-a-side football and women’s football. Some of the services of interest offered by AIC: • Legal assistance throughout Italy by way of the Association’s legal office and its lawyers; • Pension advice and management of contributions to the end of service fund*; • Free subscription to the Wyscout App with personalised use of the internationallyfamous Video Analysis service; • Services and discounts applied by partners (www.assocalciatori.it) for medical care and insurance, by the bank Istituto di Credito Sportivo; • Post-career and business training courses; • Contact with the footballers’ Association of your own country (or the country where you played last) for clarification and/or assistance with problems of any kind. Annual membership of the AIC will give you access to all of the above and many other activities which you

can see in more detail on the website www.assocalciatori.it or you can request information calling +39 0444 233233. As you will see, it is easy to make direct contact with AIC and its agents who are in continuous contact with team representatives for news and/or problems which can arise during the season. The AIC can assure you of its availability because it is the Footballers’ Association created by the Italian national team as long ago as 1968 and from then on has been at the service of this wonderful profession which, however, is also full of personal and professional pitfalls. Enjoy your stay in Italy, good luck with your work here and thanks for your attention. We hope to see you among our members!

Te escribimos estas pocas líneas de presentación de lo que es TU asociación. Desde 1968, en Italia existe una Asociación de categoría que representa a todos los futbolistas. Associazione Italiana Calciatori – Asociación italiana Futbolistas – asocia desde 1968 a los futbolistas profesionales y desde 2000 también a los aficionados, a las futbolistas y a los jugadores de fútbol sala. Con más de 16.000 asociados, es la única Asociación de categoría existente en Italia. AIC forma parte de FIFpro, el sindicato mundial de los futbolistas, integrado por Asociaciones de categoría de la mayoría de los países. En cada equipo hay un Representante AIC, que a menudo es el capitán, o uno de los veteranos, y hace de referente para todos los asociados del equipo y de intermediario encargado de las comunicaciones con la estructura de la Asociación. El actual Consejo Directivo es presidido por Damiano Tommasi, Presidente de AIC desde 2011. A continuación mencionamos a los componentes del Consejo Directivo que representan a todas

las categorías de asociados: Serie A, Serie B, Liga Pro, Aficionados, Fútbol sala y Fútbol femenino. Entre los servicios ofrecidos por AIC, indudablemente pueden ser de tu interés: • Asistencia legal a través de la Oficina Legal de la Asociación y sus Abogados Fiduciarios en todo el territorio nacional; • Asesoramiento sobre previsión y gestión de asignaciones al Fondo de Fin de Carrera*; • Abono gratuito a la App de Wyscout con uso personalizado del servicio de Video Analysis conocido a nivel internacional; • Servicios y descuentos aplicados por nuestros socios comerciales (www.assocalciatori.it) en ámbito médico y de seguros, por el Crédito deportivo; • Cursos de formación post-carrera y para futbolistas en actividad; • Conexión con la Asociación de futbolistas de tu país de origen (o de tu última proveniencia) para aclaraciones o por problemas de cualquier naturaleza. La inscripción anual en AIC te dará la posibilidad de aprovechar todo esto y otras actividades

sobre las cuales puedes informarte en el sitio institucional www.assocalciatori.it o pidiendo información al número +39 0444 233233. Como ves, es muy sencillo entablar un contacto directo con AIC y con los colaboradores, que a su vez están continuamente en contacto con los representantes de equipo para las actualizaciones o por cualquier problema que pueda surgir durante la temporada. La máxima disponibilidad de AIC está garantizada por el hecho de ser la Asociación de Futbolistas fundada por iniciativa de los jugadores del equipo nacional en el lejano 1968, desde entonces al servicio de esta profesión tan bella como llena de insidias personales y profesionales. Feliz permanencia en nuestro país, muchos éxitos con tu trabajo y gracias por escuchar. ¡Te esperamos entre nuestros asociados!

www.assocalciatori.it

*Ogni anno vengono accantonati dallo stipendio delle somme che potrai ritirare una volta concluso il contratto con la società sportiva in Italia. Ricorda che le cifre accantonate andranno richieste al Fondo.

*Each year amounts are put aside from your salary which you can withdraw once your contract with the Italian club ends. Remember that the amounts set aside must be requested from the fund.

*Cada año, parte del sueldo se destina a una asignación que podrás retirar una vez concluido el contrato con la sociedad deportiva en Italia. Recuerda que los montos de las asignaciones deberán ser solicitados al Fondo.


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Il Calciatore Aprile 2017  
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