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Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 47 –N. 08 Dicembre 2019 –Mensile

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

C

2019

Manuela Giugliano e Cristiano Ronaldo i più votati

Gran Galà del Calcio AIC 2019


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editoriale

di Damiano Tommasi

L’anno che verrà Manuela Giugliano e Cristiano Ronaldo non potevano essere immagine migliore per chiudere un Gran Galà del Calcio che rimarrà negli annali dell’AIC e del calcio italiano. Un punto di svolta? Il 2019 è stato l’anno del mondiale francese a decretare per il movimento femminile un passo definitivo verso l’emancipazione istituzionale di cui il nostro Paese era ancora orfano. Nel Gran Galà abbiamo, finalmente, celebrato anche le 11 protagoniste del nostro campionato e da lì sarà complicato tornare indietro. Il 2020 sarà, non solo per questo, anno di svolta e di conferme, quindi, di speranze e di aspettative. L’anno olimpico porta con sé un significato speciale, è la fine di un ciclo e il coronamento di un sogno, la resa dei conti di un quadriennio di lavoro, l’appuntamento di una carriera. Nel 2020 ci aspettano un sacco di novità e di promettenti cambiamenti. Sarà l’anno in cui la legge delega sullo Sport dovrà vedere la luce e si preannuncia di grande impatto su tutto il movimento sportivo. In finanziaria ha trovato posto un emendamento a favore dello sport al femminile e il 2020 sarà l’anno in cui finalmente qualche federazione aderirà al professionismo anche per le ragazze che vivono di sport, a cominciare dal calcio. Nel 2020 la Lega di A dovrà trovare la quadra sui diritti Tv, vero motore dell’intero movimento calcistico, e troverà finalmente una leadership forte, autorevole, concreta ed efficace per diventare interlocutore forte e credibile. Il nostro

Accordo Collettivo dovrà trovare la luce in forma triennale con un lifting, leggero e moderno che risponda alle esigenze attuali tra social, contratti tv e impegni internazionali. Nel 2020 la Lega Pro avrà il primo riscontro dopo l’epocale decisione di annullamento delle liste ed una politica dei giovani finalmente meritocratica. Sarà il 2020 l’anno di conferma che se è il campo a decidere i migliori emergono con più qualità. Il 2020 sarà anche anno elettorale per AIC, Figc e poi di seguito Coni e le altre federazioni. Sarà il 2020 l’anno di consapevolezza del ruolo degli atleti nello sport. Non solo in campo, in gara, ma anche e soprattutto dietro una scrivania gli atleti e le atlete devono e possono dire la loro. Il 2020 sarà per noi l’occasione di scegliere chi vogliamo diventare e chi vogliamo essere all’interno del sistema sportivo. Il 2020 sarà l’anno in cui non ci limiteremo a sussurrare la nostra visione dello sport ma faremo sentire la nostra voce, a livello nazionale e a livello internazionale. Andranno coinvolti gli atleti di punta per giocare alla pari con Leghe e Federazioni che da sempre mettono in campo i pezzi da novanta. Il 2020 sarà l’anno della concretezza, della voglia di metterci la faccia, della partecipazione e dell’azione, il 2020 sarà anno di nuovo inizio. Queste le speranze per questo 2020, poi ci sarà la realtà e come tutti gli anni bisestili il 2020 il rischio è che sia diverso solamente per il 29 febbraio.

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AIC Onlus la ONLUS dell’Associazione Italiana Calciatori

Dona il tuo 5 x mille ad A.I.C. O.N.L.U.S. Basta una semplice scelta nella tua dichiarazione dei redditi per aiutare calciatori, ex calciatori e loro familiari in difficoltà economica, finanziare progetti sociali e tutta l’attività benefica da sempre svolta dall’Associazione Italiana Calciatori. È sufficiente riportare questo codice fiscale

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Criteri di assegnazione dei contributi erogabili da Aic Onlus La Onlus può erogare contributi a sostegno di: richieste che abbiano come obiettivo un beneficio per soggetto richiedente o per il proprio nucleo familiare avanzate da un ex calciatore o calciatore professionista; richieste che abbiano come obiettivo un beneficio per soggetto richiedente o per il proprio nucleo familiare avanzate da un ex calciatore o calciatore dilettante, purché tesserato Aic; progetti di interesse calcistico, che saranno valutati dal Consiglio della Onlus.

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sommario Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD –Anno 47 –N. 08 Dicembre 2019 –Mensile

08 D

I

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

C

2019

Manuela Giuliano e Cristiano Ronaldo i più votati

Gran Galà del Calcio AIC 2019

speciale di Nicola Bosio

Gran Galà del Calcio AIC 2019, serata di premiazioni ed emozioni, serata di spettacolo e buona cucina, serata dove il calcio celebra il calcio nella festa più prestigiosa dell’anno. La squadra ideale al femminile e al maschile con Manuela Giugliano e Cristiano Ronaldo i più votati in assoluto.

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

direttore direttore responsabile condirettore redazione

foto redazione e amministrazione tel. fax http: e-mail: stampa e impaginazione REG.TRIB.VI

Sergio Campana Gianni Grazioli Nicola Bosio Pino Lazzaro Stefano Sartori Stefano Fontana Tommaso Franco Diego Guido Mario Dall’Angelo Claudio Sottile Fabio Appetiti Maurizio Borsari A.I.C. Service Contrà delle Grazie, 10 36100 Vicenza 0444 233233 0444 233250 www.assocalciatori.it info@assocalciatori.it Tipolitografia Campisi Srl Arcugnano (VI) N.289 del 15-11-1972

editoriale

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l’intervista di Pino Lazzaro

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regole del gioco di Pierpaolo Romani

11

serie B di Claudio Sottile

12

scatti

16

scatti di Stefano Ferrio

18

femminile di Pino Lazzaro

24

fifpro di Filippo Corti

28

calcio e legge di Stefano Sartori

30

politicalcio di Fabio Appetiti Donatella Conzatti

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segreteria

38

secondo tempo di Claudio Sottile

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io e il calcio di Pino Lazzaro Luca Rigoldi

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internet

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di Damiano Tommasi

Matteo Darmian: “Preferisco far parlare il campo” Quelle “tante cose” che insegna lo sport

Aleandro Rosi, l’ala del Grifo di Maurizio Borsari

Tre foto tre storie

Visioni Mondiali/3: Stefania Tarenzi Congresso FIFPro 2019 a Sydney Vincolo di giustizia

Francesco Bitetto Questo periodico è iscritto all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

Finito di stampare il 20-12-2019

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l’intervista

Matteo Darmian, classe 1989 (dicembre), è di Rescaldina (Mi). Col calcio inizia all’oratorio Don Bosco, vicino a casa: prima società la Carcor che come Matteo ricorda nel suo racconto sta per Centro Addestramento Ragazzi Oratorio Rescaldina. Da lì, undicenne, passa al settore giovanile del Milan con cui arriva sino al debutto in prima squadra: dapprima in Coppa Italia, non ancora diciassettenne (novembre 2006, contro il Brescia), poi in campionato (maggio 2007 contro l’Udinese). In tutto sono 4 le sue presenze con la maglia rossonera; nella stagione 2009/2010 passa al Padova (B) per poi via via vestire le maglie di Palermo (A), Torino (prima stagione in B e le tre seguenti in A) e Manchester United (quattro campionati in Premier League, vincendo una Coppa d’Inghilterra, una Community Shield, una Coppa di Lega inglese e l’Europa League 16/17). È al Parma dalla scorsa estate.

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di Pino Lazzaro


l’intervista Difensore del Parma

Matteo Darmian: “Preferisco far parlare il campo” “Ho cominciato in oratorio, è là dove ci si trovava. 5 minuti da casa mia, ci andavo da solo, spesso in bici. Rescaldina, sopra Milano, oratorio Don Bosco. Ambiente molto familiare, c’era pure mio padre tra gli allenatori. Giocavamo le partite e poi si continuava a giocare, ancora e ancora, ci sono rimasto dai 6 ai 10 anni. La squadra si chiamava Carcor, che sta per Centro Addestramento Ragazzi Oratorio Rescaldina, il colore delle maglie era l’azzurro e giocavo da centrocampista centrale, è stato poi alle giovanili del Milan che dapprima mi hanno spostato sull’esterno e poi più dietro. La squadra in cui giocavo era in pratica quasi tutta composta dai miei amici di scuola, sono loro quelli che tuttora frequento. Per quel che mi ricordo, era puro divertimento, c’era questa voglia di stare assieme, con un ambiente – quello dell’oratorio – che riusciva a trasmettere rispetto e lealtà, valori che ora come ora mi pare vengano invece un po’ trascurati. All’inizio il campo aveva pure un bel po’ di erba ma più s’andava avanti e più quel che restava era giusto terra”. “Ricordo che furono i dirigenti lì del Carcor a dirci che eravamo stati selezionati in quattro, che ci avrebbero detto quando e come andare: un provino col Milan. Non sapevo nemmeno cosa volesse dire, come funzionava una cosa così: il sogno di fare un giorno il calciatore c’è sempre stato, sì, ma quel che contava era comunque passare il tempo con gli amici. Per il provino siamo così andati a Linate, in quei campi dell’aeronautica che poi

sono diventati il mio quartier generale per diversi anni. 50 minuti di strada da casa, non è che siamo andati una sola volta, credo però che già dopo il primo m’avessero preso e in ogni caso l’ho poi saputo alla fine della stagione, solo io dei quattro poi ci sono andato. Certo, ero molto felice e pure orgoglioso: andavo nel settore giovanile di una società importante”. “Sì, posso dire che sono uno di quelli che ce l’ha fatta e di sacrifici ne ho fatti. La mia fortuna è stata che non ho dovuto cambiare in fondo le mie abitudini. Meno di un’ora da casa, ero con la mia famiglia – sono figlio unico – e non ho perso nemmeno la compagnia, potevo così uscire anche con gli amici. A quell’epoca lì al Milan erano molto attenti a come s’andava a scuola, non so adesso. Ogni quadrimestre ci chiedevano di portare la pagella e non sono mai stato fermato, a scuola sono sempre andato bene, per me e per i miei era importante come il calcio. Ho detto che di sacrifici ne ho fatti, ma è pur vero che non è che mi pesassero, dai. Ricordo che uscivo da scuola verso le 13-13.30, mio nonno mi portava dei panini ed era lui che mi accompagnava a prendere il pullmino per l’allenamento. Allora ce n’era solo uno, ero il primo a salire e l’ultimo a scendere, così che quando arrivavo a casa erano le 8 di sera. Alle medie avevo pure tre rientri, mi allenavo così il martedì e il giovedì, pure con una squadra più grande, dato che il mio gruppo aveva gli allenamenti quando io avevo scuola. Con gli amici ci andavo quando potevo: se si giocava di pomeriggio li vedevo la sera, ma se si doveva giocare la domenica mattina, allora proprio non me la sentivo di uscire e me ne stavo a casa”.

All’inizio, anche al Milan, ricordo ancora una certa qual spensieratezza, non si pensava tanto al risultato e come persona hai modo intanto di imparare lo stare nel gruppo, il rispettare le regole e pure la scuola è servita parecchio. Poi dei genitori che non sono certo di quel tipo che possono essere un limite per un ragazzino che gioca, loro non è che pensassero infatti di avere in casa chissà che fenomeno, non sono insomma per dire come quelli che si attaccano alla rete a urlare. Dopo le medie – le ho fatte a Rescaldina – le superiori le ho fatte in paesi vicini e mi sono diplomato perito elettrotecnico, sono uscito con 84. In effetti, dopo i primi due anni uguali per tutti, volevo prendere l’indirizzo chimico, pareva ci potesse essere una sezione che aveva il rientro al lunedì, andava bene per gli allenamenti, ma così poi non è stato, non c’erano garanzie e allora sono passato a elettrotecnica”. “Ogni estate c’era il problema del taglio, chi restava e chi non veniva con-

“Dai, m’hanno sempre trattato bene, molto bene e un’altra fortuna è stata quella di avere accanto a me delle persone di spessore fin che crescevo.

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l’intervista

A filo d’erba

Mi ritorni in mente “Di partite che non dimentico ce ne sono più di una, dall’esordio in A – anche se è stato solo uno spezzone di gara – all’esordio in Nazionale nel Mondiale 2014 da titolare: sono sicuramente emozioni che non dimentico. Oltre alla finale di Europa League giocata e vinta con il Manchester United e alla vittoria ottenuta al San Mames con il Torino

contro l’Athletic Bilbao. Quella invece che vorrei rigiocare è sicuramente Italia-Germania all’Europeo 2016, con la speranza di un esito diverso. Abbiamo fatto benissimo però siamo usciti ai calci di rigore e sicuramente è stato un piccolo rammarico, perché si era creato qualcosa di speciale intorno a quella Nazionale ed eravamo convinti di poter arrivare in fondo. Di gol che mi sono proprio rimasti dentro ne ho due in particolare: quello del San Mames contro l’Athletic Bilbao, il gol del 2-3, che ci ha permesso di superare il turno e arrivare agli ottavi di finale di Europa League. È stata una serata speciale perché siamo stati l’unica italiana a vincere lì e farlo con un mio gol è stat una gioia doppia. Poi non dimentico il gol nel derby contro la Juventus, vinto dopo 20 anni, sempre in quella stagione. No, di gol che ancora non so come ho fatto a sbagliare non

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ce ne sono: ne faccio veramente pochi e non ne ricordo di sbagliati clamorosamente (risata; ndr). Un rosso meritato? Sono stato espulso poche volte. Rossi diretti non ne ho mai avuti e mi è dispiaciuto essere stato espulso contro la Fiorentina quando ero al Torino per un doppio cartellino giallo che sicuramente potevo evitare. Il secondo giallo l’ho preso negli ultimi minuti e così ho dovuto saltare la partita successiva. Un avversario che più mi ha reso dura la vita? Una delle prime partite in Inghilterra è stata contro l’Arsenal, in cui c’era Alexis Sanchez, è stata abbastanza tosta. Ma ce ne sono stati altri di calciatori che ho avuto la fortuna di poter affrontare che ti rendono la vita veramente difficile, come Hazard per fare un altro esempio. Se devo scegliere uno stadio in Italia, quello dove più mi piace andare a giocare è San Siro, per la sua storia. Ho avuto però anche l’opportunità di giocare a Wembley ed è un impianto pazzesco. Ovviamente non dimentico l’Old Trafford, che a oggi – per me – è uno dei migliori stadi inglesi e non solo: me la ricordo ancora quella mia prima partita, quando ho avuto l’opportunità di giocare in uno stadio così unico”.

Dopo aver fatto parte delle giovanili azzurre nell’Under 17, nell’Under 18, nell’Under 19 (con la partecipazione all’Europeo in Repubblica Ceca, con l’Italia che si piazzò al secondo posto dietro la Germania), nell’Under 20 (Giochi del Mediterraneo) e nell’Under 21, ha esordito nella Nazionale maggiore – con Prandelli commissario tecnico – nel maggio 2014 (amichevole Italia-Irlanda, a Londra, finita 0 a 0). In totale sono 36 le sue presenze, partecipando sia al Mondiale 2014 in Brasile che all’Europeo 2016 in Francia, con Conte c.t.. L’ultima sua presenza in azzurro, con Ventura c.t., è stata la “famosa” partita a San Siro contro la Svezia (due anni fa, novembre 2017), partita che ha segnato la nostra mancata partecipazione al Mondiale di Russia 2018. Ultima annotazione, un po’ “nostra”: per due anni, nel 2014 e nel 2015, è entrato nella squadra dell’anno targata AIC.

fermato. Non proprio con ansia ma ogni volta il pensiero l’avevo, io volevo restare. Tra l’altro i primi due anni ero uno dei più bassi, gli altri crescevano e giocavano, io no e giocavo un po’ meno, però mi hanno sempre riconfermato. Mi ricordo quel giorno, ero con i giovanissimi nazionali, ci allenava Evani: lui viene da me e mi dice che è vero che gioco poco ma che mi avrebbe


l’intervista

dei privilegiati perché guadagniamo bene, possiamo avere una vita agiata. Ripetuto che nessuno regala niente e nessuno mi ha mai regalato niente, dico comunque che siamo pur sempre degli esseri umani, delle persone che vivono questa vita, che presenta problemi e difficoltà”.

“Certo, come faccio a non considerarlo il mio lavoro, di tutti i giorni? Però per fortuna dentro ho sempre la passione che avevo da piccolo, mi piace proprio e dunque lo faccio molto più volentieri questo… lavoro. Con la compagnia di amici? Quando sono con loro? No, per me tra noi le cose non sono cambiate: credo e penso che loro non mi vedano diverso”. messo per iscritto che sarei diventato un giocatore. Un’estate poi è capitato che sono cresciuto anch’io ed Evani l’ho ritrovato negli allievi nazionali: m’ha sempre fatto giocare”. “Più cresci e più pensi alla prima squadra, è quello l’obiettivo anche se si sa che non tutti ce la fanno, anzi. Per me è stato quand’ero in Primavera che ho davvero cominciato a pensare che sarei potuto diventare un calciatore. Lo so, lo so, nessuno regala niente e ci ho messo proprio tanto di me: il fatto è che vedevo che i sacrifici venivano via via ripagati, non potevo certo mollare. Tanta voglia, tanta forza di volontà, tanto lavoro. Se mi sento un privilegiato? Lo sono nel senso che sono riuscito a far diventare realtà un sogno, con la fortuna/bravura di arrivare in prima squadra. La gente pensa a noi come

mi manda. Sì, sono uno “serio”, diciamo così, anche perché sono convinto che una volta che arrivi in alto, la cosa più difficile sia rimanerci e non posso né voglio dimenticare tutto quello che ho fatto per arrivare. Non posso insomma abbassare la voglia di lavorare, di dare ancora di più, anche perché non sono uno che ha delle qualità eccezionali, non me lo posso permettere, debbo per forza metterci costanza”.

“Cos’è adesso il divertimento? Eh, non “Tutto sommato sinora m’è andata è una domanda semplice, no. Cosa bene, non ho mai avuto grossi infortuni, vuoi, bene o male siamo pur sempre leforse giusto un paio un po’ più gravi e gati al risultato, alla vittoria, con tutto penso alla frattura da stress a un piequello che ne consegue. È così, poco de al tempo del Padova e a quella poi da fare, ma divertimento per me è pure all’anca. A Padova avevo 19 anni e dico fare e continuare a fare ciò che amo e che è stata una fortu“Nello spogliatoio? Mah, per me è importante na perché con la voglia soprattutto far parlare il campo, gli che avevo di rientrare ne ho fatto proprio tan- atteggiamenti che hai, penso che non serva to di lavoro. Ora che ne poi molto star lì a parlare e parlare. Credo serva ho 30, credo che farei lo quel che fai, l’essere puntuale, attenersi alle stesso, la prenderei nella regole, metterci sempre determinazione, farlo stessa maniera di allora, tutti i giorni. Ecco, in questo modo puoi dare col vantaggio di avere il tuo esempio positivo e lo fai senza troppe un’età che mi permette parole. Se e quando serve intervengo, nel caso di conoscere di più il mio qualche consiglio lo do magari ai giovani, ma corpo, i messaggi che come detto preferisco far parlare il campo”.

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l’intervista

“D’accordo, siamo spesso etichettati come viziati e tutto quello che si dice di noi. Personalmente non mi riconosco in queste etichette, che sono poi difficili da togliersi. Siamo umani, siamo dei giovani che hanno la fortuna di aver fatto diventare lavoro una passione, senza che nessuno ci abbia regalato qualcosa. Poi ognuno ha il suo carattere, la sua personalità, ognuno poi decide di conseguenza”. farlo sempre al massimo: per me, per i compagni, anche per la mia famiglia. Un modo per stare bene anche fuori dal campo, così da poter magari riuscire a fare ancora qualcosa in più”. “Certo, abbiamo sempre l’occhio delle televisioni su di noi, abbiamo così delle responsabilità ed è giusto che sia così, anche per crescere come persone. Giustamente secondo me, siamo chiamati ad essere degli esempi, a tenere i giusti comportamenti ed essere così d’esempio, specie ai bambini che cominciano a dare i primi calci a un pallone. Però, lo dico sempre e insisto, anche noi calciatori siamo degli uomini, anche noi viviamo di emozioni e ci sono momenti in cui gestire ogni cosa non è possibile e dunque possiamo sbagliare. Giusto insomma riconoscere le proprie responsabilità, ricordando però che siamo umani. Sì, son cose di cui di tanto in tanto capita pure di parlare tra noi lì in spogliatoio o quando siamo in ritiro, ci si confronta su questo. Come va per me con gli arbitri? Direi bene, anche se quando sei lì che vivi al 100% le situazioni del campo, magari riesci meno a controllarti. So che il loro è un mestiere davvero difficile e capita comunque lì sul campo di non capire, di non accettare qualche decisione, certo però che poi, a bocce

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“Un consiglio a un giovane? Di avere sempre in mente di avere un obiettivo, di alimentare il proprio sogno e di mettersi in gioco, di voler sempre migliorare, giorno dopo giorno, dedicandosi sul serio al lavoro”. ferme, passa tutto”. “Quel che mi piace meno di questo nostro mondo? (pausa) Intanto un po’ tutte le polemiche, quel che si genera praticamente sempre attorno a noi e poi, purtroppo, la falsità delle persone. È un mondo difficile questo nostro, ci sono tanti personaggi che davanti si mostrano in un modo e dietro fanno tutt’altro. Ecco, questo è quel che mi piace proprio poco di noi”. “Adesso ho 30 anni, ma come dicevo prima non mi accontento, voglio continuare a crescere. Si potrebbe pensare che io sia magari appagato, ma non è così, io so di avere la stessa passione dell’inizio.

Porsi degli obiettivi aiuta secondo me ad alimentare il desiderio di lavorare e migliorarsi. Per dire, ora come ora posso pensare a vincere la prossima partita, avere l’obiettivo della salvezza con la squadra e poi, perché no, tornare in Nazionale, altro obiettivo che per forza passa dalla salvezza, che, tra l’altro, mi pare proprio il minimo da ottenere. Poi non so, penso intanto che giocherò più anni possibile e per quanto posso dire adesso, non si sa mai, mi vedo sì ancora dentro al mondo del calcio, ma non come allenatore”.

“Il ritorno dall’Inghilterra? Un insieme di cose: c’entra senz’altro il fatto che volevo giocare di più di quanto abbia fatto negli ultimi due anni, ma c’è però pure la consapevolezza che a livello personale era un’esperienza che s’era insomma conclusa. M’ha aiutato l’andar lì perché sono cresciuto calcisticamente ma non ho fatto alcuna fatica a tornare, a riabituarmi a questo nostro calcio”.


regole del gioco

di Pierpaolo Romani

Julio Velasco docet

Quelle “tante cose” che insegna lo sport Cosa insegna lo sport? È una domanda significativa, semplice e complessa allo stesso tempo. Semplice perché si può rispondere “tante cose”, complessa quando si tratta di specificarle, scendendo in profondità. Due mesi fa, ricevendo il prestigioso Sigillo d’Ateneo all’Università di Bologna, Julio Velasco, noto allenatore di pallavolo, ha esposto pubblicamente i suoi pensieri per rispondere al nostro quesito di partenza. Gli atleti, ha sostenuto Velasco, imparano che c’è un momento in cui si vince e uno in cui si perde. E quando si vince, anche un campionato del mondo, com’è accaduto alla sua nazionale di pallavolo e alla nostra di calcio, non vuol dire che si è i migliori in assoluto. Significa che si è stati i migliori in quel determinato momento. Se, anziché vincere si è perso non bisogna cercare inutili alibi. È probabile, non solo che gli avversari fossero più forti, ma che siano stati compiuti degli errori o non ci si sia preparati adeguatamente. Lo sport, quindi, insegna che per raggiungere un risultato è necessario impegnarsi, prepararsi con cura e costanza, essere umili, apprendere dagli errori. Non solo. Velasco ha parlato anche di competizione, un termine presente nello sport. Secondo l’allenatore argentino, viviamo in una società molto competitiva dove siamo chiamati a prendere delle decisioni in tempi molto rapidi, dovendo trovare un giusto equilibrio tra razionalità ed emotività, cercando non solo di fare bene le cose che sappiamo fare, ma di farle meglio degli altri. Ecco, lo sport insegna anche questo: fare

un punto a pallavolo, un canestro nel basket o un goal nel calcio è questione di scelte pensate e agite in un tempo ristrettissimo. Scelte che riguardano certamente un singolo individuo, ma che vanno sempre pensate in relazione a tutta la squadra nella quale si gioca. Traslando l’esempio, potremo dire che è lo stesso rapporto che esiste tra cittadino e società. In questo caso, lo sport ci insegna che ci sono momenti della vita in cui si deve decidere rapidamente cosa fare, assumendosi dei rischi, agendo in prima persona con un forte senso di responsabilità. Sono momenti nei quali dobbiamo dimostrare di avere fiducia negli altri. Un goal che porta alla vittoria di una partita, ad esempio, si fa perché tra giocatori ci si passa la palla, dalla difesa all’attacco. Al contrario, quando si deve difendere, anche chi è in attacco deve rientrare nelle retrovie. Nella pallavolo, ha ricordato Velasco, chi non fa muro è chiamato a “coprire”, ossia cercare di recuperare la palla nel caso in cui i compagni o le compagne non siano riusciti a bloccare lo schiacciatore o la schiacciatrice avversari. Cosa insegna in questo caso lo sport? Insegna che aiutarsi è parte del gioco, che essere parte di una squadra significa ragionare con una mentalità del “noi” non dell’“io”. L’egoismo, nello sport così come nella vita, non è certamente uno strumento che aiuta a costruire squadre e società solide. Al contrario, è un elemento distruttivo. Ragionare in termini di “noi”, aiutarsi tra compagni, fare le cose meglio degli altri, avere fiducia nei compagni, sono tutti concetti che assumono senso e significato concreto, secondo Veleasco, se tengono conto di un altro elemento con cui sia lo sport che la società devono misurarsi: le differenze. Nelle squadre, così come nella vita, c’è chi è veloce e lento, chi è razionale e istintivo, chi è portato per attaccare e chi per difendere, chi è giovane e chi ha qualche anno e un pizzico di esperienza mag-

giore. Lo sport insegna che con le differenze dobbiamo imparare a conviverci, non a temerle. Per questo è importante che chi dirige e allena una squadra o amministra una città sia una persona capace di unire le persone. È un altro concetto che ci insegna lo sport. “Unisciti a chi sa mettere insieme i pezzi di una canoa” è scritto in un bel libro che parla di rugby e della squadra degli All Blacks scritto da James Kerr.

Mondadori

Niente teste di cazzo di James Kerr – 196 pagine - € 16,00 Gli All Blacks neozelandesi sono la squadra più forte al mondo, negli ultimi 100 anni hanno vinto più del 75% dei loro match internazionali. Qual è il segreto del loro successo? E cosa possiamo noi - come individui, squadre o aziende - imparare da loro? Secondo James Kerr tutti i team vincenti condividono gli stessi principi, tra cui: un'attenzione maniacale all'eccellenza; un impegno collettivo verso una "causa comune"; un alto grado di autonomia, fiducia e iniziativa individuale; una comunicazione chiara e convincente; un'enfasi sulla responsabilità individuale; integrità e umiltà; il tutto sostenuto dalla convinzione che bisogna lavorare sodo l'uno per l'altro, in armonia, senza dissidi, reprimendo l'ego individuale a favore di una causa più grande. In altre parole, come dice il famoso mantra degli All Blacks, niente teste di cazzo. Ispirato da una squadra leggendaria, Kerr ha scritto questo libro divenuto negli ultimi anni un punto di riferimento internazionale nel mondo del coaching. E ci insegna a vincere, nel lavoro e nella vita.

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serie B

di Claudio Sottile

Esterno e capitano del Perugia

Aleandro Rosi, l’ala del Grifo Il Grifone ha bisogno di ali per volare. Quella di destra sa come si fa: è Aleandro Rosi, che in carriera ha già fatto volteggiare un altro Grifo (genoano), due lupe (Roma e Siena), un asino (Chievo Verona), una triglia (Livorno), un leone (Frosinone) e uno squalo (Crotone).

e il brutto della B è questo. Noi stiamo lavorando per dare continuità, speriamo di rialzarci subito, tutti vogliamo uscirne al più presto possibile, imparando dagli errori”.

Com’è avere un allenatore che, quando giocava, si districava nel tuo ruolo? Parafrasando: dove ci sono animali, “Interessante. Massimo Oddo è una braspesso c’è un padrone. Aleandro, anva persona, ha esperienza e ha già vinto che il campionato di Serie B ce l’ha? un campionato di B col Pescara. Anche “In questo momento il Benevento è lui era un esterno destro, però ha avuto una carriera ben diversa dalla mia. Ho ancora tanta voglia dentro, C’è solo da migliose non senti il fuoco devi smettere rare con uno così. Non mi dà consigli primo in assoluto, ha tanti punti di vansingoli, lavora molto di squadra”. taggio. Per adesso loro sono i più forti. Ma il campionato di B è bello e difficilisChe fase della tua carriera stai vivendo? simo, tosto, lo dimostrano purtroppo le “Nella passata stagione sono arrivato due pesanti sconfitte consecutive che in biancorosso dopo quasi 8 mesi da abbiamo incassato a metà novembre. svincolato, è stato difficile ripartire Ad oggi il Benevento è la squadra più subito. Essendo un terzino di spinta, attrezzata e merita il primato”. di gamba, mi servono gli allenamenti e le partite per essere in palla. Però E il Perugia, com’è messo? avevo l’esperienza giusta, a 31 anni, “Il Perugia vive alti e bassi. Abbiamo per giocare di testa. In carriera ho semsubito questi due stop, peccato perpre avuto le qualità per disimpegnarmi ché potevamo fare molto meglio. Siamo una buona squadra, che ancora si deve scoprire. Abbiamo delle difficoltà, alimentate dagli infortuni di Gabriele Angella e Christian Kouan, due pedine fondamentali. Dobbiamo lavorare, troveremo una via di uscita per questo momento, faremo esperienza dai nostri sbagli e volteremo presto pagina”. Avevi già calcato i campi della cadetteria nel 2008/2009, che torneo hai ritrovato? “È passato molto tempo. È complicato fare paragoni, erano squadre talmente diverse. Il campionato di B è sempre equilibrato, difficile, ma è bello perché tutte ti mettono in difficoltà, dalla prima all’ultima. Vinci e sei in alto, perdi e sembri in crisi, nel calderone. Il bello

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nelle due fasi, in quel momento mi mancavano, tutto ciò mi ha fatto crescere, ho interpretato il ruolo diversamente. Ringrazio il Perugia che mi ha dato questa opportunità, avevo altre opzioni, ma sono stati loro gli unici a volermi fortemente. Ora mi sento bene, responsabile, ho ancora voglia di fare calcio, di mettermi a disposizione e in discussio-


serie B

LA SCHEDA

bisogna sempre farsi trovare pronti. I rossoneri sono incappati in un filotto di partite ostiche, è difficile giudicare questa situazione spiacevole. Di sicuro Spalletti è un grande allenatore, ma non so dire se avrebbe fatto la differenza nel Milan”. E la tua Roma? “Pure loro hanno avuto delle difficoltà e squadre così ne risentono nel corso della stagione. Vedo una Roma forte, ma che può fare molto molto di più. Hanno avuto un sacco di infortuni, se perdi gente forte alla lunga è difficile”.

ne. Cerco di dare dei consigli, per cercare di far crescere i giovani, in rosa ce ne sono diversi. Devi essere un punto di riferimento. Prendo tutto come esperienza, ho tanta voglia dentro, quella non mi sta mancando, consapevole che posso fare molto per questo club. Se non senti il fuoco devi smettere. Mi ha sempre contraddistinto l’avere il desiderio di migliorarmi, di dare sempre il massimo, lo stare sempre sul pezzo. Perugia è una bella opportunità”. In un’intervista hai definito Luciano Spalletti il miglior allenatore avuto in carriera. Sarebbe stato l’uomo giusto per il Milan, che lo cercò dopo l’esonero di Marco Giampaolo? “Non lo so. Con mister Spalletti ho lavorato all’inizio della mia carriera, nella Roma, il calcio forse è cambiato da allora. Sinceramente non saprei dire se avrebbe fatto le fortune del Milan. È sicuramente un grande allenatore, una persona che stimo, e sa il fatto suo. Ho avuto anche Giampaolo ai tempi del Siena, è una bravissima persona e un buonissimo allenatore, ha avuto delle difficoltà, purtroppo il calcio è questo,

In giallorosso hai giocato con Daniele De Rossi: il Boca Juniors sarà la sua ultima squadra da calciatore? “Era un suo pallino giocare con gli Xeneizes, c’è riuscito, penso che si goda al 100% questa esperienza, sarà lui a dire se continuare o meno. Non so se giocherà ancora, lo spero perché è un grande giocatore”. Augurandoti ancora innumerevoli anni di campo, hai iniziato a pensare a un dopo carriera? “Ho tanta voglia di giocare ancora, mi sento bene e mi alleno sempre a mille. Finché avrò voglia voglio giocare. Non so se in un domani mi vedrei nel calcio. Nel caso mi stimolerebbe fare il direttore sportivo, mi piace vedere il calcio e cercare dei giovani”. Allora facci un nome su cui puntare della tua squadra! “Ne abbiamo svariati, siamo nettamente la squadra più giovane della B: Vlad Dragomir, Pablo Fernandes, Filippo Sgarbi, Christian Capone, tutti forti e giovani. Devono approfittare delle occasioni e sfruttare questo momento, Perugia è una piazza importante. Devono pensare che c’è gente che a 20 anni gioca in Champions League e vince i campionati”.

Aleandro Rosi è nato a Roma il 17 maggio 1987. Cresciuto nelle giovanili della Lazio prima, e della Roma poi, con i giallorossi arriva ad esordire in prima squadra nel 2005 (Spalletti allenatore). Veste quindi, in prestito, le maglie di Chievo (in B), Livorno (vince il campionato di B) e Siena (Serie A). Torna alla Roma (esordisce in Champions League), e nella stagione 2012/13 rescinde consensualmente il suo contratto con la società giallorossa e si lega con un contratto quinquennale al Parma; passa poi in prestito al Sassuolo quindi a titolo definitivo al Genoa. A febbraio 2015 si trasferisce in prestito alla Fiorentina e a fine stagione fa ritorno al Genoa. Nuovo prestito al Frosinone, poi Crotone e Perugia. Ha giocato in tutte le Nazionali di categoria, dall'Under-16 all'Under-19, collezionando 15 presenze. Nell'ottobre del 2006 è stato convocato nella Nazionale Under 21, dove però non ha esordito. Stagione Squadra

Serie Presenze Reti

2019-2020

PERUGIA CALCIO

B

8

0

02/2019

PERUGIA CALCIO

B

13

0

2017-2018

GENOA C.F.C.

A

24

0

2016-2017

F.C. CROTONE

A

31

1

2015-2016

FROSINONE CALCIO

A

26

0

01/2015

A.C.F. FIORENTINA

A

4

0

2014-2015

GENOA C.F.C.

A

7

0

01/2014

U.S. SASSUOLO CALCIO

A

7

0

2013-2014

PARMA

A

11

2

2012-2013

PARMA

A

26

3

2011-2012

A.S. ROMA

A

21

0

2010-2011

A.S. ROMA

A

16

1

2009-2010

ROBUR SIENA

A

30

1

2008-2009

A.S. LIVORNO

B

37

0

2007-2008

A.C. CHIEVO VERONA

B

16

0

2006-2007

A.S. ROMA

A

19

2

2005-2006

A.S. ROMA

A

17

0

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amarcord

di Pino Lazzaro

La partita che non dimentico

Daniele Buzzegoli (Novara)

“Per me è una scelta semplice. Ne ho fatti tanti di anni da professionista, sono adesso al mio diciassettesimo, ma quella che non potrò mai dimenticare, una sorta di giorno perfetto, è il ritorno della finale playoff dell’allora

palla passa sotto i piedi di un difensore e in quella frazione di secondo intuisco che non ci sarebbe arrivato, giusto tra mano e palo è passato il pallone: ricordo che i compagni mi hanno travolto. Pareggio dunque, così saremmo passati noi dopo i supplementari, Il ritorno della finale playoff però un’altra mezdell’allora C1: Varese - Cremonese zora, loro erano forti, ma ecco che C1: Varese-Cremonese (siamo nel giual 94’ c’è un rigore per noi. Io il rigogno del 2010; ndr). All’andata, lì da loro, rista, ne avevo calciati diversi, sempre avevamo perso per 1 a 0 e dunque doveaprendo il piattone, di destro, dunque vamo almeno pareggiare il punteggio, sul palo di destra guardando la porta. se così fosse stato e di mezzo c’erano poi pure i supplementari, saremmo stati promossi. Nel primo tempo li avevamo proprio messi lì, ma niente, niente gol. Tempo che scorre e siamo così arrivati all’87’ e c’è una punizione laterale per noi. Di solito le calcio io, quella volta no, lo fa Zecchin. Pallone in mezzo, respinta di testa e m’arriva sta palla che rimbalza: mi piego un po’ per tenerla bassa e calcio di destro. La

Stadio stracolmo e quel che mi è rimasto dentro è quel gran silenzio che c’è stato, assoluto. La cosa strana era che di mio ero proprio sereno, me lo ricordo, tranquillo, avevo come la certezza che avrei fatto gol, eppure era strana una tale tranquillità in un momento così, no? E proprio come aneddoto, ti racconto che in settimana glielo avevo pur detto a mia moglie che se ci fosse stato un rigore avrebbe dovuto chiudere gli occhi, che l’avrei tirato centrale, sperando che lui si buttasse, le ho aggiunto. E così è andata, lui si è buttato sulla sua sinistra, di certo s’erano informati; giusto per essere sicuro che non la prendesse con i piedi, l’ho appena appena incrociata, un metro, poca roba. Sì, sì, la gioia personale certo, ma che poi diventa di tutti, che so, dal magazziniere al dottore, un sacco di gente e così quel che rivedo è uno stadio in festa, la B che mancava da tanti e tanti anni, con in più che noi s’era partiti per fare un buon campionato, niente di più”. “Ora? Sono molto vicino a smettere, massimo ne farò un altro anno, ma forse no. A gennaio finirò intanto il corso allenatori e devo dirti che non vedo l’ora di lavorare con dei ragazzi, con una squadra mia, magari qui a Novara, nel settore giovanile, i presupposti pure ci sono e mi sento sia molto sereno che contento per quello che ho fatto: non vedo l’ora di cominciare, è così”.

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amarcord

Enrico Pezzi (Carpi)

“Per prima penso alla finale playoff, la partita di ritorno, che abbiamo giocato contro il Carpi, noi in casa, a Benevento (qui siamo invece nel giugno del 2017, la partita di andata a Carpi era finita 0 a 0; ndr). Partita tesa, intensa e ricordo come l’avevamo preparata, con quale cura e attenzione: sapevamo quanto fosse importante, cercando di non sbagliare nulla. Una situazione, una finale playoff, che qualche mese prima mai avrei nemmeno immaginato. Era quella infatti la mia prima stagione in serie

tro è il sonoro, i rumori dello stadio, la spinta dei tifosi e la mia fortuna è stata quella di aver potuto vivere Benevento in quel suo momento di rilancio, passando dalle poche persone che c’erano all’inizio allo stadio, al tutto pieno, specie quel giorno. Ricordo le prime azioni, noi che lì dietro siamo riusciti a neutralizzare alcune loro azioni e subito la consapevolezza, dentro di me, come me lo sentissi, che ce l’avremmo fatta a vincere. Ricordo alla fine il palco allestito sul campo, la chiamata che hanno fatto per ciascun calciatore, a uno. Eppure era una La finale playoff, la partita uno stagione che per me era pardi ritorno, Benevento - Carpi tita così così – e non è che sia capitato poche volte – io deB, il che voleva dire che ero riuscito a buttante della categoria, io stesso con raggiungere uno degli obiettivi che mi parecchi dubbi addosso. In effetti sono ero posto, un qualcosa che mi aveva riuscito a star dentro poi alla rosa per accompagnato sin da bambino. D’acil rotto della cuffia. A poco a poco mi cordo, facile come desiderio pensare sono ritagliato in seguito un mio spaalla serie A, al Milan, alla Juve, all’Inter, zio, così da essere considerato alla fine magari anche alla Nazionale, ma reacome uno di quelli che avevano davvelisticamente il mio obiettivo era quello ro contribuito alla vittoria, giocando da prima di tutto di far diventare un lavotitolare pure la partita finale. Sì, voleva ro quella mia passione ed era proprio dire serie A ma ricordo bene che prola serie B la categoria a cui guardavo, quella che mi avrebbe permesso di farlo. Se ripenso a quel giorno lì a Benevento, quel che ho prima di tutto den-

prio non ci ho pensato, era davvero fuori dai miei pensieri: ero in scadenza, per vari motivi non c’era stato modo di allungare il contratto, se ne doveva discutere ma non era stato fatto e sapevo insomma che non sarei rimasto”. “Quest’anno? Beh, la sto vivendo come una stagione importante, magari di svolta, così almeno spero. Sono tornato in serie C dopo tre anni di B e qui mi è stato dato un ruolo importante, pure la fascia di capitano, in una posizione poi sul campo – mediano davanti alla difesa – mai fatta prima. Una nuova strada insomma, cercando di imparare il mestiere di centrocampista e di fare da punto di riferimento per i compagni. Spero così che sia questa per me una stagione di crescita, sia per il nuovo ruolo che ho in campo che per quello che ho all’interno dello spogliatoio. Sì, è la prima volta che faccio il capitano e come carattere sono sempre stato uno che prima cerca di fare il proprio dovere e poi magari “si intromette” con gli altri. Diciamo che anche qui sto imparando, puntando fin dove è possibile al confronto con le persone, senza trovarmi nella necessità di mettermi lì a urlare. Capisco di mio che adattarsi bisogna sempre un po’ farlo, essere calmi/ tranquilli/pacifici, ma ho anche capito che non lo si può essere con tutti: no, quando ci vuole, ci vuole”.

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scatti

di Maurizio Borsari

Valanga rossonera Francesca Vitale (e compagne) in Milan Women - Juventus Women 2-2

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scatti

A me gli occhi Andrea Poli, Sergej Milinkovic-Savic, Mattias Svanberg e Daniele Orsato iin Bologna - Lazio 2-2

Nudo alla meta Nicolò Barella (e compagni) in Inter - Hellas Verona 2-1

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scatti

di Stefano Ferrio

Tre foto tre storie

La prima Italia, mezza Samp alla stazione e la maschera di Più che atleti sembrano giovanotti in gita gli undici della Nazionale che inizia la sua storia nel 1910, battendo 6-2 la Francia all'Arena di Milano. Quasi 50 anni dopo sembrano più turisti che giocatori i blucerchiati catturatti dall'obbiettivo mentre attendono il loro treno. E al giorno d'oggi, più che un difensore centrale, sembra un attore da film di Tarantino il Dermaku che si prende la Serie A a 27 anni suonati. Invece sono tutti calciatori, protagonisti di un gioco che si mischia sempre con la vita. Continuano, con altre tre immagini, le nostre escursioni nello sterminato e prezioso archivio dell'Associazione Calciatori. La prima “Italia” della storia – Quante cose e persone all’apparenza messe lì per caso, quel 15 maggio 1910 all’Arena di Milano per il debutto ufficiale della nazionale italiana di calcio, impegnata in amichevole contro la Francia. La maglia bianca, tanto per cominciare, scelta in attesa di sapere quale sarebbe stato il colore ufficiale della squadra, che un anno dopo diventerà lo stesso azzurro dei Savoia, la casa regnante. E poi i pantaloncini, spartiti a metà fra il bianco e il nero, il portiere (che è Mario De Simoni, estremo difensore della U.S. Milanese, penultimo a de-

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stra) candidamente abbigliato come i compagni, oltre a una dominante aria da giovanotti in gita, sicuri di vincere contro dei "Blues" ancora molto lontani dal carisma attuale, presagio puntualmente confermato dal sonante 6-2 finale. È una presunzione nemmeno scalfita dall’assenza di tutti i fuoriclasse della Pro Vercelli, lo squadrone dell’epoca, squalificati dieci giorni prima per essersi rifiutati di giocare lo spareggio-scudetto contro l’Inter, in polemica con la federazione per questioni legate alla data della partita. Il sorriso più convinto è quello del pri-

mo da sinistra, Pierino Lana, detto Il Fantaccino, fantasista del Milan dei primordi, così amato dai propri tifosi da essere costretto, durante una lunga assenza, a rassicurarli tramite inserzione sulla stampa di avere la malaria, e non di essere in procinto di cambiare casacca. Tanta fiducia viene peraltro ripagata da un fiuto del gol che, in quella partita, lo porta a realizzare non solo il primo gol nella storia della nazionale, ma addirittura una tripletta. A partire dalla sua sinistra, fino in fondo alla fila, si riconoscono: Aldo Cevenini, bomber del Milan, Francesco Calì, universale della genovese Andrea Doria, Giuseppe Rizzi, mediano dell’Ausonia Milano, Attilio Trerè, mediano a sua volta dell’Ausonia, Virgilio Fossati, difensore dell’Inter, Domenico Capello, centrocampista del Torino destinato a un più solido futuro di meccanico della Fiat, Enrico Debernardi, ala del Torino, Franco Varisco, uomo ovunque dell’Unione Sportiva Milanese, il già


scatti

Kastriot

citato Mario De Simoni, e infine Arturo Boiocchi, attaccante sempre della U.S. Milanese. Per la cronaca, le altre tre reti dell’Italia, allenata dal primo ct, Umberto Meazza, vengono siglate da Debernardi, Rizzi e Varisco, mentre i poveri francesi vanno a segno con Bellocq e Ducret. Arbitro della partita, l’inglese Harry Goodley, allenatore, giornalista e militare. Mezza Samp alla stazione – Decisamente una bella Sampdoria quella che si qualifica al quinto posto nel campionato di Serie A 1958-'59, vinto dal Milan. Allenata dal due volte campione del mondo Eraldo Monzeglio (nato a Vignale Monferrato nel 1906 e morto a Torino nel 1981), è una formazione blucerchiata dotata di eccelso tasso di classe e propensa alle guasconate in trasferta, capace di rendere felici i propri tifosi battendo il Genoa 2-1 nel derby d'andata, per poi pareggiare 0-0 quello di ritorno, oltre che di rifilare un bel 3-2 casalingo alla Juventus di Charles e Boniperti. Di quella Sampdoria si ritrova traccia cospicua e splendente in questa foto

davvero d’altri tempi, scattata sul marciapiedi di una stazione che potrebbe essere lo scalo genovese di Porta Principe, in attesa del treno destinato a portare la squadra a giocare in una piazza vicina come Torino o Milano. Di certo è un’immagine impensabile oggi, e non solo per il mezzo di trasporto impiegato, o per quelle valigie da rappresentante posate sulla banchina. Ad accentuare il felice anacronismo dello scatto concorre l’atmosfera di calma piatta che ammanta giocatori e accompagnatori di una squadra di Serie A, intenti a leggere il giornale senza essere attorniati da cameramen o cacciatori di selfie. Poesia di domeniche perdute, evocata con forza ancora maggiore guardando ai volti dei sei giocatori sampdoriani catturati dallo scatto fotografico. Nel gruppo a sinistra appare di profilo, in completo chiaro, Bruno Mora, da Parma, all’epoca ventunenne ala destra, rapida e tecnicamente dotata, a cui tutti gli addetti ai lavori pronosticano un grande futuro. Quelle attese saranno poi confermate dallo scudetto vinto con la maglia della Juve, e rivinto con quella

del Milan, dove il tornante dà un contributo importante anche alla conquista della Coppa dei Campioni del 1963. I successi portano Mora a diventare titolare della nazionale italiana qualificatasi nel 1966 per i Mondiali di Londra, dove però non scenderà in campo a causa del grave infortunio dovuto a uno scontro con il portiere del Bologna Giuseppe Spalazzi, una frattura scomposta di tibia e perone che in sostanza ne tronca la carriera, obbligandolo a ritirarsi nella sua Parma, dove muore di malattia nel 1986, ad appena 49 anni di età. Sempre nel gruppo di sinistra, quello con la camicietta nera è Guido Vincenzi, mantovano di Quingentole, classe 1932, morto a Milano nel 1997, quando va a ingrossare le fila di calciatori colpiti da sclerosi amiotrofica laterale, meglio nota come Sla: la sua è la carriera di un difensore gagliardo e potente, rinato nel 1958 alla Samp dopo i postumi del grave infortunio che sembra pregiudicarne la carriera quando ancora veste il nerazzurro dell'Inter. In maglia blucerchiata disputa, fino al 1969, quasi 300 partite, contribuendo in modo fondamentale all'epico quarto posto conquistato nel campionato di Serie A 1960-'61. Nel suo palmares uno scudetto con l'Inter e tre presenze in Nazionale. A sinistra di Vincenzi, con la mano in tasca, compare Aurelio Milani, brianzolo di Desio, dove nasce nel 1934, cannoniere da 162 gol fra A e B, ma sarebbero di più se non fosse costretto al ritiro a soli 31 anni a causa dello spostamento di una vertebra occorsogli durante una partita di Coppa giocata contro la Dinamo Bucarest con la maglia dell'Inter. In nerazzurro fa in tempo a cogliere le gioie più grandi, a cominciare dalla rete segnata il 27 maggio 1964 al Prater di Vienna nella finale di Coppa dei Campioni vinta per 3-1 contro il Real Madrid. Milani è scomparso nel 2014, a Borgo Ticino. Nel gruppo di destra sono in due a leg-

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scatti

gere il giornale. Quello in giacca bianca è Gaudenzio Bernasconi, bergamasco di Ponte San Pietro, dove viene al mondo nel 1932, centromediano, nome d'arte Orsacchiotto, difensore simile a una "diga" posta davanti al proprio portiere, uno capace di giocare 334 partite in blucerchiato, quarto per numero di presenze in tutta la storia del club. L'altro con gli occhi affondati nella lettura del quotidiano è invece Azeglio Vicini, proprio il ct delle Notti Magiche ai Mondiali di Roma '90, nato a Cesena nel 1933 e morto a Brescia nel 2018; prima della panchina azzurra, la sua è una lunga carriera di centrocampista, segnata da ben 191 presenze nei tabellini della Samp. Infine, intento a spiare notizie alle spalle di Vicini, si riconosce Paolo Marocchi, mantovano di Suzzara, paese dove nasce nel 1936 e muore nel 1998. Dalle giovanili alla prima squadra, con la quale disputa 156 partite siglando un gol, Marocchi fa una sola cosa, ma molto

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bene, il terzino sinistro della Sampdoria. A Genova, nel rione di Quarto, gli è stata intitolata una piazza. Kastriot, la maschera del debuttante – C'è chi nasce con la camicia, intessuta del talento che lo fa esordire in Serie A a 15 anni, come Gianni Rivera, o a 16, come Andrea Pirlo. E chi invece, per arrivare allo stesso traguardo impiega una vita, come il Renato Villa che, giocatore-bandiera del Bologna anni '80, approda alla massima serie sulla soglia del trentesimo compleanno. Questione di attributi che, come dimostra questo superbo primo piano, all'apparenza rubato a un film di Quentin Tarantino e non a una partita di calcio, fanno di Kastriot Dermaku un giocatore di cui sentiremo parlare. Nato da genitori albanesi a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, il 15 gennaio 1992, Kastriot debutta in Serie A il giorno in cui viene scattata questa foto, il 20 ottobre scorso, a 27

anni e mezzo suonati, schierato come centrale del Parma che nell'occasione strapazza 5-1 il Genoa al Tardini. Difensore roccioso e imponente, Dermaku, che è anche nazionale albanese, coglie la chance dell'esordio nel modo più virtuoso, sfoggiando una prestazione tale da farlo partire titolare anche nei match successivi. È il premio che si merita un professionista capace di compiere con scrupolo e dedizione una gavetta iniziata dal Melfi in quarta serie e affinatasi via via al Pavia, alla Lucchese, e soprattutto al Cosenza, con la cui maglia l'albanese di Scandiano lascia in Serie B un segno così positivo da farlo notare a Roberto D'Aversa, allenatore del Parma. Crede in lui, mister D'Aversa, confida nella sua inesauribile fame di battaglie, traguardi da tagliare, avversari a cui incollarsi come un'ombra. Guardando la faccia, anzi la maschera, con cui Kastriot si presenta al debutto, come dargli torto?


femminile

di Nicola Bosio

Presentato in Senato il 27 novembre scorso

Emendamento Nannicini per atlete pro Presentato in Senato, il 27 novembre scorso, con la presenza di Umberto Calcagno, Katia Serra,  Elisa Bartoli e della  senatrice Susy Mastriciano,  l’emendamento alla Legge di Bilancio2020 del Senatore del partito democratico Tommaso Nannicini per la decontribuzione totale per tre anni alle società delle Federazioni che decideranno l’accesso al professionismo per le atlete. In pratica, le atlete diventerebbero professioniste alla pari degli uomini. In cambio, le società che stipuleranno questo genere di contratti sportivi, potranno richiedere per tre anni “l’esonero del versamento del 100 % dei contributi previdenziali e assistenziali, entro il limite massimo di 8mila euro su base annua”. Per coprire i costi di questo intervento, l'emendamento prevede stanziamenti di 4 milioni per il 2020 e di 8 per 2021 e 2022. Le somme che i due senatori chiedono di stanziare, dovrebbero essere sufficienti per il cambio di status di un migliaio di atlete. Un emendamento che interessa le squadre di diverse discipline sportive, tra le quali sicuramente calcio e basket. Alla conferenza stampa, dove sono stati spiegati i motivi e le ragioni dell'intervento normativo, sono intervenute e hanno dato il loro sostegno in video alcune delle più note calciatrici italiane da Sara Gama capitana della nazionale italiana a Marta Carissimi, Barbara Bonansea, Martina Rosucci, Chiara Marchitelli, Alia Guagni, Alice Parisi, Valentina Cernoia, Martina Rosucci, Benedetta Glionna, Manuela Giugliano, Regina Baresi, Daniela Sabatino. Per tutte le calciatrici è arrivato il momento che, anche in Italia, si acceda al professionismo per le atlete garantendo a tutte diritti e tutele così come per i colleghi uomini. Umberto Calcagno ha sottolineato

l'importanza dell'emendamento: “Non è più concepibile che non ci siano sport di squadra professioniste al femminile in Italia. L’emendamento a prima firma del Sen. Nannicini vuole creare il giusto compromesso tra le tutele delle atlete e la sostenibilità del sistema, per velocizzare il passaggio al professionismo.” “L’emendamento presentato dal senatore Nannicini riguardante lo sport al femminile è una grande opportunità per il nostro sistema”: questo il commento del Presidente AIC Damiano Tommasi. “È il momento di passare dalle parole ai fatti” – ha proseguito il Presidente AIC – “e la sensibilità del ministro Spadafora sul tema è senz’altro un’occasione unica per vedere finalmente riconosciute le tutele professionali alle tante atlete che dedicano la loro vita allo sport. Con

le somme che verrebbero stanziate” – ha concluso Tommasi – “ne beneficerebbero anche le federazioni e le società che potrebbero investire per uno sport al femminile sempre più professionale”.

Per il professionismo negli sport femminili

Ultima ora: approvato l’emendamento Nannicini “La commissione bilancio del Senato ha approvato l’emendamento a mia prima firma sul passaggio al professionismo negli sport femminili” - ha dichiara il senatore dem Tommaso Nannicini. “Sono molto soddisfatto, perché è un primo passo concreto per fare in modo che le atlete che dedicano la propria vita e il proprio lavoro allo sport abbiano le stesse tutele dei loro colleghi maschi”. “Ringrazio l’Associazione Italiana Calciatori e Calciatrici e tutte le atlete dei diversi sport che si sono mobilitate per sostenere questo emendamento” – ha aggiunto Nannicini.

“Adesso la battaglia continua, perché l’emendamento prevede un incentivo per le società le cui federazioni decidono di passare al professionismo, attraverso uno sgravio contributivo per tre anni al 100% fino a un tetto di 8000 euro. Adesso dobbiamo fare in modo che questo incentivo si trasformi in scelte concrete con l’impegno di tutti”. L'Associazione Italiana Calciatori ringrazia il senatore Nannicini, il Governo tutto e tutte le parlamentari che si sono spese per l'approvazione di tale emendamento che rappresenta una tappa storica per la categoria.

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femminile AIC e Divisione Calcio Femminile FIGC

Per l’eliminazione della violenza contro le donne In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre scorso, l’Associazione Italiana Calciatori e la Divisione Calcio Femminile FIGC hanno portato in campo #FACCIAMOGLIUOMINI, progetto AIC rivolto alla prevenzione e al contrasto della violenza sulle donne. Sabato 23 e domenica 24 novembre, tutte le capitane delle squadre partecipanti ai campionati di Calcio Femminile di Serie A e B, sono scese sul terreno di gioco accompagnate da un uomo che, per l’occasione, ha stretto tra le mani un NARCISO, simbolo di #FACCIAMOGLIUOMINI, e vestito una t-shirt con il logo del progetto ed il suo claim “QUESTO È L’UNICO NARCISO CHE CONOSCO”. Dopo l’ingresso in campo, l’uomo ha donato il narciso alla capitana come simbolo di rispetto e quale atto significativo a voler cambiare l’accezione negativa insita nel termine “narciso”. Nel corso della due giorni sono stati presentati in anteprima ai media i due spot che sostengono il progetto, scritti e diretti dal regista Paolo Geremei, che vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica su due diversi aspetti legati

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al tema della violenza sulle donne. La produzione esecutiva è stata curata da Redigital. I due spot sono disponibili al link https://facciamogliuomini.it/25-novembre-2019-giornat a-internazionale-per-leliminazione-della-violenza-contro-le-donne/ Il progetto #FACCIAMOGLIUOMINI Il NARCISO è un fiore stupendo dal significato potente e molteplice: da una parte rappresenta l’autostima, la forza e la sicurezza in sé; dall’altra, invece, raffigura la vanità e l’incapacità d’amare. Secondo alcune leggende, i narcisi hanno il potere di assorbire i pensieri negativi e malvagi degli esseri umani ed è per questo che sono velenosi. NARCISO è un personaggio della mitologia greca, bello e crudele, tanto da disdegnare ogni pretendente; così, per punizione divina, si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua. Da qui deriva il termine NARCISISMO, un tratto della personalità che spesso diventa sinonimo di egoismo e vanità. È per queste ragioni che la campagna ha scelto come simbolo

il narciso: il suo obiettivo, sostenuto da sportivi professionisti e non, è di dare un’idea diversa dell’uomo, stravolgendo l’accezione negativa del termine narciso per renderlo un simbolo di rispetto. Parola chiave di #FACCIAMOGLIUOMINI è RISPETTO, che è anche FAIR PLAY, ovvero il comportamento rispettoso delle regole, dentro e fuori dal campo. Rispetto come concetto all’apparenza semplice e conosciuto da tutti, ma che in realtà si sta perdendo pian piano in una società che discrimina e non garantisce le stesse opportunità nei rapporti sociali e umani. Il progetto è realizzato con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento Per Le Pari Opportunità e con il patrocinio di FIGC, LEGA SERIE A, LEGA SERIE B, LEGA PRO, LEGA NAZIONALE DILETTANTI, AIAC, AIA ed ICS. Madrina di #FACCIAMOGLIUOMINI è ELENA SOFIA RICCI, coinvolta da AIC dopo le sue dichiarazioni di gennaio in merito ad una violenza subita da bambina.


femminile Università Telematica San Raffaele Roma

Laura Giuliani: borsa di studio per meriti didattici Numero 1 azzurra e studentessa modello: dal rettangolo verde ai “banchi di scuola” la calciatrice si conferma una fuoriclasse. Con la tenacia e la caparbietà che la contraddistingue, reduce da un Mondiale che ha riscritto la storia del calcio femminile in Italia, si è distinta anche tra i banchi: è Laura Giuliani, estremo difensore della Juventus e della Nazionale Italiana. Secondo un noto portale tedesco, uno dei portieri donna più forti al Mondo. La calciatrice ha infatti ricevuto martedì a Coverciano, dove era in ritiro con le Azzurre di Milena Bertolini, una borsa di studio per meriti didattici dall’Università Telematica San Raffaele dove è iscritta al terzo anno della facoltà di scienze motorie curriculum calcio. L’ultimo esame (medicina del calcio), dopo quello mondiale, Laura lo ha sostenuto appena tornata in Italia dall’esperienza iridata e ha ottenuto il premio destinato agli iscritti all’AIC, calciatori professionisti, con una media uguale o superiore ai 27/30 e almeno la metà degli esami sostenuti presso l’ateneo romano nell’anno accademico 2017/2018. “Se lo vuoi fare lo fai” - ha commentato Laura, spiegando di aver studiato durante i tempi morti del Mondiale “sono per natura puntigliosa, attenta e precisa” - ha sottolineato - “è un esame che ho deciso di ripetere, lo avevo già sostenuto ma non ero soddisfatta del risultato. È una materia che mi piace tanto, come tutte quelle che ruotano attorno all’anatomia del corpo umano. Perché essere uno sportivo vuol dire prima di tutto conoscere come funziona il tuo corpo”. Il corso di “studi in calcio”, primo nel suo genere in Italia, istituito tre anni fa dall’Ateneo romano in collaborazione con l’AIC (Associazione Italiana Calciatori) e patrocinato dalla FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio), è l’unico corso di laurea che ha istituito borse di studio a copertura totale dei costi per calciatori professionisti e calciatrici di Serie A. “Un reale e concreto incentivo

alla ‘dual career’, la formazione durante la carriera agonistica” - ha commentato Katia Serra, ex calciatrice della Nazionale italiana e Responsabile del settore femminile AIC. “Essere l’unico Ateneo in Italia ad aver istituito un percorso dedicato al mondo del calcio rappresenta una grande responsabilità, che interpretiamo con grande orgoglio e con un forte spirito di impegno sociale. L’obiettivo è quello di consolidare una “Cantera” per dirigenti e risorse tecnico-organizzative, quale privilegiata occasione per aggregare competenze innovative, in cui si formano, si incontrano e si confrontano i futuri professionisti di un settore nevralgico e ricco di opportunità”. Così Sergio Pasquantonio, Presidente dell’Università Telematica San

Raffaele che ha personalmente consegnato la borsa di studio ad una Giuliani emozionata, fotografia del calcio più bello, quello, come dice lei, “della passione da condividere, della voglia di dare, dell’orgoglio di essere”. Quello, a dirla come Venditti, che ci fa piangere e abbracciare ancora.

Incontro nella sede della Lega Pro

Calcio, un gioco da ragazze Si è svolto il 18 novembre scorso a Firenze l’incontro dal titolo “Calcio, un gioco da ragazze”, primo appuntamento, organizzato dalla Lega Pro in collaborazione con CalcioCity, per parlare non solo di calcio femminile, ma di calcio al femminile. Tante esperienze, il filo conduttore della “resilienza”, la voglia di costruire un futuro più moderno: l’evento è stato un momento di riflessione sul calcio femminile in generale, non solo quello legato alla Nazionale o a una squadra di club, ma tanti spunti di riflessione partendo dalle esperienze e dai ruoli che vedono protagoniste le donne, per un futuro sempre più rosa (in tutti i sensi), basato sul merito e la competenza. Presenti al dibattito Cristiana Capotondi (Vicepresidente della Lega Pro),

Ludovica Mantovani (Presidente Divisione Calcio femminile FIGC), Damiano Tommasi (Presidente AIC), Renzo Ulivieri (Presidente AIAC), Katia Serra (responsabile AIC settore calcio femminile), Patrizia Cottini (Segretario calcio femminile LND), Silvia Tea Spinelli (ex arbitro internazionale di calcio femminile e componente della Can D).

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di Pino Lazzaro

Mi ritorni in mente…

VISIONI MONDIALI /3: Stefania Tarenzi Terza puntata di questa nostra rubrica che parte sì con uno sguardo all’indietro, a quelle giornate francesi d’inizio estate, alle immagini/diapositive/altro ancora che le protagoniste del nostro Mondiale hanno per prime ben piantate nel cuore e nella mente, ma che vuole concentrarsi poi sul presente/futuro, a quelle che per forza di cose sono ora nuove responsabilità (e maggiori consapevolezze). Stefania, quali dunque le prime immagini/diapositive/sensazioni/magari suoni che hai dentro quando pensi a quei giorni del Mondiale di Francia? “Ancora adesso, quando penso al Mondiale, la prima cosa a cui penso, a cui rivado, è l’atmosfera che si respirava. Sì, per me era come vivere un sogno. Un’organizzazione pazzesca e trovarmici dentro è stato bellissimo. E pazzesco è stato per me rendermi conto come le cose siano cambiate da un giorno all’altro, cambiato tutto, io che nella mia vita e col calcio sono sempre stata abituata in un determinato modo… Tutta quella gente negli stadi, ancora quando ci penso mi ritrovo a sorridere. Dai, un ricordo bellissimo anche se non sono manca-

ti i momenti duri, anche tristi, ma insomma continuo e cerco di vedere le cose da un punto di vista positivo. Se poi devo per forza ricordare giusto un momento, un’immagine, allora vado al gol all’ultimo secondo di Bonansea (contro l’Australia; ndr): lì a urlare piena di gioia, lì a correre in campo, felicissima, anche perché con Barbara ho un buon rapporto. Un qualcosa che mi accompagnerà”. Ora e pure spesso si sente dire che per il calcio giocato dalle donne qui in Italia non sarà più come prima… “Mah, vediamo, un cambiamento c’è stato e per forza di cose continuerà. Quel che penso è che tocca a noi mantenerlo puro come è sempre stato. Le cose non possono che cambiare adesso, ci sarà più gente negli stadi, qualcosa di diverso da prima ci sarà, però quando dico puro penso al fair-play, all’atmosfera che c’è negli stadi dove andiamo a giocare, dovremo stare attente”.

Stefania Tarenzi è nata a Lodi nel febbraio del 1988 e cresce a Castiglione d’Adda (provincia di Lodi). Inizi all’oratorio, da subito una passione grande così per il pallone, bravi (di più) i genitori ad assecondarla. Arriva a giocare infine nella formazione femminile della Doverese (a Dovera, provincia di Cremona) e siamo allora in serie D. Passa poi al Mozzanica dove fa l’esordio in A2 ed è così parte del gruppo che conquista la promozione in serie A. Altri tre anni col Mozzanica e nell’estate del 2013 eccola al Brescia, formazione con cui in un quadriennio mette assieme due scudetti, due Coppe Italia e due Supercoppe. Dopo Brescia ha vestito le maglie di Sassuolo e ChievoVeronaValpo e dalla scorsa estate è con l’Inter. Con la maglia della Nazionale maggiore la prima convocazione (e l’esordio) è arrivata con Antonio Cabrini commissario tecnico, in occasione della Cyprus Cup del 2015. Il ritorno in azzurro è poi tre anni dopo, nel 2018, con Milena Bertolini c.t.; sinora (fine novembre 2019) sono 15 le sue presenze.

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Comunque sia, dal Mondiale è venuto proprio un bello scrollone, col risultato che un po’ dappertutto sono parecchie di più le ragazzine che si stanno ora avvicinando al pallone. “Sì, sì, lo si vede, l’ho notato anch’io e poi ho letto delle statistiche su quanto siano cresciute le iscrizioni. Un dato molto positivo: prima i genitori facevano fatica a portare le ragazzine al campo, ma dopo il Mondiale gli approcci sono cambiati e del merito abbiamo anche noi, spero e credo che qualcosa siamo riuscite a trasmettere. Basta stereotipi, basta cavolate, se una ragazzina vuole a giocare a calcio, se così si sente felice, lo fa, è semplice.


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E il tutto l’ho potuto provare sulla mia pelle, io che fin dall’asilo non facevo altro che correre dietro a un pallone e sono stata fortunata perché sono stati bravi i miei genitori, che vedendomi così appassionata, hanno subito deciso di portarmi alla scuola-calcio. Ci saranno più possibilità e sarà più facile. Beh, a dirla tutta mi sarebbe piaciuto anch’io a suo tempo godermi quel che sta succedendo da alcune stagioni. Ripenso ai sacrifici che ho fatto e come faccio a dimenticare quelli dei miei genitori? Sì, credo proprio che sarei stata molto contenta di poter arrivare “dopo”, però so che dobbiamo continuare a fare il nostro meglio per loro che verranno”. Un Mondiale vissuto così, da “calciatrice vera” (battuta comunque un po’… vera), ha magari cambiato pure il tuo approccio, ti ha in qualche modo cambiata come calciatrice? “Sì, mi sento cambiata, per forza lo sono. Come una consapevolezza diversa, anche di fondo una maggiore fiducia in me stessa. Io ero lì, io c’ero, evidentemente il motivo c’era, vuol dire che me lo meritavo ed è stata come una spinta in più, a credere ancor più in me, capita pure a volte di sottovalutarsi, no? Oltretutto ora vedo che sono pure conosciuta di più, capita spesso di fare delle foto con delle bambine, anche con i genitori: mi fa piacere anche se io, per il carattere che ho, mai e poi mai riuscirei a dire di no. È stata un’esperienza che mi ha fatto crescere sia sul campo che come mentalità, come dire, ancora più professionale, ancora più coinvolta in qualcosa che deve diventare realtà e normalità”. Una curiosità: quattro anni a Mozzanica, quattro anni a Brescia e poi via, tre squadre in tre anni. C’è magari il suo perché? “A Brescia era allora finita un’era. Eravamo un gruppo forte, in tutti i sensi: in campo, nello spogliatoio, fuori. Anni bellissimi e poi sono andata a Sassuolo, mi sono trovata bene e tra l’altro mica me lo potevo aspettare da subito un gruppo come quello che avevo lasciato. Poi è arrivata la chiamata di altre squadre, sono andata a parlarci ed è c’entrato molto l’istinto e sono

così andata a Verona. Anche lì mi sono trovata bene, una città poi molto bella, però l’idea dell’Inter mi affascinava e mi ha affascinato. Credo di poter dire che nei due anni che ho continuato a cambiare, quel che avevo in testa era la voglia di andare, di conoscere persone, non so bene perché”. Qualche idea sul famoso “dopo”? “Sicuramente penso che starò ancora nel mondo del calcio, stare senza pallone proprio non ci riesco, ma non è che abbia ora come ora un’idea precisa. Magari l’allenatore, forse, ma non lo so, dovrò “esplorare” alcuni lati del mio carattere. Quel che so, comunque, è che ci sarà ancora il pallone con me”.

Con il progetto #FACCIAMOGLIUOMINI

L’AIC tra i vincitori del premio “Semplicemente Donna” Venerdì 22 novembre scorso si è tenuto a Castiglion Fiorentino il Premio Internazionale “Semplicemente Donna”, manifestazione diventata negli anni un vero e proprio strumento di sensibilizzazione nei confronti di una tematica delicata e attuale come la violenza di genere. Tra i vincitori della VII edizione di questo importante riconoscimento anche l’AIC con #FACCIAMOGLIUOMINI, progetto rivolto alla prevenzione e al contrasto della violenza sulle donne. Grazie alle regole e al “rigore” dello sport, #FACCIAMOGLIUOMINI mira alla comunicazione preventiva e all’educazione dell’uomo, agendo anche su chi ha sbagliato, affinché prenda piena coscienza del gesto compiuto e possa riflettere sul proprio vissuto. Oltre all’AIC, hanno ricevuto il premio donne le cui storie parlano di sofferenza, ma anche di coraggio e riscatto. Donne che combattono quotidianamente per i propri diritti ed esempi femminili di rilievo come Suraya Pakzad, direttrice di Voice of Women Organization, la prima organizzazione femminile sorta nel regime post talebano; la diplomatica italiana

Elisabetta Belloni, e attuale segretario generale del Ministero degli Affari Esteri; la neuroscienziata castiglionese Susanna Rosi, la giornalista Monica Peruzzi e Cinzia Pennesi, una delle poche strumentiste italiane che ricoprono il ruolo, in ambito musicale, di direttore d’orchestra. Premiata anche la manager Luciana Delle Donne che con la sua Officina Creativa ha promosso l’azione imprenditoriale nei contesti carcerari, mentre Nicoletta Milione verrà insignita del riconoscimento “Donna Coraggio”. Conclude la lista il progetto “Mamma e bambino” che riceverà il premio speciale “SOS Villaggi dei bambini”.

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biblioteca AIC

di Pino Lazzaro

Angelo Gregucci versione “scrittore”

Un libro non è una cosa da poco “Di mio sono uno reticente e sono convinto che davvero non so quanto possa essere poi interessante quel che posso andar raccontando di me. Un libro non è una cosa da poco, per me un libro stampato diventa proprio di tutti e quel che mi ha convinto è stato il fatto che ho trovato in Fabrizio una persona che di me già sapeva tantissimo. Anzi, pure più di me a volte, perché ricordava fatti e sfumature che io stesso avevo accantonato. Avevo insomma davanti chi da ragazzino era tifosissimo di me, diciamo che mi vedeva come il suo “idolo” e allora – mi sono detto – solo con lui potevo arrivare a fare un libro: ne valeva la pena”. “C’è voluto più di un anno e mezzo, all’inizio io ero pure in Russia, ci si vedeva quando capitava. Sono convinto che rendo meglio, che sono più penetrante parlando di persona, meglio ancora se a quattrocchi: ne abbiamo fatti 7-8 di incontri, si registrava, si aggiungevano particolari, si correggeva, è andata così. Il mio presente? Beh, non lo so, non lo so. Questa maledetta passione c’è sempre e sì, se arriva una

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buona chiamata, tornerò in panchina. Sinora non ero mai stato fermo, però andare giusto per andare no, l’esperienza serve. Se invece sarà qualcosa di serio e che mi ispira, allora dirò sì, anche perché non sarebbe rispettoso nei confronti del calcio che tanto mi ha dato, se non provassi a dare tutto quello che posso ai giovani”. Nella casa di San Giorgio Ionico dove sono cresciuto, regnava e regna tuttora un ordine famigliare di stampo matriarcale. È Rosa, mia madre, a imperversare e a stabilire tutto quello che c’è da fare. Una donna decisa e assai poco incline a cambiare opinione. È lei la guida di Casa Gregucci. Poi c’è lui, Francesco – per tutti quelli che lo conoscono è Ciccio o Ciccillo – una persona discreta, semplice, composta, ricca di valori. Instancabile lavoratore, uomo leale e onesto. E in questa mia sintetica descrizione, credo ci sia tutta l’essenza di mio padre. Nel gergo comune, una persona d’altri tempi, anche se lui a quei tempi appartiene. Fin da ragazzo, ho scelto mio padre come esempio per la mia esistenza e anche se la vita e il destino ci hanno diviso molto presto, nei momenti fondamentali e nelle decisioni importanti ho avuto sempre il suo comportamento come mio unico e imprescindibile riferimento. Sei un padre meraviglioso. Oggi, più che mai, mi rendo conto della fortuna e del privilegio che ho ad avere un padre come te. E avere un padre come te, sempre al suo posto, riservato, rispettoso, è il migliore augurio che io possa fare a un giovane ragazzo che voglia – come volli io – intraprendere la professione di calciatore. Non troverò mai (perché non esistono) le parole per ringraziarti. Questo libro è dedicato a te. Tuo figlio Angelo Adamo


biblioteca AIC

Angelo Adamo Gregucci con Fabrizio Sapia

L’incipit

Dedica a mio padre Sfogliando … (pag. 25) A San Giorgio, la vita di un fanciullo di sei anni, otto anni ma anche di dodici anni era sintetizzabile in pallone, pallone, pallone, scuola, pallone, pallone, pallone… (pag. 28) Per portarci al campo provinciale, ci infilavamo anche in nove nella macchina del professor Leo. Due nel cofano, sei sui sedili dietro, uno davanti… (pag. 45) Mio padre veniva a vedermi giocare e quasi si nascondeva per non alimentare in me alcuno stress prestazionale. L’ho apprezzato soprattutto dopo, tutto questo. Lì per lì non ci facevo molto caso. L’ho capito negli anni, quanto mio padre non volesse alterare in alcun modo non solo il corso della mia vita calcistica ma anche solo la resa di una singola partita. Mi chiedo spesso con genitori diversi come sarebbe andata a finire… (pag. 136) Anche per me si mormorò di un interessamento della Juventus. Dino Zoff mi avrebbe voluto a Torino ma non se ne fece nulla. E neanche io mi mossi per svolgere qualche approfondimento. Non avevo ancora un procuratore e in quella prima stagione in A guadagnavo cinque milioni al mese. Avrei potuto andare a prenderne da subito molti di più. Ma avevo occhi, testa e cuore solo per la Lazio… (pag. 150) Così, il lunedì mattina arriva una telefonata a casa. “Buongiorno signora, sono il commissario tecnico della Nazionale italiana Azeglio Vicini, vorrei parlare con suo marito…”.

“Sì, e io sono Carla Fracci”, rispose imprudentemente mia moglie Daniela, prima di attaccare il telefono. Ma quel punto il paziente Vicini richiamò e stavolta Daniela, capendo che non si trattava di uno scherzo, si scusò e me lo passò. Eh già, ero stato convocato dalla Nazionale italiana… (pag. 198) Ancelotti ha “altre cose” rispetto a tutti gli altri esseri umani. Esattamente come Roberto Mancini. Sono speciali, c’è poco da fare. Per ragioni diverse, con prerogative e peculiarità completamente differenti, in alcuni casi perfino divergenti, opposte. Ma in entrambi, il carisma, la personalità, oserei dire il karma, hanno travalicato la loro competenza e la loro qualità tecnica e professionale. Sono allenatori “oltre”… (pag. 214) Nel mio lavoro, non ho mai badato troppo alla categoria. Ho sempre prediletto la serietà, la programmazione, le intuizioni, il desiderio di innovare. Laddove fiutavo che ci fosse competenza, lungimiranza, idee vere e non progetti insipidi e stantii, mi buttavo… (pag. 257) Mi viene bene far credere che la normalità può battere la straordinarietà. È la rappresentazione, la sintesi, la summa della mia esistenza. Un giocatore normale ma che in campo con perseveranza, serietà, ambizione, sogno è arrivato lontano, più lontano di dove madre natura e padre talento potevano ragionevolmente portarlo. Se tu non sogni, non vinci. Se non sogni di giocare contro Maradona, contro Maradona non ci giochi.

I COLORI DEI MIEI SENTIMENTI

Prefazione di Eugenio Fascetti ultra sport

Angelo Adamo Gregucci è nato a Taranto (giusto per l’ospedale) nel giugno del 1964 ma è San Giorgio Ionico il “suo” paese, è lì dov’è cresciuto. Dopo le giovanili con la Stella Ionica San Giorgio, passa quindicenne al Taranto con cui fa l’esordio in prima squadra dapprima in Coppa Italia e poi in campionato (in C1, stagione 81/82). Ha poi vestito le maglie di Alessandria (C2), della Lazio (sette stagioni, due di B e cinque di A, iniziate dunque dalla serie B – pure quell’anno con sette punti iniziali di penalizzazione – e conclusesi col ritorno in Europa), del Torino (A) e della Reggiana (quattro campionati, in altalena tra A-B-A-B). Con nessuna presenza in azzurro, vanta però due convocazioni con la Nazionale maggiore tra la fine del 1990 e l’inizio del 1991, con Vicini commissario tecnico. Come allenatore inizia da vice alla Reggiana, diretta poi in prima persona e dopo essersi seduto sulla panca della Viterbese, condivide da vice allenatore l’esperienza con la Fiorentina di Roberto Mancini, con cui avrà modo in seguito di lavorare sia al Manchester City che all’Inter, poi allo Zenit San Pietroburgo e infine con la Nazionale italiana. Nel mezzo, eccolo da “mister” via via con Legnano, Venezia, Salernitana, Lecce, Vicenza, Atalanta, Sassuolo, Reggina, ancora Salernitana, Casertana, Alessandria e in ultimo nuovamente la Salernitana (da dicembre 2018 a maggio 2019), dopo la rescissione consensuale del legame che aveva con la Nazionale. Manager delle risorse umane, romano, tifosissimo della Lazio (di più), Fabrizio Sapia dopo le lauree in Scienze Politiche e in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni, si è specializzato in Diritto del Lavoro, della Sicurezza Sociale e delle Relazioni Sindacali. Dopo un lungo periodo presso le Ferrovie dello Stato Italiane, e successivamente in un Gruppo italiano di investimenti e partecipazioni industriali, dall’ottobre del 2019 è l’HR Director del Gruppo Defence Tech, una Holding di Tecnologie per la Difesa e per la Cyber Security.

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fifpro

di Filippo Corti

Dal 12 al 14 novembre scorso

Congresso FIFPro 2019 a Sydney Si è svolto a Sydney, Australia, nei giorni 12/14 novembre scorso il Congresso generale della FIFPro, la federazione mondiale dei sindacati dei calciatori che rappresenta circa 65.000 atleti. Ai lavori hanno partecipato i delegati di circa 70 paesi membri a pieno titolo, candidati membri ed osservatori. Presentiamo a seguire un breve riassunto dei punti più significativi. Nuovo SG FIFPro Dopo 28 anni Theo van Seggelen, l’olandese storico segretario generale della FIFPro, lascia la carica operativa e gestionale più importante del sindacato mondiale. La sua professionalità e il suo carisma, aggiunti a doti umane e di empatia poco comuni, saranno difficilmente sostituibili ma la sua eredità è comunque in buone mani, nella persona del tedesco Jonas Baer-Hoffmann, da alcuni anni stretto collaboratore di van Seggelen e quindi nella posizione ottimale per continuarne l’attività. Baer-Hoffmann, nell’ottica di professionalizzare e razionalizzare sempre di più la struttura e l’operatività FIFPro, sarà affiancato da due vice, i Deputy General Secretary Stephan Burkhalter (Francia) e Simon Colosimo (Australia). Ingresso nuovi sindacati I sindacati di Corea del Sud e Turchia sono diventati ufficialmente membri di FIFPro, mentre i sindacati di Polonia ed Islanda sono stati ammessi nella FIFPro come candidati membri. Le associazioni di Namibia ed Ecuador rimangono invece sospese in attesa che venga accertato se saranno in grado di soddisfare nuovamente i requisiti minimi previsti dallo statuto associativo. Riforma del sistema dei trasferimenti Gli importi che le società formatrici ricevono a titolo di contributo di solidarietà ammontano o di indennità di formazione (training compensation) sono

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molto inferiori al dovuto e, soprattutto, a quanto incassano gli agenti/intermediari/procuratori che dir si voglia. In sintesi, ai sensi dell’art. 20 del Regolamento FIFA, per indennità di formazione si intende il periodo di formazione di un calciatore tra i 12 e i 23 anni e l’importo è esigibile, come regola generale, fino all’età di 23 anni per la formazione sportiva ricevuta fino all’età di 21 anni. L’indennità di formazione è dovuta: a) quando il calciatore sottoscrive il suo

primo contratto professionistico; b) ad ogni trasferimento (durante o alla scadenza del contratto) fino alla stagione in cui compie 23 anni e comunque in funzione dello status del giocatore, ossia da dilettante a professionista o da professionista a professionista. Invece, il meccanismo di solidarietà (art. 21) prevede che se un calciatore professionista si trasferisce durante il periodo di validità di un contratto, una quota (5%) dell'eventuale indennità versata al club precedente, ad eccezione di quella di formazione, debba essere distribuita alla o alle società che abbiano partecipato alla formazione del giocatore. L’obiettivo della FIFA è quindi quello di


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implementare, condividendolo con FIFPro e con le altre componenti (ECA, ecc.), una riforma strutturale del sistema basata su alcuni punti fermi: • un Regolamento agenti, in via di pubblicazione, che superi la deregulation del 1° aprile 2015 per porre invece precisi paletti all’attività di assistenza dei calciatori (percentuale massima del 3% sull’importo contrattuale, del 10% su quello del trasferimento; esame d’accesso; albo federakle; ecc.); • rendere effettivo il contributo di solidarietà creando la c.d. clearing house, l’equivalente di una camera di compensazione, in modo da rendere quasi automatica la percezione degli importi dovuti, che ad oggi invece dipende da troppe variabili; • introduzione del TMS obbligatorio a livello domestico, cioè l’informatizzazione di tutti i trasferimenti anche a livello nazionale; • regolamentazione e drastica riduzione dei trasferimenti temporanei, dapprima ea livello internazionale, in seguito anche in ambito domestico; • applicazione – già recepita in Italia - del contributo di solidarietà ai trasferimenti domestici aventi dimensione internazionale. Calcio Femminile Con l’obiettivo di rafforzare la struttura mondiale che possa permettere a livello nazionale di creare un ambiente e una comunità sempre più appropriate al riconoscimento e alla tutela dei diritti delle calciatrici di tutto il mondo, FIFPro ha nominato “Chief Womens Football Officer” Amanda Vandervort, ex calciatrice americana. Oggi più di 2/3 dei membri di

FIFPro rappresenta le calciatrici. Global Player’s Council In occasione del Congresso di Sidney sono stati presentati ufficialmente i primi lavori del “Global Players Council” la cui principale finalità strategica è quella di creare unanimità di voce della categoria in accordo con FIFPro, rafforzare la struttura dei calciatori, legittimarne il ruolo. A sposare il progetto di FIFPro diversi grandi campioni tra cui Vincent Kompany, già capitano dell’Anderlecht e della nazionale belga e anche il “nostro” Giorgio Chiellini, capitano della Nazionale e della Juventus e membro del Consiglio Direttivo AIC. Social Responsability Anche nel 2019, un grande successo la Homeless World Cup organizzata in Galles a Cardiff con la partecipazione di più di 500 “calciatori” provenienti da più di 50 paesi. In questa edizione dell’evento patrocinato sotto l’egida FIFPRo si è registrata una partecipazione più importante dei sindacati na-

zionali. A Sidney è stato presentato e consegnato il premio “Merit Award” a Joanna Omolo, calciatore keniano del Cercle Brugge (Serie A belga), per un progetto di costruzione di scuole e formazione ai giovani di Dandora, sobborgo di Nairobi. Grandi sono i problemi legati alle difficoltà di salute e assenza di mezzi per garantire i beni primari alle future generazioni in quella parte della capitale keniana. Tra i cinque candidati che hanno partecipato anche il “nostro” Luca Rossettini, membro del Consiglio Direttivo di AIC e calciatore del Lecce con il progetto Goal for Uganda.

Gli Agenti nei trasferimenti internazionali 2019 Come da consolidata tradizione, agli inizi di dicembre la FIFA ha reso noto alcun i dati interessanti che riguardano il rapporto tra gli intermediari ed i trasferimenti internazionali. La statistica copre il periodo che va dal 1° gennaio all’1 dicembre 2019, per un totale di 3.358 trasferimenti internazionali e di un importo derivante dalle attività di intermediazione effettuate pari a 653,8 milioni di dollari (USD). Vediamo a seguire alcuni dei dati più significativi. • I club acquirenti hanno utilizzato degli intermediari per 1.307 trasferimenti, pari al 7,3% del totale. • I club cedenti hanno utilizzato degli intermediari per 395 trasferimenti, pari al 6,2% del totale. • L’importo relativo alle attività di intermediazione pagato dai club, cessionari e cedenti e quindi non dai calciatori, è pari alla cifra record di 653,8 milioni USD, il 19,2% in più rispetto al 2018. • Il 95,7% dell’importo sopra citato è stato speso da società europee. • Più nel dettaglio, l’80,1% è stato speso da

società appartenenti a soli 6 paesi: Inghilterra, Italia, Germania, Portogallo, Spagna e Francia. • L’Italia è al primo posto in classifica, con 130,5 milioni USD, davanti all’Inghilterra con 103,6; la Spagna, dominatrice delle ultime edizioni delle competizioni europee, conferma il quinto posto della scorsa stagione con 75 milioni. • Il numero dei trasferimenti internazionali nei quali il calciatore è stato rappresentato da intermediari è di 3.358 (su 17.896), pari al 19,9% del totale. • I trasferimenti che hanno riguardato il calcio femminile sono stati 828 (695 nel 2018), 242 dei quali - per una percentuale pari al 29,2% - hanno visto la presenza di un intermediario. • Agli intermediari che hanno operato in rappresentanza dei club cessionari, 51 contro i 24 del 2018, sono stati versati 242.000 USD, contro i 79.993 USD del 2018. • Il numero dei trasferimenti internazionali nei quali la calciatrice è stata rappresentata da intermediari è di 209, pari al 25,2% del totale.

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calcio e legge

di Stefano Sartori

Questo mese parliamo di…

Vincolo di giustizia Un recente comunicato ufficiale della FIGC, il n° 47/AA dell’8 agosto 2019 (la sigla AA denota i procedimenti disciplinari che si concludono con un patteggiamento ex art. 32 sexies del Codice di Giustizia Sportiva), ci fornisce un interessante precedente in tema di vincolo di giustizia e violazione della clausola compromissoria. L’art. 30 dello Statuto FIGC, - Efficacia dei provvedimenti federali, vincolo di giustizia e clausola compromissoria -, prevede quanto segue ai commi 1, 2 e 4: • 1: “I tesserati, le società affiliate e tutti i soggetti, organismi e loro componenti, che svolgono attività di carattere agonistico, tecnico, organizzativo, decisionale o comunque rilevanti per l’ordinamento federale, hanno l’obbligo di osservare il presente Statuto e ogni altra norma federale e degli organismi internazionali a cui la FIGC è affiliata”. • 2: “I soggetti di cui al comma precedente, in ragione della loro appartenenza all’ordinamento settoriale sportivo o dei vincoli assunti con la costituzione del rapporto associativo, accettano la piena e definitiva efficacia di qualsiasi provvedimento adottato dalla FIGC, dalla FIFA, dalla UEFA, dai suoi organi o soggetti delegati, nelle materie comunque riconducibili allo svolgimento dell’attività federale nonché nelle relative vertenze di carattere tecnico, disciplinare ed economico” • 4: “Fatto salvo il diritto ad agire innanzi ai competenti organi giurisdizionali dello Stato per la nullità dei lodi arbitrali di cui al comma precedente, il Consiglio Federale, per gravi ragioni di opportunità, può autorizzare il ricorso alla giurisdizione statale in deroga al vincolo di giustizia. Ogni comportamento contrastante con gli obblighi di cui al presente articolo, ovvero comunque volto a eludere il vincolo di giustizia, comporta l’irrogazione delle sanzioni disciplinari

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stabilite dalle norme federali”, In sostanza, il c.d. vincolo di giustizia prevede che, come regola generale e salvo autorizzazione rilasciata dal Consiglio federale, le controversie tra soggetti si risolvano obbligatoriamente a livello endofederale, pena l’irrogazione di severe sanzioni. In particolare, l’art. 34 del Codice di Giustizia Sportiva, prevede al comma 1 che “I soggetti tenuti all'osservanza del vincolo di giustizia di cui all'art. 30, comma 2 dello Statuto, ove pongano in essere comportamenti comunque diretti alla elusione o alla violazione del predetto obbligo, incorrono nell'applicazione di sanzioni non inferiori: alla penalizzazione di almeno tre punti in classifica per le società; alla inibizione o squalifica non inferiore a sei mesi per i calciatori e per gli allenatori nonché ad un anno per tutte le altre persone fisiche.” Inoltre, in aggiunta alle sanzioni indicate al comma 1, deve essere irrogata una ammenda nelle seguenti misure: lettera e): da € 10.000,00 ad € 50.000,00 per le persone fisiche appartenenti alla Lega Serie A e alla Lega Serie B; f) da € 5.000,00 ad € 50.000,00 per le persone fisiche appartenenti alla Lega Serie C; g) da € 500,00 ad € 20.000,00 per le persone fisiche appartenenti al settore dilettantistico. Nella fattispecie di cui al CU 47/AA un calciatore, all’epoca dei fatti calciatore non professionista, in violazione dell’art. 1 bis, comma 1, del Codice di Giustizia Sportiva in relazione all’art. 30, comma 1 e 4, dello Statuto FIGC, veniva deferito per aver presentato, eludendo il vincolo di giustizia, al Giudice di Pace di Torre Annunziata un ricorso per Decreto Ingiuntivo nei confronti della società FCD Rossoblù Potenza e ciò in assenza di formale autorizzazione da parte del Consiglio Federale della FIGC. Ebbene, il calciatore chiedeva l’applicazione della sanzione ex art. 32 sexies

del codice di giustizia sportiva, il c.d. “patteggiamento”, richiesta alla quale acconsentivano sia la procura federale che il Presidente FIGC, che non formulava alcuna osservazione. Risultato: irrogazione della sanzione di tre mesi e quindici giorni di squalifica per il calciatore, invero sopportabile se si considera che, forse per la prima volta, un tesserato – e quindi non un procuratore sportivo – per ottenere il recupero di importi pattuiti ma non corrisposti dalla società ha presentato un ricorso per decreto ingiuntivo. Un precedente che, allo stato, è senz’altro meritevole di segnalazione.


calcio e legge

di Alfredo Giaretta

Data dalla Corte d’Appello Federale

Art. 95.2 NOIF: l’ultima interpretazione Importantissimi risvolti pratici presenta la decisione della Corte d’Appello Federale (di seguito CFA) pubblicata nel Comunicato Ufficiale n. 87 del 10.04.2019 in tema di tesseramenti multipli nell’arco della stessa stagione sportiva. In merito la norma di riferimento è l’art. 95 comma 2 delle NOIF secondo il quale “nella stessa stagione sportiva un calciatore/calciatrice può tesserarsi, sia a titolo definitivo che a titolo temporaneo, per un massimo di tre diverse società ma potrà giocare in gare ufficiali solo per due delle suddette società”.

La pronuncia della CFA è frutto del ricorso presentato da un calciatore per la modifica della decisione presa dal Tribunale Federale Nazionale (di seguito TFN), e pubblicata nel Comunicato Ufficiale n. 13 del 01.02.2019. Il calciatore, nel primo grado di giudizio, agiva chiedendo l’annullamento del tesseramento per una società dilettantistica disposto poiché risultava essere il quarto tesseramento nella stessa stagione. In tale sede il ricorrente esponeva che uno dei tre tesseramenti precedenti era da considerarsi come un “nulla di fatto” essendo stato non operativo sotto tutti i

profili in virtù dell’intervenuto svincolo d’autorità di tutti i calciatori prima che venissero effettuate sia visite mediche che test tecnici. I giudici del TFN rigettavano il ricorso, pur constatando la veridicità di quanto esposto dal calciatore, basando la propria decisione su una lettura dell’art. 95.2 NOIF esclusivamente secondo il tenore letterale senza valutare l’effettività dei tesseramenti. In appello il calciatore riproponeva i medesimi argomenti per far sì che l’ultimo tesseramento depositato venisse dichiarato efficace ed i giudici della CFA riconoscevano la loro validità sulla base di un importantissimo nuovo principio di diritto. Partendo dal presupposto che l’art. 12 delle disposizioni preliminari del codice civile obbliga a non soffermarsi sul tenore letterale delle norme, preferendo un’interpretazione di tipo “logico” delle stesse, i giudici arrivano ad una conclusione opposta a quella contenuta nella decisione del TFN impugnata. In tema di limite massimo di trasferimenti nell’arco della stessa stagione sportiva, affinché un tesseramento possa costituire un limite all’attività del calciatore, occorre che questo sia valido ma anche efficace nel senso che conceda al giocatore di svolgere la propria attività. In poche parole, quindi, non conta il mero numero di tesseramenti effettuati ma conta, ai fini della limitazione posta dall’art. 95.2 NOIF, il numero dei tesseramenti che hanno avuto efficacia sotto il profilo dell’attività sportiva del calciatore. Sulla base di tale conclusione i giudici della CFA, valutando totalmente inefficace sotto il profilo dell’attività svolta dal calciatore il tesseramento revocato d’autorità, ha annullato la decisione impugnata e dichiarato la validità di quello che, secondo i numeri, era il quarto tesseramento nella stessa stagione.

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di Fabio Appetiti

Intervista alla Senatrice Donatella Conzatti

Una legge di bilancio per la parità, lo sviluppo e l’ambiente Da questo giornale, con l'intervista al SenatoreTommaso Nannicini, è partita l’idea di intervenire nella legge di bilancio 2020 per favorire il passaggio al professionismo delle sportive e delle calciatrici italiane. Una idea che ha portato al risultato vincente di una decontribuzione totale, con uno stanziamento di 11 milioni in tre anni, per tutte le società e le federazioni che stipuleranno contratti con le atlete. Un passo decisivo che rimuove alibi e dubbi per tutti. Tra le prime firmatarie insieme alla Senatrice Matrisciano, la Senatrice Donatella Conzatti, tenace parlamentare trentina da sempre impegnata sui temi della parità di genere e della lotta alla violenza sulle donne. A lei va il nostro ringraziamento. Ora è solo questione di tempo, ma il timer del professionismo femminile è partito e nessuno potrà più fermarlo. Cominciamo questa intervista dalle sue ultime scelte personali e politiche legate al nuovo partito di Matteo Renzi, Italia Viva. Quali sono state le principali motivazioni che l'hanno spinta a questa scelta? “Una scelta naturale per me, un ritorno a casa. Mi sono formata politicamente in Provincia autonoma di Trento militando in partiti autonomisti di area popolare e liberale. A livello nazionale mi sono candidata alle politiche 2013 per Scelta Civica, senza essere eletta, ma sono rimasta in Direzione nazionale ed abbiamo sostenuto il Governo Renzi. Politicamente strana è stata piuttosto la mia candidatura nel collegio uninominale di centrodestra, dipesa quasi unicamente da scelte territoriali. Ser-

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viva un candidato forte e moderato, hanno scelto me. Una volta a Roma l’antieuropeismo e le scellerate scelte economiche leghiste mi hanno indotta a dichiarare le distanze”. Si sta concludendo in questi giorni la maratona della legge di bilancio. Di alcuni provvedimenti parleremo in concreto ma complessivamente si ritiene soddisfatta della manovra? “È una manovra discreta ma che ha il grande pregio di aver sterilizzato le clausole di salvaguardia IVA. 23 miliardi su 30 di manovra sono stati impiegati per evitare che le famiglie avessero un incremento di spese medie annue di 500 euro, dovute appunto all’incremento dell’IVA già deciso dal Governo prece-

dente. È una manovra che compie delle scelte strategiche verso un Paese più Green e più paritario. Nel complesso va ammesso che dalle pretese di “pieni poteri” di luglio ad oggi abbiamo fatto passi avanti importanti: rassicurando gli investitori e riducendo così lo spread, migliorando gli indicatori economici e pacificando il paese”. Si può dire che è stata una legge di bilancio che ha sposato il principio della parità di genere in vari ambiti? Dall’emendamento a sua firma sulle donne presenti in Cda a quello sugli sgravi fiscali alle atlete. “Sì, l’idea che l’assenza di parità tra uomini e donne crei distorsioni macroscopiche e macroeconomiche ha accomunato tutta la maggioranza. Quindi sono state approvate molte proposte di Italia Viva per dare alle donne l’opportunità di lavorare, di realizzarsi e di liberarsi dalla violenza domestica. Penso alle norme del Family Act sul congedo di paternità obbligatorio, ai bonus per asili, ai fondi per costruire e ristrutturare asili e centri polifunzionali partendo dalle aree d’Italia meno dotate che ribadiscono come sia lo Stato a dover offrire i servizi di cura e non le donne. Penso ai corsi all’educazione al rispetto nelle scuole a partire dalle primarie per crescere generazioni che riconoscono


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e rispettano il valore dell’altro. Penso al finanziamento del Piano operativo per il contrasto alla violenza di genere e ai Fondi a favore degli orfani delle vittime di femminicidio. E poi le norme per le donne ai vertici, donne che possono fare molto per le altre donne e per disegnare una società più sostenibile anche sul fronte della conciliazione: abbiamo innalzato la presenza femminile nel Consiglio nazionale della ricerca e nei Cda e Collegi delle società quotate. Resta ancora lavoro da fare per permettere a più donne di lavorare e di avere redditi uguali, a parità di competenze, ai colleghi uomini e l’orizzonte pluriennale di questo Governo ci permetterà di realizzare altri obiettivi”. Spieghiamo in concreto quello meglio chiamato come #emendamentonannicini (il senatore è stato intervistato nel precedente numero de "Il calciatore" ndr) per avviare le atlete al professionismo che porta anche la sua firma e quello della senatrice Matrisciano. Un successo di tutto il Governo e di tutte le calciatrici, un passo concreto verso il professionismo. “È un emendamento importante che ho sottoscritto con convinzione perché un mio disegno di legge sullo stesso tema era fermo da troppo tempo in commissione ed era necessario accelerare. Abbiamo introdotto uno sgravio contributivo triennale per le Federazioni che garantiscono maggiori tutele contrattuali alle sportive. Un passo avanti verso il tanto atteso professionismo femminile. Va sfatato il falso pregiudizio che lo sport femminile non generi ritorni, abbiamo sotto gli occhi non solo i successi in campo e in pista delle nostre atlete, ma anche quelli di audience”. Lei è anche membro della Commissione Femminicidio in Senato. In occasione del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sul-

le donne, ha incontrato il Presidente del Consiglio Conte. Cosa è emerso da quell'incontro? “Il Presidente Conte ci ha ascoltato con grande attenzione e si è dichiarato disponibile a sostenere anche i progetti più innovativi della Commissione d’inchiesta sul femminicidio, a partire dal condividere che la violenza sulle donne è un problema maschile e che quindi vanno accreditati e finanziati i Centri per la rieducazione degli uomini maltrattanti. Con il Presidente abbiamo inoltre attivato un percorso di visite nelle scuole per parlare di parità, di rispetto. Siamo tutti consapevoli che la violenza sulle donne trova le sue basi in una sperequazione di ruolo, di libertà e di potere tra uomini e donne e quindi il grande investimento deve essere fatto sul fronte culturale”. AIC con il progetto #facciamogliuomini ha avviato una importante campagna sul tema della violenza sulle donne e ricorderà senz'altro la emozionante giornata di Coverciano a cui lei ha partecipato, con circa 100 calciatori ad ascoltare. Cosa le è rimasto di quella giornata? “Coverciano è stata un’esperienza unica. Troppo spesso quando si parla di violenza ci si ritrova tra donne, con relatrici e pubblico femminili. Invece è fondamentale dirsi che sono gli uomini, nella quasi totalità dei casi, ad agire violenza e che quindi la comprensione della dinamica, il riconoscere cosa è conflitto e cosa è violenza, il saper gestire la rabbia, il comprendere che le relazioni sane non possono basarsi sul possesso, riguarda soprattutto gli uomini. A Coverciano abbiamo non solo dialogato con gli uomini, ma questi atleti straordinari si sono messi in discussione per parlare agli altri uomini anche violenti. Per questo il progetto #facciamogliuomini è molto importante e straordinario è anche l’effetto emulazione che ha generato: molti giornalisti, speaker

radiofonici, registi, club service, politici si sono messi in azione per dire basta alla violenza sulle donne”. Per chiudere, da Senatrice del trentino, due parole sulla candidatura olimpionica Milano-Cortina 2026. Sui grandi eventi sportivi spesso c'è chi li teme e chi li vede come grande opportunità di sviluppo... Lei da che parte sta? “Ho da sempre sostenuto la candidatura del Trentino Alto Adige con Milano e Cortina alle Olimpiadi invernali 2026. Il nostro territorio è una palestra a cielo aperto che ha sposato da tempo la cultura della sostenibilità ambientale. Tutte le strutture già presenti sono progettate per mimetizzarsi nella natura: penso al trampolino della Val di Fiemme o alla pista di pattinaggio di Baselga di Pinè. Il progetto stesso con il quale abbiamo vinto l’assegnazione garantisce questi valori. Per il resto sarà una straordinaria occasione di investimenti infrastrutturali, sostenuti da importanti risorse (1 miliardo in 6 anni) stanziate nella Manovra di Bilancio approvata ieri in Senato, e un evento di contaminazione culturale. Sposo entrambe le visioni, so che una crescita sostenibile è possibile”.

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primo piano Mondiale Under 17 in Brasile

Un grande segnale di crescita È già da un po’ che il Mondiale U17 brasiliano è andato in archivio. Per i nostri un accesso ai quarti che mancava esattamente da dieci anni, dal 2009: allora venimmo sconfitti per 2 a 1 dalla Svizzera che poi vinse quella edizione, battendo in finale la Nigeria, allora il Paese ospitante. Un copione, per quel che ci riguarda, che si è ripetuto in questo 2019: a eliminarci il Brasile che è poi arrivato al titolo battendo in finale il Messico per 2 a 1, quello stesso Brasile che non avendo superato il proprio turno di qualificazione, nemmeno doveva esserci al Mondiale. Il torneo infatti doveva svolgersi in Perù, appuntamento poi mancato perché non erano stati assolti i requisiti organizzativi richiesti e Brasile che viene così ripescato quale nuovo paese organizzatore. Torniamo dunque al nostro accesso ai quarti, che vuol dire essere arrivati tra i primi otto al mondo. Un ulteriore segnale di crescita del nostro movimento giovanile azzurro, confermato pure dalla scalata al ranking fatta in questi ultimi tempi dall’U17, passata dal 19° posto al 4° (stesso gradino a cui è giunta ora pure l’U19, si tratta in tandem di una prima volta assoluta). A bocce ferme abbiamo pensato dunque di tornare al Mondiale brasiliano, attraverso le valutazioni/riflessioni di Maurizio Viscidi, il coordinatore delle squadre giovanili nazionali e di Gianfranco Serioli, capodelegazione della “spedizione”. Maurizio Viscidi (coordinatore squadre giovanili nazionali)

“Meno talenti, più organizzazione” c’è dunque sempre un legame stretto con quella che è la cultura di un Paese e questo vale per tutti), ma che dimostrano ancora poca potenza. Squadre belle da vedere, ma che negli ultimi sedici metri faticano e molto. Europa e Sudamerica: l’impressione è che la tendenza sia quella di una sempre maggiore orgacon un Obiettivo: fare in modo di crescere nizzazione, calcio però un po’ dei calciatori “pensanti” meno ricco di talenti. Penso al Brastati probabilmente, dopo tutte le “voci” sile, alla partita che abbiamo perso pur del passato, i controlli sull’età anagrafiavendo le nostre occasioni, dove siamo ca svolti da tutte le nazioni attraverso stati in difficoltà sul piano dell’intensila risonanza magnetica del polso. Fortà di gioco, non per una diversa qualimazioni africane che non sono più così tà dei giocatori. Dunque, in generale, come prima e che continuano a far fatiun complessivo arretramento tecnico, ca sul piano del collettivo. con sempre meno talenti e squadre Asia: grandi collettivi, penso in partisempre più organizzate e intense”. colare all’ordinatissimo Giappone (e Cosa ha detto questo Mondiale brasiliano? “Beh, pensando un po’ ai continenti, giusto sintetizzando, posso intanto dire che l’Africa – loro che a livello giovanile molto spesso hanno dettato legge – ora non sovrasta più, specie a livello fisico, tutti gli altri. Devo dire che decisivi sono

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di Pino Lazzaro


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Quali gli indirizzi su cui insistere per noi? “Secondo me sul piano tattico non ci sono poi troppi margini di ulteriore miglioramento, dove invece si deve insistere è sul piano tecnico e su quello dell’intensità. Aggiungo poi un altro obiettivo, per me decisivo: quello di puntare sulla capacità decisionale del ragazzo. Al di là degli schemi e dei numeri, concentrarsi sulla capacità del giocatore di risolvere le situazioni. Uso un’etichetta: fare in modo di crescere dei calciatori “pensanti”. Non fermarsi a io do la palla a te, tu la giri di là eccetera, quanto ricercare risposte intelligenti sul campo, sempre avendo come finalità il proporre un calcio propositivo. Non più insomma un calcio passivo, tutti ben dietro e contropiede, un tipo di calcio che a mio modo di vedere non è nell’indole di un giovane di adesso. Tutti dietro e contropiede significava il saper soffrire dietro ed essere furbi davanti: caratteristiche non proprie degli attuali ragazzi che per me sono ragazzi intelligenti, così poi legati ai social. Penso sia così più facile con loro proporre e insegnare un calcio propositivo”.

Gli Azzurrini in Brasile Portieri: Manuel Gasparini (Udinese), Marco Molla (Bologna), Filippo Rinaldi (Parma); Difensori: Christian Dalle Mura (Fiorentina), Francesco Lamanna (Cremonese), Lorenzo Moretti (Inter), Alessandro Pio Riccio (Juventus), Matteo Ruggeri (Atalanta), Lorenzo Pirola (Inter), Destiny Udogie Iyenoma (Hellas Verona), Tommaso Barbieri (Novara); Centrocampisti: Riccardo Boscolo Chio (Inter), Andrea Capone (Milan), Michael Brentan (Sampdoria), Samuele Giovane (Atalanta), Gaetano Pio Oristanio (Inter), Simone Panada (Atalanta), Franco Tongya Heubang (Juventus); Attaccanti: Lorenzo Colombo (Milan), Nicolò Cudrig (Monaco), Wilfried Degnand Gnonto (Inter).

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Gianfranco Serioli (capodelegazione U17)

“Un gruppo esemplare” Il comportamento del gruppo? “Beh, dico intanto che erano ventuno ragazzi, tre settimane in hotel – e diventano quattro se mettiamo in conto pure la settimana passata prima a Cesenatico – con giornate scandite da allenamenti, riunioni tecniche e informative Fifa su temi quali il doping, le scommesse, il fair play, le nuove regole in campo, gli arbitri eccetera. Per un mese intero sempre e solo calcio e mai, dico mai, ci sia stato un mezzo problema. Diligenti a tavola, mai un ritardo: sì, dei bravi ragazzi come si suol dire ed è un merito questo proprio legato allo sport, al rispetto delle regole, del gruppo. Qui poi c’era la motivazione fortissima di un Mondiale, sgarrare voleva dire giocarsi la convocazione, più… facile così trovarsi di fronte a quello che ho visto in Brasile (e prima): un gruppo esemplare”. Sono ancora… giovani? “La vedi ancora proprio bene la passione, dentro e fuori il campo. Certo però non ci si deve dimenticare quel che sono, il contesto in cui vivono. Tutti hanno il procuratore e praticamente tutti sono già dei lavoratori, è il cal-

cio il loro lavoro. Hanno dei contratti, sperano nel futuro e sono ben dentro a quel loro mondo social, l’importanza dell’immagine, il racconto del loro quotidiano. Però li vedi che sono ancora… giovani, la gioia esplosiva quando vincono, le lacrime che possono durare delle ore quando perdono. Sì, vivono con grande passione quello che fanno, sempre tenendo conto quanto sia determinante il giocare, l’esserci. Direi così che sono dei giovani disciplinati e dei giovani lavoratori: spensierati la loro parte, ma ben consci dei loro interessi da tutelare”.

Calcio e scuola: Vogliamo qui aprire una finestra sul rapporto – diciamo difficile per tenerci un po’ neutri – tra calcio e scuola, nel nostro specifico tra calcio ad alto livello com’è indubbiamente una formazione di ragazzi U17 impegnati a un Mondiale e la scuola, messa sì necessariamente da parte per via degli impegni legati al pallone, ma che spesso/ quasi sempre viene comunque dopo, se non proprio lasciata perdere. Maurizio Viscidi: come la mettiamo con la scuola? Assenze, istituti privati sui generis eccetera, eppure la realtà dice che uno su chissà quanti ce la fa, altro che uno su mille... “Noi in Brasile ci siamo stati dal 21 ottobre a metà novembre, tre settimane di assenza, senza contare tutte quelle per le qualificazioni e gli impegni col club. Un problema grande così, ben sapendo che se da una parte non tutti possono arrivare, dall’altra mica dura per sempre poi la carriera di un calciatore. Detto questo, le cose per me

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un binomio molto difficile bisognerebbe cercare di vederle anche da un altro punto di vista. Ragazzi che arrivano a giocare un Mondiale, che fanno così sport a livello agonistico altissimo, dovrebbero essere considerati quello che sono, dei talenti. Come dunque poterli “facilitare”, venendo loro incontro programmando interrogazioni, compiti e quant’altro? Non vuol dire concedere comunque un 6, ma dar loro la possibilità di fare entrambe le cose. Forse la mia è solo utopia, ma immagino un cambiamento pure nel modo di insegnare, con l’insegnante che non è più quello che giudica ma piuttosto accompagna. Sono ragazzi di talento e assenze che per come funziona ora la nostra scuola, non possono non esserci. Ho insegnato a scuola, so purtroppo quale è spesso l’andazzo. Si guadagna pure poco insegnando, le motivazioni possono non essere sempre al massimo, non è poi vero che un’ora di ginnastica alle superiori è spesso giusto una pausa tra le lezioni, magari un’ora di palla-

volo e via? Eppure, avendo tra i propri studenti un talento, non dovrebbe essere proprio l’insegnante di educazione fisica il primo interlocutore con gli altri insegnanti per fare in modo che possa essere seguito in maniera particolare? Sì, è un grande problema”. Gianfranco Serioli: e la scuola? Comunque sia, un tasto per forza dolente? “Hanno 17 anni, la scuola dell’obbligo l’hanno superata, mica sono obbligati a continuare. Però non posso non ripensare a quel che di recente ha detto Ronaldo, quel suo rimpianto più grande di non aver studiato, quella sua voglia di cercare di recuperare, imparando il più possibile. La scuola è comunque un valore aggiunto, qualcosa che vale. Io penso che un ragazzo scolarizzato e informato, sia di per sé pure più consapevole di quel che è la propria professione e penso ai contratti, agli agenti, all’andare all’estero, la conoscenza delle lingue, la gestione del proprio futuro pure in una dimen-

sione economica eccetera. Lo studio dunque è determinante e ti aiuta, io questo credo, certo però mi rendo conto che è tutto sommato un principio, valido come no, ma un principio. Bisogna vedere quella che è la loro realtà, il contesto in cui vivono e aggiungere un ulteriore impegno, quello scolastico, non è poi così semplice. Noi con la Nazionale ci vediamo, che so, 6-7 volte l’anno, è poco: lo puoi dire e ripetere, ma non è poi facile indirizzarli. Più incisive possono essere le società e a monte, naturalmente, fondamentali le famiglie. Certo che è un punto su cui si dovrà insistere: sono troppi i ragazzi che a 17 anni hanno già lasciato perdere la scuola per puntare unicamente sul calcio. E vedendo quelli che sono i dati veri su quanti poi ce la fanno davvero, si sa quanto miopie sia una scelta del genere. Con l’aggiunta, ne sono convinto e lo ripeto, che un giovane calciatore scolarizzato vale più di un… ignorante, nel senso letterale del termine”.

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segreteria A Verona una tavola rotonda sul Vincolo Sportivo

Tana... Libera tutti Domenica 17 novembre, a Verona, si è tornati a parlare di Vincolo Sportivo grazie ad una tavola rotonda organizzata dal Comitato Liberi di Giocare. Un incontro interessante e ricco di spunti, moderato dal giornalista Matteo Fontana, al quale ha partecipato anche l’Associazione Italiana Calciatori con la presenza del Presidente Tommasi e del Responsabile Dipartimento Dilettanti, Giorgio Gaggioli. Assieme a loro Moreno Carli (Liberatemi dal Vincolo Sportivo), Nicola Brotto (Responsabile Sport Unicef Italia) e l’avvocato, ex-calciatore professionista, Federico Masi. L’AIC ritrova nelle parole di Tommasi lo spirito che da sempre motiva l’impegno dell’Associazione nella battaglia al vincolo: “Il tema del vincolo sportivo dovrebbe essere uno dei temi inseriti

nell'agenda di un Ministero dello Sport. Ci siamo trovati e ci troveremo in altre occasioni per raccontare le storture di un istituto, il vincolo sportivo, fuori dal tempo ma soprattutto raccontiamo le buone pratiche delle società sportive che non utilizzano il vincolo. Fare sport e non avvalersi del vincolo abbiamo visto che non solo è possibile ma è anche un bollino di qualità”. Gaggioli ha sottolineato l’assurdità del vincolo e l’importanza della tutela dei minori: “In occasione del trentennale della convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza siamo ancora a discutere di un istituto (il vincolo sportivo) che rinnega 3 fondamentali principi della convenzione stessa: il diritto a giocare, il diritto ad essere ascoltato e il superiore interesse dei diritti dei bambini rispetto ogni altro”.

La presenza di UNICEF Italia è una conferma ulteriore di come il vincolo sportivo vada combattuto a 360 gradi violando, di fatto, i diritti di bambini e ragazzi.

Iniziativa AIC e Lega Pro

Club dei 100 e dei 300: ecco gli ambasciatori Associazione Italiana Calciatori e Lega Pro hanno istituito, da questa stagione, due importanti “club” composti da calciatori che abbiano militato in tutti i campionati di Serie C e che abbiano raggiunto almeno 100 presenze con lo stesso Club iscritto al Campionato di Serie C nella stagione in corso (Ambasciatori del Club) e 300 presenze nei campionati di Lega Pro (Ambasciatori di Lega Pro). Il Comitato di valutazione del Club di 100 ha visionato le numerose richieste arrivate in questi mesi, approvandone, dopo attenta verifica, più di 40: un modo per dare il giusto valore a chi ha vestito per anni la stessa maglia o ha giocato nello stesso campionato, un simbolo di passione e abnegazione. Ci sono giocatori che hanno fatto la storia dei club di Lega Pro, come Igor Protti, Umberto Calcagno, attuale Vicepresidente dell’AIC, e Raffaele

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Rubino, già inseriti in questa speciale lista lo scorso 25 luglio durante il sorteggio dei calendari di Serie C. Gli ‘Ambasciatori dei Club’ avranno diritto ad entrare allo stadio del club con il quale hanno giocato le 100 partite, così come gli ‘Ambasciatori di Lega Pro’ potranno sedersi sulle tribune di tutti gli stadi di C richiedendo apposito accredito. Un piccolo/grande riconoscimento per non dimenticare chi ha dato tanto, rimetterlo a contatto con il “suo stadio” e i “suoi tifosi”. Il Comitato di valutazione ha ammesso al Club i seguenti ambasciatori: AMBASCIATORI DEI CLUB: Michael Bacher, Thomas Bachlechner, Alessandro Bassoli, Luca Bertoni, Hans Rudi Brugger, Alessandro Campo, Michael Cia, Marco Fabris, Hannes Fink, Manuel Fischnaller, Alessandro

Furlan, Hannes Kiem, Luca Lomi, Marco Martin, Raffaele Merzek, Gianfranco Nardi, Manuel Scavone, Fabian Tait, Ambasciatori del FC Sudtirol. Luciano Bartolini Ambasciatore della US Triestina 1918. Fabrizio Fabris Ambasciatore della Ternana Calcio. Gianluca Fasano Ambasciatore del Ravenna FC 1913. Maurizio Rossi Ambasciatore del L.R. Vicenza Virtus. Massimiliano Scaglia Ambasciatore dell’US Alessandria Calcio 1912 AMBASCIATORI DI LEGA PRO: Giuseppe Brescia, Hans Rudi Brugger, Maurizio Cavallo, Domenico De Simone, Argentieri Fernando, Massimiliano Favo, Andrea Fiumana, Guido Ghetti, Giuseppe Giglio, Luca Lomi, Roberto Sabato, Davide Sinigaglia, Massimo Spagnolli, Gianluca Temelin, Gaetano Vastola, Giacomo Zaccaria, Gianluca Temelin.


segreteria Nuova tappa del percorso “Facciamo la Formazione”

L’educazione finanziaria per calciatori Essere calciatori professionisti significa essere al centro di tantissime sollecitazioni, professionali e sociali, in un momento della vita in cui i coetanei stanno terminando gli studi o si stanno affacciando al mondo del lavoro. Educare i giovani calciatori, che già militano in campionati professionistici, alla gestione del proprio patrimonio ed alla pianificazione finanziaria è uno degli argomenti che l’Associazione Italiana Calciatori ha inserito nel programma “Facciamo la Formazione”, realizzato con i calciatori di Serie C, grazie alla collaborazione con la Lega PRO. Un modo per creare consapevolezza nei calciatori, giovani ed esperti, ma anche per sviluppare competenze specifiche da mettere a frutto anche nel dopo carriera agonistica. Mercoledì 20 novembre, il corso ha coin-

carriera da calciatore professionista. Più che “docenti”… due esperti. Professionisti in grado di spiegare ai ragazzi in maniera concreta gli aspetti economico-finanziari, contestualizzati alla figura ed alle dinamiche socio-lavorative della professione di calciatore e alla sua carriera. L’incontro di Torino si inserisce nel programma formativo “Facciamo la Formazione”, ideato e organizzato dall’Associazione Italiana Calciatori in collaborazione con la Lega Pro, riservato a calciatori, staff tecnici e dirigenti delle squadre del campionato 2019/2020. Obiettivo del programma è preparare i calciatori in attività a carriere professionali dopo il termine dell’esperienza calcistica professionistica, partendo dalle competenze acquisite sul campo. Dopo le 14 società di Lega Pro che han-

no aderito al progetto lo scorso anno, si aggiungono per questa stagione altri 8 club: Modena, Siena, Imolese, Feralpisalò, Vicenza, Teramo, Francavilla, Virtus Verona. Gli argomenti trattati si propongono di sviluppare le conoscenze del mondo del lavoro con particolare riferimento a quello sportivo, dei calciatori e dello staff societario: dalla comunicazione all’economia finanziaria, dalle normative che regolano il sistema sportivo al marketing, dall’organizzazione aziendale alla psicologia applicata allo sport. Gli incontri forniranno una preparazione specifica per ricoprire alcune importanti “nuove” figure all’interno di un club, partendo da un approccio di approfondimento generale propedeutico a qualsiasi professione manageriale, per arrivare ad analizzare le singole posizioni.

Nuove modalità di ritiro

Indennità di Fine Carriera volto i calciatori della Juventus Under 23, nello Juventus Center di Vinovo (TO). Come in tutti gli incontri, l’intervento è stato condotto da professionisti che operano nel settore di riferimento ma che hanno, nel contempo, un’esperienza nel settore sportivo. Gianfranco Serioli, calciatore ex-professionista, laureato in economia con una ultradecennale esperienza nei temi in oggetto, maturata nell’Associazione Calciatori. Dario Tosetti, presidente del Family office più importante d’Italia e tra i principali in Europa [TOSETTI Value], che da anni opera nel settore della pianificazione finanziaria ai massimi livelli, competenza maturata dopo una breve

Dal 1° gennaio 1975 esiste un apposito "Fondo" al quale affluiscono i versamenti che devono essere effettuati dalle società di Berie A, C e C1 a favore dei calciatori nella misura del 7,50% dello stipendio lordo mensile (6,25% a carico della società; 1,25% trattenuti al giocatore), fino ad un massimale che varia anno per anno in base agli indici Istat. Al termine della carriera, o comunque quando, pur essendo tesserato per una società dilettantistica, non intende più svolgere attività a livello professionistico, il calciatore ha diritto di richiedere la liquidazione di quanto accantonato presso il fondo. Ebbene, da lunedì 2 dicembre 2019 le modalità di ritiro dell’importo sono cambiate in quanto il Fondo Fine Carriera ha introdotto una nuova procedura attraverso la quale il calciatore può visualizzare e gestire la propria posizione

contributiva e, soprattutto, procedere al ritiro dell’indennità accantonata. A questo proposito, da oggi è necessario collegarsi al portale www.fondocalciatoriallenatori.com/iscritti utilizzando le credenziali di accesso che verranno fornite a tutti i calciatori professionisti in attività dalle società con le quali sono attualmente tesserati oppure direttamente dall’AIC utilizzando l’apposito modulo. I calciatori non più in attività a livello professionistico dovranno invece fare espressa richiesta delle credenziali al fondo utilizzando, anche in questo caso, la relativa domanda. L’AIC mette a vostra disposizione il link “Fondo Fine Carriera” presente nel sito www.assocalciatori.it, alle voci “normativa – professionisti”; in alternativa, potete contattare la nostra segreteria allo 0444 233233.

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di Claudio Sottile

La seconda “carriera” di Francesco Bitetto

Il lavoro va di moda Un numero 10 a tutto tondo, testa alta e la palla che corre per te. Francesco Bitetto ha lambito in lungo e in largo le soglie del professionismo pugliese, concedendosi solo fugaci comparsate tra i pro.

il lavoro, sia al lavoro con il calcio. Nonostante abbia fatto buone cose nelle categorie dove ho giocato, non ho mai dato il 100% proprio perché ero concentrato anche sul lavoro”.

Che voto daresti alla tua carriera? “Per me la carriera è giocare in A e B. Quindi io non ho avuto una carriera. È stata una mia scelta precisa, se avessi deciso di puntare solo sul calcio quelle categorie le avrei potute fare, avevo tanta qualità, penso che su questo siano d’acveraIl calcio ti dà tanto a livello emozionale, cordo mente tutti. Per come ma ti toglie anche parecchio sono fatto quest’attività di rappresentanza, non caratterialmente, quando decido un è una seconda vita professionale, dal qualcosa lo porto in fondo, fino alla fine, principio era abbinata allo sport. Ho però sono contento così. Come voto mi conciliato il lavoro con il calcio, pendo un 6,5, tuttavia avrei potuto avere sando costantemente a un futuro. Non una pagella da 8 o da 9”. ho mai completamente investito me stesso nel calcio. Nonostante parecCosa diresti a un ragazzo che magari, chie richieste in C1 fuori dalla Puglia, oggi, non riesce a vivere di pallone? sono rimasto sempre nel circondario a “Io consiglio a un calciatore, fin quangiocare a calcio, limitandomi alla D e do non è affermato, di aprirsi anche ad alla C2”. altri settori, soprattutto dal punto di vista degli studi, dell’apprendimento di Lo rifaresti? “Se guardo a chi ha fatto solo il calciatore e in questo momento è in difficoltà, non ha nulla, penso di aver preso la scelta giusta. Anche se considerando le mie possibilità, avrei davvero potuto militare a buonissimi livelli”. Il motivo? “Ho sempre giocato a calcio e lavorato come agente di commercio. Da tre generazioni in famiglia siamo venditori di abbigliamento. Fin da quando ero un giovane ragazzo ho intrapreso

La tua giornata tipo? “La mattina esco con i campionari, sia uomo sia donna, propongo il prodotto ai negozi, giro tutta la Puglia. Quando giocavo lavoravo di mattina, e nel pomeriggio appena finiti gli allenamenti”. Fare il rappresentante in qualche maniera ti aiutava nell’ambito sportivo? “Sì, nell’avere la testa allenata a fare tanto altro, a non essere preoccupato. Ovviamente ho tolto sia al calcio con

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linguaggi tecnologici e lingue straniere. Il calcio ti dà tanto a livello emozionale, ma ti toglie anche parecchio”. Com’è stato appendere gli scarpini? “Non ho avvertito il distacco completo, come l’hanno avuto altri calciatori, perché ho sempre decentrato la mente. Anzi, forse complessivamente mi sono dedicato di più al lavoro, non mi è pesato tantissimo smettere, anche se ho sempre amato giocato a calcio, il campo mi manca e mi mancherà in futuro. Dopo la carriera da atleta sono passato a fare l’allenatore, un mestiere completamente diverso. Devi sottostare a determinati circuiti e agganci, da calciatore ti chiamano perché sei bravo, mentre da allenatore non è così. Perciò ancora di più il mio lavoro mi aiuta a non pensare a queste situazioni, che altrimenti mi farebbero stare molto male”. A cosa ti riferisci? “Sono partito benissimo da allenatore, ho vinto un campionato di D con il Martina Franca, che poi ho diretto anche in C. Ma non basta essere bravo per fare carriera. Devi avere santi in paradiso


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Università telematica San Raffaele Roma

Prima seduta di laurea “in Calcio”

ed essere spalleggiato, c’entra molto la sponsorizzazione. Grazie al lavoro ho altri pensieri, e non mi arrabbio per ciò che circonda il mondo del calcio dal punto di vista degli allenatori. Io spero di continuare ad allenare. Nella stagione passata ero a Nardò in D negli ultimi tre mesi della stagione, ho preso la squadra che era praticamente retrocessa e l’ho salvata, sono contento del risultato che ho ottenuto”. Un tuo punto di riferimento, da calciatore prima e da mister ora? “Quando giocavo sicuramente Roberto Baggio è stato il calciatore per antonomasia sinonimo della classe, era l’espressione della qualità del vero calcio. Da allenatore Pep Guardiola è il top, è grande come tattico e come motivatore. Adoro il calcio organizzato che va spiegato. I calciatori non sono più quelli di una volta. Prima c’erano tanti bravi calciatori con un bravo gestore, adesso si nota tanto la mano di un allenatore, che deve spiegare dalla A alla Z il da farsi”. La chiosa sulla moda è d’obbligo: un tuo parere sulla famigerata tuta di Maurizio Sarri? “Il look rispecchia la personalità di una persona. Lui magari vuol far sembrare che è molto umile e pensa che l’outfit influenzi questi pensieri. Al contrario penso che l’umiltà non dipenda dall’abito, perché è una questione prettamente mentale. Io, ad esempio, in panchina vado in camicia”.

L’Università Telematica San Raffaele Roma mette a segno un gol storico con la prima seduta di laurea “in Calcio”. Il primo corso universitario specializzato, nato come indirizzo della facoltà di Scienze motorie, è stato istituito tre anni fa nella capitale, presso la sede di Via di Valcannuta, in collaborazione con l’AIC, patrocinato tra gli altri dalla FIGC e dal CONI. Nell’anno accademico 2018-2019 risultano iscritti 532 studenti, a cui si aggiungono circa 150 matricole di quest’anno. La seduta di laurea è un avvenimento che segna la storia dell’università e dello sport più amato al mondo, il calcio, un fenomeno tecnico, sociale e manageriale che va ben oltre le capacità atletiche di chi scende in campo. “Oggi è un giorno estremamente importante” – ha affermato il rettore dell’Università Telematica San Raffaele Roma, Enrico Garaci – “non solo per il nostro Ateneo. Tre anni fa abbiamo scommesso su questo curriculum veramente innovativo, il primo in Italia, e possiamo ben a ragione esprimere la nostra soddisfazione con i complimenti ai nostri studenti primi Laureati”. “È un momento davvero speciale anche per l’intero mondo del calcio e delle sue professionalità. Sono passati 150 anni da quando il calcio è ‘sbarcato’ in Italia, eppure solo tre anni fa, mettendo insieme istituzioni e docenti, questo settore ha espresso un corso di studi. Una presa di coscienza, anche accademica, del valore che questo settore è in grado di esprimere” – ha sottolineato Fabio Poli, presidente del corso di studi – “come sul campo da calcio così nelle professionalità dei dirigenti. La ‘Cantera dei dirigenti’. Un percorso

di studi unico per valore e qualità dei docenti. Una opportunità concerta per il futuro professionale degli studenti che porta con sé la responsabilità di essere i primi, in un settore che ha ancora molto bisogno di qualità e professionalità”. Tra i primi laureati il portiere della Juve Stabia, Danilo Russo, con una tesi su: “Il portiere moderno: ruolo traumatologia e prevenzione”. “Sono molto emozionato e contento di aver scelto questo corso di laurea che ha attirato la mia attenzione sin dall’inizio. È un percorso formativo importante per uno sportivo” – ha sottolineato il giocatore napoletano – “anche per incanalare e razionalizzare ciò che si conosce dello sport, approfondirlo al fine di essere più consapevoli di ciò che si fa quando si va in campo. Ringrazio l’Università San Raffaele e la Juve Stabia”.

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io e il calcio

di Pino Lazzaro

Luca Rigoldi (pugilato)

“Vincere l’europeo è come vincere la Champions League” “Pensa, era proprio a calcio che giocavo. Allievi sperimentali, difensore titolare, società bene organizzata lì a Romano d’Ezzelino, vicino Bassano. Però è stato un periodo quello in cui vedevo che mi divertivo meno, un’età poi in cui il gruppo di noi ragazzi vedevo che aveva altro in testa, così venivo anche preso in giro, non mi piacevano insomma come venivano fatte le cose, tanto per farle: non mi trovavo più bene.

col calcio e invece… sempre al chiuso, non più il fango e questo approccio così diverso, lì sul ring devi per forza stare sempre sul pezzo, mica puoi distrarti e rilassarti come succede nel calcio, che so, a gioco fermo, puoi guardarti attorno, lì non puoi farlo”.

“Sì, m’è piaciuto da subito. E sono arrivato ad essere un pugile professionista ma è un qualcosa che non sento ancora del tutto Sono un campione europeo, fossi mio. Che so, vai a chiedere un mutuo, che so in Inghilterra sarei una star gli dici che sei uno sportivo professioCosì ho deciso di smettere e tornare nista, pensano subito al calcio e vale a fare uno sport individuale, già avevo molto meno se gli dico che faccio il fatto prima atletica e karate”. pugile. Allora ho la partita Iva, insegno in palestra, un po’ imprenditore di me “Primo obiettivo era quello di tenermi stesso, visto come qui in Italia quelin forma, di mio sono uno “dinamico” lo del pugilato è un mondo decaduto, e ho pensato di provare col pugilato: un terreno incolto ma fertilissimo e lo ho cercato la palestra più valida e più vedo da come la gente resta affascivicina a casa. Mi ricordo che mi sono nata quando ha modo di avvicinarsi, trovato davanti un ambiente più rigido qualcosa di primitivo che deve essere e severo di quello a cui ero abituato, però razionale, ci vuole lucidità. Vedo tutta gente adulta, non s’era ancora quanto adesso le palestre siano piene, aperto come capita adesso. Pensavo di quanta gente inizia e arriva a salire sul essere allenato, avevo giusto smesso ring, a loro pareva un qualcosa di impossibile. A un certo livello è per tutti, ad altri livelli per pochi”. “È qui in Italia che la boxe continua a essere in crisi, non capita certo la stessa cosa in altre parti del mondo, lì sì puoi pensare di programmarti magari un po’ di anni di vita. Sono un campione europeo, fossi che so in Inghilterra sarei una star, vincere l’europeo è un po’ come vincere la Champions League ma qui in pratica non si sa, mancano personaggi ed esperienze per far arrivare il tutto al grande pubblico. Faccio fatica dunque a dirti che il mio lavoro è fare il pugile, preferisco presentarmi come insegnante, personal trainer, pure organizzatore di eventi. Quando mi alleno lo faccio al mattino e al pomeriggio, così insegno durante la pausa pranzo e alla sera. Te

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l’ho detto, palestre piene, allenamenti per il pugilato curando gli aspetti tecnici e tattici, parecchie pure le ragazze. Con un livello amatoriale, giusto per tenersi in forma, arrivando poi, per chi lo vuol fare, all’agonismo”. “Diciamo che il mio “campionato” prevede in un anno due-tre combattimenti importanti, sulle 12 riprese, con in più poi altri due-tre match sulle 6 riprese, che non sono però delle “amichevoli” dato che se perdi vai a intaccare il tuo score personale. I periodi di stacco non sono così fissi, dipende da quando si combatte e per prepararmi a un match ci dedico 6-8 settimane, con le ultime 3-4 proprio in ritiro, staccando con tutti i miei lavori. Comunque sia, è il tempo in cui mi sento pure un professionista, molto determinato, può capitare che prima possa bere per dire qualche bicchiere di prosecco, però quando riprendo la tiro proprio giù la saracinesca”. “In periodi così di preparazione, la mia settimana-tipo prevede il mattino della corsa lenta, anche perché c’è il peso da sistemare. Se siamo ancora lontani dal match, che so, 5 volte gli 800, 3 volte i 200 eccetera e quando mancano un paio di settimane, allora si passa a ripetute sulle distanze brevi, con recupero completo. In mezzo, di tanto in tanto, lavori di potenziamento con i pesi, poche ripetizioni a forza massimale per poi tradurla in esplosività, in rapidità. Al pomeriggio c’è il lavoro tecnico-tattico con gli sparring: sai chi vai ad affrontare e dunque si scelgono caratteristiche simili, chiamando magari gente da fuori, di qualità. Ci sono poi i lavori al sacco, di tanto in tanto qualche circuito fatto a ritmo altissimo… due-tre allenamenti al giorno, riposo la domenica e a volte qualche pomeriggio libero, lo decide l’allenatore”. “Certo, i video li guardiamo ma di mio preferisco non andare a studiare troppo un avversario, magari poi


io e il calcio

no maggior sicurezza e personalità, s’accorgono di riuscire a fare qualcosa in più ed è un discorso questo che andrebbe fatto in primis ai genitori. L’importante, sempre e comunque, è di affidarsi a persone davvero competenti”.

lui cambia qualcosa e mi trovo spiazzato. No, quello è un compito che lascio all’allenatore, è lui che cerca di trovare la tattica giusta, un po’ come nel calcio, no? Beh, personalmente la questione del peso non è mai stata un problema grosso, non mi ha creato insomma troppe limitazioni. Sempre uno sforzo però, che viene comunque ripagato, anche perché 55 kg è una soglia parecchio bassa e non siamo proprio tantissimi. La vigilia del match credo di saperla vivere serenamente, è la notte prima del peso che faccio più fatica, hai pure fame e sete, è più difficile. Parto dall’idea che se uno si prepara bene e pure mentalmente è preparato allora non va incontro a brutte figure, sarebbe la cosa peggiore. Comunque sia, la mia “tattica” è quella di prepararmi al peggio, non si sa mai, puoi avere giusto quel giorno una giornata no o prendere un colpo casuale, non puoi mai dire”. “Pensando ai ragazzini, la cosa bella della boxe è che vedo che li aiuta. Ci sono quelli più irruenti che imparano a canalizzare la loro energia e capiscono anche come stare al mondo. E quelli più deboli, che hanno magari difficoltà a socializzare e non poche volte possono essere pure bullizzati, acquista-

“Il mio programma prevede ora a metà dicembre un 6 riprese e poi spero per febbraio-marzo di portare qui in Italia un’altra difesa del titolo europeo. Avversario un inglese, sono loro ad avere un po’ il monopolio qui in Europa, con un manager poi davvero potente, spero di riuscire a farlo comunque qui da noi, in Italia. Ok, se dovessi andare là, vado certo per vincere, magari qualche manager importante potrebbe così decidere di investire su di me, però non so quanto il tutto sarebbe valorizzato qui da noi, col poco riscontro che c’è. È pur vero però che la mia vita è qui, è qui il mio futuro, vediamo un po’. Il mio sogno? Un Mondiale da sfidante ufficiale, riconosciuto così come tale, arrivando magari anche a chiudere una carriera con qualcosa di molto ambizioso, senza dover per forza tirare poi avanti”.

La scheda Classe 1993, vicentino di Villaverla, Luca Rigoldi è l’attuale campione europeo per la categoria dei Supergallo (limite fissato a 55,300 kg). Cresciuto nella Queensberry Boxe Vicenza, palestra molto popolare da quelle parti, dopo i titoli italiani conquistati a livello giovanile, ha debuttato tra i professionisti a 22 anni. Il titolo europeo dei Supergallo EBU (European Boxing Union) l’ha conquistato nel 2018, battendo ai punti – lì da loro e con verdetto unanime – il detentore del titolo, il francese Jeremy Parodi. Allievo del maestro Gino Freo, ha poi confermato il titolo battendo in questo 2019 dapprima il francese Settoul (a Brescia) e poi l’ucraino Yegorov (a Schio), sempre con verdetti unanimi. Vive a Thiene (Vi) e oltre alla boxe, è istruttore in palestra e personal trainer.

“Sul fatto che non ci siamo praticamente quasi mai sui giornali e che tanto e tanto spazio viene sempre e comunque dedicato al calcio, mi dispiace ma me la sono messa via ormai. Però per fortuna qui in provincia di Vicenza qualcosa si muove per quel che riguarda la boxe, c’è per lo meno attenzione. Un titolo come il mio penso che possa essere un riconoscimento anche per il territorio, il Coni eccetera e sarebbe una promozione che farebbe bene sì a me ma pure per il pugilato, per questo sport. Come detto, a Vicenza c’è interesse, pure entusiasmo, spesso sono anche invitato nelle televisioni locali in programmi dedicati in genere al calcio e allo stadio ci vado ancora, solo per vedere il Vicenza, ho molti amici che vanno nella Curva Sud del Menti. No, no, non gioco più, troppo pericoloso, facile farsi male, meglio di no”.

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internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Insieme a Buffon con World Food Programme Gianluigi Buffon, nel corso di una straordinaria carriera di calciatore, ha collezionato titoli di squadra e riconoscimenti individuali come pochi altri colleghi nella storia. Campione del Mondo nel 2006 con la Nazionale, con

la quale ha vestito la maglia azzurra per ben 176 volte, 80 da capitano. E poi, numerosissimi titoli con la Juventus e il Paris Saint German. E ancora premi individuali, tra cui portiere Uefa dell’anno per 5 volte. Dopo una tale raccolta, forse lo stesso Gigi non si sarebbe aspettato di ricevere un riconoscimento nuovo - Pallone d’oro a parte, ma in oltre 60 anni Lev Yashin fu l’unico portiere a riceverlo nel 1963 - che tocca a pochissimi sportivi. Lo scorso ottobre il World Food Programme ha infatti nominato Buffon “ambasciatore di buona volontà”. In realtà non è la prima volta che Buffon diventa testimonial per un’iniziativa dell’Onu: già nel 2017 prestò la propria immagine - in figurina Panini - per una campagna dell’Unicef ma ora l’impegno è in prima persona. David Beasley, responsabile del WFP, ha infatti investito Buffon dell’incarico con parole chiare: “Da parte dei circa 90 milioni di persone a cui forniamo servizio ogni giorno, voglio ringraziare Buffon per aver accettato l'incarico di ambasciatore di buona volontà. Il coraggio, l'abilità e la dedizione che ha messo in ogni gara saranno impiegate a favore delle persone affamate e fragili in tutto il mondo. Penso che Gigi ci aiuterà a portare sempre più elementi alla nostra squadra "Zero Hunger"”.

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Il sito www.wfp.org, molto cambiato rispetto alla nostra precedente visita, ci consente di entrare a fondo nell’attività dell’agenzia Onu, a cominciare dai numeri della pagina Overview. Il Programma Alimentare Mondiale assiste quasi 87 milioni di persone in 83 paesi, fornendo assistenza a persone in situazioni di emergenza e collaborando con le comunità per migliorare la nutrizione e costruire la resilienza, la capacità psicologica di fronteggiare una situazione di difficoltà, superandola senza gravi conseguenze. Il sito è multilingue e i contenuti variano in base alla lingua prescelta. Accedendo alla versione italiana, troviamo anche le storie di connazionali che il Programma impiega in varie parti del mondo, come Antonella D’Aprile, direttrice del WFP in Nicaragua, cui è dedicato il quarto episodio di “Italiani e Italiane in prima linea”, rubrica di interviste anche in video. D’Aprile ha dovuto superare la

a Fame Zero”. Si tratta di una campagna contro lo spreco di cibo, che secondo le stime ammonta a circa 1,3 miliardi di tonnellate all’anno, un terzo del totale. In Italia, ogni anno, vanno persi 4,8 litri di latte per persona. Insomma, il cibo per sfamare l'intera popolazione mondiale c'è ma lo sprechiamo e insieme al cibo buttiamo via denaro, lavoro e risorse quali energia e acqua. Una situazione insostenibile per l'umanità e per il pianeta, contro la quale il WFP ha lanciato questa iniziativa di sensibilizzazione dei singoli che punta a proposte semplici, come l'invito a mettere insieme un pasto con cibi che abbiamo in frigorifero e che rischiano di essere buttati. Nella convinzione che ognuno, modificando il proprio stile di vita, può dare un contributo a risolvere le situazioni più difficili, a cominciare dalla fame nel mondo. La campagna #StopTheWaste è mirata anche a sensibilizzare i produttori di cibo contro le perdite alimentari, ovvero ciò che viene perduto nel viaggio del cibo nella catena di approvvigionamento, dalla produzione fino al mercato. Il WFP aiuta quindi i piccoli agricoltori nelle fasi dello stoccaggio e del trasporto con l'iniziativa "Zero Food Loss". I contenitori ermetici adottati così in Nigeria consentono di preservare il cibo completamente, contro una perdita del 90% con i sistemi tradizionali. Da segnalare i profili social, sia in italiano sia in inglese, molto aggiornati sulle iniziative del Programma.

diffidenza di genere nei suoi confronti da parte dei locali operatori maschi. Forse è anche per questo se l’ufficio WFP che dirige è il primo nel mondo ad aver avviato un’iniziativa specifica per Mario Balotelli @FinallyMario la parità di genere. Per quanto riguarda Grazie a tutti i colleghi in campo e non, per la solidarietà avuta nei miei confronti e a tutti i la lotta alla fame, ci sono dei risultati messaggi ricevuti da voi tifosi. Grazie di cuore, chiari: il Programma fornisce il pranzo a 182.000 studenti in 2.000 scuole del pa- avete dimostrato di essere veri uomini, non come chi nega l’evidenza. Qua amici miei non c’entra ese centroamericano. più il calcio, state facendo riferimento a situazioni La sezione "Storie" consente inoltre di sociali e storiche più grandi di voi, piccoli esseri. Qua state impazzendo ignoranti… Siete la conoscere le vicende e le attività di persone, di varie nazionalità, che lavorano rovina. Però quando Mario faceva, e vi garantisco farà ancora gol per l’Italia vi stava bene vero? per il Programma in giro per il mondo. Le persone così vanno 'radiate' dalla società, non Ben in evidenza sulla home page c’è il solo dal calcio. Basta mandare giù ora, basta link a “#StopTheWaste per un mondo lasciare stare


internet

di Stefano Fontana

Calciatori in rete

Carrera e De Biasi: sopra la panca www.massimocarrera.com Ex calciatore ed allenatore di caratura internazionale, Massimo Carrera siede oggi sulla panchina dell'AEK Atene, dopo un'importante esperienza allo Spartak Mosca.

Nato il 22 aprile 1964 a Pozzuolo Martesana in provincia di Milano, dimostrò sin da bambino un notevole talento ed una grande passione per il calcio. Cresciuto nelle giovanili della Pro-Sesto, nel 1984 approdò all'Unione Sportiva Russi per poi debuttare

Roberto Mancini @robymancio Il #calcio è fatto per unire, dobbiamo lavorare tutti insieme perché non si ripetano più episodi di intolleranza di ogni genere!

in Serie C2 nelle fila dell'Alessandria. Nel 1985 un nuovo traguardo: Carrera passa alla Serie B con il Pescara. Nel 1986 il trasferimento a Bari: rimarrà con i biancorossi per cinque stagioni, disputando 156 incontri e segnando quattro reti. Un'esperienza rimasta nel cuore del difensore lombardo. Dopo il Bari Carrera continuò la sua avventura con importanti club come Juventus, Atalanta, Napoli, Treviso e Pro Vercelli. Questi dati sono tratti dalla sezione biografica del sito ufficiale massimocarrera.com, sito web ricco di contenuti e realizzato con grande cura. Nelle varie pagine viene dedicato adeguato spazio tanto all'esperienza come giocatore quanto all'avventura nelle vesti di allenatore. Non mancano infine collegamenti con il social network ed uno spazio dedicato alla vita privata ed alla famiglia, da sempre molto importante per Massimo Carrera.

Official SSC Napoli @sscnapoli Insieme agli altri 19 club della Serie A, pubblichiamo questa lettera aperta per chiedere aiuto nel combattere il razzismo. Ci impegniamo pubblicamente a fare meglio e chiediamo una efficace policy contro il razzismo, con nuove leggi e regolamenti.

Giorgio Chiellini @chiellini Bella serata ieri!!! Grazie a tutti i miei colleghi per la stima che mi hanno nuovamente riconosciuto! #GGDC19 #Top11AIC

Leonardo Bonucci @bonucci_leo19 Il coraggio è fuoco. Il bullismo è fumo

Gianluigi Buffon @gianluigibuffon Ci sono due regole nella vita: 1 – Non mollare mai 2 – Non dimenticare mai la regola numero (Duke Ellington)

www.giannidebiasi.it Originario della provincia di Treviso, Gianni De Biasi è un ex calciatore ed allenatore italiano classe 1956. Tra la metà degli anni settanta ed il 1990 militò in club come Treviso, Inter, Reggiana, Pescara, Brescia, Palermo e Vicenza nel ruolo di centrocampista. In seguito, dal '90 fino ad oggi, si è distinto come "mister" di polso, in

grado di esaltare le risorse disponibili e favorire la crescita del collettivo verso risultati rilevanti. Tra le squadre allenate troviamo Cosenza, Brescia, SPAL. Modena, Torino e Udinese. Menzione a parte per l'esperienza alla guida della nazionale albanese: un'avvincente sfida iniziata nel 2011 e conclusa nel 2017. Il sito ufficiale di Gianni De Biasi offre interessanti spunti e rende giustizia alla sua straordinaria esperienza umana e sportiva: visitabile in italiano, inglese, spagnolo ed albanese, offre una mole di contenuti davvero straordinaria. La struttura del sito ricorda da vicino un moderno portale d'informazione dedicato allo sport: orientarsi è molto semplice ed immediato, tanto da computer desktop quanto utilizzando smartphone e tablet. Nelle varie pagine trovano spazio biografia completa, news, rassegna stampa, foto, video, social wall, e molto altro ancora... Non manca davvero nulla! In sintesi: vale davvero la pena di visitare questo sito web, garantito.

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tempo libero Lacuna Coil

Black Anima Sequel naturale di “Delirium”, album molto apprezzato dalla critica, “Black Anima”, nuovo lavoro dei Lacuna Coil, conferma l’ottima vena creativo/artistica di Andrea Ferro e Cristina Scabbia. La metal band italiana più celebre al mondo negli ultimi tre anni si è mossa a 360 gradi aumentando, non poco, la propria popolarità soprattutto nel nostro paese: da The Voice (la Scabbia come giudice) al libro autobiografico (Nothing Stands In Our Way), fino alla copertina di Batman (fumetto di casa DC Comics). Finalmente (verrebbe da dire), la band milanese ha cominciato a raccogliere pareri positivi (e ammi-

ratori) anche in patria e “Black Anima” si posiziona come album non solo per metallari incalliti con un sound che, per certi versi, si avvicina al nu metal americano. La voce di Cristina Scabbia è certamente il punto di forza, il growl di Andrea Ferro si fa sempre più convincente, la chitarra di Diego Cavallotti, entrato in pianta stabile nel gruppo insieme al batterista Richard Meiz, la fa da padrona, e il basso di Marco Coti Zelati è una certezza. Ne esce un grande album, godibile già al primo ascolto, con 14 (nella versione deluxe) tracce ineccepibili da un punto di vista tecnico e stilistico.

Absolutely Free

La mia regola 18 di Paolo Mazzoleni – 233 pagine - € 15,30 Se un giorno non fosse entrato in sezione per diventare arbitro, oggi farebbe ancora il mestiere che ha imparato da bambino andando a bottega da suo padre: insieme hanno girato le valli della Bergamasca per restaurare chiese, da piccolo era lui a preparargli gli scalpelli, le spazzole e la gommalacca. E magari nel tempo libero giocherebbe ancora a basket, la sua vera passione: la pallacanestro gli ha fatto incontrare gli amori della sua vita, Daiana e la Fortitudo. Il calcio è arrivato piano pia-

no, con le figurine Panini che trovava nella tasca di papà, e poi è diventato molto di più. Quella di Paolo Mazzoleni è una storia sorprendente, fatta di cadute e di forza, di momenti complicati e di successi, di perdite laceranti e di passione, di insegnamenti che solo l'essere arbitro può dare. La regola 18 non esiste sui manuali: è semplicemente il buon senso. Una storia che si è illuminata con la nascita molto attesa ma inaspettata di Riccardo, il suo bambino, la sua vera ragione di vita.

Mondadori

Ladies Football Club di Stefano Massini – 192 pagine - € 16,00 È una bella giornata d’aprile del 1917. Le operaie della Doyle & Walker Munizioni di Sheffield stanno mangiando i loro sandwich nel cortile della fabbrica. I mariti, i fratelli, i padri sono al fronte, e loro assemblano le granate, i proiettili e le bombe per armare l’esercito. Ma quel giorno, trovando un pallone abbandonato in cortile, Rosalyn, Violet, Olivia e le altre cominciano a giocare. Piano piano ci prendono gusto, si distribuiscono i ruoli, affinano la tecnica, finché il padrone le nota e propone loro di disputare una vera partita. Sarà la prima di una lunga serie: in assenza dei campionati maschili, il calcio femminile in

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quegli anni avrà la sua prima stagione d’oro e conquisterà l’affetto e il seguito del pubblico. Meno gradito risulterà alle istituzioni maschili del calcio che, a guerra finita, faranno di tutto per rimettere le donne al loro posto. Ispirandosi alla storia vera delle prime squadre di calcio femminili, Stefano Massini inventa le vite di undici donne fenomenali, ognuna con la sua idiosincrasia, il suo sogno, la sua paura. Alternando leggerezza, ironia e commozione, travolge il lettore nella dirompente epopea del gruppo di pioniere che ha osato sfidare gli uomini sul terreno maschile per eccellenza: il campo da calcio.


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Gran GalĂ del Calcio AIC 2019

Tutti i premiati Intervista al difensore del Parma per la scorsa stagione

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Il Calciatore 2019  

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