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editoriale “ In una società in decadenza, l’arte, se veritiera, deve riflettere la decadenza. E a meno che non voglia tradire la propria funzione sociale, l’arte deve mostrare un mondo in grado di cambiar. E aiutare a cambiarlo

Ernst Fischer


sommario 12 Un’esposizione di denuncia e critica sociale che parte da Madrid

Euro Austerity: intervista a Massimiliano Di Nunzio

Before your lies. Il primo singolo di Azzurra

Fotografia Naturalistica: intervista a Mattia Dori

70 Neutrini e neuroni in salsa folle

Domotica per la salvaguardia dell’acqua

Racconti della selva: il Cebo dai cornetti

62 Batman. Storia ed evoluzione dell’uomo pipistrello sul grande schermo

76 Donar...Si!

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44 Arte e Natura: intervista a Stefano Zagaglia

Poesia in Musica: intervista a Francesca Del Moro

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36 “Canti Notturni”, il primo album del nuovo progetto C.F.F.

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84 Astr-arti


redazione Direttore Miki Coluccia _redazione.artimmagazine@gmail.com Editor Eugenio Panzone Resp. Marketing&Comunicazione Nico V. Designer Leo Zelig Back Michele De Matteis Traduzioni redazione Artim Magazine Thanks to Giovanni Pirone

in questo numero hanno scritto: Ismaele Tortella, Marciano Santosuosso, Alberto Zaccagni, Federica Del Deo, Giovanni Pirone in questo numero abbiamo intervistato: Raúl Gabarrón Pardo, Massimiliano Di Nunzio, Francesca Del Moro, Azzurra Traficante, Stefano Zagaglia, Mattia Dori

attribution: Globovisión (pp.8,9), itinerant librarian (pp. 22,23) Loris Tassinari, Donatella D’Angelo, Adriana M. Soldini e Valentina Gaglione (pp. 28 a 35), K-putt (pp. 62 a 65), brdonovan (pp. 66,67), dcnerd (pp. 68,69), GC/J_Photography (pp. 70,71), Sheldon Pax (pp. 72,73), NASA’s Marshall Space Flight Center (pp. 74,75), New Jersey National Guard (pp. 76,77), Canadian Blood Services (p. 79), izahorsky (pp. 80,81), NASAblueshift (pp. 82,83), RamónP (pp. 84,85), NWSpec5 (p. 87), Rèdais (p. 91)


Studente italiano ucciso in Egitto Il 4 febbraio 2016 le autorità egiziane ritrovano in un fosso a Giza, nella periferia del Cairo, in Egitto, il corpo senza vita di Giulio Regeni, 28 anni, ricercatore italiano originario di Fiumicello (Ud). Il giovane, impegnato nello studio dell’evoluzione dell’economia egiziana dopo la rivoluzione, era scomparso il 25 gennaio, nel giorno dell’anniversario dell’inizio delle proteste che hanno portato alla destituzione dell’ex presidente Hosni Mubarak nel 2011. A circa un mese dalla scomparsa, sono ancora in corso le indagini per stabilire le reali cause della morte dello studente, sul corpo del quale sono stati rinvenuti segni di tortura, coltellate e bruciature di sigarette.


La fine del chavismo Dopo 17 anni termina l’era chavista in Venezuela. Dopo le elezioni parlamentari del 6 dicembre 2015, il partito del presidente Nicolas Maduro cede il passo alla Mesa de Unidad Democratica, una variegata compagine politica composta da due correnti principali: quella che segue la linea radicale di Leopoldo Lopez, attualmente in carcere, e quella piÚ moderata di Henrique Capriles, sconfitto da Maduro alla tornata elettorale del 2013. Nella foto, i due leader prima delle elezioni presidenziali del 2013.


Un ‘SI’ contro le trivelle Il 16 febbraio è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del Presidente della Repubblica del 15 febbraio 2016 con il quale è stato convocato, per domenica 17 aprile 2016, un referendum popolare, abrogativo, previsto dall’articolo 75 della Costituzione, che ha la seguente denominazione: “Divieto di attività di prospezione, ricerca e


coltivazione di idrocarburi in zone di mare entro dodici miglia marine. Esenzione da tale divieto per titolo abilitativi già rilasciati. Abrogazione della previsione che tali titoli hanno la durata della vita utile del giacimento�. L’Artim Magazine si schiera con il Coordinamento Nazionale No Triv e con tutti le altre organizzazioni territoriale per il SI e fermare il petrolio.

foto di Coordinamento Nazionale No Triv


Un’ esposizione di denuncia 12

e critica sociale che parte da Madrid di redazione Artim Magazine

Intervista a

Raúl Gabarrón Pardo

R

aúl Gabarrón Pardo, nació en Madrid el 11 de Marzo de 1989, se afincó en Asturias desde los 4 años, hasta acabar los estudios en Laboratorio de imagen. Después de estudiar un Master de Iluminación Profesional Avanzado y colaborar con fotógrafos españoles de renombre, decidió dedicar más tiempo a sus trabajos personales, la mayoría de los cuales abordan temas conflictivos, de denuncia y crítica social. También trabaja mucho el retrato analógico ya que la mayoría de encargos que hace son de moda y aprovecha para desarrollar su amor por la fotografía analógica.

Raúl Gabarrón Pardo nasce a Madrid l’11 Marzo 1989, ma da quando ha 4 anni si stabilisce nel Principato delle Asturie, fino al terminare degli studi in Laboratorio di immagini. Dopo aver frequentato un Master in Illuminazione professionale avanzata e aver collaborato con rinomati fotografi spagnoli, decide di dedicarsi a progetti personali, nella maggior parte dei quali affronta temi controversi, di denuncia e critica sociale. Lavora molto anche sul ritratto analogico, anche per il fatto che la maggioranza degli incarichi che ottiene riguarda il campo della moda, e ne approfitta così per coltivare il suo amore per la fotografia analogica.


fotografia

Intervista - traduzione di redazione Artim Magazine

Le persone, protagonisti delle foto In tutte le fotografie che presentiamo in questa monografia è evidente un fil rouge che conduce lo spettatore attraverso le opere e le connette: le persone. Tutto fa riferimento all’uomo, ai suoi stati, alle sue vite. Anche se non appare in tutte le foto, la presenza dell’individuo si avverte chiaramente. Come sei arrivato a scegliere questo tema? Non credo di averlo scelto, piuttosto è qualcosa che mi accompagna sin da bambino. Ho avuto sempre una vita piena di cambiamenti, dalla separazione dei miei genitori, ai trasferimenti da città in città, ai nuovi amici e alle nuove situazioni, alle nuove sensazioni. Per questo ho sempre familiarizzato con persone con un’indole rivoluzionaria e con la voglia di agire, sia pure attraverso una tendenza politica o sociale, una religione, la musica, o altro. Credo che sia per questo che mi occupo di persone nelle mie opere: per il desiderio di voler plasmare e per mostrare l’evoluzione che la società nella quale viviamo sta attraversando, sia pure attraverso gente sconosciuta o conosciuta. Perchè quando sei con altre persone non ti accorgi delle loro evoluzioni e non ti accorgi del cambiamento che vivi insieme a loro. Tutto il mio lavoro é in relazione all’evoluzione personale, sia mia che dell’ambiente che mi circonda.

Denuncia e Critica sociale

La fotografia non é solo tecnica, ma soprattutto interpretazione della realtà, esplorazione del nostro tempo. La tua fotografia mette al centro i gruppi a rischio di esclusione sociale: racconta degli sfratti, degli emarginati, delle donne, e la tua macchina fotografica è il mezzo di questa critica sociale. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere all’osservatore?

Che non dobbiamo conformarci alle consuetudini. Che ogni persona ha un posto in questo mondo e la sua opinione è totalmente valida, racchiude un potere. Un potere per cambiare e connettere la propria realtà a quella delle altre persone.

La fotografia analogica Viviamo nell’epoca del digitale, con macchine fotografiche che di giorno in giorno permettono di spingersi sempre oltre, in termini di innovazione tecnica. D’altro canto emerge la controtendenza di alcuni fotografi che abbandonano il digitale per l’analogico, piú datato. Come ti sei avvicinato a quest’ultima tecnica? Perché la preferisci


a quella digitale? Come influisce sul tuo modo di fare fotografia? Mi sono avvicinato all’analogico quando ho lavorato al mio primo ritratto: a mio padre mentre era in barca nel lago del Parco del Retiro, con una macchina usa e getta. In seguito mio padre ne ha scattata una a me, ma il mio primo piano è risultato molto meglio del suo e per questo episodio sin da piccolo mi ripete che avrei avuto un futuro come fotografo. A quel tempo avevo 5 anni e fin da allora la fotografia analogica ha cominciato a destarmi un fortissimo interesse. Ho deciso, più tardi, di studiare in un laboratorio fotografico, dopo aver lasciato gli studi e aver cominciato a lavorare per mantenermi. Sin da piccolo sono stato a contatto con questa tecnica, ma ora più che mai la sento mia. Attualmente la preferisco. Credo che, nella maggior parte dei casi, coloro che si dedicano alla fotografia professionale preferiscono il risultato e la magia dell’analogico, peró non lo prediligono per il costo e per il maggior lavoro che richiede. Oggigiorno pensiamo solo al ‘maledetto’ denaro e al tempo che un lavoro ci porta via. Un lavoro ben fatto trasmette realtá. Cosa intendo con questa frase? Anticamente qualsiasi foto implicava un lavoro minuzioso a tal punto che scatto, sviluppo e stampa dovevano essere perfetti. Inquadratura, luci, velocitá, tempi...Scattare una fotografia significava quasi risolvere un’equazione matematica, prima di premere il pulsante. Si faceva di tutto per ottenere il risultato perfetto. Oggi questa realtà si perde e si camuffa grazie ai vantaggi dell’innovazione digitale. Il che non vuol dire che abbia minor valore, peró rende il lavoro fotografico molto superficiale.

Intervista in lingua originale

Las personas como protagonistas de las fotos En todas las fotografías que presentamos en este monográfico es evidente un fil rouge que lleva el espectador a través de las obras y que las conecta todas: las personas. Todo hace referencia a los hombres, a sus estados, a sus vidas. Aunque no se muestren en todas la fotografías, sus presencia se lee claramente. ¿Cómo has llegado a elegir este tema? Yo creo que no lo elegí, sino que es algo que me acompaña desde que era pequeño. Siempre he tenido una vida llena de cambios desde la separación de mis padres, de cambios de ciudad, de nuevos amigos y entornos, de nuevas sensaciones … Pese a ello, siempre me junte con gente un poco revolucionaria y protestante, ya sea a través de una tendencia política, social, una religión, la música, etc. Creo que es un poco por eso que llego a las personas: por el deseo de querer plasmar y poder enseñar todas esas evoluciones que está viviendo la sociedad en la que vivimos, ya sea a través de desconocidos o de gente cercana. Porque también cuando estás cerca de las personas no te das cuenta de su evolución y del cambio que estáis viviendo en conjunto. Todo mi trabajo se relaciona con una evolución personal, ya sea mía o de mi alrededor.

El tema de la denuncia y de la crítica social La fotografía va más allá de la técnica, es interpretación de la realidad, investigación de nuestros tempos. Tu fotografía pone atención a los grupos a riesgo de exclusión social: tratas críticamente del tema del desahucio, de los marginados, del género femenino, y tu cámara es el medio de esta crítica social. ¿Cuál es el mensaje que quieres transmitir al espectador? Que no tenemos que conformarnos con lo estipulado. Que cada persona tiene un sitio en este mundo y su opinión es totalmente válida, tiene poder. Un poder para cambiar y transmitir la realidad al resto de personas.


La fotografía analógica Vivimos en la era del digital, con cámaras más complejas que, cada vez, permiten llegar a nuevas innovaciones técnicas. Sin embargo emerge la contra tendencia de los fotógrafos que dejan el digital para volver a utilizar la técnica analógica, más antigua. ¿Cómo te has acercado a esta técnica? ¿Prefieres esta técnica antigua a la técnica moderna del digital? ¿Qué aporta la manera antigua de hacer fotografía? Me acerque a ella cuando hice mi primer retrato: fue a mi padre en las barcas del Retiro, con una cámara desechable. Luego mi padre me hizo otra a mí, y por esta anécdota siempre me dice que ya de pequeño tenía oficio, pues mi retrato quedó mucho mejor encuadrado que el suyo (risas). Tenía por esos días cinco años, y desde entonces la fotografía analógica llamó poderosamente mi atención. Decidí más tarde estudiar en un laboratorio fotográfico, después de haber dejado los estudios y empezar a trabajar para mantenerme. Desde niño constantemente estuve cerca de esta técnica, pero ahora

más que nunca siento proximidad con ella. Hoy en día lo prefiero. En la mayoría de los casos, creo que quienes se dedican a la fotografía profesional prefieren el acabado y la magia de lo analógico, pero no lo utilizan por el coste y el trabajo que esto incluye. En estos tiempos solo miramos el “maldito” dinero y el tiempo que nos lleva un trabajo. Un trabajo bien hecho aporta realidad. ¿Qué quiero decir con esto? Antiguamente cualquier fotografía era un trabajo minucioso, por lo que la toma, el revelado y positivado tenían que ser perfectos. Encuadres, luces, velocidades, tiempos… Hacer una fotografía hacía necesario resolver un problema matemático antes siquiera de apretar el disparador. Se hacía lo que hiciera falta para obtener un acabado perfecto. En nuestros días, esa realidad se pierde y se camufla gracias a las ventajas de los avances digitales. Ello no quita mérito, eso está claro, pero vuelve casi totalmente superficial al trabajo fotográfico.


“Lavoro personale premiato al concorso di fotogiornalismo della regione di Madrid che racconta degli sfratti di massa che ci furono nel 2013. In questo caso le fotografie sono state scattate a una famiglia “sfrattata” che vive sotto il ponte di Segovia a Madrid.”


“Lavoro personale sulle persone che lavorano per strada per sopravvivere a duro sforzo e che diventano invisibili nel sistema politico spagnolo quando si trovano a dover chiedere aiuto. In questo caso Antonio (Mickey) è un ecuatoriano che lavoro in Plaza del Sol (Madrid) da 15 anni con la sua famiglia. Ancora non ha ottenuto i documenti e continua a essere “clandestino” per lo stato Spagnolo.”


“Critica della situazione attuale sui canoni di bellezza femminile, difendendo le donne lavoratrici come uno dei pilastri della societĂĄ. La serie contiene 10 scati di nudo sperimentaleâ€?


“Progetto di ritratti denominato “la vita ha due facce”. Dedicato a focalizzarsi sull’anarchia della composizione fotografica creata dai nostri antecedenti”


“Ritratto analogico dell’ultima editoriale di moda”


Flussi migratori Dopo il rientro in porto della nave Bourbon Argos, avvenuto il 30 dicembre 2015, dopo otto mesi di attivitĂ in mare, Medici Senza Frontiere dichiara di aver soccorso 20.129 persone in oltre 120 operazioni di ricerca e salvataggio. Nella foto alcuni soccorritori di MSF in azione nel mar Mediterraneo.

Fonti: Medici Senza Frontiere


Euro Austerity Intervista a Massimiliano Di Nunzio di redazione Artim Magazine

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assimiliano Di Nunzio, detto “Di-Nù”, nasce nel 1975 a Termoli (CB), vive e lavora tra Campobasso, Vasto e Rimini. Nel 1994 conclude gli studi presso il Liceo Artistico di Campobasso e inizia una serie di specializzazioni e corsi di arte grafica, ceramica raku, sculture di argilla e legno. Dal 1998, per circa quindici anni, segue il maestro Antonio De Attellis, prima come apprendista e successivamente come decoratore di interni ed esterni. Ed è proprio grazie a quest’ultima attività che intraprende un percorso creativo originale, sperimentando l’allestimento di pannelli decorativi su tele di grandi dimensioni, il tutto elaborato e prodotto in studio. Nel suo lavoro, ideazione e tecnica si fondono ed esprimono la sua concezione della decorazione come opera d’arte. Le sue opere, nonostante le grandi dimensioni, tradiscono una ricerca meticolosa dei particolari, evidente soprattutto nell’utilizzo dei colori, degli inchiostri, dei pastelli e delle resine - rigorosamente no gas - sempre in equilibrio, però, con il carattere intenso e immediato del messaggio sottinteso nella rappresentazione.

Arte figurativa e decorazione di esterni. Il percorso artistico che hai intrapreso spazia su una varietà di idee e di stili di comunicazione. Tra le tue opere, quella su cui abbiamo voluto soffermarci in questo numero è “Euro Austerity”. Come è stata realizzata e quali tecniche sono state utilizzate? Euro Austerity è un'opera del 2014 ed è attualmente collocata nel Terminal dei pullman della città di Termoli. Una tela ingombrante non solo per le sue dimensioni (cm 150x300), ma soprattutto per la sua complessa e minuziosa costruzione. L'opera è nata di getto e ha preso corpo in un'unica sessione di lavoro che si è protratta per quaranta giorni circa. Sulla tela di lino sono stati sovrapposti materiali diversi, pastelli, 24


inchiostri, tempere e acrilici. Le tecniche diversificate hanno costituito il mezzo linguistico di un racconto che doveva attraversare i secoli di storia e i sistemi comunicativi della realtà narrata. La stesura della resina ha fissato e sigillato i colori.

L’insieme delle figure che costituiscono il quadro rimanda a un concetto molto caro all’arte fiamminga: lo stesso valore nell’infinitamente grande si ripete nell’infinitamente piccolo, con la ‘verità’ che ci giunge da ogni singolo oggetto/soggetto. Puoi fornirci una tua chiave di lettura per meglio comprendere il senso generale dell’opera e le varie parti che la compongono? Ciascun elemento della narrazione conserva la sua verità restituitagli dalla tecnica costruttiva e dal valore/simbolo che possiede nella sua realtà oggettuale. I soggetti parlano la loro lingua e ci restituiscono i loro significati prima di essere fagocitati dalla macchina infernale che ne annulla l'esistenza e il ricordo. Peraltro è forse proprio questo pericolo incombente a far rivivere e valorizzarne la presenza. Più che ai fiamminghi, i miei riferimenti vanno fatti al Rinascimento italiano, alla scrittura meccanica dell’inconscio di Klee e Kandinsky, al collage di Rotella, all'arte russa visionaria e introspettiva di Chagall, alla raffinata costruzione pittorica di Klimt. I simboli, comunque, sono le cose stesse, l'oggetto è di per sé portatore di un senso più ampio. La pittura, in questo caso, lo registra soltanto e lo riproduce. Come ha dimostrato Warhol, ogni immagine, oggetto, dalla sua genesi diventa icona e non ha bisogno di alcuna spiegazione perchè è ed esprime.

Personaggi e simboli del mondo politico ed economico-finanziario attuale convivono con altri che rimandano all’universo della psichedelia. Il tutto sotto il ‘grande occhio’ della massoneria. A plasmare tutte le componenti dell’opera, un per-

Nella foto, Massimiliano Di Nunzio al fianco della sua opera “Euro Austerity“ in esposizione al Terminal dei pullman della città di Termol (CB)

sonaggio simbolo di uno dei capolavori sull’incomunicabilità dei Pink Floyd. Puoi descriverci cosa accomuna questi elementi così apparentemente in contrasto? È ormai sempre più condivisa l'idea che alla base della aggregazione dei paesi europei manca del tutto una comunanza di principi, idee, indirizzi comuni su argomenti, peraltro fondamentali, concernenti la cultura, l'etica sociale, i diritti umani, la concezione stessa del vivere civile. È noto a tutti, ma di fatto la politica, quella che detta le regole, continua a essere sostanziata da poche e ferree norme di natura strettamente economica. Più che l'incomunicabilità, quello che impedisce alla macchina di fermarsi è la debolezza del segnale opposto, la paura di invertire la rotta sebbene al di qua dell'accesso alla macchina ci sia il peso di un mondo valoriale capace di combattere e vincere la battaglia. Il contrasto tra gli elementi è apparente perché il prima e il poi, i mezzi comunicativi diversi, il conscio e l'inconscio, il modo visionario e fantastico come la realtà oggettuale, concorrono nella formazione della coscienza a cui si fa appello estremo nel momento della rovina.

pittura

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Nella mia opera, ho immaginato due mondi, uno tirannico/massonico guidato dalla Germania che con la sua politica d’austerity prevale sull’altro fantastico che attraverso il cappellaio matto diventa “Italia

paese delle meraviglie”. Questi due mondi si incrociano, con quello massonico guidato dalla terribile regina di cuori Angela Merkel e dal cupo professore (gia’ noto con i Pink Floyd) che aspira,


Ci resta solo la speranza che per fortuna riesce a fuggire...

macina e trasforma in tessere dell’economia tutte le nostre bellezze, l’arte, l’artigianato, la cultura, la creatività...omologando e appiattendo tutto in funzione del profitto e del grigio bilancio.


Poesia in musica: intervista a Francesca Del Moro di redazione Artim Magazine

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rancesca Del Moro nasce a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. E’ laureata in lingue ed è dottore di ricerca in Scienza della Traduzione e svolge le attività di scrittrice, traduttrice, editor, performer e organizzatrice di eventi culturali. Dal 2005 a oggi ha pubblicato varie raccolte di poesia Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013) e Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014) - e tra il 2013 e il 2014 collabora con la rivista musicale Sound and Vision (edita dalla medesima rivista nel 2013 la sua biografia della rock band Placebo, La rosa e la corda. 20 Years). Miscela musica e poesia insieme alle Memorie dal SottoSuono, con cui ha realizzato due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13 e Leitmotiv 14, prodotte da Fuzz Studio, mentre sono in atto i lavori per un primo album. È stata selezionata tra le nuovi voci della letteratura contemporanea dal comitato scientifico di RicercaBO, laboratorio di lettura e discussione curato dal prof. Renato Barilli, per l’edizione 2015.


musica e poesia

Nelle tue esperienze - tra le numerose partecipazioni a mostre, magazine e lavori di editoria e i vari eventi da te organizzati risalta subito la tua elevata versatilità culturale e la trasversalità nell'essere traduttrice, poetessa e performer. Puoi spiegarci che collegamento c'è, per te, tra queste svariate attività? La traduzione è un lavoro che richiede grande dedizione e, al di là della sua importanza per la diffusione del patrimonio letterario, costituisce uno strumento inestimabile per raffinare la propria scrittura. Traducendo, devi “scomparire” nello sforzo di indossare la personalità dell’autore, comprenderlo e ricreare il suo stile, prendere a prestito i suoi strumenti espressivi. In questa sfida, ti trovi a fare i conti con i tuoi limiti e alla fine scopri possibilità che non avresti immaginato. Grazie alla

traduzione isometrica ho imparato a usare le forme metriche codificate e, anche se preferisco scrivere in versi liberi, questa pratica mi ha lasciato una sorta di “dettato interiore” che mi aiuta a perseguire un’armonia di suono e senso. Lo stesso vale per il lavoro redazionale, che richiede la collaborazione con altri autori e un confronto serrato con i loro testi. Quello della recitazione è invece un percorso che ho intrapreso parallelamente ai miei studi di letteratura e traduttologia e che ho ripreso nel momento in cui sono venuta a contatto con il vivace fermento culturale bolognese e ho preso parte a varie letture pubbliche, prima come interprete e in seguito anche come organizzatrice. L’oralità segue la scrittura ma in un certo senso la precede, perché mentre scriviamo ci poniamo il problema di come suoneranno i nostri versi, di come potremo “dirli”. Le arti vivono naturalmente in un rapporto di reciproca 29


contaminazione, si arricchiscono e si ispirano vicendevolmente. Hai collaborato insieme alle Memorie dal SottoSuono in due brani presenti nelle raccolte Leitmotiv 13 e Leitmotiv 14, prodotte dallo studio di registrazione bolognese Fuzz Studio, come è nata l'idea di unire poesia e musica? Non si tratta certo di un’idea originale ma trovo molto interessante il modo in cui musica e poesia interagiscono nelle due compilation da te citate. Per la musica provo un grande amore non corrisposto, perché non sono mai riuscita a imparare a cantare o a suonare uno strumento. Così, fin dal 2005, quando è uscito il mio primo libro, ho trovato il modo di utilizzarla comunque, interpretando i miei versi in collaborazione con alcuni musicisti. Non ho mai inteso la musica come accompagnamento o sottofondo per la lettura ma ho sempre lavorato con gli altri a un incontro tra musica e parole. Questa operazione viene portata avanti da tempo, e con esiti straordinari, dalle Memorie dal SottoSuono. Con loro ho inciso i pezzi per le due compilation e ho partecipato alla realizzazione del nuovo album che uscirà a breve. Nei nostri brani l’aspetto musicale è estremamente curato e la poesia mantiene la sua individualità, senza ricorrere al cantato. Lavorare con i musicisti e duettare con altri scrittori mi ha portato a curare ancora di più le sonorità e i silenzi in fase di scrittura, nonché a esplorare le potenzialità della mia voce. Tra i tuoi lavori di traduttrice spicca la traduzione metrica de “I fiori del male” di Charles Baudelaire. In un tuo articolo spieghi proprio perché lo hai tradotto, facendo riferimento al tuo duplice rapporto con la funzione terapeutica della scrittura e, poi, con la “poesia...come modo per comunicare esperienze significative con l’ambizione di avere un impatto sulle persone”. Scrivere, quindi, a volte è un mezzo, mentre altre costituisce un fine. Come si bilancia nella tua vita di scrittrice questa doppia funzione? Scrivere è un mezzo e un fine allo stesso tem30

po. Il risultato più grande che possiamo aspettarci è che chi ci ha letto poi non sia più lo stesso. Come ogni forma d’arte, la poesia può aiutarci a comprendere noi stessi e il mondo che ci circonda, può permetterci di evadere e sognare, darci piacere e soprattutto farci sentire più intensamente vivi. In questo senso la poesia è un mezzo ma nel momento in cui scriviamo è lei l’unico fine. Se si scrivono versi con un obiettivo diverso da quello dell’opera in sé, si rischia di snaturarli. Ho iniziato a scrivere perché avevo un contenuto forte da esprimere, una sofferenza particolare e difficile da dire fino in fondo, e per la prima volta la pratica quotidiana della traduzione di Baudelaire mi faceva pensare di avere i mezzi per farlo. La funzione terapeutica dei miei primi testi e l’impatto sugli altri sono arrivati dopo, come conseguenza di un lavoro che mirava innanzi tutto a un’armonia di forma e significato. Non aspettandomi dalla poesia né soldi né successo, posso permettermi il lusso di scrivere uni-


camente quando sento di avere qualcosa da dire e di aver trovato il modo per dirlo. Molte tue poesie hanno trovato spazio in riviste e antologie e sei stata selezionata tra le nuovi voci della letteratura contemporanea dal comitato scientifico di RicercaBO, laboratorio di lettura e discussione curato dal prof. Renato Barilli, per l’edizione 2015. Quale è stato il tuo percorso artistico in questo ambito? Puoi raccontarci qualche tuo incontro o esperienza particolare? L’ammissione a RicercaBo è senz’altro un ottimo risultato ma durante la discussione i miei versi sono stati letteralmente fatti a pezzi. Fortunatamente su buona parte del pubblico l’impatto è stato quello che speravo. Gli incontri positivi per la mia attività poetica sono stati molti e qui mi limiterò a fare qualche nome. Enzo Campi è stato il primo a sottoporre i miei

lavori a un editing rigoroso e mi ha coinvolto nel progetto di Letteratura Necessaria e nel festival Bologna in Lettere, con cui porta avanti una costante attività di studio e promozione della parola poetica. Come osservavi, sono stata ospitata da molte riviste, tra cui mi preme segnalare Versante Ripido e in particolare Claudia Zironi, che segue da vicino il mio lavoro e mi pone sempre nuove sfide. Sono apparsa più volte anche su Poetarum Silva, grazie all’attenzione dedicatami da Fabio Michieli e Anna Maria Curci, che ha avuto la sensibilità di comprendere e apprezzare uno stile tanto diverso dal suo. La scrittrice e narratrice d’arte Adriana Soldini ha inserito i miei versi nelle sue mostre collettive offrendomi la possibilità di lavorare con artisti visivi e di scrivere ispirandomi alle loro opere. Le sono debitrice anche per le opere di videoarte in cui ha utilizzato i miei testi valorizzando al massimo la mia voce e il mio viso. Malgrado la poesia sia stata dichiarata morta a più riprese, il panorama poetico attua-


le è vivacissimo e offre opportunità di scambio e arricchimento pressoché illimitate. Come in ogni ambito (basti pensare alla musica), è lontano dall’attenzione dei grandi media che si trova la vera qualità. Dal 2007 hai cominciato a pubblicare diverse raccolte di poesia (Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013). L’ultima uscita è stata Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014), di cui i lettori possono trovare tre estratti in questo numero dell’Artim Magazine. Come è nata questa raccolta e cosa racchiude in essa? Il titolo della raccolta si richiama al noto film di Sorrentino, in cui l’amore, pur non essendo compiuto, ha il potere di cambiare radicalmente una persona. Allo stesso modo, il libro è il frutto di un mutamento nel mio stile avvenuto grazie a una più intensa frequentazione della musica. Al tempo in cui scrivevo i testi che sarebbero confluiti nella raccolta, avevo già iniziato a lavorare insieme alle Memorie dal SottoSuono confrontandomi con la musicalità al cuore dei versi di Martina Campi. Stavo inoltre lavorando alla biografia dei Placebo e recensivo concerti per il magazine Sound and Vision. Lo studio della musica aveva in-

tensificato la mia passione già fortissima per quest’arte spingendomi a curare in maniera maniacale l’aspetto sonoro della poesia per infondervi una dolcezza e una corporeità che la differenziassero dal mio libro precedente, percepito perlopiù come aspro e intriso di rabbia. Nel libro la musica si confonde con l’amore e il risultato è quello che Anna Maria Curci ha definito un canzoniere in viaggio tra il bassopiano della quotidianità e le vette amorevolmente esplorate dell’arte. Al tempo non scrivevo in maniera programmatica e i miei temi si sono riuniti spontaneamente intorno a questi due poli: da un lato una quotidianità alienante, dall’altro la possibile via di fuga rappresentata dalla musica, dalla letteratura e dall’amore.

Fotogramma del video "Scorporo", regia di Adriana M. Soldini

Fotogramma del video "Sogno Lucido", regia di Adriana M. Soldini

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Restiamo, mia dolce compagna, alla festa a cui ci hanno invitato nostro malgrado, senza sorrisi di circostanza, senza sorrisi di circostanza, senza mischiarci alle chiacchiere vuote, lo so che il cibo fa schifo pero c’è del buon vino, beviamone quanto basta per aver voglia di ridere e ballare per trovare il coraggio di togliere la brutta musica dal piatto e mettere il rock che ci piace, e poi sediamoci sul divano e tu appoggia la spalla al mio petto come fossi un’ amante o una figlia perchÊ, vedi, io sto bene anche solo quando passa il calore dal mio corpo ad un altro


Questo ricordo non è mio - è troppo British Sixties ma ora mi sdraio sull’erba scura e guardo tra i rami il sole bianco sento i passi dei ragazzi con le divise eleganti ricamo i sogni nelle nuvole col libro sul petto e sembro ancora in tempo per tutto.

Estratto da “Le conseguenze dell’amore”


(La voce di Berlinguer) Tu con sforzo piegavi la voce a raccogliere le parole. Con la musica lui racconta gli occhi lustri e il tremare dei visi e annodando gli anni scioglie nodi di lacrime sottili.


musica

C -oncettuale F -isico F -astidio

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Canti Notturni, il primo album del nuovo progetto C.F.F. I C.F.F. ( “acronimo che sta per Concettuale Fisico Fastidio, a significare l’importanza attribuita dalla band al valore del testo, al centro di canzoni in perenne equilibrio sonoro tra contrasti e dissonanze, e supportate da una presenza scenica fatta di gesti ed immagini simboliche”, nelle loro stesse parole) è un trio di Gioa del Colle (BA), composto da Anna Maria Stasi (voce e tastiera), Anna Surico (chitarre e sequenze) e Vanni La Guardia (basso e percussioni). Sono attivi dal 2014 e prendono il via da un precedente progetto, i C.F.F. e il Nomade Venerabile, risultato della fusione tra rock e teatro-danza, attivo per circa 15 anni sulla scena nazionale ed europea, con più di 400 concerti, 4 album e collaborazioni con Paolo Benvegnù, Yo Yo Mundi e Franz Goria (Fluxus/Petrol). Il 15 ottobre 2015 vede la luce Canti notturni, il loro primo album, prodotto con il sostegno di “PUGLIA SOUNDS RECORD 2015” “REGIONE PUGLIA – FSC 2007/2013 – Investiamo nel vostro futuro” e con il contributo di “Palazzo Romano Eventi” di Gioia del Colle e dei raiser che hanno partecipato alla campagna di crowdfunding online. Tema portante dell’album è la notte che, con le sue ombre, sogni e suggestioni, avvolge tutti i brani, grazie soprattutto alla sapiente combinazione di testi, elettro-acustica e rock d’autore.

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Before your lies Il primo singolo di Azzurra

Before your lies è il primo singolo di Azzurra Traficante in arte Azzurra - che precede l’album, ancora in fase di lavorazione. E’ distribuito da Spinnup, è acquistabile su iTunes ed è possibile ascoltarlo su YouTube e altri. Il brano gode della collaborazione con Federico Ferrandina, che ha curato l’arrangiamento, e colpisce subito per il suo sound avvolgente, tra elettronica, atmosfere soffuse e una voce intensa e delicata che completa l’opera rendendola leggera, soffice e pronta a captare le orecchie di chi ascolta. Azzurra vive a Berlino, dove sta cercando di veicolare il suo sogno con l’obiettivo di poter concludere un contratto discografico e dedicarsi a tempo pieno alla musica.

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musica

Inquadra dal tuo smartphone utilizzando un lettore QR code


Racconti della selva: il Cebo dai cornetti di Ismaele Tortella


arte e natura


A

volte mi fermo a pensare tra me e me su dove sono finito e su tutta la strada che ho percorso...Immaginare che un anno fa ero nella Lapponia Svedese lavorando in una fattoria, spaccando legna, mentre ora mi trovo catapultato nella foresta Atlantica impegnato in un progetto di ricerca sul Cebo dai Cornetti, mi fa riflettere. Sinceramente non so bene dove stia andando, so solo che ho bisogno di continuare a viaggiare per saziare la mia curiosità sul mondo che mi circonda, però ora torniamo al nostro primate. Non pensavo che seguire il Cebo dai Cornetti (Cebus apella) potesse essere così faticoso, pensavo “beh, se posso scalare i pietrai della Majella sotto il sole di agosto, questa sarà una passeggiata!”..Mai errore fu più grande! Sveglia alle cinque all’alba per essere sotto l’albero dove la sera precedente si era accampato il gruppo di esplorazione al quale ho preso parte. Una volta arrivati si inizia a seguirli raccogliendo vari dati per la ricerca, per tutto il giorno. Bisogna consi-

derare il caldo e l’umidità a livelli assurdi, le liane e gli arbusti del sottobosco che rendono difficile qualsiasi tuo passo, la difficoltà di seguirli anche solo a vista per i vari strati verticali della foresta, le ragnatele che ti si attaccano sulla faccia con ragni grandi come la tua mano, oltre all’equipaggiamento di stivali di gomma per prevenire morsi di serpenti e pantaloni e camicia lunghi per evitare punture di insetti. Oltre a questo, possiamo aggiungere il peso dell’attrezzatura fotografica e la difficoltà dello scatto. Infatti, questi primati sono in continuo movimento e si spostano di albero in albero, scomparendo tra una chioma per poi apparire su una palma e così via, rendendo pazzo l’autofocus. Io darei per concluso il piccolo racconto, come questo ce ne sono molti altri che la selva racchiude...


arte e natura

Nel mondo dell’arte naturalistica

interviste di redazione Artim Magazine

Ritorna l’appuntamento con il blog WildAim. In questo numero dell’Artim Magazine abbiamo intervistato altri due artisti: Stefano Zagaglia e Mattia Dori. Del primo conosceremo la passione per la Wildlife Art e la pittura iperrealista, mentre, grazie al secondo, continueremo a esplorare il mondo della fotografia naturalista.

Intervista

a Stefano zagaglia S

tefano Zagaglia, classe 1966, vive e lavora a Milano. Ha frequentato l’istituto d’arte, specializzandosi in acquarello, tempera e pittura a olio, ed è laureato in Architettura, Design e Pubblicità. Sviluppa la sua passione per la natura fin da bambino e continua a coltivarla attraverso svariati viaggi nel continente africano. Utilizzando così le tecniche della pittura figurativa e iperrealistica, Zagaglia rappresenta l’Africa e i suoi abitanti animali.


Il tuo sito internet si apre con uno statement molto forte: la musa ispiratrice del tuo lavoro possiede due facce, da una parte gli animali, dall’altra l’Africa. Quando nasce dentro di te questa forte passione? E che tipo di crescita artistica ti ha ispirato? Amo definirmi un artista che non vuole fare rivoluzioni. Penso che il mio messaggio sia più semplicemente raccontare la bellezza, che è, se leggiamo la definizione di arte sul vocabolario, il fine primario dell’arte stessa. 46

Quello che mi interessa comunicare col mio lavoro è un omaggio alla meraviglia del mondo, della natura e in particolare degli animali. Le tavole che dipingo sono un palcoscenico sul quale rappresentare colori, luci, soggetti, momenti che sono di tutti, troppo spesso dati per scontati o dimenticati. Cerco di farlo realizzando ritratti di grandi dimensioni, spesso sovradimensionati come scala, che trasmettano intensità e dignità dell’animale. Mi piace trattare il soggetto come un essere con un’anima, che è poi quello che è, l’Anima-le, non solo come una suppellettile decorativa. Da qui il desiderio di utilizzare poi


la mia arte per un fine più profondo, smuovere le coscienze degli uomini e ricordare loro che quella bellezza è di ognuno di noi, è preziosa e va protetta e rispettata. Collaboro da qualche tempo con l’associazione Londinese di David Shepherd, che è uno dei principali esponenti mondiali della Wildlife Art a cui mi ispiro, che organizza ogni anno una importante mostra, il “Wildlife Artist of the year” alle Mall Galleries di Londra, i cui proventi vengono destinati alla salvaguardia degli animali selvatici. Nel 2015 sono stato invitato alla mostra come Guest Artist e nel 2014 ho vinto due importanti riconoscimenti come miglior artista Wildlife dell’anno e come miglior artwork esposto in galleria. Gli animali, quindi, sono il centro della mia opera, oserei dire anche della mia vita. Scontato ricordare che la mia passione nasce nell’infanzia. L’aspetto che ho capito essere invece molto profondo e radicato in me, è che io mi sento più vicino agli animali che agli uomini. Sono sempre dalla loro parte e la loro purezza, il loro essere semplicemente quello che sono mi coinvolge completamente...Questo è forse il motivo per cui amo dipingerli e cerco di trasmettere, paradossalmente, la loro umanità. Credo che gli animali non abbiano quello che gli spetta di diritto in termini di tutela, rispetto, considerazione, come esseri senzienti, emotivi, vivi. Poi c’è l’Africa. È stato dopo aver incontrato l’Africa che è scattata la scintilla che ha dato il via al mio lavoro. Forse perché è in questo continente che ci sono gli animali nel senso più vero del termine, quelli dell’immaginario collettivo, dei sogni dei bambini, quelli mitici e iconici della vita selvaggia e in qualche modo della vita stessa nella sua essenza più profonda. Forse perché sono davvero rappresentativi di una bellezza assoluta, riconoscibile da tutti, fatta di estetica, ma anche di emozione. Forse anche perché l’Africa è la prima casa di tutta l’umanità, e quando sei lì lo capisci. Ha qualcosa di viscerale, puro e nel contempo spirituale per il quale senti che la vita, dove non ci sono guerre, carestie, dove l’uomo rispetta la natura, è quello che è davvero.

Realizzare dipinti iperrealistici è un processo lungo, complesso e laborioso. Puoi spiegarci che tecnica utilizzi? Ci sono stati incontri


o episodi particolarmente determinanti per il tuo percorso artistico? Sono autodidatta, nessuna scuola di pittura, nessun maestro. Ho sempre disegnato bene, ho frequentato il liceo artistico, ma poi mi sono laureato in architettura, quindi non ho un percorso di pittura classico. Dipingo in particolare a olio su tavola e su tela, utilizzando questa tecnica in modo non accademico, ma con una metodologia che si avvicina all’utilizzo dell’acrilico. Generalmente un mio lavoro necessita di essere dipinto a più a livelli sovrapposti, fino a 4 o 5, e richiede molto tempo. Questo è vero in particolare per realizzare, ad esempio, il pelo di un animale. Cerco di ottenere così un effetto realistico, badando però alla fine più al risultato globale, di luci, tratti, composizione, che alla perfezione della pennellata o all’assenza di essa. Per questo sono al massimo un realista, non un iperrealista…Come tutti gli artisti di Wildlife ci sono dei capisaldi, dei maestri ai quali non si può non ispirarsi: Kim Donaldson, Ray Harris Ching, Robert Bateman, David Shepherd. Con quest’ultimo ho appunto occasione di collaborare e ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona e sostenere la sua associazione. Il suo apprezzamento e la possibilità di confrontarmi, durante le mostre, con artisti di Wildlife di livello internazionale mi ha certamente dato lo stimolo e la forza per credere e continuare in quello che faccio. Ma forse è stato l’incontro con Kim Donaldson (solo su carta purtroppo) a segnarmi profondamente. Durante un viaggio in Africa, in una libreria di Cape Town, ho trovato un suo libro che raccontava, attraverso l’arte, il mio stesso amore per gli animali e per questo continente. Le pagine erano piene di acquarelli, oli, tempere, appunti, disegni a matita e a pastelli di ogni animale e stato dell’Africa selvaggia, tutto realizzato a livello di opera d’arte, non di semplice illustrazione. Improvvisamente ho capito cosa volevo fare, in qualche modo è come se mi avesse rivelato chi ero, e mi ha aiutato a comprendere che una passione, se profonda, può trasformarsi in uno scopo e in una scelta di vita. Il fervido amore per il continente africano ti ha portato a visitarlo ed esplorarlo svariate volte e sicuramente il viaggio è uno dei punti


cardinali della tua vita. Puoi raccontarci qualche episodio che ti ha profondamente segnato? Qual è per te l’aspetto fondamentale del viaggiare? Da circa 10 anni viaggio in Africa. Il mio Mal d’Africa è nato in Tanzania, poi ho visitato Sud Africa, Namibia, Botswana e Zimbabwe, tutti più volte. È difficile selezionare qualche episodio perché sono molti quelli che restano impressi nella memoria. I paesaggi sono spettacolari, immensi, a volte aridi e duri a volte seducenti e dolcissimi. Ho visto le dune rosse del Deserto del Namib all’alba che apparivano dalla nebbia del deserto e ho volato sopra l’immenso ventaglio d’acqua che si allarga nel deserto, per dare vita al paradiso del Delta dell’Okavango. Ho percorso l’infinito della pianura del Serengeti e osservato il cratere di Ngorongoro, che racchiude al suo interno quasi tutta la fauna dell’Africa. Tutte esperienze che non possono lasciare indifferente un artista, per i colori, le luci, le emozioni che sanno dare. Per me il viaggio è un po’ questo: sperimentare un luogo stando con se stessi e da esso lasciarsi avvolgere, assorbirlo, respiralo, perdersi nel profumo di una foresta che sa di vaniglia o sentire il calore dell’erba della savana che si spande la sera. Non sono uno che cerca troppo le parole, che legge molto prima di partire, che vuole per forza l’incontro con le culture del luogo, mi piace percepire il luogo nella sua purezza, dove la mano dell’uomo, la civiltà, si vede poco. Semplicemente, per quel che mi riguarda, il viaggio è essere lì, essere in un luogo con tutte le sensazioni accese e lasciarlo entrare dentro di sé, diventare “uno” col tutto. Nel mio modo di viaggiare, però, la differenza vera la fanno gli animali. Lo stesso luogo, bello allo stesso modo, diventa meraviglioso se la vita si mostra e si muove, respira, esiste, magari in una corsa

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di giraffe o nell’apparizione di un leone al tramonto. Gli animali rivelano tutto un mondo che è così diverso eppure così simile al nostro, un mondo che resterà comunque sconosciuto, che sai non potrai mai capire fino in fondo, ma che merita tutto il rispetto che possiamo dargli. Questa è la sensazione che ho provato in alcuni degli incontri che mi hanno più colpito. Quando ho guardato negli occhi un impala, tanto vicino che potevo toccarlo, quando ho visto gli elefanti che si parlavano con il loro linguaggio dei segni fatto di carezze di proboscide o un leopardo materializzarsi dal nulla nella foresta per poi sparire assorbito da essa. Ma molti altri, il ricordo del salto di un kudu a spezzare la pista che percorrevo o delle schiene dei leoni fermi all’ombra del fuoristrada, che a osservarle scrivevano una storia con le loro cicatrici. Non potrei fare a meno di incontrarli ancora e ancora. Ogni volta torno a casa con un regalo sempre più grande, che mi spinge a raccontarli e celebrarli, rendendo loro omaggio con il mio lavoro. Affermi che dipingere vuol dire intraprendere un percorso interamente ideato da se stessi. Detto questo, che tipo di relazione esiste secondo te tra il mondo interiore dell’artista e la realtà dell’ambiente in cui vive e degli individui che lo circondano? Credo che ognuno abbia un mondo dentro di sé e che non ci sono scuole o corsi, se non per la tecnica, che lo possano tirare fuori. Ovviamente questo è il mio pensiero, o meglio, è la mia storia finora. Ho fatto tutto da solo, bene o male. Ho scoperto un luogo, l’ho interiorizzato, ho lasciato che mi parlasse e spontaneamente sono diventato quello che sono adesso.

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In fondo non si può scappare da se stessi, ed è esattamente quello che fanno gli animali… La relazione con il “fuori da sé” può essere molto diversificata, a seconda del piano su cui la si analizza. Io provo a comunicare con gli altri, con chi guarda, portando alla loro attenzione quello che ho dentro nella speranza che sia uno stimolo a riconsiderare la bellezza del mondo, ad amarla e poi a rispettarla. Cerco di mandare un messaggio di attenzione, rispetto e amorevolezza verso la natura e credo che sia un dovere di chi fa arte, ma in fondo di chiunque parli a un pubblico. L’artista spera che il visitatore lo veda dentro, veda la sua anima nel suo lavoro. Non sempre questo accade, ma qui il discorso si amplierebbe troppo. Entrano in gioco gli interessi personali, l’educazione all’arte, la capacità di discernere al di là della critica e un panorama artistico, il nostro, che di certo non avvantaggia la buona

pittura o la semplice bellezza a favore, invece, di sensazionalismo e originalità a tutti i costi, spesso totalmente vuota. Qual è il prossimo viaggio artistico che ti piacerebbe intraprendere? Credo che ogni percorso artistico sia un viaggio, l’arte stessa lo è. Parti ma non sai bene dove approderai…Io mi sento come uno che ha appena iniziato e che il mio percorso sia ancora in embrione e in continua evoluzione. Per ora sarei felice di poter continuare a rappresentare i miei animali sempre al meglio, crescendo, e che la bellezza che hanno dentro e fuori, attraverso il mio lavoro, arrivi alla gente. E magari poterlo fare sotto il cielo dell’Africa.


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a Mattia dori

Intervista

M

attia Dori è nato in Trentino, luogo in cui sviluppa il suo amore per la natura e l’interesse per lo studio dei comportamenti e delle abitudini degli animali. Successivamente, e soprattutto durante i suoi primi viaggi, giunge la passione per la fotografia: il suo obiettivo si sofferma, cosÏ, in un primo momento sul paesaggio, per poi concentrarsi sugli animali e il loro habitat.


però, il momento preciso in cui ho capito che volevo fare fotografia è stata una fredda mattina autunnale. Ero in montagna a osservare i camosci nella stagione degli amori. Ricordo che avevo solo una macchina digitale compatta economica. Stava albeggiando e i primi raggi di sole spuntavano da dietro una collinetta. In quel momento un maschio di camoscio fece capolino sul promontorio, illuminato alle spalle da quella timida luce. Inquadrai un po' a caso e senza nemmeno pensare alle impostazioni scattai una fotografia. Il risultato, anche se da ascrivere totalmente al computer di quella piccola macchina fotografica, mi fulminò. Una silhouette perfetta con degli steli d’erba color oro sulla cima del crinale. Capii che con la fotografia si potevano creare immagini incredibili. Da quel giorno, appena posso, mi immergo nella natura ricercando la magia di quella mattina. A un certo punto del tuo percorso artistico, l’attenzione prevalente per i paesaggi ha ceduto il posto a quella riguardante lo studio degli animali. Cosa ha significato per te muoversi dall’ambiente al soggetto?

Sei nato e cresciuto in Trentino, regione che riserva paesaggi fantastici, uno dei motori principali della tua forte passione per l’ambiente naturale e gli animali. L’interesse per la fotografia, però, non si manifesta subito, ma nasce successivamente, durante i tuoi primi viaggi. C’è stato un momento preciso in cui hai deciso di osservare la Natura attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica? Inizialmente la fotografia era solo un mezzo per fermare dei momenti, delle emozioni durante i miei primi viaggi e durante tutte le mie uscite in montagna. Forse

In realtà la passione che ho sempre avuto è quella per gli animali. Diciamo che la fotografia di paesaggio, anche se quella che praticavo io era più una fotografia di reportage, mi ha dato modo di fare pratica con lo strumento macchina fotografica. Quello che volevo fare era proprio fotografare gli animali. Potrei dire che i paesaggi sono stati una palestra per passare poi al mio vero amore, gli animali. Mi sono sempre sentito in contatto diretto con la fauna, in me ha sempre mosso emozioni e, quindi, è stato naturale cercare di fotografarla. Gran parte dei tuoi lavori, al di là dei soggetti rappresentati - che si tratti di animali o dell’ambiente naturale circostante - testimoniano il tuo intenso legame con la montagna, come si evince dalle foto del Parco Nazionale Doverfjell-Sunndalsfjella in Norvegia, delle Alpi, della foresta di 57


Bialowieza al confine tra Bielorussia e Polonia o quelle del Parco Nazionale del Semien in Etiopia. Ci racconteresti qualcuna di queste esperienze? Si, la montagna è nel mio dna. Stranamente quando sono in pianura mi sento spaesato senza quella dimensione verticale. Per le mie fotografie ricerco luoghi poco frequentati dove la natura sia ancora incontaminata o dove posso trovare gli animali che sono nei miei sogni fin da bambino. Così è stato per il bisonte europeo, il mammifero terrestre più grande d’Europa, ma anche per il bue muschiato. Faccio fatica a raccontare solo una di queste esperienze. Mi vengono in mente poi gli altipiani di 4000 metri dell’Etiopia, con la luce radente del tramonto. I babbuini gelada che si raggruppano a decine nei prati per mangiare. I loro versi che si mischiano con i latrati dei corvi beccogrosso. Essere seduti là in mezzo a osservare i loro comportamenti, i loro rapporti sociali in quell’atmosfera magica, non ha prezzo. Potrei raccontare della lunga

attesa sulla riva di un fiume quasi totalmente ghiacciato in Polonia, sperando che una lontra facesse capolino da quelle poche pozze ancora libere dai ghiacci. Quando i suoi occhi neri e profondissimi sono spuntati dal nulla a pochi metri da me non riuscivo nemmeno a respirare dall’emozione. O il timore reverenziale che si prova avvicinandosi a un gruppo di buoi muschiati nella tundra norvegese. Un animale dall'aspetto così selvaggio e preistorico di una bellezza indescrivibile. Anche se mi sforzo non riesco a citarne solo uno, sarebbe riduttivo. Nella tua crescita come fotografo ti sei ispirato a qualche grande artista in particolare? Cosa ti affascina di più di questa attività? Personalmente adoro studiare le foto di tantissimi fotografi, capire cosa vogliono raccontare con le loro immagini, leggere i loro libri immedesimandomi nelle loro


esperienze fotografiche e umane. Sono sempre stato molto curioso e interessato al lavoro degli altri fotografi, non solo dei più blasonati. Comunque tra i mostri sacri, quelli che ammiro in modo particolare sono Michio Hoshino, Jim Brandenburg, Thomas Mangelsen, Stefano Unterthiner, Vincent Munier. Ma potrei citarne molti altri. La loro lucidità, la loro chiarezza, la capacità di cogliere l’istante e raffigurarlo nel migliore dei modi. La caparbietà e l’immensa conoscenza della natura, che fotografi di quel calibro devono avere, sono caratteristiche rare da trovare tutte in un singolo individuo. Certo è che a livello artistico amo le immagini semplici e pulite, le luci calde e radenti, il tempo avverso e le atmosfere cupe. Trovo interessanti le immagini che non sono immediatamente leggibili e sulle quali bisogna soffermarsi un attimo di più. La fotografia mi ha sempre affascinato per il modo in cui ogni fotografo può interpretare in modo diverso la stessa scena, per la potenza che alcune immagini posseggono e per il modo in cui un singolo scatto ben fatto possa raccontare più di tante parole. Nella fotografia naturalistica il grande privilegio, poi, è quello di muoversi immersi nella natura lontano dalla civiltà e dal caos, alla ricerca di animali selvaggi. Hai cominciato fotografando in analogico e utilizzando pellicole in bianco e nero. Con il passaggio all’era del digitale, il mondo della fotografia è diventato sempre più accessibile soprattutto da un punto di vista tecnico. Quali sono secondo te gli aspetti positivi e negativi di questa trasformazione epocale? Certamente il fascino dell’analogico è indiscutibile,trattandosi di una fotografia più lenta e più studiata proprio per le sue caratteristiche fisiche-meccaniche. Questo è anche uno dei suoi difetti se vogliamo, il digitale è più immediato, gli errori si possono correggere subito, si possono capire più velocemente i meccanismi e

quali sono le inquadrature migliori. In particolar modo per la fotografia naturalistica di animali, il digitale a mio avviso porta solo benefici. Rapidi autofocus, sensori sempre più sensibili, otturatori velocissimi, grandi memorie che eliminano il gravoso limite della pellicola. Tutto questo ci offre la possibilità di concentrarci di più sulle inquadrature, sulle possibili visioni interpretative. Possiamo fare centinaia di prove con impostazioni diverse solo per vedere come cambia il risultato. Ovviamente però dietro alla macchina fotografica, analogica o digitale che sia, c’è una persona ed è quella che crea le immagini, prima visualizzandole nella mente e poi provando a renderle materiali. Sono convinto che non sia l’attrezzatura che fa la differenza, bensì l’impegno che si mette in questa forma d’arte che è la fotografia.


cinema


Batman al cinema di Marciano Santosuosso

Dalla serie televisiva ai lungometraggi di Tim Burton e Christopher Nolan: storia ed evoluzione dell’uomo pipistrello sul grande schermo


I

l personaggio di Batman, concepito e portato alla ribalta fumettistica dal suo creatore Bob Kane e dalla celebre casa editrice DC Comics, porta con sé anche una straordinaria e discretamente lunga storia cinematografica, dal momento in cui alcuni dei migliori registi del panorama hollywoodiano hanno accettato di cimentarsi con le cronache e la leggenda dell’uomo pipistrello. L’esordio ufficiale di Batman al cinema avviene nel 1943, data in cui la Columbia, nota casa di produzione cinematografica e televisiva, realizza una serie di 15 episodi, con Lewis Hamilton nei panni del cavaliere oscuro e Douglas Croft in quelli di Robin. La consacrazione popolare e il successo planetario della creatura fumettistica di Bob Kane, in realtà, arriverà però alla televisione grazie alla Abc, storica emittente televisiva americana; proprio quest’ultima produsse, infatti, 120 episodi a colori, andati in onda tra il 1962 e il 1968, che legittimeranno definitivamente il mito di Batman, ormai icona non solo più del mondo del fumetto. Protagonisti della serie televisiva targata Abc erano Adam West nei panni di Batman, Burt Ward in quelli di Robin e Neil Hamilton e Alam Napier che interpretavano rispettivamente il capo della polizia, Gordon, e Alfred, maggiordomo e tuttofare di casa Wayne; a tutti questi si aggiunse dalla terza serie Yvonne Craig, nelle vesti di Batgirl, prima eroina alleata dell’uomo pipistrello. La storia e il successo sia cinematografico che fumettistico di Batman si sono sempre tuttavia costruiti e distinti soprattutto per i suoi antagonisti e acerrimi nemici, rappresentati da supercriminali e villani come il Joker (sicuramente il maggiormente rappresentativo fra i cattivi che combattono l’uomo pipistrello e considerato a tutti gli effetti la sua nemesi), il Pinguino, l’Enigmista, Mister Freezer, il mostruoso Bane e numerosi altri. Nella serie realizzata per la Abc, troviamo nelle vesti del Joker Cesar Romero, noto attore statunitense che costruirà la sua carriera proprio grazie al personaggio del clown cattivo, nemico del pipistrello, ma anche Frank Gorshin che vestirà i panni de l’Enigmista e Julie Newmar, che sarà la Donnagatto. Successivamente alla fortunata serie televisiva realizzata dall’Abc, il personaggio di Batman vivrà una sorta di abbandono e lontananza dalla scene televisive e cinema64

tografiche americane per più di venti anni; grazie a Tim Burton, però, nel 1989 l’eroe mascherato ideato da Bob Kane torna finalmente al cinema, ottenendo un impressionante successo che lo riporta alla ribalta mondiale. “Batman” di Burton, racconta una gotica e sinistra storia di vendetta personale e corruzione morale, in cui assume un’im-

L’esordio ufficiale di Batman al cinema avviene nel 1943, data in cui la Columbia, nota casa di produzione cinematografica e televisiva, realizza una serie di 15 episodi


portanza fondamentale la città di Gotham City, metropoli notturna e postmoderna che ricorda fortemente “Metropolis” (1927) di Fritz Lang: una città neogotica e claustrofobica, che finisce per essere lo sfondo perfetto per la visione che Burton aveva in mente nel narrare le avventure e le vicende dell’uomo pipistrello. Perfetta anche la scelta degli interpreti, con Michael Keaton nel ruolo di Batman, ma soprattutto Jack Nicholson in quelli del Joker, che grazie a un’interpretazione magistrale, finisce addirittura per rubare la scena a quello che dovrebbe essere il vero e proprio protagonista del lungometraggio firmato Burton; da menzionare anche la presenza di Kim Basinger che interpreta il ruolo della giornalista Vicky Vale, la quale finisce per far innamorare il miliardario Bruce Wayne. La pellicola diviene campione di

incassi nel 1989, ottenendo anche un Oscar per la scenografia concepita da Anton Furst e Peter Young; la colonna sonora viene affidata a Prince, celebre e rinomato artista pop statunitense. Sulla scia del successo di “Batman” del 1989, Tim Burton nel 1992 realizza il suo sequel, intitolato “Batman – Il ritorno”; il ruolo dell’uomo pipistrello è affidato sempre a Keaton, mentre quello del Pinguino, un essere deforme gettato nelle fogne dai genitori ancora in fasce, è interpretato da Danny DeVito, mentre Michelle Pfeiffer è Catwoman, creatura dalla doppia vita e dalla doppia personalità, sin dall’inizio indecisa da che parte schierarsi. Anche questa volta, come nel caso del Joker di Nicholson, troviamo un cattivo impeccabile, con un DeVito che ci regala una magni-


L B n l p fi u

fica interpretazione della creatura orribile e rinnegata dai suoi stessi genitori. Il secondo Batman di Burton, dai più ritenuto superiore rispetto al suo prequel, potrebbe essere definito come la versione nera di “Edward mani di forbice” (1990), altro successo del cineasta made in USA, che rivela la stupefacente abilità di scenografo e l’inarrivabile talento visivo del regista americano. Dopo le due pietre miliari di Burton, è il regista Joel Schumacher a prendere a cuore le sorti dell’uomo pipistrello sul grande schermo; nel 1995, esce infatti nelle sale cinematografiche “Batman Forever”, con 66

un cast d’eccezione, che annovera fra le sue fila star planetarie come Val Kilmer (Batman), Tommy Lee Jones (Due Facce), Jim Carrey (L’Enigmista) e Nicole Kidman nei panni della psicologa Chase Meridian. Questa pellicola risulta però totalmente inferiore ai due precedenti eccellenti lavori di Burton; il film di Schumacher risulta monotono e privo di suspense, dotato di pochissime buone idee e con una regia anonima, infantile e tonitruante. I medesimi problemi, sono rintracciabili anche in “Batman e Robin”, che esce nel 1997 sempre a opera del medesimo autore; Batman è questa volta


L’esordio ufficiale di Batman al cinema avviene nel 1943, data in cui la Columbia, nota casa di produzione cinematografica e televisiva, realizza una serie di 15 episodi

interpretato da George Clooney, con Arnold Schwarzenegger nelle vesti del villain Mr. Freeze e Uma Thurman nei panni della sua

Grazie a Tim Burton nel 1989 l’eroe mascherato ideato da Bob Kane torna finalmente al cinema, ottenendo un impressionante successo che lo riporta alla ribalta mondiale

alleata Poison Ivy. Come nella precedente pellicola di Schumacher, ritroviamo anche qui la figura di Robin (interpretata da Chris O’Donnel), personaggio assente nelle due pellicole realizzate da Tim Burton. Il secondo capitolo di Batman firmato Schumacher si rivela come il primo una grossa delusione, con un Clooney totalmente inadatto e discordante con la figura dell’uomo pipistrello e una regia che evidenzia inutili virtuosismi ed evidenti limiti nella trasposizione delle storie fumettistiche create dalla Dc Comics, adattate al grande schermo. Sarà, però, il visionario regista inglese Christopher Nolan, che realizzerà nel 2005 “Batman Begins”, a portare la figura dell’uomo pipistrello a un nuovo livello, sia riguardo alla regia che per continuità e contenuti narrativi. Il regista britannico, autore di pellicole controtendenza e particolarmente originali come “Memento” (2000) o “Inception” (2010), realizza una sorta di “romanzo di formazione” della genesi del personaggio di Batman, il quale permette di comprendere pienamente come l’uomo Bruce Wayne abbia deciso di vestire i panni del supereroe. La pellicola concepita da Nolan risulta impeccabile a livello narrativo, dando il là all’inizio di una trilogia che molto presto diverrà il metro di paragone per chiunque voglia anche solo avvicinarsi e comprendere il mondo del cavaliere oscuro; il cast è impeccabile, con Christian Bale a vestire i panni dell’uomo pipistrello, Michael Caine in quelli del fido maggiordomo Alfred, Morgan Freeman diventa l’inventore Lucius Fox, pronto a creare per Batman ogni genere di nuova diavoleria tecnologica che lo possa aiutare a combattere i criminali, Gary Oldman si trasforma nel poliziotto fidato Gordon e Liam Neeson è il maestro Ducard. Tutto funziona alla perfezione, permettendo a Nolan di reinventare e ricreare la mitologia dell’Uomo pipistrello, discostandosi nettamente dalla saga di Tim Burton; l’opera di Nolan segna l’inizio di una trilogia sull’uomo pipistrello più cupa, oscura e complessa, che si adatta perfettamente alle inquietudini e alle paure dei nostri tempi. Il finale della pellicola prepara magistralmente il terreno per l’ingresso in scena nel sequel, di quello che sarà molto probabilmente il cattivo meglio riuscito in tutta la storia cinematografica dei 67


Batman, quel Joker psicopatico e inquietante che difficilmente riuscirà a esser replicato sul grande schermo, interpretato magnificamente da Heath Ledger, che morirà solo poco tempo dopo le riprese a causa in un’intossicazione acuta di farmaci nel suo appartamento del quartiere di SoHo a New York. Il sequel di “Batman Begins”, sempre per la regia di Nolan, sarà quindi “The Dark Knight” (2008), meglio conosciuto come “Il cavaliere oscuro”; ne viene fuori un blockbuster eccezionale, con una sceneggiatura pressoché perfetta (elaborata dallo stesso regista insieme al fratello Jonathan), una pellicola inquietante e scioccante, il Batman con ogni probabilità migliore di sempre. Nel ruolo del cavaliere oscuro c’è sempre l’ottimo Bale, a cui si aggiunge il procuratore distrettuale Harvey Dent interpretato da Aaron Eckart e la sua fidanzata e assistente Rachel Dawes (Maggie Gyllenhaal); rimangono anche i sempre insostituibili Freeman, Caine e Oldman nei loro rispettivi ruoli. Ma è la già citata incredibile interpretazione di Ledger a dominare la scena, il quale si cala nella parte del personaggio di un Joker disturbato e psicopatico come mai si era visto nella storia cinematografica di Batman; l’indelebile e indimenticabile interpretazione del malvagio clown regalerà all’attore americano perfino un Oscar che l’Accademy americana gli riconoscerà post mortem. Un’opera complessa anche sotto il profilo etico ed emotivo, in cui Batman affronterà apertamente una questione che tormenta il personaggio fin dalle sue origini, ovvero quella della conservazione della morale, pur essendo un vendicatore in maschera. La Gotham City (che in realtà viene ricreata e portata in vita nella città di Chicago) è nettamente più oscura, corrotta e spaventosa di quella creata da Burton; nella Gotham di Nolan, l’escalation del male si fa sempre più radicata e capillare, finendo per inquinare e fraintendere finanche il bene. Le musiche di Hans Zimmer completano un’atmosfera che si sposa perfettamente con la concezione che il cineasta ha della pellicola, aggiungendo un tocco di classe a uno dei migliori film prodotti dal regista britannico. Inoltre, la sequenza iniziale che rappresenta l’intro del film ha fatto e farà sicuramente

scuola nella storia cinematografica di questi anni; tutta girata attraverso l’uso della tecnologia IMAX, la scena sopracitata rappresenta una straordinaria condensazione di tecnica narrativa e di suspense, risultando una vera meraviglia per gli occhi dello spettatore. La trilogia di Nolan si chiuderà e si concluderà definitivamente nel 2012, con l’uscita di “The Dark Knight Rises”, tradotto in italiano ne “Il Cavaliere Oscuro - il ritorno”; Bale, ormai veterano nel ruolo dell’uomo pipistrello è confermato nel cast, insieme ai soliti Cane, Oldman e Freeman. Le novità arrivano dall’aggiunta di Anne Hathaway nei panni della ladra Selina Kyle, di Tom Hardy che vestirà il costume del villain e supercriminale Bane e di Joseph Gordon-Levitt (presente nel già citato “Inception”) che interpreta John Blake, il futuro Robin. La pellicola, pur non raggiungendo la perfezione e i perfetti meccanismi toccati nei due precedenti episodi della saga, si rivela comunque estremamente apprezzabile, solida e mastodontica (sia nei contenuti che nella durata che raggiunge i 164 minuti, divenendo il Batman più lungo di sempre), infarcita di numerose sottotrame che Nolan orchestra e gestisce in modo impeccabile. Apprezzabile e particolarmente virtuoso il finale, col regista britannico che persegue una scelta inusuale e curiosa, che stupisce e lascia di stucco perfino lo spettatore più esigente. L’unica piccola critica che può essere mossa al capitolo finale della trilogia di Christopher Nolan è probabilmente rintracciabile esclusivamente nella voglia di eccedere e di condensare in una sola pellicola troppe scene madri e numerosi straordinari personaggi, che rischiano di confondere, sviare o spaventare lo spettatore casuale che comincia ad avvicinarsi al complesso e colossale universo dell’eroe mascherato creato da Bob Kane; per tutti coloro che, invece, hanno apprezzato e amato l’intera saga dell’uomo pipistrello targata Nolan, il capitolo finale rappresenta la giusta chiusura di una saga straordinaria, un’opera omnia che ogni appassionato che abbia a cuore la storia, la leggenda e l’evoluzione di Batman dovrebbe conoscere, comprendere e rivedere all’infinito.


letteratura

NEUTRINI E NEURONI IN SALSA FOLLE di Alberto Zaccagni

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Erbolario del fantastico, bestiario della realtà. Vinavil dell’immensamente grande e infinitesimamente piccolo. Adatto a tutte le età, sessi, religioni e sentimenti. Politicamente scorretto, religiosamente laico. Attivante per ogni interpretazione personale. Stimolante per commenti denigranti. Propedeutico allo studio della realtà paradossale. Indicato a chi sogna nuovi modi e nuovi mondi e per chi vuole iniziare. Consigliato a chi non invecchiera’ mai perché fatto di materia universale.


Sono queste le Indicazioni per la guida alla lettura della raccolta di racconti e composizioni di Alberto Zaccagni che vi presentiamo in esclusiva su Artim Magazine. Una serie di novelle e poesie liberamente ispirate alla filosofia delle particelle e alla fisica del pensiero, una miscela di universi e mondi paralleli con un centro comune - l’essere umano - che vi somministreremo a dosi per i prossimi numeri. La terza tappa della serie è "Astri e disastri", una sorta di guida introduttiva a un’immaginazione galatticamente folle, dove l’autore ci invita a visualizzare i nostri corpi come mondi di elettroni e neuroni che entrano in contatto con particelle atomiche e subatomiche, dando vita a tanti universi nell’universo. In "Flipper galattico", invece, ci ritroviamo tutti al bar Universo per una fantascientifica partita a flipper..


Astri e disastri

I

mmaginiamoci adesso, con uno sforzo paradossale, fantastiche particelle tra energia e materia. Pensiamole navigare, ed esserne al tempo stesso parte, in un mare incessantemente increspato esteso in tutte le direzioni della curva spaziale. Ora con nostra mente, avvezza all’inconsueto, le vediamo approdare a isole tra loro distanti milioni e milioni di anni luce. Eccole! Stanno in questo preciso istante ormeggiando alla banchina del pianeta-isola Terra. Gira che ti rigira nell’universo, una quantità minima di particelle, pari forse a un’ennesima potenza negativa, collidono inevitabilmente con la nostra banchina/atmosfera terrestre, cedendo in un caso e assorbendo in altro alte energie. L’impatto genera una famiglia subatomica allargata, chiamata secondaria, composta di nuove nate comunque sempre esistite. Le erranti astrazioni, che impropriamente immaginiamo fatte di materia, seppur fregandosene della gravità ci precipitano addosso così da miliardi di anni. Semplificando all’estremo, consideriamo adesso i nostri corpi, che comunemente pensiamo compatti, come un aggregato incoerente di nucleoni e vorticosi e distanti elettroni tenuti insieme da un campo elettromagnetico. Le traiettorie orbitali percorse di gran lena a velocità prossime alla luce dagli elettroni fan apparire solido quello che in realtà è estremamente rarefatto. Costantemente e incessantemente, già trapassate dai rari e preziosi neutrini che conosciamo, le nostre belle teste pensanti, i nostri busti popputi, i ventri piatti e i deretani indistintamente cellulitici o tonici, vengon bombardati e trafitti da democratici vagabondi raggi cosmici e secondari. Si distinguono nel galattico branco, ora chiuso nel recinto terrestre, mesoni e

muoni carichi e neutri, la triade degli scompagnati; elettroni, protoni e neutroni. Un saporito pot-pourri di iperioni ben miscelati formati da quark di seconda e terza generazione e tanti altri completano il gregge… Come in un immaginario rodeo, scartando all’ultimo nanosecondo, deviati dal nostro campo magnetico, ci attorniano con inusuali traiettorie curvilinee e al termine di paraboliche tracce alcuni di essi, e non sappiam mai quanti, affondano nei gangli più delicati del nostro cervello. L’Amigdala e l’Hippocampo, il Talamo e Ipotalamo, concimati da tal materia senza massa, fruttificano in pensieri di cui noi stessi, quando ci illuminano, non sappiam spiegar la provenienza. Tutti i lobi dal Frontale al Parietale, la Corteccia e il Cervelletto, la ghiandola Pineale e la Spina dorsale interagiscono, transitate ed eccitate da visite tanto acute quanto sottili e ripetute. Stimoli cosmici, punzecchiature galassiche, campanelli di energia. Dobbiam quindi pensarci come automi riceventi, macchine carnali a propellente stellare. Possiam quindi credere ciò che vogliamo, chi arrampicandosi sugli specchi astrologici chi adducendo il tutto al fato, altri a religioni, ma è certo che dagli infiniti spazi universali ci arrivan i succhi che, elaborati dai nostri corpi cavi, influiscono sul nostro vivere, presente e futuro. Il passato in quanto passato è passato. Liberi sempre e comunque di considerare gli astri fautori di disastri o pensar le stelle come buone sorelle.


Flipper Galattico Al bar Universo oggi è arrivato un infinito flipper. I raggi cosmici viaggiano come palline, originati da un’esplosiva forza dovuta alla morte di una supernova quale percussore. Accelerate alla velocità della luce avendo urtato, urtanti, urtate, urtano infine le molle e rarefatte materie. Rimbalzano tra le stringhe elastiche di galattiche nuvole di gas ionizzati, scorrazzando così gli spazi interstellari e le curve temporali. Si accentrano a formar, sotto pressione, ammassi globulari. Saltando stati quantici, brillano di fotoni. Compromessa la retta traiettoria, aggirano corpi stellari, deviati da campi gravitazionali. Respinti da cariche opposte, rompendo simmetrie, ruotan sul proprio asse, conservando al tempo stesso velocità e progresso. Di colpo dalla quinta dimensione, scalando nella quarta, si scontran tra di loro generando molteplici muoni. Volano senza tempo nel curvo spazio alieno tra la materia oscura e, ormai fattisi bosoni, si senton spinti in una spirale a sognare lo spazio vero…E invece stan cadendo dentro un buco nero. Appar nel firmamento un motto alquanto strano, Game over ci sta scritto, introduci ancora un euro che ti portiam in neuro!


scienza

Donar...si! di Federica Del Deo


C

ome studentessa di Medicina, ho la consolante consapevolezza di essere una testimone privilegiata del miracolo della Vita. Sono troppo vicina al suo mistero per non amarlo, per non volerlo esplorare in tutte le sue sfaccettature; ci sono troppo dentro per non voler partecipare direttamente anche solo con un piccolo gesto, che però per chi lo riceve può fare la differenza tra la Vita e la Morte. Desidero da tempo donare il sangue. Trovo che sia un gesto di una nobiltà veramente rara. Ogni volta che si affronta a lezione l'argomento mi appassiono, lo approfondisco...Vorrei scoprire ogni segreto del sangue, le sue misteriose compatibilità; sono totalmente affascinata da come una parte di qualcuno possa fluire e tenere viva un'altra persona, a distanze impensabili, senza che quest'ultima se ne renda veramente conto. Sarei anche una donatrice universale ma, ironia del destino, le mie condizioni di salute finora non me lo hanno consentito. Per sdebitarmi con i miei immaginari riceventi, scrivo questo articolo nella speranza di sensibilizzare almeno una persona.

Il sangue è uno dei fluidi dell'organismo, insieme alla linfa e al liquor cefalorachidiano. Costituisce circa il 7,7% del peso corporeo, che corrisponde a circa 5,5 litri per un uomo del peso di 70 kg. La sua composizione è in parte liquida e in parte corpuscolata, ovvero poco meno della metà del sangue è costituita da cellule, dette ‘globuli’ data la forma, e da elementi figurati privi di nucleo - ovvero globuli rossi e piastrine. Il restante 55% è costituito da plasma, composto da acqua, ioni, proteine, ormoni, nutrienti. Nel complesso, le funzioni del sangue sono di trasporto, difesa dalle infezioni e nutrimento. Queste funzioni sono tutte indispensabili per la vita umana; ciò vuol dire che ingenti perdite ematiche mettono a repentaglio la sopravvivenza. Purtroppo le emorragie sono situazioni mediche all'ordine del giorno e possono essere causa di morte per shock ipovolemico, caratterizzato da pressione sanguigna tendente a zero, battito accelerato e perdita di coscienza seguita da arresto cardiaco. Nella gestione di un paziente fortemente traumatizzato o in caso di emorragie intrachirurgiche, una trasfusione sanguigna regala tempo prezioso ai medici. Allo stesso tempo, le trasfusioni ripetute possono allungare la vita e migliorarne la qualità in caso di pazienti affetti da patologie come la ‘talassemia’ e la carenza cronica

di piastrine, detta ‘piastrinopenia’. L'Italia è un paese poco sensibile al tema, tant'è vero che il fabbisogno di sangue e organi è fortemente superiore all'offerta, e al momento il disavanzo viene coperto da sacche di sangue importate dall'estero, specialmente dalla Svizzera. Questa compravendita di sangue, oltre a peggiorare la situazione di precarietà economica del nostro sistema sanitario nazionale, rende vano il profondo significato della donazione, che dovrebbe essere un atto libero, volontario, gratuito e solidale. Sogno per il mio paese l'autarchia sanguigna, che non è un delirio di Mussoliniana memoria, ma semplicemente una situazione ideale in cui ogni cittadino si impegna a donare una porzione esigua del suo sangue (dai 300 ai 500 ml, come una lattina di birra) per contribuire al benessere e alla sopravvivenza di un concittadino. Il gesto è così semplice, appagante e poco traumatico che può essere ripetuto senza conseguenza alcuna più di una volta all'anno, per la precisione quattro volte all'anno per gli uomini e due per le donne. I donatori potenziali tra i 18 e i 60 anni sono così tanti che potremmo tranquillamente soddisfare e sforare il nostro bisogno di sangue. Sono dell'opinione che così come esiste il suffragio universale come diritto, allo stesso modo dovrebbe esistere la donazione universale come dovere, ovviamente dovere di tipo morale. La donazione universale risolverebbe anche un altro annoso problema: i gruppi sanguigni non sono tutti compatibili tra di loro e ce ne sono alcuni purtroppo molto più rari di altri (come regola generale, il gruppo 0 è più raro degli A, B, AB perché questi ultimi sono dominanti, ricordate Darwin? Al contempo gli Rh+ sono l'85% del totale, quindi in definitiva il gruppo più raro è il gruppo 0 Rh-). Purtroppo la maggioranza delle persone non è nemmeno consapevole del proprio gruppo. Basterebbe sapere di essere 0 negativo per avere una motivazione in più a donare, per salvare persone che altrimenti avrebbero ben poche possibilità di sopravvivere. Sulla superficie dei globuli rossi sono presenti proteine non indispensabili per la sopravvivenza, indicate con A e/o B. Chi le possiede entrambe sarà di gruppo AB, in caso contrario sarà considerata di gruppo 0. A e B sono dominanti rispetto allo 0, quindi per definizione più comuni. Soltanto in circostante genotipiche rare che non posso qui spiegare si può ottenere il gruppo 0.


Il modo più comune é l'unione di due genitori 0, ecco spiegata la sua rarità. Allo stesso tempo A e B sono codominanti, ovvero si litigano il posto. Due genitori, di cui uno A e uno B, potranno generare figli sia A, sia B, sia AB. Ecco perché questi gruppi sono più diffusi. Lo stesso vale per l'RH+. Complesso, vero? Il bello viene ora. Oltre a possedere proteine A, B o 0, il nostro corpo può produrre anticorpi, ovvero armi potentissime che distruggono tutto quello che è ritenuto pericoloso per l'organismo.

così come esiste il suffragio universale come diritto, allo stesso modo dovrebbe esistere la donazione universale come dovere, ovviamente dovere di tipo morale.

Chi possiede le proteine A sulla superficie dei globuli rossi avrà anticorpi che riterranno dannose le proteine B presenti nel plasma...Perché? Perché non avendo queste ultime, il sistema immunitario di un individuo di gruppo A crederà che B sia un potenziale pericolo. Chi possiede proteine B sui globuli rossi, avrà anticorpi anti proteine A nel plasma, per la stessa ragione. Chi è gruppo 0, non ha proteine né A né B, ma in compenso avrà doppia dose di anticorpi, ovvero anti A e anti B. I più fortunati sono le persone gruppo AB, perché avendo entrambe le proteine sui globuli rossi non avranno anticorpi nel sangue. E ciò è particolarmente evidente proprio nel momento in cui si debba ricevere del sangue. Qui il gioco si fa duro. Tenetevi forti. A e B sono compatibili solo con loro stessi. Nel momento in cui A riceve globuli rossi con proteine B (siano essi provenienti da gruppi B o AB), immediatamente i suoi anticorpi anti B attaccheranno la donazione credendo i globuli rossi B o AB pericolosi. Risultato? La morte, se non si interviene in 15 minuti massimo. Lo stes-


so vale per la persona B che riceve globuli rossi con proteine A provenienti da donatori A o AB. Però sia A che B possono ricevere da 0, in quanto non essendoci proteine sulla superficie dei globuli rossi 0, questi, una volta donati, passeranno inosservati. Non possedendo proteine riconosciute come pericolose, gli anticorpi del ricevente non potranno agire. La cosa più interessante è a questo punto il concetto di donatore e ricevente universale. Ho già detto che il plasma e i globuli rossi sono componenti diversi. Il plasma contiene anticorpi, i globuli espongono proteine (in “medichese” i rispettivi termini sono emoagglutinine per i primi, emoagglutinogeni per le seconde). AB è un ricevente universale, in quanto non possiede nel plasma nessun tipo di anticorpo (emoagglutinina) e può tollerare benissimo A, B, AB, 0 (se ci pensate, alla fin fine queste stesse proteine già le possiede!) AB però è un gruppo stupendo, affascinante, molto più complesso di quanto è stato detto finora. Chi appartiene al gruppo AB è anche donatore universale di plasma. Se si separa il plasma dai globuli rossi, si ottiene un plasma

privo di anticorpi, quindi innocuo per il ricevente. Quando il plasma verrà immesso nel donatore, non si avrà nessuna reazione immunitaria. Perché? Perché manca il componente fondamentale: l'anticorpo! Quindi, nel momento in cui si dona plasma AB senza anticorpi non importa se il ricevente sia di gruppo 0, A, B o AB. Le trasfusioni di plasma sono importanti quanto quelle di sangue intero e al gruppo AB conviene donare più plasma rispetto a tutto il sangue. Essendo questo un gruppo raro, si rischia di non trovare un altro AB che necessita di trasfusioni e quindi si rischia di sprecare la sacca e doverla gettare. Con la donazione di plasma si riducono gli sprechi, perché la sacca può essere donata a chiunque. 0 invece è un gruppo insidioso. Può donare a chiunque, perché non possiede proteine A né B, quindi gli anticorpi del ricevente non potranno attaccare il sangue che gli viene dato, perché non troveranno il loro bersaglio, ovvero le proteine A e B, che sono, appunto, assenti. Purtroppo, però, per lo stesso motivo può ricevere solo dal gruppo 0. Se ricevesse da A o B, gli anticorpi presenti nel ricevente 0 distruggerebbero ben


presto tutti i globuli rossi ricevuti. Io, per non friggervi troppo il cervello, per ora mi fermo qui. Non parlerò della compatibilità Rh e nemmeno degli altri 30 tipi di gruppi sanguigni (sì, a oggi sono stati scoperti almeno 30 tipi di gruppi, ognuno con la sua compatibilità.) Quello che più mi preme ora è spiegare la procedura, dal momento in cui si entra nell'ambulatorio allo snack che viene offerto alla fine. Non posso parlare per esperienza personale, quindi

Il sangue è uno dei fluidi dell'organismo, insieme alla linfa e al liquor cefalorachidiano. Costituisce circa il 7,7% del peso corporeo, che corrisponde a circa 5,5 litri per un uomo del peso di 70 kg

vi racconto dell'unica ed emozionante volta che ho potuto assistere a una donazione. All'ingresso viene fornito un modulo da compilare. Oltre alle semplici informazioni anagrafiche, le domande riguardano le abitudini di vita (fumo, alcool, sostanze psicotrope, domande sulle abitudini sessuali, eventuale presenza di patologie note). Rispondere con sincerità è fondamentale, perché con le analisi successive alla donazione verrebbero comunque individuate eventuali patologie o tracce di sostanze che rendono il sangue non idoneo, e quindi sarà stato donato inutilmente! Subito dopo i medici valutano lo stato di salute del donatore. E' una fase importante, se le sue condizioni non sono perfette non lo si mette a rischio facendolo donare. Comunemente si misura la pressione, la glicemia e il peso. Se il medico lo ritiene opportuno si ausculta anche il cuore. Ecco, io vengo bocciata a questo punto, perché la mia pressione costantemente bassa mi impedisce di essere una candidata ideale. In base al peso e alla pressione il medico stabilisce la quantità di sangue massima che è possibile donare. La donazione vera e propria dura al massimo 5 minuti, con o senza l'ausilio della pallina gommosa. Il donatore che ho accompagnato qualche mese fa, che tra le altre cose non ha smesso di parlare un secondo, ci ha addirittura giocato scimmiottando un noto politico che aveva recentemente donato il sangue a fine di propaganda. Una piccola quota di sangue prelevato viene analizzata e i risultati vengono forniti gratuitamente al donatore per posta. Dopo la donazione si può dire che stesse meglio lui di me. Ai donatori viene regalata una colazione e hanno diritto a una giornata di riposo dal lavoro... Giornata di cui il mio donatore non ha nemmeno usufruito. Come dicevo, il gesto è rapido, indolore e poco traumatico. Mezz'ora dopo eravamo insieme a salutare i professori del liceo che aveva frequentato e ad assistere alla maturità di un amico. Tre ore dopo era regolarmente a lavoro; e nonostante fosse un giorno di un luglio torridissimo, beh direi che se l'è cavata egregiamente. Che io sappia, gode ancora di ottima salute. Spero che non perda l'abitudine e che prima o poi si invertano i ruoli, anzi, farò in modo che ciò accada quanto prima.

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Onde gravitazionali Le onde gravitazionali previste dalla teoria della relatività generale di Albert Einstein rappresentavano un fenomeno finora inosservato. Ci sono voluti quasi cinque mesi di controlli sugli errori di misura per verificare la loro presenza nel cosmo e annunciarla al mondo intero. Queste onde sono state rivelate dagli strumenti gemelli Laser Interferometer Gravitational - Wave Observatory (LIGO) negli Stati Uniti

a Livingston e a Hanford il 14 settembre 2015. “Finalmente possiamo osservare l’universo con occhi diversi, non è un caso, infatti, che la prima misura diretta di ampiezza e fase delle onde gravitazionali sia stata accompagnata da un’altra importante scoperta, quella della fusione di un sistema binario di buchi neri”, commenta Pia Astone, ricercatrice dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) che ha


curato assieme ad altri cinque colleghi la redazione dell’articolo scientifico sulla scoperta. L’osservazione di onde gravitazionali apre un campo tuttora da esplorare per l’astrofisica osservativa, ora sempre più in grado di studiare anche onde generate dal moto stesso di corpi celesti oltre che alla classica radiazione: “Questa straordinaria scoperta apre un’emozionante finestra sull’universo, da oggi, le

onde gravitazionali si aggiungono ai messaggeri cosmici che già studiamo, come i fotoni e i neutrini di alta energia, i raggi cosmici e l’antimateria”, commenta Antonio Masiero, vicepresidente dell’INFN.

Fonti: home.infn.it


Astr-arti

Uno sguardo astronomico sulle costellazioni di Giovanni Pirone


“Sto lavorando (...) a uno studio del Rodano, della città illuminata dai lampioni a gas riflessi nel fiume blu. In alto il cielo stellato con il Gran Carro, un luccichio di rosa e verde sul campo blu cobalto del cielo stellato, laddove le luci della città e i suoi crudeli riflessi sono oro rosso e verde bronzeo (…)". (*) Stesi a terra di notte, in zone particolarmente buie, vediamo sopra di noi una serie di puntini luminosi. In molte opere eseguite negli ultimi anni della sua vita, Vincent Van Gogh ha rappresentato il cielo stellato in modo molto minuzioso e attento. Accanto alla - personalmente - notevole componente stilistica si può dedurre da molti suoi lavori un attento report astronomico degli astri che popolavano le sue notti. Osservando Notte stellata (Museum of Modern Art, New York) possiamo notare quale doveva essere l’aspetto del cielo a Saint-Rémy nel pre-alba del 23 maggio 1889 (nella didascalia è riportato erroneamente giugno) Osservando, invece, Notte stellata sul Rodano (Musée d’Orsay, Parigi) possiamo individuare la costellazione del Grande Carro. Con il termine 'costellazione' si intende attualmente una porzione di cielo ben definita e non le figure formate da stelle. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi le stelle di una costellazione non hanno tra loro alcun legame reale fisico (dimensioni, luminosità, tempo di vita, distanza da noi, etc). Riconoscere dei disegni, mettendo insieme i vari puntini, è una semplice coincidenza dovuta a fenomeni prospettici. I vari popoli antichi hanno sagomato il cielo notturno in modo diverso e dandogli nomi diversi. L’IAU (Unione Astronomica Internazionale) divide il cielo in ottantotto costellazioni ufficiali. Le costellazioni visibili dalle nostre latitudini settentrionali sono basate princi-

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palmente su quelle della tradizione della mitologia greca, richiamando figure mitologiche come Orione o Pegaso; quelle visibili dall’altro emisfero (australe) sono state, invece, battezzate in età illuministica dagli studiosi occidentali e portano i nomi di invenzioni specifiche di quel tempo. Cerchiamo di avvinarci ai principali motivi d’interesse verso il cielo dei popoli passati. Il primo è sicuramente la familiarizzazione con il cielo di notte. L’oscurità notturna era la proiezione psicologica delle paure degli uomini contrapposta all’idea del Dio Sole fonte di luce, calore, prosperità, sicurezza. Ergo, riconoscere sagome di animali o di valorosi combattenti era un modo per vivere la notte, esorcizzando così il timore che questa generava in loro. Il secondo fondamentale motivo era l’orientamento. Prima della comparsa in Europa della bussola, riuscire a trovare la via di casa in luoghi privi di riferimenti (mare aperto, alta montagna, deserto) era - ed é!! - molto difficile. Per capirci: immaginiamo di essere su una nave priva di GPS, computer, radio e senza nemmeno una bussola. Dobbiamo navigare verso Est perché la nostra meta è in quella direzione. Come facciamo? Durante il giorno abbiamo il Sole. La stella più vicina alla Terra che vediamo sorgere tutte le mattine in un punto preciso (Est) si muove apparentemente nel cielo (perchè è la Terra che gira) fino a tramontare a Ovest. Quindi, navigare di giorno nella direzione del Sole che sorge è andare verso Est. Di notte, però, il Sole non c’è. Come si fa? Se proviamo a osservare il cielo notturno, noteremo che, nello scorrere delle ore, le stelle cambiano posizione (sempre a causa del movimento di rotazione terrestre). Tutte…Tranne una. Questa si chiama stella polare e indica sempre il Nord. Il trucco che avevano escogitato gli antichi


era quello di riconoscere questa stella e poi da questa orientarsi. Individuarla, però, non è una banalità: ahinoi, non è la stella più brillante del cielo. La nostra ricerca partirà allora dal cercare una costellazione: il Grande Carro. Formato da sette stelle, essa ha la forma di un carretto della spesa con tanto di manico. Dopo averlo individuato, prendiamo le due stelle del trapezio opposte al manico (Merak e Dubhe) e tracciamo mentalmente la linea apparente che le unisce (linea continua nell’immagine). Poi, spostandoci di cinque volte la loro distanza verso l’alto (linea tratteggiata nell’immagine), arriviamo alla stella polare (**). Siamo sicuri che è quella perché fa parte di una costellazione simile alla precedente ma solo più piccola: Piccolo Carro. Il terzo motivo è forse il più affascinante: le ‘forme’ nel cielo ritornano ciclicamente. Ovvero la stessa costellazione ritorna a occupare all’incirca la stessa posizione dopo 365 giorni, 5 ore e pochi spiccioli di secondi (tralasciando la precessione degli equinozi). Gli antichi non potevano immaginare che questo ritorno dipendesse dal movimento di rivoluzione della Terra intorno al Sole, ma avevano dato un’interpretazione funzionale: la ricomparsa di quella costellazione era collegata con un’azione da compiere. Mi spiego

meglio: oltre a non avere Google Maps, gli antichi non avevano il calendario in casa. Vedere Sirio alta a Sud a una certa ora della notte per gli Egiziani era uguale al nostro concetto di arrivo della primavera. Non a caso loro veneravano questa stella come simbolo di fertilità in quanto, anno per anno, annunciatrice di primavera alla loro latitudine. Quindi, le popolazioni antiche non veneravano gli astri per vedere il futuro, ma le studiavano per ottenere coordinate spazio/temporali… Insomma, molto più intelligenti di tanti di noi che, associando le stelle al proprio destino, leggono l’oroscopo.

Nota di colore: la bandiera dell’Alaska è formata dallo sfondo blu più il grande carro e la stella polare (**) la posizione del Grande Carro in questa immagine è in basso rispetto al Piccolo Carro, ma ciò dipende dalla latitudine del luogo dal quale si osserva e dal periodo dell’anno. Quelle che rimangono uguali sono le posizioni relative delle due costellazioni. Fonti: * Lettere a Theo - Vincent Van Gogh (Guanda,2013) keespopinga.blogspot.it/2010/08/van-gogh-e-la-galassia-m51.html Le immagini della scienza - John D. Barrow (Mondadori, Milano, 2009)

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ARTIMTAUR


RASI.COM


Domotica per la salvaguardia dell’ acqua di redazione Artim Magazine

Secondo una ricerca pubblicata su Sciences Advances, nel mondo circa 4 miliardi di persone devono far fronte alla mancanza di acqua. Un problema grave che assilla più della metà della popolazione mondiale e che nella maggior parte dei casi riguarda un cattivo utilizzo della risorsa stessa (mala gestione delle strutture, sprechi - basti pensare all’utilizzo che se ne fa durante alcune attività di trivellazione - e accaparramento selvaggio). Tra coloro che hanno preso seriamente a cuore la questione c’è ARK LABS, una start up americana che ha ideato un nuovo sistema in grado di monitorare e controllare il nostro impianto idrico in modo da prevenire incidenti, allagamenti e spreco di acqua. L’unione di tecnologia idraulica ed elettronica ha così prodotto un dispositivo che interagisce con l’impianto idraulico di

casa attraverso un software che raccoglie costantemente dati relativi ai normali consumi giornalieri, come ad esempio la quantità di acqua che consumiamo durante la doccia, e attraverso un’apposita applicazione trasmette tutto a uno smartphone. Funzione principale: una volta individuati dei consumi ‘anomali’ che possono riferirsi a una perdita o alla rottura di un tubo, il dispositivo lancia un allarme.


tecnologia ecosostenibile


Artim Magazine N.6  

ATTRARTI - Fatti e storie di arte, di viaggi e di vite | artimtaurasi.com/artim-magazine

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