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ASA Magazine Anno 5 – Numero 16 – Maggio 2021 – Rivista Quadrimestrale

LA RIVISTA DELL’ ASSOCIAZIONE STAMPA AGROALIMENTARE ITALIANA Registrazione Tribunale Lg. 48/1948 – Tutti i diritti riservati – Dir. Resp. Carmen Guerriero

“L’agroalimentare guiderà la ripartenza del Paese” Intervista esclusiva per ASA Magazine con il Senatore Gian Marco Centinaio


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’Associazione Stampa Agroalimentare Italiana è uno strumento di raccordo e di sintesi, di stimolo e di supporto, di analisi e di costruttiva critica. La nostra mission è offrire supporto e collaborazione a tutti quei giornalisti e/o operatori dell’informazione che hanno nella serietà, nella moralità, nella sensibilità, nel rispetto e della deontologia professionale, le loro principali caratteristiche. Iniziative, progetti, eventi collegati ai nostri associati troveranno il giusto spazio all’interno del nostro sito, nei nostri social, nella nostra rivista e nella nostra newsletter inviata settimanalmente a più di 30.000 iscritti. Sensibile alle tematiche legate alla professionalità degli operatori della comunicazione di settore, ASA è anche uno strumento di formazione per i propri iscritti con un programma di corsi specialistici a loro dedicati in forma gratuita.

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ASA MAGAZINE n. 16/ 2021 – Maggio 2021 – Rivista Quadrimestrale Registrazione Tribunale Lg. 48/1948 Direttore EDITORIALE N.16 / MAGGIO 2021 Rivista Quadrimestrale

Presidente ASA presidente@asa-press.com

Direttore Responsabile Carmen Guerriero direttore@asamagazine.it

Redazione Centrale e Editing Enza Bettelli bettelli@asa-press.com

Proprietà - Editore Associazione Stampa Agroalimentare Italiana Piazza Giuseppe Grandi, 12 – 20135 Milano editore.asamagazine@asa-press.com P. IVA 13391650150

Concessionaria per la Raccolta Pubblicitaria ADV S.r.l.s. - Tel. 335 6063373 pubblicita.asamagazine@asa-press.com

Grafica e Impaginazione Lorenzo Bettelli

Comitato di Redazione e Controllo Giorgio Colli, Carmen Guerriero, Roberto Rabachino, Patrizia Rognoni e Saverio Scarpino

Hanno collaborato a questo numero Massimo Antonino Cascone, Nicoletta Curradi, Franca Dell’Arciprete Scotti, Silvia Donatiello, Federica Anna Guerriero, Maria Luisa Guerriero, Jimmy Pessina, Redazione Centrale, Giovanna Turchi Vismara, Liliana Savioli

Per la fotografia Apt Mugello, Archivio N&B, Enza Bettelli, Gregg Brehin, Contital, Franca Dell’Arciprete Scotti, Roberta Garibaldi, Grandi Cru Costa Toscana, Patrick Messina, Miel d’Or, Mipaaf, Norcenni Girasole, OnlyMoso, Jimmy Pessina, Philippe Piron, Liliana Savioli, Ville de Nantes, Boštjan Zidar


Sommario EDITORIALE “Risveglio”, l’editoriale del nuovo ASA di Maggio 2021 a cura di Carmen Guerriero, Direttore ASA Magazine

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IN EVIDENZA Gian Marco Centinaio: “L’Agroalimentare guiderà la ripartenza del Paese. Ora bisogna rimboccarsi le maniche e fare squadra” di Carmen Guerriero

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APPROFONDIMENTO Turismo enogastronomico, risorsa chiave per la ripartenza. Intervista esclusiva a Roberta Garibaldi di Carmen Guerriero

Etichettatura ambientale. Novità normative 2021 e dubbi interpretativi di Carmen Guerriero

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AGROALIMENTARE E TURISMO NAZIONALE Un Abruzzo per tutte le stagioni di Jimmy Pessina

In Toscana tra Mugello e Valdarno di Franca Dell’Arciprete Scotti

C’è qualcosa di nuovo nei musei fiorentini, anzi di antico... di Nicoletta Curradi

Con la primavera un gradito ritorno: l’anteprima dei Grandi Cru della Costa Toscana di Nicoletta Curradi

In Brianza è esplosa la bella stagione tra arte pittorica e arte salumiera di Nicoletta Curradi

Salento: arte, natura e sostenibilità di Franca Dell’Arciprete Scotti

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BIO

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Il packaging del futuro? Sostenibile, green e creativo di Federica Anna Guerriero

Il futuro è verde: architettura sostenibile e green economy di Maria Luisa Guerriero

NEWS DALL’ITALIA

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Idromele e Canapa sativa L., a Napoli il primo studio sperimentale di Massimo Antonino Cascone

Che cos’è lo Hugo, e perché questo cocktail a base di Prosecco DOC non è entrato prima nelle nostre vite a cura di Redazione Centrale

AGROALIMENTARE E TURISMO INTERNAZIONALI

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Normandia, terra multipla di paesaggi, storia, arte, sapori di Jimmy Pessina

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Nantes, città verde di Francia

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Un museo, una storia, un concorso, il MEAM

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di Giovanna Turchi Vismara

di Silvia Donatiello

L’originale cucina delle Canarie, e in particolare di Gran Canaria di Silvia Donatiello

Malvasia Istriana, il ”vino navigato” che proviene dal mare di Liliana Savioli

Arcipelago delle Bahamas: la Svizzera tropicale di Jimmy Pessina


“Risveglio”. L’editoriale del nuovo ASA di Maggio 2021. “Io mi senti’ svegliar dentro a lo core /uno spirito amoroso che dormia: / E poi vidi venir da lungi Amore / allegro sì, che appena il conoscia / dicendo: Or pensa pur di farmi onore. (Vita Nuova XXIV 7).

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arole arcaiche per un messaggio quanto mai attuale, tessuto di speranze, di emozioni e di progetti, lungamente accarezzati.

“Risveglio” è il tema della lirica di Dante Alighieri, sommo Poeta e padre della nostra meravigliosa lingua italiana, tributo dovuto nell’anno del 700° anniversario della morte, ma anche elògio perfetto per il momento che stiamo vivendo. Un tema caro al filo dei pensieri che hanno accompagnato il viaggio di questo nuovo numero di ASA: “risveglio” della natura, dei sensi, dei desideri di ripresa, dei pensieri per il futuro, della voglia di ricominciare a fare progetti, di viaggiare ma anche di riabbracciarci, di ritrovarci per brindare, tutti insieme, finalmente, alla vita! È con questo spirito che ho scelto i colori della copertina, il giallo dorato del Sole, simbolo ancestrale di forza, di positività, di Gioia di vivere. E, di ripresa, quella di un comparto fondamentale del Made in Italy, il turismo enogastronomico, risorsa chiave della ripartenza economica del Paese. Occorre rimboccarsi le maniche e fare squadra affinchè l’Italia


possa uscire dalla crisi e proiettarsi verso un futuro sempre più sostenibile, con politiche concrete ed efficaci e normative ambientali a favore di aziende, lavoratori, salute dei cittadini e migliore qualità di vita. La green economy è concetto chiave tanto del settore agroalimentare con tecnologie innovative e creative, quanto dell’architettura sostenibile, con l’impiego di nuovi materiali naturali per progetti di eco-design. Conosci te stesso (γνῶθι σ(ε)αυτόν), ammoniva la Pizia dall’antico tempio di Apollo a Delphoi, in Grecia. Un’esortazione a valorizzare l’interiorità che il grande Socrate fece propria, ora, quanto mai sentita. Sicuramente l’umanità non meritava la sofferenza di questo drammatico periodo di pandemia, ma una cosa è certa: abbiamo imparato a guardarci dentro ed a capire l’importanza del valore delle cose essenziali, il delfico “nulla di eccessivo” (μηδὲν ἄγαν). E se è vero che la consapevolezza aumenta il valore ed accresce il desiderio di conoscenza, sono sempre i dettagli a fare la differenza, quanto più sono autentici e di qualità. Valori, oggi più che mai, al centro anche delle scelte di viaggio e di gusto del “nuovo” turista post covid. Ecco, allora, l’Italia delle meraviglie, tutte da scoprire e da assaporare, in modalità assolutamente slow: l’Abruzzo, con tradizioni, feste contadine ed itinerari di fede; la Toscana, tra Mugello e Valdarno, le Terre dei Medici, tra Chianti, borghi ed enogastronomia di eccellenza; le novità dei Musei fiorentini; l’”Anteprima vini” Gran Cru a Lucca; la Lombardia, tra arte pittorica e tradizione salumiera, quasi un’arte in Brianza; la Puglia, dove il Salento è fucina di atelier artistici, coltivazioni eccellenti e produzioni a chilometro zero. In Europa, la Francia propone storia, arte e sapori della Normandia e l’arte e l’alta gastronomia della verde città di Nantes; la Spagna, dove il Museo di Barcellona ospita il Meam, uno dei concorsi di pittura e scultura più importanti al mondo e le isole Canarie sono la nuova frontiera gastronomica, tra piatti ricchi di sapore e colorati mercati tipici; la Slovenia, con il tradizionale festival a Portorose dedicato alla Malvasia, la regina dei vini istriani; le Bahamas, paradiso di lunghe spiagge di sabbia finissima dove rilassarsi. Adesso voltate pagina ed iniziate a viaggiare con noi. Carmen Guerriero


Gian Marco Centinaio: “L’Agroalimentare guiderà la ripartenza del Paese. Ora bisogna rimboccarsi le maniche e fare squadra” Intervista esclusiva per ASA Magazine al Senatore Gian Marco Centinaio, Sottosegretario al Mipaaf, Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, già Ministro, con delega al turismo, nel governo Conte ed oggi con due deleghe “chiave” di ripresa economica del Paese: filiera del vino e internazionalizzazione del Made, ma anche Born in Italy agroalimentare. di Carmen Guerriero – Foto MIpaaf, Enza Bettelli

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enatore Centinaio, quali sono i principali problemi del settore e qual è la sua visione per la ripartenza

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dell’agroalimentare italiano? Nonostante la pandemia, l’agroalimentare ha tenuto bene. Fatta eccezione per alcune filiere che hanno

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particolarmente sofferto, ad esempio il florovivaismo, nel complesso è stato l’unico settore, oltre a quello farmaceutico, a far registrare un segno positivo rispetto all’anno precedente.


Detto questo, la chiusura dell’Horeca ha avuto pesanti ripercussioni, così come non ci hanno aiutato le gelate delle scorse settimane. Ci sono diversi problemi sul tavolo che dobbiamo affrontare subito e poi passeremo all’importante fase della programmazione. La vera ripartenza sarà possibile quando – mi auguro il più presto possibile - riapriremo davvero il Paese, eliminando anche il coprifuoco. Ora bisogna rimboccarsi le maniche e fare squadra”. Gli aiuti europei come incideranno nelle politiche agroalimentari nazionali? Quali vincoli e quali opportunità si prospettano? Con il Piano nazionale di

ripresa e resilienza anche l’agroalimentare avrà un’importante dotazione economica che ci permetterà di innovare e rendere ancora più sostenibile l’intera filiera. Allo stesso tempo, però, la nuova Pac rischia di tagliare le risorse destinate all’agricoltura. La sfida che attende l’Italia è dimostrare di essere capace di spendere bene i soldi che avremo a disposizione. L’Europa ci sta chiedendo di avere degli standard alti, e già ora il nostro Paese è ai primi posti per la sostenibilità ambientale e la tutela della salute dei consumatori. Tuttavia, proprio all’Europa rimproveriamo scarsa attenzione verso il settore primario e alcune politiche che anziché valorizzare l’agroalimentare IN E VI DE NZ A

di qualità rischiano di penalizzarlo. L’ultimo esempio è la proposta di autorizzare la dealcolazione del vino. Una pratica che in futuro potrebbe mettere a rischio il nostro patrimonio di denominazioni. Molti prodotti italiani di eccellenza sono esportati in tutto il mondo, ma l’export italiano è frenato da burocrazie, protezionismi nemmeno tanto velati, sanzioni e dazi. Come intende procedere per aiutare le imprese italiane anche rispetto alla falsificazione dei prodotti e alla concorrenza sleale? Semplificare e sburocratizzare sono per me due parole d’ordine. Nonostante lo scorso anno

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sia stato segnato dal Covid, l’export agroalimentare ha raggiunto nel 2020 la cifra record di circa 46 miliardi di euro con un quasi +2% sul 2019. Gli accordi commerciali servono per permettere ai Paesi di lavorare più velocemente possibile senza dazi. Ma ci deve essere reciprocità, non si può pensare che i prodotti italiani siano sottoposti a regole e limitazioni e gli altri no. Per noi è imprescindibile un’agricoltura etica, solidale e che rispetti l’ambiente. Da ministro ho siglato un accordo di libero scambio con il Giappone che riconosce la qualità dei nostri prodotti, altri Paesi sono più restii. Ma

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se il nostro export supera i 40 miliardi di euro ogni anno, il fenomeno dell’Italian sounding ha un giro d’affari doppio, stimato in 100 miliardi. Questo dato ci dice quanto spazio di crescita ci sia sui mercati per il nostro agroalimentare. Il mio lavoro sarà lottare contro i prodotti contraffatti e le pratiche sleali per difendere non solo il Made, ma anche il Born in Italy, prodotti non solo fatti in Italia, ma cento per cento italiani. I produttori, specie piccoli, lamentano troppa burocratizzazione, insufficiente sostegno, poca tutela specie nei

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confronti delle politiche aggressive di multinazionali del settore. Quali le sue proposte? Non mi stancherò mai di ripetere che dobbiamo fare sistema. La frammentazione non paga. E, anche se l’Italia è estremamente variegata da Nord a Sud, all’interno delle filiere bisogna cercare di parlare con un’unica voce e arrivare così ad accordi e soluzioni condivise. A livello di politica nazionale il nostro obiettivo, come ha sottolineato anche il Ministro Patuanelli appena si è insediato, è la redistribuzione del reddito all’interno dell’intera filiera, restituendo


valore al primo anello della catena, che sono i produttori. L’Italia si sta inoltre battendo in Europa per contrastare un sistema di etichettatura a semaforo come il Nutriscore che penalizzerebbe molte nostre eccellenze a vantaggio di cibi processati e tutt’altro che salutari. Il vino si conferma sempre più ambasciatore di eccellenze e di territori dell’agroalimentare del nostro Paese. Di cosa c’è bisogno per costruire una politica vitivinicola capace di promuovere univocamente il brand “made in Italy”? Il vino è la punta di diamante del nostro agroalimentare e sono convinto che sarà in grado di fare da traino a tutto il made in Italy e anche al turismo. Tra le prime iniziative che ho preso c’è

stata la convocazione del Tavolo vitivinicolo. La mia priorità è risolvere i problemi del comparto, poi voglio programmare. Gli interventi riguarderanno tre macro settori: aiuti alle imprese, promozione in Italia e all’estero, semplificazione. Quanto prima convocherò una nuova riunione del tavolo per discutere misure concrete e progetti. Agroalimentare e turismo sono un binomio inscindibile, perno del turismo enogastronomico. Ma, anche qui, spesso mancano strutture ricettive nei territori con eccellenze, specie quelle con prodotti meno noti di piccoli produttori o di piccoli agriturismi delle aree interne, poco turistiche. Prevede progetti virtuosi di valorizzazione comune per superare questo gap? I N E VI DE NZ A

Il mondo delle aree interne delle città dell’olio e del vino sta facendo un grandissimo lavoro per valorizzare un settore che rappresenta un’importante integrazione al reddito. Il turista che decide di fare un’esperienza di questo tipo è ‘alto spendente’ e lascia molto sul territorio, oltre ad essere rispettoso della natura e dell’ambiente. Raccogliendo una richiesta delle associazioni ho deciso di istituire un Tavolo di lavoro permanente proprio sul turismo enogastronomico che coinvolgerà tutti i soggetti interessati e ci permetterà di mettere in campo delle soluzioni reali e veloci già in vista della prossima stagione estiva. L’Italia è un Paese da vedere, mangiare e bere. Le richieste sono in aumento, soprattutto da parte dei turisti stranieri ma anche degli stessi italiani. Lavoreremo perché le eccellenze dei

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nostri prodotti possano fare da traino per l’intero Paese senza eccezioni, perché da Bolzano a Siracusa c’è un vero e proprio mondo di bellezze e sapori tutti da scoprire. L’innovazione tecnologica reclama sempre più sinergie tra agricoltura, ricerca e turismo sostenibile. Quali le prospettive future per il turismo enogastronomico? Credo che l’innovazione tecnologica sia la chiave del rilancio del Paese, in quanto trait-d’union tra passato e futuro, ma anche tra tradizione e nuove opportunità. Abbiamo visto quanto è cambiato il mondo del turismo negli ultimi anni grazie alle possibilità offerte dal web. E abbiamo visto come la ricerca – quando ben applicata – possa rendere più sostenibile l’agricoltura e garantire maggiore reddito agli agricoltori. Unendo questi aspetti non possiamo che dare ulteriore slancio al turismo enogastronomico, che già di per sé ha grandi potenzialità di crescita.

Un messaggio di fiducia alle aziende italiane? Concludo da dove sono partito: in un anno estremamente difficile per il Paese, l’agroalimentare non solo ha mostrato tutta la sua capacità di resilienza,

ma è riuscito a ottenere importanti risultati. Adesso non può che crescere. Sono convinto che nei prossimi mesi guiderà la ripartenza del Paese, e si dimostrerà ancora una volta settore chiave della nostra economia. ▣

Carmen Guerriero Giornalista dal 1995, scrive di turismo e di cultura enogastronomica. Avvocato, componente Comitato Tecnico Scientifico dell’Ente Provincia di Avellino, Sommelier AIS, si occupa di diritto vitivinicolo e di progetti speciali per territori e realtà imprenditoriali del turismo enogastronomico.

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Turismo enogastronomico, risorsa chiave per la ripartenza. Intervista esclusiva a Roberta Garibaldi Attrattivo, produttivo e sostenibile. Questo l’identikit del nuovo turismo enogastronomico che, malgrado la crisi pandemica, registra una crescita costante, al traino dei “viaggi del gusto”. Trasformato e più consapevole, reclama qualità, spazi nuovi e suggestivi, con vacanze più frammentate, di minore permanenza e destinazioni sicure. Favorita la destinazione Italia e la voglia di conoscenza del vasto patrimonio di sapori e di cucina locale, l’esperienza più gradita. Sicilia e Napoli in vetta alle preferenze italiane, Spagna e Parigi in vetta a quelle internazionali. di Carmen Guerriero - Foto Roberta Garibaldi

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a pandemia ha modificato le scelte del consumatore, oggi più selettivo e attento ai temi della sostenibilità socio-ambientale, che “da turista vuole essere protagonista”, motivato dalla

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voglia di vivere in prima persona le esperienze a diretto contatto con la natura, all’aria aperta, premiando, così, i territori più virtuosi. Si ricercano, così, sistemazioni come agriturismi (l’86% ha intenzione di alloggiarvi) e relais di

campagna (59%), con una ricerca di soluzioni innovative, tra cui spiccano alberghi a tema cibo-vino (56%), glamping (29%) e case sugli alberi (32%). Nella scelta degli hotel, la presenza di un’offerta che valorizza i cibi tipici locali appare sempre più

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determinante, specie se la prima colazione è a base dei prodotti del luogo (80%). La ristorazione è tra le prime motivazioni di viaggio, soprattutto per i turisti stranieri. E spesso è proprio

la scoperta di esperienze enogastronomiche a determinare il prolungamento dell’esperienza di viaggio. Tanto si evince dall’ultimo Rapporto sul Turismo enogastronomico italiano 2021, giunto quest’anno alla IV edizione, presentato presso il Senato della Repubblica dalla professoressa Roberta Garibaldi, docente presso l’Università di Bergamo di Tourism Management, Presidente Associazione Italiana Turismo Enogastronomico. Sono intervenuti il Ministro del AP P RO FONDI M E NT O

Turismo Massimo Garavaglia, il Sottosegretario alle Politiche agricole alimentari e forestali Gian Marco Centinaio, Alessandra Priante, direttore Europa di UNWTO e il Presidente dell’ENIT Giorgio Palmucci. L’intervista esclusiva per ASA Magazine della prof.ssa Roberta Garibaldi. Professoressa Garibaldi, come si spiega il crescente interesse per il turismo enogastronomico? È un turismo che abbina il turismo culturale, relazionale ed esperienziale, quindi la

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possibilità di condividere dei momenti - sicuramente oggi con un gruppo ristretto! - di amici, compagni; provare esperienze con tutti i sensi e avere un approfondimento culturale che è così oggi desiderato e cercato dal turista. Vino e cibo saranno i principali attrattori della ripartenza, anche dei territori? Ci credo profondamente. Ritengo che il tema del turismo enogastronomico, in generale, della valorizzazione dell’enogastronomia del turismo, concetto più ampio, sia fortemente un driver di ripartenza, perché valorizzando l’enogastronomia del turismo si valorizzano anche le

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aree interne, si creano nuove connessioni con le aree rurali ed urbane. Si riescono a preservare anche le ricette, le botteghe di vicinato, mercati dei produttori, le antiche drogherie e, dunque, un futuro più ecosostenibile, si preserva il paesaggio enogastronomico, si aiuta l’occupazione delle donne e dei giovani e, quindi, sono tanti i vantaggi. Com’è il nuovo turista enogastronomico post Covid? Innovativo, sempre più consapevole, attivo, esigente e attento ai temi della sicurezza e della sostenibilità. La “maturità” acquisita pone i viaggiatori del gusto al centro di uno

scenario di sviluppo più equilibrato dei territori e ne fa le “sentinelle” di un turismo virtuoso, che contribuisce alla tutela delle risorse locali e del paesaggio, che destagionalizza e crea nuovi equilibri tra urbano e rurale. Com’è cambiato l’approccio alla scelta del viaggio del turista dopo le limitazioni Covid? Il turista è più esigente. Si è registrato un aumento delle richieste di valutazione di tutti i parametri, dal paesaggio in avanti e, quindi, c’è una forte richiesta di qualità da tutti i punti di vista. C’è stato tanto tempo per gli operatori, ma anche per riprogettare il

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Bologna, seguita da Palermo per gli Italiani in generale e da Roma per i turisti enogastronomici. Sicuramente ci sono, poi, anche micro aree che hanno lavorato bene, come Langhe, Verona, Friuli. Quali saranno le tendenze del turismo Enogastronomico del futuro?

tempo usato. Quali le esperienze più innovative del turismo enogastronomico?

wellbeing). Quali sono le Regioni italiane più vocate nel settore?

Trekking, bike ed esperienze wellness nella natura, come il forest bathing e nature jumping, la possibilità di praticare sport in ambiti rurali (palestra, trekking, bici) e, quindi, attraverso la connessione con la natura si possa riprendere il benessere del nostro corpo (trend

Tra le regioni italiane, svetta la Sicilia come meta enogastronomica più desiderata, seguita dall’Emilia-Romagna, dalla Campania e quindi da Puglia e Toscana. La città preferita dai turisti enogastronomici italiani è Napoli, che precede

Il gusto del valore, il tema della collaborazione e sostenibilità ambientale a 360 gradi ma anche sociale ed economica, oltre il tema del benessere, nel senso di cibo che fa bene, forte digitalizzazione che porta a un processo ampio di relazione sia prima dell’esperienza che dopo l’esperienza col turista, quindi prosegue nel tempo per le Aziende produttrici con i turisti. Il tema dell’innovazione, con nuovi luoghi e spazi, alberghi climatici, cibo e vino, tema degli aromi e dei giardini di fiori da visitare. Sostenibilità, innovazione e diversificazione sono, dunque, le parole chiave per il futuro. ▣

Carmen Guerriero Giornalista dal 1995, scrive di turismo e di cultura enogastronomica. Avvocato, componente Comitato Tecnico Scientifico dell’Ente Provincia di Avellino, Sommelier AIS, si occupa di diritto vitivinicolo e di progetti speciali per territori e realtà imprenditoriali del turismo enogastronomico.

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Etichettatura ambientale. Novità normative 2021 e dubbi interpretativi Lotta ai cambiamenti climatici ed al degrado ambientale sono le sfide mondiali che mirano a fare dell’Italia un Paese che scommette sul futuro ecosostenibile. Innovazione, sostenibilità e qualità, sono il diapason dell’economia circolare, quale sistema economico pianificato al riutilizzo, riciclo e condivisione dei materiali in successivi cicli produttivi, per ridurre al massimo gli sprechi. Il Green Deal europeo si pone come strumento di crescita dell’economia circolare, per l’azzeramento totale delle emissioni entro il 2050. Tra le aree strategiche, il settore rifiuti ed imballaggi. di Carmen Guerriero

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e da un lato il processo di globalizzazione ha incrementato la concorrenza – specie da paesi extra europei, con prezzi molto bassi, dati da costi inferiori di mano d’opera e normative antinquinamento meno intransigenti – dall’altro ha determinato anche la necessità di adottare processi di innovazione, specie delle aziende interessate

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ai mercati europei. Di pari passo, all’aumento globale della sensibilità a difesa di ambiente e del valore della biodiversità è corrisposta una maggiore consapevolezza della necessità di tutelare la salute del Pianeta, degli ecosistemi, dei consumatori finali e, conseguentemente, di una normativa adeguata. Le nuove direttive europee di economia circolare, su rifiuti (2018/851) e su

imballaggi (2018/852), sono stare recepite in Italia con il D.Lgs 3 settembre 2020, n.116 (cosiddetto Decreto rifiuti), pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’11 settembre 2020, che ha apportato modifiche al comma 5 dell’art. 219 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n.152, prevedendo “criteri informatori dell’attività di gestione dei rifiuti di imballaggio” ed introdotto l’obbligo di etichettatura di tutti gli imballaggi “secondo

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modalità stabilite dalle norme tecniche UNI (Ente Italiano di normazione) applicabili e in conformità alle determinazioni adottate dalla Commissione dell’Unione europea, per facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi, nonché per fornire una corretta informazione ai onsumatori sulle destinazioni finali degli imballaggi”. Lo stesso D.Lgs ha introdotto, altresì, all’art.178-bis, la Responsabilita’ estesa del produttore, con obbligo per i produttori di indicare – ai fini dell’identificazione e della classificazione dell’imballaggio – la natura dei materiali di imballaggio utilizzati,

giusta Decisione 97/129/CE. Il fine è di incoraggiare una progettazione dei prodotti e dei loro componenti volta a ridurne gli impatti ambientali e la produzione di rifiuti durante la produzione e il successivo utilizzo dei prodotti e tesa ad assicurare che il recupero e lo smaltimento dei prodotti che sono diventati rifiuti avvengano secondo i criteri di priorita’ di cui all’articolo 179 e nel rispetto del comma 4 dell’articolo 177. Le misure tengono conto dell’impatto dell’intero ciclo di vita dei prodotti, della gerarchia dei rifiuti e, se del caso, della potenzialita’ di riciclaggio multiplo. La nuova etichettatura

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ambientale 2021 incide sui meccanismi che regolano il sistema italiano di raccolta e di gestione, prevedendo l’obbligo di una marcatura ben visibile, di facile lettura, anche dopo l’apertura dell’imballaggio, che indichi: 1. tipologia dell’imballaggio e composizione del materiale; 2. codifice alfa-numerico (Decisione 97/129/ce) 3. famiglia del materiale 4. tipologia di raccolta (differenziata o indifferenziata) 5. destinazione finale degli imballaggi ( sono escluse le aziende b2b). Entrato formalmente in vigore il 26 settembre 2020 e seguito dal Decreto-legge

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31 dicembre 2020, n. 183 (c.d. decreto Milleproroghe) la normativa di etichettatura ambientale degli imballaggi prevede l’obbligatorietà a partire dal 26 settembre 2020, slittata, però, al 31 dicembre 2021 e, dunque, in vigore dal 1 gennaio 2022. Invece, è già in vigore l’obbligo in capo ai produttori di apporre su tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) la denominazione codificata ed identificativa del materiale secondo la Decisione 97/129/CE. Tale disposizione se da un lato dimostra attenzione e sostegno del Governo alle

prospettive di ecosostenibilità del Paese, dall’altro, invece, è fonte di non pochi dubbi interpretativi da parte delle aziende produttrici, sia per i contenuti da riportare in etichetta che per la mancanza di previsione di una vacatio utile all’adeguamento a norma di legge degli imballaggi (entro il 31 dicembre 2021), che, di fatto, le espone all’applicazione di pesanti sanzioni amministrative (da 5.200 a 40.000). Sulla questione hanno fatto fronte comune le più importanti associazioni imprenditoriali di categoria. Si

auspica che, quanto prima, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministero dello sviluppo economico, prenda atto delle istanze realizzando interventi ad hoc che consentano un equilibrio giuridico in favore di tutti gli attori, una tutela delle situazioni pendenti (scorte prodotti già etichettati, imballi in giacenza magazzino o in commercio) ed esonero sanzionatorio per il tempo necessario all’adeguamento. ▣ https://www.gazzettaufficiale. it/eli/id/2020/09/11/20G00135/ sg

Carmen Guerriero Giornalista dal 1995, scrive di turismo e di cultura enogastronomica. Avvocato, componente Comitato Tecnico Scientifico dell’Ente Provincia di Avellino, Sommelier AIS, si occupa di diritto vitivinicolo e di progetti speciali per territori e realtà imprenditoriali del turismo enogastronomico.

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UN ABRUZZO per tutte le stagioni Abruzzo, terra di parchi, di storia e antiche tradizioni, dove mare e montagna quasi si toccano, dove feste contadine e itinerari di fede si sovrappongono alle nuove vie del commercio, ai mega centri commerciali e ai prestigiosi centri di ricerca. Testo e foto di Jimmy Pessina

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n Abruzzo non si corre il rischio di annoiarsi. Tre Parchi Nazionali, uno Regionale e decine di aree protette le hanno valso il titolo di Regione Verde d’Europa. Dunque, un patrimonio naturalistico

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e una vocazione ambientale invidiabili, dove il Gran Sasso, dall’alto dei suoi 2914 metri, sorveglia valli, canyon e calanchi, torrenti e laghi, boschi. Agli amanti del trekking non pare vero di poter avvistare

animali rari, piante e fiori suggestivi, e ancora chiese campestri, eremi, castelli, conventi e antichi borghi. I più tranquilli potranno inoltrarsi nei parchi in mountain bike, i più coraggiosi potranno alzarsi

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in volo sul deltaplano, sul parapendio. Il mare, i fiumi, i torrenti e i laghi costituiscono un’ottima base per la pratica di sport acquatici alternativi o per veleggiare in Adriatico, col moderno porto turistico di Pescara come punto di

riferimento. La costa da Alba Adriatica a Ortona è un’interrotta striscia di sabbia ideale per il turismo familiare. Da Ortona a Vasto la costa cambia volto, si aprono brevi tratti rocciosi, golfi e insenature intervallati

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da strane, misteriose palafitte sul mare: i celeberrimi “trabocchi” di dannunziana memoria. Anche gli appassionati di storia e archeologia hanno di che gioire: i resti di Alba Fucens, le terme e il

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A pagina 22 e 23, Amiterno (L’Aquila), Teatro Romano. In questa pagina, San Vito (Chieti), spiaggia. A pagina 25, Camosci nel Parco Nazionale d’Abruzzo e, in basso, castello a Roccascalegna (Chieti) e Cascata della Morricana (Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga).

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teatro romano di Chieti, la necropoli di Campovalano, il Museo Archeologico di Teramo sono soltanto alcuni tasselli di un mosaico ricco e avvincente Per chi vuole tuffarsi nell’arte, la provincia aquilana è la meta principe. L’Aquila città ospita la famosissima Chiesa di Santa Maria di Collemaggio voluta da Celestino V che vi fu incoronato papa nel 1294. Meritano la visita l’aristocratica Sulmona, Scanno affacciata sull’omonimo lago, mentre in provincia di Chieti spicca la medievale Lanciano del Miracolo Eucaristico, e in provincia di Pescara le caratteristiche Penne e Loreto Aprutino. Mattina al mare e pomeriggio

in montagna? In Abruzzo non è un sogno, ovunque ci si trovi. Se d’estate si possono organizzare escursioni e “vivere” centinaia di sagre e feste folcloristiche, d’inverno la neve non si fa desiderare nei cinque comprensori sciistici dotati anche di impianti di innevamento artificiale e ottimi impianti che soddisfano gli amanti di tutte le discipline d’alta quota. Di pregevole fattura è anche la tradizione artigiana abruzzese, con in testa le ceramiche di Castelli, il rame e il ferro battuto di Guardiagrele, le varie lavorazioni di pietre e oro. Pescara e Montesilvano simboleggiano l’Abruzzo che guarda avanti con grandi

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centri commerciali, spazi per il divertimento (un Village con dieci sale cinematografiche, tra gli altri), manifestazioni di assoluto rilievo (Festival Jazz di Pescara). Nel suo recente passato Pescara ha dato i natali al grande Gabriele d’Annunzio e ad Ennio Flaiano, scrittoregiornalista noto per i suoi acuti aforismi. Un altro vanto dell’Abruzzo è senza dubbio l’enogastronomia, un ampio ventaglio di profumi e sapori apprezzati in tutto il mondo. Merita la menzione il Montepulciano d’Abruzzo DOC, uno dei vitigni rossi più prestigiosi a livello nazionale;

ma anche sul fronte della produzione delle paste alimentari, del formaggio (in particolare il pecorino) e dell’olio l’Abruzzo sa incantare i buongustai. E in ogni angolo della regione, l’accoglienza calorosa e sincera degli abruzzesi renderà indimenticabile la vacanza. Potremmo continuare, a raccontarvi di storie, eventi, personaggi e momenti, ma crediamo che la cosa migliore sia venirci a trovare e speriamo di avervi convinti: l’Abruzzo è una regione assolutamente da “gustare” nelle sue infinite sfaccettature. ▣

A pagina 26, Pescara, Il bagno della pastora di Basilio Cascella”. In basso, Parrocchiale e Torre Civica (XIV sec.) a Mosciano (Teramo) e Chiesa della Madonna del Carmine a Penne (Pescara). In questa pagina, regata di windsurf.

Jimmy Pessina Reporter da oltre 60 anni e Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal 2014, ha recensito e fotografato tutti i Paesi del pianeta, compresa l’impenetrabile Corea del Nord.

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IN TOSCANA

tra Mugello e Valdarno

Un itinerario intorno a Firenze, nelle Terre dei Medici, tra Appennino e Chianti, tra ville, borghi, enogastronomia di eccellenza. Testo Franca Dell’Arciprete Scotti - Foto Franca Dell’Arciprete Scotti, Apt Mugello, Norcenni Girasole

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uore della Toscana, Firenze non è solo la magnifica città tra le colline sull’Arno, ma comprende anche un territorio ampio che si

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estende dall’Appennino al Chianti. Tutto affascinante, tra echi letterari, memorie storiche, paesaggi incantevoli. A nord di Firenze, il Mugello è una conca verde tra colli e monti in cui scorre la Sieve,

ai piedi dell’Appennino: crinali coperti da estesi, verdi boschi di faggio, castagno e querce, in uno splendido mosaico di colori. Proprio in questo paesaggio suggestivo nasce la storia dei Medici, che qui

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hanno avuto le origini nel XIII secolo e i primi possedimenti, come il Castello del Trebbio e la Villa di Cafaggiolo, luogo a cui era particolarmente affezionato Lorenzo il Magnifico. Come altre ville medicee, dislocate nella campagna toscana, fanno parte del patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco, poiché, con la loro armonia e compattezza, rappresentano un particolare modello di vita aristocratica e una nuova concezione del rapporto tra architettura e territorio. Il concetto di bellezza dell’uomo e del mondo sembra riflettersi esattamente in queste costruzioni, residenze estive

fuori città, immerse nella quiete della campagna e delle colline toscane. “Terra dei Medici”, dunque, il Mugello, costellato di borghi caratteristici, scorci da cartolina, fattorie e botteghe artigiane, è anche patria di altri grandi: Giotto, Beato Angelico e Dino Campana. Quindi una terra di tesori di storia e di arte. Oltre ai tesori di buon cibo, tra cui le eccellenze del marrone, delle produzioni biologiche di latte, carne, farro, e i prodotti tipici come il prelibato tortello di patate, già apprezzato e decantato nel Rinascimento. A sud di Firenze, invece, ci attende il Valdarno, una Toscana rilassante, verde, dolcissima, tra l’Arno e le

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colline del Chianti, tra vigneti e uliveti di pregio. Non a caso a Figline Valdarno Sting ha acquistato l’enorme tenuta Il Palagio. Piccoli borghi tra i più belli d’Italia, castelli, case addossate le une alle altre, collegate da viuzze lastricate e ridenti di gerani rossi e viola. Profumi di gelsomino, timo, lavanda e rosmarino ovunque. Se Firenze è dietro l’angolo, altre località meno note sono tutte da scoprire. Ad esempio Montefioralle, il piccolo villaggio fortificato del 1100 in collina che domina dall’alto Greve in Chianti. Questa cittadina, oggi porta d’ingresso alla regione del Chianti, era un mercato del 1300 collocato in posizione strategica tra Firenze e

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Siena, su importanti vie di pellegrinaggio, che il granduca Leopoldo primo definì “la più bella piazza per un mercato”. Tipici sono i portici sui tre lati della piazza, che ospitano botteghe artigianali, enoteche e ristorantibotteghe, come l’Antica Macelleria Falorni. Dal 1729 ben nove generazioni si sono tramandate segreti e tradizioni per produrre salumi di primissima qualità da chianina, cinta senese e cinghiali che da millenni vivono in Toscana, profumati da erbe aromatiche: prelibatezze da gustare sul posto o portare a casa. www.falorni.it Un altro aspetto intrigante del territorio sarà l’”andar per vini”. Terra vocata alla viticoltura di elezione, il Chianti

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proprio in questa zona tra Greve, Radda, Castellina e Gaiole, è il territorio dove si produce il pregiatissimo Chianti Classico Gallo Nero, protetto dal Consorzio nato nel lontano 1924. Mentre al 1716 addirittura risale la definizione dei confini della zona di produzione del vino Chianti da parte del Granduca di Toscana Cosimo III. Una cantina tra tutte: la Fattoria La Palagina offre non solo un tour tra i vigneti di proprietà, e una cena in vigna, ma ospita anche una fattoria didattica ideale per una giornata all’aria aperta con i bimbi tra maialini neri, pony dalla lunga frangia e, ovviamente, un superbo gallo nero fotografatissimo. https://palagina.it/ Punto di partenza ideale per esplorare tutta la zona, un

magnifico villaggio turistico a Figline Valdarno, adatto ad ogni tipologia di turista. Il Norcenni Girasole Village è un villaggio turistico che si è progressivamente ampliato da quando, nel 1982, la famiglia di imprenditori Cardini Vannucchi, oggi titolari del grande gruppo Human Company, che ha per motto “Open air, Open mind”, ebbero l’intuizione di sviluppare una forma di campeggio allora all’avanguardia. Confortevole, ricercato, ricco di servizi, immerso in 31 ettari di verde, in trent’anni il Norcenni Girasole Village è diventato una realtà davvero

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A pagina 28, Villa di Cafaggiolo. A pagina 29, Valdarno, Norcenni Girasole Village. A pagina 30, Valdarno, Antica Macelleria Falorni. A destra, Villa Cafaggiolo, Lunetta Utens.

esemplare: bungalow, tende superaccessoriate per il Glamping, con cui ha vinto il premio Glamping d’Europa 2014, case mobili, appartamenti, camere in una ex villa padronale dall’inconfondibile stile toscano ristrutturata, oltre ovviamente a piazzole di sosta per tende, camper e roulotte. Nuovissime le Greeny, case mobili dotate di condizionamento e Jacuzzi,

che combinano materiali naturali, riutilizzabili e riciclati per un soggiorno sostenibile. E poi servizi completi per coppie, famiglie, bambini, giovani e terza età. Piscine di ogni tipo e livello con giochi d’acqua, campi da gioco e da tennis, un parco divertimenti con percorso sugli alberi, trampolini, pareti da arrampicata, un’area fitness con spa, sauna e idromassaggio, un

nuovissimo centro Olistico e relax per lo yoga e massaggi terapeutici. La ristorazione è ricca di opportunità per tutti i gusti, dalle grigliate à la carte, con ogni tipo di carne, alla pescheria con annesso ristorante, alla pizzeria, al forno. Un trenino percorre il villaggio continuamente per evitare la fatica della salita fino ai livelli superiori, benché la passeggiata tra il verde, i fiori, gli alberi profumati sia davvero piacevole. www.humancompany.com ▣

Franca Dell’Arciprete Scotti Giornalista dal 1991, è laureata in Lettere Classiche. Ha mille interessi, curiosità a 360° e passione per i viaggi che narra con precisione e metodo. Dedica molto tempo a vivere in giro per il mondo.

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C’è qualcosa di nuovo nei musei fiorentini, anzi di antico... Casa Martelli, Galleria dell’Accademia e Gallerie degli Uffizi, nonostante le difficoltà dovute alla pandemia, accolgono i visitatori con alcune novità. di Nicoletta Curradi

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musei fiorentini, anche durante i periodi di chiusura, hanno sempre portato avanti le loro attività, rinnovandosi e cercando di offrire ai visitatori proposte accattivanti: un nuovo dipinto, un percorso inedito, una scoperta inaspettata. Nella speranza di poter visitare presto nuovamente senza troppe restrizioni le realtà museali fiorentine, vediamo cosa c’è di nuovo in alcune di esse. A Casa Martelli, durante i lavori di ristrutturazione al piano terra sono tornate alla luce delle preziose pitture e decorazioni murali risalenti ai primi anni dell’Ottocento. La scoperta è stata fatta in

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alcuni ambienti inutilizzati del Palazzo, che sono destinati a diventare parte integrante del percorso museale. Il Museo ha approfittato della chiusura forzata al pubblico degli scorsi mesi per dare un più forte impulso a lavori finalizzati al perfezionamento dell’accoglienza, con la messa a norma degli impianti e dell’accessibilità dei locali al piano terra, e per potersi dotare dei servizi di caffetteria e di bookshop. L’intervento interessa alcuni locali situati lungo via Zanetti, la stessa in cui si trova, al civico n. 8, il portone d’ingresso del Museo, che prima della cessione dell’edificio allo

Stato erano occupati da attività commerciali. Si tratta di otto sale che erano rimaste ingombre di arredi fatiscenti e residui di lavori edili, con impianti antiquati, oltre a problemi di infiltrazioni e umidità. I saggi di pulitura preliminare hanno rivelato, sotto la scialbatura bianca moderna, la presenza di pitture murali a tempera su alcune superfici. È possibile che questi ambienti siano stati dipinti nel 1809 in occasione delle nozze di Niccolò Martelli (17781853) con Caterina de’ Ricci per allestire l’appartamento estivo della giovane sposa. Nelle carte d’archivio sono poi

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registrati i nomi di pittori attivi nella decorazione dei palazzi nobiliari toscani e delle residenze dei re d’Etruria presenti anche in altre sale terrene e al primo piano

dell’edificio: il pontremolese Niccolò Contestabili (1759 1824), specializzato in questi “salotti a verzura” di origine francese molto apprezzati; Gaspero Bargioni (1793-

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1835), pittore d’ornato iscritto all’Accademia dell’Arte del Disegno, e gli “imbiancatori” Giovanni e Antonio Ciseri. Casa Martelli, che fa parte del gruppo Musei del

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Bargello insieme al Museo Nazionale del Bargello, alle Cappelle Medicee, a Palazzo Davanzati e a Orsanmichele, è stata residenza di un casato illustre per la storia di Firenze e del collezionismo d’arte fin dal XV secolo. La sua preziosa quadreria, esposta in ambienti affrescati da Vincenzo Meucci e Tommaso Gherardini, testimonia il prestigio delle raccolte d’arte con alcuni capolavori di artisti celebri come Mino da Fiesole, Piero di Cosimo, Domenico Beccafumi, Salvator Rosa, Luca Giordano. Non distante da Casa Martelli, la celeberrima Galleria dell’Accademia di

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Firenze prosegue un intenso programma di manutenzioni e restauri. Il prossimo dipinto a essere oggetto di un restauro vero e proprio è la tavola di Giovanni Francesco da Rimini raffigurante San Vincenzo Ferrer, abitualmente conservata nella Sala del Colosso che sarà poi visibile nelle sale delle mostre temporanee, fino al termine dei lavori che coinvolgono la grande Sala che accoglie i visitatori del museo. Il San Vincenzo Ferrer, tempera su tavola, proviene dal convento fiorentino di S. Domenico nel Maglio, del ramo femminile dell’Ordine; secondo gli studi è interpretata quale

ulteriore testimonianza di una sosta del pittore, Giovanni Francesco da Rimini, in terra toscana. Dovrebbe riferirsi a un momento non molto successivo al 1455, data di

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canonizzazione del Santo, Giovanni Francesco da Rimini, formatosi a Padova nella metà del XV secolo, e risente dell’influenza della pittura tardo-gotica della scuola fiorentina, oltre che di quella padovana, con alcuni accenni a quella umbra. L’attribuzione a Giovanni Francesco da Rimini è stata espressa notando alcuni elementi di contatto con l’ambiente fiorentino degli anni ’50 e ’60. In base agli studi fatti ne viene posta l’esecuzione intorno al 1455, ipotizzando quindi un soggiorno dell’artista a Firenze.

L’intervento, affidato a un restauratore esterno specializzato, si concentra su una pulitura calibrata della superficie dipinta, a oggi offuscata da uno strato superficiale di depositi e vecchi ritocchi pittorici, in particolar modo nella predella, in cui sono rappresentate scene della vita del Santo. Le Gallerie degli Uffizi, che non hanno bisogno di presentazioni, hanno ritrovato e acquistato un dipinto del Cinquecento, da secoli ritenuto perduto, l’Enigma di Omero, del maestro bolognese Bartolomeo Passerotti (1529 - 1592), che verrà esposto nelle nuove sale dedicate alla pittura del XVI secolo. L’opera, scomparsa dai radar degli studiosi e degli storici dell’arte, era nota esclusivamente attraverso le descrizioni di alcune fonti storiche e alcuni disegni preparatori e d’après. Secondo la testimonianza del biografo Raffaello Borghini, il quadro si trovava nel palazzo del letterato fiorentino Giovanni

Battista Deti (1539-1607), collezionista e dilettante d’arte, nonché membro fondatore dell’Accademia della Crusca col soprannome di Sollo e autore, fra gli altri, del primo Vocabolario della Crusca. Nel 1677 Giovanni Cinelli ricorda il dipinto nel palazzo di famiglia del senatore fiorentino Carlo Torrigiani (1616-1684) in via Porta Rossa, senza tuttavia riconoscervi la descrizione del Borghini e addirittura confondendo il soggetto rappresentato. Quindi dell’opera si smarriscono le tracce, negli studi moderni sul Passerotti, l’Enigma di Omero era segnalato come perduto. Almeno fino ad oggi, quando il quadro è stato rintracciato proprio presso la famiglia dei discendenti di Carlo Torrigiani. “Il pittore, il poeta e i pidocchi. Bartolomeo Passerotti e l’Omero di Giovan Battista Deti” è il titolo del volume monografico, curato da Marzia Faietti, che contiene studi approfonditi di un gruppo di specialisti dell’arte bolognese provenienti dall’Università degli Studi di Bologna. ▣

Nicoletta Curradi Appassionata di lingue straniere e di viaggi, è dedita alla scrittura da tempo immemorabile. La sua frase? “Un vero giornalista spiega benissimo quello che non conosce”.

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Con la primavera un gradito ritorno: l’anteprima dei

Grandi Cru della Costa Toscana Dal 2002 l’appuntamento a Lucca per “Anteprima Vini”, la grande rassegna rivolta a pubblico e specialisti di settore. di Nicoletta Curradi - Foto Grandi Cru Costa Toscana

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e cronache di questi giorni ci restituiscono quotidianamente scenari cupi di chiusure e annullamenti

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di manifestazioni varie. Nell’aspettativa più rosea, gli eventi e le degustazioni diventano tristemente virtuali. A Lucca, invece, il grande desiderio di eventi

in presenza avrà il suo coronamento il 5 e 6 giugno prossimi con l’Anteprima Vini della Costa Toscana. Conosciamo meglio l’Associazione che organizza

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In questa pagina, Duccio Corsini.

questa anteprima. I Grandi Cru della Costa Toscana nascono in un territorio compreso tra cinque province: Massa, Lucca, Pisa, Livorno, Grosseto e in particolare in un’area che subisce l’influenza del Mar Tirreno. E’ infatti il mare con i suoi venti ed i suoi profumi a rendere questa area qualcosa di assolutamente unico, perché se il comune denominatore di questi vini è l’influenza della costa che ne forma il

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carattere, dall’altra ogni zona di produzione possiede una sua originale caratteristica. Quello che ha spinto circa 80 produttori della Costa Toscana a definire con chiarezza la loro identità, è la consapevolezza di essere a tutti gli effetti diversi ma uguali, di far parte sì di un terroir eterogeneo ma allo stesso tempo di voler fortemente diffondere l’idea di una coscienza unica, sia per intenti sia per obiettivi. Dare valore, per queste aziende significa crescere all’interno di un vero e proprio sistema di eccellenza, rappresentato dai vini, dal paesaggio, dall’arte. Vi sono nomi eccellenti che non hanno bisogno di presentazione, nomi che hanno fatto la storia dei cru di Toscana e che sono stati capaci di superare la tradizione di questa regione, allargandone le prospettive. Insieme ai grandi ci sono però molte altre realtà, piccole ma assolutamente importanti e destinate a un grande futuro, con le loro storie personali da raccontare e da far conoscere. I Grandi Cru della Costa promuovono annualmente fin dal 2002 “Anteprima Vini”, rassegna che si tiene a Lucca, rivolta a pubblico e specialisti di settore. La 20esima edizione, come abbiamo già detto, è stata confermata e si terrà regolarmente il 5 e 6 giugno prossimi nella consueta cornice del Real Collegio di Lucca. Quest’anno, per il contenimento del Coronavirus,

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le degustazioni si svolgeranno non nelle sale, bensì sotto gli ampi porticati del Real Collegio, che vanta una storia di oltre 200 anni e occupa l’antico convento della basilica di San Frediano. La costruzione della prima chiesa si fa risalire allo stesso San Frediano, presbitero irlandese che fu eletto vescovo di Lucca tra il 560 e il 588. Nel XVI secolo il monastero ospitò un’importante scuola teologica e fu uno dei centri della riforma protestante a Lucca. Nella seconda metà del XVIII secolo il palazzo divenne sede della Biblioteca

pubblica, dell’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti e dell’Università di Lucca. Nel 1818 l’Università e l’Accademia furono trasferite nel vicino Palazzo Lucchesini, mentre l’edificio di San Frediano continuò ad ospitare la Biblioteca e una scuola ginnasiale preparatoria all’Università con annesso convitto detta proprio Real Collegio. Durante un appassionante week end Lucca tornerà quindi a ospitare i profumi e i sapori delle province bagnate dal mare. Cento vigneron presenteranno personalmente

oltre seicento etichette per raccontare una fondamentale realtà produttiva toscana: un fantastico viaggio attraverso personali storie di uomini e donne che hanno creduto nel territorio di costa come terroir di eccellenza per la propria avventura vitivinicola. Una galleria di aziende presenterà le produzioni di Costa da Massa Carrara a Grosseto attraverso Lucca, Pisa e Livorno. Non solo le più note etichette che contribuiscono al nome della Toscana nel mondo, ma anche giovani aziende che scelgono una strada di autenticità nelle proprie produzioni, esplorando i temi del biologico e del biodinamico.  Recente è il cambio al vertice di Grandi Cru della Costa Toscana. Il nuovo presidente eletto è Duccio Corsini (nella foto), già socio fondatore e membro del Consiglio Direttivo, in rappresentanza dell’azienda Tenuta Marsiliana a Manciano, in provincia di Grosseto. Dopo 17 anni di successi, Ginevra Venerosi Pesciolini, titolare della Tenuta di Ghizzano, ha lasciato la guida dell’Associazione. ▣ Info: www. anteprimavinidellacosta.com

Nicoletta Curradi Appassionata di lingue straniere e di viaggi, è dedita alla scrittura da tempo immemorabile. La sua frase? “Un vero giornalista spiega benissimo quello che non conosce”.

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In Brianza è esplosa la bella stagione tra arte pittorica e arte salumiera Questa zona della Lombardia ha dato i natali a vari artisti della cerchia di Leonardo, ma anche ad abili salumieri. di Nicoletta Curradi

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a Brianza è un’area lombarda di origini molto antiche, abitata fin dall’età della pietra, con pianure, colline e tanta acqua, fiumi come l’Adda e il Seveso, e laghi come l’Annone e il Pusiano. Innumerevoli le epoche storiche che qui si sono succedute, ma quella rinascimentale ha lasciato vestigia importanti legate ad alcuni celebri artisti come i Leonardeschi, Salaì, Boltraffio e Marco d’Oggiono. Lo stesso Leonardo da Vinci, negli anni milanesi, conobbe il territorio brianzolo da cui

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provenivano i suoi allievi, ma anche modelle: la più famosa è Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro, la donna ritratta nella Dama con l’Ermellino. In ambito gastronomico la Brianza è intrisa di cultura contadina che non ha mai subito il passare del tempo. Dalle valli prealpine alla Pianura padana, queste zone sono da sempre abitate e lavorate da volenterosi contadini e allevatori, ottimi conoscitori delle sue peculiarità. Infatti, qui le condizioni climatiche sono uniche: si passa dalla nebbia delle brughiere, all’alto

tasso di umidità, alle gelate mattutine invernali, alle nevicate nei periodi più freddi, alle escursioni termiche che possono essere sfruttate al meglio per garantire dolcezza e delicatezza ai prodotti. Queste particolari condizioni climatiche hanno permesso ai salumieri brianzoli di sviluppare ottimali tecniche di stagionatura delle carni suine, utilizzate ancora oggi nella produzione di prestigiosi salumi. Anche per questo motivo le cascine brianzole non sono mai state abbandonate, come invece è accaduto in altre realtà rurali italiane, dove le campagne

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In questa pagina, monumento a Marco D’Oggiono in piazza della Scala a Milano. A pagina 42, un’opera di Marco D’Oggiono.

si sono spopolate. La lunga stagionatura viene fatta al naturale, negli ampi spazi degli “stanzoni” dotati di grandi finestre. Con la bella stagione si riesce a sfruttare al massimo il potenziale di aria pura e balsamica dei boschi vicini: “l’incrocio” tra vento di lago e di collina dà al  prosciutto crudo un aroma dolce e genuino. Gli antichi casali e le prime botteghe, trasformate dalle

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generazioni successive in attività produttive e commerciali, continuano a essere il cuore della produzione alimentare della Brianza, grazie alla loro capacità di occuparsi sia della produzione delle materie prime, sia della loro trasformazione in prodotti. A questo punto il lettore si chiederà quale sia il trait d’union tra l’arte pittorica e l’arte salumiera in questa zona della provincia di Lecco.  È presto detto: a Oggiono, cittadina situata nel cuore della Brianza, tra il lago di Annone e le colline lecchesi, si incontra una realtà  che associa il suo nome a un personaggio di spicco nel panorama artistico rinascimentale della Lombardia. Proprio di Oggiono è infatti originario il pittore Marco D’Oggiono, discepolo di Leonardo da Vinci, vissuto tra il 1470 e il 1524, le cui opere si possono ammirare oggi alla Pinacoteca di Brera, alla National Gallery di Londra e al Louvre di Parigi. La figura dell’artista è immortalata sul piedistallo del monumento a Leonardo in piazza della Scala a Milano. L’azienda ha voluto omaggiare questo pittore dalla fortunata carriera, adottando il nome di “Marco D’Oggiono Prosciutti”. La ditta, gestita dai tre

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fratelli Spreafico, è giunta alla terza generazione. Già i loro nonni avevano iniziato l’attività sul finire dell’800. In una guida di Lecco del 1927 il nonno pubblicizzava i suoi prodotti definendosi “Premiata salumeria specialità prosciutti crudi”. In Brianza era una cosa strana, il suino veniva trattato con lavorazioni fresche, invece il nonno ha sperimentato sempre lavorazioni sul prosciutto crudo. I genitori degli attuali proprietari nel 1945 si impegnano nella produzione e stagionatura del prosciutto crudo, creando il celebre prosciutto Marco d’Oggiono, oggi inserito nella grande tradizione salumiera lombarda. La fortunata posizione dell’azienda sotto le colline, dove si incrociano l’aria montana e  l’aria di lago, consente di stagionare il prosciutto con meno sale. La particolarità del prosciutto è

proprio la dolcezza, senza uso di conservanti e lavorato più dolce possibile, pulito, senza sentori fuorvianti. La stagionatura dura dai 16 ai 20 mesi. Sono tutte cosce del gran suino lombardo. Il segreto del gusto e dell’aroma del

prosciutto d’Oggiono sta proprio nella stagionatura, di cui abbiamo già parlato. Non solo prosciutto crudo: la lista dei prodotti è lunga e variata. Bresaola di chianina, collinetta, cioè

pancetta cotta, leggermente affumicata, salame di coscia, da carne di rifilatura dei prosciutti, mortadella di fegato, carpaccio celtico. Sì, perché i Celti sono stati gli antichi abitanti di questa terra, che affumicavano le ossa corte dei suini per conservarle. Tutti questi prodotti sono il cibo ideale e pratico per i pic-nic e le gite fuoriporta che in primavera e in estate sono il passatempo preferito per trascorrere ore liete all’aria aperta. Nel 1999 il prosciutto Marco D’Oggiono è stato riconosciuto prodotto tradizionale Lombardo, mentre nel 2014 l’azienda ha ricevuto il Premio R-Innovatori della Terra da Expo 2015 e dalla Regione Lombardia fra le dieci Eccellenze Lombarde. Sicuramente anche Leonardo da Vinci ne sarebbe andato fiero... ▣ www.marcodoggiono.com

Nicoletta Curradi Appassionata di lingue straniere e di viaggi, è dedita alla scrittura da tempo immemorabile. La sua frase? “Un vero giornalista spiega benissimo quello che non conosce”.

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Salento: arte, natura e sostenibilità All’insegna di atelier artistici, coltivazioni eccellenti e produzioni a chilometro zero, un itinerario in Salento tra Montesano e Martano, la “città dell’aloe”. Testo Franca Dell’Arciprete Scotti – Foto Franca Dell’Arciprete Scotti, archivio N&B.

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n itinerario perfetto per la primavera e per un turismo slow, lontano dai grandi raduni costieri estivi, ci porta a visitare due cittadine del Salento, Montesano e Martano, dalle originali peculiarità. Montesano è una cittadina che, per caso e poi per scelta, ha deciso di fondare la sua identità sulla creatività e sull’arte. Il caso ha voluto che nascesse a Montesano Salentino un talento assoluto nella scultura e nella pittura, Giuseppe Corrado. La scelta ha portato il comune di Montesano a promuovere una vera accademia di artisti locali, sulle orme del maestro. Giuseppe Corrado, mancato

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prematuramente a 56 anni nel 2016, ha dato lustro a Montesano con una carriera sfolgorante che ha portato le sue opere in giro per il mondo, con mostre a Hong Kong, Monaco, Colonia, Johannesburg, e premi prestigiosi tra cui il Diplôme de Médaille d’Argent in Arte conferito a Parigi nel 2012, con il riconoscimento di più grande scultore italiano vivente. Da Corrado è nata una generazione di allievi appassionati e talentuosi che tengono in vita una tradizione artistica con vari stili e linguaggi. Così, oggi, chi visita Montesano Salentino, un borgo di 2500 anime, ha la sorpresa di trovare, in un’area che si può percorrere in una passeggiata a piedi,

numerosi atelier. Sono quelli di Orlando Cazzato, di Venanzio Marra, di Luigi Corvaglia, dei fratelli Margarito, che nel loro laboratorio realizzano sculture e ornamenti architettonici, utilizzando la tipica pietra leccese. Ma soprattutto è imperdibile la visita alla Galleria di Giuseppe Corrado. Qui si rimane affascinati da forme e figure contorte, fissate nella pietra, nel marmo di Trani, in legno di noce e d’ulivo, gesso e creta, oppure nelle tele dai colori bruciati e intensi tipici del Salento. Nel corso della sua opera, tuttavia, Corrado ha voluto portare anche un messaggio di serenità e di pace in tanti luoghi del mondo, con il grande Gesù in legno donato

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nel 1994 a Papa Giovanni Paolo II e con l’omaggio a Nelson Mandela, nel 1998, di una importante opera dal titolo Sole salentino. Appena fuori Montesano, appartiene alla famiglia Corrado anche l’imponente masseria Palmieri che era diventata l’ultimo laboratorio dell’artista, inserita nell’enorme Parco delle Pietre, dove i grossi blocchi attendono una mano che li interpreti e li faccia vivere (www.giuseppecorrado.com). La stessa drammaticità delle opere di Corrado vive anche nel Calvario, una grande opera monumentale, posta sulla via principale di

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Montesano, come abside di un’ipotetica chiesa che ha per volta il cielo. Lungo questa strada, che porta da Maglie a Santa Maria di Leuca, ultima punta d’Italia, al tramonto, le pietre si illuminano di riflessi caldi nelle facciate barocche della Chiesa Madre e dell’imponente nobiliare Palazzo Bitonti. D’altronde siamo a pochi chilometri dal capoluogo Lecce, trionfo di quello stile tipico definito “barocco leccese”, che disegna veri merletti di pietra, e a pochi chilometri dagli splendidi affreschi di Santa Caterina a Galatina, uno dei più celebri monumenti dell’arte romanica

in Puglia. Tutte le info: www.montesanosalentino.it #weareinpuglia, #viaggiareinpuglia E spostiamoci a pochi chilometri di distanza, a Martano, collocata in posizione strategica, nel cuore della Grecìa Salentina. Martano è stata nominata, prima al mondo, “Città dell’aloe”, con una definizione che segna un territorio, inteso come unicum. Antichissima, avvolta in un’aura sacrale, dalle prodigiose capacità curative, l’aloe è una pianta che ha trovato un’incredibile riscoperta in Salento.

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A pagina 45, Montesano Salentino: centro e Calvario. A pagina 46, la gastronomia di Montesano Salentino. In questa pagina, Venanzio Marra e, in basso, la Galleria di Giuseppe Corrado. A pagina 49, taglio dell’aloe.

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Per merito di un imprenditore illuminato, fondatore e CEO dell’azienda N&B, Domenico Scordari, in sinergia con l’Amministrazione Comunale di Martano, l’aloe ha visto una incredibile rinascita, come pianta dai poteri eccezionali ai fini della biocosmetica naturale. Adoperata non solo come unguento di bellezza, ma per contrastare infiammazioni e lacerazioni della pelle, l’aloe secondo la leggenda avrebbe curato Alessandro Magno, su suggerimento di Aristotele, dopo una cruenta battaglia. I benefici della pianta sono stati studiati scientificamente: cosicché l’aloe potrebbe diventare una fonte non solo di ricchezza, ma anche di valorizzazione del territorio, ritorno alla terra, recupero del valore perso con la riduzione degli oliveti, e soprattutto produzione sostenibile a chilometro zero, che oggi è una delle richieste sociali più sentite. Ecco dunque una bella occasione per andare a scoprire Martano, collocata nella parte centrorientale del Salento, a 20 chilometri da Lecce: una posizione strategica, lungo il tratto dell’antica via romana

Traiana-Calabra, da Brindisi a Otranto, che qui incrocia l’asse viario Otranto, Galatina, Gallipoli. Vicino geograficamente alle coste elleniche, il territorio della Grecìa custodisce un patrimonio culturale e linguistico molto interessante e ancora vivo. Il centro storico, i palazzi signorili con le balconate barocche, le case a corte, sono solo alcuni aspetti che fanno di Martano un vero gioiello. A Martano, dunque, è nata nel 1989 N&B, da una idea visionaria e da una grande passione. Il fondatore Domenico Scordari diede inizio all’avventura aprendo un piccolo laboratorio dove realizzare rimedi naturali per migliorare e aumentare il benessere e la salute delle persone. Il sogno si è trasformato ben presto in realtà. Oggi N&B è una delle poche aziende riconosciute nel mondo in grado di seguire direttamente tutte le fasi della filiera produttiva. Dalla coltivazione biologica delle materie prime coltivate nella tenuta di proprietà, all’estrazione a freddo dei principi attivi, fino

alla realizzazione del prodotto finito, combinando sistemi di nuova generazione e l’uso di tecnologie sostenibili. Nei prodotti N&B si concentrano le erbe spontanee della macchia mediterranea, l’olio di oliva, il tabacco (nato spontaneamente su un terreno che in un tempo passato ospitava la sua coltivazione), gli agrumi e le erbe officinali mixati sapientemente con la pianta di aloe. Per alloggiare a Martano e godere al massimo delle qualità del territorio, niente di meglio che il ‘Naturalis Bio Resort & Spa’, un luogo incantato, sospeso tra cielo e terra, tra passato e presente, tra storia e arte. E’ nato dal sapiente e attento recupero di un antico Borgo contadino del diciottesimo secolo, circondato da muretti a secco e protetto da maestosi alberi di ulivi secolari, nel mezzo della campagna salentina, dove gli ulivi e la vigna, l’orangerie, il grano, le erbe mediterranee e l’aloe raccontano passato e futuro della storia di questa terra. ▣ www.comune.martano.le.it www.nbnaturalisbetter.com www.naturalisbioresort.com

Franca Dell’Arciprete Scotti Giornalista dal 1991, è laureata in Lettere Classiche. Ha mille interessi, curiosità a 360° e passione per i viaggi che narra con precisione e metodo. Dedica molto tempo a vivere in giro per il mondo.

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Il packaging del futuro? Sostenibile, green e creativo Mai come in questo momento storico l’esigenza di un mondo in chiave sempre più sostenibile rappresenta la priorità, specie nel comparto agroalimentare. Un esempio? I contenitori di alluminio riciclabile da asporto, una lavorazione del tutto particolare, come ci ha spiegato Ferruccio Milanesi in questa intervista. di Federica Anna Guerriero – Foto Contital

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n linea con il Green New Deal europeo che prevede la sostituzione dei prodotti monouso in plastica, cresce la richiesta di prodotti sostenibili, come quelli monouso in lega di alluminio. Si evolve anche il design che ricerca le migliori soluzioni eco-innovative per il packaging produttivo, capaci di mediare leggerezza con resistenza. Il business del futuro, per essere sostenibile, dev’essere prudente prevenzione. Il modo di fare impresa premierà,

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infatti, aziende con maggiori capacità di innovazione green, di scelte consapevoli per ridurre gli effetti nocivi sull’ecosistema e di aumento del valore del packaging. Laminazione Sottile S.p.A, è un’azienda leader mondiale nella produzione di fogli di alluminio, eccellenza produttiva italiana con sede a San Marco Evangelista, area industriale alle porte di Caserta, in Campania. Fondata nel 1923, è stata trasformata dal compianto Ing. Guido Moschini, uno dei più grandi imprenditori

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campani, e dai figli Massimo, Luca e Pietro, in un gruppo leader, con 700 dipendenti, 5 stabilimenti, un fatturato di centinaia di milioni di euro e il 60% della produzione destinata all’estero, in particolare Europa, Australia, Asia e Centro America. Contital S.r.L è un’azienda partecipata del Gruppo Laminazione Sottile S.p.A, specializzata nella manifattura di contenitori e rotoli in alluminio per uso alimentare, con una produzione del 30% circa. Fondata nel 1991, Contital


per indagare i dettagli e gli aspetti di questa particolare produzione e lavorazione, destinata a incarnare la svolta eco-green post Covid.

Con l’avvento della pandemia, l’asporto e il delivery sono cresciuti esponenzialmente, divenendo una necessità oltre che una scelta di consumo. I pratici contenitori in alluminio, realizzati in un materiale resistente che protegge i cibi da contaminazioni, hanno di conseguenza visto un’impennata della domanda.

La produzione prevede un processo di stampaggio per la realizzazione sia di vaschette tradizionali “wrinklewall” che di contenitori “smoothwall” (maggiore rigidità, pareti lisce e un bordo superiore piano, così da essere termosaldabili con film salvagoccia). Diffusi nel Nord Europa, con la richiesta di piatti pronti gli “smoothwall” sono ormai affermati anche in Italia quale soluzione ideale per l’asporto, poiché garantiscono resistenza ed impatto estetico superiore. Contital produce vaschette sia “nude” che “laccate”, versione che accresce ulteriormente l’impatto visivo dei contenitori e li rende più resistenti alla corrosione, adatti al contatto per tempi prolungati anche con cibi acidi o salati.

Quale tecnologia di produzione viene utilizzata per i contenitori in alluminio

Quali gli ultimi sviluppi tecnologici e da quali fattori/tendenze sono

Qual è lo stato attuale del mercato dell’industria contenitori in alluminio da asporto?

S.r.L. con sede a Pignataro Maggiore (CE), si è affermata rapidamente con nuove gamme di propria produzione, affiancando allo stabilimento italiano altre due sedi, in Inghilterra e in Turchia, per soddisfare la richiesta crescente di altri mercati. Abbiamo incontrato Ferruccio Milanesi (nella foto), Marketing Manager di Laminazione Sottile S.p.A.,

da asporto?

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determinati? L’ultima novità del settore sono i Piatti monouso in alluminio, realizzati con il 100% di materia prima riciclata, riciclabili all’infinito, alternativa sia ai piatti in plastica non riciclabile che a quelli biodegradabili/compostabili ed in polpa di cellulosa, ideati per soddisfare la crescente richiesta di prodotti sostenibili, come da Green New Deal europeo. Perché oggi è così importante l’eco-design?

Eco-design significa analizzare gli impatti ambientali già in fase di progettazione, creando un prodotto che rappresenti lo stato dell’arte. In tal senso, un prodotto in alluminio è sostenibile già per le caratteristiche del materiale, riciclabile all’infinito. Ulteriori miglioramenti possono aversi con un contenuto di materia riciclata sempre maggiore oppure disegnando il prodotto in modo da mantenere inalterate le caratteristiche, ma riducendo gli spessori e, quindi, la materia prima. Quali gli investimenti

futuri? La crescita del mercato determina un aumento dei volumi e la necessità di un livello di servizio sempre superiore. Contital ha investito molto sull’automazione dei processi, grazie a un nuovo magazzino automatico autoportante, dalla capacità di oltre 14.500 posti pallet e per la progettazione di nuove linee di confezionamento. Un esempio di laboriosità che è anche una sfida che guarda al futuro con positività. ▣

Federica Anna Guerriero Giornalista, è laureanda in Marketing e Comunicazione presso l’Università La Bicocca di Milano. Appassionata di viaggi, ha padronanza di diverse lingue e scrive di turismo, moda e cultura enogastronomica.

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IL FUTURO È VERDE: architettura sostenibile

e green economy Intervista a Fabrizio Pecci del Consorzio Bambù Italia, alla scoperta dei motivi e dei vantaggi dati dalla coltivazione di questa pianta nella realizzazione di progetti sostenibili. di Maria Luisa Guerriero – Foto OnlyMoso

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’architettura sostenibile e le tematiche ambientali sono entrate sempre di più nelle

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nostre città, gli edifici sono progettati e pensati per integrare elementi naturali a quelli architettonici, ci sono tetti verdi, giardini

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pensili e vasche d’acqua che si intrecciano al costruito. I progettisti cercano di riconsegnare alle persone e alle città lo spazio naturale.


Essere sostenibili è una scelta quotidiana: parlare di sostenibilità significa introdurre un nuovo approccio non solo nella progettazione di case ed edifici che tende a ridurre al minimo l’impatto ambientale e nella scelta dei materiali, ma anche nei comportamenti quotidiani. Il settore delle costruzioni, come altri settori, non sono rimasti indifferenti al problema del

surriscaldamento globale e si sono attivati proponendo risposte concrete per soddisfare nel migliore dei modi le esigenze di comfort, con un minor impatto ambientale e un’integrazione ottimale con l’ambiente circostante. Gli architetti e i designer sono sempre più sensibili alle applicazioni di materiali ad impatto zero, e negli ultimi 10 anni ha preso sempre BI O

più spazio l’interesse intorno al bambù. Risorsa a tutti gli effetti ecosostenibile, impiegabile nell’edilizia, nell’abbigliamento, nell’arredamento nel settore alimentare. In Italia Il Consorzio Bambù Italia, nato nel 2014, sviluppa progetti per la diffusione delle piantagioni di bambù nel nostro territorio, il Presidente Dott. Fabrizio Pecci (nella foto), ci racconta i motivi e i

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vantaggi dalla coltivazione di questa pianta.

In alto, Fabrizio Pecci, Presidente del Consorzio Bambù Italia.

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Come e quando nasce l’idea di investire su questo materiale come opportunità agricola, economica? Sin dagli inizi ho voluto creare un gruppo, divenuto oggi una solida azienda, che diventasse la più grande realtà agroindustriale del Paese, capace di creare nuovi posti di lavoro attraverso mercati innovati che garantiscano la crescita

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economica delle famiglie e una nuova educazione fatta di rispetto per i nostri figli ed il loro futuro. Per lavoro viaggiai per anni in Oriente e mi resi subito conto dell’enorme potenzialità dal Bambù: la pianta dai 1000 usi. Successivamente, creai il Progetto OnlyMoso (ad oggi la più grande realtà nel panorama europeo per la tutela degli interessi di tutti gli appartenenti alla filiera del bambù) e sempre nello stesso anno creai il primo vivaio italiano dove studiamo costantemente le pratiche agricole più idonee per la corretta gestione dei Bambuseti. Quali sono i vantaggi per il nostro ecosistema con la coltivazione del bambù? Ad oggi sicuramente è la


capacità di assorbire CO2, ma anche: - Trattenere le polveri sottili grazie al folto apparato fogliare sempreverde. - Aumento della produzione e immissione di ossigeno nell’aria. - Mitigazione del clima. - Purificazione di terreni inquinati e rigenerazione dei terreni impoveriti e inariditi da decenni di agricolture. - Rinverdimento e miglioramento paesaggistico del territorio. - Protezione di fauna selvatica stanziale e migratoria.

- Costituzione di vere e proprie barriere frangivento. Il bambù è un materiale versatile, quali sono i suoi punti di forza? Sono molteplici i settori in cui può essere impiegato. I numerosi studi che abbiamo condotto e la collaborazione con importanti aziende hanno permesso la creazione di nuovi progetti che ci vedono impegnati per incrementare le filiere che possono utilizzare il nostro prodotto nei seguenti settori: food, agroenergetica, mangimistica, cellulosa e

edilizio. Il futuro è rivolto verso un maggior rispetto per l’ambiente e per l’uomo, quali sono le applicazioni di questa risorsa, già attuate? Il settore ambientale è oggi per noi in forte espansione. Proprio grazie alle applicazioni in questo ambito, abbiamo già avviato numerosi studi e ricerche che ci stanno permettendo un grande sviluppo in attività di tutela dell’uomo e dell’ecosistema. ▣

Maria Luisa Guerriero Architetto, vive e lavora a Milano, con interesse per design e architettura sostenibile. Sviluppa progetti di interior residenziale, con ricerca di studio di materiali e tecniche e attività di consulenza in sicurezza del lavoro.

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Idromele e Canapa sativa L., a Napoli il primo studio sperimentale All’Università Federico II di Napoli - Dipartimento di Agraria - studi di ricerca sul connubio idromele-cannabis hanno rivelato sorprendenti effetti di amplificazioni delle proprietà organolettiche e terapeutiche. di Massimo Antonino Cascone – Foto Miel d’Or

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pumeggiante, fresco, sicuramente mosso. Così, i testi antichi ci descrivono l’idromele, la bevanda fermentata a base di miele più antica dell’umanità. Le prime testimonianze archeologiche sulla sua produzione in Europa risalgono al 7.000 a.C. circa, ma pare che già quasi 10.000 anni fa fosse prodotto in Cina. Un fermentato con più di 20.000 anni di storia, patrimonio culturale di

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tantissimi popoli. Con la diffusione nel bacino del Mediterraneo della vitis vinifera e, dunque, del vino, l’idromele iniziò, però, a perdere progressivamente il suo interesse alla produzione. Il clima favorevole, infatti, favorì la coltivazione di uve per il vino, in quanto più semplice ed economicamente vantaggiosa. Soltanto in nord Europa, dove il freddo non permise la diffusione delle vigne, la cultura dell’idromele continuò a permeare le tradizioni dei

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popoli. Tanto è confermato anche dai ritrovamenti negli scavi archeologici di corni potori e di rhyton (calici) alti e stretti, recipienti tradizionali del nord Europa ideali per il contenimento dell’effervescenza, data da un’impetuosa fermentazione a base di differenti varietà, più chiare o più scure, di miele. Bevanda costosa e, dunque, appannaggio di pochi eletti, l’idromele era essenzialmente considerata sacra, dono degli dei concesso agli uomini attraverso il lavoro delle api


con i pollini dei fiori. Il processo di produzione dell’idromele è molto semplice e, come suggerisce il nome, gli unici ingredienti impiegati sono acqua e miele: dal Greco υδρό “acqua” e μέλι “miele”: basta che il favo di miele entri in contatto con l’acqua perché si attivino i lieviti naturalmente presenti e inizi il processo di fermentazione che porta alla trasformazione degli zuccheri in alcool. È verosimile che il primo essere umano ad aver assaggiato questa bevanda possa essere stato un Homo Sapiens Sapiens che, alla ricerca di cibo, abbia attinto ai resti di un alveare. Il miele, infatti, già in epoca preistorica era un cibo molto gradito e ricercato, sia per la facilità di N E W S DAL L ’I T AL I A

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reperirlo in natura, sia per l’ottimo apporto di zuccheri, vitamine, minerali, enzimi e composti ad azione benefica per l’organismo. Rispetto ai polifenoli nel vino, dalle tante proprietà benefiche, l’idromele presenta componenti nutrizionali, qualità organolettiche e gradazione alcolica (8-18%),

parimenti importanti, oltre che un maggiore contenuto di vitamine e sali minerali, antiossidanti e acidi organici che, secondo il Naturopata S. Kneipp, hanno un effetto depurativo e digestivo, azione disinfettante ed antimicrobica. Recenti studi sull’idromele condotti presso l’Università Federico II di Napoli, Dipartimento di Agraria, dal dott. Rosario A. Sica, sotto la guida del Prof. Raffaele Romano, hanno rivelato che, l’aggiunta di “infiorescenze e foglie di Cannabis sativa L.” (canapa da fibra), durante il processo di fermentazione, conferisce alla bevanda un apporto benefico e salutare di gran lunga superiore, oltre a un’amplificazione e ricchezza del corredo aromatico. Con D.M. del 23.07.2020, pubblicato in G.U. il 19.08.2020, il Ministero dell’Agricoltura ha affermato la natura agricola della “canapa sativa infiorescenza” per “usi estrattivi”, collocandola tra le piante officinali per le sue note proprietà benefiche. I campioni più ricchi di composti aromatici sono risultati quelli macerati con le sole infiorescenze di canapa, grazie a numerosissimi

terpenoidi presenti; il sapore più delicato è risultato quello del mosto fermentato con i rami, con una nota amara ed una maggiore presenza di acidi organici. Tutti i preparati hanno rilevato un aumento del numero di antiossidanti rispetto al gruppo di controllo e del CBD, componente fitocannabinoide della Cannabis, dall’effetto antinfiammatorio e calmante del sistema nervoso. Rosario Sica, siciliano, 37 anni, è apicoltore ed erborista, specializzato in Scienze e Tecnologie Alimentari, con una micro-azienda apiaria nell’area dei Campi Flegrei (NA), in Campania, dove produce artigianalmente miele biologico secondo metodi naturali, a marchio Miel d’Or. Secondo il dott. Sica “anche se i quantitativi di canapa sono stati scelti per donare un delicato equilibrio organolettico, potrebbero essere incrementate le percentuali per aumentare il quantitativo di CBD estratto” garantendo, così, maggiori effetti benefici. Una sperimentazione unica nel panorama mondiale che apre, di fatto, l’orizzonte a numerosi impieghi di specie. ▣

Massimo Antonino Cascone Giornalista, laureato in Giurisprudenza. Esperto di geopolitica e cultore dell’agroalimentare ecosostenibile, è cofondatore di “KairosTV” e membro di “Come Don Chisciotte”. “È sempre l’occasione giusta per cambiare la realtà”.

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Che cos’è lo Hugo, e perché questo cocktail a base di Prosecco DOC non è entrato prima nelle nostre vite Il modo migliore di rinfrescarsi durante i lunghi mesi caldi: avere a portata di mano un cocktail a base di liquore di sambuco e Prosecco DOC. A cura di Redazione Centrale – Fonte Ufficio Stampa

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ogliamo raccontarvi di questo cocktail perché c’è poco al mondo di più semplice da eseguire, per fare uno Hugo in casa ti servono queste poche cose facilissime da trovare: un cordiale o liquore al sambuco (come può esserlo il St.Germain), un buon Prosecco DOC e un goccio di seltzer, quando vorrai sdraiarti al caldo sotto un

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salice piangente vista lago, in un parco al sole, o al mare con le persone che ami, questi tre ingredienti saranno le sole cose che vorrei nelle tue mani, in un bel bicchiere ghiacciato chiaramente. Ti chiederai come mai non ne avevi provato uno prima, la tua vita sarebbe probabilmente stata diversa, i toni rotondi e dolci del sambuco si intrecciano perfettamente con la pulizia e leggera acidità del

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Prosecco DOC. Ti starai chiedendo perché lo abbiamo tenuto segreto tanto a lungo? Vi promettiamo che non lo abbiamo tenuto segreto, il vero “problema” in questa storia è che il lungimirante padre dello Hugo Roland Gruber, dal palato e mente che adoriamo, lo ha ideato nel 2005. La scoperta è avvenuta a Naturno, nel Sud Tirolo, in mezzo alle


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bellissime Dolomiti dove Mr. Gruber ha creato un modern classic cosi ancorato nei nostri cuori e le nostre cocktail list, da ricordare moltissimo l’ascesa nell’olimpo dei nuovi classici del famosissimo Penicillin, creato dal bartender Sam Ross nel bar newyorkese Milk & Honey, anche lui nel 2005. Che anno strepitoso per i cocktail fu il 2005! Mr. Gruber ci ha regalato qualcosa che non sapevamo ci mancasse, e non c’è ombra di dubbio sul perché abbia tuttora un successo tale a livello mondiale. Qual’è il motivo del suo successo? Il Prosecco DOC chiaramente. Il vino frizzante italiano che viene sempre di più amato all’estero, nonché uno dei capostipiti della scena dell’aperitivo all’Italiana, e le note vivaci, botaniche e fruttate del sambuco, danno al drink una pienezza e briosità incredibile. Parliamo un po di storia ora: Immaginatevi a prendere il sole nella valle delle Dolomiti, è meta maggio e fa caldo, ma non è un caldo asfissiante; I giorni si fanno sempre più lunghi e quasi vedi l’estate che ti spia da dietro quell’albero. È a questo punto che tutti i forager del mondo cominciano ad urlare all’unisono alla proprie famiglie ed amici “correte a

raccogliere i fiori di sambuco prima che scompaiano”. La tradizione, la storia, e i forager vogliono che si raccolgano ed utilizzino i fiori di sambuco solo verso metà mattina (da alberi più lontani possibili dai fumi della città e delle macchine), quando i bellissimi fiorellini bianchi cominciano a loro volta il processo di farsi una bella tintarella e si aprono al sole, raccogliendone ed incanalandone tutte le cose buone che quest’ultimo porta. A questo punto della loro giornata i fiorellini non hanno ancora assorbito troppo calore, ed è per questo che non si dovrebbero raccogliere verso fine giornata… Il sambuco è bello e buono quanto la sua fioritura effimera. Infatti sfortunatamente l’albero è in fiore solo da fine maggio a giugno. Ci piacerebbe tanto aiutarvi a far diventare questa fantasia una realtà, semplicemente dandovi la nostra ricetta preferita di un cordiale al sambuco, vi serviranno solo acqua, limone, zucchero e i superbi fiorellini (un bel sacchetto), pre ricreare questa gustosa bevanda. Lo sciroppo, cordiale o liquore di sambuco è uno di quei nettari incredibili che ti renderanno totalmente dipendete grazie al sapore unico. Lo zucchero serve N E W S DAL L ’I T AL I A

a creare lo sciroppo e preservare il tutto un po più a lungo, ma per renderlo non solo ancora più conservabile ma anche molto più buono da bere, il tutto viene “tagliato” con del limone fresco, la sua asprezza bilancia benissimo il tutto. Un vero Un vero sapore d’estate. (ricetta alla fine dell’articolo) Un’altro aspetto fantastico di questo drink è il suo basso contenuto alcolico, e la freschezza e leggera acidità del Prosecco Doc che lo rendono un successo assoluto nel mondo degli aperitivi (e nel mondo del dopo cena, dopo pranzo, in qualsiasi momento!). Infatti dopo decadi lo Hugo si è ritagliato un posto nelle nostre vite, nei nostri cuori, ed è cosi che si crea un modern classic, in questo caso prendendo spunto da un vero classico della tradizione quale lo spritz. Proprio come lo straordinariamente famoso Aperol o Campari Spriz, lo Hugo ingloba tutti i preferiti della tradizione italiani: la dolcezza, acidità e un leggero tocco di amaro, a naso invece la botanica del fiore e il bouquet freschissimo dato dalla menta usata come “decorazione”. Parlando di tradizione, in cosa sono diversi uno Spritz e uno Hugo?

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“Leggenda” vuole che la parola spritz derivi dal tedesco “spritzen”. Nel diciannovesimo secolo, quando il Veneto era in mano agli Asburgo, i commercianti, diplomatici o semplici “turisti” di lingua tedesca, che venivano a passare un pò di tempo nel bellissimo territorio non erano abituati alla “potenza” dei nostri vini, era loro consuetudine tagliarli con un pò di seltzer. “Per cortesia bartender, uno spruzzo d’acqua in questo vino!” Come potete immaginare lo spumante in quell’area geografica era già incredibilmente famoso ed amato, i primi spritz non erano altro che Glera frizzante ed acqua, e col passar del tempo questa ricetta divenne sempre più amata in Veneto, cosi tanto che i bartender dell’epoca cominciarono a giocare con l’idea di spritz e a crearne i loro, miscelando altri elementi al vino e l’acqua. Divenne il drink più servito dell’inizio del novecento in italia, bevuto dall’alta società austriaca e tedesca durante le loro feste e cene private, e da tutti gli italiani in piazza. Era un aperitivo già allora incredibilmente democratico. Negli anni 50 questa tendenza ad avere ognuno il proprio stile di spitz si è fermata, quando all’unisono,

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il popolo, i clienti, i bartender, i vignaioli hanno decretato che lo spritz come lo beviamo tutt’ora sarebbe stato miscelato usando l’aperitivo creato nel 1919 a Padova dai fratelli Barbieri, l’Aperol, un liquore a base di genziana, rabarbaro ecc ecc.. che ricordava molto il Campari, ma con un minor tasso alcolico. Lo Hugo venne creato come variazione allo spritz Aperol e Campari. Ci piace pensare che il Sig. Gruber sia stato inspirato dalla intossicante magnificenza che è il profumo degli alberi di sambuco nella sua zona delle Dolomiti. L’amaro del Aperol viene rimpiazzato da uno jigger di cordiale al Sambuco, il quale sapore viene incrementato da lime e menta, rendendo il drink più leggero e fresco. Come farsi uno Hugo a casa: È incredibilmente semplice da realizzare e lascerà tutti senza fiato. Tornerà ad essere un must quando potremmo riabbracciarci e ricominciare a stare tutti assieme. Gli ingredienti che ci serviranno sono: - Cordiale o liquore al Sambuco (St. Germain si trova in buoni supermercati) - La vostra etichetta preferita di Prosecco DOC - una spruzzata d’acqua

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- un quarto di lime - un po’ di menta per guarnire, ma potete sbizzarrirvi con quello che avete a casa, nel frigo… - un bicchiere da vino capiente pieno di ghiaccio (pieno perché più ghiaccio c’è meno in fretta si scioglie, cosi da non rendere acquoso il drink) Un paio di semplici step che sono noti a tutto il Veneto e Friuli Venezia Giulia, che adesso renderete anche vostri: - Riempiamo il bicchiere di ghiaccio, foglie di menta e spremiamo un pò il lime, e lasciamolo nel bicchiere. - Giriamo il tutto, cercando di pestare un po il lime senza esagerare. - Aggiungiamo all’incirca 30ml di liquore al sambuco e una spruzzata di seltzer o acqua molto gassata. - Giriamo un altro pò la miscela ed aggiungiamo un “top” di Prosecco DOC - Da servire freddo. Potete provarlo anche con un Prosecco DOC Rosé cosi da ricordare ai propri amici e famiglia il colore tipico dello spritz. Per la ricetta del cordiale che vi avevamo promesso prima, seguite le linee guida di river cottage non ve ne pentirete! Bevete responsabilmente. ▣


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Normandia, terra multipla di paesaggi, storia, arte, sapori Per molti il 6 giugno del 1944 ricorda il D. Day: lo sbarco degli alleati. La Normandia, invece, riserva molte sorprese. Testo e foto di Jimmy Pessina

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a Normandia non si presta a visite mordi e fuggi. Esige, calma e lentezza. E se quella dell’immaginario può essere terra da cartolina o da film, in cui si sovrappongono le visioni delle scogliere di Etretat come le vide Monet, o di una giovanissima Deneuve che canta e balla ne “Le parapluies de Cherbuorg”, oppure l’indimenticabile spiaggia di Dueville, che dal film di Lelouch trasse una celebrità insperata e mondiale, la Normandia non è solo questo. Non soltanto coste a strapiombo e mare inquieto, spiagge sabbiose e volo di gabbiani: è anche campagna verdeggiante, giardino di prati

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sempre verdi, di pianure boscose e fertili, dove placidamente soggiornano mucche pezzate, cavalli dalle forme perfette e pecore dal latte denso e cremoso per formaggi prelibati. E’ multipla la Normandia: molte pagine della storia di Francia vi sono state scritte, e si divide in province e villaggi orgogliosi delle proprie caratteristiche, dei propri prodotti, dei propri fasti presenti e passati che si leggono nelle abbazie silenziose, nelle torri che agitano il vessillo normanno rosso con due leopardi d’oro, nelle fattorie e castelli circondati dal verde, nelle facciate delle cattedrali che puntano verso il cielo, vertiginose cuspidi che

gareggiano in trafori con i celebri merletti. È anche terra di acque dolci e salate, di liquori stordenti e succulenti formaggi, di ispirazione letteraria e artistica, uno scrigno di serenità, di bellezza incontaminate, di pace, ma anche di insanguinate memorie della Seconda guerra mondiale. Quest’anno ricorre il 76° anniversario dello sbarco degli alleati in Normandia, precisamente sulla spiaggia di Arromanches dove è stato allestito un museo che si può visitare tutti i giorni (spiegazione anche in italiano). Altro luogo che ricorda l’epica impresa è il Cimetière Américain – Omaha Beach, a pochi metri dalla battigia di Colleville-Sur-Mer.

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In questo cimitero sono sepolti 9.387 soldati americani. Un omaggio alla memoria, al sacrificio di quanti si sono immolati per un ideale di libertà e di democrazia, fa sì che questo luogo rivesta un particolare significato simbolico per gli Stati Uniti d’America. Tutti i presidenti americani in carica, a partire da Jimmy Carter, si sono recati infatti al cimitero di Colleville (ad eccezione di George H.W. Bush, il quale

ha effettuato una visita privata nel 1995): Ronald Reagan nel 1984 (in occasione del 40º anniversario dello sbarco), Bill Clinton nel 1994 (per i 50 anni dello sbarco), George W. Bush nel 2002 (in occasione del Memorial Day) e nel 2004 (per il 60º anniversario dello sbarco) e per ultimo Barack Obama, nel 2009 (per celebrare il 65º anniversario). Sarà una visita toccante, ma non è solo questo il motivo di un’escursione in Normandia. Gli itinerari che si possono tracciare in una terra così complessa e così ricca sono innumeri e una volta scelta la via rimarrà, inevitabilmente, il rimpianto per quanto si dovrà tralasciare. La Senna, principale via di comunicazione, per secoli e ancora oggi, di tutta la Francia settentrionale, che lasciando Parigi risale verso Rouen attorcigliandosi in pieghe sempre più strette fino a gettarsi nell’oceano, offre un invito troppo allettante per poterlo ignorare. Anche perché lungo questo percorso nell’Haute-Normandie troveremo gli straordinari paesaggi che furono fonte di ispirazione per molti letterati e scrittori che ebbero lì le loro case di campagna, oggi aperte al pubblico e accudite come solo i Francesi sanno fare. Una dimostrazione, tanto per citare, è la dimora di Victor Hugo, rimasta intatta e ricolma di ricordi. La campagna è tutta un caleidoscopio di verdi, dal più

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tenero al più cupo; apparentemente disabitata, se non fosse per quei minuscoli villaggi stretti come per paura attorno a una cuspide ornata da piccole figurine segnavento: un pesce, un gallo, un angelo. Una piacevole sorpresa, se si ha l’accortezza di addentrarsi per i sentieri, di fattorie e tenute da fiaba, è rappresentata dai “bocages”, termine qui in uso per indicare piccole proprietà coltivate a prato e delimitate da alberi o siepi che celano gli hameaux aux chaumières à colombages, costruzioni dal tetto di paglia e antiche travi a vista sul prospetto, oppure gli haras dove si addestrano cavalli di razza per i galoppatoi di Deauville. E ancora gli splendidi manoirs, fattorie fortificate del XVI secolo, vertici della gerarchia rurale che oppongono le loro torri ai temibili venti dell’ovest, dimore che hanno un’anima e sono restie a svelarla, difese da minacciosi cartelli e da contadini non lieti che qualcuno venga a intralciare la raccolta delle mele o la mungitura. Al massimo si potrà acquistare la frutta che viene deposta in cassette sulla strada affinché ci si serva, lasciando l’importo in un cestino. Consigliata una sosta a Giverny, fra le ninfee rese celebri da Monet, oppure cedere al richiamo dell’oceano e andare dove

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terra e mare si confondono, tra falesie e lunghe spiagge intarsiate da pittoreschi e colorati porticcioli. Curiose le piccole stazioni balneari che dormono tutto l’inverno e si risvegliano d’estate con uno charme un po’ desueto, un ritmo un po’ sorpassato, un’atmosfera tranquilla che fa tanto inizio dello scorso secolo. A Deauville rimasta ancora come apparve a Flaubert, Stendhal e Baudeleire, che venivano in vacanza, le stesse stradine con l’acciottolato d’allora, le medesime case dalle travi a vista o accuratamente dipinte a colori pastello. Deauville, oggi, grazie al tunnel sotto la Manica, viene presa d’assalto

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dagli Inglesi che arrivano a frotte, trovandovi la joie de vivre che, evidentemente, scarseggia nel loro Paese. Deauville, con la sua infinita spiaggia, legata per sempre ai cinematografici palpiti di Jean-Louis Trintignant e Anouk Aimée, è tradizionale passerella per stelle e stelline dell’omonimo Festival sullo sfondo delle cabine degli stabilimenti che si fregiano ancora dei nomi delle celebrità come: Burton, la Taylor, Orson Welles, Gregory Peck, Cary Grant, che alloggiavano all’Hotel Normandie – Lucienne Barriere. Paesi d’incanto, con le casette all’ancienne, tutte in fila come bambini che si

danno la mano e fanno girotondo attorno al porto, fitto di imbarcazioni, di Honfleur, così perfetto da sembrare finto, rimasto esattamente come lo concepì Colbert nel Seicento. Qui, nella taverna aperta più di cento anni fa dalla Mère Toutain alla Ferme SantSimeon, oggi albergo per vip, trovarono rifugio, davanti a un bicchiere di Calvados e una zuppa di merluzzo, gli impressionisti della Scuola di Honfleur: Boudin, Monet, Courbet, Sisley e gli altri pittori di Parigi che dipingevano, fra lo stupore degli anziani pescatori, i colori dell’acqua e i suoi riflessi. Anche qui, come altrove, la vecchia Normandia

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celebra le nozze della terra e del mare, dell’arte e della buona tavola, del tempo passato col presente: un festino per palati esigenti, cui è privilegio aderire. Da non perdere: Giverny: nel punto in cui il fiume Epte s’immette nella Senna sorge il villaggio. Qui Monet soggiornò e dipinse gli ultimi quadri della sua vita e dal 1966 la sua casa è diventata museo. Arromanches, con il museo memoriale dello sbarco. Honfleur, il suo porto e l’avveniristico ponte sulla Senna. A Deuville non può

mancare una sosta all’ippodromo e una passeggiata sulla spiaggia. A Rouen oltre la cattedrale, una visita anche alla caratterista città vecchia. Per chi ama aggirarsi per i mercatini, la Normandia offre tesori, bric à brac, tessuti tipici e tutto quello che concerne il mare: maglioni ruvidi e giacche da barca. Infine, un consiglio esclusivamente ai buongustai: le diverse varietà di formaggi normanni, piccoli e rotondi, teneramente impolverati

dalla tradizionale muffa bianca, sono una delizia per il palato, da gustare accompagnati con sidro o meglio ancora con il tradizionale Calvados. Per alloggiare, un colpo di vita indimenticabile è il mitico Hotel Normandie Lucienne Barriere di Deuville. ▣ Info: Francia Ente Nazionale Francese per il Turismo, Maison de la France Via Tiziano, 32 20145 Milano (Milano) Tel. 02-5848656 Fax 02-58486222.a.

Jimmy Pessina Reporter da oltre 60 anni e Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal 2014, ha recensito e fotografato tutti i Paesi del pianeta, compresa l’impenetrabile Corea del Nord.

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Bevi responsabilmente

OGNI PROSECCO DOC È IL FRUTTO DI GRANDE PASSIONE, SAPERI E CREATIVITÀ. MA SOLO SE HA ORIGINE QUI.

SOLO PROSECCO DOC ORIGINALE HA IL CONTRASSEGNO. Quando brindate, siate originali: scegliete il vero Prosecco DOC, solo quello in bottiglia, proveniente dal territorio unico delle nove province di Veneto e Friuli Venezia Giulia, la Dreamland. Lo riconoscete dalla bottiglia col contrassegno sul collarino. E dal suo gusto inconfondibile.


Nantes, città

verde di Francia Ove alla vera gioia dei divertimenti si accosta l’amore per l’arte e l’alta gastronomia. di Giovanna Turchi Vismara - Foto di Patrick Messina, Philippe Piron, Gregg Brehin, Ville de Nantes

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’è una linea verde che percorre tutta la città di Nantes, ne tocca i punti più importanti, si addentra tra vicoli

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storici, scorci sorprendenti, architetture contemporanee, grandi parchi, rendendola unica e identificandola come la città più verde, più folle e più frizzante di Francia. Questa è oggi Nantes, eletta

nel 2013 capitale verde d’Europa, che grazie a un incredibile slancio culturale e ad una continua innovazione a partire dal 1989 è tornata a rivivere in ogni suo aspetto. Nantes, situata su entrambe

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le sponde della Loira a circa 50 km dalla foce nel Golfo di Biscaglia, capitale storica della Bretagna, un tempo importante porto marittimo che collegava le rotte con l’America e l’Africa, ha subito nel secolo scorso importanti traumi che per un lungo periodo ne hanno limitato le potenzialità: il terribile bombardamento dell’estate 1943 e il conseguente disastro, la chiusura dei canali e del

fiume che l’attraversava per permettere l’unificazione del centro storico, la chiusura dei cantieri navali con lo spostamento del porto a Saint Nazaire all’estuario della Loira, più idoneo a ricevere grandi navi. A partire dal 1989 un sindaco illuminato, Marc Hero, ha elaborato un nuovo piano politico culturale in accordo con il Teatro Royal de Luxe, compagnia del teatro

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di strada, spinto da una grande attenzione per un turismo di altissimo livello ma accessibile a tutti. In seguito a quell’accordo la città ha iniziato ogni anno ad accogliere importanti artisti provenienti da capitali mondiali, tra cui Barcellona e Buenos Ayres, che con i loro spettacoli, sia all’aperto che nei teatri, hanno sollevato notevolmente il livello culturale del territorio. Le stesse strade sono state

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arricchite con opere d’arte pensate esclusivamente per i luoghi, e le insegne delle varie botteghe sono state reinterpretate da numerosi artisti così da regalare ai luoghi opere d’arte permanenti. Molte vecchie strutture sono state ristrutturate come la ex pasticceria Le Lieu Unique che nell’anno 2000 è stata trasformata in un importante centro culturale ove regolarmente si tengono mostre e concerti. Il 2007 è stato l’anno di una nuova accelerazione politicosociale. E’ stato aperto al pubblico il bellissimo castello dei Duchi di Bretagna risalente

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al 1466, severo all’esterno, circondato da mura e torri, mentre all’interno presenta ambienti luminosi in stile gotico fiammeggiante e rinascimentale. Attualmente è sede del Museo Storico di Nantes. Nantes è anche la città che ha dato i natali a Giulio Verne (1828-1905) che con la sua inesauribile e avveniristica fantasia ha regalato al mondo opere indimenticabili tra cui “Viaggio al centro della terra” e “Il giro del mondo in ottanta giorni”. La magia delle sue visioni è parte intrinseca del tessuto intimo della città ed è tornata a vivere, per la gioia degli abitanti e dei visitatori,

in una serie di fantastiche figure, “Les machines de l’Ȋle”, che popolano i grandi spazi degli ex cantieri navali. Qui si muove un bestiario fantastico di cui è simbolo il Grande Elefante che barrisce, spruzza acqua dalla proboscide e all’interno della sua mole immensa porta a spasso per alcune zone della città gli entusiasti turisti per una passeggiata di trenta minuti. Altra giostra gigante è il Carrousel des Mondes Marines, composto di trentasei elementi mobili, che conduce gli ammirati visitatori tra creature sottomarine, fondali marini e abissi del mare.

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Dall’alto della Butte SainteAnne si slancia un nido d’uccello gigante, opera del giapponese Tadashi Kawamata. E’ un groviglio caotico di travi di legno

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che danno forma a un nido d’uccello che svetta aggrappato alla rupe e offre dai suoi 20 metri d’altezza un insolito panorama sulla Loira e tutta la città (www.

lesmachines-nantes.fr). E’ in progetto per il 2023 la costruzione di un albero gigante, “l’arbre aux hèrons”, di 32 metri di altezza e 52 di diametro, la cui cima sarà

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sormontata da 2 aironi giganti che accoglieranno sulle loro ali stupefatti turisti per uno spettacolare volo circolare. Nantes, oltre a vantare preziosità culturali e artistiche nell’ambito del territorio urbano, estende le sue ricchezze anche nelle

località circostanti legate a eccellenze nell’ambito viticolo e gastronomico. A meno di un’ora dal centro della città si estende il vigneto del Muscadet, che con i suoi 8000 ettari è il più grande giardino viticolo della Valle della Loira. Filari maestosi di viti, intervallati da

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paesaggi panoramici, castelli, mulini e cantine vinicole, si estendono lungo le sponde della Sèvre fino alla cittadina di Clisson, dal grande fascino italianizzante, e nel cui bellissimo castello è nato l’ultimo Duca di Bretagna. Dal 2015, grazie alla interessante proposta turistica “Voyage a Nantes” (www.levoyageanantes. fr) legata alla approfondita conoscenza della città, è possibile usufruire anche di un percorso turistico attraverso questi panoramici, intensi vigneti. Nel delizioso borgo di Clisson i visitatori possono visitare la più fornita cantina di Muscadet. Il Muscadet è un antico vitigno evocato da Rabelais nel suo “Quinto libro”, il Melone di Borgogna, ma potrebbe già essere apparso sulle sponde della Loira fin dal secolo XVI. La denominazione Muscadet è legata alla estrema parte occidentale del vigneto del Val de Loire, terza grande regione vitivinicola francese DOC, estesa su quasi 8000 ettari e più di 450 tenute. Il Muscadet è un eccellente vino bianco, perfetto in particolare con i frutti di mare, ostriche e ogni genere di pesce, ma accompagna anche pollame, alcuni formaggi, in particolare quelli di capra, i sapori asiatici e la cucina vegetale. Deve il suo aspetto perlato e fruttato ai depositi naturali di

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lieviti carichi di sali minerali con i quali è stato a contatto sei mesi al momento della vinificazione. Il Muscadet è un vino che oggi può fare concorrenza ai più prestigiosi cru francesi, ed è sempre presente nelle numerose manifestazioni culinarie che si susseguono nei vari periodi dell’anno nella città. Particolarmente importante è

quella relativa a Les Tables de Nantes che si ripete ogni anno in settembre. Sono cinque giorni dedicati a dibattiti sulla questione alimentare e ad appuntamenti gustosi legati all’esaltazione dei tanti prodotti locali che spaziano dai pesci di mare e di fiume, alle carni, ai formaggi, ai frutti e agli ortaggi. Eventi culminanti di tale

periodo sono La Nuit de Table de Nantes e il Grand Marché des Pays de la Loire ove si riuniscono i migliori produttori e artigiani della regione. Nantes è collegata alle grandi metropoli francesi con una stazione ferroviaria TGV, (la distanza da Parigi è coperta in sole due ore), e grazie al suo areoporto internazionale raggiunge direttamente oltre 106 destinazioni europee. ▣

Giovanna Turchi Vismara Giornalista, laureata in Lettere e Filosofia, storia dell’Arte. Scrive di turismo, arte, moda. E’ stata in Giappone per un viagsgio studio, dietro invito dall’Ambasciata, in rappresentanza dell’Associazione Europea Insegnanti.

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Un museo, una storia, un concorso, il MEAM Il museo di Barcellona ospita uno dei concorsi di pittura e scultura più importanti al mondo. di Silvia Donatiello

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arcellona è la città dai mille volti, stili e artisti, rinomata per essere la capitale mondiale del Modernismo, da noi conosciuto come Liberty, di

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cui vanta non solo palazzi e parchi meravigliosi ma anche la basilica della Sagrada Familia, opera incompiuta del suo massimo esponente, Antoni Gaudí. La capitale della Catalogna è anche apprezzata per le

sue cattedrali, quella dei ricchi con il meraviglioso chiostro e quella dei poveri, conosciuta come la Cattedrale del Mare diventata famosa grazie all’opera omonima dello scrittore Idelfonso Falcones, intitolata

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appunto “La Cattedrale del Mare”; entrambe ubicate nel quartiere gotico. Meta imprescindibile è sicuramente il Museo Picasso, anch’esso in pieno Gotico, da cui si snoda un dedalo di stradine in cui è facilissimo perdersi ma anche viaggiare nel tempo grazie ad autori come Carlos Ruíz Zafón, recentemente scomparso, che ubicò la sua tetralogia “Il Cimitero dei Libri Dimenticati” proprio nella “città Condal”, nome con cui è conosciuta Barcellona fin dal Medio Evo. Non importa quante volte si visiti questa città, sempre si scoprirà qualcosa di nuovo da vedere, studiare, provare e assaporare. Barcellona, così aperta verso il mare e allo stesso tempo

così nascosta all’occhio profano, cela nel suo centro storico una vera chicca: il Meam, il Museo Europeo di Arte Moderna. Nel 2011 è stato inaugurato nell’edificio dell’antico Palazzo Gomis, a pochi metri dal Museo Picasso, questo piccolo ma incredibile museo. Palazzo Gomis La storia ci dice che fu ricostruito nel 1792 dal ricco mercante di tessuti Gomis, in un’epoca in cui la via Montcada era l’arteria più nobile della città. Durante l’invasione napoleonica il maresciallo Lecchi, che comandava le truppe francesi, fece di questo edificio la sua residenza abituale. Fu in seguito che, seguendo

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criteri urbanistici importati dalla Francia, fu aperta Calle Princesa per collegare più facilmente la parte più antica della città con il parco e castello della Cittadella. È allora che l’edificio è stato diviso in due, su entrambi i lati della suddetta strada. All’inizio del XX secolo l’edificio fu ristrutturato e fu costruito il nuovo portone in un brillante stile modernista, l’unico esistente in tutta la Ciutat Vella (la città vecchia). Dopo aver subito numerose vicissitudini e gli usi più disparati, nel 2000 è stato acquisito da un artista olandese milionario che ha iniziato la ristrutturazione e il restauro del piano nobile, ricevendo il FAD Award for Interior Design per questi lavori.

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Nel 2006 è stato acquisito per diventare la sede della “Fondazione delle Arti e degli Artisti”, creata e diretta dall’architetto José Manuel Infiesta, per ospitare il suo progetto artistico. In quell’anno è stato quindi avviato un lungo e costoso restauro del patio e dei vari piani sotto la direzione dell’architetto Jordi Garcés, autore di altre ristrutturazioni di musei importanti di Barcellona, ​​come il Museo Picasso o la Fondazione Godia. Il Museo, Arte Figurativa Contemporanea Nel giugno 2011 è stato

finalmente aperto al pubblico come museo permanente, dove ospita le proprie collezioni e diverse esposizioni temporanee. Da sempre il Museo è in continua evoluzione perché, oltre alle mostre, ha presentato grandi artisti su scala internazionale, ha ospitato concerti (musica classica, blues, flamenco, moderna…), organizzato laboratori di pittura e scultura e diversi eventi sociali. Inoltre, grazie anche ai concorsi internazionali della Fondazione delle Arti e degli Artisti, e al rapporto del museo con artisti di tutto il mondo, il MEAM vanta una collezione di opere

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di artisti viventi che ne costituisce il suo principale patrimonio. Perché il Museo non solo forma e amplia costantemente questa collezione, ma mantiene un rapporto personale con tutti gli autori che la compongono, per far sì che il MEAM sia effettivamente la casa di tutti gli artisti e che tutti loro si sentano qui rappresentati. Fedele ai suoi principi, il Museo include opere di pittura e scultura realizzate in tutti i tipi di tecniche e materiali: pittura, oli, acquerelli, pastelli…, su tela, tavola e altri supporti. E, nella scultura, opere in marmo, bronzo, carta, cartone,

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legno, resine poliestere, terracotta…. Si tratta di collezione di circa mille opere di oltre 300 artisti provenienti dai cinque continenti, in una raccolta che viene alimentata ad

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ogni concorso di Figurativas. Indubbiamente una delle collezioni d’arte figurativa più prestigiose al mondo oggi, sia per la qualità delle opere presentate che per la diversità dei suoi

autori. La collezione è così contemporanea che tutte le opere presentate sono di artisti viventi, che svolgono il loro lavoro oggi, e formano così la più genuina delle produzioni artistiche dei nostri

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tempi. Un grande campione di questa è esposto nel MEAM, alternandosi alle mostre temporanee, in modo che almeno sei mesi all’anno questi lavori possano essere esposti sulle pareti del museo. Il Concorso, Figurativas La sua fondazione, la Fundación de las Artes y los Artistas, ogni due anni bandisce un concorso internazionale di pittura e scultura figurativa. Quest’anno si terrà la sua undicesima edizione e riunirà in una grande mostra la più recente creazione figurativa nelle arti plastiche a livello internazionale. I partecipanti, provenienti da più di 80 paesi, si ritrovano

a questo nel MEAM per assistere alla cerimonia ufficiale di apertura della mostra dei finalisti e la premiazione delle opere scelte da una giuria di alto livello, per lo più pittori, tra i quali in queste undici edizioni hanno partecipato artisti come Antonio López García, Odd Nerdrum, Lita Cabellut, Emma Hopkins, Soledad Fernández, Luisa Granero, Jeremy Mann, Richard Estes, Gottfried Helnwein, Nicola Samorì, Daniel Graves, Jacob Collins, Alex Kanevsky, Konstantinos Kyrtis, Julio Lopez, Franciso López e Eduardo Naranjo. Per questo 2021 la giuria sarà composta da Emma Hopkins, Antonio López, Jeremy Mann, Konstantinos Kyrtis, Tomas Paredes,

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Jose Enrique González e il fondatore Jose Manuel Infiesta. La giuria si riunirà a fine giugno per scegliere tra i partecipanti: un primo premio, una menzione d’onore e i finalisti. Queste opere entreranno a far parte della più grande mostra di pittura e scultura figurativa che si inaugurerà nel MEAM a fine 2021. La Fondazione si propone di promuovere e diffondere l’arte figurativa e il suo compito principale è incoraggiare iniziative artistiche e sponsorizzare gli artisti. In questo modo, l’attualità dell’arte figurativa contemporanea è rivendicata attraverso l’emergere di una ricca generazione di artisti viventi che creano una

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grande comunità stabile, attiva e dinamica. La partecipazione a questi bandi comporta numerose attività intorno alla mostra che si concentrano sul grande pubblico, un fatto che dà maggiore visibilità al lavoro e alla carriera dell’artista nel crescente panorama figurativo contemporaneo. Mostre temporanee, Women Paintings Da non perdere fino a

metà giugno la mostra “Women Paintings”, una mostra di sguardi, che invita a immergersi nel mondo creativo delle donne attraverso le opere di 78 artiste contemporanee. Sguardi che spesso ci perseguitano, opere molto dirette e tanti ritratti ravvicinati - forse frutto della pandemia - dove gli sfondi neri predominano, attirano l’attenzione sulla figura e sono anche un riflesso dei nostri tempi in

cui mancano riferimenti chiari. Troverete i lavori più recenti di artisti affermati come Miriam Escofet, Tanya Atasanova, Omalix Arlette Mary, Jane Ansell o Jaq Grantford. Una mostra per tutto il pubblico, dove forse manca un po’ più audacia, ma piena di freschezza e bellezza. Per maggiori informazioni: https://www.meam.es ▣

Silvia Donatiello Giornalista, da 26 anni si occupa di marketing, comunicazione, organizzazione eventi e ufficio stampa di enti pubblici e aziende nazionali e internazionali. Scrive di turismo, turismo outdoor, viaggi, food in Spagna ed in Italia.

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L’originale cucina delle Canarie, e in particolare di Gran Canaria Parlare di gastronomia alle Isole Canarie significava evocare quasi esclusivamente patate arrugás e mojo picón. Soltanto, però, fino al momento in cui i viaggiatori non si sedevano a tavola o attraversavano curiosi uno dei tipici mercati locali delle isole. Ebbene sì, pur nella loro semplicità e fragile delizia, noia e monotonia di preconcetti a tema cibo svaniscono sin da subito. di Silvia Donatiello

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e Isole Canarie quasi sembrano accarezzare le coste dell’Africa occidentale e, grazie al loro essere consapevole anima e fugace crocevia di quelle aspre rotte tra Europa e America, hanno accolto influenze culturali e culinarie di entrambe le destinazioni. Le gioie del palato, però, grazie

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ai prodotti coltivati e nutriti dalla cenere di antichi vulcani, non sono evanescenti come le gocce di quel suo oceano che le circonda, ma restano nella memoria di chi saprà scoprirle. Le Canarie rappresentavano la prima consapevole e rassicurante tappa sul suolo spagnolo quando le navi tornavano dalle

lontanissime Americhe. Fu proprio su quella terra e fu proprio in quei lontani giorni che si iniziarono a coltivare e incorporare alla dieta locale prodotti come patate, fagioli, pomodori, avocado, papaia, mais, cacao e tabacco. La cucina delle isole è di conseguenza una intrigante miscela di elementi autoctoni e ricette spagnole, africane e

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latinoamericane. Mangiare come e con la gente del luogo sarà la sorprendente esperienza da non perdere. Molti dei prodotti di oggi, nati da questo incontro di culture diverse e tradizioni ancestrali, sono riconosciuti come Denominazione di Origine Protetta. Anche lo Stato spagnolo, infatti, attento e lungimirante come pochi altri in Europa, ha saputo dar loro valore e prestigio, proteggendo così la qualità e l’autenticità di piatti regionali che delizieranno i palati. Già nel XVI Secolo, i colonizzatori importarono

nelle Isole Canarie una varietà di viti che ben si adattarono alla natura vulcanica della terra. Di conseguenza, c’è una grande varietà di vini DOP esclusiva delle isole dalla qualità sorprendente. In quasi tutte le isole ci sono vini prelibati dove si può sentire la forza dei vulcani a ogni sorso, e quelli di Gran Canaria provengono da vitigni coltivati sapientemente ad altissima quota. Brindate, dunque, regalmente e assorbirete quella forza! Anche formaggi caprini e di pecora possono sfidare altri famosi concorrenti perché si sono

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meritatamente guadagnati un posto di primo piano in tutto il mondo. Per quanto Gran Canaria detenga l’esclusiva su un buon numero di prodotti come il caffè, molti per fortuna sono comuni in tutte le isole. Pronti per una veloce carrellata? Papas arrugás Le patate, delizia scoperta in America, sono ottime ovunque, ma quelle canarie si discostano decisamente da quelle che si assaporano in Europa. Il fertile suolo vulcanico e il formidabile clima restituiscono un

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A pagina 93, mojo rosso. In questa pagina, coniglio in salmorejo. A pagina 95, patate arrugadas con mojo.

tubero più piccino, con una consistenza e un sapore delicato e insuperabile. Tradizionalmente vengono lesse rigorosamente con la buccia perché proprio lì si nasconde il suo sapore unico, e con molto sale nell’acqua di cottura. Insomma, non si sbucciano! Prima di essere servite vengono guarnite con una generosa e carismatica salsa mojo picón. Mojo Picón Ben piccante, questa salsa che ha fra i suoi ingredienti aglio, olio d’oliva, peperoncino rosso, cumino, sale e aceto, la

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troverete con quasi tutti i piatti isolani. Il mojo verde, invece, prevede coriandolo o prezzemolo al posto del peperoncino rosso. Non c’è patata senza mojo in tutte le Canarie! Gofio Se c’è un piatto che riecheggia la storia delle Canarie e della sua gente, questo è il gofio. Si tratta di una farina ricavata da chicchi di grano o miglio tostati, il cui uso sembra infinito e a volte bizzarro: utilizzato per realizzare tantissimi piatti e impastato formando pagnotte, si sposa con zuppe, salse e persino con

il gelato. Una celebrità a base di gofio è l’escaldón de gofio: gofio mescolato alla zuppa di pesce. I visitatori non lo definiranno propriamente un piatto leggero, ma tant’è… i locali lo apprezzano molto come fonte di vitamine e minerali. Rancho Canario Questa non è altro che una deliziosa zuppa a base di pollo, maiale, ceci e una vasta selezione di verdure. E patate, ovviamente… Adobo e carne di maiale marinata Questa altra gustosa salsa marinata di paprika,

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origano, aglio, sale e con una generosa dose di aceto di Jeréz. Il maialino cotto a fuoco lento è così tenero che si stacca molto facilmente dall’osso, non prima di essere stato spalmato di adobo… La Ropa Vieja I nomi dati ai piatti tradizionali delle Canarie sono un divertente ingrediente aggiunto. La Ropa Vieja è uno spezzatino a base di pollo, maiale o manzo con verdure, compresi ceci, e ancora patate. Il suo nome deriva dal fatto che è da sempre preparato con gli avanzi di altri cibi. Difficile assaggiarlo due

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volte cucinato nello stesso modo proprio perché ogni casa e ogni ristorante lo preparano ciascuno a modo suo. A proposito, lo trovate anche sui menu tipici di Cuba. Pollo o coniglio con salmorejo La ricetta prevede che la carne venga marinata cuocendola nel vino bianco e con aglio, in seguito profumata con cumino, origano, paprika e timo. Capretto marinato Questo piatto a base di carne di capra o baifo, come è anche chiamato alle Canarie, viene marinato, profumato con

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negli ingredienti. L’isolano è composto da zucca, cavolo, patate dolci, maiale e vitello.

erbe aromatiche quali origano, alloro e timo, oltre ad abbondanti quantità di aglio. Baci proibiti, ci siamo capiti! Puchero Canario Questo bollito è simile a quello di Madrid, in cui il brodo viene scolato e servito come zuppa in un primo piatto, mentre il secondo è la carne e le verdure del bollito stesso. La differenza tra i due sta

Sancocho Canario Questa portata è a base di pesce fresco, cotto, salato e condito, servito con un misto di gofio e patate rugose con mojo picón. È sicuramente uno dei più popolari ed eloquenti perché la sua ricetta è stata esportata in diversi paesi dell’America Latina a causa di importanti e struggenti flussi migratori subiti dalla popolazione delle Canarie. L’aggiunta di mojo picón è essenziale per assaporare il contrasto tra i sapori dolci, piccanti e quel tocco di salato.

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A pagina 96, escalonde gofio e, in basso, mousse gofio. In questa pagina, ropa vieja. A pagina 98, bienmesabe.

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Bienmesabe Il nome lo dice già tutto: “sa di buono”. È una crema dolce e morbida a base di mandorle tritate, tuorlo d’uovo, zucchero, scorza di limone e cannella. Tipico di Gran Canaria, conosciuta per i suoi mandorli, viene solitamente servito con gelato o crema.

Barraquito E dopo il dolce, un buon caffè! Le Isole Canarie ci hanno messo del loro e hanno aggiunto quel certo tocco personale a questa prelibatezza mattutina. Di fatto, un Barraquito è un espresso forte con latte condensato; poi una spruzzata di Liquor

43 dà il tocco finale per alzare il tasso alcolico vacanziero se non avete già esagerato con il vino. Legate il tovagliolo attorno al collo, è ora di gustare le Isole Canarie! ▣ www.grancanaria.com

Silvia Donatiello Giornalista, da 26 anni si occupa di marketing, comunicazione, organizzazione eventi e ufficio stampa di enti pubblici e aziende nazionali e internazionali. Scrive di turismo, turismo outdoor, viaggi, food in Spagna ed in Italia.

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MALVASIA ISTRIANA, il ”vino navigato” che proviene dal mare Un vino tanto amato da meritarsi un’Ode e che il 5 giugno sarà protagonista del tradizionale festival a Portorose, in Slovenia, da sempre dedicato della regina dei vini istriani. di Liliana Savioli - Foto di Liliana Savioli, Boštjan Zidar

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’essere stati rinchiusi tanti, tantissimi mesi, ci ha tolto uno dei piaceri della vita. Viaggiare. Eh sì, il non potersi spostare, scoprire, godere di panorami, di profumi, di colori, di temperature, di culture, di arte, di cibi, di vini è stato un sacrificio immenso. Ma finalmente, pian pianino, sembra che riusciremo a muoverci e a ricominciare a godere del bello e buono che c’è in questa nostro bistrattato pianeta. Finalmente, noi dell’estremo nord est, potremo risalire in barca e andare in Istria, attraversare il Quarnero

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e arrivare in quelle isole stupende e incontaminate del parco delle Incoronate. E goderci un mare da sogno, pesci eccelsi da innaffiare con la regina dei vini di mare. La Malvasia. Questo vino che è l’emblema del viaggio. Addirittura nel 1600 a Venezia i vini erano divisi tra Malvasia e Terrano. La Malvasia come vino “navigato” e proveniente dal mare, il Terrano come vino “della terra nostra” proveniente dai terreni vicini. E addirittura esistevano dei locali che si chiamavano Malvasia, per la vendita dei vini navigati. Si parla sempre di vini, mai di vitigni. Infatti, di vitigni

Malvasia iscritti attualmente al Registro Nazionale delle Varietà di Vite ce ne sono 19, da quelle neutre, semiaromatiche, aromatiche e addirittura con la bacca rossa. Ma da dove proviene? E’ un vitigno di origine greca, della città della Morea, nel Peloponneso. É datata 1214 la prima citazione ufficiale del vino Monemvasios, prodotto a Monembasia (degenerato poi in Malvasia), città fortezza fondata attorno al 588 in Laconia, che compare in una comunicazione di Nicola Mesarites, arcivescovo di Efeso, insieme ai vini di Chio, di Lesbo e dell’Eubea. Nel 1248 i

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Veneziani penetrarono nella regione di Monemvasia e ne trasportarono i vitigni a Creta, che occupavano fin dal 1204 (all’epoca delle Crociate), mentre la città di Monembasia passava in loro dominio più tardi, nel 1419. L’assoggettamento dei Veneziani continuò fino alla seconda metà del XVIII Secolo, e la produzione e il commercio del vino di Malvasia divenne attivissimo, per poi decadere e cessare sotto la dominazione turca. E finalmente i nostri amici Veneziani portano a casa non solo il vino ma anche le barbatelle. E non le vanno a piantare a Dolo o Mira o comunque in pianura. Allora erano padroni dell’Istria che con i sui terreni calcarei ha caratteristiche simili alle isole greche di origine. Ecco allora la nostra Malvasia Istriana che prospera in Istria e poi se ne viene sul Carso e in Friuli. “Forse potrebbe essere sufficiente un sorso per afferrare tutte le tue qualità Ma tu celi ben più del milione di gocce di liquido nobile Dicono di te che sei d’oltremare, recata dalla Serenissima E che potresti essere minerale, dal gusto quasi salato Cresci rigogliosa laddove regna la bora, e nel tuo odore respiro i fiori Essendo sull’arenaria e sulla terra rossa il manto fertile

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sovente sottile Esigi il sudore di colui che ti coltiva Ti presenti sia giovane e giocosa, sia come una dama attempata dalle buone maniere E io t’amo perdutamente, soprattutto quando assumi il colore del sole istriano”

Ecco l’Ode alla Malvasia, il delirio dell’Enologo. Una poesia d’amore di Tilen Praprotnik, uno dei migliori enologi sloveni follemente innamorato di questa varietà. La scrisse nel 2008 e faceva bella mostra nel libretto di presentazione del festival internazionale

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delle Malvasia che ogni anno, oramai da 22 anni, si svolge in quel di Portorose (Slo). Quest’anno, ve lo diciasmo in anteprima, si svolgerà il 5 di giugno, in spiaggia, nel tardo pomeriggio e per tutta la notte. Sarà una grande festa per onorare la regina dei vini istriani. Un vitigno che produce un’uva che si presta alla produzione di varie tipologie di vini. Raccolta anticipatamente, per esaltare la sua naturale acidità, eccola pronta per la produzione di spumanti sia a metodo classico che charmat. Fresca e di grande bevibilità, ecco la Malvasia di annata che si presta anche a essere vinificata per un vino di lunga durata. La sua buccia bella spessa permette poi la lunga macerazione sulle bucce e allora ecco la Malvasia macerata. Lasciandola surmaturare in vigna o appassendola sui graticci ci fa ritrovare un passito di gran classe. Insomma, un vino eclettico che ci porta a viaggiare, o se non altro a sognare di viaggiare. ▣

Liliana Savioli Giornalista, è Sommelier, esperto degustatore e docente. Scrive di vino e dei suoi interpreti, degusta per guide e concorsi nel mondo. E’ tra i coordinatori della Guida Vinibuoni d’Italia e corrispondente per il FVG di Italia a Tavola.

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Arcipelago delle Bahamas: la Svizzera tropicale Un paradiso fatto di lunghe spiagge di sabbia finissima e impalpabile incorniciate di palme lambite da un mare tiepido dalle mille sfumature di verde e blu. Testo e foto di Jimmy Pessina

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’incantevole scenario delle spiagge candide e del mare trasparente e la festosa atmosfera dei grandi alberghi stile Usa mascherano la realtà contradditoria dell’Arcipelago delle Bahamas: grandi finanzieri e clandestini haitiani, ville hollywoodiane e bidonville, paradiso fiscale e inferno della povertà. E la cultura indigena è sempre più soffocata dall’invasione dei turisti americani, e non solo, che ne hanno fatta la meta abituale delle loro vacanze. Nel centro di Nassau, a pochi passi da Rawson Square, la piazza dove meglio si riconosce la vecchia impronta inglese dell’ex colonia britannica, il molo Prince George accoglie le modeste barche da pesca degli indigeni insieme agli yacht da esposizione del turismo milionario. Poco più al largo muove lentamente uno dei battelli destinati alle crociere locali stracarico di festosi turisti, marca USA: passa ma senza fermarsi, di fianco a Potter’s Cay, l’isoletta sotto il ponte che conduce a Paradise Island dove la popolazione locale acquista frutta tropicale e pesce freschissimo e donne dalla pelle nerissima offrono conch, il mollusco simbolo dell’arcipelago appena sgusciato. Lasciata la capitale Nassau, le strade che conducono AGROALIMENTARE E TURISMO INTERNAZIONALE

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verso l’interno dell’isola di New Providence o corrono lungo le coste (Nassau si affaccia sul litorale nordoccidentale) presentano tipologie architettoniche non meno contrastanti e contradditorie. Ville stupende immerse nel verde e protette da fitte siepi, residenza estiva, e spesso definitiva, di ricchi e potenti. Continuando si incontrano le casette color pastello, con l’intonaco un po’ scrostato e il giardinetto con il bucato steso ad asciugare, abitate da famiglie meno agiate, e la bidonville fatta di cubi di cemento con il tetto in metallo circondati da un minuscolo cortile tra gli alberi di pompelmo e l’acqua potabile che arriva

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grazie a una pompa situata vicino alla porta. Ad abitarvi la maggior parte sono gli immigrati haitiani, spesso clandestini, stabilitisi alle Bahamas nel corso degli anni. Mentre il Gotha della nobiltà e del denaro si cimenta in una partita a golf su uno dei numerosi campi che si spingono fin sulla riva del mare, gioca a tennis in uno dei moltissimi campi dell’isola o si riposa sulla candida sabbia di Paradise Island, mostrando il volto più artificiale che ha questo paradiso dorato. Bay Street, animato shopping center dell’isola, viale nel quale convergono e si diramano le strade e i vicoli di Nassau, ci mostra una

realtà urbana fatta di problemi concreti, violenza, sporcizia, criminalità, spaccio di droga e di tensioni sociali sorte dalla convivenza di tipi e razze eterogenee: dai rasta ai finanzieri bianchi, dagli immigrati haitiani ai turisti americani (una presenza fissa per tutto l’anno), alla popolazione nera di origine africana impiegata nel terziario o nella pesca. E nonostante i progressi economici conseguiti, troppo grande resta ancora il divario che separa la minoranza bianca, ricchissima, dalla maggioranza di colore. Per i proprietari delle ville di stile hollywoodiano rinchiusi nel loro ghetto d’oro, che possiedono quasi un terzo

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A L C U N I A P P U N T I S U L L’ A R C I P E L A G O Ci sono due casinò, uno a Paradise Island e l’altro a Cable Beach, pochi chilometri a ovest di Nassau. Le slot machine sono accessibili 24 ore su 24, la roulette e gli altri giochi dalle 12 alle 5 del mattino. Cay: questa parola, che si pronuncia come l’inglese key, deriva dal vocabolario indiano arawak cairi, che vuol dire “isola”, ma che in inglese ha assunto il significato di “piccola isola” e così, infatti, si chiamano quasi tutte le isole minori dell’arcipelago. Goombay: è il nome della musica di quest’arcipelago. Sebbene non sia del tutto originale, perché si chiama così anche alle Bermuda, il goombay delle Bahamas ha assunto con il passare degli anni una propria caratterizzazione. Potter’s Cay: sull’isoletta proprio situata sotto il ponte che unisce Nassau

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a Paradise Island, si tiene il “Native Market”, un mercatino di pesce, frutta e verdura freschissimi, destinato agli abitanti del luogo. Andateci per assaporare un aspetto della vita quotidiana dell’isola e per vedere i pescatori che estraggono il conch dalla conchiglia. Spiagge: tutte le isole e i cay delle Bahamas sono circondati di sabbia bianca e morbidissima, bordate di palme e cespugli fioriti. Divertimenti: a eccezione del gioco d’azzardo ai casinò, le serate bahamensi sono tutte all’insegna della musica, da ascoltare e per ballare. Non mancano gli immancabili piano bar e le discoteche di stile internazionale. I locali più autentici, però, frequentati dalla popolazione locale, sono quelli over the hill, il cuore originale della capitale. Il più noto è il “Casablanca”.

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della terra dell’arcipelago, così come i turisti del viaggio organizzato giunti in aereo da New York o da Miami o sbarcati da una delle navi da crociera che quotidianamente battono il mare caraibico, la realtà resta quella di un luogo di sogno e di divertimento, un mondo incantato e festoso dove il tempo scorre indolente tra giochi soft e sport distensivi, in una sorta di Disneyland tropicale. Per questo l’ambiente si è andato plasmando sui loro gusti e sulle loro richieste; così le centinaia di migliaia di turisti che ogni anno vengono qua in vacanza si ritrovano a casa propria. D’altra parte l’arcipelago dista solo meno di mezz’ora

da Miami e gli Statunitensi possono accedervi senza passaporto. In effetti, è stile Usa: la lingua che si parla, che ha perduto l’inflessione inglese per assumere i caratteri dello slang americano, l’organizzazione dei servizi, tutti i prodotti importati, l’atmosfera stessa che si respira. Ogni cosa si paga in dollari Usa, le bibite sono servite in bicchieroni colmi di ghiaccio come a Manhattan, gli alberghi moderni, enormi, funzionali, stile “Holiday Inn”, hanno centinaia di stanze tutte con televisore, filodiffusione e l’aria condizionata sempre al massimo, e i casinò della città sono zeppi di slot machine spremute senza sosta da anziane signore che, come a Las Vegas,

stringono in mano il tipico contenitore stracolmo di monete. Ci si diverte, dunque, ci si abbronza, e si torna a casa felici. Il gioco si ripete ininterrottamente tutto l’anno, riuscendo a soddisfare le più ambiziose attese del governo locale che, fin dai primi giorni dell’indipendenza (1973), ha cercato di propagandare l’immagine di safe paradise, un paradiso tranquillo, bucolico, fatto di lunghe spiagge di sabbia finissima e impalpabile incorniciate di palme lambite da un mare tiepido dalle mille sfumature di verde e blu, dove il sole splende tutto l’anno, interrotto da improvvise pioggerelle che tonificano colori e profumi e la vita scorre a ritmo di goombay, la musica locale. ▣

Jimmy Pessina Reporter da oltre 60 anni e Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal 2014, ha recensito e fotografato tutti i Paesi del pianeta, compresa l’impenetrabile Corea del Nord.

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Asa Magazine 16 - Maggio 2021  

La rivista dell’Associazione Stampa Agroalimentare Italiana

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