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Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Anno XXXIX · Agosto 2010 · Numero 120 Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia


di Roberto Zambon

[ l’editoriale ]

C on la tradizionale cerimonia del taglio del nastro da parte delle autorità, la piazza di Dardago è stata «riconsegnata» ai dardaghesi dopo i lavori di riqualificazione. Ora la piazza ha un nuovo volto e anche grazie agli interventi dei privati che hanno recuperato le facciate a sasso a vista e della parrocchia, per il restauro del campanile, è – più che mai – il centro del paese. Come tutte le piazze che si rispettino, mira a diventare il punto d’incontro della popolazione; luogo di dialogo e di confronto tra persone che hanno gusto di stare insieme. Era bello, in queste calde sere di luglio, vedere bambini scorazzare in monopattino dal monumento al balér, mentre i nonni o i genitori, seduti nelle panche in pietra chiacchieravano con qualche passante. La piazza è anche questo, soprattutto questo.

Torniamo alla piazza, torniamo alla parola. Così auspicava Fabrizio Fucile, chiudendo il suo articolo relativo alla piazza di Santa Lucia che è stato pubblicato in queste pagine, nel numero 118 dello scorso dicembre. E anche l’Assessore regionale Elio De Anna, nel suo discorso durante la cerimonia di inaugurazione, si augurava che l’opera, così ben riuscita, diventi occasione d’incontro e di concordia. Dardago che ha la fortuna di avere al proprio centro una vera piazza e non una «crosera» o uno slargo, sappia utilizzarla nel modo più appropriato. Per i lavori della piazza (lo abbiamo scritto anche nel blog www.artugna.blospot.com) i nostri archivi sono stati d’aiuto in un paio di occasioni. Infatti, per reperire le informazioni sui 22 cognomi

e i 110 soprannomi delle famiglie «storiche» dardaghesi, da incidere sulle piastre in pietra piacentina, è stata utilizzata la pianta topografica del paese disegnata da Gio.Battista Bastianello Codif Fuser, datata 16/03/1902, pubblicata sul numero 18, agosto 1976 de l’Artugna. E per «ricostruire» il testo della lapide posta alla base del monumento a cura dell’Associazione Combattenti e Reduci del Comune di Budoia il 4 novembre 1954, ormai illeggibile, si è fatto ricorso a un articolo de La Voce del Pastore del 1954, riportato sul n. 100, dicembre 2003 del nostro periodico. Fa piacere che il ricco archivio de l’Artugna, creato in quasi 40 anni di lavoro, abbia l’onore di essere utilizzato come fonte da cui attingere informazioni e notizie storiche relative ai nostri paesi.

Torniamo alla piazza, torniamo alla parola


la lettera del

Plevàn di don Adel Nasr

Fratelli e sorelle, Maria Assunta in cielo anima e corpo è profezia del futuro dei credenti, rigenerati nella grazia che invocano la «Regina dell’universo», conformata per volere divino al Figlio, vincitore del peccato e della morte. La Madre di Dio e Madre nostra, ricolma di grazia, ha raggiunto la pienezza della gloria divenendo «segno di sicura speranza e consolazione» per il popolo di Dio ancora pellegrino e

scorge in Lei l’immagine escatologica della Chiesa. Il SI di Maria al piano di Dio si è rinnovato con docilità interiore e carità operosa, cooperando all’opera redentrice di Gesù. Nell’Assunta contempliamo la partecipazione piena della creatura alla vita del Creatore che dà senso e speranza al nostro cammino. Con il canto del Magnificat, Maria loda il Signore per quanto compiuto in Lei e ci chiede di imitarla nella nostra condotta terrena. Dal giugno 2009 al 2010 è stato celebrato l’Anno Sacerdotale: un anno impegnativo di preghiera, di condivisione, di speranza, un anno che ci ha fatto riflettere e chiedere a Dio il dono della vocazione per nuovi e santi preti; un anno voluto da Papa Benedetto, che lo ha concluso il giorno della solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, sulle orme di San Giovanni Maria Vianney (il Santo Curato d’Ars), modello di tutti i Sacerdoti. Ci è pure di esempio l’eroica fine terrena del Francescano Polacco Padre Massimiliano Kolbe, che prigioniero nel campo di concentramento di Auschwitz, si offri al posto di un padre di famiglia alla condanna a morte per fame. «Sono un sacerdote cattolico», rispose, fiero, al comandante di quel campo di sterminio che gli chiedeva perché volesse morire al posto di un altro. In quel momento, gli saranno tornate a mente le parole di Cristo: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la vita a causa mia e del Vangelo, la salverà». Ma, in quell’inizio di agosto del 1941, era Gesù stesso che rispondeva al posto del religioso, proclamato Santo e Martire. Colui che con l’Ordine Sacro, era stato configurato a Cristo, seppe renderlo presente in quell’inferno, concepito dalla diabolica cattiveria umana, con il dono pieno della propria vita. L’Anno Sacerdotale ci ha ricordato che il «prete è il Cuore dell’amore di Gesù». Con Padre Massimiliano è lunga la schiera di sacerdoti che hanno saputo far sentire i battiti del Cuore di Cristo nella realtà più diversa del loro ministero, sino a dare la vita per gli altri. Però è proprio tale grandezza che ci fa percepire, in modo terrificante, cosa accade quando il cuore di un prete non è più in sintonia

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con quello di Cristo. Il Santo Curato d’Ars, diceva ancora: «Noi paghiamo molto cara la dignità sovrumana della nostra vocazione. Il ridicolo è sempre così vicino al sublime». I cristiani laici hanno talora un acutissimo senso della grandezza o della bassezza di una vita sacerdotale. La Chiesa ha vissuto e vive momenti dolorosi, soprattutto quando satana, spirito del male, si infiltra nelle nostre realtà e fiacca il nostro spirito. Benedetto XVI ha indetto questo Anno anche per una sorta di perdono collettivo, di penitenza, di purificazione. Una Chiesa umiliata, è chiamata ad essere umile, attenta a non cadere nel tranello del facile, del consumismo, dell’io, della sfrenatezza, del denaro, delle parole vuote. Tante volte sentiamo dire: «poveri preti, povera Chiesa»! Nella qualifica di «povero», si mette dentro tutta l’umana fragilità, il peccato; ma nel dire «prete», si riconosce la grandezza del Mistero e del Dono, che supera la povertà umana di noi che siamo stati chiamati da Cristo sommo ed eterno Sacerdote e Maestro: «Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». Scelti, dunque, per avere un cuore mite ed umile come il Cuore di Cristo ed essere testimoni di una vita nuova. Ecco quindi l’invito a pregare sempre per noi sacerdoti, perché cercando sempre di essere dei ministri secondo il cuore di Dio, lo sappiamo individuare nei piccoli, nei poveri, negli ammalati, negli oppressi e in tutti coloro che si affidano e si fidano di noi. Solo con la preghiera e con la vicinanza al nostro popolo, non ci sentiremo soli, scoraggiati, lontani dalla realtà che la vita, a volte dura, produce nel nostro tessuto sociale. La Vergine Maria, obbediente e fedele, sia la luce vera che illumina il nostro ministero, in unione con tutti voi. Ci affidiamo a Lei e impariamo come Lei a: «custodire e serbare le cose di Dio, meditandole nel nostro cuore». Buon ferragosto a tutti e un saluto cordiale a quanti rientrano nelle nostre Comunità per il meritato riposo estivo.


[ la ruota della vita]

NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Sofia Pegorer Sfes di Gianni e Karim De Chiara – Budoia Alessandro Crestan di Roberto e Lucia Ianna – Vigonovo/Dardago Marco Zambon di Matteo e Nadia Dainese – Venezia Lucia Asti di Gionata e Elisabetta Zumbo – Oriago (Ve) Giorgia Piccini di Federico e Elisa Vettor – Milano Monica Biasutti di Daniele e Elena Zambon – Dardago Amy De Ros di Fabrizio e Cindy Cattaruzza – Aviano

M AT R I M O N I Hanno unito il loro amore. Felicitazioni a... Francesco Agostini e Maddalena Bevilacqua – Santa Lucia 50° di matrimonio Pietro e Mary Fort – Scozia Gianni Ariet e Rosalia Marangon – Budoia Severino Bastianello e Rita Parmesan – Venezia 60° di matrimonio Alpidio Bocus e Ferdinanda Rigo – Dardago

L A U R E E , D I P LO M I Complimenti! Licenza Media Superiore Francesca Romana Zambon – Liceo Scienze Sociali – Dardago Silvia Signora – Liceo Classico – Budoia Lauree Edoardo Calderan – Laurea Magistrale in Storia e Documentazione Storica – Milano Chiara Ianna – Medicina e Chirurgia – Dardago

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…

IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

Iva Visinoni di anni 86 – Venezia Antonio Varone di anni 86 – Dardago Roberto Zanus Fortes di anni 47 – Castello d’Aviano Niceta Franceschini di anni 80 – Santa Lucia Natalino De Marchi di anni 58 – Santa Lucia Natalino Egidio Zambon di anni 84 – Dardago Marcella Perin di anni 75 – Dardago Giovanni Battista Fort di anni 93 – Santa Lucia Margherita Zambon di anni 64 – San Daniele Savina Basso di anni 66 – Castello d’Aviano Fernanda Zambon di anni 85 – Venezia Sauro Vettor di anni 86 – Dardago Fiorenzo Zambon di anni 91 – Dardago Giancarlo Boschin di anni 78 – Riva del Garda Bruno Carlon di anni 89 – Budoia Silvano Signora di anni 74 – Stati Uniti Maria Rigo di anni 75 – Francia Teresa Fort di anni 81 – Sacile Licia Rosa di anni 89 – Budoia Caterina Ortolan di anni 90 – Dardago Maria Janna di anni 98 – Budoia Norina Zambon di anni 89 – Santa Lucia Sonia Grassi di anni 63 – Castello d’Aviano Marco Basso di anni 85 – Savona Antonia Carlon di anni 77 – Milano Augusta Zambon di anni 96 – Dardago


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Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia

In copertina. Vista parziale della piazza all’alba dopo il recente restauro. In primo piano le incisioni dei cognomi e dei soprannomi delle famiglie storiche dardaghesi.

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Torniamo alla piazza, torniamo alla parola di Roberto Zambon

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La lettera del Plevàn di don Adel Nasr

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La ruota della vita

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Dopo l’abbandono di Michele Zanetti

[foto di Vittorio Janna] *** Alla piazza è stata conferita la personalità dei suoi abitanti. Sulla sua pavimentazione lungo un corridoio di 40 metri si identificano i vari nuclei famigliari. È una sorta di monumento orizzontale vivente, non una commemorazione a qualcosa di decaduto; un inno alla Gens Dardacensis, una costante evocazione della nostra personalità proprio nel centro della piazza – che con questa ristrutturazione – si è riappropriata della sua dimensione pedonale, per un incontro e scambio relazionale anche con i nuovi abitanti. Un percorso ideale che si dispiega da ovest verso est: dall’area dove sorgeva il vecchio Balèr (recentemente abbattuto e sostituito da uno più giovane e vigoroso) fin verso il sagrato della chiesa. È l’unione ideale di due poli identificativi, una ‘strada’ che collega le origini sociali e civili del paese (le radici dell’albero come linfa simbolica dell’esistenza) con quelle religiose e spirituali (il rapporto con la trascendenza e la direzione salvifica dell’uomo) passando attraverso la vita e i nomi della sua gente.

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Artugna, piccola oasi ecologica in pericolo di Massimo Zardo

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Collis Chorus, salto di qualità di Roberto Cauz

sommario

Vittorio Janna e Flavio Zambon

Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.artugna.blogspot.com e-mail direzione.artugna@gmail.com Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616

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’n te la vetrina

Per la redazione Vittorina Carlon

Nel tempo degli ultrà di Francesco Guazzoni

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La nostra storia colta dal suo obiettivo

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Disgusto di Alessandro Fontana

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Lasciano un grande vuoto...

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Un budoiese... nel pallone Gianfranco Petris di Sante Ugo Janna

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Cronaca

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Inno alla vita

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I ne à scrit Bilancio

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Programma religioso

Impaginazione Vittorio Janna Contributi fotografici Archivio de l’Artugna, Serena Chiesa, Vittorio Janna, Rita Marson, Flavio Zambon, Massimo Zardo

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Le mie radici di Alice Zardo

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Gegia e Angelica due nonne straordinarie di Alessandro Carniel

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Sòneto anciamò l’armonica? di Domenico Diana

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Ricordi Le sbrissade in tel rujal de la via San Tomè di Pia Zambon Sclofa

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Angolo della poesia

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La vita delle api di Serena Chiesa

Spedizione Francesca Fort Ed inoltre hanno collaborato Francesca Janna, Espedito Zambon, Marta Zambon, Anna Burigana Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

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L’amministrazione comunale intende valorizzare l’area che comprende le località Cjastelat e Longiarethe, a monte di Dardago. Come illustrato dettagliatamente dal prof. Moreno Baccichet nel numero 115, dicembre 2008, del nostro periodico, sul Cjastelat sono stati ritrovati resti di una fortezza altomedioevale di terra e legno, mentre in Longiarethe sono ancora visibili i resti di un villaggio costituito da «aziende agricole» organizzate per masi affiancati, risalenti al XV secolo. In una visita guidata, organizzata per conoscere meglio queste zone, era presente il noto naturalista Michele Zanetti, presidente dell’Associazione Naturalistica Sandonatese, che – per i lettori de l’Artugna – ha stilato questo interessantissimo resoconto.

Dati d’osservazione naturalistica e considerazioni in margine ad una escursione sui versanti prealpini tra Budoia e Mezzomonte

L a percezione delle trasformazioni spontanee d’ambiente intervenute sui versanti prealpini del Friuli occidentale nell’ultimo mezzo secolo non risulta particolarmente diffusa tra i cittadini che visitano questi luoghi. Soprattutto tra i giovani, con la evidente eccezione di coloro che di questi stessi temi si occupano per ragioni di studio e di ricerca, la sensazione è quella di visitare un ambiente selvatico perpetuatosi uguale a sé stesso da secoli. La realtà storica e dunque l’origine della situazione attuale sono invece notevolmente diverse; nel senso che i versanti che dal piede del rilievo s’innalzano fino alla sommità dei crinali, ovvero fino ad oltre mille metri sul livello del mare, apparivano fortemente antropizzati almeno fino alla metà del Novecento. Questo significa che il bosco o le boscaglie che spesso contendono superfici alle ultime aree prative, non esistevano o, se esistevano, presentavano

struttura, composizione e densità profondamente diverse. Era il prato falciabile, sostituito alle quote intermedie e superiori dal prato-pascolo e dal pascolo, a costituire la dominante assoluta di un paesaggio e di un ambiente il cui processo di definizione paesaggistica data ad epoche protostoriche o storico-antiche. Questo stesso dato, puramente indicativo, è del resto facilmente verificabile osservando le vecchie foto di questi luoghi disperse nelle osterie di paese. Verso la fine dell’Ottocento o nei primi decenni del Novecento, il patrimonio forestale era praticamente azzerato da un’economia che si basava sulla pratica agricola della coltura cerealicola, sull’allevamento domestico e sulla produzione di carbone dolce. Nostro compito, in questa circostanza, non era dunque quello di analizzare esclusivamente il complesso fenomeno storico della colonizzazione e della trasformazione antropica

dopo l’abbandono

di Michele Zanetti

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sfruttamento, essendo più rapido se viene praticata l’agricoltura relativa a specie annuali (coltura di cereali, patate, ecc.) e meno rapida se viene praticato lo sfruttamento della cotica erbosa mediante sfalcio o pascolo. In ogni caso, in capo ad alcuni decenni, l’assottigliamento del suolo fertile impedisce di fatto il reinsediamento del bosco d’alto fusto. In altre parole la formazione della nuova copertura vegetale successiva all’abbandono deve necessariamente svilupparsi attraverso la creazione di «successioni ecologiche» molteplici e prolungate. Queste stesse sono precedute da una selezione delle specie erbacee che formano il prato, con l’insediamento di specie di tipo termo xerofilo, ovvero tali da tollerare condizioni di temperatura elevata e di aridità prolungata. Si è avuto un indizio significativo di questo fenomeno spontaneo durante la visita alle radure prative prossime agli scavi del

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Cjastelat. Nei prati esposti verso la pianura e ormai assediati dal bosco è stata osservata la presenza di Citiso purpureo (Chamaecytisus purpureus) e di Calcatreppola ametistina (Eryngium ametystinum), di Biscutella montanina (Biscutella laevigata) e di Vedovelle dei prati (Globularia punctata), a conferma della presenza di un suolo sottile e arido e di uno scheletro roccioso affiorante. Il bosco, alla sommità del colle e intorno all’area degli scavi appare invece caratterizzato dalla presenza dominante della Roverella (Quercus pubescens), accompagnata da una notevole presenza dell’Orniello (Fraxinus ornus) nello strato intermedio e nelle schiarite e dal Pungitopo

I versanti boscosi sopra Budoia.

dell’ambiente, bensì di affiancare a tale dato una semplice indagine cognitiva riguardante quanto accaduto successivamente. Rivolta, in altre parole, ai fenomeni che si sono verificati negli ultimi cinque decenni e con quali esiti. *** L’escursione, svoltasi tra Budoia e Longiarezze e da questa stessa località a Mezzomonte, è stata da questo punto di vista assai interessante. L’ambiente o meglio «gli ambienti» forestali contattati durante il percorso presentano infatti fisionomie floristiche diverse e lasciano intuire come il processo spontaneo di ricostruzione del bosco possa essere condizionato indirettamente dalle pregresse attività antropiche. È noto, ad esempio, che i suoli forestali dopo la rimozione della copertura boschiva e il relativo venir meno dell’azione pedogenetica del bosco stesso, tendono ad assottigliarsi. E che tale processo differisce in ragione della forma di


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(Ruscus aculeatus) nel sottobosco. L’esposizione e la natura del suolo, in questo caso, hanno favorito la ricostruzione spontanea di un bosco termo-xerofilo intorno ad una probabile preesistenza di vecchi individui policormici di Roverella conservati e sfruttati per la produzione di legna da ardere. Affrontando successivamente la salita attraverso il versante boscoso che s’inerpica verso Longiarezze, la composizione e la tipologia del bosco cambiano sostanzialmente, anche se alcune componenti permangono. Una maggiore presenza d’acqua nel suolo, probabile conseguenza di strati impermeabili poco profondi e di periodici, limitati episodi di ruscellamento superficiale, hanno determinato la formazione di un bosco misto di Rovere (Quercus petraea) e Castagno (Castanea sativa), con presenza di Carpino nero (Ostrya carpinifolia) e di Orniello accompagnati da un folto sottobosco di Ligustrello (Ligustrum vulgare), di Sanguinella (Cornus sanguinea), di Frangola (Frangula alnus), di Caprifoglio (Lonicera caprifolium), di Edera (Hedera helix), di Biancospino maggiore (Crataegus oxyacantha) e di Rovo turchino (Rubus ulmifolius).

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La situazione della copertura vegetale comunque rivela frequenti episodi di discontinuità, ulteriori conferme questi stessi di un pregresso e intenso sfruttamento antropico. Lembi di prato arido, sparsi di arbusti di Sorbo montano (Sorbus aria), Pero corvino (Amelanchier ovalis), Rosa di macchia (Rosa canina) e Orniello, sono popolati marginalmente da Citiso peloso (Chamaecytisus hirsutus), Lino delle fate piumoso (Stipa pennata), Vedovelle celesti (Globularia cordifolia) e Poligala chiomata (Polygala comosa). L’antico insediamento di Longiarezze, invece, appare

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letteralmente occultato nel bosco. Un bosco dominato dalla presenza di vecchi alberi policormici di Carpino nero (Ostrya carpinifolia) ha letteralmente ricoperto i terrazzi di prato e avvolto in gallerie forestali ombreggiate e talvolta un po’ tetre, le mulattiere fiancheggiate da muschiosi muretti a secco di confine. Si tratta di un bosco severo e monotono, con strato intermedio talvolta assente e presenza localizzata, ma talvolta intensa di Falsa ortica maggiore (Lamium orvala) e di Epimedio alpino (Epimedium alpinum) nel sottobosco erbaceo. Ma anche


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con evidenti discontinuità in cui prevale la singolare presenza di arbusti di Nocciolo (Corylus avellana) annosi e disposti in modo quasi geometrico, a rivelare, forse, vecchi impianti coltivati. Nei pressi dei ruderi litici di capanne e stalle si nota quindi la presenza di alberi legati all’uomo; con annose piante di Ciliegio (Prunus avium) e persino con la presenza di un Moro (Morus nigra), mentre è sporadica, all’intorno, la presenza della betulla (Betula alba). La sensazione percepita in questo suggestivo luogo dell’abbandono, con i residui muri in sasso rivestiti di giardini di piccole felci (Asplenium trichomanes), è quella della caducità delle opere e delle culture umane, coniugata con la forza del Sistema Naturale e con la sua capacità di ricolonizzare, metabolizzare e cancellare gli ambienti dismessi dall’uomo. Da Longiarezze l’escursione prosegue attraverso altri habitat forestali, superando suggestive formazioni pure di Betulla sparse di delicate fioriture di Peonia selvatica (Paeonia officinalis) e, ancora, boschi e boscaglie termofili in cui è il Bagolaro (Celtis australis) a caratterizzare la compagine floristica e in cui si osserva la rara presenza

dell’Orchide maschia (Orchis mascula). Complessivamente un’esperienza di notevole ricchezza culturale, in cui aspetti propri dell’economia dell’uomo e dei fenomeni che ne hanno segnato i mutamenti negli ultimi secoli, si coniugano con il dato meramente naturalistico. Ma anche e soprattutto le relazioni che il visitatore attento può cogliere tra uomo e Natura, con una sorta di perenne, eterno confronto-scontro, fatto di avanzate e di conquiste, di rimozioni e di modifiche profonde, alternate a ritirate e a sconfitte rovinose. Il tutto vissuto come esperienza di formazione

e di arricchimento della capacità di lettura e interpretazione delle situazioni d’ambiente. Le stesse che l’uomo riesce, sempre, a rendere più complesse e più interessanti o forse, semplicemente più «misteriose» e indecifrabili. Il tutto vissuto nella penombra umida di un bosco silente ma ricco di presenze e dunque con la sensazione di essere sorvegliati dagli sguardi di fantasmi elusivi, di essere «testati» e riconosciuti da narici sensibili. Le frequenti impronte del Cervo (Cervus elaphus) e del Cinghiale (Sus scropha) hanno infatti rivelato che i nuovi dominatori di questi versanti sono proprio i loro abitanti ancestrali, cacciati e distrutti dal contadino di montagna come concorrenti pericolosi; ma tornati quasi per magia dopo un’assenza degli umani durata lo spazio brevissimo di appena mezzo secolo.

1. Vecchio albero di Roverella (Quercus pubescens) nei pressi del Cjastelat. 2. Ceppaia annosa di Carpino nero (Ostrya carpinifolia). 3. Bosco di Betulla (Betula alba). 4. Prato arido con Lino delle fate piumoso (Stipa pennata). 5. Fiore di Peonia selvatica (Paeonia officinalis).

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di Massimo Zardo

Artugna piccola oasi ecologica in pericolo

L’ultima volta che ho attraversato l’Artugna, dalle parti di via Rivetta, l’ho fatto con un po’ di preoccupazione, lo sguardo faticava a volgersi verso Castello, temevo l’apparire del deserto dei tartari, di un paesaggio sahariano. Invece mi si è presentato il consueto spettacolo: sassi bianchi dove passa la montana, sassi grigi dove l’acqua non arriva, fiori e piante di una primavera tardiva: l’Artugna era ancora là uguale a se stessa nel mutare del corso dell’acqua e delle stagioni. Non ho osato però dirigermi a sud e mi sono allontanato nei campi, chiedendomi quanto tempo manchi all’avanzare dell’escavazione fin quassù. Artugna addio? Forse. Se pensiamo a quello che essa rappresenta per la nostra memoria è certamente uno sfregio morale, la dimostrazione che il denaro e le ragioni della politica spesso (sempre) contano più dei sentimenti, ma questa è retorica, e i ricordi, in fin dei conti,

nessuno ce li può togliere. Quello che in parte ci è stato tolto e che è in pericolo è invece un habitat unico nel suo genere, dal punto di vista paesaggistico e floro-faunistico. L’ambiente dell’Artugna, frutto di una lenta evoluzione, presenta infatti un microclima e una vegetazione peculiari: a valle di San Tomè si sviluppa un ambiente particolarmente secco, povero di essenze che ha consentito la crescita di arbusti di piccola taglia, di muschi, di licheni, di piante capaci di crescere in ambienti estremi, sfruttando al massimo la poca umidità e lo scarso humus presenti. La fauna è caratterizzata da piccoli roditori, rettili e insetti: se in Val de Croda, nelle zone più umide, sono abbastanza comuni le salamandre, lucertole (iserte) e ramarri (bissinborc) la fanno da padroni tra i sassi e ai confini con i prati carbonath1 e lentis2 (biacco, di colore nero, e saettone, grigio: innocui colubri che possono arrivare anche a più di un metro di lunghezza) sono incontri 10

frequenti (tempo fa ho addirittura assistito alla lotta tra un carbonat e un bissinborc). Gli insetti sono gli stessi che si incontrano nei prati circostanti, anche se meno numerosi, ma spostando i sassi capita di scoprire nidi di formiche nere di grandezza superiore alla media e vari piccoli coleotteri, mentre invece tipiche sono le cavallette grigie, perfettamente mimetizzate tra i sassi, che a metà di un salto aprono le ali azzurre cambiando direzione al volo, disorientando eventuali predatori. Mentre la Val de Croda e il corso superiore dell’Artugna sono già stati ampiamente descritti (ad esempio nel libro «Il vallone di San Tomè»), resta da raccontare il tratto che dall’inizio del rujal, poco sotto la sorgente dei Agaroi, scende verso Castello. Lì il torrente allarga il suo corso e la sua riva sinistra si amplia in pietraie grigie, punteggiate di ciclamini, che si confondono con gli sfasciumi della vecchia cava. Non è difficile in questa zona vedere una vipera scaldarsi


al sole, mimetizzata tra i sassi o in agguato in attesa di una preda. Lungo il sentiero che affianca il corso si alternano ginepri di media e bassa taglia, particolarmente abbondanti all’altezza di Thengle, arbusti di pero corvino, acacie di piccola taglia e rare roverelle. Carpino e orniello sono meno presenti, per diventare poi predominanti quando la riva si alza in direzione del mulino di Bronte. Qui l’Artugna si infossa per poi allargarsi davanti alla rosta assumendo il tipico aspetto di ampia distesa di sassi, tagliata in alto dal tubo rugginoso del vecchio rujal. Se la scarsità d’acqua e la precarietà del corso rendono difficili le condizioni di vita, questa rimane comunque ricca di forme e di colori: fiori viola, bassi, su cuscinetti verdi di piccole foglie ravvivano il grigio dei sassi, muschi verde chiaro si mescolano a foglie e ricci secchi, a ciclamini, a fiori rosa simili a piccoli garofani, a gialle ginestre e talvolta a gigli arancioni. Lo slargo della rosta sotto al mulino è invece rallegrato dal giallo di numerose piante di topinambur. Subito a valle l’Artugna si stringe, incrocia il ruj Ligont, ed è occupata da arbusti di ventheèrs di varia grandezza. Dovrei dire era, perché un recente intervento di «pulizia « operato dal Magistrato alle acque ha disboscato completamente questo tratto. Poco male, le piante ricresceranno. Scendendo verso Dardago, all’altezza del Ciathentai, alle essenze selvatiche si mescolano quelle da giardino, frutto della contaminazione legata allo scarico dei rifiuti degli orti e dei cortili: gialli fiori di zucca, arancioni gigli di serra, iris viola, ortensie, mentre diventano abbondanti i ciclamini. Più in giù l’Artugna scorre tra due sponde alte, incassata, vicina ai boschi da un lato ed alle case dall’altro, e un po’ più ricca di umidità:

erbe, fiori, arbusti e alberi sono più rigogliosi, si diradano poi piano piano quando il torrente si allarga di nuovo, lasciando ampie fasce di sassi grigi ai lati del corso della montana, aprendosi verso i prati a sinistra e accostandosi ai Magreith a destra, quando si arriva all’altezza di via Rivetta. In questa zona non sono rari alberi di pesco e di noce inselvatichiti. Il tratto che va da qui al ponte della Pedemontana è il più ampio e arido, era ricco di ciottoli e zone sabbiose, dove piccoli rigagnoli scorrevano con la piena disegnando onde sulla sabbia come in riva al mare, formando piccoli stagni sabbiosi colonizzati, d’estate, dai girini. Oggi scendendo a valle si entra nel deserto, l’escavazione della ghiaia ha spianato un ambiente unico, causando la perdita, ancora parziale, per fortuna, di un’oasi ecologica forse non abbastanza conosciuta o considerata tale, di un’Artugna che non è solo crode e savalon. Adesso l’acqua della montana si perde in questo deserto, forse riuscirà a dare inizio ad un nuovo habitat altrettanto ricco e vario ma, probabilmente, come in una famosa canzone, noi non ci saremo.

NOTE 1. Carbonat: Biacco – Hierophis Viridiflavus. 2. Lentis: Saettone – Elaphe Longissima

Dall’alto al basso. L’Artugna e la sua montana. Un esemplare di giglio rosso o di San Giovanni. Tra i sassi: muschi, steli d’erbe e aree sabbiose.

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Collis Chorus salto di qualità di Roberto Cauz

È sabato; non un sabato qualsiasi, ma il 15 maggio del 2010. Il pullman ci aspetta, alle 8.00, come tante altre volte, in piazza a Santa Lucia. Ci salutiamo con il solito saluto del mattino che rievoca il «dolce dormire» e partiamo. Siamo quasi tutti, ma dobbiamo raccogliere qualche altro componente a Sacile, a Cordignano ed anche a Vicenza! Per fortuna nessuna defezione dell’ultimo momento. Ognuno di noi ha lasciato a casa il «compagno» o la «compagna» (che magari questa volta non ha voluto aggregarsi pensando ad una trasferta troppo «impegnativa»), i figli (o troppo piccoli per portarli in giro oppure troppo grandi e già impe-

gnati), i genitori (non si sa se più loro preoccupati per noi o più noi per loro) e le altre cose importanti e «non» della vita. Durante il viaggio, come sempre, si chiacchiera, si sgranocchia, si ride e si sonnecchia; ma in fondo in fondo, questa volta, tutti siamo molto concentrati e già pensiamo alla domenica sera. Già ci riteniamo soddisfatti per essere stati selezionati, ma alla fine sappiamo che ciò non conta poi così tanto. Siamo sicuri di esserci impegnati per poter fare bella figura, ma sappiamo anche che partecipiamo per la prima volta ad un concorso così importante; pensiamo che vincere sarebbe il 12

massimo, ma abbiamo paura di volere troppo e non lo diciamo mai a voce alta: esterniamo invece la solita frase «beh, cerchiamo di dare il massimo e vada come vada!» Naturalmente il più preoccupato è il nostro direttore Roberto De Luca: lui in tale ruolo «rischia» più di tutti noi e si mette in gioco in prima persona. È l’allenatore della «squadra» e se non si gioca bene la colpa in primis è sua; se si vince invece il merito è di tutti! Quartiano è un concorso corale nazionale storico, giunto quest’anno alla XXVIII edizione ed è uno di quegli appuntamenti classici riconosciuti nel panorama corale italiano.


Sì, è stato un sogno quella domenica a Quartiano; anzi penso che sto vivendo un sogno dal lontano ottobre 1987 quando, da un'idea di Fabrizio con i suoi amici di sempre, è nato il «Collis Chorus» di Santa Lucia di Budoia. Da anni si parlava di Quartiano come di un miraggio, di una meta irragiungibile fino a quando sette mesi fa, dopo aver vinto il primo premio al Festival Internazionale di Stresa, è maturata la decisione di partecipare al concorso nazionale. Già il fatto di esserci è stata per noi una grande gratificazione, ma se ripenso al momento della proclamazione ho provato una gioia immensa e indimenticabile ed ho rivisto tutto il mio percorso corale, costellato di tante soddisfazioni, ma anche di tante difficoltà; ho pensato, vedendo Roberto che ritirava prima la «fascia oro» e poi il primo premio con la più alta votazione nella sezione gospelspiritual, che rifarei tutto il cammino, comprese le faticose «salite» che sono servite per riemergere dalle difficili situazioni che hanno caratterizzato la nostra lunga storia. Sono sicuro che i segreti del nostro coro sono sempre stati l'entusiasmo, la grinta la condivisione di valori come l'amicizia e l'impegno, nonché il saper trasmettere emozioni al nostro pubblico. Quante volte a prove si è creata quella magia che ti fa andare «oltre» e ti fa capire che ormai cantare è diventato un bisogno della tua anima perché la musica ti fa vivere, ma soprattutto continuare a vivere. Roberto ha già tracciato la strada del «Collis». Lunga. Basta seguirlo. BRUNO

Il gruppo corale durante l’esibizione a Quartiano e nel momento della premiazione.

*** La grande lezione che questo concorso ci lascia è che il lavoro e il sacrificio alla fine portano preziosi frutti! Inutile dire che la vittoria ci renda enormemente felici ma, a ben guardare, il premio più grande che Quartiano ci consegna è rappresentato dall’elevato punteggio conseguito e dalle parole dette dalla giuria durante l’incontro avvenuto al termine delle esecuzioni. Il primato è, alla fin fine, un fatto relativo (avremmo potuto trovare un coro più bravo di noi e finire secondi!), ma il punteggio assegnatoci e il parere della giuria

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sono invece qualcosa di assoluto che nessuno può metter in discussione! E da questo dobbiamo ripartire, dalla «giusta strada» intrapresa per vivere nuove emozioni e continuare questo cammino di crescita sia come musicisti che, soprattutto, come persone! Perché, attraverso la musica, si possano assaporare sempre più spesso quegli attimi di magia che solo un’esperienza comunitaria, com’è di fatto la vita corale, può far vivere così intensamente e amplificare in maniera sublime. ROBERTO D.L.

*** La vera forza del gruppo? La serenità, l’armonia, un direttore speciale e obiettivi condivisi. Con questa semplice ricetta è stato possibile raggiungere questo risultato facendo risuonare lontano da casa e con orgoglio anche il nome del nostro piccolo paese. RENATO

*** A mio avviso l’essere risultati il miglior coro gospel ha rappresentato il coronamento di un lungo e sistematico percorso di studio, teso alla ricerca di un sempre migliore perfezionamento vocale ed interpretativo. ANTONELLA

*** Stupita per il piacere di esserci con la consapevolezza della propria passione che si è tradotta in un’emozione a dir poco fantastica. MARINELLA

*** Grande è stata la soddisfazione e forti le emozioni che ci hanno colto per il primo posto ottenuto nella sezione gospel/spiritual. Dopo il diploma di merito di Corovivo a Trieste, la realizzazione del nostro secondo Cd «Let’s Go ...Spel!», il primo posto al Festival di Stresa ecco centrato anche il primo posto al concorso di Quartiano. Questi successi hanno aumentato in noi la consapevolezza nei nostri mezzi, ed ora con la stessa determinazione vogliamo «lavorare» per raggiungere nuovi traguardi. FRANCESCO

emozioni...

La giuria è composta di musicisti esperti della coralità (Roberto Beccarla, Flavio Becchis, Armando Franceschini e Maria Luisa Sanchez Carbone) ed è presieduta dal noto maestro Giovanni Acciai, già direttore del coro da camera e del coro sinfonico della RAI. Da anni il concorso, dedicato al compositore lodigiano Franchino Gaffurio, seleziona con rigore quanti richiedono di partecipare e premia i cori che si distinguono per le loro capacità interpretative e vocali. In genere non è mai facile confrontarsi e farsi giudicare, ma sentiamo di essere pronti per farlo e siamo convinti delle nostre possibilità. Poi la fortuna, si sa, aiuta gli audaci e… sappiamo come è andata a finire! Grazie a tutti, grazie Roberto.


Il regista ‘dardaghese’ Fabio Bastianello e il suo film sulla violenza negli stadi...

nel tempo degli ultrà di Francesco Guazzoni

La passione per i videogiochi, uno sguardo crudo e realista su un argomento scottante, la volontà di infrangere i tabù. Questi sono i presupposti, apparentemente non omogenei, che hanno indotto il «dardaghese» Fabio Bastianello

suo primo docufilm presentato a partire da aprile nelle sale italiane. «Il mio intento – spiega il trentottenne regista – è semplicemente quello di riportare fedelmente quanto accade nelle curve degli stadi italiani, raccontando di una

In alto. Fabio Bastianello ‘dirige’ gli attori e le comparse nella curva ‘granata’.

(nato a Milano) a raccontare la cronaca di una partita di calcio vissuta dal punto di vista degli ultrà. Presupposti che, unitamente all’originalità di due tecniche filmiche (una costante visione in «soggettiva» proprio come in alcuni videogame, ed un unico «piano sequenza» di 105 minuti), si sono concretizzati in Secondo tempo, il

giornata tipo che si trasforma in un evento eccezionale. Per raggiungere questo obiettivo ho frequentato per diversi mesi gli stadi e mi sono avvalso della consulenza di veri ultrà». La macchina da presa è entrata dunque per la prima volta nella controversa curva calcistica ed il suo occhio è diventato quello di

Sopra. Luca Coassin in una pausa della lavorazione. A fianco. Andrea Appi e Ramiro Besa impegnati in una scena del film.

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un poliziotto infiltrato che immortala, senza censure visive, la violenza scatenata dai tifosi tra di loro e contro le forze dell’ordine. Il film ha la durata esatta di una partita di calcio, compreso l’intervallo, ma lo sport è assolutamente marginale nella narrazione comparendo solo un paio di volte all’interno di un piccolo monitor. L’attenzione è infatti tutta sugli spalti, sulle vite che si intrecciano, sulle dinamiche che muovono persone comuni durante la settimana a scatenare la loro aggressività la domenica. L’intenzione filmica, supportata dalla tecnica di ripresa, è quella di immedesimarsi in prima persona nelle vicende narrate, di vivere come reale (spesso con accenti eccessivi di crudezza linguistica) l’esperienza dei protagonisti ma senza prese di posizione e giudizi in merito. Qualche critico vi ha intravisto l’espressione moderna del Neorealismo italiano, ma seppur ispirandosi idealmente a quell’epoca, a De Sica e a Rossellini, il regista

rettisti e oltre 100 veri ultrà…». Tra gli attori comici coinvolti (scelti dal regista per la loro capacità di improvvisazione) ci sono i volti di altri due personaggi del nostro territorio, quelli del cordenonese Andrea Appi e di Ramiro Besa originario di Santa Lucia, meglio conosciuti come i «Papu», che si sono prestati per una partecipazione seria e, per certi versi, rischiosa: «La violenza messa in scena nella curva – spiega Besa – era talmente realistica che molti attori hanno riportato fratture e contusioni. Noi ce la siamo cavata con qualche livido perché, per fortuna, eravamo nelle retrovie degli scontri». Il ruolo di direttore della fotografia è stato affidato al budoiese Luca Coassin, già conosciuto per il suo talento professionale in ambito cinematografico nazionale ed internazionale. Fabio Bastianello invece, dopo una formazione artistica all’Istituto d’Arte di Cordenons, è stato allievo cinematografico della scuola Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi a

ha sviluppato un’impronta del tutto personale supportata dalle tecnologie attuali. «Abbiamo girato il 7 luglio 2009 all’Olimpico di Torino – continua Bastianello – dopo due mesi di prove in studio e qualche giorno nella curva: lo stadio è vero, le divise dei poliziotti sono vere. Ci sono circa 30 attori quasi tutti caba-

Bassano del Grappa e ha lavorato nel settore dei videoclip musicali, nell’animazione tridimensionale e in quello pubblicitario con importanti collaborazioni con la Swatch e la Coca Cola. Un’ultima curiosità che «parla nostrano» è il nome della società di produzione milanese, fondata dal regista: la Thisa srl, sopranno15

me di un ramo dei Bastianello, quasi un tributo di continuità alle proprie radici dardaghesi che potranno rivivere così e farsi conoscere lontano dal paese, anche in un secondo tempo.

La formazione ‘tecnica’ scesa in campo per la realizzazione del film. In alto. Fabio Bastianello con Davide De Marinis autore della colonna sonora.


A chi non sono capitate giornate addirittura ignobili? Non credo che nessuno sia o sia stato esente da quello sfogo di rabbia che gli ha fatto dire: «ma perché non me ne sono stato a letto oggi per tutto il giorno? Non mi sarebbe andata certo peggio di com’è andata costringendomi a uscire dal letto alle sette per lavarmi, vestirmi, un po’ di colazione e via per la strada, a piedi o in macchina a cercare qualcosa o qualcuno!» Ieri ad esempio sono uscito in macchina: faceva troppo freddo per andare a piedi e la luce grigia e annuvolata non favoriva certo quella sortita. Ma bisogna uscire, mi sono ricordato, con qualsiasi tempo! Non lasciarsi prendere dalla pigrizia! Ma chi l’ha detto? Il salutista di turno? Sarebbe stato splendido rimanere al caldo nella mia cuccia e invece mi sono infilato nella scatoletta di ferro con ruote. Guidavo lentamente già da un po’ quando in un breve rettilineo un tizio mi si è incollato al paraurti per spingermi ad accelerare l’andatura: un vero idiota mattutino, pericoloso per sé e per gli altri. Temendo un tamponamento non riuscivo a guidare senza guardare nel retrovisore ogni due secondi.

Poco prima della curva a destra ad angolo retto ho accelerato per staccarmelo dalla coda e, per continuare a osservarlo, non mi sono accorto di quella spaventosa buca: una voragine piena dell’acqua piovuta di notte, piazzata lì, proprio al limite dell’asfalto. Ci sono caduto dentro, violentemente, con l’anteriore destra che si è rifiutata di resistere ed è scoppiata con un rumore acuto, lancinante. Ho sentito l’auto che sembrava andasse balzelloni e lo sterzo che mi tirava fuori bordo della strada. Ho individuato l’entrata sterrata e ben tenuta di un vialetto e mi ci sono fermato a valutare i danni. Con la coda dell’occhio ho visto il mio persecutore che se ne andava e con un braccio alzato gli ho augurato... Un’orribile maniera di iniziare la giornata! Ora dovevo cambiare la ruota e ho sperimentato a mie spese quanto sia pesante una ruota di scorta da cambiare in inverno con le mani subito gelate appena fuori dall’abitacolo. Anche sollevare l’auto con il ‘cric’ è stata una faticata perché non era perfettamente in piano e se c’è una cosa che odio è quella di stare accosciato o inginocchiato a

di Alessandro Fontana

Disgusto...

lungo. I muscoli delle mie gambe si ribellano, gemono, soffrono e dopo pochi secondi devo ritornare in verticale sennò finisco steso a terra. Che ci posso fare! Sono stato fatto così. La ruota di scorta era là nel buio del bagagliaio da ben quattro anni e pur essendo perfino bella per la sua pulizia e per quell’intatto battistrada ciononostante era mezzo sgonfia. Chi è che si ricorda di avere una ruota nel proprio portabagagli? Ma nessuno! È naturale! E la ruota soffre della nostra disattenzione: al momento in cui serve si vendica e, forse, si sgonfia da sola per farcela pagare. Poi la vera tortura: togliere il copriruota, svitare e riavvitare i bulloni e rimettere nel bagagliaio la ruota vecchia, ferita, con uno sbrego di quindici centimetri. Come Dio ha voluto, dopo venti minuti ero di nuovo in carreggiata ma con l’assillo di una sempre possibile foratura soprattutto per quella ruota floscia. Che fare adesso? Semplice decisione senza alternative: andare di corsa – no! andarci piano piano – dal gommista che mi ha ipotecato per la vita: gomme estive e gomme invernali da sostituire, ribilanciare,


controllare la convergenza: due volte all’anno, ogni benedetto anno! E poi ho le mani sporche e puzzolenti di olio e di gomma. Dopo mezz’ora di guida attenta e lenta arrivo dal mio salvatore; gli spiego l’accaduto nel suo ufficio e con soltanto una bestemmia e due o tre parolacce, mi indica un salottino/ sgabbiotto con poltroncine e qualche giornale su un tavolino basso. Prima di sedermi riesco ad andare in una toilette sorprendentemente pulita a lavarmi le mani. Torno nel mio gabbiotto da cui vedo e sento il capo gommista che entra ed esce per assistere, telefonare, fare fatture, lavorare e guidare i suoi quattro operai: tre neri e un bianco. Sono appena le dieci del mattino ma il nostro capo gommista è già inferocito contro una serie innumerevole di individui, di società fornitrici e di istituzioni. Ogni entrata e uscita dall’ufficio è accompagnata da una sbattuta di porta e dall’accurata bestemmia sempre nuova. La mia attesa è stata soltanto di quaranta minuti d’orologio ma penso ancora di esserci rimasto delle ore. Il tempo non passava mai. Ero talmente stupefatto da quella oscena continuità verbale che mi sono messo a contarle (ecco a cosa si è costretti quando non si ha da fare e si è prigionieri nello sgabbiotto di un gommista!). Ogni frase di circa quindici parole includeva almeno tre bestemmie complete di soggetto e aggettivo il che riduce a nove (mediamente)

le parole utili per lamentarsi del trasportatore che aveva scaricato male le gomme o del povero nero che non aveva avvitato bene un bullone o dell’ufficio IVA che non capiva un… Insomma: disgustoso. C’è anche un corollario: negli interminabili minuti trascorsi in quella prigionia uno dei poveri aiutanti neri è entrato per riferire non so che. Sorpresa! Anche lui parlava come il padrone ma più conciso e scarso di aggettivi! E questo grazie all’addestramento ricevuto dal datore di lavoro, prodotto deteriore della civiltà greco-latina-cristianarinascimentale-repubblicana. Domanda; l’officina di un gommista, si può definire un luogo pubblico? Nei luoghi pubblici si può bestemmiare? Bestemmia e turpiloquio sono da considerare risibile colore locale oppure un cattivo vezzo (stavo dicendo: una mala pianta!) da estirpare? Ricordo una di quelle targhette rettangolari, bombate, ceramizzate e scritte in nero corsivo maiuscolo. Erano applicate bene in vista in moltissimi negozi ed esercizi pubblici e dicevano: l’uomo civile non bestemmia e non sputa in terra. Il ricordo risale ad almeno quaranta anni fa; poi sono sparite. Oggi si ritrovano talvolta sui banchetti dei rigattieri, come oggetti di antiquariato. È giusto: l’uomo oggi è così civile da non avere bisogno di simili ammonimenti; o no? Io credo di no e a costo di essere stantio avrei qualche suggerimento: lo darei proprio con il ripristino delle onorabili targhette da applicare dove necessario. Ad esempio, incollerei questa targhetta sui marciapiedi, sui sagrati delle chiese, sulle scale e sui pavimenti delle scuole e dei cinema e perfino nelle strade: La persona civile non sputa le ‘chewing gum’: le tiene in un pezzetto di carta. Ancora per esempio ne applicherei un’altra nei bar, nei gabinetti delle

scuole e nelle aule, all’ingresso dei cinema, in casa, sul cruscotto delle auto e sui volanti dei motorini e pare che ce ne sia un gran bisogno addirittura in parlamento: La persona intelligente non si droga perché non ne ha bisogno. Me ne viene adesso una nuova: La persona furba viaggia, legge, parla, ascolta e aiuta. Ma come si finanzia questa persona furba? Semplicemente capendo la prossima targhetta che ognuno si applica dove vuole: la persona furba usa i soldi che non spende per la droga, per la chewing gum, per la birra e per le sigarette e con quelli viaggia, compra libri e musica, adotta un orfano, sta in compagnia, tiene pulito il mondo e così cambia in meglio se stesso, chi ama e chiunque gli sia vicino.


I BUDOIESI TIFAVANO PER LA FIORENTINA: TRA I VIOLA C’ERA GIANFRANCO.

Fiorentina 1959-60 (da sinistra): gli attaccanti Hamrin, Gratton, Lojacono, Montuori e Petris.

un budoiese... nel pallone di Sante Ugo Janna

Gianfranco Petris

Primissimi anni ’60, trasmissione radiofonica, Tutto il calcio minuto per minuto, dai vari stadi, ci giungevano le formazioni delle squadre: Comunale di Firenze, Albertosi; Robotti, Castelletti; Gonfiantini, Orzan, Rimbaldo; Hamrin, Micheli, Da Costa, Milan, Petris. Anche se non tifavi Fiorentina, ti inorgoglivi pensando che un «budoiese» giocava in serie A e pregustavi il momento in cui, al bar, avresti detto: è del mio paese. Certo perché Gianfranco Petris, per sei anni ala sinistra della Fiorentina, è nato a Budoia il 30.08.1936. Il cognome non è tipico del nostro Comune, bensì carnico, ma tant’è, il padre, impiegato in quegl’anni alle Regie Poste, aveva trasferito a Budoia anche la famiglia e qui avvenne il lieto evento. Come scriveva

Da sinistra: Franco Burigana, Corrado Varnier, Gianfranco Petris e Giorgio Lacchin. [per gentile concessione di Luigi Lacchin Bof www-lacchin.it/luigi_lacchin.asp «io li ho conosciuti»].

Gioannbrerafucarlo (Gianni Brera), la dea Eupalla, divinità benevola che assiste pazientemente alle goffe scarponerie dei bipedi, aveva posato i suoi occhi sul nostro piccolo comune. Petris calcisticamente nasce nella Cordignanese (Tv) e di questa sua militanza fa fede una figurina dove viene appunto citata questa squadra; da qui passa al Treviso nelle stagioni 195455 (serie B) e 1955-56 (serie C) giocando 40 partite e segnando 11 reti. Con la stagione calcistica 1956-57 gioca per la Triestina, qui esordisce in serie A il 30.09.1956 (ha 20 anni e un mese) nell’incontro Padova-Triestina terminata 1-1, gioca in quella stagione 31 partite e realizza 5 goal; purtroppo quell’anno gli alabardati retrocedono in serie B arrivando al 17° posto in classifica con 29 punti (quell’anno, per la prima volta nella storia, la Triestina retrocede in B). L’anno seguente 1957-58 fu una stupenda annata calcistica: la Triestina si classifica al primo posto ed è nuovamente in serie A. Il nostro contribuisce alla vittoria finale con 18 reti in 32 partite disputate; quell’anno, la squadra rosso-alabardata riuscì anche a lanciarlo in nazionale dove Petris esordì appunto nel 1958 pur militando in serie B (è stato il primo giocatore di serie B a giocare in Nazionale, allo stato attuale è anche l’ultimo calciatore della Triestina ad aver giocato nella Nazionale maggiore collezionando 4 presenze ed 1 goal). Ancora adesso curiosando in Internet, in un forum del Centro di coordinamento dei tifosi della Triestina, si può 18

leggere: «...Petris e Milani se gaveva piaza’ al secondo e terzo posto nela classifica dei marcadori in quel magico campionato con 18 e 17 goal rispettivamente: Biagioli del Marzotto li gaveva pipadi nel’ultima giornada,con 19 goal! Co pensemo che oltre a Milani e Petris la squadra gaveva signori zogadori come Mazzero e Olivieri che segnava anche lori bei gol... Senza dubio: co noi no saremo più, sta compagine sarà ancora ricordada e rimpianta come una dele piu grandi Triestine de tuti i tempi... Bandini, Belloni, Castano, Petagna, Varljen, Rimbaldo, Szoke, Mazzero, Milani, Olivieri, Petris...» Sempre nell’anno 1958 Petris gioca nel Torino (prestito della Triestina) per partecipare alla rinata Coppa Italia, fa il suo esordio in granata l’8.6.1958 in Torino-Biellese 1-1; con la maglia del Toro disputa 6 gare segnando 8 reti. In quell’anno viene acquistato dalla Fiorentina, con la maglia viola esordisce, in una partita di Coppa Italia, il 7.9.1958 (Fiorentina-Padova 2-1). A Firenze disputa i campionati dal 195859 fino al 1963-64 compreso, complessivamente colleziona 166 presenze andando a segno 43 volte. Con la Fiorentina, vince nel 196061 la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe. Come primati individuali, Petris è: l’autore della prima rete italiana in Coppa delle Coppe, avendo segnato con la Fiorentina la rete di apertura nella vittoriosa trasferta per 3-0 col Lucerna il 23.11.1960, sfida di andata


del primo turno della prima edizione; l’unico calciatore ad essersi aggiudicato la classifica cannonieri di Coppa Italia per due stagioni consecutive (1959-60; 1960-61), con 4 reti. Gianfranco Petris, dai tifosi viola, veniva curiosamente soprannominato «fascione», forse per essere un’ala tornante, cioè quel giocatore destinato a correre in avanti e indietro, ma anche dotato di un grande senso della posizione, capace di trovarsi sempre dove i compagni lo avrebbero cercato e dove gli avversari non avrebbero voluto che fosse. In un quaderno, ritrovato recentemente a Budapest (8.5.2010), Nandor Hidegkuti, mitico giocatore dell’Ungheria, ed allenatore in quegl’anni della squadra viola, ha lasciato alcuni giudizi sui suoi giocatori, alla voce «Gianfranco Petris: esterno sinistro. Ha buon fisico, veloce, duro, calcia bene ed ha una buona testa. Può gio-

care incredibilmente bene, ma anche molto peggio. Non ha la mente per il gioco». Nell’anno 1964 Petris viene ceduto alla Lazio per la quale esordisce il 6.9.1964 (Trani-Lazio 0-3). Disputa una sola stagione in maglia biancoceleste. Il giocatore purtroppo non rende come ci si aspettava e scende in campo appena 11 volte, mettendo a segno un solo goal con un tiro rasoterra da fuori area al 90’, che regala la vittoria ai laziali il 22.11.1964 contro il Cagliari. Ultimo incontro con la Lazio il 24.4.1965 (Torino-Lazio 2-0) In quel campionato, nella rosa della Lazio giocavano, fra gli altri, Can Bartu, Paolo Carosi, Eugenio Fascetti, Nello Governato, Antonio Renna. Il nostro Gianfranco Petris chiude la carriera nel Trani (serie B) campionato 1965-66 giocando 23 partite e segnando 2 reti.

Presenze in campo Nazionale

N.

RETI

4

1

Serie A

198

49

Serie B

63

23

Serie C

32

8

Coppa delle Coppe

14

2

Coppa Europa Centrale (Mitropa Cup) Coppa Italia

7

25

20

Partite ufficiali 343; Reti realizzate 103

Aneddoti fiorentini 23.11.1958. Fiorentina-Bologna (derby dell’Appennino). Per i viola siede in panchina il tecnico ungherese Lajos Czeizler, amante del calcio offensivo che schiera la seguente formazione: Sarti; Robotti, Castelletti; Chiappella, Cervato, Orzan; Hamrin, Lojacono, Montuori, Segato, Petris. Nel Bologna quel giorno giocano fra gli altri: Pavinato, Fogli, Pascutti, Fascetti, Maschio e Pivatelli. I viola partono all’attacco: 8 minuti e Montuori realizza, non passano che sessanta secondi e Francisco Ramon Lojacono raddoppia. Sembra facile ma non è così. All’undicesimo accorcia le distanze Pivatelli che si ripete un minuto dopo, dal dischetto di rigore. Al 15’ del p.t. su calcio di rigore Cervato riporta in vantaggio i viola e tre minuti più tardi l’ala sinistra Gianfranco Petris segna la rete del 4-2. Sei reti realizzate in dieci minuti. Se non è un record in serie A poco ci manca. Nella ripresa Pivatelli al 9’ accorcia nuovamente le distanze, al 15’ Kurt Hamrin realizza la rete del 5-3 ed al 28’ la seconda rete di Lojacono chiude definitivamente la partita. La Fiorentina si aggiudica il derby dell’Appennino per 6-3. Scusate ma questo è calcio vero, quasi stellare. 8.1.1961. Fiorentina-Inter, arbitro Concetto Lo Bello (ritratto colorito del giornalista Montanelli «...entrava in campo col passo del proprietario che perlustrava il proprio podere»). Siamo sull’10 per la Fiorentina, al 29° del secondo tempo il fattaccio: Petris, nella propria area di rigore da una lieve spinta a Jair, simili episodi quasi mai sono sanzionati, ma Lo Bello non è di questo avviso e accorda all’Inter il calcio di rigore. Il pubblico tuona «duce, duce» all’indirizzo dell’arbitro e lo svedese Lindskog trasforma il penalty. Il nervosismo dilaga fra i giocatori, soprattutto Petris è su di giri, qualche minuto dopo, dà una nuova spinta ad un giocatore nerazzurro in area e in tono sferzante domanda a Lo Bello «È rigore anche questo?» la risposta è altrettanto sferzante: «Come hai fatto ad indovinare? Non solo è rigore, ma tu hai giocato abbastanza e adesso te ne puoi andare». Espulsione diretta. Il Comunale di Firenze è una polveriera... Lindskog si avvicina al dischetto e calcia fuori il

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pallone. Qui le versioni sull’errore sono discordanti: a) il giocatore nerazzurro commise un semplice errore; b) il giocatore sbagliò volontariamente su consiglio dell’allenatore Helenio Herrera per stemperare gli animi bollenti. Piu facile la prima ipotesi, nessun giocatore sbaglia di proposito un rigore che potrebbe dare la vittoria alla propria squadra. Comunque la partita terminò 1-1 e Lo Bello assediato negli spogliatoi, nell’unico caso della sua lunga carriera, lascio lo stadio dopo molte ore. 2.4.1961. Ricordo per Roberto Rosato, recentemente scomparso, quel giorno Rosato aveva 17 anni, sette mesi e sedici giorni, debuttò in serie A: Fiorentina- Torino. Il Toro schierò: Vieri, Rosato, Buzzacchera, Bearzot, Lancioni, Cella, Danova, Locatelli, Tomeazzi, Ferrini, Crippa. I viola opposero: Albertosi, Orzan, Robotti, Rimbaldo, Gonfiantini, Mazzanti, Hamrin, Da Costa, Antoninho, Benaglia, Petris. Il compito di Rosato era francobollare Petris. Partita tirata che si sbloccò al 24’ del secondo tempo, grazie ad un goal dell’italo-argentino Locatelli, i granata ebbero giusto il tempo di gustarsi lo 0 a 1, che cinque minuti dopo Petris fissò il risultato sul definitivo pareggio; comunque «Tuttosport» immortalò la prestazione del numero due granata addirittura «nell’occhiello» controtitolando «felicissimo esordio di Rosato». 2.2.1964. Bergamo, piove piano mentre la Fiorentina attacca forte, scambio Hamrin-De Sisti-Hamrin, controllo impeccabile e rasoterra secco, goal: nessun segno di esultanza. Pizzaballa, portiere orobico gli si avvicina e gli porge la mano, Kurt la stringe, poi sembra quasi chiedere scusa. A tutto questo c’è una ragione, addirittura semplicissima: quello è il goal del 7-1 per i gigliati, il quinto per Kurt Hamrin. (Atalanta-Fiorentina: 1-7) Marcatori: 10’, 17’, 25’ Hamrin, 50’ Pirovano, 66’ e 75’ Hamrin, 78’ Petris, 88’ Domenghini (A). Quella domenica, a Bergamo, l’attacco viola era schierato con Hamrin, Canella, Petris, Benaglia e Can Bartu.


GIÀ DA PICCOLA AMAVO MOLTISSIMO TRASCORRERE LE MIE GIORNATE IN LUNGHE PASSEGGIATE LUNGO L’ARTUGNA...

di Alice Zardo

le mie radici F in da piccola sono stata abituata a trascorrere le mie vacanze a Dardago, nella casa dei miei nonni paterni, senza contare che sono stata battezzata proprio nella chiesa del paese, nonostante io sia nata a Venezia, dove attualmente abito. Mio papà mi ha da sempre insegnato ed abituato ad apprezzare la natura, le montagne e la vita lontana dalla confusione cittadina e già quando ero piccola amavo moltissimo trascorrere le mie giornate in lunghe passeggiate lungo l’Artugna o nei boschi: in un mondo come quello odierno, dove si è sempre di fretta, in mezzo al traffico, ci si è dimenticati di quanto sia importante fermarsi a godere della vista di un bel panorama o quanto sia piacevole e anche importante imparare a vivere a contatto con la natura. Nel corso degli anni, passando a Dardago tutte le vacanze, estate e inverno, e molti fine settimana, si era creata una bella compagnia di amici, nella quale ero l’unica «forestiera»: con loro ho vissuto momenti molto belli, avevo intanto smesso di seguire mamma e papà nelle passeggiate perché, come si sa, crescendo gli interessi cambiano e si preferisce staccarsi un pó dai propri genitori e vivere nuove esperienze con i coetanei. Il fatto che io crescessi quindi, ha fatto sì che Dardago si legasse a

me anche per altri motivi, ugualmente speciali, perché condivisi con gli stessi amici ogni anno. Ricordo che all’inizio, quando quasi nessuno aveva un mezzo di trasporto diverso dalla bicicletta, il nostro punto di ritrovo era il muretto de la glesia e le nostre giornate passavano tra chiacchierate, gelati «dal Nino» e bagni nell’Artugna per salvarsi dal caldo dell’estate. Non voglio però trascurare la grande importanza che hanno qui le così dette (da me) «rimpatriate» tra parenti (che sono davvero tanti!) che si tengono in occasione delle feste: a Ferragosto l’appuntamento era in piazza dopo la messa, per un aperitivo, e poi grigliata in qualche cortile, a Natale invece era consuetudine il giro dei parenti per gli auguri, in altre occasioni una cena tutti insieme semplicemente a festeggiare il fatto di essere tutti lì riuniti, almeno una volta all’anno. Tutti questi aspetti hanno contribuito a far crescere in me un bellissimo bagaglio di emozioni, ricordi e sentimenti, incorniciato dalla bellezza del posto, delle sue montagne e dei loro colori. Adesso che col passare degli anni la mia vita si è fatta più impegnata qui a Venezia, tra lo studio e tante altre cose, a volte provo nostalgia per quegli anni in cui ero più piccola, 20

avevo meno pensieri e ogni anno ritrovavo lassù la mia compagnia ed è per tutto questo che mi risulta difficile trovare le parole giuste per descrivere il posto speciale che questo paese occupa nel mio cuore. Quello che vorrei fare con questo breve testo è trasmettere anche a voi le mie emozioni, senza voler raccontare qualcosa di preciso, o voler cercare parole difficili, ma semplicemente seguendo quello che mi viene dal cuore. È difficile, e molti, sono sicura, condivideranno la mia idea, non sentirsi legati a Dardago: chi perché ci è nato, chi perché ci è venuto a vivere, chi perché si è sposato nella caratteristica chiesetta di San Tomè, o chi ci trova sempre un amico o un parente da visitare dopo tanto tempo. E sono anche sicura che molti, come me, si siano sentiti toccati dal fatto che dalla piazza del paese sia stato tolto il vecchio Balèr, perché, nonostante gli anni passino, i luoghi e le cose restano fissi nel tempo e, che si tratti di un edificio, di una piazza o semplicemente, come in questo caso, di un albero, restano fissi anche nell’immaginario di tutti noi, che li abbiamo resi testimoni della nostra vita. È come se gli oggetti si impregnassero di ricordi, come fa una spugna con l’acqua, restandone i testimoni silenziosi, finché quella


Il pianoro della chiesetta di San Tomè. A destra. L’acqua del rujal in prossimità del Mulin de Bronte.

spugna non viene strizzata, e allora i ricordi si spandono e ritornano alla nostra memoria e al nostro cuore, facendo nascere in noi la nostalgia dei tempi passati. Una cosa che mi sento di condividere con altre persone è che ho e avrò sempre il desiderio, la voglia di continuare la tradizione della rimpatriata tra parenti a Ferragosto, del cunicio in tecia con una bella tavolata di amici o delle passeggiate lungo l’Artugna: nonostante moltissimi dardaghesi abbiano costruito finora la propria vita in un’altra città, o addirittura in un altro stato, la loro capacità di trasmettere ai propri figli la passione per il paese natale e la sua cultura, come ha fatto mio padre con me, ha mantenuto ben teso il filo che ci lega all’Artugna, a San Tomè, a Dardago. Ho persino saputo di molte persone che, nate in altri paesi, perché la loro famiglia si era trasferita in cerca di una vita migliore, desiderano vedere Dardago e si sentono di appartenervi solo grazie all’intensa testimonianza che i loro genitori hanno trasmesso: quello che io credo infatti, e le lettere che arrivano a questo giornale ne sono la testimonianza, è che Dardago abbia, come forse pochi altri paesi della Pedemontana, la magia di restare dentro al nostro cuore. 21


Agostino Panizzut

Gegia e Angelica

Giuseppe sposa Giacoma Del Soldà

Maddalena n. 16.07.1778 · Budoia

Agostino n. 10.04.1782 · Budoia sposa Cattarina Janna

Giuseppe n. 28.03.1804 · Budoia

Vincenzo n. 25.06.1785 · Budoia

Giacomo n. 25.04.1790 · Budoia

Giacomo n. 17.04.1806 · Budoia sposa Caterina Del Maschio

due nonne straordinarie di Alessandro Carniel

Angelina n. 1894 · Vigonovo

Angelica n. 12.03.1837 sposa Giuseppe Carniel (n. 14.01.1824) il 10.02.1858

Alessandro Angelo n. 07.01.1840 · Budoia

Margherita n. 1859 · Vigonovo sposa Fortunato Albania

Alessandro n. 26.04.1893 · Vigonovo sposa Teresa Pilot

Antonia n. 1866 · Vigonovo sposa Giobatta della Janna

Giuseppe n. 1896 · Vigonovo

Giovanni n. 1906 sposa Giovanna Ceolin nel 1931

Alessandro n. 1938

Giosuè Angelo n. 22.10.1841 · Budoia sposa Maria Sperti

Maria Pulcheria n. 09.08.1843 · Budoia

Ernesto n. 1900

Antonia n. 1933

Lindo

Sfogliando i registri parrocchiali dei matrimoni, ci si imbatte spesso su donne dei nostri paesi che scelgono mariti «foresti», come nel caso di Angelica Panizzut Donisio e di Teresa Pilot di Francesco di Budoia, che sposano due giovani dell’antica famiglia Carniel di Vigonovo. Le ricorda con affetto il nipote.

La fotografia accanto, scattata nel 1903, fu subito spedita a chi l’aveva richiesta, ad Alessandro Carniel, minatore in Germania, che desiderava tenersi vicino almeno in immagine moglie, figli e madre. Alessandro era mio nonno ed ecco lì, in piedi, nonna Teresa Pilot, ecco seduta mia bisnonna Angelica Panizzutti, di Budoia, ecco zio Giuseppe, zia Angelina e, 22

Alice

Adele n. 1903

Giuseppe


col vestitino bianco, zio Ernesto. La nonna Teresa è in avanzato stato di gravidanza di zia Adele, poi diventata suora. Mio padre verrà al mondo qualche anno dopo. Alcuni anni ed alcuni figli dopo, nonna Teresa e la suocera Angelica vivranno l’invasione austro-ungarica di Caporetto. Nel fienile dormivano alcuni soldati austriaci che, in pieno inverno, anziché scendere la scomoda scala a pioli per andare al candoto ad orinare, trovavano più comodo farla sul fieno. La mucca rifiutò patriotticamente di mangiare quel fieno e deperiva a vista d’occhio. Nonna Teresa, con molto garbo, cercò di far capire ai soldati di non orinare più sul fieno. Senza risultati. La bisnonna Angelica, più pratica e protetta dall’età avanzata, si presentò ai crucchi con piglio autoritario e, con gesti inequivocabili, disse: – No! Capire pissare? Capire no pissare sul fieno? – Oh, ià, mama, capire, capire… – risposero i soldati con sorridenti cenni di assenso. La mucca l’ebbe dura ancora a lungo. Questo detto «Capire pissare?» entrò nel lessico familiare. Quando lo zio Ernesto e il papà Giovanni, che avevano mansioni di capo cantiere, trovarono qualche operaio che non eseguiva correttamente il compito, intercalavano le spiegazioni o il rimprovero con degli espressivi «Capire pissare?». Ciò suscitava stupore e curiosità che, regolarmente, non venivano soddisfatti. Fino ad ora! *** Dopo il disastro lasciato dalla guerra e la scarsità dei mezzi, ma non di figli, la nonna raccontava che l’ottimista suocera Angelica era solita dire: «Ah, benedeto nostro Signor, son propio siori: òn legna secia par l’invern,

petrolio pal lampion, blava pa’ la polenta e la vacia pal lat e formai!..» Altri tempi! Adesso abbiamo ogni ben di Dio in tavola e dobbiamo curarci colesterolo e trigliceridi. Forse forse si stava meglio quando si stava peggio. *** Quando ero bambino, nonna Teresa, detta Gegia de Issando, mi faceva le patate arroste cosparse con un po’ di zucchero che gustavo con un piacere mai più provato per alcun altro dolce, per quanto squisito. Nonna Gegia, bravissima cuoca, era chiamata per pranzi speciali anche dal parroco del paese. Quando nell’aprile del 1903, il Patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, poi Papa Pio X, venne a Vigonovo per benedire il nuovo organo, fu proprio nonna Gegia a preparare il pranzo. A tal proposito ecco che scrive Nilo Pes nel libretto «Vigonovo, la chiesa, l’organo, i protagonisti»: «Dopo la foto ricordo davanti alla canonica, una parte sceltissima degli invitati si ferma in canonica a rompere il digiuno. A questo punto ecco la Gegia de Issando con i suoi risi e bisi, seguiti da pui (tacchino), insalatina de ort, formai vecio, cùcole e freschissimo clinto. E quindi: Par vedhe su la tola roba fina metèi la Gegia a spignatà in cusina: par vedhe un diluvio universale a tola sete preti e un cardinale.

Due belle immagini di nonna Gegia: in età giovanile, raffinata ed elegante, con due dei suoi cinque figli, e in età avanzata con la figlia Adele.

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Sòneto anciamò l’armonica? di Domenico Diana

Un giorno al supermercato, in un incontro casuale, dopo molti anni, ritrovai una persona che, dopo i soliti convenevoli, mi chiese: – Sòneto anciamò l’armonica? La domanda mi meravigliò dato il lungo tempo trascorso da allora, ma nello stesso mi sorprese che c’erano delle persone che ancora si ricordavano di questa mia «attività musicale». Per seguire un po’ la «storia» bisogna risalire agli anni quando la mia famiglia abitava in Francia (in

Savoia) ed io, ragazzino, manifestavo un interesse particolare per la fisarmonica tale che, quando per radio trasmettevano qualche brano suonato, correvo a prendere un grosso libro in cantina e lo muovevo simulando il movimento dello strumento. Fu allora che i miei mi fecero prendere delle lezioni per l’apprendimento da un maestro. In un paio d’anni avevo acquisito un certo repertorio di canzonette e ballabili. Il rimpatrio nel 1942 conse-

guente alle note vicende della 2a guerra mondiale ci portò in una Budoia investita dalla bufera del duro conflitto e che, in quel periodo iniziale, coinvolgeva in prevalenza i giovani. Nel periodo 1942 e ’43 fino all’armistizio, nel paese venivano a trovarsi diversi giovani oltre ai residenti in quanto rientrati da fuori, o sotto le armi e a volte anche militari presenti in paese per esercitazioni. Al di là della gravità del momento c’era comunque in loro il desiderio di qualche svago, di stare in compagnia e magari fare anche quattro salti con le loro compaesane (le belle ragazze non mancavano).


Mi sono ritrovato così, giovinetto a dilettare coloro che, almeno per qualche ora, avrebbero scordato ansie e preoccupazioni e l’angosciosa incognita del proprio futuro. Queste semplici festicciole casalinghe avvenivano per l’iniziativa di qualche gruppo di giovani. Per la «sala da ballo» si fruiva in genere del locale della cucina superando la difficoltà di un pavimento non proprio liscio. Il «bar» metteva a disposizione un «secio sul sigler e un cop de aga» per dissetarsi. Per la musica si provvedeva con un vecchio grammofono e qualche disco 78 giri che riproduceva canzoni dell’epoca oppure … c’era l’armonica di Minuti. Poche comodità, ma sempre tanta allegria. Da notare che in quei tempi di guerra, forse il ballo non era tollerato e quindi da ritenersi vietato, almeno credo, perché un giorno fui convocato presso la canonica di Dardago e dall’allora parroco ricevetti un forte richiamo di cessare questa mia «attività» al costo anche di denuncia ai carabinieri nel caso si fossero manifestati altri balli. Immaginare il mio sgomento e l’evidente paura. Nonostante tutto fu organizzata qualche altra festicciola in cui dovetti intervenire quasi forzatamente. Di qui un altro episodio che non ricordavo, ma che mi fu testimoniato dalla stessa persona incontrata al supermercato. In una di queste festine danzanti, ci fu l’intervento dei carabinieri con l’intento di sequestrare lo

In alto. 4 maggio 1941, Domenico all’inizio della sua carriera musicale in Francia. A sinistra. A Budoia con le sorelle Lidia, Marisa e la cugina Berta, nel 1942. Con la sua fisarmonica intrattiene i chierichetti, il Gruppo maschile dell’Azione Cattolica e il parroco don Luigi Agnolutto, nel cortile della vecchia canonica di Budoia. Era l’anno 1942/43.

strumento. Non ricordo questo particolare, ma mi dicono che alla fine lo strumento mi fu ridato (forse per compassione?). Alla fine del conflitto, ritornò in paese la voglia di festeggiare, di ritrovarsi assieme magari facendo di nuovo quattro salti. Ancora una volta fui chiamato ad intrattenere qualche festina e in particolare quelle organizzate presso la saletta di Cosmo. Ricordo il divertimento di tutti accompagnato da euforica allegria. Trascorso quel periodo e con il normalizzarsi della vita in tutti i suoi aspetti, anche il divertimento del ballo ritrovò i suoi normali ambienti, come piste all’aperto e locali danzanti tutti allietati da valide orchestrine. Il mio compito era dunque terminato. A questo punto potrei completare la storia della mia avventura dilettantistica di fisarmonicista. Trasferitomi a Venezia nel 1947 con la mia famiglia, mi iscrissi ad una scuola d’apprendimento dello strumento assai nota del maestro Grossato dove nel corso di un paio d’anni riuscii ad acquisire una buona padronanza della fisarmonica, grazie anche all’acquisto di un nuovo strumento. In quel periodo ebbi modo di partecipare a vari concerti della scuola fra i quali l’onore di suonare nel corso di una festa del Redentore sulla famosa galleggiante che, a quei tempi, rappresentava il centro della festa. Giunse anche il momento di fare delle scelte fra le varie opportunità, considerando maggiormente quella che desse più sicurezza nel futuro. Così, come recita un saggio proverbio, «Impara l’arte e mettila da parte», ripresi gli studi (anche lavorando) fino al diploma e mi inserii nel mondo del lavoro. L’Arte rimase per me un hobby, che comunque, nel corso degli anni, mi diede motivo in tante occasioni di essere ancora l’animatore di incontri festosi rallegrati dal gioioso suono della fisarmonica. 25

Domenico fa parte del Coro «La Cordata» del CAI di Mestre. Qui con alcuni esponenti, durante un incontro conviviale.

Domenico si attiva in qualsiasi occasione. Allieta gli ospiti della Casa di Riposo Santa Maria del Rosario di Mestre...

…si esibisce con un’orchestrina improvvisata per una festa nella parrocchia di Santa Maria Goretti di Mestre…

…a Budoia, vivacizza la Festa della Contrada del Ghet.


Ricordi le sbrissade ’n tel rujal de la via San Tomè di Pia Zambon Sclofa

C essata la principale attività lavorativa si può disporre di un po’ più di libertà per godersi qualche momento di relax. Ed è proprio durante queste pause che, alla nostra mente non più assillata dai mille quotidiani impegni, affiorano spesso ricordi dell’infanzia. Certamente molti lettori di questo periodico della comunità di Dardago, non si saranno dimenticati dell’esistenza di un piccolo ruscello, el Rujal. Per chi scendeva dalla parte alta della via San Tomè, lo vedeva scorrere allegro alla sua destra. Da chi e quando sia stato costruito non mi è dato di sapere ma certo che, per quei tempi, poteva essere considerato un ingegnoso mini acquedotto. Il suo letto, fatto di pietre concave, largo circa trenta centimetri ed altrettanto profondo, era coperto da uno strato di verde e morbido muschio che con la sua caratteristica limosità diventava uno scivolo ideale per i canais che i se divertiva a sbrissà sentha pajà nuja. Nelle prime ore dei caldi ed afosi pomeriggi agostani, un gruppetto tra cui mi fa piacere ricordare la Celestina e l’Ergelia, nonché la Mirella, mia sorella – come per un tacito accordo – si ritrovava nella via. Incuranti del riposino pomeridiano, disobbedendo alle nostre mamme, regolarmente in pènut eravamo pronte per la sbrissada. Un piede avanti e uno dietro, braccia e mani a mò di remi, facendo leva sui bordi, si avanzava veloci soprattutto nei

Tratto del rujal che scorre lungo la riva sinistra del torrente. È opera degli scalpellini locali. Dardago. La piazza con l’ampia vasca di raccolta dell’acqua proveniente da Val de Croda (1955 circa).

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L’angolo della poesia

tratti di maggior pendenza. Sembrava che la sciolina fosse stata spalmata sulla pianta dei nostri piedi. Sulla strada, bianca e polverosa, picchiavano implacabili i roventi raggi del solleone che, riflessi dai candidi sassi con cui erano fatti i muri delle case, andavano ad aumentare il calore dell’aria. Ma le nostre estremità erano al fresco, bagnate dalle limpide acque del rujal mentre, a completare questo bagno, regalandoci così un completo e piacevole refrigerio ci pensava qualcun altro. Costui, disturbato nella sua siesta dal nostro allegro vociar, seppur contenuto, per «vendicarsi» ci rovesciava addosso dal balcone (così era impropriamente chiamata la finestra) catini colmi d’acqua. È così, bagnate dalla testa ai piedi, ma contente, godevamo di quei momenti, immerse in un silenzio quasi assordante, rotto solo dalle nostre voci, dal frinire delle cicale, dal lieve fruscio delle acque e dai rintocchi dell’orologio che, dalla sommità dell’alto campanile, batteva le ore segnando l’inesorabile passar del tempo. Ed ora, considerata la grande utilità che el rujal ebbe per tutti i paesani, penso sia doveroso esprimere un po’ di gratitudine descrivendo, sia pur in modo sommario e con gli sforzi congiunti mnemonici miei e di mia sorella, il suo lungo percorso. Si pensa che traesse origine da una pozza d’acqua seminascosta tra le bianche crode sotto el Crep de San Tomè.

Scendendo attraverso le località di Ciampore e Masiere arrivava fino al vecio mulin de la Marta Bronte. Da lì, chiuso in un grosso tubo metallico, attraversava il torrente Artugna e raggiungeva la sponda opposta sbucando poi in località Ciathentail. Qui una grande vasca raccoglieva le sue acque nei pressi di una piccola nicchia dentro la quale vigilava una madonnina dal manto azzurro. Proseguiva poi la sua corsa allargandosi in vas’ce e vas’ciute finchè giunto nell’attuale Piazzetta del Cristo si riposava un po’ in un’ampia vasca adibita anche a pubblico lavatoio. Nei pressi vi era anche una pompa d’acqua potabile con un abbeveratoio. Per mezzo di un attrezzo chiamato thampedon, pesanti seci plein de aga venivano trasportati nelle singole case, non ancora dotate di rubinetti con acqua corrente. E ancia par implenì el laip del stale dove si abbeverava il bestiame. Per fortuna quel notevole sforzo fisico non ha curvato la spina dorsale dei poveri «sherpa» di allora. Continuando il suo viaggio el rujal arrivava fino alla Piazza Grande detta anche la Piazza del baler dove s’allargava in una grande vasca sotto gli occhi vigili dei Caduti ricordati dai paesani con un piccolo monumento. Nei miei ricordi il percorso continuava in direzione di Budoia, ma qui concludo la descrizione perché el rujal era giunto ormai a lambire i confini dell’altro paese. 27

NUVOLE D’AGOSTO Il Nulla mi sfiora nelle ore della tristezza se non quel lampo di sole che respinge, insistente, le nuvole d’agosto. Grigio. Aria arancio. Chiaro. Nozze lontane di monti crespati di pini. Anime freccia. Alte. A colpire un tempo di logorati rintocchi. Lasciarsi avvicinare nella sera, nei sospiri della mia voce, nella gioia chiusa d’incanto in un pensiero gentile. Nuova ora. Nuovo tempo. Se tutto potesse ritrovarsi, con l’armonia dei passi, nel muoversi verso la cima delle anime freccia. Alte. Fino al tramonto. Quel tocco di luce chiusa in un quadro di nuvole d’agosto. Aria arancio. Ancora vita. E insieme, il suono delle note di una musica fuggente. LAURA MORO


La vita delle api di Serena Chiesa

Vi sarà capitato in estate di incontrare un’ape solitaria posata su di un fiore, sporca di polline e indaffarata nella raccolta del nettare. In realtà le api passano la maggior parte del tempo nell’alveare, in famiglia! Le api infatti sono insetti sociali e vivono in colonie costituite da migliaia di individui, da 10.000 a 100.000, tutti appartenenti ad un’unica famiglia. La società delle api è formata da tre tipi di individui. Una sola femmina feconda o regina, molte migliaia di femmine sterili o operaie, poche centinaia di maschi o fuchi (presenti solo dalla primavera all’autunno). La vita nell’alveare si svolge su favi di cera costruiti all’interno di

cavità naturali (tronchi, ecc.) o in contenitori forniti dall’uomo (arnie). I favi sono costituiti da una doppia serie ordinata di celle esagonali impilate orizzontalmente, con il fondo in comune e di dimensioni diverse. Le più piccole sono quelle in cui si sviluppano le api operaie e in cui vengono stoccati miele e polline, leggermente più grandi quelle che ospitano i fuchi, ancora più grandi e allungate quelle da cui nascono le regine. La regina depone un uovo su fondo di ogni cella. Dall’uovo nasce la larva che cresce e, sempre all’interno della cella, si trasforma in pupa e successivamente in un insetto adulto in 16-24 giorni. Il sesso viene determinato geneticamente: da un uovo fe-

Regina (indicata dalla freccia), fuchi (cerchiati) e operaie.

§ 28

condato nascerà una femmina, operaia o regina, da un uovo non fecondato nascerà un maschio. Ma un uovo «femmina» non ha ancora il destino determinato: sarà operaia o regina? Da un punto di vista genetico tra queste due caste di femmine non c’è nessuna differenza. Le notevoli differenze morfologiche e di ruolo nella società sono dovute unicamente alla diversa dieta con cui vengono alimentate le larve. Da una larva neonata femmina infatti si svilupperà un’operaia se verrà nutrita per i primi tre giorni con la pappa reale e successivamente con un impasto di miele e polline. Se una giovane larva è destinata a diventare regina verrà alimentata per tutta la durata del suo sviluppo con pappa reale. Ma come fanno le operaie a decidere il destino di un uovo? Gli individui di questa società organizzata comunicano tra di loro principalmente per mezzo di segnali odorosi con cui si scambiano informazioni sulla presenza della regina e sulla sua salute e produttività. Se le operaie avvertono che la regina è in salute e depone molte uova produrranno altre operaie, se invece avvertono che la regina è vecchia o in difficoltà viene prodotta una nuova regina per sostituire quella vecchia. Può accadere anche che la famiglia diventi così numerosa da indurre le operaie a produrre una nuova regina, non per sostituire quella presente, ma per creare una nuova famiglia. In questo caso la regina vecchia sciamerà, lascerà cioè l’arnia con una folta schiera di api per costituire una nuovo nucleo famigliare in un altro luogo.


§ CELLE A FORMA DI ESAGONO

La lunga carriera di una nuova regina (2-4 anni) comincia qualche giorno dopo la nascita quando viene spinta dalle operaie a lasciare l’arnia per effettuare il volo nuziale, volo in cui si accoppierà con più fuchi provenienti da altre arnie per poi fare ritorno. Il ruolo sociale principale della regina è quello di deporre alcune centinaia di uova al giorno, con uno stop invernale alle nostre latitudini, e di dare quindi continuità alla famiglia. La presenza della regina promuove un’aggregazione più motivata e convinta della comunità, induce le api a bottinare polline, essenziale per la nutrizione della covata, e stimola le bottinatrici ad uscire prima al mattino e a renderle più motivate al lavoro. Molto più varia è la vita di un’ape operaia. Nel corso della sua breve vita ogni operaia infatti assume tutte le mansioni necessarie al buon andamento famigliare: pulizia delle celle, alimentazione delle larve, costruzione e riparazione dei favi di cera, ricevimento di nettare e polline e difesa della comunità. Dalla terza settimana fino al termine della sua vita, diventa bottinatrice e si dedica alla raccolta di cibo nei campi. Durante la stagione attiva le operaie vivono 30-40 giorni, mentre quelle nate in autunno possono vivere anche sei mesi. I fuchi compaiono nell’alveare

a fine inverno fino all’autunno, periodo in cui possono essere chiamati all’accoppiamento. Essi partecipano inoltre al passaggio di nettare tra gli individui, (processo necessario per la trasformazione del nettare in miele) e si occupano di mantenere calda la covata nel periodo primaverile attraverso il movimento dei muscoli delle ali, oltre che rinfrescare la temperatura in estate con la ventilazione. In questa società matriarcale ognuno ha un ruolo e dei compiti precisi da assolvere a cui nessuno si sottrae. La convivenza di un così numeroso insieme di individui consente di ottenere risultati che i singoli individui non riuscirebbero a raggiungere, come l’accumulo di provviste sufficienti a superare periodi sfavorevoli (un lungo inverno senza fiori) e accudire una prole numerosa, per garantire la continuità della famiglia.

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LA DANZA DELLE BOTTINATRICI

Le api bottinatrici sono in grado di comunicare nel buio dell’alveare alle sorelle la localizzazione di una fonte di nettare o di polline. Attraverso evoluzioni sui favi, attentamente seguite dalle compagne, sono in grado di indicare la direzione da prendere e la distanza da percorrere per raggiungere l’obbiettivo. L’ape che effettua la danza consegna inoltre alle compagne campioni del nettare prelevato, così che non abbiano dubbi!

§

Favo con api. In alto celle contenenti miele (chiuse con tappo di cera chiara). Subito sotto al centro celle aperte contenenti polline. In basso covata (larve e celle chiuse con larve mature).

Perché le api costruiscono celle esagonali? L’esagono è la forma che consente di sfruttare al meglio lo spazio nell’alveare! Accostando tanti esagoni è possibile occupare lo spazio senza lasciarne di inutilizzato. L’esagono inoltre permette di ottenere un’area-cella grande rispetto al perimetro da costruire (con un risparmio di lavoro e di cera!) e di non avere spigoli vivi, non utilizzabili e difficilmente pulibili.


UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.

’n te la vetrina

GIUGNO 1960 (CINQUANT’ANNI ORSONO!!!) IN QUESTA FOTO, SCATTATA NEL CORTILE DELLE SCUOLE DI DARDAGO, SONO RITRATTI, ALLA FINE DELL’ANNO SCOLASTICO, LE ALUNNE E GLI ALUNNI DI 4ª E 5ª ELEMENTARE, ASSIEME AL LORO MAESTRO UMBERTO SANSON. DA NOTARE CHE ALCUNI DI LORO PORTANO, PUR ESSENDO GIÀ GLI ANNI DEL FAMOSO BOOM ECONOMICO, LE S’CIANPINELE! ESSI ERANO, PARTENDO DA IN ALTO A SINISTRA: FIORALBA VETTOR CARIOLA, MARISA PIAN (SEMINASCOSTA), TERESA ZAMBON BISO, ELIDE RIGO MOREAL, MAESTRO UMBERTO SANSON, PAOLO ZAMBON PALA, SEMINASCOSTO LUIGI ZAMBON MARIN, FRANCO ZAMBON MOMOLETI; SECONDA FILA: ANGELA ZAMBON PINAL, CECILIA BUSETTI CAPORAL, DANIELA BOCÙS DELLA ROSSA, LILIANA BOCÙS FRITH, LOREDANA BOCÙS FRITH, BEATRICE IANNA CIANPANÈR, MARCO (RENZO) ZAMBON TARABIN-TUNIO, GIANNI ZAMBON ROSÌT, ENRICO ZAMBON SCLOFA; ACCOSCIATI: ROBERTO ZAMBON MOMOLETI, GIUSEPPE ZAMBON TARABIN, ALFREDO LACHIN STORT, MAURIZIO GRASSI, VALENTINO ZAMBON ITE, PAOLO ZAMBON MARIN E FLAVIO ZAMBON TARABIN-MODOLA.

FOTO SCATTATA, NEL CORTILE DELLA CANONICA DI DARDAGO, PROBABILMENTE NEL 1956, IN PERIODO INVERNALE. I RAGAZZI IN ESSA RITRATTI SONO DA SINISTRA VERSO DESTRA: GIACOMO DEL MASCHIO CUSSOL, QUINTO ZAMBON PINAL, FRANCO ZAMBON MOMOLETI, DIETRO A QUESTI, BRUNO ZAMBON MOMOLETI; QUINDI VI SONO DUE RAGAZZI NON RICONOSCIBILI; GIANCARLO BOCÙS FRITH (SEDUTO), DIETRO SERGIO IANNA BERNARDO, STANISLAO (STANI) BOCÙS DOLFIN-CUNICIO, DIETRO ED IN FIANCO LORO DUE RAGAZZI NON RICONOSCIBILI, POI, ANTONIO VETTOR MUCI, LUIGI ZAMBON SCROCˆ, ROBERTO ZAMBON MOMOLETI, PIETRO RIGO MOREAL E MARIO ZAMBON MOMOLETI.


ANGELO MODOLO CI HA LASCIATO

* Ciao Papà,

la nostra storia

colta dal suo obiettivo

amavi tanto la vita in ogni suo risvolto, soprattutto la natura e la bellezza di tutto ciò che ci circonda, che ci hai insegnato ad apprezzare e amare. Il tuo ricordo resterà per sempre vivo nei nostri animi. OSCAR, ELENA, LUCIA

* Polcenigo, 16 aprile 2010 Ciao zio Angelo,

Angelo Modolo ritratto nel suo negozio di via Cardazzo.

Il nostro fotografo Angelo Modolo ci ha lasciati il 13 marzo di quest’anno. La nostra Comunità, riconoscente per il lungo servizio prestato nel negozio di via Cardazzo, aperto nel 1962, desidera, attraverso le pagine de l’Artugna, ricordarlo con riconoscenza e stima. Persona schiva, di animo gentile, di carattere mite, ha per oltre trent’anni fotografato gli avvenimenti lieti e tristi di Budoia, Dardago e Santa Lucia: battesimi, cresime, matrimoni, le foto sui banchi di scuola, i nostri paesi, sempre rimasti nel suo cuore e nei suoi ricordi. Angelo nasce a Polcenigo il 25 settembre 1926 e risiede sino alla fine a Gorgazzo. Questi meravigliosi scorci dei nostri paesi costituiscono pure materiale per la pittura. Angelo si diletta anche in questa tecnica e molte sono le opere che egli ha dipinto e lasciato o regalato a quanti volevano avere una riproduzione. Negli anni ‘50 alla scuola dell’amico fotografo Sergio De Paoli, Angelo acquisisce le tecniche di sviluppo fotografico e con lui lavora insieme a Polcenigo, mentre nel periodo estivo si trasferisce a Jesolo, dove conosce la moglie Lucia, che sposerà

nel 1963, e la loro unione verrà allietata dai figli Oscar nel 1964, Elena nel 1967 e Lucia nel 1969. Il frutto di questo amore si riverserà nella nascita di 7 nipoti, che Angelo, insieme alla moglie, educa con grande passione. Appassionato anche di pittura, come specificato sopra, gli fa vincere a Caneva il primo premio nel 1974, presentando alla giuria una paesaggio delle nostre zone. Colpito da malattia, ogni tanto ritornava a Budoia, ove rivedeva volentieri gli amici e i volti conosciuti di una vita spesa interamente a servizio della comunità, ricevendo spesso a casa l’amico Cornelio Zambon Marin, anch’egli appassionato di fotografia. Quando gli portarono la notizia della scomparsa di don Alfredo Pasut si commosse sino alle lacrime. Angelo resterà uno delle persone che hanno visto il nostro paese crescere e svilupparsi e lo hanno amato, perché egli è stato parte integrante e viva. Ai congiunti tutti la comunità rivolge le più sentite condoglianze e insieme la gratitudine per il lavoro profuso con tanta professionalità. MARIO POVOLEDO

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anche se non potremmo più venire a farti visita e scambiare quattro chiacchiere insieme, il tuo ricordo resterà sempre vivo e presente nella vita di tutte le persone che ti hanno conosciuto e voluto bene. Il ricordo di un uomo mite, disponibile, che amavi la semplicità e apprezzavi e ascoltavi la musica, la lettura e, in particolare, l’arte e la pittura che hai saputo esprimere attraverso i tuoi dipinti. Hai sempre coltivato con sensibilità ed ironia le tue passioni, senza dover dimostrare nulla e mantenendo sempre un certo distacco dalla frenesia di oggi. Hai saputo cogliere il vantaggio di vivere la vita con onesta semplicità e modestia, infondendo agli altri serenità e tranquillità. Caro zio, chissà che i colori di questa primavera oramai alle porte ti accompagnino in questa nuova vita e noi tutti ti ringraziamo commossi per quello che sei stato e per quello che ci hai insegnato. TUA NIPOTE CARLA


Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Maria Ianna Pola «Ogni cosa mortal, tempo interrompe», scriveva il Petrarca. Per Maria Ianna, morta a 98 anni, l’interruzione di questo tempo sembrava essersi fermata. Se n’è andata in punta di piedi, dopo una vita di famiglia, di lavoro e di sacrificio che le ha fatto conoscere l’emigrazione in Francia e poi il rientro in Italia con un servizio ininterrotto prima al Cral, col marito Giovanni (Gioachino) poi al ristorante passato al figlio Renè, ben noto in tutta la regione e anche fuori. Durante la Santa Messa di commiato è toccato ad un suo nipote sacerdote, Monsignor Ettore Signorile, del clero di Torino, Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale del Piemonte, a ricordare la cara zia, che ha sempre avuto non solo per i suoi

figli Mirella e Renè, ma anche per i nipoti, per i pronipoti, una particolare propensione ad essere la protagonista per eccellenza e tenere una condotta da imitare, senza dimenticare le radici, povere ma nobili che fanno grande anche la più umile persona. Anche don Adel ha avuto parole di ricordo e di speranza. Di lei rimane il suo lavoro, il suo sorriso, il suo laborioso esempio, il suo stile, sempre tenendo presente le parole della sacra scrittura che dicono «vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni». Attraverso il nostro periodico i familiari desiderano rinnovare il grazie a tutti coloro che sono stati vicini in questo doloroso momento. MARIO POVOLEDO

Anna Zambon Curadhela C’era il vento quando se ne è andata la nonna Giustina, c’era il vento quando se ne sono andate la zia Amelia e mia mamma e c’era il vento anche il giorno del tuo funerale. Un vento gelido, sferzante, nonostante mancavano pochi giorni alla primavera.

Non so se sia un caso, ma ogni volta è come se arrivi per portare via qualcosa che ci appartiene Negli ultimi tempi, da quando hai cambiato casa, non ci siamo frequentati molto, non per mancanza di affetto o di desiderio di vedersi, semplicemente perché la vita è così, ci avvicina e ci allontana senza una spiegazione. Rimangono così ricordi lontani, come quando venivo nel tuo laboratorio, le bobine di lana, la radio, fedele compagna delle tue interminabili giornate di lavoro, e l’immancabile sigaretta sempre accesa che si consumava nel posacenere. Rimangono anche i ricordi di tante serate passate insieme, il Natale con noi bambini che finivamo sempre con il litigare, la silenziosa presenza della

nonna Giustina che tu e i tuoi fratelli prendevate amorevolmente in giro. E i pomeriggi d’estate a Milano le scampagnate all’Idroscalo tu e lo zio in Vespa, io in bicicletta. Le risate, le mangiate di rane e pesciolini fritti. Ora non rimane che il silenzio, un silenzio carico di tristezza e malinconia ed una immagine sbiadita di un tempo che purtroppo non tornerà mai più. Con l’affetto più grande, ciao zia Anna. ENRICO


Ebio Guadagnini Il 4 giugno 2010 in Verona improvvisamente è venuto a mancare Ebio Guadagnini, lasciando ammutolita nel dolore la sua famiglia. Io, che per 45 anni ho condiviso la vita con lui, sapendo quanto amava Dardago e la sua gente, le passeggiate nei boschi, le feste, il dì dell'Assunta che mai ha mancato di trascorrere nella casa dei suoceri Angelin e Stana, desidero esprimere questo ricordo alla Comunità de l'Artugna, ringraziando tutti i parenti e

gli amici a cui voleva bene e che hanno ricambiato il suo affetto. Questa fotografia è stata scattata lo scorso anno davanti alla Chiesa in occasione della Festa dei Coscritti del 1934, tra i quali si sentiva perfettamente in armonia. Un ringraziamento alla Redazione ed un cordiale saluto a tutta la Comunità. ANNA MARIA ZAMBON GUADAGNINI PINAL

Barbara Salvador «Agli occhi degli stolti le anime dei giusti parve che morissero… ma essi sono nella pace. La loro speranza è piena di immortalità… perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé». (da Libro della Sapienza, 3) La Parola di Dio può ridare speranza, quando i suoi disegni sono per noi a dir poco misteriosi. L’Amore, però, vede ciò che agli occhi umani spesso è invisibile: questo dovrebbe essere motivo di consolazione per famigliari, amici (tanti) e persone che hanno avuto la fortuna e il piacere di incontrare e amare Barbara. Il suo tenero

sorriso accogliente e il suo limpido sguardo radioso sono i doni più immediati e preziosi che ha lasciato nella mente e nel cuore di chi l’ha conosciuta. Da Lassù, sicuramente, continuerà ad amare con la stessa intensità che ha profuso nel suo breve tratto di vita fra noi e a proteggere tutte le persone care. Poiché sapiente non è chi vive a lungo ma chi vive bene, ringraziamo Dio di averci concesso Barbara con tutta la sua gioia di vivere. MARIA ROSA

Roberto Zanus Fortes Roberto ci ha lasciati martedì 27 aprile a 47 anni. Una vana corsa in controsterzo contro la malattia, per rimettersi in carreggiata con la vita. Roberto amava il rally, la sua auto da corsa 131 Abarth giallo/azzurra, il club «Ruote del passato» di cui era stato dapprima consigliere e poi commissario sportivo.

Ed amava soprattutto la sua famiglia di Castel d’Aviano, la moglie Nicoletta, i due figli Valentina e Davide, il fratello e la mamma Maria che ora piangono la sua assenza. E poi i parenti e gli amici che lo ricordano commossi come una persona mite ed onesta, sempre disponibile e cordiale con tutti, esempio di lealtà nello sport e nella vita.

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Cronaca Cronaca

La platha ’l è finida

Con la benedizione del parroco don Adel e il rituale taglio del nastro da parte del sindaco Roberto De Marchi, dell’assessore regionale Elio De Anna e del vicesindaco Pietro Janna, è stata inaugurata, domenica 11 luglio, la nuova piazza di Dardago. Oltre ai rappresentanti della Giunta e del Consiglio comunale, erano presenti i consiglieri regionali Gianfranco Moretton e Paolo Pu-

pulin, l’ex sindaco Antonio Zambon e il maresciallo Claudio Zambon della stazione dei carabinieri di Polcenigo. Numeroso il pubblico. Gli interventi del sindaco De Marchi e dell’Assessore De Anna, dopo aver ribadito l’importanza dell’opera e sottolineato come siano stati rispettati il quadro economico preventivato e i tempi di consegna, hanno auspicato che la piazza, con il termine dei lavori

Sopra. Il taglio del nastro da parte delle autorità, l’esibizione del gruppo Artugna e alcune immagini della piazza con il pubblico intervenuto per l’inaugurazione.


e delle polemiche collegate, possa diventare il luogo d’incontro per eccellenza di tutta la popolazione. Il gruppo Artugna ha preso «possesso» della piazza per un breve spettacolo di danze folkloristiche apprezzate dal pubblico presente concludendo, non a caso, con «Sot ’l balèr», il canto in parlata dardaghese, scritto da Cornelio Zambon Marin e musicato dalla

Sopra. Il lungo corridoio predisposto per ospitare le lastre con i cognomi e soprannomi e l’artigiano Mario Ceo autore delle incisioni. A sinistra. Intervento di pulizia del monumento ai Caduti.

moglie Giustina Favia, in cui sono ricordati due simboli di Dardago: il secolare platano (ora sostituito da uno più giovane e vigoroso) e i soprannomi delle varie famiglie. L’idea e il progetto esecutivo per l’incisione dei cognomi e soprannomi delle famiglie patriarcali sono stati curati da Vittorio Janna Tavàn (coadiuvato nella ricerca storica da Flavio Zambon TarabìnMòdola). Le opere urbanistiche so-

no state progettate dallo studio dell’architetto Massimo Redigonda ed eseguite dall’Impresa Bertolo di Fiume Veneto. La cerimonia è terminata sotto i gazebi della Pro Loco con il rinfresco organizzato dal CFD, Comitato Festeggiamenti Dardago.


Sindaco Roberto De Marchi sottolineando come lo spirito di collaborazione e il lavoro in sinergia contribuisca a tenere alto il prestigio della Comunità. II presidente della Pro Loco, Alessandro Baracchini, considera l’accordo come un riconoscimento e un premio per il lavoro genuino e di volontariato atto a far conoscere le realtà del nostro territorio.

La dhornadha ecologica La Pro Loco unitamente all’Amministrazione Comunale, ai Volontari della Protezione Civile, alla Sezione AUSER, alla Riserva di Caccia di Budoia, ha organizzato la Giornata Ecologica. Sabato 20 marzo i volontari di Dardago e il giorno seguente un centinaio di partecipanti, fra i quali diversi giovani, hanno lavorato per la raccolta di immondizie abbandonate. Al termine, una pastasciutta offerta ai partecipanti presso la sede Auser è stata l’occasione per uno scambio di idee per prossimi incontri. Altra manifestazione ecologica il 23 di maggio con la Festa di primavera. Coinvolte le scuole dell’Infanzia e Primaria, la partecipazione è stata numerosa. Gli uomini del Corpo Forestale e delle Guardie Venatorie hanno accompagnato i partecipanti ad una passeggiataescursione lungo il torrente Artugna sino a Ligont, con una interessante lezione circa la conoscenza delle erbe, piante officinali, la tutela e la salvaguardia del bosco,la regolamentazione della caccia, il taglio razionale degli alberi. Nel pomeriggio, nonostante la pioggia, i bambini sono stati protagonisti di giochi da parte di animatrici, dopo l’esibizione dei piccoli del Gruppo Folcloristico Artugna e il tradizionale momento conviviale, preparato e servito dai vo-

lontari della Pro Loco. Due appuntamenti che vogliono lanciare un segnale ad avere a cuore il nostro benessere, incominciando dal rispetto dell’ambiente in cui viviamo.

Colaborathion tra Comun e Pro Loco L’Amministrazione Comunale e l’Associazione Pro Loco Budoia hanno firmato la Convenzione per la realizzazione di attività di promozione del volontariato e di valorizzazione turistica, ambientale, culturale e paesaggistica, delle produzioni tipiche artigianali ed eno-gastronomiche, seguendo lo spirito di un protocollo d’intesa fra l’A.N.C.I. del Friuli Venezia Giulia e l’Associazione Regionale fra le Pro Loco al fine di favorire forme di collaborazione. Soddisfazione a nome dell’Amministrazione Comunale è stata espressa dal

Ancia a Buduoia el «Pedibus» Meno Scuolabus e più Pedibus. In molti comuni sta prendendo piede, si può proprio dire, un nuovo modo di andare a scuola: non in macchina o in scuolabus ma più semplicemente ed ecologicamente a... piedi. Con la primavera, anche a Budoia è partita la fase sperimentale del progetto «Pedibus». Una decina di volontari accompagnano i bambini da diversi punti del Comune, per raggiungere le scuole seguendo tre percorsi. Con il passare dei giorni, sempre più bambini si sono uniti alla comitiva appiedata ed entusiasta di questo nuovo (ma in realtà vecchio) modo di incominciare la giornata. Conclusa la fase sperimentale, a settembre, con gli opportuni aggiustamenti suggeriti da questa prima esperienza, il progetto sarà riproposto in forma definitiva.

Una stretta di mano tra il sindaco e il presidente della Pro Loco.

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El «Lumacuore» in Ciastaldia Non sarà certo sfuggito al nostro sguardo rivolto verso Piancavallo, un’enorme e particolare sagoma di cuore che campeggia sulle pendici in località Castaldia. Non si tratta di un’insolita dichiarazione di qualche innamorato ma di una vera e propria opera di land-art di un’artista friulana: Laura Trevisan. Si chiama «Lumacuore» (il disegno in sintesi è un po’ cuore e un po’ lumaca) ed ha come obiettivo la diffusione di un messaggio di cultura dei diritti umani, dell’amore per la natura e per uno sviluppo ecosostenibile del territorio. «Il bene avanza a passo di lumaca» sosteneva Gandhi e l’artista ha voluto visualizzarne il concetto con quest’opera estesa per 40.000 metri quadri, visibile dalla pianura pordenonese e dal satellite, e costituita di sassi bianchi (e prima ancora dalle lenzuola del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano) portati da tutti coloro che hanno voluto aderire al messaggio. La prima pietra è stata posata l’8 novembre 2009 in occasione della Marcia Mondiale per la Pace, la non violenza e il disarmo, come segno simbolico della finalità del progetto e come avvio alla valorizzazione paesaggistica della bellezza territoriale avianese.

Anciamò Muran ’n te la glesia La chiesa di Dardago da molti anni si pregia dello splendido lampadario di Murano di fronte all’altare maggiore. Ora, grazie a Antonio Zambon Mao, anche la sacrestia e la cappella feriale hanno il loro lampadario proveniente dall’isola della Laguna Veneta conosciuta in tutto il mondo per la lavorazione del vetro. Antonio ha donato alla parrocchia anche i due piccoli lampadari posti all’entrata della chiesa. La parrocchia lo ringrazia per la sua generosità.

I colombi i é massa

Mentre stiamo andando in stampa siamo stati contattati dalla signora Paquita Maiorano, vedova di Pasqualino Zambon Canta che ci segnala il problema del prolificarsi dei colombi nel nostro paese. Ha inviato una lettera alla ASSL di Sacile e, per conoscenza, al nostro

Il nuovo lampadario della Cappella.

Sindaco, ricordando che da qualche anno la colonia di questi animali tende a moltiplicarsi in modo esponenziale. I colombi riescono a nidificare dappertutto e, in modo particolare, negli anfratti degli edifici che restano deserti per la maggior parte dell’anno, essendo seconde case. Nella lettera viene evidenziato che, ogni volta che rientra al paese, trova i poggioli, le finestre e i tetti ricoperti da uno strato di guano. Ciò può creare problemi anche per la salute. Visti i tempi ristretti, abbiamo contattato telefonicamente il Sindaco, il quale, condividendo la preoccupazione per tale situazione, ricorda che già nel mese di maggio ha emesso una ordinanza con la quale disponeva una serie di misure per arginare l’insediamento dei volatili.

Hanno ricevuto la prima Santa Comunione

Francesca Bastianello, Nadia Batoukounou, Mairin Benedini, Maraja Bottecchia, Marco Cesaro, Vanessa Del Zotto, Angelo El Saliby, Diego Fort, Riccardo Janna, Tommasina La Manna, Filippo Mariani, Maria Lavinia Mogda, Vanessa Pellegrini, Alessia Pellegrini, Francesco Petretti, Fabio Piazzon, Sara Pujatti, Cristiano Pramore, Alessandro Quaia, Irene Rinciari, Axel Ruggero, Elisa Volpatti.

Hanno ricevuto il sacramento della Confermazione Mederique Batoukounou, Rudi Manlio De Zorzi, Martino Gilli, Carlo Iob, Elena Lachin, Joanna Modolo, Riccardo Poletto, Maria Pia Rossitto, Pasquale Romano, Serena Rui, Denis Scarpat, Mattia Zambon, Marco Zaro.


Inno alla vita La nonna paterna, Mirella Zambon Sclofa, presenta la tanto desiderata nipotina Nicoletta Pozzali, che con la sua nascita, a Trieste il 6 settembre 2009, ha regalato gioia infinita non solo al papà Sergio ed alla mamma Elena ma anche a tutti gli altri famigliari. Benvenuta Nicoletta!

E io sono Lucia Asti. I miei genitori sono Gionata ed Elisabetta e abito ad Oriago (Venezia). Sono nata il 4 maggio 2010.

Ecco Sebastiano Cauz! È nato il 27 settembre 2009. Lo annunciano con gioia mamma Marianna Busetti e papà Maurizio.

Ciao, sono Bianca Elisa Bocus figlia di Gian Andrea e Raffaella, nipotina di Luciano Bocus Frith e Franca Ianna Theco, il 13 Agosto farò un anno. Mando un grosso abbraccio e bacio alla mia dolce bisnonna Vincenza.

Elisa Vettor e Federico Piccini annunciano con gioia la nascita della figlia Giorgia (Milano, 21 maggio 2010).

Ciao a tutti. Sono Nicola e vi presento il mio fratellino Alessandro, nato il 21 aprile 2010. I nostri genitori sono Lucia Ianna e Roberto Crestan.


Ci sono anch’io. Mi chiamo Monica Biasutti, ho appena pochi giorni, perché sono nata il 13 luglio 2010. Mio papà Daniele e mia mamma Elena Zambon vogliono presentarmi ai lettori de l’Artugna.

Dall’Oltrepò Pavese ci arriva il sorriso di Filippo e Veronica Fort Pitùs. Sono i giovanissimi figli (2 e 4 anni) di Victoriano ed Antonella. Con la complicità del nonno Mario ci hanno scritto per farsi conoscere a tutti gli amici di Santa Lucia. Sono orgogliosi di far sventolare anche in provincia di Pavia la bandiera dei Fort!

Foto di famiglia di Camillo Zambon Pinal Bavàn (96 anni) e Lidia Zambon Glir (89 anni) che stanno vivendo insieme da 67 anni. La foto risale al Natale 2009. Non era ancora nata Monica, la terza pronipote.

Nonna Tery (Teresuta Ciampanera) si esibisce con la sua squadra del cuore. Ben sette sono i pronipoti Puiatti, figli di Armando e di Erica e di Stefano e Elisa, che la circondano d’affetto e di premure: tra le sue braccia, Nicola, nato il 26 ottobre 2009, appoggiata alla sua spalla, Eva (7 anni), dietro, Marco (12 anni) e Gabriele (9 anni), al suo fianco, Francesca (14 anni), e ai suoi piedi, a sinistra, Sara (9 anni) e, a destra, Lisa (10 anni).

Il 29 maggio 2010, Francesco Agostini e Maddalena Bevilacqua hanno scelto di unirsi in matrimonio nella chiesa al colle di Santa Lucia, luogo legato particolarmente agli affetti dello sposo, poiché Francesco, figlio di Laura Carli e di Roberto Agostini di Trieste, ha trascorso i momenti più belli della sua infanzia e adolescenza nel paese natale della madre. Ora ha contagiato anche Maddalena e la coppia cerca spesso rifugio nella tranquillità pedemontana.


Il 20 febbraio 2010, in Scozia, Pietro e Mary Fort hanno festeggiato i loro 50 anni di vita coniugale, nozze d’oro gioiosamente vissute con la loro numerosa famiglia, i figli Antonio, Franco, Renato, Anna Madalena e Carla uniti ai nipoti. Per lo straordinario evento non è mancato il viaggio di nozze in Sardegna.

Il 20 maggio Alpidio e Fernanda hanno festeggiato il 60° anno di matrimonio. Entrati in chiesa, la brava organista Elena Zambon ha suonato la marcia nuziale. La Messa è stata celebrata da mons. Angelo Santarossa. La giornata è stata magnifica con i figli, parenti e conoscenti. Ringraziamo l’Artugna per la pubblicazione della foto. I famigliari.

Il 20 aprile a Venezia hanno festeggiato il 50° anniversario di matrimonio Rita Parmesan e Severino Bastianello circondati dall’affetto dei figli, dalle nuore, dai parenti e amici.

Gianni Ariet e Rosalia Marangon, attorniati dall'affetto dei loro cari e dalla simpatia degli amici, hanno ricordato il loro 50° anniversario di matrimonio.

Un appuntamento all’insegna della semplicità ma carico di significato. Ogni anno, nel mese di maggio, le coscritte del 1944 con alcune amiche si incontrano a Dardago. Prima in chiesa per la recita del santo rosario di ringraziamento e poi, a conclusione, una pizza in allegria da «Nino» in piazza. Quest’anno al gruppo si è unita anche Nadia Zambon proveniente dal Canada.

Auguri dalla Redazione!


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Appello ai lettori... Le recenti misure per risanare il bilancio nazionale fanno sentire gli effetti. Infatti i tagli dello scorso anno a Regioni e Province hanno indotto tali enti a ridurre le spese. Per quanto ci riguarda da vicino, ciò ha comportato che già da quest’anno non ci verranno riconosciuti i contributi ai sensi delle Leggi Regionali 8.9.1981, n. 68 tit. III e 22.3.1996, n. 15. Tali contributi negli ultimi anni ammontavano complessivamente a 2.500 euro/annui e ci aiutavano a far quadrare il bilancio. Il contributo comunale di 500 euro ci è stato confermato. Un’altra misura entrata in vigore a gennaio 2010 riguarda i rincari delle spedizioni postali in abbonamento dei periodici. Il costo della pura spedizione, che prima era mediamente intorno ai 95 euro, con la nuova norma è passato a 220 euro, con un incremento del 131%. Ciò significa un maggior costo annuo di 375 euro. Non ci resta che contare sulla sensibilità dei lettori per poter far fronte a queste minori entrate e maggiori spese.

[...dai conti correnti] Per l’Artugna, con tanti auguri. LUIGI E BRUNA BASTIANELLO VENEZIA

In memoria di Natalino Zambon (Gidio) il più sincero e fidato amico di Pasqualino Zambon Canta. PASQUITA MAIORANO VED. ZAMBON

Per onorare la memoria di Irene De Carolis in Zambon.

SARONNO (VA)

CAMILLO ZAMBON TRIESTE

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 119

entrate

Costo per la realizzazione

3.915,00

Spedizioni e varie

492,58

Entrate dall’8.03.2010 al 17.07.2010

3.391,00

Totale

3.391,00

41

uscite

4.407,58


Punture di spillo [AFORISMI – MALDICENZE – PROVERBI – FREDDURE]

a cura di Sante Ugo Janna e Ruggero Zambon

Cattiveria. L’anziana signora: «Mi dica, in confidenza, io mostro gli anni che ho?» «Oh, no signora, ne nasconde parecchi!!» Agli italiani piace molto la puntualità degli svizzeri. Lo snob di domani: «Sono stato concepito in vitro di Murano». Agonizzò anche da morto, il crematorio era in panne. Puntualissimo come era sempre stato sbalordì quando il medico gli disse che era arrivato «troppo tardi». Solo perché incompresi certi personaggi si ritengono dei geni. Più che il suo ultimo capello nero l’amareggiava il primo capello bianco del figlio.

Se Laura fosse stata la moglie del Petrarca, pensate che lui avrebbe scritto sonetti tutta la vita?

La Chiesa non è la padrona o la serva dello Stato, ma la coscienza dello Stato.

[Byron] 1

[King] 5

Il mito del tempo libero è il padre adottivo della stupidità.

La Chiesa è lo spietato cuore dello Stato.

[Flaiano] 2

[Pasolini] 6

Quando ho perso il mio fucile, l’esercito mi ha fatto pagare 85 dollari. Ecco perché nella Marina il capitano affonda con tutta la nave!

Preghiera. È quel qualcosa che dice di sì a Dio dentro di noi.

Profumeria. Entra un anziano bellimbusto che si rivolge alla commessa: «Signorina, che cosa avete per i capelli bianchi?» «Un profondo rispetto, signore!»

Preghiera. La quotidiana ammissione della nostra debolezza.

Gli avvocati, questi girarrosti delle leggi che, a forza di girarle e rigirarle, finiscono per cavarne un arrosto per loro.

[Ghandi] 8

È molto più facile essere un eroe, che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto, galantuomini si deve essere sempre. [Pirandello] 9

[Heine] 3

Self made man. «Quando sono arrivato in questa città, non avevo che la mia intelligenza». «Hai proprio incominciato dal niente!»

Un cinico è uno che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno in cerca di una bara.

1. George Gordon Byron (Londra 1788-Missolungi 1824). Poeta inglese, tra i maggiori esponenti del romanticismo inglese, è anche celebre come figura di esule e patriota, partecipò alle lotte per l’indipendenza dell’Italia e della Grecia dove morì.

5. Martin Luther King (1929-1968). Pastore battista statunitense, promosse il movimento per la difesa non violenta dei diritti della popolazione nera, premio Nobel per la pace (1964) fu assassinato a Memphis.

2. Ennio Flaiano (Pescara 1910-Roma 1972). Narratore e commediografo satirico. Sceneggiatore di films di Federico Fellini ed altri noti registi.

[Claudel] 7

[Mencken] 4

6. Pier Paolo Pasolini (Bologna 1922-Roma 1975). Poeta, scrittore e regista dall’inquieta sperimentazione esistenziale. Visse alcuni anni a Casarsa della Delizia (Pn) nel cui cimitero è sepolto accanto alla madre.

3. Heinrich Heine (1797-1856). Poeta, drammaturgo e saggista tedesco. Viaggiò a lungo in Italia e Inghilterra, nel 1831 emigrò a Parigi dove morì. Fu grande lirico romantico, nel cui stile fantasia e sentimento sono temperati dall’ironia.

7. Paul Claudel (1868-1955). Poeta e drammaturgo francese. Partito da esperienze simboliste, fu poi tra i maggiori interpreti del rinnovamento cattolico.

4. Henry Louis Mencken (1880-1956). Giornalista e scrittore statunitense, d’idee antiborghesi. Importanti le sue indagini sulla lingua americana.

8. Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948) detto «mahatna» ossia grande anima, uomo politico indiano, fautore della dottrina giainica della

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non violenza. Guidò campagne di disubbidienza civile di massa alle leggi britanniche (19191932), per cui fu più volte incarcerato. 9. Luigi Pirandello (Agrigento 1867-Roma 1936). Scrittore e drammaturgo, premio Nobel (1934). Esordì con romanzi nel filone del verismo, approfondendo via via il dramma dell’individuo isolato in una realtà che gli è estranea. Questa tematica trova la sua realizzazione più originale nel teatro pirandelliano.


DARDAGO Pieve di Santa Maria Maggiore Comune di Budoia Periodico l’Artugna Comitato Festeggiamenti Dardago Pro Loco Budoia

sabato 7 18.30 Inaugurazione della Personale

in Teatro

di Umberto Coassin «itinerari di uno spirito libero»

giovedì 12 19.30 Apertura chiosco enogastronomico

20.45 Concerto d’organo

presso il cortile delle scuole elementari in Chiesa

del Maestro Mauricio Pergelier

venerdì 13 19.30 Apertura chiosco enogastronomico

presso il cortile delle scuole elementari

21.00 Serata danzante con l’orchestra «Alto Gradimento»

sabato 14 17.00 Apertura chiosco enogastronomico

presso il cortile delle scuole elementari

17.00 Partenza della 4a marcia sul Percorso circolare del torrente Artugna

21.30 Concerto rock·blues anni ’70-’80 della band Highway 4

domenica 15 11.00 Santa Messa in onore dell’Assunta 16.30 Apertura chiosco enogastronomico

presso il cortile delle scuole elementari

16.30 Giochi popolari 21.00 Musica dal vivo con Silvya

Durante tutta la manifestazione Pesca di beneficenza presso i locali della canonica Mostra di pittura presso il Teatro

2010

DARDAGOSTO


Calliteara pudibunda famiglia delle Lymantriidae Farfalla O Sullo sfondo grigio chiaro dei sassi del ghiaione che, poco distante dalla chiesetta, scende verso l’Artugna dal Crep de San Tomè, tra le foglie secche dimenticate dal vento spicca una macchia colorata: è un grosso bruco peloso, giallo a strisce nere, lungo trequattro centimetri: un incontro adatto a una foresta tropicale. Subito fotografie e ricerca in internet: è la forma larvale di una falena che vive nei nostri boschi da aprile a giugno, la Calliteara pudibunda, famiglia delle Lymantriidae, e può avere colorazione gialla, verde o rosso-bruna. Si nutre di foglie di rovere, pruno, carpino e trova quindi un ambiente ideale nel bosco ceduo. La farfalla adulta, casualmente già incontrata, e ritratta, in altra occasione lungo l’Artugna, all’inizio del rujal, è lunga da 4 a 6 centimetri, di colore grigio (più scuro nel maschio) con lunghe antenne e zampe coperte di una fine peluria: esempio perfetto di mimetismo, in particolare per l’ambiente della Val de Croda, che le consente di sfuggire ai predatori. Al contrario il bruco, così colorato e peloso, munito di un finto pungiglione rosso, inganna e sconcerta eventuali predatori, utilizzando l’eccesso di visibilità come stratagemma difensivo. Testo e foto di Massimo Zardo


l'Artugna 120 - Agosto 2010