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Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia

Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Anno XXXVII · Agosto 2008 · Numero 114

«Bist du ein maurer?!» Ricordo di Giuseppe Burigana ‘ Bepin Ciampanèr ’ Una mappa del 1756 al Santuario della Santissima Grazie, don Domas!


di Roberto Zambon

[ l’editoriale ]

L uglio 2008. Grande clamore in tutta la provincia e specialmente nella nostra zona per il «caso» dei rifugiati destinati ad Aviano. Un gran numero di uomini e donne di varie nazionalità – in attesa di esame da parte di una commissione per verificarne i requisiti di rifugiati politici – sono stati trasferiti ad Aviano. Inutile negare che l’intera vicenda è stata gestita molto male, specialmente per quanto riguarda la comunicazione e il coinvolgimento della popolazione, il numero dei rifugiati e la scelta dei siti di destinazione.

Imparare dagli errori Il Ministero dell’Interno ha informato il Comune solo pochi giorni prima dell’arrivo dei profughi. In tal modo, sia l’Amministrazione comunale che l’intera comunità non hanno avuto il tempo di prepararsi per affrontare serenamente ed efficacemente tale emergenza. In un primo tempo, 117 persone erano destinate alla Scuola Alberghiera dello Ial, sulla strada che porta in Piancavallo, e altre 120 all’Hotel Doimo – da tempo chiuso – nel centro cittadino. Più di 200 uomini e donne, provenienti da nazioni diverse, inseriti improvvisamente in una piccola realtà, sono oggettivamente troppi. Infine, la scelta di due strutture private, che naturalmente hanno dei costi elevati per la collettività. Perché non si sono utilizzate alcune delle molte caserme dismesse nel territorio provinciale?

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Tutto ciò basta ed avanza per definire sconsiderata tale decisione, ma la reazione di una parte della popolazione non lo è stata di meno. Gli insulti, le scritte d’ogni genere sui muri e sulle strade e le accese proteste, se da un lato hanno fatto sospendere l’arrivo dei 120 rifugiati all’Hotel Doimo, dall’altro hanno messo a nudo un forte astio verso… gli «altri». Se è comprensibile la preoccupazione, non è accettabile l’avversione che emerge da certe manifestazioni. Il sindaco ha parlato di «odio razziale» e il parroco, firmatario di una lettera di solidarietà, ha accennato ad un «quadro difficile in cui non sono mancati i colori forti e stonati». Il problema è grave, di difficile soluzione. L’enorme disparità economica, politica e sociale tra i vari mondi preannunciano per il futuro altre e più gravi emergenze. È dovere nostro (di chi ci governa e di ognuno di noi) prepararci ad affrontarle nel migliore dei modi.


Plevàn

la lettera del

Nel cuore dell’ultimo libro del Nuovo Testamento si situa «il grande segno» rappresentato dalla Donna avvolta di sole, oggetto della cura amorosa di Dio, con la luna sotto i suoi piedi, perchè è oltre il calendario lunare del tempo mutevole, e sul suo capo una corona di dodici stelle, simbolo dei Patriarchi e degli Apostoli. Chi è questa Donna glorificata ma che soffre le doglie del parto? Gli esegeti sono d’accordo nel ravvisare nella Donna il popolo di Dio preannunciato dall’Antico Testamento, che nella sofferenza partorisce l’Uomo nuovo. Si tratta della comunità cristiana, impegnata nel partorire Cristo Risorto, la cui risurrezione è interpretata come nascita. Pur mantenendo questa dimensione ecclesiale, gli esegeti scorgono nella Donna dell’Apocalisse i lineamenti della Madre di Gesù. D’altronde Maria ha partecipato attivamente a tutta la Vita del Figlio: dall’Annunciazione al concepimento, alla vita pubblica, alla Croce, alla Risurrezione, alla Pentecoste.

E il Figlio l’ha glorificata, sollevandola corpo e anima accanto a Lui, nella gloria della Trinità. Non poteva, infatti, conoscere la corruzione del sepolcro «Colei che ha generato l’Autore stesso della vita». Madre e Figlio, uniti dal filo logico voluto dall’Eterno Padre e consegnato all’umanità. Maria, quindi, è Madre a tutti gli effetti: Madre di Dio e madre dell’Umanità. Ai piedi della Croce il Dio-Figlio l’ha affidata come madre a noi tutti. Salve Regina, Madre di misericordia. Nella stagione piena dell’estate, la Madonna ci dona sempre nuovi insegnamenti. Ella ha a cuore il nostro bene, perchè ha generato il Bene. Solo satana, spirito del male, ha tentato di frapporsi per allontanarci dal vero Bene. Ma il Bene vince sempre! A Lei, donna vigorosa e fedele, affidiamo le nostre anime, e confidiamo che rimanga sempre nostra Madre, che ci accompagni adesso e nell’ora della nostra morte.

Il periodo delle ferie estive può essere anche il momento di una più profonda riflessione sulla nostra vita spirituale. Ci aiuti la Vergine Maria e non ci faccia dimenticare che, se il corpo ha bisogno anche del riposo e delle ferie, il nostro spirito deve rimanere sempre attento e vigilante. Come quello Suo. Buone vacanze a chi parte, un saluto ai nostri emigranti con l’augurio che trascorrano nei loro paesi d’origine un sano e corroborante riposo. Buon ferragosto a tutti! DON ADEL NASR

*** A giugno abbiamo salutato il caro don Domas, sacerdote lituano, rientrato nella sua Diocesi al termine degli studi al Marcianum di Venezia. Ormai era diventato uno di noi e la lontananza aiuterà a non dimenticarci del tanto bene che ha seminato nelle nostre Comunità. Lo abbiamo ringraziato del servizio svolto e sono certo che non lo dimenticheremo, soprattutto nella preghiera; il Signore lo conservi sacerdote per sempre. Un grazie alle Comunità per aver accolto l’invito a far festa insieme con lui e per lui, e anche per la generosità dimostrata nei suoi riguardi.


NASCITE

[ la ruota della vita]

Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Annamaria Andreazza di Mirco e Sonsiade Parisotto – Budoia Filippo Fort Pitus di Victoriano e Antonella Gariboldi – Broni (Pv) Giovanni Brosolo di Alberto e Tiziana Bastianello – Pordenone Matteo Gabelli di Luigi e Raffaella Zambon – Aviano Lorenzo Borromeo di Christian e Ilenia Zambon Pinàl – Dardago Elisa Franceschi di Stefano e Susanna Coassin – Budoia Christian Alessandro Bernardini di Jonathan e Angela Andreazza – Budoia – New York Simone Asti di Gionata e Elisabetta Zumbo – Oriago (Ve) Daniel Zambon di Michele e Deborah Ungaretto – Dardago

M AT R I M O N I Hanno unito il loro amore. Felicitazioni a... Ioanis Giacomo Meremetidis e Nadia Rover – Dardago Giampaolo Del Maschio e Serena Marta – Budoia Salvatore Siragusa e Samanta Del Maschio – Budoia Federico Quaia e Elena Bazzo – Santa Lucia Andrea Vicenzi e Chiara Zambon – Budoia Gianandrea Bocus e Raffaella Pozzi – Milano

L A U R E E , D I P LO M I Complimenti! Licenza Scuola Primaria Jonathan Mahoupi Batowkounou, Alessandro Battistella, Giacomo Bocus, Gabriele Cettolin, Camillo Cimarosti, Michael Jesse Davis, Daniele Del Fabbro, Martina Del Puppo, Michel El Saliby, Massimo Foscarini, Nicola Franco, Simone Gambron, Ivan Kozhokar, Anna Naressi, Marco Pujatti, Giacomo Angelo Quaia, Fatima Ridaa, Leonardo Orso Scussat, Alice Springolo, Annabella Alina Ursakiy, Filippo Venturato, Carolina Zambon, Katia Zanetti. Licenza Media Superiore

Lauree

Serena Tesolin – Liceo Classico Roberta Pitton – Liceo Classico Sophia Wiley – Liceo Socio Psico Pedagogico Andrea Rigo – Geometri Caterina Dorigo – IPSIA (moda) Francesco Scarso – Liceo Scientifico Alice Zardo – Liceo Classico Alessandro Manzi – Liceo Scientifico

Raffaella Del Maschio – Ingegneria Gestionale – Budoia Fabio Zambon Pinàl – Informatica – Dardago Antonella Maccioccu – Scienze politiche – Dardago

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di…

IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

Giuseppe Burigana di anni 96 – Sori (Genova) Sergio Cerroni di anni 80 – Udine Umberto Castignani di anni 69 – Ancona Regina Zambon di anni 88 – Dardago Angela Fort di anni 84 – Santa Lucia Ettore Bravin di anni 62 – Santa Lucia Natalina Mattioli di anni 93 – Budoia Fausto Lachin di anni 91 – Santa Lucia Luigina Zambon di anni 80 – Dardago Riccardo Carlon Gelmo di anni 91 – Budoia Guglielmo Carlon di anni 83 – Budoia Angelina Bocus di anni 86 – Dardago Serafino Zambon di anni 92 – Dardago Giancarlo Del Fabbro di anni 77 – Budoia Irma Zambon di anni 86 – Dardago Livia Carlon di anni 84 – Budoia Alfredo Zambon di anni 85 – Dardago Paola Oliva di anni 47 – Budoia Maria Zambon di anni 85 – Dardago Santina Busetti di anni 90 – Dardago Pasqualino Zambon di anni 80 – Dardago Italia Zambon di anni 98 – Dardago Rosina (Rosanna) Rizzo di anni 76 – Santa Lucia Maria Panizzut di anni 81 – Santa Lucia Angela Maria Bastianello di anni 90 – Dardago Bruna Bertorelli di anni 77 – Budoia


In copertina. Statua dell’Assunta, Pieve Santa Maria Maggiore, Dardago. Le braccia aperte nel segno dell’ascensione, la bocca leggermente schiusa, gli occhi rivolti al cielo. Veste e corpo bloccati nella tensione dello slancio verso il Padre. C’è ‘vero’ silenzio questa mattina in chiesa. Quel silenzio che trasporta in un’altra dimensione e che fa dimenticare il ritmo delle attività quotidiane. Solo i passi della ragazza che restaura l’altar maggiore e il suono meccanico dell’otturatore lo infrangono con discrezione. Cerco la miglior angolazione per fotografare la statua ma ogni volta che modifico la prospettiva, dal ‘mirino’, vedo quel volto mostrarsi in maniera sempre inconsueta, con un’espressione che muta suscitando in me emozioni e suggestioni diverse. A volte, in quello sguardo, prevale lo stupore, a volte l’inquietudine. Da un altro angolo colgo invece una serenità quasi sorridente, oppure la sofferenza che in un attimo si trasforma in abbandono estatico.

Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia

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Imparare dagli errori di Roberto Zambon

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Cara mamma... a cura di Francesca Begotti

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La lettera del Plevàn di don Adel Nasr

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La ruota della vita

Una storia alpinistica lunga quasi trecento anni di Massimo Zardo

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«Bist du ein maurer?!» di Vittorio Janna Tavàn

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Dut un cantiér a cura della Redazione

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Quan ch’el deva ’n tel Thèrthin di Anna Pinàl

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Ricordo di Giuseppe Burigana ‘Bepin Ciampanèr’ di Alessandra Burigana

(Vittorio Janna Tavàn)

os to 2008

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114 sommario an

Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.naonis.com/artugna www.artugna.it e-mail l.artugna@naonis.com Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616 Per la redazione Vittorina Carlon

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Padre Patriarca di Cristina Burigana Schiaffino

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Il divo e la ragazza... di Vittorio Janna Tavàn

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Una mappa del 1756 al Santuario della Santissima di Polcenigo di Mario Cosmo

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Recensione

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Pagina dell’Associazione I donatori a Udine

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Arbor sacra di Sante Ugo Janna

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Lasciano un grande vuoto...

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Grazie, don Domas! di Mario Povoledo

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Inno alla vita

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I ne à scrit

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Palsa (Punture di spillo) a cura di Giancarlo Angelin

Impaginazione Vittorio Janna

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Un legame per sempre di don Domas Gatautas

Ed inoltre hanno collaborato Francesca Janna, Espedito Zambon, Marta Zambon

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I ragazzi degli anni ruggenti di Orfeo Gislon

Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn

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Cibo, tutto lo spreco che finisce nella spazzatura di Nino Roman

Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

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Avanti tutta con la differenziata di Davide Fregona

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L’intero mondo... in un villaggio di Sante Ugo Janna

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I me coscriti di Camillo Zambon Pinàl

Spedizione Francesca Fort

Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

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Cronaca

Bilancio 47

Programma festeggiamenti dell’Assunta


«Bist du ein maurer?!» di Vittorio Janna Tavàn Nel 90° anniversario dell’Armistizio, Dardago ospita una esposizione di oggetti e di fotografie dei nostri soldati che hanno combattuto la Grande Guerra.

Foto in alto. Germania, campo di prigionia in località sconosciuta. Sante Ianna, nella foto è il quinto soldato da sinistra (seduto). In quel campo rimase prigioniero per quasi 15 mesi, dall’ottobre del 1917 al febbraio del 1919.

Il 28 luglio 1914 il mondo intero venne scosso da uno sparo esploso a Sarajevo dalla pistola di uno studente nazionalista serbo-bosniaco, Gavrilo Princip, che colpì a morte l’arciduca Francesco Ferdinando erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico. La scintilla innescò tristi eventi ed il primo conflitto mondiale della storia prossimo a scoppiare, sarebbe diventato una delle esperienze più drammatiche del nostro tempo: la Grande Guerra. I ‘venti di guerra’ e quel lontano sparo soffiarono ed echeggiarono anche nei luoghi più reconditi della quotidianità umana colpendo e coinvolgendo, con tutta la loro violenza, anche i nostri tre paesi: Dardago, Budoia e Santa Lucia. Mio nonno Sante, in quel lontano 1915, aveva da poco compiuto 32 anni. A lui, a tutti i nostri nonni che hanno vissuto quella terribile esperienza e ai giovani di oggi 6

vorrei dedicare queste righe che anticipano idealmente la mostra che si terrà in Dardago dedicata alla Prima Guerra Mondiale, con l’esposizione di oggetti d’epoca e di foto tolte dai cassetti e dagli album delle nostre famiglie, 90 anni dopo la firma dell’armistizio. Cercherò di ricostruire, come un puzzle dai colori sbiaditi, le vicende delle quotidiane ‘battaglie’ che videro mio nonno protagonista come soldato, come prigioniero e come uomo friulano. Ianna Sante, classe 1883. La chiamata alle armi gli assegnerà il numero di matricola 1082, il corpo militare l’appartenenza all’Artiglieria Fortezza. Da pochi anni si era ‘staccato’ dalla grande famiglia patriarcale dei Tavàns e stava terminando di costruire la sua nuova casa dove sarebbe andato ad abitare con Anna, sua moglie, e tre figli, Rosa di 7 anni, Assunta di 5, Ettore (mio padre) di appena un anno.


Prima del forzato arruolamento il dolore aveva già segnato la vita della famiglia con la morte di due figli, Maria, nata nel 1909, e Rita nata nel 1912. Un sesto figlio che nascerà nel 1916 mentre mio nonno Sante è già in guerra («… il bimbo Lino e tieni informato come si porta» furono le parole di una sua lettera scritta alla moglie dal fronte), morirà nel settembre del 1917 durante un suo periodo di licenza. Il termine della licenza, prolungato per il lutto famigliare dal Comando locale dei Carabinieri, non fu segnalato o non giunse per tempo al fronte e questo gli comportò un’accusa di ‘diserzione’ poi annullata con la presentazione del permesso formalmente autorizzato. Mi affido alla memoria dei racconti che mi faceva quand’ero bambino e io lo incalzavo con l’insistenza della domanda «Nonno raccontami di quando eri soldato… sul Monte Merzli» e lui mi incantava, mischiando il dolore del ricordo al senso dell’epico, con quelle drammatiche narrazioni. Ma non vorrei che il filo del racconto unisse solo fatti personali. Ricostruire l’accaduto non vuole mettere in luce solo la figura di mio nonno artigliere, ma, at-

traverso il suo vissuto, vorrei collegare ed intrecciare, come in una maglia, la vita e le storie di tanti dardaghesi, di tanti suoi commilitoni che in quei tristi giorni hanno sofferto e patito, e molti, purtroppo molti, non sono più tornati ai loro affetti. Il racconto degli episodi, i nomi dei personaggi e dei luoghi si snodavano sempre immutati e con un’ormai collaudata monotonia, ed io – causa la mia giovane età – prendevo parte a quelle scene come uno spettatore ‘irriverente’, costretto alla visione di un film non suo, visto e rivisto, e spesso anticipavo le battute e mi concedevo anche ‘leggeri’ ed ironici commenti. *** Il Monte Merzli svetta dalla valle dell’Isonzo tra la Bainsizza e Caporetto, appena al di là della frontiera tra Italia e Slovenia. Un luogo impervio ed aspro, scenario del fronte italiano. «La divisa ci rende tutti uguali». Con queste parole un avvocato napoletano (più presumibilmente uno studente universitario compagno d’armi di mio nonno), sentenziò la democratica visione di una condizione sociale italiana resa possibile solamente dall’espe-

Al centro Anna e Sante con i loro figli. Da sinistra Maria Assunta, Ettore, Rosa, Rina e Lea.

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rienza del fronte dove le uniche differenze tra i soldati comuni erano rimarcate dalle variopinte parlate regionali. Nonno Sante riviveva i mesi passati al fronte sul Merzli con il sorriso pensando al commilitone punito da un ufficiale con otto giorni «di tenda», ovvero di consegna, reo di portare le basette «come i nostri nemici», o me ne parlava con estremo orrore ripensando alla morte di due soldati tragicamente dilaniati dentro la loro postazione perché colpita da un proiettile di artiglieria penetrato attraverso l’esigua feritoia dell’osservatorio. Di quei luoghi ricordava la dura fatica e i rischi a cui era sottoposto quotidianamente sotto il tiro dell’artiglieria nemica e sotto la mira dei cecchini austro-ungarici. Mi ripeteva spesso l’episodio dell’Isonzo, quando si chinò per prendere qualcosa nelle acque e in quel momento percepì il fischio sibilante di una pallottola passargli ad altezza della testa. Quel casuale gesto di ‘abbassamento’ gli salvò la vita e lui tenne quel proiettile, recuperato tra la ghiaia, come simbolo o portafortuna benaugurale per la continuazione della sua vita al fronte; ricordo bene anch’io quel pezzo di metallo, scuro e appuntito, ‘souvenir’ della guerra, che si portò a casa di ritorno dalla prigionia in Germania e che conservò nel cassetto del comodino della sua camera. Sorte benevola o sensibilità umana intervennero anche quella volta che presi d’assedio dall’insistenza del fuoco nemico, gli fu comandato da un ufficiale di portare un ordine presso un’altra trincea esponendosi ad un rischio assolutamente elevato per la sua vita. L’intervento di un ufficiale di grado maggiore che annullò l’ordine e redarguì aspramente il subalterno per aver incaricato «un padre di famiglia» per quella mis-


sione, fu la sua seconda provvidenziale salvezza. Andò diversamente la mattina del 24 ottobre del 1917. Soffiava una leggera brezza e una nebbiolina che cominciava a formarsi all’orizzonte sembrava non presagire una giornata di buon clima. La nebbia avanzava con maggiore compattezza, densa, bassa, rasente il terreno e si insinuava fin dentro le trincee. Gli occhi di tutti i soldati cominciarono a bruciare e poi a lacrimare insistentemente tanto da non riuscire più a vedere niente. Erano i lacrimogeni degli austro-ungarici che avevano approfittato del favore della brezza mattutina per diffondere il gas e sferrare un attacco ‘diverso’ alle linee italiane. Cessato l’effetto mio nonno e tutti i suoi compagni si ritrovarono le mitraglie dei nemici puntate alla testa da sopra la trincea. Vennero catturati, intruppati e messi in marcia per tre giorni senza cibo ed acqua. Solo al terzo giorno furono sostentati da uno squallido rancio: brodo di ghiande che mio nonno, come tanti altri, fu costretto a farsi ‘servire’ nel bombardin, l’elmetto militare in metallo in dotazione all’esercito. Ci sono momenti in cui la Povvidenza Divina, che da sempre ci accompagna, ci avvolge particolarmente con tutto il suo calore. Non è facile riconoscerla mentre ti sostiene, sta a noi, alla nostra sensibilità, riscoprire poi il suo risolutivo aiuto, capirlo e comprenderlo con la dovuta gratitudine. A volte, come in questi aneddoti, si presenta vestita da ufficiale, a volte ti può chiedere un semplice inchino affinché ‘il male’ passi oltre, a volte può riservarti la via più indolore rispetto ad una sorte più tragica (la cattura da parte del nemico anziché l’uccisione). A noi non resta che porci in

Archivio di Stato di Udine. Foglio matricolare dell’artigliere Ianna Sante.

ascolto e lasciarci guidare. Tralasciare il vissuto pragmatismo che vuole che il cadenzare degli eventi sia sempre dovuto alla casualità o al volere degli uomini. «Qui siamo in Germania, non dobbiamo scherzare», così ripeteva ai suoi compagni nonno Sante durante il trasferimento verso il campo di prigionia. Conosceva il rigore e la severità dei tedeschi, ora inaspriti dalla guerra, perché all’età di 18 anni era già stato in Germania, nelle vicinanze di Essen, per la sua prima esperienza lavorativa. La vita nel campo fu infatti cadenzata dagli stenti giornalieri, era un campo di prigionia estremamente duro ed inospitale. Fango, fame e freddo furono la desolante scenografia del periodo invernale. Disciplina e regole dovevano essere scrupolosamente osservate e le trasgressioni potevano essere anche punite con la morte così come, ricordava mio nonno, quel prigioniero che di notte ‘evadeva’ dal campo attraverso una latrina e reperiva patate ed altro cibo da portare nelle baracche. Fu ucciso ed il suo corpo esanime fu esposto nel campo per 8

tre giorni come ammonimento per tutti coloro che avessero avuto le sue stesse intenzioni. «Qui siamo prigionieri in Germania, non dobbiamo scherzare.» Ricordo sempre quelle parole. E non scherzava l’umidità che infieriva senza tregua sul corpo e sui piedi dei prigionieri dentro scarponi militari con suole ormai consumate e costellate di buchi. Diventava necessario ‘inventarsi’ qualcosa, e i friulani, in quanto a spirito di adattamento, a manualità e prontezza nelle situazioni di emergenza hanno tenacia e generosità da vendere. Nel campo c’era un piccolo laboratorio di falegnameria ‘gestito’ da un vecio tedesco; mio nonno decise un giorno di chiedergli due pezzi di legno. Con attrezzi di fortuna li lavorò e li sagomò a mo’ di suole di legno per poi inchiodarci la tomaia della scarpa militare. L’invenzione funzionò e alcuni commilitoni a lui più vicini gli ‘commissionarono’ il medesimo trattamento calzaturiero. L’espediente non passò inosservato agli occhi del comandante del campo che guardando con


favore a quella soluzione gli ordinò di sistemare tutte le scarpe dei prigionieri e alla ‘rimostranza’ di mio nonno di non avere gli strumenti adatti (probabilmente uno scavino con due impugnature, una zappetta, una raspa ecc.), l’ufficiale lo spiazzò con un ordine e una concessione di generosità: «Tu disegna gli utensili e io te li farò forgiare.» E così fu. L’inverno intanto fattosi più rigido con l’arrivo della neve («La neif la vigneva via a livel!» mi diceva, ovvero la neve, sospinta dalle forti raffiche di vento, non scendeva dal cielo ma arrivava parallelamente al terreno con la ‘consistenza’ di «gigantesche palate»), procurava non pochi problemi alla vita già disagiata del campo. Mio nonno decise quindi di offrirsi come aiutante del ‘vecchietto’ della falegnameria per stare, almeno di giorno, in un ambiente riscaldato e al chiuso. Riscontrato l’entusiasmo del titolare ed ottenuta l’autorizzazione del comandante del campo, trascorse in quella bottega tutto il periodo invernale dove l’occupazione principale era la riparazione dei vagoncini di una cava o di una miniera vicina al campo. Ricordava lo stupore di un amico del titolare quando, passato a trovarlo alla bottega, sottolineò l’abilità di quel giovane aiutante italiano esclamando: «ha già fatto 34 colpi con la sega senza mai farla inceppare!» La meticolosità e la certosina precisione tedesca erano state accontentate. L’inverno passò nel ‘conforto’ del tepore della falegnameria ma ai primi caldi primaverili l’idea di passare al chiuso le giornate lo lasciava insofferente. Al campo reclutavano manodopera edile per realizzare dei canali di irrigazione dei campi. Mio nonno accolse la notizia come una manna. Il comandante del campo, tra

lo sbigottito e l’irritato, vedendolo in fila per proporsi per quel nuovo lavoro lo apostrofò bruscamente «Bist du ein maurer?!» («Sei anche muratore?!»), mio nonno tacque e, come per giustificarsi, si strinse tra le spalle. Il comandante, quasi a punire quella sfrontata iniziativa, ordinò che gli venissero portati gli attrezzi e sfidandolo pubblicamente davanti agli altri prigionieri lo mise immediatamente alla prova. Non so cosa gli fece fare ma il fatto che fu nominato immediatamente caposquadra deve aver convinto senza ulteriori dimostrazioni che qualche competenza in quel lavoro ce la doveva avere. «Parché lui no ’l saveva che chel a’ l’era el mè vero mestier!» era sempre il sagace commento di mio nonno quando mi raccontava quest’aneddoto. La nuova occupazione lo impegnò nella costruzione dei canali fino a quando nel villaggio vicino si organizzò il matrimonio del figlio del bürgermeister (il borgomastro, ovvero il sindaco), e si richiese al campo manodopera per sistemare la casa dei futuri sposi. Furono scelti i migliori operai del campo ed ottenuto un permesso speciale, la squadra fu

condotta ogni giorno al paese nel nuovo cantiere. Credo sia stato il ricordo più ‘agiato’ che mio nonno ricordava della prigionia. Colazione prima di cominciare il lavoro, merenda a metà mattina, pranzo a mezzogiorno, spuntino nel pomeriggio e probabilmente un ulteriore pasto prima di tornare al campo furono il benessere quotidiano che caratterizzò quell’esperienza. Ma non dimenticò mai i compagni rimasti al campo. Ogni giorno, sottraendo del cibo alle sue ‘porzioni’, portò loro il conforto di un pasto decente dando così, per quel che poteva, un minimo di dignità ed umanità alla condizione di prigionia. «E cussì me soi cjapàt un grun de benedithions!» Tornò a casa dopo l’armistizio l’11 febbraio del 1919. Fu, come da prassi, interrogato dai militari italiani sulle modalità della sua cattura e sulla vita in prigionia. Raccontò loro che otto giorni prima della sua cattura aveva partecipato alla preparazione di piazzole per sistemare i cannoni nelle retrovie del fronte. Il «maledetto» Merzli non sarebbe mai stato conquistato. Caporetto era vicina…

Forte emozione e molti ricordi in Sante nel giorno in cui è insignito del titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto.

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Quan ch’el deva ’n tel Thèrthin di Anna Pinàl

S embrava impreparato ed era un preparatore, un maestro di metodi. Per parlare bisognava che l’argomento fosse importante, concreto. Non scendeva ad esprimersi su futilità, sciocchezze che noi prendiamo come temi seri per spaccare il capello e sbranarci. Mio nonno tirava via. Gli argomenti dovevano essere macigni altrimenti se erano ciottoli, li lasciava rotolare nell’Artugna. In periodi come questi, era ’n tel Thèrthin a fà fen, come su una balconata, in alto con la gran scena sottostante, che si allargava e allungava fino a Pordenone. Lassù sei solo, ma senza solitudine, senza paura anzi con gli

occhi attenti a individuare presenze invisibili e amiche che non si fanno sfiorare. Fioriture selvatiche, ronzii, gridi di uccelli... Beatitudine per grandi sguardi. Sei lontano da ogni confusione cittadina, di quelle che a Milano, Roma, Torino, Venezia, raggiungono livelli insostenibili. Se gli chiedessi «oggi c’è troppo rumore?» ti risponderebbe, con un silenzio. Come a dire «domanda superfua, parla tu». Quelli come lui che non parlano o parlano poco, non ritengono di dover insegnare nulla. Imparare è un compito che ognuno si deve dare, non riceverlo per imposizione. Quelli che abbondano di parole, si sentono con il microfono

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pinzato per farsi ascoltare a lunga distanza, in attesa di applausi. Roba sconosciuta per un contadino sobrio, dignitoso, attento a restare nel suo ruolo di grandezza umile. Stare con lui, su nel Thèrthin, era una scoperta dopo l’altra. Imparavi dal suo silenzio. In basso, il frastuono attira e stordisce. Lui non cascava in quei tranelli. Il rumore per lui o erano tuoni o cinguettii o sibili. Qualcosa da ascoltare e decifrare con calma. Il messaggio è li dentro, nel suono. Linguaggio del furore, dell’amore, dell’insidia. Da distinguere. Se metti tutto insieme in un frastuono, come facciamo noi, diventi pazzo o stupido.


Lassù, il silenzio era disturbato a volte solo dal rumore secco e martellante, per battere la falce, che annunciava all’erba il suo destino. La falce, simbolo atroce, è temibile a guardarla. I colpi come di campane a martello cadevano precisi sulla lama che sempre più luccicava, pronta alla carezza della colt che scivolava sul filo per renderlo più tagliente. Di lì a poco, sotto l’inesorabile sfalcio, l’erba perdeva il suo verde e in un paio d’ore era fieno grigiastro. Quando una vita è staccata dalla terra, ha finito. Diventa pasto. A ogni curvata di falce, una fetta di terreno trascolorava, mentre esplodeva un profumo di aromi. Ma la natura è pronta a riprodur-

si. Come un dono misterioso, eccessivo, intrigante. Ti guardi in giro e trovi le pagugne che hanno un’intesa con il sole. Si lasciano lambire e maturando acquistano un’incomparabile dolcezza. Come le nocciole che diventano color terra e sono pronte per essere aperte e gustate. O i fràmbui amici dell’ombra ma che con il loro rosso si annunciano per essere colti e mangiati come delizie. Nelle ore di riposo, c’è poi el restel da riparare perché gli manca un dente. O i rifornimenti d’acqua e di legna da provvedere, o el cason da comedhà. E a chiusura della giornata el fóc sotto le stelle, per cucinare la polenta e per mandare messaggi in basso, a casa, che tutto va bene. La stanchezza fisica da sempre calma le passioni e ti dà una visione più elementare della realtà, più essenziale, con i suoi contorni e i suoi perché, senza finzioni. La fatica all’aria aperta, davanti agli spettacoli della vita, rende saggi e illuminati, ti immunizza da illusioni che alla fine ren-

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dono l’anima stanca di girare a vuoto. Quando il contadino osserva, guarda l’insieme pezzo per pezzo. È un critico intelligente, un avversario temibile: mai stato un tiraemolla. Se rompe, aggiusta. Se nota carenze, inventa migliorie. Non ama discussioni che sembrano tentativi di cambiare leggi di natura. Che ti fanno vivere in uno stato di allarme continuato. Ha vissuto la sua libertà in modo libero, ma in un rispetto degli altri che meriterebbe qualche riflessione profonda. Stargli vicino è stata una fortuna. Il Thèrthin è ancora là, è montagna da contemplare e non servirà più se mancano i contemplativi. Contemplare è un lusso per tipi senza orologi, senza bancomat, senza tassametri o calendari o www, con ore, minuti, secondi impegnati. Per timore di annoiarsi. Con tempi tabulati per cose da fare incastrate nelle agende del fare, che farebbero sorridere mio nonno. Ma non direbbe una sola parola di critica. Troppo signore!


di Alessandra Burigana

Ricordo di Giuseppe Burigana

‘Bepin Ciampanèr’ ‘BEPIN CIAMPANÈR’ AMAVA DARDAGO E L’ARTUGNA. NEL NOSTRO ARCHIVIO CUSTODIAMO LE MOLTE LETTERE E FOTOGRAFIE CHE CI HA INVIATO NEGLI ANNI. PER RICORDARNE LA FIGURA, OSPITIAMO IN QUESTE PAGINE IL RICORDO DEI SUOI CARI.

Negli ultimi giorni, quando riposava, ormai stanco e debilitato, in un letto d’ospedale, sussurravo a mio padre il saluto nella sua bella lingua friulana, che non aveva mai dimenticato: «mandi, mandi». E con un filo di voce lui rispondeva «mandi». Giuseppe Burigana aveva 96 anni quando è morto, il 18 marzo 2008, nella Riviera del Levante genovese dove aveva vissuto, a Sori, gli ultimi vent’anni della sua vita. Nonostante avesse lasciato – appena adolescente – il suo paese, Dardago, portava sempre nel cuore il ricordo della sua infanzia povera e contadina. Era nato il 30 novembre 1911, figlio di Irene Zambon e di Leone Burigana. Il padre, scultore, fu l’autore del Monumento ai Caduti che si trova sulla piazza di Dardago. Orfano di 12

madre, a soli 7 anni, a causa dell’epidemia di «spagnola», rimase solo con la sorella maggiore Irma, che studiava da maestra a Vicenza. Crebbe così con i nonni, aiutandoli nel lavoro dei campi e frequentando con profitto la scuola del Pievano, don Romano Zambon. Di giorno, si alzava all’alba per falciare l’erba, accudiva le sue due mucche, faceva il formaggio – come racconta con precisione nel suo diario dove annotava ogni riflessione e ogni sua giornata. Di sera leggeva e scriveva alla luce del lume a petrolio. Per lui, ragazzo curioso e attento, era un privilegio poter studiare, l’unico diversivo che gli permetteva di guardare lontano. Nella sua lunga vita, che attraversò quasi un secolo, fu testimone di enormi cambiamenti e progressi: ricordava sempre l’avvento a Budoia della luce elettrica,


e poi la prima radio, l’unica della zona, nel Caffè centrale nella piazzetta di Dardago, e poi il telefono, l’automobile. Dover lasciare il suo paesello, nel 1927, per cercare lavoro altrove fu un enorme dolore, ma questa scelta segnò il suo destino. Avrebbe intrapreso un lungo percorso professionale nel settore alberghiero, dedicando con passione la sua vita all’arte dell’ospitalità. Trovò subito lavoro come liftier all’Hotel Regina – e poi all’Hotel Adria –, a Trieste. Ansioso di apprendere, dedicava il poco tempo libero allo studio dell’Inglese e del Tedesco, pagando con enormi sacrifici le lezioni alla Berlitz School, «quella dove aveva insegnato Joyce», ci teneva a precisare. Riuscì perfino

Dal Diario di Giuseppe Burigana scritto a 12 anni Dardago, lì 2 marzo 1924 Oggi pensai, ieri nel mio paesello, d’una parte facevano festa e dall’altra piangevano, così fa il mondo, pensai, le campane hanno suonato a festa per gli sposi e hanno suonato anche a morto. Mi facevano pena quelle campane a sentirle suonare un quarto d’ora sempre così: Din, den, don. Pensavo che schianto era per la sua madre, per i suoi fratelli e sorelle, per suo padre che dolore… Tutti portano la croce quaggiù in questa vita di passaggio. Alla sera andai dai nonni i quali facevano il formaggio, stetti lì fino alle ore nove e poi venni a casa, e mi coricai. Dardago, lì 4 marzo 1924 Oggi alle ore 6 mi alzai perché avevo da imparare la Storia che parla di Francesco I. Alle ore 7 e mezzo andai in stalla a dare da mangiare alle mie mucche e vi portai il sussidiario. Alle ore 8 andai in cucina e bevetti una chicchera di caffè e feci bollire il latte per poi fare colazione e tornai in stalla. Alle ore 8 e mezzo feci colazione accanto al focolare, poi guardai la mia cartella se ci mancava niente, ci mancava la lettura, andai a prenderla e la misi in cartella. Alle ore 9 mi avviai verso scuola, arrivato a scuola rilessi la Storia fino a quando il maestro entrò. Dardago, lì 16 maggio 1924 Oggi, 16 Maggio mi alzai alle ore 5 e aiutai la zia a dare da mangiare ai bachi da seta, poi alle 6 andai in un orto che abbiamo qui vicino a falciare un po’ d’erba per domani mattina che avrò da andare ad arare per una famiglia che si chiama Janna. Alle ore 7 e mezzo, feci colazione, poi guardai la mia cartella e studiai la storia. Mentre studiavo mi sentii chiamato nell’orto da mia nonna la quale mi disse: Giuseppe, guarda la biscia, uccidila! Io presi un badile e la uccisi. Alle 9 andai a scuola. Dardago, lì 7 marzo 1924 Oggi copiai il tema nel quaderno di scrittura. Tema Un vostro condiscepolo spesso brontola e sbuffa per dover andare a scuola. Lo dovreste persuadere con una lettera che egli si lamenta a torto, come la scrivereste? Svolgimento Io scriverei al mio amico per persuaderlo di andare a scuola in questa forma: Caro Luigi, tu spesso ti lamenti di dover andare a scuola, non sai che la scuola è la cosa più necessaria di tutte? Non sai che tutti i grandi come Dante, Torquato, Ariosto e tanti altri sono andati a scuola? Ahi, caro Luigi, lo sai che i tuoi genitori si sacrificano giorno e notte per mandarti a scuola? Dunque guarda di studiare, noi che andiamo a scuola dal Pievano, siamo fortunati a confronto di tanti di Dardago, fa come Vittorio Alfieri che disse: Volli, volli, sempre volli, fortissimamente volli.

Sacile, 8 settembre 1917. Mamma (mancata il 28 ottobre 1918 a causa della «spagnola»), Irma, Bepin. Irma andava a Vicenza a scuola, papà militare. (didascalia autografa di Bepin Ciampanèr) Nella pagina accanto. Bepin il giorno del suo 95° compleanno (30 novembre 2006) tra il nipote Marco e il figlio Piero. Tre generazioni di Burigana riunite.

Ti saluto, tuo Burigana Lì 23 maggio 1924

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a procurarsi un violino, perché la sua passione per la musica era innata, e la coltivò tutta la vita: sognava infatti di diventare direttore d’orchestra. Una volontà di ferro, la tenacia di andare sempre avanti, un ottimismo di ferro, la voglia di migliorare, lo guidarono ad emergere nella vita. Fu proprio la conoscenza delle lingue straniere, la naturale inclinazione per i rapporti umani e le sue capacità organizzative che gli aprirono le porte di una carriera tutta in salita. Che partì da Genova, nel 1930, all’Hotel Savoia Majestic dove avrebbe – passo dopo passo – salito tutti i gradini, da liftier a economo, da segretario a direttore. Un percorso interrotto da altre gratificanti esperienze di lavoro in campo internazionale: dopo la guerra, a Roma, a Torino, a Napoli, a Bremen, e in giro per l’Europa, come funzionario Onu nelle organizzazioni di assistenza ai profughi, tra queste l’I.r.o (International Refugees Organization).

Difficile sintetizzare in poche righe i numerosi impegni a livello internazionale che lo videro protagonista: fu tra i promotori della catena di alberghi Italhotels; tra i fondatori dell’associazione Steigenberger e dell’Ehma (European Hotel Manager Association). Lasciata la direzione del Savoia nel 1972, assunse la direzione del Turin Palace Hotel fino al 1984. Tra gli innumerevoli riconoscimenti: la carica onorifica di Commendatore della Repubblica Italiana e la Stella al merito di «Maestro del Lavoro». Senza dimenticare gli anni difficili trascorsi in guerra, in Grecia e Albania, e nella terribile campagna di Russia dove dimostrò coraggio a rischio della vita, meritando la Croce di Guerra al valor militare sul campo. Fu socio benemerito, per cinquant’anni, e vicedirettore dell’Istituto Nastro Azzurro, l’Associazione dei combattenti decorati al Valor Militare. Di mio padre ho ammirato la generosità d’animo: era dotato di una grande umanità che gli consentiva di comprendere i problemi degli altri; disponibile ad aiutare chiunque glielo chiedesse, prodigo di consigli, sempre pronto a perdonare. Nonostante fosse autoritario, fu molto amato dal personale che aveva diretto in 14

Giuseppe Burigana mentre riceve un premio a Francoforte dal Presidente della Srs, per i vent’anni dell’associazione Steigenberger di cui era uno dei fondatori. Sotto a sinistra. Giuseppe con la moglie Anita Olivari sul terrazzo della sua casa di Sori, nella Riviera di levante, vicino a Genova.


Padre Patriarca

tanti anni e in alberghi diversi: la sua seconda famiglia. Non smise mai, fino alla fine, di tenersi informato sulla realtà alberghiera, di fare consulenze e di aiutare il prossimo. Aveva un grande amore per la vita: «Non fatemi regali, il solo regalo di cui ho bisogno è il tempo». Non perse mai la capacità di sognare, nemmeno gli ultimi anni della sua vita. Diceva che il segreto per mantenersi «vivo» era quello di avere sempre un progetto nel cassetto, un sogno da realizzare, qualcosa in cui credere. Il suo motto era «Niente paura!», e lo ripeteva spesso. A novant’anni, mi chiese timidamente se sarebbe stato in grado di imparare ad usare il computer: «perché può essere utile per passare il tempo». Quando andò in pensione, restò a vivere in Liguria, terra d’origine di sua moglie Anita, che aveva conosciuto a Genova e sposato nel 1939: insieme a lei ebbe una vita familiare serena: un matrimonio felice durato 64 anni – fino alla scomparsa di lei nel 2003 – e due figli, Piero, funzionario alla Cee a Bruxelles, e Alessandra, giornalista a Milano. E tre nipoti che adorava: Chiara, Marco e Paola. A Dardago era tornato l’ultima volta nel 2004: una breve visita per salutare le sue amate montagne, la sua vecchia casa e il campanile che scandiva le ore delle sue giornate giovanili. Sono state proprio le campane della chiesa di Dardago ad annunciarne la scomparsa, suonando a morto durante la Settimana Santa, una bella mattina di primavera.

Poesia offerta a Giuseppe Burigana, mio suocero, il giorno del suo 85° compleanno Non dolcezze paterne hai conosciuto ma distanza, abbandono nella lontana infanzia friulana, nutrito dall’amore di due donne prima della giovane madre, fiore crudelmente falciato dal morbo poi della nonna con l’abito nero sorriso, speranza, rifugio vero pane, scodelle di polenta e latte povero pasto quotidiano del tuo corpo bambino abituato al mattino allo sguardo buono della tua mucca preferita compagna di pascoli di sole e di campi di magici silenzi, di canti. Vivificato nel cuore e nella mente dal tuo pievano maestro sapiente Bibbia, Vangelo, storia e poesie alternati a vespri e litanie in un latino di pura fede e suoni accompagnato dalle campane della chiesetta del tuo paese fatto di poche modeste case. Duro lavoro da adolescente umile paga, superfluo niente ma una gran voglia di progredire insopprimibile fino a capire che un’incolpevole povertà non può scalfire la dignità. Nuovi maestri ti ha dato la vita tu pronto a cogliere, sempre in salita, la gioia pura di musica e note che di emozione infiammava le gote nuove parole di lingue straniere nuove grammatiche dure da bere l'anima tesa ai valori più alti mai scoraggiata da ansie e tormenti. Ai tuoi vent’anni eri un uomo compiuto pronto a lottare, pronto all'invito delle occasioni che il destino ti offriva quando di Genova hai toccato la riva. Una famiglia era il sogno più grande e la compagna che ti sei scelto prometteva amore senza riserve con la speranza di costruire il nido che ti era venuto a mancare con pochi mezzi ma col desiderio di dare ciò che ti era stato negato amore di padre, guida sicura fede incrollabile nella natura che l’uomo ha fatto nella sua essenza «per seguir virtute e canoscenza».

Il Fante, monumento ai Caduti, opera di Leone Burigana, padre di Bepin.

Quando la patria ha chiamato i suoi figli hai seguito una madre più grande sei partito lo zaino pesante, lampada e libri per non scordare il tuo impegno di avanzare. Quando i cannoni rombavano lontani in preghiera giungevi le mani hai capito che l’uomo è fratello e la guerra un assurdo macello. Sei tornato affilato e stanco con il volto emaciato e bianco ma la vita ti ha fatto un regalo due figli da amare, un lavoro sicuro ormai l’orrore al di là del muro. Partenze, arrivi, raccomandazioni festa al ritorno, nuove emozioni da condividere con i tuoi cari mentre con gli anni tardivamente stima e onori ti dava la gente dure battaglie vinte con forza l’arte di comporre che collera smorza intermediario fra umili e potenti ben ricordando gli anni di stenti. I semi gettati generosamente in casa e fuori han fruttificato ampiamente, i figli dei tuoi figli hai potuto vedere con tenerezza li hai saputi amare tante cose hai voluto raccontare dei messaggi hai saputo tramandare. La corda della tua vita vibra ancora intrecciata alla donna del tuo cuore per tanti anni la terremo cara e godremo altri tramonti sul mare. II vostro filo non si spezzerà finché amorosa memoria resterà. CRISTINA BURIGANA SCHIAFFINO


LA RICOMPARSA DI UN ANTICO DOCUMENTO

Una mappa del 1756 al Santuario della Santissima di Polcenigo di Mario Cosmo

La predica della Messa delle 10.30 di domenica 18 maggio scorso, domenica dedicata alla festa della Sanissima Trinità, è stata al Santuario della Santissima, molto diversa dal solito: infatti un laico, il prof. Fabio Metz, è salito sull’altare assieme al Parroco titolare don Silvio Cagnin per celebrare il ritorno di una mappa del Convento, del quale oggi non v’è più apparente traccia. Sulla parete a sinistra dell’abside è stata quindi scoperta una riproduzione, donata dal locale Gr.A.Po. (Gruppo Archeologico di Polcenigo), dell’originale depositato al Museo Diocesano di Pordenone che appunto il prof. Metz ha commentato con efficaci e coinvolgenti considerazioni. Detta mappa, comparsa una prima volta nella prima edizione del 1973 del libro «Polcenigo: mille anni di storia» in bianco e nero e largamente illeggibile, era poi scomparsa per ricomparire all’interno di un lascito recente al Museo Diocesano, di cui il prof. Metz è curatore ed al quale, quindi, va attribuita la riscoperta. Fa parte di un Inventario. come si legge chiaramente nel disegno ad acquerello in alto, a sinistra: DIMOSTRAZIONE A DISSEGNO DELLE ROVINE seguite nel giorno 13 ottobre 1756 al Convento della Ssma Trinità di Polcenigo (Coltura) (1) sotto la custodia de padri minori osservanti da S. FRAN16


CESCO, destinato, nell’intenzione dell’estensore, probabilmente il frate Priore, a sollecitare i numerosissimi fedeli a contribuire alle riparazioni dei danni patiti dal complesso conventuale a causa del nubifragio. Da detto Inventario veniamo a conoscere la consistenza del Convento al 21 luglio 1769, data di stesura del documento. Si comincia dalla Chiesa e vengono descritti i 5 altari il più importante dei quali, il centrale, era dominato dall’effigie della Santissima Trinità scolpita in legno, che risultava essere oggetto di antichissima devozione, mentre si venerava molti secoli prima che fosse a sudetti frati conceduto (2). Segue la cripta di cui si scrive sotto l’altare suddetto (il maggiore) vi è un sepolcro con immagine di Gesù Cristo in una barra d’intorno a cui vi sta la Maddalena e tre Marie con Nicodemo e Gioseffo statue tutte di legno. Dietro l’altar grande il coro, ornato di bancate costituite da spalliere e sedile di nogara (3), al di sopra, entro cantoria, un organo con tre folli; cospicua la dotazione di libri corali. La Sacrestia era uno stanzone arredato, tra gli altri mobili e arredi, con un armaro lungo di nogara con caselle nella facciata n°12. A seguire la descrizione del Convento, del quale oggi non v’è apparente traccia.(4) Dalla Sacrestia, attraverso una gradinata, si raggiungeva il portale d’accesso che metteva al Convento. Il refettorio, abbellito da due quadri, un’Assunzione della Vergine ed una Cena di Emmaus, comprendeva oltre che spalliere di noce con colonne alla Sansovina e sei tavoli di noce sostenuti da piedestalli di pietra intagliati donati dai Conti Fullini (forse rintracciabili oggi nei sostegni lapidei delle mense del refettorio del Convento di Motta di Livenza), che servivano ai frati per i pasti,

L’edicola sacra dedicata a San Francesco, eretta nel 1639 dai frati minori. Nella pagina accanto. L’antica mappa settecentesca.

anche il resto nel normale arredo minuziosamente inventariato. Così dicasi della cucina, dotata di tutto il necessario. Le celle per i frati erano 18: la prima serviva da spezieria (farmacia) con vasi di maiolica e di vetro, un alambicco di rame per la distillazione, due matracci, due piccole bilance ecc., cioè quanto serviva secondo la farmacopea del tempo; il tutto, però, stando all’estensore dell’inventario, denunciava un certo stato di abbandono. Un’altra cella serviva da ricovero per gli infermi ed aveva, a differenza delle altre, un vero e proprio letto di legno di noce con lo stramazzo (materasso). La 17

quattordicesima e la sedicesima cella erano adibite ad accogliere i forestieri, la diciassettesima il Segretario del Provinciale dell’Ordine e la diciottesima al Provinciale; queste ultime due avevano un arredo più curato: alcune stampe di opere del Piazzetta, un letto in noce provvisto di coperte e con il materasso, le coltrine (tendine) alle finestre ed i catini di maiolica poggiati sui treppiedi. La biblioteca era significativa: 143 volumi in folio e circa 980 libri di minor formato che trattavano di teologia, filosofia, Sacre Scritture e altro pertinente la religione, ma non mancavano libri profani di storia e letteratura. Un


armeretto (armadietto) conteneva i documenti riguardanti il Convento. Nei pressi della Chiesa sorgeva la foresteria per i pellegrini devoti. Vicino all’orto, dove si coltivavano ortaggi e piante aromatiche e medicinali (i cosiddetti ‘semplici’), si trovava una stanza dove venivano conservati attrezzi agricoli (badili, zappe, un rastrello, una carriola, un annaffiatoio). Il sottoportico ospitava, oltre ad un carretto, anche un banco da falegname e della legna di castagno non lavorata, segno che nel Convento si svolgeva attività di falegnameria, probabilmente solo per uso interno. La stalla ospitava un cavallo non più giovane (25 anni) e una carretta; nel cortile vasi con piante di cedro. Le cantine erano due, una sotto il livello di terra ed una sotto, ben dotate di ‘attrezzi vinari’: diverse botti e tini, tinazzi e vascelletti, cerchiati sia di ferro che di legno per conservare il vino e l’aceto, mastelli di varie dimensioni, secchi, un sion (sifone) di rame per travasare, lore (imbuti), burachie (borracce) e baghe (otri di pelle). La legnaia ospitava una miserabile provisione di legna. Tutte le suesposte note sono tratte dal corposo articolo di Fabio Metz – Alessandro Fadelli, titolato «La chiesa e il convento francescano della Santissima Trinità a Coltura in un inventario del 1769» in Atti dell’Accademia San Marco di Pordenone, numeri 7/8 anni 2005/2006, al quale si rinvia per ogni utile approfondimento. Che dire dello stato attuale del sito? Una proposta percorribile, a mio avviso, è la seguente: acquisto da parte della Parrocchia di Coltura, che ha giurisdizione sulla Chiesa della Santissima, del terreno già occupato dal Convento (sono circa 3.000 metri quadri sui quali gravano vincoli paesaggistici che non consentono nessun uso del terreno); dichiarazione del-

la Sovrintendenza di ‘area archeologica’; campagna di scavi che consenta di rintracciare le fondamenta delle costruzioni e successiva valorizzazione del sito come percorso archeologico.

Incisione nell’architrave dell’antica struttura sacra, che sorge accanto al santuario.

Note (1) La correzione Polcenigo barrato con Coltura è la traccia di un secolare percorso conflittuale tra le Parrocchie di Polcenigo e di Coltura, risoltosi nel 1922 a favore di quest’ultima. (2) I frati Francescani Osservanti vengono chiamati dal Vescovo di Concordia, Sanudo, nel 1588 dal loro Convento di San Francesco della Vigna di Venezia per custodire ed officiare nei modi dovuti la Chiesa e gestire la antiquissima devozione di cui il Santuario era oggetto in modo che fosse non solamente conservata, ma etiandio accresciuta ed ampliata. Il che i frati effettivamente fecero! (3) Le ‘aquile bicipiti’ che sovrastano gli stalli del coro non sono ‘aquile asburgiche’ come si sarebbe portati a credere ma la manifestazione di un privilegio ottenuto dall’imperatore Federico III d’Asburgo (1415-1493) in Roma il 28 novembre 1468 a favore di Progne Polcenigo, prelato molto influente alla corte del Pontefice Paolo II (il veneto Pietro Balbo 14641471). Notizia, questa, avuta a mezzo di Ilvano Bet e tratta dal libro «Fanna e Cavasso nel feudo dei di POLCENIGO» di M.G.B. Altan. (4) Nel 1769, Venezia sopprimeva, tra tanti ‘conventini’ anche questo della Santissima (oltre a quello dei Francescani Conventuali di San Giacomo di Polcenigo) e

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metteva i beni all’asta. Le prime sessioni d’asta vanno deserte per mancanza di compratori; la quarta, il 22 aprile 1772, vede l’offerta di 750 ducati da parte del Conte Giacomo Polcenigo e fratelli (per San Giacomo i Conti offrono e concludono per 800 ducati). Tra le clausole d’asta, l’obbligo ai compratori della celebrazione della Messa festiva, del mantenimento de’ mobili e sacri arredi e del restauro della Chiesa stessa, colla sacrestia, campanile e campane. Tra il 1772 e la redazione del Catasto Austriaco a metà Ottocento, il Convento sparisce: non ve n’è più traccia in catasto! Un’altra alluvione, terremoti, incendi non si sa, probabilmente incuria dovuta al declino della Casata: una cava di pietrame e mattoni fino agli anni ’20 del secolo scorso, stando alle parole di Bravin Isidoro Doro Ciribir, abitante nella casa sopra il Convento, che le ha sentite dai suoi vecchi.


Arbor sacra di Sante Ugo Janna

Liberamente tratto dalle note di «Chommunitates friulane» MGB. Altan · Franca Mian

L a comunità rurale friulana era ovviamente formata da gruppi di famiglie che esprimevano un vertice in una cerchia di boni homines. Fra questi si eleggeva il podestà, favolerio, capo della «regola»; in sintesi, il rappresentante, che potesse agire in nome della comunità. Come abbiamo detto il concetto era elettivo ed aveva diritto di votare, in queste rustiche assisi, comunemente, il solo capo famiglia. Egli doveva avere il suo nucleo famiglia, possedere casa e fondi, ed avere il requisito di «probo». Il complesso del villaggio era detto vicinia (vicus – vicinus – visinant). Il luogo pubblico per queste riunioni era la piazza, sede per eccellenza della vicinia per la vita comunitaria, per il mercato, per gli avvenimenti più importanti. L’assetto classico del villaggio era: la cjasa dal comun o la loza dal comun e la chiesa. Per essere ammessi alla vicinia ed esercitarne i diritti, si dovevano 19

possedere certi requisiti. Chi chiedeva di farne parte doveva dimostrare di avere tali requisiti e doveva sottoporsi ad un periodo di bon visinant. L’espressione con la quale si sanciva la condizione di membro della vicinia era l’aurea espressione ladina di residente di louc e di fouc. Il podestà o meriga o favolerio, curava che i verbali di quanto era deciso in queste assemblee fosse trascritto da un notaio o dal prete e gli atti fossero custoditi nella ciasa dal comun. La vicinia o chommunitas rurale amministrava anche la chiesa del villaggio, mediante l’elezione del prete incaricato delle cerimonie religiose per la comunità. Queste elezioni furono un diritto assai difeso dai rurali e solo ultimamente si fecero convincere alla rinuncia (XIX sec.). La plebs (in altre parole una chiesa che ha dato vita anche ad altre chiese), la parrocchia, la


cappellania, furono, all’inizio, organismi ecclesiastici elettivi sino in epoca moderna, ed alcuni sussistono tuttora, anche se al presente, la Chiesa tende a far rinunciare agli elettori, ovvero ai capi famiglia liberi, il diritto all’elezione del plebanus (pievano/plevan) o parrochus, sia per una migliore organizzazione, sia perché il costume di eleggere il proprio prete dava luogo, talvolta, ad abusi. Come già detto il luogo pubblico per eccellenza era la piazza del villaggio, al centro della quale, di solito, si trovava un enorme albero sotto le cui chiome, a scopo propiziatorio, i capi-famiglia si riunivano «in vicinia», quasi a perpetuare l’antico rito celtico che li vedeva riunirsi, quanto meno per consuetudine, nel lontano «memento» dell’arbor sacra. Alla sinistra del fiume Tagliamento c’era la vicinia di Sottopovolo che amministrava e rispondeva anche per le vicinie minori che erano, oltre il citato Sottopovolo, Latisanotta, Paludo, Gorgo, Bevazzana di sinistra, poi Picchi e la Pigneda ossia l’attuale penisola di Lignano. Aggiungiamo per curiosità, che le assemblee di questa vicinia si svolgevano a Latisana, nel sobborgo di Sottopovolo, in altre parole «Soto-el-povolo» ossia un gran pioppo. Gli stessi riti erano svolti a San Giorgio al Tagliamento anche qui sotto un pioppo: «La Pola», della quale i vecchi conservano ancora memoria, sia per l’usanza come per l’enormità dell’albero secolare, esistente almeno sin dopo la prima guerra mondiale (1915-1918). Pure a Teor (Ud) si mantenne memoria di questa usanza fino in epoca recente. Tanto è vero che nell’aprile del 1540: «In Theoro. Die mercuri quartodecimo Aprilis 1540. Indictione Xiiij. Actum, in villa Theori super platea, sub ulmo cuius caudicem vix quattuor homines, amplecte-

rentur. Ubi congregata more solito vicinantia dictae villae...». Che il culto del forse – arbor sacra – fosse rispettato e da lungo tempo praticato, può essere desunto dal fatto che qui i vizinans di Teor : «Si riunivin sot dal ol (olmo); il qual ol al veve un pédal cussì grand che quatri umign e’ stentavin ad abrazzalu…» Nella comunità era anche necessario procedere al giudizio per giudicare un reato e, nel tempo, diversi luoghi erano deputati a celebrare il solenne rito di punizione per quanto era stato infranto contro la tradizione e l’informe diritto connaturato all’epoca. Secondo il diritto feudale, per dare maggiore solennità, queste adunanze furono tenute vicino alle chiese, nella distesa di prati, su larghe strade e sui ponti. Vennero anche tenute ripetutamente, secondo un’antichissima tradizione, anche sotto qualche isolato enorme albero. Questo

uso fu accomunato, non senza fondamento, all’arbor sacra (quercia, od olmo, o pioppo di notevole dimensione ed età, posti al centro del villaggio, nella piazza o in ogni modo in una vastissima area aperta). Riferiamo che, nella Slavia ed in Carinzia, l’albero sacro era il tiglio. In ogni modo, era disposizione inalienabile del diritto feudale tedesco, ed in buona parte, delle consuetudini friulane, che i giudizi non potevano essere tenuti in luoghi chiusi. Formatisi i Comuni, questi atti di giustizia furono celebrati ne la loza del comun (Maniago, Polcenigo, Latisana, San Vito al Tagliamento, la scalinata di Portogruaro, Gemona del Friuli, San Daniele del Friuli, Spilimbergo, Venzone, Sacile ed altri). Abbiamo già accennato alla quasi costante esistenza, in piazza e/o in un gran luogo pubblico, di un albero: – a Latisana-Sottopovolo: un gran povolo (pioppo),

LA SAGGEZZA DEL NOSTRE BALÈR Al nostro passaggio sembra sussurrarci...

Canta. Cammina e sorridi con tutti. saluta per primo chi incontri per la strada. Dì a qualcuno: «Ti voglio bene». Sappi scherzare con te stesso. Perdona e dimentica il male ricevuto. Abolisci la parola rancore dal tuo vocabolario. Regalati ogni giorno dieci minuti di silenzio. Parla con Dio, getta in lui ogni tuo affanno. Permettiti di sbagliare. Chiedi aiuto. Spegni il televisore e dialoga con chi ti sta vicino. Comportati gentilmente. Mantieni le promesse fatte. Ricorda compleanni e onomastici. Leggi un buon libro. Cambia pettinatura. Ascolta la vicina sola che ti blocca quando avresti cento altre cose da fare. Fermati a contemplare il cielo. Ringrazia Dio per il sole. Lasciati guardare da un fiore, dalle nuvole dalle stelle. Nascondi i tuoi crucci. Dimostra la tua felicità. Accetta un complimento. Fatti un regalo. Canta mentre fai la doccia. Lascia che qualcuno abbia cura di te. Aiuta un ammalato. Impedisci per un giorno di dire: «Non posso». Guarda un fiore con attenzione. Accarezza un bambino. Dai una pacca sulla spalla ad un amico. Vivi con intensità il momento presente. Compi le tue azioni come se fossero dei capolavori. Pratica il coraggio e la fedeltà alle piccole cose. Fai il tifo per la tua squadra. Cerca di essere te stesso. Impara ad ascoltare. Chiedi scusa, se lo ritieni opportuno e giusto. Lascia perdere i pettegolezzi. Sii un incorreggibile ottimista. Porta a compimento un impegno con lo stesso entusiasmo degli inizi. Osserva le gemme che si dischiudono e ascolta il respiro del vento tra le fronde degli alberi. Quando sei giù di corda ascolta musica allegra e, se ne hai desiderio mettiti a ballare. Fai la spesa per il tuo vicino anziano. Coltiva un hobby che ti piaccia. Compi un favore. Fai sentire il «benvenuto» a chi ti viene a trovare. Sii amorevole verso tutti. Fidati degli altri. Perdonati. Impegnati a vivere con passione: nulla di grande si fa senza di essa. Non sentirti solo. Credi, in ogni cuore c’è un germe di bontà e di bene da scoprire. Pensa agli ostacoli come occasioni per sviluppare qualità. Persegui sempre, nonostante tutto, il tuo ideale di buono, di vero e di bello.

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La piazza con il suo Balèr. Negli anni ’50 il secolare platano mostrava orgoglioso la sua ricca chioma.

– a Latisana-San Giorgio al Tagliamento: una enorme pola (pioppo al femminile), – a Teor: l’ol (olmo), – a San Leonardo Valcellina: il pirichignar (bagolaro), – a San Giorgio della Richinvelda: una quercia, – a Tramonti di Sotto: anche qui una enorme quercia. In quest’ultimo paese gli abitanti si riunivano nella piazza, presieduti dal podestà, o degano, o capovilla, o regolerio (capo della regola – codice tradizionale di comportamento, mai scritto). Per i visinans ed i maggiorenti esistevano i seggi in pietra all’aperto, in piazza, posti sotto la citata quercia. In loco sussiste la tradizione che vi si sedevano gli «anziani», un seggio lapideo è più alto degli altri, evidentemente era riservato al capo-villaggio che presiedeva l’assemblea. I seggi di pietra a Tramonti di Sotto rimasero fino al 1910, quando furono rimossi per dare spazio alla ricostruzione ampliativa del municipio. In quanto allo spazio riservato al «governo» della chommunitas con i seggi di pietra riservati agli anziani, vi sono dei paralleli in Trentino, Sud Tirolo, Val Gardena e nelle remote vallate del Piemonte, e in altri luoghi d’impronta alpina. Già abbiamo detto della tenace tradizione delle comunità foro-

giuliesi, di avere in mezzo alla piazza pubblica un enorme, secolare, albero che poteva essere: una quercia, un tiglio, un rovere, un olmo o un pioppo. I popoli primitivi, constatando la possibilità di poter cogliere e nutrirsi spontaneamente con i frutti delle piante, ritennero che ciò costituisse un miracolo proveniente da un dio o dagli dei a cui essi, per questo motivo, si ritennero sempre legati. La precisa necessità del legame principalmente poggiava sul fatto che questa raccolta miracolosa, nello stesso tempo sacra, era stagionale e quindi sempre soggetta ad un necessario rinnovamento. L’arbor sacra, in altre parole il culto arboreo tanto vicino alla sensibilità religiosa dei Druidi celti(1), è prevalentemente ritenuto di matrice venatoria nordico-germanica, con una veicolazione attribuita, in seguito, ai Longobardi pre-ariani (Winnili). In ogni modo, il culto inconscio verso questi enormi monumenti vegetali, quanto meno con intento propiziatorio, fu molto radicato nelle chommunitates rurales del Friuli anche in epoca relativamente moderna. Infatti, l’eredità evangelica dell’arbor vitae a questo proposito finì per assimilare tutte le manifestazioni culturali precedenti. 21

L’ultima delle due sente in pietra «da sempre» presenti nella piazza dell’Antica Pieve.

(1) Non è possibile essere chiari, anche al presente, sull’influenza e funzioni di questi sacerdoti/sciamani, esercitate sulle schiere celtiche e sui relativi popoli. Furono espressione di una casta a sé stante, d’impronta principalmente religiosa, intrisa di mansioni di vaticinio, di custodia del costume tradizionale, morale, sentinelle gelose dello «spirito» religioso-celtico. Inoltre il Druido fu terapeuta, simbolo incarnato di un misticismo assoluto, diretto, spietato, sino al sacrificio umano. I Druidi avevano presso i Celti una precisa funzione d’intermediazione fra la comunità tribale e il mondo divino. Il tutto è citato, con buona attendibilità, da Diodoro Siculo che afferma come essi ritenessero di conoscere la stessa lingua degli dei. Sin dall’inizio dei contatti dei Romani con i Celti, la classe dei Druidi, non fu mai ben vista dal potere cesareo che proibì ai Romani di partecipare a culti e cerimonie della religio Druidarum.

NOTA DELL’AUTORE Volutamente in tutto l’articolo non viene citato Dardago. È ovvio che la mia fantasia... ha galoppato... o forse no. Combinazione, a memoria d’uomo, un albero in mezzo alla nostra piazza c’è sempre stato; prima dell’attuale platano, la piazza ospitava un bagolaro, crucugnèr (vedi l’Artugna n. 101, aprile 2007) e, combinazione, nella nostra piazza, esistevano due seggi in pietra (uno trafugato da ignoti...). Agatha Christie faceva dire, nei suoi romanzi gialli, all’ispettore Hercule Poirot: «Due combinazioni formano un indizio».


Dopo due anni di permanenza tra noi, don Domas è ritornato nella sua Lituania.

Grazie, don Domas! di Mario Povoledo

Alcune immagini della Cerimonia di commiato dai nostri paesi.

Il saluto a una persona cara che parte è sempre improntato alla malinconia. Tornano nella mente i tanti flash, come un filmato, di quanto è stato fatto assieme, di cosa è stato fatto e di cosa resterà di bello. Così è avvenuto la sera della solennità degli Apostoli Pietro e Paolo, le due colonne della chiesa, nella nostra parrocchiale di Budoia, dove le comunità si erano radunate per salutare don Domas, il sacerdote lituano, fra noi dal 2006, che rientrava nella sua Diocesi, fresco di licenza in Diritto Canonico, al Marcianum di Venezia, guadagnata con lo studio e la tenacia di un giovane dell’Est, votato al Signore e a Lui affidatosi per sempre. «Bisogna sempre fidarsi di Dio!» lo ha ripetuto spesso don Domas e lo ha vissuto in mezzo a noi, come uno di noi, calandosi nella nostra realtà, ben diversa dalla sua. Inizialmente taciturno e serio, piano piano, ha iniziato a sciogliersi, a fraternizzare, a parlare un 22

pochino di più, sempre però misurato, anche nel ridere, sempre attento a non buttarsi in mezzo, senza prima riflettere quello che doveva o poteva dire come sacerdote. Don Adel con i Consigli Parrocchiali ha esaudito un suo desiderio che è diventato il nostro regalo per lui: una veste talare da sacerdote «perché la mia mi è diventata stretta; in Italia si mangia bene» e i tre incontri durante le Sante Messe a Santa Lucia, Dardago e Budoia, con momenti anche di commozione. Le tre Parrocchie hanno inteso dirgli grazie del bene operato ed augurargli di fare altrettanto bene nella sua Chiesa locale. Così si è espresso anche il nostro Vescovo Mons. Ovidio, che gli ha inviato un biglietto autografo di saluto e di compiacimento che, unito a quello scritto a nome delle tre Parrocchie da don Adel, fa bella cornice ad una fotografia che ritrae don Domas accanto al Vescovo e al nostro Parroco, durante la visita pastorale del febbraio scorso.


IL COMUNE RICORDO E LA PREGHIERA QUOTIDIANA

Un legame per sempre Nella Santa Messa solenne e cantata dai nostri cori, dopo l’intensa omelia pronunciata da don Adel, con accanto un altro sacerdote lituano, don Clemenses che svolge servizio pastorale in una chiesa del Trevigiano, è intervenuto, su delega del Sindaco Antonio Zambon, il Vice Pietro Ianna che, dopo alcune espressioni di gratitudine e di augurio, gli ha donato alcune pubblicazioni, molto gradite dall’interessato. Un signorile rinfresco servito nella casa della gioventù, (come pure gli altri due offerti da Santa Lucia e da Dardago) e un concerto d’organo magistralmente eseguito dal prof. Arturo Pivato, organista della chiesa di San Zulian a Venezia, hanno arricchito il nostro grazie a don Domas, il quale, passata la tensione dell’ufficialità, sorridente e felice come un bambino, vicino a sua sorella presente a nome della sua famiglia, ha espresso ancora una volta la sua gioia e la sua riconoscenza: «Non vi dimenticherò mai!» Neanche noi. Grazie, don Domas!

Oggi, 29 giugno 2008, solennità degli Apostoli Pietro e Paolo è giunto il momento del congedo da voi. Sono trascorsi due anni come se fosse ieri. Ricordo bene quando arrivai qui, domenica 22 ottobre 2006; non parlavo bene l’italiano e non leggevo bene, ma voi con pazienza mi avete accolto e mi avete fatto sentire come uno di voi. A poco a poco ho cominciato ad abituarmi e ho potuto conoscervi bene. E oggi è arrivato il momento di dirvi grazie per il bene che mi avete voluto e fatto. Domani rientrerò nella mia terra natale e in diocesi per un nuovo incarico che il Vescovo mi assegnerà. Prima voglio ringraziare Dio che mi ha mandato qui. Dio tutto provvede e non ci lascia mai soli. Noi fratelli e sorelle possiamo fare tante belle cose se abbiamo fede in Dio. Voglio ringraziare don Adel, perché, nonostante io sia uno straniero, non ha esitato ad accogliermi per aiutarlo a svolgere il suo ministero, in mezzo a voi di Budoia, Dardago e Santa Lucia; mi ha consigliato, guidato ed aiutato molto, unitamente alla sua mamma. Voglio dire grazie a voi, comunità, che per me avete fatto tanto e dato tanto per farmi imparare l’italiano (grazie alla pazienza e disponibilità della maestra Rosetta), per conoscere la cultura, e

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la vita della chiesa in Italia. Non dimenticherò mai le vostre belle tradizioni di ogni tempo: la benedizione di acqua, sale e frutta, la vigilia dell’Epifania, e il panevin; le processioni dei patroni, la Via Crucis e le Settimane Sante, le Sante Messe solenni cantate dai cori, il mese di maggio vissuto nelle vostre edicole sacre lungo le strade, le visite agli anziani ed ammalati, la vita di oratorio con i vostri figli che hanno bisogno di insegnanti, di genitori, di preti convinti e fedeli alla chiesa. Mi piacerebbe continuare a ricevere il vostro periodico, l’Artugna, ricca di storia e di tradizioni ben radicate nelle vostre comunità. Ora è venuto il momento di salutarci, ma il comune ricordo e la preghiera quotidiana ci legheranno per sempre. Se Dio lo vorrà, tornerò a trovarvi, magari anche per qualche giorno e rivivrò così il tempo trascorso insieme. Ringrazio tutti i collaboratori delle parrocchie e i Consigli pastorali. Grazie per il bel regalo, che ho molto apprezzato: l’abito talare che, oggi, è da me indossato per dimostrarvi tutta la mia gratitudine. Grazie di tutto e Dio vi benedica e vi doni pace, salute e prosperità. DON DOMAS GATAUTAS


i ragazzi

di Orfeo Gislon

degli anni ruggenti Scusa!… Da dove vieni? … Da Santa Lucia di Budoia… Budoia? … e dove si trova? … In Friuli, provincia di Pordenone … Ah, friulano! Ne trovi in tutto il mondo, dove sono andati a lavorare, ma in un angolo del cuore hanno la nostalgia del loro paese. Sono a Venezia e un giorno mi telefona Eligio; non ci vedevamo spesso e mi dice: «Ho incontrato alcuni amici e domani sera ci troviamo a San Giovanni a mangiare un boccone… così per stare un po’ assieme, ci raggiungi?». Era l’estate del 1994, io, Eligio, Orfeo, Ferdinando, Mario e Angelo, ci ritroviamo dopo anni che c’eravamo persi di vista. Non vi dico le stupidaggini che ci siamo detti… «Ti ricordi quella volta che…, ti ricordi quando…» e così via per alcune ore. Mi sembrava di essere tornato il ragazzo degli anni ’60 con tutta l’allegria e la spensieratezza della nostra gioventù fatta di piccole cose (perché non avevamo molto), di piccoli amori, di piccole mascalzonate ingenue, tutto piccolo ma molto importante per la nostra età. La serata fu piacevolissima, 24

ci fece dimenticare, almeno per qualche ora, i problemi della vita quotidiana. L’allegria, le risate di quella sera, perché non condividerla con altri amici? Nasce così l’idea di cercare altre persone che erano cresciute con noi, tanti anni fa. Ma non è facile, molti sono andati a vivere in altre città, all’estero, e di altri si sono perse le tracce. – Che bella idea! – ci dicono. Tutti si danno da fare e ci portano indirizzi, numeri telefonici, e a piano a piano riusciamo a racimolare un bel numero di persone. Decidiamo allora di trovarci una volta l’anno a pranzo in un ristorante e (non ridete) la cosa diventa seria, nasce il Club «I ragazzi degli anni ruggenti 34/44» e addirittura un distintivo d’oro per tutti, raffigurante la nostra chiesetta al colle, simbolo di Santa Lucia. Dopo questi incontri, credetemi, mi sento meglio: ho capito quanto importanti siano anche le piccole cose frivole, ma soprattutto essere di Santa Lucia, essere friulano, amare la mia terra «avere degli amici».


«I ragazzi degli anni ruggenti», ai quali Eligio Maur ha voluto affiancare i vecchi soprannomi da lui pazientemente ricercati, sono...

Eugenio Besa, Guglielmo Burigana Pitus, Giuseppe Cauz, Bruno Fort, Giancarlo Fort Provedon, Orfeo Fort Palanca, Sergio Fort Provedon, Paolo Gislon Mario Moro, Andrea Lachin Crubol, Roberto Lachin Scasota, Eugenio Rizzo, Eligio Soldà Maur, Giuseppe Zanon Moro, Dionora Busetti Putelate, Milena Fort Mula, Veleda Rizzo Pol, Orietta, Lachin Bof, Franco Busetti Dinos, Giuseppe Celant, Ennio Fort Garipoli, Luigi Fort Gigiuti Provedon, Ferdinando Fort Palanca, Antonio Gambron Giambron, Orfeo Gislon Bodaman, Egidio Lachin Scasota, Bruno Quaia Tela, Lucio Rizzo, Umberto Tassan Caser, Roberto Fort Nart, Laura Carli, Edda Rizzo Pol, Lea Zanolin, Angelo Bolzan Sping, Giomaria Busetti Frare, Elio Del Zotto, Giampiero Fort Micel, Matteo Fort Mio, Piero Fort Cocol, Antonio Gislon Moro, Costante Gislon Bodaman, Ernesto Lachin Scasota, Ariedo Rigo Vendramin, Michele Rizzo, Angelo Tassan Caser, Giuliano Lachin Scaine, Lisetta Fort Gioachin, Angelo Cosmo Barthan, Angela Lachin Curt.

Purtroppo alcuni amici ci hanno abbandonato.

Nella pagina accanto. In alto. Gli alunni delle classi terza e quarta con la maestra Olga Kosmina, anno 1950. In basso. La cucagna del 1962, il giorno della Sagra. Luigi sta arrivando alla ruota, aiutato da Biuti Busetti e da Virginio Del Zotto. In questa pagina. In alto. Anno 1945. Prima Comunione con don Gelindo Ragogna. Al centro. Anno 1950. Un momento di festa al colle, il giorno della Sagra di Santa Lucia. In basso. Tutti riuniti in uno degli ultimi incontri conviviali.

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Remigio Fort, Tullio Besa, Roberto Barraco, Lino Sarri, Franco Favaro, Ettore Ceo, Elide Rizzo. Amici, siete sempre con noi!


Cibo tutto lo spreco che finisce nella spazzatura di Nino Roman

1.

]

Pensare di cosa si ha realmente bisogno e prima di fare la spesa fare una lista delle cose che servono. 2. Preferire alimenti freschi di stagione, di origine locale. 3. Comprare quanto si è sicuri di consumare prima della data di scadenza indicata. 4. Usare detersivi con parsimonia e privilegiare prodotti naturali per la pulizia. 5. Verificare la possibilità di riparare apparecchi, mobili, vestiti, scarpe. 6. Privilegiare il mezzo pubblico e la bicicletta. 7. Richiedere una informazione corretta sull’impatto ambientale dei prodotti con l’aiuto delle organizzazioni dei consumatori e delle associazioni ambientaliste. 8. Evitare prodotti «usa e getta» e preferire prodotti durevoli. 9. Se possibile scegliere prodotti sfusi. 10. Per fare la spesa, portare una borsa da casa.

il decalogo

Secondo una recente indagine della Confederazione italiana agricoltori circa venticinque milioni di tonnellate di cibo vengono buttate annualmente tra i rifiuti. Oltre la metà, circa diciotto milioni di tonnellate, finiscono nei cassettoni della spazzatura direttamente da case, negozi, ristoranti, mense, hotel, aziende alimentari, mentre tutto il resto viene perduto nella distribuzione, nelle fattorie, nei campi e nei negozi. In definitiva buttiamo nella spazzatura un terzo del cibo prodotto nel Paese, qualcosa che vale trenta miliardi di euro, ovvero il due per cento del prodotto interno lordo. Se rapportiamo il dato al numero delle famiglie italiane, emerge che il costo di questi scarti ammonta a cinquecentottanta euro annui per gruppo famigliare; se poi andiamo a vedere la natura degli scarti scopriamo che il 30% dello spreco è dato da prodotti freschi (latte, uova, formaggi, yogurt), il 19% dal pane, il 17% da frutta e verdura, il 10% da affettati e il 6% da prodotti in busta, ossia alimenti basilari acquistati e non consumati. Le cause di questo disastro alimentare sono diverse, ma quasi tutte riconducibili alla poca educazione all’acquisto: compriamo troppo e male, talvolta attirati dalle offerte del marketing,

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dalla seduzione della confezione, dalle novità, dalle promozioni, dai prezzi sottocosto che stimolano fortemente all’acquisto. È l’accusa che i sociologi muovono al consumatore italiano, portato a riempire il carrello di cibo che non riuscirà mai a consumare prima che vada a male. Per il sociologo il consumatore è troppo distratto, ha poca coscienza ecologica, non è attento alla scadenza del prodotto che acquista; ha perduto l’abitudine alla parsimonia ma anche alla misura di una spesa fatta, se non giornalmente, almeno più volte la settimana, comprando ciò che realmente ha bisogno per uno o due giorni nei mercati di quartiere o dal negoziante sotto casa. Invece siamo presi dalla fretta e così la spesa si effettua il sabato al supermercato pensando ai pasti di tutta la settimana con il rischio che molti prodotti freschi finiscono col marcire e quindi buttati in spazzatura. Ma il problema fondamentale è che la maggior parte della gente non si rende conto di contribuire a un dramma di vaste dimensioni: non c’è solo il costo di prodotti che non si consumano ma anche quelli per il loro smaltimento che vanno a carico dell’intera società. Un problema non da poco.


Avanti tutta con la differenziata di Davide Fregona, assessore

Il Comune di Budoia non è estraneo al problema particolarmente attuale dei rifiuti: consapevole dell’importanza di questo tema, vuole che si diffonda una forte sensibilità culturale in tutti i cittadini, in linea con la «politica delle 4R», enunciata nel nuovo Codice per l’Ambiente entrato in vigore a livello nazionale nel 2008. Le 4R consistono nella riduzione dei rifiuti all’origine (ad es. imballaggi costituiti da minor materiale), nel riutilizzo del prodotto più volte così da diminuire il bisogno di uno nuovo, nel riciclo dei tipi diversi di materiale, adottando la raccolta differenziata, e nel recupero, valorizzando il rifiuto per ricavare energia: a livello locale si possono sicuramente attuare almeno i punti 2 e 3. Secondo dati riferiti al 2006, il comune di Budoia effettua già discretamente la raccolta differenziata, con una percentuale del 48,85%, leggermente superiore alla media provinciale del 47,33, ma certamente ancora lontana da punte d’eccellenza che superano il 75%. Insieme possiamo fare molto per l’ambiente: l’impegno comu-

ne tra enti e popolazione produrrà effetti positivi. Novità e obiettivi Dal 19 maggio 2008 è attivo il nuovo servizio per la raccolta dei rifiuti. La principale differenza rispetto a quello precedente è la consegna a tutte le famiglie di due capienti contenitori: uno per il conferimento del rifiuto secco, l’altro per l’umido, evitando l’esposizione in strada dei sacchetti.

Questa evoluzione del sistema si pone due obiettivi: 1) ottenere maggior ordine e pulizia nelle vie dei nostri paesi, non solo per una questione estetica, ma anche per evitare problematiche igienico-sanitarie che con la stagione calda potrebbero presentarsi; 2) stimolare un aumento dei livelli di differenziazione. Effettivamente, almeno nel breve periodo, si sono già riscontrati dei risultati positivi: la conse-

ALCUNE INDICAZIONI PER UN COMPORTAMENTO RESPONSABILE 1. Rispettare la natura e il decoro; 2. Non abbandonare rifiuti nei boschi, prati e fossi; 3. Non abbandonare i rifiuti in prossimità delle campane per la raccolta differenziata; 4. Non esporre i sacchetti sulla strada senza il contenitore; 5. Non portare i rifiuti in altri comuni (non si risparmia nulla comunque); 6. Non introdurre i sacchetti nei contenitori degli altri (non si risparmia nulla comunque); 7. Esporre il contenitore del rifiuto secco (bidone verde) solo quando è pieno; 8. Esporre il contenitore del rifiuto umido (bidone marrone) il meno possibile; 9. Ritirare i contenitori dopo che è passato il servizio di raccolta; 10. Effettuare scrupolosamente la raccolta differenziata. 11. Vigilare sul comportamento degli altri ed educarli al rispetto per l’ambiente.


gna dei contenitori è avvenuta senza problemi, è diminuita la quantità di rifiuto secco ed è aumentato il livello della differenziazione, soprattutto per plastica e carta (il recupero del vetro era già un fatto consolidato). Per abituare il cittadino a gestire correttamente la raccolta dei rifiuti, in futuro la SNUA applicherà dei bollini sui contenitori dove riscontrasse delle anomalie, invitando così gli interessati a migliorare il proprio comportamento. Isole ecologiche Il conferimento dei materiali riciclabili generalmente avviene in modo corretto. C’è però da osservare che in prossimità di alcune campane vengono spesso depositati sacchetti di rifiuti, fatto che spesso

viene imputato ai cittadini statunitensi, anche se i controlli effettuati rivelano che i responsabili sono anche italiani. Comunque in un recente incontro un alto funzionario della Base ha assicurato l’impegno del Comando a dare una corretta informazione. Da parte sua il Comune di Budoia garantisce la pulizia settimanale attorno alle campane, ma questa operazione non deve assolutamente essere intesa come una raccolta speciale per chi non rispetta le regole. Prossimamente è prevista un’apposita cartellonistica per evitare comportamenti incivili. Collabora anche tu: se individui persone che abbandonano rifiuti sei invitato a informarle sul sistema di raccolta oppure a rivolgerti alla Polizia Municipale che potrà esserti di aiuto.

Compost Ognuno di noi può effettuare facilmente la buona pratica del compostaggio, raccogliendo il rifiuto umido che con il tempo si trasforma in fertile terriccio, prezioso per il giardino e l’orto. Fare compost non costa niente e porta ad un gran risparmio sia per i cittadini, che sono incentivati da una riduzione della bolletta, sia per la collettività, che vede ridursi i costi dello smaltimento. Presso l’Ufficio Tecnico, tutti i cittadini possono ritirare gratuitamente la compostiera ed ottenere tutte le informazioni desiderate.

COSA SI PUÒ CONFERIRE ALLA PIAZZOLA ECOLOGICA

Carta e cartone, imballaggi in cartone, vetro, damigiane e lastre di vetro, contenitori liquidi (bottiglie, taniche, ecc.), imballaggi in plastica (cassette, nylon, ecc.), contenitori in latta, mobili in legno, ingombranti (materassi, divani, ecc.), beni durevoli (asciugacapelli, computer, ecc.), sfalci e ramaglie, piccole quantità di materiali inerti, olio vegetale, toner, batterie, rifiuti pericolosi etichettati «T» e/o «F» provenienti dalle utenze domestiche.

Piazzola ecologica

Budoia Zona Industriale · via Cial del Zuc

Orari

Estivo (periodo ora legale) Lunedì dalle 8.00 alle 10.00 Sabato dalle 10.30 alle12.30 e dalle 16.00 alle 18.00 Invernale Lunedì dalle 8.00 alle 10.00 Sabato dalle 10.30 alle12.30 e dalle 14.00 alle 16.00

Informazioni

Ufficio Tecnico del Comune tel. 0434.671930

Orari

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Lunedì dalle 8.00 alle 10.00 Mercoledì e venerdì dalle 10.30 alle 12.30 Giovedì dalle 17.00 alle 18.00


L’intero mondo... in un villaggio Il campanile dei paesi vicini è più snello,... è più visibile,... ha la porta d’entrata con l’arco in pietra,... la sua posizione permette al vento di trasportare meglio e più lontano il suono delle sue campane,... ma… ma... il nostro è più bello. Il concetto «campanilistico» è sempre latente. Ogni tanto riaffiora e... bisogna farlo scorrere o sulle pagine de l’Artugna o nei discorsi da osteria. Ultimamente mi è parso di sentirlo... gorgogliare?! Come si dice in democrazia? Ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni, nel rispetto... etc. etc. Quindi colgo la libertà e mi faccio aiutare, per esprimere il mio pensiero, nientemeno che da una scheda arrivata via internet! La riproduco perché mi ha fatto... ruminare la materia grigia e ho la segreta speranza che ciò succeda anche ai nostri «trenta lettori» di manzoniana memoria. Se potessimo condensare la popolazione dell’intero mondo in un villaggio di 100 persone, mantenendo le proporzioni di tutti i popoli esistenti sulla terra, il villaggio sarebbe composto da:

– 57 Asiatici (Australia compresa) – 21 Europei – 14 Americani (Nord, Centro e Sud America) – 8 Africani – 52 donne – 48 uomini – 70 non bianchi – 30 bianchi – 70 non cristiani – 30 cristiani – 89 eterosessuali – 11 omosessuali – 6 persone (sic) possiederebbero il 59% della ricchezza del villaggio (tutte 6 sarebbero statunitensi). – 80 vivrebbero in case senza abitabilità – 70 sarebbero analfabeti – 50 soffrirebbero di malnutrizione – 1 starebbe per morire – 1 starebbe per nascere – 1 possiederebbe un computer – 1 (si, solo 1!) avrebbe la laurea. Considerando il mondo/villaggio da questa prospettiva, il bisogno di accettazione del prossimo, di comprensione (apertura di mente) e di educazione diventa chiaramente necessario. Prendete in considerazione anche questo: – Se vi siete svegliati questa mattina con più salute che 29

di Sante Ugo Janna

malattia, siete più fortunati del milione di persone che non vedranno la prossima settimana. – Se non avete mai provato il pericolo di una battaglia, la solitudine dell’imprigionamento, l’agonia della tortura, i morsi della fame, siete in migliori condizioni di 500 milioni di abitanti di questo mondo. – Se potete professare/praticare la vostra religione senza la paura di essere minacciati, arrestati, torturati o uccisi, siete più fortunati di 3 miliardi di persone di questo mondo. – Se avete cibo nel frigorifero, vestiti addosso, un tetto sopra la testa e un posto per dormire siete più ricchi del 75% degli abitanti del mondo. – Se avete soldi in banca, nel vostro portafoglio e degli spiccioli da qualche parte in un salvadanaio siete fra l’8% delle persone più benestanti al mondo. – Se i vostri genitori sono ancora vivi, e, ancora sposati, siete delle persone veramente rare, anche negli USA e nel Canada. – Se potete leggere questo messaggio, avete appena ricevuto una doppia benedizione perché qualcuno ha pensato a voi e perché non siete fra i due miliardi di persone che non sanno leggere.


I me coscriti

UNA MEMORIA DI FERRO QUELLA DI CAMILLO

L a mia classe, il 1914, è stata, a Dardago, la più numerosa del secolo scorso. Mi dicono che nel registro dei Battesimi sono riportati 66 nomi di nati in quell’anno. Oggi, oltre a me, Camillo Pinàl Bavan, ci sono altre cinque novantaquattrenni nate a Dardago: la Cencia Simona, la Cencia Bedina, la Ines Thampogna, la Giovana Tavana e la Angela Tavana. Immagino di passare per le vie del paese, entrare nei vari cortili e tento di ricordare, ad uno ad uno, tutti i miei coscritti.

di Camillo Zambon Pinàl

re Janna Tavan, Angelina Janna Tavana, Nani Zambon Bonaparte, Giordano Zambon Pinal, Arturo Bocus. Via Brait Olivo Zambon Marin, Ines Zambon Sclofa. Via Rivetta Andol Zambon Pinal, Santo Busetti Frate, Giovana Zambon Pala,

Toni Zambon Luthol, Ines Bocus Frith, un’altra Ines Bocus Frith, Santina Zambon Luthol, Virginia Zambon Pinal, Ester Zambon Palathin, Amelia Basso. *** La mia memoria si è fermata a 49 coscritti, altri saranno morti in tenera età, altri non li ricordo. A 94 anni può anche succedere!

Via San Tomé Sofia Busetto Mulinèr, Angelina Busetto Mulinèr, Cornelia Rigo Barisèl, Galliano Piero Bastianello Thisa, Gina Zambon Pinal, Marino Rigo Moreàl, Libera Busetti Caporal, Angelo Ianna Stiefin, Gigia Zambon Pala, Ines Zambon Thampogna, Gugliemo Zambon Pala, Gugliemo Zambon Sclofa, Camilo Zambon Pinal, Gino Zambon Nontholo, Nani Zambon Vialmin, Maria Vettor Cariola, Bruno Vettor Capelo, Cencia Zambon Bedina.

Da sinistra. Suor Aidana, Ester Palathin, Cesira Janna, Teresa Carlon, Maria Beri, Amelia Basso, Cencia Bedina, Adriana Caporal, Gigia Pala, Marino Moreal, Italia Trantheot, Gigia del Biso, Chile Marin, Francesco Usardi, Libera Caporal, Angelo Stiefin, Nani Bonaparte, Gino de la Modola, Bepi Fuser, Santo Frate, Camilo Pinal.

Via Caporal Adriana Busetti Caporal. Via Tarabin Andol Busetto Caporal, Italia Zambon Trantheot, Nani Janna Simon, Piero Zambon Momoleti, Mario Zambon Tarabin, Maria Beri, Gigia Zambon del Biso, Lea Ponte, Candido Janna Bernardo. Via Castello Chile Zambon Marin, Gino Zambon de la Modola, Bino Bocus Frith, Giovana Janna Tavana, Etto-

Da sinistra. Camilo Pinal, Ines Frith, Santo Frate, Ines Sclofa, Chile Marin, Suor Aidana, Gigia del Biso, Amelia Basso, Ines Thampogna, Candida Moro, Giovanna Tavan, Ester Palathin, Libera Caporal, Gino de la Modola, Nani Bonaparte.

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In occasione della Festa della Mamma, ai ragazzi delle scuole medie presenti al catechismo, avevo chiesto di riflettere un po' sull'amore della loro mamma per loro, di scriverlo e di esporlo anche in chiesa come un regalo da parte dei figli alle mamme, non solo loro, ma di tutta la parrocchia, e se vogliamo di tutto il mondo. Abbiamo poi riletto i loro pensieri sulle loro mamme, sostituendo alla parola mamma, il nome di Gesù, e si è visto che l'amore di Gesù per noi è come quello di una mamma. Così abbiamo ringraziato tutte le loro mamme, anche per insegnare l'amore di Gesù ai loro figli.

Cara mamma... a cura di Francesca Begotti

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Cara mamma, ti voglio bene perché...

Cara mamma, ti ringrazio perché...

Mi hai insegnato la vita. Mi hai istruito. Sei sempre pronta a difendermi. Tu mi capisci sempre, anche nei momenti più difficili; dalla mia nascita, per esempio, da piccola io mi svegliavo la notte, dicendo che avevo fatto un brutto sogno e tu mi consolavi. Ogni volta che ero solo, triste e sconsolato, tu mi hai dato speranza, coraggio e compagnia. Sacrifichi la tua vita per noi e ci aiuti nei momenti in cui abbiamo bisogno. Ci ascolti e ci consigli cosa dobbiamo fare, quando ci sentiamo soli; per esempio, quando abbiamo problemi con le amiche, tu ci consigli cosa fare. Oppure quando abbiamo la "luna storta" e ci sentiamo soli, tu ci fai capire che siamo noi che sbagliamo. Ogni volta che io ti ho dato una delusione, tu mi hai sempre capito, ascoltato e dato conforto. Tu, nel mio cuore, nel mio profondo, sei stata sempre una persona molto cara, molto importante, che ha dato tutta se stessa per far sì che io sia sempre felice, in ogni momento e situazione. Mi sembra una cosa scontata, giusta e con un calore molto importante ed intenso. Quando ho perso occasioni importanti, tu mi hai ridato la carica per ripartire. Quando non sono riuscita a studiare e capire una materia a scuola, tu mi hai aiutato e consolato. Quando piangevo, tu usavi tutte le tue forze per consolarmi. Mi consoli quando sono triste. Mi regali le cose che voglio. Sei sempre gentile.

6 Mi aiuti quando mi trovo in difficoltà. 6 Tu, mi doni il tuo cuore, aiutandomi in ogni occasione e mi aiuti quando ne ho bisogno. 6 Il tuo amore mi tocca il cuore, perchè è saggio e sentito. 6 Ho capito il senso della vita, grazie a te. 6 Ti fidi sempre di tutti. 6 Mi lasci andare in giro con i miei amici. 6 Mi abbracci e guardi con me la televisione. 6 Mi hai messo al mondo. 6 Mi hai reso importante. 6 Mi hai fatto capire quanto è difficile la vita. 6 Mi hai fatto conoscere la Misericordia e la Bontà di Gesù. 6 Mi hai fatto condivedere ogni tua emozione, nel bene e nel male, parlandone e discutendone insieme. 6 Hai sempre cercato di rallegrarmi. 6 Vuoi sempre il meglio per me. 6 Mi continui ad amare anche quando hai le tue difficoltà. 6 Sei sempre disponibile, quando qualcuno ti chiede aiuto o favori. I ragazzi delle scuole medie, frequentanti il catechismo


CIMA MANERA

Una storia alpinistica lunga quasi trecento anni

di Massimo Zardo

Basta affacciarsi alle Fondamente Nuove a Venezia in una giornata limpida d’inverno o dopo un temporale estivo, quando l’aria è più limpida, e guardare a nord est: inconfondibile una sagoma domina la linea dell’orizzonte. Il Monte Cavallo si innalza infatti direttamente dalla pedemontana, elevandosi sulla linea delle prealpi, ben visibile dalla pianura veneta e friulana: nonostante la sua altezza non sia paragonabile a quella delle cime dolomitiche più famose si impone allo sguardo per la sua compattezza e per l’inconfondibile sagoma. Facilmente accessibile dalle città e vicino alle principali vie di comunicazione, posto al confine tra Bellunese, Trevigiano e Friuli, ha rappresentato un naturale punto di riferimento non solo geografico ma anche storico, naturalistico ed alpinistico ed ha goduto di una notorietà che altri monti non hanno avuto. Del Monte Cavallo infatti si accenna già in un documento dell’anno 963, in cui l’imperatore Ottone I confermava al vescovo di Belluno la donazione del territorio dell’Alpago,

del quale viene citato come punto di riferimento («ubi nominatur M. Cavallo») per il confine sudorientale. Nella storia delle alpi orientali è quindi il Monte conosciuto da più tempo ed è tra i primi a comparire oltrechè in documenti ufficiali, anche sulle carte geografiche (carta del Friuli nel 1564). Per queste ragioni il Monte Cavallo fu mèta delle esplorazioni di geografi e naturalisti che, agli inizi del ’700, interessandosi all’ambiente alpino, ne studiarono l’idrologia e la geologia. Tra questi si distingue Giovanni Girolamo Zanichelli, farmacologo e botanico veneziano che, nelle sue ricerche sulla flora alpina, alla ricerca di nuove specie, si avventurò anche sul Monte Cavallo. Di questo viaggio ci ha lasciato una accurata relazione: assieme a Pietro Stefanelli, anche lui botanico, partì da Venezia nel luglio del 1726 giungendo ad Aviano e da qui, a dorso di mulo, raggiunse una casera del Piancavallo, da dove iniziò le sue ricerche. Dopo aver esplorato la Val Sughet salì al Cimon del Cavallo – 32

Cima Manera, affrontando fatiche e notevoli difficoltà, certamente non con intenti alpinistici: scopo di Zanichelli e Stefanelli era la ricerca scientifica. Non possiamo però fare a meno di pensare che fossero in qualche modo attratti dalla vetta, dall’idea di «salire in cima». La relazione scritta dal botanico fu pubblicata postuma dal figlio alcuni anni dopo, ebbe grande rilievo nel mondo scientifico (260 specie floreali descritte) e costituisce il primo documento e la prima descrizione della salita di un monte fino alla vetta, evento del tutto nuovo sui monti del triveneto. L’impresa alpinistica fu trascurata rispetto al valore scientifico della ricerca botanica e la salita al Cimon del Cavallo rimase ignorata per molti decenni: 170 anni più tardi fu riscoperta da studiosi che erano anche alpinisti e che le dettero il giusto rilievo: universalmente è riconosciuta come la remota origine dell’alpinismo nelle montagne del triveneto. Solo nella seconda metà dell’800, secolo del romanticismo, iniziò infatti l’esplorazione delle Dolo-


miti da parte di alpinisti inglesi ed austriaci che, accompagnati da valligiani e cacciatori, precursori delle guide alpine, dettero inizio alla sistematica salita delle principali vette. Da questo punto di vista il Monte Cavallo non rappresentava una mèta molto ambita, vista la sua altezza ben inferiore ai colossi dolomitici e la sua posizione periferica. Ma nonostante ciò, nel 1870, alcuni alpinisti inglesi, F. Fox Tuckett e R. Whitwhell, durante una campagna esplorativa, dall’Alpago salirono a Cima Laste e di qui alla Cima Manera per il versante settentrionale, scendendo poi al Piancavallo ed a Barcis. La notizia di questa salita, pubblicata nel 1872, fece scalpore e segnò ufficialmente, all’epoca, l’inizio della storia alpinistica sul M. Cavallo. Evidente, come sopra detto, che ancora nulla si sapeva della salita di Zanichelli, ma non solo. Nel primo numero della rivista «Le alpi venete» del 2005 troviamo una storia interessante, raccontata da T. Trevisan: vi si riferisce di un giornaletto di Pordenone, «L’Alpe», che presenta nei numeri 50 e 51 del 1869 la relazione di una salita alla Cima Manera effettuata l’anno precedente, ben prima degli inglesi,

QUANDO

quindi, dal dott. Gian Andrea Curioni di Polcenigo, medico e noto naturalista. Una figura analoga allo Zanichelli, quindi, ma con ben altri intenti: il Curioni nella sua relazione rivela come il suo intendimento fosse principalmente salire la vetta, così dominante sopra Pordenone che «un giorno ebbi vaghezza di salirvi con alcuni amici e vi salsi», anteponendo l’interesse alpinistico a quello scientifico. Nel suo lungo articolo il Curioni si dilunga sì nelle descrizioni botaniche e nella cronaca della giornata, con la sosta alla Casera Policreti, ma appena giunge a descrivere l’arrivo in vetta assume un tono più alpinistico, descrivendo la severità dell’ambiente, il freddo e la difficoltà della discesa sotto la pioggia. Certamente siamo lontani da una descrizione tecnica, non è chiaro quale via sia stata seguita, probabilmente salendo la Val Sughet fino alla forcella Palantina e di qui per la cresta ovest fino alla sommità, come probabilmente fecero Zanichelli prima e Fox Tuckett poi. Ma il Curioni non era certo un conoscitore del monte e per trovare con sicurezza la via di salita non poteva avvalersi di guide, poche erano

LA NATURA SI DIVERTE Segnaliamo – per chi non l’avesse ancora notata – una curiosità disegnata dalla natura, sulle cime dei nostri monti. Se osservate attentamente e con l’aiuto di un briciolo di fantasia, la sagoma di Cima Manera unita a quella del Gruppo del Cavallo rivelano il profilo di un uomo ‘dormiente��� o coricato, intento ad osservare l’immensità del cielo. Per favorire ‘la lettura’ e la comprensione abbiamo ruotato la foto di 90°.

le persone che abitualmente frequentavano per cacciare o altro le cime della zona. Ecco allora tra gli amici del Curioni una figura di indubbio interesse, il dott. Antonio Cardazzo di Budoia, per molti anni segretario comunale. Fu lui, quasi certamente, ad assumere il ruolo di guida nell’occasione, conducendo alla vetta la comitiva. L’esperienza acquisita e la conoscenza della via di salita ne fecero, negli anni successivi, una figura di spicco nell’alpinismo locale: accompagnò sulla Cima Manera, nel 1872, il prof. Taramelli, primo presidente della Società Alpinistica Friulana, e, in anni successivi, G. Marinelli, noto storico delle nostre montagne, alpinista ed esploratore, ed altri esponenti del mondo alpinistico friulano. Al Curioni e al Cardazzo possiamo attribuire il merito di aver avuto la curiosità, la voglia di salire sulla cima più alta della loro montagna, aprendo per primi, con spirito alpinistico, una strada percorsa attualmente da un numero crescente di escursionisti e, in un recente passato, da molti abitanti del comune di Budoia, di cui racconterò alla prossima occasione.

Riferimenti bibliografici G. Marinelli, Una visita alle sorgenti del Livenza e al Bosco del Cansiglio e un’ascesa al Cimon della Palantina, Torino, 1877. T. Trevisan, Monte Cavallo, una prima di 250 anni fa, «Le Alpi Venete n. 1» 1977. T. Trevisan, Monte Cavallo una pagina inedita di storia «Le Alpi Venete n. 1» 2005. A. e C. Berti, Le Dolomiti Orientali, Vol. II Ed CAI TCI 1982. S. Fradeloni, Dolomiti di sinistra piave e Prealpi Carniche Ed. Dolomiti. A. Gogna, Dolomiti e calcari di nordest, I Licheni, Vivalda 2007. Note Giovanni Girolamo Zanichelli (Modena 1662 – Venezia 1729) Farmacologo, botanico. Gian Andrea Curioni (Trieste 1807 – Polcenigo 1883) Medico e naturalista, esercitò a Porcia, Budoia e Polcenigo e fu autore di numerose pubblicazioni scientifiche. Antonio Cardazzo (Budoia 1837 – 1903).


a cura della Redazione

Dut un cantiér

La chiesa, la canonica ed il campanile di Dardago sono interessati in questi mesi da importanti lavori di restauro. Rimandando al prossimo numero per una descrizione dettagliata dei lavori eseguiti, ci limitiamo ora a elencare sinteticamente le opere in corso. La chiesa negli anni scorsi era stata sottoposta ad importanti opere di restauro e di consolidamento. Ricordiamo che grazie ai contributi regionali e alla generosità dei parrocchiani, l’edificio è stato consolidato con interventi sulle pareti e sul soffitto, restaurato e dotato di impianti elettrici e di riscaldamento più adeguati. Successivamente i lavori di restauro hanno interessato la zona dell’abside. Ora i lavori sono rivolti, principalmente al maestoso altare maggiore con la pulizia delle colonne, dei capitelli e delle nicchie che ospitano le statue del Patroni dell’antica Pieve: l’Assunta, Sant’Andrea e Santa Lucia. Queste sono state sottoposte ad un accurato restauro ad opera del prof. Giancarlo Magri secondo le direttive della Sopraintendenza alle Belle Arti. Ora sono di nuovo tra noi e, per festeggiare il restauro, il giorno della festa dell’Assunta – dopo più di 50 anni – la nostra comunità potrà portare la preziosa effigie in solenne processione per le vie del paese. 34

L’arco del portone della canonica è stato rifatto dall’impresa di Pietro Del Maschio Fantin. L’opera era da più parti richiesta per rimediare ad un intervento di quasi vent’anni fa, non riuscito troppo felicemente. I lavori sono stati effettuati anche grazie alla generosità di Antonio Zambon che ha voluto «dirottare» a tale scopo parte degli emolumenti spettantigli come sindaco. A giorni sarà installato anche il nuovo portone in legno. Infine, i lavori che si notano anche da lontano. Il campanile è sottoposto ad importanti lavori atti a rendere impermeabile la cupola e la zona sopra la cella campanaria. Sono stati sostituiti il castello e gli organi di movimento delle campane. Viene restaurato il quadrante dell’orologio e pulita tutta la superficie esterna del campanile. La Regione finanzia i lavori del campanile per 115 mila euro con un contributo ventennale costante di 8.050 euro. La spesa sarà senza dubbio più elevata, perché – considerando l’opportunità di usufruire della mastodontica e costosa impalcatura – il Consiglio per gli Affari Economici ha dato parere favorevole a intraprendere anche altri lavori, fuori preventivo. Nel prossimo numero sarà pubblicata una dettagliata relazione del Consiglio sui lavori, corredata dal consuntivo finanziario.


Francesca Cima con il marito Andrea Molaioli. Foto sotto. La locandina del film «Il divo»

La produttrice Francesca Cima, nipote del ‘nostro’ Nino Cosmo trionfa al «Festival del Cinema di Cannes» e ai «David di Donatello»

il divo e la ragazza… di Vittorio Janna Tavàn

Fine maggio. Piazza di Dardago. Esterno giorno. Entro da Moreàl (per i più anziani), da Cariola (per i meno ‘datati’) semplicemente da Nino (per i più giovani). L’anagrafe ufficiale del locale «Bar Pizzeria Artugna» è roba da foresti. Giacomo Cosmo, il Nino di cui sopra, è dietro il bancone con il grembiule d’ordinanza. Accenna ad un saluto distratto senza sollevare la testa da «Il Gazzettino». Cosa lo rapisca in questa estatica concentrazione non mi è dato saperlo. Di certo non notizie di cronaca locale o di politica che avrà già commentato tra sé e sé dopo una scorsa veloce di buona mattina. Forse di cavalli sua grande passione di allevatore assieme alla ristorazione: «A l’è pì de quatrothento ains che ne altre avon ambienti (locande, osterie, bar, ristoranti n.d.r.)», è solito ricordarmi. 35

Il mistero si svela che già entrano altri clienti. Mi porge il giornale e mi dice di leggere l’articolo mentre prepara il caffè. Titolo: «Cinema Italia, una nuova scommessa». Nel testo si parla del successo ottenuto a Cannes dai due film del momento, Il divo e Gomorra, rispettivamente vincitori del «Premio della Giuria» e del «Gran Prix». Che Nino si interessasse così intensamente di cinema, a meno che non si trattasse di film hollywoodiani (gli Stati Uniti, altra sua grande passione), era un dato che in un certo senso mi lasciava sorpreso. «Ma no, a l’è la Francesca, la me netha, fìa de me suor Zaira, che la stà a Sathìl» fu il suo commento e tutto mi apparve più chiaro quando lessi il sottotitolo: La produttrice friulana Francesca Cima: «Una vittoria epocale che va capitalizzata».


di Vittorina Carlon

[ recensione ]

Ebbene, uno dei film più discussi dell’ultimo periodo, Il divo, che narra le vicende private, gli scandali e l’attività pubblica di Giulio Andreotti è opera, dal punto di vista della produzione, della sacilese (ma budoiese per discendenza materna), Francesca Cima, mente, anima e braccio operativo della casa di produzione romana Indigo Film. Con Paolo Sorrentino, il regista de Il divo, collabora fin dagli esordi alla macchina da presa dopo che per lui ha prodotto il film L’uomo in più fino a Le conseguenze dell’amore e a Amico di Famiglia. Di Francesca anche la produzione di altri film molto significativi come ad esempio La guerra di Mario di Antonio Capuano, Apnea di Roberto Dordit e i documentari Bianciardi! di Massimo Coppola o Il passaggio della linea di Pietro Marcello.

Di Antonio Zanchet* conoscevamo le doti poetiche per aver avuto modo di apprezzarle nelle pagine del nostro periodico. Versi poetici d’età giovanile, quando Antonio frequentava Dardago. Ora il suo curriculum letterario s’arricchisce: l’autore esordisce come abile tessitore d’avvincenti trame. Sono, infatti, ben undici i racconti scritti negli ultimi anni, che compongono il volume Vaghe stelle e altri racconti, edito da Cicero, nell’ottobre 2007. L’autore narra vicende – intessute di una varietà di personaggi e di atmosfere, frutto non solo d’invenzione, ma anche di rielaborazione dei propri vissuti quotidiani – che spaziano dal registro romantico al tragico, al thriller...

Francesca Cima non è comunque nuova a importanti riconoscimenti nel mondo del cinema. Già il ‘suo’ La ragazza del lago (diretto dal marito Andrea Molaioli) ha fatto incetta di «David di Donatello», vincendone 10 ed aggiudicandosi, oltre a quello di miglior film, anche quello di miglior produttore assieme a Nicola Giuliano. A loro è stato assegnato, per lo stesso film, anche il «Ciak d’oro 2008» come migliore produzione dell’anno. La ragazza del lago è un’opera molto intensa, girata e ambientata nel nostro Friuli che indaga, attraverso i panni di un commissario di polizia (interpretato come ne Il divo dal superlativo Toni Servillo), bugie e segreti della provincia del Nord Est. Altro tocco di ‘friulanità’ di entrambi i film (Il divo e La ragazza

Antonio Zanchet Vaghe stelle e altri racconti Cicero Editrice, Venezia, 2007 16,00 euro

del lago) sono le colonne sonore, composte dal pordenonese Teho Teardo, già autore delle musiche del cortometraggio La giornata di Eva di Clara Salgado in parte girato nei capannoni dell’ex distilleria Carlon a Budoia con il ‘nostrano’ Luca Coassin come direttore della fotografia (vd l’Artugna n. 110). «Noi cerchiamo sempre di realizzare i film che ci piacerebbe vedere in sala – afferma Francesca – certo, visto che produciamo poco più di un film all’anno, cerchiamo di scegliere sempre con molta attenzione…», e poi aggiunge «Mi piacerebbe fosse più semplice creare film che vanno fuori norma, film diversi, poco convenzionali…». A guardare suo zio Nino si intuisce da dove deriva questo spirito. Come per un cavallo di razza… buon sangue non mente.

Il lettore dovrà solo abbandonarsi alla lieve poesia del racconto, alle intense emozioni dell’iter narrativo e all’affabulazione delle storie e del mistero, create con scrittura leggera, limpida, scorrevole. Un ottimo risultato raggiunto dallo Zanchet, che lascia intravedere una continuazione della sua produzione letteraria.

per i lettori de l’Artugna il prezzo di copertina sarà di 14,00 euro

Lo si può trovare alla... Libreria «Al Segno» di Sacile e Pordenone

* Figlio del compianto maestro Giacomo Zanchet fondatore e presidente dell’Associazione Donatori di Sangue di Dardago, nonché Direttore Responsabile della rivista l’Artugna.


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i Donatori a Udine

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Libertà. Sono seguiti i saluti delle autorità tra le quali il presidente AFDS di Udine Renzo Peressoni e il presidente nazionale FIDAS Aldo Ozino Caligaris. Alle 11.30, in un’affollata piazza I maggio si è tenuta la Santa Messa celebrata dall’Arcivescovo di Udine Mons. Pietro Brollo. Finale in allegra convivialità con il pranzo presso l’area festeggiamenti di Campolessi vicino Gemona.

I donatori del nostro Comune con i labani delle sezioni di Dardago e Budoia-Santa Lucia.

L’Associazione Friulana Donatori di Sangue (AFDS), in occasione dei suoi 50 anni di vita, domenica 27 aprile 2008 ha ospitato la Giornata Nazionale del Donatore di Sangue FIDAS a conclusione del 47° Congresso Nazionale FIDAS. È stata l’occasione per far conoscere quanto sia viva in Friuli la cultura del dono e di quanta generosità diano prova i donatori di questa regione, prima in Europa nel rapporto fra numero di donatori e popolazione. Le sei associazioni FIDAS del Friuli raccolgono 80.000 iscritti; in particolare all’AFDS aderiscono 50.000 persone, con più di 40.000 donazioni annue, in continuo incremento, specialmente di giovani. L’associazione, fortemente radicata nel territorio, ha creato una vera e propria osmosi con l’identità locale tanto che si può dire

che i friulani tra i loro tratti caratteristici abbiano quello di essere donatori di sangue, per cui il dono è espressione di valori quali l’impegno civile, il senso del dovere, la solidarietà. Non per nulla è questa la regione che si segnala anche per avere i volontari di protezione civile più numerosi ed efficienti e per essere una delle «patrie» degli Alpini, da sempre fratelli dei Donatori di sangue quando si tratta di mostrare un altruismo concreto nei confronti di chi soffre. L’esercito di donatori riunitosi il 27 aprile era composto di ben 15.000 persone, di cui circa 350 della provincia di Pordenone; anche le sezioni AFDS di Dardago e Budoia-Santa Lucia hanno voluto partecipare con una folta delegazione. La giornata è iniziata con la sfilata lungo via Aquileia e la deposizione della corona ai Caduti in piazza 37

Chi può donare? Possono donare tutte le persone maggiorenni, che godono di buona salute e che al momento della donazione presentano valori di pressione arteriosa e frequenza cardiaca e tasso di emoglobina normali, il cui peso corporeo non sia inferiore a 50 kg. Con che frequenza si può donare? Con intervalli di 90 giorni tra un prelievo e l’altro, sono possibili quattro donazioni nel corso di un anno; due donazioni per le donne in età fertile. Una frequenza maggiore è consentita per le donazioni di plasma. Quali sono i vantaggi di essere donatore? In concomitanza di ogni donazione sono effettuati gratuitamente controlli medici e analisi di laboratorio. Come aderire alle sezioni AFDS di Dardago e Budoia Santa Lucia? È sufficiente contattare i presidenti: Budoia-Santa Lucia: Pietro Zambon (tel. 0434 653090); Dardago: Corrado Zambon (tel. 0434 654443).


Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Alfredo Zambon Pala Il 18 maggio Alfredo ci ha lasciati. Vorremmo ringraziare quanti hanno voluto condividere con noi quel triste momento, dandoci ancora una volta testimonianza del profondo affetto e della stima nei confronti di nostro padre. Anche se il lento e inesorabile declino che ha segnato questi ultimi mesi di vita di Sir Alfred (come lo chiamavamo in famiglia, in virtù del suo stile molto «inglese») in qualche modo ci ha preparati ad affrontare l’ultimo atto, una grande tristezza è in tutti noi, nei nostri cari, zie e cugini ed

una grande tristezza abbiamo visto in quanti ci hanno dimostrato la loro partecipazione in quei giorni di maggio. Grazie di cuore a tutti. Ed un ringraziamento particolare a Mariana e Valentin per aver saputo, con tanto affetto, pazienza e bravura, rendere così sereni questi ultimi anni di papà. LUCIA, LORIS E DENNIS ZAMBON

Cronaca Cronaca

Una veduta di Gargnano, località in riva al lago di Garda.

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Doi dhis co’ Padre Marco d’Avian Sabato 29 e domenica 30 marzo alcuni componenti dell’Associazione Padre Marco d’Aviano si recano a Salò sul Lago di Garda con l’intento di ripercorrere e visitare i luoghi che hanno ‘ospitato’ la figura e l’opera di Beato Padre Marco. Il programma prevede diversi momenti di incontro, nel segno della fraternità e della condivisione di un messaggio ancora attuale, il quale presenta pure una particolare ricchezza di contenuti storici e culturali. Dopo aver visitato e sostato in preghiera con i parroci delle parrocchie di Gargnano e Toscolano, la sera del sabato, presso l’Oratorio «San Filippo Neri», la comu-


nità di Salò accoglie, per un momento ‘ufficiale’, i pellegrini. Significativi gli interventi di Mons. Francesco Andreis, del vescovo cappuccino padre Serafino Spreafico, dei sindaci di Salò e di Aviano e del signor Walter Arzaretti nel portare a conoscenza dei presenti l’opera e la figura del cappuccino Beato Marco. L’indomani, a conclusione della visita, nel Duomo di Salò la grande Messa con la comunità salodiana presieduta dal Vescovo Serafino Spreafico e al termine la lettura del messaggio del vicepostulatore della causa di canonizzazione padre cappuccino Venanzio Renier che per motivi di salute non è potuto presenziare.

«Arrivederci in Paradiso» Un motto, un auspicio, una testimonianza assoluta di fede, un avvicinamento cosciente all’Altrove. Da quasi vent’anni padre Venanzio Renier concludeva così le sue prediche sempre più appassionate e profondamente animate dal suo spirito gioviale, ironico e curioso. A novantanove anni e un mese, il decano dei padri cappuccini del Nord Est, originario di Chioggia ma cittadino onorario di Aviano, si è congedato dalle vicende terrene «per andare verso il meglio» (così disse ai confratelli di Conegliano negli ultimi giorni, durante la convalescenza di giugno a seguito di un’operazione al femore). «Non vedo l’ora di andare al Padre per incontrare Beato Marco»: Beato Marco d’Aviano, il religioso seicentesco ‘difensore’ della Cristianità europea minacciata dai Turchi. È questa la vicenda più nota della devozione di padre Venanzio, alla cui difficile canonizzazione ha dedicato oltre trent’anni della sua vita dapprima come promotore del-

la beatificazione e poi come vicepostulatore della causa di canonizzazione. Sorridente, amabile, fedele, ottimista, entusiasta della vocazione, propositivo, sensibile. Chi ha conosciuto padre Venanzio lo ama definire con questi aggettivi, ‘doti’ e propensioni che lo hanno accompagnato lungo tutta la sua significativa vita dedicata, oltre che all’attività pastorale, all’insegnamento (per quasi trent’anni formò i giovani chierici in materie complesse come filosofia, teologia morale, sacra scrittura, ebraico, greco biblico e diritto canonico nei seminari di Padova, Udine e Venezia), alla giustizia ecclesiastica (fu difensore del vincolo matrimoniale in tutto il Triveneto e poi giudice del Tribunale regionale), alla predicazione degli esercizi spirituali per i vescovi, all’animazione

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dell’Azione Cattolica, alla formazione morale e religiosa degli operai di Porto Marghera, alla scrittura di saggi ed articoli. «Santità, ringrazio anche per la lettera agli anziani. Ho 94 anni… – amava raccontare padre Venanzio ricordando l’incontro con Giovanni Paolo II il giorno della beatificazione di padre Marco d’Aviano – Il Papa mi sorrise con un volto angelico, e mi parve volesse dire ‘Arrivederci in Paradiso’. *** La redazione de l’Artugna desidera salutare e ringraziare padre Venanzio Renier per la sensibilità, i valori e l’insegnamento che ha saputo dare con la sua vita.

San Giorgio 2008

I reparti scout della provincia di Pordenone, sabato 19 e domenica 20 aprile, si sono ritrovati al campo sportivo di Budoia, per trascorrere una giornata tutti insieme e festeggiare il San Giorgio. Baden Powell prese a modello San Giorgio perché i suoi Scout e le sue Guide dovevano essere come lui impegnati nelle lotte della vita, fedeli a Cristo e ai Suoi ideali, come lui valorosi contro le tentazioni, umili e disponibili verso gli altri, per la cui salvezza è


necessario anche sacrificarsi. Con la loro Promessa, gli Scout si sforzano di tramutare in realtà queste aspirazioni, mettendo, appunto, la propria vita al servizio di Dio e dei fratelli. In ogni ricorrenza annuale della festività di San Giorgio (23 aprile), B.P. consigliava di riconfermare tale Promessa. Nella giornata di sabato, tutte le squadriglie di tutti i reparti sono state suddivise in cinque sottocampi collocati in luoghi diversi. Inoltre è stato consegnato un tronchetto in cui dovevano effettuare degli incastri. Il tronchetto sarebbe poi servito il giorno seguente per costruire l'altare ad un nuovo gruppo scout. Le squadriglie, con lo zaino in spalla, muniti di una busta contenente le indicazioni sul luogo da raggiungere, hanno camminato per buona parte del pomeriggio, immersi nella natura. In seguito, ogni squadriglia arrivata nel proprio sottocampo ha montato la tenda e ha consegnato ai capi il tronchetto con gli incastri e in allegato i fogli con un questionario, riguardante la natura.

In ogni sottocampo dopo aver cenato, ogni squadriglia ha recitato una scenetta sulla vita nell'aria che era stata preparata durante il tragitto. Dopo una piacevole serata passata in compagnia gli scout, ormai stanchi, si sono coricati nelle proprie tende. Nella mattinata di domenica gli scout, smontate le tende, fatti gli zaini e ristoratisi, si sono incamminati divisi per sottocampo al fine di ritrovarsi tutti insieme. Raggiunto nuovamente il campo sportivo, i nostri protagonisti hanno giocato allegramente al così detto «grande gioco». Il gioco era basato sul trasporto di una più possibile quantità d'acqua alla propria base, senza sprecarla. L'unione fa la forza e la collaborazione di ogni squadra ha contribuito alla buona riuscita del gioco. Stanchi e affamati i ragazzi hanno ancora celebrato la Messa, sempre con entusiasmo e partecipazione. Successivamente, contenti, gli scout hanno finalmente pranzato. Mangiando insieme una pastasciutta ognuno ha potuto fare nuove amicizie e colloquiare con i propri amici.

L’evento si è concluso con un grande cerchio in cui è stata premiata la squadriglia vincitrice del San Giorgio: i Ghepardi del PN3; e come ricordo della giornata ad ognuno è stato consegnato un piccolo presente (un gamellino). Come in tutti i loro eventi, gli esploratori e la guide hanno saputo collaborare insieme e mantenere l'allegria in ogni situazione. In queste due giornate hanno inoltre ricordato I’importanza di un’acqua e di un’aria pulite che vanno rispettate per il bene dell'umanità. SQ. PICCHI VERDI, S. AGOSTINO, PN

I nostre alpins

Il gruppo A.N.A. Bepi Rosa di Budoia ha organizzato anche quest’anno la trasferta per partecipare all’81a Adunata Nazionale degli Alpini, svoltasi a Bassano del Grappa il 10 e 11 maggio 2008 in occasione del 90° anniversario della fine della Grande Guerra.

Trasferta organizzata dal Gruppo ANA di Budoia a Bassano del Grappa per l’81a Adunata Nazionale. A destra. Il tradizionale appuntamento al cippo Val de Croda anche quest’anno è stato rispettato. Il nostro giovane iscritto e alpino in armi Fabbro Davide ha alzato il Tricolore del pennone e ha prestato servizio d’onore al cippo.

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La mattina del sabato è stata dedicata alla visita al monte Grappa, alle sue trincee, camminamenti e al tempio ossario di Cima Grappa. Grazie a una guida offerta dal gruppo di Romano d’Ezzelino abbiamo potuto ripassare un po’ di storia, dalla disfatta di Caporetto fino alla battaglia di Vittorio Veneto, cominciata proprio dalla linea difensiva venutasi a creare dall’altopiano di Asiago a tutto il Piave. Dopo aver pranzato ed esserci sistemati nelle camere del convento delle suore del Santuario del Covolo di Crespano, che per gli Alpini hanno fatto uno strappo alla regola, nel pomeriggio abbiamo visitato la gipsoteca e il tempio canoviano. L’indomani, dopo la Messa e un’abbondante colazione dall’amico Gianni, ci siamo anche noi impossessati di Bassano insieme alle 400.000 persone presenti; nel pomeriggio abbiamo sfilato con altre 80.000 penne nere, attorniati da una cornice impressionante di pubblico festante. In serata abbiamo cenato in un ottimo ristorante di Pieve di Soligo, poi rientro a casa. L’appuntamento è per la prossima adunata, Latina 2009, dove il nostro gruppo ha già preso i primi contatti.

Estate 4 ever

Quest'anno, per la prima volta, si è svolto all'interno dell'oratorio di Budoia Estate 4 ever, un punto verde organizzato per i bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, che si è tenuto dal 9 al 20 giugno. Questa iniziativa si è potuta realizzare grazie all'idea e all'impegno di alcune mamme volontarie che sono state le promotrici di questo progetto e anche grazie alla collaborazione di altri genitori,

Il folto gruppo dei partecipanti al «punto verde» organizzato da Michela Bravin, Monica Angelin, Raffaella Angelica, nel campo dell’oratorio con gli animatori.

Tutti impegnati con pennelli e colori a dipingere gli ombrelli, seguendo i consigli di don Adel e Maria Besa.

di una super nonna e di un gruppetto di ragazzi che hanno dato una mano a queste mamme. In questo progetto oltre alle attività ludiche, si sono svolti anche dei laboratori manuali che comprendevano la realizzazione di lavagne, di «scaccia pensieri» fatti con il das, di cornici di legno guarnite con la pasta, la decorazione di ombrelli e la creazione di anelli di perline grazie alla nonna che ha aiutato le bambine nella realizzazione dei loro «gioielli». Oltre a queste attività manuali si sono svolti un laboratorio di cucina e una giornata al centro sportivo di Budoia. Estate 4 ever si è conclusa venerdì 20 con la serata finale; in 41

questo giorno i bambini, dopo aver partecipato come al solito alle attività proposte e dopo aver dato gli ultimi ritocchi ai loro lavoretti, sono andati in chiesa, accompagnati dagli animatori, per assistere alla Santa Messa. Dopo di che, sono tornati in oratorio per gustarsi tutti insieme una pastasciutta preparata dalle organizzatrici. Inoltre, è stata organizzata all'insaputa dei bambini una splendida caccia al tesoro che aveva come premio, per tutti i partecipanti, vincitori e non, tantissime caramelle. La serata si è conclusa con l'esposizione e la consegna ad ogni bambino dei loro lavoretti. ALESSANDRA CARLON


Atenti pa’ la strada

Se non fosse per la gravità delle conseguenze (per gli animali e le persone) definiremmo l’incidente curioso e bizzarro. Ma quanto sta accadendo sulla strada della Roiata ed in altri tratti della Pedemontana è sempre più allarmante. Anche mercoledì 18 giugno un cinghiale ha attraversato all’improvviso la carreggiata, in prossimità del ponte sull’Artugna, ed è stato investito in pieno da un automobilista che ha poi perso il controllo della vettura e si è schiantato con un altro mezzo proveniente dalla corsia opposta. La seconda auto al cui interno viaggiavano una donna con una bambina sul seggiolino posteriore è finita in un fosso prima di capottarsi in un campo a lato della strada. Solo qualche ferita e molto spavento per i due passeggeri ma l’accaduto riapre la polemica sulla sicurezza delle nostre strade compromessa anche da simili episodi (come già accaduto in passato e nella stessa giornata a Caneva, a causa dell’attraversamento di un cervo). Il problema è stato segnalato più volte in Regione e, per quanto l’assessore provinciale alla caccia cerchi di tranquillizzare i residenti promettendo interventi di segnalazione particolare e di sfalcio dei bordi stradali per aumentare la visibilità della percorrenza, la questione rimane di drammatica attualità.

Intor a l’Artugna

12 luglio 2008, Seconda marcia attorno al torrente Artugna – Trofeo Pizzeria Artugna. Organizzato dalla Pro Loco di Budoia il secondo appuntamento

Nozze d’oro per Mons. Ovidio Poletto, ordinato Sacerdote a Cordignano il 6 luglio 1958, Vescovo della nostra Diocesi dall’anno giubilare 2000. Per ricordare l’avvenimento, fra le tante celebrazioni, un incontro con le coppie di sposi della Diocesi che festeggiavano i cinquant’anni di matrimonio, tenutosi nel Santuario della Madonna di Rosa a San Vito al Tagliamento. Fra essi i coniugi Fortunato Rui e Rina Mies di Budoia (nella foto), Claudio Parmesan e Ofelia Biscontin.

col Percorso Circolare dell’Artugna si è svolto regolarmente nonostante il maltempo: un violento acquazzone con accompagnamento di tuoni e lampi a metà pomeriggio aveva preoccupato organizzazione e podisti, raccolti in piazza sotto il tendone della Pizzeria Artugna. All’ora convenuta per la partenza fortunatamente la pioggia cessa e la marcia parte regolarmente. Il percorso è perfettamente agibile, grazie all’operato dei volontari e dei soci della Pro Loco che nei fine settimana precedenti lo hanno ripulito da rovi, erbacce, rami ed alberi caduti. Impeccabile l’organizzazione che ha predisposto strategici punti di ristoro lungo i sentieri. Nuvole minacciose accompagnate da tuoni lontani non scoraggiano i quasi 200 iscritti, tra i quali molti bambini, che, navigando nel fango in Ligont, su sentieri trasformati in ruscelli, concludono felicemente la marcia presso le scuole di Dardago, dove si svolge la premiazione, alla presenza del presidente della Pro Loco A. Baracchini e delle autorità comunali. 42

L’Artugna a tordiòn

Il 30 maggio alle ore 22.00 il gruppo folcloristico Artugna è partito per l’ennesima avventura: meta la Svizzera. Ancora ignari della pioggia che ci avrebbe accompagnati durante la nostra esibizione a Friedrichschafen, ci siamo fermati a lungo ad ammirare la grandiosa portata delle cascate del Reno: una giornata all’insegna dell’acqua anche se il bel tempo ci ha concesso una tregua durante la visita ad Ottavio, nostro concittadino roveredano. Abbiamo trascorso la domenica a San Gallo accompagnando la Santa Messa ed eseguendo alcuni balli del nostro repertorio nel piazzale antistante la chiesa. Dopo il pranzo con alcuni rappresentanti della comunità italiana abbiamo intrapreso la via del ritorno, reso più arduo dalle strade impervie del passo del San Bernardino. Nonostante i malori dei componenti e dei freni della corriera siamo giunti a casa in tarda serata (o mattina presto, dipende dai punti di vista!).


Quest’estate ci ha visto protagonisti anche a Marina di Massa, il 19 e 20 luglio. Prima di raggiungere la località marittima, abbiamo colto l’occasione di visitare Volterra, cittadina medioevale situata sulle colline toscane. Dopo aver trascorso il pomeriggio nella piscina dell’ostello, in serata ci siamo esibiti insieme ad altri gruppi stranieri ed al gruppo locale di fronte a numerosissimi spettatori. Lo spettacolo si è concluso a mezzanotte e, raccogliendo le prime impressioni, tra le quali quella del presidente Lino Cadelli, siamo stati felici di sentire che è stato molto apprezzato. La domenica abbiamo animato la Santa Messa, assieme ai gruppi del Messico, Venezuela e Burchina Fasu. Dopo il rinfresco offerto dall’APT e il pranzo presso l’ostello che ci ha ospitati, siamo ripartiti per il rientro a casa, interrotto da una breve sosta a Parma, dove abbiamo visitato il Duomo. CHIARA DE MATTIA

University of the Philippines Concert Chorus In un sabato di metà aprile la chiesa di Budoia ha ospitato un fenomenale concerto del coro

dell’Università delle Filippine. La chiesa era gremita di un pubblico completamente rapito dalla bravura dei cantanti, la quale non si esauriva nell’emissione di splendidi suoni o nell’amalgama generale del coro ma si esplicava maggiormente nella capacità degli stessi di trasmettere sentimenti e sensazioni alla platea. L’altare della chiesa era pervaso dal tripudio di colori che si fondevano negli abiti vivaci dei coristi, più volte cambiati nel corso del concerto. Nella prima parte della serata il coro ha proposto un repertorio sacro che ha incantato le orecchie e scaldato i cuori a tutti i convenuti. In un secondo momento i coristi hanno dato sfoggio anche delle loro abilità di ballerini e attori conquistando ancor più il pubblico con il loro repertorio folkloristico. L’omogeneità e la limpidezza delle voci, la coordinazione nei movimenti, l’espressione dei volti, le coreografie studiate fino al minimo dettaglio e soprattutto la passione e la gioia di vivere che trasparivano da ogni singolo gesto non potevano non entusiasmare anche l’uditore solitamente disattento. E tutta l’ammirazione del pubblico si è riversata negli interminabili applausi sinceri e calorosi per esplodere infine nell’ovazione conclusiva rivolta a tutti i ragazzi più o meno giovani del coro

L’autore, ing. Alessandro Fontana, durante il dibattito.

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dell’Università delle Filippine. Il Concert Chorus dell’Università delle Filippine è stato fondato nel 1962 con la funzione iniziale di presenziare le manifestazioni pubbliche dell’Università . Inizialmente era formato da quarantacinque studenti dell’Università, provenienti dalle più svariate facoltà e selezionati dopo un severo studio vocale e musicale . Successivamente, sotto la direzione di musicologi e studiosi esperti delle più diverse forme musicali (musica classica antica e moderna, musica sinfonica, opera, riviste, zarzuela, folclore con coreografie asiatiche e occidentali), il coro si è imposto all’attenzione dei critici musicali e del pubblico di tutto il mondo, sino ad essere considerato uno dei più prestigiosi gruppi corali oggi esistenti . Questo gruppo composto da una trentina di elementi era in Europa per un mese da fine marzo per partecipare al The XXIV Montreux Choral Festival e ad altri concerti a Milano, a Verona, a Casarsa della Delizia. SARA ZAMBON

’Na sera co’ chi che scrif libres Incontro con l’autore, venerdì 20 giugno, nella sala consiliare di Budoia per la presentazione del libro La quarta luna di Giove di Alessandro Fontana, organizzata dal Comune e dalla Biblioteca di Budoia. La piacevole serata è stata allietata dalla lettura di alcuni brani da parte di Fiorella Vazzoler, alternata dalle note del clarinetto di Valentina Zambon. All’intervento dell’autore è seguita l’interessante esposizione dell’editore Campanotto, che ha evidenziato le capacità letterarie dell’autore, tradotte in atmosfere e personaggi interessanti.


Inno alla vita Ciao a tutti. Volevo annunciarvi che il 4 giugno scorso è nato Simone! Un bel bimbo che pesava 4,340 kg ed era lungo 54 cm. Vi inviamo 2 foto: una è la prima appena nato, l'altra dopo alcuni giorni. Una grandissima gioia per tutti noi! PAPÀ GIONATA ASTI E MAMMA ELISABETTA I NONNI FRANCESCA CATULLO PARMESAN E MARIO

Si sono sposati il 9 settembre 2006, a Castelnuovo del Garda (Verona), Alessandro Del Zotto, figlio di Mirko e di Renate Lewinsky, e Marilinda Berto.

Il piccolo Giuseppe Carlon in braccio ai genitori Loris e Anna Rita Dioguardi, nel giorno del suo battesimo, il 20 aprile.

Federico Quaia e Elena Bazzo, sposati il 3 maggio 2008, intendono ringraziare, tramite l’Artugna tutti coloro che hanno partecipato alla cerimonia, rendendo quella giornata così bella.

Ha festeggiato 94 primavere Adriana Zonta vedova Besa, attorniata dai figli Bianca e Alberto e dai nipoti Varnier e pronipoti Varnier e Zin. Auguri vivissimi dai suoi cari!

Auguri dalla Redazione! 44


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ramente sorprese e non siamo riuscite a trattenere una lacrima di commozione quando abbiamo letto le bellissime parole che Adelaide ha dedicato a nostro padre Bepi. Grazie Adelaide, ci hai fatto un indimenticabile regalo di Pasqua! Affettuosi saluti a te e a tutta la redazione.

I ne à scrit

RINA, BRUNA BASTIANELLO THISA

Cara Redazione, mi chiamo Veronica Fort Pitus, ho quasi due anni e, con immensa gioria, unitamente a mamma Antonella e a papà Victoriano, vi annuncio che l’11 febbraio è nato il mio fratellino Filippo. Mentre sto udendo i suoi gridolini, vi prego di informare gli amici di Santa Lucia, pubblicando questa mia lettera su l’Artugna. Grazie a nome della mia famiglia e auguri a tutti voi. Con commozione, per Veronica. IL NONNO MARIO

Carissimi Veronica e Mario, ci dispiace che la lettera non sia arrivata in tempo per essere pubblicata a Pasqua. Congratulazioni a tutta la famiglia per la nascita di Filippo! Pubblichiamo la lettera ed inseriamo il nome di Filippo tra i nati nella rubrica «La ruota della vita».

Dardago, 23 marzo 2008

La famiglia di Rosa Janna Tavàn vi ringrazia sentitamente per l’articolo pubblicato sul numero 113 di marzo 2008 e rinnova gli auguri di Buona Pasqua a tutta la redazione.

Gli alberi servono... specie quelli di famiglia. Perché sono memoria, identità e cultura non solo per «gli attori» che vi sono presenti ma per l’intera comunità. Conoscere e diffondere la ‘storia’ delle nostre famiglie è un modo per preservarne il ricordo e tramandare il loro valore.

Trieste, 22 aprile 2008

In riferimento a l’Artugna n. 113. Abbiamo apprezzato moltissimo il risultato e lo sforzo che la redazione del periodico ha fatto nel compilare l’albero genealogico di tutti i «rami» dei Bastianello: la ricerca dei nomi e delle date, l’inserto, la grafica utilizzata, la raccolta, la scelta e la disposizione delle fotografie tratte dai vari album di famiglia. Per tutto questo ringraziamo le volonterose persone che si sono prodigate per realizzare ciò. Ma, siamo rimaste ve-

[...dai conti correnti]

Broni (Pavia), 21 febbraio 2008

È stato un piacere e un dovere dedicare un paio di pagine ad un avvenimento così eccezionale per la nostra comunità oltre che per la vostra famiglia. Contraccambiamo gli auguri.

Carissima Redazione, colgo l’occasione della nuova «immagine» del nostro foglietto settimanale per un saluto cordiale ed affettuoso a voi tutti. Cordialmente DON ITALICO

Ringraziamo per l’invio del foglietto distribuito ogni settimana nelle due parrocchie della Val d’Arzino e ricambiamo cordiali saluti.

In memoria di Nando Rigo Moreal. I SUOI CARI – TORINO

Per onorare la memoria di Vittoria Santin Tesser, Mario Zambon Ite e Giuseppe Burigana Bepin Ciampanèr. CAMILLO ZAMBON – TRIESTE

Complimenti a tutta la redazione per la sempre bella rivista. NADIA MARAVIGNA – MONZA

Un’offerta per l’Artugna in memoria di mio marito Adriano. VINCENZINA ZAMBON – VENEZIA


Punture di spillo [AFORISMI – MALDICENZE – PROVERBI – FREDDURE]

a cura di Giancarlo Angelin

Io, grazie a Dio, sono sempre stato ateo. [Luis Bunuel] 1

Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana e non sono sicuro della prima.

È curioso a vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore. [Giacomo Leopardi]

I grandi uomini hanno progetti: quelli deboli hanno solo desideri.

L’unico modo per liberarsi da una tentazione è cederle.

Il pensare è uno dei massimi piaceri concessi al genere umano.

[Oscar Wilde] 4

[Berthold Brecht] 6

1. Luis Bunuel (1900 – 1983) regista cinematografico spagnolo, tra i grandi del cinema contemporaneo, formatosi nel clima del surrealismo, ha lavorato per oltre 50 anni su temi ricorrenti – la violenza della società e delle istituzioni, l’erotismo e la religione – affrontati in nome dei valori individuali, anarchici e liberatori dell’arte.

4. Oscar Wilde (1854 – 1900) scrittore inglese nato a Dublino. Fu tipico rappresentante dell’estetismo; osteggiato per la sua omosessualità, fu incarcerato (1895 – 1896) per corruzione di minorenni. Le sue esperienze letterarie si mescolano ad una vita che egli stesso considerò un’opera d’arte, tesa a conciliare ribellismo e mondanità.

3. Ralph Waldo Emerson (1803-1882) filosofo, saggista e poeta statunitense. Pastore protestante, rinunciò poi alla carica. Divenuto il maggior esponente del trascendentalismo, contribuì alla prima fioritura della letteratura americana.

Non dir di me se di me non sai, pensa di te e poi di me dirai. [Platone] 8

[Proverbio cinese]

[Emerson R. W.] 3

2. Albert Einstein (Ulm 1879 – Princeton 1955) fisico tedesco naturalizzato svizzero (1901). Compiuti gli studi a Monaco, in Italia ed al Politecnico di Zurigo, dal 1914 al 1933 fu direttore dell’istituto di fisica Kaiser Wilhelm di Berlino; trasferitosi negli USA all’avvento del nazismo fu professore all’Institute for Advanced Study di Princeton. Premio Nobel nel 1921 per la fisica.

[Claudio Galeno]7

5

[Albert Einstein] 2

La ricompensa per una cosa ben fatta è averla fatta.

Ricordati che il miglior medico è la natura : guarisce i due terzi delle malattie e non parla male dei colleghi.

5. Giacomo Leopardi (Recanati 1798 – Napoli 1837) Poeta fra i maggiori dell’800 europeo. Figlio del conte Monaldo e di Adelaide Antici, s’immerse giovanissimo negli studi filologici; tradusse dai classici, scrisse tragedie ed opere erudite. Al 1816 risale la sua «conversione» alla poesia, cui seguì la meditazione filosofica sull’infelicità, con un rifiuto stoico delle forme «consolatorie» del romanticismo e del liberalismo progressista dell’epoca, e con una lucida messa a punto di una concezione materialistica che fa dipendere tutto da una Natura inesorabile e «matrigna».

Mai sentirsi arrivati anche se siamo alla fine del viaggio. [Anonimo]

6. Berthold Brecht (1898 – 1956) scrittore tedesco oppositore del nazismo, visse esule dal 1933 al 1949, in quell’anno fondò a Berlino Est il Berliner Ensemble. Autore di ispirazione marxista, creò un teatro «epico» che mette in scena miti e conflitti della nostra epoca e sollecita lo spettatore al dibattito ed al giudizio. 7. Claudio Galeno (129 – 200 ca) di Pergamo, medico e filosofo greco. Fu il medico più famoso dell’antichità dopo Ippocrate; con metodo sperimentale studiò nervi, muscoli, sangue e numerose patologie. 8. Platone (Atene 427 – 347 a.C.) filosofo greco, di origine aristocratica, fu amico e allievo di Socrate. Nel 387 fondò ad Atene, nei pressi del parco detto di Academo, l’Accademia, scuola ma anche sodalizio religioso per il culto delle Muse. È dall’insegnamento di Socrate che Platone trae la persuasione dell’importanza della conoscenza per la vita dell’uomo. Egli ritiene che la virtù stessa debba essere identificata con il possesso della scienza.

I «sissi» de l’Artugna

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 113 Un porthitut in faggio ‘nostrano’, di cm 49x22, con incisa a fuoco la ricetta del Salàt e cao è il primo sisso (oggetto-regalo) per i nostri lettori. In cucina si trasforma in tagliere, vassoio per salumi, oggetto d’arredamento o come simpatico regalo per i vostri amici. Lo trovate presso i consueti punti di distribuzione o può essere richiesto alla redazione con un contributo di 20 euro.

entrate

Costo per la realizzazione + sito web

4.510,00

Spedizioni e varie

297,00

Entrate dal 1.03.2008 al 25.07.2008

4.016,00

Totale

4.016,00

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uscite

4.807,00


venerdì

8

20.30_ al campo di bocce Torneo di bocce in concomitanza «Chiosco dell’anguria»

sabato

9

6.30_ in piazza Partenza per escursione guidata alla Casera Valle Frith 20.30_ al campo di bocce Torneo di bocce in concomitanza «Chiosco dell’anguria»

lunedì

11

20.30_ al campo di bocce Torneo di bocce in concomitanza «Chiosco dell’anguria»

martedì

12

20.30_ al campo di bocce Torneo di bocce in concomitanza «Chiosco dell’anguria»

mercoledì 13

17.00_ in teatro Inaugurazione mostra «1918-2008: dall’Artugna al Piave... in ricordo dei nostri 'veci'»

giovedì

19.00_ presso il cortile delle scuole elementari apertura chiosco enogastronomico

14

21.00_ presso il cortile delle scuole elementari serata danzante con orchestra «Alto Gradimento»

venerdì

15

11.00_ in chiesa Santa Messa in onore dell’Assunta 18.00_ in chiesa processione dell’Assunta 19.00_ presso il cortile delle scuole elementari apertura chiosco enogastronomico con micromagia ai tavoli 22.00_ presso il cortile delle scuole elementari spettacolo di magia con le «Magicodine»

sabato

16

19.00_ presso il cortile delle scuole elementari apertura chiosco enogastronomico 21.00_ presso il cortile delle scuole elementari musica dal vivo con i «Formula 2» 22.30_ presso il cortile delle scuole elementari spettacolo di giochi pirici con «La compagnia dell’ultimo minuto»

domenica 17

festeggiamenti

16.30_ presso il cortile delle scuole elementari «Giochi Popolari» 16.30_ presso il cortile delle scuole elementari apertura chiosco enogastronomico 21.00_ in chiesa Concerto del quartetto di voci femminili «InCantus Quartet»

PER L’ASSUNTA

DARDAGOSTO2008 da venerdì 8 a domenica 17 Pesca di beneficenza in canonica Mostra «1918-2008: dall’Artugna al Piave... in ricordo dei nostri 'veci'» in teatro Mostra di artigianato artistico in asilo Dama gigante nello spazio antistante il teatro

venerdì 15 e sabato 16 Avvicinamento all’onoterapia con l’associazione onlus «Amici di Totò» in piazza

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Lucertola Lacerta muralis – Iserta

O Fare la lucertola, un’espressione molto frequente in questo periodo di ferie estive, distesi sotto il sole cocente alla ricerca dell’abbronzatura perfetta. Ma per la lucertola, quella vera, non sono certo ragioni estetiche a muoverla nella ricerca del calore. Come tutti i suoi simili definiti ‘a sangue freddo’, anche questo piccolo rettile verde-grigiastro, molto comune nel nostro territorio, non è in grado di regolare la propria temperatura corporea e deve quindi trovare consolazione scaldandosi ai raggi del sole. L’altra curiosità di questo «dinosauro in miniatura» (raramente supera i 30 cm) è la capacità, nelle situazioni di pericolo estremo, di praticare la mutilazione spontanea (autonoma) di un pezzo di coda, per distrarre il predatore e cercare la salvezza. Il suo spostamento avviene ondulando il corpo lateralmente e muovendo in avanti le zampe in modo alternato. Grazie alle sue unghie e all’articolazione delle zampe può arrampicarsi con estrema agilità su qualsiasi pendenza o superficie. In genere si nutre di piccoli invertebrati (vermi, ragni, insetti) ma anche di bacche e piccoli frutti, mentre è vittima di gatti, serpenti ed uccelli. Per questo d’inverno preferisce ripararsi in luoghi sicuri e nascosti (pietraie, cave di ghiaia, muri a secco ecc.) per poi risvegliarsi in primavera, nel periodo della riproduzione, durante il quale i maschi, territoriali, intraprendono violenti lotte e furiosi inseguimenti. La deposizione delle uova avviene in buche sul terreno che la femmina spesso si scava da sola, affidando poi al sole la loro maturazione e schiusura. La lacerta vivipara è invece l’unica specie che dà alla luce una prole già indipendente. Foto di Massimo Zardo e testo a cura di Vittorio Janna


l'Artugna 114_ 2008