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Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia

Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Anno XXXII · Dicembre 2003 · Numero 100

100 numeri: ricordare e progettare

Per tutti... Nando

Di fronte al terrore. Cristiani e Musulmani più fragili e più uniti

Budoia-Torino filo diretto con le Olimpiadi


di Roberto Zambon

[ l’editoriale ]

Questo numero de «l’Artugna», che esce per il Natale 2003, chiude il 32° anno di pubblicazioni e porta il numero 100. È un bel traguardo per il nostro periodico, un traguardo che ci fornisce l’occasione per ricordare il lavoro di questi lunghi anni e ci stimola a progettare il nostro futuro. Già con il primo numero di quest’anno particolare, abbiamo dato una nuova veste grafica al periodico. L’Artugna viene citata spesso per come si presenta e per come ha saputo adeguarsi, negli anni, in seguito ai mutamenti del gusto estetico e all’avvento delle nuove tecnologie.

100 numeri

ricordare e progettare Eravamo un po’ in apprensione, perché il cambiamento proposto era abbastanza radicale. I commenti, però, sono stati positivi e ciò ci conforta. Un inserto è dedicato ai nostri primi 100 numeri. Sono stati raccolti gli interventi di autorità e collaboratori in occasione della bella ricorrenza. Tessere di un prezioso mosaico celebrativo dell’evento che sono particolarmente benevoli nello stilare un bilancio di questo esperienza. 2

Ciò ci fa molto piacere ma non ci fa dimenticare che il futuro de l’Artugna va ricercato in un infoltimento del numero di collaboratori e, in particolar modo, di giovani collaboratori. È una sfida che dobbiamo affrontare e vincere se vogliamo che il periodico della comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia, possa raggiungere ulteriori traguardi. 32 anni di vita della nostra comunità sono raccolti in qualche migliaio di pagine del periodico. Ma esiste una tradizione ancor più lunga in questo campo. A Dardago, il bollettino La Voce del Pastore, fin dal lontano 1943 – anno in cui fu voluto dall’allora pievano, don Nicolò del Toso – per circa 20 anni è arrivato nelle nostre case. In questo numero ci è sembrato opportuno dare il giusto risalto a quell’iniziativa che, considerati gli anni bui in cui nacque, ha del miracoloso. Anche don Alberto Semeia continuò per qualche anno le pubblicazioni e, pertanto, possiamo affermare che la nostra comunità, da 60 anni, con qualche breve interruzione, ha un suo bollettino. Se non è un record è senz’altro una situazione particolarissima di cui possiamo essere orgogliosi. È, allo stesso tempo, anche una grossa responsabilità perché non si può lasciar morire una iniziativa così importante e radicata nella nostra comunità.


È ancora Natale! In questo tempo così particolare e così difficile! Iniziata con l’11 settembre l’impresa dell’odio e della violenza sembra continuare e il mondo guarda questo scenario sanguinoso ed apocalittico che affligge gli uomini. Sembra non bastino la situazione della fame e delle malattie... Alle situazioni sociali che producono la morte si aggiunge la guerra che sembra essere infinita!

la lettera del Plevàn

Purtroppo carissimi questa è la situazione del nostro tempo anche se noi ancora prepariamo le luci e gli addobbi e gli alberi natalizi ricordiamoci che c’è gente che soffre e muore; non sono solo gli altri, di altri Paesi che non ci toccano più di tanto, ma la nostra gente che è andata in Iraq per una missione di pace. Pensiamo anche a loro. È ancora Natale. Nasce Gesù. Sorge spontanea una domanda, noi ci facciamo questa domanda: «è possibile sperare ed amare ancora»? 3

Certo che è possibile perché l’amore è un irrinunciabile dono dato agli uomini. Gesù prendendo su di sé tutta la nostra umanità ci ha donato tutta la sua divinità quindi gli stessi atteggiamenti di Dio. Praticarli, dipende dalla nostra buona volontà, dando spazio nella nostra vita all’amore e al perdono. Dio si è fatto come noi, per farci Lui. «Oggi è nato per noi un Salvatore, Cristo Signore». Accogliamolo nella nostra casa, apriamogli il nostro cuore, confidiamogli le nostre miserie. Accostiamoci alla confessione, per essere purificati e perdonati. La Vergine Maria, Madre di Dio e nostra, Donna del silenzio e dell’attesa, ci faccia vivere il vero Natale; quello consumistico, dei doni, dei pranzi, dei viaggi, finisce presto. Il Natale con Cristo rimane per sempre. Vieni Signore Gesù, discendi dal cielo e rimani con noi. Ascolta il grido dell’umanità sofferente che ha bisogno di vera pace; tocca il cuore di pietra degli uomini insensibili e trasformalo in cuore di carne. Ove ha sede l’amore, la comprensione, il vicendevole aiuto, la carità senza limiti. È ancora Natale. A voi care famiglie, ai piccoli, ai giovani, agli ammalati, ai forestieri, alle persone sole e senza speranza, il mio cordiale augurio di pace e bene. Buon Natale, Buon Anno a tutti. vostro DON ADEL


NASCITE

[ la ruota della vita]

Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Eva Puiatti di Stefano ed Elisabetta Crovato – Budoia Karim Ben Safir di Ali e di Khadija Rochdi – Santa Lucia Edoardo Del Maschio di Giovanni e di Marta Saksida – Budoia Emrah Selimoski di Tamir e di Zurejma Selimoska – Santa Lucia Leonardo Polo Del Vecchio di Andrea e di Maria Tassan Zanin – Budoia Chiara Forti di Stefano e di Maria Masutti – Santa Lucia Alice Canzian di Mauro e di Katia Santarossa – Budoia Maria Vittoria Faion di Massimo e di Lucia Sandra Spiga – Budoia Maria Rachele Faion di Massimo e di Lucia Sandra Spiga – Budoia Martina Zoni di Massimo e di Alessia Zambon – Dardago

M AT R I M O N I Hanno unito il loro amore. Felicitazioni a… Antonio Mezzarobba con Berangere Crouigneau – Budoia Marco Minuz con Elena Dal Mas – Budoia Andrea Baccaro con Orienne Tomasella – Santa Lucia Anna Lis con Marco Groppi – Castello di Aviano Andrea Burigana con Giulia Del Gobbo – Torre di Pordenone Victoriano Fort Pitus con Antonella Gariboldi – Milano Matteo Zambon Rosit con Nadia Dainese – Venezia Davide Viola con Simona Zambon Pala – Milano Andrea Fabris con Denise Romani – Milano Nozze d’oro Angelo Polo e Stefania Busetti Caporal – Milano Nozze di diamante Giuseppe Ianna Bernardo e Ermellina Zambon – Dardago Camillo Zambon Pinal e Lidia Zambon – Dardago Nozze d’argento Giorgio Bocus e Giuliana Allegretto – Dardago

L A U R E E , D I P LO M I E . . . Complimenti! Lauree

IMPORTANTE Giungono talvolta lamentele per omissioni di nominativi nella rubrica Avvenimenti. Ricordiamo che la nostra fonte di informazioni sono i registri dell’Anagrafe comunale. Pertanto, chi è interessato a pubblicare nominativi relativi ad avvenimenti fuori Comune o relativi a particolari ricorrenze (nascite, nozze d’argento, d’oro, risultati scolastici ecc.) è pregato di comunicarli alla Redazione. I nominativi pubblicati sono pervenuti in Redazione entro il 13 dicembre 2003. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

Cristina Moreschi – Psicologia – Brescia Lisa Bottan – Architettura – Orsago Daniela Ferrario – Giurisprudenza – Milano Mauro Vago – Economia Aziendale (triennio) – Pordenone Valentina Zambon – Diplomata Conservatorio (Flauto) – Budoia

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di… Luigia Fort di anni 83 – Santa Lucia Arturo Busetti di anni 70 – Dardago Arturo Steffinlongo di anni 95 – Venezia Silveria Del Maschio di anni 89 – Budoia Sergio Zambon di anni 72 – Francia Maria Clara Zambon di anni 49 – Vallenoncello Ferdinando Carlon di anni 82 – Budoia Renato Del Ponte di anni 80 – Milano Giuseppe Pian di anni 87 – Prata Enrico Carlon di anni 82 – Budoia Maria Zambon di anni 92 – Budoia Albino Carlon di anni 82 – Budoia Anita De Riz di anni 79 – Dardago Elide Tomasella di anni 79 – Santa Lucia Massimo Zambon di anni 34 – Francia Rina Zambon di anni 87 – Venezia Gelinda Pantano di anni 78 – Dardago Guido Zambon di anni 72 – Dardago Anita Adams – Ghana Renata Panizzut di anni 76 – Budoia Ottorino Rigo Dell’Angela di anni 64 – Dardago Dorino Bastianello di anni 88 – Dardago Mario Mezzarobba di anni 73 – Pordenone Giovanna Basso di anni 82 – Dardago Maria Besa di anni 99 – Santa Lucia Augusta Cescutti di anni 82 – Milano Nadia Lacchin di anni 73 – Budoia

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Periodico quadrimestrale della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia (Pn)

In copertina

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100 numeri: ricordare e progettare

27

Grazie, Mary, per la tua missione d’amore di Espedito Zambon

3

La lettera del Plevàn di don Adel Nasr

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Lasciano un grande vuoto

4 6

La ruota della vita

Cronaca

8

Don Nicolò tra noi con la sua... «La Voce del Pastore» a cura di Roberto Zambon

30 36 37 39

Tre colli, tre comunità vive, in 100 numeri.

Per tutti... Nando di Mario Povoledo

Inno alla vita I ne à scrit Programma Bilancio Economico

mbre 200 ice 3

o XXXII · d nn

15

Di fronte al terrore di Maria Grazia Zambon

Intorvìa la tòla a cura di Adelaide Bastianello

100 sommario

a Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594 Internet www.naonis.com/artugna

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Il mio ricordo di Nando di Giacomo Del Maschio

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Budoia-Torino Filo diretto con le Olimpiadi a cura di Magda Carlon

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Oltre il primo sguardo di Marta Zambon

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Cefalonia · Testimonianze di Santo Canta di Edoardo Calderan

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Don Umberto Fort Significativi ricordi di una vita breve di Leontina Busetti

24 26

’N te la vetrina

e-mail l.artugna@naonis.com Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616 Per la redazione Vittorina Carlon Impaginazione Vittorio Janna Ed inoltre hanno collaborato Alessandro Baracchini, Adelaide Bastianello, Ennio Carlon, Giovanni Bufalo, Marta Zambon Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn

Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

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’L è tornàt a nasse di Giacomo Del Maschio

ed inoltre... Albero genealogico della famiglia Zambon Pinal Bavan (undicesimo inserto) Supplemento speciale in occasione del 100° numero de l’Artugna


Di fronte al terrore Cristiani e Musulmani più fragili Intraprendere la via della violenza è sempre una scelta inefficace per raggiungere pace e democrazia in Medio Oriente. Il 12 novembre è successo anche ai nostri carabinieri e soldati. In un attimo, dolore e sgomento hanno pietrificato l’Italia da Nord a Sud. Di violenza ci documenta Maria Grazia, figlia di Arturo Zambon Tarabin, che alla ricerca delle proprie radici cristiane è giunta ad Antiochia dove vive con la piccola comunità cristiana locale, dedicandosi all’accoglienza e dove opera per far si che una certa presenza non si disperda. È una testimonianza di una cristiana in un paese, la Turchia, sconvolto dagli attentati successivi alla strage di Nassiriya.

Istanbul (AsiaNews) Da giorni, spenti i riflettori del mondo sugli attentati che hanno colpito il suo cuore, una fitta nebbia avvolge la grande metropoli di Istanbul. Come un velo che copre e protegge, attenuando suoni e rumori. Quasi a voler custodire nel suo silenzio il dolore straziante di numerose famiglie di ogni religione, cultura e ceto sociale. Il silenzio, denso di emozioni contrastanti, è calato su tutta la Turchia. Silenzio chiesto ai massmedia dal primo ministro Erdogan perché le indagini non siano intralciate con fughe di notizie e il tribunale per la sicurezza ha imposto il segreto istruttorio. 6

Silenzio voluto dai sindacati e dalle organizzazioni non governative e attuato con una silenziosa protesta per la pace, svoltasi nelle piazze delle principali città del Paese. Non urla arrabbiate, non rivendicazioni di vendette, non scene di isterismo, ma folle di migliaia di giovani, anziani, donne, lavoratori e bambini, composte e compatte in una presenza muta da mozzare il fiato. Un silenzio denso, per ribadire il rifiuto di ogni violenza terroristica. Violenza senza volto che ha mietuto vittime tra i turchi di religione musulmama, ebraica e cristiana. Uno spettro che – non si sa quando, dove e come tornerà a colpire – si aggira ancora e che ha minato una pace a fatica costruita negli anni. Commentando i fatti di questi giorni, Kenan Gürsoy, docente all’Università Galatasaray di Istanbul ha detto: «La Turchia ha intrapreso ormai da due secoli la sua occidentalizzazione, direi la sua de-ottomanizzazione, attraverso enormi problemi e rivoluzioni che hanno lasciato tracce nel nostro sistema politico, sociale e culturale. Fino all’anno scorso, in Turchia non vi era una vera pace interna, una riconciliazione tra i differenti gruppi. Di fronte alla modernità il popolo turco non si era definito come musulmano. Adesso, invece, grazie alla vittoria elettorale dell’Akp di Erdogan, ha avuto la possibilità di essere insieme moderato e radicato in una tradizione che gli appartiene. Anche coloro che non hanno votato l’Akp – e io sono tra questi – ritengo ora che un governo islamico moderato rappresenti un’opportunità


e più uniti

unica e un ponte tra laicità e Islam. Certamente, questo Islam non piace agli estremisti i quali, con le bombe, puntano a intralciare questo cammino di riconciliazione interna ed esterna». Dopo gli attacchi del 15 e del 20 novembre la Turchia non è più la stessa: mai avrebbe immaginato un affronto di tale portata. Visitando diversi luoghi il paese sembra si sia indebolito terribilmente.

Nello stesso tempo si è rafforzato il desiderio di mostrare il volto fraterno e pacifico dell’Islam. Oggi è il primo giorno di festa del dopo Ramadan. Dopo l’attentato molti rimanevano barricati in casa. Ora le famiglie a poco a poco si sono fatte coraggio e hanno invaso i mercati per comprare i cibi indispensabili al tradizionale pranzo, i regali da distribuire a bambini, amici e parenti che si vanno a visitare, i vestiti da indossare per l’occasione e soprattutto i dolci che non possono mancare sulla tavola in questi giorni di Seker Bayram («festa dello zucchero»).

Durante questo speciale pasto in comune, i membri della famiglia e gli amici si riuniscono in un’atmosfera di gioia e in molti casi, senza alcuna discriminazione, persone di altre religioni, soprattutto se vicini di casa e colleghi di lavoro, sono invitate a condividere questo momento conviviale: segni di amicizia preziosi, specialmente in questo momento in cui si vivono tante inquietudini e si percepisce nell’aria un senso di paura e di morte, che attanaglia gli animi ed è difficile da scrollarsi di dosso. La novità è evidente soprattutto ad Antiochia, conosciuta come «la città della pace e della comunanza fra le religioni». In questi 7

giorni di vacanza essa è diventata mèta di viaggi e di famiglie e gruppi, quasi a testimoniare che si vuole vincere la paura. Guerre e di violenza sono una ferita aperta nel cuore dell’umanità; i conflitti che fanno vittime innocenti spingono la popolazione a perdere la speranza. Ma è proprio in questo momento di estrema fragilità e debolezza, che ci si ritrova uniti intorno all’unico Signore del Cielo e della Terra. Sabato scorso, la «notte della discesa del Corano sulla terra» le moschee erano straripanti di persone ad invocare la pace e la luce. La domenica è stata la volta dei cristiani per la festa di Cristo Re. Nell’augurio di quest’anno a conclusione del Ramadan 2003 Monsignor Fitzgerald, il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, ricorda le parole di Giovanni Paolo II: «Se la pace è dono di Dio ed ha in Lui la sua sorgente, dove è possibile cercarla e come possiamo costruirla se non in un rapporto intimo e profondo con Lui? Edificare la pace nell’ordine, nella giustizia e nella libertà richiede, pertanto, l’impegno prioritario della preghiera, che è apertura, ascolto, dialogo e ultimamente unione con Dio, fonte originaria della pace vera». (Discorso del 24 gennaio 2002). In questo momento di tenebra che oscura l’umanità in numerosi luoghi del Medio Oriente gli uomini e le donne di qualunque fede in Turchia credono e sperano in questa pace. Maria Grazia Zambon


Sessanta anni fa entrava nelle case dei dardaghesi (forse per la prima volta nella loro storia) un bollettino parrocchiale. Era una iniziativa del nuovo pievano, don Nicolò del Toso, giunto a Dardago poco tempo prima (il 13 ottobre 1942) in sostituzione del defunto don Romano Zambon.

Lino-Tipografico di G. Martano a Chieri (TO) che erano specializzate nella realizzazione di un bollettino a carattere generale con le pagine interne dedicate alle singole realtà parrocchiali. Forse, l’idea iniziale di don Nicolò era quella di stampare un foglietto dedicato esclusivamente ai molti dardaghesi lontani dal loro

Don Nicolò tra noi con la sua...

«La Voce del a cura di Roberto Zambon

Il bollettino, «La Voce del Pastore», si presentava come un fascicoletto (formato cm 17,8x 25) composto da 10 pagine delle quali solamente le 4 interne erano relative alla parrocchia di Dardago. Infatti, il bollettino era stampato dalle Edizioni Voce del Pastore presso lo Stabilimento 8

paese. Il primo numero, uscito in occasione della Pasqua nell’Aprile del 1943, fu spedito ai dardaghesi dimoranti nelle varie città italiane e ai molti soldati impegnati sui vari fronti di guerra. Insieme al bollettino fu inviata un’immagine benedetta del Sacro Cuore, del quale don Nicolò era particolarmente devoto. Il fascicoletto era interamente dedicato a loro, con auguri ed esortazioni per i giovani, le domestiche, i soldati lontani. Veniva ricordato che la seconda Messa di ogni domenica era per gli emigranti e per i soldati, come pure il rosario recitato ogni sera all’Ave Maria. E, infine, una domanda: Vi piacerebbe che ogni tanto vi mandassi un foglietto come questo, con qualche buon consiglio, con qualche notizia del paese? Un foglio insomma che vi aiuti a mantenervi buoni, che porti la mia parola a voi che, pur lontani, siete pecorelle del mio gregge spirituale e che mi state tanto più a cuore quanto più siete lontani ed esposti a maggiori pericoli. Vi piacerebbe? Don Nicolò, da Castelnovo del Friuli, terra di emigrazione, conosceva bene l’angoscia di chi per lavoro o per dovere era costretto


ad allontanarsi dagli affetti più cari, dalla casa, dal paese. Conosceva anche il sentimento che un emigrante provava nel ricevere notizie dal paese: una boccata di ossigeno che dava forza e coraggio per continuare. L’esperienza del primo numero e gli apprezzamenti ricevuti convinsero il Pievano che il bollet-

Vi porterà sempre un buon pensiero, qualche notizia del paese, l’elenco delle offerte che pervengono alla chiesa e tante altre cose. Va, o piccolo foglio, porta la voce del Pastore dovunque si trovano le pecorelle del suo gregge. Ai Soldati, alle Domestiche, a tutti i lontani dalla parrocchia porta il ricordo dei loro cari ed essi

Preparare da solo il materiale per pubblicare ogni mese il bollettino – seppur composto da poche pagine – fu senza dubbio un’impresa ardua. Eppure, il pievano era talmente convinto dell’utilità di questa iniziativa che la ripropose anche nelle altre parrocchie da lui curate dopo aver lasciato Dardago. ( 1)

La Voce negli anni

Pastore»

tino poteva essere utile anche per le famiglie di Dardago. Nel giugno successivo, infatti, venne pubblicato un altro numero della «Voce del Pastore». Dalla «lettera» che apre il bollettino si comprendono le motivazioni che spinsero don Nicolò a portare avanti questo impegnativo progetto. Carissimi parrocchiani, questo bollettino che per la prima volta entra oggi nelle vostre case, e che si propone di ritornare ogni mese, vuole essere il portavoce del Pastore che desidera dire a tutti vicini e lontani una buona parola. Questo l’unico suo scopo e motivo: fare un po’ di bene. Accoglietelo e leggetelo.

vivranno così con il loro Paese, con la loro Famiglia e con i loro cari e sembrerà di essere ancora nelle loro case e nella loro Parrocchia. A tutti: Pace e bene. Inizia così la pubblicazione regolare del bollettino. Non abbiamo a disposizione, purtroppo, la raccolta completa ma da informazioni e da documenti presenti nell’archivio parrocchiale c’è da ritenere che quasi ogni mese e per una ventina d’anni la Voce del Pastore entrò nelle case dardaghesi e venne spedita agli emigranti. La pubblicazione del bollettino fu continuata per qualche anno anche dal successivo pievano, don Alberto Semeia. Quanto lavoro per don Nicolò. 9

Scorrendo le pagine abbiamo una visione della vita di Dardago in un periodo, dal 1943 fino a metà degli anni ‘50, che ha segnato un cambiamento epocale. Si era passati, non senza difficoltà e contraddizioni, dagli anni bui e terribili della guerra, agli anni dell’inizio del boom economico. Un periodo che segnò il passaggio da una società prevalentemente rurale – profondamente attaccata ai valori umani e cristiani ma anche contrassegnata da povertà ed emigrazione – ad una società in cui le famiglie, grazie alla creazione di nuove e diverse opportunità di lavoro, potevano vivere più dignitosamente. Don Nicolò, conscio di questi cambiamenti li registra fedelmente. Vede con molto favore il progresso che può migliorare la vita degli uomini. Allo stesso tempo, però, è profondamente preoccupato che questo passaggio epocale non allontani i parrocchiani dagli insegnamenti della chiesa. Non è possibile, in poco spazio fare una disamina di molti anni di pubblicazione. Ci piace, però, raccogliere qua e là, tra i numeri a nostra disposizione, qualche brano, qualche spunto che ci faccia vivere (o rivivere) alcuni momenti della vita paesana di tanti anni fa. In questo modo possiamo, dopo tanti anni, ancora sentire La Voce... Il lavoro è necessariamente lacunoso a causa della mancanza, nella nostra raccolta, di interi anni di pubblicazione.


Nell’aprile 1943 viene pubblicata la lettera di un giovane (Z. G.) che si trova sul fronte russo. La lettera termina così: Se nella nostra bella chiesa ci fosse da fare qualcosa di nuovo sono io il primo a prestarmi…. Tutti abbiamo bisogno di essere aiutati nelle sante preghiere perché Dio stenda la sua mano su di noi e ci aiuti a compiere il nostro sacro dovere di veri soldati e cristiani italiani. Com’è commovente questo giovane che in mezzo al gelo e ai pericoli della sterminata pianura russa cerca di darsi coraggio proiettandosi in un futuro di pace tra la sua gente a lavorare per la sua chiesa. Allo stesso tempo, conscio dell’immane pericolo, chiede di pregare per lui. Nella copia che possediamo, qualcuno ha tracciato un nome, a matita, vicino a questo brano: Zambon Gino. Gino non tornò più dalla fredda pianura russa! Negli altri numeri del 1943 trova spazio la relazione dell’Ing. Leo Girolami sulla necessità di costruire in cima al campanile una cuspide al posto della cupola che aveva il manto esterno di eternit. L’Ing. Girolami aggiunge un po’ di retorica quando ricorda che la cuspide è il più logico coronamento e presenta una soluzione espressiva e suggestiva anche perché il campanile è visibile da grandi distanze poiché si erge solenne di contro allo sfondo dei monti svettando solenne nell’azzurro dei cieli. Don Nicolò non vuol lasciarsi superare quando, poco sotto, domanda ai dardaghesi il contributo d’amore e di generosità per il decoro del tempio, la bellezza del paese e l’onore dei dardaghesi. L’invito così si conclude: Per noi, per la gloria del paese, per ottenere su tutti, vicini e lontani, le benedizioni di Dio siamo generosi secondo le nostre possibilità! In un numero del 1947 sono riportate offerte per il campanile, segno che il paese aveva raccolto l’appello. Finalmente, nel bolletti-

[

]

appello ai lettori

Sarebbe utile ricostituire una raccolta completa de La Voce del Pastore. Diventerebbe un documento storico importante da conservare nell’archivio della nostra redazione. A tale scopo invitiamo i lettori che fossero in possesso di qualche

numero del bollettino di informarci. I numeri saranno fotocopiati e l’originale, se richiesto, sarà ritornato al proprietario.

no del luglio 1951 leggiamo che i lavori del campanile continuano senza interruzioni; la ricostruzione sarà ultimata per la fine di luglio. Nel 1947 viene ricordato che, in occasione della Visita Pastorale la Scuola di Canto, istruita dal M. Armando Del Maschio, sotto la direzione del capocoro Zambon Raimondo, ha felicemente eseguita la Messa «Te Deum laudamus» del Perosi. Dalla lettura della Voce del Pastore del maggio 1949 veniamo a conoscenza che il secondo venerdì di maggio si teneva la Processione dei Torcui a San Martino. Questo atto devozionale veniva effettuato negli anni in cui si verificavano le dannose inva10


Melocco e di Antonio Zambon. Viene data notizia anche dell’avvio della fabbrica di piastrelle dei fratelli Janna. Sempre nel 1954 appare un significativo trafiletto: Il nostro paese ha bisogno di un elettricista, di un idraulico e di un imbianchino. Ci sono tanti giovani a cui non manca la capacità né la buona volontà che ne potrebbero prendere l’iniziativa, vivere serenamente accanto i vecchi genitori ed assisterli. Il tema del lavoro e della famiglia è spesso presente nei vari interventi di don Nicolò. Il Pievano era anche convinto della necessità di una buona istruzione per tutti i giovani. Nel numero di ottobre 1952 in un articolo dal titolo perentorio: Istruitevi, spronava i giovani a non passare le serate invernali tra il gioco e l’alcool. Avete la vita davanti, preparatevi durante l’inverno a diventare degli operai capaci, dei professionisti colti. Imparare il disegno e i primi elementi di contabilità è cosa indispensabile per coloro che desiderano diventare muratori apprezzati, capimastri, impresari, esercenti. Completate la vostra

La Voce in... numeri

sione dei maggiolini (Torcui) che mettevano a repentaglio il raccolto dei campi. Altre processioni che si tenevano in quegli anni per invocare la protezione celeste sui lavori dei campi erano quella di San Marco che arrivava fino alla Chiesetta di San Tomè e le Rogazioni che si svolgevano il lunedì, il martedì e il mercoledì prima della festa dell’Ascenzione. I tre itinerari portavano a San Tomè, a San Martino e ancora a San Tomè. Dal bollettino dell’aprile 1952 veniamo a conoscenza che in occasione della processione del 25 aprile a San Tomè si tenne l’inaugurazione dei lavori di restauro della chiesetta. Nei primi anni ’50 la cronaca si occupa spesso dell’evoluzione del paese, dal mutuo per l’acquedotto e per le strade da asfaltare del 1953, ai primi lavori per la strada verso Piancavallo, dalle iniziative culturali, alle nuove attività produttive. Nel 1954 vengono segnalati un corso serale di lingua inglese e di economia domestica, la Scuola di disegno e vengono ricordate le tre falegnamerie del paese ovvero quelle di Zambon Giovanni Rosit, di Pietro

Quanto costava la pubblicazione de La Voce del Pastore? Da una ricerca effettuata presso gli archivi parrocchiali possiamo stabilire con una certa precisione il costo per la stampa e la spedizione del bollettino. Per i primi anni non sappiamo quante copie venivano stampate. La stampa del bollettino del mese di ottobre 1945 costava 623 Lire, un anno più tardi il costo era di 450 Lire (furono stampate meno copie?). L’inflazione cominciò a farsi sentire e nel 1947 la stampa di un numero costava mediamente 4.000 Lire. Nel 1951 il costo medio di un numero era di 5.500 Lire. Nel 1952 venivano stampate 600 copie al costo medio mensile di 6.500 Lire. Era inviato, oltre che nella varie località italiane, anche in Francia, Belgio, Svizzera, Inghilterra e in alcuni paesi dell’America del Nord e del Sud. Nel 1954 venivano stampate 700 copie del bollettino al mese. 250 venivano distribuite in parrocchia e 450 venivano spedite agli emigranti. Il costo mensile fu di 11.000 Lire.

Si ringraziano per la collaborazione: la signora Pasquetta Del Toso per il dono della raccolta di due anni del periodico, le parrocchie di Sesto al Reghena e di Fanna, Flavio Zambon e Guerrino Bocus che per primi hanno raccolto l’appello e ci hanno messo a disposizione alcuni numeri de La Voce del Pastore.

DARDAGO 1947. CERIMONIA DI PRIMA COMUNIONE

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istruzione con un buon corso di lingua. Non dimenticate, però, l’istruzione religiosa. È la fede che vi darà la soluzione anche dei problemi umanamente insolubili. Erano gli anni della ricostruzione. La fiducia e la speranza in un domani migliore favoriva la nascita o il rilancio delle attività. Abbiamo notizie della sistemazione di alcuni esercizi commerciali: quelli di Luigia Bocus in Via Brait, di Luigi Bocus in Via San Tomè e quelli di «Moreal». Quest’ultimo viene ricostruito dopo essere stato bruciato dai tedeschi durante l’ultima guerra. Oltre al bar, il gestore Vettor Antonio ha iniziato la rivendita di materiale da costruzione, legnami e altri articoli del genere. E, come in quasi tutti i piccoli paesi, il primo televisore viene installato in un bar: siamo nell’estate del 1954 e il locale è quello di Luigi Bocus. Anche le auto e i trattori fanno la loro rumorosa apparizione tra le strette strade del paese non ancora asfaltate. Nel 1953 Giuseppe Carlon sostituisce la vecchia motoaratrice con un moderno trattore, Serafino Zambon inizia nel 1954 un servizio automobilistico (l’odierno Taxi), Achille Zambon acquista una moderna falciatrice meccanica, Guerrino Basso e Alfredo Janna si attrezzano con un trattore nuovo fiammante con 35/40 cavalli di potenza. Oltre a questi, di cui abbiamo notizia dal bollettino, altri automezzi arrivano in paese e nel mese di novembre 1954, in occasione della giornata del ringraziamento ebbe luogo per la prima volta a Dardago la benedizione delle macchine, una trentina tra motoaratrici, «gli auto» e le motorette di vario genere. In tutto questo fervore di iniziative, una sta particolarmente a cuore a don Nicolò. Viene sentita la necessità di avere al più presto l’asilo a Dardago. A tale proposito, in un articoletto del marzo 1954 leggiamo:

Il Pievano ha agitato più volte l’idea: ma parecchie sono state le difficoltà incontrate. Ad ogni modo si può assicurare tutte le mamme che si preoccupano della educazione dei loro figliuoli, che il problema è allo studio e in breve, o meglio, nel prossimo autunno si spera di dare inizio ai lavori. Le difficoltà non mancarono e i tempi si allungarono di molto. L’idea iniziale di adattare in asilo la ciasa del Capelan non era percorribile e nel 1955 i capifamiglia decidono di demolirla per far posto alla futura costruzione del nuovo asilo. Il numero di maggio 1954 è

in occasione delle sue visite a Dardago. Dopo la visita a Milano del 1951, don Nicolò ritornò a trovare i dardaghesi nella metropoli lombarda ai primi di aprile del 1954. Nella Voce ne fa un dettagliato resoconto accompagnato dalla foto del folto gruppo di compaesani davanti la chiesa di San Carlo. Davvero encomiabile la continua attenzione del pievano verso gli emigranti! I dardaghesi di Milano, l’anno successivo faranno dono a Don Nicolò di una Lambretta. Sempre nel 1954 appare la rubrica Dieci anni fa... in cui don Nicolò ricor-

dedicato principalmente all’ordinazione sacerdotale di Padre Agostino Selva e alla visita del Plevan ai dargaghesi di Milano. Di Padre Agostino troviamo scritto: Padre Agostino Selva di Agostino e fu Cornelia Bastianello (Fuser) è nato a Venezia nel 1926. Il padre suo è oriundo da Maniago, la defunta mamma da Dardago, figlia di Angela Bastianello di 87 anni, sorella di don Romano Zambon. Ha passato la sua infanzia a Dardago nella casa della nonna materna. Padre Agostino verrà ricordato anche in altri numeri del bollettino

dava i terribili giorni della guerra. La guerra durava già da anni. La parrocchia di Dardago non l’aveva ancora sentita. Molti giovani e uomini erano lontani, due erano caduti in combattimento, c’erano le tessere. Un reparto di soldati tedeschi era di stanza a Budoia, sulle montagne c’erano le formazioni partigiane ma nessun incidente si era ancora verificato. Il giorno 24 giugno 1944 la popolazione di Dardago è svegliata di soprassalto. Così inizia la rubrica che durerà per circa un anno. Vengono elencati gli avvenimenti più dolorosi del 1944/45: dal ra-

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strellamento del giugno 1944 alla mancata decimazione già stabilita per il 30 luglio 1944 e revocata dopo una drammatica riunione nel municipio di Aviano; dai prelevamenti di molti giovani al trasferimento di alcuni di loro in Germania da dove, purtroppo, non tutti sarebbero ritornati. Vengono ricordati gli incendi dell’osteria di Moreal, la casa in fondo al paese di Zambon Vittorio Mao e la casa di De Chiara Marco. In un bombardamento avvenuto il 18 novembre, perdono la vita alcuni del comune di Budoia. Restano feriti anche i nostri Zambon Marco Marin e il figlio Romolo che si tro-

si possono trarre dalla lettura del bollettino. Eccone solo alcune: da un articoletto sulle nuove scoperte (vere o presunte) per la lotta al cancro veniamo a conoscenza che nel comune di Budoia su 42 decessi, 27 sono avvenuti in conseguenza di cancro; il 25 maggio 1954 una radiosquadra della RAI ha effettuato il 25 maggio la registrazione di cori, usi e costumi del nostro comune. Spesso venivano ricordati i dardaghesi che si sono fatti onore fuori dal loro paese. Ricordiamo, per tutti, il premio di bontà assegnato in Piemonte alla nostra compaesana Graziosa Bocus.

rio liturgico (di solito un breve commento del Vangelo delle domeniche) e nelle ultime pagine venivano proposti massime, fervorini, piccoli racconti, storielle e talvolta, qualche vignetta. Dal 1947 l’ultima pagina era dedicata alla pubblicità. Troviamo presente quasi sempre la Bertelli che presentava il famoso cerotto, il purgante o l’antinevralgico. Veniva proposto anche l’insetticida antitarme Timor (1000 lire una bomboletta nel 1949!!). Alle massaie si consigliava di offrire al marito la minestra preparata con Italdado e la Ditta Sutter invitava a provare il suo Nero Chinese per

A PAGINA 12: AVIANO 1944. SCUOLA DI TAGLIO E CUCITO. AL CENTRO, SEDUTA ALLA DESTRA DELLA SUORA, ROSINA VETTOR CARIOLA. FOTO DI PROPRIETÀ DI VITTORIA SANTIN TESSER.

IN PRIMA FILA: SPINA ELVIRA, ZAMBON TERESA BISO, BUSETTI MARIA DI BRUNO, BUSETTI MARCO DI EUGENIO, ZAMBON ANTONIO FU GIO.BATTA, ZAMBON QUINTO DI LUCIANO, ZAMBON IRMA DI RINO PINAL, JANNA MARIUCCIA DI GINO TAVAN, ZAMBON RITA BONAPARTE. IN SECONDA FILA: RIGO MIRCA DI ERNESTO VENDRAMIN, ZAMBON FRANCO DI ANTONIO MOMO, ZAMBON BRUNO DI ABRAMO, ZAMBON ROBERTO DI GIUSEPPE, ZAMBON GIUSEPPE DI SEVERINO LUSSOL, ZAMBON FRANCO DI ERCOLE, ZAMBON MARINO DI ACHILLE, BUSETTI FRANCESCA. FOTO E DIDASCALIA APPARSE NEL BOLLETTINO DEL LUGLIO 1955

vavano al lavoro vicino alla chiesetta di San Martino. Don Nicolò ricorda pure gli innumerevoli viaggi al Comando tedesco di Roveredo e di Pordenone a intercedere per i parrocchiani di Dardago. La rubrica si conclude con il ricordo della morte dei due cugini Pietro e Enrico Zambon Rosit trucidati dai tedeschi comandati dal tenente medico di Roveredo tristemente famoso per il numero delle sue vittime e per il numero di case da lui bruciate, tanto che comunemente era chiamato «il foghin». Molte altre sono le notizie che

Formato e curiosità Durante gli anni di pubblicazione, la veste grafica del bollettino subì numerose modifiche. Inizialmente, come già ricordato, il formato era molto piccolo. La prima pagina era dedicata alla copertina. L’immagine era sempre la stessa: un disegno del Buon Pastore con, ai lati, un sacerdote che distribuisce la comunione e ancora un sacerdote che illustra ai fedeli, dal pulpito, la buona novella. Normalmente a pag. 2, con il titolo «Pensiero evangelico» venivano ricordati i temi del calenda13


rinnovare gli oggetti di pelle... Le pagine interne, quelle di interesse parrocchiale, abitualmente riportavano il saluto del pievano, un pensiero legato al particolare periodo liturgico (Pasqua, Mese Mariano, l’Assunta ecc), qualche esortazione, la rubrica «Cose di Casa nostra» in cui venivano riportati avvenimenti piccoli o grandi del paese, le offerte pervenute alla chiesa e, sotto il titolo «Culle focolari e tombe», il movimento anagrafico del periodo. Non mancava mai un pensiero per gli emigranti. Dal secondo numero, fu sempre presente, all’inizio dell’edizione parrocchiale, una invocazione: Sacro Cuore di Gesù: Venga il Tuo regno! Confido in Te. L’invocazione al Sacro Cuore testimonia una particolare devozione di don Nicolò per una grazia ricevuta. La circostanza ci viene confermata dalla sorella, Signora Pasquetta. Negli anni successivi, fermo restando il piccolo formato, cambiò l’impaginazione. Dal 1952, infatti, la prima pagina ospita, nella parte superiore, la testata che ripropone – seppur con un disegno diverso e molto più piccolo – lo stesso motivo degli anni precedenti; sotto la testata inizia subito la parte del bollettino dedicata a Dardago. La parte a carattere generale occupa le pagine centrali e finali del fascicoletto. Dal 1954 il bollettino cambia radicalmente. Non venne più pubblicato come inserto, ma stampato direttamente dalla Parrocchia di Dardago presso le Arti Grafiche Friulane di Udine. Cambia anche il formato (25x35) e fanno la loro apparizione alcune foto (naturalmente in bianco e nero). Normalmente il fascicolo è composto da 4 pagine. La testata, nei primi mesi, subì continui cambiamenti. In gennaio, La Voce del Pastore aveva come sottotitolo: Circolare della Parrocchia di Dardago. A sinistra del titolo trovava posto una ripro-

NOTE. ( ) Dopo aver lasciato Dardago, don Nicolò divenne parroco di Fanna nel gen1

naio 1956. In questa parrocchia, nel cui territorio si trova il famoso santuario della Madonna di Strada, venne pubblicato per 5 anni – dal 1946 al 1951 – un fascicoletto, stampato presso la Tipografia della Basilica del Santo di Padova, intitolato Bollettino del Santuario della Madonna di Strada in cui veniva riportata la storia e la vita del santuario. Al suo arrivo, don Nicolò iniziò la pubblicazione del Bollettino Parrocchiale di Fanna e, in segno di continuazione con il precedente, venne indicato nella testata «Anno VI». Il bollettino si presentava con la identica veste della nostra «Voce del Pastore» degli anni ‘50; unica differenza era l’immagine della Madonna di Strada invece della Madonna della Salute o del Buon Pastore. Appare anche la consueta invocazione al Sacro Cuore di Gesù. Dal mese di ottobre il bollettino assunse anche il titolo «La Voce del Pastore» e l’immagine della Madonna fu sostituita dalla raffigurazione del Buon Pastore. L’esperienza e il ricordo di Dardago giocavano un ruolo fondamentale nei primi anni del bollettino di Fanna. Negli anni successivi il bollettino cambiò più volte veste grafica e si alternò con il bollettino del santuario (L’eco del Santuario). Attualmente viene pubblicato, una volta all’anno, un bollettino a colori di 16 pagine dal titolo In dialogo. Poco dopo essere stato nominato Abate di Sesto al Reghena (luglio 1967), don Nicolò diede vita al «Bollettino Parrocchiale» che dal mese di marzo 1968 verrà pubblicato per molti anni. La veste grafica e i contenuti erano molto simili a quelli de La Voce del Pastore, segno che l’esperienza dardaghese fu molto utile e positiva. La pubblicazione verrà proseguita anche dai parroci che gli succedettero, don Pietro Furlanis e don Giovanni Perin, il quale – come don Nicolò – fu dapprima pievano di Dardago e poi parroco-abate di Sesto al Reghena. Memore de l’Artugna, don Giovanni, a metà degli anni ’90, cambiò notevolmente il bollettino parrocchiale dando vita al periodico l’Abbazia.

INTERNO DELL’ALBERGO BAR MONTECAVALLO. DA SINISTRA: VITTORIA SANTIN TESSER, (? DI SPALLE), AGOSTINO VETTOR CARIOLA, ANTONIO VETTOR E LA MOGLIE CATERINA BOCUS FRITH.

duzione di un quadro del Buon Pastore. In febbraio, il titolo rimase solo La voce del Pastore con a sinistra la riproduzione di un quadro del Sacro Cuore. Finalmente con il mese di marzo si arrivò a una stabilizzazione della testata. Per alcuni anni il titolo, nella parte superiore della prima pagina sarà: Bollettino Parrocchiale – edizione di Dardago (Udine-Italia) – La Voce del Pastore. A sinistra del titolo, la foto della nostra statua della B. V. della Salute. 14

Negli ultimi anni di pubblicazione cambiò ancora. Abbiamo a disposizione alcuni numeri del 1957 e del 1959. In questi numeri, Il titolo è: Bollettino Parrocchiale e sotto l’immagine a sinistra (ritorna il Buon Pastore del 1954) troviamo la scritta La Voce del Pastore.


Per tutti...

Nando di Mario Povoledo

questo restaurato sotto la sua guida. A livello provinciale non tralasciò mai il lavoro verso il prossimo in difficoltà: terremoto del 1976 Cantiere 10 di Pinzano, insieme ad altri Alpini del Gruppo, con l’immancabile capo campo Mario Barbieri di Aviano, anch’egli da poco scomparso e il grande Presidente dott. Mario Candotti; insieme fondarono il primo nucleo di Protezione Civile; la strada della Frazione di Lesis di Claut, per permettere ad una giovane con gravi problemi di handicap di poter scendere in paese; il nuovo reparto scolastico del Villaggio del Fanciullo; l’Oratorio don Bosco, la sede CEDIS di Azzanello, l’attuale sede della sezione ANA di Pordenone; il suo impegno per la Casa di Natale del C.R.O.; questi sono solo le opere più grandi, senza contare le altre.

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APRILE 1998. GLI ALPINI DEL GRUPPO DI BUDOIA FESTEGGIANO NANDO PER I SUOI 28 ANNI COME SEGRETARIO E 18 COME CAPOGRUPPO.

Lutto nella comunità e nella famiglia degli alpini

Un uomo giusto, patriota esemplare e grande alpino, attaccato ai valori imperituri, ai principi sani e genuini, alla montagna, uomo di poche parole, nemico dei compromessi. Ecco delineata la figura di Nando Carlon, morto dopo breve malattia nella sua casa di via Cialata. Figura nota in paese ma in modo particolare nella famiglia degli Alpini, per essere stato combattente in Grecia, Jugoslavia e Francia (ove conobbe fra gli altri il cappellano don Carlo Gnocchi) nel Battaglione Val Tagliamento, 8° Reggimento Alpini. Classe 1920. Dopo gli studi ginnasiali in seminario, nipote del più conosciuto monsignor Lozer, ecco la cartolina precetto. Al termine del conflitto, dopo un periodo trascorso a Venezia, come tanti nostri, vinse il concorso ed entrò in Municipio a Budoia, in un’epoca cui mancavano le tecnologie moderne. Negli archivi comunali, migliaia di cartolari portano la sua bella calligrafia. Si attivò subito come segretario di Gruppo (per ben 28 anni), dell’allora Capo Gruppo Bepi Rosa, e degli altri che si susseguirono, sino agli anni ’80, quando divenne Capo Gruppo, carica che espletò per ben 18 anni. La sua esperienza e determinazione lo porteranno a ricoprire il ruolo di consigliere Delegato della Zona Pedemontana, Segretario e Alfiere della Sezione Alpini di Pordenone. Il suo non docile temperamento non influirà negativamente all’Associazione; se doveva dire qualche cosa, la diceva e basta; poi tornava tutto come prima. A Budoia ha lasciato un grande segno: il restauro o ripristino o edificazione di Monumenti e Cippi, di mura, di Croci, la pulizia dell’area verde del capitello Costa, anche


Non trascurò neppure il folclore: fu infatti socio fondatore e per lunghi anni Presidente e segretario del Gruppo Artugna insieme a don Giovanni Perin e alle insegnanti Bruna Fabbro e Nadia Ragagnin e la lingua friulana, coltivando una stretta amicizia con il dottor Degano, Presidente del Fogolar Furlan di Roma. In Parrocchia fu tra i primi cantori con l’allora amico e collega Andrea Besa. Collaboratore entusiasta del nostro periodico l’Artugna. Un grande uomo generoso e schivo, un credente, che ha sem-

alla Parrocchia la sua casa, ove ha vissuto, custodita gelosamente con cura, piena di ricordi anche dei bei momenti passati con quanti andavano a fargli visita, fino alla fine. Nando, è stato grande anche in questo. * * * Il primo impatto con lui, come segretario negli anni che fu capogruppo degli Alpini di Budoia, fu catastrofico, iniziò con lo scontro sul metodo, non sui contenuti, circa la compilazione di un verbale. Gli feci notare che due teste

pre dato senza mai voltarsi indietro. se n’è andato in punta di piedi, senza disturbare più di tanto, lasciando, da uomo metodico com’era, precise disposizioni per i suoi funerali svoltisi sabato 16 agosto. Erano presenti circa 400 alpini con 64 gagliardetti guidati dal Presidente Gasparet con tutto il Direttivo; le autorità civili e militari, una rappresentanza del gruppo Artugna con il presidente Cadelli. La Santa Messa concelebrata da don Adel, don Giovanni Perin, monsignor Mario dal Bosco, padre Bruno Del Piero, padre Luigi Da Ros, don Giovanni Tassan è stata accompagnata dal coro della parrocchia. Non di poco conto anche la sua volontà di lasciare in eredità

pensanti come noi, che condividevano gli stessi valori e principi, potevano anche differenziarsi sul metodo. Non replicò; firmò il verbale poi tirò fuori due bicchieri e servì il tradizionale vino nero. Winston Churcill diceva che «un uomo di carattere ha un brutto carattere». Ecco il ritratto di Nando. Uomo dal carattere forte e spigoloso, onesto, sincero, generoso, leale, altruista, misurato nelle parole e nel sorridere, nemico del disordine, della perdita di tempo, dei compromessi e delle smancerie, fortemente attaccato alle Istituzioni – orgoglioso dell’appartenenza di un nipote all’Arma dei Carabinieri – riusciva a gestire con uguale perizia e competenza, documenti, carte, macchina 16

da scrivere, come la cazzuola, la pala, il picco, la falce e la carriola. Era il Capo, ma sapeva fare bene anche i lavori più umili. Quando alla fine di ogni triennio, per sei volte consecutive, gli presentavo le dimissioni da segretario egli, perentorio mi rispondeva: «se mi fermo io, ti fermi anche tu!» I Gruppi Alpini di Aviano, Budoia, Giais, Malnisio, Marsure, Polcenigo, San Leonardo Valcellina, San Martino di Campagna che lo hanno avuto come loro attento e preciso Delegato, insieme ad un altro Alpino verace andato avanti, Mario Barbieri, con il quale è stato l’artefice degli albori della Protezione Civile, mio tramite, lo salutano e alzano i gagliardetti sulla sua bara, ricoperta dal Tricolore, cucito dalle esperte mani della moglie Anna, con appoggiato al cuore il cappello del cognato Giovanni, disperso in Russia. Da uomo metodico e pignolo, aveva scritto anche come dovevano essere i suoi funerali. «Niente discorsi per me!» Scusa, Nando, forse in questo, sia io che il nostro e tuo Presidente – al quale sei stato fedele segretario sin dalla tua nomina e del quale tu dicevi che era figlio spirituale erede di Mario Candotti – ti abbiamo disobbedito! Mi sembra di vederti: occhiali sul naso e l’indice della destra vorticare in un no secco e deciso. Ma intravvedo ancora il tuo sorriso schietto e sincero, sento la parlata friulana, noto il tuo incedere marziale e diritto con in mano quel Vessillo che dal giorno della tua dipartita, ha vegliato le tue spoglie mortali, parimenti la tua schiena ricurva dal peso degli anni e della sofferenza. Così ti ricorderemo. Per sempre. Come si vive, così si muore. Ciao Nando, riposa in pace! Grazie di tutto, grazie per tutto! FOTO IN ALTO. 13 AGOSTO 2003. LA SALMA DI NANDO, TRASPORTATA A SPALLA DAI SUOI ALPINI, S’AVVIA VERSO LA CHIESA.


6 MAGGIO 1992. POSA DELLA CROCE IN VIA PANIZZUT, DOPO I LAVORI DI RESTAURO. FOTO IN ALTO. 29 DICEMBRE 1980. CONGRESSO INTERNAZIONALE DEI PUERI CANTORES. NANDO, ALLORA PRESIDENTE DEL GRUPPO, DONA UN’ARTISTICA PERGAMENA AL PRESIDENTE DEL FOGOLÂR FURLAN DI ROMA, DOTT. ADRIANO DEGANO.

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Caro Nando, so che hai dato molto e lo hai fatto con coerenza e passione, e se qualche volta, nello svolgimento dei rispettivi ruoli, tu da capo gruppo ANA, quando ti prestavi organizzando il restauro o la sistemazione di opere di proprietà comunale, quali il monumento ai caduti di Budoia, la fontana di Dardago, l’area dell’Altarol de la Madoneta ed altre ancora e io da amministratore locale, abbiamo avuto qualche malinteso, pur nella consapevolezza di ben operare di entrambi, da parte mia non ho mai mancato di stimarti e volerti bene. Gli amministratori e i dipendenti comunali di oggi e di ieri ti abbracciano con affetto. Ciao, Nando! Le brave persone come te si ricordano facilmente. GIACOMO DEL MASCHIO

Il mio ricordo di Nando

Porto le più sentite condoglianze a nome del Sindaco, degli amministratori, dei dipendenti e mie personali ai parenti di Ferdinando Carlon. Ferdinando Carlon, ma per tutti noi semplicemente Nando, era nato a Budoia il 4 novembre 1920. Incominciò la sua carriera di impiegato presso il Municipio di Budoia con incarichi saltuari già all’età di 16 anni nel 1936-’37 e nel 1939-’40, poi la guerra, fu Caporale Maggiore nell’Ottavo, forse è superfluo aggiungere, Reggimento Alpini, fu impegnato nelle campagne di Grecia, Yugoslavia e Francia e quindi terminata la guerra riprese l’incarico comunale fino al ’51. Dal ’51 al ’55 anche se con incarico provvisorio, ricoprì il ruolo, lasciato dal defunto Adriano Sanson, di scrivano e successivamente e fino alla pensione avvenuta nel ’78, di Applicato di Concetto; 42 anni di servizio prestato a favore delle nostre famiglie, di molti di noi qui presenti, nel frattempo sempre impegnato nel volontariato; grazie Nando. Vista la folta presenza di autorità ecclesiastiche, civili e militari, di amici, di alpini e di conoscenti raccolti oggi in questa Chiesa per stargli vicino e dimostrargli riconoscenza e affetto, viene spontaneo credere che la sua notorietà per la sua costante partecipazione alle varie attività locali non abbia bisogno di grande eloquenza, era molto conosciuto e non spetta a me cogliere tutti i momenti della sua vita, ma mi sia concesso di

ricordarlo con un aneddoto, forse un po’ banale, ma a me molto caro. Ho avuto l’occasione di incontrarlo e conoscerlo in Municipio nel suo ambiente di lavoro, molto diverso da ora, 2 o 3 impiegati in tutto, negli anni cinquanta quando mio padre, allora Sindaco, mi portava qualche pomeriggio con lui perché non andassi «a tordio», e mi obbligava, erano altri tempi, a stare seduto anche qualche ora su una sedia in corridoio al primo piano a fare qualche disegno e ad attendere che lui disbrigasse le pratiche amministrative di allora; il signor Ferdinando, così lo chiamavamo noi bambini di quei tempi, appena mio padre si ritirava nel suo studio, mi faceva entrare nel suo ufficio, mi metteva seduto davanti ad una vecchia scrivania e mi permetteva di provare a scrivere a macchina, oggi fa un po’ sorridere, per me era una gioia e una emozione immensa e, fino a poco tempo fa, a distanza di tanti anni quando ci incontravamo, ricordavamo con nostalgia quei momenti, assieme a tanti altri da lui vissuti nel gruppo ANA «Bepi Rosa», nel gruppo folkloristico «Artugna», con i donatori di sangue, nella Pro Loco, nella sua amata montagna, il Sauc e così via; grazie Nando.


Budoia -Torino Filo diretto con le Olimpiadi

Intervista ad Andrea Varnier a cura di Magda Carlon Pare cosa insolita parlare di giochi olimpici invernali in un modesto periodico come il nostro, oltrettutto con un anticipo di due anni dall’avvio dei giochi in territorio italiano. È ancora vicino il ricordo della sfida alla candidatura da parte di Tarvisio, unitamente a Carinzia e Slovenia, per ottenerne la sede, alla fine ceduta con tanto amaro in bocca a Torino e alle sue montagne. Un pizzico di spirito friulano è decollato, però, in Piemonte. La direzione di Immagine e Comunicazione del Toroc, il comitato organizzatore torinese dei XX Giochi Olimpici Invernali del 2006, è affidata ad Andrea Varnier, nato a Verona, figlio dei budoiesi Clelia Dedor e Angelo Varnier. Il giovane ha battuto sul filo di lana concorrenti assai qualificati. Al direttore generale deve essere piaciuto il suo effervescente curriculum. Laureatosi al DAMS di Bologna con una tesi sul sistema radiotelevisivo svedese, Andrea ricoprì prima la carica di responsabile eventi e promozione alla Gore ed Associati, poi la carica di responsabile dell’ufficio stampa e pubbliche relazioni alla Honda, a Verona, quindi alla casa automobilistica Chrysler-ltalia, per approdare come direttore responsabile dell’immagine alla Tim, a Roma. Attualmente è anche docente di Master Universitario in Management e Gestione dello Sport alla Facoltà di Scienze Motorie dell’Università La Statale di Milano. Una sua breve vacanza a Budoia è stata l’occasione per parlare del suo lavoro in una informale intervista.

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Come vengono organizzati i Giochi Olimpici del 2006? La struttura preposta all’organizzazione dei XX Giochi Olimpici Invernali del 2006 è un comitato privato che utilizza solo fondi privati, di cui fanno parte la città di Torino e il CONI. Nei nostri finanziamenti rientrano gruppi televisivi (il finanziatore principale è una televisione americana) e sponsorizzazioni internazionali e nazionali (ad esempio la FIAT). Lo Stato italiano interviene nella costruzione degli impianti e delle strutture collegate che non vengono gestite da noi, bensì da un altro ente. A mio avviso l’Italia ha optato per una scelta corretta, affidando ad un’agenzia di tipo governativo la gestione dei fondi pubblici per la costruzione degli impianti di cui non ci occupiamo. Noi diamo solo le specifiche della costruzione di tali opere, perché sappiamo di che cosa abbiamo necessità per le diverse tipologie di sports; a queste si integrano quelle dei progettisti per un utilizzo post olimpico. Riceviamo, quindi, in consegna gli impianti per l’arco di tempo dello svolgimento dei Giochi e gestiamo tutte le strutture temporanee, come l’aggiunta di posti a sedere... Noi ci occupiamo dei servizi agli atleti, agli spettatori, e ai giornalisti di carta stampata e televisivi.


Quale ruolo ricopri all'interno di questo Comitato? All’interno di questo Comitato, composto di un migliaio di persone, mi occupo del settore Immagine e Comunicazione, definizione forse un po’ insolita, perché seguo principalmente eventi che succedono durante i giochi. Cinque sono i settori di mia competenza: cerimonie, immagine, servizio editoriale, cultura, torcia. Coordino un’ottantina di persone. Il settore delle cerimonie di apertura e di chiusura, delle premiazioni e degli altri eventi collaterali ai giochi, costituito da un gruppo di quindici persone che coordinano gli esterni, è sicuramente il più complesso e anche il più criticabile. Gli avvenimenti più eclatanti sono le cerimonie di apertura e di chiusura con quattro ore di diretta televisiva. Sono eventi che ca-

ratterizzano l’intera kermesse e che, visto I’alto contenuto simbolico e rituale, conferiscono un valore aggiunto e un appeal particolare alle olimpiadi. Sono anche una vetrina per il paese ospite, un’occasione di presentarsi al mondo con un imprinting originale e caratterizzante. Televisivamente parlando, sono gli eventi che fanno più audience dell’intera manifestazione. È un lavoro molto complesso: vuoI dire mettere in piedi il cast, gli aspetti protocollari che sono quelli che rendono la cerimonia simbolica e tradizionale: sfilata degli atleti, discorsi del capo dello Stato, il volo delle colombe... Richiede almeno tre anni di sviluppo. Il bello è che c’è partecipazione. Stiamo mettendo insieme questo gruppo di lavoro per decidere i temi generali della cerimonia, non la creatività, e abbiamo sentito varie personalità che hanno accettato l’invito; tutto il cast di nome viene gratuitamente. L’altro settore, quello dell’Immagine che noi chiamiamo «look» dei giochi, predispone tutto un piano di decorazione dei giochi. È un lavoro altrettanto complesso: dal logo creato dal mio gruppo, alle medaglie, alle mascotte e a tutti gli oggetti che fanno parte del carattere, del look delle cose. Il servizio di produzione editoriale è un altro settore di mia competenza. Per l’occasione si realizzano pubblicazioni sui giochi, di cui mi occupo personalmente, il contenuto editoriale del sito internet, curato dal mio gruppo, e una serie di libri: dalla guida per gli spettatori al libro commemorativo finale, dalla guida dello sport ai regolamenti. Il tutto tradotto in inglese e francese. Per la sezione cultura è stato ideato il servizio «Arti e cultura», perché siamo obbligati come CIO ad offrire attività culturali collaterali ai giochi, programmi d’intrattenimento durante l’intero arco di tempo delle olimpiadi. 19

Essendoci risorse limitate per questo settore, cerchiamo dei contatti con il Ministero dei Beni Culturali, con le istituzioni culturali sia locali, come con il Teatro Regio, sia nazionali. Già da quest’anno una delle mostre della Biennale di Venezia è da noi patrocinata. Speriamo che nel 2005 si possa realizzare una sezione dedicata al movimento o allo sport e programmata fino a febbraio 2006. Il nostro comitato garantisce tutti i servizi. In questo periodo stiamo progettando il «percorso della fiamma olimpica», tragitto che farà la fiamma lungo il territorio nazionale prima di arrivare, la sera dell’inaugurazione, a Torino; momento clou con l’accensione del braciere, il 10 febbraio 2006. Il percorso della torcia sarà lungo due mesi con partenza l’8 dicembre 2005 da Roma, dove il presidente della repubblica accenderà la fiamma proveniente dalla Grecia e il Papa benedirà la manifestazione, e proseguirà per tutte le regioni italiane, e per molte città, Pordenone compresa. Alcuni appuntamenti sicuri dal sud al nord: a Lampedusa, a Napoli con una mega-festa in Piazza Plebiscito, l’ultimo giorno del 2005, a Pisa, sulla torre pendente, a Venezia sul Ponte di Rialto, nei parchi nazionali; a Cortina, il 26 gennaio 2006, in occasione del cinquantesimo delle Olimpiadi Invernali del 1956. Perché hai optato per questa scelta? L’idea di lavorare intorno ad un grande evento mi affascinava, e l’opportunità è giunta con questa mega-manifestazione. È una crescita, è come gestire una media azienda. Mi piace anche l’idea che il lavoro abbia un termine; lavori, infatti, per un obiettivo finale e questo è molto stimolante. Auguriamo ad Andrea fuochi d’artificio a conclusione dei «suoi» giochi olimpici.


Oltre il primo sguardo di Marta Zambon

Dopo molti anni di appassionato insegnamento, la maestra Bruna Fabbro Coassin lascia la scuola. L’Artugna la ringrazia per l’amore e la professionalità con cui ha fatto crescere molti bambini dei nostri paesi e per l’impegno profuso in altre attività, prima fra tutte, il gruppo dei Piccoli Cantori e Danzerini «Artugna».

Man mano che passano gli anni le esperienze mutano in ricordi, la vita si trasforma in un album di fotografie. In una di queste «foto» mi vedo seduta in un ceppo tra gli alberi del bosco. Sono con i miei compagni di classe, perché la maestra Bruna ha voluto accompagnarci sul posto a raccogliere la nostre impressioni, per svolgere un tema sui colori dell’autunno. Lì vicino c’è uno stagno, una volta era circondato da tantissime margherite gialle. Dopo anni, nelle mie passeggiate con Stefano, risento sempre quella frase: – Bambini, quando sarete grandi, passerete di qui con i vostri fidanzati e le vostre fidanzate e vi ricorderete della vostra maestra! – Oggi queste parole si fanno accompagnare da tante emozioni e ricordi. Mi sono trovata a condividerli con Antonella, ripercorrendo quel sentiero durante una delle ultime marce dei funghi. Riflettevamo su una

lezione che la maestra ci ha lasciato durante le elementari ma che ci è servita fino all’università, e anche oltre: non fermarsi mai alla superficie, cercare sempre ciò che sta al di là del primo sguardo fugace. Un tema non doveva essere una cronaca, dovevamo esprimere sentimenti e opinioni. Una frase non doveva essere minima, dovevamo sfruttare le mille risorse della lingua italiana, non stancarci di cercare gli aggettivi e i sinonimi più adatti. Raramente il voto era il massimo, quasi sempre potevamo fare di più, non dovevamo accontentarci o sedere sugli allori. Tramite la maestra Bruna io, Flavia, Antonella, Loretta, Fabio, Giampaolo, Donato, e Andrea ci siamo iscritti al gruppo Artugna. Qualcuno si è fermato per molti anni e può confermare che anche questa è stata un’esperienza di vita. Anche nelle danze , senza che ne accorgessimo, la maestra ci insegnava una cosa fondamentale: non basta «fare» le cose, bisogna «farle bene». Ci ricorderemo sempre quell’«un due tre» ripetuto per mesi prima del nostro debutto! 20

In queste righe rischio inevitabilmente di perdermi nei ricordi, e proseguire è difficile perché la gola si stringe, il foglio si inumidisce e nella mia mente compaiono tantissime immagini: la maestra che ci cucina le patate americane o le castagne, la torta che ha preparato per il suo compleanno, le risate che facciamo mentre mi lega le gambe con lo scotch perché non sto mai ferma… Scrivendo mi accorgo di tutte le cancellature e le correzioni, e in un certo modo mi sembra di tornare alle elementari perché so che probabilmente la maestra leggerà questo articolo. Approfitto quindi per scriverle quello che a voce non si trova mai il modo di esprimere, e che sicuramente tantissimi suoi alunni ora le direbbero assieme a me, senza alcuna retorica: – Grazie maestra Bruna, perché per noi sei stata maestra… di vita!

È FINITA LA SECONDA. TUTTI PROMOSSI! I BAMBINI CONTENTI CON LA MAESTRA BRUNA, A SINISTRA, E CON LA MAESTRA MARINA TURCHET. È L’ANNO 1984.


Nel numero 92 dell’Aprile 2001 fu pubblicato un articolo di Lucio Carlon sulla tragedia di Cefalonia. Ora, a 60 anni da quei drammatici eventi, Edoardo Calderan ci propone i ricordi di un altro reduce: Santo Zambon Canta.

Cefalonia testimonianze di Santo Canta

settembre non è morta la patria», può darsi, ma una cosa è sicura: le decisioni prese dai badogliani ed il modo in cui i nostri soldati furono abbandonati al loro destino dalla «patria» meritano qualche attenzione in più che l’ambiguo silenzio di questi decenni. L’8 settembre l’Italia si arrende. Il governo Badoglio firma un armistizio pesante, una pace senza condizioni imposta dagli angloamericani. Mentre il re, Badoglio e gli altri generali si rifugiano nei demani regi di Brindisi protetti dalla Royal Navy, le nostre armate stanno per

di Edoardo Calderan

IL RANCIO DI SANTO E DEI SUOI COMILITONI. MOLTI DI QUESTI NON SAREBBERO SOPRAVVISSUTI ALLA TRAGEDIA DI CEFALONIA. SANTO È IL SECONDO, DA SINISTRA, DELLA SECONDA FILA, PARTENDO DALL’ALTO.

Molti a Dardago probabilmente conoscono Santo Canta Zambon, ma pochi forse sanno che appartiene ad una stretta cerchia di uomini, quelli cioè che partirono tra il 1941 e il 1942 per Cefalonia, e riuscirono miracolosamente a fare ritorno a casa. Esattamente sessanta anni fa si apriva uno dei capitoli più umilianti e vergognosi della storia italiana del ‘900. Il Presidente Ciampi in occasione delle celebrazioni ha affermato che «con l’8 21

scoprire l’incubo della rappresaglia tedesca. A Cefalonia, un’isola strategica che permetteva il collegamento tra il mar Ionio e il mare Adriatico, la divisione Acqui contava 11.000 uomini, contro i soli 1.800 tedeschi, fino a quel momento alleati. Dopo i primi giorni d’incertezza, il comandante in capo, il Gen. Gandin, decide di rompere gli indugi e, con il rifiuto del 14 settembre a consegnare le armi, la battaglia ha inizio. Gandin era un


generale esperto e tatticamente lucido, sapeva bene che uno scontro amato sull’isola contro le forze tedesche poteva essere molto pericoloso. Il comando tedesco, infatti, stava facendo arrivare sull’isola pezzi d’artiglieria pesante già dai primi giorni di trattative e l’intervento dei bombardieri tedeschi, gli Stukas, poteva risultare determinate. I diecimila soldati italiani però, avevano idee completamente diverse. Forti della superiorità numerica e militare, confidando in un supporto logistico da Brindisi ed animati da un’ardente volontà di resistenza, decisero di combattere. La battaglia sembrava volgere a favore degli italiani, ma lo sbarco sull’isola del feldmaresciallo Harald Von Hirschfeld con tre battaglioni di fanteria e due batterie d’artiglieria, cambiò completamente il corso dello scontro. La disposizione ufficiale del comando supremo tedesco recitava: «...non devono essere fatti prigionieri stranieri». Il destino di più di 11.000 uomini era segnato. Eravamo convinti di farcela, e li avremmo anche cacciati dall’isola se Badoglio ci avesse inviato gli aiuti promessi – i primi ricordi della battaglia sono anche quelli più carichi di rabbia, contro quell’Italia che abbandonò lui e gli altri 11.000 soldati. – Non potevamo impedire ai tedeschi di far sbarcare gli aiuti sull’isola, non avevamo navi per farlo. L’idea era quella di aspettare lo sbarco e sorprenderli lungo le strade strette e tortuose dell’isola. Io e altri due miei compagni eravamo stati incaricati di scrutare la baia e, non appena i tedeschi avessero lasciato la nave per la salita, avremmo dovuto avvisare il comando. Ci eravamo appostati sul campanile del vicino paese ormai disabitato, dall’alto infatti si aveva una perfetta visuale della baia sottostante. Era giunto il momento: ma dopo aver dato il segnale via radio, cosa ci fu risposto?

«Aprite il fuoco!» Aprite il fuoco? Cose da pazzi!! Non è difficile immaginare chi poteva avere la meglio: noi in tre con un fucile contro un battaglione armato fino ai denti. Nel giro di qualche secondo un’ondata di pallottole ci colpì in pieno, il ragazzo al mio fianco fu falciato all’istante dai mitra. Io e l’altro mio compagno eravamo riusciti ad abbassarci appena in tempo, poi di corsa giù per le scale del campanile fino ad arrivare al piccolo cimitero dietro la chiesetta ortodossa. Il mio amico scavalcò il muro del cimitero, di là però c’erano i tedeschi. Sentii tre colpi. Subito mi precipitai nella direzione opposta, scesi rapidamente il fianco della collina, riuscendo a non essere visto dai tedeschi, e tornai di corsa al campo base. Lo interrompo solo ora, per chiedergli se abbia mai avuto paura in questa o in altre circostanze. La risposta è altrettanto lapidaria: No, mai! Solo in un’occasione ho pensato di non farcela, ma ugualmente non sono riuscito ad avere paura. – Poi accenna un sorriso – Forse perché non avevo nemmeno il tempo per pensarci! Eravamo al ponte sul fiume Kimoniko, stavamo combattendo nella zona nord-ovest, nella penisola di Lixuri. Ci era stata ordinata una ritirata strategica per ordinare meglio le forze più a sud ma l’unica via possibile per spostare rapidamente i reparti, era un ponte in prossimità del fiume Kimoniko. I tedeschi però, che conoscevano quell’unico passaggio, non si lasciarono scappare l’occasione. Furono i bombardamenti degli Stukas a massacrare il nostro battaglione: quando ci piombarono dal cielo, capimmo che non c’era più nulla da fare. Le colline aride e spoglie non ci lasciavano possibilità di difenderci, non potevamo ne rispondere al fuoco ne ripararci dai bombardamenti a tappeto. Mentre correvo, cercan22

do di salvare la pelle, intorno a me c’era il caos: vedevo decine di uomini saltare in aria e urla strazianti provenire da ogni parte. Non so quanti soldati caddero quel giorno, ma furono davvero tanti. Le cifre riportate dalla storia rendono bene l’idea di quello che accade quel giorno: su 11.000 uomini dell’Acqui, 3.700 morirono durante gli scontri dal 14 al 22 settembre, di questi, la metà nella battaglia sul fiume Kimoniko. Tornando al mio incontro con Santo, mi viene spontaneo chiedergli: «Ma, poi come ha fatto salvarsi dalla rappresaglia tedesca?». Lui, che già si aspettava la mia domanda, riprese subito a raccontare. Dopo la consegna delle armi, ci radunarono nel campo di concentramento di Argostoli, la cittadina più importante nel sud dell’isola, e qualche giorno dopo mi ammalai di malaria. Ho passato quasi tutto il periodo di prigionia ricoverato in infermeria. Inutile dire che fu la mia salvezza. Lì avevo conosciuto un colonnello, si chiamava Briganti, ed ogni giorno mi raccontava quello che stava succedendo sull’isola. La rappresaglia tedesca stava colpendo anche i civili greci colpevoli di nascondere ufficiali o soldati. Le strade erano così piene di cadaveri che i tedeschi avevano usato 500 prigionieri italiani per sgomberarle. Nessuno li ha più visti tornare indietro, furono immediatamente uccisi sul posto. I più alti in grado della divisione sono stati fucilati tutti nei primi giorni dietro ad alcune abitazioni disabitate, costruite lungo la strada che portava ad Argostoli, chiamate le «case rosse». Gandin fu il primo, poi tutti gli altri. Ci avevano promesso che ci avrebbero liberato dopo cinque o sei giorni per poter tornare in Italia. Ma prima ci imbarcarono sulle navi e poi, appena preso il largo, ci presero a cannonate dalla costa dell’isola. Quelli che erano sottocoperta, morirono tutti annegati. Io, non so


come, raggiunsi la riva a nuoto. Mi riportarono in infermeria, guarii rapidamente nel giro di un paio di giorni. Nel frattempo continuavano le esecuzioni sommarie ed i morti non si contavano più. Per le strade, l’odore di morte era nauseante. Ai primi di dicembre, il colonnello Briganti, con cui ormai ero in ottimi rapporti, mi aveva confidato che lo Stato Maggiore tedesco era intenzionato a concedere il rimpatrio ai dieci medici e ai quattro cappellani dell’esercito italiano, presenti sull’isola. I cappellani rifiutarono quest’opportunità, mentre di uno dei dieci dottori, non se ne sapeva più nulla. Briganti mi aveva inserito nella lista dei partenti, spacciandomi per il decimo medico mancante. A metà dicembre partimmo con l’aviazione con destinazione Atene. Da qui salimmo su un treno per Trieste, passando per Salonicco,

Sofia, Budapest per poi giungere in Italia dalla Slovenia. Ricordo che passai per Sofia verso Natale, e quando entrai in Trieste, erano già i primi di Gennaio del ’44. Qui a Dardago c’erano ancora i tedeschi, non potevo nascondermi in casa, se mi avessero scoperto la mia famiglia avrebbe passato guai seri. Così, nemmeno il tempo di riabbracciare mia madre, e dopo qualche giorno ero ancora in viaggio, questa volta per Milano. Lì avevo dei parenti di mio padre che mi avrebbero aiutato, ma all’incirca all’altezza di Padova, dopo una rapida perquisizione sul treno, mi arrestarono. Dopo qualche mese mi rinchiusero nel campo di concentramento di Monza. Eravamo ormai ad aprile, di lì a breve la guerra sarebbe finita, e solo allora, dopo tre anni e mezzo, sarei potuto tornare liberamente a casa.

Le cose da chiedergli sarebbero ancora tante, ma si è fatto tardi, è già ora di cena e così ringrazio Santo della sua incredibile testimonianza. Quando ci salutiamo appare chiaro che c’è in lui la speranza che tutto questo venga un giorno ricordato anche da quella «patria» che, purtroppo, ha la memoria un po’ troppo corta.

SIGNIFICATIVI RICORDI DI UNA VITA BREVE

Don Umberto Fort di Leontina Busetti Don Umberto Fort era nato a Santa Lucia nel 1885 e morì in provincia di Verona, dove era cappellano militare, a soli 33 anni. È vissuto così poco che ha lasciato poco di sé, se non dolore e pochi ricordi che stanno svanendo! Come pronipote desidero fermarli, perché freschi, toccanti e significativi di una vita che avrebbe potuto dare molto di più. Mi riferisco a tre episodi precisi raccontati dalla nonna, sua sorella. Uno, forse il più importante dal punto di vista religioso, risale a quando era curato a Mezzomonte, che raggiungeva a piedi. Lungo la strada si fermava presso una famiglia che era nota per avere un comportamento religioso poco ortodosso e scarsa correttezza morale. Venne richiamato dal Vescovo al quale rispose che lui andava «per portare la fede dove non c’era».

Il secondo episodio, più spiritoso, ricorda di una vecchietta che gli aveva portato dell’olio per accendere il lumino al Signore. Ma lui disse che con quell’olio «la consasse la minestra agli uomini di casa quando sarebbero tornati dal lavoro e che Nostro Signore poteva starsene anche al buio». L’ultimo episodio raccontato dalla nonna riguarda una vecchia zia che si lamentava di molti insetti che le attaccavano un albero da frutto e lo pregava di cacciarli con una benedizione; poi, sempre gli stessi insetti, avevano attaccato le verze, necessarie per sfamare la famiglia, d’inverno. Al terzo spostamento lo zio Berto le disse che «quelle povere bestie dovevano pur stare da qualche parte». Gli aneddoti finiscono qui: peccato! Mi ha fatto piacere raccontarli, perché esprimono nella loro semplicità quei principi di saggezza popolare che ci rinforzano.

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DON UMBERTO FORT IN DIVISA QUANDO ERA CAPPELLANO MILITARE.


’n te la vetrina Maria Besa Coda era nata a Santa Lucia nel 1905 ed è morta nel 1983. La foto è stata scattata da Lord Snowdon, marito della principessa Margaret d’Inghilterra, e già fotografo di Vogue, quando Maria Besa lavorava alla villa Malcontenta e lui era ospite con la moglie dei signori Landsbergh, proprietari allora della famosa villa palladiana. Un giorno a sorpresa le disse: «Ferma Maria» e le scattò questa foto, così semplicemente: per noi un capolavoro che fissò in modo splendido un carattere fermo, volonteroso, onesto, specchio di una vita dedicata al lavoro come governante presso la ricchissima famiglia americana. I signori Landsbergh possedevano oltre alla Malcontenta un villa in Portogallo e un’altra nel Connecticut. Da amanti dell’arte riportarono questa residenza al suo autentico splendore. In seguito, essendo senza eredi, la restituirono ai naturali proprietari, perfettamente restaurata. Maria Besa li seguì con responsabilità e correttezza tali da ricevere le loro confidenze importanti, quali quelle che avrebbero lasciato la Villa Malcontenta ai Signori Foscari, che in passato avevano dovuto cederla. LEONTINA BUSETTI (FOTO DI PROPRIETÀ DELLA FAMIGLIA BESA CODA)

NELLA FOTO: ANNEMASSE (ALTA SAVOIA - FRANCIA) 1936. INES (NATA NEL 1914) E ILARIO ZAMBON (NATO NEL 1922), EMIGRATI IN FRANCIA CON LA LORO FAMIGLIA. (FOTO DI PROPRIETÀ DI INES ZAMBON PUPPIN)

NELLA FOTO: PIAN CANSIGLIO 1949. UN GRUPPO DI GIOVANI BUDOIESI CON DON ALFREDO, DURANTE UN’ESCURSIONE. (FOTO DI PROPRIETÀ DI ANGELO VARNIER)

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NELLA FOTO: VINCENZO CARLON (1887/1974) ALL’INIZIO DEL 1900, DURANTE IL SERVIZIO MILITARE COME ALPINO, IN CARNIA. (FOTO DI PROPRIETÀ DI ADRIANO CARLON)

NELLA FOTO: ANNI ’20 UN SERENO GRUPPO FAMIGLIARE, A MILANO. MARIA CARLON CON IL MARITO ANGELO DEL MASCHIO E I FIGLI ADA E ROMEO. (FOTO DI PROPRIETÀ DI DONATELLA E DANIELA ANGELIN)

FOTO SOPRA: NOTA FOLKRORICA CON ITALIA BASTIANELLO THISA E GIUSEPPE TASSAN IN COSTUME POPOLARE, AD UN RITROVO TRA EMIGRANTI A MILANO. (FOTO DI PROPRIETÀ DI ITALIA BASTIANELLO)

SOTTO A DESTRA: DARDAGO 1932 IL PICCOLO MARINO ZAMBON ACCANTO AL FRATELLINO AURELIO CON I GENITORI AUGUSTA JANNA E LUIGI. (FOTO DI PROPRIETÀ DI MARINO ZAMBON MARIN CEP)


PROSSIMA L’INAUGURAZIONE DEL «VECCHIO» TEATRO, SIMBOLO DEI DARDAGHESI.

’L è tornàt a nasse di Giacomo Del Maschio

QUADRO ECONOMICO Lavori a base d’asta euro 278.189,94 Somme a disposizione per spese tecniche, Iva e imprevisti euro 74.124,25 Costo complessivo dell’opera euro 352.314,19

A proposito del nostro Teatro: «Nossignori, continuiamo in inutili discussioni… fra non molto un ammasso di calcinacci», così iniziavo e concludevo il primo periodo del mio articolo, nel lontano 1° numero de l’Artugna datato 1972; e ancora, nel 1973 altri dardaghesi ripresero il tema del «vecio Teatro», ma non si fece nulla. Non fu profezia la mia, ma semplicemente il naturale succedersi degli eventi e così dopo tanti anni di indifferenza e di non manutenzione si arrivò al fatidico 29 giugno 2002 in cui il vecchio «leone» dovette cedere e crollare al suolo e lo fece con un legittimo gran fracasso, ma ancora una volta da gran «re», nel giorno e nell’attimo in cui attorno nessuno potesse soccombervi. Oggi a distanza di un solo anno possiamo affermare che non tutti i mali vengono per nuocere e come dal cappello di un mago eccolo lì più bello di prima, forse non ha il fascino del restaurato, perché è nuovo, ma indossa un vecchio vestito, i suoi sassi. 26

L’Amministrazione comunale ha concluso l’iter programmatico nel quale si prefiggeva di riportare alla vita un edificio simbolo e ricco di ricordi; per me amministratore di oggi, dardaghese da sempre, aver contribuito a portare a compimento questa opera è un motivo di grande appagamento, quasi un sentimento, che oggi, a distanza di tanti anni, riscopro nel veder realizzato un sogno che penso sia comune a tutti i dardaghesi. I lavori, iniziati il 18 marzo 2003, sono stati ultimati in questi giorni e mi sembra giusto ricordare che l’impegno economico profuso dal Comune, non deriva da contributi Statali, Regionali o Provinciali, ma da soldi del proprio bilancio e quindi di tutti noi, ecco perché l’opera di recupero appare ancor più soddisfacente. Ora il «Nuovo Teatro» sarà inaugurato a breve e spero che ritorni ad essere, oltre che sala multifunzionale per la scuola materna, luogo di ritrovo e, perché no, teatro.


È mancata all’età d’anni 48 Maria Clara Zambon, chiamata Mary, sposata Gelisi, rapita da un male che non perdona, lasciando nello sconforto il marito Fabio, la figlia Barbara di recente laureata in farmaceutica, la mamma Iole, la sorella Anita ed il fratello Franco e quanti la conobbero ed apprezzarono a partire delle colleghe maestre d’asilo, i genitori ed i bambini nella scuola materna di Vallenoncello di Porde none. Un’imponente folla partecipò ai suoi funerali, colleghi, docenti e molti genitori con i loro bambini e diversi paesani di Dardago. Du-

Grazie Mary, per la tua missione d’amore di Espedito Zambon

rante la Santa Messa celebrata da Don Giacomo Tolot, fu ricordata per la sua professionalità innovatrice e per l’amore rivolto verso i bambini. Alla fine della Messa una collega a nome penso della comunità ha letto questo brano molto significativo nel suo insieme: «Ti vedo nella tua scuola, tra i tuoi bambini. Si, i tuoi bambini, perché ognuno di loro è stato per un po’ anche tuo figlio. Non hai risparmiato a nessuno di

Riccardo carissimo, due lunghi anni sono trascorsi dal giorno che hai lasciato questa terra. Ci conforta tuttora il ricordo di essere stati vicini a te fino al tuo ultimo saluto. Non abbiamo più parole da pronunciare, ti vediamo sempre accanto a noi in qualsiasi luogo.

RICCARDO ZAMBON nel suo secondo anniversario 31 ottobre 2003

Però, se torniamo indietro nel tempo, pensiamo a quegli anni intensi e felici passati assieme e capiamo la nostra non rassegnazione. Sappiamo di aver perduto un dolce, buono ed indimenticabile figlio. Ti ricordiamo sempre con immutato affetto. LA MAMMA E I TUOI CARI

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loro un abbraccio, una carezza, una parola di conforto, un complimento, un sorriso. Ti vedo in mezzo a colori, disegni, canzoni, filastrocche, favole: un mondo accessibile a pochi perché prerogativa dei piccoli e solo di coloro che riescono a rimanere tali. Ti ringrazio per aver percorso buona parte della tua breve vita con i nostri figli, perché da te hanno imparato tanto, in tutti i sensi. Grazie, maestra Mary, per aver saputo trasformare il tuo lavoro in una missione d’amore». Con mestizia è stata accompagnata nel cimitero di Vallenoncello ove riposa in pace. A tre mesi dalla sua scomparsa, avvenuta nella prima decade di agosto 2003, una Santa Messa è stata celebrata sempre nella Chiesa di Vallenoncello voluta dalle colleghe in suffragio, alla presenza di molte persone, in particolare genitori e bambini. Al termine della Messa, Don Giacomo ha chiamato i piccoli a sé attorno all’Altare e li ha fatti pregare assieme alla comunità per Mary. Un gesto molto commovente. Le offerte raccolte sono state devolute per la ricerca contro i tumori.

A volte mi piace pensare a quando ti ho conosciuto. Sapevo che tu ed io eravamo in qualche modo simili; è come il giorno e la notte… due opposti che si alternano nello stesso ambiente, come se ognuno sorvegliasse l’altro e gli portasse conforto e rifugio. Mi sono seduto nel posto più alto che potessi trovare perché voglio cercare di starti vicino e di sentire ancora la tua voce che echeggia nelle mie parole perché, lo sai, i tuoi pensieri sono i miei ricordi dei momenti trascorsi con te…. Tu sei ancora vivo! Ricordatelo! Ho scritto queste parole perché, vedi, è bello possedere qualcosa che possa ricordare chi ti ha sempre voluto bene nel tuo breve cammino su questa terra; in questo modo non morirai ma... diverrai immortale…. Addio, amico mio… TUO CUGINO LUCA


Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Silvia Del Maschio Come un fulmine a ciel sereno si è sparsa la voce della breve malattia e della morte di Silvia, increduli che a quell’età, 89 anni, fosse quasi intoccabile, vista la sua bella e solare figura, la sua compostezza, la sua allegria, non smodata, la voglia di vivere che trasmetteva agli altri. Ma la vita riserva anche i ma, i se, i però. La ricordiamo così, anche ora che passata al di là ed ha raggiunto i suoi amati genitori, fratello e sorelle, con lo sguardo materno sempre verso il bas-

so, a consolare le figlie ed i numerosi parenti, ad intercedere per quanti le hanno voluto bene ed ha incontrato nel suo lungo cammino. A dirci che, nonostante la precarietà, la vita è bella e merita viverla in pace e fraternità. «Vita mutàtur non tóllitur», recita il prefazio dei defunti «con la morte la vita non è tolta ma trasformata». La chiesa gremita di gente, il giorno del funerale, ha rivelato quanto Silvia fosse ben voluta. Con questa certezza, continuiamo a pensarla con affetto. MARIO POVOLEDO

Massimo Zambon A soli 34 anni è deceduto in Francia Massimo Zambon di Basilio Pala e Battistina Pertia lasciando nel dolore i genitori, il fratello Luigi e tutti i parenti. Ora riposa nel Cimitero di Ville-laGrand. Emigrati i genitori da circa 45 anni in Alta Savoia erano riusciti a costruirsi la casetta a Carnieres de Villela-Grand in prossimità dei confini con la Svizzera. ESPEDITO ZAMBON

Enrico Carlon Adorato papà, ci hai lasciati, ma io so che sei sempre vicino a me e alla mamma, tu non ci avresti mai abbandonato. Sei stato un marito fedele e un papà esemplare. Insieme alla mamma mi avete educato, donandomi un’infanzia e un’adolescenza felice. Mi sono sposata, non è trascorso giorno senza vederti; ricordo che qualche volta mi dicevi di non preoccuparmi, di stare a casa che avevo tante cose da fare, però io vedevo nei tuoi occhi una luce di gioia ogni volta che mi vedevi. Non ci hai mai fatto mancare nulla; insieme alla mamma mi avete dato una

casa, frutto di una vita di sacrifici fatti insieme. Nei miei momenti di difficoltà, tu non mi hai mai chiesto niente, un tuo sguardo valeva più di tante parole. Tu c’eri, insieme alla mamma, e questo mi ha sempre dato la forza per andare avanti. Grazie, papà, di essere stato sempre presente, mai invadente e soprattutto di averci voluto tanto, tanto bene. Papà, aiutaci a superare la tua scomparsa, io e la mamma e tutte le persone che ti vogliono bene, non ti dimenticheremo mai. Grazie, papà. LORELLA

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Int or

a ì v

a l ò t a l VIN BRULÈ Ingredienti Un bicchiere di vino rosso a persona un cucchiaio di zucchero a persona chiodi di garofano una stecca di cannella la buccia di un limone e di un’arancia una mela tagliata a fettine Preparazione Mettere sul fuoco una pentola con il vino e tutti gli ingredienti, tranne lo zucchero e porrare a bollore; quindi con un fiammifero incendiare l’alcool, dopo qualche secondo spegnete versandoci sopra lo zucchero. Togliere la pentola dal fuoco e servire il vin brulè bollente.

PINTHA [LEGGERA]

CROSTUI

Ingredienti 500 g di zucca lessata 125 g di burro 200 g di zucchero 1 bicchierino di rhum 50 g di lievito 1 arancia, 1 limone 250 g di uvetta 500 g di fichi secchi 1 bicchiere di latte 1 kg di farina 00 un po’ di sale, semi di finocchio

Ingredienti 500 g di farina 00 40 g di burro 50 g di zucchero 2 uova vino bianco secco (1/4 di litro) olio per friggere (un litro)

Preparazione A parte sciogliere il lievito nel latte appena tiepido. In una terrina, contenente la zucca lessata, aggiungere il burro fuso, lo zucchero, il latte con il lievito, la buccia grattugiata del limone e dell’arancia, un bicchierino di rhum e mezzo cucchiaino da cucina di sale fino; mescolare il tutto aggiungendo quasi tutta la farina. Dopo aver ben impastato, aggiungere l’uvetta, i fichi tagliati a pezzetti e i semi di finocchio; con la rimanente farina, lavorare il tutto su un tavolo fino ad ottenere un impasto ben amalgamato. Lasciare riposare in luogo fresco per una notte. Riprendere l’impasto e dopo aver dato la forma desiderata, lasciarlo lievitare ancora per qualche ora. Cuocere in forno a 180 °C per circa un’ora. 29

Preparazione Preparare la farina a fontana, mettere le uova al centro; una presina di sale, lo zucchero, il burro appena fuso e quindi impastare tutto come se si facesse una comune pasta per tagliatelle, con la differenza che questa va impastata con il vino bianco. Ottenuto un impasto di giusta consistenza lasciare riposare per qualche minuto. Procedere a «tirare» (o stendere) la pasta molto fine e tagliarla a strisce con la rotellina apposita. In una pentola dai bordi alti mettere a scaldare l’olio; quando questo sarà bollente, versare (pochi alla volta) i crostui. Quando avranno preso un bel colore dorato, levarli e posarli su carta assorbente da cucina e spolverarli di zucchero a velo mentre sono ancora caldi.


I volontari Auser a Pordenon

Cronaca

UN MOMENTO DEL 1° CONVEGNO DEI VOLONTARI AUSER. (FOTO F. RUI)

In una splendida cornice di modernità, l’antica Portus Naonis, dalla Sala Congressi della Fiera di Pordenone, ha dato il via al 1° Convegno dei Volontari AUSER della provincia di Pordenone, la cui partecipazione è stata numerosa e molto sentita. L’apertura dei lavori del Convegno è stata fatta dal Presidente sig. Vincenzo Buffo, il quale dopo una chiara presentazione dell’operato attivo dei volontari pordenonesi, ha evidenziato, non senza una certa soddisfazione, che la provincia di Pordenone si colloca in testa alla media nazionale con il più alto numero di ore di volontariato «donate». Tale esposizione dei dati è stata sottolineata anche da tutti i vari

oratori che si sono susseguiti durante il Convegno, facendo sì che tutti questi giovani «leggermente stagionati» si sentissero orgogliosi di quanto avevano donato, impegnandosi a dare, nel limite del possibile, ancora tanto per il futuro. Gli iscritti al Circolo AUSER Budoia-Santa Lucia-Dardago, con una presenza numerosa di volontari guidata dal presidente signor Marcello Zambon e dal segretario 30

sig. Sandro Gislon, terminato il Convegno, si sono festosamente incontrati con parenti ed amici delle altre comunità della provincia pordenonese davanti ad un lauto rinfresco innaffiato da ottimi vini che hanno largamente contribuito a scaldare gli animi e a chiudere in allegria questo primo Convegno. FORTUNATO RUI

I coscriti del ’38...

Il 10 agosto scorso, un gruppo di amici ha deciso di incontrarsi e di festeggiare con la Santa Messa, rinfresco e pranzo, alla grande, una ricorrenza che li riguardava tutti. Durante la funzione religiosa don Adel ha rivolto belle parole ai convenuti, tanto che tutti, impettiti e seri le sentiva rivolte a se stesso. All’uscita dalla chiesa Rosapia e René ci hanno accolto nel loro nuovo bar dove era stata preparata una tavolata con un delizioso rinfresco. L’ambiente era familiare, ci si sentiva come a casa, specialmente gli uomini. L’allegria, lo scambio di opinioni e pettegolezzi non facevano riflettere sul perché eravamo tutti lì. Lo sapevano ma nessuno pensava di ribadirlo, tutto era come tanti anni prima. Stavamo festeggiando i 65 anni, classe 1938, ma quanta energia e voglia di vivere... Con gioia e spensieratezza verso le 13 abbiamo raggiunto il ristorante Fontaniva per il pranzo. Lì tutti erano ben allineati, mandibole forti, dentiere... pericolose. Che peccato che il corpo invecchi mentre la mente, lo spirito, la voglia di vivere restano quelli spensierati di tanti anni fa. UNO DEL ’38


FOTO A SINISTRA. IL GRUPPO DEL 1938 DOPO LA CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA A BUDOIA. FOTO AL CENTRO. I GIOVANI DEL 1963 CON LA LORO MAESTRA RENZA GATTESCO SANSON NELLA CHIESA DI BUDOIA. FOTO IN BASSO. 12 OTTOBRE 2003. FESTA DEI COSCRITTI DEL 1928.

7° Premio Gante

...e chei del ’63

Sabato 4 ottobre, i coscritti del 1963 del Comune di Budoia e di San Giovanni si riuniscono per festeggiare il loro 40° anno di vita insieme con la loro insegnante maestra Renza Gattesco Sanson, particolarmente commossa, per aver rivisto i suoi ex alunni. Dopo la cerimonia religiosa, il gruppo raggiunge una località della Slovenia per proseguire la festa con l’immancabile pranzo.

Semplice ma ben riuscito il programma che prevede, tra l’altro, la Santa Messa di ringraziamento a Budoia e un incontro conviviale al Ristorante Masaret di Coltura. Impeccabile l’organizzazione. Auguri ai coscritti da parte della redazione.

Setantathinque portadi bin Grande festa per i coscritti del 1928 che si ritrovano domenica 12 ottobre per onorare come si deve il traguardo dei 75 anni. All’incontro sono presenti molti coscritti di tutto il Comune. 31

Si è concluso con il concerto finale eseguito dai vincitori della manifestazione il 7° Concorso pianistico europeo «Luciano Gante», organizzato dall’Istituto di Musica della Pedemontana con il patrocinio delle Amministrazioni regionali, provinciali e comunali e della Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone, in memoria dell’artista triestino scomparso nel ’93. Il concorso si è svolto presso l’Auditorium Concordia di Pordenone dal 21 al 25 ottobre 2003. Il Concorso Pianistico Nazionale «Luciano Gante» si è aperto ai concorrenti dei Paesi dell'Unione Europea. Tale novità vuol essere, oltre che una giusta evoluzione di una manifestazione ormai matura


ed affermata nel proprio settore, anche un piccolo segnale, dopo l’anno 2002, verso un'unione non solo monetaria ma anche culturale, veicolata dall'unico linguaggio condivisibile che non necessita di traduzioni. Alla settima edizione, in virtù del nuovo regolamento che prevede l’ammissione alla competizione ai pianisti in possesso di particolari requisiti artistici, sono pervenute 29 domande di Concorrenti provenienti da Italia, Austria, Svizzera, Germania, Giappone, Belgio, Portogallo, Francia e Spagna. A seguito dell’analisi dei curriculum sono stati ammessi a partecipare al Concorso ventuno Concorrenti. La giuria composta da pianisti di fama internazionale, a maggioranza ha assegnato il primo premio «Provincia di Pordenone», consistente in seimila euro, diploma di partecipazione e quattro concerti offerti da Comuni ed Associazioni, al pianista francese Durupt Laurent. Al secondo posto si è classificato Montemurro Michele (Italia). Al terzo posto si sono classificati ex æquo Secchi Andrea (Italia) e Gianello Federico (Italia). Il premio speciale (offerto dalla F.I.D.A.P.A. di Pordenone) alla mi-

UNA DELLE DUE LAPIDI IN MEMORIA DEI DISPERSI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.

glior concorrente femminile è stato assegnato ex æquo a Catania Monica (Italia) e De Piante Vicin Paola (Svizzera). Il premio speciale «Chopin» per la miglior esecuzione dello studio è stata assegnato a Fabio Rosai (Italia) con l’esecuzione dello studio op. 10 n. 1 Il premio speciale «Enrico Belfiore» per la miglior esecuzione della sonata di Beethoven è stato assegnato a Gianello Federico per l’esecuzione della Sonata op. 2 n. 3 e il premio speciale «’900» per la miglior esecuzione del brano composto nel 1900 è stato vinto da Secchi Andrea che ha eseguito tre pezzi op.11 di A. Schoenberg. DAVIDE FREGONA

(1912), Zambon Giacomo (1920), Zambon Gino (1912), Zambon Gino (1921), Zambon Giuseppe (1921), Zambon Longino (1914), Zambon Luigia (1908), Zambon Valentino (1920). Sarebbe opportuno porre mano anche alla lapide posta a cura dell’Associazione Combattenti e Reduci del Comune di Budoia il 4 novembre del 1954. La lapide è praticamente illeggibile ma, grazie alla Voce del Pastore del mese di dicembre 1954, sappiamo che questa era l’iscrizione: Questa pietra eterni il sacrificio dei caduti e dispersi di tutti i fronti che la patria venera e Dardago tacita ricorda. Guerra 1940-45.

Doe lapidi in Platha

IL VINCITORE DEL 7° CONCORSO PIANISTICO, IL FRANCESE LAURENT DURUPT.

Con l’apposizione sul basamento del monumento ai caduti in piazza a Dardago di due lapidi in memoria dei dispersi e dei morti dell’ultima guerra si è, finalmente, posto rimedio a una lacuna. Questi i loro nomi: Basso Carlo (1922), Bocus Guido (1911), Busetti Angelo (1914), Ianna Giovanni (1914), Ianna Menotti (1911), Parmesan Francesco (1914), Vettor Gildo (1912), Zambon Ermenegildo 32

Ricorrendo, il prossimo anno, il 50° anniversario della posa della lapide, sarebbe meritoria una operazione di restauro. Tanti sono i nostri giovani strappati alla vita e ai loro affetti dalle guerre del secolo appena chiuso. Nel loro ricordo speriamo che mai più altri nostri giovani siano chiamati a questo estremo sacrificio. In un periodo di violenza e di terrorismo internazionale come quello in cui stiamo vivendo, è più che mai necessario pregare Dio perché, nella sua infinita bontà, guidi il mondo su sentieri di pace.


S.O.S. Parco de Val de Croda Tutti conoscono l’area pic-nic Val de Croda, il parco attrezzato in località Ciàmpore, nella splendida cornice della Val Granda. Proprio per la sua suggestiva posizione, l’area richiama moltissime persone, residenti nel nostro Comune, ma anche turisti provenienti da paesi più o meno lontani. Era proprio questo l’obiettivo al momento della creazione del parco per opera della Comunità Pedemontana del Livenza: in un’ottica di tutela dell’ambiente e valorizzazione turistica si era individuata un’area apposita in modo da evitare che per i pic-nic fossero utilizzati gli angoli più disparati delle nostre montagne. Al turista che così trova un’area attrezzata con tavoli, caminetti, giochi per bambini e percorso ginnico, si chiede in cambio solo un po’ di buon senso.

Ma questo spesso manca: senza considerare gli atti di vandalismo, cui comunque nel passato i volontari della Pro Loco (1995) hanno voluto porre rimedio. Basta dare un’occhiata alle condizioni del parco dopo le giornate tradizionalmente più affollate per capire che qualcosa non va. Solo per fare un esempio, già una volta si sono dovuti riparare i caminetti perché qualcuno, in mancanza di legna da ardere, non ha trovato di meglio che usarne la copertura. Bisogna quindi trovare una soluzione, in primo luogo per evitare la spesa per il ripristino, che ricade sulla collettività budoiese e secondariamente offrire una prospettiva di gestione. Serve un progetto per l’utilizzo e la valorizzazione dell’area: una idea potrebbe consistere nel potenziamento della struttura ed il successivo affidamento ad un soggetto che si occupi dell’amministrazione, in modo da garan-

LOCALITÀ CIÀMPORE, DOPO UNA GIORNATA DI PIC-NIC. (FOTO DI ANTONIETTA TORCHIETTI).

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tire una sorveglianza e una manutenzione ordinaria e che magari tenga aperto un servizio bar nel periodo estivo. I fruitori del parco, in buon numero non residenti e che usufruiscono della struttura comunale gratuitamente, troverebbero un servizio ancora migliore, e dovrebbero contribuire versando al gestore una quota magari sotto forma di parcheggio dell’auto. In questo modo si arricchirebbe l’offerta turistica della vallata, in grado di soddisfare appieno le esigenze delle diverse tipologie di persone senza far ricadere le spese ordinarie (pulizia, raccolta, rifiuti ecc.) solo ai cittadini budoiesi. DAVIDE FREGONA Vice Presidente Pro Loco Budoia

I libres de Ezio

Per Ezio Panizzut, fin dagli inizi degli anni ’70, al suo arrivo da Trieste, la biblioteca comunale appena costituita in paese fu un preciso punto di riferimento; non trascorreva giornata di apertura della sede che egli non fosse stato presente per la consultazione, per la ricerca delle novità bibliografiche, per la sostituzione del libro. Riempiva saggiamente le sue giornate leggendo, oltre che seguendo i genitori ormai anziani e presenziando quotidianamente alla Messa come aiutante di don


FOTO A DESTRA. UN POMÈR IN VIA STRADON. (FOTO DI RENZO ZAMBON). FOTO SOTTO. IL PRESIDENTE DELLA PRO LOCO GIANPIETRO FORT E IL SINDACO DI BUDOIA ANTONIO ZAMBON IN VISITA NELLA LOCALITÀ DI LEVADE (ISTRIA).

Alfredo. La sua morte avvenne alcuni anni fa e da allora lo zio, Giuseppe Rigo, conserva nel cuore il desiderio di donare il nutrito numero di volumi appartenente alla biblioteca del nipote alla sede comunale. In questi giorni, alcuni dipendendi dell’amministrazione comunale hanno provveduto al trasferimento del materiale librario in biblioteca. Un grazie della comunità al signor Giuseppe per il generoso gesto e un ricordo ad Ezio nella preghiera.

Alla scoperta del tartufo d’Istria Domenica 26 ottobre 2003, la Pro Loco, sotto la guida del nostro filatelico Felice Modolo, organizza una gita a Levade, piccola cittadina dell’Istria nota agli appassionati di tartufi. Anche i budoiesi si stanno avvicinando a questo pregiato pro-

I pomèrs... in flôr

dotto della terra, a cui da alcuni anni la nostra Mostra Micologica dedica particolare attenzione, visto che inaspettatamente il Friuli Venezia Giulia si è rivelata una regione vocata alla crescita e alla coltivazione di varie specie di tartufo. Alla gita era presente anche il nostro sindaco Antonio Zambon, che ha manifestato alle autorità locali l’amicizia che ci lega nel nome dell’interesse per questo prodotto, che naturalmente è stato gustato da tutti durante il pranzo che ha coronato la giornata.

Pietro Covre, un amigo che no ’l è pì È deceduto a Trieste Pietro Covre, collaboratore e generoso lettore de l’Artugna. Nativo di Polcenigo, operava nel capoluogo giuliano dove era conosciuto e stimato negli ambienti giornalistici e culturali; recentemente aveva ricevuto dall’Amministrazione Comunale di Trieste un prestigioso riconoscimento per la sua meritoria attività di studioso e ricercatore. Molto legato alla zona che gli diede i natali, ha ricordato, più volte, su queste pagine alcuni momenti della sua infanzia. 34

Il 2003 è stato un anno di stagioni pazze. Alberi con fiori e frutti, durante il periodo autunnale, sono sicuramente sinonimo di stravaganze metereologiche.

Ancia ’sto an col furlan

Per il quinto anno consecutivo è ripreso il corso di lingua e cultura friulana indetto dall’amministrazione comunale in collaborazione con la Società Filologica Friulana. Insegnante, «budoiese d’adozione», è Erika Cristante, che ha seguito fin dall’inizio un nutrito gruppo di corsisti al quale rivolgiamo il nostro appello per sollecitarlo a collaborare con il periodico.

Novità in glesia a Buduoia In occasione della festività di Sant’Andrea, a Budoia, si è svolta la cerimonia d’inaugurazione del restauro della cappella e della scultura marmorea del Crocifisso. La documentazione del lavoro, realizzato dall’equipe coordinata dalla dottoressa Simonetta Gherbezza di Udine, verrà ampliamente pubblicata nel prossimo numero.


La farmacia ’l à cambiat posto In quest’ultimo scampolo del 2003 è avvenuto l’annunciato trasferimento della sede della farmacia «Due mondi» dai locali di Casa Callegari, in piazzetta Sant’Andrea, alla nuova struttura in piazza centrale. Con questa nuova collocazione, la piazza si è ulteriormente animata dopo la riapertura del bar di Renè e Rosa Pia, dell’ufficio postale e l’apertura della nuova attività di pulitura a secco. Lo spazio interno, moderno, molto ampio e luminoso, ripropone le varie specialità della farmacia Callegari: dai classici prodotti farmaceutici ai reparti di omeopatia ed erboristeria. Non viene tralasciato neppure lo spazio riservato alla cosmesi naturale, settore ben fornito che – già da parecchi anni – la famiglia Callegari riserva ai suoi clienti, non solo locali, insieme con le produzioni galeniche, i cui laboratori trovano collocazione nel piano seminterrato del nuovo edificio. Ovviamente ritroviamo la professionalità, la cortesia e la simpatia della dottoressa Francesca Callegari, che con il marito Nabil

FOTO SOPRA. LA DOTTORESSA FRANCESCA CALLEGARI CON IL MARITO DOTTOR NABIL KAHOL, PURE FARMACISTA.

Kahol, è proprietaria della sede in cui si continua la tradizione di famiglia, iniziata dal padre, dottor Italo, e successivamente proseguita – per quasi quarant’anni – dalla madre, dottoressa Giulia Cargnello, che con notevole professionalità e con discrezione e gentilezza ha vigilato la salute della popolazione fino a settembre del 1995, anno in cui cedette la titolarità alla secondogenita Francesca. Complimenti ed auguri dalla redazione.

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Per il Comune di Budoia, CallegariCargnello è sinonimo di farmacia. Correva l’anno 1957 quando il dottor Italo Callegari, originario del Solighese, approdò a Budoia nella vecchia sede della farmacia, nel Palath di Biscontin, già proprietà del dottor Sisto Cardazzo, nell’omonima via. Vi era uno spazio angusto riservato al settore commerciale, mentre ben più ampio appariva il retrobottega per la preparazione dei prodotti galenici. Egli sostituì il primo farmacista del comune, dottor Rapisardi, giunto a cavallo degli anni ’30/’40. Prima di allora la gente era costretta a raggiungere la farmacia del sior Tita, a Castello, in piazzetta Calchera, anche se, per le necessità più impellenti, una negoziante vendeva abusivamente le bottigliette scure dell’olio di ricino.

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Inno alla vita

20 luglio 2003 Festa a Sarone per il battesimo della piccola Guia Davanzo, qui in braccio alla mamma Elena Flaiban. Vicino la nonna Valeria Bocus e la bisnonna Ermellina Zambon.

Quattro generazioni. Da sinistra, Luigino Zambon Momoleti (1951), la nonna Maria (1920) con la piccola Giada (2002), e il papà Mirco (1976).

Foto sopra. Con tutti i propri cari Stefania Busetti Caporal e Angelo Polo, il primo giugno 2003, hanno festeggiato con gioia e serenità a Milano il loro 50° anniversario di matrimonio. Foto sotto. Mestre, 11 marzo 2003. Lucia e Gino Zambon con i loro 10 figli festeggiano il 25° anniversario di matrimonio.

Ermellina Zambon e Bepi Janna Bernardo festeggiano 60 anni di matrimonio.

Auguri dalla Redazione!

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per tutte le opere compiute negli anni passati nella nostra comunità come pievano amato e rispettato. In questo numero, come promesso, la Redazione intende ricordarLo con un articolo sulla splendida iniziativa della Voce del Pastore. La ringraziamo per la sua collaborazione. Distinti saluti

Sori, 21 settembre 2003

Milano, 8 settembre 2003

Maniago, 17 settembre 2003

Spett. Redazione, Vi prego di inserire nella rubrica Matrimoni, accanto al mio nome, quello della futura mia sposa. Mi complimento con Voi, nell’occasione, per la varietà e ricchezza dei contenuti del Periodico, splendida luce della nostra terra friulana. Affettuosamente

Spett. Redazione, Vi giungano i miei più sinceri ringraziamenti per l’articolo dedicato a mio fratello, Mons. Nicolò Del Toso, apparso sull’ultimo numero de «l’Artugna». Ne sono rimasta veramente commossa, anche perché Don Nicolò, per la parrocchia di Dardago, aveva un posto speciale nel suo cuore… Vi ringrazio ancora moltissimo. Tantissimi auguri e saluti.

VICTORIANO FORT PITUS

Gent. Sig. Victoriano, giungano da queste colonne alla sua sposa, Sig.ra Antonella, e a Lei le nostre più vive congratulazioni e il nostro augurio per una vita famigliare ricca di soddisfazioni e di serenità. La ringraziamo per i complimenti.

PASQUETTA DEL TOSO

Gent.ma Sig.ra Pasquetta, l’Artugna non poteva certo dimenticarsi di don Nicolò, un sacerdote che ha lasciato moltissimi buoni ricordi tra i dardaghesi 37

Carissimi, Vi invio il mio profondo grazie per il bene che mi procura l’Artugna con tutte le cose che vedo di Dardago. Il teatro è un punto solenne dei miei ricordi di Dardac di allora. Lavoravano con la luce elettrica che Dardac aveva avuto prima di tutti i paesi vicini. Il mio pensiero è sempre a Dardago perché da quello che ho ricevuto nella mia infanzia, ho tradotto in realtà molte cose. Vive in me la speranza di venire un giorno ancora, dopo tanti anni. Ora sono l’ultimo Burigana di Dardac, il resto è a Budoia, Bastianella. Ma non mi devo intristire ma ringraziarVi di tutte le opere che fate a Dardago. Allego una piccola offerta per onorare la memoria di Irma, mia sorella, e Anita. Vi prego di accettare i sentimenti della mia gratitudine, con tante cordialità. BEPIN CIAMPANER


Milano, 8 ottobre 2003

Cara Redazione, vi scrivo in quanto ieri sera, con Ida Zambon in Vettor residente a San Donato, abbiamo conosciuto una oriunda dardaghese... molto in gamba. Maria Grazia Zambon, alla ricerca delle proprie radici cristiane, è finita ad Antiochia (ex Siria, ora Turchia, luogo ove i cristiani cominciarono a chiamarsi tali) ed ora vive con la piccolissima comunità cristiana locale (una decina di famiglie) dedicandosi all’accoglienza, a far sì che una certa presenza non finisca dispersa. Noi abbiamo ascoltato la sua testimonianza, assieme a quella di una sua amica turca neoconvertita. Tra l’altro il 13 settembre scorso Maria Grazia è entrata

[...dai conti correnti]

Gentilissimo Sig. Giuseppe, come sempre, leggere la Sua corrispondenza ci procura una forte emozione, perché da quelle righe scritte con una grafia invidiabile, nonostante la veneranda età, emerge un amore viscerale per questa nostra terra, sentimento che moltissimi giovani non riescono nemmeno a concepire. Perciò siamo noi che La ringraziamo, non tanto per l’offerta, ma per le Sue parole e per il Suo attaccamento a Dardac. Anche noi speriamo che possa realizzare il desiderio di tornare ancora nel paese della Sua infanzia. IncontrarLa sarebbe un piacere per tutta la Redazione.

nell’Ordo Virginum, consacrata in Duomo dal nostro Arcivescovo (è una consacrazione di laiche che vivono poi ciascuna nel mondo, per proprio conto, tipicamente ambrosiana...). Con Ida, abbiamo pensato di far scrivere a Maria Grazia, che è giornalista, un articolo che descriva l’esperienza, e pubblicabile su l’Artugna date le sue radici. È figlia di Arturo Zambon nato nel 1938, emigrato a Milano ove si è sposato. Il padre di Arturo è Checco Zambon, nato nel 1913, vivente e vedovo di Amelia Basso sepolta a Dardago. Ciao a tutti OSVALDO PUPPIN

Caro Osvaldo, manifestiamo gratitudine a te e ad Ida per aver pensato a l’Artugna. Ci fa piacere ricevere testimonianze di una dardaghese che vive un’eccezionale esperienza in terra così lontana dalle sue radici. In attesa di rivederci, vi ringraziamo cordialmente.

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Vi ringrazio per la spedizione de l’Artugna. Quando la ricevo ho nostalgia del paese. PIETRO ZAMBON VIALMIN · FRANCIA

Cara l’Artugna, sei sempre forte. Ringrazio e invio saluti ed auguri. REMIGIO IANNA · VENEZIA

In ricordo dei miei defunti. MARIO GIUSSANI · VERUNO (NO)

In ricordo di Ferdinando Rigo. NATALE DE MARCHI · SANTA LUCIA

In ricordo dei miei cari defunti. CAMILLO ZAMBON · TRIESTE


religioso natalizio MERCOLEDI 24 DICEMBRE 2003 • Santa Messa a San Tomè • Santa Messa della Natività

Budoia – 24.0023.30

GIOVEDI 25 DICEMBRE 2003 · SANTO NATALE • Santa Messa Solenne • Santa Messa vespertina VENERDI 26 DICEMBRE 2003 • Santa Messa

Dardago 20.30

10.00 18.00

11.00 –

10.00

11.00

10.00 18.00

11.00 –

17.00

18.00

GIOVEDI 1 GENNAIO 2004 • Santa Messa solenne e canto del VENI CREATOR SPIRITUS

11.00

18.00

LUNEDI 5 GENNAIO 2004 • Santa Messa vespertina e benedizione acqua, sale e frutta • Accensione dei Panevin

17.00 20.30

18.00 20.30

MARTEDI 6 GENNAIO 2004 • Santa Messa solenne • Benedizione dei bambini • Santa Messa vespertina

10.00 15.30 18.00

11.00 15.00 –

DOMENICA 28 DICEMBRE 2003 • Santa Messa • Santa Messa vespertina MERCOLEDI 31 DICEMBRE 2003 • Santa Messa e canto del TE DEUM di ringraziamento

CONFESSIONI Sabato 20 dicembre, durante il catechismo, per i bambini Domenica 21 dicembre 17.30/18.00 Martedi 23 dicembre 17.30/18.00 Mercoledi 24 dicembre 16.30/18.30

18.30/20.00 18.30/20.00

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 99

entrate

Costo per la realizzazione + sito Web Spedizioni e varie Entrate dal 11/7/2003 al 12/12/2003

4.556,50

Totale

4.556,50 39

uscite 3.316,00 707,00

4.023,00

Anch’Egli Verbo fatto carne, anch’Egli percorso da vene azzurre. E le stelle Gli camminano sul capo. DAVID MARIA TUROLDO tratto da: O sensi miei... Poesie 1948-1988, Rizzoli, Milano 1990

gli auguri della redazione

programma


un Presepio tutto di legno

L’artistico presepio è opera di Bruno Zambon Rosit (classe 1932), che ha appreso l’arte dell’intaglio da Giovanni Zambon Rosit, detto Nani. La composizione fu scolpita negli anni ’83-’84 a Venezia dove, durante il periodo natalizio, la si poteva ammirare nella vetrina del bar-pasticceria di Bruno in campo San Giovanni Evangelista. L’autore ha utilizzato solo legno made in Dardago: abete (albéo) per la base di sostegno, acacia (cassia) per la capanna e nocciolo (noseglér) per i 29 personaggi. La sacra scena misura 85 cm di larghezza, 45 cm di profondità e 35 cm di altezza.

Dardago... tutto da scoprire!


l'Artugna 100_ 2003