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Spedizione in abbonamento postale art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone.

Anno XL · Agosto 2011 · Numero 123 Periodico della Comunità di Dardago · Budoia · Santa Lucia


L’anno scorso, guardando la piazza di Dardago rinnovata, indubbiamente per noi che abbiamo le nostre origini in questo paese, ha fatto sommo piacere vedere scritti a perpetua memoria i nostri cognomi e soprannomi. Certo, ormai con la globalizzazione in atto, con la forte mobilità e con le grandi emigrazioni questi cognomi e soprannomi sono affidati alla memoria. Nella realtà vanno estinguendosi.

la lettera del Plevan ` di don Maurizio Busetti

Raccontano però una storia fatta di sacrificio, di fedeltà, di laboriosità, di… fede. Certo i tempi erano molto diversi da quelli attuali. Non certo più facili. Bisognava fare i conti, per la stragrande maggioranza, con la fame prodotta da una terra avara, sassosa e poco disposta ad essere dissodata. C’erano poi le frequenti guerre che portavano via gran parte delle forze lavorative migliori, molte volte definitivamente. Lo stesso faceva l’emigrazione. E poi malattie allora incurabili che, oltre alla sofferenza fisica, creavano povertà e perdita di affetti. Ma la nostra gente, forte come le crode dell’Artugna, ha saputo andare avanti forte della fede cristiana che la sosteneva e dell’istituto familiare che la accompagnava. La famiglia era il fulcro e l’asilo sicuro al quale aggrapparsi e nel quale trovare ri-

storo e sicurezza. La famiglia trasmetteva gli insegnamenti fondamentali della vita, riscaldava con la certezza degli affetti. Insegnava ad affrontare le prove della vita, perché anche nella famiglia sorgevano inevitabili conflitti di vario genere e si faceva, alle volte, la triste esperienza del peccato. Quando noi di una certa età parliamo tra di noi, ricordiamo quello che ci insegnavano i nonni o i genitori, parole scolpite nelle nostre coscienze e scritte con inchiostro indelebile nei nostri cuori e che sono diventate maestre di vita. Gente semplice ed illetterata, perlopiù, ma che sapeva esprimere valori. La famiglia, lungo i secoli, è rimasta, pur tra varie vicissitudini, attraverso le mutate culture, cemento importante della vita sociale ed ecclesiale. Un progetto, quello familiare, voluto da Dio, diciamo noi cristiani, fino dall’inizio della storia dell’umanità. Dio, quando ha creato l’uomo, lo ha pensato nella famiglia. Conosciamo il dettato dalla Sacra Scrittura: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne» (Gn. 2,24). E ancora: «E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela» (Gn. 1, 27-28). Dunque un Dio che è famiglia. La Trinità è famiglia: Padre, Figlio e Spirito Santo un amore fecondo che genera amore, progetto di vita per l’uomo e la donna. Che bella l’icona del famo-

famiglia tra passato La Trinità, Andrej Rublëv. Per la cattedrale della SS.ma Trinità di Zagorsk, 1411 (Galleria Tretjakov, Mosca).

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so pittore russo Andrej Rublëv (Galleria Tretjakov di Mosca) dove la Trinità appare come tre persone sedute attorno alla mensa. Gesù richiamerà il progetto di Dio sul matrimonio, di fronte ai farisei che lo interrogavano sul divorzio per metterlo in difficoltà. Dopo aver richiamato le parole del libro della Genesi sopraccitate, afferma: «Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto… chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra commette adulterio, chi sposa una donna divorziata dal proprio marito, commette adulterio» (Mt. 19, 9 e Lc. 16,18). La Chiesa, che non ha mai cessato di richiamare questo progetto di Dio nei riguardi dell’uomo, oggi più che mai, di fronte alle sfide che l’Istituto Familiare deve affrontare nei confronti delle legislazioni laiche delle società in cui si trova a vivere e della debolezza delle scelte morali di molte coppie, alza la voce per riaffermare il valore, non negoziabile per il cristiano, della Famiglia fondata sul sacramento del matrimonio. Dopo il Concilio Ecumenico che chiama la Famiglia addirittura Chiesa domestica dove si vive l’Amore e la fede di Dio perseguendo il progetto di santità nella vita coniugale (Lumen Gentium 11,d), abbiamo molti richiami su questa verità da parte dei vari Pontefici che si sono susseguiti sulla cattedra di Pietro. Tra i documenti più importanti ricordiamo l’Esortazione «Familiaris Consortio» di Giovanni Paolo II (22 novembre 1981) dopo il Sinodo sulla Famiglia celebrato nel 1980; le for-

ti parole pronunciate da Benedetto XVI nella recente visita in Croazia per incontrare le famiglie di quella terra: «Le convivenze non possono essere accettate come preparazione al matrimonio né tantomeno sostitutive del matrimonio stesso» con buona pace di chi afferma il contrario. L’anno prossimo si terrà a Milano il VII Convegno Mondiale delle Famiglie cui interverrà il Papa. Un appuntamento che viene celebrato periodicamente in una realtà mondiale diversa. Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo voluto celebrare la Famiglia con la Prima festa presso la Chiesa di San Tomè, domenica 3 luglio, festa liturgica dell’Apostolo cui è dedicata la chiesetta. Resta chiaro ormai da quanto affermato dalla Parola di Dio nella Sacra Scrittura che non può essere attribuito al progetto di Dio sulla vita di

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coppia oltre che il divorzio e la convivenza neppure il cosiddetto «matrimonio gay» tra due omosessuali per il fatto che Dio ha creato l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza come coppia feconda e che si completa a vicenda nel progetto d’amore. Sodoma e Gomorra sono l’esempio tristemente famoso di città distrutte e non più ricostruite a causa di questa abominevole prevaricazione sessuale. La Chiesa, naturalmente, è fatta di uomini e vive tra gli uomini e sa che i tempi e le forme di vita sono molto cambiati rispetto al passato, ma anche se la condizione sociale della famiglia è mutata, non cambia il progetto di Dio riguardo ad essa: progetto di amore che un uomo e una donna aperti al dono della vita portano avanti giorno per giorno con l’aiuto della preghiera e dell’ascolto della Parola.


[ la ruota della vita]

NASCITE Benvenuti! Abbiamo suonato le campane per l’arrivo di... Rocco Brunetti di Christopher e di Kristin Fisher – Dardago Davide Alberto Iuorio di Giuseppe e di Francesca Civran – Santa Lucia Mattia Bocus di Giuliano e di Estelle Ledrappier – Dardago Luca Piccoli di Roberto e di Miriam Poletto – Budoia Alice Lacchin di Alessandro ed Alessia Rogova – Lignano Sabbiadoro Asia Bocus di Angelo e Giulia Carbone – Gessate (Mi) Valentina Zoni di Massimo ed Alessia Zambon – Dardago Matteo Zambon di Stefano e Marta Zambon – Dardago Margherita Tonus di Luigi e Mariangela Fort – Budoia

M AT R I M O N I Felicitazioni a... Luca Modolo con Paola Zuodar – Udine Luca Toffoli con Monika Zdzislawa Beylinko – Santa Lucia Cristiano Zambon con Giovanna Medves – Trieste Mirco Cubana con Cinzia Fort – Santa Lucia Roberto Quadrelli con Beatrice Vettor – San Donato Milanese Nozze d’oro Giovanni Fedrigolli con Anna Maria Busetti – Dardago Nozze di diamante Luciano Moreal con Rina Bastianello Thisa – Trieste

L A U R E E , D I P LO M I Complimenti! Licenza Media Superiore Simone Zambon – Geometra Francesca Zambon – Maturità Classica Giulio Giannelli – Maturità Classica Martina Pellegrini – Maturità Scientifica Valerio Adore – Maturità Scientifica Michele Bocus – Maturità Classica Federico Fort – Maturità Classica Martina Fort – Maturità Sociopsico-pedagogica Federico Busetti – Maturità Linguistica Francesco Carlon – Maturità Informatica Nicola Carlon – Maturità Scientifica

IMPORTANTE Per ragioni legate alla normativa sulla privacy, non è più possibile avere dagli uffici comunali i dati relativi al movimento demografico del comune (nati, morti, matrimoni). Pertanto, i nominativi che appaiono su questa rubrica sono solo quelli che ci sono stati comunicati dagli interessati o da loro parenti, oppure di cui siamo venuti a conoscenza pubblicamente. Naturalmente l’elenco sarà incompleto. Ci scusiamo con i lettori. Chi desidera usufruire di questa rubrica è invitato a comunicare i dati almeno venti giorni prima dell’uscita del periodico.

DEFUNTI Riposano nella pace di Cristo. Condoglianze ai famigliari di… Maria Bordoli di anni 88 – Dardago Angelo Lino Zambon di anni 82 – Venezia Vittorio Gregoricchio di anni 83 – Budoia Maria Zambon di anni 99 – San Fruttuoso (Genova) Domenico Besa di anni 78 – Santa Lucia Camillo Zambon di anni 96 – Dardago Luisa Zambon di anni 56 – Fontanafredda Severino Bastianello di anni 78 – Dardago Luciano Ferrari Aggradi di anni 84 – Usmate Velate (Monza Brianza)


a n n o XL

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In copertina. Budoia. 2 giugno 2011. Per la Festa della Repubblica il monumento ai Caduti ritorna in piazza (foto di Vittorio Janna).

Periodico della Comunità di Dardago, Budoia e Santa Lucia

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La lettera del Plevàn di don Maurizio Busetti

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La ruota della vita

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Il ritorno in piazza del monumento ai Caduti a cura della Redazione

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Agostino Stefani morto per Venezia di Alessandro Fadelli

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Pionieri Budoiesi nel Nuovo Mondo di Roberto Zambon

sto 201 1 ago

123 sommario

Direzione, Redazione, Amministrazione tel. 0434.654033 · C.C.P. 11716594

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Memoria e gratitudine di Roberto Zambon

Internet www.artugna.blogspot.com

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Il pellegrinare, cammino di meditazione a cura della Redazione

e-mail direzione.artugna@gmail.com Direttore responsabile Roberto Zambon · tel. 0434.654616

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’n Ave Maria ’n tel rui di Vittorio Janna Tavàn

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’N te la vetrina

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L’angolo della poesia

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Lasciano un grande vuoto...

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Cronaca

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Inno alla vita

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La mia Libia di Umberto Coassin

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I ne à scrit Bilancio

Impaginazione Vittorio Janna

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4 by-pass e 4 ospedali di Alessandro Fontana

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Dardagosto Programma religioso

Contributi fotografici Archivio de l’Artugna, Massimo Rubin, Antonietta Torchetti, Michele Zanolin Massimo Zardo

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AFDS Budoia-Santa Lucia in festa di Pietro Zambon

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Il carro di Peter Pan di Fulvia Mellina

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Aga ’n tel Rujal di Roberto Zambon

Per la redazione Vittorina Carlon

Spedizione Francesca Fort Ed inoltre hanno collaborato Francesca Janna, Espedito Zambon Stampa Arti Grafiche Risma · Roveredo in Piano/Pn Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 89 del 13 aprile 1973 Spedizione in abbonamento postale. Art. 2, comma 20, lettera C, legge n. 662/96. Filiale di Pordenone. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione di qualsiasi parte del periodico, foto incluse, senza il consenso scritto della redazione, degli autori e dei proprietari del materiale iconografico.

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150° UNITÀ D’ITALIA

Il ritorno in piazza del monumento ai Caduti a cura della Redazione Dopo la festa nazionale del 17 marzo svoltasi nella piazza antistante la sede municipale di Budoia, il programma delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia è ripreso il 2 giugno, in occasione della ricorrenza dell’istituzione della Repubblica, alla presenza dei rappresentanti dell’Amministrazione Comunale, delle Forze dell’Ordine e Armate. La festa è coincisa con il ritorno in piazza del monumento ai Caduti e delle lapidi con i nominativi dei soldati budoiesi, scomparsi nei due conflitti mondiali, e dei civili deceduti durante la Resistenza; scultura commemorativa rimasta per decenni decentrata nell’area adiacente la Ciasa del Comun. Si è creato così nella piazza, luogo di aggregazione, anche lo spazio dell’anima, della memoria e dell’onore ovvero lo spazio sacro per la nostra civiltà, come l’ha definito il sindaco Roberto De Marchi. È stato un ritorno intensamente desiderato dalla comunità e supportato dall’intervento logistico della locale Sezione ANA. La cerimonia, commovente e profondamente sentita, è iniziata con l’alzabandiera e con l’Inno di Mameli, suonato dalla banda filarmonica di Meduno e cantato dai numerosi presenti, tra cui ex reduci della seconda guerra mondiale e alunni della locale

scuola primaria; quindi, è seguito il rito religioso da parte del parroco don Maurizio Busetti con la benedizione del nuovo sito e della bandiera donata al comandante della Stazione dei Carabinieri di Polcenigo, Claudio Zambon. Al suono dell’Inno del Piave, è stata deposta una corona d’alloro a tutti i Caduti per la Patria. Si sono succeduti, quindi, i discorsi delle autorità civili e la presentazione artistica del monumento da parte di Rosa Palma Talamini, ideatrice dell’opera negli anni ‘80.


R iprendiamo l’argomento sui «Figli d’Italia», iniziato lo scorso numero con «Italiani per sempre» di Vittorina Carlon, per ripresentare la figura dell’eroe budoiese Agostino Stefani, con l’aggiunta di testimonianze storiche, rinvenute dallo studioso Alessandro Fadelli.

Agostino Stefani morto per Venezia Testimonianze sulla sua tragica fine nel 1849

1961. Primo centenario dell’Unità d’Italia. In tale occasione il Comune di Venezia ricorda il sacrificio di Agostino Stefani con una lapide, posta all’inizio dell’omonima via a Budoia.

di Alessandro Fadelli Crediamo che la sfortunata vicenda del patriota budoiese Agostino Stefani sia ormai nota nelle sue linee essenziali, anche in sede locale.1 Basandoci su alcune testimonianze storiche e letterarie coeve o di poco posteriori recentemente reperite, cercheremo in questa sede di riassumerne i momenti fondamentali, ma soprattutto di aggiungere qualche dettaglio alla sciagurata storia, che per alcuni aspetti appare ancora non definitivamente chiarita.2

Alla fine di maggio del 1849, dopo un lungo assedio, la Repubblica di Venezia di Daniele Manin stava ormai per capitolare agli attacchi degli Austriaci. Il 26 maggio i difensori avevano dovuto abbandonare il forte di Marghera e retrocedere in laguna, perdendo così il prezioso avamposto sulla terraferma che aveva finora contribuito a tener lontani gli assalitori, i quali avevano rapidamente piazzato le loro artiglierie dove iniziava il ponte della ferrovia e da lì bombardavano incessantemente la città. Gli asse7

diati temevano che il ponte avrebbe prima o poi consentito agli Austriaci di penetrare direttamente nel cuore di Venezia, e s’era così deciso di farlo saltare, pur fra mille dubbi e polemiche di chi non voleva la distruzione dell’unico collegamento con la terraferma. I primi tentativi erano andati a vuoto, sia per la solidità del manufatto, sia per l’imperizia dei sabotatori. Il governo della città chiese allora la partecipazione di squadre di volontari che completassero la distruzione del ponte, ma si presen-


150° UNITÀ D’ITALIA

tarono in pochi rispetto ai bisogni e all’urgenza dell’operazione. In questo stato di confusione e di tensione avvenne la fine dello Stefani, «onest’uomo e della patria svisceratissimo».3 Il nostro era un muratore (o un ex muratore, come vedremo più avanti), forse più precisamente uno scalpellino, come tanti altri Budoiesi sia nel paese natio, sia nella stessa Venezia, dov’era emigrato chissà quando, ma sicuramente ben prima del 1848. Fino ad ora non si hanno di lui sicure notizie biografiche: forse era in realtà uno Stefinlongo (o Steffinlongo), antica casata budoiese non di rado abbreviata nei documenti proprio come «Stefani», probabilmente figlio di un certo Valentino; era sposato con la compaesana Lucia Tres e aveva, a quanto sembra, addirittura cinque figli. Ad oggi non si è purtroppo riusciti a trovare ulteriori tracce su Agostino, che pare non essere stato battezzato né essersi sposato in paese (non v’è infatti traccia di lui nell’archivio parrocchiale di Dardago), forse perché aveva vissuto la sua vita soprattutto o soltanto a Venezia, dove sono in effetti attestati più d’uno Stefani o Stefinlongo già dal Settecento. Sia come sia, lo Stefani era stato uno degli operai che si erano subito presentati per demolire il ponte e, in seguito, si era offerto per tentare un’azione più incisiva. Il generale Girolamo Ulloa, comandante della difesa, il 29 maggio gli diede perciò ordine di far saltare il ponte con l’aiuto di un compagno, ma l’impresa dei due non riuscì per l’attenta sorveglianza degli Austriaci. Il giorno dopo, il 30, su ordine (o su per-

Lapide dedicata allo Stefani posta sul muro esterno della Chiesa degli Scalzi, dal Comune di Venezia, il 22 marzo 1898.

messo) del maggiore Enrico Cosenz, lo Stefani ci riprovò: doveva recarsi in barca da solo fin quasi alla terraferma, dove era stata collocata la batteria di cannoni austriaci, e far esplodere una potente mina, interrompendo così il ponte al suo inizio. L’impresa era pericolosissima, e il Cosenz offrì la rispettabile cifra di quaranta lire allo Stefani, il quale, pur conscio dei rischi che correva (pare avesse affermato «L’opera è ardita, potrei rimanervi»), accettò, non si sa se spinto solo da fervido patriottismo o anche dal bisogno finanziario. Della missione non era stato però informato nessuno, né l’Ulloa né gli operai che intanto lavoravano per la demolizione manuale del ponte. Questi ultimi, quando videro il solitario Stefani dirigersi di soppiatto con una barchetta verso la testa del ponte, non rispettando l’esplicito divieto di navigazione in laguna impartito dal governo veneziano, lo inseguirono con una o più imbarcazioni e lo fermarono, trovandogli la mina. Secondo una 8

differente versione dei fatti, la barca dello Stefani s’era invece a un certo punto fermata su una secca, e il budoiese era sceso in acqua per spingerla e rimettersi di nuovo in navigazione, lanciando dei cenni, purtroppo mal interpretati, ai lavoranti sul ponte, che s’erano affrettati a catturarlo.4 Secondo un’altra versione ancora, lo Stefani decise invece di «guadagnare a nuoto la meta» dopo che il suo «schifo» s’era incagliato, ma durante la nuotata era stato ripescato dai lavoranti, allarmati dai suoi furtivi movimenti.5 Nel clima creatosi in quei giorni tesi e disperati, sospettarono che fosse un traditore o, peggio ancora, uno incaricato di farli saltare in aria mentre lavoravano, e così lo portarono nell’isola di San Secondo per interrogarlo. Di fronte al generale Ulloa, lo Stefani, ancora stremato dalla nuotata, negò debolmente di essere una spia o un traditore. L’Ulloa, pur conoscendo lo Stefani, ebbe forse dei dubbi e, pilatescamente, decise di spedirlo ad ulteriori in-


terrogatori. Nelle sue memorie, l’Ulloa scrisse solo che lo rimise in barca, «affidato alla guardia dei gendarmi e deferito al comitato di sorveglianza».6 Durante il viaggio in barca, o forse già prima, lo Stefani era riuscito a dire di aver ricevuto l’ordine di far saltare il ponte da un ufficiale con gli occhiali (il Cosenz in effetti li aveva), ma non seppe o non volle dirne il nome, accrescendo così i sospetti. Nel piazzale della stazione ferroviaria si era intanto radunata una folla, fra la quale s’era diffusa la voce di un traditore o di una spia austriaca che aveva cercato di far saltare il ponte con sopra quanti vi stavano lavorando. Quando lo Stefani giunse nel piazzale, accompagnato dalle guardie, fu subito circondato dalla gente esasperata e furibonda che intendeva linciarlo, nonostante egli protestasse vigorosamente la sua innocenza. Colpito da percosse e sassate, cercò di scappare tuffandosi in acqua, ma fu inseguito anche lì e alla fine barbaramente ucciso a colpi di remo e di pala, chi dice dopo essere stato riportato nuovamente a riva, chi mentre era ancora immerso in acqua. Per il Ghiron, uno degli autori che s’occuparono della vicenda, «la moltitudine, inferocita, grida al tradimento, e non vale all’infelice il protestarsi innocente ed italiano, che, senza sapere quel che si fanno, lo prendono a sassi. Avvicinatasi la barca alla riva, sette od otto più furenti si slanciano in acqua, si avventano contro l’infelice, e, trattolo a terra, a furia di sassi e di badili lo resero vittima d’un patriottico fanatismo».7 Più laconicamente l’Ulloa dice che fu «strappato dalle mani dei gendarmi e fatto a pezzi». Così narra invece il fatto, pur con qualche imprecisione, un anonimo contemporaneo nel suo diario giornaliero: «Un gondoliere o barcaiuolo venne ucciso a sassate dal popolo in Cannaregio come reo di aver

tentato di appiccare il fuoco ad una mina del ponte nella batteria posta sulla grande piazza di mezzo. Egli gridava che un uffiziale con gli occhiali gliene aveva dato l’ordine. E sembra che fosse vittima di un malinteso. Infelice!».8 Presto il Cosenz intervenne e testimoniò che lo Stefani stava effettivamente eseguendo suoi ordini, ma ormai era troppo tardi. S’iniziò così un procedimento penale contro gli assassini del patriota, ma senza alcun esito, dato che era stato un «omicidio di massa» impossibile da perseguire. Alla vedova, Lucia Tres, fu prontamente accordato un sussidio di cento lire.9 Del triste caso si occupò con gran risalto anche l’Assemblea dei Rappresentanti, e dello Stefani parlò persino il Tommaseo, che ne prese le difese contro chi manifestava ancora dubbi sulla sua lealtà e rimarcò nel suo infuocato discorso «l’innocenza e il nobile ardire» dello Stefani, che «si diede vittima per voi tutti». Giustificò per altro i linciatori «perché, nell’impeto dello sdegno ed esasperati dalle comuni sventure e dai tremendi pe-

ricoli, riguardarono l’infelice come un nemico sul campo»; propose infine di apporre subito «in luogo pubblico» un’iscrizione «riparatoria» che ricordasse il martire budoiese.10 La caduta di lì a poco (22 agosto 1849) della Repubblica impedì però che il meritorio proposito si realizzasse. La fine dello Stefani ebbe subito una notevole rilevanza per la tragicità dell’equivoco dal quale fu originata, e per anni molti ne parlarono su giornali, riviste e libri, esaltando il disgraziato «eroe» e deprecando lo sciagurato fraintendimento che lo portò a morte, magari fornendo particolari non sempre degni di fede e con errori talvolta vistosi.11 Fra tutte, riportiamo solo un paio di testimonianze, giusto per restituire voce per un attimo ai contemporanei. La storia dello Stefani occupa ad esempio varie pagine di un libro dell’uomo politico e scrittore Federico Seismit Doda, I volontari veneziani, un voluminoso romanzo uscito a Torino presso l’editore F. De Lorenzo nel 1852, tre soli anni dopo la morte del Budoiese.12 Il Seismit Doda dava nel libro

Da una stampa dell’epoca. Osservatorio posto sulla torre del telegrafo di Mestre. 1849.

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Da una stampa dell’epoca. Combattimento al Ponte della Campana. 27 ottobre 1848.

veste romanzata a fatti ai quali aveva realmente partecipato, dato che era stato fra i difensori di Venezia. Nel complicato e avventuroso intreccio della storia, che non stiamo qui a riassumere, ha la sua parte anche la vicenda del nostro disgraziato patriota, reso cognato di uno dei protagonisti.13 Narra Seismit Doda che Agostino, «onest’uomo», aveva «appreso nella sua giovinezza l’arte del muratore, e di quella aveva campato per qualche anno», finché una lunga e grave malattia lo aveva costretto a cercare una diversa e meno pesante occupazione. Lo Stefani, secondo l’autore dalmata, era così diventato «sensale dei carichi di bastimenti» al porto e col tempo «pervenne a crearsi un po’ di credito nei suoi affarucci, e finì col dimenticare la cazzuola che da giovane gli aveva fatto callose le mani». La rivoluzione veneziana lo aveva però ridotto alla fame e costretto a rimettersi a fare il muratore per mantenere i cinque figli. Il Seismit Doda racconta di come lo Stefani avesse lavorato sodo nella realiz-

zazione delle opere di difesa della città, «esponendosi da mane a sera nei siti più pericolosi», e si fosse poi offerto, come già sappiamo, per la rischiosissima impresa sul ponte. Narra ancora dello sciagurato equivoco nel quale cadde, della sua cattura e della tragica fine procuratagli dalla folla inferocita, prima a sassate e poi a colpi di zappe e badili, ricalcando quanto già riferito sopra. L’episodio si chiude con le dolenti parole pronunciate dal Tommaseo nell’assemblea veneziana e con la promessa di realizzare subito un’epigrafe in luogo pubblico «per memoria del fatto», della quale è anche riportata il testo previsto ma mai realizzato per la caduta della Repubblica di San Marco, sicché la lapide – afferma il Seismit Doda – «attende il riscatto italiano per essere posta a incancellabile e mesto ricordo, a perpetua espiazione del drammatico errore». Non sappiamo quanto siano reali e quanto invece frutto dall’invenzione romanzesca le notizie sullo Stefani fornite dal Seismit Doda, che era 10

comunque presente a Venezia in quei frangenti ed ebbe dunque cognizione più o meno diretta dei fatti. Non siamo così davvero certi che lo Stefani fosse veramente diventato un sensale e che avesse proprio cinque figli (ma vedi più sotto una conferma!), come sostiene lo scrittore dalmata, ma la fedeltà del resto del racconto, confrontata con altri testi coevi, ci spinge a reputare credibili anche queste informazioni. Nel 1863 Piero Veroli così descrive le concitate fasi della fine dello Stefani, ormai attorniato dalla folla rabbiosa: «Dai gridi si passa alle minacce, e dalle minacce ai fatti. Bastò che uno gli scagliasse una sassata, perché tutti gli altri in un lampo gli si scatenassero contro con pugni, sassi, e coltella. Invano giurava e spergiurava ch’egli era lo Stefani, il capomastro muratore; padre di cinque creaturine; che avea messa a pericolo la propria vita a Malghera, lavorato giorno e notte alla costruttura della batteria del ponte, perduto tutto per la ri-


voluzione; che per la patria sopporterebbe anche la morte, ma non la nota d’infame. Erano parole gittate al vento: gli schiamazzatori ne potevano più di lui. Udivasi un sol grido confuso di mille voci: «Dagli, dagli; è una spia, è un austriaco; ci vuole un esempio; la giustizia non sa farla il governo, facciamocela da noi» (...) Il dire e il fare fu un punto solo, e l’innocente popolano, a guisa del protomartire S. Stefano, da cui traeva il cognome, fu lapidato».14 Dopo l’unificazione di Venezia all’Italia nel 1866, la faccenda dell’iscrizione «riparatoria» riemerse, ma la promessa non fu mantenuta per diversi anni. Si giunse vicino alla sua concreta realizzazione già nel 1883, ma alla fine nulla si fece, e si dovette così attendere il 1898, a quasi cinquant’annni dalla morte, perché il Comune di Venezia si decidesse a murare finalmente la lapi-

de commemorativa sul muro esterno della chiesa degli Scalzi, appena fuori della stazione ferroviaria, dove ancor oggi si trova, pur se sbiadita e sporcata da insulsi vandali. L’iscrizione così recita: «Il nome di Agostino Stefani muratore/ da Budoja nel Friuli/ messo a morte dai nostri/ per ingiusto sospetto di tradimento/ quando offriva spontaneo la vita/ movendo al campo nemico per dar fuoco a una mina/ Venezia redenta/ tramanda ai posteri con le benedizioni/ che sull’umile eroe/ l’assemblea del 1849 invocava/ 22 marzo 1898». Il testo appare un sofferto compromesso fra la nuda e cruda verità del fatto, quanto avrebbe voluto scrivervi il Tommaseo già nel 1849 e la necessità di mettere in ombra il fatto che fu linciato dal popolo veneziano per un drammatico errore che poteva «macchiare» la nitida epopea risorgimentale della città.

E bisognerà attendere il 1961, primo centenario dell’unificazione italiana, perché gli venga dedicata un’altra lapide nel paese natale, lungo una delle vie principali che gli è stata intitolata. La lapide è stata a quanto pare apposta per volontà del Comune di Venezia, come si desume dall’iscrizione («A perpetua memoria / il Comune di Venezia / nel primo centenario dell’Unità d’Italia / pose») e anche dal piccolo stemma marciano sulla sommità.

Una moneta da 5 lire della Repubblica Veneta in vigore nella prima metà dell’Ottocento.

NOTE 1. Il presente articolo riprende, ampliandolo in alcuni passaggi e riassumendolo invece in altri, il capitolo sullo Stefani compreso in A. FADELLI, Patrioti risorgimentali di Polcenigo e di Budoia. Note e appunti, «La Loggia» 14 (2011), pp. 119-136, al quale si rimanda per gli opportuni confronti. Ringrazio l’amica Vittorina Carlon per i vari e sempre proficui scambi di informazioni sul patriota budoiese. 2. Cfr. soprattutto G. PILLININI, La muart assurde di un furlan al timp dal assedi di Vignesie (1849), «Ce fastu?» LXV (1989), 1, pp. 81-88 (in friulano), con abbondante ma non esaustiva bibliografia qui arricchita; altre notizie in E. CONTELLI, Patrioti budoiesi caduti nella difesa di Venezia (1849), l’Artugna XIX (1990), 59, pp. 6-7; [V. CARLON], Patrioti caduti nella difesa di Venezia, in A. FADELLI, Storia di Budoia, Pordenone 2009, pp. 161-163. 3. P. VEROLI, Venezia oppressa. Storia delle sue odierne sciagure, Firenze 1863, p. 906. 4. Cfr. I. GHIRON, Il valore italiano, Roma 1873, p. 112, e P. VEROLI, Venezia oppressa, p. 906.

5. Sacile e suo distretto, Udine 1868, p. 57. 6. G. ULLOA, Guerre de l’indipendance italienne en 1848 et en 1849, Paris 1859, II, pp. 278-280 (il generale Ulloa, dopo i fatti veneziani, era andato esule in Francia, dove stampò la sua opera). 7. I. GHIRON, Il valore italiano, p. 112. 8. Venezia dal maggio al 16 agosto 1849 (Diario di un Anonimo), a cura di V. MARCHESI, in Miscellanea veneziana (18481849), Roma 1936, 127-163: 136. 9. Raccolta per ordine cronologico di tutti gli atti, decreti, nomine ecc. del Governo provvisorio di Venezia, Venezia 1849, vol. VIII, 154-155. 10. IVI, 34-35; altre informazioni sul «caso Stefani» alle pp. 57-61. 11. Un’altra citazione su Agostino Stefani, non riportata dal Pillinini, è in V. Ottolini, I Cacciatori delle Alpi (1845-59). Scene storico-militari, Milano 1860, pp. 310-311, che non apporta comunque sostanzialmente nulla di nuovo alla vicenda.

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12. Federico Seismit-Doda (Ragusa in Dalmazia, 1825-Roma 1893), di fede repubblicana, fu amico del Tommaseo e del Manin, combatté contro gli Austriaci a Venezia nel 1849 e in seguito partecipò alla difesa della Repubblica Romana al fianco di Giuseppe Garibaldi. Dal 1865 alla morte, per ben 28 anni, fu ininterrottamente deputato; per nove mesi fu Ministro delle Finanze con Cairoli nel 1878 (in quel periodo ricoprì ad interim anche l’incarico di Ministro del Tesoro) e nuovamente con Crispi dal marzo 1889 al settembre 1890, quando fu bruscamente dimissionato dallo stesso Crispi. Collaborò attivamente a vari giornali e scrisse diversi libri. Cfr. C. RINALDI, I deputati friulani a Montecitorio nell’età liberale (1866-1919), Udine 1979, pp. 379-381. 13. La vicenda dello Stefani compare alle pp. 546-554 del romanzo. 14. P. VEROLI, Venezia oppressa, p. 907.


Pionieri Budoiesi nel Nuovo Mondo

Lucelle Moschner (a destra) a Budoia. Con lei la mamma con l’attuale marito.

di Roberto Zambon

La voglia di conoscere le proprie radici ha spinto, in più riprese, i discendenti degli emigranti italiani che si stabilirono in Australia alla ricerca di notizie sui loro antenati. Nel 1996, ad esempio, ci fu uno scambio di lettere tra Kevin Ianna (Australia) ed il nostro Sante Janna Tavàn (cfr. l’Artugna n. 80, marzo 1997). Recentemente, nel giugno di quest’anno, Lucelle Moschner, con la madre Cheryl Cummins ed il marito di Cheryl, Greg Gwynne, sono arrivati in Europa anche per trovare altre notizie sulla loro famiglia di origine. Il loro breve soggiorno a Budoia e a Dardago ha permesso uno scambio di informazioni, che integrate con le nostre ricerche negli archivi storici della Pieve, ci ha dato la possibilità di conoscere un nuovo capitolo della storia della nostra emigrazione.

È quasi una sorpresa, ma gli Ianna, in Australia, formano una numerosa comunità. La loro origine è friulana e, più precisamente, Budoiese. Il capostipite, infatti, Costante Ianna nacque a Budoia il 17 giugno 1865 (Atto di Battesimo). E, ancor più sorprendente, è scoprire che le vicende di questa emigrazione sono strettamente legate ad una dolorosa pagina di cronaca e storia scritta da personaggi che spesso (e succede anche ai nostri giorni) cercano di arricchirsi alle spalle e sulla pelle di gente disperata, di gente disposta a tutto pur di trovare un luogo dove lavorare per sfamare la propria famiglia. Il Marchese De Ray, rampollo di una nobile famiglia francese, uomo molto ambizioso e senza scrupoli, nel 1877 si era autoproclamato Re della Nuova


Francia (La nouvelle France), un impero immaginario composto dalle isole del Pacifico meridionale ancora non reclamate dalle potenze europee. Con una efficace propaganda, principalmente basata sul passaparola, seppe far leva sul malessere e sulla miseria regnanti in molte zone rurali dell’Europa. Con la proposta di un lavoro, di terra da coltivare e di un’abitazione, convinse centinaia di Francesi, Tedeschi ed Italiani ad aderire al suo progetto, naturalmente dietro il pagamento di elevate somme. Di queste persone, circa 300 provenivano dal Veneto, come testimoniano i cognomi.1 Tra loro anche Antonio Pezzutti e la moglie Angelina Zanin di Orsago (Treviso) che parteciparono alla Terza Spedizione di Da Ray nel 1880 con imbarco a Barcellona (i governi di Italia e di Francia erano contrari al progetto del Marchese e impedirono la partenza dai lori porti). Il 4 ottobre del 1880 i coloni arrivarono a Port Breton2 in Nuova Francia. Ma, dopo il lunghissimo e pericoloso viaggio, non trovarono la terra promessa che avevano tanto desiderato. Il clima inospitale, la mancanza di cibo, la malaria e le altre malattie provocarono ben presto la morte di moltissimi di loro. La Nuova Francia fu un disastro: nessuna fattoria, non le case promesse da Da Ray. Solo giungla, malattie e malnutrizione. Trascorsero quasi due anni in quelle condizioni prima che il Governo Australiano mandasse una nave a raccogliere i pochi sopravvissuti. Tra questi Antonio Pezzutti e sua moglie Angelina. I superstiti si stabilirono nel Nuovo Galles del Sud (New South Wales) dando origine ad una prospera comunità di contadini denominata «New Italy» Angelina aveva una sorella, Caterina, che nel 1885 (Atto di matrimonio) aveva sposato Costante Ianna. In quegli anni Angelina scrisse molte volte alla sorella Caterina per convincerla a trasferirsi con tutta la famiglia in Australia. Non era una decisione facile: c’erano quattro bambini in tenera età e non si poteva certo abbandonare l’ormai anziano Angelo (1819) padre di Costante. Dopo tanti ripensamenti, arrivò la decisione: all’inizio del 1895, Costante e Caterina, con il vecchio padre Angelo e i piccoli Angelo, Pietro, Teresa e Domenico si imbarcarono a Genova sul S.S. Sachsen con destinazione Sydney. Vi sbarcarono il 4 aprile. Caterina portava in grembo Fortunato che sarà il primo Ianna a nascere nel Nuovo Mondo, il 20 luglio di quell’anno. Qualche giorno dopo il loro arrivo a Sydney, si stabilirono in una casa a due isolati dalla famiglia Pezzutti. Il piccolo Pietro incominciò immediatamente a frequentare la scuola e la famiglia iniziò a costruirsi una nuova vita in Australia. 13

Kevin (l’autore della corrispondenza con Sante Janna nel 1996) e la moglie Marguerete durante un loro recente viaggio in Europa. Stanno programmando per il prossimo anno una visita a Budoia per approfondire le ricerche sui loro antenati.

Costante a Caterina piantarono un vigneto a New Italy. Qualche tempo dopo egli si associò con altri contadini in una fattoria a Bexill, mentre Caterina e la famiglia si occupavano del vigneto. Successivamente Costante acquistò la proprietà a Bexill chiamata Hindemarsh a quindici sterline per acro che rivendette per un’altra proprietà sulla Bexill Road dove sistemò la casa per tutta la famiglia. La tenuta fu chiamata Villa Udine. Caterina ed i figli lasciarono New Italy il 2 aprile 1906, quasi 11 anni dal giorno del loro arrivo a Sydney. Costante acquistò anche una tenuta a Rosebankd ove coltivava diversi cereali che poi vendeva a Sydney. La famiglia, con gli anni, si ingrandì. I bambini arrivati da Budoia erano ormai diventati grandi e altri figli nacquero in Australia. Dopo Fortunato arrivarono Costante, Maria, Angelina e Antonio. Iniziava la dinastia degli Ianna in Australia. Il vecchio Angelo che aveva lasciato la sua casa alla bella età di 75 anni, mori nel novembre del 1914 a 94 anni. Costante morì molto più giovane, a 54 anni, nel novembre del 1918 a causa di una anemia perniciosa. Entrambi furono sepolti nel cimitero di Barham Road. Caterina visse nella casa di Villa Udine, ma con il passare degli anni, sentì il desiderio di tornare in Italia. I preparativi per il viaggio furono bruscamente


L’albero genealogico budoiese di Costante Ianna e Catarina Zanin

donna uomo deceduto infante

interrotti dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Non potrà vedere esaudito il suo desiderio. Morì il 2 maggio 1944. Una pronipote ricorda che la camera da letto della bisnonna Caterina aveva un enorme letto a 4 posti con un copriletto di raso blu tutto orlato da pizzo e un comò pieno di libri di immagini religiose. *** Molti tra i discendenti di questi pionieri budoiesi, il 15 luglio 2000, si riunirono per la Prima Riunione della Famiglia Ianna in Australia presso il Club Italo Australiano di Lismore. Per l’occasione venne stampato e distribuito un Certificato Commemorativo che ricordava Costante, Caterina e i loro figli. Il giorno successivo i membri della famiglia si spostarono a New Italy per la cerimonia della messa a dimora di un ulivo in memoria di Angelo, Costante e Caterina Ianna. 14

Ora tutti riposano nel Cimitero dei Pionieri a Lismore. *** Ringrazio per le preziose informazioni: Lucelle Moschner, Kevin Lindsay Ianna e la moglie Marguerite.

NOTE 1. Nell’elenco dei passeggeri molti sono i cognomi che testimoniano la loro origine veneta. Eccone alcuni: Antonioli, Corocher, Gava, Mazzer, Martinuzzi, Nardi, Pezzutti, Pivetta, Perin, Rosalen, Ros, Roder, Peruch, Zaia, Zanin. 2. Nell’attuale isola di Nuova Irlanda in Nuova Guinea. 3. Misura anglosassone equivalente a 4.46,87 m2 (dal latino ager, campo).


Foto ricordo nel cortile dell’asilo. Da sinistra: suor Felice, suor Ernesta, Bruna Zambon, suor Natalina, suor Aidana, maestra Roberta in compagnia dei bambini.

Memoria e gratitudine di Roberto Zambon Esattamente 10 anni fa, il nostro periodico dedicava ampio spazio, compresa la copertina, per ringraziare suor Natalina, suor Felice e suor Annalia che lasciavano la nostra comunità. Il ringraziamento era rivolto anche a tutte le Suore Francescane Elisabettine che per lunghi anni avevano svolto, con rara bravura e dedizione, la loro missione a servizio della Scuola materna e della comunità tutta.

Qualche mese fa ebbi l’opportunità di sfogliare il Bollettino delle suore terziarie francescane elisabettine di Padova, In Caritate Christi, pubblicato nel marzo del 2008. La mia attenzione fu attirata da un titolo: Testimoni della cura di Dio per l’uomo: tra gli asili parrocchiali della pedemontana. Nell’articolo, molto documentato, l’autrice, Annavittoria Tomiet, traccia la lunga storia delle suore elisabettine nei nostri paesi. Una storia iniziata a Caneva nel lontano 1929 quando, il 30 agosto, suor Benilde Gambasin, suor Germana Dassié, e suor Clara Finco, arrivarono su richiesta del parroco di Caneva, don Oreste Bortolussi (la scuola materna è ora a lui intitolata). L’asilo cominciò a funzionare con un centinaio di bambini e fu

avviata anche la scuola di taglio e cucito. A Caneva le suore rimasero ininterrottamente per 78 anni, fino al 2007. In considerazione degli ottimi risultati raggiunti in quel paese, altre parrocchie richiesero ed ottennero le elisabettine per i propri asili parrocchiali, dapprima Stevenà, dove le suore operarono dal 1950 al 1982 e poi San Giovanni di Polcenigo, dal 1955 al 1996. L’articolo prosegue descrivendo l’attività delle suore a Dardago. Il parroco, don Alberto Semeia, richiamandosi alle richieste del suo predecessore, don Nicolò del Toso, rinnovava l’invito di poter avere la collaborazione di una piccola comunità di suore nella gestione dell’asilo. Conoscendo la difficoltà di poter avere subito anche solo tre suore, propose alla 15

Congregazione di aumentare di un membro la comunità di S. Giovanni di Polcenigo così che una religiosa potesse trasferirsi con la corriera fino a Dardago. La proposta venne accolta positivamente. L’attività dell’asilo «Giovanni XXIII» ebbe inizio il 18 ottobre 1960 per opera di suor Placida Pastorello con la guida della superiora suor Ermenegilda Andretta, entrambe residenti nella comunità di S. Giovanni di Polcenigo. Dopo alcuni mesi, il 15 maggio 1961, ebbe luogo l’ingresso stabile in Dardago di suor Placida Pastorello e di suor Eliantonia Zoratti seguite subito dopo da suor Fernandina Dalla Vecchia, come superiora della comunità formalmente costituta, col beneplacito del vescovo di Concordia-Por-


denone, monsignor Vittorio De Zanche. Negli anni, la missione della comunità non è rimasta limitata all’ambito della scuola, ma si è progressivamente allargata così da raggiungere tutti, dai piccoli fino agli anziani, agli ammalati che hanno beneficiato delle visite delle suore, dei loro incoraggiamenti e dell’amore di cui erano portatrici. Le suore si sono rivelate inoltre preziose collaboratrici dei parroci nella catechesi, specialmente nella preparazione ai sacramenti. L’autrice prosegue ricordando che la comunità elisabettina, nell’evoluzione del territorio, seppe ricercare nuove modalità di presenza e di attuazione del mandato per esprimere, con fedeltà e creatività, la missione affidatale. «Una prima trasformazione avviene nel 1984 quando la comunità viene fusa con quella di San Giovanni di Polcenigo fino al 1990, quando è ricostituita come «comunità di presenza pastorale». Settembre 1995: la scuola materna diventa statale, perché la parrocchia non disponeva più dei mezzi necessari. Il servizio è prestato da quattro maestre laiche che si alternano nell’orario. Le suore restano ospiti nei locali liberi della scuola materna,

L’ultima comunità elisabettiana a Dardago. Da sinistra: suor Annalia, suor Natalina e suor Felice.

con ingresso autonomo. Il loro servizio è limitato, ma si rendono conto che l’aver lasciato la scuola le rende disponibili ad essere vicine a tante persone, anziane e ammalate: la loro è testimonianza di fede, consolazione dei poveri, cura della chiesa parrocchiale. In data 12 giugno 2001 si conclude la presenza della comunità elisabettiana a Dardago, dopo oltre quarant’anni. Prima della partenza, sabato 9 giugno, la comunità della pieve di Santa Maria Maggiore, si è raccolta con caloroso affetto e sincero dispiacere attorno alle suore in un momento conviviale e poi, in una celebrazione eucaristica curata

sotto ogni aspetto, con la partecipazione di suore elisabettine delle comunità della zona, per salutare suor Natalina Fontana, suor Felice Pesavento, suor Annalia Ghislotti. La partenza delle suore chiude una storia che le ha viste protagoniste di importanti momenti di vita della comunità stessa, lasciando un segno di semplicità e letizia francescana». **** A dieci anni dalla fine della loro missione, alle care suore vadano la nostra memoria e la nostra gratitudine: il segno che hanno lasciato rimane indelebile in ognuno di noi e nella comunità.

I bambini, guidati dalle suore e da Ferdinando Carlon, durante una visita ambientale a Forcate di Fontanafredda presso la casa di Giovannina Andreazza.


Nelle tre parrocchie, nel periodo primaverile e d’inizio estate, l’attività pastorale di don Maurizio è stata intensa e dinamica, imperniata sul pellegrinare, azione di meditazione spirituale e di preghiera, metafora di speranza in una società sempre più frenetica e superficiale.

Il pellegrinare, cammino di meditazione a cura della Redazione

P er l’intero mese di maggio, le comunità hanno stabilito con il parroco dei brevi percorsi settimanali nelle varie edicole sacre per la recita comunitaria del Rosario.

La recita del Rosario all’altarol de Ciathentai.

L unedì 13 giugno, all’altaruol de Sant’Antone de Padova, in via Anzolet a Budoia, i devoti al santo si sono ritrovati per la ricorrenza del centenario dell’erezione dell’edicola sacra. Dopo gli accordi con don Maurizio, la famiglia Zanon ha accolto con molta ospitalità i presenti met-

tendo a disposizione il sottoportico dell’abitazione accanto al sacro e, con l’aiuto dei vicini, ha allestito lo spazio per la celebrazione della Santa Messa. Semplice ma sentita è stata la cerimonia con la partecipazione di oltre una quarantina di persone, provenienti anche da Dardago.

L’altaruol de Sant’Antone e la celebrazione della Messa nel sottoportico della famiglia Zanon.


U n momento di raccoglimento e di preghiera è stato vissuto anche il giorno del Corpus Domini, durante la Messa nella parrocchiale di Budoia e la processione notturna con il Santissimo, lungo le vie dei due paesi sino alla chiesa di Dardago, per la benedizione eucaristica. Lungo il percorso, le strade erano illuminate da ceri e le edicole sacre «vestite a festa» per il passaggio del Signore. Si è notato anche un piccolo altare adorno di fiori e lumi, allestito secondo le antiche tradizioni, tramandate dalle nostre genti. Stesso rito si è ripetuto anche a Santa Lucia, rispettando il tradizionale percorso lungo le vie. Sopra e a destra. La benedizione presso le edicole sacre di piazzetta Carlon e del Brait, durante la processione del Corpus Domini.

C on l’Unità Pastorale di BudoiaPolcenigo, il giorno della ricorrenza della Santissima Trinità, le nostre tre parrocchie si sono date appuntamento sulle rive della Livenza per un breve percorso processionale, culminante con la celebrazione della Santa Messa nel santuario de la Santissima. La chiesa era colma di fedeli provenienti dai sette paesi che compongono l’Unità Pastorale. È stato così rivissuto l’antichissimo rito del pellegrinaggio, gran-

Sopra e a destra. La processione dell’Unità Pastorale alla Santissima, guidata dai sacerdoti don Silvio, don Maurizio e don Massimo.

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de manifestazione della fede e della ricerca di Dio, perpetuato per secoli dalle nostre genti per implorare la soluzione a necessità quotidiane: par clamà la ploia, nei momenti di prolungata siccità o pa’ domandà la grathia. Il percorso avveniva a pie’ o co’ la careta (come ha ricordato don Maurizio, nell’omelia), individualmente o in gruppo, do pa’ Rui de Brosa, Strada dei Mus, Borc fin a la Santissima.


I n occasione della festa liturgica di San Tommaso apostolo, il 3 luglio, le tre parrocchie sono state invitate dal parroco a celebrare la prima Giornata della Famiglia presso la Chiesetta di San Tomè. La Santa Messa è stata presieduta dal vescovo emerito della nostra Diocesi, mons. Ovidio Poletto, nello spazio antistante l’oratorio, nella suggestiva cornice naturale del Crep. La celebrazione è stata resa solenne anche dai canti dei fedeli, uniti al melodioso cinguettio degli uccelli. Il presule ha richiamato i presenti (circa 150) a seguire l’esempio di fede dei santi nell’impegno della vita cristiana che ha come base l’istituto familiare con-

sacrato dal sacramento nuziale che è segno sacro di fedeltà, di amore e di apertura alla vita. Al rito religioso era presente pure lo scultore Giorgio Igne, che sta preparando una statua del santo per la chiesetta rupestre. È stata una bellissima giornata e la festa è continuata con il pranzo, ben allestito da diverse persone, sul greto dell’Artugna.

A sinistra. A San Tomè, durante l’omelia del vescovo emerito mons. Ovidio Poletto. Sopra. Il presule con lo scultore Giorgio Igne.

G iovedì 2 giugno, la parrocchia di Santa Lucia ha riproposto le Rogazioni, forma ultra millenaria di processione-pellegrinaggio rituale che ci riporta a una delle consuetudini più radicate delle comunità cristiane rurali, strettamente legate ai campi, alla loro produzione e alla loro salvaguardia dagli agenti

atmosferici. I fedeli hanno ripercorso un antico tracciato verso la campagna, fino al capitel de Sant’Antone de Maur, oltre il sottopassaggio della linea ferroviaria. Dopo le invocazioni e la benedizione dei campi e del lavoro dell’uomo, è seguita la celebrazione della Santa Messa.


di Vittorio Janna Tavàn

’n Ave Maria ’n tel rui Mese di maggio, mese dedicato a Maria e alla recita itinerante del Rosario presso le edicole sacre dei tre paesi. In una di queste occasioni, la sera di venerdì 20 maggio, è stato inaugurato il capitello di via Rui de Col a Dardago di proprietà della famiglia di Pietro Janna Thèco e titolato a Maria «Mater Divinæ Gratiæ». Collaboratori alla costruzione e all’allestimento di questo manufatto sono stati Mario Santin Tessèr, Gianni Zambon Rosìt, Alfredo Lacchin Stòrt, Fernanda Zambon Rosìt, Raffaele Zambon Mamoléti e Ofelia Biscontin Parmesan Danùt.

Quel giorno di maggio gli impegni di lavoro mi avevano portato in varie località e lontano dall’ufficio. Nonostante il concatenarsi di appuntamenti e l’attenzione continua che dovevo prestare per quegli incontri non scordavo che verso sera, a Dardago, ci sarebbe stata l’inaugurazione del capitello intitolato a Maria «Mater Divinæ Gratiæ» in via Rui de Col. Nella mia mente già vedevo scorrere in sequenza le immagini ed il susseguirsi degli avvenimenti: la stradina in terra battuta con le sue case che porta fuori dal paese e che diventa sentiero per salire verso i Colli. La vegetazione che s’infittisce proprio in prossimità di quel Rui che dà il nome alla strada e la sua ‘grava’ che a noi testimonia gli alterni passaggi di antiche acque piovane. Don Maurizio, el nostre plevàn, che benedice la statua della Vergine, il recitare a voci alterne il rosario, subire o ascoltare la predica e, per finire, le chiacchiere e i saluti dei presenti mentre si allontanano per rientrare alle loro case. Finalmente torno in ufficio! La giornata di lavoro si può dire terminata. Un veloce riordino delle carte, un’occhiata alle cose da svolgere il giorno seguente e una rapida verifica ai lavori eseguiti dai collaboratori in mia assenza. Il tempo passa, corre, fugge... e l’ora dell’appuntamento a Dardago s’avvicina sempre più. Istintivamente guardo l’orologio... «Caspita! È tardi!», devo riprendere la corsa. Ora la vettura viaggia decisamente veloce attraverso la campagna. A Ponente i raggi ormai inclinati di un 20

sole che sta per calare dietro la montagna, alle spalle di Mezzomonte, mi indicano con maggior evidenza il volgere al termine del giorno. Superato l’incrocio della ciampàgna la visione prospettica si accorcia, le montagne ora fanno come da paravento ai miei occhi e mi nascondono gli ultimi bagliori della luce del sole; ora sono decisamente entrato nell’ombra del tramonto. L’aria che entra nell’abitacolo della mia macchina ad un tratto si fa come più gentile, più fresca, mi accarezza il volto e quei pochi capelli che mi ritrovo. «Questo – mi dico – è il benvenuto della Pedemontana, questo è l’amichevole ‘ciao’ di Dardago».


Fisso intensamente la Val Granda, Brognàsa, Florìn… ma sono in ritardo e debbo continuare la mia corsa, questa sera non posso indugiare con gli occhi e con la mente a guardare il ‘mio’ paesaggio. Non posso meditare su quei luoghi familiari che mi hanno visto bambino, protagonista d’avventure, al fianco dei miei nonni. Finalmente arrivo al paese e con prudenza percorro la strada che mi porterà sino alla piazza. Velocemente abbandono l’auto in un provvidenziale parcheggio e cerco con lo sguardo l’orologio del campanile. Impietosa è la sua sentenza! Sembra volermi dire: «El plevàn, a ’sta ora, ’l à beldà scominthiàt el Rosare». Non mi perdo d’animo. Con passo lesto attraverso la piazza, accompagnato dal canto gioioso dell’acqua della fontana e, con quel simpatico brontolio che sembra voler imprimere maggior ritmo al mio incedere, imbocco la strada che scende verso via Rui de Col. All’incrocio con via Parmesan passo accanto alla statua di sant’Antonio che saluto devotamente. La pietà popolare accompagnata da una forte affezione per il Santo l’ha voluto collocare sul crocevia quale protettore dei viandanti che con fede a lui si rivolgono e ne chiedono l’intercessione.

Ancora pochi passi… Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te… La gente è già raccolta, don Maurizio guida la recita del Rosario e l’assemblea risponde. Mi accosto piano piano, cercando di non disturbare e mi unisco al gruppo. Per la corsa il cuore mi batte allegramente in petto, il respiro è un po’ affannoso come affannoso è il mio primo aderire alla preghiera. … tu sei benedetta fra le donne… Attorno al capitello in ordine sparso e casuale sono rappresentate tutte le età degli abitanti del paese, dalle persone più anziane, sedute per alleviare il peso degli anni, agli uomini e alle donne maturi, ai giovani e alle famiglie accompagnate da bimbi vivaci e plens de morbìn. Lentamente, lentamente tra le dita della mano del plevàn, vedo passare i grani dell’orazione e così, altrettanto lentamente, mi sembra che anche le nostre invocazioni si stemperino nell’aria e perdano via via la loro singolarità, per acquistare, come in un coro, un unico timbro di voce, un solo colore, una sola e pressante richiesta d’aiuto che sale verso il Cielo. … e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù… Non siamo soli. In questo luogo e a quest’ora non c’è solo el plevàn co’ la so dhent. La luce del giorno pare voglia abbandonarci e sembra far perdere corpo a tutto ciò che ci circonda. Solo le sagome delle cime degli alberi, sospinte da una leggera brezza, oscillano dolcemente e si stagliano all’ultimo chiarore del cielo. Dalla montagna ci giunge la frescura che sa di bosco e di erba, di muschi e di fiori. Qui stasera altri componenti del Creato ci aiutano ad elevare la nostra orazione. Casualità o mirabile regia? Alle nostre monotone e ripetitive formule rituali si aggiungono il profumo e la freschezza della montagna, ai versi del Rosario fanno da contraltare quelli degli uccelli che sembrano es21

sersi dati appuntamento in questo luogo tutti insieme, chi sorvolando le nostre teste, chi standosene disinvolto a commentare su un ramo. È un trionfo di francescana memoria e di variegate sonorità. Se mai sia possibile immaginare un accompagnamento musicale ad un Rosario questo è sicuramente quello più delicato e gioioso allo stesso tempo. La soavità del canto del passero codirosso, l’irrompere gracchiante dei corvi, l’eleganza del volo ed il garrire delle rondini, il fischio irriverente dei merli ed il buffo cu-cu del cuculo. «Fringuella» una cinciallegra lontana mentre uno storno se la canta in solitudine ed una gazza stona qualche nota. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori… L’orecchio amalgama i suoni della preghiera con quello degli uccelli e l’animo fa lo stesso, si rallegra addolcendo gli affanni della giornata. Le narici inspirano un’aria di primavera, di rinascita della natura, di umidità della sera. Tradisco lo sguardo contemplativo e di concentrazione sul plevàn cercando discretamente con gli occhi la posizione di quegli uccelli. Non li vedo, sono nascosti tra i rami, ma li sento, li percepisco tutti attorno a me. È una sensazione stranissima in un momento di preghiera… sentire vicino qualcosa che non riesco a vedere, sentire una testimonianza di una voce attraverso tanti suoni di armonia. … adesso e nell’ora della nostra morte. Amen. Il Rosario è finito. Le persone si dirigono verso il paese, qualcuno propone un bicchiere di vino per onorare, anche laicamente, l’inaugurazione del capitello. Io sono ancora pieno di quei suoni, mi avvicino a don Maurizio e, alludendo a quel sublime concerto, con leggera ironia commento: «Neanche nella Basilica di San Pietro un Rosario così…». Il plevàn non mi delude, anche lui se n’è accorto e sorride con terreno orgoglio per questo esclusivo e divin privilegio.


Quello che in questi giorni succede in Libia è difficile capirlo. In televisione assistiamo ad una guerra anomala, che si svolge lungo la strada che collega Tripoli a Bengasi, strada fatta dagli italiani 70 anni fa. Un paese ricchissimo e un popolo che vive in miseria, schiacciato da una tirannide folle. Armi caricate sui pik-up che corrono all’impazzata, bombe sulle città, devastazione di quel poco che c’è. Il tempo sembra si sia fermato. Povera Libia, la stanno distruggendo lentamente. Gente orgogliosa, altera e ora umiliata. Una profonda tristezza, tribù contro tribù, fratelli contro fratelli, e il mondo sta a guardare, seguendo un disegno che non conosco.

Molti anni fa, nel 1962, atterrai con un «Caravelle» a Tripoli e poi a Bengasi, ero giovane pieno di aspettative, desideroso di esperienze eccezionali, di affrontare la vita proteso a forti emozioni. Una sola notte in un albergo fatiscente, con servizi in comune, sporco, che non invitava a riposare e dormire e il giorno dopo partenza per il deserto con il DC3 della Sabena, un bimotore ad elica, pochi sedili e lo spazio libero occupato da pezzi di ricambio urgenti, carne, verdure, tutto insieme. Il caldo era insopportabile, il puzzo infernale. Dopo ore di volo terrificante, a bassa quota per individuare il campo (quattro roulotte e poche tende), sopra uno sterminato deserto tutto uguale, finalmente atterrammo sulla sabbia. Il campo si chiamava C3, 5 italiani e 80 arabi circa ci accolsero festanti intorno l’aereo: un avvenimento. L’aereo venne subito scaricato: posta, viveri, macchinari. I pi-

La mia Libia

loti si riposarono un po’, una birra, un panino e quindi ripartirono. Era il momento di festa, di allegria tanto atteso che si ripeteva una volta alla settimana, era l’unico contatto con il mondo. Qualche commento alle notizie portate da chi arrivava dall’Italia per il cambio e poi il lavoro, il silenzio con il quale dovevi imparare a convivere, imbrigliando la tua mente. Tra te e quell’aereo venivano ripristinati gli 800 km di sabbia, di desolazione, di solitudine, di silenzio. Cominciò così il mio lavoro di Osservatore geofisico in Libia. Ricordo che… …il lavoro, prospezioni sismiche a rifrazione, ci porta dopo qualche giorno, molto lontano dal campo per cui bisogna fare tre, quattro ore di viaggio, per raggiungere la nuova postazione, fare le registrazioni, e ritornare al campo, seguendo le tracce sulla sabbia fatte al mattino, perché non esistono strade, né punti di riferimento.

di Umberto Coassin

un ricordo quanto mai significativo oggi


Questo è il mio lavoro, solo, con una trentina di arabi. La fatica è tanta, guidare quei pesanti mezzi con quel caldo e mille imprevisti, che ogni giorno si presentano. Una sera decido di rimanere lì da solo, mandare gli uomini al campo e di aspettarli il giorno dopo sul posto. Mi aspetto un’esperienza forte, sto mettendo alla prova il mio autocontrollo. Partiti gli uomini, rimango solo, la decisione è presa, ora bisogna prepararsi ad affrontare la realtà. Il silenzio è assoluto, rimango con le mie paure, la decisione non modificabile, ore di silenzio e turbinii di pensieri. Mi chiedo se la sera e la notte e infine l’alba sarebbero arrivate, se i miei uomini sarebbero ritornati. Mangio qualcosa, bevo e penso e penso a lungo. Il sole è calato e comincia a fare freddo: preparo per la notte sopra il tetto dell’automezzo, per sicurezza, qualche coperta e nulla più; di notte qualche animale che ha fame esce ma soprattutto escono le vipere. È notte, il cielo con tutte le sue infinite stelle ti stordisce, col tuo sguardo non riesci a prenderlo tutto, che spettacolo, che emozione.

Ricordo che… …mi appresto ad affrontare un nuovo giorno senza sapere cosa mi avrebbe riservato. Fa freddo, il sole non è sorto ma la luce incomincia a diffondersi, mi lavo il viso, mangio qualcosa e vado a controllare gli arabi se sono pronti, avvolto in un giaccone lungo, foderato di lana di pecora. Partiamo. Io guido «il registratore», un grande camion Ford con gomme enormi d’aereo e con dietro la cabina di registrazione in acciaio con tutte le apparecchiature, per fare le prospezioni sismiche. Dietro gli altri automezzi con varie attrezzature e circa una trentina di uomini; io sono il solo italiano e quelli sono i miei uomini, che mi rispettano, un po’ mi temono, un po’ mi ammirano. Viaggiamo per circa tre ore prima di raggiungere la postazione per fare i rilievi. Nel frattempo sorge il sole, ci fermiamo per pregare, un rito irrinunciabile per gli arabi, e anch’io mi fermo a meditare e riflettere, quindi ci spogliamo, perché col sorgere del sole incomincia il caldo bruciante; sono in pantaloncini corti, guanti per guidare e una coperta sul sedile che scotta, la mia tenuta classica. Purtroppo ad un certo punto si alza un ghibli molto forte

e decido di rientrare al campo, quasi mi perdo. Non c’è più una traccia per il rientro e non si vede nulla a causa della sabbia sollevata dal vento, fenomeno simile alla nebbia da noi, però a circa 50° e la sabbia ti colpisce simile ad aghi roventi…, due macchine sono rientrate con me, un’altra invece non è ancora arrivata, era assieme alle altre due ma ad un certo punto è sparita. Si presume sia rimasta senza benzina, avendo un serbatoio solo. Dove sarà? È un vero problema. Avendo vagato per varie ore senza orientamento, è davvero difficile trovarlo. Di notte è impossibile girare, è molto pericoloso, non si vedono il terreno e gli strapiombi delle dune. Andremo a cercarlo domani, per questa notte dovrà arrangiarsi, non ha viveri né da coprirsi durante la notte e ciò che è peggio è solo. (23 aprile 1963 ore 22). Oggi è stata una giornataccia. … Mi trovo in cima ad un’alta duna con il «registratore» per favorire le comunicazioni radio con gli artificieri che si trovano a circa 30 miglia da qui. L’ordine di fuoco lo do io via radio. Questa mattina scoppio 4400 libbre circa 2300 kg di dinamite. Da qui domino tutta una vasta piana, punteggia-


ta da cespugli secchi. La sabbia è quasi argentea, grazie ai raggi del sole mattutino deboli ma taglienti. Spira un leggero vento e questo mi dà fastidio, temo che aumenti, in tal caso disturberà parecchio il lavoro. Sto registrando a rifrazione ed è un duello fra me e il vento perché da quando do l’ordine di fuoco l’onda d’urto deve percorrere 30 miglia prima di arrivare a me, ci mette un po’ di tempo e quando arriva deve esserci calma assoluta di vento. I geofoni, apparecchi conficcati nel terreno per captare le onde riflesse dal sottosuolo, sono sensibilissimi.

ta la nostra mascotte… Oggi ho lasciato libera la gazzellina. Si è allontanata un po’ incredula, titubante, incerta. Ha fatto due corsette e poi si è girata indietro a guardare due volte, quindi è partita, leggerissima nella sua corsa, finalmente conscia della riacquistata libertà. Era piccolina e vulnerabile, l’ho tenuta alcune settimane, e oggi l’ho liberata. … I falchi crescono bene. Oggi è stato preparato un piccolo recinto di rete metallica dove rinchiuderli e anche loro presto prenderanno il volo.

Ricordo che… …abbiamo trovato una gazzellina, piccolissima; i genitori, spaventati dagli scoppi, sono spariti. La porto al campo, diven-

Ricordo che… …ho raggiunto un posto interessantissimo, sembra un laghetto, ma è in realtà una spianata di roccia o meglio di grandi lastroni

di calcare che affiorano dalla sabbia. Un fenomeno piuttosto raro. Attorno ci sono dei cespugli secchi e sulla sabbia, moltissime impronte di vipera, caratteristici a S, di bisce normali, di scarafaggi, di gazzella, di volpe del deserto o fennec, eccezionale per la sua furbizia e velocità nello scomparire nelle sue tane tra sabbia e calcare a ripararsi dal calore del giorno. In deserto di giorno bisogna accontentarsi delle impronte, poiché i piccoli animali escono di notte, fa fresco e la caccia è più facile. Eppure fra quella desolazione, tra quel calcare rovente un segno di vita c’è e si nasconde, all’improvviso un rumore ingigantito dal silenzio assoluto che regna. Mi sono spaventato non avendolo visto, un magnifico falco, particolarissimo, bello, spicca

L’ATTIVITÀ AGIP IN LIBIA L’attività sismica Agip in Libia si svolse tutta in Cirenaica, a partire dal 16 novembre 1959. L’area aveva un’estensione di circa 25.000 km2, paragonabile a quella della Sicilia, ed era ubicata in pieno Sahara, 800 km a Sud di Bengasi, tra le oasi di Gialo e Giarabub e a sud Kufra. Si trattava di un’area inesplorata, che era stata trascurata dalle Compagnie petrolifere anglo-americane. La concessione si trovava quasi completamente in area desertica, con

catene di dune molto alte, allineata da Nord a Sud, separate da canaloni, larghi diverse centinaia di metri, con fondo sabbioso e frequenti cordoli di dune basse, allineate da Est a Ovest. L’attività sismica, a riflessione e a rifrazione, aveva le finalità di individuare degli strati del sottosuolo interessanti per un’eventuale presenza di gas o petrolio. L’Agip aveva formato una Società operante solo in Libia che si chiamava CORI ed aveva gli uffici a Bengasi.

La Sabena, una Società aerea belga, aveva a Bengasi un parco di una dozzina di aerei e serviva tutte le Compagnie Petrolifere in Libia, utilizzando appunto i Dakota DC3, considerati tra i più robusti e sicuri aerei dell’epoca e che più si addicevano al trasporto misto di persone e materiali. Per gli atterraggi sulle piste sabbiose nel deserto, i Dakota erano stati dotati di pneumatici a palloncino molto più larghi di quelli normali.


il volo, gira sopra di me, dopo una breve ricerca scopro il suo nido: ci sono due uova. Mi allontano subito. … Nel mio girovagare tutti i giorni in deserto, un giorno arrivo in una spianata costellata di enormi tronchi di palma, di un marrone scuro, stesi e spezzati in più punti, appartengono alla stessa pianta, sembrano veri, rimango meravigliato di fronte ad uno spettacolo così inconsueto e mentre mi pongo mille domande li tocco e… stupore grande, scopro che sono di pietra, stupendi e inamovibili per il loro peso. … I tramonti sono di una bellezza indescrivibile, le stelle brillano luminosissime. Non ne ho mai viste tante. Il cielo è sempre sereno, per cui la notte è molto bello stendersi sulla sabbia fresca e ammirare queste cascate di stelle. Il pensiero di essere così lontani prima di trovare una presenza umana, sembra non spaventare nessuno. Siamo sereni, si sta bene. Il sole è intensissimo, accecante, i colori sono ben pochi: l’azzurro del cielo, il giallo della sabbia e il verde-grigio dei cespugli. Ricordo che… …siamo partiti presto dal campo, albeggiava. Mohammerd Leug, capo dei manovali, quando spunta il primo spicchio di sole all’orizzonte, si ferma con il suo

automezzo e scende, fa con il dito un semicerchio davanti a sé, tutti lo imitano, si inginocchia per terra, fa innumerevoli inchini, bacia la terra, si rialza, e così via, la cerimonia va per le lunghe. Prima di iniziare però si è lavato il viso, le mani e i piedi con la sabbia, sempre inginocchiato, un rito per purificarsi, prima di rivolgersi a Dio per pregare. Questo avviene al mattino, a mezzogiorno dopo il pasto, e alle cinque di sera. Li guardo con ammirazione, in quel posto il rapporto con Dio sembra essere più diretto, più incontaminato, sono veri, degni di rispetto. … Un giorno, mentre rientro al campo, mi trovo in un’amplissima vallata, in un momento di allegra follia, mi lascio andare e spingo il mezzo a tutto gas, quando il sole è a picco non ci sono ombre e ti sembra che tutto sia piatto, e vai, vai, all’improvviso volo, o cielo volo, per atterrare con un frastuono catastrofico. I due semiassi anteriori si spezzano, il muso della macchina s’impianta sulla sabbia, poi silenzio assoluto, sono solo, penso quindi sono vivo, incomincio a muovermi, quanti dolori ma solo botte. Chiamo il campo con la radio, mi vengono a prendere. … È stato trovato da alcuni colleghi un aereo italiano dell’ultima guerra, all’epoca ne hanno parlato anche i giornali in Italia. I corpi so25

no ancora lì, resti arsi dal sole, semisepolti dalla sabbia, parzialmente mummificati, inviolati per tanti anni. Uno spettacolo incredibile. Io arrivo dopo due giorni. Quanto terribile deve essere stata la loro morte. Il capitano è stato trovato a molti chilometri dall’aereo con le piastrine dei soldati morti, nella direzione giusta, ma una follia per la distanza. Vent’anni dopo hanno dovuto attendere quei corpi prima di essere trovati! Il deserto non perdona, è un inferno. La mitragliatrice dopo poca manutenzione funziona ancora, la radio la stessa cosa, insomma il deserto ha conservato tutto come allora. Ricordo che… …siamo partiti molto presto, ai primi bagliori di luce, la postazione era lontana e durante il lavoro incomincia ad alzarsi il vento rivelatosi presto un pauroso ghibli. Decido di rientrare anche se lontani. Sono solo con una trentina di arabi e sei automezzi, convinto di procedere sempre nella direzione giusta in mezzo alle dune, la visibilità è scarsissima, ma devo arrendermi e affermare che non ho la più pallida idea di dove ci troviamo. Queste dune infuocate distorcono la linea dell’orizzonte e perdono tutto il loro fascino, mi appaiono monotone e tristi e mi ispirano solo desolazione e morte. Il ghibli ha cancellato ogni traccia di pista, le dune ci hanno costretti


ad interminabili giri e ho perso l’orientamento: siamo persi. Cala la sera, la marcia assume l’aspetto di una corsa folle, senza senso e pericolosissima perché le dune in certi punti, da ovest ad est, salgono dolcemente e con la rincorsa si superano ma sulla cresta spesso c’è lo strapiombo. Decido di fermarmi e attendere il giorno successivo. Non abbiamo viveri, solo pochi litri d’acqua, la notte avanza rapida e gelida, per niente equipaggiati ci arrangiamo alla meglio sulle macchine. Gli arabi accendono dei falò e si siedono attorno al fuoco, sono incantato a guardarli nei loro costumi, illuminati dal fuoco, e sferzati dal vento. Cantano in coro, battono ritmicamente le mani, una delle loro nenie, lamenti incomprensibili, ora strazianti ora sommessi ora gradatamente crescenti fino ad essere urlati. Verso le due di notte il vento cala, esco dalla cabina della macchina e faccio due passi, si vedono le stelle; ad un certo punto il cielo è tempestato di puntini luminosissimi, un cielo mai visto. Scopro con il tempo che ha quasi sempre la stessa durata. Tutto è silenzio, sembra che tutto dorma, la radio l’ho spenta, non sono riuscito a collegarmi con il campo. Non riesco a rendermi conto della grave realtà in cui mi trovo e mi stupisco sereno e calmo, ma tanto stanco. Il freddo è pungente, lo sbalzo di temperatura in poche ore passa da quasi cinquanta gradi a zero durante la notte, e si accusa fortemente il disagio. Quegli stessi arabi con le facce accese, forti, spavaldi e maestosi davanti al fuoco, ora sono raggomitolati per terra in buche scavate a cerchio sulla sabbia, sembrano sacchi di stracci sparsi, ricoperti parzialmente dalla sabbia portata dal vento. Provo un nodo alla gola, durante il giorno li ho fatti correre e non con parole dolci, ma abbiamo lavorato

sodo per finire. Al campo avremmo trovato un po’ di ristoro, una buona cena e un caldo letto ed invece ora dobbiamo accontentarci della fredda sabbia e mille incertezze… Spero di vedere qualche animale, di notte è più facile, facendo più fresco; invece nulla. Il freddo mi convince a riportare i miei passi verso le macchine, verso il fuoco. Abdul Gheder, un anziano nerissimo, color ebano, capo della squadra, che gode di molta autorevolezza, è in ginocchio davanti a pochi tizzoni rimasti e prepara il ciai nanà, tè con la menta, bevanda molto diffusa tra gli arabi, un tè molto denso, al quale aggiungono foglie di menta essiccata, forte, dà energia, è molto buona. Mi dà una tazzina, ci guardiamo, lo ringrazio con un leggero sorriso che ricambia chiudendo quasi i piccoli occhi e tendendo le elastiche labbra che lasciano intravedere i suoi candidi denti. «Troveremo la stra-

da» dice. Rimane lì tutta la notte, ogni tanto va in cima alla duna con un tizzone acceso a mo’ di torcia, fino a che si spegne. Quanta fede! Non vuole credere che siamo soli, che nessuno può vedere quel tizzone, che nessuno ci avrebbe cercato, almeno per quella notte. Il ghibli ha cancellato ogni traccia di pista, le dune ci hanno costretti ad interminabili giri e ho perso l’orientamento, siamo persi. Passato il terzo giorno il ghibli si è fermato. Finalmente spunta l’alba e riprendiamo la marcia. Ci è rimasta poca benzina, decido di fare il pieno su alcune macchine e abbandoniamo quelle rimaste vuote. Procediamo piano con tre automezzi, ricoperti di uomini aggrappati a ogni appiglio. Sono tranquillo, sereno, sicuro, vado nella direzione che il mio istinto mi indica, riconosco le forme di alcune dune. Vaghiamo per sette, otto ore prima di vedere un puntino: il campo.

Umberto con la sua squadra di lavoratori «posa geofoni» e sotto durante il pasto consumato in una ciotola comune.


Pubblichiamo la seconda ed ultima parte del racconto del nostro assiduo lettore.

IL RISVEGLIO No! Non è giusta l’unità. Non è un solo risveglio: devo invece parlare di risvegli, tanti risvegli per quattro giorni di fila fino al risveglio finale, quando avrò riacquistato almeno il cinquanta per cento delle mie facoltà. Soltanto ora mi accorgo che dottori e infermieri mi guardano con sospetto e preoccupazione e poi ho capito perché: sotto l’effetto dell’anestesia ne ho combinate di tutti i colori, e l’incredibile sta nel fatto che mi ricordo perfettamente di ognuno di quei risvegli e delle cose atroci che ho fatto e detto. No, non le ho contate ma le voglio raccontare quest’ultima volta prima che riesca a cancellare tutta questa storia dalla memoria: se mai ci riuscirò. Una cosa è certa e documentata sul mio stato confusionale, a parte la testimonianza continua e

4 by-pass e 4 ospedali di Alessandro Fontana

puntuale di Paola. Mi ero portato il registro dove di norma annoto piccoli spunti, osservazioni, pensieri, sensazioni che poi talvolta elaboro in qualche scritto di più lunga durata (stavo per dire: di più largo respiro!). Il mattino del giorno 25, cioè ben sei giorni dopo l’operazione, chiedo a Paola di darmi il registro e farmi scrivere due righe. Adesso sto riesaminando quel rigo e mezzo: in tutto sedici parole. Le ho qui davanti agli occhi e nessuna di esse è leggibile; sembrano scritte da un’oca nervosa in equilibrio su una sola zampa! Me ne rendo subito conto e comincio a credere in pieno a quello che mi hanno raccontato a conferma dei miei ricordi. L’operazione è avvenuta il diciannove novembre 2010: iniziata alle nove e zero cinque e terminata alle tredici e trenta. Quattro ore e mezza. Mi hanno applicato quattro by-pass aorto-coronarici, un numero imprecisato di cannule e drenaggi e poi portato nel reparto di terapia intensiva. Tutte queste fasi mi sono state testimoniate dai familiari perché io non c’ero e se c’ero dormivo! E certo che dormivo! Poi, man mano che le droghe dell’anestesia hanno cominciato a mollarmi, sono iniziati i deliri. Al primo risveglio mi ritrovo legato nel mio letto posto in alto, su uno scaffale metallico, a quasi due metri da terra. Vedo tanta gente che mi passa sotto, indaffarata come se non si accorgesse di me. Sono bloccato ai polsi e al-


le caviglie. Grido: chiamo alternativamente Marzia e Paola. Le sento vicine ma non mi parlano. Chiamo allora qualcuno di quelle persone che si muovono sotto di me finché qualcuno si ferma e gli impongo di slegarmi. Quello dice che non può ed io lo minaccio di denunciarlo per sequestro di persona: «Chiamo i carabinieri! Carabinieri! Aiuto, Aiuto! Mi vogliono rapire!» Sento perfino i gendarmi che origliano dietro una porta ma non entrano; sembra che stiano parlando con Paola. Ma perché non entrano? Poi giro la testa sulla destra e lo vedo: è un vecchio accoccolato in un letto: lo vedo dalla cintola in su, completamente nudo. È calvo, glabro, dallo sguardo gelido e indossa un respiratore nasale per l’ossigeno. Ma non è malato: mi sembra il capo di tutta quella gente. Alla fine lo riconosco: è il padre di Jarod, della serie televisiva ‘Jarod il camaleonte’. E che ci fa qua? Mi guarda ma non mi parla e nudo com’è m’induce una sensazione di gelo. Al secondo risveglio sono sempre legato, sullo scaffale che stavolta mi sembra più basso e vedo Paola che mi sta vicina. Le chiedo di tagliare i nodi, i legacci («ho un piano di fuga» tento di rassicurarla perché la sento titubante e anche ostile): che vada a procurarsi un coltello o un pezzo di vetro. Ma lei mi dice che non può e allora minaccio di sopprimerla e grugnisco: «Ti ucciderò con un coltello, lentamente, per farti soffrire come tu stai facendo soffrire me.» Lei mi risponde: «Ah! Proprio così?» Ma non riconosco più la sua voce e comincio a scagliare dei gran calci e pugni, a lungo, ma senza successo tranne un legaccio al polso sinistro: si è allentato e mi fa sentire meglio. Al terzo risveglio vedo una donna che brandisce un’immensa siringa, di quelle che usano per i cavalli. Lei tenta di infilarmela in bocca ma io resisto e ingaggiamo

una battaglia da cui esco finalmente vincitore e gliela strappo dalle mani dicendole: « Non riuscirai a drogarmi, brutta strega! Non riuscirai a rapirmi!» Sento che lei mi dice: «Ma quale droga! Questo è un po’ di tè caldo per darle da bere!» Ed io: «Dite sempre così voi rapitori, ma non mi avrete!» E comincio a gridare che voglio parlare con il professore. E grido tanto che dopo un po’, dai fumi della mia incoscienza, compare un uomo in camice bianco che si presenta: «Sono il primario. Cosa c’è che non va?» «Dottore mi aiuti! Lei non lo sa ma sua moglie e il padre di Jarod mi vogliono rapire!» «Ah! Si? Non lo sapevo.» E se ne va. Anch’io me ne vado cioè ripiombo nel mio delirante sonno chimico. Al quarto risveglio (o è il quinto? Ma la sequenza non importa.) mi trovo in una stanza bianca, sprofondato in un enorme divano bianco che fronteggia un muro che posso toccare con i piedi. Alla sinistra del muro c’è un’apertura senza porta da cui provengono voci irriconoscibili e passi di persone che si avvicinano ma non entrano nella stanza. Non riesco a vederli. Poi guardo meglio e sul muro di fronte compare un reticolo fitto di capelli femminili rossi, inglobati nell’intonaco che ricopre tutta la parete. Poi le voci diventano più chiare e riconosco la voce del mio medico di base. Che ci fa qui? Perché mi fa aspettare senza entrare? Gli parlerei volentieri. Al quinto risveglio mi trovo ad assistere, senza essere visto, a questa scena. È una radiosa mattina di mezza estate a Parigi. Il sole è appena sorto dai tetti (senza comignoli!) dei palazzi che delimitano una grande piazza: al centro un bel giardinetto appena appena illuminato dai suoi raggi. I fiori, le panchine, il pietrisco, tutto luccica per 28

... appena comincio a parlare sensatamente tutti danno un bel sospiro di sollievo e qualcuno mi dice: «Bentornato tra noi!»


l’acqua usata dai giardinieri. Alla spicciolata, arrivano sedici persone che asciugano i ferri delle panchine con dei fazzoletti e si siedono compunti. Cominciano a guardarsi l’un l’altro con aperta curiosità come se non si fossero mai incontrati prima d’ora. Qui la scena s’interrompe. Devo precisare che questo quinto delirio si è manifestato più volte, quasi a ogni risveglio, costantemente uguale fino a questo punto e poi sempre con un seguito diverso che non ricordo bene. Al sesto risveglio, capitato solo di notte, c’è un cuculo che canta continuamente: Chiù! Chiù! Mi sembra che stia sul tetto dell’edificio: lo immagino merlato come la torre di un castello. Come si fa a zittirlo? Se potessi mi alzerei e gli lancerei una scarpa ma non posso muovermi. Poi non lo sento più, soffocato tra reali folate di bora. Le orecchie si tendono per captare ogni più piccolo avviso di rilassamento, ogni fischio in meno, ogni vibrazione più gentile. Sento invece una bora rabbiosa. Si può dire che la bora soffia rabbiosamente? Ma certo! Anzi si deve dire perché è proprio rabbia questa pressione che fischia tra le strutture di cemento e alluminio delle finestre tentando di forzarle, gelosa di quel calore che le vetrate riescono a sottrarle. E non è rabbia tutto quel fischiare che nel buio lascia immaginare onde strappate al mare e scagliate contro i moli, i fari, le case litoranee, le barche ancorate frettolosamente e tante navi alla fonda nel porto? Ma la costruzione resiste, a lungo, e la stizza del vento aumenta ancora nella notte. Tra le quattro vetrate, come all’interno di una cittadella, corpi malati di anime spaventate resistono e la rabbia delle folate si acqueta lentamente, lentamente. Ecco perché al momento del

vero risveglio, alla ripresa in qualche modo accettabile della mia coscienza, tutti mi guardano sospettosi. Ma il loro sconcerto dura poco perché appena comincio a parlare sensatamente tutti danno un bel respiro di sollievo e qualcuno mi dice: «Bentornato tra noi.» Non posso terminare questo racconto senza ricordare un incontro davvero sorprendente: inaspettato ed emozionante. Nel lontano mille novecento sessantacinque lasciai Napoli e tutti gli amici guadagnati all’università. Uno di questi, Tonino, si era laureato in medicina ma continuava a vivere nella mia stessa pensione, in via San Sebastiano ventotto. Avevamo vissuto lì, assieme ad altri tre colleghi per ben sei anni. Poi, ognuno per la sua strada senza alcun contatto: ognuno di noi era impegnato nella carriera, nel matrimonio, nella paternità e nei traslochi che le richieste del lavoro ci imponevano. Da amici comuni, nel mille novecento settanta, venni a sapere che Tonino, Tonino Vassallo, si trovava all’Ospedale Maggiore di Trieste con l’incarico di assistente al primario della clinica neurochirurgica. Il caso volle che l’anno dopo fossi assegnato alla costruzione di due oleodotti, piccoli ma problematici, proprio a Trieste e proprio nella zona di Muggia che adesso, fine anno duemila e dieci, vedo dalla mia stanza nell’ospedale di Cattinara. Incontrai così il mio amico e trascorremmo assieme alcune serate, Poi più nulla. Dal mille novecento settanta al duemila dieci, trascorrono quaranta anni di buio. In uno dei miei risvegli – di quelli già coscienti dopo l’operazione – mi sovviene di Tonino e chiedo di consultare un elenco telefonico della città. Cerco il suo cognome e trovo due indirizzi: stesso cognome ma nessuno sotto il nome di Antonio (Tonino). Senza speranza, telefono al pri29

mo numero e incappo in una segreteria telefonica. Lascio un messaggio: «Mi chiamo Sandro Fontana e cerco il dottor o professor Antonio/Tonino. Se siete suoi parenti vi prego di avvertirlo che sono a Trieste e se vuole può chiamarmi a questo numero di cellulare (lo ripeto perché ancora non parlo bene). Grazie e scusate per il fastidio.» Faccio lo stesso con il secondo numero ma non mi risponde nessuno e neanche una segreteria. C’è solo da sperare. Passano due o tre ore quando il mio telefono squilla e una voce che mi ricaccia indietro di mezzo secolo, mai dimenticata per il suo inconfondibile accento, mi fa: «Sei Sandro? Quello di Napoli?» Ancora un’altra ora e Tonino è al mio capezzale a confortarci nell’amicizia mai sopita e ora riaccesa dai ricordi della gioventù e dalla curiosità per la nostra storia di uomini. Ho ritrovato un amico e mi chiedo: «ma era proprio necessario arrivare a un pelo dal peggio per ritrovare Tonino?» E mi rispondo: «Per un amico questo e altro! Soprattutto perché ora possiamo raccontare questa storia.» LA RIABILITAZIONE Tredici giorni dopo l’intervento mi mandano via da Cattinara. Prima subisco ogni specie di controlli: analisi del sangue, elettrocardiogramma, riscontro pressorio, visita cardiologica e peso. Quest’ultimo è drammatico: quasi undici chili perduti in meno di tredici giorni. Mi sono già guardato allo specchio più volte notando un certo dimagramento ma senza dargli una particolare valenza. Oggi invece sto attento e mi guardo preoccupato: sono l’attaccapanni di me stesso. È il 2 di dicembre e c’è un freddo mai sofferto in siffatte lande in questo periodo dell’anno. Se oggi siamo così bassi sul termometro,


cosa succederà a fine gennaio, nei cosiddetti giorni della ‘merla’? In ogni caso si va, dopo aver salutato le infermiere, gentilissime e professionalissime creature, con abbracci e lacrimucce. (Invece non sono riuscito a vedere nessuno del team dei chirurghi. Lo farò al più presto.) Destinazione: ospedale riabilitativo di Motta di Livenza, provincia di Treviso. Siamo in due nell’autolettiga del 118 oltre i canonici due autisti. Il mio compagno cardio-leso (soltanto tre by-pass!) è mezzo legato in barella, sdraiato, mentre io sono seduto su un normale sedile perché ho reagito bene e prima degli altri pazienti al dopooperazione: cammino e mi muovo piano e con incertezza ma comunque meglio degli altri. L’autolettiga è pulita e lucida all’esterno ma all’interno denuncia una rispettabile età e me ne accorgo appena si muove. Nessun riscaldamento: ci coprono con delle coperte in cui affondo mani e testa. Il mio sedile manca della cintura di sicurezza ma, data la lunghezza delle mie gambe riesco a puntellarmi contro la parete del vano autisti. A difesa del mio petto e relativo sterno segato di fresco, incrocio le braccia e comincio a pregare. Ogni sconnessura, ogni risalto o pietruzza del manto stradale riverbera sulle lamiere, sulle bombole dell’ossigeno, sui vari contenitori e sui vetri: tutto sobbalza e vibra e sembra schiantarsi da un momento all’altro.

‘Ad abundantiam’, credo che la lettiga in molti tratti viaggi ad almeno centocinquanta orari perché, appena lanciata, nessuno riesce a superarci in autostrada: la sirena non ha smesso di lamentarsi per l’intero tragitto: durata un’ora e tre quarti. Ero spaventato? Si! Certo! Avevo capito che anche soltanto una frenata un po’ più brusca del normale mi avrebbe spiaccicato contro la parete divisoria. Come stabilito dalla pietà celeste (è ormai buio pesto) arriviamo incolumi a Motta di Livenza e dopo aver salutato il mio sballottato compagno di viaggio mi rimettono a nanna: stanza 19, letto 19A. I familiari arriveranno domani. Rimango qui dal 2 fino al 17 dicembre. La prima cosa su cui si concentrano è la caviglia dove il legaccio ha sfregato a lungo e traumaticamente sulla aperta ferita per l’asportazione della ‘safena’, la vena della gamba destra, utilizzata dal chirurgo per l’installazione dei by-pass. Sono necessari antibiotici e medicazioni giornaliere ma poi l’attesa cicatrizzazione ha inizio. Sono stato io stesso con le mie esibizioni da calciatore a ridurmi male nei risvegli; ma non ne ero cosciente, è ovvio.

Poi abbiamo fatto ogni giorno esercizi di respirazione e i primi timidi passi verso il recupero del tono muscolare. Lunghe e lente camminate nei corridoi e tentativi di socializzazione con altri ‘colleghi’. Dottori attenti e infermieri comprensivi. Poi, il diciassette dicembre, quasi un mese dall’operazione si esce, si va a casa per il Natale, siamo riconsegnati a noi stessi, si ritorna a respirare l’aria del mondo: ma quanto è fredda! Ma quanto è bella! Aspiro a pieni polmoni l’odore di pesce fritto che si avverte all’esterno della prima trattoria sulla strada del ritorno e l’odore è in sintonia con la qualità del cibo che in breve cancella il ricordo malinconico delle pappine ammannitemi da ben tre ospedali per un intero mese. Da Budoia mi mandano all’ospedale di Sacile per la seconda e ultima parte della riabilitazione; mi sta bene e non solo per la vicinanza a Budoia. Infatti, è una struttura molto luminosa, ben servita da parcheggi e non troppo frequentata. Le attese agli sportelli o nelle corsie non portano mai alla disperazione, e questa è gran cosa. Inoltre la mia riabilitazione, non ancora completata, è guidata da medici e infermiere di assoluta preminenza e dopo solo due settimane ho già riacquistato un tono accettabile se comparato all’importanza dell’intervento. Insomma, tutto bene. Devo concludere che la volontà di Dio è stata misericordiosa nel decretare la mia salvezza e la prosecuzione della vita qui, nel profondo nord friulano e a Lui presento questa preghiera.


Preghiera

Signore Iddio, sono stato a un passo dalla morte senza accorgermene, non lo sapevo: neanche lo sospettavo; e questo forse non è giusto. Certamente la tua volontà è infinita e imperscrutabile e ci hai più volte ammoniti, messi in guardia di essere pronti: in ogni momento. Ma questo piccolo uomo dovrebbe poter almeno presentire il momento ultimo quando per lui è arrivato l’attimo supremo di incontrarti. Comunque non ti preoccupare per me. Io farò sempre la tua volontà, qualunque sia, e in quel momento capirò il più piccolo dei tuoi progetti: quello che riguarda me e la mia vita su questa terra. Certamente hai guidato le mani e le menti di tanti uomini e donne che hanno preso, tagliuzzato, rimesso insieme ossa, vene e arterie affinché potessi ritornare qui nella tua casa e raccontare questa verità a tutti i fratelli che oggi sono qui con noi. Certamente hai anche guidato le mani, la dedizione e la volontà di Paola che ha fatto ogni cosa per mantenermi qui con voi e ha sopportato più che stoicamente le mie involontarie ma violente intemperanze al risveglio, dopo quattro ore e mezzo di una devastante anestesia. Ma tutte queste cose già le sai perché tu stesso le hai determinate con ogni palpito della vita mia e delle persone che mi hai posto e mantenuto a fianco, che mi accompagnano e cui mi hai affidato. Forse solo una piccola cosa non sai ancora e te la confesso adesso. Ero forte, mi sentivo sicuro, a tratti perfino privilegiato e ti avrei chiesto di aumentare la mia forza e la mia sicurezza. Ma tu nella tua infinita bontà mi hai dato di più, tanto di più: mi hai fatto conoscere alcune realtà che fino a un mese fa avevo soltanto sospettato e che adesso sono certezze. Nessuno di noi vale qualcosa senza l’aiuto degli altri ma, soprattutto, nessuno vale neanche un granello di sabbia se non aiuta, se non si accompagna agli altri uomini, agli altri fratelli; se non dona parte della propria vita, parte del proprio benessere a chi soffre, a chi è solo, a chi non ha ancora capito la tua verità. Un mio amico medico scherzando mi ha detto: «Lassù non ti hanno voluto ancora» e questo è assolutamente vero. Forse sarebbe bastato solo un altro passo che Tu non hai permesso che facessi perché altrimenti sarei già alla Tua presenza. Invece ora sono ancora qui tra i miei fratelli a pregarti di aiutarmi, di ispirarmi a fare appieno la Tua volontà, o Signore, quando e come vorrai.

Immaginata a Trieste e terminata a Budoia il 27 gennaio 2011


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A.F.D.S. Budoia-Santa Lucia

in festa La sezione dei donatori di sangue di Budoia e Santa Lucia ha raggiunto quest’anno il suo 42° anno di fondazione, festeggiato con tutte le sezioni della provincia e in particolare con la consorella di Dardago. La festa è iniziata con il ritrovo dei partecipanti presso l’ex scuola di Santa Lucia. Sono seguiti il rito della deposizione della corona al monumento ai Caduti, la celebrazione della Santa Messa da parte del sacerdote don Maurizio Busetti con la partecipazione del Collis Chorus e la benedizione del nuovo labaro della sezione.

Nel mio benvenuto ufficiale, in qualità di presidente, dopo aver salutato e ringraziato i donatori, i simpatizzanti e tutti i partecipanti, ho rivolto un caloroso ringraziamento ai nuovi entrati nel mondo dei donatori, che quest’anno sono ben tredici. Inoltre ho sottolineato che l’Italia è un paese che invecchia, un paese con sempre meno giovani. La fascia d’età dalla quale proviene la maggioranza dei donatori è rappresentata dalle persone tra i 30 e i 35 anni e le proiezioni dei dati demografici mettono in luce un significativo calo nei prossimi 32

di Pietro Zambon

decenni a causa della scarsa partecipazione dei giovani d’oggi; allo stesso tempo aumenteranno, però, le fasce di anziani (over 65) con una conseguente crescita del fabbisogno di sangue. Ecco, quindi, la necessità di convincere i nostri ragazzi a diventare volontari nella donazione del sangue. Come convincerli? Di solito dico loro che nella vita, soprattutto quando sei giovane e ti affacci pieno di entusiasmo ad essa, tutto quello che cerchi è di fare qualcosa di straordinario, ma che non sia banale. Donare il sangue è proprio questo. Ogni volta che lo farai, ti


sentirai una persona migliore. Il servizio trasfusionale di Pordenone, a tale scopo e con l’intento di venire maggiormente incontro alle esigenze dei donatori, ha iniziato, in forma sperimentale per un anno, a raccogliere il sangue anche il pomeriggio di ogni mercoledì, dalle ore 16.30 alle ore 19.00. Mi auguro che questo ulteriore servizio possa prendere piede. Cerchiamo, quindi, di dare massima risonanza a questa nuova possibilità di donare. Anche il nostro Comune è stato interessato dal fenomeno dell’immigrazione e molte persone, provenienti da paesi extra-comunitari, sono venuti da noi a cercare lavoro, e chi l’ha trovato si sta integrando in maniera ottima nel nostro tessuto sociale, tant’è che la nostra sezione ne ha beneficiato. Con immenso piacere, infatti, riscontro che già diversi di loro sono diventati donatori, sposando in pieno la nostra causa. Nell’anno 2010, la nostra sezione ha avuto ben 79 donazioni, 10 in più dell’anno precedente: un andamento che di anno in an-

no, seppur di poco, sale costantemente. Cerchiamo, quindi, di non invertire la rotta in futuro! Proseguendo nel mio discorso, ho rivolto un sentito ringraziamento al personale medico ed infermieristico, all’Amministrazione Comunale, che sempre ci è molto vicina e ci supporta in questo nostro impegno, ai rappresentanti delle sezioni, ai componenti del Consiglio Direttivo per la loro disponibilità nell’organizzare tutto questo, alla sezione di Dardago con il suo presidente, Corrado Zambon, che ci ha sostenuto ed aiutato ad organizzare questa giornata. Un sentito ringraziamento va, inoltre, al celebrante, don Maurizio Busetti, per le sentite parole rivolte durante l’omelia, e al Collis Chorus per l’impeccabile esibizione che ha contribuito ad arricchire la Santa Messa di un’atmosfera meravigliosa. La festa del donatore è proseguita con un momento conviviale. La sezione di Budoia-Santa Lucia conta circa 150 soci iscritti tra donatori attivi e donatori emeriti.

Elenco dei premiati della sezione A.F.D.S. Budoia-Santa Lucia DIPLOMA DI BENEMERENZA CON 10 DONAZIONI

Daniele Boem, Maurizio Carlon, Alberto Del Maschio. DISTINTIVO DI BRONZO CON 15 DONAZIONI

Antonella Del Zotto. DISTINTIVO DI BRONZO CON 20 DONAZIONI

Oscar Carlon, Pier Luigi Gaspardo, Giuliano Zuliani. DISTINTIVO D’ARGENTO CON 25 DONAZIONI

Viviana Del Zotto.

Elenco dei premiati della sezione A.F.D.S. Dardago DIPLOMA DI BENEMERENZA CON 10 DONAZIONI

Valentino De Nobili, Ivan Grassi, Ottavio Vettor, Franco Zambon, Gianni Zambon, Luca Zambon, Riccardo Zambon, Massimo Zoni. DISTINTIVO DI BRONZO CON 15 DONAZIONI

Lara Bocus. DISTINTIVO DI BRONZO CON 20 DONAZIONI

Luca Magris, Donato Calderan, Antonino Zambon, Roberto Zambon. DISTINTIVO D’ARGENTO CON 25 DONAZIONI

Rosalice Zambon. DISTINTIVO D’ARGENTO CON 35 DONAZIONI

Alessandro Bozzer, Alessia Zambon, Fabio Zambon, Roberto Zambon. DISTINTIVO D’ORO CON 50 DONAZIONI

Pietro Zambon Don Maurizio Busetti benedice il nuovo labaro della sezione locale. Madrina è Giulia Bravin, giovane donatrice di Santa Lucia. In alto a sinistra. Alla cerimonia del 42° di fondazione erano presenti il Sindaco del Comune di Budoia, Roberto De Marchi, il consigliere provinciale dell’associazione, Antonio Piffaretti, in rappresentanza del presidente Paolo Anselmi, il presidente della sezione di Dardago, Corrado Zambon, e il presidente della sezione Budoia-Santa Lucia, Pietro Zambon, oltre ai rappresentanti delle varie sezioni provinciali, circa una trentina, con i loro labari.

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DISTINTIVO D’ORO CON FRONDE CON 65 DONAZIONI

Marino Zambon. TARGA D’ARGENTO CON PELLICANO D’ORO CON 75 DONAZIONI

Corrado Zambon.


Il carro di Peter Pan di Fulvia Mellina con i ragazzi e le ragazze dell’oratorio

Quest’anno è stato Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere, ad accompagnarci nel nostro «viaggio» sin dal mese di ottobre, con l’inizio dei lavori di costruzione del veliero di Capitan Uncino e dell’Isola che non c’è. Peter Pan vive in un luogo magico popolato da fate e altre creature incantate, l’Isola che non c’è, un mondo ideale raggiungibile solo da bambini grazie alla loro fantasia.

La preparazione del carro e delle maschere per il classico appuntamento di carnevale delle Parrocchie di Budoia, Dardago e Santa Lucia ha offerto l’occasione per serate e domeniche d’incontro fra famiglie e favorito l’aggregazione di bambini, ragazzi e giovani coinvolti in un progetto comune. Tutto l’inverno hanno lavorato insieme mamme e nonne, pronte a cucire i costumi

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confezionati a regola d’arte e degni di una sartoria professionale. E che dire dell’allestimento del carro posto in un capannone messo a disposizione dalla famiglia Zambon di Budoia, rallegrato dalle voci dei volonterosi che hanno dedicato con passione tempo e lavoro a questo progetto. Il nostro viaggio ha avuto come prima tappa Dardago


il 27 febbraio 2011 con la Santa Messa di inaugurazione, la successiva benedizione, un breve giro per le vie del paese a suon di musica e balli grazie alla clemenza del tempo e poi tutti a mangiare al rinfresco preparatoci dal CFD. Le tappe successive sono state, come da consuetudine, Aviano il pomeriggio stesso, Maniago la domenica successiva dove il carro è stato accolto con grande entusiasmo, il martedÏ, ultimo di Carnevale a Montereale Valcellina, festa gioiosa e con grande partecipazione di tutta la popolazione: annullata invece a causa del maltempo la successiva sfilata di Maron di Brugnera. Il viaggio è continuato alla volta di Cordenons per concludersi con la sfilata piÚ attesa: la notturna di Prata di Pordenone.

Bambini e genitori durante la Santa Messa, nella chiesa di Dardago, e in alcuni momenti di divertimento, durante la sfilata.

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Aga

’n tel Rujal

Luciano Zambon Tarabin uno dei fautori dell’opera di restauro del Rujal.

(Foto di Massimo Zardo).

Due foto per testimoniare l’efficace opera di ricupero, effettuata dai volontari, lungo il percorso del Rujal. In alto. La rosta, posta all’inizio del percorso, come appariva dopo le copiose montane del mese di novembre 2010. Sopra. I volontari al termine dei lavori di ripristino. L’acqua scorre di nuovo nella canaletta ripulita.

di Roberto Zambon

In queste pagine ci siamo più volte occupati del Rujal, il piccolo canale in pietra, lungo circa 1500 metri, che porta l’acqua dalla Val de Croda fino al Molin de Bronte. Ricordiamo, ad esempio, l’articolo di Fabrizio Fucile che nel numero 51 (agosto 1987) ne vantava la seicentesca origine, poiché l’opera appare in una mappa datata 1669 ora custodita nell’Archivio di Stato di Venezia; ma molti altri articoli trattano quest’importante opera. Più recentemente, nel volume «Il Vallone di San Tomé» pubblicato dall’Associazione Naturalisti Sacile, ben trenta pagine – tra testo e fotografie – sono dedicate a questo «nastro d’argento». Per molto tempo, negli ultimi decenni, il Rujal è stato dimenticato ed oltraggiato. La vegetazione l’aveva quasi nascosto, molte pietre scavate a mano furono asportate per abbellire qualche giardino e, nei pressi della Cava de Thegle, i detriti dell’escavazione hanno interrato circa 200 metri del canale. In questi ultimi anni, però, il Rujal è stato ripulito e riparato, il canale interrato è stato surrogato da un tubo e l’acqua, dopo un forte temporale, riesce, per qualche giorno, ad arrivare fino al vecchio molino. Ma un gruppo di appassionati non si accontenta. Guidati da Luciano Zambon Tarabin e da Sergio Carlon intendono proseguire nell’opera di restauro. In questi tempi di «tagli» è difficile accedere a fondi pubblici e solo con il volontaria36

to si può tentare di affrontare lavori di questo tipo. Uno dei problemi era l’approvvigionamento continuo dell’acqua per poter godere sempre dello spettacolo dell’acqua che scorre. A tale scopo si è pensato di creare una piccola vasca per raccogliere l’acqua che scaturisce dalle tre sorgenti degli Agaroi. L’amministrazione comunale ha provveduto al materiale e i volontari l’hanno realizzata. Attualmente, un tubo porta acqua al Rujal, ma parte di questa si disperde lungo il tragitto infiltrandosi nelle numerose fessure createsi tra le pietre che formano il canale. I volontari ora sono impegnati a risolvere anche questo problema. Non possiamo che ringraziare chi mette a disposizione gratuitamente tempo e lavoro per conservare e valorizzare un’opera tanto importante dal punto di vista storico, ambientale ed …affettivo. Ci sembra di intravedere nella nostra società timidi segnali di un ritrovato sentimento di rispetto verso l’ambiente: chissà che qualche elemento in pietra, asportato dal Rujal, non possa ritornare al suo posto. Gli amici del Rujal hanno un grande sogno: quello di trovare un modo per far asportare il materiale riversato, durante l’attività della cava, sopra un manufatto che per tre secoli ha caratterizzato la nostra vallata. Un sogno. Ma molte volte anche i sogni si avverano.


’N te la vetrina

UN ACCORATO APPELLO AI LETTORI

Se desiderate far pubblicare foto a voi care ed interessanti per le nostre comunità e per i lettori, la redazione de l’Artugna chiede la vostra collaborazione. Accompagnate le foto con una didascalia corredata di nomi, cognomi e soprannomi delle persone ritratte. Se poi conoscete anche l’anno, il luogo e l’occasione tanto meglio. Così facendo aiuterete a svolgere nella maniera più corretta il servizio sociale che il giornale desidera perseguire. In mancanza di tali informazioni la redazione non riterrà possibile la pubblicazione delle foto.

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ALCUNE FOTO DELLA VITA MILITARE DI ATTILIO BOCUS FRITH FORNITE DAL FIGLIO EMILIO. ATTILIO, FIGLIO DI GIACOMO E DI MARIA IANNA, NASCE A DARDAGO, IN VIA CASTELLO, 19 NEL 1910. DA GIOVANE EMIGRA A MILANO DOVE LAVORA COME FACCHINO AI PIANI IN UN ALBERGO. SI SPOSA CON GIUSEPPINA REDOLFI FAGARA. RIENTRA IN PAESE PERCHÉ RICHIAMATO IN GUERRA E PARTE PER L’ALBANIA E LA GRECIA. AL TERMINE DEL CONFLITTO, RITORNA A MILANO E LAVORA AL QUOTIDIANO «AVVENIRE» PER IL RESTO DELLA SUA VITA. MUORE NEL CAPOLUOGO LOMBARDO NEL 1968. NELLE FOTO. 1. IN ALBANIA CON I COMPAESANI ENRICO CEOLIN E MARIO DE IANNA. ATTILIO È IL PRIMO DA SINISTRA. 2. ACCAMPATI IN ALBANIA. ATTILIO È IL SECONDO DA SINISTRA, SEDUTO. 3. IN ALBANIA CON TRE COSCRITTI DEL 1910. È IL SECONDO DA SINISTRA. 4. ATTILIO BOCUS (CON LA MANTELLINA) AL RIENTRO DALL’ALBANIA. 5. AL RITORNO DALL’ALBANIA (1940) AD ANCONA. È IL SECONDO SEDUTO, DA SINISTRA.

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L’angolo della poesia

INESORABILE TU Vorrei si aprisse per te la luce più pura e che un respiro profondo colmasse gli attimi dell’infinito. Prenderei manciate di stelle per illuminarti il cammino e poi farti volare nel domani con la forza cosciente di chi ha il cuore nobile.

Non aver paura dei tramonti. Saranno le stelle a incatenare la notte. La lasceranno andare soltanto all’alba, così il tempo passerà ai sogni. Fino all’azzurro. Vedrai fiabe correre oltre il buio e giostre d’oro con musiche d’incanto. Toccherai la lacrima del pupazzo seduto sulla luna e seguirai i cavalli dalle ali d’argento. E poi bimbi volanti e fate lucenti, che hanno voci squillanti: «Sempre dritti fino al mattino».

Così t’immagino. Piccolo. E fragile. Un aquilone nel vento. Non si sa chi tu sia, com’è fatto il tuo viso, com’è il tuo pianto e il tuo riso, ma colpisci dentro. E diventi forte. Sei una lancia nel cuore, uno scoppiettio del fuoco, un mare immenso.

E via! Verso l’orizzonte chiaro Il punto d’inizio e del poi. Inesorabile tu! Miniatura che vieni verso di noi. Granello di roccia che hai già impresso nel cuore la fede, la forza e il destino. LAURA MORO

Inesorabile tu che stai esistendo! Con te sarà un’altra vita, un inizio nuovo, un pianeta mai prima esistito. Un sole vivo.

Questa poesia è stata scritta per Filippo, nei tempi un po’ difficili prima della sua nascita. Ora è uno splendido bimbo pieno di vitalità e mio marito Beniamino ed io siamo entrati a pieno titolo nella straordinaria categoria dei nonni. Nonno mi sembra una parola magica, sinonimo di attenzione, gioco, affetto, racconti, ricordi. Nonno era anche nonno Camillo, il bisnonno di Filippo. E anche il bisnonno di Marco, Linda, Monica, Bianca e del piccolissimo Matteo, l’ultimo nato. Nonno Camillo aveva novantasei anni portati con dolcezza, sentimento, creatività e anche una grande mente. Fino agli ultimi istanti. Vorremmo tutti ricordarlo, non al passato, come qualcosa che non c’è più, ma come una

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folgorante, precisa freccia lanciata nel futuro. Il suo volo si è concluso, ma ci ha lasciato l’immenso e l’inesorabile: sei bambini! La naturale continuità delle nostre radici: i suoi figli, i suoi nipoti, i figli dei suoi nipoti. Marco, Linda, Monica, Bianca, Filippo, Matteo e gli altri che arriveranno in seguito, sappiate questo: se nella vostra vita, nella vostra mente troverete la consapevolezza dei valori, la creatività, l’operosità, la fine sensibilità, date il merito a un piccolo grande uomo che viene dal passato e che ha vissuto quasi un secolo. Un uomo che ha lasciato insegnamenti da Sapiente con grande semplicità. In quello che siete e sarete c’è anche un poco di lui: Camillo Zambon Pinàl Bavàn.


Lasciano un grande vuoto... l’Artugna porge le più sentite condoglianze ai famigliari

Camillo Zambon Pinàl In pochi giorni te ne sei andato, in silenzio; tanto che ci hai colto quasi di sorpresa. Il tuo buono stato di salute, la tua mente sempre pronta, il tuo carattere e la tua forza di volontà ci avevano illusi di poterti avere con noi ancora per tanto tempo, nonostante la tua veneranda età.

Ora non ci sei più, ma ci hai lasciato il tuo esempio ed i tuoi insegnamenti: il rispetto e l’amore verso Dio e verso il prossimo, la fondamentale importanza della famiglia, l’impegno nel lavoro e nella comunità. Da lassù prega per la tua cara Lidia e per tutti noi. I TUOI CARI

Angelo Varnier Caro nonno Angelo, sei stato un esempio speciale per noi, un pilastro importante fin da piccoli. Ci hai dedicato sempre molto del tuo tempo. Ricordiamo tutti i bei momenti passati insieme, quando ci portavi a giocare o a fare lunghe passeggiate o a visitare posti interessanti: così creativo ed ingegnoso per farci divertire e stare bene. Quanti stimoli ed esperienze nuove ci hai proposto per farci crescere. E quando incontravamo delle difficoltà ci hai aiutato a superar-

le con leggerezza. Perdonavi sorridendo ogni nostra mancanza. In tutto quello che facevi dimostravi voglia e entusiasmo, anche il tuo viso manifestava la tua simpatia e in particolare con noi hai condiviso tanti momenti felici. La tua saggezza ed i tuoi consigli utili per la vita sono impressi dentro di noi e ci guideranno sempre. Nonno Angelo, ci manchi, I TUOI NIPOTI FRANCESCO E MARCO

Severino Bastianello Severino ci ha lasciati il 24 giugno e grande è il vuoto ed il dolore che sentiamo: in particolare la moglie e i figli. Severino aveva un grande amore: la moglie Rita; un grande orgoglio: i figli Andrea e Luca, ed una grande passione: il lavoro. La sua vita è stata piena, costellata da soddisfazioni, amore ed impegno. Molto giovane, come molti suoi compaesani, è emigrato a Venezia per cercare quella realizzazione nel lavoro e nella vita che in quei tempi era faticosa e dura da trovare. La magia dell’incontro con la moglie Rita è stata un’ulteriore occasione di sprone per tale impegno ed i successi non sono tardati ad arrivare. Con la moglie ha gestito per lungo tempo il Ristorante «Al Giardinetto» con motto friulano: «dedizione, impegno ed onestà!» Il suo carat-

tere era forte e determinato ma sotto la scorza di questa sua forza nascondeva una dolcezza e generosità d’animo che molti hanno potuto conoscere ed apprezzare. A Venezia, sua città d’adozione, è stato una figura caratteristica, creando un «pezzetto» 39

di storia nella ristorazione e nella vita cittadina. Severino nella sua semplicità era un amante dell’arte e della cultura e con gli «Amici di Ruga Giuffa» ha fatto diventare il «Giardinetto» meta di importanti mostre di pittura ed eventi culturali. Non dimenticheremo mai la sua ironia, l’arguzia, la risata storta e i suoi occhi penetranti che si illuminavano quando parlava del suo paese natio, Dardago, dove, come ha sempre desiderato, ora riposa serenamente. Severino è stato ed è un uomo che, con orgoglio, la moglie, i figli e coloro che gli hanno voluto bene porteranno per sempre nel cuore. Ciao «Nino» LE NUORE GABRIELLA E STEFANIA


Cronaca Cronaca Cippi ’n tel Comun de Buduoia Dopo la riscoperta dei cippi della Serenissima, sul confine tra Demanio Regionale e giurisdizione/proprietà del Comune di Budoia, sono stati collocati dei cartelli segnaletici da parte del sindaco De Marchi e di altri collaboratori. La foto testimonia la posa sul Col di Piero (m.1573), confine occidentale di Budoia. La segnaletica è stata realizzata dalla Forestale della Regione su proposta del Gruppo Archeologico di Polcenigo (Gr.A.Po.) e posta, tra l’anno scorso e quest’anno, ai confini tra il Demanio Regionale e le proprietà dei Comuni di Caneva, Polcenigo e Budoia. Il confine storico della Foresta del Cansiglio (il bosco da reme di San Marco) è quello individuato a partire dal 1548 e poi confermato, con rettifiche, fino alla caduta della Serenissima (1797), dai successori: Austriaci, Regno e Repubblica Italiana. I cippi sono pietre native (quindi non spostabili!) affioranti dal terreno, incise periodicamente tra il 1550 ed il 1795 a segnare i confini del Demanio della Repubblica di San Marco. Ne sono stati censiti e restaurati circa una settantina a cura del Gr.A.Po; la maggior parte si trova vicino ad uno dei 300 «stanti lapidei» posti a confine dallo Stato Italiano tra il 1874 ed il 1875. In Comune di Budoia, fino ad oggi, ne sono stati censiti 8 e quello della foto è uno di questi; è stato scelto per la posizione emergen-

te e per la poco impegnativa accessibilità rispetto al sentiero CAI 991, che rappresenta la ”spina dorsale” del sentiero dei cippi del Cansiglio Orientale. Un altro cippo storico è stato parimenti segnalato in un’insenatura pascoliva alle falde meridionali del monte Croseraz, un centinaio di metri verso Nord rispetto all’incrocio tra il sentiero CAI 991 e il 984 che sale da Valle Friz. Per chi volesse trovare questi due «cippi» facciamo seguire le coordinate ed altri estremi: 1. Col di Piero: 46°04’46,9” latitudine Nord; 12° 28’26,5” longitudine Est. Accanto al cippo siglato Foresta Nazionale (F.N.) 240 2. Valle Friz: 46°05’51,7” latitudine Nord; 12°28’56,2” longitudine Est. Vicino F.N. 222. Ulteriori informazioni sulle «Confinazioni» (così venivano chiamate le operazioni di ricognizione dei confini) della Serenissima sono presenti sul sito del Gr.A.Po.: www.grapo.it. MARIO COSMO

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Giorgio Bocus, Maestro del Lavoro Il 1° maggio 2011, il nostro compaesano Giorgio Bocus ha avuto il privilegio di essere stato decorato con la «Stella al Merito del Lavoro», conferitagli con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. La solenne cerimonia si è tenuta presso il palazzo della Prefettura di Trieste alla presenza del Prefetto di Trieste, delle massime autorità Locali e Regionali e delle confederazioni dei Maestri del Lavoro e dei Cavalieri del Lavoro. La «Stella al Merito del Lavoro» è una decorazione concessa a chi abbia compiuto i 50 anni di età, abbia prestato attività lavorativa ininterrottamente per almeno 25 anni alle dipendenze di una o più aziende. I Maestri devono vantare almeno uno dei seguenti titoli: • si siano particolarmente distinti per singoli meriti di perizia, laboriosità e di buona condotta morale;


• abbiano, con invenzioni o innovazioni nel campo tecnico e produttivo, migliorato l’efficienza degli strumenti, delle macchine e dei metodi di lavorazione; • abbiano contribuito in modo originale al perfezionamento delle misure di sicurezza del lavoro; • si siano prodigati per istruire e preparare le nuove generazioni nell’attività professionale. A Giorgio le congratulazioni della redazione.

se variopinte su biciclette altrettanto colorate, che passano veloci in un fruscio di ruote e pedivelle, così pericolosamente vicini tra loro. Al seguito ecco il corteo delle ammiraglie, irte di biciclette e ruote sul tetto, nuovo carosello di colori e rumori. Breve, lo spettacolo, ma emozionante. Ben maggiore

naturalmente l’emozione per chi ha seguito il giro sulle rampe della strada che sale al Pian Cavallo, dove è stato poi inaugurato un cippo a ricordo di Marco Pantani che, nel 1998, all’apice della sua carriera, vinse la tappa che lì terminava e poi di seguito il Giro d’Italia e il Tour de France. La Regione Friuli Venezia Giulia e il Comitato Locale Tappa hanno scelto di intitolare questa salita al C.R.O. di Aviano ed alla Associazione Onlus «Via di Natale» come giusto e doveroso riconoscimento per il loro lavoro di ricerca e di assistenza. MASSIMO ZARDO

’L e tornàt a passà el Giro d’Italia In occasione del 94° Giro d’Italia, un eccezionale week end ciclistico ha animato il Friuli a maggio, con tre tappe di particolare importanza e difficoltà, l’ultima delle quali, partita da Conegliano, ha portato i ciclisti a percorrere la pedemontana da Caneva ad Aviano passando accanto ai nostri paesi per poi salire al Pian Cavallo; la carovana del Giro è poi scesa a Barcis per dirigersi verso le Dolomiti. Nonostante l’inizio di una tappa sia poco spettacolare dal punto di vista agonistico, numerosissime sono state le persone che, da semplici curiosi o da appassionati, si sono radunate lungo la strada per assistere al passaggio del Giro, e sono state premiate da uno spettacolo inusuale: il lungo corteo di macchine che precede i corridori ad annunciarne l’arrivo, la strada stranamente sgombra di traffico, e poi quella nuvola colorata che si avvicina, simile a uno sciame, che si rivela composta da uomini in divi-

Hanno ricevuto la Prima Comunione

Domenica 15 maggio 2011, nella chiesa di Santa Lucia, hanno ricevuto la Prima Santa Comunione: (da sinistra) Alessandro Zaccaria, David Andreazza, Noemi Chiandotto, Angelica Zuliani, Alessia Pauletti, Eros Benedini, Gabriele Cavallari, Laura Baracchini, Greta Zanolin e Giada Giuri.


Un fià de temp ancia pa’ i altres Alla fine di maggio è stata costituita a Budoia con la presenza del Presidente dell’AVAN Sergio Silvestre e dell’Assessore del Comune Omar Carlon, l’Associazione di volontariato denominata BUDOIA SOLIDALE. Il nome è nuovo ma buona parte del gruppo di persone che la compone, è attiva con l’acronimo AVAN già da due anni nel Comune, occupandosi dell’accompagnamento e trasporto con mezzi attrezzati a favore di persone non autosufficienti o in situazioni di difficoltà. Attualmente aderiscono a BUDOIA SOLIDALE 10 autisti volontari (nove uomini e una donna). I soci fondatori sono i seguenti: Omero Bocus, Graziella Bastianello, Ezio Burelli, Arnaldo Busetti, Giovanni Maria Busetti, Angelo Donzelli, Alida Gislon, Andrea Lachin, Maria Ortega Molina, Mauro Ponton, Lucia Padovese, Claudio Zambon e Franco Zambon. I volontari e gli autisti prestano la loro opera a titolo completamente gratuito e intervengono anche nei comuni limitrofi di Caneva e Sacile. I costi dei servizi vengono sostenuti dall’Ambito Distrettuale 6.1 di cui fa parte anche Budoia, mentre i mezzi attrezzati per il trasporto di sedie a rotelle, sono acquistati con il contributo della Banca di Credito Cooperativo Pordenonese. Nell’anno 2010 i volontari dell’Associazione hanno effettuato 600 trasporti, per 1.278 persone impiegando 845 ore, per un totale di 8.771 km. Questo conteggio è il risultato di 3 tipologie di trasporto: il trasporto utenti (presso Ospedali e Case di Riposo), quello al centro diurno di Polcenigo e quello con il mezzo del Comune con cadenza settimanale al Mercato e Supermercato di Budoia e mensilmente al Mercato di Aviano. Quest’ultima

La squadra di «Budoia Solidale».

tipologia di trasporto dal gennaio del 2011 il Comune l’ha passata ad un’altra Associazione. Se qualche persona (munita di patente di guida) si sentisse di donare parte del proprio tempo libero a favore di chi ha bisogno può contattare il segretario Omero Bocus o il presidente Ezio Burelli.

Festa de la Verta

EZIO BURELLI

Son dudhi a votà

Il 12 e 13 giugno si sono svolti 4 referendum popolari che miravano alla abrogazione di altrettante norme. Per la prima volta, dal 1995, i referendum hanno superato il quorum (50+1 dei votanti). Ecco, in sintesi, i risultati della votazione.

Il 2 giugno, in concomitanza con le celebrazioni ufficiali della Festa della Repubblica, si è svolta la Festa di Primavera con un intenso programma di manifestazioni, a cura della Pro Loco. La giornata, iniziata alle 8.30 con l’apertura delle bancarelle dell’artigianato e del mercatino dei ragazzi, è proseguita un’ora dopo con la partenza dalla piazza di Santa Lucia per il percorso gui-

Budoia

Dardago

Santa Lucia

Totale

REF.

% VOTANTI % SI

% VOTANTI % SI

% VOTANTI % SI

% VOTANTI % SI

1 2 3 4

62,92 63,03 63,03 62,81

58,57 58,57 58,41 58,57

60,98 60,98 61,22 61,22

61,07 61,12 61,12 61,07

93,83 92,99 90,48 90,74

97,30 99,18 89,28 91,91

97,18 96,39 92,77 94,78

LEGENDA

Referendum 1 = Privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici di rilevanza economica. Referendum 2 = Determinazione delle tariffe del servizio idrico in base alla remunerazione del capitale investito. Referendum 3 = Costruzione nuove centrali per la produzione di energia nucleare. Referendum 4 = Norme sul legittimo impedimento.

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95,64 95,16 90,58 91,97


Hanno ricevuto il sacramento della Confermazione dato lungo il sentiero fino a Budoia, alla scoperta degli alberi delle Colline di Santa Lucia. I festeggiamenti sono continuati nel pomeriggio con la dimostrazione e la prova gratuita di guida su pista con modelli auto e aeromodelli radiocomandati e con il laboratorio di aerei in carta per grandi e piccini; con l’esposizione di moto e vespe d’epoca a cura dell’Osteria Oca ubriaca, e con la mostra di modellismo di auto, navi e treni. Non è mancato lo spettacolo musicale a cura dell’Istituto di musica della Pedemontana e del Progetto Giovani; quest’ultimo ha curato pure l’animazione dei giochi di una volta. Per gli amanti della scherma c’erano prove gratuite e l’esibizione di atleti professionisti a cura di San Quirino Scherma. Si sono svolti anche momenti creativi con la realizzazione della Bandiera fiorita a cura delle fiorerie «Petalo rosa» di Budoia e de «La Fioreria» di Aviano, e con l’esecuzione di dipinti guidata dall’artista Giulio Masieri. Sono seguite le premiazioni dei concorsi sul logo del «Progetto Giovani», sul «Tricolore in rima» (riservato agli alunni di classe quinta) e sugli «Accompagnatori del Pedibus». E per concludere, spettacolo di danze orientali, a cura dell’«Associazione Bagaglio Umano di Budoia», e altra musica.

«Fibra ottica» ’n tel nostre Comun È stata numerosa la partecipazione della cittadinanza di Budoia all’incontro effettuato il 17 giugno nella Ciasa del Comun per la presentazione del progetto di posa della fibra ottica, che l’Amministrazione Comunale ha affidato all’azienda privata Ncs, la stessa che realizzò il servizio wi-fi per il Comune di Pordenone. Budoia è il primo Comune della Pedemon-

Domenica 5 giugno 2011, nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Dardago, hanno ricevuto il sacramento della Confermazione dalle mani del vescovo emerito mons. Ovidio Poletto: Benedetta Andreazza, Elisa Bocus, Susanna Bortolini, Eros Cavallari, Gabriele Cettolin, Alessandro Cozzi, Martina Del Puppo, Alessandro Giannelli, Giulia Janna, Michele Lachin, Lucia Marcandella, Antonietta Mauro, Francesca Pagura, Luca Pauletti, Francesca Pujatti, Marco Pujatti, Tommaso Quaia, Federica Signora, Matilde Signora, Carolina Zambon.

tana pordenonese a dotarsi di tale sistema per un potenziamento delle tecnologie in uso (servizi di telefonia, di televideo e d’internet) e un salto di qualità per le tecnologie future. L’amministratore delegato, Angelo Abbruzzese, ha illustrato il progetto, che prevede l’arrivo della fibra ottica direttamente nelle case, utilizzando la conduttura della corrente elettrica, ha risposto alle numerose domande dei cittadini, e ha comunicato al pubblico l’imminente apertura di uno sportello nel territorio, gestito dalla ditta stessa, per offrire informazioni sulle modalità e sui costi di attivazione del servizio.

Ministri straordinari dell’Eucarestia Sabato 25 giugno, il nostro vescovo Giuseppe Pellegrini, dopo adeguata preparazione, ha istituito ministri straordinari dell’Eucarestia: Rosetta Gagliardi, Mario Povoledo, Bruna Zambon e Gianni Zambon, che affiancheranno il Parroco nella distribuzione della Comunione in Chiesa e, se necessario, la porteranno agli ammalati, nelle case. Essi possono svolgere questo ministero in tutte tre le parrocchie. A loro si aggiunge Gianfranca Portaluppi che da tempo esercita tale ministero.

Tre dei quattro ministri straordinari dell’Eucarestia con il vescovo Poletto e don Maurizio, a San Tomè.


inno alla vita

Il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre 2010, è nata Alice Lacchin di Alessandro ed Alessia Rogova. Orgogliosi i nonni Clara e Luigi Bof per la nascita del gioiello di famiglia.

Tobia, nato il 25 maggio 2011, ultimo arrivato in quel di San Donato Milanese in casa di Marco Puppin Budelone e Michela Ballan, è qui abbracciato dalla sorellina Rachele assieme al fratellino Samuele.

A Vigonovo dove vive coccolata dai figli Angela e Giampietro, Santina Carlon Cech ha raggiunto il traguardo dei 100 anni, essendo nata il 16 luglio 1911 a Budoia. È stata festeggiata da famigliari, parenti e dall’intera comunità. Nella foto con i figli e le nipoti Teresina e Gianna Signora.

Il 12 novembre 2010, Adriana Besa di Santa Lucia ha compiuto la bell’età di 97 anni. Ha festeggiato attorniata dall’affetto dei figli Bianca e Alberto, dei nipoti Besa e Varnier e dei pronipoti Zin. Congratulazioni!

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Il 27 maggio 2011, Rina Bastianello Thisa e Luciano Moreal hanno festeggiato il loro 60° anno di matrimonio con la loro famiglia e con la sorella Bruna e il cognato Aldo Zambon Rosit.

Dardago, 29 gennaio 2011. Nozze di diamante di Giovanni Calderan e Ornella Zambon con il figlio Piero, la nuora Anna Maria e il nipote Edoardo.

Sono Giorgia Piccini, in occasione del mio Battesimo ricevuto il 27 Marzo 2011 a Milano, assieme a mamma Elisa Vettor, nonna Ida e bisnonna Lidia; quattro generazioni al femminile... come nella seguente foto del 1977 con mamma Elisa che aveva la mia stessa età, ancora nonna Ida e bisnonna Lidia, e… trisnonna Battistina.

Sabato 25 Giugno 2011, presso la Pieve di San Donato Milanese, si è celebrato il matrimonio di Beatrice Vettor e Roberto Quadrelli. Eccoli, dopo la cerimonia, con nonna Lidia.

Auguri dalla Redazione!

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I ne à scrit... l’Artugna · Via della Chiesa, 1 33070 Dardago (Pn)

·

direzione.artugna@gmail.com

[...dai conti correnti] Un grazie a l’Artugna che leggo sempre con piacere.

Ricevere le notizie dei nostri paesi è una cosa sempre gradita.

CARLA DEL MASCHIO – SVIZZERA

SANDRO SIGNORA – INGHILTERRA

Siamo sempre entusiasti di ricevere l’Artugna. Grazie! BIANCA SIGNORA E ANTONIO GISLON – FRANCIA

bilancio Situazione economica del periodico l’Artugna Periodico n. 122

entrate

Costo per la realizzazione

uscite 4.250,00

Spedizioni e varie

301,00

Entrate dal 29.03.2011 al 17.07.2011

4.052,50

Totale

4.052,50

4.551,00

ERRATA CORRIGE Nel numero precedente la località Ciavalìr è stata erroneamente indicata come luogo in cui si trovano i laips fotografati in quarta di copertina, in realtà si trovano sulla Costa del Pissol. Ci scusiamo con i lettori.

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Dardago Pieve Santa Maria Maggiore

Comune di Budoia Comitato Festeggiamenti Dardago Pro Loco Budoia Periodico l’Artugna

2011

mercoledì 10 21.00 in chiesa «L’organo e gli archi» Concerto per organo e orchestra del ’700 europeo

da sabato13 a lunedì 15

[musiche di Haydn, Mozart, Sammartini, Cordàns]

in teatro

Complesso d’archi del Friuli e del Veneto Alessandro Bozzer organo

Mostra di costumi del ’500, ’700 e ’800 del Carnevale veneziano [a cura di Mariagrazia Zambon]

Mostra di modellismo navale e animali in legno

sabato 13 17.00

[a cura di Marco Busetti]

presso il cortile delle scuole elementari

da domenica 14 a lunedì 15

Apertura chiosco enogastronomico

in piazza

Partenza della 5a marcia sul percorso circolare del torrente Artugna

Mostra di artigianato artistico Mostra di scultura in legno [a cura di Renato Zambon]

21.00

lunedì 15

Musica dal vivo con «Sylvia»

10.30

da sabato 6 a lunedì 15

in chiesa

domenica 14 19.30

Santa Messa solenne in onore dell’Assunta

presso il cortile delle scuole elementari

16.30

Apertura chiosco enogastronomico

presso il cortile delle scuole elementari

presso i locali della canonica Pesca di beneficenza

Giochi popolari per i ragazzi

21.00 Serata danzante con l’orchestra «Alto gradimento»

Apertura chiosco enogastronomico

21.00 Serata danzante con «Edo e Cristina»

Per la festività dell’Assunta

sabato 13 agosto

DARDAGO

ore 15.00-17.00

Confessioni

lunedì 15 agosto

DARDAGO

ore 10.30 ore 15.30 ore 18.00

Santa Messa solenne Vesperi in canto Santa Messa vespertina

BUDOIA


Asfodelo montano Asphodelus albus O Salendo lungo i pendii di Longiarethe e del Ciavalìr, a primavera inoltrata, è facile trovare numerosi esemplari di una pianta elegante, slanciata, che presenta una infiorescenza bianca a forma di spiga, sorretta da un fusto cilindrico alto da 70 a 110 centimetri, circondato alla base da foglie lunghe e piatte simili a quelle dei gigli, che svetta sulle erbe dei vecchi pascoli: è l’asfodelo montano. Appartenente alla famiglia delle liliacee, tipico dei prati aridi e dei pascoli, fiorisce da marzo a maggio. Il suo nome deriva dal greco a (non), spodos (cenere) e elos (valle) cioè «valle di ciò che non è stato ridotto in cenere» e si riferisce alla sua capacità di sopravvivere in luoghi soggetti ad incendi. I greci, che descrivevano i prati degli inferi tappezzati di asfodeli, lo consideravano simbolo dei defunti e lo usavano per adornare le tombe. L’asfodelo è una pianta che ha anche altri utilizzi, probabilmente poco noti nella nostra regione, sia nella medicina popolare, ad esempio per il trattamento delle scottature solari e delle dermatosi, che in cucina. Testo e foto di Massimo Zardo


L'Artugna 123 - Agosto 2011