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Cesare Maria Casati

Out There. Architecture Beyond Building a Venezia

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eggo il programma della prossima undicesima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia che si terrà nel prossimo settembre e mi si apre il cuore nell’apprendere che, finalmente, cito testualmente, “si vuole esporre un dato di fatto ovvio: l’architettura non è il costruire”. In concreto a Venezia si vuole aprire una sfida internazionale che parte dall’affermazione che gli edifici non sono degli oggetti per raccogliere e incoraggiare la sperimentazione. Sperimentazione che parte dall’utopia dell’effimero, dalle visioni di altri mondi, e che, superando i progetti esistenti e le teorie più o meno astratte, intende cogliere l’architettura nella realtà del suo divenire. Mi è sembrato un po’ di leggere il nostro programma editoriale, che da sempre dedica ampi spazi alla ricerca dei linguaggi espressivi e ai progetti sperimentali che possano essere prodromici a una architettura territoriale e diffusa in contrasto con il pensiero edonistico individuale che oggi prospera con realizzazioni magari affascinanti, ma completamente scollegate dal contesto reale e da un modello di sviluppo urbano sostenibile anche nel prossimo futuro. Aron Betsky (anche se ancora una volta vediamo la direzione della mostra veneziana assegnata a un personaggio non italiano) sembra abbia compreso, cito il programma, “che c’è una storia segreta dell’architettura” distinta da mode e situazioni imposte da lobby culturali. Sembra che tutto si preannunci al meglio, e verificheremo a settembre se le promesse non verranno tradite come spesse volte è avvenuto nel passato. Ma ogni medaglia ha un suo rovescio e, nonostante quanto annunciato nel programma generale, il padiglione Italia esibirà, ancora una volta (e speriamo che sia l’ultima) la capacità tutta italiana nel recupero del patrimonio esistente, con particolare attenzione alle grandi aree urbane. A sottoporre proposte di allestimento e di ordinamento culturale sono stati invitati Carmen Andriani, Francesco Garofano, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Marco Navarra e Cino Zucchi, dietro indicazione del comitato di valutazione costituito dal Ministro dei Beni Culturale individuato sulla base di esperienze di ricerca teorica sviluppate nella professione. Un nuovo modo per organizzare un concorso di idee. Ma non dobbiamo essere pessimisti e attendere con curiosità e interesse. Come alcune volte a Venezia è già avvenuto, una Biennale da visitare e solo dopo commentare.

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tudying the schedule for the forthcoming 11th International Architecture Exhibition at the Venice biennial, which will be held next September, I am overwhelmed to learn that, at last and quoting verbatim: “the aim is to make an obvious point: architecture is not building”. In practical terms, the Venice event will be throwing down an international challenge based on the claim that buildings are not objects for embracing and encouraging experimentation. Experimentation which starts from the utopia of the ephemeral and visions of another worlds and, moving beyond existing projects and more or less abstract theories, intends to attract attention to architecture in its state of becoming. I almost felt like I was reading our own editorial line, which has always devoted plenty of space to research into stylistic idioms and experimental projects, as potentially the very first signs of widely dispersed territorial architecture in contrast with the kind of hedonistic individual thinking which is now so successful, resulting in what may well be fascinating constructions but which are completely detached from their actual setting and from any sustainable kind of urban development, even in the near future. Although once again the Venice exhibition has been placed in the hands of a non-Italian director, Aron Betsky seems to have understood, quoting the schedule, “that architecture has its own secret story”, which has nothing to do with cultural lobbies and fleeting fashions. Everything seems to bode well and we will see in September whether the premises are once again betrayed, as has happened so often in the past. But there is a flip side to every coin and, despite what the main schedule states, the Italian pavilion will, once again and hopefully for the last time, focus on that very Italian tendency to try and salvage the existing heritage, mainly focusing on large urban areas. The following people have been asked to propose their own ideas for installations and cultural furbishing projects: Carmen Andriani, Francesco Garofano, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Marco Navarra and Cino Zucchi. An assessment committee set up by the Ministry of Culture based on experience in theoretical research carried out within the profession. A new kind of ideas competition. But we should not be pessimistic as we wait with great curiosity and interest to see whether, as has happened at Venice a few times in the past, this turns out to be a Biennial worth visiting first and then commenting on later.

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FATTORIE VERTICALI di Dickson Despommier Professore di Environmental Health Sciences, Mailman School of Public Health, Columbia University, New York

Project: Chris Jacob

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avvento dell’agricoltura ha introdotto un aumento senza precedenti della popolazione umana e degli animali domestici. La coltivazione è stata il catalizzatore della nostra trasformazione da cacciatori-raccoglitori primitivi a sofisticati cittadini, in soli 10.000 anni. Oggi, oltre ottocento milioni di ettari sono destinati a terreni agricoli, cioè circa il 38% della superficie emersa della Terra. Ciò ha provocato una riorganizzazione del territorio in favore dei campi coltivati a spese dell’ecosistema naturale, riducendo la magior parte delle aree naturali in unità frammentate e semi-funzionali, eliminandone completamente molte altre. Il risultato è una riserva di cibo affidabile. Questa invenzione ha facilitato la crescita della nostra specie, al punto che ora dominiamo il mondo naturale da cui ci siamo evoluti. Nonostante l’indubbio vantaggio di non dover cacciare o cercare il nostro cibo, il coltivare ha portato a nuovi rischi per la salute creando ecotoni tra il mondo naturale e i campi coltivati. Le percentuali di trasmissione di molti agenti di malattie infettive sono aumentate drasticamente – influenza, rabbia, febbre gialla, dengue, malaria, tripanosomiasi, anchilostomiasi, scistomiasi – e oggi questi agenti emergono e riemergono con devastante regolarità nei sistemi agricoli tropicali e sub-tropicali. L’agricoltura moderna impiega una gran quantità di prodotti chimici e l’esposizione a livelli tossici di alcune classi di agro-chimici (pesticidi, funghicidi) ha determinato altri rischi significativi per la salute che solo ora vengono presi in esame dagli epidemiologi e dai tossicologi. Se non bastasse questo a preoccuparsi, si è previsto che nei prossimi cinquant’anni la popolazione umana raggiungerà gli otto miliardi e seicento milioni, e richiederà altri 109 ettari per nutrirsi utilizzando le tecnologie attuali, più o meno l’estensione del Brasile. Una tale quantità di ulteriore terreno arabile, semplicemente, non è disponibile. Senza una strategia alternativa per affrontare il problema, il caos sociale sostituirà sicuramente il “normale” comportamento dei Paesi sovrapopolati. Devono essere intrapresi seriamente nuovi modi per ottenere cibo abbondante e variato senza abusare dei pochi ecosistemi funzionali rimanenti. Una soluzione implica la costruzione di centri di produzione del cibo urbani – fattorie verticali – in cui il nostro cibo verrebbe coltivato continuamente all’interno di edifici alti nei nostri ambienti cittadini. Se riuscissimo a ingegnerizzare un tale approccio per la produzione del cibo, allora nessun raccolto andrebbe perso a causa di gravi eventi atmosferici (alluvioni, siccità, uragani ecc.). La produzione sarebbe disponibile per gli abitanti delle città senza la necessità di essere trasportata per migliaia di chilometri dalle fattorie rurali ai mercati urbani. Lo spreco sarebbe ridotto di molto, poiché i raccolti sarebbero venduti e consumati appena pronti. Se le fattorie verticali nei centri urbani divenissero la norma, allora un beneficio a lungo termine sarebbe il graduale miglioramento dei molti ecosistemi danneggiati grazie a un sistematico abbandono delle coltivazioni rurali. Nelle zone temperate e tropicali, la ricrescita delle foreste potrebbe giocare un ruolo significativo nella produzione di carbonio e invertire l’attuale tendenza nelle mutazioni climatiche. Altri benefici delle fattorie verticali includono la creazione di ambienti urbani sostenibili che migliorano la salute di tutti coloro che scelgono di viverci; nuove opportunità di lavoro, meno terreni ed edifici abbandonati, aria più pulita, utilizzo sicuro degli scarichi liquidi, abbondanza di acqua potabile. Introduzione Al gennaio 2006, erano circa ottocento milioni gli ettari di terra utilizzati a coltivo, con una produzione di cibo sufficiente per la maggior parte della popolazione umana, che è ora oltre di sei miliardi e quattrocento milioni. Questi dati comprendono le terre a pascolo (prima a prateria), che rappresentano quasi l’85% di tutta la terra in grado di sostenere un minimo livello di agricoltura. Le coltivazioni producono anche una grande varietà di semenze che servono a nutrire milioni di capi di bestiame e di altri animali da cortile (1)*. Nel 2003, nei soli Stati Uniti sono stati allevati quasi 33 milioni di capi di bestiame (2). Per sostenere tale attività agricola su larga scala, sono stati sacrificati milioni di ettari di foreste d’alto fusto e di conifere (temperate e tropicali), praterie e terre umide, o quantomeno sono state gravemente ridotte a resti frammentari rispetto alla loro estensione originale. In entrambi i casi, il risultato è stato una perdita significativa della biodiversità e una distruzione delle funzioni dell’ecosistema su scala globale (3-5). Sebbene nessuno metta in discussione il valore dell’agricoltura grazie alla quale siamo giunti a questo punto della nostra storia evolutiva, anche i nostri sforzi più antichi hanno irreversibilmente danneggiato il paesaggio naturale, e tale danno è ormai così diffuso da minacciare di alterare il resto del corso della nostra vita su questo pianeta. I terreni ricchi di argilla delle piane alluvionali del Tigri e dell’Eufrate sono un buon esempio a tale riguardo (6). Questa regione è stata la culla della civiltà occidentale, attribuibile essenzialmente all’originaria invenzione delle tecnologie per la coltivazione (per lo più frumento). La terra si è presto degradata al di sotto del livello minimo necessario alla coltivazione a causa dell’erosione dovuta alla primitiva pratica intensiva che ha rapidamente depauperato il terreno della sua scorta di nutrienti, mentre progetti di irrigazione mal gestiti sono stati spesso interrotti da guerre e da eventi alluvionali fuori stagione. Aziende agricole tradizionali (non hi-tech) continuano oggi a produrre enormi perdite di soprassuolo (3, 5, 6), escludendo la possibilità di creare una riserva a lungo termine di carbonio da parte di alberi e altre piante. Gli agrochimici, specialmente i fertilizzanti, sono utilizzati in quasi tutte le aziende agricole, a causa della domanda di raccolti per la vendita che richiedono più nutrienti di quelli che il substrato del terreno può offrire. L’uso dei fertilizzanti è costoso e favorisce la crescita di erbacce, rendendo praticamente obbligatorio l’uso di erbicidi (9). Nelle imprese commerciali, l’agricoltura prevede colture singole, molte delle quali sono vulnerabili agli attacchi di un’ampia varietà di microbi e artropodi (10, 11). In un breve lasso di tempo (circa 50 anni), le industrie agrochimiche hanno risposto a queste pressioni biologiche producendo una vasta gamma di deterrenti chimici i quali, fino a molto recentemente, sono stati in grado di controllare questi “ospiti” indesiderati che tentavano di sedere alla nostra tavola. L’applicazione regolare di pesticidi ed erbicidi ha facilitato una sempre crescente abbondanza, ma molte specie di artropodi e piante hanno sviluppato, almeno a un certo livello, resistenza a entrambe le classi di composti. Ne risulta che sono necessarie dosi sempre maggiori di questi prodotti per svolgere lo stesso compito degli anni precedenti. Per questa ragione la fonte maggiore di inquinamento è il deflusso agricolo (12). Nella maggior parte dei terreni a coltivazione intensiva, anche solo dopo piogge di media intensità un mix tossico di agrochimici defluisce dai campi e contamina gli ecotoni circostanti con regolarità prevedibile. Le conseguenze ecologiche di tale deflusso sono devastanti (13, e www.usgs.gov). Anche i rischi per la salute umana sono senza dubbio associati all’alta esposizione ad alcuni agrochimici e alcune malattie a essi associate sono state identificate (14). Tuttavia, molti prodotti chimici manifestano i loro effetti tossici nel corpo umano in modo molto più subdolo, come per esempio il DDT o la diluizione di gusci d’uovo di uccelli predatori, rendendo difficile la loro associazione con i processi delle malattie (15). La stessa attività agricola è irta di rischi per la salute (16-23). I meccanismi di trasmissione di numerosi agenti patogeni (scistosomi, malaria, alcune forme di leishamaniosi, geo-elmintosi) sono legati a diverse pratiche agricole tradizionali (per esempio l’uso di feci umane come fertilizzante, irrigazione, aratura, semina, raccolta; 24-29). Queste malattie impongono pesanti dazi sulla salute umana, menomando grandi quantità di persone e causando la loro uscita dal commercio, soprattutto nei Paesi più poveri. In effetti, sono spesso la causa alla base dell’impoverimento. Le ferite da trauma sono considerate una conseguenza normale dell’attività agricola da quasi tutti coloro che la svolgono (25, 30, 31) e sono particolarmente comuni tra coloro che svolgono la pratica agricola di sussistenza del “taglia e brucia”. E’ ragionevole attendersi che, con la costante crescita della popolazione umana, questi problemi aumenteranno in modo esponenziale. Per dare una risposta a questi problemi e a quelli che si prevede che presto spunteranno all’orizzonte, è stata proposta una via alternativa alla produzione di cibo: coltivare grandi quantità di prodotto in edifici alti. Questa idea pare offrire un nuovo e pratico approccio alla prevenzione di ulteriori abusi del già pesantemente alterato paesaggio naturale (32, http://verticalfarm.com). Il Progetto Fattorie Verticali è stato avviato nel 2001 ed è tuttora in corso presso la Mailman School della Columbia University di New York. Attualmente in fase di sviluppo virtuale, dopo essere stato oggetto di riflessioni critiche nei corsi di studio ed essere stato esposto a livello mondiale su Internet per quattro anni, il progetto è ormai accettato come degno di considerazione a livello pratico. E’ stata individuata una lunga lista di ragioni per cui le fattorie verticali possono rappresentare una soluzione realizzabile per vari processi globali quali la fame, l’incremento demografico, il recupero delle funzioni e dei servizi ecologici (per esempio far tornare la terra ai processi naturali, le riserve di carbonio ecc.). Se le fattorie verticali (FV) venissero adottate su larga scala, è assai probabile che ne conseguirebbero i seguenti vantaggi. 1. Produzione durante tutto l’anno; 1 acro di produzione al chiuso equivale a 4-6 acri all’aperto, a seconda del prodotto (per esempio per le fragole 1 acro al chiuso = 30 acri all’aperto). 2. FV garantiscono il raccolto, senza paure per alluvioni, siccità, infestazioni ecc. 3. Tutti i prodotti delle FV saranno coltivati in modo organico, impiegando trattamenti chimicamente definiti specifici per ogni pianta e per ogni

animale, senza erbicidi, pesticidi o fertilizzanti. 4. Si eliminano i deflussi di materiali nocivi. 5. Si potrebbero restituire al apesaggio naturale le terre coltivate, ripristinando le funzioni dell’ecosistema (per esempio l’aumento della biodiversità) e i suoi servizi (per esempio, purificazione dell’aria). 6. Si ridurrebbe di molto l’incidenza di molte malattie infettive che vengono contratte dagli operatori agricoli, evitando l’uso di feci umane come fertilizzante per prodotti commestibili. 7. Si potrebbero convertire le acque nere e grigie in acqua potabile attraverso l’ingegnerizzazione della raccolta delle acque tramite evapo-traspirazione. 8. Consentono di reintrodurre energia nella rete grazie alla generazione di metano dal compostaggio delle parti non commestibili di piante e animali. 9. Riducono drasticamente l’uso di combustibili fossili (niente trattori, né trasporto). 10. Eliminano in gran parte la necessità di immagazzinamento e conservazione, riducendo così notevolmente la popolazione di animali infestanti (ratti, topi ecc.) che si alimentano con le riserve di cibo. 11. Le FV convertono proprietà urbane abbandonate in centri di produzione di cibo. 12. Creano ambienti sostenibili nei centri urbani. 13. Creano nuove opportunità di lavoro. 14. Non possiamo andare sulla Luna o su Marte, o altrove, senza prima imparare a coltivare in modo intensivo in ambienti chiusi sulla Terra. 15. Le FV potrebbero dimostrarsi utili anche integrandosi nei campi profughi. 16. Offrono la possibilità reale di un significativo miglioramento economico nei Paesi tropicali e sub-tropicali. Potrebbero in tal senso divenire catalizzatori di una riduzione e anche di una inversione della tendenza attuale dell’incremento demografico nei Paesi Sottosviluppati, qualora questi adottassero l’agricoltura urbana come strategia per una produzione di cibo sostenibile. 17. Potrebbero ridurre l’incidenza dei conflitti armati causati dalla contesa di risorse naturali, quali l’acqua o le terre coltivabili. 18. Potrebbero consentire una produzione lungo tutto l’arco dell’anno di essenze medicamentose (per esempio gli anti-malarici derivati dall’artemisia); 19. Potrebbero essere usate per la produzione su vasta scala di zucchero (saccarosio), a sua volta utilizzabile per il nuovo e rivoluzionario metodo di produzione di benzina non inquinante. Definizione delle Fattorie Verticali Metodi di coltivazione indoor (per esempio l’idroponico e l’aeroponico) esistono da tempo. Fragole, pomodori, peperoni, cetrioli, verdure e spezie coltivate in questi modi si sono fatti strada nei mercati mondiali in grande quantità negli utlimi 5-10 anni. Molte di queste aziende sono piccole se paragonate alle fattorie agricole, ma, diversamente dalle loro controparti all’aperto, producono raccolti durante tutto l’anno. Giappone, Scandinavia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Canada hanno serre indutriali proprie. Pesci di acqua dolce (trote, persici, carpe) e una grande varietà di crostacei e molluschi (gamberi, granchi, cozze) sono allevati in questo modo. Pollame e suini rientrano nelle possibilità dell’allevamento al chiuso e, continuando su questa strada, si prospettano interessanti vantaggi oltre a quello di fornire al mondo la necessaria quantità di alimenti. Per esempio, se i polli e le anatre venissero allevati completamente al chiuso, l’attuale epidemia di influenza aviaria potrebbe essere cancellata o, quantomeno, ridotta significativamente. Nessuna azienda è però mai stata configurata come entità multi-piano. Al contrario, bovini, pecore, capre, cavalli e altri grandi animali da fattoria sembrano essere al di fuori dei paradigmi dell’agricoltura urbana. Ciò che si propone qui, differisce radicalmente da ciò che esiste attualmente: si vuole aumentare la scala dell’operazione, producendo una grande varietà di “cibo” in quantità sufficiente da sostentare anche le città più grandi senza affidarsi in modo significativo sulle risorse al di fuori della maglia urbana. Il gruppo di studio ha verificato che una sola fattoria verticale, grande in pianta quanto un isolato di New York e alta 30 piani (circa 300.000 metri quadrati) potrebbe produrre le calorie sufficienti (2.000 calorie al giorno per persona) per 50.000 persone, e questo impiegando principalmente le tecnologie attualmente disponibili. La costruzione di fattorie verticali ideali, con una resa per metro quadrato maggiore, richiederà ulteriori ricerche in molti settori – idrobiologia, scienza dei materiali, ingegneria strutturale e meccanica, microbiologia industriale, genetica vegetale e animale, architettura e design, salute pubblica, gestione dei rifiuti, fisica, urbanistica, per citarne solo alcuni. Eppure, nonostante il mio ovvio entusiasmo per questa idea, sono cauto. I grattacieli per la coltivazione/produzione di cibo avranno successo solo se funzioneranno replicando i processi ecologici: riciclando in sicurezza e con efficacia tutto ciò che è organico, riciclando le acque reflue (usate da uomini e animali) e trasformandole in nuova acqua potabile. E, cosa ancora più importante, ci devono essere incentivi economici, sostenuti dai governi centrali, al settore privato, alle università, ai governi locali. Idealmente, le fattorie verticali devono essere economiche da costruire, devono funzionare a lungo e in sicurezza, devono essere indipendenti da sussidi economici e da sostegni esterni (cioè devono dare profitto). Se tali condizioni possono essere realizzate grazie a un programma di ricerca continuo e completo, l’agricoltura urbana potrà fornire una riserva abbondante e varia di cibo per il 60% della popolazione che vivrà nelle città nel 2030 (33). Sostenibilità urbana I sistemi naturali funzionano in modo sostenibile riciclando tutti gli elementi essenziali per la nuova generazione. Una delle sfide più difficili per gli urbanisti è di cercare di integrare il concetto di sostenibilità con quello di gestione dei rifiuti (sia solidi che liquidi). Anche nella migliore delle situazioni, la maggior parte dei rifiuti solidi viene compattata e relegata nelle discariche. In pochi, rari casi, vengono inceneriti per generare energia. I rifiuti liquidi sono incanalati e poi trattati con agenti battericidi (come il cloro) e rilasciati nel più vicino bacino d’acqua. Di frequente nei Paesi meno sviluppati, sono scaricati senza alcun trattamento, aumentando di molto i rischi per la salute associati con la trasmissione di malattie infettive dovute alla contaminazione fecale. Da una prospettiva tecnologica, tutti i rifiuti solidi possono ormai essere efficacemente riciclati (lattine, bottiglie, carta ecc.) e/o utilizzati in impianti per la produzione di energia con metodi standard correntemente in uso. Integrare le strategie moderne per la gestione dei rifiuti nel modello delle fattorie verticali ci libererebbe per la prima volta dal bisogno di ricorrere a nuove tecnologie. E’ da sottolineare che la sostenibilità urbana si realizzerà solo grazie alla valorizzazione dei rifiuti come risorsa, ritenuta così indispensabile che buttare qualcosa – qualunque cosa – diverrebbe analogo a scaricare qualche litro di benzina dall’auto di famiglia e darle fuoco. Poiché i deflussi agricoli inquinano grandi quantità di terreno e di falde acquifere, tutta l’acqua che esce dalla fattorie verticali dovrebbe essere potabile, riciclandosi a favore della comunità che l’ha inizialmente utilizzata per la produzione della fattoria. La raccolta dell’acqua generata dalla evapo-traspirazione sembra avere delle virtù a tale riguardo, poiché l’intero complesso della fattoria è al chiuso. Si può progettare un sistema di pompe a freddo per favorire la condensazione e la raccolta dell’umidità rilasciata dalle piante. L’unico anello mancante, per ora, è la capacità di gestire facilmente i rifiuti umani e animali in modo sicuro ed efficiente. Potrebbero essere necessarie nuove tecnologie. Forse la lezione sui danni della gestione del plutonio e dell’uranio arricchito negli impianti di energia nucleare si dimostrerà utile per progettare nuovi macchinari destinati a tale scopo. Benefici sociali delle fattorie verticali I benefici sociali dell’agricoltura urbana presentano un insieme soddisfacente di obiettivi raggiungibili. Il primo è l’affermazione della sostenibilità come etica del comportamento umano. Questo concetto ecologico è attualmente appannaggio del solo mondo naturale. Le osservazioni e gli studi ecologici hanno dimostrato come si comporta la vita riguardo alla condivisione delle limitate risorse di energia. Un insieme di piante e animali strettamente correlati si è evoluto in una serie di relazioni trofiche che hanno permesso un fluire continuo di trasferimento di energia da un livello al successivo, incurante del tipo di ecosistema in questione. Infatti, questa è la caratteristica che definisce tutti gli ecosistemi. Al contrario, gli umani, sebbene facciano parte di tutti gli ecosistemi terrestri, non sono riusciti a incorporare questo comportamento nella loro vita. Se le fattorie verticali avranno successo, si affermerà la validità della sostenibilità, al di là del luogo o delle forme di vita. Le fattorie verticali potrebbero diventare importanti centri per l’educazione delle generazioni future di cittadini, dimostrando la nostra intima connessione al resto del mondo attraverso la replica dei cicli nutritivi che di nuovo avverranno nel mondo naturale riemerso come risultato del ripristino del paesaggio naturale. Trasformare le città in entità che promuovono gli aspetti migliori dell’esperienza umana è l’obiettivo di ogni urbanista e, con le fattorie verticali come elemento centrale, questo concetto ha una possibilità concreta di realizzarsi. Grazie al loro potenziale a livello politico e sociale, le fattorie verticali possono realizzare ciò che in passato sembrava impossibile e altamente impraticabile. Infine, per assicurare continuità al loro successo, bisognerà costruirle così belle che ogni quartiere vorrà averne una.

Project: Andrew Kranis

* Per i riferimenti bibliografici: http://verticalfarm.com/essay.php

235 l’ARCA 3


VERTICAL FARMS by Dickson Despommier Professor of Environmental Health Sciences, Mailman School of Public Health, Columbia University, New York

Project: Pierre Sartoux

4 l’ARCA 235

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he advent of agriculture has ushered in an unprecedented increase in the human population and their domesticated animals. Farming catalyzed our transformation from primitive hunter-gatherers to sophisticated urban dwellers in just 10,000 years. Today, over 800 million hectares is committed to soil-based agriculture, or about 38% of the total landmass of the earth. It has re-arranged the landscape in favor of cultivated fields at the expense of natural ecosystems, reducing most natural areas to fragmented, semi-functional units, while completely eliminating many others. A reliable food supply was the result. This singular invention has facilitated our growth as a species to the point now of world domination over the natural world from which we evolved. Despite the obvious advantage of not having to hunt or scavenge for our next meal, farming has led to new health hazards by creating ecotones between the natural world and our cultivated fields. As the result, transmission rates of numerous infectious disease agents have dramatically increased- influenza, rabies, yellow fever, dengue fever, malaria, trypanosomiasis, hookworm, schistosomiasis - and today these agents emerge and re-emerge with devastating regularity at the tropical and sub-tropical agricultural interface. Modern agriculture employs a multitude of chemical products, and exposure to toxic levels of some classes of agrochemicals (pesticides, fungicides) have created other significant health risks that are only now being sorted out by epidemiologists and toxicologists. As if that were no enough to be concerned about, it is predicted that over the next 50 years, the human population is expected to rise to at least 8.6 billion, requiring an additional 109 hectares to feed them using current technologies, or roughly the size of Brazil. That quantity of additional arable land is simply not available. Without an alternative strategy for dealing with just this one problem, social chaos will surely replace orderly behavior in most over-crowded countries. Novel ways for obtaining an abundant and varied food supply without encroachment into the few remaining functional ecosystems must be seriously entertained. One solution involves the construction of urban food production centers - vertical farms ¨C in which our food would be continuously grown inside of tall buildings within the built environment. If we could engineer this approach to food production, then no crops would ever fail due to severe weather events (floods, droughts, hurricanes, etc.). Produce would be available to city dwellers without the need to transport it thousands of miles from rural farms to city markets. Spoilage would be greatly reduced, since crops would be sold and consumed within moments after harvesting. If vertical farming in urban centers becomes the norm, then one anticipated long-term benefit would be the gradual repair of many of the world’s damaged ecosystems through the systematic abandonment of farmland. In temperate and tropical zones, the re-growth of hardwood forests could play a significant role in carbon sequestration and may help reverse current trends in global climate change. Other benefits of vertical farming include the creation of a sustainable urban environment that encourages good health for all who choose to live there; new employment opportunities, fewer abandoned lots and buildings, cleaner air, safe use of municipal liquid waste, and an abundant supply of safe drinking water. Introduction As of January 2006, approximately 800 million hectares of arable land were in use, allowing for the harvesting of an ample food supply for the majority of a human population now in excess of 6.4 billion. These estimates include grazing lands (formerly grasslands) for cattle, representing nearly 85% of all land that could support a minimum level of agriculture. Farming also produces a wide variety of grains that feed millions of head of cattle and other domesticated farm animals (1)*. In 2003, nearly 33 million head of cattle were produced in the United States, alone (2). In order to support this large a scale of agricultural activity, millions of hectares of hardwood and coniferous forest (temperate and tropical), grasslands, and wetlands were sacrificed, or at the very least severely reduced to fragmented remnants of their former ranges. In either case, significant loss of biodiversity and disruption of ecosystem functions on a global scale has been the result (3-5). While no one questions the value of farming in getting us to this point in our evolutionary history, even our earliest efforts caused irreversible damage to the natural landscape, and is so wide-spread now that it threatens to alter the rest of the course of our life on this planet. The silt-laden soils of the floodplains of the Tigris and Euphrates River valleys serve as a good example in this regard (6). This region was the cradle of western civilization attributable solely to the early invention of food growing technologies (mostly wheat cultivation). The land was soon degraded below a minimum level of food production due to erosion caused by intensive, primitive farming practices that rapidly depleted the earth of its scant supply of nutrients, while mis-managed irrigation projects were often interrupted by wars and out-of-season flooding events. Traditional farming practices (i.e., non-high tech) continue to this day to produce massive loss of topsoil (3,5,6), while excluding the possibility for long-term carbon sequestration in the form of trees and other permanent woody plants (7). Agrochemicals, especially fertilizers, are used in almost every commercial farming scheme (8), due to the demand for cash crops that require more nutrients from the substrate that it can provide. Fertilizer use is expensive and encourages the growth of weeds, making herbicide use almost a requirement (9). In commercial ventures, farming involves the production of single crop species, most of which are vulnerable to attack from a wide variety of microbes and arthropods (10,11). The agrochemical industries have, over just a short period of time (50+yrs), responded to these biological pressures, producing an astounding array of chemical deterrents that have, up to very recently, been able to control these unwanted guests attempting to sit at our table. The regular application of pesticides and herbicides has facilitated an ever-increasing agricultural bounty, but many arthropod and plant species have developed at least some level of resistance to both classes of compounds. As the result, higher and higher doses of these products are needed to do the same job as the year before. This is why the single most damaging source of pollution is agricultural runoff (12). In the majority of intensive farming settings following even mild rain events, a toxic mix of agrochemicals leaves the fields and contaminates surrounding ecotones with predictable regularity. The ecological consequences of runoff have been nothing short of devastating (13; see also USGS web site: http://www.usgs.gov). Human health risks are also undoubtedly associated with high exposures to some agrochemicals, and some illnesses associated with them have been identified (14). However, many chemicals manifest their toxic effects in the human body in ways far more subtle than, say for instance DDT and the thinning of birds of prey egg-shells, making them difficult to implicate in the disease process (15). Farming itself is an activity fraught with health risks (16-23). The mechanisms of transmission for numerous agents of disease (e.g., the schistosomes, malaria, some forms of leishmaniasis, geohelminths) are linked to a wide variety of traditional agricultural practices (e.g., using human feces as fertilizer, irrigation, plowing, sowing, harvesting; 24-29). These illnesses take a huge toll on human health, disabling large populations, thus removing them from the flow of commerce, and this is especially the case in the poorest countries. In fact, they are often the root cause of their impoverished situation. Trauma injuries are considered a normal consequence of farming by most who engage in this activity (25,30,31), and are particularly common among “slash and burn” subsistence farmers. It is reasonable to expect that as the human population continues to grow, these problems will worsen at ever increasing rates. To address these problems and those perceived to soon emerge onto the horizon, an alternate way of food production was proposed; namely growing large amounts of produce within the confines of high-rise buildings. This idea appeared to offer a practical, new approach to preventing further encroachment into the already highly altered natural landscape (32: http://verticalfarm.com). The Vertical Farm Project was established in 2001, and is an on-going activity at the Mailman School of Public Health at Columbia University in New York City. It is in its virtual stages of development, having survived 4 years of critical thinking in the classroom and worldwide exposure on the internet to become an accepted notion worthy of consideration at some practical level. We have identified an extensive list of reasons why vertical farming may represent a viable solution to global processes as diverse as hunger, population growth, and restoration of ecological functions and services (e.g., returning land to natural process, carbon sequestration, etc.). If vertical farming (VF) were to become widely adopted, then the following advantages would most likely be realized: 1. Year-round crop production; 1 indoor acre is equivalent to 4-6 outdoor acres or more, depending upon the crop (e.g., strawberries: 1 indoor acre = 30 outdoor acres); 2. VF holds the promise of no crop failures due to droughts, floods, pests, etc.; 3. All VF

food will be grown organically employing chemically defined diets specific to each plant and animal species: no herbicides, pesticides, or fertilizers; 4. VF eliminates agricultural runoff; 5. VF would allow farmland to be returned to the natural landscape, thus restoring ecosystem functions (e.g., increases biodiversity) and services (e.g., air purification); 6. VF would greatly reduce the incidence of many infectious diseases that are acquired at the agricultural interface by avoiding use of human feces as fertilizer for edible crops; 7. VF converts black and gray water into potable water by engineering the collection of the water realized through evapotranspiration; 8. VF adds energy back to the grid via methane generation from composting non-edible parts of plants and animals; 9. VF dramatically reduces fossil fuel use (no tractors, plows, shipping.); 10. VF eliminates much of the need for storage and preservation, thus reducing dramatically the population of vermin (rats, mice, etc.) that feed on reserves of food; 11. VF converts abandoned urban properties into food production centers; 12. VF creates sustainable environments for urban centers; 13. VF creates new employment opportunities; 14. We cannot go to the moon, Mars, or beyond without first learning to intensively farm indoors on earth; 15. VF may prove to be useful for integrating into refugee camps; 16. VF offers the real possibility of measurable economic improvement for tropical and subtropical LDCs. VF may become a catalyst in reducing or even reversing the current trend in population growth of LDCs, as they adopt urban agriculture as a strategy for sustainable food production; 17. VF could reduce the incidence of armed conflict over natural resources, such as water and land for agricultural use; 18. VF could provide year round production of medically valuable plants (e.g., the anti-malarial plant-derived artemesinin); 19. VF could be used for the large-scale production of sugar (sucrose) to be used in the revolutionary new method for the production of non-polluting gasoline. Defining the vertical farm Indoor farming (e.g., hydroponics and aeroponics) has existed for some time. Strawberries, tomatoes, peppers, cucumbers, herbs, and spices grown in this fashion have made their way to the world’s markets in quantity over the last 5-10 years. Most of these operations are small when compared to factory farms, but unlike their outdoor counterparts, they produce crops year-round. Japan, Scandinavia, New Zealand, the United States, and Canada have thriving greenhouse industries. Freshwater fishes (e.g., tilapia, trout, stripped bass, carp), and a wide variety of crustaceans and mollusks (e.g., shrimp, crayfish, mussels) have also been commercialized in this way. Fowl and pigs are well within the capabilities of indoor farming, and if we were to proceed to do so, offers some interesting advantages in addition to providing the world with a convenient food supply. For example, if chickens and ducks were to be raised entirely indoors, then the current epidemic of avian influenza might well have been aborted, or at the very least, significantly reduced in scope. None have been configured as multi-story entities. In contrast, cattle, horses, sheep, goats, and other large farm animals seem to fall well outside the paradigm of urban agriculture. What is proposed here differs radically from what currently exists; namely to scale up the scope of operations, in which a wide variety of produce is harvested in quantity enough to sustain even the largest of cities without significantly relying on resources beyond the urban footprint. Our group has determined that a single vertical farm with an architectural footprint of one square New York City block and rising just 30 stories (approximately 3 million square feet) could provide enough calories (2,000 cal/day/person) to comfortably accommodate the needs of 50,000 people, and mainly by employing technologies currently available. Constructing the ideal vertical farm with a far greater yield per square foot will require additional research in many areas – hydrobiology, material sciences, structural and mechanical engineering, industrial microbiology, plant and animal genetics, architecture and design, public health, waste management, physics, and urban planning, to name but a few. Yet, despite my obvious enthusiasm for the idea, I offer this note of caution. High-rise food-producing buildings will only succeed if they function by mimicking ecological process; namely by safely and efficiently re-cycling everything organic, and re-cycling “used” water (e.g., human and animal waste), turning it back into drinking water. Most important, there must be strong, government-supported economic incentives to the private sector, as well as to universities and local government to fully develop the concept. Ideally, vertical farms must be cheap to construct, durable and safe to operate, and independent of economic subsides and outside support (i.e., show a profit at the end of the day). If these conditions can be realized through an ongoing, comprehensive research program, urban agriculture could provide an abundant and varied food supply for the 60% of the people that will be living within cities by the year 2030 (33). Urban sustainability Natural systems function in a sustainable fashion by recycling all essential elements for the next generation of life. One of the toughest challenges facing urban planners is trying to incorporate the concept of sustainability into waste (both solid and liquid) management. Even in the best of situations, most solid waste collections are compacted and relegated to landfills. In a few rare instances they are incinerated to generate energy. Liquid wastes are processed, then treated with a bactericidal agent (e.g., chlorine) and released into the nearest body of water. More often than not in less developed countries, it is discarded without treatment, greatly increasing the health risks associated with infectious disease transmission due to fecal contamination. From a technological perspective, all solid waste can now be efficiently re-cycled (returnable cans, bottles, cardboard packages, etc.) and/or used in energy generating schemes with standard methods that are currently in use. Incorporating modern waste management strategies into the vertical farm model should work the first time out without the need for new technologies to come to the rescue. It must be emphasized that urban sustainability will only be realized through the valuing of waste as a commodity, deemed so indispensable that to discard something –anything –would be analogous to siphoning off a gallons’ worth of gasoline from the family car and setting it on fire. Since agricultural runoff despoils vast amounts of surface and groundwater, any water that emerges from the vertical farm should be drinkable, re-cycling it back into the community that brought it to the farm to begin with. Harvesting water generated from evapo-transpiration appears to have some virtue in this regard, since the entire farm will be enclosed. A cold brine piping system could be engineered to aid in the condensation and harvesting of moisture released by plants. The only perceived missing link is the ability to easily handle untreated human and animal wastes in a safe and efficient fashion. Several varieties of new technology may be required. Perhaps lesions learned from the nuclear power industry in handling plutonium and enriched uranium may prove helpful in designing new machinery for this purpose. Social benefits of vertical farming The social benefits of urban agriculture offer a rewarding set of achievable goals. The first is the establishment of sustainability as an ethic for human behavior. This ecological concept is currently a property of the natural world, only. Ecological observations and studies showed how life behaves with regards to the sharing of limited energy resources. Tight knit assemblages of plants and animals evolved into trophic relationships that allowed for the seamless flow of energy transfer from one level to the next, regardless of the type of ecosystem in question. In fact, this is the defining characteristic of all ecosystems. In contrast, humans, although participants in all terrestrial ecosystems, have failed to incorporate this same behavior into their own lives. If vertical farming succeeds, it will establish the validity of sustainability, irrespective of location or life form. Vertical farms could become important learning centers for future generations of city-dwellers, demonstrating our intimate connectedness to the rest of the world by mimicking the nutrient cycles that once again can take place in the natural world that has re-emerged around them as the result of returning land back to the natural landscape. Transforming cities into entities that nurture the best aspects of the human experience is the goal of every city planner, and with vertical farming serving as a centerpiece, this concept has a real chance to succeed. Given the strength of resolve and insight at the political and social level, vertical farming has the potential to accomplish what has been viewed in the past as nearly impossible and highly impractical. Finally, to insure their continued success, we need to construct them in so desirable a way that every neighborhood will want one for their very own. * For reference see: http://verticalfarm.com/essay.php

Project: Gordon Graff

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8 0 A N I G A M I

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Il mobile nell’immobile

“... e per questo è da credere che avendo Adamo fattosi tetto delle mani, considerato il bisogno per il suo vivere, si pensò e ingegnossi di farsi qualche abitazione per difendersi da queste piogge e anche dal caldo del sole. Sì che vedendo e comprendendo il suo bisogno, è da stimare che qualche abitazione facesse di frasche, o capanna, o forse qualche grotta, dove fuggire potesse quando gli fusse stato bisogno” (Filarete, Trattato di architettura, I, f. 4v).

A

ncor oggi il mito bimillenario sull’origine della casa dell’uomo, o degli dei, conserva un fascino inatteso. Nessun’altra teoria è riuscita seriamente a scalfirlo, neppure la più radicale, come quella di Peter Eisenman con il suo carnevale del mondo architettonico “a testa in giù”. Alla tradizione vitruviana della capanna primitiva o della grotta, Filarete aveva aggiunto un antefatto simbolico denso di significato, ancorché di dubbia esegesi biblica: Adamo in Paradiso pose le mani sulla testa a mo’ di copertura per proteggersi dal sole o dalla pioggia. In quel gesto istintivo era contenuta, per analogia, l’idea della capanna da costruire o della grotta da ricercare. Ecco il principio dell’architettura, che in origine era solo rifugio e protezione. Certamente, dal punto di vista operativo, la capanna è altro dalla grotta. Quella si costruisce, unendo insieme più cose in modo conveniente; questa è scavata nella materia dalla natura o dall’uomo stesso. La distinzione fra le due procedure nel dar forma a un ambiente interno – la costruttiva e quella plastica – è oggi, per più motivi, di grande rilevanza. Ma non fu così ai tempi antichi, quando il sottrarre materia era proprio dello scultore e l’intesserla – il costruire – dell’architetto. Le tecnologie di allora non consentivano diversamente. Così, della grotta si perse il ricordo, mentre dalla capanna primitiva si dipanò la lunga progenie dell’architettura con i suoi molteplici edifici, le sue tipologie, i suoi ornamenti. Nonostante che a Vitruvio, come pure ai successori sin quasi al Settecento, non interessasse disquisire ulteriormente sull’origine dell’architettura, ma indagare la costruzione delle diverse tipologie funzionali degli edifici nella loro evoluzione (De architectura, II, 1, 8), tutti i racconti sulle architetture non abbandonarono mai il primitivismo di quella capanna originaria, fatto di involucro e ambiente interno spoglio, quasi fossero tende di nomadi, come i teepe americani. In effetti una grande attenzione è sempre stata riservata dai trattatisti a strutture edilizie, proporzioni, orientamenti, dimensioni, funzioni degli ambienti e loro successione nell’insieme architettonico, mentre nessuna parola o rappresentazione grafica è stata dedicata a ciò che rende veramente abitabile e vivibile un ambiente, almeno fin da quando gli uomini hanno abbandonato il nomadismo e hanno cominciato a servirsi di strumenti e oggetti per risiedere nello spazio coperto. Eppure sappiamo, come già lo sapevano gli antichi, che ciò che è, non è uguale a ciò che si percepisce, e che l’apparenza è talvolta più importante in architettura dell’inflessibile geometria delle forme. Ciò vale per gli esterni, ma ancor più per le spazialità interne, perché se i primi possono essere valutati anche bidimensionalmente, figurativamente, come fanno in genere gli storici dell’arte, seguiti, purtroppo, da moltissimi architetti (vedi Reyner Banham in A Concrete Atlantis. U.S. Industrial Buildings and European Modern Architecture 1900-1925, MIT Press, Cambridge (USA), 1986, p. 9), gli altri - gli interni - impongono di necessità un’analisi tridimensionale per essere valutati in modo compiuto. La visione ha logiche non del tutto corrispondenti alla realtà dimensionale delle cose: le parallele si incontrano su un piano orizzontale in lontananza o si incurvano all’interno su un piano verticale; la luce dilata lo spazio e l’ombra lo restringe; la porosità o la politezza dei materiali fanno apparire gli ambienti in modo diverso... Sappiamo anche che la spazialità può essere percepita non solo con la vista, come i non vedenti possono testimoniare, grazie al suono che si riverbera nell’intorno, e alla pressione sul corpo che esercita lo spazio dell’ambiente circostante. In effetti, dei cinque sensi dell’uomo, che permettono di percepire la realtà esterna, solo l’olfatto e il gusto restano (forse) estranei all’esperienza dello spazio architettonico. Ciononostante, ancora oggi per lo più rappresentiamo le planimetrie come superfici deserte, prive degli strumenti indispensabili per abitare gli ambienti. Solo gli impianti costruiti e immobili vi sono raffigurati. Ma cos’è un’architettura? Un involucro edilizio che racchiude ambienti vuoti, come una costruzione ultimata in attesa di abitanti, e di cui conosciamo solo la destinazione futura: abitazione, scuola, uffici, ospedale e così via? Come possiamo valutare la qualità di uno spazio architettonico avulso dalla vita e dagli strumenti per la vita – per sedere, appoggiare, contenere, distendere – per i quali è stato disegnato? Oggi, nel documentare un’architettura, sembriamo accorgerci talvolta di quella lacuna insostenibile, sopperendovi, ad esempio, con le fotografie degli spazi interni che per lo più documentano ambienti già pronti per accogliere l’uomo, piuttosto che vuote e astratte cavità ancora da definire per abitarvi. 10 l’ARCA 235

Il mobile (il cosiddetto arredamento) e l’immobile (la costruzione) sono due dimensioni coessenziali dell’architettura interna; rappresentano due diverse polarità spaziali – quella centrifuga degli oggetti d’arredo e quella centripeta dell’ambiente costruito – che si incontrano (o si scontrano) per produrre la spazialità risultante dell’ambiente. Tra le due dimensioni può esservi conflitto, con relativo immiserimento delle potenzialità spaziali del vuoto interno, oppure può esservi coerenza, con conseguente esaltazione delle qualità ambientali o addirittura con un loro miglioramento rispetto alle potenzialità originarie del nudo involucro spaziale. Tuttavia il rapporto tra involucro “immobile” e contenuto “mobile” è stato sempre piuttosto controverso, malgrado sia in ogni modo decisivo per la buona riuscita dell’architettura. Oggi, molti architetti hanno abbandonato la sistemazione dello spazio abitabile agli utenti o ad altre figure professionali specialistiche, come gli architetti d’interni o gli arredatori. L’attuale preferenza accordata dal pubblico più sofisticato per i grandi ambienti disponibili a declinarsi in molteplici esperienze spaziali nel corso del tempo, come pure la moda dei grandi involucri plastici che racchiudono spazialità scultoree indifferenti alle diverse funzioni, sembrano costituire un formidabile dissuasore per i progettisti dal preoccuparsi degli interni, anche se il fenomeno potrebbe essere letto al contrario. Solo nella prima metà del secolo scorso, quasi nessun architetto avrebbe mai pensato di abbandonare la propria opera in mani altrui, fossero anche quelle dei committenti e degli utenti, prima di aver definito attraverso gli arredi la qualità ambientale complessiva degli interni in base all’idea del progetto. Non certo Wright o van de Velde o Le Corbusier, le cui volontà di progetto totale li spingeva a definire la forma di ogni cosa visibile e interagente con gli ambienti della propria opera, talvolta sino al parossismo. Nel 1921 Loos pubblicò una breve e gustosa parabola su questa forma di totalitarismo architettonico. In essa si narrava della disperazione di un cliente – un povero ricco – davanti all’impossibilità di circondarsi in casa propria di qualunque oggetto diverso da quelli stabiliti dall’architetto, inflessibile difensore della compiuta armonia della propria opera progettata nei minimi particolari. Così egli era condannato a passare davanti alle vetrine dei negozi della città senza provare desideri. Per lui non sarebbe stato prodotto più nulla. Nessuno dei suoi cari avrebbe più potuto regalargli una sua fotografia. Per lui non sarebbero più esistiti pittori, artisti, artigiani. (...) Sì! Era finito! Era completo! (Adolf Loos, A proposito di un povero ricco, in Parole nel vuoto, 1877-1933, Biblioteca Adelphi, Milano 1993). In effetti, sin dalla metà dell’Ottocento, con le Arts & Crafts, il rinnovamento del gusto contro quello della maggioranza cominciò a costituire uno dei leit motifs dei circoli artistici di avanguardia: dalle arti applicate all’architettura, tutto l’ambiente costruibile doveva essere soggetto a un progetto totale. Si cominciò con gli ambienti tecnologici – cucina e servizi igienici – per poi sfociare negli spazi di soggiorno e di riposo. Tale lezione fu ripresa, spesso alla lettera, da tutti i modernisti della prima metà del XX secolo, sino a quando le grandi trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali del secondo dopoguerra non posero un argine all’idea di immutabilità che l’architettura aveva fatto propria, ereditandola dalla tradizione. D’altronde, com’era possibile coniugare lo straordinario e inquietante dinamismo dei tempi moderni con la fissità di un progetto totale? L’architettura cominciò a farsi contenitore indifferenziato di funzioni, una tabula rasa su cui tutti avrebbero potuto scrivere in libertà, se solo l’avessero voluto. Il progettista si ritirò sempre più sull’involucro dell’architettura, lasciando ad altri di preoccuparsi degli spazi abitabili. In primo luogo furono gli utenti, ma, vuoi per incertezza del gusto, vuoi indifferenza, per lo più cedettero il testimone ancora ad altri, alle riviste d’arredamento, agli arredatori, agli architetti d’interni... Dal progetto totale si è, dunque, tornati al progetto minimale della capanna primitiva o della grotta con la sua vuota cavità. Potrebbe sembrare il segno di un nuovo rispetto per l’individualità degli utenti, di un bagno salutare nel mare della modestia da parte dei progettisti. Ma temo non sia così. Sembra, piuttosto, una rinuncia all’architettura e un rifugio consolatorio nel mondo dell’artista, “nato sotto Saturno” e perciostesso irresponsabile. Lo spazio per l’abitare è lo spazio stesso dell’architettura. Ciò non riguarda e, dunque, non interessa neppure all’artista. Non così dovrebbe essere per l’architetto. Aldo Castellano 235 l’ARCA 11


The Mobile into the Immobile

“... and this gives us reason to believe that after making a roof over his head after realising his need for somewhere to live, Adam paused for thought and set about constructing somewhere to live providing shelter from the rain and burning heat. Bearing in mind and understanding his needs, it is likely that he used some sort of hut or cave to take shelter when he needed to” (Filarete, Treatise on Architecture, I, f. 4v).

E

ven now the 2000-year-old myth surrounding the origin of the dwelling places of men and the gods is still surprisingly intriguing. No other theory has managed to mount a serious challenge to it, not even such a radical idea as Peter Eisenman's “heads down” carnival of the architectural world. Filarete added a symbolic antecedent, bursting with meaning but of dubious biblical exegesis, to the Vitruvian tradition of a primitive hut or cave: in the Garden of Eden Adam placed his hands above his head in the form of a roof to protect himself against the sun and rain. That instinctive gesture contained, by analogy, the idea of building a hut or searching for a cave. Herein lies the origins of architecture, which was originally just shelter and protection. Of course, practically speaking, a hut is different from a cave. The former is constructed by bringing various things together in a convenient way; the latter is engraved in the material of nature and man himself. The difference between the two procedures for shaping an internal environment - constructive and sculptural - is now, for various reasons, of great importance. But that was not the case back in ancient times, when it was the sculptor's job to remove material and the architect’s to weave it together (building). The technology of the day would not allow anything else. So, caves drifted out of peoples memory, while the primitive hut became the great forerunner of architecture with all its multifarious buildings, typologies and ornamentation. Although Vitruvius, like his successors right down to almost the 18th-century, was not interested in investigating the origins of architecture any further, he did enquire into the construction of various functional typologies of buildings as they developed (De architectura, II, 1, 8). Every account of works of architecture adhered to the primitivism of that original hut composed of a shell and a bare interior environment, almost like nomadic tents or American tepees. In actual fact, treatise writers have always focused plenty of attention on building structures, proportions, positioning, size, the functions of rooms and how they are set out in an architectural whole, while not a single word or graphic representation has been devoted to what really makes a place in habitable and liveable, at least not since people abandoned the nomadic life and started to use tools and objects to reside inside a covered space. And yet we know, as the ancients knew before us, that things are not actually just as they are perceived, and that appearance is sometimes more important in architecture than the inflexible geometry of forms. This applies to exteriors and even more so to interior spatial realms, because whereas the former may even be assessed two-dimensionally (relatively speaking), which is what art historians generally do, followed, alas, by a great number of architects (see Banham in A Concrete Atlantis. U.S. Industrial Buildings and European Modern Architecture 1900-1925, MIT Press, 1986, pg. 9), interiors necessarily need to be studied three-dimensionally in order to be fully assessed. The logic of vision does not always fully correspond to the actual dimensions of things: parallel lines meet in the distance on a flat plane or curve inside a vertical plane; light dilates space and shadow shrinks it; the porosity or smoothness of materials make places look different... we also know that spatial relations are not only perceived by sight, as blind people can confirm, thanks to the way sound reverberates and the pressure exercised by space in the surrounding environment. In actual fact, of the five senses which allow people to perceive outside reality, only the senses of smell and taste are (perhaps) extraneous to how architectural space is experienced. Nevertheless, we still mainly represent building plans as empty services, lacking in those vital tools required for inhabiting places. Only the built and fixed systems are shown. But just what is a work of architecture? Is it a building shell enclosing empty premises, like a completed construction waiting to be inhabited, and about which we know only its future purpose; home, school, offices, hospitals etc? How do we assess the quality of an architectural space bereft of life and the tools required for living – for sitting down, setting in place, containing, stretching out – for which it was originally designed? Nowadays, we sometimes seem to realise the need to fill in this unbearable gap when documenting a work of architecture, for example by taking photographs of interior spaces which mainly show premises ready to accommodate people, rather

12 l’ARCA 235

than empty spaces still waiting to be defined in order to be inhabited. Mobile (so-called furniture) and immobile (building) are two jointly essential aspects of interior architecture; they represent two different spatial polarities – the centrifugal force of furnishing objects and the centripetal force of the built environment – which come together (or clash) to create the resulting spatial environments. These two-dimensions may be conflicting, thereby impoverishing the spatial potential of the interior void, or they may come together to exalt the qualities of an interior setting, actually improving the original potential of the empty spatial shell. Nevertheless, relations between the “immobile” shell and its “mobile” content have always been rather controversial, despite being decisive in creating a successful work of architecture. Nowadays, many architects leave the arrangement of living space up to its users or other experts, such as interior designers or furnishers. The current preference shown by the most sophisticated of proprietors for spacious premises capable of adapting to multiple spatial experiences over time, along with the the present trend for large plastic shells encompassing sculptural spatial realms indifferent to various functional purposes, seem to be putting designers off from working on interiors, even though the phenomenon could be interpreted the other way round. As recently as the first half of last century, almost no architect would have even contemplated placing his own work in other people's hands, even those of the clients or users, before furnishing the interiors to complete the overall project design. Wright, van de Velde and Le Corbusier certainly would not have, since their desire to create a total project meant they designed the form of every single visible element interacting with the various premises of their own work, sometimes even frenetically so. In 1921, Loos published a short but sumptuous little parable about this form of architectural totalitarianism. It spoke about the desperation of a client – a poor rich man – when he found he was not able to surround himself with any objects other than those specified by the architect, a stringent defender of the overall harmony of his own work right down to the very finest detail. So he was “forced to walk past shop windows in the city without desiring anything. Nothing would be given to him ever again. Not even a photograph of his friends. For him painters, artists and craftsmen would be of no use. (...) Yes! It was over! It was complete!” (in Adolf Loos, Die Potenkin’sche Stadt: Verschollene Schriften, 1897-1933). In actual fact, ever since the mid-19th century with the Arts & Crafts movement, the idea of going against popular taste started to become a leit-motif in avant-garde artistic milieus: from arts applied to architecture, the entire buildable environment had to be part of an overall design. This began with technological premises – the kitchen and bathrooms – before progressing to the lounge and relaxation areas. This idea was then taken up (to the letter) by all the modernists in first half of the 20th century, until the great economic, technological and social changes of the post-2nd World War period put a stop to the idea of changeability, which architecture had inherited from tradition. After all, how could the incredible yet disturbingly dynamism of modern times be reconciled with the stringent nature of a total project? Architecture started to become a blank container of functions, a tabula rasa which people were free to write on, if only they wanted to. Architects increasingly retreated to the building shell, leaving it up to others to take responsibility for living spaces. At first it was the users, but then, either due to their uncertain taste or indifference, most people passed on the baton to others, to furnishing magazines, decorators and interior designers.... The total project once again gave way to the minimal project of the old primitive hut or cave with its empty inside. This might seem to be a sign of a new-found respect for the individuality of users, a healthy dose of modesty on the part of architects. But I am afraid that is not the case. It seems more like a retreat from architecture to some safe place in the world of artists who are “born under Saturn” and hence, by their very nature, irresponsible. Living space is the very space of architecture. This does not concern and, therefore, should not even interest artists. The same should not be said of architects. Aldo Castellano 235 l’ARCA 13


Poesia “costruita”

The Garden of Apollo, Malta “Le mani vogliono vedere Gli occhi voglio carezzare” Goethe

U

na parte della mia residenza, rimodellata di recente come area di lavoro e cortile chiuso. L’interno contiene uno studio con spazi di lavoro e per riunioni, mentre il giardino cinto da muretti offre uno spazio chiuso progettato specificatamente come un luogo per la meditazione, calmo e tranquillo; una sorta di palcoscenico, illusorio e allegorico, che evoca le enigmatiche tele mediterranee di Giorgio de Chirico, in cui oniriche immagini architettoniche si giustappongono a sculture per produrre avvolgenti effetti metafisici di serenità e quiete. Come architetto, ho sempre creduto che l’architettura debba offrire un’esperienza sensoriale e che la creazione di qualsiasi spazio architettonico non sia collegata solo all’arte, all’artigianalità e alla scienza, ma soprattutto, all’emozione, alla memoria, al racconto. Spesso, ci si riferisce al tempo come quarta dimensione dell’architettura; io, tuttavia, ritengo sarebbe più appropriato se essa venisse interpretata come spirito. Questo cortile inondato di sole, come una tela che espira luce e inspira ombre, può essere interpretato come una riflessione poetica dell’architetto in cerca di se stesso, richiamando le parole di Bernard Berenson “La giustificazione ultima dell’opera d’arte è aiutare lo spettatore a divenire egli stesso opera d’arte”. Progettato originariamente come un giardino segreto, questo spazio ha come fine di creare un’oasi scenografica che consente di allontanarsi dalle caotiche intrusioni della vita quotidiana e di agire come antidoto al tumultuoso e meccanizzato stile di vita dell’uomo contemporaneo. Il giardino è dedicato ad Apollo, il mitologico dio della proporzione, della musica, della poesia e della magia. Riproduzioni in gesso colorato del dio greco del sole, montate su piedistalli, fanno la guardia e proteggono questa area di quiete. Le piante intorno, tra cui ambrosia, giacinto e altri fiori da nettare, sono strettamente associate a questo dio mitologico. Anche i cespugli che tracimano dal retrostante giardino principale sono stati lasciati per creare l’illusione spaziale del “paesaggio rubato” tradizionale dei giardini giapponesi Kara-Senzui. Questa opera è pensata come una poesia “costruita” che permette di abbandonarsi al sogno e al desiderio ed evoca un’architettura che riflette la mia convinzione che gli ambienti costruiti debbano soprattutto offrire atmosfere in grado di innalzare lo spirito e di migliorare il benessere spirituale di chi le vive. E’ uno spazio minimale che amalgama forme ascetiche e colori sgargianti, pensato non solo per essere goduto visivamente ma anche per invitare la vista a collaborare con gli altri sensi. E’ il tentativo di un architetto di creare una minuscola arcadia privata, di silenzio e segretezza; un ambiente contemplativo avvolto di misticismo e mistero. Di notte, prevalgono le intense tonalità del blu, in omaggio alla gemella di Apollo, la dea della luna Artemide. Avvolto in questi toni cerulei, il luogo mormora silenziosamente i ricordi, in una rappresentazione di una temporalità eterea e immateriale. Richard England

“The hands want to see. The eyes want to caress” Goethe

A

section of my residence, recently remodelled as a work area and cloistered courtyard. The interior houses a studio providing work spaces and meeting areas, while the walled garden provides an enclosure designed specifically as a meditative locus of calm and tranquility; a form of allegorical and illusory stage-set, evoking Giorgio de Chirico’s enigmatic Mediterranean canvasses, where dream-like architectural images are juxtaposed with statuary to produce overall metaphysical effects of serenity and stasis. As an architect I have always believed that architecture must provide a sensorial experience and that the creation of any architectural space is not only about art, science and craft, but more so, about emotion, memory and story telling. The fourth dimension in architecture is often referred to as time; I, however, believe it would be more appropriate if it was thought of in terms of spirit. This sun-washed courtyard, a canvas on which light exhales and shadow inhales, may be read as a poetic reflection of the architect in search of himself, evoking Bernard Berenson’s words, “The ultimate justification of the work of art is to help the spectator to become a work of art himself”. Primarily designed as a secret garden, its objective is to create a theatrical oasis which enables one to distance oneself from the chaotic intrusions of everyday life, and to act as an antidote to contemporary man’s mechanised and turmoiled life-style. The garden is dedicated to Apollo the mythological god of proportion, music, poetry and magic. Coloured casts of this Greek sun god stand on pedestals as if guarding and protecting this enclave of quiescence. Planting around the area includes ambrosia, hyacinth and other nectared flowers all strongly associated with this mythological god. Use, is also made of the lush layered background of the main garden in the spatial illusion tradition of the ‘borrow scenery’ of the Japanese Kara-Senzui gardens. This is a work conceived as a “built” poem to enable one to engage in dream and desire while evoking an architecture which reflects my belief that built environments should above all provide soul enhancing ambiances enabling one to experience oneself as a spiritual being. It is a minimal space which amalgamates ascetic form and luxurious colour intended to be enjoyed not only visually but to encourage the eye to collaborate with the other four senses. It is an architect’s attempt to create an exiguous private arcadia of silence and secrecy; a contemplative environment shrouded in mystic and mystery. At night, intensified blue-tinged light-hues prevail, in homage to Apollo’s twin, the moon-goddess Artemis. In these cerulean tones, the place silently murmurs responsive rememberings, evoking a ‘mis-en-scene’ of immaterial ethereal temporality.

Credits Project: Richard England Lighting Consultant: Stephen Buttingieg

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Richard England

“L’arte ha qualcosa a che fare col raggiungimento della quiete in “Art has something to do with the achievement of stillness in the mezzo al caos… Una pausa di attenzione in mezzo alla distrazione”. midst of chaos …An arrest of attention in the midst of distraction”. Saul Bellow Saul Bellow

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A destra, pianta del Giardino di Apollo, realizzato da Richard England in una parte della sua residenza a Oleander Street, The Gardens, St Julians a Malta, come area di lavoro e giardino per la meditazione. Il giardino è dedicato ad Apollo, il dio greco della proporzione, della musica, della poesia e della magia, il quale, raffigurato qui con riproduzioni in gesso colorato del dio greco del sole, montate su piedistalli, fa la guardia e protegge questa area di quiete.

Right, plan of the Garden of Apollo, realized by Richard England in a section of his residence in Oleander Street, The Gardens, St Julians in Malta, as a work area and a meditative garden. The garden is dedicated to Apollo the mythological god of proportion, music, poetry and magic; coloured casts of this Greek sun god stand on pedestals as if guarding and protecting this enclave of quiescence.

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Chris Sant Fournier

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Conrad Thake Thake Family Residence, Zebbug, Malta

Dal basso, piante del piano terra e del primo piano e sezione AA. Nella pagina a fianco, il vialetto interno che collega le due porzioni della residenza unifamiliare.

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From the bottom up, plans of the ground floor and first floor, and AA section. Opposite page, the internal alley linking the protions of the single-family house.

Sezione/Section 1. Ingresso/Entrance Hall 2. Vestibolo/Reception Hall 3. Camera principale Master Bedroom 4. Sala TV/TV Room 5. Cantina scavata nella roccia Rock-Hewn Cellar 6. Portico/Arcade 7. Cisterna scavata nella roccia Rock-Hewn Water Reservoir 8. Sala a volte del mulino Arched Millroom 9. Galleria/Gallery 10. Scale sospese sul vialetto uspended Stairs over Alley 1. Camera principale Master Bedroom 2. Sala TV/TV Room 3. Bagno/Bathroom 4. Camera/Bedroom 5. Studio/Study 6. Corridoio/Passageway 7. Terrazza/Sun Terrace 8. Galleria/Gallery 9. Scale sospese/Suspended Stairs

Ingresso/Hall Studio/Study Sala d’attesa/Waiting Room Ufficio/Office Bagno/Bathroom Cortile/Courtyard Sala colazione/Breakfast Room Cucina-Sala da pranzo Kitchen-Dining Room 9. Vialetto interno/Internal Alley 10. Sala a volte del mulino Arched Millroom 11. Scale per la cantina sotterranea Steps to Undreground Cellar 12. Portico/Arcade 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8.

Daniel Cilia

Nei tipici, assolati, villaggi, costruiti di pietra, al centro dell’isola di Malta, si percorrono strade che in modo tortuoso conducono alla dominante e barocca chiesa parrocchiale. Questi stretti canyon nascondono dietro le loro austere facciate in muratura abitazioni introverse, raccolte attorno a corti centrali che riflettono il rispetto dei locali costruttori vernacolari per la protezione dal clima e per l’intimità dello stile di vita necessaria per i maltesi dei secoli XVII e XVIII. Tutte le porte di legno sono uguali tra loro. E’ in una di queste strade, nella città di Zebbug, che si incontra una di queste porte, è l’ingresso alla casa della famiglia Thake: non invadente e immutata rispetto al suo aspetto originario, non fa percepire la bellezza degli interni che cela. Attraversando la soglia si entra in un nuovo mondo, in cui si è subito colpiti dalla grande qualità progettuale dell’atrio e dagli affascinanti scorci che offre. Qui ci si confronta con un vibrante cortile a verde, inondato di sole, inquadrato da un ampio arco chiuso da una lastra di vetro senza infissi. E’ evidente che l’architetto, nel convertire le due abitazioni adiacenti per realizzare un’unica residenza familiare, non solo ha attentamente sistemato e preservato gli elementi originali del vernacolo architettonico locale, ma vi ha anche sovrapposto con intelligenza strati chiaramente Modernisti per creare un tutt’uno coerente ed elegante che presenta un’eccellente amalgama e armonia di nuovo e vecchio. Il contrasto tra la consunta pietra calcarea originale con la purezza di quella delle pareti nuove e lisce determina una texture interessante. Dall’atrio di ingresso si può vedere il calibrato asse diagonale attraverso una serie di inquadrature prospettiche che fanno intuire l’articolato sistema di strati della struttura. Di particolare interesse è il trattamento che è stato riservato alla scala, esistente, che conduce dall’ingresso al primo piano. Utilizzando le due rampe di pietra a sbalzo della vecchia scala, l’architetto ha realizzato un cubo vetrato flottante intermedio che aggetta all’esterno verso uno dei cortili interni. Gli agganci e i raccordi tra pietra, vetro temperato, legno e acciaio inossidabile sono gestiti con cura e questa struttura flottante consente non solo di vedere lateralmente il cortile, ma anche, grazie alla copertura vetrata, di godere una vista affascinante del sempre mutevole cielo mediterraneo. La parte posteriore della casa contiene un grande sala, prima destinata a mulino, con la copertura costituita da una serie di archi fatti con lastre di pietra locale, nota come “xorok”. Qui l’architetto ha giustamente ridotto al minimo il proprio intervento con pochi e accorti elementi. Uno degli spazi più notevoli interessati dal progetto di ristrutturazione è la soglia che divide l’area tra la fine della parete dell’edificio principale e la sala del mulino. Qui Thake, in un esiguo interstizio largo un metro ha progettato un ambiente che assume la qualità di uno spazio sacro e meditativo, di segreta magia, risolvendo allo stesso tempo la necessaria funzione di realizzare un accesso coperto tra le due porzioni della residenza. Il concetto progettuale si basa sull’idea di un percorso di scoperta dei diversi ambienti, livelli e spazi delle due case. Nel seguire questo itinerario ci si rende conto della cura posta dal progettista nell’affrontare questa “trasfigurazione” da casa tradizionale rurale a residenza familiare contemporanea per sé, sua moglie e i suoi due figli. Nel progetto completato si nota soprattutto come, pur nella preservazione dello spirito della tradizione, vi sia una delicata essenza di novità. Richard England

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In one of the typical stone built sun-washed cube towns in the centre of the island of Malta one walks through the winding streets leading to the dominating ornate Baroque parish church. All of these narrow canyon walk-ways hide behind their austere masonry facades introvert courtyard-centred dwellings reflecting the local vernacular builders’ respect for climate shelter and the then necessary protective lifestyle of the Maltese of the 17th and 18th centuries. Each timber doorway is not different to that of any of the adjacent neighbouring households. In one such street in the town of Zebbug, one encounters a similar entrance to the Thake family residence; non-intrusive and unchanged from its original appearance, and with no hint of the superb interiors that lie behind it. As one crosses the threshold one enters a new world where one is immediately made aware of the overriding design quality of the entrance hallway and its receding intriguing vistas. Here one is confronted by a vibrant sun-drenched verdant courtyard viewed through the frameless sheet glass of a large arched doorway. It is evident that the architect, in converting the two adjacent townhouses into a family residence, has not only carefully doctored and preserved the original features of the vernacular buildings, but has also intelligently superimposed clearly Modernist overlays to provide a well mannered unified totality which provides an excellent amalgamation of old and new brought together in homogeneous harmony. The contrast of the weathered original limestone with the purity of the new smooth rendered walls provides an interesting contrast of texture. From the entrance hallway one can view a carefully worked out diagonal visual axis through a series of receding frames enabling one to understand the multifarious layered system of the structure. Particularly intriguing and interesting is the architect’s treatment of the existing staircase from the hall to the first floor of the building. Utilising the two cantilevered stone flights of the old staircase, he has constructed a floating glass cube intermediate landing projecting over into one of the internal courtyards. The detailing of the joints between stone, tempered glass, timber and stainless steel is excellently handled and the floating structure allows not only lateral glimpses to the courtyard but also from its glass roof alluring vistas to an ever-changing Mediterranean sky. The back of the house houses a large mill room roofed in a series of impressive masonry arches carrying the traditional local roof slabs known as “xorok”. The architect here intelligently minimises his intervention basing the design on a restricted and curtailed economy of means. One of the most notable spaces of the whole redesign process of this project is the threshold divisional space between the end wall of the main building and the mill room. Here Thake, in a metre wide gap space between the massive walls of the mill room and those of the main building has designed an area which assumes the quality of a secretive sacred meditative space of magical quality while also solving the function necessity of providing a covered access between the two spaces. The architect’s design concept focuses on a planned pedestrian spatial journey of discovery through the different areas levels and spaces of the two houses. In the process of following this itinerary one becomes aware of the care which has been given by the architect to the ‘transfiguration’ of what was a traditional farmer’s residence to what is now a fully equipped contemporary living arena for the young architect, his wife and two sons. The completed project is particularly noteworthy for the preservation of the spirit of the old while also projecting a non-intrusive essence of the new. Richard England

Nella pagina a fianco, la sala a volte del vecchio mulino, la galleria ricavata al primo piano con il soffitto a travi, le scale interne. Sopra, viste del cubo vetrato flottante, realizzato al pianerottolo intermedio delle due rampe di pietra a sbalzo della vecchia scala, che aggetta all’esterno verso uno dei cortili interni. A destra dall’alto, scorcio sul vialetto interno, l’ingresso della residenza e particolare del cortile interno.

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Opposite page, the arched millroom, the gallery at the first floor with the wood beamed ceiling, and the internal stairs. Above, views of the floating glass cube, realized at the intermediate landing of the two cantilevered stone flights of the old staircase, projecting over into one of the internal courtyards. Right, from the top, view of the internal alley, the residence entrance hall, detail of the internal courtyard.

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Richard Meier & Partners Jesolo Lido Village Nell’ambito di un programma di riqualificazione ambientale, grazie al Jesolo Lido Village (www.jlv.it), designed by the American architect quale il litorale jesolano aspira ad aumentare la qualità dell’offerta turi- Richard Meier where the old Monte Berico children’s resort used to stica cercando di rimediare alla cementificazione selvaggia degli anni stand (1948), has been built as part of environmental redevelopment Cinquanta e Sessanta, è stato realizzato, nell’area dell’ex-colonia Monte plans which will allow the Jesolo coastal area to raise the standard of Berico (1948), lo Jesolo Lido Village (www.jlv.it), firmato dall’architetto its tourist facilities by attempting to rectify all the wild concrete building americano Richard Meier. Il villaggio residenziale a tre piani è formato projects carried out in the 1950s and 60s. This three-storey holiday vilda due parti: un edificio – comprendente 21 appartamenti con i negozi lage has two parts: a building – encompassing 21 apartments and al piano terra – orientato verso il mare e affacciato su una piazza che è il shops on the ground floor – tracing the sea and overlooking the squacuore dell’intera struttura, e altri 60 appartamenti posizionati lungo re, which is the heart of the entire structure, and a further 60 apartentrambi i lati della piscina e del giardino. Il tipico modulo residenziale ments set along both sides of the swimming pool and garden. The del villaggio è composto da appartamenti con due camere da letto, dis- standard holiday village model is composed of apartments with two posti sui tre piani, con scale esterne comuni e un giardinetto privato al bedrooms set over three floors, with communal outside stairways and piano terra. Tale modulo residenziale fornisce un’alternanza di volumi e a small private garden on the ground floor. This residential design feaspazi vuoti, con un sistema brise-soleil che si estende lungo tutto il lato tures an alternating combination of structures and empty spaces, inclurivolto verso la piscina. La luce dell’aurora e del tramonto filtra così ding a sunscreen system extending right along the entire side facing the attraverso gli spazi tra i moduli residenziali, creando condizioni di luce swimming pool. Light at dawn and dusk filters through the spaces betparticolarmente animate. I vari paesaggi, formati da terrazze pavimenta- ween the housing units to create particularly lively lighting conditions. te combinate con alberi già esistenti e arbusti, creano un parco armo- The various landscapes, formed by paved terraces combined with exinioso che, attraverso una serie di gradini illusori, si estende fino al sting trees and plants, create a seamless park, which, through a series mare. Lo Jesolo Lido Project ha l’obiettivo di diventare un punto di rife- of illusory steps, extends down to the sea. The Jesolo Lido Project is rimento turistico sul lungomare di Jesolo. Il complesso includerà entro designed to be a tourist landmark along the Jesolo seafront. By 2009 the il 2009, oltre al già realizzato Jesolo Lido Village, tre torri: Jesolo Lido complex will include, in addition to the Jesolo Lido Vilage already conCondominium Tower (23 piani), Jesolo Lido Residence Hotel Tower (13 structed, three towers: Jesolo Lido Condominium Tower (23 stories), piani) e Jesolo Lido Hotel Tower (13 piani) poste sul fronte mare. Jesolo Lido Residence Hotel Tower (13 stories) and Jesolo Lido Hotel E’ questo il primo progetto residenziale realizzato da Meier in Italia. Tower (13 stories) built along the seafront. This is the first residential “L’architetto ha il compito di scovare una relazione precisa e reciproca project Meier has built in Italy. “An architect’s job is to establish clear tra l’architettura finita e l’ambiente naturale – sostiene Richard Meier – and deliciously reciprocal relations between finished architecture and the nella progettazione dello Jesolo Lido Village ho cercato di creare un natural environment – so Richard Meier claims - when designing Jesolo nuovo concetto di spazio dove vivere il tempo libero e le vacanze, utiliz- Lido Village I attempted to create a new concept of space for enjoying zando la dimensione umana come unità di misura”. leisure time and holidays, taking people as a unit of measure”.

Planimetria generale. Nella pagina a fianco, in basso, piante tipo del piano terra, primo e secondo piano degli edifici a bordo piscina;

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sopra, piante tipo del piano terra,primo e secondo piano degli adifici che chiudono il lotto sul lato est.

Site plan. Opposite page, bottom, typical plans of ground, first and second floor of the buildings along the pool; above, typical plans of

Credits Project: Richard Meier & Partners Design Team: Richard Meier, Bernhard Karpf, Thibaut Degryse, Jacopo Mascheroni Construction Manager and Cost Estimator: Jesolo Immobiliare Electrical Engineer: Alpha Project Façade Consultant: COGES Landscape Architect: Erika Skabar Progettazione del Paesaggio Lighting Consultant: Targetti Mechanical Engineer: Progettazione implanti meccanici Structural Engineer: Valter Antonello-Studio Tecnico Antonello & Associati Client: Peter ReicheggerHOBAG AG spa

ground, first and second floor of the buildings at the east end of the village.

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Il tipico modulo residenziale del villaggio è composto da appartamenti con due camere da letto, disposti sui tre piani, con scale esterne comuni e un giardinetto privato al piano terra. Tale modulo residenziale fornisce un’alternanza di volumi e spazi vuoti, con un sistema “brise-soleil ” che si estende lungo tutto il lato rivolto verso la piscina.

The standard holiday village model is composed of apartments with two bedrooms set over three floors, with communal outside stairways and a small private garden on the ground floor. This residential design features an alternating combination of structures and empty spaces, including a sunscreen system extending right along the entire side facing the swimming pool.

Vista aerea del nuovo Jesolo Lido Village, realizzato nell’area dell’ex-colonia Monte Berico (1948), nell’ambito di un programma di riqualificazione ambientale, grazie al quale il litorale jesolano aspira ad aumentare la qualità dell’offerta turistica cercando di rimediare alla cementificazione selvaggia degli anni Cinquanta e Sessanta. Il villaggio residenziale a tre piani è formato da due parti: un edificio – comprendente 21 appartamenti con i negozi al piano terra – orientato verso il mare e affacciato su una piazza che è il cuore dell’intera struttura, e altri 60 appartamenti posizionati lungo entrambi i lati della piscina e del giardino.

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Aerial view of the new Lido Village built where the old Monte Berico children’s resort used to stand (1948), has been built as part of environmental redevelopment plans which will allow the Jesolo coastal area to raise the standard of its tourist facilities by attempting to rectify all the wild concrete building projects carried out in the 1950s and 60s. This three-storey holiday village has two parts: a building – encompassing 21 apartments and shops on the ground floor – tracing the sea and overlooking the square, which is the heart of the entire structure, and a further 60 apartments set along both sides of the swimming pool and garden.

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Sopra, particolare di una della facciate ricolte verso la piscina: il sistema di lamelle frangisole permette alla luce di filtrare attraverso gli spazi tra i moduli residenziali, creando condizioni luminose particolarmente

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animate. Sotto, una delle aree soggiorno/pranzo che, grazie alle ampie vetrature, ricevono luce naturale in abbondanza.

Above, detail of one of the facades facing the swimming pool: the system of sunscreens allows light to filter through the spaces between the housing units to create particularly lively lighting conditions.

Below, one of the lounge/dining areas, which receives plenty of natural light through the wide glass windows.

Sopra, particolare di uno dei viali di accesso al villaggio. Sotto, scorcio della cucina di uno dei moduli residenziali.

Above, detail of one of the entrance ways to the village. Below, partial view of the kitchen in one of the housing units.

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Cardinal Hardy et associés Architectes Lofts Redpath, Montreal Lungo il Lachine Canal, nel quartiere South-West Saint Gabriel Lock di Montreal, il vecchio zuccherificio Redpath da più di un secolo rappresenta un elemento di forte interesse culturale, riconosciuto ufficialmente da Parks Canada e dalla Città di Montreal. Questo complesso industriale è stato oggetto tra il 1854 e il 1963 di numerose modifiche e aggiustamenti che ne hanno consentito la funzionalità per 125 anni. In seguito, dopo essere stato abbandonato per oltre una decade, si è iniziata la sua parziale ristrutturazione, destinandolo a residenze e uffici. Ora, questo organico percorso di recupero è stato completato dallo studio Cardinal Hardy et associés Architectes in collaborazione con la committenza, la Société Immobiliare Gueymard. Nonostante le molte difficoltà legate alla stretta normativa sulla preservazione del patrimonio edilizio e alle tematiche tecniche e logistiche, i progettisti sono riusciti nell’intento di rivitalizzare e attualizzare il complesso di edifici, mantenendo il carattere industriale delle costruzioni e arricchendo l’intorno con nuovi percorsi pedonali, un parco lineare, piste ciclabili e riaprendo il canale alla fruizione nautica. Al piano terreno sono stati ricavati 1.700 metri quadrati di spazi commerciali, mentre i piani superiori sono stati trasformati in loft, divisi in 72 unità per un totale di 9.860 metri quadrati. Uno degli edifici è stato dedicato a parcheggio multipiano per i residenti. L’approccio progettuale, minimalista e conservativo, rinforza il linguaggio dell’edilizia industriale, utilizzandone i materiali tradizionali: mattoni, acciaio zincato, acciaio dipinto. Le facciate del perimetro esterno, soprattutto quelle rivolte verso il canale, hanno mantenuto ordine e proporzioni simili a quelle originarie e, sulla parte esterna del complesso, si è cercato di ridurre al minimo l’inserimento di elementi che ne richiamino la nuova funzione. L’aspetto residenziale emerge così solo nella corte centrale che è stata arricchita da un sistema di terrazze, passerelle e passaggi pedonali. Sopra, foto storica del vecchio zuccherificio Redpath lungo il Lachine Canal a Montreal. Sotto, l’edificio dopo la ristrutturazione che ha visto la sua rifunzionalizzazione a edificio residenziale.

The old Redpath sugar works along Lachine Canal in the South-West Saint Gabriel Lock neighbourhood of Montreal has, for over a century, been a strikingly cultural landmark, officially recognized by Parks Canada and the City of Montreal. This industrial complex underwent numerous alterations and adjustments between 1854 and 1963, which kept it in operation for 125 years. Then, after being left abandoned for over a decade, work began on partly restructuring it to serve housing and office purposes. This carefully constructed process of renovation has now been completed by Cardinal Hardy et associés Architectes in partnership with the client, Société Immobiliare Gueymard. Despite all the problems associated with strict regulations about conserving the building heritage and various technical and logistical issues, the architects have succeeded in their intent to revitalise and update the complex of buildings, holding onto the industrial nature of the constructions and enhancing the surroundings with new pedestrian paths, a linear park and cycle paths, and even reopening the canal to shipping. 1,700 square metres of retail spaces have been constructed on the ground floor, while the upper floors have been converted into lofts, divided up into 72 units covering a total area of 9,860 square metres. One of the buildings has been turned into a multi-storey car park for residents. The minimalist and conservative design approach strengthens the industrial building idiom, drawing on conventional materials: bricks, zinccoated steel, painted steel. The facades around the outside perimeter, particularly those facing the canal, have a similar layout and the same basic proportions as the originals. On the outside of the complex, the number of features incorporated to evoke the buildings new function has been kept to a minimum. This means its residential nature only emerges in the central courtyard, which has been enhanced by a system of terraces, walkways and pedestrian paths.

Credits Project: Cardinal Hardy et associés Architectes Client: Société Immobilière Gueymard

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From top, site plan, section and elevations of the EF and GJ buildings, standard plan of the third floor, standard plan of the EF buildings.

Denis Farley

Dall’alto, planimetria generale, sezione e prospetti sugli edifici EF e GJ, pianta tipo del terzo livello, pianta tipo degli edifici EF.

Above, historical photograph of the old Redpath sugar plant along Lachine Canal in Montreal. Below, the building after it was redeveloped into a residential building.

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Denis Farley

interni con un sistema di terrazze, giardini e passerelle, e l’intorno con nuovi percorsi pedonali, un parco lineare, piste ciclabili, nonché riaprendo il canale alla fruizione nautica.

The architects have succeeded in their intent to revitalise and update the complex of buildings, hanging on to the industrial nature of the constructions mainly in the outside facades, while enhancing the

internal courtyards through a system of terraces, gardens and walkways. The surrounding area has also been enhanced by new pedestrian paths, a linear park and cycle paths and by reopening the canal to shipping.

Denis Farley

Marc Cramer

I progettisti sono riusciti nell’intento di rivitalizzare e attualizzare il complesso di edifici, mantenendo il carattere industriale delle costruzioni soprattutto nelle facciate esterne, arricchendo i cortili

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Denis Farley

L’approccio progettuale, minimalista e conservativo, rinforza il linguaggio dell’edilizia industriale, utilizzandone i materiali tradizionali: mattoni, acciaio zincato, acciaio

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dipinto. Sotto, scorcio del piano terreno dove sono stati ricavati 1.700 mq di spazi commerciali.

The minimalist, conservative design approach reinforces the building’s industrial idiom by

drawing on conventional materials: bricks, zinc-coated steel, painted steel. Below, partial view of the ground floor, where 1,700 square metres of retail spaces have been installed.

Viste degli interni residenziali ai piani superiori del complesso che sono stati trasformati in loft, divisi in 72 unità per un totale di 9.860 mq. Uno degli edifici è stato dedicato a parcheggio multipiano per i residenti.

The top floors have been converted into lofts, divided into 72 units covering an overall area of 9,860 square metres. One of the buildings has been converted into a multi-storey car park for the residents.

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Pianta del piano terra e sezioni trasversale e longitudinale dell’abitazione privata realizzata ad Aversa (Caserta). Nella pagina a fianco, scorcio della corte centrale, coperta da

un lucernario e sistemata a prato con un ulivo piantato e della scala principale.

Plan of the ground floor and cross/longitudinal sections of the private

home built in Aversa (Caserta). Opposite page, partial view of the central courtyard covered by a skylight and landscaped with an olive tree and flight of steps.

Davide Vargas Casa ad Aversa Da tempo faccio il pendolare tra Roma, dove vivo, e Aversa, città normanna, dove insegno alla Facoltà di Architettura. Questa ha trovato la sua collocazione in uno straordinario convento in San Lorenzo ad Septimum. L’edificio era quasi completamente abbandonato quindici anni or sono, quando il Preside, Alfonso Gambardella, con pochi altri ha iniziato questa avventura. Ora è praticamente sistemato, con ampie aule spaziose, ambienti per i dipartimenti e la ricerca, e un magnifico chiostro che – pausa dell’anima – ci parla della bellezza dell’architettura. Raramente in quella che un tempo era realmente la Campania Felix, e più precisamente in terra di lavoro dove sorprendenti sono i prodotti che vi nascono: dalle verdure alla frutta, per non parlare della rinomata mozzarella di bufala, si può scorgere un’opera di architettura del nostro tempo. Anzi quasi di tutti i tempi. I casali del Seicento, che altrove sarebbero magnifici alberghi o almeno locande per l’agriturismo, come i conventi, le torri per le bufale e persino numerose chiese, completamente depredate, versano in un penoso stato di abbandono. Nei pressi, sovente proprio a ridosso, umili edifici abusivi – oggi sanati nella smania di reperire risorse – si accompagnano a orridi casermoni di speculazione dipinti con i colori più improbabili. Le tracce del passato che nel resto dell’Europa sarebbero gelosamente conservate qui vengono divorate dall’indifferenza. Sovente l’inutile della società dell’abbondanza, cioè gli scarti, i rifiuti e gli oggetti abbandonati tra pessimi miasmi, trovano ricovero proprio nei pressi di quei ruderi. Forse un gesto di sfida e di derisione verso quelli che un tempo erano i simboli di un potere oppressivo, ingiusto con il quale non si poteva venire a patti, e oggi lo si deride, destinandogli gli avanzi. Sembra quasi un miracolo che in questo caos infernale dove si sono persi i punti di orientamento e sovente si vaga in un tessuto indifferenziato in cui i recinti per le macchine usate si alternano a smorzi, a case da decenni in costruzione e – un altro miracolo – campi magnifici con

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viti maritate, muri verdi che si arrampicano in alto, preziosissimi merletti, poesie della natura che con struggente malinconia ci narrano di un tempo in cui gli acini scendevano, come la manna, dal cielo. Qui, in questo tessuto amorfo sorge una abitazione che ha, come le frane di monte di rilkiana memoria, le tracce attualizzate della casa pompeiana. Poco importa che l’ impluvium sia fuori dal sedime, attualizzato in una piscina, resta l’hortus conclusus su cui si affacciano gli ambienti dell’interno – magnifico il soggiorno a doppia altezza con il ballatoio da cui ci si può affacciare – mentre quel viale di limoni piantati a spalliera sembra un omaggio a Goethe che non lontano ha ammirato la solfatara di Pozzuoli e ha parlato dell’Italia proprio come del Paese dei Limoni. Ma, come ci avverte Vargas, l’autore, “Ha una storia questo progetto. I proprietari partiti con l’idea di una casa tradizionale con finestre ad archi e tetto, l’hanno amata nel corso della realizzazione sempre di più e vi si sono riconosciuti. Attraverso la casa hanno riconosciuto in sé lo scatto ad andare oltre. (…) Il tema della casa è l’immagine introversa che l’articolazione delle superfici fornisce. Si tratta di pareti intonacate e solcate da ricorsi di travertino che determinano il registro per le aperture. Tuttavia dove necessario le bucature hanno lievemente ignorato la regola. La sommità dell’ascensore in c.a. e il portico di ingresso sono deroghe alla geometria. All’interno il cuore è costituito da un centro coperto da un lucernario e sistemato a prato con un ulivo piantato. La scala vi sale intorno”. Cosa altro aggiungere se non l’ammirazione per l’intonaco realizzato con cura e l’apprezzamento per l’essenzialità dell’eloquio con cui il progettista è riuscito a far cantare l’opera. Sì, l’auspicio che il proprietario, costruttore di palazzi per abitazioni, si converta alla legge della bellezza e come ha imparato ad amare la sua casa, permetta ai suoi clienti di imparare ad amare l’architettura. Mario Pisani

For some time now I have been commuting between Rome, where I live, and the Norman city of Aversa (Caserta), where I teach at the Faculty of Architecture, which is housed in wonderful old San Lorenzo ad Septimum convent. The building was almost completely abandoned fifteen years ago, when the Rector, Alfonso Gambarella, set about this new adventure with just a couple of companions. Now it is almost finished with spacious teaching rooms, premises for the various departments and a research area, plus a magnificent cloister, which – where you can pause to reflect – embodies the beauty of architecture. 17th-century farmhouses (which elsewhere would be wonderful hotels or at least inns for the agri-tourism industry), as well as convents, towers and even a number of churches, all completely looted, have been left in a dismal state of abandon. Close by, often even right on top of, abusive buildings – now indemnified in the mad rush to find resources – near to horrendous council blocks built for speculation purposes painted in the most unlikely colours. Traces of the past, which anywhere else in Europe would be jealously safeguarded, are here devoured by indifference. Often the useless part of our abundant society, i.e. waste, rubbish and other objects left to rot, are recovered nearby all this rubble. Perhaps a way of challenging and deriding what were once the symbols of oppressive, unjust powers, which could not even be approached but are now derided and given the leftovers. It seems almost like a miracle, but amidst all this infernal chaos, where even our basic bearings have been lost and we often just wander aimlessly through all the sprawl, where enclosures for used cars alternate with houses which have been under construction decades and - yet another miracle – also magnificent fields lined with vineyards, green walls clambering up on high, fancy lace work, nature’s poetry, which, with heartrending melancholy, tells us of times when grapes descended from

the skies like manna from heaven. Here amidst this shapeless fabric there is a house which, like the mounting landslides Rilke wrote about, contains modern-day traces of an old house from Pompeii. It does not really matter that the impluvium is outside the sedime, now turned into a swimming pool, the hortus conclusus is still here surrounded by the interiors – a magnificent doubleheight lounge with a gallery from which you can look out - while the row of lemon trees planted espalier-style looks like a tribute to Goethe, who once admired the solfatara in Pozzuoli and talked about Italy as the Land of Lemons. But, as the architect Vargas tells us, “This project has its own story. The owners began with the idea of a traditional house with arched windows and a roof, but they gradually came to love it more as it was being built and identified with it. Through this house they recognized a drive to take things further. (...) The theme of the house is the introverted image projected by the surface layout. There are plaster walls with travertine beams fitted in them, which set the register for the openings. Nevertheless, where necessary, the holes have, to some extent, ignored the rule. The top of the reinforced concrete lift and the entrance portico break with the basic geometric layout. The heart of the inside of the house is composed of a central section covered by a skylight and landscaped like a lawn with an olive tree. A staircase climbs up around it”. There is nothing else to add, except for an admiration for the plaster work, which has been carried out with meticulous attention to detail, and an appreciation for the simplicity with which the architect has managed to bring this work to life. Of course, it is to be hoped that the owner, who is the constructor of residential buildings, converts to the law of beauty and, just as he has learned to love his own house, will allow his clients to learn to love architecture.

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L’edificio ha una superificie totale di 850 mq, di cui 500 mq coperti. Il riverstimento esterno è caratterizzato da una scansione geometrica determinata da ricorsi in travertino e dalle aperture sfalsate delle finestre e degli ingressi. Nella pagina a fianco, il salone principale attorno al quale si articolano i diversi ambienti domestici.

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The building covers an overall surface area of 850 square metres, 500 of which are roofed over. The outside coating features a geometric pattern formed by travertine beams and the staggered openings of the windows and entrances. Opposite page, the main lounge around which the various rooms are set out.

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Davide Macullo Casa a Carabbia, Canton Ticino Il terreno si situa nel comune di Carabbia, un piccolo villaggio di circa 600 abitanti, in una zona di nuova espansione residenziale del nucleo storico; confina a nord, sud e ovest con terreni di estensione edilizia di tipo residenziale. A est è delimitato da un muro in calcestruzzo a sostegno della nuova strada che garantisce l’accesso alla particella. La costruzione si configura come volume unico ricavato da una pianta di matrice quadrata (13x13 metri) che cerca di aderire in modo razionale al pendio del terreno naturale. I piani della costruzione sono infatti sfalsati in modo da seguire l’andamento scosceso del terreno esterno e questa articolazione comporta uno sviluppo elicoidale della copertura a falde con un’inclinazione costante che segue la pendenza del terreno. Lo sviluppo a spirale del corpo di fabbrica si eleva dalla quota d’ingresso a un piano superiore e a un mezzanino, descrivendo una corte aperta che diventa il baricentro della composizione architettonica. Il lato est disegna un parallelepipedo ortogonale a una quota inferiore rispetto alla nuova strada come segno orizzontale discreto. Alla quota esistente della strada +522.50 s.l.m. (corrispondente alla quota di progetto +1.50) si trova l’accesso veicolare e pedonale, e la copertura per 2 posti auto. Alla quota di progetto ±0.00 si trovano l’entrata principale e la cucina; al livello +2.59 il soggiorno e la scala che conduce alla sala da pranzo a quota +4.00. Le camere da letto con i relativi servizi igienici e con la possibilità di accedere al giardino esterno sono alla quota -1.73. Infine, al livello - 4.38, sono stati realizzati il locale tecnico e la lavanderia accessibili con una scala esterna all’abitazione. La sequenza fluida degli spazi interni permette un rapporto dinamico con l’ambiente circostante ai vari livelli e un orientamento diversificato degli ambienti, tutti areati e illuminati naturalmente. I materiali utilizzati per le parti strutturali interrate, così come le fondamenta e le pareti perimetrali sono in calcestruzzo armato isolato e impermeabilizzato esternamente. Anche il volume emergente ha una struttura in calcestruzzo armato con rivestimento a cappotto intonacato bianco. La copertura è rivestita in carta catramata ardesiata e rame. I serramenti sono a taglio termico in alluminio termolaccato e i vetri doppi isolanti. Gli spazi esterni sono finiti a verde, a eccezione dell’accesso al parcheggio che è realizzato in asfalto e la zona porticata in lastre di cemento.

Credits Project: Davide Macullo Collaborators: Laura Perolini,

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Michele Alberio Engineer: Ideal Ingegno Physical Engineer: Franco Semini

Project Manager: DL Direzione Lavori Buyer: Family Botta

Dal basso in alto, pianta del livello di ingresso +1.35, pianta del livello del soggiorno e della sala da pranzo +2.70, sezione AA. Nella pagina a fianco, viste dei prospetti ovest e sud, con il

volume a sbalzo che evidenzia la caratteristica dell’edificio che sottolinea le curve di livello del terreno con volumi sfalsati.

From bottom up, plan of the entrance level at +1.35 , plan of the lounge and dining room level at +2.70, AA section. Opposite page, use of the west and south elevations showing the overhanging

structure bringing out the way the building is shaped around the contours of the land through its staggered structures. Pino Musi

The land is located in the borough of Carabbia, a small village with a population of about 600, in a newly developing residential area around the old village centre; it borders to the north, south and west on land used for general building purposes. To the east there is a concrete wall supporting the new road which provides access to the site. The construction is composed of one single structure with a square-shaped base (13x13 metres), which tries to fit in neatly with the natural lie of the land. The various building levels are staggered to follow the steeply sloping land outside. The staggering of the different levels has resulted in the construction of a spiralling pitched roof constantly sloping at the same level as the land over on the valley side. The spiral-shaped development of the main building rises up from the entrance level to upper floor and mezzanine, creating an open courtyard which turns into the centre of the overall architectural composition. The east side forms an orthogonal parallelepiped below the level of the new road to create a discreet horizontal sign. At the level of the existing road, +522.50 metres above sea level (corresponding to a project level of + 1.50), there is a vehicle and pedestrian entrance and a canopy covering two parking spaces. The main entrance and kitchen are at the project level of ±0.00; at +2.59 we have the lounge and stairway leading to the dining room at a height of +4.00. The bedrooms with their own bathrooms and access to the outside garden are set at a height of -1.73 m. Finally, the utility room and washing room are at -4.38 and can be reached down a staircase outside the building. The smooth flow of interior spaces allows dynamic interaction with the surrounding environment at various levels. It also means that the various premises can all be set out facing various directions and are air-conditioned and lit naturally. The materials used for the underground structural parts, foundations and perimeter walls are made of reinforced concrete insulated and waterproofed externally. The emerging structure also has a reinforced concrete frame with a white-plastered blanket coating. The roof is covered with slated roofing felt and copper. The heat-cut door and window frames are made of thermo-glossed aluminium and fitted with double glazing. The outside spaces are landscaped, except for the car park, which is made of asphalt and the porticoed area made of slabs of concrete.

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La sequenza fluida degli spazi interni permette un rapporto dinamico con l’ambiente circostante ai vari livelli e un orientamento diversificato degli ambienti, tutti areati e illuminati naturalmente.

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The smooth sequence of interior space is allows Pan Am interaction with the surrounding environment. It also allows the rooms, which all have natural airing and lighting, to face various directions.

Viste della zona soggiorno alla quota +2.70, che occupa parte del volume aggettante, realizzato con una struttura in calcestruzzo armato con rivestimento a cappotto intonacato bianco. I serramenti sono a taglio termico

in alluminio termolaccato con vetri doppi isolanti.

Views of the lounge area at a height of +2.70, which takes up part of the overhanging section, composed of a reinforced concrete

structure with blanket coating posted white. The heat-cut window frames are made of thermo-lacquered aluminium and fitted with double glazing.

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Proteo Associati Città orizzontale/Città verticale, L’Aquila Questo progetto di Proteo Associati per un complesso di 52 nuovi alloggi in via di ultimazione in via Tito Pellicciotti, alla periferia de L’Aquila, nasce dalla dicotomia tra città verticale (34 alloggi) e orizzontale (18 alloggi). Nella città orizzontale particolare attenzione è stata posta al dimensionamento degli spazi comuni, in quanto destinati prevalentemente ad amplificare l'esigenza relazionale del vivere insieme. Gli spazi aperti sono distinti in pedonali, di sosta, di incontro e di contemplazione con una calibrata sequenza di restringimenti ed espansioni dimensionali. I materiali, gli assi, le polarità visive e i rapporti volumetrici tra gli edifici favoriscono la pluralità delle esperienze di socializzazione e sensoriali tipiche di una città orizzontale. La complessità dei percorsi scoperti a terra e in elevazione, con l’aggregazione a grappolo delle unità residenziali, moltiplica gli angoli visuali verso gli slarghi, il giardino e il contesto. La città verticale trova i propri caratteri fondativi nella ridefinizione del paesaggio aquilano con un nuovo landmark e nell’ariosità delle esperienze visive. Aggregata intorno a una grande corte centrale, interpretazione dei cortili cinquecenteschi locali, dialoga con il paesaggio grazie a una continua variazione delle aperture, nonché a una giustapposizione dei volumi e degli attraversamenti aerei. Tale “città” trova conclusione nelle due torri contrapposte. La prima, sospesa sopra il piano pilotis a doppia altezza, guarda la città storica dall’alto e poi dialoga con la seconda torre che, teoricamente più alta, subisce una rotazione verso la vallata a causa delle restrizioni normative. Nell’ingresso, una lastra piegata da forma a una piazza inclinata che, a sua volta, abbraccia un volume; nell’edificio prospiciente, la lastra subisce delle increspature per favorire la visione della città storica attraverso nuovi coni ottici orizzontali.

This project designed by Proteo Associati to build a complex of 52 new apartments, currently being completed in Via Tito Pellicciotti in the suburbs of L’Aquila, is devised around the dichotomy between a vertical city (34 apartments) and horizontal city (18 apartments). In the horizontal city, special attention has been focused on the size of the communal spaces, since they are mainly designed to enhance relational aspects of living together. The open spaces are divided into pedestrian, rest, meeting and relaxation areas through a carefully gauged sequence of dimensional shrinkages and expansions. The materials, axes, visual polarities and structural relations between buildings encourage a plurality of socialising and sensorial experiences typical of a horizontal city. The pathways on the ground and in the elevation are extremely complex, as the housing units are bunched together to multiply the visual angles out towards the clearings, garden and surrounding setting. The grounding features of the vertical city lies in how the Aquila landscape has been embellished with a new landmark and fresh range of visual experiences. Set around a large central courtyard, a revamping of the local 16th-century courtyards, it interacts with the countryside through constantly varied apertures and a juxtaposition of the structures and overhead crossings. This “city” culminates in two opposing towers. The first, suspended above the double height pilotis level, looks down on the old city and interacts with the second tower, which, theoretically taller, is rotated down towards the valley to comply with normative constraints. A folded sheet at the entrance creates a sloping plaza, which, in turn, envelops another structure; the sheet is wrinkled help open it up to the old city through new horizontal optical cones.

Credits Project: Proteo Associati/ Fabio Andreassi Works Management: Proteo Associati: Fabio Andreassi, Massimiliano Andreassi Structures: Proteo Associati: Massimiliano Andreassi, Antonio Mannella Thermal and Hydric Plants Project: Gianluca Di Felice

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Electrical Plants Project: Romeo Rizzi Main Contractor: Andreassi Costruzioni Electrical Plants: Ianni Franco Thermal and Hydric Plants: Catenacci Tecnoimpianti Client: Andreassi Costruzioni

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Planimetria generale, pianta a quota +9,20 e pianta a quota della piazza pedonale del complesso residenziale realizzato a l’Aquila, in zona periferica. L’intervento si articola in due dimensioni, una orizzontale, 18 alloggi, definita da edifici di due piani relazionati da percorsi pedonali, di sosta e di incontro che favoriscono la socializzazione tra gli abitanti (nelle pagine precedenti); l’altra verticale, 34 alloggi, ancora in fase di ultimazione, risolta da due torri che guardano verso la città storica disegnando un nuovo landmark (nella pagina a fianco).

Site plan, plan at height +9.20 and plan at the height of the pedestrian plaza of the housing complex in the suburbs of Aquila. The project is divided into a horizontal section, incorporating 18 apartments set in two-storey buildings interconnected by pedestrian paths, rest and congregation areas, to encourage the local inhabitants to socialise (see previous pages), and a vertical section, holding 34 apartments, which is still being completed and is composed of two towers facing the old city centre and creating a new landmark (opposite page).


La compresenza di percorsi scoperti sia a terra, sia in elevazione, favorisce i rapporti di vicinanza assecondando la scelta del tipo di aggregazione a grappolo delle unitĂ  e accresce la ricchezza di scorci prospettivi e visuali verso il giardino, gli alberi e il paesaggio.

The simultaneous presence of uncovered pathways at ground level and in the elevation encourages interaction, supporting the decision to adopt a bunch-type combination of units and enhancing a wide range of perspective views towards the garden, trees and landscape.

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Enzo Eusebi / Nothing Studio, Lee Weimin Architects Office, Arthur Erickson Architect Kunlun Towers, Beijing Le Kunlun Towers, situate nel centro di Beijing, accolgono lussuose residenze che godono di un panorama che spazia dal centro diplomatico della capitale immerso nel verde fino alla Città Proibita. Liberamente ispirate dalla catena montuosa di Kunlun, montagna sacra della Cina, le due torri si ergono slanciate per un’altezza complessiva di 115 metri e sono sorrette da un unico solido basamento di quattro piani. Esso si presenta come una massa compatta rivestita in pietra e tagliata da solchi in vetro quasi a ricreare una parete rocciosa solcata da crepacci. L’involucro esterno è rivestito in lastre orizzontali di ardesia di diverso spessore a richiamo della stratificazione montuosa, le profonde incisioni verticali in vetro permettono la riflessione del suggestivo paesaggio circostante che vede il quartiere delle ambasciate, quasi una sorta di oasi naturale all’interno del denso tessuto urbano di Beijing. Il basamento contiene diversi esercizi commerciali e servizi esclusivi per le residenze e funge da ampia hall pubblica di accesso alle residenze private. Le due torri sono completamente vetrate tranne due fasce laterali in ardesia che contengono i corpi ascensori, a loro volta incise da una lama di luce dinamica per gli ascensori dedicati ai proprietari, mentre per l’ascensore di servizio una lama di luce fissa. Le due torri sono composte da 23 unità residenziali dislocate ciascuna su diversi livelli così da poter godere di una vista a 360 gradi sulla città, esse sono concepite secondo tre tipologie: simplex, piano unico da 300 metri quadrati; duplex che si sviluppa su due livelli per una superficie di 600 metri quadrati, e due attici triplex di 900 metri quadrati ciascuno dotati di terrazzo e piscina all’aperto. Gli interni curati da Nothing Studio e Lee Weimin Architects Office esprimono tutta la particolare visione dell’ambiente di vita ideale che vede protagonista la ricerca dell’essenzialità a servizio dell’individuo e del suo benessere, il tutto all’insegna dell’eccellenza del design e dell’italianità. Il risultato è uno spazio connotato da coerenza, rigore di forme, sapiente uso del colore e della luce, un luogo speciale ed esclusivo dove ogni elemento, architettonico e di arredamento, concorre alla definizione dell’ambiente e del suo disegno globale. Peculiarità di queste lussuose residenze è l’aver a disposizione pareti vetrate su ogni fronte, ogni ambiente gode di uno splendido affaccio verso la città, e di una particolare luminosità. Tutte le attività sono coordinate dalla domotica e particolari dispositivi per il risparmio energetico. I materiali utilizzati sono di particolare pregio e qualità: marmo, ardesia, legni pregiati, fibra in carbonio e Corian.

The Kunlun Towers, located in the heart of Beijing, hold luxurious apartments enjoying panoramic views stretching from the diplomatic centre of the capital (landscaped in greenery) right round to the Forbidden City. Freely inspired by the Kunlun mountain range, China's holy Mountain, the towers rise up to an overall height of 115 m and are built on one single solid four-storey base. The overall impression is of a compact mass covered with stone and cut through with glass grooves, as if to recreate a rocky wall full of crevices. The outside shell is covered with horizontal sheets of slate of varying thickness with the deep vertical glass incisions. The basement holds various exclusive shops and service facilities serving the residences and acting as a spacious public hall leading through to the private apartments. The two towers are made entirely of glass, except for two lateral strips of slate, which hold the lift shafts, cut through in turn by a dynamic blade of light for the private lifts solely for property owners, while the service lift features a blade of fixed light. The two towers are composed of 23 residential units, each set on a different level to enjoy a 360° panoramic view across the city. They are designed in three different styles: simplexes, single level apartments covering 300 square metres; duplexes, constructed over two levels covering a total area of 600 square metres; and two 900-sq-m triplex attics, each with its own terrace and outdoor swimming pool. The interiors designed by Nothing Studio and Lee Weimin Architects Office embody a very special vision of the ideal living environment, focusing on a quest for person-friendly simplicity and well-being, all in the name of top quality design and Italian style. The resulting space is stylistically rigorous and coherent, featuring clever use of colour and light, a special and exclusive place where all the architectural and furnishing features combine to create the setting and its overall design. A special trait of these luxury apartments is the fact they have glass walls on all fronts, each room enjoys a wonderful view towards the city and they are all lit in their own special way. Everything is controlled by domotics and special energy-saving devices. High quality materials have, of course, been used: marble, slate, quality wards, carbon fibre and Corian.

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Le Kunlun Towers, situate nel centro di Beijing, si innalzano per 115 m, sorrette da un unico basamento di quattro piani che contiene esercizi commerciali e servizi esclusivi per le residenze e funge da ampia hall pubblica di accesso alle residenze private. Il rivestimento esterno del basamento è realizzato con lastre orizzontali di ardesia di diverso spessore con profonde incisioni verticali in vetro.

Kunlun Towers in downtown Beijing it rises up to a height of 115 m, supported by one single for storybase which holds retail facilities and exclusive services for its residents and also acts as a spacious public entrance hall to the private apartments. The outside coating of this base is made a horizontal slabs of slate of varying thickness with deep vertical cuts made of glass.

Pianta di un appartamento tipo. Le due torri sono composte da 23 unità residenziali dislocate ciascuna su diversi livelli così da poter godere di una vista a 360 gradi sulla città, esse sono concepite secondo tre tipologie: tipologia simplex, piano unico da 300 metri quadrati; tipologia duplex che si sviluppa su due livelli per una superficie di 600 metri quadrati, e due attici triplex di 900 metri quadrati ciascuno dotati di terrazzo e piscina all’aperto. Sopra, particolare delle due torri che sono completamente vetrate, tranne due fasce laterali in ardesia che contengono i corpi ascensori.

Plan of a standard apartment. The two Towers polled 23 apartments each set at different levels to ensure it 360° view across the city. They are designed in three types: simplexes, single level apartments covering 300 square metres; duplexes, constructed over two levels covering a total area of 600 square metres; and two 900-sq-m triplex attics, each with its own terrace and outdoor swimming pool. Above, detail of the two towers which are made entirely of glass, except for two lateral strips of slate, which hold the lift shafts.

Credits Project: Enzo Eusebi / Nothing Studio, Lee Weimin Architects Office, Arthur Erickson Architect

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Gli spazi interni sono connotati da coerenza, rigore di forme e sapiente uso del colore e della luce, un luogo speciale ed esclusivo dove ogni elemento, architettonico e di arredamento, concorre alla definizione dell’ambiente e del suo disegno globale.

The interiors are stylistically rigorous and coherent, featuring clever use of colour and light, a special and exclusive place where all the architectural and furnishing features combine to create the setting and its overall design.

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Gli interni esprimono la visione dell’ambiente di vita ideale che vede protagonista la ricerca dell’essenzialità a servizio dell’individuo e del suo benessere, il tutto all’insegna dell’eccellenza del design e dell’italianità.

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The interiors embody a vision of an ideal living environment, focusing on a quest for person-friendly simplicity and well-being, all in the name of top quality design and Italian style.

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I materiali utilizzati sono di particolare pregio e qualità: marmo, ardesia, legni pregiati, fibra in carbonio e corian.

Sopra, la cucina. A destra, particolare di uno dei bagni. Peculiarità di queste lussuose residenze è l’aver a disposizione pareti vetrate su ogni fronte, ogni ambiente gode di uno splendido affaccio verso la città, di conseguenza di una particolare luminosità. Ogni attività viene coordinata dalla domotica e particolari dispositivi per il risparmio energetico.

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The materials used are of the highest quality: marble, slate, quality woods, carbon fibre and Corian steel.

Above, the kitchen. Left, detailed one of the bathrooms. A special trait of these luxury apartments is the fact they have glass walls on all fronts, each room enjoys a wonderful view towards the city and they are all lit in their own special way. Everything is controlled by domotics and special energysaving devices.

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Giancarlo Zema Design Group Underwater Architecture Lo studio romano Giancarlo Zema Design Group (www.giancarlozema. com), specializzato nella progettazione di strutture architettoniche semisommerse, case galleggianti e yacht design, si caratterizza per la scelta delle linee morbide e i chiari riferimenti biomorfici dei suoi lavori. E’ in questa linea che è stato progettato, per la canadese Underwater Vehicles Inc., il Jelly-fish 45, un’innovativa abitazione galleggiante di 15 metri di diametro completamente realizzata in alluminio. Ideale per soggiornare all’interno di baie, atolli e parchi marini, permette a chiunque di vivere sia sopra che sotto la superficie marina, attraverso un’unità autosufficiente non inquinante. La struttura completamente in alluminio rende questa unità abitativa riciclabile per ben l'80%. Sulla sommità della calotta di copertura trovano collocazione i pannelli fotovoltaici che captano e accumulano l’energia necessaria per le strumentazioni di bordo. Le vetrate elettrocromiche, cambiano la loro opacità automaticamente o manualmente in base al grado di insolazione esterna all’abitazione. Il Jelly-fish 45 può essere ancorato a largo diventando così una piccola isola privata con relativo approdo per le imbarcazioni. Oppure collegata con altre unità su pontili, creando vere e proprie colonie galleggianti, con o senza collegamento con la terra ferma. Il Jelly-fish prevede cinque livelli connessi da una scala a chiocciola. Il piano più alto a 5,6 metri s.l.m. è dedicato alla zona hobby. Quello a 3,2 metri s.l.m. accoglie le camere da letto e i servizi. Il livello a 1,4 metri s.l.m. contiene la zona giorno la cucina e i servizi. Invece quello a 0,8 metri sotto il livello del mare semisommerso accoglie le camere da letto per gli ospiti, i servizi e gli spazi tecnici. Totalmente sommerso a 3 metri sotto il livello del mare, troviamo il bulbo di osservazione in acrilico ad alta resistenza, il luogo più intimo e meditativo dell’intera residenza galleggiante. Qui comode sedute permettono di godere delle bellezze sottomarine e grazie a un computer di bordo sarà possibile personalizzare l’illuminazione esterna. Il Nymphaea Flo#2 è un ristorante, ispIrato alle forme flottanti delle ninfee. La struttura circolare del “fiore” ha un diametro di 18 metri ed è sezionata in 15 elementi (petali) in legno lamellare che fungono da frangisole. Il ristorante si articola su tre livelli connessi da una scala che ascende intorno alla struttura circolare (pistillo), che contiene l’ascensore e i condotti dell’aria. Il piano terra può ospitare 100 persone e nei suoi 260 metri quadrati trovano spazio anche la cucina, la dispensa, i magazzini e i servizi. Il piano sommerso a 4 metri sotto il livello della superficie, può ospitare 25 persone. Il Washington Lake Commercial and Recreational Park è situtato su un lago artificiale che copre parte di un’area verde di 500 acri.Il progetto prevede la realizzazione di diverse strutture tra cui un ristorante semisommerso di 500 metri quadrati che su tre livelli può accogliere fino a 400 clienti e che ha il suo punto forte nel piano a 8 metri sotto il livello della superficie dotato di una vetrata panoramica a 360°; pontili di attracco per piccoli sommergibili; un museo, con caffetteria e sale proiezioni, che raccoglie esempi della flora e della fauna dell’area; uno spazio per spettacoli all’aperto. Una tensostruttura all’ingresso del complesso funge da Centro Informazioni e di orientamento alle attività che i visitatori possono svolgere sul lago. Infine, in una piccola baia, si prevede la realizzazione di un’area commerciale di 3.000 metri quadrati con negozi, librerie ecc. suddivisi su tre livelli.

The Roman architectural firm, Giancarlo Zema Design Group (www. giancarlozema.com), specialising in the design of semisubmerged architectural structures, floating homes and yacht design, stands out for its preference for soft lines and clear biomorphic references it works. This is the approach adopted to designer Jelly-fish 45 for the Canadian company Underwater Vehicles Inc., an innovative floating home offering underwater views covering 15 m in diameter, made entirely of aluminium. Ideal for stays in bays, atolls and marine parks, it allows people to live both above and below the water, thanks to its non-polluting self-sufficient unit. The all-aluminium structure means this housing unit is 80% recyclable. There are photovoltaic panels on top of the roof to capture and store the energy required for the on-board instruments. The electro-chromatic glass windows alter their opacity, either automatically or manually, according to the amount of sunshine outside. Jelly-fish 45 may be anchored offshore, thereby turning into a small private island with its own landing stage for vessels. Alternatively it may be connected to other units around special piers to create authentic floating colonies, which may or may not be connected to the mainland. Jelly-fish has five levels connected by a spiral staircase. The highest level, set at 5.6 m above sea level, is the hobby area. The level at 3.2 m above sea level holds the bedrooms and utilities. The level out at 1.4 m above sea level contains a lounge area, kitchen and utilities. On the other hand, the semi-submerged level at 4.8 m below sea level holds the guestrooms, services and technical spaces. Totally submerged 3 m below sea level, there is an observation bubble made of highly $resistant acrylic, this is the cosiest and most meditative part of the entire floating home. Here comfortable chairs allow you to enjoy all the beautiful underwater sights and, thanks to an on-board computer, you can even customise the outside lighting. Il Nymphaea Flo#2 is a restaurant inspired by the floating forms of water lilies. The “flower’s” circular structure measures 18 m in diameter and is divided into 15 sections (petals) made of laminated wood, which act as sunscreens. The restaurant is divided over three levels connected by a staircase which rises up around a circular structure (pistil) holding the lift and air shafts. The ground floor can cater for a hundred people and its 260 square metres include a kitchen, pantry, storerooms and utilities. The level at 4 m below sea level can accommodate 25 people Washington Lake Commercial and Recreational Park is an artificial lake covering part of a landscaped area of 500 acres. The project involves the construction of various facilities, including a 500 square metre semi-submerged restaurant, which can cater for 400 diners over three levels and whose strong point is the level 8 m below the surface, which is fitted with a 360° panoramic glass window; mooring points for small submarines; a museum with a cafeteria and projection rooms, holding specimens or local flora and fauna; an outdoor entertainment space. A tensile structure at the entrance to the complex acts as an Information Centre about all the activities visitors can enjoy out on the lake. Finally, a 3000 square metre retail facility is planned to be built in a small bay, featuring shops, bookshops etc set over three levels.

Jelly-fish 45

Rendering of the floating home with 6+2 births inside a hull with an aluminium superstructure measuring 15 m in diameter and 12 metres high. The

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Rendering dell’abitazione galleggiante che ha 6+2 posti all’interno di uno scafo con sovrastruttura di alluminio di 15 m di diametro e alta 12 m. L’unità abitativa è

dotata di pannelli fotovoltaici che producono l’energia necessaria alle operazioni di bordo e di un serbatoio per l’acqua dolce con autoclave da 1.500 litri.

Credits: Project: Giancarlo Zema Design Group Engineering: ZLH - Consulting Engineers Client: Underwater Vehicles Inc.

living unit is equipped with photovoltaic panels generating the electricity required for on-board operations and a freshwater tank with a 1.500 litres autoclave.

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Nymphaea Flo#2

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Nymphaea Flo#2

Nella pagine precedenti, rendering del Nymphaea Flo#2, un ristorante galleggiante con una struttura circolare di 18 m di diametro. Ha due sale: una a livello della superficie che su 260 mq può

Washington Lake Commercial and Recreational Park Sopra, vista generale del progetto per il Washington Lake Park, che comprenderà vari servizi ricreativi e commerciali, tra i quali un attracco per le imbarcazioni Trilobis (sempre di Gaincarlo Zema Design Group) e un centro commerciale di 3.000 mq, nell’immagine a destra.

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Above, general view of the project for Washington Lake Park, which will include a range of recreation and commercial services, including a Trilobis landing stage(again designed by Gaincarlo Zema Design Group) and a 3000 square metre shopping mall shown in the picture on the right.

ospitare 100 clienti e una, più piccola, quattro metri sotto il livello della superficie, che può ospitare fino a 25 persone.

Previous pages, rendering of Nymphaea Flo#2, a floating restaurant with a circular structure measuring 18 m in diameter. It has two rooms: one at surface level covering 260 square

metres capable of accommodating 100 guests, and a smaller room four metres below sea level, which can cater for 25 people.

Sopra, particolare dell’edificio di ingresso che contiene il Centro Informazioni e Orientamento per i visitatori e da cui, tramite un pontile, si accede al ristorante che ha una sala subacquea completamente vetrata a 8 m sotto il livello del mare. A deetra, particolare del museo che contiene esempi della flora e della fauna dell’area.

Above, detail of the entrance building holding the Information and Guidance Centre for visitors, from where a pier leads over to the restaurant, which has an all-glass underwater room 8 m below sea level.. Right, detail of the museum holding specimens of local flora and fauna.

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MoonBaseTwo

P

rogettare per ciò che non è prossimo alla realizzazione e, apparentemente, non s’impone come urgenza quotidiana può sembrare un passatempo senza sbocchi. Mentre le innovazioni – e soprattutto le inedite applicazioni – tecnologiche sembrano ogni giorno superare i traguardi raggiunti, e mentre le istanze dell’ecosostenibilità – con tutti gli addentellati – paiono catalizzare l’impegno di istituzioni e progettisti in tutto il mondo, l’idea di sviluppare il design per una base lunare può apparire quanto meno superflua. Eppure, anche senza limitarsi a quel che avviene all’interno del settore – fra l’altro si è tenuta in Italia, a Sorrento, lo scorso ottobre la 9th ILEWG International Conference on Exploration and Utilization of the Moon – non è difficile oggi notare un crescente interessamento da parte di media e stampa non specializzati e un fervere di iniziative. Si pensi, per esempio, al concorso LunarXPrize, lanciato nel settembre 2007 da Google per premiare la prima iniziativa privata in grado di fare atterrare sulla Luna una navicella-rover. Dal punto di vista di chi progetta, comunque, affrontare l’ambiente extra-terrestre può costituire oggi un ottimo banco di esercizio e prova, un ambito che costringe ad assimilare un approccio e un pensiero progettuale che proprio sulla Terra, come è oggi, potrebbero dispiegare le loro migliori potenzialità. Pensiamo da un lato alle condizioni climatiche e alle implicazioni dello sfruttamento di risorse non rinnovabili, ormai esauste; dall’altro all’accentuarsi e all’accelerazione di alcune tendenze del vivere contemporaneo, come la cresci-

Agora Dreams and Visions

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ta della popolazione e dell’urbanizzazione, la più frequente mobilità delle persone, la diffusione di dispositivi elettronici personali ecc. Riflettendo sulle conseguenze di simili mutamenti, risulta più agevole comprendere come una situazione estrema come quella dell’habitat spaziale non sia poi molto “distante” dalle problematiche terrestri, poiché impone considerazioni e risposte progettuali mirate proprio a risolvere questioni come il contenimento di spazio e volumi e l’impiego di fonti energetiche rinnovabili. “MoonBase” è nata proprio sull’onda di questi stimoli e di una passione per lo spazio e per l’ambiente estremo, che condivido – oltre che con mio fratello Roberto (astronauta della European Space Agency) – con Andreas Vogler, con il quale ho fondato nel 2003 il team di progettazione e ricerca Architecture and Vision (www.architectureandvision.com). Pur non concentrandoci in maniera esclusiva su progetti e applicazioni aerospaziali, la conoscenza e le esperienze maturate in questo settore hanno inciso fortemente sui contenuti e sulle modalità del nostro lavoro, sostenendoci nella convinzione che soprattutto oggi la progettazione deve sempre confrontarsi con il tema delle risorse disponibili, applicando le tecnologie migliori per assicurare un equilibrato rapporto uomo-ambiente. Sostenibilità, mobilità, energie rinnovabili, autosufficienza energetica, trasferimento tecnologico sono per noi parole chiave imprescindibili, sia che progettiamo una tenda per il deserto, come “DesertSeal” (2004, l’Arca 209, p. 78), o l’abitacolo di un aereo di linea, sia che ci occupiamo di esplorazione dello spazio, per esempio con il veicolo “MarsCruiserOne” (2007, l’Arca 224, p. 91) o, appunto, con “MoonBaseTwo”. In questo caso, in verità, il primo concept per una base lunare risale al 1995, quando ero ancora studente della Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze. In seguito ho sviluppato il progetto (“MoonBaseOne”) presentandolo al “1st Space Architecture Sympo-

sium” a Houston, in Texas, nel 2002. Successivamente, l’interessamento dimostrato da parte del Chicago Museum of Science and Industry per l’acquisizione del progetto/modello nella collezione permanente ci ha spinti a un ulteriore sviluppo, tenendo conto naturalmente delle evoluzioni che nel frattempo avevano avuto luogo nel settore. La NASA, infatti, ha avviato un nuovo programma per il trasporto e per ambienti abitabili in vista delle future missioni sulla Luna e su Marte. È stato quindi fondamentale partire da queste basi – nello specifico, dal programma Constellation – valutando anche i diversi filoni di ricerca già in corso per risolvere i problemi e i pericoli maggiori che la permanenza sul suolo lunare può comportare – come l’irraggiamento solare e la caduta di micrometeoriti. “MoonBaseTwo” consiste di 5 moduli, il principale dei quali è la vera e propria base, un laboratorio gonfiabile studiato per essere trasportato con il vettore Ares V, all’interno di un modulo cilindrico (ø 7,5x6 m). Dopo l’atterraggio, i vari moduli saranno posizionati mediante una gru e connessi tra loro. Il modulo principale si configurerà automaticamente mediante un sistema pneumatico gonfiandosi. In particolare, al fine di assicurare protezione dalle radiazioni e dai meteoriti, il più esterno dei tre strati dell’involucro si compone di settori/sacche che vengono riempiti di polvere lunare (regolite), raggiungendo 2 metri di spessore. Uno speciale rivestimento riflettente contribuisce a ridurre ulteriormente l’impatto delle radiazioni. Terminata la configurazione, “MoonBaseTwo” – progettata per ospitare fino a 4 astronauti per sei mesi – risulta pronta per accogliere le prime missioni umane. È evidente, quindi, che un simile laboratorio non solo costituirà la base stabile per esplorare l’ambiente circostante ma sarà esso stesso il luogo per studiare comportamenti e reazioni dell’uomo nel corso di una prolungata permanenza sul suolo lunare. Pertanto, oltre che per la struttura e l’involucro, l’apporto proget-

tuale risulta fondamentale per gli interni. Funzionalità, ottimizzazione dello spazio disponibile, previsione delle implicazioni psicologiche e fisiche e delle interazioni sociali: tutte tematiche rispetto alle quali le nostre precedenti esperienze ci sono state di grande aiuto. Il nostro progetto prevede innanzi tutto la ripartizione verticale delle funzioni: nella parte inferiore sono collocati i locali tecnici, al centro sono posizionati gli spazi comuni mentre nella parte superiore, sospesi alla calotta, ci sono i crew quarters, cioè gli ambienti privati per ciascun membro dell’equipaggio. Questa organizzazione su tre livelli, consentita dall’ampio volume interno, garantisce una buona vivibilità trattandosi di un ambiente senza oblò e finestre che permettano collegamenti visivi diretti con l’esterno. Senza entrare nel dettaglio delle soluzioni adottate, naturalmente le forme prevalenti sono arrotondate, morbide, mentre particolari tecnologie sono applicate per assicurare la migliore qualità di vita nel laboratorio, per esempio riducendo l’impatto della non corrispondenza fra giorni terrestri e lunari mediante l’applicazione di tecnologie di illuminazione che cambiano tonalità per simulare il trascorrere delle giornate terrestri. Per sviluppare questo progetto, quindi, non ci siamo occupati solo di operazioni di cosmesi; abbiamo lavorato in collaborazione con gli ingegneri di Thales Alenia Space-Italia (Maria Antonietta Perino, Massimiliano Bottacini), azienda leader nel settore aerospaziale. Nel 2007 abbiamo così realizzato un primo modello in scala 1:100 che è stato acquistato dal Museum of Science and Industry di Chicago, e successivamente un altro che è stato esposto recentemente alla Cité de l’espace a Tolosa. Simile interessamento, come quello ricevuto in occasione di convegni ai quali siamo stati invitati recentemente, è per noi il segnale di una sensibilità che supera le distinzioni disciplinari. Arturo Vittori

Credits Project: Architecture+Vision (Arturo Vittori, Andreas Vogler) Consultant: Thales Alenia Space (Maria Perino, Massimiliano Bottacini) Model: Self Group Renderings: Architecture+Vision

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D

esigning something which is not on the verge of being constructed and, apparently, is of no great urgency might seem like a rather pointless pastime. While technological innovations - and in particular new applications – seem, every day, to be moving beyond the targets already reached, and while requirements in terms of eco-sustainability – and everything connected with it – seem to be catching the eye of designers and institutions all over the world, the idea of developing a design for a moon base may seem superfluous to say the least. And yet, without confining ourselves to what is actually happening within the industry – incidentally, the 9th ILEWG International Conference on Exploration and Utilization of the Moon was held in Sorrento last October –, we can clearly detect a growing interest on the part of both the non-specialist media and press and the emergence of an array of new projects. Take, for instance, the LunarXPrize competition, launched by Google in September 2007 to reward the first private initiative capable of landing a rover-space shuttle on the Moon. From the viewpoint of designers, then, tackling the extra terrestrial environment could well now provide an excellent testing ground, forcing them to develop an approach and line of design which, as things stand, might express its fullest potential right here on Earth. Take, for instance, the question of climate conditions and implications in terms of the exploitation of non-renewable resources, which are now exhausted; on the other hand we also have the boom in and rapid acceleration of certain modern day trends of life, such as population growth and urbanisation, people moving around more frequently and over greater distances, and the widespread availability of personal electronic devices etc. Reflecting on the consequences of changes like these, it is easier to understand why an extreme situation like a space habitat is

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not so “far” afield for more down-to-earth issues, since it calls for considerations and design solutions aimed at solving problems like reducing the amount of space and volume involved and the use of renewable energy sources. “MoonBase” was devised based on these considerations, but also out of a passion for space and extreme environments, which I share not just with my brother Roberto (an astronaut at the European Space Agency), but also with Andreas Vogler, with whom I set up the Architecture and Vision (www.architectureandvision.com) design and research team in 2003. While not focusing solely on aerospace projects and applications, know-how and experience gained in this industry have had a great influence on the contents and procedures adopted in our work, backing up our belief that today more than ever design must inevitably confront the issue of available resources, applying the best technology to ensure balanced relations between people and the environment. Sustainability, mobility, renewable energy sources, energy self-sufficiency and technological transfer are, for us, the keywords which cannot be ignored, whether we are designing a tent for the desert, as in the case of DesertSeal” (2004, l’Arca 209, pg. 78), a cockpit for an aeroplane, or if we are dealing with space exploration, like for instance with the “MarsCruiserOne” vehicle (2007, l’Arca 224, pg. 91) and, of course, “MoonBaseTwo”. In actual fact, in this case the first concept for a new base dates back to 1995, when I was still a student in the Faculty of Architecture at Florence. I then went on to develop the project (“MoonBaseOne”) to be presented at the “1st Space Architecture Symposium” in Houston, Texas, in 2002. When the Chicago Museum of Science and Industry decided to buy the project/model for its per-

manent collection, we were encouraged to develop it further, naturally taking into account developments which in the meantime had taken place in the industry. NASA has actually set under away a new programme for designing transportation and inhabitable environments in view of future missions to the Moon and Mars. It was, therefore, vital to work on these bases – specifically the Constellation programme – assessing the various lines of research already under way aimed at solving the main issues and dangers involved in staying on the Moon – notably solar radiation and falling micro-meteorites. “MoonBaseTwo” has 5 modules, the main one being the moon base proper, an inflatable laboratory designed to be transported using the Ares V carrier rocket inside a cylindrical module(ø 7,5x6 m). After landing, these modules are set in position using a crane and then connected together. The main module is designed to inflate automatically using a pneumatic system. To provide shelter against radiation and meteorites, the innermost of the three surface layers is composed of sectors/bags, which are filled with moon dust (regolite) in a thickness of up to 2 m. A special reflective coating helps further reduce the impact of radiation. After construction, “MoonBaseTwo” designed to accommodate up to 4 astronauts for six months - is ready to cater for the first human missions to the Moon. It is clear, then, that this kind of laboratory will not just provide a stable base for exploring the outside environment, it will also be somewhere for studying human behavioural patterns reactions during long stays on the Moon's surface. In addition to the main structure and shell, design work has also to be a vital factor for the interiors. Functionality, optimising the amount of available space, and predicting psychological/phys-

ical implications and social interaction: all issues which have gained valuable help from previous experiments – from parabolic flights to observations and information I have obtained by closely monitoring my brother’s operations. First and foremost, our project focuses on a vertical division of functions: the lower section holds the technical rooms, the communal spaces are set in the middle, while the top part, suspended at the tip, holds the crew quarters or, in other words, the private quarters for each member of the crew. This layout over three levels, made possible by the size of the interior space, makes this a pleasant living environment, despite there being no portholes or windows providing direct visual links with the outside. Without examining the various design features in detail, it is worth noting that the main forms are soft and rounded, while technological features have been incorporated to ensure the best possible quality of life inside the laboratory, for example by lessening the impact of the non-correspondence between days on earth and lunar days thanks to the aid of lighting technology, which changes shade to simulate the passing of days down on earth. So this project is not just designed with cosmetics in mind; we worked with the engineers from Thales Alenia Space-Italia (Maria Antonietta Perino, Massimiliano Bottacini), a leading aerospace company. We created our first 1:100 scale model in 2007, which was bought by the Chicago Museum of Science and Industry, and then constructed another which was recently on display at Cité de l’espace in Toulouse. The kind of interest we have noted at conferences we have taken part in recently is, for us, a sign of more widespread knowledge in these issues moving beyond disciplinary boundaries. Arturo Vittori

MoonBaseTwo è un laboratorio lunare gonfiabile progettato per poter essere trasportato da un vettore Ares V. Il bordo del cratere Shackelton, al polo sud della Luna, è stato preso in considerazione come area per la potenziale installazione del laboratorio.

MoonBaseTwo is an inflatable laboratory for the Moon, designed to be transported in the new Ares V rocket launch. The rim of Shackelton crater, at the lunar south pole is being considered as a potential site.

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Dall’alto in basso, disegno di uno degli ambienti privati per ciascun membro dell’equipaggio, ciascuno di questi ambienti può essere progettato tenendo conto delle specifiche preferenze degli astronauti; pianta dell’area ristoro, relax e incontro dell’equipaggio; diagramma delle fasi di lancio e montaggio di MoonBaseTwo.

C1.0 C1.1 C2.0 C3.0 C4.0 C5.0 C6.0 C7.0 C8.0 C8.1 C9.0 C10 C11 C12 C13. C14

From top down, drawing of the soft architecture of the personal crew quarter, which allows design adjustments to accommodate personal preferences by the individual astronaut; plan of the restauration, relax and meeting area; diagram showing the deployment of the MoonBaseTwo.

Porta/Door up element Porta-piattaforma/Door-platform Fascia strutturale porta/Door structural band Membrana/Membrane sandwich Condotto aria esausta/Exhaust air duct Corda di poliestere/Rope in polyester jacket Fascia strutturale/Structural band Condotto principale/Principal duct Condotto principale ossigeno Main oxygen duct Griglia aria/Airgrill Celle pneumatiche/Pneumatic cells Stiva/Stowage rack Letto/Bed Postazione di lavoro smontabile Deployable workstation Luce/Light Divano gonfiabile/Inflatable sofa

Dall’alto in basso, prospetto laterale; sezione con in evidenza le camere d’aria al lato degli ingressi principali e la protezione antiradiazione in regolite e gli ambienti privati per l’equipaggio sospesi all’interno; pianta della copertura; pianta con le camere d’aria sui lati.

From top down, side elevation; section showing the airlocks at the side main gates, the regolith radiation protection and the hanging private crew quarters inside; plan of the top; plan showing the airlock modules on both sides.

W1.0 Cucina/Galley area W1.1 Ripiani cucina/Kitchen rack W1.2 Tavolo richiudibile/Retractable table W1.3 Sedie gonfiabili/Inflatable chairs W2.0 Briefing relax area W2.1 Divano gonfiabile/Inflatable sofa W2.2 Postazione lavoro smontabile Deployable workstation W2.3 Pavimento duro/Hard floor W2.4 Pavimento morbido/Soft floor W2.5 Ripiani di servizio/Briefing Service rack

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Rendering della MoonBaseTwo, progettata per ospitare fino a 4 astronauti per sei mesi. Le forme prevalenti sono arrotondate e morbide, mentre particolari tecnologie sono applicate per assicurare la migliore qualità di vita nel laboratorio, per esempio riducendo l’impatto della non corrispondenza fra giorni terrestri e lunari (un giorno lunare corrisponde a circa 28 giorni terrestri) mediante l’applicazione di tecnologie di illuminazione che cambiano tonalità per simulare il trascorrere delle giornate terrestri.

Renderings of MoonBaseTwo, designed to accommodate up to 4 astronauts for six months. The main forms are soft and rounded, while technological features have been incorporated to ensure the best possible quality of life inside the laboratory, for example by lessening the impact of the noncorrespondence between days on earth and lunar days (an entire Moon day corresponds to about 28 Earth days) thanks to the aid of lighting technology, which changes shade to simulate the passing of days down on earth.

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di/by Renata Ciaravino

Tratto da/from: potevo essere io, Renata Ciaravino, Cadmeo Edizioni, Fiesole, 2007.

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Variazioni sul tema

Variations on the theme

A

I

Prima di abitare una casa abiti un quartiere gli inizi degli anni Ottanta eravamo parecchi nei nostri cortili pieni di polvere di Niguarda a essere alti un metro e dieci, e ci squadernavamo la testa a imparare la vita. Tra i parecchi c’eravamo io e Giancarlo Santelli. Io femmina, lui maschio. Per statuto avevamo pochi contatti tra di noi. Io sapevo che esisteva. Non so viceversa. (…) Io frequentavo certi bambini, lui certi altri. Io frequentavo: Monica Balestra. “E’ una pezzente di merda!”, glielo abbiamo detto tutti almeno una volta, inutili quelli che dicevano il contrario. Ed era pezzente perché sua madre invece che comprarle le scarpe nuove da tennis tagliava la punta di quelle vecchie e le faceva diventare sandali da tennis. E’ certo che i genitori a un certo punto della loro vita si dimenticano cosa vuol dire essere figli sennò certe cose non le farebbero, tra questo produrre sandali da tennis con tutta questa disinvoltura. La madre di Monica Balestra faceva l’infermiera di notte, e di giorno era stanca, non capiva molto, forse è per questo tagliava scarpe da tennis. Abitavano al quarto piano del mio condominio e c’era sempre puzza d’ospedale a casa loro. Non era vero naturalmente ma tutti i bambini dicevano così e questa Monica Balestra ne aveva da star male. (…) Poi c’erano Marco e Christian. Erano due fratelli ed erano ciccioni, due che a guardarli non ci potevi pensare che sarebbero diventati grandi un giorno due così, ti sembrava che l’unica cosa che potessero fare era diventare sempre più ciccioni e poi esplodere e quindi scomparire; ed essendo che non avevano futuro ai miei occhi, io organizzavo un gruppo e un pomeriggio sì e uno no li rapivamo. Con una corda gli legavamo le mani ai pancioni e li portavamo in un posto speciale denominato “sottoscala”. All’ingresso, strattonandoli, gli dicevamo: “Parola d’ordine!” E loro ovviamente non la sapevano – la parola d’ordine era “Ui scion si Catrin Denòv” – e allora via che partivano le ginocchiate. Fabrizia Lupi. Questa poi era proprio sola. Si affacciava alla finestra del pianterreno dove viveva. Aveva i capelli color anziano, la pelle sempre screpolata, ogni tanto ci fermavamo a parlare. Aveva il labbro leporino e un difetto di pronuncia, una escie che all’epoca ci sembrava una cosa orribile, da horror, saremmo morti a dire “sciascio” invece che sasso, ma lei non moriva, anzi, stava alla finestra e ci parlava di sua madre, che pulivano la casa insieme, che facevano la spesa insieme, parlava come una vecchia. A noi bambini ci avevano detto che i suoi erano divorziati, una parola che noi sapevamo significava che il padre l’aveva abbandonata, e quando un giorno gliel’avevo detto: “Tua madre, tua madre, ma tuo padre dov’è?” Lei mi aveva risposto: “Adesso non c’è, ma guarda che poi viene! viene presto, viene domenica e ci facciamo un giro sul suo taxi”. Giancarlo Santelli invece frequentava solo quei bambini che avevano sempre le unghie sporche, le canotte bianche slabbrate e che avevano ripetuto almeno due volte la quinta elementare. Il bambino che frequentava di più era Denis Rizzo. Denis Rizzo aveva i capelli rasati perché un giorno sì e due no aveva i pidocchi e a scuola non lo volevano mai. Ma siccome neanche la madre lo voleva a casa tra i piedi, gli rasava la testa e lo rispediva a scuola. La madre di Denis Rizzo era famosa in quartiere perché faceva la cartomante. Nome d’arte: Cassiopea. In giro si diceva che in una notte di luna piena un grande fascio di luce fosse entrato nella sua camera e avesse inciso sopra la testa del letto la faccia di Gesù Cristo. Il padre di Denis Rizzo era un conoscitore di musica. La sparava dalle finestre di casa, dall’Alfa 33, se la sparava nel walkman quando girava in quartiere in ciabatte. Il suo mentore era Gigi Finizio, in particolare la canzone Un cuore nel caffè, anche se poi cominciò ad apprezzare Fausto Papetti con il suo sax erotico. Un salto di qualità. (…) Quand’ero piccola coi miei dovevano sempre cambiare casa. Una volta dovevamo andare a vivere a Milano 2. L’amico di un amico di un amico di un mio prozio, che era socialista, ci aveva promesso una casa lì, che a me mi avevano detto che c’era la scuola, il tennis, il parco e tutti saremmo andati a piedi di qua e di là senza problemi, senza pericoli, c’erano anche i cigni nel lago e io l’avevo già detto a tutti i miei amici, facendogli capire che con me la fortuna era stata benevola e mi stava per mandare a Milano 2, dove avrei vissuto una vita degna. E invece mi stava mandando a quel paese perché poi l’amico dell’amico ha detto che s’era sbagliato, che di case non ce n’erano più. E quando mio padre lo ha annunciato ai parenti, a cena, sono scivolata sotto il tavolo per piangere, pensando alla vita che non avrei mai vissuto, coi cigni che mangiavano dalle mie mani e i picnic nel parco, come nel depliant. Di me avevano detto, sentendomi piangere: è veramente una bambina sensibile. Un’altra volta dovevamo andare a vivere in un grande palazzo con tante scale, tipo le case a dodici piani, coi balconi incastonati, color beige, con le ringhiere rosse. Anche lì niente, ce la dovevano dare e poi niente. Io avevo una passione per certi casermoni che a me, per il solo fatto di cambiare, mi sembravano meravigliosi e ho sempre rimpianto di essere rimasta in una casa, sempre la stessa, con i miei amici che ogni volta li salutavo, vado vado, ma poi rimanevo sempre lì. A sbagliare braccio del bivio della vita. (…) Per risparmiare, quando Giancarlo Santelli era piccolo mamma Santelli faceva scorrere l’acqua nella vasca e poi si facevano il bagno uno alla volta. Per primo padre Santelli perché era il capo, poi madre Santelli, e a seguire i due figli, che tanto erano piccoli e non gli faceva differenza l’acqua della vasca con i peli di pube che galleggiavano e le macchie di unto a filo d’acqua. La gran cosa da dire è che da piccolo mica lo sai che sei un disperato. Vivi una vita così. Andante.

You live in a neighbourhood more than a house n the early 1980s lots of us in our dusty courtyards in the Niguarda neighbourhood were just four foot tall, and we racked our brains trying to learn what life was all about. Giancarlo Santelli and I were just two of those kids. I was a girl, he was a boy. According to those unwritten rules of life we had little to do with each other. I knew he existed, but I do not know whether the same could be said of him. (....). We had different friends. My friends included: Monica Balestra. “She is a shitty tramp!”, so we all told her at least once, whatever anybody else said. She was a tramp because instead of buying her new tennis shoes, her mother would cut off the ends of her old ones and turn them into tennis sandals. At some stage in their lives parents forget what it is like to be children, otherwise they would not do certain things, one of which is making tennis sandals for their kids, without so much as a second thought. Monica Balestra's mother worked as a nurse at night and was tired during the day, she was a bit daft, which explains why she used to cut the ends off 10 tennis shoes. They lived on the first floor of my apartment block and their house always smelt like a hospital. Of course that was not true, but all the kids said that it did and Monica Balestra was tormented by it. (...) Then there was Marco and Christian. They were brothers and they were both fat, looking at them you would never have guessed that two kids like that would have grown up one day. It looked as if they would just get fatter and fatter until they exploded and then vanish completely; and since in my eyes they had no future, I used to organise a group and every other afternoon we would chase after them and catch them. We would tie their hands to their bellies with a piece of rope and take them to a special place called “under the stairs”. Shoving them around at the entrance we would say: “Password!”. And of course they did not know it – the password was “Ui scion si Catrin Denòv” (Je suis Catherine Deneuve) – and then we would start kneeing them about. where she lived. Her hair was the colour of an old person and her skin was always flaky, every now and again we stopped to talk to her. She had a harelip and a speech defect, which sounded absolutely horrible to us back then, we would rather have died than spoken like her, but she survived, in fact she would sit by the window and talk about her mother, about how they cleaned the house together and went shopping together, she spoke like an old woman. Us children had been told that her parents were divorced, a word which we knew meant that her father had left her, and so when one day I said to her: “Your mother, your mother, but where is your father?”, and she replied: “He isn’t here right now, but he will be back soon, he'll be here on Sunday and we will go for a ride in his taxi”. Giancarlo Santelli, on the other hand, only hung around with children with dirty nails and frayed white vests, who had had to repeat a year at school at least twice. His best friend was Denis Rizzo. Denis Rizzo had a shaven head because every other day he got fleas and they sent him home from school, so he had to shave his head before they would let him back in school. Denis Rizzo’s mother was famous in the local neighbourhood because she read cards under the pseudonym: Cassiopea. There was a rumour that on one moonlit night a giant beam of light shone into her bedroom and left an outline of Jesus Christ's face above the bedstead. Denis Rizzo’s father was a music lover. Music was always coming from the window of his house and or his Alfa 33 car, he even played it on his Walkman as he wandered round the neighbourhood in his slippers. His mentor was Gigi Finizio and he particularly liked the song Un cuore nel caffè, although he later became very fond of Fausto Papetti and his erotic saxophone. A step forward in terms of quality. (...) When I was little my family had to keep moving house. Once we had to go and live in Milano 2. A friend of a friend of a friend of my great-uncle, who was a socialist, promised to find us a house there, and I had been told there was at school, tennis courts and a park, and that we could walk around the area without any danger. There were also swans on the lake and I had already told all my friends about it, convincing them I had got lucky and was about to be sent to Milano 2, where I would have lived happily. But in actual fact the friend of the friend told us he had made a mistake and that there were no houses left. And when my father told our relatives about this during a meal, I slid under the table to cry, thinking about the life that I would never live with those swans eating from my hand and picnics in the park, just like in that glossy brochure. When they heard me crying, they said I was a really sensitive kid. On another occasion we were supposed to go and live in this huge building with lots of staircases, like those 12-storey flats with beige-coloured balconies and red railings. But that did not happen either, they were supposed to give us a house there but they did not. I used to love huge barracks like that, they seemed wonderful just because they were a change and I always regretted staying in our house, the same old house, with all my friends, who I used to tell I was going away, but then always ended up staying. Always missing the turning at the crossroads of life. (...) To save money, when Giancarlo Santelli was little, his mum used to run the water in the bath and then they would all take turns to use it. First the father because he was the boss, then the mother, followed by the two children, who were little anyway and were not bothered that the water in the bathtub had pubic hair floating in it and grease marks around the edge of the water. The great thing you can say about being little is that you do not realise how badly off you are. You just live your life as it is. Carefree. 235 l’ARCA 73


Marco Piva

In alto, Foster and Partners, rendering dell’hotel 7 stelle di Serrenia, sulla costa del Mar Rosso in Egitto/top, rendering of the 7-stars hotel at Serrenia on the Red Sea Coast, Egypt.

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Sopra/above, Studio Marco Piva, UNA Hotel, Bologna.

O

E

verywhere on the planet has now been discovered. Sciences cancel out distances through just a few hours’ flight, a click on a mouse or a chat on Skype. The media broadcast fragments of various different cultures, there are photos of distant lands along our streets, food is now available from lands we have never visited. Bringing together geographically distant places inevitably results in rapid changes, sudden variations in ideas, contaminations linked with the various spaces and forms of living, the reciprocal absorbing of aesthetic and behavioural characteristics crossing every bracket of society. In truth, these forms of contamination and interference have always been part of the history of civilisation, but they have now extended to cover the entire planet thanks to the unstoppable process of “fusion” under way. And yet, despite the democratic nature of this phenomenon, one element above all is lacking: the magic associated with the theme of travel. Even when something is actually experienced in the first person, it loses intensity in terms of the visual and mental stimuli we receive. Everything seems already familiar and well documented. Having reached the places and destinations of our travels, nothing is surprising anymore, and the excitement of discovery is more subtle. Feeble. Once upon a time the emotional impact deriving from discovering new and different lands resulted in expressions charged with symbolic meaning. The destination “places” were full of surprises and astoundingly discoveries, so that travellers were astonished by everything new and extraordinary, the real reason for going on what were sometimes extremely risky journeys. Now that this kind of attraction has vanished, hotels try and draw in travellers by developing more intricate and elaborate forms of hospitality, using a more cross-the-board and provocative language than usual, both architecturally and in terms of interior design. Transparency, flexibility, innovative materials and the rituals through which guest services are devised and developed, turn into leitmotifs as the subliminal emotions that these projects manage to provide are added to or even replace the familiar marvels of a given location. No bounds are placed on the imagination. An Ice Hotel accommodates its guests between ice walls at the same temperature as the Arctic Circle; the Hilton Maldives Resort provides meals submerged in the marine depths amidst shoals of fish and the splendour of the coral reef. Anybody travelling with Singapore Airlines can stretch out on big double beds or keep fit by working out in a fully equipped gym. On board the Manned Cloud, a hotel-vessel which won the 2008 Design Observer prize, you travel at a speed of 140 km-an-hour while enjoying beauty treatments or eating alongside panoramic windows. What were once prisons and are now converted into five-star hotels allow guests to enjoy the inebriating experience of spending a night in a cell complete with prison guards. In a word, the imagination is now resetting the boundaries of architecture, turning the most unusual containers into striking locations. So you can end up sleeping in the trees, in marina capsules, in luxury caravans or even old lighthouses. The layout of space, shifts in meaning and scale, the transgressing of perceptual codes and all kinds of surprises, take travellers into a realm where, if not completely unfamiliar, things are still slightly different than usual. And this makes them magical and surprising again. Like any other change, even those affecting the elaborate world of hotel hospitality are slightly confusing and contradictory, but nevertheless a new way of envisaging hotels, holiday villages and cruise ships is gradually taking shape: these places no longer serve merely travel purposes, they are becoming the aim and purpose of the journey itself. And radical chic tourism is turning out to be increasingly infatuated by the charm and mystery that these new accommodation facilities are capable of displaying. The yearning for excitement is increasingly gratified, and real luxury now identifies more with experience than possession. To cater for this trend, hospitality spaces must, however, be able to create a sense of “place”, in line with what they are supposed to be depicting. In addition to this we have the complexity of technological innovation within the realms of hotel design culture, and the demand for all kinds of services and facilities from increasingly specific and varied target groups. Yet despite everything, hotels, as entities, need to communicate. Towards the outside with the urban fabric and its inhabitants, and also towards the inside with its guests and other interlocutors. To do this effectively, they must realise that attentive travellers in the global world, whether they are businessmen or just tourists, are well aware of the diversity of the places they visit on their journeys, showing they can appreciate powerful and distinctive experiences in line with the culture in which any given facility is incorporated. Within these new realms, the traveller and businessman are also looking to find the homely side of cosy spaces, which make them feel at home wherever there are, however far way and different the location; and they also expect to find all the necessary technological trimmings. Homeliness taken as functionality and safety, attention to detail in the furnishing and lighting to evoke what is almost a sense of being home from home in the warmth and simplicity of the services provided. The creation of new but incomprehensible spaces does not help make a stay more enjoyable, it just makes guests feel more uncomfortable. This means that amazement for amazement’s sake is pointless. A project must embrace an erudite project design for all the various premises, atmospheres and materials shaping spaces. Carefully targeted attention to travellers’ needs, their habits and behavioural patterns, is the focal point of research and design work, which translates into new spatial designs in intriguing and highly striking settings.

Marco Piva

BOUNDLESS IMAGINATION, MARVELS AND SUBLIMINAL EMOTIONS Massimo Lenzo

Alberto Ferrero

MERAVIGLIE E SUBLIMINALI EMOZIONI SENZA LIMITI DI FANTASIA

rmai non vi è più luogo sul pianeta che non sia stato scoperto. La scienza annulla le distanze con poche ore di volo, un colpo di mouse, una chiacchierata su Skype. I media trasmettono frammenti di culture diverse, la strada espone fotogrammi di terre lontane, in tavola giungono sapori di terre mai attraversate. Inevitabilmente, l’avvicinamento forzato di luoghi geograficamente lontani induce a trasformazioni repentine, cambi improvvisi di concezione, contaminazioni legate agli spazi e alle forme dell’abitare, con il mutuo assorbimento di caratteri estetici e comportamentali che attraversano tutte le condizioni sociali. In verità, queste forme di contaminazione e interferenza sono sempre state presenti nella storia delle civiltà, ma oggi si sono estese a livello planetario, generate dall’inarrestabile processo di “fusione” in atto. Eppure, nonostante la democraticità del fenomeno, un elemento sopra tutti viene a mancare: la magia legata al tema del viaggio. Quand’anche l’esperienza venga vissuta in prima persona, perde di intensità in funzione degli stimoli visivi e mentali cui siamo stati sottoposti. Tutto sembra già così noto, documentato. Giunti sui luoghi, mete del nostro viaggiare, non esiste quasi più sorpresa e l’emozione della scoperta si fa più sottile. Flebile. L’impatto emozionale originato dall’incontro con territori nuovi e diversi un tempo generava espressioni cariche di segno. I “luoghi” di destinazione erano densi di sorprese e meraviglie, tali da causare nel viaggiatore lo stupore dell’insolito e dello straordinario, vera ragione di un viaggio a volte anche estremamente rischioso. Ecco che, in mancanza di un’attrattiva predominante, oggi gli alberghi cercano di attrarre i viaggiatori sviluppando più complesse e articolate forme di ospitalità, attraverso un linguaggio trasversale e trasgressivo rispetto ai temi progettuali consolidati, sia a livello architettonico che a livello di interior design. La trasparenza, la flessibilità, i materiali innovativi, i rituali con i quali vengono concepiti e sviluppati i servizi per l’ospite, divengono motivi portanti perché alle meraviglie già note di un particolare contesto si aggiungano o sostituiscano le subliminali emozioni che questi progetti riescono a definire. Senza limiti di fantasia. L’Ice Hotel accoglie tra pareti di ghiaccio, a temperature da circolo polare artico; all’Hilton Maldives Resort si cena immersi nelle profondità marine, tra miriadi di pesci e lo splendore della barriera corallina. Chi vola con Singapore Airlines può distendersi su ampi letti matrimoniali o mantenere l’allenamento fisico grazie alla presenza di palestre attrezzate. A bordo del Manned Cloud, l’hotel-dirigibile vincitore del premio Design Observer 2008, si viaggia a una velocità di 140 km/h mentre ci si dedica a trattamenti benessere o si mangia accanto finestrini panoramici. Le ex carceri, poi, riconvertite in alberghi cinque stelle, assicurano l’ebbrezza di una notte in cella con tanto di secondini aguzzini. Insomma, le scenografie dell’estro vanno ridefinendo la propria architettura, eleggendo i contenitori più inusuali a location degne d’attenzione. Così si finisce col dormire sugli alberi, in capsule marine, in roulotte piene di comfort e dentro antichi fari. L’articolarsi degli spazi, gli spostamenti di senso e di scala, la trasgressione rispetto ai codici percettivi, le sorprese, conducono i viaggiatori in un territorio dove tutto torna ancora ad essere, se non completamente sconosciuto, quanto meno diverso e inconsueto. E quindi ancora magico e sorprendente. Come in tutte le trasformazioni anche quella che interessa il mondo complesso dell’hôtellerie contiene elementi di confusione e contraddizione, ma ciò nonostante si va configurando un nuovo modo di concepire l’hotel, il villaggio turistico, le navi da crociera: questi luoghi non sono più solo funzionali al viaggio, ma divengono meta e ragione del viaggio stesso. E il turismo radical chic si dimostra sempre più infatuato dal fascino e dal mistero che queste nuove strutture ricettive sono in grado di esibire. Il desiderio di emozioni si fa avido di gratificazioni, e il vero lusso si identifica più con l’esperienza che con il possesso. Per soddisfare questa tendenza, gli spazi destinati all’ospitalità devono però saper creare un senso di “luogo”, coerente con la realtà che vanno a rappresentare. A ciò si aggiunga la complessità dell’innovazione tecnologica all’interno della cultura progettuale alberghiera e le richieste di numerose prestazioni e servizi offerti da parte di target sempre più specifici e differenziati. Eppure nonostante tutto l’albergo, come entità, deve comunicare. Verso l’esterno col tessuto urbano e i suoi abitanti, verso l’interno con i clienti e i vari interlocutori. Per farlo con efficacia deve comprendere che nel mondo globale, il viaggiatore attento, sia esso businessman o semplice turista, è cosciente delle diversità dei luoghi che incontra sul suo cammino, dimostrando di apprezzare le esperienze contraddistinte da un carattere forte e distintivo, in linea con la cultura di cui la struttura è intrisa. All’interno di questo nuovo territorio il viaggiatore e l’uomo d’affari devono trovare, inoltre, una domesticità degli spazi più privata, che li faccia sentire comunque a casa, pur nella distanza, nella diversità e con un elevato comparto tecnologico a disposizione. Domesticità intesa come funzionalità e sicurezza, piccole attenzioni agli arredi e alle luci che evochino una condizione quasi domestica nel calore e nella semplicità del loro uso. La creazione di spazi nuovi ma incomprensibili non aiuta certo a sviluppare la qualità del soggiorno, ma induce l’ospite a una condizione di disagio. Dunque, lo stupore per lo stupore non ha senso. Il progetto deve abbracciare una matrice colta da riversare al concept progettuale e poi agli ambienti, alle atmosfere, ai materiali che modellano gli spazi. L’attenzione mirata alle esigenze dei viaggiatori, alle loro abitudini e comportamenti, costituisce il punto focale del lavoro di ricerca e di progettazione, che si traduce in nuove concezioni spaziali, in ambienti affascinanti e scenografici.

In alto/top, Beniamino Cristofani, Salvatore Re, Simone Micheli, San Ranieri Hotel, Pisa. Sopra/above, Lucchesedesign/Franc esco Lucchese, Hotel “Les Fleurs”, Sofia, Bulgaria.

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Foster and Partners Serrenia, Egitto Distesa su circa 3 milioni di metri quadrati lungo la costa del Mar Rosso, Serrenia (www.serrenia.com) gode per tutto l’anno di un clima secco e temperato. Il nuovo insediamento turistico comprenderà unità residenziali in diverse tipologie, tra cui “palazzi”, ville e appartamenti, un porto turistico in grado di accogliere alcuni degli yacht più grandi del mondo, un albergo da sette stelle lusso, terme, centro immersioni, un parco acquatico, un campo di golf a 18 buche e altre varie strutture per lo sport. Oltre a offrire residenze esclusive e uniche, Serrenia si propone come nuova meta per il turismo di lusso nel Mar Rosso. L’architettura, contemporanea e discreta, si inserisce armoniosamente nel paesaggio con gli esterni di palazzi, ville e appartamenti che riecheggiano le forme e i colori delle vicine dune desertiche. Il progetto prevede inoltre la possibilità per i clienti che acquisteranno le varie residenze di personalizzarne gli ambienti interni, scegliendo per esempio quante stanze da letto desiderano o quanto grande vogliono il salone principale.

I cinque “palazzi”, situati su lotti di 15.000 metri quadrati sono disposti su isole private che consentono il massimo della privatezza e del prestigio. Possono arrivare a ospitare fino a 600 ospiti e sono dotati di piscine private e di giardini lussureggianti con giochi d’acqua. L’albergo da sette stelle richiama nella forma le concrezioni coralline del fondale marino del Mar Rosso. L’edificio che ospita le terme è immerso in un giardino botanico che si apre da un lato verso il mare e sul retro verso le montagne. Il porto turistico si pone come uno dei luoghi centrali dell’insediamento e si presenta con una scenografica copertura a onda flottante che contribuisce al raffrescamento naturale dei suoi ambienti interni, in cui trovano spazio negozi dedicati alla nautica, ristoranti, un centro per lo sport e aree di incontro. La costruzione di Serrenia è stata avviata nel gennaio del 2007 e il completamento è previsto per il 2010.

Set over approximately 3 million square metres along the Red Sea coastline, Serrenia (www.serrenia.com) benefits from year round dry, temperate climate. The development will comprise residential units, which will include “palaces” as well as a range of villas and apartments, an international marina capable of taking some of the world’s largest yachts, a seven star luxury hotel, a world-class spa, a dive centre, an aqua park, an 18-hole championship golf course, and several other sporting facilities. As well as providing unique and exclusive residences, Serrenia will be a new destination for those who want to explore the Red Sea region in complete luxury. Inspired by the landscape, the architecture is modern and discreet. The exterior design of the palaces, villas and apartments echo the shape and range of colours found in the desert’s barchan dunes. The design ensures that clients can define their own space, for example villa and palace owners can choose how many bedrooms or how much living space they would like in their residence. The five “palaces”, which are situated on plots of 15,000 square

metres are located on their own private island and provide the ultimate in prestige living. They are defined by their ability to host receptions for as many as 600 guests. Each property has its own swimming pool, as well as lush tropical gardens with water features. The design of the 7-star hotel, with its unique coral-like shape, mirrors the extraordinary submarine world found in the Red Sea. The spa is set in lush botanical gardens, which open onto the ocean as well as to the mountains at the rear. Serrenia’s Marina Hub will be one of the focal points of the development - with an extraordinary wave-shaped floating roof and a vast airy, cool space below. It will accommodate carefully selected leading brand stores from around the world. It will also include restaurants, a sports centre and several other facilities and provide a social concourse for Serrenia. Construction of Serrenia began in January 2007 and is scheduled to be completed in 2010. Vista delle terme del nuovo insediamento turistico a Serrenia, lungo la costa del Mar Rosso in Egitto, che a conclusione dei lavori nel 2010 coprirà un’area di circa tre milioni di metri quadrati.

View of the spas of the new tourist harbour in Serrenia along the coast of the Red Sea in Egypt, which will cover an area of approximately 3 million square metres when the works are completed in 2010.

Credits Master planning and Architectural Design: Foster & Partners Engineering Services Design: Buro Happold Architects, Urban Planners and Project Managers: Bruges Tozer International Engineer of Records: Dar Al-Handasah Gold Course Design & Operation: European Golf Design Marina Design & Operation: Camper & Nicholsons Water Management Studies: WL | Delft Hydraulics Health Spa Design and Operation: ESPA Master Planning Consultants: Traxus Cost Consultants and Quantity Surveyors: WT Partnership Auditors: Ernst & Young Client: Vantage Holdings

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Planimetria generale.

Site plan.

Ciascuna delle 200 tra stanze e suite è caratterizzata da spaziosità, ampie viste sul mare e dotazioni di lusso.

Each of the 200 rooms and suites is extremely spacious with wide views across the sea and luxury fittings.

L’Hotel 7 stelle si ispira nella sua forma esterna alle formazioni coralline del Mar Rosso.

The outside design of this 7-star hotel is inspired by the coral formations in the Red Sea.

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La Marina offre 330 ormeggi adatti anche agli yacht più grandi. L’edificio ce. ntrale contiene negozi di lusso, ristoranti, impianti per lo sport, banche, ufficio postale, centro benessere, gli uffici amministrativi e servizi di emergenza. La sua struttura flottante e leggera si caratterizza per le forme curve e per la vetrata che spazia a 360° sul panorama esterno.

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The Marina has 330 landing/mooring points ideal for even the biggest yachts. The central building holds luxury shops, restaurants, sports facilities, banks, a post office, health centre, administration offices and emergency services. Its light, floating structure stands out for its curved forms and the glass front offering a 360° view towards the outside.

Varia l’offerta di appartamenti le cui diverse tipologie vanno dai 150 ai 520 mq. Sono tutti dotati di servizi di sicurezza 24h/24h e godono, grazie alle vetrature a tutta altezza, di ampie viste panoramiche verso il mare e verso il villaggio di Serrenia.

The various apartments range in size from 150-520 square metres. They all have a 24-hour security service and, thanks to the fullheight glass windows, enjoy wide panoramic views towards the sea and Serrenia village.

L’impianto termale offre tutte le possibili opzioni del settore, dalla sauna alla talassoterapia, dalle piscine alle aree per la meditazione, dai servizi nutrizionali personalizzati a programmi completi per il fitness, dalla fisioterapia all’aromaterapia.

The spa facility is fully equipped with everything from a sauna to water therapy facilities, swimming pools, relaxation areas, customised nutritional facilities and complete fitness programmes ranging from physiotherapy to aromatherapy.

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Sopra, le ville a schiera sono di circa 250 mq e hanno giardini di circa 325 mq con piscine. Per coloro che non vi risiedo tutto l’hanno è disponibile un siustema di controllo computerizzato remoto che consente di mantenerle operative,

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utilizzando un minimo di energia, anche quando si è lontani. Un sistema di filtraggio dell’acqua consente inoltre il riciclo dell’acqua e il suo utilizzo per l’irrigazione dei giardini. Sotto, ie ville private con tre o quattro

camere da letto hanno un’area di quasi 600 mq con giardini di 1.500 mq con piscina privata. Presentano zone giorno open space e ampie terrazze sia al piano terra che all’ultimo piano, con logge e patii.

Above, the detached villas measure approximately 250 square metres and have their own gardens (covering approximately 325 square metres) complete with swimming pools. But those people who

do not live there throughout the entire year, there is a computerised remotecontrol system which keeps them in operational, using as little energy as possible, even when they have not inhabited.

A water filtering system allows water to be recycled, and it can also be used for watering the gardens. Below, the private villas with three or four bedrooms cover an area of almost 600 square metres and have gardens covering

1500 square metres complete with a private swimming pool. They have open space lounge areas and spacious terraces on both the ground and top floors, complete with loggias and patios.

E’ prevista la realizzazione di cinque Palazzi, ciascuno collocato su un’isola privata. La superficie di ciascun Palazzo è di 3.780 mq immersa in un’area a giardino di 15.000 mq. Sono caratterizzati da

linee fluide e morbide e con vetrate a tutta altezza fino a 10 m offrono viste che spaziano su tutta Serrenia e sul Mar Rosso.

There are plans to construct five buildings, each set on

a private island. Each building will cover an area of 3780 square metres landscaped in gardens measuring 15,000 square metres. They are designed with smoothly flowing, soft lines and full-height glass

windows up to a height of 10 m offering views stretching right across the whole of Serrenia and the Red Sea.

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Studio Marco Piva UNA Hotel, Bologna L’edificio dell’UNA Hotel di Bologna è in una posizione strategica, si affaccia, infatti, su Viale Pietramellara, antistante alla Stazione Ferroviaria di Bologna, importante snodo di traffico legato al turismo e al business del settore fieristico. L’intervento di ristrutturazione globale della struttura edilizia degli anni Sessanta, originariamente destinata a uffici, senza particolari caratteristiche di pregio architettonico, ha portato al solo mantenimento del volume e di parte della struttura, con una piena trasformazione dello stabile, collegato, inoltre, agli edifici adiacenti attraverso un sistema di porticati a doppia altezza, che contribuiscono a una configurazione monumentale dello spazio urbano. Caratteristica principale del progetto è stata la definizione di un edificio interfacciato in modo attivo con la città, grazie a un volume edilizio aperto che dialoga in modo attivo con l’intorno urbano. La facciata, per esempio, è organizzata come un grande scenario dinamico aperto sulla città. Per la sua realizzazione si è lavorato sul tema della luce e delle trasparenze. Il portico ha una pavimentazione illuminata con fibre ottiche e un soffitto dotato di un sistema di proiezioni luminose sul pavimento a segnalare il collegamento con gli edifici adiacenti. La superficie opaca della facciata è costituita da una “pelle” metallica trattata con una particolare acidatura che ne muove la texture . All’interno di questo rivestimento sono ricavate le aperture delle finestre. Nello spazio compreso tra la pannellatura interna, che sostituisce la tradizionale tenda oscurante, e la vetrata, è ubicato un sistema di luci, gestito da un computer centralizzato, che crea effetti luminosi variando l’intensità e il colore della luce. Il gioco delle trasparenze è, invece, gestito dall’uso del vetro che consente a livello di piano terra e di mezzanino, antistante il portico, il dialogo tra albergo e città. All’interno, la grande hall si estende per tutta la profondità dell���edificio e dà accesso alla zona ristorante e caffetteria, collegata anch’essa verso l’esterno, in modo che questi servizi abbiano una fruizione aperta anche a ospiti esterni all’hotel. Le camere, disegnate in un’ottica di ottimizzazione degli spazi e di funzionalità d’uso, hanno tagli diversi. Essendo l’albergo orientato decisamente verso l’area business, ogni camera è una sorta di “ business lounge” dotata di una serie di sistemi di accesso a tutte le fonti di informazione sia satellitare che di rete. A livello formale le camere hanno un disegno lineare, enfatizzato dagli effetti delle texture dei materiali usati. Il sistema di controllo dell’edificio è avanzatissimo e tutto l’edificio è cablato e fa riferimento a una “regia” centrale che lo controlla continuamente. La tecnologia è fortemente presente ma non invasiva, l’edificio, infatti, pur avendo una caratteristica di taglio tecnico mantiene gli aspetti di confort visivo e di eleganza formale.

The UNA Hotel building in Bologna is strategically positioned along Viale Pietramellara, just opposite Bologna Railway Station, an important traffic junction linked with tourism and business in the trade fair industry. The overall renovation project on this 1970s’ building designed to hold officers, which has no really distinctive architectural features, resulted in the basic volume and part of the structure being left alone, while the premises themselves were totally transformed, which, incidentally, is connected to neighbouring buildings by a system of double-height porticos which help create a monumental configuration of urban space. The project's main feature was the creation of a building actively interfaced with the city, thanks to an open building structure which interacts with its urban surroundings. The facade, for example, is designed like a big dynamic scenario opening up to the city. Lighting and transparencies were the main theme informing its design. The floor of the portico is lit up by optic fibres and there is a ceiling fitted with a system of spotlights shining on the floor to mark its link with neighbouring buildings. The opaque surface of the facade is formed out of a metal “skin”, specially treated with an acid substance to enliven its texture. Window apertures have been constructed in the skin itself. There is also a system of lights placed in the space between the inside panelling, which replaces conventional curtains, and the glass window. This lighting system is run by a central computer, which creates lighting effects by varying the intensity and colour of the light. The interplay of transparencies is, on the other hand, controlled by the use of glass, which allows the hotel to interact with the city at ground floor and mezzanine level in front of the portico. Inside, the main hall extends right to the back of the building and leads through to the restaurant and cafeteria area, which is also connected to the outside, so that these services can also be used by people who are not staying at the hotel. The rooms, designed with a view to optimising their spaces and functions, are all different shapes and sizes. Since the hotel clearly faces towards the business area, each room is a sort of “business lounge”, furbished with a series of systems providing access to all information sources, both via satellite and through the Web. Formally speaking, the rooms feature a linear design, emphasised by the textures of the materials used. The building has a cutting-edge control system and is entirely cabled, so that it can be centrally controlled on a constant basis. Technology is clearly to the fore but not intrusive, so that despite being of a distinctly technical nature the building is still visually comfortable and stylistically elegant.

Credits Architectonic Project and Interior Design: Studio Marco Piva Structures: Giovanni Palchetti General Coordination and Works Management: UNA Hotels & Resorts – Studio Gagliardi Main Contractor: Baldazzini e Tognozzi Climatisation, Soundproofing and Electrical Plants: Beta Progetti, Cefla s.c.r.l. Lifts: Schindler Bath Claddings and Accessories: Baldassini Tognozzi Porte e infissi: Silente s.a.s di Priarollo Adriano & c. Furniture and Complements: B&B Italia Divisione Contract Curtains: Silent Gliss Ventilated Facade and External Frameworks: Aghito Moquette: EGE Lighting: Targetti Common Spaces, 6th and 7th Floors: Baldassini Tognozzi (realization) Sanitary Ware: Ideal Standard Taps: Zucchetti (serie Easy) Client: UNA Hotels & Resorts

Ground floor plan. Next page, the entrance to Una Hotel in Bologna and views of the communal parks, where extensive use of glass, but on the ground floor and mezzanine, allows interaction between the hotel and city.

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Alberto Ferrero

Pianta del piano terra. Nella pagina a fianco, l’ingresso dell’Una Hotel di Bologna e viste delle parti comuni, in cui l’ampio uso del vetro, sia a piano terra sia al piano mezzanino, consente il dialogo tra l’albergo e la città.

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Sopra, il ristorante che, tra sala interna e area dehors, ha una superficie di 350 mq. Le pareti del ristorante sono rivestite con pannelli su cui sono riportate parti di narrazioni di viaggio, che nel concept progettuale simboleggiano il rapporto tra scrittura e viaggio. A sinistra, il banco bar si sviluppa per 8,5 m come parte di una ellissi ed è realizzato in legno mdf laccato, color acciaio scotch brite con finitura iridescente; il top è di vetro retrocolorato doppiato con una lastra di policarbonato, illuminata da fibre ottiche che ne sottolineano la forma. Nella pagina a fianco, vista del corridoio ellittico che contorna il nucleo centrale del piano terra con i servizi bar, back office, deposito bagagli.

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Above, the restaurant which, between the inside wall and outside area, covers an area of 350 square metres. The restaurant walls or covered with panels decorated with quotes from travel stories, which symbolise relations between writing and travel within the overall design concept. Left, the bar counter extends for 8.5 m as part of an ellipse and is made of steelcoloured scotch brite lacquered wood with an iridescent finish; the top is made of rear-coloured glass doubled with a sheet of polycarbonate and is lit up by optical fibres to emphasise its form. Next page, you have the elliptical corridor which runs around the central ground floor area with bar services, a backoffice and luggage deposit.

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Pianta di un piano tipo e, sotto, pianta di una camera tipo e scorcio del corridoio.

Plan of a standard floor and, below, plan of a standard room and partial view of the corridor.

Le 99 camere, di tagli diversi, sono disegnate in nell’ottica dell’ottimizzazione degli spazi e della funzionalità d’uso e presentano un design lineare che enfatizza le texture dei materiali usati. Ciascuna è dotata di una serie di sistemi di accesso alle fonti di informazione sia satellitare che di rete, trasformandosi così in una sorta di “business lounge ”.

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The 99 rooms, all different shapes and sizes, are designed with a view to optimising the spaces and how they are used. They have a linear design which emphasises the textures of the materials used. Each room is fitted with a series of systems providing access to both satellite and network information sources, thereby transforming into a sort of “business lounge”.

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Beniamino Cristofani, Salvatore Re, Simone Micheli San Ranieri Hotel, Pisa Fruttuosa collaborazione di tre architetti italiani che dichiarano attraverso la realizzazione di questo progetto il proprio intento di definire la “nuova” contemporanea tridimensionalità dell’hotel, immaginato come oasi per il relax del nomade viaggiatore metropolitano. Superfici lineari, colori evanescenti, avvolgenti trasparenze e materiali ricercati rendono Pisa il luogo ideale per dare inizio al nuovo sogno che si concretizza attraverso la creazione di questo “manifesto metropolitano” di progettazione, format per un nuovo concetto di ospitalità: un racconto sensoriale in grado di stimolare i sensi dell’umano visitatore, coinvolgendolo in un rapporto spaziale unico e significativo. Affascinanti volumetrie aggettanti, decisi tagli prospettici e piani non finiti che si aprono verso l’esterno di prati e tetti verdi definiscono l’audace architettura di questa nuova fabbrica, caratterizzata da una “doppia pelle” che filtra l’interno e lo climatizza con l’energia generata della “blue wall”, sottolineando la ricerca di trasparenza, di integrazione e di complicità con l’ambiente e con l’uomo. L’edificio, colorato esternamente di un intenso blu mare e quasi completamente rivestito da un’eterea cortina di vetro trasparente/traslucido, si anima con la luce solare, manifestandosi apertamente nella sua integrità durante il giorno e trasformandosi con cangianti e impalpabili sfumature di tono e di colore durante la sera, grazie all’intelligente regia illuminotecnica e ai giochi dei tubi fluorescenti che segnano e riflettono mutevolezze, complessità e sensazioni. Entrando il visitatore viene accolto da una atmosfera carica di significati e di emozioni, grazie a candide superfici e affascinanti volumetrie, alternate a penetranti sferzate cromatiche. Al piano terra la hall, il ristorante e l’american bar si contendono spazi comuni. Il ristorante e la hall presentano grande dinamismo, con un arredo totalmente bianco, teli bianchi velati che scendono dal soffitto e che permettono di ridisegnare continuamente lo spazio e una sinuosa parete in gesso verniciato bianco lucido a separare le funzioni tecniche da quelle comuni. Il soffitto di vetro color latte esalta i cangianti giochi di colore delle luci rgb posizionate al suo interno, e il pavimento in cemento industriale riporta a una dimensione di solida stabilità. Una scala in acciaio e vetro e due ascensori trasparenti introducono in un lungo corridoio completamente dominato dal nero ma arricchito dai laminati con stampa digitale di immagini fotografiche di artisti pisani. Le camere standard, dominate dalla matericità della pavimentazione e del soffitto in cemento grigio chiaro, sono caratterizzate da mobili in legno verniciati color nero e da specchi parietali che divengono i principali punti luce dello spazio. Le suite giocano sul contrasto bianco e nero: pareti, soffitto e pavimento sono verniciati di nero lucido, valorizzati dai mobili verniciati di bianco lucido e dalle superfici specchianti che segnano e illuminano lo spazio. Il colore è il tema anche dei bagni policromi delle camere. Completa questo intervento la saletta riunioni, rigorosa e funzionale, e lo sky auditorium con pavimento in teak e soffitto lucido in membrana plastica.

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This is a successful collaboration between three Italian architects, whose project expresses their intent to design a “new” modern day three-dimensional hotel, envisaged as being a haven where nomadic metropolitan travellers can relax. Linear surfaces, evanescent colours, enveloping transparencies and fancy materials make Pisa the ideal place to start a new dream, which will take shape through the creation of this metropolitan “manifesto” of design, a format for a new concept of hospitality: a sensorial narrative capable of stimulating people's senses, drawing them into unique and highly poignant spatial relations. The striking overhanging structures, decisive perspective cuts and unfinished planes opening up towards the outside setting of lawns and green roofs are the daring architectural features of this new building, whose most distinctive trait is a “double skin” filtering the interior and climatising it through energy generated by the “blue wall”; focusing on a quest for transparency, integration and complicity with the surrounding environment and people. The building, which is a deep sea blue colour on the outside and almost completely covered by a transparent/translucent glass curtain wall, is enlivened by sunlight, showing itself off during the daytime and transforming through shimmering and intangible nuances of shade and colour in the evening, thanks to clever lighting mechanisms and reflections of fluorescent tubes, which project and reflect a range of changing sensations and intricate effects. As guests enter the building, they are enveloped in an atmosphere charged with meaning and emotion, thanks to the clear surfaces and striking structures alternating with penetrating chromatic lashes. The hall, restaurant and American bar share the communal spaces on the ground floor. The restaurant and hall are extremely dynamic, furnished entirely in white with white veiled sheets descending from the ceiling to constantly redesign the space and there is also a winding plaster wall painted shiny white to keep the technical functions separate. The milky-coloured ceiling enhances the twinkling interplay of colour from the “rgb” lights on the inside, and the industrial concrete floor creates a sense of sturdy stability. A steel and glass staircase and two transparent lifts lead to a long corridor in which the colour black dominates, but which is also enhanced by laminates featuring digital prints of photographs of artists from Pisa. The standard rooms, dominated by the material substance of the clear grey concrete floor and ceiling, feature wooden furniture painted black and wall mirrors which act as the main spotlights. The suites play on the contrast between black and white: the walls: the walls, ceiling and floor are painted shiny black, further enhanced by the furniture which is painted shiny white and the reflective surfaces marking and lighting up the space. Colour is the basic theme in the multicoloured bathrooms, too. The project is completed by a carefully designed and highly functional meeting room and the sky auditorium with its teak floor and shiny ceiling made of a plastic membrane.

Credits Architectonic Project: Beniamino Cristofani, Salvatore Re Interior Design: Simone Micheli Contractors: C.L.C.-Cooperativa Lavoratori delle Costruzioni soc.coop. (building works), Idrotermicacondizionam ento ITC (mechanical and air-conditioning plants), Due Emme (electrical and special plants), Eurocomponents (prefab baths), CM Costruzioni e Montaggi (stell structures), Metaltek (stainless steel structures and cladding), Fratelli Pietrelli (doors with digital print), Atir and Altus (plasterboard and glass false ceilings), Rober Glass (blue wall glasses), Vetreria Guidi (glass railings), Toncelli Vetri (glasses on the stairs), T&G Tecnologia e Giardinaggio (hanging gardens), Ceccotti IHD – (rooms furniture and fix furniture), Zumtobel Illuminazione (avangarde lightings), Fornasari Sedie Friuli (seating), Marini Pandolfi Studio Luce (lighting appliances supplier), Centro Tendaggi and Mottura (mattresses, bedcovers, motorized curtains), C.F.A. srl di Cei Carlo and Electrolux Professional (kitchen equipment), Schonhouber Franchi (home furniture), Adrenalina (hall sofas) Owner: San Biagio s.r.l. dei Fratelli Barigliano

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Jurgen Eheim

Massimo Lenzo

Nelle pagine precedenti, piante del piano terra e del primo piano e dall’alto prospetti sud-est, sud-ovest e nord-est del San Ranieri Hotel di Pisa, 90 camere con un ristorante di 200 coperti, bar, sale riunioni, uno sky auditorium di 150 posti, terrazze e un parcheggio sotterraneo oltre

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1.000 mq. A sinistra le varianti cromatiche che trasformano la cortina in vetro trasparente traslucido in facciata durante la notte grazie a un sistema di tubi fluorescenti con effetti cangianti. Sopra e a destra, la hall, lo spazio bar ristorante a piano terreno e lo sky auditorium.

Previous pages, plans of the ground floor and first floor and, from the top, southeast, south-west and north-east elevations of San Ranieri Hotel in Pisa. The hotel has 90 rooms, a 200-seat restaurant, bar, meeting rooms, a 150-seat sky auditorium, terraces and an over 1000square-metre

underground car park. Left, various colours transform the trasparent/translucen t glass facade at night thanks to fluorescent tubes. Above and right, the hall, bar area and restaurant at ground floor, and the sky auditorium.

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Nella pagina a fianco, le camere standard giocate sulla matericitĂ  della pavimentazione e del soffitto in cemento grigio che contrastano coi mobili verniciati in nero. A fianco, una suite in cui il nero delle pareti, soffitto e pavimento sono esaltati dai mobili verniciati di bianco lucido e dalle superfici specchianti.

Opposite page, standard rooms playing on the material nature of the floors and ceiling made of grey concrete, which contrast with the furniture which is painted black. Opposite, a suit in which the black of the walls, ceiling and floor is enhanced by the furniture, painted shiny white, and the reflective surfaces.

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Lucchesedesign Hotel “Les Fleurs”, Sofia Il nuovo Hotel “Les Fleurs” nasce da un intervento di trasformazione di destinazione d’uso del “Alexander Building”, uno dei primi edifici moderni sorti nel centro storico di Sofia, sede di attività commerciali e terziarie distribuite nei suoi 8 piani fuoriterra e 2 interrati. L’aspetto freddo e tecnico dell’edificio esistente, dovuto in facciata all’uso esclusivamente dell’alluminio e del vetro, non si prestava più alla nuove funzioni di luogo di ricezione e di accoglienza. A fronte di questa nuova esigenza d’immagine, obiettivo dichiarato di partenza è stato quello di applicare una nuovo “vestito” alla struttura alberghiera, una nuova “pelle” in grado di raccontare già da subito il rinnovato ruolo dell’edificio e la sua vita interna. Il concetto di “floreale”, nella storia dell’arte e dell’architettura legato tradizionalmente al periodo dell’Art Nouveau, viene rivissuto e reinterpretato nella nuova idea di progetto con la volontà di conferire alla struttura un aspetto “naturale”, “fluido”, “dinamico”, “colorato” in opposizione all’impianto “freddo” e “sterile” precedente. In questo senso è stato creato il nome e il logo del nuovo hotel “Les Fleurs”. Il tema del mondo floreale si estende anche nella definizione fisica e cromatica degli spazi costruiti: a ogni stanza corrisponde un tema floreale, ne consegue che ognuna è diversa dalle altre per dimensioni, morfologia, materiali, colori. Sin dal principio, il concept è stato applicato a tutto l’involucro esterno dell’edificio, grazie all’uso di una speciale pellicola in grado di filtrare la luce naturale e artificiale e di reagire con essa per ottenere sicuri effetti scenografici. Il progetto d’illuminotecnica delle facciate esterne completa la scenografia dell’involucro esterno anche nelle ore notturne. Les Fleurs non vuole essere un hotel tradizionale, bensì un “luogo di design”, totalmente pensato e realizzato per essere unico nel suo genere attraverso il disegno ad hoc di tutti gli arredi e di tutti gli elementi complementari alle strutture murarie interne, l’uso innovativo ed equilibrato di materiali tradizionali legati all’edilizia e di nuovi materiali legati al mondo del design. Nella realizzazione dell’opera sono state infatti coinvolte diverse aziende italiane con la ferma volontà di far convivere materiali e prodotti di diversa specie e natura e d’alta qualità estetica e funzionale.

The new “Les Fleurs” Hotel is the result of a project to change the functional purpose of “Alexander Building”, one of the first modern buildings to be built in Sofia city centre, which accommodates retail and services facilities over its 8 stories above ground level and 2 underground levels. The cold, technical-looking appearance of the old building, due to the use of just aluminium and glass for the facades, was no longer appropriate for its new reception-hospitality purposes. Faced with this new image-related requirement, the goal stated from the very start was to “re-cloth” the hotel facility in a new skin capable of instantly embodying the building’s role and life going on inside it. The concept of being “floral”, traditionally linked with the Art Nouveau period in the history of architecture and art, is revived and reinterpreted in the idea of a project in a deliberate attmept to make the structure look “natural”, “fluid”, “dynamic” and “coloured” in contrast with the previous “cold” and “sterile” layout. The name and logo of the new hotel were created with this in mind: “Les Fleurs”. The floral theme also extends to the physical and chromatic design of the built spaces: there is a different floral pattern for each room, meaning that they are all different from each other in terms of size, morphology, materials and colours. Right from the very start, the concept was applied to the entire building shell, thanks to the use of a special film capable of filtering natural and artificial light and reacting to them to create truly striking effects. The lighting design for the outside facades completes the overall outside shell design, also making it stand out at night-time. Le Fleurs is not supposed to be a conventional hotel but rather a “design place”, created and constructed to be absolutely unique of its kind through the custom-designed furniture and complementary features for the outside wall structures, the innovative and balanced use of conventional materials associated with building and new materials associated with the world of design. Various Italian firms were involved in the construction process, in a deliberate attempt to bring together materials and products of quite different types and styles, all of the highest aesthetic and functional quality

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Credits Project: Lucchesedesign/France sco Lucchese Mosaics: Trend Blown Glass Suspension Lamps: Venini (design: Lucchesedesign) Upholstery Furniture: Molteni (design: Lucchesedesign) Resins and Surface Finishing: Mapei Rooms Parquet: Stile Textiles: Rubelli Shower Cabins, Wash-Basins, Sanitary Ware: Bmood, Hatria “Happy Hour” and You&Me” series (design: Lucchesedesign) Door-handles: Colombo Design “Blazer” (design: Lucchesedesign) Bath Accessories: Colombo Design “Yoga” (design: Lucchesedesign) Taps: A+Design “Smooth” and “Stream” series (design: Lucchesedesign) Spotlights: Fabbian “Venere” series (design: Francesco Lucchese) Facades Cladding Films: 3M Golden Aluminium Steps: Alulife Steel Vases: De Castelli (design: Lucchesedesign)

Nella pagina a fianco, particolari della scala a mosaico con motivo floreale che caratterizza la hall dell’Hotel Les Fleurs di Sofia. In alto, viste del ristorante; sopra, uno dei corridoi cratterizzati da pareti in cartongesso curvilinee e inclinate e la camera “girasole”. Ogni camera è caratterizzata da un diverso tema floreale

ed è diversa dalle altre per dimensioni, morfologia, materiali, colori. A sinistra, la hall di ingresso, con il grande lampadario in vetro soffiato di Murano.

Opposite page, details of the floral mosaic main stairs, characterizing the hal of Hotel Les Fleurs in Sofia. Top, views of the restaurant; above, a

corridor with curving and inclined plasterboard walls, and the “sunflower” room. Each bedroom has a different floral pattern, meaning that they are all different from each other in terms of size, morphology, materials and colours. Left, the entrance hall with the great suspension lamp made of Murano blown glass.

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Rubriche e articoli sul mondo della progettazione, della produzione e della ricerca. Design, production and research.

Una struttura aperta all’innovazione In Lecco

Stratificazione di significati In Birnbeck Island

Progetto: Arturo Montanelli – Studio ar.de.a.

Progetto: Antonino Cardillo

Campus Point è un nuovo spazio del Polo Regionale di Lecco del Politecnico di Milano: un centro di ricerca prototipale, in grado di anticipare i contenuti scientifici, tecnologici e di ricerca, che costituiscono la base per le attività del futuro Campus del Politecnico di Milano a Lecco. L’idea nasce dalla volontà di creare spazi nuovi, sfruttabili da subito, in una struttura architettonica temporanea, pensata ad hoc per lo scopo, dal forte contenuto innovativo, sperimentale e tecnologico. Un contenitore strutturale per la ricerca, che nasce e si sviluppa attraverso la ricerca stessa; uno spazio aperto alla città. Nel Campus Point sono ospitati 5 nuovi laboratori per la ricerca scientifica e 3 centri di competenza (laboratori non strumentali che offrono consulenza, mettendo a disposizione professionalità e conoscenze tematiche specifiche) selezionati attraverso un bando interno al Politecnico aperto a tutti i Dipartimenti. Nuovi spazi e uffici sono dedicati ai progetti di ricerca strategica già attivi presso il Polo di Lecco: PROMETEO (Protezione Pubblica: Metododologie e Tecnologie Operative) e TECNOPOLIS (Tecnologie a Supporto della Disabilità); la struttura ospita anche 3 nuove società Spin Off del Politecnico, nate all’interno della struttura universitaria e basate sui risultati della ricerca dell'Ateneo. L’interazione tra Campus Point, Politecnico e territorio è supportata dalla creazione di nuovi servizi che presiedono alle attività di comunicazione e informazione, di valorizzazione della ricerca (Trasferimento Tecnologico) e di collaborazione continua tra le strutture dell’Ateneo e le realtà locali (Ambasciata Territoriale).

Considerata, almeno nelle intenzioni, un fenomeno duraturo, l’architettura “tollera” lo svago. Lo svago è effimero, mutevole, e un edificio che tenti di fissare la forma di uno spazio nel tempo è destinato quasi sempre a fallire. E’ dunque possibile un’architettura dello svago? Probabilmente no, poiché è difficile superare il proprio tempo senza incorporare un contenuto subliminale così forte da diventare significativo in se stesso, capace quindi di trascendere la funzione per la quale l’architettura è nata, trasformando quella stessa funzione in un pretesto. Lo svago, certamente, influenza le azioni e i pensieri. E’ una forma di controllo sociale. Un’architettura responsabile può ignorare questi ardui presupposti solo con difficoltà. Il complesso architettonico Weston-Super-Mare di Birnbeck Island (Somerset UK) nasce da una serie di moli ed edifici pre-esistenti che si sviluppano in un sistema di percorsi. Come un grande vascello, una forma curva abbraccia i diversi elementi della composizione, sostituendo una vecchia piattaforma di cemento con il nuovo edificio di base. Costruito cinque metri sotto il livello del molo principale, questo è accessibile da una rampa vicina all’ingresso principale di Birnbeck Island. La sequenza di spazi flessibili collega tutti gli edifici dell’isola dal di sotto. Il disegno del vascello fa da contrappunto a tutti i nuovi edifici alti, orientati strategicamente in pianta lungo il doppio sistema di riferimento ortogonale già esistente. Due materiali diversi dividono le superfici di questi edifici: in basso, il cemento, e sulla cima tavolato di legno. Il metodo per occupare i vuoti sintetizza diverse tipologie architettoniche (a torre, lineare, aggettante, porta di accesso). In ciascuna delle ristrette fronti, sulla parte alta, una grande finestra inquadra la vista del mare, creando un panorama che ricorda una moltitudine di fari. Inoltre, questi volumi primari sono scanditi da vari segni non convenzionali che comunicano verso l’esterno le diverse situazioni spaziali dell’interno, secondo una poesia “urbana” che rende il complesso una stratificazione di significati. Ciascun episodio, tuttavia, sembra trasfigurato e il suo essere nel complesso lo rende qualcosa di altro, facendogli così acquisire nuovi significati. Ogni parte riecheggia in un’altra, determinando una realtà stratificata, come in un antico villaggio in cui la vita e il tempo hanno lasciato le loro tracce sul terreno.

Campus Point is a new space at the Regional Center of Lecco that is part of the Milan Polytechnic. As a prototypical research center, it is already a forerunner of the scientific, technological and research content that constitutes the foundation of the Milan Polytechnic’s future Campus in Lecco. The idea arose due to the need to create new, immediately available space in a purposelybuilt temporary structure that is highly innovative, experimental, and technological. It is a structural container for research that comes from and develops through research itself; a space that is open to the city. Campus Point hosts 5 new labs for scientific research and 3 competence centers (non-instrumental labs that offer guidance through professoinal advice and knowledge of specific subjects) that are selected through an internal competition open to all the Departments at the Polytechnic. New areas and offices are devoted to the strategic research projects that were already open at the Lecco center: PROMETEO (Public Protection: Operational and Technological Methodologies) and TECNOPOLIS (Technologies Aiding Disabilities); the building also hosts 3 of the Polytechnic’s new spin-off companies that were born within the university and are based on the results of its research. The interaction between the Campus Point, Polytechnic, and the territory is supported by the creation of new services that control communication and information activities, Research & Development (Technological Transfer) and continuous cooperation between the university’s structures and local realities (Territorial Message).

98 l’ARCA 235

Having to be at least in intention a lasting phenomenon, architecture “puts up with” entertainment. Entertainment is ephemeral, mutable, and a building that tries to fix the shape of a space in time is destined almost always to fail. Is an architecture of amusement possible then? Probably not, because it is difficult to surpass its own time without incorporating such a strong subliminal content for it to become significant in itself, able then to transcend the function for which such architecture was born, transforming the same function into a pretext. Entertainment certainly influences actions and thoughts. It is a form of social control. A responsible architecture can ignore these difficult presuppositions only with difficulty. The Weston-Super-Mare architectonic complex, in Birnbeck Island (Somerset, UK) is born out of the preexisting piers and buildings developing into a system of pathways. Like a big naval vessel, a curved shape embraces all the diverse elements of the composition, substituting an old concrete platform with the new basement building. Constructed five metres beneath the main pier, it is accessible from a ramp near the main gate of Birnbeck Island.

Its sequence of flexible spaces links all the buildings on the island from below. The vessel design counterpoints the new tall buildings, in plan strategically oriented following the double orthogonal reference system created through pre-existing signs. Two different materials divide these building surfaces: warm concrete at the bottom and planking at the top. The method of occupying the void synthesizes diverse traditional architectural layouts (tower, linear, cantilever and city gate). In each of their narrow frontages, at the top, a big window marks the seascape creating a panorama like multitude of lighthouses. Moreover, these primary volumes are written through several unconventional signs that communicate to the outside the different spatial situation of the interiors, according to an “urban” poetry that makes a complex stratification of meaning. Each episode, however, appears transfigured and its being in the complex renders it something else, acquiring for it new meanings. Each part resonates in another constructing a stratified reality, as in an ancient village where life and time leave tracks on the ground.

235 l’ARCA 99


Polo Tecnologico e per l’Innovazione In Bolzano

Design a portata di mano Armored Doors

Progetto: Chapman Taylor, Claudio Lucchin, Mauro dell’Orco, Andrea Cattacin

Grandi novità da Gardesa, azienda situata a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, specializzata in porte blindate e avvolgibili di sicurezza. “Futura”, porta blindata che si apre con il tocco della mano, la prima porta elettronica automatica con tecnologia EASY (Electronic Access System). “Asola” e “Theta”, due porte blindate proposte in una ricca gamma di rivestimenti esterni in sintonia con le ultime tendenze di design contemporaneo e potenziate nelle caratteristiche strutturali e funzionali. “Cavò Techno” è una delle ultime rivoluzioni ideate dalla divisione Sicurezza attiva in Gardesa e nate dal forte convincimento sulle potenzialità dell’elettronica cosiddetta user friendly, ovvero di facile utilizzo per qualsiasi utente. “Cavò Techno” è inoltre programmabile. La scheda elettronica interna che governa il sistema di apertura può memorizzare fino a 500 chiavi diverse e può diversificarle: è possibile, per esempio, autorizzare il personale di servizio a entrare solamente in orari prestabiliti e attivare o disattivare l’accesso secondo le proprie esigenze.

E’ stato presentato a Bolzano, lo scorso 29 gennaio, il progetto vincitore del concorso internazionale di progettazione architettonica e urbanistica bandito dalla Provincia Autonoma di Bolzano per la riqualificazione delle ex aree industriali Alumix e Magnesio che ospiteranno il nuovo Polo Tecnologico e per l’Innovazione. Il concorso è stato vinto dal progetto del gruppo composto dallo studio Chapman Taylor, Claudio Lucchin, Mauro dell’Orco e Andrea Cattacin. Il concorso richiedeva, in particolare, la redazione di una proposta di edificazione per gli edifici esistenti nell’ex area industriale Alumix, di un progetto preliminare per l’edificazione nell’ex area industriale Magnesio e, infine, di un progetto preliminare per la ristrutturazione e l’adeguamento funzionale degli edifici tutelati esistenti all’interno dell’area ex Alumix. Le superfici dell’area Ex Alumix verranno messe a disposizione per graduale insediamento di imprese e di istituti di ricerca pubblici e privati mentre quelle dell’area Ex Magnesio saranno riservate a imprese di alto livello tecnologico. La zona ricreativa, con il centro servizi, le sue strutture e le aree esterne, dovrà essere un importante punto di incontro a servizio dell’intera area urbana. L’idea per la realizzazione del progetto vincitore è nata proprio dal ciclo produttivo, materialmente rappresentato dalle fabbriche esistenti nell’area Ex Alumix: sulle basi dell’edifico contenente i forni, si sviluppa ora il corpo dell’Istituto per le Tecnologie Innovative, che appare quasi come il Monolito Nero rappresentato da Kubrick in 2001: Odissea nello spazio ma, mentre quest’ultimo segna il percorso verso un nuovo mattino del superuomo, il Polo così ideato si fa “vascello”, per aprire la fabbrica, con la sua forma originaria in mattoni, verso le zone centrali della città. Formalmente l’edificio appare puro e lineare: un parallelepipedo nero tagliato all’estremità per lanciarsi verso l’alto. La struttura si apre alla luce nelle corti interne, completamente vetrate. A livello funzionale, la poppa dell’arca accoglie gli spazi riservati ad aziende ed enti di ricerca. La prua, elevata su esili pilastri inclinati, ospita più specificatamente l’Istituto per le Tecnologie Innovative che si raccoglie intorno a un grande atrio attraversato dalla figura della torre piezometrica, che diventerà centro di energia alternativa, e circonda un giardino, per portare il verde all’interno degli ambienti di lavoro. Fulcro dell’intero complesso Ex Alumix è la piazza interrata, la cui scalinata d’accesso segue l’inclinazione della prua del vascello. Da qui si estendono i collegamenti verticali con la struttura sospesa e quelli orizzontali con l’area del Centro Tecnologico, attraverso il ristorante affacciato sul teatro all’aperto, e la zona creativa. Il Centro Tecnologico, riserva i primi due piani a uffici, laboratori e officine, le cui suddivisioni interne seguono le linee segnate dall'intelaiatura preesistente. La Zona creativa accoglie il visitatore con una sala espositiva che, posizionata nel seminterrato fitto di colonne, bene si adopera a contenere un’arte che nasce da culture underground. Nell’area ex Magnesio, l’edificio emerge come un grande Magnete dell’Innovazione, il complesso per uffici, sospeso su una piazza d’acqua. Il complesso si sviluppa in una C nella quale la luce, che penetra attraverso le vetrate sulla piazza interna, è schermata sui lati esterni in modo discontinuo da fasce nere e dense che si alternano ad altre traslucide che lasciano spaziare lo sguardo.

100 l’ARCA 235

The winning project of an international competition for architectural and urban planning announced by the Independent Province of Bolzano was presented in Bolzano on January 29th. The project involved upgrading Alumix and Magnesio, two former industrial areas that are to host the new Technological Center for Innovation. The competition was won by the group from the studio comprising Chapman Taylor, Claudio Lucchin, Mauro dell’Orco, and Andrea Cattacin. The competition entailed a proposal for the renovation of the already existing buildings in the former Alumix industrial area, a preliminary project for a complex in the former Magnesio industrial area, and, finally, a preliminary project for the renovation and adaptation of the protected buildings that are already present within the former Alumix area. The TIS will take over the former Alumix area, gradually building companies and public and private research institutes, while high-level technological enterprises will be built on the former Magnesio area. The leisure area, which includes a service center with its buildings and outdoor space, will be an important meeting point that will serve the entire city. The idea for the realization of the project stemmed from the production cycle itself, which is materially represented by the existing plants on the former Alumix area: the body of the Institute for Innovative Technologies was built on the foundations of the building containing the kilns, and almost looks like the Black Monolith represented by Kubrick in “2001: A Space Odyssey”. However, whilst the latter marks “superman’s” journey towards a new dawn, this Center becomes a key to opening the factory up to the city’s downtown areas. The building is a black parallelepiped cut at the top to soar upward. The fronts facing the inner courtyard feature extensive glazing and are thus well lit: here, the architectural space relates with the community. From a functional point of view, the stern of the ark contains space reserved for companies and research corporations. More specifically, the bow, raised on slanted pillars, hosts the Institute for Innovative Technologies, which is laid out around a great lobby pierced by the figure of the piezometric tower, which is to become a center for alternative energy. The Institute also surrounds a garden, bringing greenery within the workplace. The heart of the entire former Alumix complex is an underground square; the stairway offering access to this follows the inclination of the vessel’s bow. Here, the vertical connections with the raised structure extend upwards, while the horizontal connections lead to the Technological Center through a restaurant facing an outdoor theater and a creative area. The first two floors of the Technological Center are devoted to offices, labs and workshops, whose interior subdivisions follow the lines marked by the preexisting framework. The creative area welcomes visitors into an exhibition hall that is laid out in a thickly columned basement. In the former Magnesio area, the structure emerges like a great Innovative Magnet: the office complex overhangs a pool, developing in a semicircle, and is generously lit thanks to the extensive glazing towards the inner court. On the other hand, the exterior fronts are screened by thick black bands alternated by translucid bands that allow for an outdoor view.

Gardesa, a company based in Cortemaggiore, in the Province of Piacenza, specializes in armored doors and rolling aluminum shutters. The firm has recently launched a number of highly innovative doors. “Futura” is a touch-operated armored door, the first automatic electronic door developed with the EASY (Electronic Access System) technology. Other two new armored doors, “Asola” and “Theta”, offer a wide range of coverings that harmonize with the latest trends of contemporary design and have been upgraded in terms of their structural and functional features. “Cavò Techno” is one of the latest revolutions designed by Gardesa’s Active Security division, developed thanks to the company’s firm conviction regarding user-friendly electronics; in addition, “Cavò Techno” is programmable. The interior electronic card that regulates the opening system can memorize and diversify up to 500 different keys; for instance, it is possible to allow domestic staff access only at specific pre-established times, or to actuate or disable access according to individual requirements.

Dal macro al micro Plastic Gleams “Bagliori di Plastica” è una ricerca nel settore del gioiello contemporaneo, condotta da Antonio Rossetti e Elviro Di Meo, che ha prodotto, in omaggio a Carlo Scarpa, un anello ispirato alla poetica dell'architetto veneziano scomparso nel 1978. Il gioiello è acquistabile in diversi punti vendita, tra cui Fondazione Querini Stampalia, a Venezia, e presso Materia in Movimento, a Milano. Lo studio condotto dagli autori considera il frammento elemento analogo. Il frammento, infatti, nasce da un’immagine che viene ridotta alla sua forma essenziale significante. Raffinato architetto di memorabili opere impreziosite da dettagli di grande qualità, Carlo Scarpa sarebbe lusingato di ritrovare in un gioiello uno dei suoi più riusciti interventi veneziani? Gli autori dell’“Anello Scarpa” ne sono certi, poiché positivo è stato il riscontro avuto dalla Fondazione Querini Stampalia che lo ha subito commercializzato nel proprio spazio shopping. Il gioiello è stato realizzato in metacrilato dalla “Fedele 82” di Roma. Il progetto dell’anello deriva dall’analisi dell’insieme compositivo del giardino di Palazzo Querini Stampalia, in cui l’architetto veneziano ha espresso tutto il suo linguaggio architettonico. L’anello rappresenta l’inizio di un’intera parure (bracciale, collier, orecchini, gemelli) già presente in vari showroom specializzati. “Plastic Gleams” is a research in the field of contemporary jewelry, carried out by Antonio Rossetti and Elviro Di Meo, who have produced a ring in tribute to Carlo Scarpa (who died in 1978), drawing inspiration from the Venetian architect’s poetics. The jewel is available in various outlets, including the Fondazione Querini Stampalia in Venice and Materia in Movimento in Milan. Studies carried out by the creators of the ring have led to the idea that fragments are analogous elements. Indeed, fragments are born from an image that is reduced to its significant essential form. Would Carlo Scarpa – a refined architect of memorable works enriched by high-quality details – feel flattered to find one of his most acclaimed Venetian works in a jewel? The creators of the “Scarpa Ring” are sure he would, because the Fondazione Querini Stampalia has immediately begun selling it in its shopping area. The jewel was made in methacrylate by “Fedele 82” in Rome. The design for the ring stems directly from a study of the layout of the garden at Palazzo Querini Stampalia, where the Venetian architect expressed all of his architectural language. The ring is the first of a set (bracelet, necklace, earrings, cuff links) that is already on show in various specialized showrooms.

Un nuovo spazio per incontrarsi In Como Progetto: Attilio Terragni A lato del Grand Hotel di Como, posizionato in un parco di 10.000 mq tra il centro storico di Como e Cernobbio, è stato realizzato “Spazio Como”, struttura polifunzionale rivolta al mondo delle aziende, della comunicazione e dell’arte. Il nuovo spazio è stato progettato da Attilio Terragni a completamento dell’ampia offerta congressuale del Grand Hotel. “Spazio Como” è caratterizzato da un sistema di tagli vetrati che permettono la continuità e l’efficace distribuzione della luce naturale all’interno. Un sistema di tende scorrevoli permette la corretta regolazione del flusso luminoso, mentre di notte i tagli si illuminano, offrendo un suggestivo spettacolo di luce. La nuova struttura, con una superficie di 400 metri quadrati e di altezza massima di 5,50 metri, dotata di impianti audio-video, si presta facilmente per ogni utilizzo: dalle sfilate di moda ai banchetti, dalle feste private ai concerti musicali fino alle presentazioni di nuove auto e mostre d’arte. Come sala convegni, presenta quattro diverse configurazioni: 350 posti a platea, 200 posti a “scuola”, 150 a cabaret, 150 a platea con spazio espositivo.

“Spazio Como” was built near the Grand Hotel Como, in a 10,000-sq-m park between the old town center of Como and Cernobbio. The construction is a multipurpose center devoted to companies, communication, and art. Designed by Attilio Terragni, the new space was planned to enhance the Grand Hotel’s already large congress center. “Spazio Como” features a glazing system that allows for continuity and efficient distribution of natural lighting in the interior. The light flow is regulated by a system of sliding curtains, while at night the windows are lit up, offering a suggestive light spectacle. The new building – which has a 400-sq-m surface, reaches a maximum height of 5,50 meters and is equipped with audiovisual systems – can be easily adapted for various uses: from fashion shows to banquets, from private parties to concerts to automobile and art shows. As a congress hall it has four different configurations: 350 seats in the stalls, 200 “classroom” seats, room for 150 standing and 150 stall seats with exhibition space.

235 l’ARCA 101


Danza e spazio urbano Vertical Dance

DOCVA Milano

Il Posto (www.ilposto.org) è un’associazione culturale fondata a Venezia nel 1994 da Wanda Moretti. Ha per oggetto la diffusione, la conoscenza, la pratica e lo sviluppo dell’arte della danza e delle attività di movimento ed espressione della persona. Il “Progetto Proteo” è un percorso di ricerca iniziato nel 1999 dalla coreografa Wanda Moretti e dal musicista e compositore Marco Castelli. “Progetto Proteo” un evento unico i cui punti focali stanno nell’utilizzo del luogo nel quale si realizza. La musica per sassofoni, loops e live electronics accompagna dal vivo lo spettacolo. La Compagnia Il Posto ha sviluppato in questi anni creazioni coreografiche su spazi verticali danzando su facciate di edifici, ponti, torri, fari, chiostri ma anche teatri, edifici industriali, cave, discoteche, in una trasformazione continua, così come Proteo e il significato della sua figura mitologica. E’ un progetto d’integrazione tra movimento, suono e ambiente, è la relazione tra uomo e spazio a partire dal concetto che tutto è movimento. “Test” uno degli ultimi interventi di danza verticale è stato attuato nel quartiere della Défense a Parigi dalla Compagnia Il Posto + Marco Castelli Small Ensemble. L’evento è stato organizzato in collaborazione con Etude d’urbanité relative à la vie de la Défense, aux nouveaux rythmes et aux nouveaux choix du quartier d’affaires de la Défense.

In occasione del suo 50° anniversario, Vibrapac, azienda all’avanguardia nella produzione di calcestruzzo vibrocompresso, ha deciso di “innovare” ulteriormente la propria filosofia scegliendo di intrecciare tecnologia e architettura all’espressione artistica contemporanea. Da qui nasce la collaborazione con Careof e Viafarini, due associazioni milanesi da anni attive nel campo dell’arte figurativa contemporanea a livello internazionale che inaugurano il 4 aprile a Milano il DOCVA-Documentation Center for Visual Arts (www.docva.org) presso la Fabbrica

del Vapore. Insieme a loro Vibrapac è intervenuta nel polo culturale milanese mettendo a disposizione la propria tecnologia e i propri materiali sia in un intervento di ristrutturazione, sia in una opera d’arte. Saranno infatti i materiali in cls vibrocompresso di Vibrapac a dare corpo all’ispirazione di Liliana Moro, artista milanese di fama internazionale, creando lo spazio architettonico dell’allestimento e contemporaneamente divenendo parte della stessa installazione artistica This is the end (nella foto).

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NEWS/DOSSIER

Il Posto (www.ilposto.org) is a cultural assocation founded in Venice by Wanda Moretti in 1994, aiming at the diffusion, knowledge, practice and development of the art of dance and activities related to the individual’s movement and expression. The choreographer Wanda Moretti began research work for the “Progetto Proteo” (Proteus Project) in 1999 along with the musician and composer Marco Castelli. “Progetto Proteo” is a unique event whose focal points lie in the place in which it is implemented. Performances are accompanied live by saxophones, loops, and live electronics. These years, the “Compagnia Il Posto” has developed “vertical” choreographic creations: they have danced on building façades, bridges, towers, lighthouses, garths, but also in theaters, industrial buildings, quarries, and discos, changing continuously, just like Proteus and the meaning of his mythological figure. This is a project that integrates movement, sound, and the environment, the relationship between man and space, beginning with the concept that everything is movement. “Test”, one of the latest instances of vertical dancing, was performed at the Défense district in Paris by the Compagnia Il Posto + Marco Castelli Small Ensemble. The event was organized jointly with Etude d’urbanité relative a la vie de la Défense, aux nouveaux rythmes et aux nouveaux choix du quartier d’affaires de la Défense.

Per Emergency In Genoa Dopo la tappa romana, conclusasi lo scorso 2 marzo, la mostra “Adotta un disegno”, è ora a Palazzo Ducale di Genova fino all’11 maggio. L’iniziativa riunisce intorno alla causa di Emergency e della tutela dell’infanzia artisti contemporanei internazionali e musicisti italiani i quali hanno realizzato una propria opera, ispirandosi ai disegni realizzati dai bambini ricoverati negli ospedali di Emergency. Da un’idea di Vauro Senesi, “Adotta un disegno” è a cura di Sergio Casoli, Elena Geuna per l’arte visiva e Stefano Senardi per la parte musicale. Il catalogo della mostra e i video che accompagneranno le opere esposte saranno prodotti da Fandango. I CD musicali che raccoglieranno tutti i brani contenuti nei video proiettati alla mostra saranno prodotti da Radio Fandango e accompagneranno il catalogo della mostra. L’intero progetto è dedicato a Emergency, alle cui attività sono destinati anche i proventi delle vendite del CD e delle opere d’arte donate dagli artisti. (www.emergency.it)

Trans-sonorità In Milan Il 7 marzo, si è svolta negli spazi milanesi di Hangar Bicocca la mostra “Fatica 16” di Daniele Puppi; giovane artista impegnato in video installazioni sonore, generate dal confronto con lo spazio quale situazione pratica ed evocativa per attivare la propria opera. Puppi ha reso l’ampio spazio architettonico di Hangar Bicocca cassa di risonanza sensoriale, mediante grandi proiezioni che agiscono sulla percettività, dilatandosi e contraendosi in una sorta di trans-sonorità sconcertante ed emblematica, capace di sconnettere i limiti dello spazio.

Nuova GAMC In Viareggio On March 2nd the exhibition “Adopt a drawing” came to a close in Rome, and has now moved to the Doge’s Palace in Genoa. Open through May 11th, the initiative, which revolves around the cause of Emergency and child welfare, gathers contemporary artists and Italian musicians who in some way were inspired in their work by drawings created by children staying at Emergency hospital wards. On an idea by Vauro Senesi, “Adopt a drawing” is curated by Sergio Casoli and Elena Geuna for the visual arts section, and by Stefano Senardi for the musical selections. The catalog of the show and the videos accompanying the works are produced by Fandango. The CDs that collect all of the pieces contained in the videos shown during the exhibition are produced by Radio Fandango and are added to the show catalog. The entire project is devoted to Emergency, to whom all the proceeds from the sale of the CDs and the artworks donated by the artists are devoted. (www.emergency.it)

Il 5 aprile si inaugura a Viareggio (Lucca) un nuovo spazio interamente dedicato all’arte: la GAMC – Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea (www.gamc.it). Ospitata nell’ottocentesco Palazzo delle Muse, disposta su 1600 metri quadrati di superficie espositiva, la Galleria è una vivace vetrina sulle maggiori ricerche artistiche del XX secolo tra pittura, scultura e grafica. Oltre 700 gli artisti rappresentati. Una variegata antologia che spazia dagli Impressionisti (fra cui Manet, Pissarro, Morisot, Gauguin, Bonnard, Signac) alle Avanguardie storiche (fra cui Pablo Picasso, Joan Mirò, Marc Chagall, Paul Delvaux, Max Ernst, André Masson, Natalia Gonciarova, Max Klinger, Sonia Delaunay) alle correnti contemporanee (fra cui Sebastian Matta, Man Ray, Alechinski, Appel, Cesar, Dubuffet, Calder, Lichtenstein, Oldemburg, Arp, Vasarely). L’arte italiana del ’900 è rappresentata in numerosi suoi aspetti: da Felice Casorati ad Afro, da Fattori a Capogrossi, da de Chirico a Cucchi, da Ottone Rosai a Mimmo Rotella a Dorazio, Turcato, Mastroianni, Consagra. La GAMC presenta, inoltre, la più importante raccolta pubblica di Lorenzo Viani (1882-1936): il corpus dell’artista viareggino complessivamente ammonta a 102 pezzi fra cui 17 matrici xilografiche e l’unica scultura a oggi nota del Maestro. Ideazione, progettazione e ordinamento della GAMC sono stati curati da Antonella Serafini.

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March 7th the Milanese exhibition space at Hangar Bicocca presented “Fatica 16” by Daniele Puppi. This young artist works in the field of site-specific audiovisual installations, which he creates by considering space as a practical, evocative element that gives life to his work. Puppi turned the large architectural space of Hangar Bicocca into a sensory sounding-board through great screenings that stir perceptiveness, dilating and contracting in a sort of disconcerting, emblematic trans-resonance that manages to break the limits of space.

1. Liliana Moro, This is the end. 2. Kendell Geers, Hiroshima , china su carta/China ink on paper, 140x200 cm, 2004 (foto: Ela Bialkowska; Courtesy K.Geers e Galleria Continua, San Gimignano-Beijing). 3. Emanuel Kinfe, il disegno che ha ispirato l’opera di/ the drawing which inspired the work by K.Geers. 4. Roy Lichtenstein, Senza titolo/Untitled, 1969. 3

102 l’ARCA 235

On April 5th a new space entirely devoted to art will open in Viareggio (Lucca). The GAMC, Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea (www.gamc.it) will be set up in the nineteenth-century Palazzo delle Muse on a 1,600-square-meter show area. The Gallery is a lively showcase dedicated to the main twentiethcentury art researches in the fields of painting, sculpture, and graphic design, and represents more than 700 artists. A varied anthology that ranges from the Impressionists (including Manet, Pissarro, Morisot, Gauguin, Bonnard, Signac) to the historical Avant-gardes (including Pablo Picasso, Joan Mirò, Marc Chagall, Paul Delvaux, Max Ernst, André Masson, Natalia Gonciarova, Max Klinger, Sonia Delaunay), to contemporary trends (comprising Sebastian Matta, Man Ray, Alechinski, Appel, Cesar, Dubuffet, Calder, Lichtenstein, Oldemburg, Arp, Vasarely). Various aspects of twentieth-century Italian art are on display, as well: from Felice Casorati to Afro, from Fattori to Capograssi, from De Chirico to Cucchi, from Ottone Rosai to Mimmo Rotella to Dorazio, Turcato, Mastroianni, Consagra. In addition, the GAMC is presenting the most important public collection by Lorenzo Viani (1882–1936): the entire corpus of this artist from Viareggio amounts to 102 pieces, including 17 xylographic works and the Master’s only known sculpture. The GAMC was totally planned and organized by Antonella Serafini.

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235 l’ARCA 103


Miró e la sua terra

Libri d’artista In Parma

Palazzo dei Diamanti di Ferrara presenta fino al un’ottantina di opere di tecniche diverse 25 maggio un’antologica dedicata a Joan Miró – – soprattutto dipinti, ma anche disegni, collage, la prima nel nostro Paese da oltre venticinque assemblaggi, sculture, litografie – provenienti anni – che rilegge la sua straordinaria parabola dalle più prestigiose collezioni pubbliche e creativa alla luce del suo rapporto con la terra. private del mondo. L’arte di Miró è segnata da un profondo attaccamento per la nativa Catalogna, per la sua gente e le sue tradizioni. Nell’esposizione il tema viene indagato nelle sue più ampie accezioni e simbologie, con opere ispirate al mondo rurale e al culto delle origini, ai temi della sessualità e della fertilità, a quelli legati alla metamorfosi, all’aldilà e all’eterno susseguirsi di vita e morte. La mostra, a cura di Tomàs Llorens, esplora l’affascinante intrecciarsi di questi motivi nell’opera dell’artista e ne offre una nuova chiave di lettura. A documentarla sono 1

“Da Parigi a Parma, attraverso i libri d’artista” è la mostra presentata presso della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma nella sua storica sede di Palazzo Bocchi Bossi fino all’11 maggio. Il titolo dell’esposizione richiama quello di un famoso libro con litografie originali di ispirazione cubista che Robert Delaunay dedicò alla Ville Lumière nel 1926. Con il livre de peintre, invenzione squisitamente francese, si definisce una edizione per lo più limitata nel numero delle copie che associa al testo opere di grafica originale appositamente realizzate dagli artisti, che spesso furono i migliori pittori e scultori del momento, nella loro libera unità di intenti con gli autori del testo stesso e su sollecitazione e cura di editori lungimiranti, quali Vollard, Skira, Tériade, Kahnweiler, Maeght, Iliazd, Lecuire e altri. In questa occasione sono esposti 100 libri d’artista della collezione di Corrado Mingardi che, scelti per la loro importanza, permettono di ripercorrere per sommi capi la storia del genere, e non solo: quasi tutte le grandi personalità e le correnti artistiche dei due secoli vi si trovano infatti rispecchiate.

Tredicesima Edizione MiArt Milano Dal 4 al 7 aprile, a Milano, MiArt celebra la tredicesima edizione all’interno di fieramilanocity, riproponendosi per la terza volta con il programma di invito a gallerie, artisti e operatori di un’area geografica definita, con l’intenzione di evidenziare le specificità e i valori di riferimento artistico che identificano il così detto “Paese Ospite”. Segue questa direzione la seconda edizione del convegno “Cina Intra/Extra Ovest” coordinato due anni fa da Hans Ulrich Obrist che, probabilmente con sede a Beijing, porterà ad approfondire la lettura di un territorio in straordinaria e velocissima trasformazione. L’edizione 2008, che segue l’ospitalità offerta a realtà olandesi, vede la partecipazioe dell’area latinoamericana; un insieme di Paesi che evolvono la propria identità politica e culturale e ne evidenziano i termini nel linguaggio d’arte di numerosi artisti locali presentati da gallerie internazionali e da quelle operative nel CentroSud America. MiArt articola in tre settori, quale elemento distintivo della manifestazione, l’arte italiana e internazionale dalle avanguardie storiche alla sperimentazione più recente, distinguendola specificatamente: nel Settore Moderno dove sono proposte eccellenze della produzione italiana e internazionale dal Futurismo alla Metafisica, dal Cubismo all’informale; nel settore Contemporaneo con opere di artisti ormai storicizzati a partire dagli anni Settanta; nella sezione Anteprima dedicata alle gallerie connotate dal carattere sperimentale delle proposte. MiArt, oltre ad aprirsi a gallerie di recente costituzione, che promuovono artisti under 35, promuove per l’occasione i progetti curatoriali di Omar-Pascual Castillo e di Milovan Farronato

From 4 to 7 April 2008, MiArt is celebrating its thirteenth anniversary at fieramilanocity, in Milan. For the third time, the show is devoted to galleries, artists and operators from a specific geographical area, aiming at highlighting the specificity and artistic values that identify the so-called “Host Country”. The second edition of China Intra/Extra West will follow in tow; coordinated two years ago by Hans Ulrich Obrist, the convention – which will probably be held in Beijing – will make it easier for visitors to understand this territory, which is now changing at an extraordinary rate. The former edition was dedicated to the Netherlands, while the 2008 edition will see the participation of Latin American artists; a number of countries will be present with their own political and cultural identity, highlighting their characteristics in the art language of a number of local artists presented by international or Central-South American galleries. As a distinctive element of the event, MiArt divides Italian and international art into three sectors, ranging from the historical avant-gardes to the latest experimentations. Specific distinctions are made: in the Modern Sector, the best of Italian and international art is on display, from Futurism to Metaphysics, from Cubism to informal art; the Contemporary sector features works by now historicized artists from the 1970s onwards; the Preview section is devoted to galleries that deal in highly experimental works. In addition to opening up to recently inaugurated galleries that promote artists under 35 years of age, for the occasion MiArt is also promoting plans by Omar-Pascual Castillo and Milovan Farronato.

Joan Miró, Il cacciatore (Paesaggio Catalano), 1923-24 (New York, The Museum of Modern Art. Digital image © 2003 MoMA, New York/Scala, Firenze, © Successió Miró by SIAE 2007). Robert Delaunay per Allo! Paris! di Delteil, 1926, litografia/litography. Cao Fei, I Mirror, fermo immagine/video still . Alejandro Quincoces, La ria de Bilbao.

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Architetture performanti In Orléans

Posizioni contro an edition that usually comes out in a limited number of copies, and which illustrates the text with original graphic art especially created by the artists. Often the latter were the best painters and sculptors of their time, who cooperated with the authors of the texts, and were urged on by farsighted editors such as Vollard, Skira, Tériade, Kahnweiler, Maeght, Iliazd, Lecuire, and others. On this occasion, 100 important artists’ books from the Corrado Mingardi collection are on display. They offer a brief outline of the history of this genre, covering almost all of two centuries’ great personalities and art trends.

A foundation stemming from Parma’s savings bank, the Fondazione Cassa di Risparmio di Parma, is presenting the show “From Paris to Parma through artists’ books” in its historical premises at Palazzo Bocchi Bossi through May 11th. The title of the exhibition is the same as that of a famous book with original Cubist-inspired lithographies that Robert Delaunay dedicated to the Ville Lumière in 1926. What is meant by a livre de peintre – a typically French invention – is 2

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The Frac Centre of Orléans is presenting the results of research work carried out by Ocean, an international network of six architecture studios based in Oslo, Rome, London, Sydney, and Tel Aviv. Ocean develops a morphoecological approach to projects through the convergence of architecture, industrial design, engineering, biology, micro-climatology, and music. By resorting to information technology, the group produces dynamic forms that are closely linked to the environment, thus

Abstraction étendue In Mouans-Sartoux Arte cinese contemporanea ingresso nel mondo globale di stampo Fino al 4 maggio, al CCCS – Centro di Cultura Contemporanea Strozzina – Fondazione Palazzo occidentale. La parte più visionaria dell’arte cinese contemporanea cerca di collegare il Strozzi (www.strozzina.org) di Firenze, è aperta proprio passato con una possibile visione futura. la mostra “Cina Cina Cina!!!”, che presenta le opere di 18 artisti contemporanei cinesi provenienti da tre differenti realtà metropolitane – Beijing, Shanghai, Canton – legati dalla comune ricerca di una identità culturale autoctona indipendente dalle regole del mercato globale. La Cina odierna sta vivendo un momento cruciale nella ricerca della sua nuova identità culturale, tra tradizione, un difficile passato socio-politico recente e un repentino 3

La Forza del Bello mostra, evocano la storia e la presenza dell’arte greca sul territorio italiano. L’evento è stato suddiviso in tre sezioni che identificano le tre fasi caratterizzanti del percorso storico tratteggiato. La prima fase (VII-II sec. a.C.) evidenzia l’arte prodotta nelle città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia. La seconda fase (III sec. a.C. - IV sec. d.C.) manifesta l’ispirazione all’arte greca in opere romane e rivela i lavori di artisti greci operanti in Italia. La terza fase riguarda la ricerca e la riscoperta delle opere greche dall’epoca Medioevale sino all’Ottocento.

E’ presente dal 29 marzo al 6 luglio 2008, presso gli spazi di Palazzo Te a Mantova, la mostra di scultura “La Forza del Bello – L’arte greca conquista l’Italia” che, nata da un’idea di Salvatore Settis e da lui curata con Maria Luisa Cantoni, gode dall’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, ed è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per i Beni Archeologici. Le oltre cento opere esposte, di straordinaria importanza e suggestione, hanno provenienze internazionali e, per la prima volta contemporaneamente in

Sostegno di mensa con grifoni che sbranano una cerva, marmo e pigmenti colorati/marble and colour pigments table support with gryphons tearing a doe , h 95 cm, Ascoli Satriano 325-300 a.C. (Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali).

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“Astrazione estesa”, con questo termine si intende riconoscere l’originalità di una generazione di artisti cresciuta dopo il ’68 e sviluppatasi nell’area intorno al lago di Lemano, nella Svizzera romanda. La visione di questi artisti, oggi sparsi un po’ in tutto il mondo, si caratterizza per una cultura visiva non gerarchizzata che oltrepassa i confini e le tecniche tradizionali definiti dal supporto della tela per relazionarsi alla vita quotidina, alla cultura di massa, al rock, al fumetto ecc. Allo spazio dell’Arte Concreta a MouansSartoux, a pochi chilometri da Nizza, una mostra fino al 25 maggio rende il dovuto omaggio a questi artisti la cui originilità è ancor poco riconusciuta. Le undici sale del castello e il parco circostante presentano opere realizzate dal 1980 fino alle più recenti espressioni di artisti nati nella prima metà degli anni Settanta. E’ quindi possibile individuare gli aspetti peculiari di questa astrazione “estesa”: i processi di appropriazione, la distrazione ottica, l’importanza del disegno, il senso della tipografia, le pratiche collettive di micro produzione, la trasversalità con la musica, la confusione volontaria con gli elementi d’arredo ecc. Christian Besson e Julien Fronsacq, i commissari dell’esposizione, sono gli iniziatori e sostenitori della ricerca e degli studi che nel biennio 2006-2007 si sono concentrati su questa generazione di artisti. Atelier de Montrouge, biblioteca per bambini/children library “La Joie par les livres” , Clamart (1962-66). Cl. ATM, n.d. (DR fonds ATM/DAF/CAPA). Team 10, prospettiva di/perspective view of Golden Lane, London, fotomontaggio con/photomontage with Gérard Philippe, china su carta e foto/China ink on paper and photo, 44,5x64,2 cm, 1952 (Musée national d’art moderne, Centre Pompidou). Ocean, Complex Brick Assemblies, Research Project, prototipo rapido (sinteraggio laser selettivo) di una porzione scelta dell’assemblaggio di un complesso di mattoni a doppia curvatura, realizzato al/rapid prototype (Selective Laser Sintering) of a selected region of a complex double-curved brick assembly produced at the Rapid Prototyping Laboratory, Oslo School of Architecture, in collaborazione con/in collaboration with Prof. Steinar Killi, 2005-08 (Courtesy Defne Sunguroglu).

producing a kind of performative architecture that is able to adapt to continuously changing environmental conditions. An installation made with tensostructures in the Frac Centre acts as the background for a selection of projects realized by the studio, including the World Centre for Human Concerns (2001–04) —a “parasite” building, a wrapping structure that emerges from the interconnections among the surfaces that surround the preexisting structure— and the project for the national Czech library, where the tectonic tree system is developed. The building’s overhanging volumes thus look like a suspended system of branches, while the ensemble is regulated by a transitional microclimate appliance that adapts to requirements, adjusting temperature, lighting, ventilation, etc.

Il Frac Centre di Orléans presenta fino al 15 giugno i risultati della ricerca sviluppata da Ocean un rete internazionale di sei studi d’architettura che operano a Oslo, Roma, Londra, Sydney e Tel Aviv. All’incrocio tra architettura, design industriale, ingegneria, biologia, micro-climatologia e musica, Ocean sviluppa un approccio morfo-ecologico delprogetto. Attraveso il ricorso alle tecnologie informatiche, fanno emergere forme dinamiche in stretto rapporto con l’ambiente declinando un’architettura che si definisce per le proprie possibilità performative in grado, quindi di adattarsi a condizioni ambientali sempre diverse. Un’istallazione, realizzata con tesostrutture tese nello spazio del Frac Centre, fa da cornice a una selezione di progetti realizzati dallo studio tra cui il Word Centre for Human Concerns (20012004), un edificio parassita, una struttura avvolgente frutto delle interconnessioni tra superfici che circondano l’architettura esistente e il progetto per la biblioteca nazionale Ceca (2006), dove viene ripreso il sistema tectonico dell’albero. I volumi in aggetto dell’edificio si presentano così come un sistema sospeso di rami mentre il tutto è regolato da un dispositivo di micro-climi transizionali in base all’occupazione delle zone che regola la temperatura, l’illuminazione, la vantilazione ecc. www.ocean-designresearch.net

Mathias Ungers (Germania), Antonio Coderch (Spagna), Herman Herztberger (Paesi Bassi). Accumunati dalla stessa volontà di ristabilire al centro dell’architetura la dimensione umana, fecero proprie le tematiche della città stratificata, delle infrastrutture e della mobilità, delle strutture flessibili e il concetto di “architetturaurbanistica”. Pierre Riboulet, Gérard Thurnauer, Jean-Louis Véret e Jean Renaudie furono invece i fondatori nel 1958 dell’Atelier de Montrouge. Dimensione sociale dell’habitat, della storia e dello spirito del tempo sono i temi che animano la loro ricerca che abbraccia dall’oggetto al territorio, passando dall’abitazione, il quartiere e la città. In mostra una cinquantina di progetti emblematici come il Centro di formazione EDFGDF a Les Mureaux, l’asilo di Montrouge, o la Biblioteca per bambini a Clamart.

Team 10 e l’Atelier de Montrouge furono due gruppi che, su posizioni opposte al modernismo tecnonocratico, si fecero portatori tra il 1950 e il1980 di un profondo rinnovamento. Due mostre, presentate alla Cité de l’architecture et du patrimoine di Parigi fino all’11 maggio, offrono un’interessante occasione per conoscere la portata innovativa di questi gruppi che integrando nel pensiero architettonico e urbanistico moderni i contributi delle scienze umane sono ancora oggi un valido referente. Più internazionale, Team 10 emerse intorno al 1950 dai Congressi internazionali d’architettura moderna (Ciam) riunendo attorno a uno zoccolo duro formato da Jaap Bakema e Aldo van Eyck (Paesi Bassi), Giancarlo De Carlo (Italia), Georges Candilis e Shadrach Woods (Francia), Alison e Peter Smithson (Inghilterra), architetti quali

“Extended Abstraction”: this term was coined to acknowledge the originality of a generation of artists that emerged after 1968 and developed in the area around the lake of Leman, in Frenchspeaking Switzerland. The vision of these artists, who today are spread throughout the world, is characterized by a non-hierarchized visual culture that goes beyond the limits and traditional techniques defined by the canvas to relate with everday life, mass culture, rock, comic strips, etc. Until May 25th, a show at the Concrete Art center in Mouans-Sartoux—a few kilometers from Nice—is paying due homage to these artists, whose originality is still today not fully acknowledged. The castle’s eleven halls and the surrounding park present works created from 1980 onwards, up to the latest expressions of artists born in the early 1970s. Visitors can thus identify the special aspects of “extended” abstraction: appropriation processes, optical distraction, the importance of drawing, the sense of printing, collective practices related to micro production, convergence with music, purposely created confusion with furnishing elements, etc. The organizers of the show, Christian Besson and Julien Fronsacq, are the founders and advocates of the studies that focused on this generation of artists in the 2006–07 biennial.

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Il parco umano In Grenoble Fino al 27 aprile, gli spazi espositivi del Magasin (www.magasin-cnac.org) di Grenoble sono lo scenario della personale “Drawing for Human Park” dell’artista algerino Adel Abdessemed. Video, installazioni, disegni che nel loro omogeneo succedersi restituiscono al visitatore un’immagine simbolica del mondo, del “parco umano” appunto, per come si delinea in questa epoca di cambiamenti radicali. L’artista traccia i segni di nuovi pensieri e nuovi concetti attraverso situazioni generate da azioni e posture del corpo umano. Oggetti, materiali, immagini, si intrecciano nell’arte di Abdessemed alla ricerca di un nuovo ritmo e di un nuovo senso nel mondo globalizzato.

Until April 27th, the Magasin exhibition area (www.Magasin-cnac.org) of Grenoble will be the scenario for the solo show “Drawing for Human Park” by the Algerian artist Adel Abdessemed. A homogeneous sequence of videos, installations, and drawings that offer visitors a symbolic view of the world, the view of a “human park” as it can be defined in this era of radical change. The artist traces the signs of new ideas and concepts through situations that are generated by actions and by different postures of the human body. Objects, materials, and images interweave in Abdessemed’s art, on a quest for a new rhythm and a new meaning in the globalized world.

John Armleder, Guitar Multiple , 1987 (Cabinet des estampes, Genève © Studio Cyril Kobler).

Vista degli spazi del Magasin di Grenoble con le installazioni di/view of the Magasin in Grenoble with the installations by Adel Abdessemed.

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Master IN/Arch Il 22 maggio si avvia l'XI Edizione del Master “Lo spazio in-forme”, organizzato in partnership con l’Arca, con il patrocinio di CNAPPC, Ordine Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia, CNI, con il supporto di iGuzzini. Obiettivo del master è quello di formare un architetto o ingegnere capace non soltanto di gestire i più moderni linguaggi della progettazione, ma il complesso delle attività e degli strumenti che “fanno” oggi il progetto e che ne gestiscono la sua comunicazione. Tre i moduli didattici attraverso i quali è articolata la didattica: Il pensiero, La produzione, La comunicazione Al termine dell’attività didattica a ogni corsista sarà assegnato, sulla base delle valutazioni conseguite, un periodo di stage della durata di tre/sei mesi presso un importante studio di architettura. E’ prevista inoltre l’assegnazione di una borsa di studio iGuzzini a totale copertura del costo di iscrizione. Gli interessati dovranno far pervenire, entro e non oltre il 2 maggio, domanda di iscrizione corredata di curriculum vitae. Verranno ammessi un massimo di 20 studenti selezionati sulla base del curriculum. Maggiori informazioni: IN/ARCH Segreteria nazionale Roma, via Crescenzio 16 tel. 06 68802254; fax: 06 6868530, inarch@inarch.it, www.inarch.it/formazione/informe/informe%20 XI%20edizione/informe%20mag08.html

The 11th edition of the “LO SPAZIO IN-FORME” master’s course, organized by IN/ARCH in partnership with l’ARCA under the patronage of CNAPPC, the Rome and Province Association of Planners, Landscape Designers and Conservationists and the CNI (sponsored by iGuzzini) will begin on 22nd May. The aim of the course is to train architects and engineers not only to use the latest design languages but also all the tools and operations that “make up” modern-day design and how it is communicated. The didactics is divided into three didactic modules: Thought, Production, Communication. At the end of the course, according to individual achievements, each person attending the classes will be assigned a three-to-six month period of work experience with an important architecture studio. Furthermore, an iGuzzini scholarship will be awarded so as to cover the cost of the internship. Applicants must send an application form and their resumé by May 2nd. A maximum of 20 students will be selected according to their cv. For further information contact IN/ARCH Segreteria nazionale Rome, via Crescenzio 16, tel. 06 68802254; fax 066868530, inarch@inarch.it, www.inarch.it/formazione/informe/informe%20 XI%20edizione/informe%20mag08.html

Evoluzione delle metropoli REAL Photography Award Trenta dei migliori scatti presentati al REAL Photography 2008 (www.realphotographyaward.com) saranno esposti fino al 4 maggio negli spazi LP II a Rotterdam. Il premio, promosso da ING Real Estate, mira a incoraggiare gli artisti internazionali a rappresentare le relazioni tra natura, architettura e sviluppo e a registrarle realisticamente e in modo innovativo e originale attraverso la fotografia. In questo rapporto tra fotografia contemporanea, la metropoli in evoluzione e l’equilibrio vulnerabile dell’ambiente, le interpretazioni variano dai fermo-immagine della battaglia tra intervento umano e natura agli schemi geometrici risultanti dallo sviluppo urbano. I sei finalisti sono: Julian Faulhaber (Germania), Abelardo Morell (USA), Hans-Christian Schink (Germania), Livia Corona Velasquez (Messico), Thomas Weinberger (Germania) e Danwen Xing (Cina).

Thirty of the best contributions to the REAL Photography Award 2008 (www.realphotographyaward.com) will be on view until 4 May in LP II, Rotterdam. The award, an initiative by ING Real Estate, is intended to encourage international artists who depict the relation between Nature, Architecture and Development and register their interplay in an authentic, original and innovative way through the medium of photography. In this engagement of contemporary photography with the changing metropolis and the increasingly vulnerable balance of the environment, the interpretations vary from still images of the battle between human intervention and nature, to geometric patterns as a result of urban development. The six nominees are Julian Faulhaber (Germany), Abelardo Morell (US), Hans-Christian Schink (Germany), Livia Corona Velasquez (Mexico), Thomas Weinberger (Germany) and Danwen Xing (China).

Comunicare il lavoro

Coperture più luminose

Il PalaFuksas di Torino ospita fino al 4 maggio la mostra dedicata all’evoluzione iconografica del lavoro dal titolo “ROSSA Immagine e comunicazione del lavoro: 1848/2006”, a cura di Luigi Martini,. Una mostra storica, che vede impiegate tecnologie multimediali e interattive all’avanguardia: il percorso cronologico si svolge attraverso l’immagine e la comunicazione prodotta dal movimento dei lavoratori, e dal sistema della comunicazione più in generale, dal 1848 al 2006. L’iniziativa, che aderisce al progetto “2008: Un anno per i diritti”, è l’esperienza di un viaggio attraverso lo spazio e il tempo, una storia fatta di eventi, di lotte e di scontri ma anche di idee, di rapporti, di coesione sociale, di partecipazione, concetti facilmente rappresentabili attraverso un allestimento dinamico e tecnologico che stimola 1 la partecipazione collettiva.

Con Flexus, Fumagalli Edilizia Industrializzata ha realizzato una forma architettonica esclusiva e singolare, abbinabile a innumerevoli soluzioni di illuminazione naturale, e a un’ampia scelta di materiali di copertura. Si tratta di un sistema strutturale con tegoli a doppia falda e testata chiusa, inserito nell’ambito del Progetto Structura per capannoni destinati ad attività industriali, commerciali e di logistica. Il sistema si vale di tegoli realizzati con una nervatura centrale e si raccorda con le testate di chiusura mediante un disegno armonioso, presentando sull’estradosso una forma a doppia pendenza che favorisce la raccolta e lo smaltimento delle acque meteorologiche. Flexus permette di rispondere al meglio a ogni esigenza, poiché la particolare forma degli elementi consente numerose combinazioni, dato che i tegoli possono essere intervallati con sheeds in cemento armato dotati di serramenti in alluminio con ampie superfici trasparenti e apribili, con

Riflessione e contraddizioni Tra arte e cultura

“Waiting for Beijing” è il titolo della personale di Andrea Facco alla Galleria Boxart di Verona, aperta fino al 10 maggio. Facco ha soggiornato di recente in Cina e ha vissuto e lavorato con artisti internazionali nel distretto Chaoyang, il più creativo di Beijing, in un momento di grande cambiamento per gli imminenti giochi olimpici. Alla Galleria Boxart di Verona, sua città d’origine, espone in anteprima le opere frutto di questa esperienza. Dai polittici che simulano i monitor di una camera di controllo alle grandi tele che prefigurano la Cina che verrà. Protagonista assoluto l’interminabile cantiere a cielo aperto, che si estende sulle rovine di quella che fino a poco tempo fa era la “città orizzontale” con i caratteristici hutong. Oggi è lo spazio dove proliferano le nuove architetture 2 verticali sul modello americano e nipponico. Questi luoghi ricchi di contraddizioni apparentemente anonimi, hanno fornito al giovane artista veronese lo spunto per una riflessione sulla natura stessa della pittura.

Progettato da Jean Nouvel e vincitore del concorso voluto dal Presidente francese Jacques Chirac nel 1999, il Musée de Quai Branly, dedicato alla storia delle culture extraeuropee, è collocato tra le rive della Senna e la Torre Eiffel, in un esteso confronto che media la modernità esterna con la suggestione interna di contesti e opere che rivelano civiltà d’Africa, Oceania, Asia e delle Americhe. Ne viene comunicata, mediante un archivio emozionale di reperti, la memoria del passato coloniale francese. Una palizzata di vetro alta 12 metri e lunga oltre 200, sviluppata sul lato Senna, ne esalta la singolarità. Nel contesto progettuale, denso di straordinari significati culturali e storici, si distinguono ed evidenziano, nella loro funzionale e formale unicità, le maniglie Hoppe della serie Cortina in acciaio satinato.

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Direttamente sulla superficie Gas Jeans, marchio italiano di alta qualità ampiamente diffuso nel mondo, ha deciso lo spostamento della propria produzione di confezioni jeans in altre sedi mantenendo, nel capannone di Chiusano (VI) quale sede storica dell’azienda, la localizzazione di tutti gli uffici, i laboratori e lo stoccaggio delle merci. L’intervento previsto per il nuovo adeguamento degli spazi ha, come prima iniziativa, riguardato la realizzazione del pavimento sopra il soppalco rivestito da pannelli in legno pressato non trattato (spessore 2 cm) per circa 2.500 metri quadrati. L’occasione ha richiesto l’utilizzo di malta autolivellante a base di speciali leganti idraulici ULTRATOP* Mapei. Questo prodotto si usa all’interno di edifici civili e industriali per livellare e lisciare, in uno spessore compreso tra 5 e 40 mm, sottofondi nuovi o preesistenti in calcestruzzo e in ceramica, con l’intento di renderli in grado di sopportare anche l’intenso traffico pedonale e quello di veicoli con ruote gommate. Oltre alle elevate resistenze meccaniche e all’abrasione, la superficie realizzata con ULTRATOP* è esteticamente piacevole e può rimanere a vista come pavimento finito.

La notevole versatilità consente la levigatura, la miscelazione con aggregati naturali, e numerose colorazioni al fine di renderla idonea per impieghi anche legati al settore decorativo delle costruzioni. In termini di particolarità, questo intervento ha evidenziato per la prima volta il successo della stesura diretta di ULTRATOP* su un supporto in legno.

Termoregolazione innovativa In funzione di una ottimale gestione per la termoregolazione di ambienti, RDZ ha introdotto nel mercato di settore CRC EVO, nuova centralina personalizzabile, nata dalle regolazioni elettroniche della serie CRC, ideale per la gestione di impianti radianti in caldofreddo a soffitto, a parete e a pavimento. CRC EVO si distingue per la capacità di controllare e gestire impianti di climatizzazione radiante multizona. Possono essere particolarmente controllati i parametri di temperatura ambiente e umidità rriguardante 32 zone suddivise per un massimo di 8 impianti miscelati, e di ben 4 unità trattamento aria.

Panello solare innovativo

Non convenzionali In mostra la MAK di Vienna fino all’11 maggio “Coop Himmelb(l)au. Beyond the Blue”. Concepita come un’esposizione di lavori e come un’esperienza spaziale, la rassegna offre un’analisi dell’approccio non convenzionale e pionieristico dello studio di architettura austriaco dalla fine degli anni Sessanta fino ai più recenti lavori quali il BMW Welt di Monaco (2001-2007), il Musée des Confluences Lyon (2001-2010), e la European Central Bank di Francoforte (2003-2011). L’allestimento, curato dagli stessi Coop Himmelb(l)au presenta un’enorme tavola presenta 170 modelli che, visti nel loro insieme da una apposita piattaforma, sembrano 4 costituire il tessuto di una città. Passato e presente a confronto: Attorno a questo elemento centrale sono esposti dismissione, riconversione e disegni e documenti iconografici e, su un grande automazione (foto di Federico schermo, vengono proiettati filmati che Ambrosi per N!03 studio illustrano le diverse architetture realizzate in ennezerotre). Andrea Facco, Waiting for Beijing tutto il mondo.

series, tecnica mista su tela/mix technique on canvas, 115x130 cm. Thomas Weinberger, History Rising 2006, 125x162 cm. Coop Himmelb(l)au, The Cloud, 1968.

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coppelle piane in cls, con lucernari fissi o apribili, oppure con pannelli curvi in doppia lamiera di alluminio. Il materiale di copertura può variare, in funzione delle esigenze, dalle lamiere in alluminio, alle membrane elastoplastomeriche o sintetiche. Il sistema è concepito per sopportare qualsiasi sovraccarico o carico dinamico, resistenze al fuoco elevate e sollecitazioni per fenomeni sismici.

Illuminazione alimentare Royal Philips Electronics Olanda, azienda leader a livello globale nei settori healthcare, lifestyle e technology, attualmente, nel vasto contesto dell’illuminazione, si evidenzia con particolare efficacia anche nel settore relativo agli apparecchi illuminotecnici dedicati ai prodotti alimentari “freschi”. Un’indagine a riguardo ha accertato come il colore di questi alimenti condizioni fortemente l’acquisto da parte dei consumatori, come nel caso della frutta, la cui luce brillante delle lampade Philips MasterColour CDM/830 esalta il colore verde della verdura fresca, mentre i colori più caldi della MasterColour SDV/825 contribuiscono a

migliorare le tonalità rosso e arancio della frutta fresca. L’esposizione del pesce fresco viene esaltata invece dalle lampade MasterColour CDM/942 riflettendo uno scintillio di luce bianca fredda sui cubetti di ghiaccio. La freschezza della carne è ulteriormente accentuabile con l’utilizzo di filtri speciali, e Philips dispone di una tipologia di conversione che, utilizzata in combinazione con le lampade MasterColour SDW, consente di variare il modo in cui il colore rosso viene percepito. Anche i formaggi, il pane e i prodotti di pasticceria possono, mediante rese cromatiche dedicate, migliorare efficacentente le loro prerogative.

Azienda specializzata nella progettazione e distribuzione di sistemi solari termici, Hitec ha messo a punto il nuovo pannello solare FK 7300 N-Eco, quale evoluzione del precedente modello FK 7210 N-Eco; si tratta di un sistema più pratico e di veloce installazione, dalle prestazioni elevate, estremamente versatile e formalmente ben risolto. Il nuovo pannello si distingue per l’aumento della superficie captante pari a 2,5 mq, che permette di velocizzare i tempi di installazione, con importanti vantaggi soprattutto nel caso di impianti solari con estese dimensioni. Per evitare dispersioni di calore, FK 7300 N-Eco presenta, oltre all’isolamento posteriore con lana minerale da 50 mm, un isolamento laterale. Prodotto con materiali pregiati che ne garantiscono una lunga durata, il pannello può essere installato in modo universale su falda, tetto, terrazzo, a terra e in altre varianti. La sua versatilità ne consente l’applicazione in diverse soluzioni secondo necessità: parallelo al tetto, alla parete o inclinato di 20°/45°. Principale caratteristica costruttiva di FK 7300 NEco è la vasca inferiore in lega di alluminio realizzata in un pezzo unico stampato, priva di guarnizioni o saldature.

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Design e tecnologia Mediante l’evento “Reflecting Design”, organizzato lo scorso novembre a Milano, LG Electronics ha evidenziato alla stampa i prodotti riguardanti le proprie divisioni, partendo dai TV professionali della divisione Corporate, fino ai nuovi elettrodomestici realizzati nella singolare e interessante nuance black, sino alla presentazione dei notissimi Art Cool, dei raffinati cellulari Shine, e infine del nuovo T80, il primo lettore MP3 con TV integrata, nonché dei nuovi monitor lcd e delle tv

appartenenti alla linea Design Art. Da sempre attenta al design, LG ne considera essenziale la qualità formale unita al valore tecnologico di riferimento, distinguendosi ai vertici del settore nei mercati mondiali, per innovazione tecnologica su prodotti destinati all’elettronica, all’intrattenimento e alle comunicazioni. In Italia LG Electronics opera nei seguenti mercati: Aria condizionata, Brown Goods, White Goods, Information System Products e Telefonia Mobile.

Piano di chiusura Con il “Piano di Chiusura” ideato da Kaba, si può disporre di un sistema che racchiude in un’unica chiave il segreto per proteggere la propria abitazione, nonché l’ufficio, da possibili intrusioni. Si tratta di una nuova soluzione, che consente il controllo di tutti gli accessi del proprio ambiente mediante un’unica chiave, in sostituzione delle tante normalmente necessarie alle diverse aperture. Il programma prevede, oltre alla sola chiave master padronale per l’accesso universale, anche l’eventuale creazione di chiavi secondarie per l’apertura riservata a soli varchi predeterminati, finalizzate, come nel caso di dipendenti, ad ambienti di lavoro personali o ingressi comuni, come precisato nel Piano di Chiusura Kaba. Ulteriore protezione per tentativi di effrazione viene assicurata dai cilindri Kaba utilizzati nel Piano di Chiusura “Kaba ExperT”, che garantisce oltre 23 miliardi di diverse combinazioni, ottenendo il massimo grado di

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Identità complessa

Con Oikos Tekno, è stata realizzata una nuova porta d’ingresso che sintetizza, con la sicurezza ampiamente certificata delle porte di serie Oikos, l’alta qualità del design, la selezione dei materiali di finitura e l’accurata scelta dei colori consoni alle più accurate progettazioni per l’architettura d’interni. La rigorosa e raffinata integrazione negli spazi abitati, si concretizza mediante la vasta gamma di rivestimenti che comprende numerosi materiali di finitura come l’alluminio, il vetro, l’acciaio, il legno, i laccati e i laminati, nonché una notevole gamma di colori. Il rivestimento studiato per Tekno, sul tipo di quello che contraddistingue il progetto Synua, si presenta in settori personalizzabili, di accuratissima lavorazione e aspetto formale, e assolutamente intercambiabili in funzione della flessibilità espressiva e in previsionde di ogni possibile futura evoluzione. Oikos Tekno si sviluppa in nove dimensioni standard, distinguendosi anche per l’elegante linearità conferitale dalla cornice coprifilo in acciaio finitura alluminio.

Maurizio Calvesi Marotta Silvana Editoriale 2007, ill. a colori, 400 pp In questo splendido ed esauriente volume monografico, viene evidenziato l’intero processo artistico di Gino Marotta, colto sin dal primo significativo esordio pubblico che, verificatosi alla Galleria Montenapoleone di Milano nel 1957, ebbe la prestigiosa presentazione di Emilio Villa. Il testo introduttivo è di Maurizio Calvesi che, profondo conoscitore dell’artista, ne delinea l’identità complessa e singolare, di chiara percezione formale e materica. Marotta attraversò e anticipò, e tuttora anticipa, le molte emozioni e i rigori impegnativi di quel percorso artistico, già

Celebrazione e omaggio certificazione in fatto di sicurezza (classe 6 EN1303), resistenza all’attacco (classe 2 EN1303) e nel sistema “Gege pExtra”.

Premio al made in Italy E’ stato assegnato alla linea di arredi per ufficio “Luna”, di Uffix, il Good Design™ Award 2007 attribuito dal Museum of Architecture and Design del Chicago Athenaeum. La collezione è stata selezionata da una giuria di architetti, designer e autorità del mondo del design, in base a un criterio fondato su innovazione, forma, materia, costruzione, concetto, funzione e utilità. Si tratta di una linea che, disegnata da Pininfarina, comprende

Su misura

A cinquant’anni dalla fondazione, Reggiani Spa Illuminazione ha pubblicato un volume monografico bilingue che celebra la vitalità del proprio passato, forte di un determinato presente e con la capacità di investire nel futuro. Curato da Pino Usicco e con il titolo “Reggiani 1957 2007”, il libro percorre i tempi vissuti dalla Società dalla sua nascita a oggi, attraverso la mediazione di uomini, idee, prodotti e progetti, fuori da considerazioni scontate e schemi cronologici e discorsivi. Il volume riferisce, con bella perizia e rigore, attraverso immagini, colori, riferimenti e fonti di ispirazione, il processo culturale e produttivo di Goffredo Reggiani, indimenticabile fondatore dell’azienda e promotore di collaborazioni con i più illustri design del tempo, oggi sostituito dai figli Danilo, Fabio e Paolo che ne proseguono il pensiero ricco e sofisticato e l’opera. Il contenuto del libro confluisce e si conclude nella presentazione

dell’iniziativa attualmente di maggiore spicco e singolarità quale il “Reggiani International Light Forum”; uno spazio che dallo scorso marzo è aperto al mondo di tutti coloro che studiano e lavorano con la luce, invitati a incontrarsi, studiare, capire il presente della luce, e il suo sviluppo.

Comunicazione visiva globale scrivanie direzionali, accessori, tavoli riunione e armadi ad alto contenuto multimediale con ante complanari e scorrevoli. Il prestigioso premo, che rientra nell’ambito delle manifestazioni riguardanti Torino World Design Capital, segue il premio per l’ufficio ideale assegnato alla medesima linea dalla giuria popolare di EIMU mediante il concorso Wellness@Work, e il primo premio del BNV – Design & Innovation Award di Budapest.

Arkom, azienda di Merano particolarmente evidenziatasi nella realizzazione di prodotti studiati per offrire pubbliche informazioni nel settore relativo i nuovi uffici postali, si distingue per una serie di soluzioni “informative” capaci di orientare il fruitore del servizio, con estrema facilità, allo sportello desiderato. L’elemento più utilizzato del programma è “Totem”; un espositore di preciso impatto comunicativo che indica e chiarisce i vari servizi. Realizzato in diverse misure, il pannello evidenzia moltissime indicazioni e informazioni assolutamente protette da una lastra in acrilico antiriflesso. Segue per importanza di utilizzo il prodotto definito “Aperto-Chiuso”, impiegato per segnalare più funzioni come l’indicazione riguardante, con immediatezza e semplicità, l’attività in atto oppure sospesa di uno sportello. Con il prodotto “Libro”, sono assicurate, in uno spazio limitato, le complessive informazioni e novità del servizio postale semplicemente “sfogliando” le pagine. E’ stato inoltre messo a punto un porta-orari da apporre all’ingresso. Tutti i sistemi Arkom rispondono alla filosofia di “Comunicazione visiva globale” ideata da Ruggero Stizzoli mediante attente soluzioni formali, modulari, funzionali e conoscitive.

argomento per la storia dell’arte, sapientemente esposto da Calvesi con colta letteratura mettendo in luce gli innumerevoli confronti e incontri del maestro con i nomi più mitici del generale contesto artistico del tempo, nonché le innumerevoli mostre tenute nl mondo. Ne vengono evidenziate le stagioni creative nelle loro singolarità espressive; quelle iniziali dei “piombi”, degli “allumini” e dei “bandoni” svoltesi tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quella neo-metafisica, quella dell’impiego del metacrilato che già si manifesta dal 1964 nel

segno del “naturale-arificiale”. E ancora l’incontro con l’arte povera, sino alla serie dei “Rilievi” databili tra gli anni 1974 e 1979, e il successivo periodo della pittura a pennello di ermetico simbolismo, e avanti con infinite e stupefacenti opere e installazioni in metacrilato, sino alla scoperta della ceramica nel 2002, e ancora oltre, con un’immutata capacità di fondersi con materiali e rinnovamenti; sempre carico di quella poetica luminosa e senza compromissioni di straordinaria oggettualità. Alda Mercante

Una strada anomala A Roman Architect

Costruire consapevolmente Multimedia Tool

Marco Petreschi - Un architetto romano. Opere e progetti 1970-2006 con testi di Alessandro Castagnaro, Michele Costanzo, Renato De Fusco, Massimo Locci, Paolo Melis, Giorgio Muratore, Luigi Prestinenza Puglisi, Joseph Rykwert, Livio Sacchi Skira, Milano 2008, 150 colore, 50 b/n, 216 pp

Holcim Aggregati è una società del gruppo Holcim che opera da tempo nel settore estrattivo. Il processo produttivo degli aggregati è complesso e avvincente. Proprio per poter permettere ai professionisti del settore e a tutti gli interessati di conoscere più da vicino ed esplorare tale mondo, Holcim ha creato il DVD L’uomo e la pietra, un mondo da esplorare, che evidenzia il processo produttivo degli aggregati, approfondendo le varie fasi di lavorazione. L’uomo e la pietra, un mondo da esplorare è una sorta di percorso virtuale nelle fasi di estrazione dei materiali da costruzione: dall’estrazione alla vagliatura, dal trattamento delle acque alle opere di recupero ambientale. Attraverso il DVD, Holcim Aggregati offre ai propri interlocutori - aziende, imprese edilizie e progettisti - uno strumento multimediale in grado di illustrare caratteristiche e potenzialità dei propri materiali da costruzione attraverso uno mezzo con un alto grado di approfondimento. Insomma, grazie alla competenza maturata e all’esperienza diretta sul campo, Holcim fornisce risposte adeguate per chi opera nei settori della produzione di calcestruzzo, delle imprese di costruzioni, delle imprese stradali, dei produttori di prefabbricati, di manufatti, di conglomerati bituminosi.

Marco Petreschi ha sempre seguito una strada indipendente: ironica verso l’attualità e il suo potere, fisica nel rapporto affettuoso con i materiali e le tecniche per dominarli, comandata dal disegno come controllo completo ed estetico dello spazio, mai indifferente alla storia ma attenta a costruire una giusta distanza da questa. Una strada anomala all’interno dell’architettura italiana recente, spesso avvolta nel bavaglio delle diverse scuole e cordate oppure tentata dalle sirene della moda più recente e trasgressiva. Nella sua carriera trentennale Petreschi ha lavorato sulle diverse occasioni professionali come pratica sperimentale silenziosa e laterale, senza ricerca d’effetti ma puntando sulla densità fisica dello spazio, dei suoi dettagli e di un racconto dell’architettura come scoperta ricca delle storie che l’hanno preceduto. Questo libro attraversa questa lunga esperienza alternando progetti e testi di critici e amici architetti; i diversi salti di scala, dagli interni domestici passando per i tanti edifici pubblici dedicati alla cultura e al sacro, fino ad arrivare al disegno per l’altare del raduno di massa del Giubileo 2000, sembrano seguire un filo unico, quasi testardo, in cui provare a costruire una terza via tra la modernità e il respiro della storia e delle materie che l’hanno sempre costruita. Marco Petreschi has insisted on following his own way. The path he has taken is ironic toward the power of our current time and physical in his affectionate relationship with the materials he uses and the techniques he applies to dominate them: through him, design contitutes a complete, esthetic

control of space that is never indifferent to history but keeps itself at a suitable distance from the past. This is an unconventional viewpoint in terms of recent Italian architecture, which is often gagged by the different schools and currents, or is tempted by the latest, most transgressive trends. Throughout his thirty-year career, Petreschi has worked on his various professional commitments in a silent, experimental way, sometimes indirectly, without looking for any particular effect but aiming at the physical density of space, its details, and a way of expressing architecture as a discovery that is imbued with the history that has preceded it. This book traces these years of experience, alternating projects and texts by critics and Petreschi’s architect friends. The various shifts in scale, from home interiors to his many public buildings devoted to culture and worship – up to his design for the altar for the mass gathering at the 2000 Jubilee – seem to almost stubbornly follow a single central thread: an attempt to build a third path that lies between modernity and the breadth of history, as well as the materials that have always built the past.

closer look and explore this world. Man and stone, a world to be explored is a sort of virtual journey through the extrusion stages of building materials: from extraction to sifting, from water processing to environmental reclamation. Through the DVD, Holcim Associati offers companies, building firms and planners a multimedia tool that illustrates the characteristics and potential of its building materials through a means that allows for high-level in-depth analysis. In other words, thanks to the competence it has achieved through direct experience, Holcim provides appropriate solutions for concrete manufacturers, building firms, roadworks, prefab producers, craftsmen and manufacturers of bituminous conglomerates.

The Holcim group’s Holcim Associati has been working in the mining industry for years. Producing aggregates is a complex, intriguing process. Holcim has thus created a DVD entitled L’uomo e la pietra, un mondo da esplorare (Man and stone, a world to be explored), which concentrates on the production of aggregates, giving an in-depth view of the various stages of the manufacturing process. The aim is to allow professionals in the sector and all those interested in the field to take a

Segnalazioni Andrea Viviani. Multiplex Decoder testi di Luigi Prestinenza Puglisi, Luca Maria Francesco Fabris Poligrafo Editore, 2007, ill. a colori e b/n, 112 pp Il volume racchiude i cinema multiplex che Andrea Viviani ha progettato tra il 1999 e il 2005. Nella visione che emerge, estesa ai progetti di concorso come alle altre opere realizzate, convivono sperimentazione formale, raffinati ragionamenti sulla luce artificiale e naturale, intuizioni sull’uso di materiali inconsueti (plastiche, resine, laminati), sofisticate tecnologie computerizzate. L’uso disinibito del

colore, le contaminazioni grafiche, i disassamenti geometrici, avvicinano il linguaggio di Viviani più alle attuali tendenze dell’architettura olandese che al panorama nazionale contemporaneo. Architettura e teatro - Relazioni fra progetto di architettura dei teatri e arti sceniche a cura di Daniele Abbado, Antonio Calbi e Silvia Milesi Il Saggiatore, Milano 2007, 208 pp Il piacere di andare a teatro si è perso. E si è perso a causa dell’inadeguatezza dei

moderni teatri. Ritrovarlo è la missione di questa opera che contiene testimonianze di illustri professionisti del settore - raccolte durante le tre edizioni del seminario internazionale su Architettura e Teatro, tenutesi a Reggio Emilia nel 2004, 2005 e 2006 – e interventi di approfondimento e raccordo che, oltre a individuare e analizzare i problemi, propongono soluzioni concrete. Contributi di Mario Botta, Pierre Boulez, Santiago Calatrava, Romeo Castellucci, Vittorio Gregotti, Toni Servillo, Moni Ovaia, Renzo Piano e molti altri.

Stefano Boeri Tre città – Aymonino, Gregotti, Rossi Skira, Milano 2007, ill. a colori, 128 pp Il volume propone una rilettura originale del ruolo e delle opere degli anni Sessanta e Settanta dei tre architetti. Tre modi diversi e complementari di costruire la città e di concepire il progetto, quelli di Aymonino, Gregotti e Rossi, dei quali Boeri analizza e reinterpreta i testi fondamentali – da “L’architettura della città” di Aldo Rossi a “L’architettura del territorio” di Gregotti –, con una riflessione sulla nostra identità culturale e architettonica.

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Committente/Client: Comune di Verbania

Italia/Italy – Volpago del Montello (Treviso) Nuova scuola primaria statale Concorso di progettazione, a procedura aperta, in un’unica fase e in forma anonima, per la redazione del progetto preliminare per la realizzazione della nuova scuola primaria statale New Public Primary School Open design competition, in one phase and anonym, for the preliminary project of the new public primary school

Committente/Client: Comune di Volpago del Montello

Tecu® Architecture Award 2007)

Vallecas Ensanche 66 (parcela 1.20 A) Concorso d’idee per la realizzazione di interventi di edilizia residenziale pubblica per complessivi di 5.434,75 mq e di spazi destinati al commercio Ideas competition for the realization of interventions of public residential buildings for a total of 5,434.75 sq.m and for commerce spaces Committente/Client: E.M.V.S. (Empresa municipal de vivienda y suelo)

1°A Davide Macullo: Single family house in Ticino

Premio internazionale per progetti e realizzazioni che impieghino come materiale principale il TECU® International award for projects and realizations which utilize as tha main material TECU®

1°B Nicolas Carbajal Ballell, Simone Solinas, Gabriel verd Gallego: Vicar Theatre, Almeria 1°C Modulorbeat: Info Pavillion switch+, Münster

Giuria/Jury: Kasper Heidberg Frandsen, Alexander Jacobi, Laura Rocca, Volker Staab, Bill Zahner Committente/Client: KME

Menzione/Commendation Fabio Capanni: Gymnasium, Sesto Fiorentino 1°A

1°A Students Sara Shafiei (University College London): Theatre for Magicians-National Botanical Gardens Rome 1°B Students Andrea Brivio, Davide Conti, Fabio Galli: Residential project, Malacca

1° G. Chiodo, F. Borniotto, A. Trovatello, M. La Spina, A. Castro 2° Bracchetti + Saibene (F. Bracchetti, N. Saibene) 3° Made associati (A. Marangon, M. De Poli), P. Fioravante Brugnera (Pool Engineering) 4° TP4 Associati (G. Motta, A. Avedano, B. Laria, R. Laria) 5° S. Olga Pasini (AAPA Architetti Associati Pasini Agoston), A. Garziera 6° ex-aequo - Albori architetti associati (G. Borella, E. Almagioni, F. Riva), C. Titton, G. Moro, M. Moschetta, S. Lucchetta, M. Alberti - M. Del Seppia, S. Bonannini, L. Pienotti, A. Nassi - L. Cruciat, C. Bione, F. Delle Foglie 9° F. S. Mietto, M. Bortolami, D. Ceron 10° J. Carraro

1°A

1°C

1°B

1°B

1° Carlos Pastor Armengol, Jorge de Miguel Maza

Spagna/Spain – Madrid

COMPETITIONS

Nuovo Teatro Cittadino La nuova struttura dovrà essere realizzata entro l’area della Piazza Fratelli Bandiera, nell’abitato di Intra. Il progetto dovrà prevedere un’aula principale per rappresentazioni teatrali con una capienza massima pari a 500 posti a sedere, con caratteristiche tecnicoacustiche idonee a consentire anche rappresentazioni musicali di vario genere, concerti, operette, spettacoli di balletto, danza e proiezioni cinematografiche e ogni altro spazio per ospitare le funzioni accessorie necessarie New Municipal Theatre The new structure is to be located in the area of Piazza Fratelli Bandiera at Intra. The project should include a main auditorium for theatre performances with a maximum capacity of 500 people, with technical-acoustic characteristics able to allow music performances of different kind, opera, dance shows, film projections, and any other space hosting the necessary services

1° Salvador Perez Arroyo, P. Cook (Londra), S.B.ARCH Bargone Associati di F. Bargone, F. Bartolucci e A. Bargone, Garcia BBM _ V. Mestre Rancho, M. Mariani, E. Auletta, Bianchini e Lusiardi Associati, R. Bianchini, F. Lusiardi, A. Di Muzio, A. Sandelewski, F. Brenci 2° 5+1AA A. Femia, G. Peluffo con R. Ricciotti, G. Peia, F. Bozzo, S. Cremo, A. Venturini, S. Cenci, S. Migliaro, L. Romano, S. Bracco 3° Gregotti Associati International con R. A. Pio Buzzi, L. E. Amman, E. Sironi, J. Muzio e A. Vintani 4° Z. Hadid, P. Schumacher, F. Innocenti, R. Vangeli, A. Belia, L. Letteriello, A. Amelio 5° Sartogo Architetti Associati (P. Sartogo, N. Grenon), Ove Arup & partners (N. J. O’Riordan), Arup (G. Del Mese) 6° A. Corradini (MDU architetti), MDU architetti (A. Corradini, V. Barberis, M. Marchesini), C. Cosi, M. Fiesoli 7° G. Wittfeld, Kada Wittfeld Architektur (Dirk Zweering, Gerhard Wittfeld) 8° C. Aymonino, C. Pession, P. M. Cinquetti, M. Lageard, P. Napoli, M. Bo, A. Cocchi, A. Fenoglio 9° Oliver Kühn/Gewers Kuhn und Kuhn 10° A. Maffei, Arata Isozaki Associati (Arata Isozaki), M+T & Partners, Milanoprogetti, S. Utzeri

+ europaconcorsi

COMPETITIONS + europaconcorsi

Italia/Italy – Verbania

Menzioni/Mentions - Miguel Ciria Hernandez, Beatriz Alvarez Gomez, Efren Doncel Marchan, Pilar Malo Ara - Carlos Martin Calderon, David Benito Martin - Jaime Gonzalez-Valcarcel, Lourdes Manzano-Monis, Marta Barrera Matilda, Alfredo Diez Torre, Pablo Gonzalez-Valcarcel - Alejandro Gomez Garcia, Begoña Lopez, Juliane Haider

Menzione/Commendation 1°B Students 1°A Students

110 l’ARCA 235

235 l’ARCA 111


in the World

in the World

ARGENTINA

CYPRUS

Libreria Concentra ESQ.Arquitecto Montevideo 938 1019 Buenos aires Tel. 011 48142479 libreria@concentra.com.ar

Hellenic Distribution Agency Cyprus Lemesos Avenue, 204 Latsia P.O. Box 24508 Tel. 2.878500 Fax 2.489131

ALBANIA

FINLAND

Adrion LTD Sh. 1, Ap. 8 Sami Frasheri Str. P. 20/1 Tirana Tel. 0035.5.4240018 Fax 0035.5.4235242

Akateeminen KirjakauppaThe Academic Bookstore P.O.Box 23 SF-00381 Helsinki Tel. 01.1214330

AUSTRALIA

FRANCE

Europress Distributors PTY LTD Unit 3, 123 McEvoy Street Alexandria, NSW 2015 Tel. 02 96984922/4576 Fax 02 96987675

(l’Arca International) Paris

AUSTRIA

Bookshop Prachner Sporgasse 24 A-8010 Graz

BELGIUM

(l’Arca International) Agence et Messageries de la Presse Rue de la Petite Ile, 1 B-1070 Bruxelles Tel. 02.5251411 Alpha Libraire Universitaire Rue de Termonde, 140/142 B-1083 Bruxelles Tel. 02 4683009 Fax 02 4683712 Office International des Périodiques Kouterveld, 14 B-1831 Diegem Tel. 02.7231282 S.P.R.L. - Studio Spazi Abitati Avenue de la Constitution, 55 Grondwetlaan B-1083 Bruxelles Tel. 02 4255004 Fax 02 4253022

BRAZIL

Livraria Leonardo da Vinci Rua Heliopolis 75 Vila Hamburguesa CEP 5318 - 010 Sao Paulo Tel. 011 36410991 Fax 011 36412410

CHILE

Libro’s Soc. Ltda. Av. 11 de Septiembre 2250 Piso 11 OF. 1103 Providencia, Santiago Tel. 02 3342350 Fax 02 3338210

L’arbre à lettres 56, Faubourg Saint-Antoine, 75012 Tél. 01 53338323, Fax 01 43420434 Librairie Le Moniteur 15-17, rue d’Uzès, 75002 Tél. 01 40133380 Fax 01 40136063 Librairie Le Moniteur 7, Place de l’Odéon, 75006 Tél. 01 43254858 Fax 01 40518598 Lyon Librairie Le Moniteur 125, rue Vendôme, 69006 Tél. 04 72757717 Fax 04 78520216

GERMANY Buchhandlung L.Werner Turkenstrasse, 30 80333 Munchen Tel. 089 226979 Fax 089 2289167 F. Delbanco (subscriptions) Bessemerstrasse, 3 Postfach 1447 21304 Luneburg Tel. 041 312428-0 Fax 041 31242812 post@delbanco.de Karl Krämer Fachbuchhandlung Rotebühlstr. 42 A D-70178 Stuttgart Tel. 0711 669930 Fax 0711 628955 abo@karl-kraemer.de

GREAT BRITAIN Central Books 99 Walls Road London E9 5LN Tel. 0044.20.8525.8825 Fax 0044.20.8533.5821

John Wiley & Sons Ltd. Ealing Broadway Centre 4th Fl. International Hse W5 5DB London Tel. 020 83263800 Fax 020 83263801 Rowecom UK Ltd (subscriptions) Cannon House Folkestone, Kent, CT 19 5EE Tel. 0303.850101 Fax 0303.850440

GREECE Goulas Theodoros Publishing House 65, Epmou Str. 54625 Thessaloniki Tel./Fax 0310 264241 Hellenic Distribution Agency 1, Digeni Street GR-17456 Alimos Tel. 01.9955383 Fax 01.9948777

HOLLAND Bruil & Van De Staaij Postbus 75 7940 AB Meppel Tel. 0522.261303 Fax 0522.257827 info@bruil.info www.bruil.info/larca Swets Blackwell BV (subscriptions) P.O.Box 830 2160 SZ Lisse Tel. 02521.35111

ISRAEL Steimatzky Group Ltd. Steimatzky House 11 Hakishon Street Bnei-Brak 51114 Tel. 03 5794579 Fax 03 5794567

JAPAN

KOREA REPUBLIC

SIRIA

TURKEY

MGH Co. Suite 901, Pierson Bd. 89-27 Shin Moon Ro 2Ka.Chong Ro. Seoul 110-062 Tel. 02.7328105 Fax 02.7354028

Kayyal Trading Co. P. O. Box 1850 Damascus Tel. 00963.11.2311542 Fax 00963.11.2313729

Arti Perspektif Yayincilik Kiziltoprak Bagdat Cumhur Sadiklar 12/1 81030 Kadikoy/Istanbul Tel. 0216 4189943 Fax 0216 4492529 arti.perspektif@bnet.net.tr

MALTA Melit Ltd. Censu Bugeja Street P.O.Box 488 La Valletta CMR 01 Tel. 437314 Miller Distributors Miller House Tarxien Road, Airport Way Luqa Tel. 664488 Fax 676799

MEXICO Libreria Morgana Alberto Zamora 6-B Col. Villa de Coyoacan 04000 Mexico DF Tel./Fax 05 6592050

POLAND Pol-Perfect SP Z.O.O. Ul. Wladyslawa Lakietka 7 PL 03-590 Warszawa Tel. 22 6772844 Fax 22 6772764 Gambit Ai Pokoju 29/B/22-24 31-564 Krakow Tel. 012 42155911 Fax 012 4227321 informacja@gambit.krakow.pl

PORTUGAL Epul Edições e Publicações Lda Rua José Falcão, 57, 4° Esq. 1000-184 Lisboa Tel. ++351 1 316 1192 Fax ++351 1 316 1194

AD. Shoseki Boeki Co. Ltd P.O.Box NO 1114 Osaka 530-91

PRINCIPALITY OF MONACO

Maruzen Company Ltd Journal Division 3-10 Nihonbashi 2 Chome Chuo-ku 103-8245 Tokyo Tel. 3 32758591 Fax 3 32750657 journal@maruzen.co.jp

Presse Diffusion P.O.Box 479 MC 98012 Monaco Cedex Tel. 92057727 Fax 92052492

Yohan 14-9 Okubo 3-chome, Shinyu-ku, Tokyo 169 Tel. 03 32080181 Fax 03 32090288/32085308

Leng Peng Fashion Book Centre 10 Ubi Crescent, #05-26 Singapore 408564 Tel. 7461551 Fax 7424686

(l’Arca International)

SINGAPORE

SLOVENIA Editoriale Stampa Triestina Via dei Montecchi 6 Trieste (Italia) Tel. 040 7796666 Fax 040 7796402

SPAIN Libreria Camara SL Euskalduna, 6 48008 Bilbao Tel. 4.4321945 Comercial Atheneum SA Joventut,19 08830 Sant Boi de Llobregat Tel. 93.6544061 Fax 93.6401343 Promotora de Prensa Internacional SA Disputaciòn, 410 08013 Barcelona Tel. 93.2653452 Publicaciones de Arquitectura y Arte, S.L. C/. General Rodrigo, 1 28003 Madrid Tel. ++34 91 554 61 06, fax ++34 91 554 88 96 34 91 554 76 58, E-mail: publiarq@publiarq.com

SWITZERLAND NLDA-Nouvelle Librairie d’Architecture 1, Place de l’Ile CH-1204 Génève Tel. 022.3115750

TAIWAN Super Teem Technology Co. Ltd. IF., No.13, Alley 21. Lang 200 Yung Chi d. Taipei Tel. 02 27684617 Fax 02 27654993

THAILAND Central Books Distribution 306, Silom Road Bangkok Tel. 2.2336930-9 Fax 2.2378321

Bilimsel Eserler San.Ve Tic. Ltd. Siraselviler Cad. 101/2 80060 Taksim-Istanbul Tel. 212 2434173 Fax 212 2494787 Yab-Yay Yayimcilik Sanay Ltd. Bsiktas Barbaros Bulvari Petek Apt.61, Kat:3 D:3 Besiktas/Istanbul Tel. 212.2583913-2598863 Fax 212.2598863 Promete Film Yapim Sanayi ve Ticaret Limited Sirketi Inönü Cad. Prof. Dr. Tarik Zafer Tunaya Sok. No: 6/9 34437 Gümüssuyu/Taksim Istanbul Tel. 0090.212.2921368 Fax 0090.212.2451305 Umut Yayin Dagitim Merkezi Yogurtcu Cayiri Cad. No:64/1 Kadikoy Istanbul Fax 0090.216.3484937

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