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Cesare Maria Casati

Il Manifesto di Torino The Manifesto of Turin

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opo cinque giorni di intensi incontri e dibattiti si è chiuso a Torino il XXIII Congresso Mondiale dell’Architettura. Congresso che ha visto la partecipazione di parecchie migliaia di professionisti provenienti da decine di Paesi e della presenza espositiva di Enti, associazioni e aziende coinvolti tutti nel mondo del progetto e dell’architettura. La chiusura avrebbe dovuto sancire l’elezione di Giancarlo Ius come nuovo presidente de l’UIA, carica che finalmente poteva essere italiana e ricoperta da una persona di grande dirittura morale e professionale e con grandi idee innovative; ma Giancarlo Ius, cinque ore prima delle elezioni, moriva improvvisamente a soli cinquantacinque anni e lasciando nell’atroce dolore noi tutti, figlio, moglie e parenti. Una perdita incredibile che impoverisce i nostri affetti e tutto il mondo degli architetti. Nelle pagine che seguono della rivista troverete il suo discorso di candidatura, letto ai delegati con grande dignità dalla coraggiosissima moglie Caterina e il sunto del lungo documento-manifesto prodotto dai membri della commissione del Congresso. Manifesto importante che individua undici temi di grande spessore strategico e progettuale per “liberare la modernità dai suoi disastrosi inconvenienti…”. Temi che ci imporranno riflessioni e decisioni determinanti per ipotizzare il prossimo futuro. Uno generale, tema che noi avevamo già richiamato nei numeri precedenti della rivista, è quello che poi li riassume tutti nell’appello a riconsiderare il modello di sviluppo della società che continuiamo a perseguire senza riconoscere i suoi limiti e i limiti delle risorse che il pianeta che abitiamo ci impone. Basti pensare alla “bomba demografica” (punto uno del manifesto) che vede un incremento esponenziale della popolazione del pianeta con valori di aumento di un miliardo ogni dieci, dodici anni. Sembra che allo stato attuale l’esplosione demografica sia incontrollabile se non interverranno scelte radicali di espansione del benessere economico e culturale; unico elemento che nei Paesi sviluppati determina un ragionevole controllo demografico. Temi incontrovertibili che dovranno impegnare l’architettura non solo nel realizzare edifici sostenibili dalle risorse economiche e culturali ma e soprattutto progettare infrastrutture, territori e città in armonia con la scienza, l’ecologia e con un sistema economico e mercantile veramente “sostenibile” dalla genti che vi dovranno abitare. Ora credo occorra da parte di tutti coloro che vorranno accogliere la sfida lanciata a Torino iniziare a simulare e strutturare nuove idee abitative e infrastrutturali capaci di invertire sostanzialmente i termini di sviluppo che quotidianamente gli architetti praticano, anche nella professione, per raggiungere un nuovo equilibrio armonioso di estetica e di funzione etica della trasformazione del territorio urbano. Aldo Loris Rossi predicava questi concetti, sempre inascoltato, già alcuni decenni fa, e dato che questo manifesto esce anche dalla sua mente spero che la cornice del Congresso da una parte e l’emergenza demografica dall’altra facciano sì che anche le istituzioni recuperino il loro cronico ritardo e soprattutto i giovani architetti, oltre il saggio decano Aldo Loris Rossi, trasformino le nobili intenzioni del Manifesto in atti e progetti.

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The 23rd World Architecture Conference drew to a close in Turin after five days of heated debate and meetings. The conference was attended by several thousands of professionals from dozens of countries, with exhibitions organised by associations, bodies and companies all involved in the world of architectural design. The closure of the conference was supposed to coincide with the election of Giancarlo Ius as the new President of the IAU, meaning that an Italian would finally hold this post, a man of great moral and professional rectitude full of innovative ideas; but five hours before his election, Giancarlo Ius suddenly passed away at the age of just fifty-five, leaving his son, wife, relatives and all of us in a state of total despair. A terrible loss which will be felt by architects the world over. This issue of the magazine will include his election speak, which his extremely courageous wife, Caterina, read out to all the delegates with such great dignity, summing up a lengthy document-manifesto written by the Conference Commission. An important manifesto focusing on eleven issues of great strategic significance in order to "free modernity from its disastrous inconveniences...” Issues which force to take stock and make crucial decisions with the future in mind. A general issue, which we have already mentioned in previous issues of the magazine, which sums up all the others, is an appeal to review our model for developing society, which we continue to pursue without acknowledging its limits and the limits imposed by the planet on which we live. Just consider the “demographic bomb” (item 1 of the manifesto), which is causing an exponential growth in the planet's population calculated at a billion people every ten-twelve years. It would seem that, at the present moment, the demographic explosion cannot be controlled unless radical decisions are made to expand economic and cultural well-being; the only factor which in developed countries will result in reasonable control over the population growth. Issues of indisputable importance, which will commit architecture not just to design sustainable buildings in terms of economic and cultural resources but, above all, to create infrastructures, territories and cities in harmony with science, ecology and an economic/trade system which is truly “sustainable” by the people who have to live with it. I now believe that everybody willing to take up the challenge thrown down in Turin must start to simulate and structure new ideas for housing and infrastructures capable of truly inverting the basic terms of development, practised by architects on a day-to day basis, in order to create a new and harmonious balance between aesthetics and ethics ready to transform the cityscape. Aldo Loris Rossi used to talk about all this a few decades ago but his words went unheeded, so, bearing in mind that this manifesto is also an expression of his intelligence, I hope that the setting of this Conference on one hand and the demographic emergency on the other will force our institutions to make up for their chronic shortcomings and backwardness, but, above all, I have that young architects, as well as that wise old doyen Aldo Loris Rossi, will turn the noble intentions of this Manifesto into concrete actions and projects.

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6. L’“Impronta ecologica” della città planetaria oltre i limiti della ubblichiamo di seguito un estratto del Manifesto finale del XXIII Congresso Mondiale di Architettura. Nel por- Natura. 7. La distruzione progressiva del Patrimonio Storico e delle comutale www.arcadata.com si può consultare la versione nità tardo-antiche. integrale. 8. Il consumismo come acceleratore esponenziale della produzio“Non possiamo risolvere i problemi se non abbandoniamo il modo ne: la sua metamorfosi da vizio a virtù. 9. L’apogeo e il tramonto dell’era dei combustibili fossili: il conflitdi pensare che li ha creati” to per il dominio mondiale delle energie. (A. Einstein) 10. La crescita vertiginosa di rifiuti, inquinamento e effetto serra: l’ecocidio planetario. Non bisogna far violenza alla Natura, bisogna persuaderla” 11. L’autoreferenzialità dell’architettura nella società consumistico (Epicuro) spettacolare. La crisi di megacity e degli ecosistemi: l’insostenibilità del Queste patologie sono giunte a un livello di pericolosità tale da paradigma meccanicista e del mito dello “sviluppo illimitato”. Dal dopoguerra la terza rivoluzione industriale fondata sull’onni- minacciare la sopravvivenza del pianeta! Ormai le “cose” si ribellapotenza della tecnoscienza, l’energia atomica, l’automazione, l’infor- no alle “parole”, i problemi sfuggono alle tesi elaborate per govermatica, ha ristrutturato l’intero ciclo produttivo in senso post-fordista, narli. Intanto la sinergia tra tecnocrazia, economicismo e mercatismo liberando l’umanità dal lavoro manuale. Questa rivoluzione ha spinto impetuosamente verso la globalizza- ha continuato a ignorare l’ecocidio planetario in atto svelato e zione, la società massificata, l’economia consumista e le megalopoli denunciato, dagli anni Settanta in poi, dalla nuova visione sistemideterminando la più grande espansione demografica, economica e ca del mondo. Essa ha evidenziato che il pianeta, in quanto ecosistema “vivenurbana della storia. Tale crescita esponenziale è resa possibile da un modello di svi- te” in equilibrio autoregolato, non può più essere governato da luppo che considera la Natura come una riserva illimitata. Ma la tra- tali principi e dalla politica del laisser-faire laisser-passer sempre volgente transizione dall’era tardo-industriale a quella postindustriale più indifferenti alla gravità della crisi ambientale, energetica e ha creato anche problemi ingovernabili. Essi giustificano l’invettiva metropolitana, pervenuta a un punto di rottura. Oggi l’UIA, nel 60° anno dalla fondazione – in continuità con la di Frank Lloyd Wright: “la vecchia città capitalista non è più sicura. Significa assassinio di massa” in The living city (1958), modello orga- Carta di Machu Picchu (1977) “revisione antilluministica della Carnico di città alternativo a quello astratto della Ville Radieuse (Le Cor- ta diAtene” (Bruno Zevi) e con le Dichiarazioni del Messico (1978),Varsavia (1981), Chicago (1993) – assume le sue responsabusier, 1925). Oggi l’inaudito sviluppo post-industriale è giunto al punto da bilità di fronte a tali sfide, contribuendo a elaborare strategie altersconvolgere i cicli bioclimatici e l’ecosistema planetario. Questo ha native, ad ampliare le competenze interdisciplinari, a formare su rivelato l’insostenibilità del paradigma meccanicista su cui è fondato tali tesi gli architetti del futuro. Questo, nella consapevolezza che: “non è perché le cose sono lo statuto funzionalista codificato dalla Carta di Atene (1933). difficili che noi non osiamo, è perché non osiamo che sono difficiTale insostenibilità si manifesta attraverso patologie sempre più allarmanti che non possono essere più rimosse, minimizzate o igno- li” (L. A. Seneca). rate dalle istituzioni, riassumibili nei seguenti fenomeni: Verso ecometropolis e l’era post-consumista: la riscoper1. L’esplosione della bomba demografica. 2. L’espansione permanente delle mega cities e delle galassie ta del paradigma ecologico e della realtà dei “limiti dello sviluppo”. megalopolitane. I 250 anni della rivoluzione industriale sono stati dominati per i 3. L’onnipotente sviluppo post-industriale, la globalizzazione merquattro quinti dal paradigma meccanicista (analitico-riduttivo) e catista e il controllo planetario delle risorse. 4. La mutazione genetica post-fordista della produzione, della dal mito dello “sviluppo illimitato” che hanno prodotto insieme all’affluent society, le patologie oggi incontrollabili. società, della metropoli. Ma nell’ultima fase post-industriale, si è aperta una nuova pro5. La globalizzazione di infrastrutture, mercati e sistemi urbani in spettiva, sebbene anticipata da profetiche intuizioni: il paradigma un’unica weltstadt “infinita e senza forma”.

Manifesto promosso dal Direttivo UIA e redatto da Aldo Loris Rossi. Manifesto promoted by the UIA Executive Board and edited by Aldo Loris Rossi.

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ecologico (sintetico-organico) consapevole, viceversa, della realtà dei “limiti dello sviluppo” e orientato verso un’era post-consumista, una nuova frontiera eco-metropolitana e un’architettura che viva in simbiosi con la Natura! Questo mutamento è in sintonia con le scienze che dal dopoguerra vanno oltre il paradigma meccanicista: la Cibernetica, la Teoria dei sistemi, della Gestalt, l’Ecologia, i Sistemi dinamici complessi, la Biologia olistica, la Scienza del Caos. Esso segna la transizione paradigmatica dal “diritto alla Città” (H. Lefebvre, 1968) al “diritto alla Natura”. Il paradigma ecologico, a rete, scoprendo le leggi che regolano il divenire dei fenomeni fisici e la crescita degli organismi viventi, si incarna nella visione olistica che consente la “pacificazione tra tecnosfera e ecosfera” (B. Commoner) indispensabile per la sopravvivenza del pianeta. Pertanto, se si vuole liberare la modernità dai “suoi disastrosi inconvenienti” provocati dallo statuto meccanicista ormai insostenibile, occorre con urgenza una strategia alternativa capace di perseguire: 1.1. Il disinnesco della bomba demografica. 1.2 Un habitat entropico: da garden-city, living city, arcology, verso la nuova frontiera eco-metropolitana. 1.3. La rifondazione del modello di sviluppo come sintesi di economia e ecologia. 1.4. Il riequilibrio eco-metropolitano dell’armatura urbana d isimpegnata dai grandi corridoi transnazionali. 1.5. L’integrazione delle reti hard e soft in un cyberspace aperto, interattivo ma in simbiosi con la biosfera. 1.6. Una “Nuova alleanza” con la Natura: oltre il riduzionismo funzionalista. 1.7. La tutela del Patrimonio storico e degli abitanti, dei siti antropizzati e delle comunità tardo-antiche. 1.8. Dall’economia dello spreco alla sobrietà post-consumista: la liberazione della coscienza omologata dell’uomo-massa. 1.9. La città dell’era solare (Eliopolis) e delle energie rinnovabili: la riconversione dell’habitat planetario. 1.10. La nuova civiltà entropica del riciclaggio, del controllo dell’inquinamento e dell’effetto serra. 1.11. Un’architettura digitale come “protesi della Natura”, diritto alla biodiversità estetica, etica e politica. A chi obietterà che tale strategia è opinabile o utopica, si può replicare che, viceversa, essa è obbligata e realistica! Questo per tre ragioni capitali: l’imminente fine dell’era dei combustibili fossili, che indurrà la riconversione ad altre energie del ciclo produttivo e della città planetaria; la minaccia dell’effetto serra alla sopravvivenza del pianeta, che esige una svolta strategica verso la “pacificazione tra tecnosfera e ecosfera”; il fallimento etico del consumismo nichilista responsabile, in nome del superfluo, della distruzione della Natura. Ma tali smisurati problemi sono irrisolvibili senza la rivoluzionaria transizione culturale dal paradigma meccanicista a quello bioecologico capace di rimodellare la modernità sui cicli della Natura. Questo nella convinzione che: “l’essenza della civiltà non consiste nella moltiplicazione dei desideri, ma nella deliberata e volontaria rinuncia a essi” (M. Gandhi). Intanto, i tempi per una svolta radicale si riducono sempre più e non la si può delegare a nessuno. Infatti: “di tutti gli organismi viventi sulla terra, solo noi esseri umani abbiamo la capacità di mutare consapevolmente il nostro agire. Se si deve fare pace col Pianeta, siamo noi a doverla fare” (B. Commoner). 4 l’ARCA 239

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he following text is an abstract of the final Manifesto of the XXIII World Congress of Architecture. In the portal www.arcadata.com you can read the integral version.

“We can’t solve problems by using the samekind of thinking we used when we created them.” (A. Einstein) “Human nature is not to be coerced but persuaded.” (Epicurus) The megacity and the ecosystem crisis: the unsustainability of the mechanistic paradigm and the myth of “unlimited development”. Since the post-war period, the third industrial revolution based on the omnipotence of techno science, atomic energy, automation, and computer science have restructured the entire production cycle in the post-Fordist sense, freeing humanity from manual labor. This revolution has given an impetuous thrust toward globalization, massified society, the consumer economy and themegacities, determining the largest demographic, economic and urban expansion in history. Such exponential growth was made possible thanks to a development model that considers Nature an unlimited resource. But the overwhelming transition from the late-industrial age to the postindustrial one has produced ungovernable problems. They justify the invective by Frank Lloyd Wright: “the old capitalist city is no longer safe. It is the equivalent of mass murder” in The living city (1958), an alternative organic city model to the more abstract model of Ville Radieuse (Le Corbusier, 1925). Today, the unprecedented post-industrial development has reached the point of upsetting the bioclimatic cycles and the planet’s ecosystem. This was proven by the unsustainability of the mechanistic paradigm, which constitutes the basis of the functionalist statute codified by the Charter of Athens (1933). Such unsustainability manifests itself through increasingly alarming pathologies which can no longer be removed, minimized or ignored by the institutions, and which can be summarized in the following phenomena: 1. The explosion of the demographic bomb. 2. The permanent expansion of megacities and of the megalopolitan galaxies. 3. The omnipotent post-industrial development, marketfocused globalisation, and the planetary control of resources. 4. The post-Fordist genetic mutation of production, of society and metropolises. 5. The globalization of urban infrastructures, markets and systems into a single “infinite and shapeless” weltstadt. 6. The “Ecological footprint” of the planetary city beyond the limits of Nature. 7. The progressive destruction of the Historical Heritage and of the late-ancient communities. 8. Consumerism as an exponential accelerator of production: its metamorphosis from vice to virtue. 9. The height and decline of the age of fossil fuel: the struggle for control of the world’s energy resources. 10. The extreme growth of waste, pollution and the greenhouse effect.


11. The self-reference of architecture in the consumerist- to find an alternative strategy capable of achieving the folspectacular society. lowing: 1.1. The defusion of the demographic bomb. The dangerousness of these pathologies has attained such 1.2 An entropic habitat: from garden-city, living city, and a level as to threaten survival of the planet! arcology, toward the new eco-metropolitan frontier. We have come to the point that “things” rebel against 1.3. Re-founding the development model by merging econ"words" and problems elude the policies developed for their omy with ecology. governance. 1.4. Rebalancing, in an eco-metropolitan perspective, the Meanwhile, the synergy between technocracy, economi- urban framework without the constraints of major transnacism and marketismhas ignored further the ongoing plane- tional corridors. tary ecocide, which has been unveiled and denounced since 1.5. Integrating hard and soft networks as an open, interthe ‘70s by the new systemic vision of the world. active, and ecofriendly cyberspace. The latter has highlighted that the planet, being a self-bal1.6. A “New Alliance” with Nature beyond functionalist anced “living” ecosystem, cannot be left to those principles reductionism. and laisser-faire and/or laisser-passer policies, which are 1.7. The protection of historical heritage and population, increasingly indifferent to the seriousness of the environ- inhabited sites, and late-ancient communities. mental, energy and metropolitan crisis – which has reached 1.8. From waste economy to post-consumerist thriftiness: breaking point. vindicating the nondescript conscience of man-mass. Today, UIA, on the occasion of its 60th year from founda1.9. The city of the solar age (Heliopolis) and renewable tion, in line with the Charter of Machu Picchu (1977) “anti- energy: reconverting the planetary habitat. Enlightenment revision of the Charter of Athens” (Bruno 1.10. The new entropic civilization of recycling and conZevi) and the Declarations of Mexico (1978), Warsaw trol of pollution and the greenhouse effect. (1981), and Chicago (1993), takes up its responsibilities 1.11. Digital architecture as a “prosthesis of Nature”: the faced with these challenges and will contribute towards right to biodiversity in aesthetics, ethics, and politics. developing alternative strategies, expanding cross-sector skills, and raising future architects’ awareness of these To those who will argue that such strategy is debatable or issues. utopic, we can reply that, vice versa, it is compulsory and This is so because of the awareness that: “It is not because realistic! things are difficult that we do not dare; it is because we do This is so for three main reasons: the impending end of the not dare that they are difficult” (L.A. Seneca). age of fossil fuel, which will necessitate reconverting both the production cycle and the planetary city to the use of other Toward the ecometropolis and the post-consumerist energy sources; the threat posed bythe greenhouse effect to age: the rediscovery of the ecological paradigm and the survival of the planet, which mandates a strategic shift of the reality of the “limits of development”. towards the “pacification between techno-sphere and ecosThe 250 years of industrial revolution have been dominat- phere”; and the ethical failure of nihilist consumerism, ed for fourfifths by the mechanistic (analytic-reductive) par- which is responsible for the destruction of Nature for the adigm and by the myth of “unlimited development”, which, sake of superfluity. together with the affluent society, have produced today’s However, these huge problems cannot be solved without uncontrollable pathologies. the revolutionary cultural shift from the mechanistic paraIn the last post-industrial phase, however, a new perspec- digm to the bioecological paradigm, which is capable of retive has opened, albeit anticipated by prophetic intuitions: modeling modernity after natural cycles. the ecological paradigm (synthetic-organic) aware, vice verThe underlying belief is that: “the essence of civilization sa, of the reality of the “limits of development” and oriented consists not in the multiplication of wants but in their delibtoward a post-consumerist age, a new ecometropolitan fron- erate and voluntary renunciation” (M. Gandhi). tier and an architecture that lives in symbiosis with Nature! Meanwhile, the time for a radical turning point is increasThis mutation is in harmony with the sciences that, ever ingly running out, and it cannot be delegated to anyone. In since the postwar period, have gone beyond the mechanistic fact: “of all the organisms living on earth, only we humans paradigm: Cybernetics; the Theory of systems; the Gestalt have the capability of consciously changing our actions. To theory; Ecology; Complex dynamic systems; Holistic biology; make peace with the Planet, we must make peace among the the Science of Chaos. Itmarks a paradigm shift from the peoples who live in it” (B. Commoner). “right to the city” (H. Lefebvre, 1968) to the “right to Nature”. The “network-based” ecological paradigm, discovering the laws that govern the development of physical phenomena and the growth of living organisms, incarnates itself in the holistic vision that permits “pacification between technosphere and ecosphere” (B. Commoner), which is indispensable to the survival of the planet. Hence, if we wish to free modernity from its “disastrous drawbacks” brought about by the mechanistic framework, which is by now as good as unsustainable, we urgently need 239 l’ARCA 5


Buon giorno cari amici… Giancarlo Ius

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iancarlo Ius è improvvisamente scomparso all’alba del 5 luglio, poche ore prima che il XXIII Congresso dell’UIA, riunito a Torino, lo eleggesse suo Presidente. Il grande numero di consensi che si era raccolto intorno al suo nome rimane estrema e significativa testimonianza della stima che Ius si era guadagnata a livello internazionale per il suo rigore, le sue capacità, la sua figura professionale e le sue doti umane. Il documento che pubblichiamo è il testo del discorso che egli avrebbe dovuto tenere all’Assemblea dell’UIA il mattino del 5 luglio, dopo la votazione che con quasi assoluta certezza lo avrebbe nominato alla Presidenza del prestigioso organismo mondiale, e di cui è toccato alla moglie Caterina di dare commovente lettura al Congresso. “Buon giorno cari amici architetti provenienti da tutto il mondo, è con grande piacere che mi trovo qui oggi. In nome degli architetti italiani, che hanno avuto l’onore di organizzare questo evento, vi ringrazio tutti per la vostra convinta partecipazione. I temi che sono stati discussi e definiti durante il congresso e nel manifesto finale, che è stato presentato giovedì, rappresentano una svolta epocale per un rinnovato impegno della categoria in una società globale. E’ la vittoria di un’assai diffusa architettura di qualità che tiene in grande considerazione i bisogni del genere umano, e che verte su di una visione del futuro basata sulla solidarietà e sulla sostenibilità rispettando al tempo stesso le differenze culturali e geografiche. Noi dobbiamo “fare pace con la natura”. La mia candidatura a Presidente dell’UIA è proprio l’espressione di questo rinnovato impegno. Anche se mi appartengono maggiormente i valori della cultura Italiana (ma anche mediterranea e mitteleuropea) ho sempre espresso il mio desiderio di promuovere gli interessi generali dell’UIA: ho lavorato su temi quali il CPD, la Convalidazione, Comunicazione e concorsi, e ho promosso i settori dell’educazione e della pratica professionale. Ho sostenuto, a livello globale, la promozione di varie attività tese allo sviluppo ed alla valorizzazione del paesaggio urbano e rurale. Sono pronto a sostenere gli alti obbiettivi che ci siamo proposti. Raccolgo la sfida di costruire insieme a voi l’UIA del futuro, e se mi sosterrete, mi impegnerò in prima persona, perché sono convinto che noi possiamo: 1. dare continuità al lavoro svolto sinora, di primaria importanza nella storia dell’UIA, rafforzando la coordinazione tra le organizzazioni internazionali degli architetti, potenziando in modo particolare il ruolo delle sezioni ed armonizzando le organizzazioni regionali (CAE, ARCASIA, UAA, FPAA, ACCEE, CAA) con i nuovi bisogni politici e culturali, per superare le barriere che ci separano, avendo ben chiaro in mente l’impegno a “non aver paura nell’usare la cultura e la solidarietà per abbattere le barriere politiche esistenti tra le persone”; 2. migliorare le condizioni di lavoro degli architetti in tutto il mondo, in modo tale da ottenere una sempre maggiore qualità dell’architettura. Questo è parte di una visione positiva dell’universo, dove “Bello” e sinonimo di “Buono”. L’obbiettivo è quello di modificare il territorio con il preciso intento di perseguire la qualità della vita e la “sicurezza e felicità delle persone”; 3. consolidare la struttura dell’UIA a livello internazionale come un “network” GLOBALE dedicato alla professione dell’architetto, e rinforzare la presenza ed i contatti dell’UIA con le organizzazioni internazionali e con gli altri enti non governativi, promuovendo l’assoluta importanza della centralità della figura dell’architetto e del suo lavoro in tutti i processi di trasformazione dell’ambiente sia naturale che artificiale (costruito); 4. promuovere la comunicazione. L’intenzione è quella di accrescere sempre di più la conoscenza della figura dell’architetto e del suo lavoro, perché l’architettura è per tutti. Un ringraziamento parti-

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colare, a questo proposito, ai nostri colleghi di Singapore per i grandi sforzi profusi nell’aiutarci nella realizzazione di questo intendimento; 5. sviluppare la cultura dell’architettura come mezzo per migliorare l’ambiente, preservandolo nell’interesse del genere umano e delle generazioni future, attraverso un’azione di Democrazia Urbana nella quale “l’etica dei tanti deve prendere il posto dell’estetica dei pochi”; 6. sostenere il rispetto per le diversità culturali, sociali e geografiche, lavorando per il benessere di tutti gli uomini e le donne del mondo, in un nuovo umanismo globale per essere architetti e per fornire architettura di qualità per il futuro dei nostri figli; 7. in collaborazione con scienza, politica ed economia, promuovere un uso più ampio di energie intelligenti e di tutte quelle che provengono da fonti di energia rinnovabili, con una visione né ideologica né interessata, coscienti che tutto questo ha le proprie conseguenze; 8. promuovere una pratica professionale in accordo con i principi etici e capace di rispettare i diritti umani; 9. difendere la proprietà intellettuale del nostro lavoro contro gli attacchi degli speculatori globali senza scrupoli; 10. rivolgersi agli studenti, in modo tale che possano diventare architetti consci del futuro, promulgatori di conoscenza e prima forza per lo sviluppo sostenibile del genere umano nel terzo millennio, aiutandoli ad organizzarsi e ad esprimere loro stessi attraverso esperienze lavorative e tirocini qualificati; 11. consci che il terzo millennio sarà l’era dei “lavoratori della conoscenza” sviluppare l’innovazione promuovendo: - concorsi e premi internazionali d’architettura dove architetti e committenti diventino gli attori principali di uno sviluppo sostenibile; - lo sviluppo professionale rinforzando ciò che già stiamo facendo con l’aiuto dei nostri amici spagnoli. Vi ringraziamo e speriamo che altri abbraccino questa iniziativa. Dalla conoscenza all’innovazione. 12. consentire la libera circolazione degli architetti, cominciando dalla mobilità e finendo con l’internazionalizzazione della professione, in modo tale che i titoli accademici e professionali vengano accettati ovunque nel mondo, armonizzando le regole stabilite dall’accordo UIA/UNESCO sulla validazione/accredito delle scuole di architettura. A questo riguardo vorrei ringraziare i nostri colleghi inglesi che hanno deciso di aiutarci migliorando i criteri di applicazione degli standards internazionali basati su criteri equi che prendono in considerazione la qualità innanzi tutto. Dalla mobilità all’internazionalizzazione. La solidarietà consente a tutti di soddisfare i propri bisogni primari: salute, cibo, pace e sicurezza, case adatte in città piacevoli e confortevoli: preserviamo i monumenti, “cediamo” i nostri sobborghi e costruiamo cittadine che promuovano la speranza. Costruiamo un nuovo mondo assieme! Come Presidente dell’UIA, intendo prendere parte al processo di rinnovamento che idealmente inizia oggi dalla “Piazza” di Torino per raggiungere la specificità culturale di Tokyo. Dalla “Piazza” all’“Oriental Style”. Dall’“Arte italiana alla Cultura giapponese”. Dalla modernità all’internazionalizzazione, a metropoli ecologiche dove la cultura e l’economia si sviluppano e si fondono rispettando l’ambiente, andando al di là delle profonde barriere politiche e religiose. Stiamo lavorando per il benessere di tutti gli uomini e donne del mondo nell’ambito di un’umanismo moderno e globale per essere architetti e fornire architettura di qualità per il futuro dei nostri figli. Desidero che permanga intatto l’impegno di voi tutti, affinché dopo Torino, anche Tokyo sia un grande successo!”


Good morning dear friends…

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iancarlo Ius suddenly passed away at dawn on 5th July, just a few hours before the 23rd UIA Conference was about to elect him as its President. The number of people who voted for him is a significant testimony to the esteem in which Mr Ius was held internationally for his rigour, expertise, professionalism and human qualities. The document we are publishing here is the text of the speech which he would have given to the UIA Assembly on the morning of the 5th July, following the voting which would almost certainly have seen him elected as President of this prestigious worldwide organisation, and which his wife Caterina had the very emotional and moving task of reading out at the Conference. Good morning dear friends, architects coming from all over the world, it is with pleasure that I am here today. On behalf of the Italian architects, who had the honour of organizing this event, and myself, I thank you all for your convinced participation. The issues that were discussed and decided during the congress and in the final manifesto that was presented on Thursday represent an epochal turning point for a renewed commitment of architects in a global society. It is the victory of a widespread quality architecture that takes care of mankind's needs, with a vision of the future based on solidarity and sustainability while respecting the cultural and geographic differences. We have to “make peace with nature”. My candidacy as President of UIA is exactly the expression of this renewed commitment. Even if I belong to the values of Italian culture (but also Mediterranean and mitteleuropean), I have always showed my wish to promote the general interests of UIA: I have worked on issues such as CPD, Validation, Communication and Competitions, and promoted the sectors of education and professional practice. I have supported the promotion of various activities for the development of the improvement in urban and rural landscape on a global level. I am ready to support the high objectives we have set. I pick up the challenge to build up the UIA of the future with you, and if you will support me, I commit myself, because I truly think we can: 1. give continuity to the work we have done so far, high on the history of UIA, by reinforcing the coordination between the international organizations of architects, and especially by strengthening the role of the sections and harmonizing the regional organizations (CAE, ARCASIA, UAA, FPAA, ACCEE, CAA) with the new political and cultural needs, to overcome the barriers that separate us, bearing in mind the clear commitment to “have no fear in using culture and solidarity to open the political barriers among the people!”; 2. improve work conditions of architects in all the world, to have more and more quality in architecture. This is part of a positive vision of the universe, where “Beautiful” is a synonym of “Good”. The target is to modify the territory so as to have quality in life and “safety and happiness for people”. 3. consolidate the structure of UIA on an international level as a GLOBAL network that is devoted to the profession of architects, and reinforce the presence and the connections of UIA with the international organizations and with the other non governmental bodies, promoting a widespread importance of the centrality of the figure of the architect and of their work, above all the modification of the environment from a natural to an artificial one (built); 4. promote communication. The aim is to raise awareness on the figure of the architect and his/her job more and more, because architecture is for everyone. Thanks to our colleagues from Singapore who have decided to help us with their powerful means in

this action; 5. develop the culture of architecture as a way to improve the environment, preserving it in the interest of mankind and for those to come, by means of an action of Urban Democracy where “the ethic of many must take the place of the aesthetics of few”; 6. sustain the respect for cultural, social and geographic diversities, working for the well being of all the men and women of the world in a new global humanism to be architects and provide quality architecture for the future of our children. 7. in collaboration with science, politics and economics, promote a better use of intelligent energies and of those that come from renewable energy sources, with a non ideological or interested vision, aware that all this does have its consequences; 8. promote good professional practice according to ethical principles and respecting human rights; 9. defend the intellectual property of our work against the attacks of global unscrupulous speculators ; 10. approach students, so that they will be architects that are aware of the future, propellers of knowledge and the first force for a sustainable development of mankind in the third millennium, by helping them to get organized, and express themselves by means of work experiences and qualified training ; 11. aware that the third millennium will be the era of the knowledgeable workers, develop innovation by promoting: - competitions and international awards in architecture where architects and clients become the main characters of a sustainable development; - continuing professional development by reinforcing what we are already doing with the help of our Spanish friends. We thank you and we hope that others will join in. From knowledge to innovation 12. allow free circulation of architects, starting from mobility and finishing with internationalization of the profession, so that academic and professional titles will be accepted worldwide, harmonizing the rules that have been fixed in the UIA/UNESCO agreement on the validation/acrediting of the schools of architecture. With regard to this, I would like to thank our English colleagues who have decided to help us by improving the criteria of application of the international standards based on fair criteria that take quality into account first of all. From mobility to internationalization. Solidarity allows everyone to satisfy their primary needs: health, food, peace and safety, suitable houses in pleasant and comfortable towns: let’s preserve monuments, “trade in” our suburbs and build towns that draw hope. Let’s build a new world together! As President of IUA, I mean to take part in the renovation process that ideally starts today from the “Piazza/Square” of Turin to reach the cultural specificity of Tokyo. From “Piazza/Square to Oriental Style”. From “Italian Art to Japanese Culture” . From modernity to internationalization, to eco-mega cities where culture and economy develop and merge respecting the environment, going beyond the deep religious and political barriers. We are working for the wellbeing of all the men and women of the world in a modern global humanism to be architects and provide quality architecture for the future of our children. I wish all of you keep up the good work, so that after Torino, also Tokyo will be a great success!

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a tempo si è definitivamente affermata la consapevolezza che la storia dell’architettura moderna – con i suoi prolungamenti in quella “postmoderna”, “ipermoderna” o comunque si voglia chiamarla – andrebbe analizzata a partire dalla sua eterogeneità: essa non è, e in fondo non è mai stata, una storia unitaria, omogenea, coesa, sia pure scandita in tempi diversi, ma si è sviluppata in un coacervo di esperienze e progetti che ne fanno piuttosto un arcipelago di intricata navigazione. Già Kenneth Frampton aveva riflettuto sulle “architetture regionali”, da lui interpretate nella figura del “regionalismo critico”, ma poste alquanto ai margini della sua attenzione. Ora il più recente e convincente tentativo di sistemazione di una materia così complessa (i due corposi volumi della Storia dell’architettura contemporanea di Marco Biraghi, appena editi da Einaudi) denuncia fin nella sua struttura espositiva la difficoltà di contenere e plasmare non una materia densa e tuttavia compatta, bensì un aggregato di elementi diversificati, codificabili in base alla loro contemporaneità temporale, ma non componibili in un nitido disegno storiografico. Uno degli aspetti più significativi messi in luce da questa nuova visione dell’architettura del nostro tempo riguarda il peso della cultura locale e delle situazioni regionali sulla configurazione delle tematiche progettuali. Nei campi delle arti e del sapere, la cultura architettonica è forse la più legata alla realtà del luogo, alle sue invarianti, ai suoi punti di vista particolari, che vanno dalla scelta dei materiali alle inclinazioni formali, dalle gerarchie dei criteri funzionali alle sottolineature simboliche, dalla struttura linguistica alle impennate creative individuali. Da questo punto di vista, il caso dell’architettura nordeuropea, e più particolarmente di quella scandinava e olandese, offre un appropriato spunto per un’indagine settoriale, capace di portare alla luce le radici profonde di una serie di scelte destinate a incastonarsi nel panorama della modernità come episodi cruciali, ma irripetibili. I caratteri primari di questa architettura non hanno alcunché di esoterico: la loro origine non va ricercata in una visione aurorale del progetto, inteso come epifania rivelatrice intrisa di memorie e simbolismi, né in una ragione classicamente ordinatrice o, al contrario, romanticamente eversiva. Ad animare le scelte progettuali dei maestri dell’Europa settentrionale è piuttosto un vigoroso e innocente pragmatismo, un desiderio di affrontare i problemi dell’architettura a partire dai suoi fondamenti pratici, da ricercare nella realtà fisica del territorio, nell’articolazione delle strutture sociali, in una tradizione liberamente vissuta, più che compuntamente venerata. Inserita nell’asse della storia del Novecento, l’architettura del finlandese Aalto, del danese Jacobsen, dello svedese Lewerentz o dell’olandese Van Eyck si è imposta, almeno nei suoi risultati più significativi, come espressione di una modernità non teorizzata, ma rielaborata di volta in volta alla luce di situazioni diverse, nella quale essa ha trovato a un tempo conferma e sviluppo. Né si tratta semplicemente di una felice e trapassata stagione, coeva dei trionfi degli idoli moderni. Da allora, la segmentazione delle ricerche, segnata dagli sviluppi tecnologici, dai nuovi paradigmi progettuali, dalle inattese richieste di una società in fermentante trasformazione, non hanno reciso, nell’area nordica, i legami con una cultura solidamente fattiva, fondata su un’idea collettiva e condivisa di luogo, di ruoli, di aspirazioni e costumi. Non è dunque difficile registrare, in questo panorama fitto di presenze e tendenze, vistose distinzioni regionali, ciascuna riconducibile a una storia, a un fascio compatto di comuni invarianti. L’architettura olandese, più che mai alle prese con una radicale trasformazione urbana che non interessa più soltanto lo spazio dell’edificio o il territorio urbano, ma intere zone metropolitane, ha conservato il senso temerario dell’innovazione, della spinta radicale alle soluzioni più avanzate. Il nome di Rem Koolhaas serve qui a rammentare non tanto una serie di opere e di riflessioni, quanto il senso di un “realismo” (il termine è di Biraghi) capace di affrontare le contingenze del nostro tempo con lucida obiettività, quella stessa che ha accompagnato la cultura architettonica locale anche nel tempo della sua ideologizzazione nell’ambito dell’esperienza di “De Stijl”. Di ciò fa fede in particolare l’avventura di SuperDutch, il gruppo di giovani progettisti che alla fine del Novecento ha segnato una nuova stagione dell’architettura olandese, scandita dall’ansia koolhaasiana dell’oltrepassamento dei 10 l’ARCA 239

valori in nome di una tenace aderenza alla realtà del luogo e del tempo, ma in qualche modo erede, proprio attraverso il lavoro del maestro, di una tradizione pragmatica, fondata sulla ragione delle cose, la stessa che fece parlare Huizinga, a proposito della società olandese, di “omogeneità culturale” e di “fervido classicismo” vissuto, più che proclamato, da ogni classe sociale. Né da ciò è da ricavare l’idea di una cultura architettonica nordica separata dalle grandi correnti europee, occidentali o mondiali, i cui caratteri distintivi debbano di necessità marcare una differenza incolmabile. Al contrario, essa sembra porsi proprio al crocevia degli impetuosi, e non di rado scomposti, sviluppi di una postmodernità che, sfumati gli astratti rigori modernisti, ha concentrato su ogni sua realizzazione il senso di una ricerca articolata in tutte le direzioni; dimostrando però in pari tempo, nei suoi episodi maggiori, di aver colto le profonde implicazioni dell’innovazione tecnologica per esprimere modelli progettuali all’altezza dei tempi e delle esigenze della nuova società, senza rinunciare al senso naturale del luogo – luci, spazi, materiali, atmosfere – e della tradizione – l’intima fusione tra l’artefatto architettonico e la storia. L’antica sensibilità artigianale per i materiali e gli spazi si è in gran parte stemperata nell’impiego sapiente delle nuove potenzialità tecniche, ma nelle opere del finlandese Pekka Helin o del norvegese Niels Torp permane quel sottile equilibrio tipicamente scandinavo tra costruzione e contesto la cui continuità rispetto alla storia moderna è chiaramente leggibile, fra l’altro, nell’opera recente dello svedese Sverre Fehn. Il punto nel quale l’architettura del Nord Europa si è distinta e continua a distinguersi rispetto a quella delle aree centrali e meridionali del continente denuncia dunque una inclinazione, più che una precisa tendenza. Lo spartiacque va individuato in settori diversificati: nell’idea stessa di progresso, anzitutto, che altrove ha interpretato a lungo l’ansia di rottura, interruzione, svolta repentina, e che qui si sviluppa su tempi più pacati, esaltando semmai il proseguimento, la paziente messa a punto delle trasformazioni, il lento, ma solido avanzamento; oppure, specularmente, nel rapporto istituito dalla modernità con la storia, che nelle realtà settentrionali si è innestato a un concetto di memoria sempre legato al presente, e che nelle altre aree ha insistito piuttosto sulla nostalgia, sull’invocazione del passato come rassicurante e soporifero grembo in cui rifugiarsi per proteggersi dalle insidie del futuro. Non sorprende che queste peculiarità abbiano impedito all’architettura nordica di far rifluire nella forma del singolo artefatto tutte le energie progettuali, riassumendole in una pura immagine, come in altre aree è ampiamente avvenuto. Certo, le tentazioni in tal senso non sono mancate, e numerosi sono gli esempi di cedimento ad esse. Ma al di là dei singoli episodi di protagonismo, ciò che conta è la diffusa assenza di un’ideologia capace di funzionare come elemento unificante, ma anche come alibi, soprattutto in presenza di una incontenibile spinta alla scenografia e alla spettacolarizzazione. Manca, in questa architettura, il ricorso a un fondamento teorico che riconduce ogni esito progettuale a uno schema ideale, a una premessa in qualche modo superiore rispetto alla normale elaborazione architettonica, tale da giustificare ogni scelta in nome di un interesse trascendente. Quel che diffusamente vi troviamo è invece un solido senso della realtà e un’intima fusione con la comunità, con i suoi punti di vista, con la sua storia. In questo senso, la cultura moderna deve all’architettura scandinava e olandese molto più di quanto questa non debba ad essa; e se alla fine anche un simile contributo è stato vanificato dalla promozione della modernità a “stile” internazionale, la sua presenza vi è rimasta costante, non come semplice “eredità”, ma come apporto tuttora vitale. Che cosa accadrà di questa cultura architettonica nordica nell’immediato avvenire, date le confuse aspettative del presente, è difficile dire. Non si può comunque non convenire con Marco Biraghi quando osserva che l’architettura attuale si fonda non su “uno stile universalmente ‘ubiquo’, quanto piuttosto [su] un’universale ubiquità degli stili costruttivi. La globalizzazione architettonica s’identifica così con una sostanziale indifferenza”. Occorrerà dunque vedere fino a che punto, all’interno di questa “indifferenza”, le “differenze” culturali e regionali possano continuare a esistere e a operare. Maurizio Vitta


Nella pagina di apertura, rendering della terrazza panoramica sulla cima del trampolino olimpionico di salto con gli sci sulla collina di Holmenkollen a Oslo, progettato da JDS.

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or some time now it has become quite clear that the history of modern architecture – and its digressions into the “postmodern”, “hypermodern” or however you want to call it – ought to be studied in terms of all its different forms: after all, it is not (and has never been) a smoothly seamless and cohesive story unfolding over different periods in history; on the contrary it has been a melting pot of experiments and projects that it is extremely difficult to unravel. Kenneth Frampton reflected on “regional architecture”, which he identified with “critical regionalism”, although he only paid it very marginal attention. Now a more recent and convincing attempt to sort out such intricate matters (the two hefty tomes of Marco Biraghi’s Storia dell'architettura contemporanea, just published by Einaudi) starts off by underlining the difficulties involved in encompassing and setting out subject matter which is not so much dense and compact as a combination of various different elements, which may be coded based on their chronological ordering but cannot be fitted into one neat historiographic scheme. One of the most important points highlighted by this new vision of the architecture of our time concerns the bearing of local culture and regional situations on the map of present-day design issues. Within the fields of the arts and knowledge, architectural design is perhaps the most closely tied to location, to its invariants and peculiar points of view, ranging from the choice of materials and stylistic features to hierarchies of functional guidelines, symbolic connotations, linguistic structure, and individual creative flair. From this viewpoint, North European architecture (particularly Scandinavian and Dutch) provides a useful means of studying the sector, bringing to light the underlying roots of a series of what turn out to be crucial and unrepeatable episodes within the general framework of modernity. There is absolutely nothing esoteric about the basic features of this architecture: its origins cannot be found in an auroral vision of design, taken as a revelatory epiphany full of symbolism and the past, nor do they lie in classically ordered reason or, in contrast, romantically subversive thinking. The approach to architectural design adopted by the northern European Masters actually lies in vigorous and innocent pragmatism, a desire to tackle the issues of architecture based on its practical foundations to be found in the physical reality of the land, its social structures, and a vision of tradition experienced freely rather than contritely worshipped. Within the framework of 20th-century history, the most salient products of the architecture of Aalto from Finland, Jacobsen from Denmark, Lewerentz from Sweden and Van Eyck from the Netherlands are an expression of non-theorised modernity developed, work by work, in accordance with different situations within which it found the means to impose itself. Neither is it just a successful but long-gone season coinciding with the triumphs of modern idols. Since then, experimentation with technological developments and new design paradigms and the unexpected demands of rapidly changing society have not (in the Nordic region) broken its bonds with a solidly practical type of culture grounded on a collective and widely shared idea of location, roles, aspirations and customs. Within this general picture of trends and works, it is easy to note regional distinctions, each being traceable back to its own background, a compact set of shared invariants. As Dutch architecture is forced to get to grips with the radical transformation of the cityscape, which no longer affects just the urban territory but entire metropolitan districts, it has managed to hold on to a bold sense of innovation, a radical thrust towards cutting-edge designs. The name Rem Koolhaas is here mentioned not just to evoke a series of works and theoretical reflections, but also to focus on a sense of “realism” (the term is borrowed from Biraghi) capable of tackling the contingencies of our age with clearheaded objectivity, the same kind that characterised local architectural culture when it was ideologised within the framework of the “De Stijl” movement. This notably applies to the experimentation carried out by SuperDutch, a team of young designers who heralded a new season in Dutch architecture at the end of the 20th century, characterised by a Koolhaasian angst to move

In the opening page, rendering of the panoramic roof-terrace on top of the Olympic ski jumping slope at Holmenkollen, Oslo, designed by JDS.

beyond values in the name of a dogged clinging to a sense of place and time, but also in some sense drawing (through the Masters work) on a legacy of pragmatism grounded on the reason for things, the same that made Huizinga refer (in relation to Dutch society) to “cultural homogeneity” and “fervid classicism” lived rather than proclaimed by every different social class. This does not mean that Nordic architectural culture is separate from the main lines in European, western and worldwide thinking, whose distinctive features must necessarily mark an unbridgeable gap. On the contrary, it seems to be at the crossroads between various lines of input, dishevelled developments on post-modernity which (now that abstract modernist rigours have faded away) has ensured everything it produces contains a sense of research carried out in all directions; at the same time, however, its best instances show they have grasped the deep implications of technological innovation to produce design models in tune with the times and the needs of new society, without relinquishing a natural sense of place – lights, spaces, materials, atmospheres – and tradition – an intimate blend of architectural artefact and history. An old-fashioned craft sensibility for materials and spaces has largely toned down into the clever use of what technology now has to offer, but in the works of the Finnish architect Pekka Helin and the Norwegian architect Niels Torp we still find that typically Scandinavian subtle balance between construction and context, clearly showing a sense of continuity with modern history; this is particularly obvious in a recent work designed by the Swedish architect Sverre Fehn. The point where North European architecture has stood out from, and still stands out from, the architecture of central and southern areas of the continent reveals a certain inclination more than any definite tendency. The dividing line may be found in various different sectors: in the very idea of progress, most significantly, which elsewhere has long focused on a need for rupture, interruption and sudden change, and which evolves more slowly, if anything bringing out a sense of continuation, a patient working on transformations, slow but solid forward progression; or, mirroring this, in relations between modernity and history, which in the south has focused on an idea of the past constantly connected with the present and which, in other areas, has preferred to concentrate on nostalgia, an evoking of the past as a reassuring and soporific womb in which to take shelter against threats lying in the future. It is hardly surprising that these distinctive features have prevented Nordic architecture from focusing all its design energy into any single artefact, summing them up in a pure image, as has been the case in other areas. Of course, there have been no lack of temptations in this respect, and there are plenty of instances of yielding to these temptations. But apart from individual attempts to catch the eye, what counts is the widespread lack of any ideology capable of acting as a unifying thread and also as an alibi, particularly in the presence of an irresistible drive towards the showy and spectacular. This kind of architecture does not draw on any theoretical foundation tying any resulting design to some ideal scheme, a premise which, in some sense, is superior to ordinary architectural work, such as to justify anything attempted in the name of some transcendent interest. What we widely find is, in contrast, a firm sense of reality and intimate merging into the community, with its points of views and own history. In this respect modern culture owes Scandinavian and Dutch architecture much more than they owe it; and if, in the end, this contribution has been thwarted by the promoting of international “style” modernity, its presence has always been there, not just as a simple “legacy” but as vital input still readily available. It is hard to say what will happen to Nordic architectural culture in the immediate future, bearing in mind all the confused expectations of the present. Nevertheless, it is hard not to agree with Marco Biraghi’s claim that modern-day architecture is not so much grounded on “a universally ‘ubiquitous’ style as [on] a universal ubiquity of construction styles. Architectural globalisation is thereby identified with substantial indifference”. We need to see to what extent cultural and regional “differences” within this “indifference” can continue to exist and make their presence felt. 239 l’ARCA 11


Detail of the glass façade of the Netherlands Institute for Sound and Vision in Hilversum, which translates original tvimages taken from the archives on the Institute which contain the whole Dutch tv history, into sustainable coloured high relief glass panels.

Credits Project: Neutelings Riedijk Architecten, Rotterdam Project Team: Willem Jan Neutelings, Michiel Riedijk, Frank Beelen, Joost Mulders, Tania Ally, Wessel Vreugdenhil, Lennaart Sirag, Bas Suijkerbuijk, Julia Söffing, Willem Bruijn, Stan Vandriessche, Wonne Ickx, Patricia Lopes Simóes Technical design and building consultancy: Bureau Bouwkunde Rotterdam Structural design: Aronsohn Raadgevende Ingenieurs Services design: Royal Haskoning Building physics consultant: Cauberg-Huygen Raadgevende Ingenieurs Constructor: Heijmans, IBC Best Architectural design and concept facade: Neutelings Riedijk Architects in cooperation with Bureau Bouwkunde Rotterdam Graphic design facade: Studio Jaap Drupsteen Development glass panels: Neutelings Riedijk Architects in cooperation with T.N.O. Eindhoven, Studio Drupsteen and Saint Gobain Client: Netherlands Institute for Sound and Vision, Hilversum

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I

l Netherlands Institute for Sound and Vision raccoglie tutto il materiale audiovisivo prodotto in Olanda fin dall’inizio delle attività della radio e della televisione nazionali. L’edifcio è diviso in cinque elementi distinti: archivi/magazzini, museo, uffici, ricezione clienti e servizi. Queste parti sono collegate tra loro dal vuoto centrale dell’edificio, in cui la parte pubblica comprende l’atrio principale, i servizi per il restauro e gli auditori per la visione dei video. Questo grande spazio centrale è il cuore che unisce tutte le componenti dell’istituto. Considerando che quasi la metà del programma richiesto è destinata ai magazzini e agli archivi con la necessità di rigorose condizioni climatiche e di illuminazione, Neutelings Riedijk Architecten hanno optato per una suddivisione orizzontale che taglia in due il volume. La porzione sotterranea contiene le arcate degli archivi, quella sopraterra ospita il museo e le altre funzioni che necessitano la luce naturale. A colmare lo spazio tra queste due sezioni ci sono le parti pubbliche, la ricezione e i servizi. Il pozzo centrale consente alla luce naturale di penetrare in profondità fino ai livelli più bassi degli archivi. Nella sezione sopraterra, la luce fluisce direttamente dai lucernari della copertura, mentre nella porzione inferiore dell’edificio la luce viene filtrata e colorata grazie allo schermo vetrato della sovrastruttura. L’ampio vuoto nella sovrastruttura si apre verso sud così da far filtrare la luce pomeridiana fino al centro dell’edificio mentre la luce riflessa sfiora la facciata interna degli uffici. All’ingresso, il vuoto si presenta come un canyon profondo che offre allo sguardo dei visitatori un’ampiezza di scala scenografica rafforzata dalla parete a picco delle arcate degli archivi/magazzini. Una delle pareti del canyon è un grande muro rosso, l’altra si innalza in una serie di terrazze invertite. Queste ultime contengono le sale per la ricezione dei clienti e gli annessi di servizio per gli archivi e i

Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten

Particolare della facciata del Netherlands Institute for Sound and Vision a Hilversum, su cui sono trasferite le immagini televisive originali tratte dagli archivi dell’Istituto, che contiene l’intera storia della TV olandese, su pannelli ad alto rilievo colorati con prestazioni sostenibili

magazzini che sono celati dietro la parete rossa. Il pozzo centrale culmina in un enorme vuoto sul quale il museo e gli uffici mostrano la loro faccia migliore. La cascata discendente dei livelli del museo si percepisce infatti come una parete-scultura che conforma e determina la scala di tutti gli spazi interni dell’edificio. Per la facciata di vetro esterna, gli architetti cercavano un modo per trasferire le immagini televisive originali tratte dagli archivi dell’istituto in pannelli ad alto rilievo colorati con prestazioni sostenibili. Insieme a Jaap Drupsteen e in collaborazione con il team di ricerca del TNO Eindhoven e con Saint Gobain, è stata sviluppata una apposita nuova linea di produzione. Il risultato sono le 748 immagini ad alto rilievo colorate che sono state applicate sugli oltre 2.100 panneli di vetro delle facciate. La sfida principale consisteva nell’incorporare un’ampia varietà di immagini nella facciata, così da presentare una selezione casuale degli archivi. Sono state considerate molte diverse opzioni per la produzione dei pannelli. Alla fine, basandosi fondamentalmente sulla durata del prodotto, si è scelta la tecnica del vetro piombato sui cui pannelli è stato applicato un impasto ceramico grazie a una stampante messa a punto specificamente per tale operazione.

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he Netherlands Institute for Sound and Vision houses all the audiovisual material produced in the Netherlands since the early days of Dutch radio and television. The building is divided into five distinct elements: archives/stores, museum, offices, client reception and services. Together these parts bound a central well at the building’s heart. Here is the building’s public portion comprising the main reception hall, restoration facilities and video auditoria. This large central space stitches together all the components of the institute. Considering that something like half of the required programme


encompasses storage and archive rooms with rigorously stipulated climatic conditions but no need for daylight, Neutelings Riedijk Architecten decided on a horizontal division into two. The portion below ground contains the archives vault, that above ground the museum and other use forms requiring natural light. Bridging the gap between these two portions are the public spaces, client reception and services. The central well delivers daylight down to the lowest levels of the vault. In the first instance zenithal light streams in through the skylights; in the second, coloured and tempered light enters through the glazed frontage of the superstructure. The large well in the superstructure opens to the south so that the afternoon sun penetrates to the core of the building and reflected light can skim over the inner facade wall of the offices. At the entrance the void presences as a deep canyon that dramatically brings home to visitors the scale and the sheer size of the archives/storage vault. One of the canyon’s sides is a flush wall, the other rises in a series of inverted terraces. These contain the rooms for receiving clients plus annexes serving the archives and stores; the archives and stores themselves are concealed behind the flush canyon wall. The central well culminates in an enormous void where both museum and offices show their best face. The upside-down cascade of museum levels registers as a wall sculpture that shapes and scales the internal space of the building. For the external glass façade the architects were looking for a way to translate original tv-images taken from the archives on the institute, into sustainable coloured high relief glass panels. Together with Jaap Drupsteen, in collaboration with a research team from TNO Eindhoven and glass manufacturer Saint Gobain, it was developed an entirely new production line. The result was 748 coloured, high-

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relief images, which were applied in more than 2,100 glass panels. The challenge lay in incorporating a wide diversity of televised images into the façade, thus presenting a random selection from the institute’s archives. A great many options were considered for the manufacturing of the panels. The final decision, based largely on durability, was stained-glass technique in which a ceramic paste is applied to glazed panels by means of a printer specially developed for this purpose.

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su pannelli MDF tramite una macchina computerizzata a controllo numerico (CNC). Questa tecnica usa un codice programmato che, in questo caso, ha guidato i movimenti di un ago con testa tonda attraverso

il pannello MDF. Il pannello è stato poi rivestito su un lato con un impasto ceramico, poggiato in uno stampo di sabbia e scaldato nel forno a 820°. A tale temperatura, l’impasto ha impresso l’immagine sul vetro

ammorbidito, creando il pannello colorato ad alto rilievo, resistente ai raggi UV e di lunga durata.

Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten

Le 748 immagini ad alto rilievo colorate della facciata sono state applicate su oltre 2.100 pannelli di vetro. Per realizzarli, Jaap Drupsteen, dopo aver scelto i fermoimmagine, ha fatto uno stampo positivo

Sezione trasversale.

Cross section.

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(computer numerical control) milling machine. This is a computer technique with a programmed code that, in this case, guided a balltipped bit back and forth across the MDF panel. He then placed the panel, coated on

one side in ceramic paste, was laid on the sand mould and the oven heated 820° C. At this temperature, the paste burned the image into the glass, and the glass panel softened enough to take on the shape of the mould. Thus

creating a coloured, high relief glass pane that is UV resistant and incorporates a long term durability.

Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten

The 748 coloured, high-relief images of the facade were applied in more than 2,100 glass panels. To make them, Jaap Drupsteen, after choosing a video still, milled its positive images into a MDF panel with a CNC

Sezione trasversale.

Cross section.

239 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 15


Level +3.

Level 0.

Level +2.

Level -1.

Level -2.

16 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 239

Level +1.


Planimetria generale. Site plan.

Level +6.

Level +5.

Copertura. Roof.

Level +4.

Level +7.

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18 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 239

Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten


L’ingresso si presenta come un canyon profondo che offre allo sguardo dei visitatori un’ampiezza di scala scenografica rafforzata dalla parete a picco delle arcate degli archivi/magazzini. Una delle pareti del canyon è un grande muro rosso, l’altra si innalza in una serie di terrazze invertite. Queste ultime contengono le sale per la ricezione dei clienti e gli annessi di servizio per gli archivi e i magazzini che sono celati dietro la parete rossa.

Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten

The entrance is as a deep canyon that dramatically brings home to visitors the scale and the sheer size of the archives/storage vault. One of the canyon’s sides is a flush wall, the other rises in a series of inverted terraces. These contain the rooms for receiving clients plus annexes serving the archives and stores; the archives and stores themselves are concealed behind the flush canyon wall.

239 l’ARCA 19


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La cascata discendente dei livelli del museo si percepisce come una parete-scultura che conforma e determina la scala di tutti gli spazi interni dell’edificio. Nella sezione sopraterra, la luce fluisce direttamente dai lucernari della copertura, mentre nella porzione inferiore dell’edificio la luce viene filtrata e colorata grazie allo schermo vetrato della sovrastruttura. L’ampio vuoto nella sovrastruttura si apre verso sud così da far filtrare la luce pomeridiana fino al centro dell’edficio mentre la luce riflessa sfiora la facciata interna degli uffici.

Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten

The upside-down cascade of museum levels registers as a wall sculpture that shapes and scales the internal space of the building. In the above ground area zenithal light streams in through the skylights; in the lower section, coloured and tempered light enters through the glazed frontage of the superstructure. The large well in the superstructure opens to the south so that the afternoon sun penetrates to the core of the building and reflected light can skim over the inner facade wall of the offices.

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22 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 239

Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten

Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten


Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten

dedicato alla storia cinetelevisiva olandese.

Opposite page, details of the upside-down terraced wallsculpture, of the glass panels of the facade, and of one of the corridor at the higher

levels. Above, one of the video auditoria. Below, a view of Dutch sound and vision history museum.

Daria Scagliola/Stijn Brakkee/Neutelings Riedijk Architekten

Nella pagina a fianco, particolari della parete-scultura a terrazze invertite, dei pannelli della vetrata e di uno dei corridoi ai piani superiori. Sopra, uno degli auditori per la visione dei video. Sotto, vista del museo

239 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 23


Nils Petter Dale Nils Petter Dale / nispe@datho.no

Credits Project: Jarmund/Vigsnæs AS Architects: Einar Jarmund, Håkon Vigsnæs, Alessandra Kosberg Assistants: Anders Granli, Nevzat Vize, Sissil Morseth Gromholt, Thor Christian Pethon, Halina Noach, Harald Lode, Stian Schjelderup Structural Consultant: AS Frederiksen Electrical Consultant: Monstad AS Mechanical Consultant: Erichsen & Horgen AS Landscape Consultant: Grindaker AS Climatic Consultant: Byggforsk v. Thomas Thiis Client: Statsbygg / Norwegian Directorate of Public Construction and Property

Q

uesto progetto di Jarmund/Vigsnæs AS Architects per lo Svalbard Science Centre 78° North è risultato vincitore in un concorso a inviti. La nuova struttura è un’estensione di un edificio esistente destinato alla locale università e alla ricerca, le cui pertinenze vengono così quadruplicate. Il progetto, inoltre, offre anche servizi per lo Svalbard Museum. Si tratta dell’edificio più grande dell’area di Longyearbyen e Spitzbergen. Le funzioni richieste dal programma di concorso sono avvolte da una pelle isolante di rame che crea un guscio esterno orientato secondo il flusso dei venti prevalenti e adatto ai pesanti carichi di neve della zona. Durante tale processo di studio, la pelle dell’involucro esterno è stata mantenuta flessibile sia dal punto di vista della sua conformazione geometrica, che doveva rispondere agli studi climatici, sia da quello delle modifiche del programma funzionale.

L’edificio è sopraelevato su pilotis per prevenire lo scioglimento del ghiacchio perenne della base, unico elemento cui la costruzione è ancorata. La struttura principale è di legno, materiale che consente aggiustamenti in loco e che è esente dalla formazione di ghiaccio sulla sua superficie. Tra le considerazioni principali del progetto c’è stata quella di creare spazi pubblici di grande vitalità, un “campus” interno che offrisse luoghi di incontro caldi e luminosi, soprattutto durante gli scuri e freddi mesi invernali. Gli spazi interni, rivestiti di legno di pino, presentano una geometria complessa che si relaziona con quella dell’involucro esterno, contribuendo così all’ottimizzazione e all’efficacia del sistema di circolazione e offrendo la possibilità di viste ed esperienze molto varie. Le infrastrutture tecniche sono nascoste dietro le pareti. L’utilizzo del colore è stato percepito come una necessità in un ambiente naturale dove i colori scarseggiano.


/0˜FGJL@ Jarmund/Vigsnæs AS Architects

T

his project by Jarmund/Vigsnæs AS Architects for the Svalbard Science Centre 78° North was commissioned through an invited competition. The new structure is an addition to an existing university and research building, which is extended to about four times its original size. The project also provides new facilities for the Svalbard Museum. The project is the very largest building in Longyearbyen and Spitzbergen. The insulated copper-clad skin is wrapped around the program demanded, creating an outer shell adjusted to the flows of wind and snow passing through the site. Climatic 3D simulations has been undertaken to assure that the accumulation of snow would not create undesired conditions in front of doors and windows. In the process, the skin has been flexible to adjustments, both geometrical changes answering to the climatic studies and alterations of

program. The building is elevated on poles to prevent the melting of the permanent frost - the only thing fixating the construction. The main structure is in timber, to facilitate on-site adjustments and avoid cold bridges. The outer copper cladding retains its workability even at low temperatures, thereby extending the construction period further into the cold season. An important consideration has been to create vital public spaces and passages in the building, an “interior campus” area providing warm and lighted meeting places during the dark and cold winter. The pine-clad spaces have complex geometry relating to the outer skin of the building – the effectiveness of the circulation is maximized but at the same time it offers varied vistas and experiences. The technical infrastructure is hidden in the tilted walls of the interior. The use of color has been a necessity in a natural condition where colors are scarce.


Dal basso, piante del piano terra, del primo piano, del secondo piano e delle coperture. Nella pagina a fianco, particolare e sezione dell’involucro esterno di rame. Questo materiale mantiene la sua “lavorabilità” anche alle basse temperature e si è così potuto portare avanti la costruzione anche durante la stagione fredda.

26 l’ARCA 239

From the bottom up, plans of the ground floor, of the first and second floor and of the roof level. Opposite page, detail and section of the external copper shell. The outer copper cladding retains its workability even at low temperatures, thereby extending the construction period further into the cold season.


239 l’ARCA 27


Per assicurare che gli accumuli di neve non creassero condizioni indesiderate agli ingressi e davanti alle finestre, in fase di progetto sono state utilizzate simulazioni climatiche tridimensionali. L’edificio è sopraelevato su pilotis per prevenire lo scioglimento del ghiaccio perenne della base, unico elemento cui la costruzione è ancorata. La struttura principale è di legno, materiale che consente aggiustamenti in loco e che è esente dalla formazione di ghiaccio sulla sua superficie.

28 l’ARCA 239


Climatic 3D simulations has been undertaken to assure that the accumulation of snow would not create undesired conditions in front of doors and windows. In the process, the skin has been flexible to adjustments, both geometrical changes answering to the climatic studies and alterations of program. The building is elevated on poles to prevent the melting of the permanent frost â&#x20AC;&#x201C; the only thing fixating the construction. The main structure is in timber, to facilitate on-site adjustments and avoid cold bridges.

239 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 29


Gli spazi interni, rivestiti di legno di pino, presentano una geometria complessa che si relaziona con quella dell’involucro esterno, contribuendo così all’ottimizzazioni e all’efficacia del sistema di circolazione e

30 l’ARCA 239

offrendo la possibilità di viste ed esperienze molto varie. Le infrastrutture tecniche sono nascoste dietro le pareti.

The pine-clad internal spaces have complex geometry relating to

the outer skin of the building – the effectiveness of the circulation is maximized and offers varied vistas and experiences. The technical infrastructure is hidden in the tilted walls of the interior.


239 l’ARCA 31


Erik Berg

Credits Project: Snøhetta AS (general, landscape and interior architect) Architectural competition phase: Project Architects: Craig Dykers, Tarald Lundevall, Kjetil Trædal Thorsen Architects: Martin Dietrichson, Ibrahim El Hayawan, Chandani Ratnawira, Harriet Rikheim, Marianne Sætre Landscape architects: Snøhetta AS, Ragnhild Momrak Advisors: Inger Buresund, Axel Hellstenius, Henrik Hellstenius, Peder Istad, Jorunn Sannes Theatre Consultants:

32 l’ARCA 239

Theatre Projects Consultants Ltd. Planning and building phase: Project manager: Tarald Lundevall Assistant management: Sigrun Aunan, Craig Dykers, Simon Ewings Design leader: Kjetil Trædal Thorsen Group leaders: Rune Grasdal, Tom Holtmann, Elaine Molinar, Kari Stensrød, Øystein Tveter Team architects: Anne-Cecilie Haug, Ibrahim El Hayawan, Tine Hegli, Jette Hopp, Zenul Khan, Frank Kristiansen, Cecilia Landmark, Camilla Moneta, Aase Kari Mortensen, Frank Nodland, Andreas

Nygaard, Michael Pedersen, Harriet Rikheim, Margit Tidemann Ruud, Marianne Sætre, Knut Tronstad, Tae Young Yoon. Team landscape architects: Ragnhild Momrak, Andreas Nypan Team interior architects: Bjørg Aabø, Christina Sletner Artists, integrated artwork: Kristian Blystad, Kalle Grude and Jorunn Sannes, Astrid Løvaas og Kirsten Wagle Consultant engineers: Structure: Reinertsen Engineering Geological engineer: NGI

Electrical engineer: Ingeniør Per Rasmussen Heating, ventilation: Erichsen & Horgen Acoustics: Brekke Strand Akustikk, Arup Acoustic Theatre Planning: Theatre Project Consultants Stage technical services: Theatre Project Consultants Sub stage technical services: Rambøll Sverige Main contracts: Ground works- and foundations: Johs. Syltern AS Structure: Veidekke Entreprenør External walls and roofs: Veidekke Entreprenør

AS Internal walls & ceilings: AF Ragnar Evensen Secondary steelwork: Sias Masonry walls and stone flooring: AF Ragnar Evensen Painting and flooring: Kaasa Glass facades and interiors: Skandinaviska Glassystem Carpentry & furniture: Bosvik AS, Djupevåg Båtbyggeri Theatre seats: Poltrona Frau Acoustic elements: Frapont Chandelier main auditorium: Hadeland Glassverk Marble supply:

Campolonghi Italia Stone works: Naturstein Plumbing works: Oras Ventilation systems: Randem&Hûbert AS / Haaland Klima Electrical systems: Siemens Lighting: Elpag Cooling systems: Novema Kulde Telefoni and system control: Profitek Industri og Offshore Sound and image systems: YIT Building Systems Text system theatre seats.: Radio Marconi Elevators: Reber Schindler Heis

Mechanical constructions, stage: Bosch Rexroth Landscaping: Agro Signage: Eurosign Kitchen equipment: AE Storhushold Door supply: Ragnar Evensen Gates & special doors: Magmo Ironmongery: Trioving Client: Ministry of Church an Cultural Affairs Building Client: Statsbygg (The Governmental Building Agency) End User: The Norwegian Opera & Ballet


I

l nuovo Teatro dell’Opera di Oslo, inaugurato lo scorso aprile, è un imponente monumento, flessibile e funzionale, che si apre alla fruizione del pubblico sulla riva del fiordo della penisola di Bjørvika nell’area del porto interno. Frutto di un concorso internazionale voluto dall’Assemblea Nazionale Norvegese, l’edificio è il primo elemento di un più ampio progetto di risistemazione dell’area che entro il 2010 prevede l’eliminazione del traffico di superficie che verrà dirottato in un tunnel sotto il fiordo. Il teatro è dotato di due grandi auditori, uno da 1.400 posti e l’altro da 400, di una sala prove da 150 posti che può trasformarsi in un black box theatre, e di tutti i servizi accessori all’amministrazione, produzione e prova degli spettacoli. La base concettuale su cui Snøhetta, vincitore del concorso, ha lavorato è costituita da tre elementi principali: il “muro-onda”, la “fabbrica”, il “tappeto”. Il “muro-onda” è una sorta di facciata interna al foyer e costituisce la materializzazione della soglia, simbolica e reale, rappresentata dalla linea di divisione tra mare e terra, tra la Norvegia e il resto del mondo, tra l’arte e la vita quotidiana. La “fabbrica” rappresenta il concetto della massima funzionalità e flessibilità degli spazi organizzati razionalmente e aggiustati durante le varie fasi progettuali in prospettiva del loro utilizzo finale grazie alla collaborazione dei loro futuri utenti. Il “tappeto”, l’enorme piazza pubblica sulla copertura inclinata dell’edificio, è l’espressione del desiderio di rendere questo spazio una proprietà condivisa il cui uso da parte di tutta la comunità ne legittimasse la monumentalità. Quest’ultima è sottolineata dalla scelta dei materiali, indirizzata sia ad articolare l’imponenza dell’edificio sia a garantirne una lunga durata. Al marmo scelto per il “tappeto”, al legno del muro-onda e al metallo della “fabbrica” si è aggiunto poi il vetro, utilizzato come base trasparente e leggera per la parte inferiore del “tappeto”-piazza pubblica. Altro elemento di grande importanza in tutte le fasi progettuali è stata la collaborazione con numerosi artisti, i cui interventi sono scaturiti da un dialogo aperto e continuo con tutti gli altri attori del progetto, dagli artigiani agli architetti. L’edificio, di tre piani fuori terra e uno nel sottosuolo, è diviso in due da un corridoio, la “strada dell’opera”, che corre lungo la direttrice nord-sud. A ovest di tale linea si trovano tutte le aree pubbliche, le sale prova e gli auditori, mentre a est sono collocate le aree destinate alla produzione. All’esterno, la grande piazza pubblica sul lato ovest, rivestita di marmo, conduce il pubblico verso il foyer, che a sua volta si apre verso sud al fiordo. Sede del Norwegian Opera & Ballet, il teatro proporrà un calendario di circa 300 spettacoli all’anno con un’affluenza prevista di 250.000 spettatori.

T

he new Oslo Opera House, which opened last April, is an imposingly flexible and functional public facility along the banks of a fjord on the peninsular of Bjørvika in the inland port area. Resulting from an international competition commissioned by the Norwegian National Assembly, the building is the first element in a more extensive project to redevelop the area, which will see surface traffic eliminated by 2010 as it is redirected into a tunnel below the fjord. The opera house has two large auditoria, one with seating for 1400 and the other for 400, plus a 150-seat rehearsal room, which can be turned into a black box theatre, and all the various services required for managing, producing and rehearsing events. The idea behind Snøhetta’s project, which won the competition, focuses on three main features: a “wave-wall”, “factory” and “carpet”. The “wave-wall” is a sort of facade inside the foyer and a sort of materialised symbolic and real threshold represented by the dividing line between the sea and land, between Norway and the rest of the world, between art and everyday life. The “factory” stands for the idea of maximally functional and flexible spaces set out rationally and adjusted during the various stages of design in view of their ultimate purpose, thanks to the help of their future users.

GKDG GH=J9@GMK= Snøhetta

The “carpet”, the huge public square set on the building’s sloping roof, is an embodiment of a desire to make this space a shared property, whose monumental nature is justified by the fact it is used by the entire community. The monumentality in question is underlined by the choice of materials, designed both to enhance the imposing size of the building and also ensure it lasts a long time. The marble chosen for the “carpet”, the wood for the “wave-wall” and the metal for the “factory” combine with glass which is used as a lightweight transparent base for the lower section of the public “carpet”-square. Another extremely important aspect of every phase in the design process was the working partnership with numerous artists, whose work resulted from open and constant dialogue with all the various players involved in the project: from the craftsmen to the architects. The building, which has three floors above ground level and one underground, is divided in two by a corridor, the “opera street”, which runs right across the building from north to south. All the public areas, rehearsal rooms and auditoria are located to the west of this line, while the area serving production purposes is over to the east. On the outside, the large public square on the west side, clad with marble, leads the audience towards the foyer, which, in turn, opens up to the fjord to the south. Home of the Norwegian Opera & Ballet, the Opera House will have a calendar of about 300 events a year, with audiences estimated at a total of 250,000 people.

Statsbygg

Vista aerea e, nella pagina a fianco, particolare della lanterna vetrata che svetta dalla nuova Oslo Opera House.

Aerial view and, opposite page, detail of the glass lantern topping the new Oslo Opera House.

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Trond Isaksen Nicolas Buisson

Per la realizzazione dell’opera house si sono definiti fin dall’inizio i materiali principali: pietra bianca per il “tappeto”, legno per il muro-onda dell’atrio (nelle pagine seguenti), metallo

34 l’ARCA 239

della “fabbrica” e il vetro per la parte inferiore del “tappeto”-piazza pubblica.

In the opera house, the main materials were specified as early as the

competition entry: White stone for the “carpet”, timber for the “wave wall” of the entrance hall (in the following pages), metal for the “factory”, glass for the underside of the “carpet”.


Jiri Havran

prova e gli auditori, mentre a est sono collocate le aree destinate alla produzione. All’esterno, la grande piazza sul lato ovest pubblica rivestita di marmo conduce il pubblico verso il

foyer, che a sua volta si apre verso sud al fiordo.

The building, which has three floors above ground level and one underground, is divided in two by a corridor, the “opera

street”, which runs right across the building from north to south. All the public areas, rehearsal rooms and auditoria are located to the west of this line, while the area serving production purposes

is over to the east. On the outside, the large square over on the public west side, clad with marble, leads the audience towards the foyer, which, in turn, opens up to the fjord to the south.

Jiri Havran

L’edificio, di tre piani fuori terra e uno nel sottosuolo, è diviso in due da un corridoio, la “strada dell’opera”, che corre lungo la direttrice nord-sud. A ovest di tale linea si trovano tutte le aree pubbliche, le sale

239 l’ARCA 35


Snøhetta Nicolas Buisson Nina Reistad

36 l’ARCA 239

From bottom up, plans of the underground floor, ground floor and first floor. Right from the top, detail of the orchestra rehearsal room, the main auditorium (1,400 seats), the painting workshop, the stage 2 (400 seats).

Statsbygg

Dal basso, piante del piano interrato, piano terra e primo piano. A destra dall’alto, particolare della sala prova per l’orchestra, della sala principale (1.400 posti), del laboratorio di pittura e della sala 2 (400 posti).


Snøhetta Erik Berg

From the bottom up, plans of the second and third floors, and longitudinal section. Right from the top, view of the main auditorium, moments of the opening gala event, detail of the soundproof acoustic wall of stage 2.

Snøhetta

Dal basso, piante del secondo e terzo piano e sezione longitudinale. A destra dall’alto, vista dell’auditorium principale, alcuni momenti del gala di inaugurazione, particolare della parete fonoassorbente della sala 2.

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Particolare dei bagni e, nella pagina a fianco, particolare del “muro-onda”.

Detail of the bathrooms and, opposite page, a detail of the “wave wall”.

Jiri Havran

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Jiri Havran

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S

ituato nei pressi dell’omonima stazione della metropolitana, il Campus Nydalen riunisce tre scuole di Oslo precedentemente separate: Sandvika, Schous ed Ekerberg. Ogni scuola offriva corsi di specializzazione diversi e l’obiettivo del BI è stato quello di mantenerne l’identità specifica. Il nuovo campus si presenta come un edificio permeabile, aperto e trasparente che lascia esposte verso le strade e gli spazi pubblci esterni le proprie attività. Oltre alla sua funzione educativa, l’edificio è anche un luogo di incontro e un punto focale tra l’ambiente studentesco e le vicine attività imprenditoriali. Sotto un’unica copertura sono riuniti quattro edifici, tre dei quali occupati dalle tre scuole (la prima specializzata in Studi Amministrativi, la seconda in Business Marketing e la terza in corsi post-laurea e master di Eco-

:A;9EHMK FQ<9D=F GKDG Niels Torp

40 l’ARCA 239

Jiri Havran

nomia). Il quarto edificio ospita spazi commerciali, uffici e il Nydalen Athletic Fitness Centre. Il campus è divisto in quattro isolati da due ampie strade interne che lo tagliano formando una pianta a croce. Il complesso si sviluppa su dieci piani, di cui tre sotterranei adibiti a parcheggio. All’esterno è stata utilizzata una limitata tavolozza di materiali mirata a creare una composizione unitaria. Le diverse funzioni sono sottolineate in modo da offrire un’adeguata articolazione degli spazi. Gli auditori con le loro grandi pareti di mattoni colorati ancorano l’edificio al terreno. La biblioteca, collocata in un volume scatolare di vetro, enfatizzato dalle bande orizzontali dei frangisole, unifica e conclude l’edificio con la sua collocazione nei livelli superiori. La facciata nord è inclinata e rivestita di rame, mentre le altre facciate presentano il ritmo asimmetrico delle scale interne e delle colonne strutturali di cemento, determinando un’enfasi verticale ulteriormente accentuata dall’articolazione delle aule e degli uffici rivestiti di legno che si intravedono dall’esterno tra la trama di colonne. Si è ritenuto importante creare luoghi di incontro dai caratteri diversificati. Ci sono gallerie aperte lungo la strada interna principale nei pressi della caffetteria, luoghi più tranquilli adatti a lavori di gruppo e zone di socializzazione distribuite lungo le facciate e negli atri di ciascuno degli edifici. La maglia strutturale è utilizzata per definire il layout del campus. I grandi auditori, le aule e gli uffici sono collocati in piani aperti con grandi luci tra le colonne strutturali, mentre le scale, i vani ascensori e le aree comuni sono collocati intorno ad atri secondari al centro di ciscuno dei quattro edifici. Questa organizzazione spaziale determina una grande flessibilità così che l’edificio potrà essere facilmente adattato a future necessità del campus o convertito a usi diversi.


Viste dell’esterno del BI Campus a Oslo. L’edifcio, permeabile e aperto, riunisce sotto un’unica copertura quattro edifci, tre dei quali occupati da tre scuole di studi economici e uno da spazi commerciali, uffici e dal Nydalen Athletic Fitness Centre. La biblioteca, collocata in un volume scatolare di vetro, enfatizzato dalle bande orizzontali dei frangisole, unifica e conclude l’edificio con la sua collocazione nei livelli superiori.

Views of the outside of BI Campus in Oslo. The building, which is permeable and open, combines four buildings under one single roof, three of which accommodating economics schools and one is taken up by commercial spaces, offices and Nydalen Athletic Fitness Centre. The library, located in a glass box-shaped structure emphasised by horizontal sunscreen bands, unifies and terminates the building up on the top levels.

S

ituated adjacent to the refurbished underground station, Campus Nydalen combines Oslo’s three previous separate business schools at Sandvika, Schous and Ekerberg under one roof. Each school originally offered different specialised courses, and it was an objective of BI to maintain each schools identity within the unified campus. The new campus is a permeable, open and transparent building that exposes the activities in the building against the surrounding streets and public spaces. In addition to its educational function, the building acts as a meeting place, and is a focal point between the student environment and the surrounding business activities. It consists of four buildings under one roof, three of which are occupied by the three original schools, one specialising in Executive studies, a second specialising in undergraduate courses in business marketing, and a third specialising in post graduate and masters courses in business studies. The fourth building consists of commercially let shops, office space and Nydalen Athletic fitness centre. The campus is subdivided into four smaller blocks by two wide internal streets which slice through the campus forming a cross in plan. The building has ten levels, consisting of three levels of underground parking and a service bay, with seven levels of the student campus above ground. Externally a limited pallet of materials has been used to create a

unified composition. The different functions of the campus are highlighted to provide articulation to the spaces. The auditoria with their large coloured brick walls anchor the building into the site. The library, set within its glass box on the upper levels of the building, emphasised by the horizontal lines of the solar shading cap the building unifying it as one. The reclining northern facade facing away from the city is played down and clad in copper, whilst the remaining facades expose the asymmetrical rhythm of the stairs and structural concrete columns to provide a vertical emphasis which is further articulated by the timber clad classrooms rooms and offices that are allowed to puncture through the facade between the columns. It has been important to create meeting places with different characters. These consist of exposed galleries on the main street near to the cafeteria, and quieter group working places and social areas in atria within each internal building, and along the facades. The structural grid is used to define the layout of the campus. The large auditoria, classrooms and office floor plates are placed in open areas within the wide spans of the structural columns, while stairs, riser shafts and social zones are placed around secondary atria at the centre of each of the four individual buildings. This creates a flexible building that will be possible to be adapted to suit the future needs of the campus, or converted for other uses. 239 l’ARCA 41


Il campus è divisto in quattro isolati da due ampie strade interne su cui si affacciano i sette piani fuori terra, illuminati naturalmente dal grande lucernario in copertura. il ritmo asimmetrico delle scale interne e delle colonne strutturali di cemento determina un’enfasi verticale ulteriormente accentuata dall’articolazione delle aule e degli uffici rivestiti di legno che si intravedono dall’esterno tra la trama di colonne.

Jiri Havran

The campus is divided into four box by two wide internal roadways lined by a seven-storey building naturally lit through a large skylight in the roof. The asymmetric rhythm of the inside stairwells and concrete structural columns creates a sense of verticality further accentuated by the layout of the wooden-clad teaching rooms and offices, which can be glimpsed from the outside through the row of columns.

42 l’ARCA 239


Jiri Havran

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Piante del primo e del secondo piano

Plans of the first and second floors.

44 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 239


Piante del terzo e sesto piano

Plans of the third and sixth floors.

Uffici, aule, auditori, uffici studenti Offices, classrooms, studentsâ&#x20AC;&#x2122; offices Spazi per lavori di gruppo Areas for group work Comunicazioni, WC, atrii ecc. Corridors, WC, halls etc. Aree comuni esterne External communal areas Cucine e mensa Kitchen and canteen Sale lettura/Reading rooms Nydalen Athletic Centre D Assistenza sanitaria Health assistance Studi/Studios Uffici/Offices Aree comuni uffici superiori Upper offices and communalareas Mense comuni edificio Communal canteen building D Spazi affittati/Leased areas Negozi/Shops Libreria/Bookshop Negozi comuni/Communal shops Parking Spazio aperto/Open space Stanze tecniche/Technical rooms Aree comuni/Communal areas A Aree comuni/Communal areas D

239 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 45


Planimetria generale, vista di uno degli spazi comuni della biblioteca ai piani superiori e sezione longitudinale. Nella pagina a fianco, la caffetteria del piano terra. Oltre alla sua funzione educativa, l’edificio è anche un luogo di incontro e un punto focale tra l’ambiente studentesco e le vicine attività imprenditoriali.

Jiri Havran

Site plan, view of one of the library communal spaces on the top floors and longitudinal section. Opposite page, ground floor coffee bar. In addition to serving educational purposes, the building is also a meeting place and focal point between the students environment and nearby business activities.

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Jiri Havran

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O

stersund è un’area urbana con circa 44.000 abitanti della regione dello Jämtland, nel centro della Svezia. La città, che è l’unica della regione, è adagiata sulle rive del lago Storsjön, il quinto per grandezza del Paese. Il progetto più recente, teso a diventare un nuovo simbolo dell’area, è un grande edifcio che, col nome di Biesse Baeinie (il “dente dell’orso” in lingua Saami Meridionale), sorgerà in cima alla montagna Östberget, in prossimità delle piste da sci di Gustavberg. Dietro al progetto vi sono principalmente due eminenti personaggi locali, l’investitore Bert Sjödin e il magnate Maths O. Sundqvist. L’edificio ospiterà attività relative a conferenze e un albergo con relativi servizi. La sua forma simile a un argenteo dente di orso, è stata progettata dall’architetto Gert Wingardh. Tema, e sottotitolo, del progetto è “Respiro Vitale”, denominazione che tende a veder concentrate le attività congressuali e alberghiere attorno a soggetti come il clima, la salute e l’ambiente. Il Monte Östberget ha una silhouette chiaramente distinguibile e ben nota nel panorama della città e sarà ulteriormente valorizzato con la costruzione dell’enorme dente di orso che brillerà in ogni direzione. Una grande copertura di vetro, collocata in un anfratto sulla cima della montagna, avvolgerà tutto l’edificio, imponendosi sull’intorno, erboso nei mesi estivi e coperto di neve in inverno quando da lì si parte per sciare sulle piste del pendio di Gustavberg. Una serie di “lanterne” dalla forma organica punteggia la copertura vetrata e illumina lo spazio interno sottostante. L’edificio è costituito da un livello sotterraneo, che contiene il parcheggio, e da quattordici piani fuori terra, culminanti con una terrazza panoramica. Al centro della costruzione verrà realizzato l’auditorium che nella platea e nelle tre balconate può contenere fino a 3.000 spettatori e

ospitare concerti, eventi sportivi, opere e conferenze. Nelle altre sezioni dell’edificio sono organizzati un centro scientifico, un centro dedicato alla tradizione Saami, gallerie espositive, una palestra con sauna, sale polifunzionali, l’albergo e gli appartamenti che seguono il ritmo del terrazzamento naturale della montagna. L’albergo da 200 stanze e gli appartamenti sono distribuiti intorno al perimetro della “collina” di vetro e possono così beneficiare di ampie viste panoramiche sul paesaggio circostante. Il Comune di Östersund ha previsto anche la costruzione di un’ovovia che, attraversando il lago Storsjön, porterà dal parco cittadino Badhusparken alla cima del Monte Östberget.

O

stersund is an urban area with a population of about 44,000 in Jämtland in the middle of Sweden. It is located at the shores of Sweden’s fifth largest lake, Storsjön, and is Storsjöbygden’s and Jämtland’s only city. The newest construction project seeking to become its new landmark is under the South Saami name of Biesse Baeinie – “the bear tooth”, a large facility planned to be realized on the mountain Östberget, not far from the Gustavsberg slope. Behind the project are mainly two prominent locals, investor Bert Sjödin and the magnate Maths O. Sundqvist. The facility will host on conference and various hotel activities. It will be shaped as a silver bear tooth designed by architect Gert Wingårdh. The project’s theme is “Breath of Life” with focus the hotel’s and conference centre’s activities on climate, health and environment. Mount Östberget is a clearly distinct, well-known silhouette in the landscape outside the city of Östersund and it will be further enhanced by the large teeth shining in every direction.


:J=9L@G>DA>=@GL=D 9F<;GF>=J=F;= ;=FLJ=$GKL=JKMF< Wingardh Arkitektkontor

A wide glass roof, placed in the existing ravine on the ridge, will span it all – in the summer grass-clad, in winter a snowy point of departure for the mountain’s extensive ski-slope system. Organically shaped lanterns protrude through the roof, lighting up the interior below. The building consists of one underground level, containing a parking, and fourteen levels above ground, topped by a roof terrace. At its core it features a hall and arena, with a stalls level and three balconies, seating up to 3,000 people, enjoying concerts, sports events or opera, or attending conferences. Other parts of the building will involve a science centre, a Saami centre, exhibition galleries, gym and sauna, rooms for various activities, the hotel and the apartments set on the natural terraces of the mountain. The perimeter of the glass peak host the hotel with 200 rooms, and the apartments, providing views of the country for miles. Östersund Municipality is also planning on building a gondola lift to the top of Östberget from Badhusparken across Storsjön Lake.

In alto da sinistra, piante dei livelli +456.5, +460.0, +470.5, +473.5, +488.5, +494.5. Sotto a sinistra, sezione longitudinale e a destra, sezione trasversale AA. Nelle pagine seguenti, rendering del Centro Convegni e Hotel “Biesse Baenie-Breath of Life”, inserito nel contesto del Monte Östberget a Öresund.

Top, from the left, plans of levels +456.5, +460.0, +470.5, +473.5, +488.5, +494.5. Below, left, longitudinal section and, right, AA cross section. Next pages, rendering of the Hotel and Conference Centre “Biesse BaenieBreath of Life”, in the context of Mount Östberget in Öresund.


50 l’ARCA 239


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52 l’ARCA 239


In queste pagine, sezione longitudinale e rendering del complesso costituito da una grande coprtura di vetro in cima alle piste da sci del pendio di Gustavberg. I 14 livelli fuori terra ospiteranno

un centro convegni con un auditorium da 3.000 posti, una albergo da 200 stanze, appartamenti panoramici, un centro sportivo, sauna, sale polifunzionali e gallerie espositive.

These pages, longitudinal section and renderings of the complex, characterized by a huge glass shell positioned on top of the Gustavberg ski slopes. The 14 levels above

ground will host a conference centre with an auditorium seating 3,000 people, a 200-hundred-room hotel, panoramic apartments, a fitness centre, sauna, multifunctional rooms, exhibition galleries.

239 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 53


@GL=DAF;GH=F@9?=F Manuelle Gautrand

I

l programma prevede la realizzazione di un hotel 5 stelle, con un ristorante di alta cucina, negozi, spazi divertimento e fitness. Il lotto disponibile, circa 7.500 metri quadrati, è inserito nel centro storico della città, in Fredericksbergaade, una delle via più note di Copenhagen, calato in un tessuto urbano molto denso e vissuto. La volontà di valorizzare le peculiarità del sito, la forma trapezoidale del terreno stretta tra due edifici storici, il rapporto tra nuovo ed esistente hanno dato origine a una forma a ventaglio. Partendo dalla strada principale, la volumetria si sviluppa sul lato opposto con una serie di pieghe che si aprono e si restringono in funzione delle possibilità offerte dalla geometria del terreno, raggiungendo i lati gli edifici esistenti e rispettando le proporzioni e i profili delle coperture tradizionali. Le pieghe sono più serrate sulla facciata principale e sbordano rispetto all’allineamento su strada, come se la superficie prima ampia fosse stata compressa dalla costruzione degli edifici limitrofi. Le pieghe verticali o leggermente in aggetto, sono vetrate e moltiplicano le viste verso l’interno proiettando verso strada un luogo cristallino e animato che a sua volta si apre sulla città. La continui-

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tà tra dentro e fuori è un invito per i passanti che possono entrare per i negozi e fruire degli altri servizi. In copertura le pieghe diventano progressivamente opache e si aprono a ventaglio, come un’ala spiegata, per raggiungere le coperture degli edifici esistenti. Qui le pieghe prendono maggior respiro, si semplificano e si adattano progressivamente agli altri elementi del programma, divengono terrazze accessibili dagli uffici, si piegano nelle scale, si trasformano in facciate e diventano copertura individuando le diverse aree funzionali – commerci a piano terreno, ristoranti nelle corti interne, l’hotel in alto e infine gli spazi di svago e di fitness che si aprono verso il cielo. All’interno, ogni elemento si armonizza con le sue linee strutturanti: le scale mobili si posizionano sull’asse della piegatura, le parti tecniche o di servizio si spingono nelle zone laterali, per lasciare posto nel centro a un grande spazio libero, chiaro, traversante, sempre nello spirito del trapezio e del cono. Più si entra in questo luogo, più lo spazio si apre, diviene attrattivo e coinvolgente. Il materiali tralucidi, vetri con riflssi oro, i grigio perla, i beige tenui, suggeriscono le altmosfere brumose e le luci del nord Europa.


Viste aeree del modello di un Hotel 5 stelle nel centro di Copenhagen, affacciato su Fredericksbergaade, una delle vie più note della capitale. L’edificio, inserito come il tassello di un puzzle in un tessuto urbano molto denso, si sviluppa come un ventaglio che nasce sulla facciata principale per poi aprirsi in un’ampia pieghettatura a mano a mano che si allarga verso l’interno del lotto.

Aerial views of a 5-star hotel in downtown Copenhagen located along Fredericksbergaade, one of the capital's most famous streets. The building, which is incorporated in the tightly knit urban fabric like a piece of a jigsaw puzzle, spreads out like a fan from the main facade which opens up like crimple as it gradually widens towards the interior of the building lot.

T

he brief refers to the construction of a five-star hotel containing a restaurant serving fine cuisine, shops, entertainment spaces and fitness facilities. The building lot available, approximately 7,500 square metres, is located in the old city centre in Fredericksbergaade, one of the best-known streets in Copenhagen, incorporated in an extremely dense and highly populated urban fabric. The desire to bring out the peculiar features of the site, the trapezoidal-shaped plot of land between two historical buildings, and interaction between the old and new, resulted in a fanshaped form. Starting from the main street, the structural design develops across to the other side through a series of folds, which open up and close together depending on the possibilities afforded by the geometric layout of the land, reaching the sides of old buildings and complying with the proportions and profiles of traditional-style roofs. The folds are more closely knit together on the main facade and overlap the edge of the street, as if the surface which was once spacious had been squashed together through the construction of the neighbouring buildings. The vertical or gently overhanging folds are made of glass and multiply the views towards the inside, projecting a crystalline and

lively place out towards the street as it opens up to the city. Continuity between the inside and outside invites passers-by to enter the shops and use the other facilities. The folds on the roof gradually become more and more opaque and open up like a fan or unfolded wing to cover the roofs of the old buildings. Here the folds are more expansive, growing simpler and gradually adapting to the other features referred to in the building brief; they turn into terraces accessible from the offices, they fold up in the stairways, transformed in the facades and act as roofs marking the various functional areas – retail on the ground floor, restaurants in the inner courtyards, the hotel at the top and, lastly, the entertainment and fitness facilities opening up to the heavens. On the inside every feature blends in with its structuring lines: the escalators are set along the main line of the fold, the technical and utility sections push into the lateral zones to leave room in the middle for a large, open and well-lit space, designed in the same spirit as the trapezium and cone. The further you enter this place, the more the space opens up, exercising a magnetic force and drawing you in. The translucent materials, glass with golden reflections, pearl greys and soft beiges, evoke the smoky atmosphere and light of northern Europe. 239 l’ARCA 55


Sopra, sezione longitudinale. Sotto, a sinistra, dal basso in alto, pianta del paino terreno e del quinto piano, a destra, assonometria aerea et pianta del sesto piano.

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Above, longitudinal section. Below, left, from bottom up, plan of the ground floor and first floor, right, aerial axonometry and plan of the sixth floor.


La facciata su strada, formata da una pieghettatura molto stretta come fosse stata compressa dai due edifici laterali.

The facade along the street composed of extremely tight crimpling as if compressed by the two buildings at the sides.

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Sopra, rendering del progetto per il nuovo trampolino olimpico per il salto con gli sci che verrà realizzato a Oslo in occasione dei prossimi Campionati Mondiali di Sci Nordico 2011. In basso, diagrammi di studio per l’impostazione del trampolino.

Above, renderings of the new Olympic ski jumping slope which will be realized for the next Nordic Ski World Championship 2001. Below, diagrams for the study of the spatial definitions of the slope.

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irca 145 anni fa il primo norvegese decollò da una collina con gli sci ai piedi. Catapultato nel cielo, creò uno sport che si sarebbe diffuso in tutto il mondo, catturando migliaia di spettatori. Poco dopo, Oslo ospitò la prima gara ufficiale e a tutt’oggi rimane la capitale indiscussa del Salto con gli sci. La città organizza una gara annuale di Salto sin dal 1892, avendo ospitato i Giochi Olimpici nel 1952 e diversi campionati del mondo. Per favorire i cambiamenti nei regolamenti della disciplina, la collina di Holmenkollen è stata rinnovata, e parzialmente ricostruita, 18 volte. Dal momento che la città ospiterà il Campionato del mondo di sci nordico nel 2011, il trampolino deve essere modificato ben al di là di ciò che la struttura attuale può sopportare. La collina di Holmenkollen gioca un ruolo significativo nell’identità urbana di Oslo. Nel panorama della città il suo caratteristico profilo è un’icona chiara, da vicino la sua ripidità vertiginosa si inerpica verso il cielo, richiamando gli sguardi dei passanti verso l’alto e dalla cima la vista del panorama verso il fiordo è fantastica. Creare una nuova pista sulle ceneri della vecchia richiede una piena consapevolezza della tradizione. La nuova collina di Holmenkollen, progettata dallo studio JDS, prosegue la sua tradizione e si sforza di mantenere il precario equilibrio tra maestosità e semplicità ed enfatizza il valore di segno territoriale introducendo al contempo matericità e design. Concettualmente il progetto si basa su tre strati visivi: il panorama in lontananza, la visione ravvicinata alla base della pista e la vista verso l’esterno dalla cima del trampolino. Per enfatizzare la silhouette, la forma è affilata e di taglio semplice e utilizza il presente profilo della barriera di protezione dal vento, scostandola parallelamente verso il basso, creando un morbido rettangolo incurvato che ospita la pista del trampolino, l’ascensore principale e i locali annessi al cancelletto di partenza. La cima è tagliata orizzontalmente per accogliere una terrazza panoramica. L’edificio Knoll è stato spostato più in alto sul-

la collina, diventando punto di ancoraggio della struttura, consentendo lo sbalzo e evitando un elemento di supporto strutturale di rottura. Da lontano la struttura apparirà come un affilato profilo lattiginoso ulteriormente proteso verso il cielo attraverso un fascio luminoso. La nuova area della collina crea anche un comodo viadotto per la strada esistente, e un’area di scarico e di ingresso facilmente accessibile. Dalla nuova collina parte un ascensore inclinato diretto all’area di partenza. Diagrammaticamente l’area di partenza è costituita da quattro piani che ospitano funzioni differenti, ma grazie all’ascensore che lo compenetra e alle molte aperture, diviene un grande spazio aperto e coerente che riunisce differenti usi. In cima, la terrazza aperta conclude la visita con spettacolari viste sul fiordo e la città di Oslo. La facciata è percepita come un’unica banda continua che dalla cima della pista corre lungo quella di atterraggio, racchiudendo l’intera arena e gli spalti degli spettatori. La facciata alla partenza è illuminata dall’interno, tra la struttura e il vetro, per aumentare l’immagine mistica del luogo e la sua valenza di segno contemporaneo della progredita società norvegese.

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bout 145 years ago the first Norwegian took off with skis from a hill, catapulting into the sky, creating a sport that would spread all over the world and capture thousands of spectators. Soon after, Oslo held the first official competitions. Today Oslo remains the undisputed capital of ski jumping, having had annual competitions at the Holmenkollen since 1892, served the Olympics in 1952 and several world championships. To facilitate various renewals to the standard of ski jumping, the Holmenkollen hill has had to be renovated, and partially rebuilt, 18 times. As the city is going to host the 2011 Nordic world championship it requires a rebuilding beyond what the existing structure can manage. The Holmenkollen hill plays a significant part identifying Oslo. In the Oslo panorama its characteristic profile


is a clear icon, up close its majestic steepness rises towards the sky, making heads bend and from the top, the panorama view towards the fjord is fantastic. The new Holmenkollen hill, designed by JDS, is extending tradition. It strives to keep the fine balance between majestic and simple and emphasizes the existing landmark values while introducing contemporary materials and design. Conceptually the project works with three stages of visibility: the far-away panorama, the zoom-in at the foot of the slope and the view out from the top. To emphasize the silhouette the shape is sharp and simply cut. It uses the given wind protection profile and offsets it parallel down, creating a smooth bended rectangle hosting the slope, the main elevators and the top in-run program. The top is cut horizontally to accommodate a viewing platform. The Knoll building is moved further up the hill, serving as anchor point for the structure, letting it cantilever and avoid a disruptive structural support. From a distance the structure will appear as a milky-white sharp profile further extended with a light beam diffusing into the sky. The new hill area also creates a grand viaduct for the existing road and an easy accessible and centrally located drop-off and main entrance. From the new hill there is a titled elevator straight to the top of the in-run. Diagrammatically the top in-run is four levels of different program, but with the elevator penetrating through and various other openings it becomes an open coherent space mixing the different usages together. On the very top, the open-air platform ends the visit with spectacular views to the Oslo fjord and city. The facade is perceived as one continuous band. It sets off at the top of the slope and runs alongside the landing hill and the spectator stands encapsulating the whole arena. The facade at the inrun is lit up from within, between structure and glass, to implement a diffused misty image and its value as a contemporary landmark for Norwayâ&#x20AC;&#x2122;s forward looking society.

@GDE=FCGDD=F GDQEHA;KCA BMEHAF?KDGH= GKDG JDS

Credits Project: JDS Project Team: Julien De Smedt, Kamilla Heskje, Mikkel H. Sorensen, Barbara Costa, Alex dent, Alf Lassen Nielsen, Carlos Cabrera,

Derrick Lai, Dries Rodet, Felix Luong, Filip Lipinski, Josue Gillet, Liz Kesley, Mads Knak-Nielsen, Victoria Diemer Bennetzen Client: Oslo Municipality

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Sezione longitudinale e rendering del trampolino. Il profilo è percepito come un’unica banda continua che dalla cima della pista corre lungo quella di atterraggio,

racchiudendo l’intera arena e gli spalti degli spettatori.

Longitudinal section and rendering of the slope. The facade is perceived as one

continuous band. It sets off at the top of the slope and runs alongside the landing hill and the spectator stands encapsulating the whole arena.

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HJAF;=KK==DAK9:=L@ 9FL9JLA;9 Alain Hubert, Philippe Samyn


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a nuova base scientifica belga in Antartico è una delle ultime missioni tecniche di Philippe Samyn. Il progetto è stato commissionato nel febbraio del 2007 dall’International Polar Fondation (IPF) che ha interpellato il progettista belga per la definizione e la messa a punto dei sistemi costruttivi, fattore determinante in un progetto di questo tipo, la cui forma generale e le attrezzature interne erano state predeterminate dall’ufficio tecnico dell’IPF sulla base di criteri aerodinamici e d’autonomia energetica. Era quindi necessario che un ingegnere calcolasse una struttura fisica e un involucro in grado di rispondere alle ambizioni del progetto. L’ordine geometrico ne rappresenta un aspetto fondamentale in quanto consente di gestire i problemi di posizione dei supporti, di migliorare discretamente l’organizzazione degli spazi e di armonizzare la disposizione delle attrezzature. Viviamo in un’epoca in cui l’integrazione delle conoscenze e delle pratiche è diventata indispensabile, e tutti gli attori coinvolti nell’atto del costruire – comprese le aziende e il mondo industriale – devono poter comprendere il linguaggio di ognuno per mettere in opera le tecniche in grado di utilizzare le energie rinnovabili, d’eliminare le emissioni di gas a effetto serra, ecc. Si noterà che la cima del promontorio roccioso su cui è istal-

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he new Belgian scientific base in the Antarctic is one of the latest technical missions undertaken by Philippe Samyn. The project was commissioned in February 2007 by the International Polar Foundation (IPF), which asked the Belgian architect to design and develop the construction systems, the key factor in this kind of project, whose general form and internal facilities were stipulated by the IPF’s Technical Department along the lines of aerodynamics and energy selfsufficiency. This meant an engineer had to calculate a physical structure and shell capable of satisfying the project's ambitions. The geometric layout is a vital aspect in that it allows positional issues to be handled and also guarantees a discreet improvement in the spatial layout to cater for all the various equipment and facilities. We live in an age in which combining knowledge with practice has become indispensable, and all the various players involved in the act of building – including business and industry – need to understand each other's own operating language to implement technology capable of drawing on renewable energy and eliminating emissions of greenhouse gases etc. It should be noted that the top of the rocky promontory, where the station will be set up, is equipped with a row of wind generators.

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lata la stazione è attrezzato con una fila di eoliche. L’istallazione della stazione solare Princesse Elisabeth doveva obbedire a delle situazioni estreme: oltre alle basse temperature, era necessario considerare l’elevata velocità del vento, della secchezza dell’atmosfera, dell’alternanza tra l’accumulazione e l’erosione della neve e anche dei rischi choc di piccole pietre scagliate dal vento. Il problema della sicurezza era sicuramente primario. Queste condizioni particolari hanno portato alla concezione di una costruzione particolarmente leggera, sostenuta da pilotis a una altezza dal suolo di circa quattro metri. Questi pilotis sono suddivisi in quattro insiemi autonomi di barre d’acciaio dolce, ancorate a sei metri di profondità. Lo stesso principio dell’autonomia dei supporti permette al metallo di seguire le variazioni di temperatura evitando di istallare dei giunti di dilatazione nei punti di giuntura con l’abitacolo, garantendo così la stabilità dell’insieme, essenziale al buon funzionamento degli strumenti di misura dei laboratori. La stessa stazione, composta da una maglia ortogonale di pilastri in legno lamellare, doveva essere nel contempo sufficientemente compatta, confortevole e semplice da risalire. Testata in galleria del vento nei laboratori dell’Istituto Von Barman per la

Princesse Elisabeth Solar Station had to be set up to handle extreme conditions: in addition to low temperatures, high wind speed also had to be taken into account, as well as the dryness of the air, an alternating build-up and erosion of snow, and even the impact of small stones scattered by the wind. The issue of safety was also of primary importance. These peculiar conditions led to a particularly light-weight building design, supported by pilotis raising the construction approximately 4 metres above the ground. These pilotis are divided into four independent sets of soft steel bars anchored down at a depth of 6 metres. The same principle of creating autonomous supports allows the metal to cater for temperature changes, so that expansion joints do not need to be installed at the various joints in the construction, thereby ensuring that the overall structure is stable, something vitally important for the smooth running of the measuring instruments in the laboratories. The station itself, composed of an orthogonal pattern of laminated wooden columns, also needed to be sufficiently compact, comfortable and easy to reach. After carrying out tests in the wind tunnel at the laboratories belonging to the Von Barman Institute for fluid mechanics, its


meccanica dei fluidi, presenta una forma aerodinamica che non ha nulla a che fare con uno pseudo design del dopo-guerra. L’involucro esterno della stazione (piani, copertura e facciate) è essenzialmente composto da due gusci in pannelli compositi di legno resinoso distanziati con sottili colonnine di faggio, separati con 40 cm di isolante. L’involucro è attrezzato con un para-vapore interno continuo (che garantisce l’assenza di ponti termici). Gli elementi di facciata sono di una particolare leggerezza in modo da facilitare il trasporto e la manipolazione della struttura. La messa a punto particolarmente dettagliata delle giunzioni tra gli elementi è stata impostata fin dall’inizio del progetto. Le facciate terminano verso l’interno con un feltro di lana che riveste il para vapore, e verso l’esterno con una lamiera d’acciaio inox. Alain Hubert, ingegnere civile e esploratore, fondatore dell’IPF e responsabile del programma generale, ha diretto in loco la costruzione della base. Secondo le sue dichiarazioni, la temperatura interna della stazione non dovrebbe scendere al disotto dei meno sei gradi, anche quando le temperature esterne superano i meno cinquanta gradi Celcius. Quanto all’estetica generale, si rifà ai più evoluti concetti di Industrial Design e di architettura funzionale senza farsi condizio-

nare dalle mode. L’oggetto è singolare ma totalmente logico. Montato una prima volta in una zona di Bruxelles rinomata per gli antichi depositi doganali, la stazione polare fu presentata la pubblico nel settembre del 2007. Quindi fu smontata e trasportata in kit fino al luogo definitivo, dove fu rimontata in cinque settimane e ultimata a inizio marzo di quest’anno. L’ultima fase di integrazione dei sistemi attivi per la produzione, la distribuzione e la gestione dell’energia è attualmente in fase di realizzazione a Bruxelles per una istallazione in loco a partire da dicembre 2008. La stazione Princesse Elisabeth sara così completamente operativa nella sua configurazione finale in febbraio 2009. Prima stazione “zero emissioni” in Antartico, diventerà così una delle importanti testimonianze perenni dell’Anno Polare Internazionale 2007-2009. Il lavoro integrato dell’architettura, dell’ingegneria, dell’industria, credo rappresenti l’avvenire della costruzione. Le realizzazioni che obbediscono a questa esigenza sono ancora molto rare, e la resistenza degli ambienti professionali è considerevole. Ma l’urgenza è tangibile, e l’avvenire del pianeta in gioco. Ciò richiederà senza dubbio una riorganizzazione completa della pratica. Pierre Puttemans

aerodynamic form turned out to be nothing like those post-war pseudo designs. The station’s outside shell (floors, roof and facades) is basically composed of two layers of composite panels of resinous wood separated by slender beech wood columns with 40 cm of insulating material placed between them. The shell is equipped with seamless internal steam protection (ensuring there are no heat bridges). The facade features are particularly light-weight to facilitate the transportation and handling of the structure. The detailed design of the joints between the various elements was stipulated right at the start of the project. The facades terminate (towards the inside) in a piece of wool felt covering the vapour protection and (towards the outside) in a sheet of stainless steel. Alain Hubert, a civil engineer and explorer who founded the IPF and is in charge of the overall programme, directed building work on the base on-site. According to what he has stated, the temperature inside the station should not drop below -6°, even when outside temperatures drop to -50°C. As regards its overall appearance, it is designed along the cutting-edge lines of Industrial Design and functional architecture without bending to comply with fashion. It is a singular but com-

pletely logical object. Initially assembled in an area of Brussels renowned for its famous old customs warehouses, the polar station was presented to the general public in September 2007. It was then dismantled and transported in kit form to its final location, where it was reconstructed in five weeks and completed by the beginning of March this year. The final stage of integrating the various active systems for generating, supplying and managing the energy supply is currently being completed in Brussels, ready to be installed on site starting in December 2008. The Princesse Elisabeth Station will be fully functional in its final configuration in February 2009. As the first "Zero emissions" station in the Antarctic, it will become one of the most important enduring landmarks of the 2007-2009 International Polar Year. The combination of architecture, engineering and industry will, I think, represent the future of building. Constructions meeting this need are still very few and far between, and the profession itself seems to be reluctant to accept them. But the urgency is tangible and the future of the planet is what is really at stake. This will undoubtedly call for a total reorganisation of the practice of building. 239 l’ARCA 65


Nelle pagine precedenti, viste della nuova base scientifica belga in Antartico prima stazione installata in loco a “zero emissioni”. La base, la cui costruzione partirà nel dicembre di quest’anno, sarà resa operativa nella sua configurazione finale nel febbraio del 2009

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e diventerà una delle più importanti testimonianze perenni dell’Anno Polare Internazionale 20072009. In questa pagina, rendering, piante della copertura e della base della stazione e prospetto. La costruzione particolarmente leggera è sostenuta da pilotis a un’altezza

di 4 m dal suolo. Nella pagina a fianco, la torre di accesso rivestita il lamiera d’acciao inox.

Previous pages, views of the new Belgian scientific base in the Antarctic, the first "zero emissions" station installed onsite. The base, whose construction will

begin in December this year, will be fully operational in its final layout in February 2009 and become one of the most important enduring landmarks of the 2007-2009 International Polar Year. This page, renderings, plans of the station base and roof, and elevation.

This particularly lightweight construction is supported by pilotis at a height of 4 m above the ground. Opposite page, the entrance tower clad with sheets of stainless steel.

Credits Project Director / Chief engineer site construction: Alain Hubert Engineering: Philippe Samyn and Partners (Building Core and Skin), 3E (Building Physics and Active Systems), D. Olivari (Fluid Mechanics), Von Karman Institute (Aerodynamics), Schneider Electric (Control Systems and Power Network), Laborelec – Suez (Electrical Protection, Power Storage & hydraulics systems), Smet-Boring (Soil Mechanics), Seco (Fire Safety & technical control) Project Manager: Johan Berte Program Administrator: Nighat Amin Contractors: Besix (coordinationa), Prefalux (Wood Structure and Building Enclosure), Iemants (Steel Structures), Smet-Boring (Ground Anchorage), Cherbai (Interior Design), Aquasanit & Polet (Water distribution), Schneider Electric (Electrical Systems) Client: International Polar Fondation


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empre stimolante e ricco di spunti il Festival International des Jardins che ogni anno rinnova l’appuntamento con paesaggisti e architetti di diverse nazionalità nella suggestiva cornice del Domaine de Chaumont, sulle rive della Loira. L’edizione di quest’anno, aperta al pubblico fino al 19 ottobre, si inserisce nel più ampio programma culturale promosso dal Domaine de Chaumont-sur-Loire, una nuova istituzione pubblica, nata nel gennaio scorso, che raggruppa oltre al festival, il Conservatorio internazionale dei parchi, giardini e paesaggio, il castello e il parco di Chaumont-sur-Loire. Tema portante del programma artistico sviluppato a partire dal 2008 è il binomio Arte e Natura che accoglie le sperimentazioni degli artisti che lavorano nel e sul paesaggio esplorando le virtualità del legame tra natura e cultura. Allineato alla tematica generale, anche il festival di quest’anno, la cui giuria, presieduta da Louis Benech, ha selezionato su 266 candidature, 26 giardini, di cui 8 di professionisti francesi e 6 stranieri provenienti da Belgio, Danimarca, Italia, Stati Uniti, Canada e un franco-giapponese, in cui si coniugano rigore ecologico, invenzione paesaggistica e visioni poetiche. Attorno al rapporto natura/cultura ruota anche il tema generale che guida l’edizione 2008, “Des jardins en partage”, i giardini condivisi. Il riferimento è quello alla tradizione dei giardini operai, dei giardini collettivi di prossimità, oggi ritornati particolarmente in voga nelle grandi città come New York, Berlino o Parigi. A Chaumont il soggetto della “condivisione” viene trattato con le sfumature più diverse ma accomunate da un’armonia condivisa del rapporto tra uomo e natura. Sono giardini che declinano attraverso il sogno e la poesia, da un lato, o le preoccupazioni ecologiche e il rispetto della salvaguardia dell’ambiente, dall’altro, un’idea di appartenenza, di condivisione con un universo naturale in cui si fondono bellezza, colori, profumi, luce, ombra, protezione, convivialità e accoglienza. Quest’anno un’altra novità si aggiunge alla scaletta delle iniziative programmate dal Festival. Ai 26 professionisti e alle quattro scuole (Ecole d’Architecture e du Paysage de Bordeaux, Ecole Supérieure des Arts Décoratifs de Strasbourg, Università del Nuovo-Messico e Università La Sapienza di Roma) selezionati dalle giuria, si sono aggiunte le opere di cinque importanti personalità del mondo del paesaggio e del giardino a cui è stata data “carte verte”, o piuttosto carta bianca, per sviluppare un loro progetto. Diversi gli approcci, sia nella scelta dei luoghi sia nella filosofia di intervento: Michel Péna e Florence Mercier hanno privilegiato la sfida di uno spazio imposto, limitato all’interno delle zone del Festival. Alexandre Chemetoff, Michel Corajou e Jacques Simon hanno invece preferito il paesaggio del lungo Loira o del castello per esaltare e rendere omaggio alla nuova estensione del Domaine. Parallelamente sono state inviate anche le città di Parigi, che ha partecipato con la Direzione degli spazi verdi e dell’ambiente, e Lione, con il Giardino Botanico. La “carte verte” è confluita in proposte personalissime e originali, da quelle più cerebrali e ricercate di Chemetoff che vede il giardino come “una forma di espressione, una parola, un pensiero…fare un giardino è l’occasione di prendere la parola, di scrivere un punto di vista…una filosofia d’azione…è un modo per essere architetto e urbanista e paesaggista”, a quelle più simboliche come il giardino di Florence Mercier, Graines de conscience, che si compone di frammenti di paesaggi di vari continenti: Oceania, Europa, Africa e Asia immergendo il visitatore in diversi universi poetici o il Jardin Mosaïc di Jacques Simon, conosciuto per la sua portata innovatrice, che si appropria delle vegetazione come mezzo espressivo; fino alle preoccupazioni ambientali di Michel Péna riflesse dal suo Jardin poubelle, giardino spazzatura, realizzato con gli scarti degli altri giardini, spezzettati, frantumati e compattati a formare la base di un giardino che evolve per tutta la durata del festival. Interessanti anche le proposte delle città. Méli

Agora Dreams and Visions

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Mélo (Parigi) è un grande orto in cui si sovrappongono due trame, quella a livello terreno è coltivata in piccole parcelle di diverse colture che si rifanno alla compresenza di culture diverse nelle grandi città, l’altra più aerea è un piano di zinco che allude ai caffé parigini, altro luogo condiviso. Espaces d’espèces (Spazi di specie, Lione) è invece un’allegoria del passaggio dalle piante botaniche alle specie orticole. Un richiamo ai giardini botanici come luoghi di scambio tra vegetali, una semi sfera metallica al centro del giardino che contiene delle piante botaniche evoca i viaggi e i trasporti in mare delle piante. Valenze dal forte contenuto poetico, fuga nella sfera del sogno, invenzioni paesaggistiche, ma anche preoccupazioni ambientali, salvaguardia del paesaggio, individuazione di nuovi registri linguistici da condividere con il pubblico per suggerire idee e soluzioni alternative per creare il propri angoli di verde. Elena Cardani

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he “Festival International des Jardins” bringing together landscape designers and architects of various different nationalities in the striking setting of Domaine de Chaumont along the banks of the River Loire is always an exciting and extremely interesting event. This year's edition, open to the public until 19th October, is part of a much more extensive cultural programme being organised by Domaine de Chaumont-sur-Loire, a new public institution set up last January, which, in addition to the Festival, also incorporates the International Conservatory of Parks, Gardens and Landscape, the Castle, and Chaumant-sur-Loire Park. The artistic programme devised for 2008 hinges around a combination of “Art and Nature”, drawing on experiments by artists working in and on the landscape, exploring the virtual qualities of the bond between nature and culture. This year's Festival is also based on the same basic theme. Its jury, headed by Louis Benech, has selected 266 candidates, 26 gardens (8 designed by French professionals and 6 by foreign landscape artists from Belgium, Denmark, Italy, United States, Canada and a French-Japanese entrant) combining ecological rigour, landscape invention and poetic visions. The general theme of the 2008 edition, "Des jardins en partage” (shared gardens), also revolves around this bond between nature and culture referring to traditional workers’ gardens, nearby collective gardens now so back in vogue, particularly in big cities like New York, Berlin and Paris. In Chaumont the topic of “sharing” is examined in various different ways, all studying that same harmonious interaction between man and nature. These gardens, drawing on dreaming and poetry on one hand and ecological concerns and respect for protecting the environment on the other, feature an idea of bonding and sharing with the natural world, blending together beauty, colours, perfumes, light, shadow, protection, congeniality and welcoming warmth. This year there is a new event on the Festival's schedule. In addition to the 26 professionals and four schools (Ecole d’Architecture e du Paysage de Bordeaux, Ecole Supérieure des Arts Décoratifs de Strasbourg, Università del Nuovo-Messico and Università della Sapienza in Roma) selected by the jury, there are also additional works by five important figures from the world of landscape and garden design, who were given “carte verte” or rather “carte blanche” to devise their own projects. Different approaches were adopted both in terms of locations and the underlying philosophy behind the work: Michel Péna and Florence Mercier took on the challenge of a confined space inside the Festival areas. In contrast Alexandre Chemetoff, Michel Corajou and Jacques Simon preferred the landscape along the River Loire and near the Castle, in order to focus on and pay tribute to the new extension to Domaine. At the same time cities also entered, with Paris managing its green spaces and environment and Lyons proposing its own Botanical Garden. “Carte verte” resulted in very individual and original projects, ranging from Chemetoff’s more cerebral and elaborate idea of treating the garden as “a means of expression, a word, a


thought.... designing a garden provides the chance to say something, write something from a viewpoint... a philosophy of action... it is a means of being an architect, town-planner and landscaped designer”, to more symbolic projects like the garden designed by Florence Mercier, “Graines de conscience”, which is composed of fragments of landscape from various continents: Oceania, Europe, Africa and Asia, burying the visitor in various poetic worlds, or Jacques Simon’s project, an extremely innovative landscape designer who takes vegetation as a means of expression; and then we had Michel Péna’s environmental concerns reflected in his “Jardin poubelle” (waste garden) made from waste from other gardens, broken into bits and then packed together to form the basis of a garden which gradually evolves in conjunction with the Festival. The cities also produced some interesting projects. “Méli Mélo” (Paris) is a giant allotment in which two different approaches

come together: at ground level the land is cultivated in small patches of different crops evoking the simultaneous presence of different cultures in big cities; at a higher level there is a surface made of zinc calling to mind Parisian coffee bars, another place people share. “Espaces d’espèces” (Spaces of Species, Lyons) is, on the other hand, an allegory of the landscape incorporating everything from botanical plants to vegetable species. An allusion to botanical gardens as places where vegetation interacts, a metal semisphere in the middle of the garden holding the botanical plants evokes how the plants are transported by sea and the voyages they make. Highly poetic designs, escapism into a dream world, landscape inventions but also environmental concerns about saving the land, ideas for new linguistic registers to be shared with the general public in order to suggest alternative ideas and solutions for creating your own little patches of greenery.

Vista aerea del Domaine de Chaumontsur-Loire e planimetria generale del domaine e delle installazioni realizzate in occasione del Festival dei giardini.

Aerial view of the Domaine de Chaumont-sur-Loire and site plan of the domaine and of the gardens realised for the Festival des jardins.

Festival des Jardins Chaumont Marc Heller

Le Festival sort des parcelles 1. Michel Corajoud 2. Alexandre Chemetoff 3. Jacques Simon

Jardins en partage 4. Le jardin poubelle 5. Le Parfait 6. Un champ partagé 7. Espèce de…! 8. Cocagne de jardin! 9. Cinq pour un 10. Entre 2

13. Forest Table 14. Easpaces d’espèces 15. Réuni-ombres 16. Sharing 17. Le jardin bien partagé 19. Méli-melo 20. Repos éternel 21. La Halte

22. Réflexions 23. Le jardin qu’on mange 24. Le chou romanesco et la fougère 25. Fragment’ère 26. Eloge du compost 27. Jardins de corail 28. Nordic Dreams 29. Graines de conscience

Villes invitées 19. Paris 14. Lyon 25. Angers

Jardins à partager 11. Secrets en partage 18. Eloge du silence 30. Vasques vives

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Nordic Dreams

paesaggisti/lanscaping: Landskab – Jacob Kamp and Trydeman, Denmark. Il progetto di questo studio danese si inspira sia ai contrasti di colori e di texture che fanno la specificità dei paesaggi, sia alla luce e al design dei Paesi del Nord. In una “foresta” di pini, tappezzata da fragole selvatiche, si accede attraverso un muro di tondelli di legno a uno spazio rettangolare dove dominano delle tonalità grigio-blu, simbolo degli scambi e delle condivisioni. In fondo al giardino, uno schermo panoramico in trompe-l’oeil apre la fuga verso un cielo nordico.

Eric Sander

This Danish teams’ project accounts for the contrasts of colours and texture which specify landscapes, as well as light, so present in Scandinavian design. In a "forest" of pines, carpeted with wild strawberries, accessed via a wall of logs one reaches an area dominated by tones of gray and blue, a symbol of exchange and division. At the bottom of the garden, a panoramic optical illusion allows us to evade towards a Scandinavian sky.

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Riposo eterno/Eternal Rest

Garage Paesaggio+Cytera – Gabriele De Sanetis, Luca Dionisi, Francesco Tonini, Elena Geppetti, Serena Savelli, studenti paesaggisti/landscape students, Università di Roma La Sapienza, Fabio Di Carlo, professore/professor, Italy Provocatorio e perfettamente in linea con il tema generale, questo giardino italiano è al centro dell’idea di condivisione. Quale giardino in effetti è più condiviso di un cimitero? Gli studenti romani propongono al visitatore il brivido di accomodarsi su sepolture anonime per un momento di contemplazione immobile. Le chaise-longue si alternano ad altre pietre tombali rivestite di prato e di rampicanti profumati, senza contare qualche cipresso, simbolo forte dei cimiteri e dei giardini italiani.

Provocative and profoundly just, this Italian garden is at the heart of the idea of sharing and division. In effect, what garden can be considered as more divided, or shared, than a cemetery? These students from Rome evoke goose bumps and propose for the visitors to stretch out on a plot so as to take a moment of comfortable,immobile contemplation. Between the deck chairs are other tombs made up of tiles of lawn and trellises of climbing perfumed plants disguised as tombstones not including the cypresses, which symbolise the cemeteries and Italian gardens.

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Eric Sander

Cinque per Uno/Five for One

architetti paesaggisti/landscape architects: Virginie Pigeon et Sébastien Ochej, Belgium Percorsi realizzati in graticcio dividono lo spazio in cinque parterre di colori unitari piantumati con essenze diverse (perenni, graminacee, annuali o ortaggi). Gli specchi innalzati alla fine di questi percorsi riflettono questo spazio diviso, ma dietro a questa visione stereotipata, le essenze si mescolano, i percorsi convergono e questo giardino condiviso diventa un luogo di comunione.

Trellis walkways divide this garden floor into 5 units of planted colour of varying essences (perennial, grass, annual or herb). The mirrors drawn up at the end of these walkways reflect this divided space, but behind this fixed vision, the essences mix, the walkways converge and the, “divided” garden becomes a place for sharing.

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Espèce de … !

Quatrième Dimension: Pierre-Alexandre Cochez, tecnico agricolo/agricultural technic, Benoît Faure, Mathilde Félix-Faure, Frédéric Guillaud, Jean-Charles Liddell et Yann Magnet, architetti/architects, Sylvain Boue, France & Spain Questo progetto è composto da due giardini molto contrastanti, uno molto verde e l’altro molto secco, che riflettono la diversità di paesaggi nel mondo, separati da una struttura che, giocando sul suo spessore con riflessi e trasparenze, diviene spazio di condivisione, di incontro e di scambio.

This project includes two very contrasting gardens, one very green and the other very dry, reflecting the diversity of the different landscapes throughout the world, separated by a structure which, playing on its thickness, reflection and transparency and transparencies, becomes a divided or shared space for meetings and exchanges.

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Le Parfait

Jean-Noël Caillaud, paesaggista/landscaping, Pierre Navarra, ingegnere in microelettronica/engineer, Emmanuel Sorin et Guillaume Surget, architetto/architects, France Omaggio alle conserve dei nostri nonni, il Perfetto è un giardino che si ordina affermando il proprio ruolo attorno a una cucina decentrata per la presenza di un vecchio ulivo. Quattro giardini e altrettanti patii, tutti luoghi di scambio e di condivisione tra generazioni, amici e vicini…Tra questi spazi diversi corre un muro in terra incastonato da oltre 200 boccali che contengono ognuno una ricetta di famiglia. Il Perfetto è anche il risultato di una riflessione sulla condivisione dei sapori e dei gusti, tra dentro e fuori.

Eric Sander

Homage to the preserves of our grandparents, the Perfect is a garden that takes place around a kitchen decentred by the presence of an old olive-tree. 4 gardens and as many patios, all places of exchanges and sharing between generations, friends and neighbours...Between these different spaces runs an earth wall set with more than 200 jars, each of which contains a family recipe. The Perfect is also the result of a thought process based on the division of savour and taste, the division between the outside and the inside.

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Forest Table

Tori Johnson, studente/student, New-Mexico University, Judith Wong, professore/professor, USA Davanti a una fila di pioppi che simbolizza una foresta piantumata, figurano decine di blocchi di legno calcinati. La natura riprende i suoi diritti sopra una lunga tavola in terra compattata sulla quale sono coltivate circa 200 giovani piante di quercia. Altrove, dei filari di vigne raccontano unâ&#x20AC;&#x2122;altra forma di rinascita: condivisione dello spazio, della tavola e del tempo.

Eric Sander

In front of a line of poplars that symbolise a planted forest figure several blocks of scorched wood. Nature takes its form on a long table of compacted earth on which nearly 200 seedlings of oak trees are cultivated. Elsewhere, rows of vines recount a different form of rebirth: sharing space, table and time.

239 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 75


Elogio del composto/Praise to the compost

Guillaume Quemper, paesaggista/lanscaping, Vivian Eon, carpentiere/carpenter, Emmanuel Guerton, paesaggista/landscaping et Damien Provendier, botanico e ingegnere ecologo/bothanic and ecologist engineer, France Molto rispettoso dell’ambiente, questo giardino presenta numerose tecniche ecologiche da riciclare nel proprio giardino. Tre pozzi composti in canne di nocciolo intrecciate a diversi stadi d’evoluzione, delle associazioni vegetali positive al centro di quattro orti diversificati, cinque tipi di siepi selvatiche e una piattaforma che porta a delle “toilette secche” che permette di avere un punto di vista sul giardino. L’insieme serve da supporto a numerosi strumenti pedagogici.

Eric Sander

Respectful of the environment, this garden presents several ecological techniques to recycle in your garden. Three compost wells made from rods of braided hazel at various stages of their evolution, positive vegetable associations within four diverse kitchen gardens, five types of wild hedges and a Platform leading to, “dry toilets” which allow for a viewpoint of the garden. The ensemble is a support for numerous teaching methods.

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Eric Sander

Tra 2/Between 2

Marion Robert et Laurent Gongora, étudiants/students, Ecole Supérieure des Arts Décoratifs de Strasbourg, Alice Roussille, professore/professor, France Eleganti portici ecologici e molteplici separazioni in legno che ognuno può aprire e chiudere come fossero delle tende avvolgibili, strutturano questo giardino. E ci si accorge che questo nuovo modo di separare lo spazio del giardino favorisce lo scambio. Lungo il percorso, le separazioni divengono progressivamente panchine, amache e giardiniere.

Elegant, ecological gantries, an abundance of wooded confines that open and close like rolling blinds structure this garden. It allows us to perceive that the manner in which this garden is divided favours exchange. Along the walk through the garden the divisions take the forms of benches, hammocks and planters.

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Luca Capuano

Consorzio Cooperative Costruzioni In Bologna La nuova sede del Consorzio Cooperative Costruzioni a Bologna. Il complesso ospita una delle più importanti società di costruzioni italiane.

The new headquarters of the Consortium of Building Cooperatives. The complex is home to one of the leading Italian building companies.

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A

pparentemente realizzato secondo percorsi consueti, seppure di buona progettazione, anche se non particolarmente orientata a stupire per gli eclatanti “effetti speciali”, la scelta progettuale evidenzia tuttavia un linguaggio dialetticamente critico verso l’ipercomunicazione che da tempo caratterizza paesaggi urbani presenti soprattutto nel Nord Europa. Quantunque, pur avendo configurato un’opera svelatamente understatement, Open Project non ha rinunciato a concedersi qualche soddisfazione. Lo rivela la puntigliosa suddivisione in due partiture, il giorno e la notte, un’architettura impostata su volumi alquanto elementari. La parte diurna, ovvero le facciate materiche con la loro impenetrabilità, propongono grande concretezza esponendosi alla luce attraverso superfici vibratili ed effetti chiaroscurali; la notte, invece, diviene un tempo epifanico: l’immaterialità dello spazio interno si trasforma in scena visionaria dove il confine della soglia esternointerno è talmente labile da risultare evanescente, o perlomeno ambiguo, quanto basta per rendere il tutto simile a un misterioso landmark, una sorta di faro terrestre per orientare vagabondaggi notturni, forse alla ricerca della notte bianca dell’architettura? Il complesso sorge su un’area destinata alla produzione industriale. E dunque in un contesto normalmente caratterizzato dalla supremazia dell’utile a tutti i costi, a spese di una forma altrimenti consapevole del suo irrinunciabile valore comunicativo verso l’intorno. Si tratta quindi di uno scenario dove anche un minimo di bellezza emerge con forza dal mare piatto del consueto.

Identità assicurata? Partita vinta su tutti i fronti poiché se l’obiettivo era di realizzare un’architettura con una forte identità va da sé che si è ottenuto il massimo con il minimo. Ciò si evidenzia anche nella struttura immateriale che fa da base al grande parallelepipedo denso di pesante matericità. Il piano terra è, infatti, uno spazio segnato da elementi geometrici, dall’alternanza di trasparenze e opacità: ovvero quando l’architettura è anche una sfida alla forza di gravità. Alla ricerca di rinverdire i fasti del bassorilievo ellenista, rivisto dopo l’esperienza razionalista, il grande corpo sospeso presenta due distinte anime: quella formata dai fronti sud, est e ovest con la sua opacità impenetrabile composta dal rivestimento in zinco-titanio perfettamente idoneo per schermare e isolare termicamente l’edificio; dall’altra parte, in dichiarata antitesi con la precedente, l’elemento vetrato è permeabile agli sguardi grazie all’esposizione verso l’esterno degli spazi operativi, del luogo del lavoro proiettato al di fuori, quasi a invadere uno spazio urbano bisognoso di eventi, di visioni. Pur essendo realizzata con semilavorati di produzione corrente (seppure di alta qualità prestazionale), la struttura che ingloba le parti vetrate dimostra come la creatività del progettista (quando, naturalmente, preesiste) non è mai condizionata dai limiti della standardizzazione ma, anzi, in quanto limite, può suggerire percorsi di progetto alquanto interessanti, certamente fondamentali nell’indicare al produttore ampliamenti e migliorie nel catalogo del prodotto industriale a grande tiratura. Carlo Paganelli


L’edificio sorge in una zona a destinazione industriale. La facciata vetrata si rapporta con il contesto riflettendone l’immagine.

A

The building stands in an industrial area. The glass facade interacts with its setting by reflecting its image.

pparently designed along conventional lines, albeit very effectively but definitely not intended to astound us through its "special effects", Open Project certainly draws on a language which is dialectically critical towards the kind of hyper-communication which, for some time now, has been characterising cityscapes particularly in northern Europe. In any case, despite being a cleverly understated work, Opened Project has indulged itself to some extent. This clearly emerges in its very careful division into two parts, daytime and night-time, producing a work of architecture created around very simple structures. The daytime part or, in other words, the impenetrable facades, are extremely concrete exposing themselves to the light through vibrating surfaces and chiaroscuro effects; in contrast, the night-time section is a sort of epiphany: the immaterial nature of interior space transforms into a visionary scene in which the boundary of the threshold between the inside and outside is so weak it is almost evanescent or, at least, ambiguous enough to make everything look like a mysterious landmark, a sort of lighthouse on dry land directing people on their night-time wanderings, possibly in search of architecture’s longest night. The complex stands on an area serving industrial production purposes. This means it is in a setting in which the useful at all costs generally takes precedence over form which, otherwise, is acutely aware of its irresistible communicative force towards its surroundings. This makes it a scenario in which even the slightest trace of beauty emerges with the force of the calm sea of habit. But

does it have a definite identity? This goal has been achieved on all fronts, since if the aim was to create a highly distinctive work of architecture, then the maximum has been attained in this respect with minimum effort. This is also evident in the immaterial structure acting as a base for the large parallelepiped weighed down with material substance. The ground floor actually features various geometric elements in an alternating combination of transparency and opacity: i.e. architecture designed to challenge the force of gravity. Striving to revive the pomp of Hellenistic low-reliefs, revamped in the light of rationalism, the large suspended body has two separate souls: that formed by the south, east and west fronts whose impenetrable opacity results from a zinc-titanium coating ideal for shielding and heat-insulating the building; on the other hand, in openly avowed contrast with what has just been stated, the glazed element is open to curious eyes, thanks to the exposure to the outside of the operating spaces, the place of work projected outside, almost as if to invade urban space so desperately in need of events and visions. Despite being made of semi-finished cutting-edge materials (of the highest quality), the structure encompassing the glazed parts reveals that the creativity of an architect (when, of course, he has some) is never constrained by standardisation, indeed limitations are taken as a means to designing something interesting, inevitably of fundamental importance in pointing the way towards future extensions and improvements in the catalogue of mass-produced industrial production.

Credits Project: Open Project Concept: Luca Drago, Stefano Ceccotto Project Team: Luca Drago, Barbara Benini, Christian Diolaiti Co-designers: TE.S.I. Structural Project: Open Project Plants Project: STS Works Management: Open Project Main contractor: Coop Costruzioni Glass Courtain Wall: Steelma (Schüco technology and profile) Composite Wall: Coiver (zinc-titanium finishing Rheinzink) Glass: Guardian Glass Lighting Systems: Viabizzuno, Targetti False Ceilings: Barcolair Lifts: Schindler Climatization: Cefla Electrical Plants: Ciab Furniture Systems: Methis Client: Consorzio Cooperative Costruzioni

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Nelle pagine precedenti, dettagli delle due facciate principali. A sinistra, dal basso, piano terra, sezione longitudinale, piano tipo e planimetria generale del sito.

Previous pages, details of the two main facades. Left, from the bottom, ground floor, longitudinal section, standard floor and site plan.

82 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 239


Nelle ore notturne, il complesso presenta la sua parte migliore attraverso una miriade di punti luminosi estremamente variegati.

At night-time the complex sugars of its best part through a myriad of extremely varied spotlights.

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iccione, mitico luogo di vacanze di massa anni Sessanta, si rinnova. Lo fa anche attraverso un’offerta di spazi per lo scambio, si propone polo d’interesse anche in periodi di bassa stagione. Il Palazzo dei Congressi, sul piano dell’immagine, punta a essere un nuovo spazio destinato alle relazioni e come struttura di forte riconoscibilità. Punto di riferimento, il Beaubourg parigino, icona prestigiosa e originaria, che ha cambiato radicalmente l’immagine tipologica dei luoghi destinati allo scambio. Insomma, il nuovo complesso è una macchina di comunicazione a scala urbana che non ha precedenti in quella zona, dove anche le vacanze sono “seriali”, di positivo c’è che tutto fila via liscio come l’olio, e la gente si diverte. Certo, il nuovo Palariccione se da una parte ha rinnovato il paesaggio urbano, dall’altra ha tolto quell’aria spensierata per cui la cittadina romagnola è famosa in tutta Europa. Il complesso è, infatti,

R

iccione, a legendary holiday resort for mass tourism in the 1960s, is upgrading itself. It is doing so by providing a whole new range of interactive facilities, which will make it a real attraction even during the low season. The Conference Hall is visually designed to be a new place for relations and a highly distinctive structure. A landmark like the Beaubourg in Paris, that prestigious and highly original icon, which has radically transformed the stylistic image of interactive places. This new complex is an urban-scale machine for communication, which has no precedents in an area where holidays come "mass-produced", on the plus side everything runs smoothly and people enjoy themselves. Although, on one hand, the new Palariccione has renovated the cityscape, on the other it has taken away some of that fun atmosphere which makes this town in the region of Romagna so famous all over Europe. Although the com-

Riccione si rinnova New Conference Centre

Schizzo di progetto del Palariccione, il nuovo Palazzo Congressi, una struttura multifunzionale nel pieno centro della città e non lontano dal mare.

Project sketch of the Palariccione, the new Conference Centre, a multipurpose structure right in the city centre not far from the seaside.

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seppure non privo di una sua bellezza high tech, un unicum che solo in seguito potrà confrontarsi ad armi pari con l’intorno. Per ora è un oggetto architettonico che grida fortemente di essere integrato in un tessuto urbano tendenzialmente “ferito”. Lontano dal mare, a ridosso della linea ferroviaria, il complesso è stato isolato dai rumori dei treni. La soluzione adottata è un doppio involucro che funge da corazza di protezione. Partendo dall’alto, spicca con particolare evidenza una copertura trasparente per mitigare l’irraggiamento solare ma anche come schermo di contenimento della complessa impiantistica, dei locali di accoglienza del pubblico e dell’ampio roof-garden. L’isolamento acustico è assicurato grazie a una parete verticale posta sul lato meridionale, là dove proviene il rumore prodotto dell’attività ferroviaria. Oltre alla funzione, tali accorgimenti, fungono da elementi fortemente identitari che, insieme alla soluzione dei collegamenti verticali esterni posti ai fianchi dell’edificio, costituiscono un’immediata riconoscibilità dell’edificio. Vi è inoltre un'accurata regia dei materiali impiegati. Per esempio, le ampie vetrate leggermente virate con un delicato verde-azzurro che richiama la cromia mediterranea del mare Adriatico nella sua declinazione verso Oriente. Non va trascurato inoltre l’effetto specchiante che, riflettendo l’intorno, crea una sorta di fusione contestuale che mitiga le differenze architettoniche fra la città e il rigore high tech del Palariccione. Il linguag-

plex is not lacking in a certain high-tech beauty, it is in fact a unicum which will require some time before it can really measure up to its surroundings on an even standing. For the time being it is an architectural object which needs to be knitted into an urban fabric which has, in some sense, been "wounded". Well away from the seaside, near the railway line, the complex has been insulated against the noise from trains. It has been designed with a double shell acting as protective armour. Starting from the top, there is a striking transparent roof to mitigate the sunlight and also act as a shield for holding all the intricate plant-engineering, public reception areas and a spacious roof garden. Sound installation is provided by a vertical wall set over on the south side, where most of the noise from the railway line comes from. In addition to serving functional purposes, these measures are all highly distinctive features, which, along with the vertical links placed at the sides of the building, make it an instantly recognizable sight. The materials used have also been chosen with great care. For example, the extensive glass windows with delicate green-skyblue shading evoke the colours of the eastern Mediterranean here over by the Adriatic Sea. The reflective effect they create is also significant, as it mirrors the surroundings and creates a sort of contextual fusion, mitigating the architectural differences between the city and Palariccione’s high-tech design.


gio degli spazi interni punta sulla continuità fra la dimensione longitudinale della partitura strutturale e i percorsi di collegamento verticale fra i vari piani dell’edificio. Una sorta di circolarità fra contenuto e contenitore alla ricerca di nuove declinazioni da relazionare con l’esperienza dell’architettura organica, mai del tutto superata. Almeno, se non del suo immaginario, nei suoi fondamenti concettuali. La grande sala: l’uso di pannelli metallici forati, uniti a materiale destinato all’isolamento acustico, definisce con evidente forza evocativa come la rivoluzione industriale sia ancora carne e pelle dell’architettura contemporanea. Carlo Paganelli

The interiors draw on the stylistic language of continuity between the longitudinal nature of the structural layout and the vertical links between the various levels of the building, a sort of circularity between the content and its container in search of new ways of interpreting organic architecture, which is still in vogue: at least, that is, as regards its conceptual foundations if not the image it projects. The main hall: the use of perforated metal panels combined with a sound-insulating material is clearly evocative of the industrial revolution, still at the very heart and soul of modern-day architecture.

Credits Project: Alessandro Anselmi (team leader), Carlo e Piero Gandolfi, Studio Passarelli – Lucio, Tullio, Maria Passarelli, Tullio Leonori Collaborators: Alessandro Centonze, Monica Trevisani, Cristiana Celato, Stephane Boucher Structure Engineering: Sage (Secondo Bianchi e Massimo Moroncelli), Giancarlo Ligi, Loris Manfroni (consultant for the roof metal

Metalwork: Ocam (production), Sten Progetti (project) External Aluminium Stairs: Bayards Aluminium Constructies Facade Systems: Focchi Glass: Saint Gobain Frameworks: Lilli Serramenti Lighting Systems: Griven, Status, Erco Floors: Ceramiche Imola Tiles Center Plasterboard False Ceilings:

structures) Plants Engineering: Studio Thesis (Marco Sanchini, Mauro Montanari) Multitheatre Project: Mastrangeli e Celata Light Designer: Gianni Ronchetti RUP: Ivo Castellani (Comune di Riccione) Works Management: Eugenio Semprini Cesari (in charge) with the project team (Anselmi, Gandolfi, Passarelli) Art Direction: Alessandro Anselmi

General Coordinator: Valeriano Cumuli Safety Coordinator (626/’96): Gianluca Vagnini General Contractor: Consorzio Cooperative Costruzioni Executive Contractors: Cooperativa di Costruzioni; CEIF Person in-charge of Commission: Roberto Tabarroni Worksite Technical Director: Emilio Bernardotti Technician in-charge: Riccardo Bracciforti

Stylcasa Balzani, S3 Mesh Sheets: I.M.S. Partition Walls: Oddicini Soundproof Security Doors, REI 120: Novoferm Lifts: Kone, Titan Lift Climatisation Plants: I.T.I. Security Systems: A.C.M. Engineering–Paolo Rossi Multimedia Systems: Alterecho Electrical and Special Plants: C.E.I.F.

Rendering del complesso. Nelle pagine seguenti, piante e sezioni che evidenziano la complessità strutturale e distributiva di spazi e funzioni.

Rendering of the complex. Following pages, plans and sections showing the structural complexity and intricate layout of spaces and functions.

Furniture Systems and Collapsible Armshairs: Poltrona Frau Ceilings: Euroceilings Plexiglass Chairs: Peppe Gianni Leriti (design: Alessandro Anselmi) Steel Roofing: Ocam Aluminium Roofing: Gatti Precorvi Waterproofing and Insulation Systems: Derbigum Client:

Soc. Palariccione S.p.A., Riccione

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Sezioni trasversali.

Cross sections.

Pianta del primo piano.

Plan of the first floor.

Pianta del terzo piano.

Plan of the third floor.

Pianta del piano terra.

Plan of the ground floor.

86 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 239


Sezione longitudinale.

Longitudinal section.

Pianta piano coperture.

Plan of the roof level.

Pianta del quinto piano.

Plan of the fifth floor.

Pianta del quarto piano.

Plan of the fourth floor.

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Francesca e Tullio Leonori

Alcuni dettagli che evidenziano la particolare vela trasparente, che ricopre l’edificio senza occultarne il volume. La struttura dell’edificio è in

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cemento armato, tamponata da una parete strutturale in vetro.

Details highlighting the transparent veil, which covers the building without

concealing its structure. The building’s reinforced concrete structure filled with a glass structural wall.


Alcuni dettagli dell’attacco fra la vela e l’edificio. La vela è formata da un guscio metallico frangisole, sostenuto da cavalletti quadripartiti.

Details of how the veil is connected to the building. The veil is formed of a metal sunscreen shell held up by quadri-pods.

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Oltre alla funzione congressuale, il complesso offre strutture per il commercio e lâ&#x20AC;&#x2122;intrattenimento: un piccolo centro commerciale e un cinema multisala. Le poltrone, a scomparsa nel pavimento, sono prodotte da Poltrona Frau.

90 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 239

As well as hosting conferences, the centre also contains commercial and entertainment facilities: a small shopping mall and multi-screen film theatre. The armchairs, which can be concealed in the floor, are manufactured by Poltrona Frau.


Gli arredi, realizzati in Plexiglas, sono mobili per poter configurare gli spazi di accoglienza in modo differenziato secondo le esigenze delle varie manifestazioni.

The furnishing made of Plexiglas are mobile to set out welcoming spaces geared to the specific needs of different events.

Arredi e sistemi di informazione sono studiati apposta per lâ&#x20AC;&#x2122;occasione. I tavoli sono simili ma non uguali e sono di diversa misura secondo le diverse funzioni.

The furniture and information systems specially designed for the occasion. The tables are similar but not identical and different sizes according to their functions.

239 lâ&#x20AC;&#x2122;ARCA 91


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?]ge]ljqYf\^mf[lagfk AfF9\YhlYlagfk

invenzione tecnica, avvertono le informazioni aziendali, è semplice: il telaio dell’auto è stato rivestito, nei suoi “prolungamenti” mobili o a comando elettrico, con un tessuto elasticizzato, il quale fa sì che la sua “forma” si arricchisca di una plasticità non più irrigidita una volta per tutte nella sagomatura della carrozzeria, bensì variabile, mobile, imprevedibile. Basta premere un pulsante perché il corpo dell’auto si pieghi, si fletta, si apra o si chiuda, muti aspetto e addirittura, se così si può dire, espressione. L’automobile si anima, si fa più servizievole, ma in pari tempo acquista una più precisa identità, dialoga con il fruitore, mette a punto nuovi linguaggi. Per il momento, la Gina Light Visionary Concept Model della BMW è, per esplicita dichiarazione della casa produttrice, un sogno, un’idea, un’aspirazione. In essa, però, l’utopia rinuncia a ogni vaghezza onirica per farsi previsionale: non mancherà molto per vedere applicate le rivoluzionarie innovazioni contenute in questa prima idea alla produzione di serie. Del resto, come sempre accade nelle invenzioni davvero dirompenti, essa si fonda su principi del tutto plausibili: la qualità del materiale di rivestimento, lo schema strutturale degli snodi, la concezione dell’ossatura portante, sempre più vicina ai flessibili diagrammi del mondo organico, rappresentano la punta più avanzata di una ricerca già ricca di stabili risultati. La novità fa riflettere, non solo per la sua calcolata audacia, ma anche perché capovolge, in certo modo, l’assioma, caro alle avanguardie del Novecento, della tensione dell’essere umano verso la

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macchina. Oggi che la figura dell’homme machine svapora in una nebulosa composta da sciami di molecole autoprogrammate, l’immagine della macchina assume i contorni organici del corpo naturale, rinuncia alla sua logica meccanica e si piega all’imprevedibilità e alla sensorialità delle concrezioni biologiche. In questo senso, il primo risultato che Gina propone è quello della continuità del corpo della vettura. Ciò che un tempo era aggregazione strutturale di elementi saldati, incernierati, incastrati, imbullonati, assume ora il carattere di un’epidermide, che avvolge senza interruzioni l’interno dell’artefatto e ne presiede il rapporto con l’esterno. Nulla è mutato nella logica del movimento, dei comandi, dell’energia. A rinnovarsi radicalmente è la presenza dell’auto, il suo modo di offrirsi alla fruizione, di proporsi come attore nella nostra esistenza quotidiana. In secondo luogo, a mutare, sono i concetti di apertura e chiusura, sui quali si è giocato il destino stesso dell’automobile. Nella Gina, i fari ammiccano come occhi socchiusi fra le palpebre; il motore si rivela come una bocca che si apra al sorriso, gli sportelli avvolgono l’utente in un abbraccio che si stringe o si scioglie. L’immagine organica appare più che una metafora: è una realtà. E’ presto per dire se e in quale misura questa novità inciderà davvero nel cuore del nostro rapporto con l’automobile. Per il momento, siamo allo stupore, alla meraviglia, alla vertigine che ci coglie quando ci si spalanca dinanzi un mondo di possibilità. La tendenza, però, appare già sufficientemente chiara. Non resta che attendere. Maurizio Vitta


BMW Group Design Works

A

ccording to information provided by the company, the technical invention is simple: the moving "extensions" and electrical control panel on the car frame have been clad with an elasticated fabric, which ensures that its "form" is instilled with a certain plasticity no longer stiffened along the entire length of the bodywork but rather mobile, variable and unpredictable. Just press a button and the body of the car bends, flexes, opens or closes, changes appearance and even (if we might say so) expression. The car comes to life, and, at the same time, takes on its own identity. For the time being, BMW’s Gina Light Visionary Concept Model is, as explicitly stated by the manufacturer, a dream, idea or source of inspiration. Nevertheless, this utopian dream has nothing vaguely oneiric about it and actually looks to the future: it will not be long before we see the revolutionary innovations encapsulated in this initial idea actually being applied for mass-production purposes. After all, as is always the case with truly groundbreaking inventions, it is based on totally plausible principles: the quality of the cladding material, the structural scheme for the joints and the design of the bearing structure (increasingly close to flexible diagrams borrowed from the organic world) are at the very cutting edge of a research programme which has already produced plenty of tried and tested results. This new idea gives us something to think about, not just due to its carefully gauged boldness but also because, in some sense, it inverts that old axiom, so popular with the 20th century avant-gardes, according to which the

human tends towards the machine. Now that the figure of the man-machine is evaporating into a nebulous compound composed of a cluster of self-programmed molecules, the image of the machine is taking on the organic outlines of a natural body, giving up its own mechanical logic and bending to the unpredictable and sensorial nature of biological concretions. In this respect, the first thing which Gina has produced is a feeling of continuity in the vehicle's body. What was once a structural aggregation of elements, welded, hinged, jointed and bolted together, now takes on the nature of a skin seamlessly enveloping the inside of the artefact to control how it relates to the outside. Nothing has changed in its movements, controls and energy. What has been radically updated is the car’s presence, the way it lends itself to usage and offers itself as a player in our everyday lives. Secondly, it is the concepts of opening and closing that have changed, ideas that have always dictated the very fate of cars. Gina’s headlamps wink like half-closed eyes between lids; the engine looks like a mouth opening up to smile, the doors envelop the user in an embrace which grips or releases him or her. The organic imagery appears to be more than a metaphor: it is a kind of reality. It is too soon to say whether, and to what extent, this innovation will truly influence our relationship with cars. For the time being it just leaves us amazed and astonished, the kind of dizziness but overwhelms us when a world of possibilities opens up before us. We just need to wait and see.

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Uno dei principi fondamentali della filosofia GINA è di includere nel processo creativo di design i potenziali offerti da materiali nuovi e da innovazioni nel campo della progettazione, così come il mettere in dubbio i processi di produzione e i materiali attualmente utilizzati. Impulsi preziosi provengono dall’agenzia di design attiva su scala globale BMW Group Designworks USA, un’affiliata di BMW Group che sfrutta nello sviluppo di materiali e nella produzione numerose esperienze raccolte in vari settori industriali che non fanno parte del comparto automobilistico. Il vision model di GINA (geometria e funzioni in un numero N di interpretazioni) si presenta con una pelle esterna quasi completamente esente da linee di unione, che si estende come un materiale tessile flessibile sopra una sotto-struttura mobile. Le visioni basate sulla filosofia GINA vengono realizzate anche nell’interior design delle concept car, ad esempio nello studio BMW Concept CS1 dell’anno 2002. Nell’abitacolo di questa automobile sono visibili solo gli elementi di comando e funzionali che il guidatore utilizza effettivamente. Una plancia portastrumenti flessibile rivestita di neoprene provvede ad attirare lo sguardo del guidatore solo sulla funzione rilevante per lui.

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One of the basic principles of GINA’s philosophy is to incorporate (in the creative design process) potential offers in terms of new materials and innovations in the field of design, also calling into question the production processes and materials currently in use. Precious input comes from the global-scale design agency, BMW Group Designworks USA, a branch of the BMW Group which draws on all kinds of experience gained in various sectors of industry not belonging to car manufacturing in the development of materials and production operations. GINA’s vision model (Geometry and Functions in “N” Adaptations) looks like an outside skin almost totally lacking in connecting lines, which stretches out like a flexible textile material above a mobile substructure. Visions based on GINA’s philosophy have also been developed for the interior design of concept cars, like for example the BMW Concept CS1 study from 2002. Inside this car you can only see the control and functional features which the driver actually uses. A flexible instrument panel covered with neoprene attracts the driver’s attention solely to the function in which he is interested.

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LA PAGINA GIALLA/ THE YELLOW PAGE

Lettera a Franco La Cecla (purtroppo recensione indiretta) Letter to Franco La Cecla antropologo Franco La Cecla (Università San Raffaele, Milano) non ama L’ l’arte e la bellezza. Lo dimostra nel suo

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anthropologist Franco La Cecla Raffaele University) does not like Tart orhe(Sanbeauty. This clearly comes out in his

book entitled Contro l’architettura (Against Architecture) (Bollati Boringheri). And he encourages us not to like art or beauty either. He only realises that his hate needs to be ranted at those big old blocks resulting from the decline of rationalism. So far so good. But simply reducing the bold and imaginative deconstructivist wave (which he most certainly has got it in for) to some sort of trendy “pizza connection” with the great fashion designers. Just because the latter have felt the need to enrol - as in the case with Rem Koolhaas, who designed the Prada workshop in Tokyo - famous and talented architects? Does he want the audacious curve designed by Zaha Hadid for CityLife to be toned down, too? Some of you will know that I have never been a supporter of the postmodern. And deconstructivism was actually born from the womb of the postmodern. But all this is not postmodern. In fact it differs from it by the way it has been stripped of all the frills and mere decoration and the way it has transformed postmodern fun into something actually underpinning structural, static and volumetric design. Without giving up on any flight of the imagination. Does La Cecla have in mind all those decorative frills and unnecessary, which characterised the horrific so-called Baroque period? To the gallows with them. Even Nouvel, Fuksas, Gehry etc. All except for Renzo Piano. But not because he happens to be a friend of his firm. But rather because he has overlooked the fact that this Genovese architect has brought together rationalism and deconstructivism, whilst actually eliminating (from the latter) its Futurist element. Does he realise that fashion designers are artists? And as such they have privileged access for understanding art. Of course there may be different degrees of artistry, imagination and invention. Is the great inventiveness of “The Divine Comedy” mere staging and set design? Is it because a certain line of thinking is popular and intriguing that he calls it fashion? Let him call it whatever he likes, but he cannot say it is mannerism. The works by these architects which you hate so much are

always powerful and vigorous, and never without their own very definite reason to being. They are never weary. And they are not perceived as such by their users. And if you want to use that anthropological trick of mixing together fashion designed by top-class stylists and some cuttingedge trend (putting them on the same plane), then let me just say that it might just be an interesting realm of enquiry. But without drawing any rushed, unjustified, irresponsible or strategically motivated conclusions. You will run the risk of being completely out of step with the times if you try and reduce this architecture to mere fashion, just as it would be wrong to claim that fashion is nothing but trends. Moreover, what makes you think that these architects (whose underlying poetics and design strategies probably escape you) will ruin town-planning? What is the connection? Are you trying to insinuate that these architectural designers are only interested in creating beautiful objects detached from their setting? This is totally excluded in every respect by the work they all do. In any case, there is something

paradoxical and anachronistic about your fashion of seeing things. As is the case with those people who have failed to realise that town-planning as one sweeping and all-encompassing discipline (something similar perhaps to your own field of study?) is now outmoded and a thing of the past. Town planners should lower their guard, they can now relax because, if they like, they will realise that, at most, they are only entitled to put their hands to (possibly with disastrous consequences) small fragments of the city. But then there is something absurd about all this: you insist on a certain kind of selfreference (“re-founding exclusively from the inside”) on the part of “this” architecture. “These” architects are actually great sculptors. But they are architects in every respect. Was Beaubourg a self-sufficient and self-referential work of architecture, despite being so overwhelming in terms of its revolutionary form and structure even in relation to its setting? I would like to think you would agree with that. But you cannot.

Siciliani Europei All-night Show ichele Ciacciofera, Claudia Gambadoro e Piero Roccasalvo hanno esposto in una contestuale personale le loro opere presso il Centro Le Ciminiere di Catania su inziaM tiva della Provincia Regionale. Si tratta del contenuto del premio “Siciliani-europei” svolto-

si nell’ambito dell’omonima rassegna d’arte dedicata a giovani isolani da parte dell’università di Catania che con una “notte bianca” ha celebrato i 50 anni dell’Unione Europea. Sopravvive alla mostra un catalogo ricco di illustrazioni introdotto dal pro-rettore, Antonio Pioletti, e da testi critici di tre giovani studiose: Silvia Freiles (sulla pittura di Roccasalvo), Bibiana Borzì (sui dipinti di Ciacciofera), Silvana Segapeli (sulle videoinstallazioni della Gambadoro). Di questi “tre promontori della giovane arte siciliana”, come recita il sottotitolo della rassegna chiamata “Trinacria”, si è messo in evidenza “il tratto denso, veloce, nervoso, il bianco delle bende (dei "Prigionieri", N.d.R.), spesso unica fonte di luce” (così scrive Borzì di Ciacciofera); inoltre, Freiles sottolinea, a proposito di Roccasalvo, che “le fotografie e i ritratti appesi ai muri, i busti abbandonati sui tavoli, dalle prospettive anamorfiche, sono segnali allusivi a una realtà allotria e ortodossa”. “L’impossibilità di ottenere certezze, di attribuire significati definitivi al mondo e alle cose è un leit motiv della sua opera”: così è delineato un tratto espressivio della Gambadoro da parte di Silvana Segapeli.

ichele Ciacciofera, Claudia Gambadoro and Piero Roccasalvo have all displayed their works at Centro Le Ciminiere in Catania, with the backing of the Regional-ProM vincial Council, within the context of the “Siciliani-europei” Prize held as part of the art

exhibition of the same name designed for local youngsters by Catania University. The university celebrated the 50th anniversary of the European Union with a special “all-night” show. The exhibition was accompanied by a catalogue full of illustrations with an introduction written by the Provost, Antonio Pioletti, and critical texts by three young acholars: Silvia Freiles (on Roccasalvo’s painting), Bibiana Borzì (on paintings by Ciacciofera), Silvana Segapeli (on video installations by Gambadoro). In relation to the work of these three “beacons of young Sicilian art”, as it says in the subtitle to the show entitled “Trinacria”, attention was focused on the “thick, fast and nervous traits and the white of the bandages (of “Prigionieri”), often the only light source (as Borzì writes about Ciacciofera); Freiles also underlines, in relation to Roccasalvo, that “the photographs and portraits hanging on the walls, the busts left abandoned on the tables with their anamorphous perspectives, are signs alluding to some extraneous and orthodox reality. “The impossibility of achieving any certainty or giving definite meaning to the world and to things is a leitmotif in her work”: that is how Silvana Segapeli illustrates one of Gambadoro’s distinctive traits.

Michele Ciacciofera

libro Contro l’architettura (Bollati Boringheri). E incita a non amare l’arte e la bellezza. Capisce solo che odio va seminato contro i casermoni frutto della degenerazione del razionalismo. E fin qui va bene. Ma semplicisticamente riduce la intrepida e fantasiosa ondata decostruttivista (con questa ce l’ha in effetti) a mera moda in pizza connection con i grandi stilisti di moda. Solo perché questi ultimi hanno sentito il bisogno di arruolare – come è accaduto con Rem Koolhaas autore dell’atelier Prada a Tokyo – architetti di grido e di talento? Anche lui vuole che la curva della torre progettata da Zaha Hadid per CityLife sia allentata? Qualcuno sa che non sono mai stato un sostenitore del postmoderno. E il decostruttivismo nasce nell’alveo del postmoderno. Ma non è il postmoderno. Da questo peraltro si allontana per essersi spogliato degli orpelli di festa e mera decorazione e per aver trasformato l’enfatico divertimento postmoderno in elemento soggiacente alle ragioni strutturali, statiche e volumetriche. Ma senza che per questo si rinunciasse al volo fantastico. La Cecla pensa a tutti quegli orpelli ornamentali, a quelle curve non necessarie che hanno contraddistinto quell’orrendo clima chiamato barocco? Alla gogna. Anche i Nouvel, Fuksas, Gehry ecc. Tranne Renzo Piano. Ma non perché lei è amico del suo studio. Piuttosto perché le è sfuggito il fatto che l’architetto genovese ha fuso razionalismo e decostruttivsmo, pur avendo messo da parte, di quest’ultimo, la componente futurista. Lo sa che gli stilisti sono degli artisti? In quanto tali, hanno una condizione privilegiata per capire l’arte. Questa può avere ovviamente differenti quozienti di artisticità, di fantasia, di inventiva. E’ forse pura scenografia l’alto tasso inventivo della Divina Commedia? Il fatto che una corrente abbia séguito e fascino, vuole chiamarla moda? Faccia pure. Ma non dica che è maniera. Le opere di questi architetti che lei odia sono sempre tese, vigorose e ogni volta con una precisa ragion d’essere. Mai stanchezza. Neanche da parte dei fruitori. Se poi, con gioco antropologico, lei vuol fondere, o mettere sullo stesso piano, la moda degli stilisti di grido con una tendenza di punta, le dirò può essere anche un terreno di indagine interessante. Ma senza conclusioni affrettate, immotivate, irresponsabili o strategiche. Pena, un pesante anacronismo, lei non può ridurre questa architettura a moda, come non può far scadere la moda a fatto di moda. E poi: sulla base di cosa con questi architetti, la cui ragione poetica e progettuale probabilmente le sfugge, andrebbe in rovina l’urbanistica? Quale il nesso? Si vuole forse insinuare che si tratta di autori protesi al bell’oggetto indipendentemente dal suo intorno? Il lavoro di ognuno di essi lo esclude pienamente e direttamente. In ogni caso lei si inscrive in una moda paradossale, una moda anacronistica. Quella che è anche di coloro che non si sono accorti che l’urbanistica come progetto di

un unico respiro, come l’intero e il tutto (qualcosa di analogo con la sua disciplina?) è ben tramontata. Gli urbanisti devono abbassare la soglia di guardia, sono nella condizione di rilassarsi, perché, se vogliono, possono rendersi conto che al più è consentito loro di mettere mano, e magari fare disastri, solo limitatamente a piccoli spaccati della città. E poi siamo anche all’assurdità: lei insiste su una certa autoreferenzialità (“rifondare solo dall’interno”) di “questa” architettura. “Questi” architetti sono dei grandi scultori. Ma sono architetti a tutto tondo. Fu opera autosufficiente e autoreferenziale il Beaubourg, pur così prepotente nella sua struttura e forma rivoluzionaria in rapporto anche al contesto? Spererei che lei mi dicesse di sì. Ma non può.

Carmelo Strano


COMPETITIONS

Vincitori/Winners a. Ecosistema Urbano Arquitectos: EcoBoulevard

AR Awards for Emerging Architecture 2007 Premi per giovani architetti di tutto il mondo per favorire la conoscenza della nuova generazione di architetti e designer di talento. I Premi sono conferiti a edifici o prodotti di qualsiasi tipologia progettuale, dal paesaggio agli spazi urbani, dall’arredo agli oggetti per la casa. Awards open to young architects in the world and it intended to bring wider international recognition to a talented new generation of architects and designers. The Awards are for built or manufactured work only, and besides buildings, the full range of design activity, from landscapes and urban spaces to furniture and cutlery can be submitted.

b. Taketo Shimohigoshi /AAE: Vegetation installation

+ europaconcorsi

c. FAR/Frohn & Rojas: Wall House

Giuria/Jury: Shirley Blumberg, Jo Noero, Peter Davey, Shuhei Endo, Peter Cook, Paul Finch (Chairman). Committente/Client: The Architectural Review (Sponsors: Buro Happold, Wilkhahn)

C-Design: Combine, Connect, Create

1° Ognyan Bozhilov: Citroën Sledge

Concorso di design per reinterpretare e combinare tra loro 100 pezzi che formano la meccanica e la carrozzeria delle auto Citroën, trasformandoli in oggetti di uso quotidiano Design competition for the reinterpretation and combination of 100 pieces of the Citroën cars chassis to transform them into everyday use objects

2° Roland Kaufmann: Citroën Drain 3° Valerio Stramaccioni: Ç-parè

Giuria/Jury: Ferruccio Laviani (presidente/chairman) Committente/Client: Citroën

1° 3°

Premio Urbanistica Concorso ideato da Paolo Avarello, direttore di “Urbanistica”, per l’innovazione e la ricerca sui nuovi modi di fare urbanistica, in tre sezioni: Qualità delle infrastrutture e degli spazi pubblici, Equilibrio degli interessi, Inserimento nel contesto urbano Competition launched by Paolo Avarello, editor in chief of “Urbanistica”, dedicated to the innovation and new research ways in the urban planning. It is divided into three sections: Quality of infrastructures and public spaces, Balance of interests, Integration in the urban context

Sezione Qualità delle infrastrutture e degli spazi pubblici - Regione Basilicata, progetto “Val d’Agri”, Concorso internazionale di idee per la progettazione di un ponte sul lago del Pertusillo - Provincia di Salerno, P.I. Valle dell’Irno, P.I. Piana del Sele - Costruzioni Immobiliari, Pomigliano d’Arco, comparto edificatorio Masseria Paciano A

www.urbanpromo.it

B

C

Sezione Equilibrio degli interessi - Comune di Fidenza, Quartiere Europa, P.P. Loghetto e polo produttivo Bastelli (foto C) - Provincia di Pesaro e Urbino e Comuni Pian del Bruscolo, Laboratorio strategico della “Città futura” della bassa valle del Foglia - Comune di Forlì, Progetto Centro Storico Sezione Inserimento nel contesto urbano - Comune di Reggio Calabria, Regium Waterfront - Regione Piemonte, Programma di qualificazione urbana (PQU) - Colle Promozione Spa, Fabbrica Colle (Jean Nouvel, foto A) - Comune di Crotone, Museo di Pitagora (OBR, foto B)

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COMPETITIONS + europaconcorsi

Messico/Mexico - Yucatan

1° Ming Tang, Dihua Yang

Chichen Itza 2008 Albergo e Museo Concorso per il progetto di un lodgemuseo nel sito archeologico, che sia contemporaneo, originale e creativo e celebri le caratteristiche del luogo Competition for a lodge-museum next to the archaeological site. It should be an original and creative element of contempraneity and must celebrate the characteristcs of the site

2° Ricardo Moreno, Carina Costa, Patricia Soares, Filipe Nascimiento, Bruno Gonalves 3° Philip Plowright, Steven Nielsen

Giuria/Jury: Bernardo Gomez-Pimienta, Julien Rousseau, Ulisse Gnesda, Luca Battaglia Committente/Client: Arquitectum www.arquitectum.com

M1

M5

M9

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Menzioni d’Onore/Honourable Mentions M1- Vaas Bruno, Richard Hernandez Olivier M2- Gabriel Morales, Daniel Daou M3- Daniel Duarte, Rodolfo Reis, Claudia Lobato M4- Sung Gi Park, Hwang Yi M5- Ulrike Volz, Celine Carbes, Samantha Galloway, Fernando Babler Sassioto, Alexandrino Basto Diogo, Christopher Hintz M6- Gregory Gouard-Dutreil, Alexis Guilhaumaud M7- Chanhyok Park, Hyungsun Shim, Unyoung Jung M8- Sylwester Staniucha M9- Dupuy Fabien, Encausse Marine M10- Nicola Villani, Giovanni Todesca, Marco Cavalli M11- Mark Gorgolewski, Marco Polo, William Harispuru, Roman Pevcevicius, Mark Siemicki, Jorge Silva M12- Chin Chin

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M12


Premio Compasso d’Oro 2008 10 premi Compasso d’Oro, 6 Premi alla carriera e 2 Premi internazionali. Oltre 80 i prodotti selezionati. 10 Compasso d’Oro Awards, 6 Awards for the career, 2 International Awards from more than 80 entries selcted.

2-CITTÀ DI TORINO, LOOK OF THE CITY OLIMPIADI INVERNALI 2006, allestimento/installation, Italo Lupi, Ico Migliore, Mara Servetto, Città di Torino (Direzione Comunicazione Promozione Turismo)

Giuria/Jury: Mario Bellini (Presidente/Chairman), Chew Moh-Jin, da Lieven Daenens, Carla Di Francesco, Carlo Forcolini, Norbert Linke, Emanuele Pirella, Richard R. Whitaker

3-MT3, poltrona a dondolo/rocking armchair, Ron Arad Associates, Driade 4-STAND HORM, allestimento/installation, Toyo Ito, Horm

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5-NEOS, orologio da polso/watch, Culdesac, Lorenz 6-MIX, apparecchio di illuminazione/lamp, Alberto Meda e Paolo Rizzatto, Luceplan 7-TRIOLI, sedia per bambini/children chair, Eero Aarnio, Magis

COMPETITIONS

1-BIG, libreria/bookshelf, Marc Sadler, Caimi Brevetti

+ europaconcorsi

Italia/Italy

8-NIDO, concept car, Pininfarina, Pininfarina 3

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9-R606 UNO, sedia/chair, Bartoli Design e Fauciglietti Engineering, Segis 10-SHAKA, barca a vela/sailing boat, Wally, Lazzarini Pickering Architetti e Farr Yacht Design, Wally

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Il Premio Compasso d’Oro alla Carriera è stato assegnato a The Compasso d’Oro Award for the career has been assigned at: Luigi Caccia Dominioni Renato De Fusco Tito D’Emilio Dino Gavina Michele Provinciali Tobia Scarpa Il Premio Compasso d’Oro Internazionale è stato conferito a The International Award has been assigned at: Terence Conran Miguel Milá

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Rubriche e articoli sul mondo della progettazione, della produzione e della ricerca. Design, production and research.

Nuovi spazi per il CNES Spatial Research Progetto: Studio Daniela Bianka Il progetto dello studio Daniela Bianka per gli spazi di ingresso del CNES, Centro Nazionale di studi spaziali-Direzione di lancio, a Evry-Courcouronnes traduce in termini di linguaggio architettonico i temi della ricerca spaziale. I nuovi ambienti sono stati pensati come un sistema mobile di relazione tra uomo e spazio dove la luce, il vetro con le sue trasparenze, il metallo forato, i giochi di riflessi e di variazione, i ritmi dettati dai movimenti fluidi delle superfici fanno da cornice alle funzioni di accoglienza del pubblico. L’intervento si concentra su due aspetti propri della vita nello spazio, la leggerezza e l’assenza di gravità. Viene quindi definita una doppia facciata formata da una successione di pareti mobili in vetro in cui è integrata una composizione grafica che riflette le immagini inviate dai satelliti di osservazione della terra e dalle sonde spaziali. Questa composizione spaziale è sovrapposta alla vista esterna e interagisce con il paesaggio dando origine a una sorta di compenetrazione tra ambiente reale e dimensione dell’universo spaziale. Anche gli elementi d’arredo riflettono questa ricerca di compenetrazione tra due mondi diversi. Qui viene privilegiata la relazione tra materia e luce, uno spazio aperto definito da un solo elemento in Corian modellato tra il pavimento e il soffitto che definisce la zona della reception passando dallo stato traslucido a quello opaco. Concretezza e immaterialità si coniugano in questo elemento che organizza una postazione di lavoro funzionale all’attività del Centro. La visita e l’attesa sono accompagnate da un mega schermo in vetro su cui scorrono le diverse immagini del lavoro svolto nel Centro. La zona d’attesa è concepita come uno spazio intermedio strutturato con modelli e apparecchi futuristi avvolti in tubi trasparenti e posizionati a diverse altezze.L’immagine di un labirinto ha invece ispirato la ristrutturazione di una zona di passaggio in seno al CNES dove è stato allestito uno spazio di conversazione, dedicato alla lettura e allo scambio e la cui struttura modulabile consente di allestire delle esposizioni temporanee o ospitare presentazioni sull’attualità della ricerca. Gli spazi di passaggio all’interno del Centro hanno inoltre ritrovato una nuova dimensione grazie a un grande affresco spaziale sulla storia e la rappresentazione del cosmo e dell’arte spaziale. L’installazione lunga 14 metri è ottenuta dall’interazione tra immagini, luce, architettura e segnaletica composte grazie alla sovrapposizione di superfici frattali intagliate nel metallo con la tecnologia del laser. Densità e profondità, dimensioni nascoste e svelate, vuoto materia e riflesso si susseguono in questa superficie che si interroga sulla relazione tra uomo e spazio. The project by the Daniela Bianka studio for the CNES (National Center for Space Study) entrance areas in Evry-Courcouronnes interprets spatial research through an architectural language. The new areas were developed as a mobile system of relationships between man and space, where light, glass and its transparency, as well as pierced metal, plays of reflections and variations, and the different vibrations coming from the fluid movements of the surfaces serve as a backdrop to functions involving public reception and welcoming. The work focuses on two aspects that pertain to life in space: lightness and the absence of gravity. Thus, a double façade formed by a series of mobile glass partitions is defined, with a graphic composition integrated into this, reflecting the images sent by observation satellites and space probes. This spatial composition is superimposed on the outdoor view, interacting with the landscape and giving rise to a sort of permeation between the real environment and the dimension of the spatial universe. The furnishing elements, as well, reflect this research into the permeation between two different worlds. Here, the relationship between matter and light is favored… an open space defined by a sole element in Corian, modeled between the floor and the ceiling defines the reception area, shifting from a translucent to an opaque state. Concreteness and immateriality merge in this element, which organizes a work post that is fundamental for the center’s activity. Visitors waiting at reception are faced with a mega glass screen on which images showing different aspects of the work carried out in the Center are shown. The waiting area is conceived as an intermediate space built with futuristic models and apparatus wrapped in transparent tubes and placed at different heights. A transit area within the CNES, instead, drew inspiration from mazes: here there is now an area devoted to conversation, reading, and exchange. Thanks to its modular structure, this area also allows for temporary exhibitions, or can host presentations on current research. The areas of transit within the center also found a new dimension thanks to a great spatial fresco depicting the history and representation of the cosmos and spatial art. The installation, which is 14 meters long, involves the interaction among images, light, architecture and signposting, composed thanks to the superimposition of fractal surfaces etched into the metal using the laser technology. Density and depth, hidden and revealed dimensions, emptiness, matter and reflection follow one another on this surface, which questions the relationship between man and space.

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Rinnovo urbano In Leeds Grandi programmi d’investimento nel settore edilizio per Leeds, seconda città, dopo Londra, per offerta di servizi finanziari e commerciali. Situata nel cuore del Regno Unito, nel verde Yorkshire, Leeds (circa settecentomila abitanti) si prepara a un radicale rinnovo urbano che cambierà l’aspetto della città in una delle zone più particolari della sua realtà storica, il West End. Piuttosto importante l’impegno finanziario, in parte già avviato: negli ultimi dieci anni, nel settore edilizio, sono stati investiti 3,2 miliardi di sterline e in futuro si prevedono altri grossi investimenti pari a 7,2 miliardi di sterline. Il programma finanziario vede coinvolti diversi partner appartenenti sia all’ambito privato, sia pubblico e riunisce organizzazioni come (si citano solo le principali): MEPC; KW Linfoot; Leeds City Coucil; ISIS Regeneration; Bruntwood. Tra gli interventi di maggiore impegno, il recupero della zona di Granary Wharf. L’area si trova nel West End e comprende, oltre alla stazione ferroviaria, un fitto tessuto di archeologia industriale composto di edifici di particolare pregio storico appartenenti alla Rivoluzione Industriale inglese. Come, per esempio, una torre costruita in mattoni faccia a vista “copiata” da due opere medievali italiane: il Campanile di Giotto, a Firenze, e la Torre dei Lamberti, a Verona. Intorno alla stazione ferroviaria sarà attuato un grande intervento volto al recupero di alcune preesistenze storiche ma anche la realizzazione di un nuovo quartiere di cui è stato messo a punto un dettagliato Master Plan che definisce le linee guida di sviluppo di Wellington Place, tale è il nome del nuovo insediamento, che comprende tutte le tipologie funzionali di uno spazio urbano posto a ridosso del centro storico. In tale contesto, saranno edificate alcune torri residenziali come, per esempio, lo spettacolare complesso Lumiere Tower, composto di due torri alte circa 112 metri, configurate come una sorta di grande prisma luminoso, un vero e proprio landmark, forse un futuro simbolo di modernità per la città (il programma urbanistico di Leeds sarà illustrato durante l’evento “Leeds Week in Milan” che si svolgerà a Milano dal 13 al 17 ottobre 2008). Carlo Paganelli Plenty of money is being invested in the building industry in Leeds, the second most important city in the UK after London in terms of financial and business services. Situated right in the heart of England in the green countryside of Yorkshire, Leeds (population of approximately 700,000) is preparing to undergo radical urban regeneration, which will literally transform the appearance of one of the most distinctive areas of the old city, the West End. Considerable financial investment has already partly begun: over the last 10 years £3.2 billion has been invested in the building industry and there are plans to make further investments of £7.2 billion in the future. The financial programme involves various partners in the private and public sectors, with several organisations joining forces, such as (mentioning only the main investors): MEPC; KW Linfoot; Leeds City Council; ISIS Regeneration; Bruntwood. The main projects include the redevelopment of the Granary Wharf area. This area is located in the West End and, in addition to the railway station, also encompasses a thick web of old industrial architecture composed of historically important buildings dating back to the English Industrial Revolution. Like, for example, a tower built of exposed brick “copied” from two mediaeval works of Italian architecture: Giotto's Bell Tower in Florence and Lamberti’s Tower in Verona. A major operation designed to redevelop some historical old buildings and also construct a new neighbourhood is also planned to be carried out around the railway station. A detailed master plan has already been worked out, setting down the guidelines for developing Wellington Place, as the new site is to be called. It will incorporate all the various building types expected of an urban location close to an historical city centre. This project will also include the construction of some residential blocks, such as, for example, the spectacular Lumiere Tower, two approximately 112 m-tall towers designed like a sort of giant luminous prism, an authentic landmark, perhaps a future symbol of the city’s modernity (the Leeds urban master plan will be outlined during the “Leeds Week in Milan” event, which will be held in Milan from 13th-17th October 2008).

Ubi-Quity-City, South Korea: Credits Riportiamo di seguito i credits relativi al progetto Ubi-Quity-City, pubblicato ne l’Arca 238, luglio/agosto 2008 a pagina 68, scusandoci con gli interessati per l’involontaria omissione. Following are the credits concerning the Ubi-Quity-City project, published in l’Arca 238, July/August 2008, page 68, apologizing with the concerned people for the omission. Credits Project: Anna Conti Project Team: Vania Piccoli, Satoko Toda, Lucia Giacometti, Guido Gallina, Roberto Acciaro, Maria Tupputi, Giovanna Imbibo, Seung Ming Kang 3D Elaboration & Rendering: Nicola Villani, Annalisa

Onorato-Elmemu, Guido Gallina, Designer Riccardo Cont Graphic Design: Cristina Sandoval Consultants: Sergio Givone (philosophy), Luisa Garassino (city planning consultant), Andre Toricelli (urban planning lawyer), Gianni Pettenna (history or modern architecture), Enrico Baroni (engineering consultant), Paolo Messina e Roberto Luciani (public transport system), Ines Romitti (landscape design), Ennio Carnevale e Lorenzo Ferrari (energy), Alessio Gatteschi (installations system consultant), Francesco Schiacciati (economic analysis consultant), Paola De Pirro (transports analysis), Aldo Frangioni(public relation), Riccardo Gelli (President Korea Film Festival)

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Architettura per l’atletica In Lyon Progetto: Chabanne & Partenaires architectes Velocità, energia, luce e vitalità, il progetto per il nuovo stadio di atletica di Lyon La Duchère traduce in un gesto dinamico e di forte impatto urbano la metafora dello sport. Oggetto cinetico, carismatico, che genera attrattiva e cattura l’attenzione dei passanti individuando un nuovo simbolo contemporaneo. Il progetto firmato da Chabanne & Partners, un gruppo pluridisciplinare formato da architetti e ingegneri con sede a Lione e Parigi, partirà alla fine di quest’anno con un investimento di 19,2 milioni di euro. Una pelle esterna in metallo satinato descrive un volume fluido, privo di angoli vivi, che suggerisce la dinamica stessa della corsa e della pista di atletica. La facciata ovest si proietta sul piazzale d’ingresso e partecipa all’animazione della città mettendo in scena lo spettacolo della sport, come una vera e propria vetrina di atletica. Così la città, il quartiere, la strada confluiscono all’interno dello stadio. La semplicità e l’immediatezza del volume acquistano, grazie alla natura dinamica del sistema di rivestimento, una dimensione urbana particolarmente suggestiva. Un’architettura compatta, filante, avvolta da una pelle metallica, liscia, continua che permette di cogliere la natura funzionale e la metafora sottesa dell’edificio come un tutt’uno. Il tetto dichiara l’appartenenza dell’edificio a una logica di sostenibilità. Si tratta di un elemento vetrina di alta qualità ambientale visibile sia dagli spettatori, sia dagli sportivi. Il ricorso a due tipi di pannelli fotovoltaici garantisce la necessaria produzione di energia. I primi, a vista all’interno dell’edificio sono del tipo bivetro policristallino, orientati a sud-ovest e integrati in un doppio vetro isolante. Gli altri, in vetro opaco policristallino sono inseriti nel piano della copertura e forniscono il complemento necessario alla produzione di energia. La luce naturale è filtrata all’interno della struttura dal sistema di shed in vetro acrilico traslucido a supporto dei pannelli fotovoltaici. Una lieve pendenza del piazzale esterno accompagna il pubblico agli ingressi introdotti da un’ampia tettoia che integra le biglietterie e anticipa la vista della pista di atletica. La capienza di 1600 posti, estensibili fino a 2000, è risolta da gradinate fisse e mobili distribuite a est, mentre a ovest sono previste delle gradinate smontabili, installate solo in occasione delle competizioni più importanti. Speed, energy, light and vitality, the project for the new athletics stadium of Lyons La Duchère, shows a dynamic interpretation of the metaphor of sport, providing a strong urban impact. It is a kinetic, charismatic object that serves as an attraction and captures the attention of passersby, identifying a new contemporary symbol. This project by Chabanne & Partners, a multidisciplinary group formed by architects and engineers, based both in Lyons and Paris, will be inaugurated at the end of this year with a 19.2-million-euro investment. A satinated metal outer shell outlines a fluid volume lacking any sharp corners, suggesting the very dynamics of running and athletics tracks. The west face overlooks the entrance square and takes part in the city’s liveliness, presenting sports performance as though it were an actual athletics showcase. Thus, the city, the quarter and the street converge within the stadium. Thanks to the dynamic nature of the facing system, the simplicity and immediacy of the volume acquire a particularly suggestive urban dimension. A compact, streamlined architecture wrapped in a sleek, continuous metal skin that allows to grasp the building’s functional nature and implied metaphor as a whole. The roof proves how the building belongs to a logic of sustainability. It is a glazing element of high environmental quality that is visible both to spectators and athletes. The necessary energy is guaranteed by two types of photovoltaic panels. The first type is visible from the interior, and consists in double glazed polycrystalline photovoltaic panels facing southwest, embedded in double glazed insulating glass. The second type of panels are in opaque crystalline glass, and are inserted in the roofing itself, providing the necessary complement for energy production. Natural light flows into the interior of the structure thanks to a shed system in translucent acrylic glass that acts as a support for the photovoltaic panels. The slight slope of the outside square accompanies the public to the entrances, which are preceded by a wide canopy that embraces the ticket booths and opens up the view to the athletics tracks. The structure has a capacity of 1,600, which can be extended to 2,000. Fixed and mobile terraces are distributed eastwards, while there are to be dismountable terraces facing westwards, which will only be installed on the occasion of the most important competitions.

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Sei mostre In Pisa Si è svolta lo scorso maggio, presso lo spazio restaurato della Stazione Leopolda di Pisa; riferimento storico in termini di transito, sosta e crocevia della città, un evento che ha ospitato sei mostre di architettura mediante la presentazione di esiti su ricerche e conferme condotte in contesti accademici e professionali tra loro dissimili. Si è trattato di un’iniziativa che, in una visione internazionale, ha promosso i risultati di un singolare laboratorio di architettura, evidenziando approfondimenti e dialoghi sulle problematiche urgenti e significative presenti nel panorama delle arti contemporanee. Nei sette incontri tematici organizzati, ha trovato massimo riscontro il convegno che ha contrapposto architetti e critici giapponesi, italiani e albanesi, che hanno dibattuto considerazioni relative al passato e ipotesi riguardanti il futuro. L’iniziativa è stata promossa da ICFA (Fondazione Onlus per la cultura italiana) e patrocinata dall’Università di Pisa e dall’Università Cattolica di Milano. La manifestazione si è articolata con la mostra “Sensai”, che ha riunito i progetti di dieci architetti giapponesi portatori di valori della cultura giapponese, nonché la purezza progettuale di Nobutaka Ashihara, architetto giapponese che opera negli Stati Uniti. Altra presenza di spicco, la mostra “uncharted territories Paolo Riani per territori sconosciuti” che, già presente a Firenze, New York e Tokyo, ha concentrato l’interesse sul singolare valore didattico e formativo dell’eclettico progettista. Nell’ambito dei rapporti culturali tra Albania e Italia sono stati esposti i “Progetti di valorizzazione del Castello di Elbasan” in Albania, frutto della reciproca ricerca sviluppata nel programma Pilot scheme for knowledge, conservation and improvement of Elbasan Kala Fortress. Di forte comunicazione anche la mostra dei progetti realizzati dagli allievi del Corso di Studi in Ingegneria Edile e Architettura dell’Università di Pisa, che indica l’ottimo grado della qualità progettuale del Corso omonimo di Laurea Magistrale. Nello spazio riservato ai vari eventi spiccano le installazioni di Mariella Bettineschi e Giorgio Vicentini, che curate da Cecilia De Carli e provenienti dall’Università Cattolica di Milano figurano come riferimento al complementare linguaggio artistico.

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An event consisting of six architectural shows was held last May in the restored Leopolda Station of Pisa, which is a historical point of reference as a railway junction, a point of transit and a stopping point. The exhibitions consisted in presenting the results of research and verifications carried out in diverse academic and professional contexts. From an international viewpoint, this initiative has laid forth the results of a singular architectural workshop, highlighting in-depth studies and dialogs on the urgent and important issues regarding the panorama of contemporary arts. Seven thematic conferences were organized, and the one that saw the greatest number of participants consisted in the contrast among Japanese, Italian and Albanian architects and critics, whose debates involved considerations on the past and hypotheses regarding the future. The initiative was promoted by ICFA (an Onlus Foundation for Italian culture) and sponsored by the University of Pisa and the Università Cattolica of Milan. The event started out with the exhibition Sensai, which gathered projects by ten Japanese architects fostering the values of Japanese culture, as well as the pureness of projects by Nobutaka Ashihara, a Japanese architect who works in the United States. Another important show was “Uncharted territories Paolo Riani”, which had already traveled to Florence, New York and Tokyo, and focused on the eclectic planner’s singular didactic and educational value. Within the sphere of cultural relationships between Albania and Italy, the projects regarding mutual research were on show, within the “Pilot scheme for knowledge, conservation and improvement of Elbasan Kala Fortress”. Strong communication was also present at the exhibition of projects implemented by the students of the Construction Engineering and Architecture Faculty at the University of Pisa, which points out the high level of design quality fostered in this Master Course. In the area reserved for the various events, the installations by Mariella Bettineschi and Giorgio Vicentini stood out, curated by Cecilia De Carli and coming from the Università Cattolica of Milan, and appearing as references to a complementary artistic language.

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4 1. Allestimento della mostra “Sensai” alla Stazione Leopolda di Pisa.

Installation of “Sensai” exhibition at Stazione Leopolda, Pisa.

I progetti degli allievi del Corso di Composizione Architettonica IV del Corso di Laurea in Ingegneria EdileArchitettura dell’Università degli Studi di Pisa condotto da Paolo Riani, AA 2007-2008. Una parte del corso proponeva il progetto di espansioni in un terreno di Pieve a Nievole (PT) che il nuovo regolamento urbanistico ha deciso di saturare: 2. Vincenzo Festa-Anna Cipriani, condominio; 3. Giulia Barale, case unifamiliari; 4. Pietro Scarpa, edificio multiuso.

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Projects of the students of the IV Course of Architectonic Composition 20072008 at Faculty of Building EngineeringArchitecture at Pisa University, professor: Paolo Riani. A section of the course asked for the design of buildings in Pieve a Nievole (Psitoia): 2. Vincenzo FestaAnna Cipriani,

condominium; 3. Giulia Barale, single-family houses; 4. Pietro Scarpa, multifunctional building. 5. Una parte del corso richiedeva invece di progettare uno spazio “fra terra e acqua”. Ogni studente ha iniziato il percorso creativo partendo da una patata e due cartoncini colorati.

Qui la proposta di Luca Turelli. A section of the course asked for the designof a space “between earth and water”. Each student started the creative process using a potato and two pieces of coloured cardboard. Here, Luca Turelli’s proposal.

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Premi per l’alluminio For the Future Rivolto agli studenti universitari degli istituti d’arte, di design e di tecnologia francesi il concorso “L’alluminio per il design” si è concentrato quest’anno sul tema della sostenibilità nel contesto urbano. Promosso nel quadro del programma “Alluminio per generazioni future” promosso dai produttori francesi di alluminio per lo sviluppo sostenibile, il concorso ha premiato quei progetti che si sono dimostrati in linea con criteri di eco-progettazione, valorizzazione dell’alluminio e miglioramento del quadro di vita urbano. Primo premio a Natacha Lesty (22 anni) con il progetto Bag or Bike (1), una bici attrezzata con un piccolo porta bagagli per la spesa. L’alluminio consente di giocare con la luce, i colori e lo spazio, solidità e leggerezza ne fanno un materiale ideale per muoversi agevolmente tra negozi e trasporti pubblici. Secondo premio a Tree (2) di Aurélie Girault (23 anni), un contenitore-espositore da utilizzare anche sui mezzi di trasporto per appoggiare i free press o raccoglierli una volta utilizzati. Adrien Lassalmonie (20 anni) ha ottenuto il terzo premio con Greffe Parisiennes, un oggetto che sfrutta le proprietà di malleabilità e resistenza fisica dell’alluminio declinando piccoli moduli per varie funzioni, da semplice palo dissuasore a seduta, se dotato di un piano ripiegato, o panchina, se in posizione allungata (3). 1 This year, the competition “Aluminum for design”, devoted to university students from French Institutes of Art, Design and Technology, focused on the theme of sustainability in the urban context. Promoted within the framework of the program “Aluminum for future generations” by French manufacturers of aluminum for sustainable development, the competition has rewarded the projects that have proved to be in line with the standards of eco-friendly planning, improvement of aluminum performance and urban life. The first prize went to Natacha Lesty (22 years old), with the project Bag or Bike (1), a bicycle equipped with a small bike rack for shopping bags. The aluminum used for this allows to play with light, color, and space; it is solid but light, which makes it an ideal material to move easily among shops and public transportation. The second prize was awarded to Tree (2), by Aurélie Girault (23 years old): this is a container-display rack that can also be used on means of public transport to hold free press or collect it when it has been discarded. Adrien Lassalmonie (20 years old) along with Greffe Parisiennes won third prize for an object that makes use of the flexibility and resistance of aluminum, through various units for various functions: they can be used as boundary posts/seats if they are provided with a folding seat, or as benches if they are stretched out (3). 2

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Una scultura-segnale

A proposito di ambiente Hyperorganic

Oggi la densità degli insediamenti abitativi e commerciali pone la necessità di far emergere dalla proliferazione indistinta degli agglomerati alcuni segni forti che, grazie alla maggiore visibilità, svolgano un ruolo guida per l’orientamento geografico e la marcatura territoriale. La nuova scultura-segnale Trialone, realizzata da Gino Marotta per Portocivitanova è un segno forte, che si impone in un’area come quella prescelta anche perché è da qui che partono i campioni di buona parte del made in Italy che si affermano anche grazie a quel valore aggiunto che distingue la qualità e l’operosità del talento marchigiano. Trialone è una scultura in acciaio inossidabile, alta circa dieci metri, composta da tre elementi disposti secondo le direttrici di un triangolo, che sfrutta già nella configurazione triangolare una valenza dinamico-cinetica particolarmente efficace in un punto di snodo stradale caratterizzato da una circolazione rotatoria unidirezionale. Questa scultura oltre a svolgere la logica funzione di decoro urbano, si propone come un organismo “vitale” che muta e si anima a seconda delle variazioni (anche programmate) di due elementi primari come l’illuminazione artificiale colorata e l’acqua. Le vele a cascata d’acqua unitamente alla luce mobile delle finiture fiorettate delle superfici dell’acciaio inox conferiscono all’insieme un’animazione vibratile. Le fresature con cui sono trattate le superfici del metallo, per sua natura inalterabile nel tempo, contribuiscono a dare grande mobilità alla luce che si riflette o rifrange in tutta la struttura dando una suggestione di instabilità percettiva di grande impatto visivo, come se l’opera fosse illuminata da una miriade di punti luce molecolari.

Dal 5 all’11 giugno scorso, si è tenuta presso gli spazi della Triennale di Milano la mostra “Hyperorganic – Ambiente Emergente” che, curata da Jacqueline Ceresoli con la direzione artistica di Piero Addis, si inseriva quale evento rappresentativo tra le numerose iniziative riguardanti la prima edizione del Festival Internazionale dell’Ambiente, patrocinato e promosso da Provincia di Milano, Comune di Milano, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Regione Lombardia, Camera di Commercio di Milano e coordinato da Fiera Milano. Si tratta di una mostra che ha sviluppato i concetti condivisi da un gruppo di artisti presenti con opere di specifica creatività volta a valori ecosostenibili. Tra le opere in mostra anche alcune di Giancarlo Iliprandi; stupefacenti per la colta spontaneità e l’immediatezza poetica dedicata all’ambiente. The exhibition entitle “Hyperorganic – Ambiente Emergente”, under the curatorship of Jacqueline Cerasoli and artistic direction of, was held at the Milan Triennial from 5th-11th June. The exhibition was one of the most outstanding of all the events involved in the first edition of the International Environment Festival, sponsored and promoted by the Province of Milan, Milan Borough

Giancarlo Iliprandi, Ganden, Tibet, tecnica mista/mixed technique, 70x100 cm, 2005.

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Council, Ministry of the Environment and Territorial Protection, Lombardy Regional Council and Milan Chamber of Commerce, and organised by the Milan Trade Fair. This exhibition is based around the shared ideas of a group of artists displaying creative works devoted to principles of eco-sustainability. The works on display included some by Giancarlo Iliprandi, starting for their erudite spontaneity and poetic immediacy devoted to the environment.


Spazio ai diritti umani Aperto fino al 12 ottobre, “YouPrison Riflessioni sulla limitazione di spazio e libertà”, 11 studi di architettura internazionali sono stati invitati a progettare lo spazio abitativo del carcere, una cella dotata di tutti gli elementi essenziali per la vita dei detenuti. I progetti sono realizzati in scala reale, offrendo ai visitatori la possibilità di provare fisicamente l’esperienza di uno spazio di isolamento e reclusione. La cella diviene così il mezzo per riflettere su un sistema di cui essa costituisce la più piccola unità strumentale.

Architecture (Jeffrey Johnson), Los Angeles, USA - DW5 / Bernard Khoury, Beirut, Libano project_ (Ana Miljacki e Lee Moreau), Benjamin Porto e Dan Sakai, Brooklyn, USA - NOWA (Marco Navarra), Catania, Italia - sciSKEW Collaborative, Shanghai, Cina e New York, USA - Kianoosh Vahabi, Tehran, Iran - Yung Ho Chang - Atelier FCJZ, Pechino, China - Eyal+Ines Weizman, Londra, UK. Ai progetti architettonici è affiancata una rassegna di video d'artista sul tema delle carceri.

Il tema rimanda a numerose questioni di pubblico interesse, quali la limitazione di libertà, il rispetto dei diritti umani, gli strumenti di sorveglianza e controllo, l’evoluzione urbanistica e le sue influenze sulle forme dell'abitare. Di seguito, gli studi di architettura partecipanti all’iniziativa: Alexander Brodsky, Mosca, Russia - Atelier Bow Wow, Tokio, Giappone - Diller Scofidio + Renfro con David Allin, Hayley Eber, Eric Rothfeder, New York, USA - INABA (Jeffrey Inaba) and SLAB

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NEWS/DOSSIER Architettura come seduzione Venezia. Da domenica 14 settembre a domenica 23 novembre 2008, all’Arsenale e ai Giardini, va in scena l’11. Mostra Internazionale di Architettura dal titolo “Out There: Architecture Beyond Building”. Diretta da Aaron Betsky e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta, la vernice della mostra ha luogo nei giorni 11, 12 e 13 settembre 2008. Secondo Aaron Betsky – già direttore per sei anni del Netherlands Architecture Institute (NAI) di Rotterdam, uno dei più importanti musei e centri di architettura del mondo, e dallo scorso anno direttore del Cincinnati Art Museum – “Out There: Architecture Beyond Building vuole orientarsi verso un’architettura liberata dagli edifici per affrontare i temi centrali della società; invece di tombe dell’architettura, vale a dire gli edifici, la Mostra presenta installazioni site specific, visioni ed esperimenti che aiutano a comprendere e a dare un senso al mondo”. Insomma, in generale, secondo Betsky: “l’architettura è un modo di rappresentare, dare forma e forse anche offrire

alternative critiche all’ambiente umano. Infatti, gli edifici non sono abbastanza: sono la tomba dell'architettura, ciò che resta di quel desiderio di costruirci un altro mondo, un mondo migliore e aperto ad altre possibilità oltre il quotidiano”. In concreto, architettura è ciò che può farci sentire ‘a casa’ nel mondo”. La sfida della Mostra consiste nel raccogliere e incoraggiare la sperimentazione: quella delle strutture effimere, delle visioni di altri mondi o di prove tangibili di un mondo migliore. Questa edizione della Biennale non vuole presentare edifici già esistenti e di cui si può godere nella vita reale. Non vuole proporre soluzioni astratte a problemi sociali, ma intende vedere se l’architettura, sperimentando nella e sulla realtà, può offrire forme concrete e immagini seduttive. Alla Mostra è collegato il concorso on-line “Everyville”, un’opportunità per gli studenti delle Università di tutto il mondo di essere coinvolti direttamente nella realizzazione dell’evento de La Biennale di Venezia.

2 1. Lo studio NOWA di Marco Navarra, progetto di collaborazione con due carceri, quello di Caltagirone e la Casa Circondariale di Torino, chiedendo ai detenuti stessi di disegnare una cella, reale o immaginata.

NOWA studio led by Marco Navarra, collaborative project with two prisons, Caltagirone and Turin, askin to prisoners to design a a real or imagined cell. 3

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2. Penezi_ and Rogina architects (Vinko Penezi_ and Kre_imir Rogina), DataSupermarke, 2003 3. Zaha Hadid Architects, Nordpark Cable Railway: Hungerburg, Innsbruck, Austria, 2007 (©Werner Huthmacher). 4. Asymptote: Hani Rashid + Lise Anne Couture, FluxSpace 2.0 Pavilion at the 7th Venice Architecture Biennale, Venice, Italy, 2000.

Come cambia la città A Biography Aperto fino al 12 ottobre 2008, “TORINO 011. Biografia di una città”, evento dedicato alle trasformazioni fisiche, sociali ed economiche di Torino dagli anni '80 a oggi. Quattro i percorsi tematici, ognuno dei quali narra la metamorfosi di alcuni luoghi nodali della città: Mirafiori, il Lingotto, il centro storico, le Spine. La mostra, a cura di Carlo Olmo e Arnaldo Bagnasco, è un progetto di Urban Center Metropolitano, una delle più attive e qualificate strutture nel panorama internazionale a presidio e supporto dei processi di trasformazione urbana. E’ un’occasione di riflessione sulla città e di partecipazione attiva durante UIA 2008 e in vista del 150° anniversario dell’unità d’Italia, come espressione di una cultura urbana che dà valore alla riflessione sul proprio sviluppo.

Open through October 12th 2008, “TORINO 011. Biography of a city”, is an event devoted to the physical, social, and economic changes in Turin from the 1980s to today. Four themes trace the metamorphosis of some of the city’s crucial areas: Mirafiori, the Lingotto, the old town center, le Spine. The show, curated by Carlo Olmo and Arnaldo Bagnasco, is a project by the Urban Metropolitan Center, one of the most active and qualified facilities on the international scenario supporting urban change. “TORINO 011. Biography of a city” offers an important opportunity to reflect upon cities, and to participate actively in the activities proposed by the Urban Center Metropolitano during UIA 2008, and in view of the 150th anniversary of the Italian Unity, as an expression of an urban culture that fosters reflection on its own development.

5 5. Inaugurazione delle visite guidate alle Officine Grandi Riparazioni, Torino, ottobre 2007/opening of guided tours at

Officine Grandi Riparazioni, Turin, October 2007 (foto di: Michele D’Ottavio).

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Design a Hyères Young Designers

Padiglione della Francia For Shanghai 2010

Terza edizione a Hyères del concorso Design Parade che dal 3 a 7 luglio scorso ha riunito otto giovani designer di diverse nazionalità, tra Francia, Germania, Svizzera, Olanda e Portogallo, selezionati su oltre 200 candidature. Parallelamente al concorso, fino al 21 settembre, una serie di mostre allestite negli spazi di Villa Noailles e nel centro storico della cittadina. Sulle linee direttrici da cui nasce l’iniziativa, storia-creazione-ricerca, quest’anno il filo conduttore dell’evento è stato il paesaggio inteso come dimensione particolare e sensibile descritta con percorsi rigorosi, poetici o politici. I progetti dei giovani designer in concorso, presentati all’interno della villa, si cofrontano con i processi tecnici e di produzione di Ronan e Erwan Bouroullec, ospitati negli spazi della piscina, squash e palestra; con le sperimentazioni di Pierre Charpin realizzate con la Manifattura di Sèvres, nel salone rosa; con il concetto di giardino tra le due guerre e in rapporto al giardino cubista della villa progettato da Gabriel Guévrékia, nel salone voltato; e infine con un ricostruzione realizzata con il contributo di Poltronova di una istallazione fortemenete critica degli Archizoom e Superstudio del 1966.

La Cité de l’architecture et du patrimoine di Parigi presenta fino al 19 settembre i progetti in concorso per il Padiglione della Francia all’Expo di Shanghai 2010. Su quattro proposte finaliste, il progetto di Jacques Ferrier si è aggiudicato il primo premio con un edificio che coniuga contenitore e contenuto in un prospettiva di sviluppo sostenibile. Primo Paese ad avere sottoscritto all’invito della Cina, la Francia godrà di una posizione particolarmente favorevole, un’area di 6 000 metri quadrati lungo le rive del fiume nella zona C. Edificio emblatico e innovatico nella forma e nei materiali ma anche nel suo contenuto, il padiglione metterà in luce la creatvità e gli avanzamenti dell’industria francese i cui rappresentanti esporranno le loro invenzioni in campo tecnologico e ingegneristico e parteciperanno alla costruzone dell’edificio. Sperimentazioni nei settori del progetto d’architettura, dei materiali da costruzione e rispetto dell’ambiente, riciclaggio dei materiali, saranno le dominanti del Padiglione di Shaghai. Disegni, tavole di concorso e filmati documentatanno i progetti finalisti, oltre a quello di Ferrier, quelli di ARM architecture – Matthieu Poitevn, Périphériques architectes – Anne-François Jumeau et David Trottin, Rudy Ricciotti architecte.

based, which was history-creation-research, this year the main theme of the event was the landscape seen as a special, sensitive dimension and described along rigorous, poetic, or political lines. The projects by the young competing designers were on show at the villa, while the technical and productive procedures by Ronald and Erwan Bouroullec were on display in the swimming-pool, squash, and gymnasium areas. Meanwhile, Pierre Charpin’s experimentations were on show in the pink hall, while the vaulted hall displayed the concept of the garden between the two wars and as related to the villa’s Cubist garden designed by Gabriel Guévrékia. Another exhibit was a reconstruction of a highly critical installation created by Archizoom and Superstudio in 1966 with contributions by Poltronova.

From 3 to 7 July, the third edition of the Design Parade competition in Hyères saw eight young designers of different nationalities – from France, Germany, Switzerland, Holland and Portugal – selected among more than 200 candidates. Parallely to the competition, through September 21st a series of exhibitions will be on show at Villa Noialles and in the old town center. Along the general guidelines on which the initiative was

with an eye towards sustainable development. France was the first country to accept China’s invitation, and it will thus be exhibited in a privileged position: a 6,000-square-meter area along the river banks, in Zone C. Both symbolic and innovative in terms of shape and materials as well as contents, this pavilion will highlight the creativity and progress of French industry, exhibiting French inventions in the fields of technology and engineering. Indeed, French professionals will take part in the construction of the building. The dominating elements in the Shanghai Pavilion are experimentations in the sectors of architectural projects, building materials, and environmental respect, as well as recycling of various materials. The finalist projects – which include not only Ferrier’s, but those by ARM architecture – Matthieu Poitevn, Périphériques architects – Anne-François Jumeau et David Trottin, Rudy Ricciotti architecte – are illustrated through plans, images from the competition and films.

Until September 19th, the Cité d’Architecture et du patromoine of Paris presents projects in competition for the French Pavilion at the Shanghai Expo 2010. Out of four finalist projects, Jacques Ferrier’s won first prize with a building that combines container and content 1

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Processi progettuali Alsop in Canada

Tra scultura e natura East and West

Il CCA di Montreal presenta fino al 5 ottobre “Will Alsop: OCAD, an Urban Manifesto”. La mostra mette in evidenza il lavoro preparatorio per la realizzazione dello Sharp Centre for Design del Ontario College of Art & design (OCAD) di Toronto e rivela la speciale rilevanza del disegno nel processo progettuale. Completato nel 2004, l’edificio è stato progettato da Alsop Architects in collaborazione con lo studio locale Robbie/Young+Wright. L’edificio si innalza per nove piani e poggia su “gambe” di acciaio dai colori brillanti. La mostra propone di seguire l’evoluzione del progetto di Alsop, sottolineando l’importanza della sua collaborazione e consultazione con le comunità locali. Tra gli oltre 50 oggetti esposti, anche cinque disegni donati dall’architetto britannico al CCA, disegni preparatori, modelli concettuali, documenti di archivio, uno dei pannelli esterni dell’edificio, quattro filmati che descrivono le prime fasi del progetto e documentano il processo costruttivo.

Presente dal 1 giugno al 12 ottobre 2008 nell’antico parco del Castello Ducale di Agliè, la mostra “Scultura Natura. Oriente Occidente”, curata da Luciano Caramel, richiama singolari corrispondenze tra autori contemporanei di contrapposte provenienze, stimolando l’interesse ad approfondire quali relazioni possano intercorrere tra natura e scultura, nonché capire quanto le rispettive origini e tradizioni condizionino le singole concezioni creative. La mostra diventa, in quest’ottica, un esteso e disponibile laboratorio di indagine e riscontri, con varie opere e installazioni create appositamente per l’occasione. Prosegue con questo spirito il ciclo biennale “Scultura Internazionale ad Aglié” promosso dalla Regione Piemonte e organizzato dall’Associazione Piemontese Arte, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte, con il sostegno della Compagnia di San Paolo. L’evento, che rende omaggio a Nam June Paik e Joseph Beuys, vede presenti per l’Occidente numerosi artisti come gli italiani Piero Gilardi, Fabrizio Plessi e Corrado Ambrogio, mentre per l’Oriente molti i cinesi, i giapponesi e non mancano i coreani. La manifestazione assegna un ruolo artistico primario alla scultura che in questo contesto si correlaziona con l’architettura del Castello e le sculture settecentesche presenti nel parco, in un confronto che comprende la consapevolezza dell’inquinamento ambientale.

The CCA in Montreal presents, until October 5th, “Will Alsop: OCAD, an Urban Manifesto”. The exhibition features British architect Will Alsop’s preparatory work for the Sharp Centre for Design at the Ontario College of Art & Design (OCAD) in Toronto and reveals specifically the role of painting in his design process. Completed in 2004, OCAD’s Sharp Centre for Design was designed by Alsop Architects in collaboration with the Toronto-based firm Robbie/Young + Wright. The exhibition presents the evolution of Alsop’s design for the building and reveals the nature of his collaboration and consultation with local communities as well as the construction process. Featuring more than 50 objects, the exhibition includes a group of five paintings donated to the CCA by the architect, as well as preparatory drawings, early conceptual models, archival documents, and presentation material. Also on view are one of the exterior panels of the building, and four films describing early design phases and documenting the construction process. 3

1. Schizzo preliminare di/preliminary sketch by Ronan and Erwan Bouroullec. 2. Jacques Ferrier, rendering del Padiglione della Francia per/French Pavilion for Shanghai 2008. 3. William Alsop, uno dei disegni donato al/one of the drawings donated to CCA.

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Curated by Luciano Caramel, the exhibition “Sculpture Nature. East West” – open from June 1st to October 12th 2008 in the ancient park of the Doge’s Castle in Agliè – draws attention to singular correspondences among contemporary authors from completely different backgrounds. The show thus arouses interest in analyzing the

relationship between nature and sculpture, and understanding how respective origins and traditions condition individual creative concepts. From this point of view, the show becomes an extended, welcoming laboratory for research and verification through various works and installations created purposely for the occasion. This is the spirit of the biennial cycle “International Sculpture in Aglié”, promoted by the Piedmont Region and organized by Associazione Piemontese Arte in collaboration with the Piedmont Superintendence for Architecture and Landscape, financed by the Compagnia San Paolo. The event, which pays homage to Nam June Paik and Joseph Beuys, sees the participation of a number of Western artists such as the Italians Piero Gilardi, Fabrizio Plessi, and Corrado Ambrogio, while the section devoted to the Eastern world sees a number of Chinese, Japanese, and Korean sculptors. The exhibition endows sculpture with a primary artistic role; indeed, in this context sculpture is correlated with the Castle’s architecture and the eighteenth-century sculptures in the park, also leading to awareness of environmental pollution.

4 4. Carlo Maria Maggia, Frattale visivo, specchi di sicurezza stratificati e acciaio/layered security glasses and steel, 350x300x700 cm, 2008.


Immagini come metafore Tatge’s Italy

Storia e modelli di sviluppo Through the Alps

Immagini dell’Italia, dall’Alto Adige alla Sicilia, di una terra satura di rimandi mitologici, storici e religiosi. Non immagini che documentano, ma immagini usate come metafore di storie, frammenti, sensazioni, nel rigore del bianco e nero. Immagini che non proclamano verità, ma che pongono quesiti sull’uomo e sulla sua presenza su questa terra. “Presenze. Paesaggi italiani” è appunto il titolo della mostra di George Tatge, uno dei più apprezzati fotografi italiani, che Villa Bardini a Firenze ospita fino al 28 settembre. Nato a Istanbul, educato negli Stati Uniti, prima giornalista e poi fotografo, Tatge si è stabilito ormai da due decenni a Firenze, dove ha lavorato a lungo come direttore della fotografia della Fratelli Alinari. In questa mostra presenta un album di 66 scatti quasi tutti inediti, in cui esamina essenzialmente il modo con cui l’uomo si è misurato con la terra. E’ un racconto in tre sezioni che inizia dalla preistoria e approda ai residui della società post industriale, ossia ai giorni nostri: la prima è la sezione dei paesaggi incontaminati; la seconda esplora i modi in cui l’uomo, con le sue colture e i suoi vari insediamenti, la terra l’ha bene o male trasformata e fatta propria, definendo confini ed erigendo barriere; nella terza sezione il paesaggio naturale inizia infine a riempirsi delle molte diverse strutture che l’uomo ha costruito intorno a sé.

“Alpi da scoprire. Arte, Paesaggio e Architettura per progettare il futuro” è un evento espositivo che fino al 26 ottobre è ospitato nelle tre sedi del Museo Diocesano di Susa, del Forte di Exilles e del Palazzo delle Feste di Bardonecchia. E’ un itinerario espositivo per la conoscenza e la riscoperta delle Alpi quale patrimonio dell'uomo e quale base su cui impostare delle riflessioni per trovare modelli di sviluppo compatibili, da un lato con i futuri scenari climatici, ambientali e sociali, dall’altro con la loro salvaguardia come patrimonio dell’umanità. L’arte costituisce la parte centrale della sezione di Susa dove sono rappresentati la grande circolazione di modelli artistici nel basso Medioevo, gli aspetti della storia politico-religiosa e sociale dell’epoca, fino all’utilizzo contemporaneo delle Alpi come palestra per la formazione della coscienza civile e spirituale dei giovani. Il termine scoperta coincide con la conoscenza del paesaggio, che nella sezione di Exilles è ricostruita, mediante strumenti multimediali, attraverso componenti cartografiche e scientifiche. La sede di Bardonecchia offre uno spunto di riflessione, a partire dall’uso sportivo dell’ambiente alpino, sulla trasformazione architettonica e urbanistica che dal secolo scorso ha inciso profondamente sull’insediamento e sulla percezione esterna delle Alpi.

Images from Italy, from Alto Adige to Sicily, images of a land that is full of mythological, historical and religious cross-references. These images are not meant to bear witness, but are used as metaphors, like the pages of a poetry book that, one by one, tell stories, offer brief glimpses

and feelings, in the rigor of black and white. Images that do not state the truth, but that bring up questions about man and his Presence on Earth. “Presences. Italian landscapes” is indeed the title of the show devoted George Tatge – one of the most renowned Italian photographers – open through September 28th at Villa Bardini in Florence. Born in Istanbul, after a lengthy education in the United States he was first a journalist and then a photographer. Two decades ago he went to Florence, where he still lives now and where he worked for a long time as Director of Photography at Fratelli Alinari. At this show he is presenting an album of 66 photos that are almost all new: here, he essentially examines the way in which man has measured himself against the Earth. It is a three-part story that begins in prehistoric times and reaches post industrial society, or our time. The first section is devoted to uncontaminated landscapes; the second explores the ways in which, with his crops and breeding and various settlements, man has – for better or for worse – made the Earth his own by setting up borders and barriers; finally, the third section shows how the natural landscape is starting to fill up with the many different structures that man has built around himself.

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Natura e immaginario Cabinet of Curiosities Nelle sale naturalistiche del Museo Civico di Rovereto è allestita fino al 29 settembre la mostra “Cabinet of Curiosities”. Nel 1587 Gabriel Kaltemarckt determinò per Cristiano I di Sassonia quali fossero le tre priorità che si rendevano necessarie alla strutturazione di una kunstkammer: una varietà di pitture e sculture, di reperti curiosi domestici o forestieri e una profusione variabile di “corna, chele, piume, ed altri attributi di inconsueti ed esotici animali.” Da qui trae ispirazione questa mostra, generata su un impianto pluri-mediale e variegato nell’approccio. Maria Benjamin, Sema Bekirovic, Lorenza Boisi, Henry Coombes, Peter Donaldson, Andrea Dojimi, Davide Rivalta e Christian Schwarzwald sono gli artisti di differente provenienza operanti nei più diversi media tra video, installazione, disegno, scultura, pittura e fotografia, riuniti da Marta Casati, curatrice del progetto. Sono accomunati da una profonda attenzione per l’osservazione della natura, per la natura delle cose e per il mondo animale e dalla volontà di conciliare l’osservazione fenomenologica con la stimolazione dell’immaginario. La mostra fa parte del programma ufficiale degli Eventi Paralleli di Manifesta7 (www.manifesta7.it).

allow for the structuring of a kunsthammer: a variety of paintings and sculptures, a mass of curious national or foreign finds and a variable profusion of “horns, claws, feathers and other parts of unusual, exotic animals…”. This is where the show draws inspiration from, as it was generated on a multimedia level, according to a varied approach. Maria Benjamin, Sema Bekirovic, Lorenza Boisi, Henry Coombes, Peter Donaldson, Andrea Dojimi, Davide Rivalta, and Christian Schwarzwald are artists with diverse backgrounds (gathered by Marta Casati, who is the curator of the project) who have carried out various types of research and who work with different media, including video, installations, drawing, sculpture, painting, and photography. What they have in common is deep attention to the observation of nature, the nature of objects and the animal world, and an interest in combining the observation of phenomena with the stimulation of imagination. The show is part of the official program of Parallel Events to Manifesta 7 (www.manifesta7.it).

“The Alps to be discovered: Art, Landscape and Architecture to plan the future.” Will be on through October 26th in the three sections of the Diocesan Museum of Susa, the Exilles Fort and at Palazzo delle Feste in the town of Bardonecchia.

The exhibition is meant to foster awareness and rediscovery of the Alps as a heritage of mankind, and as a basis on which to formulate new models of compatible development through the consideration of two aspects: future climatic, environmental and social scenarios and preservation of the Alps as a heritage of humankind. Art is the main theme of the section on show in Susa: here, the great circulation of art models in the late Middle Ages is represented, as well as the political-religious and social history of the time, up to today’s use of the Alps as a means of training young people in civic and spiritual awareness. The term “discovery” refers to acquaintance with the landscape, which in the section on show in Exilles is reconstructed through multimedia tools, including maps and scientific elements. The section in Bardonecchia offers an opportunity for reflection on the exploitment of the Alps for sport, as well as the architectural and urban changes that have deeply influenced settlement and perception of the Alps since last century.

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A Monaco A Prize-Winner All’artista francese Didier Marcel per l’opera Sans titre (labours), è andato il XLIIè Prix International d’Art Contemporain 2008 attribuito dalla Fondation Prince Pierre de Monaco. Questo importante riconoscimento ricompensa un’opera d’arte contemporanea realizzata da un artista emergente nel corso dei due anni precendenti. Il vincitore beneficia di un premio di 15.000 euro e di un credito di altri 15.000 euro per la produzione di nuove opere. L’arte di Didier Marcel (Dijon, 1961) è giocata sul ruolo natura/cultura in cui spesso l’artista ricorre a presentazioni di tipo commerciale per creare oggetti problematici, che perturbano i riferimenti dello spettatore. Discepolo di Daniel Buren, le sue opere sono esposte in numerosi Musei francesi e internazionali, dal Centre Georges Pompidou (Parigi), al MAMCO (Genève), MUDAM (Luxembourg) o CAPC (Bordeaux). A Monaco, una mostra dall’8 ottobre al 16 novembre presenterà oltre all’opera premiata, una nuova opera realizzata da Marcel per l’occasione e una selezione di opere rappresentative del lavoro dell’artista.

credit worth another 15,000 euros for the production of new works of art. In his work, Didier Marcel (Dijon, 1961) revolves around the nature/culture role, in which the artist often resorts to commercial types of presentations to create problematic objects that upset the spectator’s points of reference. A follower of Daniel Buren, his works are on show in a great number of French and international Museums, from the Centre Georges Pompidou (Paris) to the MAMCO (Geneva), MUDAM (Luxembourg) or CAPC (Bordeaux). In addition to the prize-winning work, a show in Monaco open from October 8th to November 16th will present a new piece that Marcel created purposely for the occasion, and a selection of works that are representative of his artwork.

Thanks to the work Sans titre (labours), the French artist Didier Marcel received the 42nd Prix International d’Art Contemporain 2008, awarded by the Fondation Prince Pierre de Monaco. This important acknowledgment rewards a work of contemporary art created by an emerging artist in the two preceding years. The winner receives a prize of 15,000 euros and

In the naturalistic halls of the Municipal Museum of Rovereto, the show “Cabinet of Curiosities” will be open through September 29th. In 1587, for Christian I of Saxony, Gabriel Kaltemarckt determined what priorities were necessary to 1. George Tatge, Lamiera, 1997. 2. Immagine storica dello sci-club di/historic photo of the ski-club Bardonecchia. 3. Cover della mostra “Cabinet of Curiosities”.

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Ritratto di/Portrait of Didier Marcel.

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Arte contemporanea In Toulouse

Riapre il Museo Léger In Biot

Si rinnova a Toulouse l’appuntamento con la manifestazione “Printemps de semptembre”, dedicata alle espressioni artistiche contemporanee, video, performance, teatro, musica e arti plastiche. Per tre settimane, dal 26 settembre al 19 ottobre, verranno coinvolti una ventina di spazi della città e una trentina di artisti che operano nelle diverse discipline. “Là où je vais je suis déjà” (Là dove vado, già ci sono) è l’idea seguita da Christian Bernard, curatore di questa e della successiva edizione, per riunire la selezione di artisti invitati, molti al sotto dei quarant’anni a parte le partecipazioni di Daniel Buren, Fabrice Gygi, Vincent Lamouroux, Philippe Decrauzat, John M. Armleder, Claude Lévêque, Alex Hanimann, Yvan Salomone, Alain Huck, Javet Cardiff. Segnaliamo, tra le altre consultabili su www.printempsdeseptembre.com, la mostra collettiva al Musée des Abattoirs, lo spazio d’arte contemporanea ricavato nell’edificio dei vecchi macelli costruiti nel 1831, che riunisce le opere di Fabrice Gygi, Alain Bublex, John M. Armleder, Philippe Decrauzat e Vincent Lamouroux; la mostra fotografica al Château d’Eau, altra suggestiva struttura del XIX secolo che ospita un’importante centro della fotografica; l’Atelier 2/Théâtre de la Garonne dove sono esposti i lavori di Daniel Buren e Mark Lewis. A Castre, al Centre d’art Le Lait, sono invece in mostra le opere di Yvan Salomone, Amy O’Neill, Elisabeth Llach, Patrick Neu, Alain Huck.

by Christian Bernard, the curator if this edition and the following. Many of the invited artists are under forty years of age, except for Daniel Buren, Fabrice Gygi, Vincent Lamouroux, Philippe Decrauzat, John M. Armleder, Claude Lévêque, Alex Hanimann, Yvan Salomone, Alain Huck, and Javet Cardiff. More information can be accessed at www.printempsdeseptembre.com, and we recommend a collective show at the Musée des Abattoirs, a space for contemporary art in a building used for the old slaughterhouses, built in 1831, which hosts works by Fabrice Gygi, Alain Bublex, John M. Armleder, Philippe Decrauzat and Vincent Lamouroux. Another evocative building, the Château d’Eau from the nineteenth century, hosts an important photographic show, while at the Atelier 2/Théâtre de la Garonne the works by Daniel Buren and Mark Lewis are on display. Works by Yvan Salomone, Amy O’Neill, Elisabeth Llach, Patrick Neu, and Alain Huck are on show in Castre, at the Centre d’Art Le Lait.

Again, Printemps de Septembre, devoted to contemporary artistic expressive means such as videos, performances, theater, music and plastic arts, is to take place in Toulouse. For three weeks, from September 26th to October 19th about twenty of the city’s areas will host thirty artists working in the different disciplines. “Là où je vais je suis déjà” (Wherever I’m going, I’m already there) is an idea

1 1. Sylvie Fleury, Vitteaux – atterraggio delicato in uno spazio pubblico di un oggetto volante di 5 m di diametro, 2007 (© Courtesy Anyang Pulic Art project 2007).

Il giugno scorso ha riaperto dopo quattro anni di chiusura, il Museo Fernand Léger a Biot. Inaugurato nel 1960, dopo la morte dell’artista (1881-1953), il museo fu il coronamento di un’idea, di un’ambizione, a cui Léger fece più volte riferimento nei suoi scritti. Realizzato nelle vicinanze di una tenuta acquistata dall’artista prima della sua morte il museo nacque per volere della moglie, Nadia Léger, e del pittore Georges Bauquier. Il progetto originario, opera di André Svetchine, integrava nella facciata sud un importante mosaico ceramico policromo realizzato da Lino Mélano mentre al suo interno si aprivano tre grandi sale con una preziosa vetrata all’ingresso. In linea con l’architettura originaria, il nuovo progetto curato da Marc Barani restituisce all’edificio la trasparenza originaria realizzando una grande vetrata sulla facciata ovest. Sono creati nuovi spazi riservati all’accoglienza e un nuovo percorso di visita alla collezione (circa 450 opere) che ripercorre le principali tappe dell’evoluzione dell’artista. Ma il nuovo museo abbraccia un concetto più ampio esteso alla ricerca e allo studio sia dell’opera di Léger sia rivolto ad altre forme artistiche che definiscono il paesaggio contemporaneo. Oltre alle nuove strutture a disposizione del pubblico – una sala per esposizioni temporanee, una sala di lettura e una di relax, un laboratorio, uno spazio didattico, uno dedicato alla biografia dell’artista e una libreria – il nuovo progetto si completa di altri preziosi contributi. Il paesaggista Philippe Deliau ha curato la sistemazione del giardino, il designer Eric Benque, il disegno degli arredi, la scenografa Brigitte Fryland ha studiato la presentazione delle collezioni e Chacok ha firmato le divise del personale di sorveglianza e accoglienza del pubblico. Il museo si è aperto con la mostra “La partie de campagne”, fino al 29 settembre che riunisce i disegni e gli studi a matita realizzati da Léger negli ultimi anni della sua vita ispirandosi alle prime vacanze retribuite, conquista sociale degli anni Trenta.

2. Fernand Léger, Partie de Campagne, 1953.

Last June, after four years of closure, the Fernand Léger Museum reopened in Biot. Inaugurated in 1960 after the death of the artist (1881–1953), the

Alchimie d’arte In Aosta Fino al 5 ottobre, al Centro Saint-Bénin di Aosta, è aperta la mostra “Alchimia dell’Arte Contemporanea. Opere dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo”, promossa dall’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione Valle d’Aosta. Un percorso, curato dalla FSRR di Torino attraverso 30 artisti che hanno tracciato la storia dell’arte contemporanea dagli anni Ottanta a oggi, tra cui Matthew Barney, Maurizio Cattelan, Tony Cragg, Flavio Favelli, Damien Hirst, Mona Hatoum, Anish Kapoor, Liu Wei, per citarne alcuni. Tema conduttore della rassegna è l’Alchimia, la capacità degli artisti di plasmare e trasformare la realtà in dimensioni sempre diverse. Le loro interpretazioni del mondo e della società diventano messaggi allusivi su cui riflettere per comprendere il nostro tempo. Dai cieli magici del tedesco Thomas Ruff agli arazzi dorati dell’italiano Rudolf Stingel, dalla complessa saga Cremaster dello statunitense Matthew Barney all’installazione La rivoluzione siamo noi di Maurizio Cattelan, le opere accompagnano il visitatore in un viaggio in cui la verità si intreccia con l’immaginazione.

today, such as Matthew Barney, Maurizio Cattelan, Tony Cragg, Flavio Favelli, Damien Hirst, Mona Hatoum, Anish Kapoor, and Liu Wei, and many others. The main theme of the show is Alchemy, or the ability that artists have of molding and transforming reality into ever-different dimensions. Their interpretations of the world and society become allusive messages that call for reflection to understand our time. From the magic skies by the German artist Thomas Ruff to the golden arrases by the Italian Rudolf Stingel, to Cremaster, the complex saga by Matthew Barney, from the United States to the installation “We are the revolution” by Maurizio Cattelan, the works accompany visitors through a journey in which reality is interwoven with imagination.

“The Alchemy of Contemporary Art. Works from the Sandretto Re Rebaudengo Collection”, promoted by the Department of Education and Culture of the Valle d’Aosta Region will be open through October 5th. The show, which is curated by the FSRR of Turin, consists of works by 30 artists who have traced the history of contemporary art from the 1980s to 3. Shirin Neshat, “Faceless” from Women of Allah Series, 1994. 4. Marc Chagall, Bella et Ida à la Fenêtre, 1916.

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museum constituted the realization of a dream Léger often referred to in his writings. Built near an estate the artist bought before his death, the museum was built thanks to the artist’s wife, Nadia Léger, and the painter Georges Bauquier. The original project by André Svetchine included an important polychrome ceramic mosaic created by Lino Mélano on the southern face, while a precious glass doorway opened up to three great halls in the interior. In line with the original design, the new project led by Marc Barani endows the building with its original transparence by adding a great glazed wall on the west front. New reception areas were created, as well as a new exhibitive itinerary through the collection: about 150 works that retrace the main stages of the artist’s evolution. But the new museum embraces a broader concept that extends not only to the research and study of Léger’s work, but also to other art forms that define the contemporary landscape. In addition to the new facilities available to the public – a hall for temporary exhibitions, a reading room and an area for relaxation – the new project includes other important contributions. The landscaper Philippe Deliau headed the organization of the garden; the designer Eric Benque designed the furniture, the set designer Brigitte Fryland devised the presentation of the collections and Chacok designed the uniforms of the surveillance and reception staff. The museum opened with the show “La partie de campagne” which will be open through September 29th and consists in pencil drawings and studies that Léger created during the last years of his life, inspired by his first paid holidays, which was one of the 1930’s great social achievements.

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Un pittore alla finestra In Nice La finestra come prospettiva sul mondo o come specchio di vita in un interno. E’ questo il filo conduttore della mostra presentata fino al 13 ottobre al museo Marc Chagall di Nizza. Riunite sotto il titolo “Marc Chagall, un peintre à la fenêtre” un centinaio di tele e di disegni svelano un aspetto della poetica dell’artista testimoniato fin dalle sue prime opere. Da Parigi, tra il 1910 e il 1914, in cui le finestre sono il filtro dal quale egli esprime il suo mondo interiore, alla visione rinnovata durante il suo ritorno in Russia dove la finestra diviene il legame tra la natura e l’essere umano, tematica che si rinnoverà negli anni successivi, a partire dal 1923, rientrato a Parigi. Il tema della finestra, come spazio mediano che scopre un mondo di sogni o di incubi, permette così di suggerire una lettura diversa dell’opera dell’arista, più centrata sulla forma che sul colore, in relazione con il clima artistico e culturale del suo tempo.

renewed after his return to Russia, where windows became the link between nature and human beings, a theme that saw another change in the following years from 1923 – when he returned to Paris – onwards. The subject of windows as intermediary spaces that reveal a world of dreams or nightmares thus offers a different interpretation of the artist’s work, which is more focused on color woven together with the artistic and cultural climate of his time.

Windows as a perspective over the world and a reflection of indoor life. This is the central thread of the exhibition which will be open through October 13th at the Marc Chagall Museum of Nice. Almost a hundred canvases and drawings collected under the title “Marc Chagall, un peintre à le fenêtre” reveal an aspect of the artist’s poetics that was apparent ever since his early work. In Paris, between 1910 and 1914, windows were his way of reflecting his inner world; his vision was 4


Specificità del marmo Presente a Verona dal 2 al 5 ottobre 2008, la 43ª edizione di Marmomacc è stata annunciata con una conferenza stampa tenutasi lo scorso 5 giugno alla Triennale di Milano, unitamente alla mostra “Leggerezza del Marmo” svoltasi presso lo Spazio Material Connexion mediante l’esposizione dei progetti eseguiti nell’edizione 2007 di Marmomacc incontra il Design. L’edizione di quest’anno affronta il tema “Pelle, Skin, Texture” curato da Evelina Bazzo, e proposto come argomento che, riferito

Ad altissime prestazioni solitamente a quanto concerne il rivestimento di pareti e pavimenti o lastre lapidee dedicate all’arredo, evidenzia nello specifico la valenza singolare e irripetibile del materiale che conferisce unicità e prestigio al pensiero progettuale e creativo in termini di arredi. L’attuale tema segue con coerenza i concetti della precedente edizione, sviluppando una ricerca applicata sulla pietra nella visione di un design creativo e di impatto, risolto e interpretato da un notevole gruppo di progettisti e aziende.

Impronte personalizzate Progetto finalizzato al decoro dello spazio bagno, “Impronte” di Simas è un programma di interventi liberamente creativi e grafici, impressi sulle superfici dei sanitari per personalizzare e dare singolarità all’ambiente. Linea studiata da Terri Pecora con Michela Benaglia, Impronte

E’ stata promossa con grande successo da Otefal Group, mediante un prestigioso tourevento, partito lo scorso maggio da Dubai e proseguito successivamente per Bangkok e altri Paesi, la presentazione di DMAX: il nuovo laminato in alluminio solido. Si tratta di un innovativo laminato ad altissime prestazioni, verniciato a liquido in continuo, particolarmente adatto alla realizzazione delle più avanzate facciate architettoniche. Il prodotto è la risposta alle frequenti richieste di alluminio “Panel Quality” da 2/3 mm, capaci di

sostituire con metallo massiccio i comuni pannelli compositi alluminio/plastica, proponendosi come alternativa di eccellenza. Il pregio più distintivo di DMAX è l’assoluta sicurezza in termini di incendio, poiché classificato dalla normativa europea EN 13501 come “A1”, ossia non combustibile di prima classe, e inoltre, per l’assenza di materiale plastico, non emana gas tossici o sviluppa fumi. E’ infine un materiale totalmente riciclabile.

A controllo solare conferisce nuovi valori estetici e rappresentativi, capaci di impreziosire la schematica linearità delle forme ed evocare effetti di notevole suggestione in un ambito che sempre più si distingue come il più intimistico ed esclusivo della casa.

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Informazione visiva Attiva nel settore dei mobili per ufficio dal 1987, Arkom ha trasformato la propria attività dal 1997 diventano l’azienda leader italiana nella comunicazione visiva e nella segnaletica. Fondata dall’amministratore unico Ruggero Stizzoli, Arkom si propone oggi come un sistema che, in termini di segnaletica, dispone di omogeneità e globalizzazione nella comunicazione visiva, fornendo, con informazioni logistiche di orientamento negli spazi, altre indicazioni relative alla sicurezza, alle funzioni istituzionali, didattiche nonché di vendita. E’ disponibile un programma di moduli comunicativi integrabili in sistema, e applicabili a funzioni, posizionamenti e contenuti diversi pur in un’omogeneità di linguaggio. Si tratta di un metodo che realizza supporti

industriali, facili da montare e applicare, dai contenuti modificabili in previsione di aggiornamenti evolutivi della comunicazione. Presente sull’intero territorio nazionale e in importanti mercati esteri, l’azienda si distingue per una tipologia di design che comprende con la forma la funzione in termini di attenzione, eleganza, chiarezza, versatilità e altre prerogative, coerentemente all’ambiente di applicazione, alla razionalità costruttiva, e alla facilità del montaggio. Tra i progetti di spicco quelli riguardanti le Poste Italiane, Trenitalia, Banca Popolare di Bolzano e altre importanti banche nazionali. Nella vastissima gamma di prodotti Arkom, anche l’innovativo “Totem”; supporto informativo autoportante da pavimento adottato da gran parte degli uffici postali.

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Architettura bioclimatica

Qualità totale

A conferma della validità rappresentata dall’innovativo sistema bicomponente Prefa per coperture in alluminio attrezzate con nastri fotovoltaici è in fase di completamento, sul territorio del comune di Trento, con un interessate esempio di integrazione tra ristrutturazione e nuovo intervento. Si tratta della riqualificazione di un vecchio fabbricato, già residenza estiva, studiato da Manuel Knycz e Mariano Ferrari. Al centro dell’attenzione è stato posto il rispetto dell’ambiente, nella prospettiva della riduzione dei consumi energetici in termini di architettura bioclimatica sul tema della “casatetto”. Si allude a un tetto di positivo impatto ambientale che diventa anche impianto tecnologico per la produzione di energia pulita. I complessi calcoli strutturali e il montaggio

Presenza significativa da oltre trent’anni nel contesto della facciate continue in vetro, distinguendosi nelle soluzioni a “doppia pelle”, Faraone ha introdotto successivamente l’innovativa tecnologia del vetro autoportante con fissaggio puntuale; i noti “spider” o “ragni” in acciaio inox, che ne hanno determinato la leadership nel settore. Attualmente l’azienda detiene una posizione preminente nel mercato grazie a continui investimenti in ricerca tecnologica, sviluppo della gamma prodotti e cura nei servizi

dello stesso sono stati affidati per competenze, tecnologia, qualità e controllo dei costi a Holzbau, massimo esperto in materia di coperture in legno. La realizzazione delle snelle superfici di copertura è stata possibile grazie all’utilizzo del sistema di copertura Prefalz Voltaik che, unendo le caratteristiche di leggerezza e resistenza dell’alluminio con la tecnologia del silicio amorfo, rende facile la messa in opera di strutture fotovoltaiche, consentendo massima libertà al progettista relativamente all’impianto tecnologico. Prefalz Voltaik è la copertura flessibile in alluminio, con nastri in silicio amorfo integrati, che produce 5,7 kWp e soddisfa pienamente il fabbisogno energetico della casa, costituendosi come elemento fattivo ed elemento formale.

Per esterni Disponibili in una vasta gamma di design, colori e texture differenti, i pannelli architettonici per esterni Trespa Meteon sono composti da resine termoindurenti, rafforzate in modo omogeneo per il 70% da fibre di legno, prodotte in condizioni di pressione e temperature elevate. Questo processo permette di produrre un pannello molto resistente e di straordinaria durevolezza, con caratteristiche di stabilità dimensionale e lavorabilità paragonabili a quelle del legno duro. La superficie, liscia e non porosa, non consente allo sporco di accumularsi, assicurando l’inalterabilità delle caratteristiche estetiche e strutturali in qualsiasi condizione climatica, anche in temperature estreme. Resistente a urti, danneggiamenti, graffi o atti vandalici, il pannello è facilmente pulibile e inattaccabile dai detergenti. Trespa Perspectives è l’innovativa fonte di ispirazione per il mondo della progettazione, in termini di proposte volte alla creatività mediante la consultazione del sito Internet Trespa e, facendo clic su Progetti, gli specifier analizzano il lavoro di architetti e designer coinvolti nel concetto Perspectives utilizzandolo per importanti interventi su facciate architettoniche di prestigiosi edifici

Completamento (http://perspectives.trespa.com). Inpek è l’azienda partner esclusiva di Trespa per l’Italia che offre, oltre alla distribuzione dei prodotti Trespa, un ampio servizio di consulenza tecnica e sevizi globali.

Moroso, a completamento della collezione 2002 di Ron Arad, ha messo in produzione la poltrona Victoria & Albert che, abbinabile all’omonimo e ormai mitico divano, ne ripete la linea e la qualità formale. Si tratta di una seduta che esalta

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Studiata in funzione di un design raffinato e di una sobria praticità, la linea Laufen Pro si distingue particolarmente per la scelta aziendale di differenziarne e renderne accessibile il costo rispetto alle produzioni di lusso. Il notevole riscontro confermato dall’attenzione del mercato di settore e dalla notevole preferenza dimostrata dal comparto edile e dalle abitazioni private, ne conferma la validità. Stimolata da un tale successo, la linea Laufen Pro, di Laufen Bathrooms AG, ha realizzato nuovi lavabi, altri vasi e mobili, per completarne l’assortimento.

Creata per Cassina da Tokujin Yoshioka, “Heaven” è una nuova poltrona concepita secondo una compiuta singolarità formale, che consente una insolita e morfologica adattabilità e comfort alle diverse posizioni di riposo o di rilassamento assunte dal corpo umano in fase di seduta. Ampia e accogliente, la poltrona crea un impatto ambientale di forte connotazione e plasticità. La struttura è in acciaio e l’imbottitura in poliuretano espanso schiumato privo di CFC e ovatta di poliestere.

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perseguendo la “qualità totale”. Dotato di un team di tecnici specializzati nella varie tipologie produttive riguardanti: facciate sospese, scale d’interni a elevato contenuto di design, balaustre, porte e pensiline in vetro, Faraone ha recentemente sviluppato soluzioni di impianti fotovoltaici (celle fotovoltaiche) all’interno dei vetri stratificati delle facciate. L’intera produzione Faraone è attualmente in mostra nello Showroom permanente in Trezzano sul Naviglio.

parimenti design e funzione, assicurando massima comodità e impatto estetico. La poltrona Victoria & Albert viene realizzata in espanso schiumato a freddo ignifugo, con struttura interna in acciaio ricoperta in tessuto.


La battaglia delle città The Evolution Game MVRDV/DSD Space Fighter. The evoluzionary city (game:) Actar, Barcelona 2007 Lo studio, documentato nel libro Space Fighter. The Evolutionary City (Game:) e portato avanti, durante il 2005-2006, da MVRDV, con la Delft School of Design (DSD), in collaborazione con il Berlage Institute di Rotterdam, il cThrough di Eindoven e il MIT Department of Architecture in Cambridge (Massachussetts), si basa sull’ipotesi di una trasposizione e uso in campo scientifico del gioco virtuale delle battaglie spaziali; avendo come soggetto, in questo caso, il “Gioco della città”. Come afferma Maas nel libro, non possiamo valutare i tempi in cui avvengono le innovazioni tecnologiche; e, dunque, non sappiamo quando l’uomo possa essere in grado di volare individualmente o quando possa essere in condizioni di comunicare direttamente a prescindere dalla distanza. Per secoli la velocità di comunicazione è stata limitata da quella del latore del messaggio. Nella seconda parte del secolo XIX erano già possibili degli inaspettati “istanti” di comunicazione e di scambio. “Quando abbiamo pensato che il computer sarebbe apparso?”, e quando, egli si domanda,... internet,... i collegamenti senza filo, e quant’altro. “Tuttora ci sono modelli o suggestivi scenari per le innovazioni tecnologiche: nei momenti di ristrettezza accade che vengano immaginate alcune innovazioni; dall’estrapolazione delle ‘richieste’ possono essere prefigurate nuove tecnologie. Differenti modelli di società possono portare a differenti approcci rispetto ai cambiamenti tecnologici: dall’ignorare al facilitare proteggendo” (p. 22). Il principio su cui si basa tale studio è la constatazione di un dato ormai acquisito, rappresentato dalla velocità e dalla continuità in cui città e paesaggio sono soggetti al cambiamento, alla trasformazione. Si tratta di realtà fisiche, artificiali/naturali, che in questa ciclica mutazione appaiono e scompaiono, diventano importanti o meno importanti, attraenti o pure rovine. Per quanto l’umanità a volte tenti, o abbia tentato di arrestare tale processo, nulla rimane stabile anche nei confronti di grandi presenze monumentali. Forse, si tratta di guardare al fenomeno in maniera ribaltata; infatti, come osserva Maas, “non è ciò che permane a essere monumentale, ma è il cambiamento in sé”.

Il cambiamento, dunque, sembra essere una delle poche e vere costanti che caratterizzano la storia dell’uomo. “Ma che cosa spinge l’umanità a concentrarsi a realizzare sterminati insediamenti?”, si chiede ancora Maas, “e come essi si trasformano e si adattano al continuo cambiamento? Qual’è la forza nascosta che sta dietro a tutto questo? Forse è un processo con un suo interno orientamento, di tipo darwinista, o si tratta piuttosto di un’attitudine evoluzionista che può essere seguita nel succedersi del suo cambiamento nello stesso modo in cui vengono modellate quelle battaglie”. L’intento di Space Fighter è, dunque, quello di modellare in maniera interattiva gli sviluppi urbani. Si tratta di un metodo che consente di riflettere, comparare, immaginare, in un limitato ambito temporale, le modificazioni possibili del processo urbano. Tale sperimentazione basata sulla cooperazione di più soggetti di ricerca ha portato a una serie di contributi individuali volti a esplorare il “motore” basico di Space Fighter, quali: la relazione con la teoria evoluzionista (Brent Batstra), il fenomeno dell’emergenza in ambito urbano (Camillo Pinilla) e le possibili applicazioni nella pianificazione regionale (Arjen van Susteren). L’operazione di ricondurre i singoli approfondimenti al più vasto campo della pianificazione urbana (a cui si sono aggiunti due recenti studi urbani elaborati presso l’ETH di Zurigo) è stata portata avanti da Arie Graafland, direttore del DSD. Nello stesso tempo Space Fighter è stato sviluppato in termini d’indagine visiva da un gruppo di studenti del Berlage Institute coordinati da Maas e da un gruppo di suoi assistenti. Essi hanno realizzato l’animazione dei giochi, individuando successivamente tra essi una piattaforma di interconnessioni con un linguaggio comune. Il processo ha portato a un grafico fluido illustrato da un progetto di gioco e da una serie di sequenziali immagini-schermo. Michele Costanzo The study to be found in the book Space Fighter. The evolutionary City (Game:) and carried out in 2005–06 by MVRDV with the Delft School of Design (DSD) in collaboration with the Berlage Institute of Rotterdam, the cThrough of

Eindhoven and the MIT Department of Architecture in Cambridge (Massachussetts), is based on the hypothesis of a transposition and scientific application of virtual space battle games. In this case, the subject is the “City Game”. As Maas states in the book, we cannot know exactly when technological innovations take place; therefore, when did we imagine that man could fly, and whoever throught that – irrespective of distance – he would be able to communicate directly? For centuries, communication speed was limited by the traveling speed of the messenger. Already in the second half of the nineteenth century, some unexpected moments of “instant” communication were available. “When did we think the computer would appear”, and when the internet, … wireless connections, … etc?, he asks himself. “Still now there are models and suggestive scenarios for technological innovations: in moments of scarcity, certain innovations can inevitably be imagined; in extrapolations of “demands”, new technologies can be suggested”. Different societal models can lead to different approaches of technological changes: from ignoring, protecting to facilitating” (p. 22). The principle on which this study is based is the observation of a now proven fact: the speed and continuity of how cities and landscapes are subject to change and transformation. They are physical, artificial/natural realities that appear and disappear in this cyclic mutation, becoming important or unimportant, attractive or in ruins. Although humankind sometimes tries – or has tried – to stop this process, nothing remains stable, even in the case of great monumental realities. Perhaps the phenomenon should be seen from a completely different point of view; indeed, as Maas points out, “it is not what remains that is monumental, but the change itself”. Thus, change seems to be one of the few real constants characterizing the history of man. “But what drives humanity to concentrate on creating endless settlements?”; Maas asks himself, “and how do they change and adapt to continuous change? What is the hidden force behind all of this? Perhaps it is a process with its

own internal purpose, of a Darwinian type, or, instead, an evolutionary attitude that can be followed in its continuous change, just like those battles are modeled”. Space Fighter’s goal is therefore to mold urban development interactively. It is a method that – within a short temporal span – allows to reflect, compare, and imagine the possible modifications of the urban process. This experimentation, which is based on the cooperation between various subjects of research, has led to a series of individual contributions meant to explore Space Fighter’s basic “motor”, such as: its relationship with the evolutionary theory (Brent Batstra), the phenomenon of its emergence in the urban environment (Camillo Pinilla), and its possible applications in regional planning (Arjen van Susteren). Arie Graafland, DSD Director, contextualized each of the in-depth studies in the broader field of urban planning (two recent urban studies carried out at the ETH of Zurich were added to this). At the same time, Space Fighter was developed as a visual study by a group of students from the Berlage Institute, coordinated by Maas and a group of his assistants. They created the game animation, later identifying among them a platform of interlinks with a common language. The process has led to a fluid graph illustrated by a game plan and a series of screen-images sequences.

Segnalazioni Achille Bonito Oliva Architettura del Sublime La chiesa del Santo Volto di Gesù a Roma di Piero Sartogo e Nathalie Grenon Electa, Milano 2007, ill. b/n e col., 212 pp L’architettura ecclesiale reinterpretata e rielaborata in profondità da Sartogo e Grenon, due progettisti “di altissimo rilievo dell’architettura contemporanea”, come scrive Bonito Oliva nell’Introduzione. La nuova chiesa realizzata a Roma è tutta giocata su un intimo rapporto con lo spazio circostante e con una visione dell’esperienza liturgica che incardina – attraverso il disegno della cupola che si dimezza e, in pari tempo, si raddoppia – la tradizione alla sensibilità contemporanea. Il volume, oltre al saggio di Bonito Oliva, contiene le riflessioni dei numerosi artisti – da Kounellis a Mattiacci, da Paladino a Uncini – che hanno creato opere per la nuova chiesa. Filippo Camerota La prospettiva del Rinascimento. Arte, architettura, scienza

Electa, Milano 2006, ill. a colori, 365 pp Dire qualcosa di nuovo sulla nascita della prospettiva e le novità da essa introdotte nell’architettura rinascimentale è la sfida che Filippo Camerota – già professore di Disegno e Storia dell’architettura allo IUAV, ora vicedirettore vicario dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze – ha voluto e saputo cogliere. Se una tradizione storiografica ormai consolidata attribuisce alla prospettiva moderna una data di nascita piuttosto precisa, l’inizio del Quattrocento, e un padre spirituale, Filippo Brunelleschi, la critica più recente, sotto la guida di Erwin Panofsky, ha supportato l’ipotesi di una prospettiva antica già compiutamente definita nelle fonti ottiche medievali, secondo principi poi riscoperti nel Rinascimento. Cristina Donati Centro Studi Progettazione Edilizia. L’innovazione tecnologica dalla ricerca alla realizzazione Electa, Milano 2007, ill. a colori, 184 pp

Il CSPE è stato fondato nel 1975 da Paolo Felli, Antonio Andreucci e Romano Del Nord col programma di far interagire i principi della tecnologia con quelli dell’architettura e, più specificatamente, i concetti tecnologici di sistema, di processo, di norma e di qualità con quelli del progetto con le bìnecessità programmatiche delle committenze, con la produzione e i suoi processi, con il territorio e le sue tradizioni storiche, culturali e morfologiche. Il libro analizza e illustra la coerenza con cui il CSPE ha finora portato avanti questi intenti attraverso i molti progetti realizzati e soprattutto nelle architetture per la collettività e in particolare per la sanità. La città come testo critico A cura di Nicolò Privileggio Franco Angeli, Milano 2008, 144 pp Raccolta di scritti che presenta una riflessione su come si intenda oggi l’impegno della ricerca architettonica verso la città, motivato dalla consapevolezza delle responsabilità etiche e

collettive dell’architettura nei confronti dei processi che stanno radicalmente cambiando l’immagine della città contemporanea. I contributi sono di: Pier Vittorio Aureli e Martino Tattara, Marco Biraghi, Cesare Macchi Cassia, Antonio Monestiroli, Nicolò Privileggio, Franco Purini, Daniele Vitale, Guido Zuliani. Luca Molinari The Skira Yearbook of World Architecture 20072008 Skira editore, Milano 2008, ill. a colori Si tratta di un volume che, curato da Luca Molinari con la direzione artistica di Pierluigi Cerri, presenta una rassegna selezionata dei più innovativi progetti architettonici con riscontro internazionale, realizzati lo scorso anno. Si tratta di una serie di servizi, cronache, interviste e commenti critici che evidenziano quanto di significativo ha espresso la progettazione architettonica mediante ottimi riscontri fotografici, rendendolo testo di consultazione e aggiornamento. Un saggio di presentazione ne anticipa le singolarità e i contenuti.

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