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Bogotรก


“E se non puoi la vita che desideri cerca almeno questo per quanto sta in te: non sciuparla�

Costantino Kavafis


Xmas Project “ Xmas Project è il regalo che vogliamo farci a Natale. E che abbiamo scelto di farci per tutti i Natali. Ci siamo regalati un’idea, la speranza e il coraggio di farla diventare realtà. Le abbiamo dato un nome, Xmas Project, l’abbiamo fatta diventare Associazione, le abbiamo consegnato un compito da portare a termine; faremo un libro, diverso ogni anno. Tutti coloro che desiderano farsi questo regalo: sono loro il Xmas Project. L’idea nasce dalla necessità di dare una soluzione a un vecchio disagio, a un bisogno che non aveva ancora trovato risposta: il disagio del regalo inutile, della forma che ha perso significato, del piacere di donare divenuto sterile. Tutti noi facciamo regali diversi, in occasione del Natale: regali colmi di affetto, regali innamorati, regali pazientemente cercati, regali che non potevamo non fare, regali riciclati, regali “socialmente corretti”, regali di rappresentanza, regali frettolosi. Mille regali. Tanti soldi. Un vecchio e trito discorso. Che si lega ad un’altra, solita, considerazione: l’inimmaginabile divario fra il tanto che noi sprechiamo e il poco che altri non hanno. Xmas Project si sostituisce al regalo di Natale, diventa dono, si fa libro che propone un’idea e che contemporaneamente la realizza. Perché il libro racconta di se stesso, del progetto di aiuto che, con i suoi proventi, riesce a realizzare e raccoglie i volti, le frasi, i disegni, le speranze di tutti coloro che hanno contribuito ad esso. Puoi scegliere anche tu di regalare e regalarti il Xmas Project, è molto facile: basta credere in un progetto di solidarietà; scegliere all’interno della tua cerchia di parenti, amici, conoscenti, clienti i destinatari di questo dono; quindi acquistare le copie del Librosolidale, alla cui realizzazione hai partecipato con un tuo segno, e contribuire così alla realizzazione del progetto, da un lato finanziandolo, dall’altro diffondendolo. Milano, settembre 2001


Auguri dai bimbi di Slatina. Auguri dai bimbi di Assada. Vi ringraziano per quello che avete fatto per loro. Quello che a tutti voi sembrava ancora poco e che per loro è moltissimo. Perché non hanno quasi niente. Al loro ringraziamento vogliamo aggiungere il nostro. Ci state seguendo in tantissimi, siamo sempre di più. La catena di solidarietà del Xmas Project si allunga e si rinforza, si articola e si amplia. L’anno scorso, per la costruzione della Scuola di Assada, abbiamo raccolto 36.750 euro, un incremento superiore al 50% rispetto al Natale 2001. Dedotte le spese di stampa, ben 27.500 euro sono stati stanziati per il progetto e messi a disposizione del nostro partner, Les Cultures. Un successo di tutti, che ci spinge a continuare in questo piccolo ma concreto percorso di solidarietà.

Alla “strada” e ai sui molti significati sono anche dedicati i vostri contributi creativi, presentati in questo libro.

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Non vogliamo veramente lodarvi e lodarci inutilmente, dobbiamo raccontarci le cose come stanno. Nessuna delle persone che hanno fondato l’Associazione Xmas Project ha dovuto modificare il proprio stile di vita, i propri impegni e le proprie priorità a causa di questa attività. Non ci sono tra noi ovviamente santi e non siamo chiamati a

dei nostri amici degli anni scorsi: anche voi potrete trovare i riferimenti per continuare ad aiutare, se lo desiderate, Antonio Ellero e “I Nostri Bambini” in Romania, o Les Cultures nelle sue numerose iniziative in giro per il mondo. Poi inizierà il racconto del nuovo Xmas Project, a Bogotá in Colombia. Anche quest’anno vogliamo realizzare qualcosa di molto basico, essenziale: comprare una casa. Stiamo parlando di quel luogo sicuro, accogliente, familiare che tutti abbiamo avuto e che sembrerebbe così assurdo e lacerante non avere, soprattutto se si è bambini. Eppure, lo sappiamo bene, tanti ne sono privi. Come i bimbi di strada di molte metropoli sudamericane. Come i bimbi di Bogotá aiutati dalla Fondazione “Niños de los Andes”, che ora sono giovani tra i 15 e i 18 anni e che si apprestano a “rientrare” in modo autonomo e responsabile nella società. La Casa che vogliamo è per loro. Per aiutarli in questo decisivo percorso. Dalla strada arrivano, una nuova strada stanno percorrendo, il nostro aiuto perché alla strada non debbano tornare.

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Natale 2003, Bogotá - Colombia

Ben ritrovati e Buon Natale.

sforzi lontanamente paragonabili a quanto fanno mille persone, in mille meritorie attività volontaristiche. Ci troviamo spesso, perché siamo amici e ci piace farlo: talvolta parliamo e ci dedichiamo al Xmas Project. Questo avviene in modo un po’ più strutturato quattro, cinque volte all’anno. E poi c’è la fattura del libro in autunno. Allo stesso modo anche voi che avete aderito al Xmas Project siete come noi. Qui nessuno muove grandi capitali o dona ingenti cifre… Il Xmas Project “funziona” perché è un’iniziativa semplice, chiara, concreta e alla portata di tutti. Questo volevamo che fosse e vorremmo che restasse. Uno strumento immediato, un mezzo sicuro, per far pervenire un piccolo aiuto a chi sta peggio di noi. Un momento di riflessione per fermarsi e interrogarsi sulle tante storture del nostro mondo. In occasione del Natale e non solo: ringraziamo Alessandra e Sergio presto sposi che hanno deciso di utilizzare il Librosolidale come bomboniera! Siamo commossi, grazie e auguri da tutti noi! Nel Libro ritroverete anche quest’anno i resoconti dei progetti passati, il dettaglio preciso di come sono state impiegate le vostre donazioni. Continueremo a seguire le vicende

Indice I nostri progetti: Slatina, Romania 2001

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I nostri progetti: Assada, Niger 2002

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La Colombia

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Il Progetto 2003: una Casa Hogar a Bogotá, il budget

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Noi, Xmas Project 2003

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Xmas Project 2004: Nepal, le donne Dalit

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I nostri progetti


2001


Slatina, Romania

in collaborazione con la Fondazione “I Nostri Bambini”

Il primo Librosolidale era dedicato alla Romania...

e si proponeva di raccogliere i fondi necessari a realizzare il progetto di ristrutturazione sanitaria dei reparti di malattie infettive e di pediatria dell’Ospedale di Slatina, in Romania. Il progetto era una delle molteplici iniziative della Fondazione rumena “I Nostri Bambini” nata per iniziativa di Antonio Ellero, un volontario italiano che opera in Romania da diversi anni.

La Fondazione persegue lo scopo di aiutare, sostenere, proteggere i bambini in oggettive condizioni di svantaggio (ammalati, emarginati, abbandonati) e ha come obiettivo primario quello di de-istituzionalizzare i bambini af fetti da handicap fisico e/o psichico. Con questo scopo è stato avviato il progetto “Assistenti Materne”. Le “Assistenti Materne” sono fa-

miglie stipendiate dalla Fondazione, che, dopo aver superato particolari procedure legali ed avere ricevuto una specifica formazione, ottengono in affido bambini segnalati e seguiti dalla Fondazione. Il tutto si svolge sotto il controllo delle autorità rumene competenti e del personale della Fondazione (assistenti sociali, educatori e medici). Con i fondi raccolti nel 2001, il Xmas


d’uso in cui realizzare la “Casa dei Sogni”. Il progetto consta di due strut ture complementari: 1) una casa di accoglienza strutturata come casa famiglia (Casa Anisoara); 2) uno stabile che verrà adibito a scuola e centro culturale/ricreativo per soddisfare le esigenze dei 12 bambini residenti e di altri 30 bambini ammalati o figli di famiglie povere della cittadina di Bals. Obiettivo del progetto è garantire condizioni di vita dignitose ai bambini malati, provvedendo fin dove possibile al loro recupero psico-fisico all’interno di un ambiente sano e accogliente, prossimo a quello familiare. Le foto qui pubblicate sono state scattate a novembre, durante il rifacimento del tetto: c’è ancora tanto lavoro da

Carissimi Amici, mi scuso per non essermi fatto sentire per un po’ e per non avervi aggiornato sull’andamento dei lavori e sullo stato di salute dei Nostri Bambini qui da Bals in Romania. Ogni giorno, dall’alba fino a notte continuiamo a lavorare senza sosta per poter render realtà il nostro desiderio: dare una casa e la gioia di un affetto a questi sfortunati bambini. Devo purtroppo segnalare che l’ambiente che ci circonda è estremamente ostile, direi al limite di ogni possibile immaginazione. Questa mattina, ad esempio, andando ad acquistare dei materiali per il rifacimento del tetto, la proprietaria del negozio, mi ha posto la seguente domanda: “Perché un simile investimento e sacrificio per una manciata di bambini “sidosi” (affetti da Aids, ndr)? La cosa migliore sarebbe avvelenarli tutti come si fa con i topi!”. Questa è la parte più dura da sopportare. In Romania la parola speranza fa fatica a prendere colore, è come un seme lanciato nella sabbia del Sahara. E allora: chi siamo noi? Cosa facciamo qui? Perché continuare a resistere? Perché non cercare di salvare la “pellaccia” e diventare anche noi indifferenti? La risposta non può che essere una sola e per trovarla devo andare ad un ricordo dei miei 20 anni, in una frase di A. Chechov: “L’indifferenza è una paralisi dell’anima. È una morte prematura”. Andiamo avanti insieme, vi prego di restare vicino a noi, a questi bambini. Soltanto con il vostro aiuto, con il vostro sostegno potremo pensare che la vita è davanti a noi, e che la parola speranza non sia un’utopia ma fresca rugiada e dolce pioggia sulla sabbia del Sahara. Con immensa stima, amicizia fraterna e con gioia vi saluto e vi aspetto al più presto possibile in Romania. Antonio Ellero e “I Nostri Bambini”.

Fundatia “I Nostri Bambini” Str. Ciresului n° 100 Bals (OLT) Romania Tel./Fax 0040 249 454246 finb@artelecom.net antonio.ellero@libero.it cc Eur n° SV 4423942900 (Swift BRDEROBU) Banca Romana Pentru Dezvoltare

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Romania, Bals, Strada dei ciliegi no 100 29 ottobre 2003

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Project, oltre ai lavori di ristrutturazione previsti, è riuscito anche a garantire l’affido e l’assistenza di un bambino allora ricoverato in orfanotrofio per la durata di tre anni. Per i bambini più gravi, quelli cioè affetti da Hiv/Aids, è praticamente impossibile trovare una famiglia disposta ad accoglierli. È per questo motivo che è stato avviato il progetto “Casa dei Sogni”. Con questo progetto la Fondazione intende dare una casa ed un supporto affettivo e medico-specialistico a 12 bambini malati, la maggior parte dei quali si trova al momento in un Istituto per bambini abbandonati e con handicap della cittadina di Bals, vicino a Slatina. Proprio qui, la Fondazione ha ricevuto dal comune un’area con due grandi fabbricati in comodato


in collaborazione con l’Associazione “Les Cultures”

Une école pour Assada


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Nel 2002 abbiamo portato il nostro aiuto nella Repubblica del Niger, uno dei paesi più poveri del mondo. Il Xmas Project ha contribuito al progetto di costruzione di una scuola nel villaggio di Assada, a 155 km a nord di Agadez, nel cuore del

massiccio montuoso dell’Air. Il progetto è stato promosso dal Gruppo di Cooperazione Internazionale dell’Associazione Les Cultures di Lecco nell’ambito del programma “Le scuole del deserto”, che si pone come obiettivo il sostegno al processo di scolarizzazione delle aree desertiche di alcuni paesi dell’Africa Subsahariana. Localmente il progetto è stato seguito dall’Associazione AFAA (Assemblée des Formateurs Animateurs des Associations) di Agadez.

Fondi raccolti nel Natale 2002 Budget preventivo progetto scuola

EURO 29.000

Totale fondi raccolti

EURO 36.750

Spese per spedizioni

EURO

1.100

Spese di segreteria e cancelleria

EURO

150

Stampa 2.500 copie del Librisolidale 2002

EURO

8.100

Fondi stanziati per progetto scuola

EURO 27.500


Dal diario di viaggio...

“Lasciata la scuola di Auderas all’imbrunire, ci dirigiamo a nord sulla sconnessa pista che porta verso l’antico cratere di Taghes, le pietre riflettono poco la luce della luna piena e i fari del pick up illuminano bianche lepri del deserto dalle caratteristiche orecchie giganti. Arriviamo col buio nella nostra scuola di Assada, a 130 km da Agadez, a quasi 900 metri di quota nel cuore dell’Air. Ceniamo con i nostri amici Ghoumour, Ibrahim e Lawan e parliamo a lungo con il direttore, Silimane Ghousmane, che ci sembra davvero molto preparato. Ci spiega che la prima classe è frequentata da 14 bambini e da 4 bambine provenienti dai microvillaggi sparsi nell’oued sul quale si affaccia la scuola, ci sono già 12 pre-iscrizioni per il prossimo anno quando saranno pronte le altre classi la cui costruzione comincerà questa estate. Nella notte la temperatura, di giorno oltre i 40°, scende a 4°-5°! Il muro perimetrale della nostra scuola ci difende un po’ dal vento ma il freddo è davvero incredibile, però lo spettacolo del cielo stellato del Sahara ci ricompensa a sufficienza. Al mattino, mentre Roberto appone le targhe che abbiamo portato dall’Italia, finalmente possiamo goderci con la luce l’eleganza della nostra scuola, perfettamente inserita nell’ambiente circostante grazie alla costruzione “sans bois”. Pensiamo con commozione a tutti coloro che a qualunque livello hanno lavorato per questo progetto con passione e che, per il momento, lo vedono realizzato attraverso il nostro sguardo. La scuola è dav-

vero bellissima, completamente recintata da un muretto con due aperture sui lati lunghi. Per ora c’è la casa del maestro, la dispensa, la cucina, il magazzino e un’aula, il direttore ci mostra gli spazi delimitati dove sorgeranno le altre aule. Il pozzo della scuola è a 50 metri dal cancello principale con l’acqua a 12 metri di profondità. Il jardin è a 300-400 metri di distanza giù nell’oued ed è coltivato perfettamente. L’acqua proviene da un altro pozzo, c’è un cammello per sollevarla, vi lavorano un giardiniere ed un aiutante. Vi si coltivano insalata, pomodori, cavoli, carote, barbabietole, cetrioli, cipolle, zucche ed angurie. Tutto il raccolto è usato per la scuola e, al momento, garantisce in pratica l’indipendenza alimentare, cosa fondamentale nell’Air. Non è facile descrivere cosa proviamo davanti a questo orto così ben curato e verdeggiante: lascia stupito anche chi il Sahara lo conosce molto bene. Ghousmane non ci segnala esigenze particolari, l’unica è che le termiti sono voraci e, anche se non abbiamo usato il legno nella costruzione, tentano di farsi strada ugualmente. Bisogna trovare urgentemente una soluzione. Ripartiamo molto soddisfatti dalla nostra visita e, diciamolo, orgogliosi. Ad est si staglia la catena dei monti Bagzane, nostra prossima meta, dobbiamo aggirarla per raggiungere il sentiero dove ci inerpicheremo a piedi per otto ore. L’unica via d’accesso! Anche lassù c’è una scuola. Ma questa è un’altra avventura.” Giorgio Redaelli


DE

: Monsieur le Directeur de l’Ecole d’Assada

A

: Monsieur le Président de l’Association AFAA

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Assada, le 20/08/2003

Objet : Rapport de fin d’année scolaire 2003

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Monsieur, J’ai l’honneur de vous faire parvenir le rapport de fin d’année de mon établissement pour l’exercice 2003. Ci-joint les différents tableaux de personnel, de locaux, des mobiliers, des fournitures scolaires, de l’effectif,

de la situation de l’effectif probable

à la rentrée 2003-2004, de matériels de la cantine scolaire, des vivres approximatifs. Veuillez agréer monsieur le président, l’expression de ma très haute considération. A tous les niveaux, nous entretenons des bons rapports avec nos l’ensemble de nos partenaires. Notre collaboration assez étroite nous a donné des résultats dans la résolution de nos problèmes. Le Directeur de l’école d’Assada M. Silimane Ghousmane

Les Cultures ONLUS Laboratorio di cultura internazionale

Sede centrale: Corso Martiri, 31 23900 Lecco Tel.: +39 0341 284828 Fax: +39 0341 370921 informazioni@lescultures.it www.lescultures.it


L'asfalto drena il giorno e ne ricava un vespro fumoso. Alla Grande Opera giungo barcollante in un tiro di colla. La notte di marmo schiaccia la Strada tra le case, distanti un ceto dal mio cartone. Osservo i palazzi stellati. Uno accosta la finestra, spegne le luci e mi chiude fuori dalla storia. Gabriele Dozzini


Apenas tengo 11 a単os y me dicen que estoy comenzando a vivir. Lo dicen porque no conocen mi historia...


Le origini. Le più antiche tracce della presenza umana in territorio colombiano sono state rinvenute a El Abra, a pochi chilometri da Zipaquirà, nella Savana di Bogotá, territorio un tempo sommerso dalle acque. Sulle pietre e le rocce di El Abra si possono vedere figure di animali mastodontici e trovare strumenti di difesa e di caccia risalenti a circa 10.000 anni fa. Le prime testimonianze di insediamenti stanziali si trovano a Puerto Hormiga, dove viveva un popolo di cacciatori, pescatori e raccoglitori di molluschi, e a Malambo, dove si trovano i ruderi dei primi villaggi abitati da agricoltori. Fra il 1500 a.C. e il 600 d.C. nacquero e si svilupparono federazioni di villaggi organizzati in rigide strutture sociali: un cacicco al vertice, il potere politico, economico e religioso nelle mani di poche famiglie, uno strato intermedio di amministratori, guerrieri, commercianti e sacerdoti ed infine i servi. Sono rimaste soltanto tre città a testimonianza di questo passato: San Augustín e Tierradientro nella parte centro meridionale e Ciudad Perdida sulla Sierra Nevada de Santa Marta, luoghi significativi e di grande fascino, anche se non paragonabili agli insediamenti maja, aztechi e incas: in effetti nel territorio colombiano non è mai esistito un grande impero ma sono coesistiti, ignorandosi o combattendosi, decine di popoli diversi. I Conquistadores. Nel 1499 d.C. arrivarono i conquistadores spagnoli. Sebbene il Paese porti il suo nome, in realtà Cristoforo Colombo non pose mai piede in Colombia. Fu un suo compagno, Alonso de Ojeda, a sbarcare a Guajira e a fondare nel 1510 Santa Maria La Antigua del Darien. Dalle regioni atlantiche partivano gruppi di conquistadores verso i territori interni; il sogno di tutti era il mitico Eldorado, luogo fantastico e favoloso, frutto in realtà della fantasia degli indigeni della costa che speravano in questo modo di liberarsi dei nuovi e crudeli invasori. Uno di questi gruppi fondò, nel 1538 la città di Santa Fé, l’odierna Bogotá, nel punto più alto della Savana. Nel 1544 il paese fu incorporato dagli spagnoli nel vicereame del Perù fino al 1739 quando diventò parte di Nuova Granada, terri-

torio che comprendeva gli attuali Colombia, Venezuela, Ecuador e Panama. La prima rivolta popolare scoppiò nel 1781 a Socorro. Nel giro di pochi anni il solco fra la popolazione colombiana e i governanti spagnoli divenne incolmabile. Il 20 luglio del 1810 i patrioti riuscirono ad imporre la costituzione di una Junta Suprema de Gobierno che in pochi giorni cacciò il vicerè dando inizio al processo che avrebbe portato all’indipendenza. Una volta conquistata la libertà dagli spagnoli però i patrioti cominciarono a dividersi sull’impostazione da dare allo Stato nascente, se farne un paese centralista o federale. Fu in questo periodo che comparve sulla scena Simón Bolívar che, pur essendo un sostenitore dello stato centralizzato, entrato in contatto con i federalisti di Cartagena si mise al servizio della causa federalista. Dopo una violenta recrudescenza del governo spagnolo, il 7 agosto 1819 l’esercito di liberazione entrò trionfante a Bogotá. La guerra civile. Purtroppo il paese non si stabilizzò e il resto del secolo trascorse in una continua guerra civile, alimentata dai partiti conservatore e liberale all’interno dei quali erano confluiti rispettivamente i centralisti e i federalisti. Con l’inizio del Novecento fecero il loro ingresso nella scena politica del paese gli Stati Uniti, mossi dagli interessi legati all’apertura del canale di Panama. Intanto la guerra civile stava logorando il paese. Nel 1953 l’oligarchia, dopo aver tentato di trovare un accordo fra liberali e conservatori, favorì il colpo di stato che portò al potere il generale Gustavo Rojas Pinilla, che si dimise dopo tre anni di governo duro e contrassegnato da incredibili atti di violenza. Solo dopo di ciò nacque il Frente Nacional che segnò l’alleanza dei due partiti tradizionali, uniti nel dividersi il potere e nell’impedire qualsiasi nuova forma di opposizione. Da allora nulla o quasi ha differenziato le politiche dei due partiti. Il regime bipartitista, con i suoi comportamenti autoritari e ostili al confronto con la società civile, ha in buona parte contribuito alla crescita e all’espansione territoriale della guerriglia comunista; oggi, dopo quasi più di quarant’anni, la guerriglia colombiana

I Narcos. Quasi tutto negli ultimi anni ha girato attorno al potere ed ai soldi dei Narcos. Hanno corrotto importanti settori del ceto politico, si sono alleati con latifondisti e militari nelle zone strategiche del paese, hanno fatto accordi con organizzazioni guerrigliere per il controllo delle zone coltivate a papavero e coca, fino ad entrare direttamente in politica. Pablo Escobar, il potente boss del cartello di Medellín si candidò e fu eletto deputato. Ben presto il suo passato di narcotrafficante venne alla luce e il governo non potè ignorarlo: fu emesso un mandato di arresto nei suoi confronti. Nel 1989 intervennero gli Stati Uniti, dichiarando guerra alla mafia della droga colombiana; aumentarono del 900% gli aiuti militari al governo e pretesero che questo facesse sul serio. La guerra alla droga causò morti, attentati, omicidi politici. La morte di Escobar, ucciso nel 1993, non ha risolto la situazione; tutt’ora il rapporto fra il mondo politico e quello dei narcotrafficanti non è limpido e


modernizzazione che ha mirato allo sfruttamento delle risorse minerarie e allo sviluppo di un’industria competitiva. In questo modo si è parzialmente riequilibrato il peso dell’agricoltura di esportazione: infatti il petrolio ha sostituito in buona parte il caffè come prodotto chiave dell’economia nazionale. Nonostante ciò, la modernizzazione non ha rimediato a storiche sperequazioni sociali e almeno un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Clima: caldo e umido nelle pianure orientali e sulle fasce costiere, il clima si mitiga in rapporto con l’altitudine. Albero nazionale: il ceroxilon quindiuense (una palma della famiglia delle Arecacee). Fiore nazionale: orchidea e anturium nero. Ballo nazionale: la cumbia, un ritmo caraibico con radici africane. Gruppi di coppie ballano in cerchio al suono della musica di tamburi e zampogne, portando in mano una ciocca o una candela. PIL: 66,7 miliardi di dollari. Agricoltura: il clima tropicale favorisce raccolti abbondanti. Caffè (2° produttore mondiale), cacao (9°), riso, canna da zucchero (9°), banane (7°), fiori (2° posto al mondo), tabacco e cotone. Risorse naturali: le ricchezze minerarie, che attirarono gli spagnoli, sono ancora una risorsa primaria: smeraldi (1° posto al mondo), oro (8°), platino e argento. Ricchissima anche di fonti di energia: carbone (1° in America Latina) e petrolio. Industria: prodotti alimentari, tessili, pelletteria, bevande, prodotti chimici. Partner economici: USA, Portorico, Germania, Brasile, Argentina, Cile, Messico, Venezuela, Giappone. Costo della vita: 14° tra i paesi con il costo della vita più basso. Famiglie in situazione di povertà: 37,2%. Persone in situazione di povertà: 27 milioni. Bambini in situazione di miseria: 1,2 milioni. Bambini di strada: 30.000.

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DATI E NUMERI Nazione: Repubblica di Colombia (República de Colombia). Capitale: Bogotá, D.C. Lingua: spagnolo. Tra gli indigeni diffusi i dialetti chibcha, parlate amazzoniche e caraibiche. Moneta: peso colombiano (CPE). Forma di governo: repubblica presidenziale. Il presidente, eletto con suffragio universale, resta in carica quattro anni. Così come il Congresso (Senato e Camera dei rappresentanti). Superficie: 1.141.748 kmq (25° paese al mondo); 17° tra i paesi con più foreste (51% territorio); 14° tra i paesi che abbattono più alberi. Punto più alto: Cristobal Colón, a 5575 m. Popolazione: 44.422.791 (29 ab. per km2); 35% sotto i 14 anni, 64% sotto i 30. Speranza di vita: 69,2 (in Italia 78). Distribuzione della popolazione: 75% urbana, 25% rurale. Città principali: Bogotá (6.726.957 abitanti), Cali (1.935.839), Medellin (1.872.244). Etnie: popolazioni indie (1%) sopravvivono in piccole comunità nelle regioni andina e amazzoniche (Pez, Wayuu, Ember, Quillasinga-pasto, Sikuani, Yanacona, Zen, Gambiani). Tasso di alfabetizzazione: adulti 90,9%. Religione: 95% cattolica. Componenti per famiglia: 4,7. Divorzi per 1.000 ab.: 0,1 (più basso al mondo).

flora esistenti al mondo e la sua biodiversità è seconda al mondo solo a quella del Brasile. L’economia colombiana è una delle più fiorenti del continente latinoamericano. Il sottosuolo è ricchissimo con giacimenti di nikel, oro, platino, argento, carbone, smeraldi e petrolio. Inoltre la Colombia è il secondo paese esportatore di fiori dopo l’Olanda e di caffè dopo il Brasile. Dagli anni ’60 la crescita dell’economia colombiana è stata regolare e costante grazie ad un processo di

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più alta montagna costiera del mondo. In Co lom bia è molto netta la differenza climatica che dipende dall’altezza sul mare; si calcola una diminuzione media di un grado di temperatura ogni 164 metri in più sul livello del mare. Ciò significa che l’83% del paese ha un clima caldo, il 9% un clima temperato, il 6% freddo e il 2% gelato. Tutte queste differenze geografiche e climatiche comportano un’incredibile varietà di piante e animali. La Colombia possiede più del 10% della fauna e della

La Colombia

Il territorio. La Colombia confina ad ovest con il Venezuela ed il Brasile, a sud con il Perù e l’Ecuador e a nord con Panama; inoltre è l’unico paese dell’America meridionale ad essere bagnato da entrambi gli oceani. Il paese è diviso in una regione montagnosa ad occidente e in una pianeggiante ad oriente. La regione montagnosa è costituita dalla Cordigliera delle Ande; ci sono poi altri due massicci separati dal sistema andino, la Serranía della Macarena e la Sierra Nevada de Santa Marta, la


Santa Fè de Bogotá Questo quadretto tragicomico riesce a rendere l’immagine più diffusa a livello nazionale, e non solo, della capitale colombiana: quella di una città tra le più aggressive, nevrotiche, disperate e, pertanto, più pericolose del Sud America. In realtà Bogotá non è solo questo, ma anche una città difficile per la sua complessità, ricca e povera allo stesso tempo di enormi contraddizioni sociali, culturali ed economiche che si riflettono anche nelle immagini visive, architettoniche. Santa Fè de Bogotá si trova ad un'altezza di 2600 m. sul livello del mare ed è tra le città più alte al mondo; si trova in uno dei tanti altopiani del Paese, dominato da una delle tre catene di montagne parallele della Cordigliera delle Ande.

La città ha un passato ricco di storia, con testimonianze di civiltà antiche e della dominazione spagnola. È stata fondata nel 1538 dai conquistadores spagnoli che occuparono il territorio allora abitato dagli indigeni Muiscas, tra i popoli precolombiani più evoluti della regione e sicuramente da considerarsi quello più rilevante nella storia americana prima della colonizzazione. Il termine Muiscas, più che a una civiltà, si riferiva ad un gruppo di popoli che parlavano la stessa lingua e che appartenevano anche agli attuali stati di Nicaragua ed Ecuador. Prima dell’arrivo degli spagnoli, questi popoli avevano un’organizzazione sociale avanzata, sia per le capacità di produzione e

per il vivo commercio, che per la conoscenza scientifica. Applicavano un sistema matematico ed astronomico già molto preciso, che permetteva misurazioni del tempo e delle superfici. Alcuni di questi popoli coltivavano l'arte e l'estetica come un culto. Utilizzavano piume di uccelli, cotone tinto e soprattutto metalli (rame, oro) per l'ornamento personale, fabbricando collane, braccialetti, corone ed altri gioielli. La loro caratteristica era l’abilità nelle tecniche per l'ottenimento dei metalli. L'oro veniva estratto direttamente dalle vene aurifere mediante la polverizzazione della pietra o setacciato dalle acque fluviali per mezzo di bacinelle di terracotta. Nonostante la dominazione dei conquistadores che cercò di can-

cellare queste civiltà fondamentalmente pacifiche, molti dei loro elementi, oltre a qualche caratteristica fisica, rimasero parte integrante dell'attuale popolazione. Nel 1717 la città fu proclamata capitale del Viceregno della Nueva Granada, comprendenti le attuali Panama, Colombia, Venezuela ed Ecuador. Con la ribellione agli spagnoli, guidata da Simón Bolívar, nel 1819 venne proclamata la Repubblica della Grande Colombia che racchiudeva l'Ecuador, la Colombia e la Nuova Granada. Da allora scomparivano i segni della dominazione e il nome della città divenne semplicemente Bogotá. Nel 1992, in occasione dei festeggiamenti per i 500 anni dall’arrivo di Cristoforo Colombo in Ameri-


ca, la città riprese il nome antico di Santa Fè de Bogotá. Oggi è una città cosmopolita in continua espansione, con circa sei milioni di abitanti. La metropoli riassume tutte le contraddizioni della Colombia, anche dal punto di vista architettonico: moderni palazzi, grattacieli e costruzioni futuristiche convivono con le antiche fattezze dell’architettura coloniale e repubblicana. Una vita culturale profonda e complessa, testimoniata da splendide chiese coloniali e magnifici musei, convive accanto alla disperazione delle baraccopoli, dei mendicanti e dei bambini di strada, degli spacciatori e del traffico caotico. In Bogotá vi sono testimonianze storiche e artistiche tra le più famose del Sud America. Il Mu-

seo del Oro è forse il più importante del mondo nel suo genere. Ospita una collezione unica con moltissimi manufatti d'oro dell'epoca precolombiana provenienti dalle culture Muisca e da altre contemporanee dell’epoca. La Iglesia de Santa Clara, co struita tra il 1619 e il 1630, ospita un museo permanente ed una sala concerti ed è famosa per la ricchezza delle sue decorazioni tra cui splendide in ci sioni in legno, dipinti e affreschi. Bogotá si presta ad essere divisa in quattro zone principali ognuna caratterizzata da una propria precisa identità. La zona più centrale, che include il quartiere La Candelaria (il più antico della città), a ridosso delle montagne e che permette un viaggio nel tempo alla scoperta dell’epoca

coloniale, ospita anche la maggior parte degli uffici governativi, i musei, le chiese e molti altri edifici di grande interesse artistico e culturale. La zona settentrionale di Bogotá è invece la più moderna e commerciale e vi si svolge la maggior parte della vita culturale ed artistica della città. A sud si apre la zona industriale, mentre la zona occidentale ospita l'Eldorado Airport e la maggior parte dei parchi e delle strutture sportive cittadine. La vita tradizionale e culturale del paese è ben rappresentata nelle strade del centro, dove si può assistere al viavai indaffarato dei busetas (i pulmini collettivi utilizzati come principale mezzo di trasporto), scoprire gli stravaganti negozi e le tante e variopinte bancarelle. A Plaza de

Santander si possono ammirare gli artisti di strada, fare acquisti al mercatino delle pulci (Mercado de las Pulgas) e visitare il famoso mercato di smeraldi nelle vicinanze. Un esempio splendido di flora tropicale lo si può trovare ai Botanic Gardens, splendidi e rilassanti giardini che possono vantarsi della presenza di oltre 5.000 orchidee accompagnate da una vastissima selezione di piante e fiori da tutto il mondo. Bogotá è anche un centro di iniziative culturali ed artistiche particolari, con rappresentazioni teatrali, musica classica e discoteche dai ritmi cubani, oltre ad arene e stadi per assistere a una corrida o a una partita di calcio. A pochi chilometri fuori dalla città si trovano la città coloniale di Guatavita e la Laguna de Guatavita,

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C’è una famosa vignetta satirica su Bogotá che ritrae una coppia in una casa della metropoli colombiana. La moglie entra in bagno e scopre il marito con una pistola puntata alla tempia, pronto a spararsi. Con grande tranquillità gli dice: “Insisto, Alfonso, suicidarsi a Bogotá mi pare una ridondanza”...


Dopo aver sentito la figlia lamentarsi per l’ennesima volta, un cuoco prese tre pentole, le riempì d’acqua e le mise a cuocere. Quando l’acqua cominciò a bollire, l’uomo mise in una pentola alcune carote, nell’altra delle uova e nell’ultima dei chicchi di caffè macinati. Dopo una ventina di minuti, spense il fuoco, tirò fuori le carote e le uova e le pose in un piatto e scolò il caffè in un altro recipiente. Infine chiese alla ragazza: “Cosa vedi?”. Lei prontamente rispose: “Carote, uova e caffè”. Il padre allora le spiegò che le tre cose avevano affrontato la stessa avversità, l’acqua bollente, ma avevano reagito in tre modi totalmente diversi: la carota aveva lasciato la sua durezza iniziale ed era diventata molle; l’uovo, al contrario, aveva trasformato la sua fragilità originale in solidità. Ma solo i chicchi di caffè erano riusciti a trasformare il colore ed il sapore dell’acqua. Il cuoco interpellò la figlia: “Dimmi, tesoro, quando le difficoltà bussano alla tua porta, tu come rispondi? Sei carota, uovo o chicco di caffè? Quante persone che si vantano della loro sicurezza cedono alla prima difficoltà! Altre, invece, sembrano deboli, ma inaspettatamente si fortificano affrontando le avversità. Sono poche però le persone in grado di superare un dolore reagendo in modo positivo, armonioso, per il bene di tutti. Invece di maledire la temperatura dell’acqua, dovremmo stare più attenti alla qualità della nostra reazio-


El Amor huele a Café

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[L’amore ha il profumo del caffè]

Después de escuchar los lamentos reiterados de su hija, un cocinero llenó tres ollas con agua y las colocó sobre el fuego. Prontamente estaban hirviendo. En una de ellas colocó zanahorias, en otra huevos y en la última granos de café molido. A los veinte minutos el padre apagó el fuego. Sacó las zanahorias y las colocó en un pote; luego hizo lo mismo con los huevos y por último coló el café y lo puso en otro recipiente. Luego preguntó: “¿Qué ves?". “Zanahorias, Huevos y Café", fue la respuesta inmediata. El cocinero explicó que los tres elementos habían enfrentado la misma adversidad: el agua hirviendo. Sin embargo los tres habían respondido de manera totalmente diferente: la zanahoria cedió su dureza por blandura; el huevo cambió fragilidad por firmeza; solamente los granos de café lograron transformar el color y el sabor del agua. El cocinero agregó: “Dime querida, cuando la adversidad golpea tu puerta ¿Cómo le respondes? ¿Eres zanahoria, huevo o un grano de café?. Cuantas personas que se jactan de su dureza desfallecen ante la primera contrariedad! Otras en cambio inesperadamente, pareciendo débiles, se fortalecen en los conflictos; muy pocos, en cambio, son capaces de superar las causas del dolor con una reacción positiva, inesperada, armónica, para bien de todos. En vez de maldecir la temperatura del agua podríamos investigar la calidad de nuestra respuesta...”


Ni単os de la calle

[Bambini di strada]


fenomeno) o dell’assenza di relazioni con la famiglia o con adulti che ne siano tutori (dimensione sociale del fenomeno). Non si diventa bambini di strada da un giorno a un altro. La maggioranza delle bambine e bambini di strada (75%) ha qualche legame familiare, ma passa la maggior parte della vita nelle strade mendicando, vendendo cianfrusaglie, lustrando scarpe o lavando macchine per contribuire al reddito familiare. È raro che vadano a scuola per più di quattro anni. Il restante 25% è solo e vive nelle strade, spesso facendo gruppo insieme ad altri ragazzi, dorme in edifici abbandonati, sotto i ponti, negli androni, e

nei parchi pubblici. Sovente, ricorrono a piccoli furti e alla prostituzione per sopravvivere. La maggior parte dei bambini di strada, prima o dopo, inizia ad inalare solventi, come la colla da scarpe, droga povera che offre loro una fuga illusoria dalla realtà e allontana i morsi della fame, ma pretende in cambio un duro prezzo da pagare: danni fisici e psicologici, incluse le allucinazioni, l’edema polmonare, le disfunzioni renali e i danni cerebrali irreversibili. Secondo le stime dell’UNICEF, oltre la metà dei 40 milioni di bambini di strada dell’America Latina assumono colle a base di solventi.

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Una serie di cliché influenzano il modo in cui i bambini di strada sono definiti e il loro problema affrontato: i bambini di strada come delinquenti, deviazione e anomalia sociale; i bambini di strada come vittime; i bambini di strada come “prodotto” di una serie di fattori strutturali di livello macro e micro (la povertà, le famiglie monoparentali o l’assenza dei genitori, l’urbanizzazione incontrollata, le migrazioni, la corruzione e l’ingiustizia). In realtà la strada in sé costituisce una realtà variegata e complessa, e i bambini di strada non possono essere definiti usando il semplice criterio della presenza sulla strada (tempo trascorso in strada, dimensione fisica del

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Si stima che 100 milioni di ragazzi vivano e lavorino nelle strade delle città dei paesi in via di sviluppo: 40 milioni in America Latina, circa 30 in Asia e 10 in Africa.


I numeri

Molti dei bambini di strada sono vittime di violenza o sevizie, perfino di assassinii, ad opera della polizia o di altre autorità che dovrebbero invece proteggerli, o da parte di civili. Uno studio promosso dall’UNICEF su 4 città della Colombia ha trovato che nei primi 6 mesi del 1994 ben 1.678 bambini e adolescenti erano stati uccisi. Le stime relative all’intera Colombia portavano così ad ipotizzare almeno 4.000 omicidi di bambini in un anno. Per quanto le informazioni sui responsabili siano limitate, vi sono prove che tra gli assassini figurino milizie popolari, gang di ragazzi, la criminalità organizzata, la polizia e taluni gruppi dediti alla “puli-

zia sociale”. I maltrattamenti subiti dai genitori (frequentemente il patrigno o la matrigna) - dalla violenza fisica, a quella psicologica e sessuale – sono una delle cause principali che spinge questi bambini a lasciare le famiglie. Uno studio, riguardante 143 ragazzi di strada del Guatemala, condotto dal Centro di Orientamento, Diagnosi e Trattamento delle Malattie a Trasmissione Sessuale e da Casa Alianza (Ong per i diritti dei bambini di strada) rivela dati sconvolgenti: tutti i bambini e le bambine intervistati hanno subito violenza sessuale, da parte di membri della famiglia (53%); amici (5,95%); sconosciuti (2,7%). Il 64% delle

ragazze ha avuto la prima relazione sessuale con il padre o con la madre; il 10,2% con uno zio o una zia, un altro 10,2 % con un fratello o una sorella; il 2,6% con un amico; il 5,1% con il/la proprio/a ragazzo/a; e il 7,7% con altri; nessuno di questi ragazzi/e ha fatto uso di metodi contraccettivi; il 93% ammette di avere contratto malattie sessualmente trasmissibili. Tutti (100%) gli intervistati hanno ammesso di inalare solventi, la colla per esempio, come droga prediletta; il 96,5% ricorreva alla droga quotidianamente, e il 3,5% settimanalmente. L’incidenza del contagio da virus Hiv, sta crescendo tra i ragazzi e le ragazze di strada.

Fonte: Archivio Pace Diritti Umani – 1/2/1999


Papá Jaime Jaramillo, creador y promotor de la Fundación Niños de los Andes “Era il giorno di Natale del 1973. Camminavo per la strada quando improvvisamente passò una macchina che lasciò cadere sulla strada la scatola di una bambola. I barboni ed i bambini di strada videro la scena e corsero subito verso la scatola. Una bambina, in uno scoppio di allegria che contrastava con la sua povertà, prese la scatola e la sollevò. Mi guardò sorridendo, ed io ricambiai lo sguardo ed il sorriso. L’espressione del suo volto esprimeva tutta la sua soddisfazione, come dire: “Guarda cosa ho trovato!”. Era contenta, raggiante. In quel momento, assorti in questo scambio di sguardi, non ci accorgemmo che un camion stava giungendo a gran velocità. L’autista frenò di colpo, ma era troppo tardi. Il lato destro del rimorchio cadde sulla bambina, schiacciandola. Quando i miei occhi videro quella scena straziante, e tanto più quando mi accorsi che la scatola della bambola era vuota, capii quale sarebbe stata la mia missione nel mondo.”

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“Era la Navidad del año 1973. Yo iba caminando por la calle cuando de repente pasó un carro del cual se cayó la caja de una muñeca. Los limosneros y niños de la calle se dieron cuenta y de inmediato corrieron hacia ella. Una niña, en un arrebato de alegría que contrastaba con su pobreza, levantó la caja. Me staba mirando, sonriente, y yo le devolví la mirada y la sonrisa. La expresión de su rostro decía claramente: “¡Mire lo que me encontré!”. Estaba complacida, radiante. En ese momento, por estar mirándonos, ninguno de los dos se dio cuenta de que una tractomula venía a gran velocidad. El camionero frenó en seco, pero ya era demasiado tarde: el lado derecho del remolque, aplastó a la niña contra el pavimento. Cuando mis ojos vieron aquella desgarradora escena, y más aún cuando vi que la caja estaba vacía, entendí cuál era mi misión en este mundo.”


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veinticuatro | veinticinco


Fundación Niños de los Andes

La Fondazione Niños de los Andes nasce nel 1988 per dare concretezza all’impegno del suo fondatore, Jaime Jaramillo e di un gruppo di volontari che già dagli anni ’70 si erano impegnati ad aiutare e a fornire una prima assistenza ai tanti bambini di strada di Bogotá.

zione e sensibilizzazione, promuovendo campagne per il miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie e organizzando eventi per aumentare la sensibilità sociale di fronte al problema dei bambini di strada ed incentivare la nascita di iniziative analoghe.

La Fondazione è un’organizzazione senza scopo di lucro la cui missione primaria consiste nel riscattare i bambini di strada aiutandoli ad uscire dall’emarginazione, garantendo una casa, affetto, salute, istruzione e fornendo gli strumenti che permettano loro di reinserirsi nella società. Parallelamente, la Fondazione presta grande attenzione all’opera di preven-

I principi d’azione della Fondazione sono: immediatezza - far fronte subito, senza domande o requisiti diversi dal consenso del bambino, ai bisogni prioritari e urgenti: cibo, lavarsi, vestiti puliti, cure mediche, un riparo sicuro, lontano dai pericoli della strada; accoglienza – creare un ambiente del quale il bambino possa fidarsi, rispettare la sua intimità, evitare giudizi di valore

sulla sua persona o sui suoi atti; comunicazione - aiutare bambini che imparano a mentire, barare e rubare per sopravvivere, a costruire relazioni fondate sulla fiducia, il rispetto, l’onestà, trasmettendo valori e costruendo, insieme ai bambini, alternative alla vita di strada; struttura - fornire ai bambini un programma regolare per dare loro stabilità, in una struttura che funziona anche con la cooperazione dei bambini, secondo principi e regole condivisi; scelta consentire ai bambini di scegliere il proprio futuro, sostenendoli nel processo di superamento del senso di impotenza e del circolo vizioso del fallimento, senza condizionarli.


Il programma di lavoro e di intervento della Fondazione si articola in cinque diverse fasi.

FASE II: ACCOGLIENZA ED INSERIMENTO In questa fase inizia un processo di inserimento, graduale ed attentamente personalizzato, all’interno di una delle sedi della Fondazione. I bambini vengono accolti e la situazione di ciascuno viene analizzata individualmente al fine di stabilire e definire il trattamento terapeutico più adatto e un’adeguata istruzione scolastica. Viene così definito un piano di sviluppo personale del bambino e della sua famiglia, se esistente. La durata di questo processo va dai due ai quattro mesi. FASE III: PROGETTO EDUCATIVO Definiti gli obiettivi e le necessità individuali del bambino inizia il percorso educativo e di recupero. Questa fase comprende misure di cura e supporto

FASE IV: PREPARAZIONE ALL’USCITA In questa fase sono coinvolti giovani fra i 15 e i 18 anni che hanno concluso il processo di istruzione e formazione e che devono ricevere la preparazione necessaria a pianificare e gestire con responsabilità e autonomia la propria esistenza. Questa fase dura dai tre ai sei mesi. È a sostegno di questo processo che si inserisce il progetto presentato al Xmas Project 2003. FASE V: AFFIANCAMENTO E SOSTEGNO I giovani che hanno completato il programma e raggiunto i

relativi obiettivi non saranno lasciati soli: l’ultima fase del programma comprende visite a domicilio o sul luogo di lavoro, consulenza psicologica e legale, nonché la possibilità di fornire contatti con servizi di assistenza economica e finanziaria. Questa fase non ha durata stabilita: la Fondazione aiuta i giovani che lo richiedono in qualsiasi momento e fino a quando loro lo desiderano. Attualmente, la Fondazione ha quattro sedi: “La Esperanza” a El Rosal, “Los Girasoles” a Manizales, “San Cristobal” a Egr y Ext, “St. Patrick” a Bogotá. Le sue attività sono materialmente e finanziariamente so stenute da contributi di privati e imprese sensibili alla problematica e che condividono il senso di responsabilità nei confronti dei bambini di strada.

Il progetto relativo all’acquisto di una “Casa Hogar” a Bogotá e il Xmas Project. La Fondazione Niños de los Andes ritiene necessario creare uno spazio e un ambiente idonei al conseguimento e al mantenimento dei traguardi raggiunti dai giovani nel processo di reinserimento nella società o nelle proprie famiglie, creando una Casa-famiglia per adolescenti, ubicata nella città di Bogotá. L’obiettivo principale del progetto è l’acquisizione di un immobile nell’area urbana di Bogotá e il suo allestimento in modo tale da consentire lo sviluppo di programmi preparatori per i giovani d’età compresa fra 15 e 18 anni che hanno completato il processo di reinserimento sociale all’interno della Fondazione e si preparano a lasciarla. La Casa avrà una capacità di accoglienza per 60 giovani. La realizzazione del progetto e la sua esecuzione sono previsti fra il gennaio 2003 e il dicembre 2004. Xmas Project 2003 ha l’obiettivo di contribuire al finanziamento di questo progetto.

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psichico e psicologico, di educazione e formazione, nonché interventi per il reinserimento sociale del bambino. Parallelamente prosegue il lavoro di sostegno alle famiglie. La durata di questo percorso va dai due ai tre anni.

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FASE I: LAVORO IN STRADA Gruppi di lavoro chiamati “Patrullas de Rescate” operano quotidianamente sulle strade, fornendo inizialmente un servizio assistenziale volto a coprire le necessità minime quali il bisogno di cibo, vestiti e cure mediche. Compito delle Patrullas è quello di stabilire un progressivo e crescente rapporto di fiducia e di affetto con i bambini in strada, fino ad accompagnarli a intraprendere l’iter di istruzione e formazione professionale previsto dalla Fondazione, lasciando per sempre la strada. La durata media di questo processo, dal primo contatto con il bambino alla sua decisione di accogliere l’aiuto della Fondazione, è di circa due mesi.


[Pennellate d’amore]

Brochazos de Amor

“Il favore più grande che possiamo fare agli altri non è condividere con loro la nostra ricchezza, bensì aiutarli a scoprire la loro”. Questo è il motto della nuova campagna di fratellanza lanciata da Jaime Jaramillo, che si è posto l’obiettivo di patrocinare e promuovere lo sviluppo delle famiglie prive di risorse. Nell’ambito di questa iniziativa le case di queste famiglie, situate nei quartieri emarginati nelle periferie di Bogotá e delle altre città colombiane, verranno ridipinte. Sotto il nome di “Venerdì di servizio. Un percorso spirituale” Jaime riunisce tutti i venerdì e in alcuni weekend un buon numero di volontari che percorrono tutti i quartieri, fino ai più poveri, per dipingere le case delle famiglie meno abbienti e accogliere queste persone in una nuova famiglia allargata. Seguendo la filosofia “non dare loro il pesce, insegnagli a pescare”, i gruppi di volontari composti da almeno dieci persone per ogni casa mettono all’opera tutta la loro creatività e buona volontà, fornendo un servizio utile che contribuisce a rafforzare i nuclei familiari, rendendoli autosufficienti. Il tutto grazie a un costante impegno in termini di assistenza e supporto, attraverso la formazione delle persone e il commercio di prodotti da loro realizzati. Inoltre, quest’attività offre ai volontari la possibilità di verificare con i propri occhi l’estrema scarsità di risorse che queste famiglie hanno a disposizione per mandare avanti le loro case; spesso i volontari portano dalle proprie case degli oggetti che usano molto raramente, ma che possono rivelarsi molto utili per gli abitanti di queste località. Ad oggi, centinaia di persone hanno risposto all’appello di Jaime Jaramillo e oltre 1.500 case di Medellín e Bogotá sono state dipinte. L’obiettivo principale della campagna è il rafforzamento di una cultura improntata sul senso di responsabilità sociale, sull’equità e sull’inclusione verso le classi più svantaggiate. In altre parole, si tratta di sostituire il concetto di Solidarietà-Carità con quello di Solidarietà-Dovere, rispettando il principio di reponsabilità congiunta e condivisa tra famiglia, Stato e società civile, al fine di raggiungere uno sviluppo sociale sostenibile.

“I giovani hanno dentro di sé tantissime potenzialità che bisogna saper incanalare per forgiare uomini e donne in grado di consolidare, giorno dopo giorno, una società di valori, di perdono e d’amore per loro stessi e per il prossimo.” José Antonio Romero Villarreal, psicologo presso la Fondazione

“Questo lavoro, che consiste nel portare avanti la formazione di un gruppo di adolescenti con esigenze, obiettivi e progetti di vita diversi, è uno dei più difficili, giacché significa mettersi in relazione con 30 mondi diversi.” Efigenia Suspes, assistente sociale presso la Casa St. Patrick


“Me arropaba con periódicos y dormía al lado de los animales José Adolfo, nato nel 1985 nella città di Tunja, fu abbandonato dalla madre quando aveva soltanto cinque mesi. Rimasto con il padre e la matrigna, durante l’infanzia non ricevette attenzioni né conobbe l’affetto e la tenerezza di cui tutti i bambini hanno bisogno. Così, lasciò la casa paterna per raggiungere Bogotá, dove si unì a un gruppo di bambini di strada con cui mendicava, rubava e faceva uso di sostanze stupefacenti.

que me transmitían calor, en un barrio que se llama El Claret. Aprendí a robar, a pedir plata, a engañar y a decir mentiras.”

“Ora devo completare i miei studi. Desidero studiare psicologia per poter aiutare tutte le persone che come me hanno bisogno dell’aiuto di altri...”

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Sulle strade di Bogotá incontrò i membri di una “Patrulla de Rescate” che lo convinsero a entrare nella Fondazione e, successivamente, a intraprendere il programma di recupero attraverso l’educazione e la formazione nei laboratori di specializzazione. Lo scorso febbraio José Adolfo ha completato con profitto il proprio processo di recupero ed è pronto per reinserirsi nella società.

veintiocho | veintinueve

“Mi coprivo con i giornali e dormivo accanto agli animali che mi trasmettevano il loro calore, in un quartiere chiamato El Claret. Imparai a rubare, a chiedere l’elemosina, a ingannare e mentire.”

“Ahora necesito terminar mi bachillerato. Es mi deseo estudiar psicología para poder ayudar a todas las personas que como yo necesitan

José Adolfo

la ayuda de otras personas...”


Gabriel García Márquez da Vivere per raccontarla, Milano 2002 Mondadori

…José Salgar si piazzò davanti alla mia scrivania, fingendo il sangue freddo che non ebbe mai, e mi mostrò un telegramma che aveva appena ricevuto. “Ecco qui tutto quello che lei non ha visto a Villarica" mi disse. Era il dramma di una folla di bambini che le Forze Armate avevano portato via da paesi e borghi senza un piano prestabilito e senza risorse, per favorire la guerra di sterminio del Tolima. Li avevano separati dai genitori senza il tempo di chiarire chi era figlio di chi, e molti di loro stessi non sapevano dirlo. Il dramma era iniziato con una valanga di duemiladuecento adulti condotti in diversi abitati del Tolima, dopo la nostra visita a Melgar, installati alla bell’e meglio e poi abbandonati alla misericordia di Dio. I bambini, separati dai genitori in base a semplici considerazioni logistiche e dispersi in vari asili del paese, erano circa tremila di diversa età e condizioni. Solo trenta erano orfani di padre e madre, e fra questi un paio di gemelli nati da tredici giorni. La mobilitazione era stata fatta in assoluto segreto, protetta dalla censura della stampa, finché il corrispondente di “El Espectador” non ci ebbe telegrafato le prime indicazioni da Ambalema, a duecento chilometri da Villarica. In meno di sei ore trovammo trecento minori di cinque anni alla Protezione dei Bambini di Bogotá, molti dei quali non sapevano come si chiamavano. Helí Rodríguez, di due anni,

riuscì a stento a indicare il suo nome. Non sapeva nulla di nulla, né dove si trovava, né perché, né sapeva i nomi dei genitori né gli fu possibile fornire qualche traccia per individuarli. Il suo unico conforto era che aveva il diritto di rimanere nell’asilo fino ai quattordici anni. Il bilancio dell’orfanatrofio era alimentato da ottanta centesimi al mese che il governo distrettuale passava per ogni bambino. Dieci scapparono la prima settimana con l’intento di salire clandestinamente sui treni per il Tolima, e non riuscimmo più a trovare traccia di loro. Nell’asilo a molti venne fatto un battesimo d’ufficio con nomi della regione per poterli distinguere, ma erano così tanti, così simili e mobili che durante la ricreazione si confondevano tutti, soprattutto nei mesi più freddi, quano dovevano riscaldarsi correndo per corridoi e scale. Era impossibile che quel doloroso spettacolo non mi costringesse a domandarmi come la guerriglia che aveva ucciso il soldato in combattimento avesse potuto fare tanto scempio fra i bambini di Villarica. La storia di quell’assurdità logistica fu resa pubblica con diversi pezzi successivi senza consultare nessuno. La censura rimase in silenzio e i militari replicarono con la spiegazione di moda: i fatti di Villarica facevano parte di una vasta mobilitazione comunista contro il governo delle Forze Armate, e queste erano costrette a procedere con metodi di guerra.


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Bachué y la creación del mundo [Bachué e la creazione del mondo]

Tra i monti della sierra del popolo di Igualque, nei pressi di Tunja, si apre una laguna molto profonda; Entre las sierras y cumbres del pueblo de Iguaque, cerca de Tunja se hace una laguna muy honda, de da lì, raccontano gli indios, poco dopo la creazione della luce e di tutte le altre cose, emerse una donna donde dicen los indios que a poco de como amaneció o salió la luz, y criadas las demás cosas salió una che chiamavano Bachué, conosciuta anche, per le buone azioni che faceva, come Furagochua, che signimujer que llaman Bachué, y por otro nombre acomodado a las buenas obras que hizo Furachogua, fica “donna buona”. La donna uscì dalle acque tenendo per mano un bimbo di circa tre que quiere decir mujer buena, sacó consigo de la mano un niño de entre las misma aguas, anni, e i due scesero dalla sierra fino alla pianura dove ora si trova il popolo di Igualde edad de hasta tres años, y bajando ambos de la sierra a los llanos donde ahora que. Lì fecero una casa, e vi abitarono fino a quando il bambino raggiunse l’età es el pueblo de Iguaque, hicieron una casa donde vivieron hasta que el muchaper sposarsi con lei. A quel punto, si sposarono, e il matrimonio fu tanto cho tuvo edad para casarse con ella, y el casamiento fue tan importante y la importante, e la donna tanto feconda che da ciascun parto nascevano mujer tan prolífica que de cada parto paría cuatro o seis hijos, con que se quattro o sei figli, per cui presto la terra si riempì di persone, poiché la vino a llenar toda la tierra de gente, porque andaban juntos por muchas coppia viaggiava in tutto il mondo e dovunque lasciavano figli, fino a partes dejando hijos en todas, hasta que después de muchos años, estando quando la terra fu ricolma e i due ormai vecchi si ritirarono al paesino, e la tierra llena de hombres, y los dos ya muy viejos, se volvieron al mismo puechiesero alla gente del luogo che li riaccompagnassero alla laguna da cui blo y del uno llamando a mucha gente que los acompañara a la laguna de erano venuti. In quella occasione, Bachué fece un discorso esortando tutti a donde salieron, junto a la cual les hizo la Bachué una plática exhortando a todos la diffondere tra loro la pace, a conservarsi e a rispettare i precetti e le leggi che lei paz y la conservación entre sí, la guarda de los preceptos y leyes que les había dado, que aveva dato, che non erano pochi, e soprattutto il culto degli dèi. Detto questo, si congedò da no eran pocos, en especial al culto de los dioses, y concluído se despidió de ellos con singulares clamoloro con singhiozzi e pianti da ambo le parti, e lei e suo marito si trasformarono in un Doblico1. Ciò fece res y llantos de ambas partes, convirtiéndose ella y su marido en doblico, con que indignado Chibchacum, arrabbiare Chibchacum, che cercò di castigarli inondando la loro terra, e richiamando su di essa i fiumi trató de castigarlos anegándoles las tierras, para lo cual crió los dos ríos dichos de Sopó y Tibitó, con que 1

Figura mitologica della cultura precolombiana. Essere anfibio e mutante, che da serpente si tramuta in donna per tornare poi serpente,


da cui ha origine il mondo. Adorata poi come dea della fertilità e protettrice dell’agricoltura.

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chiamati Sopò e Tibitò. Le acque nella valle crebbero tanto che la terra non poteva più contenerle e ne crecieron tanto las aguas del valle que no dándose de menos, como dicen, la tierra del valle a contenerlas, venne sepolta, cosa che prima non succedeva, perché i ruscelli e canali d’acqua venivano assorbiti dalla se venía a anegar gran parte de ella, lo que no hacía antes que entraran en el valle los dos ríos, porque el terra coltivata senza neppure la necessità di trovare uno sbocco nel mare. Il castigo fu tanto e tale, e la agua de los demás se consumía en las labranzas y sementeras, sin tener necesidad de desagüe. fue tan inondazione crebbe a tal punto, che già la gente si disperava e moriva affamata, poiché non esistevano lleno y universal este castigo, e iba creciendo cada día a varas la inundación, que ya no tenían esperanza più terre da cui trarre sostentamento. L’unico rimedio parve allora rivolgersi al dio Bochica e chiedergli de remedio, ni de darlo a las necesidades que tenían de comidas, por lo cual todo se determinó por mejor aiuto, offrendogli al contempo suppliche, sacrifici e digiuni. Una sera, dunque, nell’aria vibrante di sole, consejo de ir con la queja y pedir el remedio al dios Bochica, ofreciéndole en su templo clamores, sacrifisi diffuse un rumore profondo nella sierra di Bogotá, e si aprì nella montagna un arco naturale, nel cios y ayunos, después de lo cual, una tarde, reverberando el sol en el aire se oyó un ruido contra esta quale comparve il demonio in forma umana. Veniva in nome di Bochica, disse, e teneva una sierra de Bogotá, se hizo un arco como suelen naturalmente, en que se apareció resplanverga d’oro in mano; chiamò a raduno tutti i padroni terrieri più importanti, che deciente el demonio en figura de hombre, representando el Bochica con una vara venissero in quel luogo al più presto e con tutti i loro vassalli. Dall’alto disse de oro en la mano y llamando a voces desde allí a los caciques más principales, loro: ho udito le vostre preghiere, e mosso a pietà da queste e dalle lamena que acudieran con brevedad con todos sus vasallos; les dijo desde lo alto: tele nei confronti di Chibchaum ho pensato bene di presentarmi a voi. he oído vuestros ruegos, y condolido de ellos y de la razón que tenéis en las Sono contento dei vostri servigi, e per ricambiare rimedierò alla sciagura quejas que dáis de Chibchacum, me ha parecido venir a daros favor en in cui vi trovate, perché è la mia provincia. Non vi toglierò, badate bene, i reconocerme; me doy por satisfecho de lo bien que me servía, y a pagároslo due fiumi, poiché verranno tempi di siccità in cui ne avrete bisogno, ma en remediar la necesidad en que estáis, pues tanto toca a mi provincia y así aprirò un varco nella sierra per far defluire le acque e liberare le vostre terre. aunque no os quitaré los dos ríos porque algún tiempo de sequedad los habréis E dicendo questo lanciò la verga d’oro verso Tequendama e aprì le rocce, tra le menester, abriré una sierra por donde salgan las aguas, y queden libres vuestras quali ancora oggi scorre il fiume. Ma poiché la verga era sottile, il varco non risultò tierras, y diciendo y haciendo arrojó la vara de oro hacia Tequendama y abrió aquellas abbastanza grande da contenere tutte le acque che lì confluiscono in inverno, e che perciò a peñas por donde ahora pasa el río; pero como era la vara delgada no hizo tanta abertura como era volte ancora straripano. Ma almeno la terra si liberò dall’acqua e poté essere nuovamente coltivata e così il menester para las muchas aguas que se juntan en los inviernos, y así todavía rebalsa, pero al fin quedó la popolo ebbe di che sfamarsi, perpetrando l’adorazione e l’offerta di sacrifici che ancora si usa ogni volta tierra libre para poder sembrar y tener el sustento; y ellos obligados a adorar y hacer sacrificios como lo


Il progetto 2003: una Casa Hogar a Bogotรก, il budget


Quartiere Kennedy, in cui verrà

La sede di St. Patrick (Casa Famiglia) è stata inaugurata il 1° aprile 2003. Accoglie i giovani che hanno concluso il proprio periodo di rieducazione in istituti per ragazzi e bambini che vivevano in condizioni disagiate nelle regioni di Bogotá e Cundinamarca. L’intento della Casa Famiglia di St. Patrick è di preparare i 28 ragazzi ospitati al reinserimento nella società attraverso varie attività di studio e di lavoro e di creare un tessuto sociale pronto ad accoglierli al loro rientro in famiglia e nel luogo di origine.

Data la vastità della problematica che interessa i giovani e gli adolescenti in condizioni di vita disagiate, a soli pochi mesi dalla sua inaugurazione la struttura di St. Patrick non è più sufficiente; ci si propone perciò di acquistare una seconda casa gemella, sita a fianco di quella esistente, dove possano essere ospitati altri 60 giovani che hanno concluso i corsi di rieducazione e formazione. La casa sarà di 300 m2 circa, con spazi verdi, grandi camere, bagni, stanze per lo studio e il lavoro, sala riunioni e naturalmente cucina e refettorio.


En cuanto al presupuesto de gastos, se requiere de una casa de unos 250 a 300 metros cuadrados, con amplias zonas verdes, con cocina, comedor, patio de ropas, seis habitaciones con capacidad para 10 jóvenes cada una, sala de recibo, salón de reuniones, seis baños, dotación para toda la casa y comodidades mínimas para estudio y trabajo tal como un taller y una sala de cómputo. Por lo tanto, se solicita la cantidad de 118.860.000 pesos para la adquisición de una casa ya construida. Debido a que el metro cuadrado nuevo para construcción está alrededor de 815.000 pesos, se optó por una casa construída cuyo valor del metro cuadrado es de 506.000 pesos. Un abrazo,

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COP/m

Per la nuova Casa Famiglia è necessario un immobile di 250-300 metri quadrati, con ampie superfici verdi, dotato di cucina, sala da pranzo, lavanderia, sei camere da letto in grado di ospitare 10 giovani ciascuna, sala d’attesa, sala riunioni, sei bagni, arredo completo e attrezzature minime per garantire la possibilità di studio e lavoro ai giovani (officina e sala computer). Dato che il costo di un metro quadrato per nuove costruzioni equivale a circa 240 euro, si preferisce optare per un immobile già costruito e individuato a fianco della Casa St. Patrick il cui costo a metro quadrato è di 149 euro. Pertanto, sono necessari 35.000 euro.

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Il budget

506.000

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149€/m

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Pedro Fernandez Fundación Niños de los Andes


www.ninandes.org

Quasi ogni cosa grande è stata fatta dai giovani. Benjamin Disraeli


Fundación Niños de los Andes Tel.: 0057 1 6780655 Fax: 0057 1 6705375 Carrera 20 bis A # 164-51 A.A. 103659, Bogotá

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ninandes@ninandes.org


Noi, Xmas Project 2003


Cos’è una strada, cosa significa questa parola? La strada, la via, il movimento che si contrappongono alla casa, alla dimora, alla certezza. La strada è in fondo la vita, il dipanarsi delle nostre esistenze. Resta in me un’idea romantica di strada che oggi non esiste più. Penso alla strada dei giochi da bambino, a quella dove si fa saltare un pallone e si guardano le macchine degli adulti quando passano. La strada di quando si è ancora piccoli e ci si sente inadeguati perché si deve ancora crescere. In quella strada si osserva il sole che tramonta, la sera, prima di tornare a casa dalla mamma a mangiare. Si pensa che un domani, quando si sarà grandi, quella strada andrà percorsa perché avrà comunque qualcosa da insegnare. Allora ci sono gli amici di strada, i negozianti di strada, le esperienze che si fanno solo in strada.Ma si ha il conforto di una casa, il più delle volte. Oggi la strada quasi non c’è più, ci sono solo macchine sulla strada. Sono loro le assurde dominatrici dello spazio e i bambini si costruiscono strade virtuali al computer nelle case dei loro genitori. Ricordo strade solitarie e misteriose, da piccolo, che avevo paura a percorrere e delle quali non riuscivo a capire la meta, la fine. Ricordo strade misteriose che portavano a case strane e strani personaggi che le percorrevano. Le strade in montagna, le strade tiepide e illuminate dalla luna dei posti di mare. Le strade brutte e cattive della città, piene di

smog e di rumore, che ci vedevano passare tristi, increduli e indifesi. Le belle strade della nostra adolescenza piene di verde, di alberi e di case gentili. Quelle dove abitava la ragazza dei nostri sogni e che ci facevano battere forte il cuore. Quelle dove abitava il nostro nemico e che dovevamo evitare, aggirare. Le strade dei giochi, di “bum bum mago libero”, di “un due tre, stella!”, le strade del nostro rincorrersi pazzo di gioia e di divertimento. Ricordo le strade tetre degli incidenti, con dei corpi inanimati a terra e tutte quelle persone intorno. C’erano poi le strade della folla, dei cortei e delle manifestazioni. Degli eventi memorabili da strada, quelli festosi di tutti e quelli drammatici delle contestazioni e della rabbia. Le strade trincee di giovani manifestanti contro giovani in divisa. Le strade dei tifosi di calcio, quella per arrivare allo stadio da piccolo. Ricordo tutte queste strade e le ricordo percorse a piedi, attraversate e sentite con il proprio corpo. La strada pesante, muta e piena di neve dell’inverno, quella che ti spruzza addosso le pozzanghere dell’autunno. La strada desolata e assolata di Milano d’agosto e quella della partenza, quando sai che in quel posto lì non tornerai mai più. La strada non dovrebbe essere la casa dei bambini, ma auguro loro comunque migliaia di chilometri di strada da percorrere perché la strada è, comunque, la vita. Stefano D’Adda Milano, 23 ottobre 2003


“Cammino lungo una strada e non so dove vado e perché. Incontro ogni giorno nuove persone che mi indirizzano verso nuove mete. Ma una sola è la Meta, e uno solo è l’Incontro che farà sorgere in me la certezza di dove andare e perché. Ti aspetto con il cuore sospeso; non farti attendere ancora; aiutami a riconoscerti subito così che il mio incerto vagare lungo la strada non sia troppo penoso”.

Lapo De Carlo

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Io non so che cosa ho detto So solo che ho parlato. Ho guardato la tua faccia e ho pensato al sereno gli occhi sinceri, e poi così elegante… e camminavi sicuro, giovane. Ecco. Venivi verso di me, tanto rapidamente Non ti avevo mai visto Dio, eri già davanti a me, la fretta uccide più della guerra, rallenta, solo un pò… Il braccio allungato, guarda la mia mano! Giri la testa, finalmente! Se fossi stata un po’ più giovane mi avresti guardata con più attenzione Oh, come sei imbarazzato… povero piccolo, ti faccio tanta paura? Volevo solo un tuo dono, già, ma siamo in tanti su questa strada… E siamo tutti uguali Ora però passi tutti i giorni e non ci fai più caso E quella moneta l’hai allungata, mi hai sfiorato lo sai? Un giorno ti dirò il mio nome Va ora, buon lavoro. Io ti aspetto qua, domani, nella nostra strada.

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Guido Bichisao


La strada è colei che meglio sa mettersi al nostro servizio, ci porta ovunque; può essere buona o cattiva: saperla scegliere sta a noi. Alberto Furlan

Giul ia

di Si

pio

Cari amici, vi inviamo quanto di più nostro e di più caro abbiamo; sono le foto dei nostri due bimbi: la foto di Chiara è stata scelta in base al tema della strada (una delle sue prime passeggiate tutta da sola), quella di Alberto rappresenta la gioia di vivere, in particolare una sua prima conquista (aveva appena imparato a stare seduto da solo!) Michela e Dario Regazzoni

ni Alberto Regazzo


Mia madre dice sempre che la vita è una strada lunga e imprevedibile da percorrere. Ma se sbaglio strada e mi perdo, vuol dire che non posso tornare indietro? Gianmarco Pappalardo, 13 anni aR ih ar C

Montagna“

La strada… è quella che sai individuare tra mille sentieri incerti. La strada… segnata da un terreno anche non facile. La strada è l’unica via per trovare, forse, se stessi. Robert

i Davide Quain

a Sass o

cuarenta y cuatro | y cinco

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Anna, il “M ostro de ll

ni zo z a eg


“Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di fare, cominciala. L’audacia ha in sé genio, potere e magia. Incominciala adesso.” (J.W. Goethe)

per Alessandra e Andrea

Gruppo Enspace


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Nuovo traforo del Monte Bianco. Fare attenzione!

Cambiamo strada. Pensiamo come i bambini.

Forak


Ogni giorno, ogni giorno quel portone si apre. L’aria frizzante del mattino m’invita e invoglia alla sfida quotidiana, mostrandomi un cielo terso e splendido. Di fronte a me la strada sogghigna, pregustando la lotta e la mia sofferenza. L’inizio è ottimo e a mio favore: le gambe girano senza sforzo, portano avanti il mio peso facilmente. Anche il tendine d’Achille, infiammato da tempo immemorabile, si astiene scettico dal tormentarmi, quasi fosse incuriosito dalla vicenda ed estraniato, per vedere come va a finire oggi. Così mi concede una tregua e non mi disturba. Dopo circa trenta secondi scatta la prima trappola. La strada è il mio avversario e pone innanzi a me il primo ostacolo: un semaforo. È rosso, naturalmente. Attendo paziente e cerco di non farmi sfuggire la sensazione di energia che mi ha accompagnato durante i primi passi; costringo la mia attenzione sul movimento ora assente, cercando di mantenere la tensione precedente. È tutto inutile. È stata sufficiente questa prima sosta per fiaccare le mie deboli difese. Le gambe hanno perso il loro coraggio e ripartono, sì, ma più incerte, meno convinte, più vigliacche. Non si arrendono, è già qualcosa, ma io sento che la sensazione è cambiata e sono già sulla difensiva. Ora tutti i tranelli diabolici di cui dispone il mio avversario sono pronti a scattare. Oltrepasso il semaforo ed attraverso la strada, e vedo il primo: dalla parte opposta, oltre la strada, il marciapiede si slarga e diventa un viale alberato, pieno di platani. Dietro i platani, un piccolo parco con abeti e piccoli faggi. Il platano è placido: non parla, sussurra. Ti dice sempre di prendertela comoda, di non agitarti: non c’è fretta. Quando capita di camminare sotto i platani non siamo scattanti, essi non invitano allo sforzo, ma al riposo: al massimo, a un moto rilassato. È dura: ho la tentazione forte, fortissima di attraversare la strada, abbandonandomi al relax bucolico di quei dannati platani. Ma so che non posso cedere così, al primo assalto: questo è solo l’inizio. La riga di mezzeria solca la strada, mi osserva con aria da sfinge, la strada ha un’espressione da Gioconda cattiva. Vado avanti, non ho ceduto, le gambe mi portano avanti. Di sbieco continuo ad osservare, dietro il traffico noioso, il viale alberato dall’altro lato della strada. La fila di platani s’interrompe e si risolve in uno slargo e da lì, perpendicolare all’orientamento della strada, un prato inglese mi sorride verdissimo, affiancato da due viottoli di ghiaia. In fondo alla fuga prospettica di questo Trocadero in miniatura sorge un tempietto neoclassico. Ho voglia di andare là in fondo, e finalmente deviare da questo percorso, da questa lotta quotidiana con la strada e la sua necessità. Ma la strada lo sa, e io non voglio e non posso cederle ora, non ancora. Non ancora.

Però è un brutto colpo, e mentre ragiono in questi termini, senza rendermene conto ho già attraversato, e sono dall’altra parte. Adesso la strada è alla mia destra, e ride, ride forte. Ho un moto di rabbia e sopravanzo i due vialetti, così da far sparire dalla mia vista periferica il tempietto. Ma la voglia di cambiare ritmo, cambiare passo e andare a perdermi lungo il prato rimane lì con me, intatta. Me lo dice l’irrigidirsi del tronco, la contrazione addominale: le gambe insistono in avanti, il resto del corpo e della mente è ancora lì a sinistra. La pratica zen insegna che è nell’hara, proprio sotto la cintura, che risiede tutta la nostra energia vitale e la nostra forza. Dovrei usarla per dominare questa confusione senza sprecare risorse preziose. Ma evidentemente sono un cattivo praticante e tiro dritto, abbastanza svuotato. Posso sentire la strada: adesso è contrariata. Si stringe leggermente, passa un autobus. La scia puzzolente di gasolio sembra quasi materializzare per un solo attimo il disappunto della mia avversaria. Ma è, appunto, solo un attimo. Adesso la strada fa sul serio, e tira fuori il meglio che ha. I platani riprendono la loro molle persuasione facendo finta di essere un bosco. A un tratto si restringono in due filari, sentinelle dei miei passi: la strada è lì, alla mia destra. I motori la percorrono sghignazzando, all’esterno della fila di alberi c’è il lago. È bellissimo. La montagna di fronte a me è ancora uno scudo vincente sulle lame del sole, e la luce non piena del mattino galleggia sull’acqua. Sullo sfondo di questo paesaggio altri rilievi, già illuminati, mi chiamano e m’invitano a raggiungerli. Un pigro albatro di ferro mostra come è facile rispondere a questo richiamo: lui lo fa, e basta. Si sposta dolcemente dal suo ormeggio, punta i suoi occhi di cristallo e il suo muso d’acciaio verso quel sole di seconda mano, lontano, oltre lo specchio d’acqua ferma. Cedo di schianto, le gambe non vogliono sapere di portarmi avanti, lontano dalla riva. Cerco allora di distogliere almeno lo sguardo da quello spettacolo irresistibile, ma è solo un attimo. Quando mi volto nuovamente, l’uccello di ferro ha affiancato una miriade di suoi piccoli simili, immobili e dormienti, che aspettano solo qualcuno che faccia spiccare loro il meritato volo. L’albatro ha aumentato la sua velocità, spiega le sue ali e vola leggero sull’acqua: adesso è troppo, voglio seguirlo. Assolutamente. Forse la strada ha esagerato; forse stavolta ha spiegato troppe forze per frenare il mio cammino. Mi sta annientando, non ce la faccio a resisterle. Mi volto ancora una volta, abbandonando il lago e l’albatro. C’è una piazza al di là della strada. È un luogo semplice, ampio, qua-


The long and winding road, that leads to your door La strada lunga e ventosa che conduce alla tua porta non scomparirà mai, ho già visto questa strada will never disappear, I’ve seen that road before, it always leads me here, mi porta sempre qui, (The long and winding road, Lennon-McCartney) lead me to your door. conducimi alla tua porta.

Una fonte di immagini che diventano ricordi impressi negli anfratti della memoria, pronti a testimoniare l’esistenza di mondi diversi, vissuti da una variegata umanità che si misura giornalmente con priorità e necessità differenti da quelle a cui la nostra quotidianità ci abitua. In questo modo una strada diventa una dimensione più ampia del mero spazio misurabile in chilometri. Questo è ciò che ha significato per noi questa fantastica strada che si srotola lungo una terra dall’infinita bellezza e dalle profonde contraddizioni: il Sudafrica.

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Adriana e Eddy Scarso

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Marcello Casadei

drato, ed è come è logico rivolta al lago, l’unico suo lato aperto. Approfitto di quest’attimo e riparto. Anzi, faccio di più: riesco a muovere le mie gambe verso la piazza e attraverso la strada ancora una volta, sfuggendo a quel tremendo richiamo d’acqua e sole. Vedo in obliqua lontananza la facciata romanica di un duomo, le sue guglie gotiche, la cupola seicentesca. Quante volte gli uomini sovrappongono i loro tempi e le loro idee, come faccio io ogni mattina in quest’interminabile battaglia con la strada. Eppure, senza scampo, so che dovrò farlo fino in fondo, oggi, domani e domani ancora: e poi chissà. Vado avanti, mi dirigo verso una costruzione in stile quasi liberty. La strada è ora incredula, ma comincia a perdere il gusto della sfida. Adesso è indif-

ferente, non si cura più di me. Io sono arrivato davanti a un treno, gradasso e millantatore d’ineluttabilità. Mi giro, guardo ancora una volta la mia strada, ormai estranea. Ma so che domani la ritroverò, e lei proverà ancora a fermarmi, e ancora, e ancora. Salgo sul treno, anche oggi ho perso. Adesso tocca a quell’uomo che sale in cima alla cabina. Inizia la sua lotta quotidiana. Questa è la sua strada. Milletrecento passi, Alberto Ciancio


Cos’è la strada? …e cos’è la strada, per noi? …la strada è…

una casa, con alcune luci accese, …delle voci, le risate,

…due bambini che giocano, un cane, e, perché no, due gattini… una famiglia…

Questa è la strada che noi vediamo, che abbiamo scelto e che abbiamo intenzione di percorrere.

Forse a prima vista non sembra “speciale”, ma sappiamo che è la strada che porta

alla serenità e ogni giorno noi ci impegneremo per seguirla.

La strada è la vita. Alessandra

Sergio

Alessandra e Sergio, I ragazzi e le ragazze, il Consiglio Direttivo ed il personale tutto della Fundación Niños de los Andes affettuosamente Vi augura tanta felicità nel Vostro matrimonio. Voglia Dio accompagnarVi in questo giorno di gioia con amore e molta felicità, e durante tutta la Vostra vita di sposi vi doni la saggeza e la comprensione idonee a percorrere questa meravigliosa strada di nuove esperienze.

Grazie per pensare ai nostri ragazzi e ragazze colombiani acquistando, in questa memorabile occasione, i libri di Xmas Project che serviranno a restituire i diritti ai nostri bambini più bisognosi. Dio Vi benedica. Jaime Jaramillo e Pedro Fernandez Presidente e Direttore Generale Fundación Niños de los Andes


“Rumagnõla” (Aldo Spallicci) A vegh par la mi stre˜da incontra a la mi guëra

“Violaverde”, disegno di Patrizia Sivieri

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...quanti posti, quanti paesaggi, quanti chilometri, quanta neve, quanti soli, quanti cieli, quanto traffico, quanta gente, quanto tutto, ...e tu eri sempre li con me! Marco

s’a chesch a chesch in tëra

Cicci Carini

I miei genitori in viaggio di nozze. Francia, 15 giugno 1958. Paola Scodeggio

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’zidenti a chi m tõ só.


L’albero degli amici Esistono persone nelle nostre vite che ci rendono felici per il semplice caso di avere incrociato la nostra strada. Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco, vedendo molte lune passare, gli altri li vediamo appena tra un passo e l’altro. Tutti li chiamiamo amici e ce ne sono di molti tipi. Talvolta ciascuna foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici. I primi che nascono sono il nostro amico Papà e la nostra amica Mamma, e ci mostrano cosa è la vita. Dopo vengono gli amici Fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio affinché possano fiorire come noi. Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo e a cui auguriamo ogni bene. Ma il destino ci presenta altri amici, che non sapevamo avrebbero incrociato la nostra strada. Molti di loro li chiamiamo amici dell’anima e del cuore. Sono sinceri, sono veri. Sanno quando non stiamo bene e sanno cosa ci rende felici. Alle volte uno di questi amici dell’anima si installa nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato. Egli dà luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi. Poi ci sono anche gli amici di passaggio, talvolta una vacanza o un giorno o un’ora. Essi collocano un sorriso nel nostro viso per tutto il tempo che stiamo con loro. Non possiamo dimenticare gli amici distanti, quelli che stanno sulle punte dei rami e che quando il vento soffia appaiono sempre tra una foglia e l’altra. Il tempo passa, l’estate se va, l’autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie, alcune nascono l’estate dopo e altre permangono per molte stagioni. Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria. Sono ricordi di momenti meravigliosi di quando incrociarono il nostro cammino. Ti auguro foglia del mio albero pace, amore, fortuna e prosperità. Oggi e sempre… semplicemente perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un poco di sé e prende un poco di noi. Ci saranno quelli che prendono molto, ma non ci sarà chi non lascia niente. Questa è la maggior responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso. (Anonimo) Andrea, Simone, Rosy e Luca Traverso


La mia strada era era era… fantastica. In fondo c’era una chiesa su un grande prato dove noi bimbi giocavamo con il prete e le suore. Ora sono passati 35 anni: è rimasta la chiesa, uguale, ma intorno adesso c’è una grande piazza, in cemento, grigio, con tante macchine.

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Tina Rancati

La nostra strada insieme. Cristiana Gerosa


"...strada facendo vedrai che non sei più da solo strada facendo troverai anche tu un gancio in mezzo al cielo e sentirai la strada far battere il tuo cuore vedrai più amore vedrai e una canzone neanche questa potrà mai cambiar la vita ma che cos’è che ci fa andare avanti e dire che non è finita cos’è che ci spezza il cuore tra canzoni e amore che ci fa cantare e amare sempre più perché domani sia migliore, perché domani tu strada facendo vedrai..." (Claudio Baglioni)

L o s t a f f d i C am b i o

l avo r o


Percorrendo le strade... del cielo

Fabiana Gatti cincuenta y cuatro | y cinco

Una improvvisa folata di vento li fece scontrare e le loro code si presero per mano: era la prima volta che capitava e Lonny non aveva mai volato in quel modo: ridendo, decisero di provare anche questo tipo di esperienza. Stupiti, si accorsero che potevano volare ancora più in alto: Aqui era abituato a provare nuove sensazioni, vi si buttò deciso; Lonny non l’avrebbe fatto, aveva paura, ma la solida intelaiatura di Aqui le dava sicurezza. I due aquiloni, quello arancione e quello azzurro, tenendosi per la coda, attraversavano il cielo e salivano sempre di più... arrivarono persino al confine con il limbo degli aquiloni che avevano tagliato la corda... erano pronti a fare il grande salto, quando Lonny si guardò indietro: se avessero dato l’ultimo strappo sarebbero finiti come tutti gli altri, e non era sicura che la sua coda l’avrebbe mantenuta attaccata ad Aqui... “Non ce la faccio, mi perdo, lo sento!“ Aqui non sapeva cosa fare... la tentazione di provare quella nuova sensazione era grande... per il bene che voleva a Lonny, però, non l’avrebbe mai trascinata nel limbo... probabilmente lesse nell’azzurro di Lonny che non sarebbe mai riuscita a tornare indietro da sola: con un colpo di coda riprese la rotta e planò dolcemente, come ci si poteva aspettare dal suo cuore generoso. Ritornarono nella zona del cielo da cui erano partiti: il vento si era calmato e tutto sembrava normale... Aqui salutò Lonny con una tenerezza negli occhi che mai, prima d’allora, le aveva riservato: altri mille viaggi lo aspettavano e non si sarebbe fermato... un aquilone che si ferma precipita e non sarà più in grado di sollevarsi... Lonny, ancora intontita, guardò il suo cordone: era intatto, come la coda e l’intelaiatura... non c’erano segni di quel viaggio che avrebbe potuto portarla via... Non le era sfuggito però che nell’azzurro del suo essere era rimasto impresso un piccolo fiore arancione, gentile e sgargiante come solo Aqui poteva essere.

I colori, i profumi, i volti della mia strada: c’è la bottega della Maria che sforna sempre le parigine e le michette più croccanti, la frutta, la verdura, il pollo arrosto del mercato del mercoledì, e poi ancora Toni il barbiere, la signora Anna, il Bar di Giuseppe… I passi e i rumori di tanta gente che rimane, che cammina e si trasforma… e intanto sono cresciuta, ho incontrato, ho conosciuto storie e persone… e tutto continua ancora… Valeria Calvi

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Lonny diede uno strattone un po’ più forte: era una giornata dal cielo terso così azzurro da far venire voglia di mangiarne un pezzo. Il sole primaverile, un po’ in anticipo rispetto la stagione, le strizzava l’occhio. Lonny era un bravo aquilone femmina: aveva un solido cordone che la manteneva collegata a terra ed era il motivo per cui riusciva a volare abbastanza alto. Ogni tanto aveva il desiderio di tagliarlo e volare chissà dove, ma sapeva di soffrire le vertigini... senza cordone sarebbe finita nel limbo degli aquiloni tristi, un posto dove finivano tutti quelli che avevano osato più di quanto potessero fare: Lonny era intelligente: non si sarebbe bruciata. “Ultimamente questo angolo di cielo è mal frequentato!” “Stellina, che fai? Parli da sola?!”. Lonny schioccò un sorriso ad Aqui, un grande e forte aquilone arancione con cui, ogni tanto, aveva percorso un pezzo di cielo. Si affiancarono e incominciarono a chiacchierare, volteggiando nel cielo: si divertivano molto a vedere i bambini nel parco che tenevano i loro aquiloni, oppure altri come loro nel cielo ma che stentavano a decollare. Dopo alcuni minuti avevano calibrato il ritmo: viaggiavano con naturalezza all’unisono, ridacchiando e filosofeggiando, di tanto in tanto, sui Massimi Sistemi. Aqui, l’ho già detto, era un grande Aquilone arancione, un colore che ben si adattava al suo stile di volo: era imprevedibile, allegro, generoso. La sua intelaiatura era forte, come il cordone che lo teneva a terra, ma aveva un modo di volteggiare leggero e dolce. Lonny guardava il suo amico: Aqui aveva il potere di farla sentire sempre bene! “Stellina, ma lo sai che oggi hai un colore splendido?!”: Lonny osservò la sua tela: l’azzurro era un po’ più brillante del solito... azzurro... ogni tanto si confondeva col cielo e questo la faceva sentire un po’ più bella e un po’ più sola... era un aquilone tranquillo che amava il cielo terso e il sole caldo, amava far sorridere i bimbi che la guardavano da laggiù, amava volteggiare in alto, sì, ma non troppo, e mai nelle giornate di vento.


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Beatrice

Chichino


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Jacop oC arrer

GiacomoVella cincuenta y seis | y siete


L’allegro gioco della vita

REGOLE DEL GIOCO – minimo due giocatori. – si usa un solo dado. – decidere la posta da porre per ciascun giocatore. – chi supera l’ultima casella (in questo caso il 21) torna indietro di tanti punti quanti ne eccede. – se anche l’altro giocatore rimane fermo per un giro quest’ultimo libera il primo che può così procedere.

1 Vai avanti di una casella. 3 Batteri: stai fermo un giro. 5 Vai all’8. 6-9-12-16-19 Bambino: vai avanti di 1 casella. 7 Dai un piccolo contributo aumentando la posta del gioco. 11 Devi pagare la prima rata del mutuo, stai fermo un giro.

13 Donna seducente: torna alla casella 10. 14 Vai alla casella 17. 15 Tempo: rimani fermo un giro. 18 Vai alla casella 21. 20 Uomo in prigione: torna alla partenza. 21 Sei arrivato al traguardo, ma la strada continua… decidila tu aggiungendo delle caselle.


Barbara e Paola Castiglioni Francesca Colombo Lorenzo Vigorito

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1. In centro a Bogotà. 2. Il Xmas Project si è sempre occupato di loro. 3. Capoluogo lombardo (sigla). 4. Vi torna sempre Lassie. 5. Il “papà” della Fundación Niños de los Andes (iniziali). 6. La “e” spagnola. 7. Può essere lattea o Montenapoleone. 8. La città spagnola dei calciatori del Celta nonchè soprannome del quarto autore! 9. La via al di là delle alpi. 10.La consonante nell’aiuola. 11. Alle rotonde non si sa mai a chi darla. 12. Lo cercano disperatamente i milanesi. 13. Dirige la Fundación Niños de los Andes (iniziali). 14. La nazione di Slatina. 15. L’autostrada spagnola. 16. Una Castiglioni autrice del cruciverba. 17. La Colombo autrice del cruciverba. 18. Sono famosi quelli di Roncobilaccio e Barberino del Mugello. 19. Da tre anni segue Xmas. 20.Le zebre sulla strada. 21.Il Xmas Project 2002 vi ha costruito una scuola. 22.La casa del Xmas Projet 2003. 23.L’altra Castiglioni autrice del cruciverba. 24.È l’unica casa di molti niños. 25.A Londra è famosa quella Carnaby. 26.Lo intima il vigile. 27.Apre la strada in Internet. 28.Sono i confini della Colombia. 29.La vocale della strada.

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DEFINIZIONI VERTICALI

SOLUZIONE


“A un avvocato di Milano ora Prinçesa regala il cuore e un passeggiare recidivo nella penombra di un balcone.” Grazie Fabrizio, Filippo Marconi

Le mie dieci strade. Via Albona a Baggio, percorsa tutti i santi giorni per raggiungere la scuola materna prima, l’elementari poi, per mano della zia maestra o di corsa, inseguito dallo scopino di mia nonna, se tardavo, se per caso svoltavo in una delle strade laterali per sfidare l’inesplorato: una via insignificante e desolante a vedersi ora, così piena di misteri, paure e scoperte allora.Via Arbe (la parallela di Zara, il mitico vialone delle zoccole), e per l’esattezza il tratto squallido tra il civico 55 e la Pizzeria Patrizia, dove pareva di mangiare suole impolverate. Eppure, dall’angolo in fondo, sbucava Sarah, e mi batteva il cuore, e l’aspettavo impaziente raggiungere il mio portone. La strada prendeva colore. Ricordo uno sguardo dalla finestra, la notte prima dell’esame di maturità, un diluvio, io che sapevo zero, forse meno, e l’angoscia che saliva, tuoni… era la fine? Soltanto l’inizio, invece, e la strada era quella dritta, nel nulla, che correva verso il Capo, agosto 1990, statale E74-5, i finestrini fradici, bei rampolli a esplorare il mitico limite a Nord, una qualche sensazione di invulnerabilità, mai più provata. Via Cicerone a Niguarda, una soffitta di fronte alla casa della nonna, una sequenza incredibile di multe per lavaggio strade, le salsicce del Gorky, palpate, alcol, la batteria e qualche Struggimento di troppo. Il sentiero gelido verso la cima del Monte Bianco, una grande conquista, una lotta intrapresa con i propri limiti, e lassù in alto, per la prima volta sopra le nuvole, una bandiera d’Europa sventolata in tempi non sospetti e una preghiera. Il sentiero ardente che scende sotto la falesia

in cui si adagiano i Paesi Dogon, nel culo del mondo, in Mali, dove ancora sono le stelle a comandare, la magia a guarire. Via della Commenda a Milano, che ha il destino di essere attraversata per cose importanti, siano esse dolorose o incredibilmente gioiose. Passarci sotto, attraversando i sotterranei che collegano la clinica Mangiagalli all’Ospedale De Marchi, in una simbolica unione tra vita, sofferenza e morte: tutto ciò che più mi ha mosso il cuore è partito da lì, da quella strada. Una corsa nel buio verso la Piazza Rossa (Mokba), che tanto avevo sognato: deserta, silenziosa, più che mai pronta ad incutere timore e riverenza. Una foto di nascosto, quasi per paura di essere sorpreso – ma suvvia che i tempi sono cambiati – eppure un richiamo, dal nulla… Gelsomina, Zampanò e la Strada di Federico Fellini, chapeau caro maestro, il tuo circo che arriva di notte ha portato con sé una grande passione, oggi un po’ trascurata, ma che mi fa tuttora sognare, ogni volta che riesco a gustarmi una nuova storia. Infine, la strada della mia casa, dove vivo con Sarah, Irene e Camilla, via Settembrini a Milano, una strada rumorosa di tram e troppe macchine, di sguardi impopolari, ma viva ed esuberante, dove si fanno cose, si vede gente, dove è nata l’idea di questo libro… Caminante no hay camino, se hace camino el andar. teo


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MILANO AFRICA (10 giugno 2003) Appiattiti sull’asfalto le ali distese.

QUESTO PONTE (11 settembre 2003)

Manco sfuggono.

Questo ponte ho.

Anche i piccioni sembrano arresi.

Senza fiume. Solo macchine e ferrovia. Milano Garibaldi. Mi accontento stasera.

Stefano D’Adda

Il tramonto almeno, non lo toglie nessuno.


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e ent o m e p plic sa do ta m e a vi s c sse rta a che in rare o f a nt i po da tra che a guid r inco i amic s a e o l la l r n he entie sa, u ovo p con g i che e c i r s o e ss it r re to ic Vor a”. Un ta fat i, un r men re. Vor non fo no. a u i h a d tra giorn i luog colleg segu trada i ness s s a d “l una uov , un a da zza asa n one anz ani c P e r a r l ia sce pers spe Van ono ove , una c a nu tani lon

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| | ini ggio b am via b i i d di un nza za d r a z ni ie Sgu sazio cosc iccole ri Sen pore e pria p gli alt stu la pro con nso i del fronto un se nti. Ra a & n e v co dar re a Alia r a e p uard eg


Figlio del vento viene chiamato lo zingaro...

... o gitano o rom, perché come il vento da nessuna parte può fermarsi, eppure anche figlio della strada, per la sua vita “on the road”. Alla strada appartiene per destino e per scelta il popolo nomade a noi più vicino e visibile; sulla strada si compie il lungo “drom” (viaggio) di questa gente che è guardata da noi, popolo stanziale, con diffidenza e sospetto per questa vita vagabonda che ci disturba e di cui cogliamo solo lo squallore urbano e i pregiudizi (ladri, bugiardi, rapitori di bambini..) che nascondono la paura del diverso, paura che nasconde a monte il timore di se stesso e del cambiamento. Gli zingari che incontriamo sulla nostra strada cittadina presentano l’aspetto più sgradevole di questo popolo misterioso e poco sembrano ricordare gli antenati ben più variopinti, quella lontana “kumpania” di colorate carovane di carri intarsiati guidati da uomini a cavallo, contenenti antichi strumenti musicali, fra cui le loro arpe e masserizie varie che attraversavano i Balcani. Sulla strada, ai crocicchi, la “kumpania” lasciava indicazioni per gli altri convogli lasciando bastoncini legati con un panno rosso o un ramo spezzato a formare un segnale. Anche la strada del popolo zingaro per loro è scritta nel vento, essendo una popolazione per lo più analfabeta e avendo una tradizione solo orale. Amano tramandarsi fiabe che inframmezzano con canti; a

quest’arte di affabulatori si accosta la loro abitudine a mentire, che è per loro quasi una dimostrazione d’abilità divertente e mirata a stupire l’ascoltatore. Quest’etnia, riconosciuta come popolazione dall’ONU solamente nel 1979, con un proprio rappresentante, è però anche portatrice di valori quali la solidarietà, l’onore, l’attaccamento alla famiglia, il pudore, il rispetto per gli anziani. Inoltre lo zingaro è pacifico, ha un forte senso di sacralità della vita e dell’amicizia, ponendo l’uomo al centro dell’universo, con capacità genuine di gioire per le piccole cose. Prova stupore di fronte alla guerra mentre ha un senso del destino, per lui scritto da sempre e una filosofia del distacco che lo porta a badare all’essenziale, essendo costretto a spostarsi. Dietro le spalle si lascia tutto, persino i propri morti, seppelliti ai margini della strada. Ma per gli zingari la strada è una scelta o una fatale costrizione dovuta agli eventi? Da sempre indesiderati, e nello stato di apolidi, sono privi di necessari documenti e licenze commerciali per svolgere un lavoro accettabile e costretti a organizzarsi per trovare

alternative. I lavori artigianali che contraddistinguevano le varie etnie dando loro il nome corrispondente: Ralderash per calderai, Lovara per mercanti di cavalli, Curara fabbricanti di setacci, Ursari ammaestratori d’orsi, a causa del divieto di vagabondaggio, si perdono lungo la strada. Veniva dato un sussidio per impegnarli ad andarsene, un “diritto di passaggio”, accompagnato da elemosine private. Il compito di elemosinare nacque forse da questa vecchia abitudine e fu trasmessa alle donne che vi unirono la loro arte di dire la brabarimos, la buona ventura, insieme a un’altra arte, quella di guarire o Dràb in Romanés, erba medica. In un passato recente furono oggetto di una campagna di sterilizzazione in Svizzera. Da sempre tacciati di essere rapitori di bambini, in realtà sono genitori teneri. La madre non si stacca mai dal proprio figlio che, appeso al collo, diviene presto il suo piccolo compagno di strada.

“Sono cresciuto sotto una vite mia madre fu una strada e mio padre una chitarra” (canto flamenco)

La strada: un cammino… perché? Perché da sempre l’uomo sente il bisogno di libertà, di orizzonti nuovi, di pensieri nuovi, di incontri nuovi… Camminare è incontrare altre persone che non conosci, ma che condividono l’esperienza importante del vivere. Mi sento una goccia nell’oceano dell’umanità che da secoli va e va e va… verso dove? A me piace pensare e credere: “Verso il compimento dell’Amore”. Allora la mia fatica ha un senso, il mio dolore può riscattare e sostenere qualcuno meno fortunato o più in difficoltà di me. Titì Fiorini


Il nome zingaro (zigane) è forse la denominazione più poetica e simbolica dalla etimologia dell’uccello cincolo che non ha nido e vive vagabondando, contrapposta a “zigeuner” vagabondare. Figlio del vento quindi come un uccello libero, ma anche figlio di una strada che non è sempre così benigna. Un fandango Andaluso gitano recita “Perdona se ti ho fatto male. Ho vissuto con te per un certo tempo. Poi me ne sono andato cercando un altro vento”. Bibi Dalai

sesenta y cuatro | y cinco

Per molti rom il viaggio è finito. Daniela, il mio attuale contatto con il mondo zingaro – che si onora del titolo di amica per le poche parole e insufficienti aiuti datele – elemosina all’angolo di una strada milanese. È rom, arrivata dalla Romania con i suoi quattro figli e un marito morto recentemente in un incidente. Recentemente è stata sfrattata dalla “baracchetta” a ridosso del cimitero. “Sono arrabbiata, molto arrabbiata” mi ripete con il suo accento rumeno. Ora vuole tornare in Romania e cerca di raccimolare i soldi per il viaggio. Non so se sia a conoscenza della storia del suo popolo e se ancora l’antico anelito alla libertà pulsi in lei più di quello della sopravvivenza.

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La musica è l’aspetto che più avvicina il gagiò (non zingaro) al Rom. La bellezza vocale e strumentale della musica gitana da molto tempo avvicina l’anima di questa gente a quella degli altri popoli. Le prime orchestrine gitane suonavano per i turchi prima e poi per gli ungheresi, prima utilizzando liuti e poi violini, contrabbassi o cimbali, in Jugoslavia tamburelli, viole, cobza (mandolino), flauto di Pan, mentre tamburelli accompagnavano gli Ursari o le zingare con nacchere in Spagna e in Francia per accompagnare le processioni. Dalle orchestrine zigane al flamenco all’interessante rielaborazione jazz di Django Rheinhardt l’anima musicale gitana è molto apprezzata nel mondo gagiò. È una musica triste, invece, quella che ci racconta dei 600.000 Sinti e Rom giustiziati nei lager nazisti, poco commemorata vicenda per la dispersione “sulla strada”; non tutti gli zingari attuali ne sono a conoscenza. “Lascia che metta dei fiori in questa tomba così sacra, ricordo dei miei amori” recita un altro canto flamenco. Lungo la strada si perse ancora la ricchezza e il dolore di una storia, di una identità che forse non tutti vogliono conoscere.

Sempre devi avere in mente Itaca raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos’altro aspetti? (Da “Itaca”, Costantino Kavafis) Daniela Alfonso


Strada... sole, gioia per il bambino che si affaccia curioso alla finestra delle vita e vi trova un palcoscenico meraviglioso...

nuvole, fame e freddo quando diventa il luogo dove consumare i pasti, distendere il corpo per riposare, tendere la mano per sopravvivere...

stelle, speranza quando rappresenta lo spazio in cui poter sognare un futuro meno difficile...

luna, solitudine quando ti accorgi che non è il numero di persone che ti circonda che ti fa sentire meno solo, ma l’indifferenza e l’incapacità degli altri a riconoscerti come essere umano. Auguri di cuore a tutti gli Uomini che strada facendo si sono accorti che al di là del proprio io è giusto ricordarsi di chi vive in difficoltà e lotta ogni giorno per sopravvivere e per riconquistare una dignità perduta. BASF Coatings Spa


C’era una volta una sola lingua. Gli uomini costruirono Babele per avvicinarsi al cielo. Tuttavia, a quanto pare, erano un po’ pigri. Certo avevano la volontà di produrre, di andare avanti e di istruirsi, ma, come accade anche oggi, non si interessavano troppo agli orizzonti lontani e non desideravano spostarsi. Dio, invece, voleva che scoprissero il mondo intero e, per costringerli a partire, introdusse la diversità delle lingue.

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I popoli si dispersero così su tutta la terra. E la conquistarono. Fortunatamente non avevano dimenticato di continuare ad avvicinarsi, insieme, al cielo. Ricominciarono, dunque, a cercarsi per riunirsi nuovamente, lavorare assieme, scambiare i loro prodotti e tentare, sempre, di fare buoni affari!

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Così furono spinti sempre di più a comunicare. Così, poco a poco, divennero poliglotti.

Eurologos Milano. Where the languages are spoken.


‌How many rivers do we have to cross

MCI 2003

before we can talk to the Boss?


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Ognuno sarĂ famoso per quindici minuti.

Staff 91 (Andy Warhol)


Ogni strada “porta” da qualche parte... È l’uscio attraverso il quale si accede ad un altro luogo. Unisce e divide. Ma la strada è soprattutto luogo in sé, forse “il” luogo. Dentro di lei scorre la vita, si sa. L’unica vera vita, quella che sta fuori, che si muove, che ti fa incontrare gli altri, che ti fa acquisire conoscenza delle cose e delle persone, consapevolezza di te stesso, che ti fa soffrire dinnanzi all’inspiegabile quanto ineliminabile ferocia dell’uomo, come insegnò Fellini ne’ La strada (1954). È un fiume di acqua infuocata, l’unico luogo fisico capace di contenere tutte le energie vitali, creative ed espressive dei personaggi di Kerouac “i pazzi di vita...vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano…” (1957). Potenzialmente non ha fine, proprio come l’acqua nel gioco dei vasi comunicanti. Volendo, ciascuno di noi potrebbe non fermarsi mai, né percorrere due volte lo stesso percorso, se ad ogni incrocio cambiasse direzione, come farebbe Cosimo Piovasco di Rondò, intento ad arrampicarsi curioso ed instancabile su di un albero dagli infiniti rami. Il “marmo della statua” del glorioso capitano ucraino dell’Armata

Rossa Ilja Afanaszjevics Osztapenko, che una volta salutava gli abitanti di Budapest in partenza per il lago Balaton o per Vienna, oggi saluta i curiosi giunti alla fine della visita del parco, anche se il braccio sinistro teso avanti a sé con le cinque dita del palmo della mano ben aperte ed il braccio destro che sventola una bandiera bianca, sembrano intimare un secco “alt”, più che simboleggiare un gesto di saluto. Dietro di lui c’è in effetti il muro. Tuttavia, i muri sono un problema solo per gli uomini. Le idee, quelle buone, sono invece sempre capaci di “girare intorno”, come la musica o come l’acqua, continuando ad avanzare per la loro strada. Niente può fermarle, nè uomini nè muri. Il mio saluto va alla penna ispiratrice dello scriba incappucciato “chiamato” Anonymus, primo cantore delle gesta del popolo magiaro, comodamente e misteriosamente stravaccato in una poltrona nei pressi del castello Vajdahunyad a Pest. Federico Fontana Budapest, 4 novembre 2003. Esattamente 47 anni fa, il 4 novembre 1956, i carri armati sovietici entravano nelle “strade” di Budapest. VENICEMARATHON 2003 Passo dopo passo… kilometro dopo kilometro… minuto dopo minuto… ogni volta è una piccola, grande conquista! con amore Serena Todesco


Vista così sembra una banale strada come se ne possono trovare in ogni parte del mondo, e sotto certi aspetti è così, ma la sensazione che mi ha trasmesso è stata forte; è stato come percepire una presenza umana che in un ambiente in cui ancora molto è incontaminato ha voluto ad ogni costo imporre la propria volontà. E così, mentre milioni di turisti percorrono questa lamina di cemento ottenuta distruggendo angoli di verde io mi sono fermata, sono scesa dall’auto che mi aveva condotta in città e ho voluto osservare cosa era stato fatto in nome del progresso e della civilizzazione. Tuttora quando ci penso non riesco a capire da dove sia comparso, ma in un attimo mi sono trovata accanto un bimbo esile, con indosso una maglietta smessa da qualche fratello più grande e due immensi occhi neri e acquosi che mi fissavano… e che, con un gesto ormai ripetuto innumerevoli volte mi ha teso la manina sporca e mi ha chiesto se avevo qualcosa per lui e per i suoi fratelli. Con la stessa mano e lo sguardo triste mi ha indicato un cespuglio da cui facevano capolino altri visi,

occhi e bocche affamate. Ancora oggi mi interrogo su tutto ciò che, chi ama definirsi “civile”, compie in nome del progresso, sulle disparità che vengono progressivamente accentuate e sulla miseria di cui fa comodo non accorgersi… ed allora una strada diventa non solo l’unica casa per questi bimbi dominicani che non hanno più una famiglia e che forse non hanno più neppure un’identità ma anche il punto d’incontro di due mondi così diversi e distanti che chissà ancora per quanti anni non avranno dei punti di contatto se non occasionali e riservati a singole individualità. Mi strazia ancora il cuore il bimbo che nella mia mente rivedo di spalle mentre saltella contento verso i suoi amici con il suo piccolo trofeo da condividere. Tutto questo accade continuamente sulle strade delle città della Repubblica Dominicana e di tutti i paesi in cui un pacchetto di biscotti fa ancora la differenza tra il mangiare e il digiunare per un altro lungo interminabile giorno. Greta Spoladore

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Pavia, 2 Novembre 2003

setenta | setenta y uno

Vittorio Salvini e Marina Gemicˇ


“Quando gioco col mio gatto, chissà se sono io che mi sto divertendo con lui, o lui con me.” Michel De Montaigne

Le strade… l’importante è vederle, guardarle, immaginarle

Panino

Le strade per me sono tante: la strada che percorro ogni mattina, la strada dove mi piace camminare quando ho un po’ di tempo per gironzolare vicino a casa, le strade di montagna di Muronico e della Val Gardena, la strade che ho percorso fino ad ora più o meno volontariamente, le strade che mi si aprono davanti… Le strade dei miei compagni di strada… quelli che ci sono da sempre (mamma e papà, il Vania, la nonna, gli zii e il Christian e gli altri parenti, le mie amiche e gli amici) quelli che ci sono da qualche anno (il mio Dario, i signori Quizz, il Sergio e la Chiara, l’Isabel e il Matteo!!, gli amici del Dario, gli amici del lavoro) quelli che conosco da poco ma che vedo tutti i giorni, quelli che ho conosciuto e che sento ogni tanto… quelli che conoscerò. Se penso alle strade mi viene in mente che l’importante è vederle, guardarle e immaginarle… Vedere le strade vuol dire sentirle con i piedi, tastare il terreno magari anche far rumore per farsi sentire…ogni tanto anche divertirsi a fare qualche passo di danza… fermarsi a fare respiri profondi quando è il momento di prendere fiato… imparare a correre quando ci vuole… Guardare le strade vuol dire cercare di capire dove portano quelle che stiamo percorrendo adesso, girarsi indietro per vedere il cammino fatto e ricordare, fermarsi ad osservare il bello e il brutto che c’è intorno…cercare dei compagni, capire chi sono, ascoltare e parlare con loro, aiutare e farsi aiutare, chiacchierare e scherzare durante il cammino… Immaginare le strade vuol dire poter provare a cambiare il percorso se si vuole, capire che magari non tutte le strade sono per noi, fermarsi e fare una virata, cambiare il ritmo dei passi…magari osare e cercare di costruire nuove strade!! Sara Panizza


setenta y dos | y tres

Lewis Carroll

Maurizio

D’Adda

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Margot

Ω“Gatto Gheshire” Alice incominciò. "Vorresti per favore dirmi quale strada devo percorrere da qui?”“Questo dipende da dove vuoi andare” rispose il gatto.

Minnie MayV

La strada luogo di vita esperienza, solitudine, sofferenza… ognuno di noi ha la propria strada una strada che prima o poi, se senti, vedi, ascolti come sia e diventa quella strada… nella quale e lungo la quale diventi e sei… La strada, trovala anche tu con i tuoi mezzi, ma trovala!!! Luisa Baldini


Questa foto è stata scattata alla fine degli anni ’50 ad un luogo a me caro, dove ho trascorso parte della mia infanzia e della mia adolescenza. Questa strada è via Bausan, angolo suggestivo della mia Napoli. Cosa conserva ancora questo Vicolo: la fila di auto (oggi molto più moderne) parcheggiate malissimo che intralciano il passaggio, i panni “spasi” ai balconcini, la palma altissima (osservando attentamente in fondo in fondo si può intravedere l’ombra) dietro la quale è nascosto il mare, una strana solidarietà discreta e riservata delle persone e ancora oggi la presenza della mia famiglia (in questo Vicolo è nato mio padre). Cosa non esiste più di questo Vicolo: il carretto del "fruttivendolo" a metà strada lì sulla destra coperto da un ombrello gigante; l’insegna Agfa attaccata al mio palazzo riferita allo studio del fotografo Bob (dove mio zio imparò il mestiere di fotografo); un lampione antico; la mia nonna Lisa incuriosita e affacciata alla finestra e, proprio sopra di lei, la finestra di casa De Filippo, per intenderci quella di Eduardo, Peppino e Titina, diventati poi molto famosi in quel secolo. Ivana Capozzi


Martin Luther King Sandra, Giulia e Chiara Casadei

setenta y cuatro | y cinco

Intravvedo a volte dei visi o degli sguardi. Ma sono gli occhi assenti di chi guarda in terra o le smorfie di chi si allaccia le scarpe. Forse è per questo che non ho mai fatto amicizia con nessuno e mi è rimasta la voglia di indovinare il nome delle persone che camminano in Via Magenta. Dai treni scende ogni giorno qualcuno venuto da lontano e dalle impronte della gente ho visto il mondo senza andare in nessun posto. Ho imparato l’odore tenue delle raccomandazioni materne e quello acre dell’attesa. La corsa dei pendolari verso il treno che porta a casa e l’andatura mesta degli arrivi della domenica. Di notte, le ronde dei tacchi di plastica delle ragazze in vendita raccontano pianti di paesi lontani, zoccoli di puledri addomesticati dal freddo e dalla violenza. I passi che preferisco in assoluto sono quelli dei bambini presi per mano. Hanno la lentezza delle farfalle, son sospesi tra terra e paradiso, profumano di biscotti e morbidezza. Mi inteneriscono i passi lesti di chi s’alza all’alba per sbrigare mille incombenze e le pettinature delle vecchiette che indossano un vestito pulito anche per fare pochi metri. Ammiro la pazienza di dopobarba e lucido di scarpe degli anziani che vanno a messa. Mi incanto dietro alla calma di chi lascia briciole agli uccellini, di chi annusa il pane fresco e di chi sorride sotto la pioggia. Mi piace la gente che inciampa, che sbaglia incrocio e torna indietro. Sorrido degli adolescenti e di quelli che aprono un quotidiano per darsi un tono alla fermata dell’autobus. Adoro i sorrisi inconsapevoli dietro ai ricordi felici, raccolgo i sogni abbandonati e li affido all’incoscienza degli innamorati.

Se non potete essere una via maestra, siate un sentiero.

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Prospettive

A volte ascolto il biascicare della gente che vive per strada perché guardano il mondo da una prospettiva più vicina alla mia. Esploratori di abissi, hanno sfondato le scarpe e ora galleggiano come foglie. Lorida Tieri

Giacomo, Viviana e Claudio Elie


“La strada, ma quale strada? Avanti, verso l’ignoto” (Faust, J.W. Goethe)

La strada appare con le tipiche sembianze che assume a tarda notte. Le luci sono fioche o inesistenti. Inizio a camminare, senza fretta. Non ho un itinerario. Avanti. L’insegna di un negozio di giocattoli lampeggia debolmente, unica traccia dei fasti che ormai non sono più. In vetrina, pupazzi ammucchiati. Piccoli orsetti di peluche, uno sopra l’altro, quasi soffocati. Sembrano tristi. Sono soli da anni. Unica compagnia, la polvere. Bambole con vestiti fuori moda sono esposte, ma ormai consumate dagli sguardi. Un manifesto pubblicitario ritrae un bambino. Ha gli occhi puntati sul mondo, la classica espressione di chi vuol conoscere tutto. Vi è immortalato il suo desiderio di non farsi sfuggire un solo dettaglio di ciò che sta osservando. Vengo pervaso da una punta di invidia nostalgica. I bambini sono identici al passato. La corruzione è pertinenza degli adulti. Avanti. Una scuola. Finestre tutte uguali, chiuse. Sull’ultima a sinistra un messaggio contro la guerra appeso al vetro. Quale guerra? Forse quella che ognuno di noi è convinto di combattere ogni giorno. Oppure una guerra “vera” con tanto di cannoni pronti a fare fuoco su un nemico (uno vale l’altro). Davanti al cancello di ingresso, il programma per lo sciopero di domani. Ritrovo in piazza della stazione. La sera, invece, festa nel locale alla moda. Birra, dolci e gelato sono garantiti per tutti, serve qualcuno che porti torte salate. Sconto all’entrata per le ragazze. Settimana prossima autogestione. Storia (dello sport), musica (dal vivo) scienze (anatomiche) e chimica (delle sostanze oppiacee) saranno materia di studio. Perché si deve accettare così passivamente questo assurdo ribaltamento di ruoli, dove il discente diviene docente (nonché

estensore di programmi)? Non so. Forse una scuola vista di notte riesce ancora ad entusiasmare. Avanti. C’è un palazzo. Appartamenti signorili, a giudicare dalla facciata. Ingresso ben tenuto. Sul citofono una cortese richiesta a testimoni di Geova e mendicanti di non suonare. Non interessa il loro prodotto. I cani possono entrare, ma i padroni per favore li accudiscano. Avanti. Un altro palazzo. Meno elegante. Alcune finestre sono illuminate. Mi sorprendo ad immaginare le vicende umane che si compiono in quelle stanze. Vicende di ordinaria vita domestica. O forse grandi amori che iniziano o si concludono. Neonati che piangono nella culla con genitori indaffarati a dar loro nutrimento o parenti che si riuniscono al capezzale di anziani morenti. Avanti. La strada è di nuovo buia, com’era all’inizio. Sono in prossimità di un incrocio. Alcune vie si dipartono. Nessuna mi è nota. Talune hanno insegne illuminate che attirano, altre ne sono prive. Quando ci si trova all’imbocco di una strada non si sa mai quanto sarà lunga. Se porterà ad un senso unico, ad un divieto d’accesso oppure ad una piazza. Se esce dalla città o se vi entra. Quanta gente la percorrerà insieme a me. Più avanti c’è un parco, una panchina mi potrebbe accogliere per dormire. Ma dormire significa interrompere la ricerca delle parti più misteriose della città. Potrebbero ricomparirmi in sogno. I sogni sono più semplici da gestire della realtà, ma quest’ultima è capace di sorprendere maggiormente. Oppure c’è una strada di fronte che prosegue, ma di cui vedo appena l’inizio. Avanti? Piero Macchi

“Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi: la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere” (Bufalo Bill, F. De Gregori)


Le note si libravano e lievi fluttuavano con morbida armonia nel cuore di Manhattan. Paul Simon and Art Garfunkel versione ultima, tristemente allegorica di un’America altra, solidale ed euforica portata al cambiamento, persin fantasmagorica. "Old Friends" cantavano, e l’anno era lo stesso di un’altro evento strano, nell’umida Milano, città dal cuore in mano, alla scuola di Via Asturie, (iberico era il nome di un luogo periferico) due ironici pischelli, pisquani e sbruffoncelli, diversi, ma sì uguali, univan i loro intenti, e tra un’insufficienza del Colcio, gran testone, e una benemerenza del Dozio, gran secchione, nasceva un’amicizia che ancor oggi perdura destini assai diversi, ma ancor non si son persi di vista i mattacchioni. Semplicemente... amici!

Fabrizio Colciaghi Claudio Dozio

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Come due persone, sostanzialmente così diverse, potessero diventare grandi amici è una domanda che spesso fatica a trovare una risposta logica. Quei due, infatti, sono talmente diversi che non hanno quasi nulla in comune. Uno è alto e magro, milanista (e non è un pregio), pluridecorato dal punto di vista scolastico (un finto “secchione”), separato anzi ritrovato single (che fa tendenza); l’altro è basso e ben piazzato (diciamo pure grassottello e perennemente a dieta), sposato con prole, a scuola tirava a campare ed è pure interista (di quelli convinti e anche questo non è un pregio). E come diceva Lubrano “la domanda sorge spontanea” dove si possono essere “beccati” questi due? In via Asturie, sui banchi delle scuole medie, a volte succedono miracoli o disastri, dipende da come uno la vede. A pensarci bene è una mezza vita che si conoscono (una vita lo dice chi è oltre i 55 e fortunatamente per loro non ci sono ancora arrivati) ed è una mezza vita che quando s’incontrano (non molto spesso per la verità solo alle feste comandate che per loro sono i derby vinti) se la passano a ridere, a prendersi in giro e scherzarsi addosso dandosi del “culanda” o del “baguleggia” che per gli altri non significa nulla ma per loro significa molto. Gli amici “veri”, come cantava uno dalle parti di Pavana, sono come i denti in bocca a certi vecchi e proprio perché pochi son buoni fino in fondo e sempre pronti a masticare il mondo… Non si sbagliava.

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Via Asturie: Old Friends 1981


La strada di casa “Una volta che sarai morto e sepolto, e ti ritroverai dovunque ci ritroveremo tutti dopo la morte, quale sarà il tuo ricordo più bello della terra? – È un odore, l’odore della pancetta. Era domenica mattina a casa mia, e stavamo facendo tutti colazione [...]. Mi ricordo chiaramente di essermi ritrovato vicino ai fornelli a friggere della pancetta. Ero cosciente che quella sarebbe stata l’unica mattina del genere concessa alla nostra famiglia: una mattina in cui eravamo tutti normali e gentili con gli altri, sapendo di volerci bene senza vincoli di nessun tipo [...]. Per cui mi veniva quasi da piangere mentre ascoltavo gli altri che facevano battute e davo al cane pezzettini di uovo. Sentivo nostalgia di quell’evento addirittura mentre si svolgeva. Nel frattempo sugli avambracci mi schizzavano le goccioline di grasso bollente della pancetta, causandomi piccole bruciature, ma per niente al mondo avrei strillato di dolore. Quelle bruciature per me non erano né più né meno piacevoli dei pizzicotti che mi davano le mie sorelle per farsi confessare a quale di loro volessi più bene, e sono quelle piccole bruciature e l’odore della pancetta fritta che mi porterò via. Sarà quello il mio ricordo della terra". (Douglas Coupland)

Perchè una casa non è solo una casa. Progefin srl – affiliato ProfessioneCasa Legnano, Busto Arsizio e Castellanza.


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LE DROIT CHEMIN A chaque kilomètre chaque année des vieillards au front borné indiquent aux enfants la route d’un geste de ciment armé.

LA RETTA VIA A ogni chilometro ogni anno alcuni vecchi dalla fronte ottusa indicano ai fanciulli la strada con un bel gesto di cemento armato. (Jacques Prévert)

Fluxus HR


… una strana associazione … A Roma l’“Accattone” si trova in edicola all’inizio di ogni mese. Ci scrivono scrittori che in quella città vivono… vivono la città “da dentro”, sulla strada, in mezzo alla strada… tra gli altri Elena Stancanelli… “… un incidente sarebbe una frattura, un segmento di tempo che si afferma violentemente e spezza l’andatura esercitata per anni. Uno strappo tra i cui lembi cadiamo senza possibilità di opporci. Una extrasistole. Può avere conseguenze, e stabilire le nuove leggi nella nostra esistenza, oppure sfilarsi dallo stesso buco da cui era entrato lasciando che tutto torni di colpo com’era prima del suo manifestarsi. In un tempo veloce, che continuamente cancella le impronte dietro di sé come in un’eterna tempesta di sabbia, l’incidente, mi pare, si impone come un accadere ineludibile e inconfondibile. Forse l’unico che possa essere riconosciuto con chiarezza. E l’incidente stradale, anche per la consuetudine nelle nostre vite, è il più esplicito in questo senso. Quell’ istante nel quale tutto, senza possibilità di smentita, si ferma. Una nicchia quasi confortevole, antidoto, paradossale della velocità. ….. È là infatti, tra le lamiere fumanti, dove finalmente qualcosa si incontra, che uomini e donne feriti e amputati tornano ogni volta a cercare la concentrazione necessaria... La parola “incidente” ci riguarda forse più di qualsiasi altra: riguarda i nostri anni che abbiano adorato... Perché è il rovescio della nostra più grande illusione: il progetto. La demente certezza che il destino possa essere forgiato a colpi di qualcosa che non sia il quotidiano inciampare… Quando un cane attraversa la strada, teniamo tutti il fiato sospeso. Il suo trotterellare non tiene conto delle macchine che sfrecciano, ma della fame, o del sonno, o forse soltanto di qualcosa di fascinosamente puzzolente che sta dall’altra parte.”

“Soglia di luce”, 1994, Sant’Ambrogio, Milano, mese di Maggio

“Dove andare…, cosa fare…, la luce del destino guida l’uomo nell’oscurità delle strade di ogni giorno. Oltrepassata la soglia, una nuova via si presenta. L’importante è camminare ed osservare.” Andrea Riccardi

Quando un uomo attraversa la strada è bene tenga il fiato sospeso: il suo sguardo a destra e a manca non sempre è sufficiente a guadare il mare di automobili che ci annega … e su quella strada, su quelle strisce pedonali per i non pedoni, su quel corpo di donna “l’incidente” ha lasciato il segno… in me l’insicurezza della strada… Giaime


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Ho alzato lo sguardo, oltre il profilo lontano del limitare del bosco, attraverso le cime degli alberi più alti, tra gli aghi dei pini più lontani, ed ho visto le montagne. Sembrano non finire mai. Una cima sussegue l’altra, percorsi irti, ma sentieri navigati da altri. Ho superato il bosco, ciò che vedevo da lontano, con gli occhi dell’infanzia, è ora alle mie spalle, e di fronte a me si stagliano quelle montagne che vedevo attraverso il bosco.

Fanno paura. Qualcuno scrisse che la giovinezza ha ali forti ma non conosce le montagne e la vecchiaia ha la saggezza per affrontare le montagne… ma ali deboli. Ho ali forti, gambe solide. La strada si apre di fronte a me: il sentiero della vita. Ogni giorno una strada mi viene posta innanzi ogni giorno devo decidere, devo scegliere quale strada percorrere. Supererò le montagne, troverò la strada. Ma esse lasceranno il segno nella mia anima. Sono pronto a vivere? Ho ali forti e gambe solide… per il momento mi basta; la saggezza arriverà, spero solo di esserci anch’io. Claudio Sonego


“…Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”. (Dall’ultimo discorso del presidente Salvator Allende alla radio l’11 settembre 1973, durante il golpe guidato dal generale Pinochet).

Ogni ora felice che t’è concessa, ringraziala subito, non rimandare d’anno in anno l’appuntamento con la felicità, affinché tu possa dire d’aver vissuto volentieri ovunque. Se è la ragione che cura l’ansia, non un luogo, chi viaggia cambia cielo non natura. Una smania assurda ci tormenta, andiamo ovunque a cercare la felicità, invece si trova già qui,

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Giuseppe Bettoni

a Ulubre*, se l’animo è sereno. (Orazio, Epistole, I, XI) *Ulubre era un posto desolato nelle paludi Pontine

Ovvero: sulla strada della ragione alla ricerca della serenità. Sulla strada per partire, viaggiare, tornare, quante linee tracciate sul nostro personale piccolo globo, intersezioni sorprendenti, ma anche tanti avvitamenti e percorsi circolari... a segnare questo gomitolo confuso, come antiche pietre miliari, tante storie, quelle di una vita e quelle una tantum, e con esse anni che si macinano, vite che si schiudono, frutti che maturano, tempi interrotti, stagioni che appassiscono. Guardo indietro, quanta strada nei miei sandali, eppure mi sembra di essere appena partita … Cristina Traverso


La strada come simbolo di un percorso. In pianura, in montagna… l’asfalto, un sentiero. Percorso della vita di ognuno di noi che può lasciare dietro di sé qualcosa: un insegnamento, un modo di vita, un sorriso, una gioia, una solitudine, un dolore. Abbiamo pensato che la persona che ha percorso questo sentiero, di insegnamenti ne ha dati tanti: con il suo esempio, con la sua forza e con la sua onestà. Lo staff CEB dedica questo omaggio al suo fondatore, geom. Fiorini. È a lui che ci rivolgiamo affinché la Sua strada sia di esempio e coraggio per ognuno di noi.


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Con il bianco a colori. Pentaphoto

Roberta Trovati Armando Trovati Alessandro Trovati Marco Trovati Lucia Pellegrini Giovanni Auletta Roberta Legnani Claudio Scaccini Andrea Rustioni Davide Cesana Max Bardotti


Andiamo per le strade in tutto il mondo chiamiamo i nostri amici per far festa, c’è un posto per ciascuno alla Sua mensa! Giampaola e Sandro, 26 luglio 2003

io, Oraz

en Carm e a Raff

na Tizia

“Non abbiamo il potere di decidere per tutto ciò che ci succede e, a volte, le cose ci cadono addosso senza che facciamo niente; una cosa però è sicura: adesso posso decidere di partire... e che succeda quel che succeda... basta che adesso mi dica – io oggi decido di partire – e da domani, giurin giuron, inizierò a porre in essere una serie di atti... si: decido alfierianamente che... parto... volli, volli, fortissimamente volli...” Emilio Rigatti, La strada per Istanbul

”Matteo sei pronto?” La Chiara

“Un viaggio di questo tipo voleva dire mettere la vita quotidiana tra parentesi. È l’epidermide che bisogna ascoltare in questi casi altrimenti il cervello ti riporta alla ragione. Ma seguendo la ragione i sogni rimangono tali": Aldo Moroso & Alberto Fiorin, Strade d’Oriente

Chiara Baj

Greta

e Cla

udia


Grazia e

Enzo

La mia pr ima “via” di montag na. Chiara Pa gani

Pao la

eM

ax

Stanco e pensoso Osservo Sulle rive del passato Sulle ansie del presente Gli anni volare veloci E le speranze stingersi Nel mare del sogno Lunga è la strada della vita Breve è il tempo accordato Da chi tutto prevede Da chi tutto ci dona Stringi al cuore i tuoi cari Ringraziando a gran voce Chi ti dona la forza per resistere Saldo Quasi come una roccia Che combatte nel tempo Contro pioggia Tempesta E le forze sorreggano I miei versi e il mio cuore.

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Ivano Palombi

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PENSIERI

vita Nella portante è im arare imp avoro! un l Le macchine, certo, aiutano molto.

Bar bar ae

Glo ria

Pierfranco e Elisa Crosti Dalla vita ho capito che anche da lontano, puoi sentirti così vicino... con tanto amore saluto i miei fratelli Orazio, Raffaella, Gloria e ricordo sempre Barbarella. Carmen Basanini


Il mio è un sogno. Prima non vi era nulla. Poi le colline si aprono alla mia vista, incantate e quasi inaccessibili. Ai piedi della collina più piccola e verde, di un verde smeraldo, sorge un piccolo villaggio di nome ADARTS, dove sono nato e cresciuto, in verità, senza troppi grilli per la testa. ADARTS è un villaggio incantato perché la gente che vi vive incanta: tutti i mestieri sono fatti con amore, ciascuno rende il proprio lavoro un arte; il resto, la vita sociale e i divertimenti vengono da sé, quasi non ci fosse neanche il bisogno di pensarci. Tutto è straordinario a ADARTS, tutto tranne un dettaglio: da secoli e secoli, il villaggio è chiuso e inaccessibile; da una parte le colline verdeggianti ma inospitali, dall’altra un enorme masso che crollò sul fiume impedendo l’unico passaggio attraverso la gola, tra le rocce imponenti. La mia è una vita riservata e fatta di piccole opere, sono figlio di scultori di pietra. Costruisco fontane, gradini, camini, e tutto ciò che rende belle le cose comuni. Il mio sogno, però, è di andare verso le colline e aprire un varco così che tutti possano venire a visitare il villaggio di ADARTS, così ricco di ingegno e belle opere, di generosità e sincerità, di bellezza e semplicità. Da alcune settimane faccio un incubo ricorrente: sogno sempre di essere lì, ai piedi della collina e sentire rumori di altre civiltà che provengono dal pendio opposto; all’inizio il mio cuore si riempie di gioia e i battiti aumentano in preda all’eccitazione ma poi, non appena inizio a correre verso il ciglio della collina, gli alberi sembrano voler frenare la mia corsa, i cespugli mi feriscono e i piedi affossano nella selva selvatica di quel luogo misterioso e posseduto da strana intelligenza. La paura prende il sopravvento, inizio a immaginare mostri orribili al di là delle colline e per paura di mettere in pericolo il villaggio prima mi fermo in preda all’angoscia più nera e poi mi scaravento a terra. Resto lì alcuni minuti immaginando le cose più orribili al di là delle colline, gente che invece di apprezzare ADARTS potrebbe semplicemente arrivare a distruggerlo. E così mi rialzo e corro giù lungo le pendici e mi rintano nella mia casetta di pietra, vergognandomi per quella stupida e inutile curiosità che mi poteva mettere in pericolo. Poi, un mattino, mi sveglio e pronuncio una parola che suona come una rivelazione: STRADA! Dove avevo sentito quella parola? Cosa voleva dire? Corro dal saggio del villaggio, un vecchio omino con la pelle screpolata e gli occhi di qualcuno che ha vissuto almeno dieci volte… Il saggio non mi dà risposte e mi lascia con un interrogativo, cosa tipica dei saggi: è più importante scoprire ciò che sta al di là delle colline e aprire a tutti la generosità e la

bellezza di questo villaggio o piuttosto rimanere rintanati e incantati per sempre conservando tutto ciò che abbiamo solo per noi? La risposta a questo interrogativo ti darà il giusto significato per quella strana parola che hai appena pronunciato… STRADA. E così, me ne andai senza aver capito praticamente nulla di quella sua strana spiegazione arzigogolata… Restai parecchio tempo a riflettere sull’interrogativo del saggio: qual è il senso della nostra vita? Dare tutto ciò che abbiamo o tenere tutto per noi? In fondo era questa la domanda…? Ma non si poteva fare un po’ e un po’? Forse in altri mondi succedeva così, ma non nel nostro, dove non esistevano accessi all’esterno. Non parlai a nessuno di tutto ciò, per paura che mi trattassero come un folle. Alla fine presi la decisione: in fondo, la bellezza del nostro villaggio poteva non essere unica; potevano esistere realtà altrettanto incantate da scoprire una volta aperto un varco.E così mi misi a scegliere gli arnesi più utili all’opera: questa volta, non poteva essere come nel sogno; l’apertura di un varco meritava un accesso confortevole e regale, per tutti! Mi misi a scavare, tagliare, salire, riempire, trasportare… finché gli abitanti del villaggio, senza neanche sapere cosa facevo, si misero a darmi un mano per solidarietà. Nessuno sapeva a cosa portava, ma tutti parlavano dell’opera più imponente e maestosa che ADARTS avesse mai progettato nei secoli della sua storia. Finché un giorno, arrivammo ai piedi della collina sì, ma dall’altra parte: e con grande sorpresa e stupore davanti a noi si aprì il mondo… fatto di tanti stupendi villaggi come il nostro, ognuno collegato da strani accessi lunghi e regolari che tagliavano le colline e le pianure. E la gente si spostava da un villaggio all’altro, e tornava con nuove idee e gioie da condividere… E, senza nemmeno accorgercene, alcuni abitanti del villaggio si avvicinarono a noi e sorridendo ci dissero: cari vicini, era da anni che aspettavamo questa STRADA. E così capii il significato di STRADA: in effetti, la strada è un passaggio, e per fare un passaggio ci vogliono tante braccia. Ma non solo, ci vuole anche tanta generosità, perché quello che avevi solo per te, tutto a un tratto, lo apri al mondo. Avevo appena esaurito il mio pensiero che gli abitanti del villagio vicino erano già entrati ad ADARTS e parlavano apertamente con i mie compaesani delle stupende opere che avevamo saputo costruire… Tutto ciò mi fece piangere di gioia. Dimenticavo, il mio nome è ORDNAS SELA OLLUG.

“La vita è una scoperta, la strada è l’accesso a ogni scoperta”. Dedicato a Jeanne, la scoperta più bella della mia vita.


non avere alcun pregiudizio, e pochissime abitudini. Apprezzavo la delizia d’un letto soffice, ma anche il contatto, l’odore stesso della terra nuda, le disuguaglianze di ogni segmento della circonferenza del mondo... Mi era noto ogni miglio delle nostre strade, forse sono il più bel dono che Roma abbia fatto alla terra.” (Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)

Con il desiderio che per tutti, un giorno, la strada sia una scelta di viaggio e conoscenza, e non un obbligato e crudele rifugio.

Martina Casadei

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parole rubate da Silvia Bailo

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“Su venti anni di potere, dodici li ho trascorsi senza fissa dimora. Ho abitato di volta in volta i palazzi dei mercanti in Asia, le oneste case greche, le belle ville munite di bagni e stufe dei residenti romani in Gallia, i tuguri, le fattorie. La tenda, quella leggera architettura di tela e di corde, era ancora l’abitazione che preferivo... L’unica mia esigenza era la velocità e tutto ciò che l’asseconda: i cavalli migliori, le vetture più molleggiate, i bagagli meno ingombranti, gli abiti, le suppellettili più adatte al clima. Ma la grande risorsa era, innanzi tutto, lo stato perfetto del corpo: una marcia forzata di venti leghe non era niente; una notte insonne la consideravo null’altro che un invito a pensare. Sono pochi gli uomini che amano viaggiare a lungo; è una frattura continua di tutte le abitudini, una smentita inflitta incessantemente a tutti i pregiudizi. Ma io facevo di tutto per


nella strada della vita voglio lasciare un segno

{ arachno }

sono un viaggiatore.


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Dal Diario di guerra di mio zio Piero Brocca. Russia, 1943.

Raffaella Capellaro


La strada

(Claudio Chieffo)

È bella la strada per chi cammina. È bella la strada per chi va. È bella la strada che porta a casa e dove ti aspettano già. È gialla tutta la campagna ed ho già nostalgia di te ma dove vado c’è chi aspetta così ti porto dentro me... Porto con me le mie canzoni ed una storia cominciata è veramente grande Dio è grande questa nostra vita. C’era una volta, Gianni de Marchi

Questa è la storia di migliaia di americani in marcia lungo la Highway 66, verso gli aranceti della California, alla ricerca di un lavoro (mal pagato), in realtà verso lo sfruttamento, la miseria e la fame. Steinbeck lo ha scritto nel 1939, ma a noi sembra -purtroppo- più attuale che mai. Dal Capitolo V di “Furore”

I latifondisti arrivavano sul posto, o più spesso i loro rappresentanti. Arrivavano in macchina, e saggiavano con le dita la terra arida, e qualche volta facevano eseguire dei sondaggi in profondità. I mezzadri, sulle aie assolate, stavano inquieti a seguire con gli occhi le vetture fare il giro degli appezzamenti. E finito il giro i latifondisti, venivano sull’aia e senza scendere dalle vetture parlavano ai mezzadri attraverso il finestrino. Sulle soglie dei casolari le donne s’affacciavano a guardare, e dietro di loro i bambini: teste bionde, occhi dilatati, piedi nudi l’uno accavallato sull’altro, le dita nervosamente agitate dalla curiosità. Donne e bambini

guardavano il capofamiglia conferire col latifondista. Immobili, silenziosi. Se il proprietario della terra era una banca, o una società finanziaria, i rappresentanti dicevano: La Banca (o la Società) intende vuole… esige… ha bisogno... Alcuni rappresentanti erano orgogliosi d’essere schiavi di così possenti e inesorabili padroni. Sedevano sui cuscini delle vetture e spiegavano: lo sapete anche voi che la terra è povera. I mezzadri accoccolati annuivano, sconcertati… si, lo sappiamo, Dio lo sa... Sapete anche voi che la terra diventa sempre più povera. Gli uomini accoccolati annuivano: Lo sappiamo, Dio lo sa… ma se solo ci fosse consentita la rotazione delle colture, si potrebbe infonderle sangue nuovo… … Già, ma è troppo tardi. Se uno riesce a provvedere al suo so sten tamento e a pagare le tasse, può conservarla, la terra, certo che può. Si, ma se un anno manca il raccolto, la banca deve venirci incontro, coi prestiti.

Chiara Foglia e Nicola Carrù

Oh, ma la banca non può diamine! Non è una creatura che respira aria. Respira dividendi, mangia interessi. Senza dividendi, senza interessi muore. Gli uomini accoccolati cercavano di capire…e cosa volete che facciamo? Non possiamo rinunziare a una parte del raccolto, siamo già mezzi morti di fame. I piccoli non hanno da mangiare. Siamo coperti di stracci. …E alla fine i rappresentanti venivano al dunque. La mezzadria era un sistema che non funzionava più. Un uomo solo, sulla trattrice, ora sostituisce dodici, quattordici famiglie. Gli si dà un salario e si prende tutto il raccolto. Non c’è scampo. È doloroso ma è così. …I mezzadri alzavano gli occhi, pieni di spavento…E noialtri? Come si mangia? …Eh, a voi non resta che andarvene altrove. Viene la trattrice. Francesca Colciaghi e Renato Plati


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La strada è illuminata dal dolore, anche di notte. Serve ai viandanti della vita, per non perdersi; perchÊ anche la felicità la si incontra per strada. Inutile cercarla! Franco Belluschi


La storia dell’uomo e del mondo è scritta con le strade, siano di terra o d’acqua, indicate dalle stelle, dai venti o segnate sulle mappe. Possono essere facili o meno, attraversare pianure o deserti, valicare montagne o solcare mari e oceani. Ci sono le strade della speranza e le strade dei sogni ad occhi aperti sulle orme delle letture più o meno giovanili. La nostra strada, quest’anno in particolare, ci ha tenuto quotidianamente in viaggio portandoci ad essere con il sole di mezzanotte nell’estremo nord dell’Alaska e ci porterà a raggiungere il punto più a sud della Patagonia con il vento gelido di gennaio. Nei numerosi paesi attraversati e negli incontri avuti qualcosa di nostro abbiamo lasciato, ma molto di più abbiamo ricevuto. Ci sentiamo arricchiti da esperienze e condivisioni che le strade ci stanno regalando. Jenny e Franco Manzocchi

Nairobi dall’alto è come un grande cerchio che ne contiene uno più piccolo: nel cerchio interno stanno i grattacieli e le strade asfaltate, nel cerchio periferico stanno gli slums dove vivono milioni di persone. C’è una strada a Nairobi che più di altre segna il confine tra il primo e il secondo cerchio e si chiama Accra Road: di qui i negozietti arabi e le rosticcerie libanesi, di là la polvere e lo squittire dei sorci. Molti bambini camminano per strada sniffando il solvente dalle arance che tengono in mano: ho conosciuto un ragazzo che non aveva più le impronte sui polpastrelli delle dita dal tanto trafficare con la colla e con la terra della discarica dove rovistava per mangiare. Le strade di Addis Ababa invece sono lastricate di buchi: greggi di capre si fanno largo nel traffico, ma più numerosi delle capre sono i mendicanti, di tutte le età, ciascuno con la propria disgrazia (per lo più poliomelite), ognuno proprietario soltanto del proprio nome. Tutti vivono per strada, camminano, si salutano, giocano con palloni di stracci, ma quando viene la notte le strade sono invase da cani randagi e, più in peri-

feria, dalle iene. Sette anni fa in Senegal, su un piccolo autobus, ho impiegato 12 ore per fare 240 km: mentre il pulmino si dibatteva nel fango della Transgambiana durante le grandi piogge i miei compagni di viaggio masticavano noci di cola, sbucciavano manghi e offrivano cartocci di carne con le cipolle e c’era addirittura un gruppo musicale, cinque persone in tutto, che andava a Conakry in Guinea e che suonò per qualche ora, alleggerendoci il viaggio. Nell’Etiopia del sud, a poche ore dal Sudan e dal Kenya, i pastori accompagnano le mandrie di bovini in cerca di foraggio e acqua: come gli aborigeni d’Australia, i pastori Hamer, Borana, Dassenech, danno un nome ad ogni acacia, ad ogni collina, ad ogni sorgente che segna il loro camminare perché ogni strada è legata alla storia di un clan, ogni strada parla dei loro antenati. Stefano Zimbaro


E senti allora, se pure ti ripetono che puoi fermarti a mezza via o in alto mare, che non c’è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare. (Da “A galla”, Eugenio Montale)

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noventa y cuatro | y cinco

Barbara Alberti


Quel ragazzo stava lì, seduto in mezzo alla strada a chiedere moneta, passanti accaldati al tramonto, la mano tesa e qualche parola in tutte le lingue sui minareti di Istanbul. Il turista dice aspetta che torno subito aspetta ti prego non te ne andare e lui lo guarda che non capisce ma poi lo segue, con lo sguardo mentre s’infila in un negozio e l’altro è dentro, al negozio, dove fanno il kebab, e ogni tanto sbuca fuori la testa, controlla e dice ti prego fai presto perché lo sa che l’altro scappa ma quello non capisce e impiega del tempo, e intanto il ragazzo osserva e si vergogna, da fuori e l’altro dentro sbuca ancora la testa, e lui è ancora lì e allora paga veloce col kebab in mano, esce di corsa perché vorrebbe che lui mangiasse qualcosa, almeno quella sera, e lui non c’è più ma poi lo vede, in una traversa, nascosto nella profondità di una vetrina chiusa e gli porta il panino ma quello dice di no, con la bocca, ma la bocca ha fame, si vede che ha fame, ma dice di no, e lo dice con gli occhi. ed è un no secco. Quel kebab finisce nel cestino poi tutto succede in un attimo, la sua ragazza lo richiama e il turista torna indietro, lei dice ti amo quando fai così e lui dice non l’ha neanche toccato, il kebab, quel ragazzo. Lei dice andiamo, lui dice va bene. E fanno dei passi, dei passi verso il mare, poi cambiano idea e tornano indietro, verso l’alto, verso santa sofia passano davanti alla via dove lui si era nascosto, non c’è più nessuno ma lui la vede la carta in mezzo alla strada. Un pezzo di carta vuota. Quanta fame ha l’orgoglio?

Asfalto vernice asfalto vernice asfalto vernice asfalto vernice bianca asfalto vernice nero asfalto vernice. Un piede dopo l’altro, un grido dopo l’altro macchie di memoria nei cieli estinti di maggio. Mi perdo a Miami, mi perdo a Bogotá, mi perdo a Rovigo, mi perdo a Stoccolma, mi perdo a Pechino: Per terra trovo sempre asfalto vernice asfalto vernice nero bianco asfalto vernice, non sono mai stato da nessuna parte ma questa nessuna parte ha un confine ben definito dove tutto è sbagliato, il natale è sbagliato, questo libro è sbagliato, anche il sole è sbagliato. Davanti bianco nero asfalto vernice asfalto dietro asfalto vernice asfalto nero bianco. Dalle nostre parti la fantasia si è estinta quando è arrivata la strada la strada ha mangiato i nostri – miei – piedi pensavamo di avere mille vie di fuga. Invece il viaggio ha perso l’epopea fantastica, la permanenza, estirpato radici. Vanno tutti di fretta. Qui, nella mia periferia, la gente passa veloce e non incontra mai il cuore. Vanno tutti di fretta e non ti guardano gli occhi, e fanno bene perché uno sguardo è pesante da portare a cena. Vanno tutti di fretta e guardano in basso quello che vedono è asfalto vernice asfalto vernice asfalto vernice asfalto vernice bianca asfalto e vernice terra di passaggio, terra di periferia. Luca Sacchi


“Cominciai ad andarmene lungo la costa (…) seguendo il nastro bianco della strada, sotto le stelle ammiccanti, con il piede sull’acceleratore e la testa piena di idee per un altro libro, una notte dopo l’altra, e tutti che mi parlavano di giorni di sogno a me sconosciuti, di giorni sereni a cui non volevo pensare (…). Questa sì che era vita: girare, fermarsi e poi proseguire, sempre seguendo il nastro bianco che si snodava lungo la costa sinuosa, liberandosi di ogni tensione, una sigaretta dietro l’altra, e cercando invano delle risposte nell’enigmatico cielo del deserto”. (John Fante)

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Katia Tumidei

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La parola “strada” evoca sempre nell’immaginario un viaggio… “Viaggiare, come addormentarsi, è sempre un pericolo, e ogni volta una promessa. È logico temere i pericoli: tuttavia, l’intensità delle promesse annulla ogni paura. Chi si è innamorato almeno una volta nella vita lo sa. Lo sappiamo tutti. Non c’è paura più implacabile, né più dolcemente superata, di quella che ci invade il corpo quando un turbine di desideri si mette in cerca della promessa che qualcuno ci fa con il suo semplice esistere davanti agli occhi. Viaggiare, dormire, innamorarsi, sono tre inviti alla stessa attività. Tre modi di andarsene altrove, in luoghi che non sempre capiamo, su cui non abbiamo mai il controllo, che ogni notte sono diversi, e ogni mattina ci abbagliano e spaventano come un granitico pomeriggio d’ottobre. Dove vanno i bambini quando dormono? In quali orecchi gridano la loro gioia? Da quale mondo proviene l’orrore che li sveglia nel cuore della notte? Chi li ascolta per ore e ore fino a riaccompagnarli sulla riva del nuovo giorno con le guance lustre e le gambe inquiete? Con una fame da primo giorno di vita e una felicità cocciuta e affascinante?…” (“Puerto libre”, di Angeles Mastretta)

Ludovica Francesca Guido Gelpi


in strada sei solo in casa sei una famiglia.

Natale 2003 KeyDue


La vita è un mistero

scoprilo La vita è tristezza

superala La vita è bellezza

ammirala La vita è una lotta

La vita è un gioco

giocala La vita è un dovere

compilo

noventa y ocho | y nueve

combattila

abbiane cura La vita è ricchezza

conservala La vita è un’inno

cantalo La vita è felicità

meritala La vita è vita

difendila Speed Transport Service Italiana

(Madre Teresa di Calcutta)

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La vita è preziosa


“C’è solo la strada su cui puoi contare la strada è l’unica salvezza; c’è solo la voglia, il bisogno di uscire di esporsi nella strada, nella piazza. Perché il giudizio universale non passa per le case, in casa non si sentono le trombe, in casa ti allontani dalla vita, dalla lotta, dal dolore e dalle bombe.” (Giorgio Gaber)

Luca Roldi

Sally

cammina per la strada senza nemmeno guardare per terra Sally è una donna che non ha più voglia di fare la guerra Sally ha patito troppo, Sally è già stata punita per ogni sua distrazione o debolezza Per ogni candida carezza data per non sentire l’amarezza… Sally cammina per la strada sicura senza pensare a niente Ormai guarda la gente con aria indifferente Sono lontani quei momenti quando uno sguardo provocava turbamenti ... quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole … perché la vita è un brivido che vola via è tutto un equilibrio sopra la follia... Ma forse Sally è proprio questo il senso del tuo vagare Forse davvero alla fine ci si deve sentire un po’ male... Sally cammina per la strada leggera ormai è sera Ed un pensiero le passa per la testa. … Forse la vita non è tutta persa … Forse qualcosa si è salvato … Forse davvero non è tutto sbagliato … Forse era giusto così... (V. Rossi)

Federica Poletti


Il ciclista urbano è per sua natura un inventore.

(Tratto da: “Piccolo trattato di ciclosofia, il mondo visto dal sellino” di Didier Tronchet)

Alessandra Camurri e Piergiorgio Petruzzellis

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La solitudine, in mezzo ad una marea di automobili, gli conferisce la sensazione di doversi battere per imporre il proprio universo. Il suo mezzo di trasporto arciminoritario (una bicicletta ogni diecimila autovetture a Parigi) lo conforta nell’idea che egli vive nell’era gloriosa dei pionieri, che c’è molto di nuovo da inventare. E questa pagina bianca nella storia dell’umanità, scritta con i suoi copertoni, è una bella sfida che egli raccoglie ogni giorno, sollevando la testa, un occhio alla circolazione per evitare di essere un martire prematuro. In un organismo urbano in cui sono solo un corpo estraneo, in una città ostile, s’inventano un modo di essere che non è stato previsto per loro. Tratteggiano nello spazio la minuta di una città in bicicletta: tracciano e cancellano.

Le loro evoluzioni sono rimorsi d’artista. Sono tutti presi nel loro atto creativo, nello schizzo febbrile. Non giudicateli adesso, ma quando avranno terminato la prima stesura. Nell’attesa, smettetela con questi colpi di clacson, con i vostri fischietti striduli, fate silenzio e trattenete il respiro come fareste davanti ad un bambino che fa i primi passi in un equilibrio sempre sul punto di infrangersi. Osservateli con indulgenza commossa. Cercano, barcollando, un nuovo equilibrio che rimetterà in marcia la città

Se vuoi fare strada, dai strada. (Sam Rayburn) Antonio e Graziella Panizza


Giovani labbra che si uniscono donandosi effluvi di miele. Si scambiano parole di eterna ingenuità, che non moriranno scolpite come effigi nelle loro tenere menti. Piccole zanzare pungono la mia pelle ricordandomi che sono qui, ora! Voci di bambini come puntini di colore sulla tela di pittori agorafobici. Tre piccole vite che sperano di raccogliersi in un unico sguardo d’amore ma si perdono nella stanchezza di quotidiane abitudini. Grandi naviganti della strada, ognuno a rincorrere i suoi profumi. E poi c’è Margherita, fiore di questi luoghi, che vuole solo una mela da succhiare, un bandana per essere guerriera e una salopette di stracci indossata senza fretta. Laura Dozio

P.zza amati 3, quarto piano. Casa di mamma. Mi affaccio al balcone e la mia strada è ancora li. Una strada senza uscita, il mio parco giochi. Elastico, corda, bicicletta e fantastiche partite di baseball. Come? Le basi: tombini. La mazza: un legno. Le squadre: miste. I fuori gioco: le palline perse e i vetri rotti della scuola accanto! Milena Concetti

Alessandro, Vittoria e Luca


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Simone e AndreaTraverso

“... e con la faccia pulita, cammini per strada, mangiando una mela, coi libri di scuola...� (Vasco Rossi)

Irene Fiorini


APPARIZIONE Alte sopra la tangenziale, chiare, due case con in mezzo un capannone. È questa l’apparizione, ma non c’è niente da annunciare. Eppure, solo a vederli là fermi, diritti davanti al sole, i muri ti consolano più di qualsiasi parola. Cancellate, ringhiere, muri, colonne, cornicioni: ha l’aria, tutto, come se qualcuno dovesse veramente rimanere. (da "Esempi", Marcos y Marcos, 1992)

Marco Petrus, Prospettiva (1995, particolare) Poesie di Umberto Fiori

OCCHIATA Col sole, una mattina, ho visto come la vostra forza vi ha fermato, care case. Voi non andate da nessuna parte. Restate qui, a portata di mano, ma guardate lontano, via, laggiù, dove siete veramente fondate. (da "Tutti", Marcos y Marcos, 1998)


Dario Bertolesi

Ho cambiato strada. E non ho trascurato i viottoli. Diffido di chi percorre solo autostrade. Elena Casadei

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noi contro gli altri della via: chi la tira la va a prendere, se il portiere salta il tiro è fuori. In quel periodo però mio papà non voleva che attraversassi da solo, ma io una volta sono andato dalla nonna e che abitava dall’altra parte della strada, lui si è arrabbiato, mentre lei contenta di vedermi mi ha dato la mancia. Poi in strada ci sono andato con il nonno che mi accompagnava a scuola. La strada non era lunga, ma Viale Giovanni da Cermenate – il suo nome – sì, e di conseguenza mamma e papà avevano paura che mi perdessi. Allora per fare bella figura con i compagni di classe mi facevo accompagnare fino all’angolo del cancello, lì salutavo il nonno e facevo gli ultimi 50 metri da solo, sì sì, da solo, con la cartella su una spalla e il giubbotto slacciato così sembravo più grande. D’improvviso la strada è cambiata, è diventata una striscia di fango in mezzo alle campagne, portava alla nostra nuova casa, che quando arrivò la neve dell’86 mi sembrava di vivere in montagna, ci voleva lo spazzaneve per uscire dal quartiere. Poi la strada è cambiata ancora, è diventata più lunga, ma l’accorciavo io con la mia Vespa e sono arrivato fino in via Boschetti, dove ho accompagnato Sara.

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Darioooo! Dario! Scendi? Gianni Campo, il figlio della signora del secondo piano mi chiamava dal suo balcone. Io mi affacciavo come sempre, sapendo già cosa mi stesse chiedendo, desideroso solo di scendere in strada a giocare; bastava un cenno e via. Un minuto dopo mi gettavo a capofitto dalle scale, saltavo i gradini lanciandomi direttamente sul pian e r o t t o l o e i n u n a t t i m o e r o l ì . Vi a Sant’Ampellio 16. Pallone nel sacchetto di plastica, macchinine in tasca e 500 lire nel risvolto delle calze per comprare la focaccia. Cominciava il pomeriggio: giocavamo a macchinine, con il gesso della scuola si disegnava il circuito preferito sul marciapiede, di solito facevamo finta di essere a Monza e si giocava alla formula uno con la regola di ferro per cui chi va fuori pista l’altro tira due volte. Non ho mai vinto un mondiale, perché Gianni era troppo forte. Mio fratello invece era ancora troppo piccolo, ma avevamo deciso che poteva giocare lo stesso con noi. Dal balcone o dal portone di casa la nonna controllava che non facessimo gli stupidi e soprattutto ci raccomandava di non andare sotto le macchine. Poi arrivò anche Omar, il figlio della signora Turati, era biondo e andava sempre in bici, noi lo chiamavamo Omar lo svedese. Allora anche io, Sergio e Gianni abbiamo cominciato ad andare in bici. Ci divertivamo a fare il giro della casa, perché più lontano non potevamo andare. Piano piano però il giro della casa è diventato il Palio di Siena: facevamo finta che le biciclette erano i cavalli e a turno ognuno di noi faceva Aceto, che vinceva sempre. Le corse erano così sfrenate che non riuscivamo a fare più di un Palio al giorno. Poi mamma e papà ci dissero che se stavamo attenti potevamo attraversare la strada, beh allora andammo subito ai giardinetti dove c’erano i bambini degli altri condomini. Lì le sfide divennero autentiche, altro che macchinine, altro che biciclette, era calcio puro, nessuna classifica, nessun campionato, solo una partita secca dalle due del pomeriggio alle cinque della sera,


Trovarsi insieme è un inizio, restare insieme un progresso e lavorare insieme un successo.


For the friends this important new adventure brings every day, hoping that our future “streets” will be challenging and successful.You have been, you ar

Marianne, Mario, Mathias, Roberto, Sara. International MBA 106|10 7

ciento sies | ciento siete

that our paths will continue to cross many, many times. Wishing all the best to every one of us…and a very merry Christmas!

e and you will be important companions. From now on we will be building our own roads… Hoping


Viaggi, fotografie... ricordi!!! Quando si entra in casa mia, e precisamente nella mia sala, il primo impatto è una parete semi coperta di maschere, maschere di tutti i paesi che in trent’anni di matrimonio abbiamo visitato. Sì, perché fortunatamente con Mario, mio marito, abbiamo girato parecchio e sempre… lontano. Ci si riservava di visitare a fondo l’Italia in un secondo tempo, “invecchiando non potremo affrontare viaggi troppo faticosi e quindi lo faremo poi! Purtroppo il “poi” non ha fatto a tempo ad arrivare e Mario ci ha lasciato. Però se osservo le mie maschere, mi si affacciano tanti tanti ricordi, tanti paesi diversi, esotici, dall’Africa all’Asia, all’America;

ed era tanta la passione che ci univa per i viaggi che se non riuscivamo a farli insieme o per mancanza di soldi o per non poter lasciare i bambini, almeno uno di noi lo faceva e poi, al ritorno, ci si raccontava e le nostre migliaia di diapositive lo testimoniano. Certo un viaggio senza macchina fotografica non è un viaggio. Prima si organizza e si studia l’itinerario, poi si va e si gode dell’esperienza e poi al ritorno si rivedono le fotografie e si rivive il tutto. È proprio come fare un viaggio per tre volte… Da quando Mario non c’è più, i miei viaggi si sono molto… ristretti, ma per fortuna i miei figli coltivano la stessa passione… ”Sol chi non lascia eredità di affetti poche gioie ha nell’urna”: è come condividere ancora con il papà queste… avventure! Annamaria

Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva. La nostra estate era già cominciata… È la strofa di una canzone della mia “estate”, quando insieme a lui ho imboccato la nostra strada. Adesso è arrivato il nostro “autunno”, una stagione di raccolto: le messi sono così abbondanti e generose che mi fanno ringraziare le curve improvvise, le salite a volte aspre, gli stop inaspettati e le riprese fiduciose che ci hanno portato, sempre uno affianco all’altro, sino a qui. Augusta Mamoli


Destro, avanti. Sinistro che si slega da terra e avanza oltre. Orme obbligate e programmate fuggono dal controllo, comandano piedi, gambe, muscoli, nervi e cervello. La testa pesa, e la mente è abbandonata al torpore del difficile risveglio. Lui esce di casa. Portone, a destra. Dritto dritto fino in fondo alla via. Attraversa il cumulo di gente in attesa alla fermata. Sempre la stessa e sconosciuta massa. Giunto alla fine della via, a destra. Poi, la prima a sinistra. E ancora destra. Ma non la prima. La prima si salta, neanche la si considera. Alla seconda. Alla seconda si volta. Il lattaio, il tabacchi, portone, finestra, finestra... lavanderia, fotografo... al negozio di computer attraversa la strada. Stazione, caffé, treno, ufficio. Facile no? Poche inutili varianti. Ogni passo diverso dal precedente impegna la mente, e mina il maniacale algoritmo del percorso. Destro, sinistro. Destro, sinistro. Senza variare, senza pensare, senza parlare. Eppure, la pelle sfiora e schiva altri individui. Sente freddo, percepisce qualche alito caldo. E gli odori... impregnano l’aria. Ma l’occhio, quello non si distrae. Non distoglie l’attenzione. Mira dritto oltre di sé, unica via di fuga. La coda dell’occhio vede susseguirsi vetrine, persone e paesaggi urbani. Senza nulla catturare. Destro, sinistro. Destro, sinistro. Lui viaggia, come un treno sul suo binario d’acciaio invisibile, ogni mattina, cinque giorni a settimana.

È un respiro lento e profondo... L’alito caldo conforta il naso ghiacciato... La testa è immobile, ma il suo occhio non arresta un attimo il frenetico spostamento. Si muove con la gente che passa. L’uomo che vive a terra, ha uno sguardo attento, e con esso ha imparato a conoscere le persone, senza mai condividere parole e senza mai sfiorarsi le mani. Conosce il cumolo di gente alla fermata. Uno ad uno. Conosce l’uomo che ogni mattina si dirige alla stazione. Destro, sinistro. Destro, sinistro. Distingue gli odori. Quelli sgradevoli, i buoni e i nuovi. È sempre lì, sette giorni alla settimana. Ed ogni giorno viaggia. Incontra persone, cattura immagini oblique, vede gambe fuggenti, occhi pesanti. Ogni mattina l’altro esce di casa. Portone, destra, e via dritto dritto fino in fondo alla via. Destro, sinistro. Destro, sinistro. Ogni mattina l’uomo che vive a terra lo attende e osserva la sua fuga. L’unico legame rimasto è quel brandello di marciapiede, di quella solita fermata, sulla strada. Suo fratello viaggia e torna come un treno pendolare distratto, e non si accorge. Fabio Russo

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Il percorso è inchiodato al suolo. Una striscia ed un’unica via di fuga, dritta davanti a sé. Lui non si lascia solleticare l’istinto dal bisbiglio di traiettorie secanti, né dall’aria, che curiosa si affaccia agli angoli delle vie, a proporre nuovi passaggi e diversi orizzonti. Ogni mattina ricalca la linea invisibile marchiata a fuoco nella sua mente congelata. I suoi passi vengono risucchiati da calamite che dimorano sotto la superficie del marciapiede.

L’altro uomo vive a terra, coricato sul suo cartone. Proprio vicino alla fermata. Osserva, e lo vede passare tutti i giorni. Conosce bene il suo volto, e con esso le pieghe che ne mutano le espressioni. Lo osserva dalla sola prospettiva: dal basso verso l’alto. L’uomo che vive a terra, è fatto di cartone, coperte grigie, strati di stracci e vestiti consumati. Controlla il respiro e lo scandisce ritmicamente.

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Uno scontro per strada


INCROCI DI NOTTE strada MARCIAPIEDE semaforo ROSSO pedone BIANCO zebra JUVENTUS crimea GUERRA pace PANE vino ROSSO fuoco CASTAGNE ricche ORO STRADA lontana LETTERA bacio CIOCCOLATO latte BISCOTTO alessandro NANNA orsacchiotto POLLICE sinistro DESTRO nano DOTTO inconsapevole strada NEGOZIO francobollo TABACCHI sali SCHIUMA DA BAGNO bolla FUMO camino CASTAGNE riccio STRADA lucciola ESTATE ombrelloni STRADA deserto ACQUA pozzo SETE sudore CALDO vibrazioni TERREMOTO morte TESCHIO soprammobile CACCIATORE CON CANE amico TESORO Pezzi di strada 3. Michele Acquarone e Elena Tazzioli

Pezzi di strada 1. Michele Acquarone e ElenaTazzioli

coda strada autostop autostrada lavori in corso divieto di sosta fiume d’acciaio asfalto rovente terra soffocante cimitero di foglie schiamazzi notturni fermata dell’autobus cassonetti grate e tombini

bellavista valle del ponte boschi pacinotti virgilio east 54th curiel cristofori ognissanti poinciana como colletta perugino... morazzone cesariano Pezzi di strada 2. Michele Acquarone e Elena Tazzioli

so semaforo strada auto parcheggio marciapiede.

STRADE URBANE

STRADE CONVERGENTI

strada cartello semaforo verde strada vigile strada clacson parcheggio ... pausa lavoro scuola pausa … parcheggio freccia strada clacson strada vigile strada verde incrocio 70 orari strada curva freccia strada radio coda ros

il rumore che viene da fuori tutti i giorni sempre la stessa e poi parcheggio auto strada semaforo rosso coda radio strada freccia curva strada 70 orari incrocio destra strada sinistra


Semaforo verde. Passi stanchi. Accorati. Pochi altri camminatori in giro. Occhiate sfuggenti gli vennero dedicate da un paio di loro, un rivenditore di pezzi di ricambio per sintetizzatori di alimenti e una studentessa di bioanalisi mentale. A quell’ora del mattino, camminare poteva essere rischioso anche in una strada del centro. Le insegne olografiche dei negozi funzionavano a velocità ridotta, mentre le vetrine contribuivano a dare un senso di fredda attenzione, come giganteschi schermi ultrapiatti da videocamera di controllo. Altri passi; le note provenienti dai microdiffusori, una polifonia continua modulata sulle onde cerebrali alpha del Direttore del Consiglio Centrale contribuivano a diffondere un senso di fiducia. I mendicanti con permesso d’accattonaggio, scelti da un’apposita commissione del governo locale secondo rigorosi parametri psicofisicoattitudinali, emettevano i lamenti prescritti, aumentando così il senso di sollievo delle categorie superiori. Biancheria intima d’alta moda; la vetrina allestita dal grande Kenzo Kiguchi in forma di galassia a doppio anello rifletté la sua immagine. Capelli corti, occhi cerchiati, abiti banalmente normali, anonimi, anfibi ai piedi; la bocca leggermente aperta come di chi si perde dietro pensieri che non si sa spiegare da dove nascano, ma che si inseguono ostinatamente prospettando futuri ulteriori ad un te stesso forse desiderato, forse paurosamente simile alla realtà. Nella vetrina a gravità zero, un cyber-manichino cercava di attrarre la sua attenzione effettuando evoluzioni nello spazio virtuale. Niente di particolare: capriole, avvitamenti, torsioni.

tridimensionale da un normale computer portatile BiPentium. Quando si fermò davanti a quella vetrina, che dai passanti veniva solitamente omaggiata da una fugace occhiata, vide se stesso che guardava se stesso all’interno di una vetrina che rifletteva la sua immagine, avvolto dagli altri camminatori, dai mendicanti autorizzati, nel silenzio della notte, nel buio della solitudine, tra immagini di paesi assolutamente irreali, sconosciuti, forse inesistenti. A quanto sembra, riuscì a staccare lo sguardo da quell’immagine solo ventisette minuti più tardi. Una telecamera di controllo lo inquadrò, mani in tasca, nel momento in cui entrava nel fast food McHell, dove in quel momento si trovava una comitiva di anglokoreani appena uscita da un teatro della zona. Avevano assistito ad uno spettacolo hard-core psicocinetico, ma questo è ininfluente. Rimase sulla soglia un minuto, mani in tasca; quindi estrasse le due micromitragliette Uzi modificate, autorizzate dal Governo Centrale come arma di autodifesa, e uccise trentasette persone. Riuscì a decapitarne sette prima di essere abbattuto dalla polizia. Si ricercò per lungo tempo un vagabondo non autorizzato; alcuni testimoni quella sera lo avevano notato mentre suonava uno strano strumento a corde e fiato poco lontano dal luogo della strage. Non venne mai trovato. Il proprietario del negozio di libri di viaggio quella sera si trovava nel retro. Quando l’autore della strage si allontanò per entrare nel fast food alzò il calice di vino; osservò il colore rubino in controluce, e bevve avidamente, d’un fiato. Black Mamba & Morgan

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Vetrine

Lo stabilizzatore gravitazionale non doveva essere perfettamente a posto, perché durante quei pochi minuti che precedettero la strage il CM urtò due satelliti artificiali posti ai margini della galassia, incrinando l’effetto armonico creato dal vetrinista giapponese. Tutto sommato l’effetto gli piacque. La vetrina precedente che aveva osservato per dodici minuti, una rappresentazione olografica dell’abbattimento delle Twin Towers, avvenuta dieci anni prima, gli era parsa troppo simile ad un vecchio cartone della Pixel. Anzi, a ben pensarci forse era stato proprio quella vetrina a produrre il primo, impercettibile cambiamento d’umore, la prima traccia d’incrinatura nel suo equilibrio chimicamente indotto dalle psianfetamine disciolte nell’acqua dai tecnici del Governo Centrale d’Europa. Perlomeno, questo è quanto pensarono gli psinvestigatori che si occuparono del caso; di tutte le vetrine del Corso che erano state osservate attentamente dall’autore della strage, fu l’unica ad essere modificata. Non venne modificata la vetrina del sushipub, nella quale un sole a forma di vagina veniva bombardato da spermatozoi geneticamente modificati a forma di pesci e crostacei, né quella d’angolo della Macelleria Extramondo in cui, a secondo della posizione dell’osservatore, lo squartamento degli animali veniva percepito a volte come effettuata da antichi macellai arabi, altre da tribù pigmee ormai estinte, altre ancora da quattro tra i più famosi giornalisti della rete televisiva internazionale durante una trasmissione molto seguita in quelle ultime settimane. In realtà, fu la vetrina seguente a modificare irreparabilmente lo stato di armonia; la sua apparente semplicità la rendeva unica nel suo genere, passava completamente inosservata – e fu proprio questo a renderla invisibile anche agli psinvestigatori. Rappresentava se stessa, una vetrina di un negozio di libri di viaggio, ripresa da tre microtelecamere ad alta risoluzione poste sul selciato in modo tale da offrirne una triplice prospettiva – la strada nei due sensi di marcia e il negozio stesso - che veniva integrata in forma unica

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Premessa alla lettura. Un racconto è un racconto. Parole fermate nel tempo, un tempo variabile tra zero e infinito. Se volete dedicare alle parole che seguono qualche minuto, fatelo, se possibile, ascoltando “Why does my heart feel so bad” di Moby. E poi, andate a farvi un giro. A piedi.


Haight Ashbury, San Francisco 2002... Quella strana e bellissima sensazione di sentirsi a casa anche quando si è lontani migliaia di chilometri dalle proprie strade. Qui l’ho provata. Francesca Castelnuovo

Caro Mr. Bean, non offenderti più se ti chiamo così, non capisci quanto amore c'è nello sguardo ridente che mi susciti con le tue smorfiacce inimitabili... Ti adoro perchè sei fatto per me! E mi rubo questo angolo di libro per ripeterti che ti seguirò su tutte le strade del mondo, corsi d'acqua e ferrovie, sempre... "con la stessa valigia in due". E con simpatia inesauribile! Tua, Bridget Jones


POZZO: Waiting? So you were waiting for him? VLADIMIR: Well you see... POZZO: Here? On my land? VLADIMIR: We didn't intend any harm. ESTRAGON: We meant well. POZZO: The road is free to all. (Waiting for Godot, Samuel Beckett)

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Simon Cripps

“Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio... per ora solo, ma ti aspetto”. Ilaria Furlan


Tutti gli amici incontrati a Immagimondo. Festival di viaggi, luoghi & culture Osnago 4/5 ottobre 2003 "Viaggiare significa prima o poi diventare amici di quelle persone che vivono nelle terre che tanto ci fanno sognare: incontrarle, conoscerle, capirle�. Grazie a Les Cultures per il prezioso invito.


Auguriamo a tutti una lunga strada di serenitĂ .

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Mediaprint & Mediascan


Xmas Project 2003 è Adriano Tomasetta ♥ Katia Tumidei ♥ Ada Spallicci ♥ Cicci Carini ♥ Alessandro

Bompieri ♥ Sarah Nocita ♥ Giulia Utili ♥ Chiara Utili ♥ Elena Casadei ♥ Marina Gemic ♥ Vittorio Salvini ♥ Martina Casadei ♥ Claudia Mazzei ♥ Alessandro Gallio ♥ Marco Tomasetta ♥ Maurizio D’Adda ♥ Alessandro Gullo ♥ Briciola ♥ Francesca Piovaccari ♥ Valeria Zorzi ♥ Cristiana Gerosa ♥ Giacomo Moletto ♥ Chiara e Sergio Bertolesi ♥ Roberto Garavaglia ♥ Laura e Bertrand Galbiati ♥ Silvana Anzil ♥ Frezza Frida ♥ Luca Roldi ♥ Micaela Rambelli ♥ Alessia Castelli ♥ Lorella Bazzani ♥ Roberto e Ilaria Baschetti ♥ Leo Conti ♥ Laura Pacchioni ♥ Ina Subert ♥ Marco Panza ♥ Maria Elena Stocchi ♥ Luisa Valsecchi ♥ Gianluca Sanvito ♥ Elisabetta Vezzani ♥ Michele Acquarone ♥ Maria Teresa Bortoluzzi ♥ Stefano D’Adda ♥ Marcello Casadei ♥ Raffaella Cova ♥ Alessandra Camurri ♥ Piergiorgio Petruzzellis ♥ Elena Tazzioli ♥ Tommaso Albinati ♥ Maria Roberta Lucchesini ♥ Sandra Casadei ♥ Rosangela Anglani ♥ Andrea Tosi ♥ Luca Sacchi ♥ Mara Soldera ♥ Loredana Miola ♥ Nicola Persegati ♥ Stefano Mancini ♥ Alberta Magni ♥ Franco Belluschi ♥ Nicola Speroni ♥ Benedetta Speroni ♥ Lorenzo De Salvo ♥ Ivana Capozzi ♥ Ettore D’Adda ♥ Davide Dania ♥ Alessandra Ghirotti ♥ Sergio Febbi ♥ Paola Tarabra ♥ Fabio Russo ♥ Alessandro Concetti ♥ Ivano Palombi ♥ Grazia e Enzo ♥ Patrizia Zapparoli ♥ Paola e Max ♥ Diego Plati ♥ Greta e Claudia ♥ Jacopo Dalai ♥ Mamma Milly ♥Tiziana ♥ Giulia Di Sipio ♥ Laura Calligarich ♥ Alessandro, Vittoria e Luca ♥ Margot, Panino e Minnie May V ♥ Bruno Quaini ♥ Carmen Basanisi ♥ Michela, Dario, Chiara e Alberto Regazzoni ♥ Federica Poletti ♥ Piero Macchi ♥ Barbara Alberti ♥ Fabiana Gatti ♥ Luisa Baldini ♥ Amparo Restrepo ♥ Irene e Camilla Fiorini ♥ Valentina Vanoni ♥ Milena Concetti ♥ Annamaria Bichisao ♥ Roberta Sasso ♥ Sara Panizza ♥ Tina e Emilio Bertolesi ♥ Alberto Ciancio ♥ Alberto Furlan ♥ Jessica Manfreda ♥ Augusta Mamoli ♥ Monica Botto ♥ Stefano Errico ♥ Chiara Baj ♥ Claudio Sonego ♥ Matteo, Marta, Cristina e Alberto Cannistrà ♥ Fabrizio Colciaghi ♥ Claudio Dozio ♥ Giaime ♥ Guido Bichisao ♥ Alberto Gallio ♥ Lapo De Carlo ♥ Elena Fratti ♥ Serena Todesco ♥ Roberto Bernocchi ♥ Raffaella Capellaro ♥ Giuseppe Bettoni ♥ Giorgio Gallio ♥ Graziella e Antonio Panizza ♥ Andrea Riccardi ♥ Claudia Montanari ♥ Benedetta Nocita ♥ Sandra Galbignani ♥ Giampaola e Sandro Mazzucchelli ♥ Sara, Roberto, Mario, Marianne e Mathias ♥ Simona e Luca Strigiotti ♥ Vania Panizza ♥ Ilaria Furlan ♥ Ana-Maria Bruci ♥ Nicola Carrù ♥ Chiara Foglia ♥ Federico Fontana ♥ Giulia, Maria, Fiorella e Elio De Paquale ♥ Andrea, Simone, Rosy e Luca Traverso ♥ Marco Tuffi ♥ Diego e Luisa Lorenzini ♥ Monica Weisz ♥ Adriana e Eddy Scarso ♥ Gianmarco Pappalardo ♥ Barbara Castiglioni ♥ Paola Castiglioni ♥ Francesca Colombo ♥ Barbara Lanzillo ♥ Jenny e Franco Manzocchi ♥ Lorenzo Vigorito ♥ Greta Spoladore ♥ Titì Fiorini ♥ Francesca Colciaghi ♥ Elisa e Pierfranco Crosti ♥ Emma Cometto ♥ Laura Pacchioni ♥ Chiara e Goffredo Bonasi ♥ Giuseppe Bruno ♥ Patrizia Sevieri ♥ Alia Bengana ♥ Raimondo Gissara ♥ Gianni De Marchi ♥ Anna Dall’Osso ♥ Giacomo, Viviana e Claudio Elie ♥ Marco Petrus ♥ Filippo Marconi ♥ Alessandro, Valeria, Giacomo, Francesca e Renato Vella ♥ Beatrice Chichino ♥ Luisa De Paoli ♥ Alberto Ferri ♥ Chiara Pagani ♥ Jacopo e Maurizio Carrer ♥ Alberto Belluschi ♥ Laura Dozio ♥ Lorida Tieri ♥ Stefano D’Adda ♥ Elena, Roberto, Daniele, Chiara, Rosella e Massimo Gianotti ♥ Silvia Bailo ♥ Stefano Zimbaro ♥ Ludovica, Francesca e Guido Gelpi ♥ Bibi Dalai ♥ Michele Acquarone ♥ Elena Tazzioli ♥ Luca Sacchi ♥ Luca Roldi ♥ Stefania Di Giacomo ♥ Elena Lamera ♥ Mario Tomasoni ♥ Paola Francescon ♥ Cristiano Ercolin ♥ Staff 91 ♥ Emanuele Palermo ♥ Santo Palermo ♥ Marco Annoni ♥ Abdalla Reda ♥ Patrizia Giannotte ♥ Federica Capuzzo ♥ Progefin srl ♥ Cambiolavoro ♥ Aki Memon ♥ Nunzia Balzano ♥ Emanuele Greco ♥ Francesca Spelta ♥ Maricarmen Serrano ♥ Raffaella Baldi ♥ Andrea Torelli ♥ Eurologos Milano ♥ Matteo Fiorini ♥ Dario Bertolesi ♥ Paola Scodeggio ♥ Francesca Castelnuovo ♥ Daniela Alfonso ♥ Ilaria Furlan ♥ Simon Cripps ♥ Tom Harris ♥ Elizabeth Shaw ♥ Emi Music Italy ♥ Speed Transport Service Italiana ♥ Gian Piero Fiorini ♥ Giuseppe Pandolfino ♥ Mario Carbone ♥ Carmen Ruggiero ♥ Fabrizio Monterosso ♥ Laura Valsecchi ♥ Tatiana Belloni ♥ Gabriele Dozzini ♥ Stefano Frigeri ♥ Massimo Nocito ♥ Egidio Tarantino ♥ Johannes De Ciutis ♥ Patrizia Romani ♥ Mohamed Ben Aziza ♥ Antonello Felline ♥ Alberto Cometto ♥ Antonio Stompanato ♥ Pamela De Luca ♥ Rosanna Gervasi ♥ Barbara Ieva ♥ Daniele Piani ♥ Luigi Del Guercio ♥ Arachno Team ♥ Franco Calcagnì ♥ Sergio Sini ♥ Studio Fabrica ♥ Franco Casali ♥ Renato Volpi ♥ La Stamperia ♥ Giampaolo Donati ♥ Market Call ♥ Roberto Plati ♥ Renato Plati ♥ Federica Ricci ♥ Francesca Ambrosi ♥ Caterina Toniolo ♥ Silena Amoruso ♥ Keydue ♥ Roberto e Ilaria Baschetti ♥ Advertising & Communication ♥ Antonella Genovese ♥ Fluxus ♥ Luca Fenati ♥ Daniela Gissara ♥ Philippe Tebaldi ♥ Basf Coatings Spa ♥ Sanvito Assicurazioni ♥ Vittorino Sanvito ♥ 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Xmas Project 2004: Nepal, le donne Dalit


Il Nepal Il Nepal è situato nel cuore del continente asiatico. Da un punto di vista geografico il paese è diviso in tre regioni che si svolgono da nord a sud: l’Himalaya, la fascia collinare e il Terai, una pianura ricoperta principalmente da foreste. Amministrativamente il paese è diviso in 5 regioni di sviluppo, 75 distretti e 14 zone amministrative. La popolazione totale del paese è di oltre 23 milioni di abitanti, la metà dei quali ha meno di sedici anni. Il sistema di organizzazione sociale in caste è stato formal-

mente abolito da oltre 35 anni, ma nonostante ciò la stragrande maggioranza della popolazione considera ancora questa struttura il tratto saliente della vita quotidiana. Le quattro caste principali sono Brahman, Chhetri, Vaishya e Shudra. Oltre il 70% della popolazione nepalese vive sotto la linea di povertà assoluta. Per le caste più basse questa percentuale oltrepassa il 90%. La mortalità infantile è del 72 per mille, una delle più elevate al mondo. Il 29% delle persone non ha acqua potabile, il 90% non ha accesso alle cure

Oltre il 70% della popolazione nepalese vive sotto la linea di povertà assoluta.


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rivolge ai servizi sanitari solo dopo aver consultato i curatori tradizionali e non aver avuto benefici. Lo stato di emarginazione ed isolamento in cui è costretta la popolazione Dalit determina anche una diffusa ignoranza sulle regole di igiene primaria della persona, una mancanza di consapevolezza dell’importanza della salute e delle misure preventive da adottare per evitare i principali problemi igienico-sanitari. Le principali malattie che colpiscono i più poveri sono affezioni ga stroenteriche, problemi ginecologici, malattie respiratorie acute e tubercolosi, dovute alla malnutrizione, alle gravidanze precoci, alla mancanza di adeguate condizioni igieniche delle abitazioni e all’impossibilità di accedere alle strutture sanitarie. Nelle zone rurali nove villaggi su dieci mancano totalmente di impianti igienico-sanitari e tre su dieci non hanno nep pure acqua potabile.

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I Dalit, o fuori-casta, sono considerati inferiori; ad essi vengono affidati i lavori più umili o quelli ritenuti “impuri”; sono considerati indegni persino di un accidentale contatto fisico (da qui il termine “intoccabili”). Anche se di recente il sistema castale ha subito dei cambiamenti e i confini tra caste diverse si sono fatti più permeabili che nel passato, ciò non si può dire per quelli esistenti tra caste elevate (Brahman) e Dalit, che vengono invece rigorosamente mantenuti. I Dalit subiscono così discriminazioni quotidiane e i loro diritti vengono sistematicamente violati. Per quanto riguarda la situazione residenziale, essi sono ghettizzati in specifici angoli dei villaggi; in ambito sociale non vengono invitati agli avvenimenti sociali, quali matrimoni e funzioni religiose. I membri delle caste inferiori non possono sposarsi con membri delle caste superiori e in tal caso sono costretti a subire aggressioni fisiche e psicologiche, perfino l’omicidio. A scuola, la presenza in classe di bambini appartenenti a queste caste causa il riassestamento della disposizione dei banchi, al fine di evitare anche contatti fisici accidentali. Nelle aree rurali la maggior parte dei Dalit non ha accesso alle strutture sanitarie, non possiede terreni e lavora alle dipendenze delle classi ricche, ricevendo uno stipendio insufficiente a coprire

le spese di base. I Dalit sono circa 5 milioni e rappresentano il 20% della popolazione totale, concentrandosi in particolare nelle aree rurali del paese, dove raggiungono il 30%. Nell’ambito sanitario i Dalit sono pesantemente discriminati, a causa dalla condizione di “intoccabili”, che conduce persino al rifiuto di visitarli e di prestare loro le cure mediche necessarie. D’altra parte le strutture sanitarie esistenti sono insufficienti a garantire assistenza alla totalità della popolazione, soprattutto a causa della dispersione dei centri abitati. I villaggi sono situati a grande distanza l’uno dall’altro e le strade di collegamento con le città sono difficilmente percorribili. La maggior parte della popolazione deve percorrere più di un’ora di cammino per raggiungere una struttura sanitaria. Nelle aree rurali la medicina tra di zionale rappresenta, quindi, il sistema curativo “ufficiale” e la popolazione si

I Dalit, gli “intoccabili”

Con il termine “Dalit” vengono indicati gli appartenenti a circa 50 caste, tuttora considerati economicamente sfruttabili, socialmente inesistenti, politicamente non riconosciuti ed esclusi dall’educazione e dall’assistenza sanitaria.


Il Progetto Nell’ambito della comunità Dalit i soggetti maggiormente svantaggiati sono le donne, che subiscono una doppia discriminazione, di casta e di genere; questo segna tutti gli aspetti della loro esistenza, specialmente per quanto concerne l’infanzia, l’adolescenza, la maternità. Tale emarginazione pregiudica la possibilità di ricevere assistenza sanitaria, istruzione e l’opportunità di trovare un lavoro tollerabile ed equamente remunerato; essa infine preclude l’accesso ai processi decisionali e l’emancipazione sul piano culturale e sociale. A livello familiare, il carico di lavoro quotidiano ricade principalmente sulla componente femminile, mentre le risorse economiche sono controllate esclusivamente dagli uomini. In Nepal il tasso di alfabetizzazione della popolazione è del 40%, ma scende al 22% per le donne adulte. Nelle caste più basse il tasso di alfabetizzazione è del 18% con una notevole differenza di genere. Rispetto a un 28% degli uomini, solo il 7% delle donne ha beneficiato dell’istruzione primaria. Nell’intero Nepal sono 12 le donne Dalit laureate e pochissime sono quelle con un’istruzione superiore. In Nepal l’aspettativa di vita della popolazione in generale è di 55 anni, mentre quella delle donne Dalit è solo di 42. La mortalità infantile nel paese è una delle più elevate al mondo, raggiungendo il 7,5% circa. L’incidenza della mortalità materna è tra le

più elevate, attestandosi a 540 per 100.000 donne in età compresa tra i quindici e i quarantanove anni. Questo dato suggerisce che il 27% circa della mortalità femminile in questa fascia di età è attribuibile a complicazioni da parto.

Destinatari principali del progetto sono i bambini e le donne Dalit residenti nelle aree rurali del distretto di Rupandehi, rimasti esclusi da qualsiasi intervento governativo in materia socio-sanitaria. Il distretto di Rupandehi si trova nella zona di Lumbini nella Regione Occidentale del Nepal ed è composto da 86 VDC (Village Development Committee) e circa 750 villaggi. Il 30% del territorio è costituito da colline che si estendono nella parte settentrionale, mentre il resto è pianeggiante. La popolazione totale è di 522.150 abitanti, di cui il 12% è costituito da Dalit; nelle zone rurali questa percentuale raggiunge il 30%. L’economia è prevalentemente rurale ed arretrata; inoltre la forte concentrazione della proprietà terriera obbliga i contadini delle caste più basse a lavorare come salariati o ad emigrare in India. In Rupandehi il progetto avrà luogo nei 2 Village Development Committees (VDC) di Rudrapur e Dhudrakshya, coinvolgendo 6 villaggi: Bhaisahi, Haraiya, Asnaiya, Bhatachaur, Jhala, Bansa Gadhi. Il progetto si propone di contribuire al superamento del sistema delle caste e di migliorare le condizioni di vita delle comunità coinvolte, promuovendo uno processo di sviluppo autosostenibile. Obiettivi specifici del progetto: 1) ridurre la vulnerabilità della popolazione; 2) migliorare le condizioni igienico-sanitarie a livello comunitario; 3) mobilitare le risorse umane disponibili localmente, accrescendone le competenze in materia igienico-sanitaria; 4) rafforzare nella comunità il senso di responsabilità e la capacità di intervento sui problemi della salute e dell’igiene.


Il G.R.T. (Gruppo per le Relazioni Transculturali) nasce nel 1968 a Milano. È un istituto di ricerca e sperimentazione che si occupa di cooperazione tecnica con i Paesi in via di sviluppo, focalizzando il proprio intervento sugli aspetti di relazione transculturale. Il dettato statutario del G.R.T., “sguardo e sostegno alle culture dell’alterità”, è sempre inteso come studio attivo e coinvolgimento concreto in progetti di aiuto. Le azioni intraprese trovano, nel gruppo degli operatori del G.R.T., competenze già sperimentate in Europa, proprio nella ricerca del nuovo, per rispondere a sfide antiche e recenti, che il disagio e la diversità impongono al vivere democratico civile. Il Gruppo, con i suoi psicologi, psichiatri ed educatori ha sviluppato azioni di intervento in tutti i continenti: in Nepal, Romania, Nicaragua e Somalia con progetti dedicati ai minori e ai bambini di strada; in America Latina e nel Corno d’Africa, in particolare in Somalia, con progetti sulla salute mentale; in Guatemala e in Mali in progetti di studio sui metodi di medicina tradizionale e di sostegno alle associazioni di guaritori; infine in Guatemala e in Nepal con progetti di sostegno alle etnie di minoranza. È in questo ambito che si inserisce la collaborazione con il Xmas Project.

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Per il Natale 2004, il Xmas Project ha deciso di sostenere l’Associazione G.R.T. che propone un progetto di intervento socio-sanitario in Nepal, nella regione di Rupandehi, destinato ai bambini e alle donne Dalit.


Xmas Project ringrazia:

per la stampa del Librosolidale 2003

per la realizzazione e il mantenimento del sito www.xmasproject.org

Ilaria Furlan e Ana-Maria Brucˇi per le preziosissime traduzioni. Viviana Spreafico e Patrizia Sevieri per le splendide illustrazioni. Alessandro Trovati per le fotografie. Antonio Ellero e tutti quanti di Les Cultures per l’incredibile disponibilità e l’entusiasmo con cui operano. Jaime Jaramillo e Pedro Isaac Fernández Vargas per la loro visita in Italia e per la forza che sanno trasmettere! Tutti coloro che credono in questo progetto. Realizzazione grafica: Jacopo Dalai & Matteo Fiorini Stampato a Milano, Dicembre 2003 È consentita la diffusione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione in via telematica ad uso personale dei lettori, purché non sia a scopo di lucro.


Per contattare l’Associazione e partecipare al progetto: Associazione Xmas Project ONLUS Via Luigi Settembrini, 46 20124 Milano Numero Verde: 800 180 406 Fax: 02 68 80 402 info@xmasproject.org www.xmasproject.org

È il regalo che vogliamo farci quest’anno a Natale. E che abbiamo scelto di farci per tutti i prossimi Natali...

Ilo 169, con Survival per i popoli indigeni

L’Associazione Xmas Project è nata nel settembre del Duemilauno. I soci sono Roberto Bernocchi, Dario Bertolesi, Elena Casadei, Francesca Castelnuovo, Francesca Colciaghi, Alberto Cometto, Maurizio D’Adda, Jacopo Dalai, Claudio Elie, Matteo Fiorini, Filippo Marconi, Benedetta Nocita, Sarah Nocita, Sara Panizza, Renato Plati. ll Gruppo Media, azienda di arti grafiche, e Arachno, Web Agency, sono partner del progetto.

Il libro che state tenendo in mano è un libro speciale. È un “Librosolidale”. Non è in vendita, ma se lo desiderate, potete contribuire a crearlo, a diffonderlo e soprattutto a finanziarlo. Il Librosolidale è il frutto dell’impegno di molti. Questi molti sono il Xmas Project. Un’Associazione costituita per dare sostanza e realtà a microprogetti di solidarietà, in giro per il mondo, là dove c’è del bisogno. Chi vuole sostenere il progetto, e quindi aderire al Xmas Project, prenota una certa quantità di Librisolidali e versa un contributo proporzionale alle copie ricevute. Potrà così utilizzare i libri come doni, in occasione del Natale, trasformandoli in ambasciatori del progetto stesso. Non solo: questi doni saranno particolari, perché conteranno qualcosa di “proprio”. Perché chi aderisce al Xmas Project contribuisce in prima persona alla costruzione del Librosolidale, fornendo un proprio contributo: una foto, uno scritto, una poesia, piuttosto che semplicemente la propria firma. Se avete ricevuto questo libro in dono da qualcuno, sfogliatelo: vi troverete un suo segno. L’aspirazione, di Natale in Natale, è quella di costituire una Collana di solidarietà. Contattateci: è questo il regalo che anche voi potete donare e donarvi il prossimo Natale.

Xmas Project 2008

Xmas Project | Librosolidale 2008

L’Associazione Xmas Project

Il Librosolidale

Ilo169

Ilo169, Convenzione concernente Popoli Indigeni e Tribali in Stati indipendenti, Pianeta Terra. È finora l’accordo internazionale più completo riguardante la tutela dei popoli indigeni e tribali. La Convenzione Ilo169, emanata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, organizzazione di settore dell’Onu, è stata adottata il 27.06.1989 ed è entrata in vigore il 05.09.1991. Ad oggi è stata sottoscritta soltanto da 20 dei 173 Stati membri dell’ILO e l’Italia non è tra questi. Il libro di quest’anno vuole essere uno strumento di sostegno e di aiuto a Survival, l’organizzazione internazionale che da quarant’anni si batte per la tutela dei diritti delle popolazioni indigene e tribali. Vi raccontiamo l’attività di Survival, la sua vocazione, le emergenze umanitarie e le battaglie in corso. I fondi raccolti andranno a sostenere questa azione di difesa delle popolazioni indigene. All’interno del libro troverete anche la petizione da inviare al governo italiano per sollecitare la ratifica della Convenzione Ilo169. ________________

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Librosolidale 2003/4  

Xmas Project è il regalo che vogliamo farci a Natale. Xmas Project si sostituisce al regalo di Natale, diventa dono, si fa libro che propo...

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