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Ăˆ il regalo che vogliamo farci quest’anno a Natale. E che abbiamo scelto di farci per tutti i prossimi Natali...


Viviamo circondati da miracoli e non ce ne rendiamo conto. Ernesto Cardenal


Viviamo circondati da miracoli e non ce ne rendiamo conto. Ernesto Cardenal


“E se non puoi la vita che desideri cerca almeno questo per quanto sta in te: non sciuparla� Costantino Kavafis


Xmas Project è il regalo che vogliamo farci a Natale. E che abbiamo scelto di farci per tutti i Natali. Ci siamo regalati un’idea, la speranza e il coraggio di farla diventare realtà. Le abbiamo dato un nome, Xmas Project, l’abbiamo fatta diventare Associazione, le abbiamo consegnato un compito da portare a termine; faremo un libro, diverso ogni anno. Tutti coloro che desiderano farsi questo regalo: sono loro il Xmas Project. L’idea nasce dalla necessità di dare una soluzione a un vecchio disagio, a un bisogno che non aveva ancora trovato risposta: il disagio del regalo inutile, della forma che ha perso significato, del piacere di donare divenuto sterile. Tutti noi facciamo regali diversi, in occasione del Natale: regali colmi di affetto, regali innamorati, regali pazientemente cercati, regali che non potevamo non fare, regali riciclati, regali ‘socialmente corretti’, regali di rappresentanza, regali frettolosi. Mille regali. Tanti soldi. Un vecchio e trito discorso. Che si lega a un’altra, solita, considerazione: l’inimmaginabile divario fra il tanto che noi sprechiamo e il poco che altri non hanno. Xmas Project si sostituisce al regalo di Natale, diventa dono, si fa libro che propone un’idea e che contemporaneamente la realizza. Perché il libro racconta di se stesso, del progetto di aiuto che, con i suoi proventi, riesce a realizzare e raccoglie i volti, le frasi, i disegni, le speranze di tutti coloro che hanno contribuito a esso. Puoi scegliere anche tu di regalare e regalarti il Xmas Project, è molto facile: basta credere in un progetto di solidarietà; scegliere all’interno della tua cerchia di parenti, amici, conoscenti, clienti i destinatari di questo dono; quindi acquistare le copie del Librosolidale, alla cui realizzazione hai partecipato con un tuo segno, e contribuire così alla realizzazione del progetto, da un lato finanziandolo, dall’altro diffondendolo. Milano, settembre 2001

Xmas Project


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deciso di dedicare questo Librosolidale: acquistare nuove barche per solcare il rio Papaturro significa supportare i ragazzi a svolgere il loro compito di monitoraggio e pulizia del fiume e dei suoi dintorni, fornire al villaggio nuovi mezzi in caso di emergenze di ogni tipo e contribuire alla salvaguardia di questo straordinario luogo. Questo è l’insegnamento più grande che ci portiamo a casa: la cura per quello che ci circonda, il riconoscere i nostri limiti nei confronti di quello che si può o non si può sprecare, la rinuncia al superfluo e la riscoperta di ciò che è davvero essenziale. Abbiamo sempre pensato, infine, che nel nostro viaggiare per il mondo, nell’imbatterci in culture, problematiche, esperienze di vita così distanti dalla nostra quotidianità ci fosse sempre la grande opportunità di imparare qualcosa e di giungere a delle riflessioni (i contributi creativi pubblicati nelle nostre pagine) utili a farci abbattere tali distanze. Anche quest’anno il Xmas Project è entrato come esperienza didattica nelle scuole: 80 classi si sono idealmente addentrate nella bisofera di Los Guatuzos, per comprendere e aiutare i ragazzi delle “brigate ecologiche” e per seminare i propri alberi di fantasia. Li troverete immortalati nelle pagine di questo libro e soprattutto troverete la loro foresta on line (http://www.xmasproject.it/ home/bosco_solidale.html): visitatela! Buon Natale a tutti.

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Natale 2012, Riserva Los Guatuzos

Papaturro. Un albero, poi un fiume, poi ancora una casa. Infine un villaggio, uno degli otto facenti parte della riserva della biosfera di Los Guatuzos, in Nicaragua, meta di questo Librosolidale 2012. Siamo in compagnia di Terre des Hommes Italia, il nostro partner di quest’anno, che ci ha invitato nel suo viaggio di monitoraggio della missione in Nicaragua. Un’esperienza breve ma intensa, indimenticabile, che ci ha permesso di incontrare le persone che beneficeranno del nostro aiuto. Insieme a noi: Andrea Frazzetta, autore delle foto che vi accompagneranno in queste pagine; Don Giori Ferrazzi, un gigante – in tutti i sensi – della cooperazione internazionale; Teo Aniceto, esperto di missioni in situazioni di emergenza e attuale nuovo responsabile dei progetti nicaraguensi di Terre des Hommes; Paolo Ferrara, responsabile della comunicazione di questa organizzazione, che da subito ringraziamo per il grande supporto e per la stesura dei testi di questo volume. L’obiettivo di base di Terre des Hommes è il sostegno allo sviluppo educativo e sanitario dell’infanzia nei paesi del mondo: con settanta progetti in venti paesi, porta aiuto diretto a circa 200mila bambini e alle loro famiglie. Si muove con attenzione, cura, grande preparazione e collabora attivamente con partner e strutture locali, le uniche in grado di consolidare i progetti avviati in modo efficace, radicandoli nelle comunità e nel tempo. Una dinamica già chiarissima al nostro arrivo a Papaturro: Terre des Hommes in questi ultimi dieci anni ha aperto ben sei scuole; costruito un centro ricreativo nel cuore del villaggio; investito nell’assistenza legale per permettere la registrazione anagrafica dei bambini nati nella foresta e la stesura di atti civili gratuiti; formato operatori locali, insegnanti, volontari che insegnano l’inglese, coinvolgono i bambini per improvvisati spettacoli teatrali o corsi di disegno, per renderli partecipi, svilupparne le competenze e le possibilità per un futuro più sostenibile. Tutto questo qui, dove lo stato non riesce ad arrivare. Proprio qui, nel bel mezzo di una foresta vergine, un luogo straordinario per bellezza e unicità: una riserva di biosfera protetta dall’Unesco dove crescono e si riproducono specie protette di una bellezza sconvolgente, che quasi ti sovrasta. La piccola rana rossa che incontrerete in queste pagine, ad esempio, è oggetto dell’attenzione degli studiosi di tutto il mondo perché rivelatrice dei grandi cambiamenti atmosferici che stanno sconvolgendo il pianeta, e che qui vive libera in una giungla custode di un raro ecosistema, irreplicabile altrove. Un equilibro delicato, da difendere e preservare. Ogni giorno, in questo angolo remoto del mondo, la vita scorre veloce, colma di attività: la scuola, i campi, la legna da tagliare, la barca che trasporta i lavoratori, un carico di banane, i colloqui legali, una partita a pallone, il cinematografo la sera, nel buio totale della foresta… Nonostante l’estrema povertà di questi villaggi, tutti partecipano, sono vivi, presenti, si danno una mano, di quel poco che hanno, fanno tesoro. Simbolica in questo senso è l’attenzione verso il loro fiume, il rio Papaturro, l’unica via che li “connette” al mondo conosciuto: i ragazzi delle scuole medie hanno deciso di percorrerla settimanalmente per tenerla in ordine, pulita dalla “basura”, la spazzatura. Hanno cura del loro fiume e lo fanno con gioia, gioco, passione: queste “brigate ecologiche” imparano così a rispettare il mondo che li circonda! E anche a questa attività abbiamo

Indice Progetto 2012: Los Guatuzos, Nicaragua

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Il budget: Le “brigate ecologiche” della biosfera di Los Guatuzos

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Noi, Xmas Project 2012

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Xmas Project... nelle scuole!

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Xmas Project... e le imprese

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Infine, hanno scritto per noi...

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2001-2011: i nostri progetti

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Xmas Project 2013: segnalateci i vostri progetti

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Il progetto 2012 L’uomo più ricco è quello che si accontenta di poco, perché la contentezza è la ricchezza data dalla natura... Il lusso è una povertà artificiale. Socrate


La storia del Nicaragua...

La storia di un paese la puoi andare a cercare ovunque. Su un libro di storia, sulla Lonely Planet o su Wikipedia... Oppure te la puoi fare raccontare, come si raccontano le storie. E puoi goderti il piacere di ascoltare lasciandoti trascinare da un secolo all’altro dalla magia della parola: vuoi mettere? A noi la storia del Nicaragua c’è l’ha raccontata don Manuel Pérez, avvocato, facilitatore giudiziario, sandinista, ex calciatore… perché solo attraverso il calcio un bambino povero come lui poteva pensare di studiare, di arrivare all’università, di iniziare a lavorare. Sentire parlare don Manuel, guardare i suoi gesti misurati, i suoi occhi appassionati e sognanti, vederlo schizzare una cartina dietro l’altra del Nicaragua, coglierne il candore anche nelle piccole e grandi omissioni è stata un’esperienza nell’esperienza, un viaggio nel viaggio che la visita a Los Guatuzos ci ha concesso. Manuel Pérez è un sandinista: tutta la sua vita ha creduto e lottato per un sogno, per una speranza. Chiedergli oggi di rinunciare a tutto questo e di raccontarci con obiettività davvero tutto quello che pensa, forse è troppo. A noi ci basta aver ascoltato, dalla sua voce calma e appassionata, questo lungo e coinvolgente racconto...

“Nel 1502 Cristoforo Colombo sta compiendo il suo quarto e ultimo viaggio nelle Americhe. Morirà 4 anni dopo. La sua spedizione tocca per la prima volta le coste di quelle che diventeranno Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama. È l’anno zero della storia coloniale del Nicaragua. Gli spagnoli ci metteranno altri vent’anni per sbarcare sulle sue coste e spazzare via le popolazioni indigene, e da lì se ne andranno solo nel 1821, quando il Nicaragua diventerà indipendente: prima come parte delle Province Unite dell’America Centrale e poi, dal 1838, come Repubblica autonoma. Con l’autonomia, inizia anche un periodo di forti tensioni che accompagnerà il resto della storia del paese. Protagoniste sono le due città più antiche e belle del periodo coloniale: Leon, la liberale e progressista; Granada, la conservatrice. È una storia di lotte politiche, ma anche e soprattutto di scontri fratricidi che si risolvono spesso con la richiesta di intervento degli Stati Uniti d’America, sempre pronti a dettare le loro condizioni nel “giar-

Dati e numeri Nome completo del paese: Repubblica del Nicaragua Superficie: 129.494 km² Popolazione: 6,6 milioni (2010) – (46,2% sotto il livello di povertà) PIL: $ 18,88 miliardi (131° paese nel Mondo) PIL pro capite: $ 3.200 (171° paese nel Mondo) Densità: 38,8 ab./km² Lingue: spagnolo (ufficiale), inglese, miskito, mayangna, garifuna sulla costa atlantica

Tasso alfabetizzazione: 67,5% Capitale: Managua (1.390.500 ab. nell’area metropolitana) Popoli: 69% meticci (amerindi e bianchi), 17% discendenti degli europei, 9% discendenti degli africani, 5% popolazioni indigene Religioni: cattolica 58%, evangelica 21,6%, morava 1,6% Ordinamento dello stato: repubblica presidenziale Presidente: José Daniel Ortega Saavedra (2007) Moneta: il Cordoba


che ha conosciuto all’estero, il primo gruppo guerrigliero di liberazione dell’America Latina. La sua lotta tenace, unita al precipitare della situazione economica statunitense sprofondata nella grande depressione, portano alla vittoria del movimento nazionalista e a una coabitazione con il governo del liberale Juan Baptista Sacasa e con la Guardia Nacional guidata da Anastacio Somoza Garcia che nel 1934 farà catturare e uccidere lo stesso Sandino. Inizia così la lunga dittatura somozista (di padre in figlio… come nelle peggiori tradizioni) che dissanguerà il paese e arricchirà all’inverosimile i filo americani Somoza. Nel 1961 nasce – per opera di Tomas Borge, Carlos Fonseca e altri – il Fronte di Liberazione Sandinista, il movimento rivoluzionario (appoggiato anche da Cuba e dall’Unione Sovietica) che negli anni diventerà il punto di aggregazione di tutte le forze di opposizione: non solo quelle di ispirazione socialista e marxista, ma anche di quelle cattoliche (sebbene le gerarchie ecclesiastiche, su pressione di Giovanni Paolo II ostile

… secondo don Manuel

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dino di casa”. In quasi due secoli di storia, gli USA invaderanno il Nicaragua ben 12 volte. In un’occasione la sorte porta addirittura un mercenario americano, William Walker, a farsi eleggere presidente e a reintrodurre la schiavitù. Prontamente riconosciuto dagli americani, ma non dagli altri paesi del centroamerica che gli muovono guerra (e siamo nel 1856), nella sua fuga il vendicativo Walker decide di mettere a ferro e fuoco la città di Granada. Le pressioni statunitensi saranno una costante a partire dai primi anni del ’900. Del resto il Nicaragua garantisce un comodo passaggio attraverso il Rio San Juan e il lago Nicaragua tra l’Atlantico e il Pacifico, tanto da essere stato per anni in predicato di diventare il luogo adatto per la costruzione del canale che poi diventerà quello di Panama. Negli anni dal 1912 al 1933 il paese diventa un vero e proprio protettorato americano, occupato anche militarmente. Nel 1927 entra in scena Augusto César Sandino, un ex lavoratore del settore petrolifero, che organizza, ispirato dalle idee liberali e nazionaliste

seis | siete

L’origine del nome “Nicaragua” non è del tutto chiara. Secondo una teoria si tratta di un portmanteau coniato dai coloni spagnoli basato sul nome del capo locale Nicarao, e la parola spagnola agua, cioè “acqua”; secondo un’altra teoria essa può avere significato “circondato da acqua” in una lingua indigena. In entrambi i casi il nome sembra riferirsi o ai laghi d’acqua dolce di grandi dimensioni (il Lago Nicaragua, diciottesimo più grande del mondo, e il Lago di Managua), o al fatto che il paese si affaccia a est e ovest sul mare.


ai movimenti cattocomunisti che andavano nascendo in America Latina, condannarono duramente la rivoluzione) e liberali. Il 23 dicembre del 1972 un violento terremoto devasta la città di Managua. Sono oltre 5.000 i morti, 25.000 i feriti, 250.000 i senzatetto. L’inizio della fine per il regime di Somoza comincia con la sua vergognosa appropriazione di buona parte degli aiuti internazionali. Il 22 agosto del 1978, con un paese ormai al collasso e un Somoza che bombarda le cittadine ostili, un commando del FSLN guidato dal “comandante zero”, Eden Pastora, entra nella sede del Palazzo Nazionale. Il 17 luglio 1979 Somoza (verrà ucciso nel 1980 in Paraguay, da un gruppo rivoluzionario argentino) scappa a Miami e gli USA chiedono al vicepresidente in carica di assumere l’incarico presidenziale. Solo due giorni dopo, il 19 luglio, i sandinisti entrano a Managua e prendono il potere. Si forma un Governo di Ricostruzione Nazionale a cinque, con sede a Leon, composto Daniel Ortega (membro del direttorato dell’FSLN), Sergio Ramirez, Moises Hassan Morale (entrambi vicini ai sandinisti), Alfonso Robelo e Violeta Barrios Chamorro, moglie di un giornalista liberale ucciso dai Somoza. I primi anni sono relativamente tranquilli anche nella convivenza con gli USA. Al potere c’è Jimmy Carter e la sua politica

progressista si presta a un approccio diver- tocca la stratosferica cifra del 1000%. Alle so con i paesi limitrofi. Nel 1981 negli USA nuove elezioni del 1990 la vittoria, inaspetsale al potere Ronald Reagan e il Nicaragua tata ma netta, arride alla coalizione di cenviene individuato come il nemico da estir- tro destra, capeggiata da Violeta Chamorro. pare, il più in fretta possibile. Per il Nicara- Dentro, ormai vittoriosi, ci sono anche molti gua sono gli anni dell’embargo totale impo- dei Contras. Iniziano 16 anni di governi sto dagli americani (che arriveranno a mina- di centro-destra che smantellano in parte re i porti principali del paese), ma anche la struttura creata dai sandinisti e avviano quelli della lotta contro-rivoluzionaria dei riforme liberiste per rilanciare il paese, ma lo fedelissimi di Somoza, i contras, finanziati impoveriscono ulteriormente. È il fallimento ora illegalmente dagli USA e che colpiscono delle idee dei Chicago Boys, che in Nicaa più riprese ai confini con l’Honduras e in ragua portano al licenziamento di migliaia Costa Rica. Sono gli anni durante i quali di persone, alla privatizzazione selvaggia il paese prova comunque a dotarsi di una dei servizi pubblici, dall’acqua all’energia politica sociale e sanitaria. Vengono cre- elettrica, fino allo smantellamento della rete ate scuole. Si nazionalizzano alcune delle ferroviaria, venduta in blocco al Salvador. principali aziende del paese. Si confiscano Il Nicaragua, ormai secondo paese più i beni di quelli che si erano arricchiti povero dell’America Latina e gravato dai debiti con gli Stati Uniti, crolla con Somoza. Si procede alla sempre più in basso. riforma agraria, parcellizDaniel Ortega, dopo zando le terre un tempo di una lunga opposizioproprietà dei grandi latine, giocando d’astuzia, fondisti. E l’elettorato, alle spaccando il fronte dei prime elezioni libere del suoi avversari politici e 1984, premia i Sandinifacendo accordi strusti con una schiacciante mentali con i suoi vecchi vittoria. L’economia però nemici, nel 2006 torna al precipita. Il blocco toglie potere. Inizia una nuova risorse indispensabili al era per il Nicaragua, dai paese. La riforma agraria Don Ma nuel Pé r ez, 5 destini incerti e dalle molte abbatte la produzione al lavo ro in un 8 anni, a scuola contraddizioni. agricola. L’inflazione di Los Guatuz

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Bandierina mia Bandierina mia che brilli con i tuoi due colori l’azzurro mi ricorda i laghi il bianco la pace e la lealtà

Ti sollevo con orgoglio alzo la fronte in alto per dire al mondo intero che qui Dio splende come una stella in cielo.

Poesia “Alla mia bandiera” scritta da Danelia del Cremen Calero Borge, una bimba di Papaturro.


Gallo pinto Fratelli diversi, Costa Rica e Nicaragua condividono anche il loro piatto tipico: il gallo pinto. Ovvero l’equivalente dello spagnolo “moros y cristianos”, dove i fagioli neri rappresentano i mori e il riso bianco i cristiani della “reconquista”. In un paese dove una persona può arrivare a mangiare anche più di 2.000 fagioli al giorno, questo piatto può aprire tranquillamente la vostra giornata, per una colazione davvero nutriente... Ecco come si prepara. Si cuoce il riso, bianco, meglio se basmati. A parte, in una casseruola, portate a ebollizione dei fagioli neri, aggiungendo sale, aglio, alloro e pepe e, man mano che avanza la cottura, dell’olio di semi vari (ma anche dell’olio extravergine d’oliva italiano non guasta, per un gusto più deciso). In una padella soffriggete, con dell’olio, della cipolla tagliata fine e dei peperoni. Fate imbiondire la cipolla e aggiungete i fagioli lessati con un po’ d’acqua di cottura. Mescolate continuamente evitando che i fagioli asciughino completamente. A questo punto aggiungete il riso e condite il tutto con un’abbondante dose di salsa lizano (una sorta di ketchup che spopola in Costa Rica e Nicaragua di cui esistono centinaia di ricette). Potete sostituire la salsa lizano con della salsa di pomodoro fatta con un soffritto di cipolle, aglio, peperoni, carote e zucchine e peperoncino. Prima di servire, non dimenticate una bella spolverata di pepe nero.


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Cosa vi serve (per 4 persone): 500 gr riso bollito, 250 gr fagioli neri, 120 gr cipolla tritata, 4 cucchiai d’olio (meglio se d’oliva), sale, peperoni. Per la salsa piccante: salsa di pomodoro, sale, peperoncino, pepe, aglio, cipolla, peperoni, carote e zucchine.


Terre des Hommes “Finché un solo bambino rimarrà affamato, malato, abbandonato, infelice e sofferente, chiunque sia, dovunque sia, il movimento Terre des Hommes, creato per questo scopo, si impegnerà per il suo immediato e completo soccorso”. Carta di Terre des Hommes,1960

Nel mondo, in Italia... Terre des Hommes, presente in 72 paesi con oltre 1.200 progetti a favore dei bambini, da cinquant’anni è in prima linea per proteggere i bambini di tutto il mondo dalla violenza, dall’abuso e dallo sfruttamento e per assicurare a ogni bambino scuola, educazione, cure mediche e cibo. La Fondazione Terre des Hommes Italia è presente in oltre 20 paesi, con più di 70 progetti. Porta aiuto diretto a oltre 200.000 bambini e alle loro famiglie attraverso: centri psico-sociali per bambini in difficoltà e a rischio di traffico o violenza (Le Case del Sole); scuole e sostegno alle attività scolastiche e alla formazione professionale; campagne di salute, monitoraggio delle gravidanze per la prevenzione dei parti a rischio e sostegno materno-infantile; cure mediche di base e lotta alla malnutrizione e alle malattie sessualmente trasmissibili; reinserimento sociale dei bambini in conflitto con la legge; azioni di prevenzione e contrasto del traffico dei bambini. Nel territorio italiano conduce attività di sensibilizzazione sui temi della prevenzione degli abusi sui bambini (IO Proteggo i bambini), della lotta alla tratta dei bambini (Stop Child Trafficking e Tutti in campo per i bambini), del diritto all’educazione (IO sono presente) e dei bambini in carcere con le loro mamme. Inoltre è stata impegnata nella prima accoglienza dei minori stranieri non accompagnati degli sbarchi nelle coste siciliane (Lampedusa) in particolare per fornire loro assistenza legale e psicosociale. Nel 2012 Terre des Hommes ha lanciato la sua nuova campagna triennale “Indifesa” per i diritti delle bambine. Terre des Hommes Italia fa parte della Terre des Hommes International Federation, lavora in partnership con ECHO, l’ufficio Umanitario dell’Unione Europea, ed è accreditata presso l’Unione Europea, l’ONU, USAID e il Ministero degli Esteri italiano.


recitazione, due grandi passioni per questo piccolo popolo a cui di certo non manca tenacia e voglia di migliorarsi. Partecipazione e coinvolgimento sono stati anche la chiave di volta per portare i bambini lavoratori del Mercato Mayoreo, il più grande di Managua e dell’intero Nicaragua, ad avvicinarsi alle attività scolastiche e prescolastiche, ai corsi di ballo e di taekwondoo, al training professionale della Casa del Sole di Managua, a realizzare un proprio giornale, una propria radio e attività di auto aiuto. Fiducia e ascolto sono state la molla che ha reso possibile il lavoro con i ragazzi di strada delle Pandillas, le bande giovanili di Managua, rendendo fattibile il recupero di alcuni di loro a una vita libera dalla violenza e dalla vendetta. Responsabilizzazione e autogestione sono stati i fattori vincenti che hanno reso possibile la creazione di una rete di oltre 800 volontari, di decine di promotori sociali (spesso ex beneficiari), della nascita dei gruppi autorganizzati delle “Brigate di salute” e delle “brigate ecologiche”, o il successo delle attività di Terre des Hommes in una terra dove molti altri hanno abbandonato il campo, a Los Guatuzos. Comunicazione e dialogo, sono stati, infine, i due poli su cui è stato possibile creare, per la prima volta nella storia della cooperazione, una rete di blog gestiti direttamente dai bambini e dai ragazzi: TDHLIFE. In Nicaragua, Terre des Hommes sembra

essere riuscita a realizzare quello che troppo spesso nel linguaggio della cooperazione rimane solo filosofia: la partecipazione attiva delle comunità e il coinvolgimento dei bambini come soggetti realmente portatori di diritti, idee, punti di vista. Tutto questo grazie al lavoro di due uomini dalla schiena dritta e dallo sguardo rivolto al futuro: Mauro Morbello e Giori Ferrazzi. Due nomi, due storie che forse più diverse non si potrebbe, anche se entrambi vengono dalla stessa terra, Varese. Mauro e Giori: il Nicaragua di Terre des Hommes è legato a filo doppio a loro, entrambi figli di quello stesso mantra che ispirò oltre 50 anni fa Edmund Kaiser: aiutare un bambino è sempre una grande storia d’amore. Se Terre des Hommes oggi può dire di lavorare non per, ma con i bambini, lo si deve a Mauro e, soprattutto, a Giori, il cui inestinguibile entusiasmo e coraggio da domani sarà al servizio dei bambini dell’Ecuador. Mentre sarà Teo Aniceto, l’uomo di Terre des Hommes che con lo stesso entusiasmo e lo stesso coraggio cercherà di aiutare i bambini del Nicaragua e le loro famiglie. Perché le organizzazioni sono fatte di cuore, passione, creatività, carattere, sensibilità, punti di vista, professionalità. Sono fatte di uomini e donne, irriducibili a una sigla, se non per la loro capacità di condividere una visione, un sogno, una speranza.

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Come lo aiuti un bambino nel secondo paese più povero dell’America Latina? Da dove parti in un posto in cui hanno piano piano smantellato ogni parvenza di stato sociale? Dove il 20% dei bimbi la scuola non la vede neanche da lontano? Dove il 30% di loro non trascorre più di tre anni tra i banchi? E dove solo il 20% riesce a terminare la scuola media? Da dove parti quando anche i più piccoli sono costretti ad aiutare la famiglia nei campi sin dalle prime ore del mattino? Terre des Hommes ha capito che se vuoi aiutare qualcuno devi partire da quello che lui stesso può mettere in campo; che devi partire dal coinvolgimento pieno e diretto delle persone che vuoi aiutare. Devi valorizzarne i sogni e i bisogni, rendendo ognuno protagonista del suo successo. Senza entrare in questa dimensione non si può capire perché Terre des Hommes, in 13 anni di lavoro, sia riuscita a fare così tanto, pur disponendo di pochissime risorse. È così che a Masaya, bella e operosa città semi-rurale a poca distanza da Managua, è nato un centro servizi per i ragazzi che vogliono imparare un lavoro; per le famiglie, che hanno bisogno di sementi per i loro campi, di libri e uniformi scolastiche per i loro figli, di un supporto finanziario per il raccolto del nuovo anno; e per i bambini, che oltre ad andare a scuola, possono frequentare corsi di lingua, svolgere attività ludiche, fare sport e coltivare il disegno e la

doce | trece

... e in Nicaragua


Dormi, bambino, che ho tanto da fare: lavare i pannolini e sedermi a cucire.

Se il mio bimbo dormisse mezzo reale io gli darei e se si svegliasse glielo toglierei.

Dormi, bambino, testolina di zucca che se non dormi ti mangia il coyote.

Signora Sant’Anna perché piange il bimbo? Per il suo ciuccio che è andato smarrito.

Ninna nanna tratta da “Romancero nicaragüense”, Ediciones Distribuidora Cultura, 2001


Dormite, niñito,

Si mi niño se durmiera

lavar tus pañales

y en cuanto se despertara se lo volviera a quitar.

Dormite, niñito,

Señora Santa Ana

si no te dormís

por una chupeta

cabeza de ayote; te come el coyote...

¿de qué llora el niño? que se le ha perdido.

catorce | quince

y sentarme a coser.

yo le diera medio real;

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que tengo que hacer:


dieciséis | diecisiete 16|17

Le macchine devono tenere il muso piantato verso la carrettiera Masaya da cui volgeranno lo sguardo solo per buttarsi, correndo parallele alla spettacolare cordigliera vulcanica del Nicaragua, in direzione del lago Cocibolca (il termine Nahuatl, azteco, con cui ancora oggi viene chiamato il lago Nicaragua). Quattro ore e mezzo su una strada a due corsie che solo da pochi mesi avanza lieve fino a San Carlos, porto estremo del “gran lago dolce” che qui diventa fiume, il Rio San Juan, e inizia la sua lunga corsa di 200 km verso il Mar dei Caraibi. Davanti a te il lago Nicaragua. Immenso, a tratti feroce, con i suoi arcipelaghi lussureggianti, le sue isole vulcaniche, le sue meravigliose storie: qui è nato il primitivismo nicaraguense; sulle sue coste si adagia una delle più antiche città coloniali spagnole, l’affascinante Granada; e sempre sulle sue acque, complice il Rio San Juan, quello che non ti aspetteresti: gesta di pirati inglesi e di razzie. Attraversiamo il lago estasiati dalla bellezza tropicale delle isole Solentiname, l’arcipelago diventato famoso grazie a padre Ernesto Cardenal: poeta, scrittore, teologo della liberazione, sandinista, animatore di una comunità religiosa, artistica e umana che da questo angolo sperduto di paradiso è diventata famosa in tutto il mondo. Le Solentiname emergono belle, eleganti, verdissime e non si farebbe fatica a immaginarle gettate da qualche parte, in un oceano a scelta, circondate da un mare cristallino istoriato di coralli. I motori dei motoscafi avanzano lenti, quasi a costringerti a non perdere neanche un particolare... È così che si ha tutto il tempo di mettere a fuoco la prima macchia bianca, mentre le distanze si accorciano placide. Eccoli. Eleganti. Sicuri. Leggeri. Come sentinelle a guardia del tesoro, decine di bianchissimi aironi (ardea alba) schiudono la foce del Rio Papaturro, la porta di ingresso alla Riserva di vita Silvestre de Los Guatuzos, che con i suoi 43.000 ettari (430 km2) rappresenta uno dei tasselli più importanti della riserva della biosfera riconosciuta dall’Unesco del Rio San Juan e la prima zona umida in ordine di tempo a essere riconosciuta dalla Convenzione di Ramsar per il Nicaragua. Lo spettacolo è maestoso: alcuni aironi rimangono immobili, in guardia, sfiorando appena l’acqua. Altri se ne stanno a vedetta, sulla cima di alberi secolari. Altri ancora spiegano le loro ali in volo. Sembra impossibile eppure è così: ieri eri a Milano, una delle città più ricche ed evolute del mondo; oggi davanti a te si schiude un gioiello naturalistico di eccezionale bellezza e fragilità. Un tempo terra degli indigeni Guatuzos, i cui capelli si tingevano di rosso per effetto di una mistura di Achiote (brixa orellana, una pianta dai semi rossissimi usati come colorante in molte cucine) e corteccia d’albero, oggi questo complesso di fiumi, paludi, lagune e foreste pluviali tropicali adagiato ai confini del Costa Rica (da cui per molti versi dipende) è una terra di frontiera dal futuro incerto, un patrimonio ambientale che arretra, giorno dopo giorno, sotto i colpi incessanti del machete e della povertà, avida di terre da coltivare per sfamare i propri figli e dannata, nel preservare le condizioni della sua stessa esistenza. Qui, in questa terra dimenticata e bellissima, Terre des Hommes ha deciso di giocare una delle sue scommesse più dure e affascinanti.

Verso la terra degli uomini rossi

Una lunga trasvolata oceanica con scalo intermedio a L’Havana e sei a casa di Terre des Hommes a Managua, in Nicaragua. Il tempo di cenare, fare una doccia e ritemprarsi qualche ora che è già il momento di ripartire, verso le 6:00 di mattina.


A day in

Un giorno nella vita a Los Guatuzos,

Nicaragua


Testi di Paolo Ferrara – Foto di Andrea Frazzetta

dieciocho | diecinueve 18|19

the life


Armando ti fa da nocchiero tra le ricchezze del Rio Papaturro. Un uomo che sembra tutt’uno con questo microcosmo, con i suoi animali, con il suo più intimo respiro. Lo vedi inseguire un’iguana con i piedi nell’acqua come un bimbo gioca con una lucertola. Coccolarsi una rana velenosa in via di estinzione. Giocare tra le spire di un serpente mortale. Afferrare con velocità e dolcezza insetti rarissimi. Armando ti prende per mano con il suo sorriso sornione e ti conduce tra i segreti di questo piccolo paradiso di cui è l’ultimo grande custode.

Una giornata nella Riserva Un verso primitivo squarcia la coltre pesante della notte. Qui, dove il buio lo tocchi davvero, ogni cosa riacquista mistero, diventa minaccia. Sono le 4:30 del mattino, poco prima o poco dopo. Nel fitto della foresta il rumore che taglia anche lo scroscio della pioggia agghiaccia. L’urlo che ti sveglia è però solo quello di un Mono Congo (Aluatta palliata), o scimmia dal mantello, e pare proprio che una delle famigliole abbia deciso di eleggere a suo domicilio un gruppo di cedri, querce e achiote dall’altra parte del fiume. Alla sua sveglia, non molto più tardi, farà da eco il più familiare chicchirichì di un gallo. Un segnale inequivocabile che è proprio ora di riaccendere la candela (qui al rifugio “el caiman” il generatore ha garantito luce solo la prima sera) e alzarsi. Fuori la pioggia sta lentamente perdendo di intensità, ma il piccolo sentiero che, costeggiando il fiume, collega la tua casetta con il molo e il rifugio “El caiman” è ormai un acquitrino in cui immergi a fatica gli stivali di gomma. Tutto intorno la natura si sta lentamente risvegliando, lungo le rive del Rio Papaturro, come nel folto della foresta tropicale. Verso la foce gli alberi e le anse iniziano a popolarsi di aironi bianchi, maestosi e inappuntabili nelle loro livree immacolate e nei loro voli eleganti. Qua e là, tra i rami, sono pronte a lanciarsi a caccia le gallinelle viola o i bellissimi “gallitos de agua” (Jacana jacana) che popolano l’intera riserva. A poco a poco che il

sole si scalda le iguane scendono a decine dalla cima degli alberi per cercare un po’ d’ombra. Vederle immobili, nella loro bellezza preistorica, mentre sbucano da una roccia come statue e uno spettacolo che lascia senza fiato. Intanto tra le acque del fiume vedi emergere il muso di una tartaruga, poi il suo carapace. Qui se ne trovano di ogni tipo, colore e dimensione. Un maschio finisce tra le braccia di un contadino che lo sta portando al centro ecologico: ha coda lunghissima e robusta e mandibole resistenti quando afferra rapidissimo un bastone. Il giorno avanza sul Rio Papaturro, così come avanza la barca con cui ti immergi nella sua natura rigogliosa. Su di un ramo che si sporge fino al centro del fiume appaiono i colori sgargianti di un martin pescatore, in attesa della sua preda. Eccolo che si tuffa, lestissimo, e ne riemerge con la sua preda. Su un altro albero un’aninga americana attira la tua attenzione: sotto di lei, su un ramo, una bellissima rana verde dagli occhi rossi si sta arrampicando con le sue zampe a ventosa. Armando, l’uomo che conosce ogni inquilino di questa meravigliosa foresta, la prende e te la fa toccare. Dovrai lavarti le mani subito dopo, perché il suo corpo, come quello di tutte le rane presenti nella riserva, rilascia tossine mortali per il sistema nervoso. Scendi dalla barca per inoltrarti nella foresta che ormai il giorno è avanzato. Il rumore delle rane a tratti è assordante. Così come è fastidioso l’assedio costante delle zanzare, nonostante le dosi massicce di insettorepellenti tropicali. Lungo i sentieri incroci farfalle dalle ali nere e rosse (quasi a celebrare la bandiera sandinista), azzur-


veinte | veintiuno

malaria, ma è anche l’ora dei pipistrelli che, puntuali come un orologio svizzero, a migliaia si buttano a volo radente sul fiume. È uno spettacolo vederli spuntare velocissimi. È un prodigio notare i movimenti improvvisi di questi mammiferi notturni che, ciechi, proprio mentre stanno per sbatterti contro, istantaneamente cambiano rotta avvertiti dal loro sistema radar. Ti auguri facciano buona caccia! Sul Papaturro il buio è sceso. Una ceiba gigantesca, cinquanta metri, ti indica la strada per il ritorno, ma prima di arrivare al molo devi fare conoscenza con un ultimo amico. Guardingo, all’erta, con il muso proteso in avanti, immobile per non farsi notare c’è un caimano, uno dei predatori del fiume. Lo vedi appena, perciò Armando decide di scendere dalla barca con una piccola lampada e di iniziare la caccia al malcapitato. Gli sforzi saranno vani perché non riuscirai a vederlo in tutta la sua interezza... Ma intanto cresce un senso di rispetto e timore per l’impavido custode di questi luoghi, Armando. Ripercorri a ritroso la nostra strada fino alla casetta. Ti fermi un momento a togliere gli stivali di gomma e a ripulirli e senti lo zampettio veloce e rumoroso di un grosso topo che ti corre sui piedi attraversando la lunghezza della casa. Neanche il tempo di riprenderti che il guardiano della casa ti porta, stretto tra le dita, un bel serpente giallo corallo. Ride della grossa quando ti dice che è mortale... E tu ridi un po’ meno quando lo vedi liberarlo, in ossequio alle regole della biosfera... Ma non certo alla paura dei serpenti... E dei grossi ragni velenosi... Ma questa è un’altra storia. La notte scende sul Rio Papaturro. Un altro giro di giostra segnato dal primo scroscio di un violento temporale. Il suo rombo sarà più volte squarciato da nuovi urli. Ma finisci per abituartici quando capisci che in fondo il mistero, la minaccia, sei tu.

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re, gialle. Alzi appena gli occhi, guidato dalla sapienza di Armando, e due bradipi se ne stanno appollaiati su due alberi appena discosti. Ogni tentativo di smuoverli è inutile. Uno dei due ti getta un’occhiata in slow motion e subito dopo ritorna alla sua digestione. Avanzi tra boschi e campi coltivati. Giorno dopo giorno le risaie e il mais conquistano ettari di terreno in una sfida che sembra già segnata. L’equilibrio tra zone umide e attività antropiche, a parole garantito dalla Convenzione Ramsar, è troppo fragile. I coloni, poco più di 2.000 persone, prevalentemente bambini, poco alla volta aumentano spinti dalla fame e dalla speranza di un futuro migliore. Il machete strappa con forza e disperazione istanti vitali alla foresta che è anche l’unica vera ricchezza di questa terra. La consapevolezza di un destino che si va compiendo te la dà Armando. Con lui ti addentri in un pezzo di foresta umida senza sentieri. Fai fatica a camminare. Gli stivali a tratti si incastrano nel fango e nell’acqua e ogni passo è una conquista, un atto di forza contro il terreno. È qui che ti mostra una delle grandi protagoniste della riserva de Los Guatuzos: una rana poco più grande di un pollice (o forse meno), dal corpo rosso e dalle zampe blu. Come molti anfibi non ha grandi capacità di termoregolazione e può sopravvivere solo a determinate condizioni. Ecco perché questa rana sopravvive solo qui: le condizioni della foresta sono ottimali per lei, una temperatura costante tra i 27 e i 28 gradi e un’umidità al suolo sempre prossima al cento per cento. Ti rendi conto che sarai tra gli ultimi, molto probabilmente, a vedere questa rana nel suo habitat naturale. È ora di tornare, ma prima di risalire sulla barca, saluti i bradipi. Uno dei due si sta muovendo, impercettibilmente, lungo il ramo che lo ospita. Non rimani ad aspettare. L’atmosfera del fiume mentre scende la sera cambia. È l’ora delle zanzare e della


Una

rana

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Una luc ertola con un a coda lunghii iiisima!

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Incontri inaspettati...


veintidós | veintitrés

Una stran issima tar taruga, mezza lu certola e c on la coda... an che un po ’ cattiva!

..

“sandinista”. Un serpente

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.

o, giro notturn Durante un imano. spunta un ca Il bra di

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lui? ... e


L’importanza Los Guatuzos è una terra di frontiera e quando ci entri dentro non c’è niente che te lo faccia dimenticare... La città più importante nelle vicinanze è San Carlos, ma ci vogliono almeno 4 ore e mezzo di viaggio, sempre che possiate permettervi il biglietto per l’imbarco e sempre che la vostra imbarcazione non finisca la benzina, non rompa il motore o non si areni. Il presidio medico più vicino si trova in Costa Rica e fino a qualche tempo fa da qui non passavano né dottori né medicine (oggi a entrambi ci pensa Terre des Hommes, ma non basta). Se vi capita di essere morsi da un serpente, però, non vi rimane che prega-

re che il veleno non diventi mortale prima di essere arrivati in Costa Rica... Sempre che vi facciano passare senza problemi, visto che siete “Nica” (come i nicaraguensi vengono chiamati dai ricchi amici del Costa Rica) e che tra i due popoli non corre buon sangue. A Papaturro, vista la mancanza di corrente elettrica e di frigoriferi accesi 24 ore al giorno senza interruzione, non sarebbe possibile conservare in sicurezza l’antidoto. Anche telefonare è un’impresa, salvo che non abbiate una tessera costaricana o quella di un operatore europeo o nordamericano. Se cercate di chiamare con un numero nicaraguense siete condannati a lunghe e inutili peregrinazioni in cerca di segnale. Los Guatuzos, detto fra noi, è una terra di confine dove pochi altri starebbero per

ben dieci anni, come hanno fatto Terre des Hommes e i suoi volontari. Vivere è complicato. Qui più che altro si sopravvive. Spostarsi è difficile. Le condizioni ambientali e sanitarie sono estreme: piove quasi sempre, l’umidità è elevatissima e l’alta presenza di animali pericolosi per l’uomo non rende sicure le passeggiate fra i campi. Però proprio per questo rende orgogliosi vedere il frutto del lavoro di Terre des Hommes: sei scuole, frequentate oggi da oltre duecento bambini; otto centri attrezzati per realizzare attività pre-scolari con i più piccoli; un dispensario medico, dove si possono trovare antibiotici, farmaci contro la malaria e antipiretici; almeno una volta ogni quarantacinque giorni si riesce a far arrivare un medico; una volta al mese, un facilitatore


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giudiziario, don Manuel, avvocato di Managua, registra i bambini all’anagrafe, sposa le coppie e amministra la giustizia con competenze equiparabili a un giudice di pace; alcuni dei ragazzi più grandi oggi possono ambire a entrare all’università. Non c’è praticamente nessuno dei bambini e delle bambine de Los Guatuzos che non sia andato a scuola grazie a Terre des Hommes e vedere l’esercito di bambini in maglietta arancione per strada riempie di gioia e di speranza. Ancora di più però rende orgogliosi vedere come la Casa del Sole (così si chiamano i luoghi d’amore e di speranza che Terre des Hommes ha aperto in tutto il mondo) sia divenuta il centro vitale di tutte le attività della comunità. Non solo i corsi di disegno, di danza e di cucina, il dormitorio

per i bambini le cui famiglie sono costrette al lavoro transfrontaliero, le attività giuridiche, le visite mediche o le campagne di vaccinazione, ma anche gli incontri di carattere politico della comunità, la proiezione di un film, le riunioni dei comitati per le feste civiche... La Casa del Sole Centro Juvenil “El Porvenir” (L’avvenire) è l’unico edificio della zona ad assicurare corrente elettrica tutto il giorno, grazie a un impianto fotovoltaico nuovo di zecca dotato di potenti batterie. Il centro è gestito da Mardjorie, una ragazza della comunità. I promotori sociali sono tutti ragazzi, come Doris, o contadini della zona, come Evaristo di 39 anni, che però hanno scelto di tornare sui banchi di scuola. Le insegnanti del prescolare sono tutte donne della comunità, spesso sem-

plici volontarie. Il segreto di tutto questo è semplice da spiegare e insieme difficile da ricreare: la partecipazione della comunità. Nel suo intervento a Los Guatuzos, Terre des Hommes si avvale dell’appoggio e del coinvolgimento di AFD – Programa de Desarrollo Social, un’organizzazione locale non governativa, senza fini di lucro, fondata nel 2002. Nata con l’obiettivo strategico di operare per una società nicaraguense giusta, solidale, rispettosa dei diritti dei bambini e degli adolescenti, AFD opera per facilitare i processi di sviluppo umano ed economico: dalla promozione dell’educazione, della cultura, dello sport, della tutela ambiente, fino al sostegno e all’impegno in attività assistenziali di tutela alla salute e di intervento in situazioni di esclusione sociale e povertà.

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della partecipazione


Incontri speciali...

Rigoberto, 54 anni

Mardjorie, 19 anni Le chiavi della Casa del Sole passano da questa incantevole ragazza di 19 anni. La vedi ballare e subito dopo ripulire i boschi. Ora sta aggiornando i conti della Casa del Sole e un attimo dopo è in cucina a preparare la cena per i volontari. Sempre con il sorriso sulle labbra, quello stesso sorriso che ha trasmesso alla sua bellissima bambina, che di anni ne ha già 4 e le è stata regalata da una guardia forestale quando lei di anni ne aveva 15. Della guardia, ovviamente, non si sa più nulla...

Presidente AFD, partner Terre des Hommes, la sua faccia è un condensato di allegria e filosofica serenità latina. Senza questo ex calciatore che ha fatto dello sport e della partecipazione gli strumenti principali per il recupero dei ragazzi delle zone più povere del paese, il piccolo miracolo della Casa del Sole di Papaturro e delle “brigate ecologiche” sarebbe stato impossibile.

Gabriela, 8 anni Dovunque ti giri, nell’area de Los Guatuzos, vedi le magliette arancioni di Terre des Hommes indosso a un bambino. Qui, in una terra dimenticata dallo stesso Nicaragua, come da qualsiasi altra ONG che ci abbia messo piede, Terre des Hommes da dieci anni continua ad assicurare scuola, salute e protezione a quasi ottocento tra bambini e adolescenti. Il sorriso di Genesis Gabriela Joyas Hurtado è il segno che questo lavoro sta dando grandi frutti.


veintiséis | veintisiete

Nestor, 23 anni

Evaristo, 39 anni

Animatore sociale di Terre des Hommes. Il collo alto da esistenzialista francese, il capello sempre impomatato, il naso adunco e intelligente, il sorriso aperto. Nestor è l’artista del gruppo. Gioca con i colori, con gli stili, con la fantasia, per regalare ai bambini, attraverso il disegno, un modo potente per esprimere se stessi e le proprie potenzialità.

A sette anni si è caricato sulle spalle la sua famiglia, iniziando a lavorare nei campi. Su e giù tra Costa Rica e Nicaragua, a far stagione, portandosi anche la moglie e i figli, che tanto da cinque anni in su son buoni per aiutare. Evaristo è stato sfruttato, ha lottato, sudato, fatto mille lavori. E poi ha deciso che per dare un futuro migliore ai propri figli doveva darsi un futuro diverso e si è messo a studiare. Ora continua a fare il contadino, ma con il suo diploma di scuola media è anche uno dei più instancabili promotori sociali di Terre des Hommes, a Los Guatuzos.

A Los Guatuzos sembra che con il machete ci si nasca. Te lo mettono in mano tra i cinque e i sette anni. Un po’ per gioco, un po’ perché qui ogni muscolo, ogni goccia di sudore, ogni singolo taglio segna la distanza fra la fame e la speranza di una vita migliore. José Santos oggi, grazie a Terre des Hommes, va anche a scuola. E forse un giorno farà un mestiere diverso da quello di suo padre, e di suo nonno. Ma oggi il suo destino, come quello della sua famiglia, è strettamente dipendente dal suo machete.

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José Santos, 11 anni


In casa Gutierrez Lopez Sono le 6:00 di mattina. L’aria è ancora frizzante e mamma Clara è già in piedi da un po’. Sul fuoco l’acqua per il caffè è calda. Nella pentola, il riso e i fagioli neri si stanno mescolando. Fra un minuto anche il “gallo pinto” sarà pronto per essere servito in tavola. Papà Carlos intanto si è lavato con l’acqua del pozzo, si è sbarbato (facendo attenzione a non guastare i suoi bei baffi neri) e vestito. Priscilla, aiutata dalla cuginetta Niemsel, si sta prendendo cura dei piccoli, Samir, Nimci e di Joksan: diciotto mesi, l’ultimo nato. Feve, che solo un mese

fa stava per morire a causa del morso di un serpente (è stata salvata in un ospedale del Costa Rica), prende l’acqua dal pozzo. Si mangia tutti insieme sul piccolo patio di questa casetta di due stanze. Una per i genitori e l’altra per gli undici figli. Non ci sono sedie o tavoli o letti. Solo ciotole, bicchieri, stoviglie e stuoie per dormire, in casa Gutierrez Lopez… Eppure tutto è estremamente pulito, dignitoso, a cominciare dal giardino, perfettamente pulito e rasato. Sono le 7:00, quando papà Carlos si avvia per i campi di mais, lo seguono armati di machete anche Tribeth ed Hermes, i maschietti più grandi. Oggi non c’è scuola,

è settimana di festa nazionale. Per il piccolo Samuel, invece, è ancora tempo di giochi. Karen, una delle due gemelle maggiori, sistema il giardino e aiuta Karel, l’altra gemella, a stendere i panni. Sono i due instancabili motori della casa, oltre che due delle migliori allieve della scuola secondaria di Pueblo Nuevo II, il piccolo insediamento a circa un’ora a piedi da Papaturro. Katia, la terza sorella, aiuta la mamma con le stoviglie e si occupa del pranzo. Sono le 12:30 e torna Carlos con i figli. Per pranzo ancora riso e fagioli, pollo e banana cotta. Lui e i maschietti torneranno sui campi appena mangiato. Karen invece

partirà per Papaturro, dove fa la promotrice sociale con Terre des Hommes. Il martedì e venerdì pomeriggio, dalle 15:00 alle 17:00, per la famiglia Gutierrez Lopez è giorno di tempio. Insieme ai nonni, doña Lorenza e don Antonio, fanno parte della comunità evangelica di Los Guatuzos e l���attività comunitaria è uno dei doveri dei fedeli. Il tramonto cade improvviso, intorno alle 18:00. La famiglia Gutierrez Lopez ha già

mangiato e si prepara ad andare a letto. Qui non c’è altro da fare. Il sentiero che porta a Papaturro è sommerso dal fango, lo si percorre velocemente solo a cavallo e di notte, senza alcuna luce, diventa impraticabile. Domani ci si sveglierà presto. Per otto degli undici figli è giornata di scuola, grazie ai sostenitori a distanza di Terre des Hommes. Per Carlos e Clara sarà un gran giorno inve-

ce: domani, grazie a don Manuel, potranno finalmente regolarizzare il loro matrimonio presso le autorità civili e registrare all’anagrafe i loro figli. Hanno dovuto aspettare vent’anni per questo momento! Ci si corica sulle stuoie stese per terra. Con l’arrivo del dodicesimo figlio e con la cuginetta che dorme spesso qui, servirebbe davvero un’altra stanza. Ma per ora questo è solo un sogno...


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veintiocho | veintinueve


Asómate a tu ventana, joven linda, te diré:

Pásame un poco de agua

Que vengo muerto de sed. -No tengo vaso, ni copa

En qué dártela a beber… -Pero tenés tu boquita

que es más dulce que la miel. Ya con esta me despido

cogollito de tierra palma, aunque me voy y te dejo pero te levo en el alma.


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Affacciati alla finestra bella ragazza e ti dirò: – Dammi un po’ di acqua che muoio di sete. – Non ho un bicchiere né una coppa in cui tu possa bere… - Però hai la tua boccuccia che è più dolce anche del miele. E con questo ti saluto piccolo germoglio di questa terra, anche se ti lascio e vado via ti porterò sempre nell’anima mia.

Corrido nacional, tratto da “Romancero nicaragüense”, Ediciones Distribuidora Cultura, 2001


Le “brigate ecologiche” Sono le 8:00 di mattina. Le barche ti aspettano con i motori accesi già stipate di ragazzi. Hanno tutti una maglietta grigia, i loghi di Terre des Hommes e del partner locale, AFD, e una scritta verde: “Brigada Ecologica Los Guatuzos”. Sulle barche, messe a disposizione dal centro ecologico e dal Ministero dell’Ambiente e delle Risorse Naturali (MARENA), ci sono Mardjorie, Roger, Glenda, Nestor e tanti altri come loro. Hanno tra i quindici e i vent’anni. Sono loro le “brigate ecologiche”. Un’associazione di venticinque ragazzi e ragazze nata a margine dei progetti di Terre des Hommes per difendere e promuovere il patrimonio unico e meraviglioso della biosfera de Los Guatuzos e del Rio Papaturro: soli 7 km che l’acqua percorre per tuffarsi nel grande lago degli squali d’acqua dolce, il Nicaragua, ma 7 km di una bellezza che toglie il fiato e che ha pochi paragoni nel mondo. Un piccolo paradiso, ma fragilissimo, come tutto l’ecosistema della Riserva.

Le “brigate ecologiche” sono diventate le sentinelle di questo luogo. Parti con loro elettrizzato per la missione del giorno: ripulire il fiume! Con guanti in lattice, grossi sacchi neri per raccogliere l’immondizia e lunghe pertiche per l’abbordaggio. Purtroppo anche in una natura che sembra incontaminata, appena ti sforzi un po’ vedi affiorare bottiglie di plastica e di vetro, lattine d’alluminio, sacchetti. Lungo gli argini batterie esauste, indispensabili per assicurare corrente in una zona dove non arriva l’energia elettrica, ma anche scarpe, vestiti dismessi, taniche di benzina rotte, piatti, pezzi di motore. Le brigate si spingono anche a riva, tra i cespugli, negli spazi antistanti alle sparute casette che si affacciano sul fiume. Si lavora con il sorriso sulle labbra, ci si sfida a chi riempie più sacchi. Alla fine, in poco meno di due ore se ne riempiono una decina, ma il lavoro non è che all’inizio. Ora bisogna svuotarli, dividere il “raccolto” a seconda del tipo: le batterie con le batterie; la plastica con la plastica e via dicendo. E non è ancora tutto: ora i rifiuti vanno caricati su una nuova barca che li porterà, scendendo lungo il fiume, a San Carlos, dove finalmente li attende una discarica. La mattinata delle brigate si conclude intorno alle12:30, ma c’è ancora tanto da fare e i ragazzi e le ragazze ne sono consapevoli. Ogni mattina, volontariamente e gratuitamente, si aspetta la partenza del barcone passeggeri per rifornire la barca di sacchetti di plastica e per ricordare ai passeggeri e all’equipaggio l’importan-


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Una dimostrazione, l’ennesima, che grazie alla partecipazione e al coinvolgimento della comunità si possono realizzare grandi imprese, realmente sostenibili nel tempo.

sul Rio Papaturro

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za di tenere pulito il fiume. Durante la settimana ci si organizza per ripulire i sentieri della foresta. Periodicamente si organizzano momenti di sensibilizzazione delle famiglie e giornate dedicate alla preservazione dell’ambiente. In questa comunità di non più di duemila persone, le “brigate ecologiche” oggi sono dislocate in 44.000 ettari di terra. Le brigate sono una realtà visibile e presente che ricorda, ogni giorno, che l’ecosistema de Los Guatuzos appartiene a tutti ed è una ricchezza per tutti e per le generazioni che verranno. Una ricchezza che si può sfruttare non solo conquistando giorno per giorno ettari di terreno alle nuove coltivazioni, sufficienti a malapena alla sopravvivenza, ma anche e soprattutto valorizzandone la biodiversità, la bellezza, l’enorme potenziale turistico e scientifico.


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Ernesto Cardenal Martínez (Granada, 20 gennaio 1925) è un poeta, sacerdote e teologo nicaraguense. Protagonista della rivoluzione in Nicaragua del 1979, è tra i massimi esponenti della teologia della liberazione: è stato il fondatore della comunità religiosa di Solentiname.


Il progetto 2012

Le “brigate ecologiche� della biosfera di Los Guatuzos


Terre des Hommes è presente dal 2004 nella riserva di biosfera del “Rifugio di Vita Silvestre Los Guatuzos”, zona a sud del grande lago Nicaragua al confine con il Costa Rica. La biosfera è stata riconosciuta dall’UNESCO “area protetta” e sul suo territorio abitano ottocento famiglie di otto comunità rurali. Los Guatuzos si estende per 437.5 km2 d’estensione ed è compresa tra la sponda sud del lago del Nicaragua e le aree della costa dei pantani a sud del fiume San Juan; amministrativamente appartiene al municipio di San Carlos. Si caratterizza per una gran diversità di risorse naturali che fanno appunto parte del patrimonio nazionale dell’UNESCO. Nella Riserva si sono insediate diverse comunità rurali, ciascuna costituita da uno sparuto gruppo di casette collegate tra loro da sentieri e fiumi. I pochi turisti che arrivano fin qui rimangono colpiti dalle bellezze che la flora e la fauna di questa zona regalano. Ma dietro ai colori sgargianti di animali, fiori e piante, la biosfera nasconde centinaia di bambini dimenticati, affaticati e spesso sfruttati, che lottano ogni giorno per avere una vita più giusta e dignitosa, per sé e, quando ci sono, per le loro famiglie. Vivere a Los Guatuzos per i bambini non è affatto semplice, nonostante si sia immersi in un contesto ambientalistico per certi versi spettacolare. Andare a scuola è un’impresa. Da una parte le grandi distanze obbligano i bambini a camminare per lunghi tratti in sentieri nella selva, spesso nel fango e circondati da zanzare. Dall’altra, sono le stesse famiglie che hanno bisogno del loro aiuto, per i lavori nei campi impedendo ai bambini di recarsi a scuola.

Terre des Hommes offre sostegno a oltre 400 bambini di queste comunità, attraverso: • la registrazione e il reinserimento nel circuito scolastico pubblico; • il monitoraggio presenza, la valutazione e il controllo bimestrale dei risultati; • la distribuzione di kit di cancelleria ed equipaggiamento per la scuola: • varie attività didattiche, ludiche e ricreative; • assistenza medico-sanitaria; • assistenza legale tramite un facilitatore giudiziario che si occupa della registrazione anagrafica dei bambini, della celebrazione dei matrimoni e della risoluzione delle piccole controversie. Grazie a Terre des Hommes a oggi sette comunità su otto hanno una scuola funzionante e, in accordo con il Ministero dell’Educazione, dal 2007 funziona una scuola media nella comunità di Papaturro. Dal 2009 anche a Santa Elena è operativa una struttura scolastica che permette ai ragazzi delle diverse località di ricevere le lezioni a carico del personale di Terre des Hommes e di altri professori durante i fine settimana. Molti bambini vivono difficili situazioni familiari, in condizioni di miseria non solo materiale. Tra novembre e febbraio sono molte le famiglie che emigrano in Costa Rica per il raccolto del caffè. Purtroppo accade spesso che, dopo il lavoro stagionale nelle piantagioni, molte mamme decidano di restare in Costa Rica per lavorare come domestiche e lascino i figli al padre in Nicaragua o, più spesso, ad altri familiari. Per arginare il fenomeno dell’abbandono dei bambini è stato costruito un Centro di accoglienza per giovani, La Casa del Sole “El Porvenir”, con dormitori, cucine servizi igienici, una grande sala multiuso che riceve luce elettrica grazie a pannelli solari

e un sistema di riciclo dell’acqua, dunque a impatto zero per l’ambiente, nel rispetto della biosfera. Qui i bambini partecipano alle attività sportive (soprattutto baseball e calcio), ricreative e ludico-pedagogiche infantili: corsi di danze tradizionali nicaraguensi, disegno e pittura. Tutto questo è fondamentale per dei bambini che altrimenti non riuscirebbero mai a percepire il loro diritto a una crescita serena ed equilibrata, fatta anche di svago e serenità e non solo di fatica, lavoro e, a volte, anche di sfruttamento. Nel centro tre promotori seguono i bambini venti giorni al mese con fatica, ma anche grandi soddisfazioni. La difficile navigazione del rio Papaturro, la mancanza di barche sufficientemente potenti e gli alti costi del carburante, rendono difficilissimo per la gente di Los Guatuzos anche solo il raggiungimento di un ospedale. La soluzione più semplice è quella di andare a piedi, a cavallo o con una jeep verso il Costa Rica, ma spesso anche i malati più gravi vengono rallentati alla frontiera e, a volte, addirittura respinti. L’unica soluzione permanente sarebbe quella di mettere a disposizione della comunità una barca veloce per raggiungere il presidio medico di San Carlos: un tragitto che ora richiede, se tutto va bene, un minimo di quattro ore e mezzo ma che può, complice la difficile navigazione, trasformarsi in un vero e proprio pellegrinaggio di mezza giornata. Grazie a Terre des Hommes, ogni quarantacinque giorni un dottore visita ogni comunità e distribuisce gratuitamente medicine e vitamine, oltre a realizzare incontri e distribuire materiale di educazione alla salute. In un anno, non si realizzano meno di 5.200 visite mediche, in una località dove curarsi è un’impresa!


Le “brigate ecologiche”

Con il contributo di XmasProject Terre des Hommes si propone di acquistare una barca con motore fuoribordo (vetroresina da nove posti) e alcune canoe che consentirebbero: • svolgimento delle attività ecologiche in modo più rapido ed efficace; • raggiungimento della capitale in casi di emergenza; • la creazione di un servizio di ambulanze fluviale; • l’avvio di attività generatrici di reddito legate al turismo sostenibile. Inoltre, il contributo del Xmas Project permetterebbe di sostenere alcune attività della Casa del Sole di Terre des Hommes. In particolare: • sostegno a una campagna di vaccinazioni; • acquisto di medicinali per il dispensario medico; • copertura dello stipendio di tre promotori locali. Le attrezzature e gli equipaggiamenti che verranno acquistati saranno trasferiti in proprietà al partner locale AEFD.

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Tra le tante iniziative che Terre des Hommes ha promosso, quella con maggiori potenzialità sono le “brigate ecologiche”: nate in difesa della natura e dell’ambiente, queste simpatiche “brigate” sono state volute da un gruppo di giovani studenti della scuola media. Attualmente sono composte da 25 ragazzi che utilizzano dei kayak prestati per spostarsi lungo il fiume. Le “brigate ecologiche” si occupano di: • monitorare la pulizia dei fiumi e dei sentieri della biosfera; • sensibilizzare le famiglie e la comunità sull’importanza della salvaguardia dell’ambiente che li circonda; • partecipare ai corsi sulla prevenzione e il controllo degli incendi forestali; • organizzare incontri sulla conservazione del Rio Papaturro; • organizzare eventi/giornate dedicate all’ambiente. Le attività delle “brigate ecologiche” sono organizzate in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e delle Risorse Naturali (MARENA). Le “brigate ecologiche” non sono soltanto indispensabili per preservare un “paradiso naturale” a rischio, ma perché

possono costituire una possibilità importante per uscire da una condizione di povertà estrema per i ragazzi de Los Guatuzos. L’unica possibilità, probabilmente.

Il budget • Acquisto ed equipaggiamento di una barca con motore fuoribordo e di otto canoe • Equipaggiamenti per le “brigate ecologiche” e acquisto di carburante • Campagna di salute per bambini (campagna di vaccinazioni e scorta medicinali per il dispensario) • Contributo a tre ragazzi – promotori/educatori locali.

Totale 25.000 €


Terre des Hommes Italia Viale Monza 57 20125 Milano - Italy tel.: +39 02 28970418 fax: +39 02 26113971 e-mail: info@tdhitaly.org www.terredeshommes.it

http://www.tdhlife.com/nicaragua/


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http://www.facebook.com/pages/Programa-de-Desarrollo-Social-AFD


Per fare un albero ci vuole un seme, diceva una vecchia canzone; per fare tutto ci vuole un seme. I bambini del Nicaragua quest’anno ci insegnano che si può avere cura della propria terra, del mondo che ci circonda, in prima persona, assumendocene la responsabilità. I semi che si possono piantare sono tanti, e questo nostro mondo sembra avere bisogno di tutti noi e di tutti i semi che saremo capaci di piantare, curare e far crescere. La metafora del seme è potente, ancorché a volte abusata. Eppure, se riusciamo a farla nostra può migliorare la vita di tutti: può farci entrare nel futuro da cittadini coscienti. Piantare un seme oggi, fare crescere un albero, significa credere nel futuro. Raccontaci i semi che vorresti piantare e quali alberi vorresti far crescere.

Noi, Xmas Project 2012


Raccontaci quali semi vorresti piantare e quali alberi vorresti far crescere…

Che domanda difficile! Ho il privilegio e la fortuna di essere in Nicaragua a dare continuità a un evidente gran lavoro che hanno svolto qui Mauro Morbello e Giori Ferrazzi per la nostra Organizzazione, in un paese che dopo decenni di guerra civile e di un tribolato “aggiustamento” post-conflitto, vive una fase di crescita, sotto molti punti di vista... E già qui c’è un seme che germoglia… Los Guatuzos è una regione magica. Partendo da San Carlos ti inoltri in barca, attraversando il lago Nicaragua per immergerti, lentamente, nel Rio Papaturro… e un mondo si dischiude, lentamente, davanti agli occhi, che iniziano a sgranarsi, di fronte alle innumerevoli, emozionanti espressioni di una natura così forte e fragile, al tempo stesso. Natura e uomo… un rapporto difficile, complesso, ambivalente. Per gli uomini e le donne de Los Guatuzos, la natura è (anche) un ostacolo. Regione isolata e priva di servizi sociali, “dimenticata” dalle istituzioni nicaraguensi (ma non da quelle costaricensi…), in cui gli abitanti devono lottare con il proprio ambiente per ricavare il proprio sostentamento, con scarse opportunità di crescita socio-economica e ancor più scarse opzioni di scambio culturale. I luoghi dipendono dagli innumerevoli modi di viverli, osservarli e interagirvi. Noi lavoriamo da anni per offrire più opportunità ai bambini e ai giovani de Los Guatuzos. Quanti semi vorrei piantare e quanti alberi vorrei veder germogliare… Vorrei innanzi tutto una scuola migliore e più accessibile per loro, capace di generare qualità e possibilità di scelta. Vorrei una comunità attenta al proprio ambiente, e vorrei che questa attenzione possa costituire una risorsa. Vorrei che il mondo e la gente conoscesse – in punta di piedi – questo spettacolare angolo di mondo. In silenzio, sussurrando, rispettando, sorridendo. Vorrei che le donne non divenissero madri nell’età dell’adolescenza e potessero vivere un percorso più consono alle differenti tappe della vita; vorrei maggior rispetto per loro e vorrei che avessero una diversa consapevolezza del ruolo della donna nella società. Vorrei che un giorno la nostra presenza non sia più giustificata dalle disparità sociali e dall’assenza di opportunità e servizi. Sarebbe l’albero più bello… E vorrei che un seme germogliasse anche alle nostre latitudini. La lezione che sto apprendendo io, in questa fase della mai vita in Nicaragua è che noi, società umana, abbiamo bisogno di Politica, quella con la “P” maiuscola, quella dimensione di azioni concrete volte al miglioramento delle condizioni di vita della società nel suo insieme. Perché la più grande vittoria del neo-liberalismo è stata quella di far apparire la politica, lo stato, le istituzioni come inutili, parassitari orpelli. E il problema non è patire le conseguenze dei “momenti difficili”, quanto l’assenza di una inerzia, di visioni, di modalità concrete di cambiamento, ANCHE solo potenziali. Abbiamo bisogno di Politiche. Che ci permettano di migliorare il mondo. Qui, come altrove. Forse più altrove che qui… Nel mio mestiere di “cooperante” (come suona male questa parola…) ho avuto il privilegio e la fortuna di osservare porzioni di mondo, di sentire scivolare sulla mia pelle culture, suoni, attitudini, mondi differenti. E sono sempre più convinto che una differenza fondamentale nelle condizioni di vita dei popoli sta nella presenza di istituzioni solide, di una società civile attenta e con una attitudine dinamica. Qui, oggi, in Nicaragua, a Los Guatuzos credo che valga la pena di portare il nostro contributo. Ci siamo. Per ascoltare, per capire, per agire, per collaborare con i nicaraguensi alla costruzione di opportunità e miglioramento. Vorrei ringraziare Matteo, Sarah, Luca, Paolo e Giori per la costruzione di questo progetto. Più di ogni altra cosa, è stato impagabile conoscervi e lavorare con voi. E abbiamo appena cominciato! ...Hasta pronto, hermanos! Teo Aniceto


Abre los ojos

no con un despertador estridente, sino con el canto de los pájaros. Lava tu cuerpo en las aguas del río, ni fría ni caliente. Nunca más las horas muertas bajo una luz artificial El sol guiará tu días y las estrellas tus noches Abre tu mente, cambia las reglas La fruta crece en los árboles, al alcance de tu mano Existe una forma de vida vital, búscala Lejos de las montañas de hormigón Si sólo pudieses mudar tu piel…

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cuarenta y cuatro | y cinco

Andres Serrano, desde Buenos Aires

Una pancia che cresce,

una vita che arriva, seme di un nuovo futuro. R & YY

C’era una volta

una terraferma, ora un focoso mondo liquido. Semi-in-aria! Chiara Pice


Per essere concreti.

Pianterei: basilico, timo, salvia, maggiorana, origano, menta, rosmarino, alloro, lavanda, ginepro. Poi fiori, tanti fiori: peonie, margherite, ciclamini, rose, tulipani, gardenie, azalee, viole e violette, nontiscordardime, ranuncoli, nasturzi, girasoli, gerani, orchidee e asfodeli… E gli alberi, tutti. Betulle, querce, pini, pini marittimi, abeti, pioppi, cipressi, meli, ciliegi, peri, noci, mandorli, sequoie, baobab, larici, castagni... E si potrebbe pensare anche a ravanelli, insalata, cavoli, zucche, carote. Zucchine, fagioli e fagiolini, patate, cipolle, aglio, cocomeri e meloni, cetrioli e cardi, fave e piselli, pomodori e radicchi… Si può provare, no? Mica tutti in un colpo solo, ma un po’ per volta, prendendosi il tempo per farlo. Come con ogni vero seme. E.

Vorrei piantare il seme dell’albero delle parole.

Da questa semina nascerebbe una “i”: dovrei annaffiarla quotidianamente e leggere ad alta voce tre poesie tutte le sere. L’alberello crescerebbe rigoglioso e alla fine sarebbe pieno delle parole giuste, per tutti. Sarebbe un albero generoso e saggio, come tutti gli alberi della Terra: basterebbe appoggiare con dolcezza la mano sul suo tronco, una “I” imponente, per farsi venire in mente la parola che stiamo cercando e che non troviamo. Bisognerebbe avere un po’ di pazienza, perchè la “I” non accontenterebbe i frettolosi, né i nervosi, sui quali farebbe invece cadere una pioggia di “B” come basta. L’albero ci regalerebbe il distillato perfetto dei nostri pensieri e delle nostre emozioni confuse. Sarebbe molto utile in caso di rabbia: il parolalbero ci obbligherebbe a pensare prima di parlare, e con ciò avremmo risolto metà dei nostri problemi. Daniela Medici

Mi son detto: servirebbe il seme della pace.

Mi son detto: ci vorrebbe un seme che, piantato saldamente nella terra, producesse essenze incontrollabili generatrici di serenità e volontà di stare insieme, mano nella mano; voglia di accordarsi, bisogno di incontrarsi e ripartire: “Non ce ne andremo da qui finché non ci saremo abbracciati, finalmente insieme”. Mi son detto: un seme che sospinto dal vento arrivasse in ogni terra, in ogni davanzale, su per le colline e le montagne, tra le felci e a contaminar le alghe, nei deserti a nutrir licheni e nelle campagne tra le messi, a dar sapore ai frutti, a colorare grano e frumento.
 Mi son detto: un seme appetitoso per vitelli e tonni, e gamberoni e maiali per finir sulle tavole dei ricchi e dei poveri, dei grandi e dei piccini, nelle padelle delle mamme e tra le griglie dei papà a sfrigolar sulla carbonella. E gli amici e gli sconosciuti farebbero a gara ad offrirsi bocconcini da assaggiare. Mi son detto: ci vorrebbe proprio un seme che producesse rigogliosi arbusti con tenere foglie dall’aroma perfetto per la salamella e la pasta e ceci, da metter negli strudel con le mele, perfetto per le pere e cioccolato e delizioso per un Mont Blanc da Master chef; e per il branzino al sale degno dei re, e ingrediente prezioso per una perfetta lievitazione del pane e per la birra da grand gourmand. E i re si inviterebbero a cena una volta nel regno dell’uno e la volta dopo nel principato di quell’altro. “Oggi si mangia cotolette alla pace!”, direbbe la mamma in famiglia portando in tavola una teglia fumante. Lo chef stellato annuncerebbe un “semifreddo fragole, anacardi e burrata surmontata da glassa di pace dei Monti Sibillini!”. E i bambini, a Natale: “Mamma, prepariamo i biscotti alla cannella e pace?”. Niente più litigi, e fratelli e sorelle a scambiarsi maglioni e offrirsi passaggi per le uscite serali. Mi son detto: ah, se ci fosse un seme che inducesse teneri sguardi e facili sorrisi, voglia di dar pacche sulla schiena e allegre strette di mano, vediamo chi è più bravo tra te e me, e chi vince paga da bere!, e voglia di dare una mano a chi non ce la fa, a chi rimane indietro dire con un sorriso “Ti aspetto!”, e poi si va. Avanti, e insieme. Mi son detto: potrei farmi chimico, e genetista molecolare, e biologo delle microparticelle elementari con specializzazione in microfisica applicata in nanobioingegneria... e crearlo io, questo seme. Mi son detto. Poi sono uscito. Ho camminato. Ho guardato, e ascoltato, e parlato con chi incontravo. Ho preso automobili, e autobus, poi ho chiesto passaggi in nave, e comprato biglietti aerei per voli diretti versochissadove e
per nonsapreinqualeluogo. Ho parlato ancora, a gesti, a segni e smorfie, a sorrisi e batter di mani. E ancora versi, suoni, stridii, schiocchi, fruscii e sbatter di ciglia. Ho guardato e ascoltato il vento nei campi. Sentito levarsi soli su mari e deserti, crescer fiori su davanzali francesi e onde fermarsi sulle sabbie del Messico. Bambini giocare.
Persone amarsi, cercarsi, baciarsi, e amarsi ancora.
Anziani guardarsi con mani tremolanti e occhi limpidi, giovani correre tra le onde di mari mai troppo salati e per laghi per nulla fermi. Mi son detto: che sciocco.
 C’è già tutto, ovunque. Stefano Errico


L’Albero e il Bambino

... abbandonato su uno scaffale di un grande magazzino. Senza acqua, senza aria, senza affetto. Solo, a guardare stranito il movimento intorno a sè. È stato un colpo si fulmine. Un brivido come quello che mi daranno i suoi frutti maturi. Kit, questo è il suo nome, come la macchina che negli anni ottanta ci fece impazzire, sì quella di Supercar. Anche lui è super, ma non parla, per ora ascolta soltanto. Ora ha una casa e ogni giorno lo nutro e lo osservo con amore. Tra un paio di mesi diventerà ciò che ha sempre desiderato, ma ora con tutta la sua forza cerca di farsi largo per intravedere la luce. L’amore che lo circonda presto darà i suoi frutti: rossi, carnosi, saporiti, piccanti. E come le più belle storie d’amore, prima o poi darà nuovi semi da ripiantare e una nuova vita nascerà, perpetuando il perenne susseguirsi delle trasformazioni. Tutto questo, il mio peperoncino. Claudia Taddei

C’era una volta un Bambino e il giorno della sua nascita un Albero fu piantato nel giardino della sua famiglia per ricordare il felice evento. Le foglie ingiallirono, caddero e ricrebbero e il Bambino cominciò presto a camminare e arrampicarsi sull’Albero. Giocarono assieme per tutta l’estate e divennero amici. Le stagioni si susseguirono e gli anni passarono e il Bambino divenne adolescente e sul tronco dell’Albero incise il nome del suo primo amore. L’Albero lo osservava e si compiaceva di poter condividere con l’amico i nuovi sentimenti che gli sbocciavano nel cuore. Quando divenne adulto, il Bambino cominciò a lavorare assiduamente nei campi e trovava spesso ristoro all’ombra dell’Albero per riposarsi durante le sue pause. L’Albero si sentiva utile e stendeva i suoi rami e le sue fronde per riflettere i raggi del sole e riparare l’amico dall’affanno della calura estiva. Il tempo fu inesorabile per l’Albero e il Bambino, e quest’ultimo si sposò e raccolse i frutti dell’Albero per sé e la sua famiglia. L’Albero ne fu felice: poteva finalmente contribuire alla gioia della famiglia del suo amico e aiutarlo nei periodi difficili. La vecchiaia coprì di rughe il bambino e l’albero che si ingobbivano sempre più. E quell’inverno fu particolarmente rigido e freddo. Il vecchio Bambino tremava e aveva le mani raggrinzite per il gelo e il suo vecchio amico Albero gli donò tutto ciò che gli restava: la legna per scaldarsi. Il vecchio Bambino si addormentò così, scaldato dall’amicizia del suo amico Albero. L’amicizia è un’esperienza che può durare tutta la vita. E nasce da un seme che solo la gioia e la condivisione rendono fecondo.

cuarenta y seis | y siete

L’ho incontrato un paio di settimane fa...

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Martina Nencini

Seme somiglia

Semente se stante Servente solvente Seme mese Otto otto Pera rape Neve vene Oro oro Poro rapa Carota tepore Silenzio lenzo Lorenzo fermento Se c’era dov’era un tempo cresceva, il seme cos’è, la gioia con sé, disturba nessuno, vola sicuro, ci piace cosi, né pere né pomi, un giorno dei miei, un altro ancor più, il seme non c’è colto nel volto del prossimo velo, si tolgano anch’essi e restino veri, di luce e fessura, paura non sia, la mia poesia mai voli via. Fede

Paseo por Nicaragua!

Cuando vas andando por la selva, puedes ver grandes àrboles con hojas verde, mucha humedad y muchos animales. Sin saberlo, tu vida està colgadas entre el cielo y la tierra, y la prisa para ir, se detiene, para disfrutar de unico segundo de silencio. Estos chicos, que pasean en la selva, son chicos de fuerza y valor, son gente que quiere vivir en la sencillez y con naturalidad La gente de este lugar, han entendido como pasar sus vida. Esta gente, no habla tu idioma! Davide Cazzaniga desde Lima


I semi che mi piacerebbe tanto piantare sono i semi della Parola di Dio, gli stessi semi a cui Gesù fa riferimento nel Vangelo quando racconta la parabola del Seminatore, affinché nei cuori di tutte le donne e di tutti gli uomini della terra possano crescere grandi alberi di Fede. Alberi rigogliosi, dalle chiome frondose, alberi di felicità, di quella felicità profonda e ineguagliabile che proviene dall’amicizia con Gesù. Il Santo Padre Benedetto XVI proprio lo scorso 11 ottobre 2012 ha indetto l’Anno della Fede che si concluderà il 24 novembre 2013. Auguro a ogni persona, con tutto il mio cuore, di poter ricevere il prezioso dono della Fede e, sempre a proposito di “semi”, vorrei condividere con Xmas Project una strofa di questa bella canzone di Claudio Chieffo, il “Seme”. Spero tanto che anche i bambini del Nicaragua possano conoscerla... magari in una sua traduzione in spagnolo! Paola Guzzetti

.... Io vorrei che fiorisse il seme, io vorrei che nascesse il fiore, ma il tempo del germoglio lo conosce il mio Signore!

Non sono coerente e spesso mi perdo tra le correnti dei cieli, ma non perdo mai l’abitudine di guardare il sole.

Dalla finestra della nostra cucina si scorge un pino, i bimbi lo chiamano “il grande albero”. Qui in città di grandi alberi purtroppo se ne vedono pochi eppure basterebbe un seme e tanto amore e rispetto per la nostra natura per regalare ai bimbi una speranza in più… Simona Dinetta

Simona Roncelli

Chi semina vento raccoglie tempesta... diceva sempre una mia cara amica... Benedetta Nocita

Mia suocera

Chissà perché spesso noto che è più immediato, più frequente e più comune occuparsi dei rami storti degli alberi adulti e saldi del presente e del passato, piuttosto che curare, custodire e innaffiare i semi degli alberi teneri che custodiscono il futuro...

Alla finestra della mia camera si affaccia una splendida magnolia. Spesso, guardandola, ricordo mia suocera, la nonna Maria, e penso che sarebbe stata molto felice di avere un albero che le entrasse in casa. Lei amava le piante, dedicava loro molto del suo tempo. Appena sposata ho vissuto con lei per alcuni mesi e mi stupiva sempre quando da un piccolo e spoglio rametto riusciva a far germogliare foglie e fiori. Parlava con le sue piante e le curava come fossero bambini. Ecco che cosa ha seminato in me: la certezza che con amore, dialogo e cura ogni “pianta” può crescere rigogliosa.

Sara Panizza

Augusta Mamoli


Giorgia Lodigiani

L’albero dei ritratti

Nel cielo di un paese lontano la luna era diventata grigia e di notte non brillavano più le stelle. Gli abitanti si riunirono per decidere cosa fare: il problema era serio e si doveva intervenire in fretta. Il signore più ricco del paese suggerì di piantare una moneta d’oro, per fare un albero di monete d’oro che arrivasse fino alla luna, così da farla brillare col bagliore del prezioso metallo. Molti furono d’accordo con lui e lo seguirono nel giardino della sua villa per assistere alla delicata semina. Un gruppetto meno numeroso, formato soprattutto da bambini e ragazzi, era rimasto in disparte, per nulla convinto che quella fosse l’idea migliore. Parlarono tra loro tutta la notte, tenendosi per mano intorno al fuoco, sotto la luce ormai pallida e flebile della luna. Non erano convinti che l’oro brillasse poi così tanto... Per ognuno di loro erano altre le cose importanti, che facevano luce: il sorriso, l’amicizia, la condivisione, l’allegria di un gioco fatto insieme… Decisero così di attuare un loro piano: corsero a casa a prendere l’oggetto stabilito e si ritrovarono nella radura del bosco, teatro di molti loro giochi e momenti felici. Scavarono una buca dove piantarono i ritratti sorridenti che avevano preparato per un progetto a scuola, per fare un albero dei ritratti. Così in quel paese lontano iniziarono a crescere due alberi. Crescevano in fretta e diventavano sempre più alti. Il ricco signore gongolava nell’ammirare il “suo” albero di monete, che effettivamente luccicava molto sotto i raggi del sole, mentre l’albero dei ritratti si notava solo per i suoi riflessi colorati. I rami degli alberi erano quasi arrivati alla luna, quando ad un tratto i rami dell’albero d’oro si ruppero a causa del peso delle monete: tutte le monete caddero a terra, trasformandosi in monete di cartone, perdendo il loro splendore. Potete ben immaginare lo sconforto del ricco signore e degli altri abitanti di fronte a questa disgrazia! Niente oro e niente luna, che guaio! Cosa mai avrebbe potuto fare l’albero dei ritratti? Non si era mai visto luccicare un ritratto! Ma con grande stupore di tutti gli abitanti, e tra le urla gioiose dei ragazzi, quella sera i rami dell’albero di ritratti, più leggeri delle monete d’oro, raggiunse la luna e un vorticoso girotondo di sorrisi spazzò via il grigiore accumulatosi sul pianeta. Il loro piano, meno sfavillante, ma più creativo e originale aveva funzionato! Il paese ritrovò le sue notti stellate e da quel momento in poi tutti gli abitanti ascoltarono con attenzione e rispetto le idee dei ragazzi dell’albero dei sorrisi. Laura Fino

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Un grande re aveva tre figli, e voleva sceglierne uno come erede. Era in difficoltà perché tutti e tre erano molto intelligenti, molto coraggiosi. Ed erano gemelli. Avevano la stessa età, per cui era impossibile scegliere. Per cui, il re decise di chiedere consiglio a un saggio, e il saggio gli suggerì un’idea. Il re tornò a casa e chiamò i tre figli. Diede a ognuno di loro un sacchetto di semi di fiori, e disse che sarebbe partito per un pellegrinaggio: “Starò via qualche anno - uno, due, tre anni, forse di più. E per voi questa è una prova... quando tornerò mi dovrete ridare questi semi. E chi li proteggerà meglio, sarà il mio erede.” Poi partì per il suo pellegrinaggio. Il primo figlio pensò: “Cosa dovrei fare con questi semi?” Li chiuse in uno scrigno di ferro così, quando suo padre fosse tornato, li avrebbe restituiti così com’erano. Il secondo figlio pensò: “Se li rinchiudo come ha fatto mio fratello, moriranno. E un seme morto non è affatto un seme.” Per cui andò al mercato, vendette i semi e conservò il denaro. Pensò: “Quando mio padre tornerà,

andrò al mercato, comprerò dei semi nuovi e gliene ridarò di migliori...” Il terzo andò in un giardino e li seminò. Dopo tre anni, quando tornò il re, il primo figlio aprì lo scrigno. I semi erano tutti morti, puzzavano. Il padre disse: “Cosa? Questi sono forse i semi che ti ho dato? Avevano la possibilità di fiorire e donare fragranza alla vita - e questi semi puzzano! Questi non sono i miei semi.” Il secondo figlio si precipitò al mercato, comprò dei semi, tornò a casa e li diede a suo padre. Il re disse: “Ma questi non sono gli stessi semi. La tua idea è migliore di quella di tuo fratello, ma non sei ancora abile come io vorrei che tu fossi.” Quando andò dal terzo - con molta speranza e trepidazione: “Che cosa avrà fatto?” si chiedeva - il figlio lo condusse in giardino dove c’erano milioni di piante fiorite, e milioni di fiori! Il figlio disse: “Questi sono i semi che mi hai dato. Appena le piante saranno adulte, li raccoglierò e te li restituirò.” Il re disse: “Tu sei il mio erede. Ecco cosa bisogna fare con i semi!”

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I semi


I Sovrumani

Come guardare serenamente al futuro, in anni di crisi totale? Lo chiedo alla mia mente, inguaribilmente ottimista. Allora guardo alla natura e penso: se io pianto il seme della rosa, vedrò spuntare delle rose. Se io pianto il seme del melo, raccoglierò mele. Se pianto i pomodori, mi gusterò pomodori. C’è un modello naturale straordinariamente semplice che ci mostra come il raccolto sia frutto della semina. La natura infatti è grande maestra. Allora guardo il mondo e provo a chiedermi da dove potrà mai derivare la decadenza sociale, civile, culturale prima ancora che economica, che soffoca questo piccolo piccolo pianeta contemporaneo? La risposta, comunque la si pensi, è legata all’uomo, il “seminatore”, e alle sue responsabilità. Così, tra i seminatori, cerco di distinguere i più cattivi. È facile individuarli, sono sempre quelli. Le solite facce, le solite nefandezze. Posso quasi fare i nomi dei cattivi più cattivi, responsabili di molto ciarpame, costruttori di modelli culturali da brivido. Però poi torno a pensare in piccolo e, guardando le famiglie che ho intorno, comincio a guardare genitori e figli come semi e frutti. E trovo molte coincidenze. E banalmente concludo che moltissimo di quello che c’è nei figli è presente nei genitori. Sembra quasi un’operazione fatta con lo stampino. E a questo, secondo me, non pensiamo mai abbastanza, sia come genitori che come figli. Ovviamente, come ogni persona ragionevole, riconosco il peso degli imprevisti. La semina può andare male. Può piovere, grandinare, nevicare. Può arrivare un batterio killer, un’invasione di animali, un furto umano, una disattenzione. Nella natura, come in ogni famiglia. Cause esogene e cause endogene. In questo quadro fin troppo deterministico, sto solo cercando di riportare l’attenzione sulle cause perché trovo che esercitarsi a trovare le cause, sia cosa utilissima. E ancora più utile se riuscissi ad attribuirci un po’ più di responsabilità personali, che a furor di popolo sembrano sempre esterne. L’orco, la finanza, i politici, la tv, il prof, la stanchezza, i soldi, gli idioti, la marca, il borghese, la chiesa, il sindaco, il fratello, la mamma. A volte Dio. In questo quadro fin troppo deterministico, a volte scorgo storie di eroi. Qualcuno li indica come errori, eccezioni, “altro da”, ma è proprio da lì che può nascere la mutazione della specie. Sono persone che pensano diversamente, seminano con attenzione, raccolgono con fortuna, cercano sempre di cambiare e cambiarsi, scelgono modelli positivi, meno luccicanti degli eroi del vuoto contemporaneo, ma pur sempre eroi, da riconoscere sotto ai costumi della semplicità. Vivono con il sovrumano desiderio di meritarsi quello che sono. E sognano tanto. Roberto Bernocchi

Per fare un albero ci vuole... amore per la vita. Pina Caccamo

Un tema banale mi sta dando da pensare...

Probabilmente tutti vorremmo piantare le stesse cose, gli stessi valori. A parole. Nei fatti IO cosa semino? Mah... Comunque. Vorrei piantarla lì con i deboli coi forti ma soprattutto con i forti coi deboli, che il coraggio non è obbligatorio ma il rispetto sì. Vorrei piantare il seme della lettura in tutti, perché leggere rende felici e liberi. Vorrei piantare gentilezza e compassione. E poi vorrei che crescesse sempre di più la piantina dell’ascolto. E quella della fiducia, in sé e negli altri, perché sono stufa di vivere in un mondo in cui si ha paura del prossimo. Detto ciò, purtroppo spesso io, sostanzialmente, pianto grane… Meglio piantare anche il semino della coerenza, allora. Elena Casadei


Ma ne vale ancora la pena?

Serve davvero al giorno d’oggi? Sono proprio, proprio convinta di sì. Per non inaridire, seccare e definitivamente marcire seminiamo tolleranza. Enrica Mamoli

Vorrei avere il seme dei funghi porcini, quello del gelato al pistacchio e dei croissant francesi. Mi servirebbero i semi del gol in trasferta e del gol in zona cesarini, magari nei derby. Coltiverei con cura il seme per la ricrescita dei capelli, neri possibilmente, e quello per la decrescita della pancia. Se lo avessi, darei a Ettore il seme del futuro perfetto e della realizzazione dei suoi sogni. A lui chiederei quello della spensieratezza e della fantasia. Alle persone che mi sono care regalerei il seme dell’immortalità e ai malati quello della salute. Al mondo quello della pace e quello della giustizia. Agli affamati donerei il seme della sazietà, ai perseguitati quello della sicurezza, ai derelitti quello della speranza. Agli studenti il seme della ricerca, agli economisti il benessere, ai politici la lungimiranza. Insomma, a ciascuno il proprio seme, cosa c’è di male? Poi, se son fiori, fioriranno…

cincuenta | cincuenta y uno

Maurizio D’Adda

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Se son fiori

Il problema non sono i semi.

Di semi, infatti, ne abbiamo tanti e sul nostro pianeta ne piantiamo moltissimi ogni giorno: parafrasando il tema e usando un’abusata metafora, questi semi sono i nostri figli. Il problema è piuttosto il terreno dove facciamo crescere questi semi: è su questo che dobbiamo riflettere. La scelta di generare figli è inevitabilmente una scelta irrazionale: se dovessimo guardare la realtà dove vogliamo far crescere i nostri figli con la stessa attenzione con cui guardiamo un terreno dove vogliamo far crescere delle piante, allora probabilmente rinunceremmo al progetto, subendo una grave perdita. Fortunatamente questo non accade e ogni giorno il pianeta saluta la nascita di nuove piccole vite. La chiave che rende possibile ogni cambiamento è credere nella continuazione delle nostre azioni o dei nostri pensieri, anche in un futuro nel quale non ci troveremo ad abitare. I figli rendono possibile questo salto mentale senza rete, alla Baumgartner potremmo dire, convincendoci che vale la pena di scommettere su un futuro del quale avere cura e verso il quale provare interesse. E quindi prendersi cura dei nostri figli e investire su di loro le nostre risorse, in primo luogo la più preziosa che abbiamo ovvero il tempo, è la nostra grande occasione per assumerci le nostre responsabilità verso il pianeta che temporaneamente ci ospita. Michele Panichi


tu

Nel cuore degli uomini vorrei piantare un seme, seme di semplicità, semplicità di un filo d’erba.

do i ar nto o u e g S te id s o e at orb ttile u m so no lt o È i icat umo lle sere l f e de pro a p piro te nia re u s ot o d li t È lla o re la n arm ma ca e d l tu nel ta tua usi a i m Èi ov d o itr cchi rata sa ogli r o È i o plo in rm gl es m e e ne È in lu de g o m er tr io i v den e or a S tt ell

Io vorrei...

far crescere un Baobab, perché è grande, fa tanta ombra, protegge e dimostra la grandezza dell’amore e la fatica per far rinascere la natura. Alberto, 9 anni

Vi am R

Alice Fornara

Nella foto qui sotto: Simone, Chiara, Davide, Alessia, Chiara, Alice, Jacopo, Matilde, Tommaso, Noemi Francesca, Elia, Francesca

4semi

Per quel che riguarda noi, invece, beh noi abbiamo piantato quattro semi, che ci auguriamo possano travolgere il mondo con l’allegria e l’energia con cui travolgono noi! Michela e Dario Regazzoni

Io vorrei...

piantare tanti Tulipani, perché mi fanno venire in mente una stella che dentro ha un cuore con dentro il mondo. Elena Sofia, 6 anni


tto so e, i u ic o q a, Al uca. t o L f m . lla m lo, i Ne via, E , Pao alber runo i o B i L rc ol ia Ma Picc migl no ru a f B lla rto de lbe A

Io vorrei...

piantare nel mio giardino della vita il seme del Ginko Biloba, perché la sua foglia è a forma di arcobaleno, e il seme del Ciliegio, sia perché i suoi fiori sono bellissimi, bianchi come un’anima sincera, sia perché le ciliegie mi ricordano i miei amici e, come le ciliegie, “un amico tira l’altro”. Chiara Zelinda, 11 anni

El espíritu de equipo en la confromación de brigadas de conservación, garantizata nuestra sopravivencia.

Non

rimanete semi…

Lasciate che giorno dopo giorno tutto quello che già è in voi cresca e diventate gli uomini belli e felici che meritate di essere e che già siete. Questo è il mio augurio per questo Natale. Giorgia

Semi del tempo

Il passato qualche responsabilità se la sente addosso. Speriamo che le cose possano cambiare con il futuro. Piero Fiorini

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cincuenta y dos | y tres

Los Garridos son ecologistas!


Mulino della composta

Primavera-Estate. Di tanto in tanto la sveglia ruba preziosi minuti di sonno. In modo più frequente, quando arriva il caldo che secca la terra. Doccia, vestiti…il caffè può aspettare. Esco, giro l’angolo del giardino ed entro nell’orto. Il mio orto urbano. Nella mia casa di campagna a Milano, vista tangenziale est. È ormai il mio regno. Sono nervoso quando lo trascuro, sereno quando me ne prendo cura. Il principio potente della sussistenza autonoma, nella nostra epoca, è una chimera. Eppure si tratta di una legge terrena, così accessibile. Uno scambio di cure. La terra offre uno spazio per le radici, per una nuova vita. La pianta offre i suoi frutti e l’uomo le sue spalle larghe, a proteggere il seme che fu. Poi ci sono gli insetti, gli animali, il sole, la pioggia. Ognuno ha la sua parte. Partecipo con onore a questa Compagnia di Teatro Rurale. Ho esercitato per anni mani e braccia, in terra reclusa nei vasi, in attesa di darle libertà. Basta una casa fuori mano, una terra generosa tra l’uscita di Linate e quella di Rubattino. La scighera distesa due spanne sopra il campo, nella notte e alle prime ore del giorno. I silenti rumori di ricordi mai sopiti; la campagna di sessant’anni fa. Le pale del mulino che girano e trasferiscono la potenza dell’acqua a tutti gli ingranaggi che fanno lavorare le macine. Il contadino che stende la paglia sulla terra per la pacciamatura. I pomodori che crescono con percettibili scricchiolii nelle ore più calde... ... e anche un uomo di città sa essere un acerbo mezzadro. È commovente sporcarsi le mani, la terra sotto le unghie. Come quando ero bambino. Arrivare al lavoro con morsi di zanzara in faccia e sul collo. Vedere Romeo che gioca nella terra e mi offre il suo aiuto. L’unico regalo che voglio continuare a fare alla mia terra, è seminarla e coltivarla. Convinto che prova le stesse emozioni di quel ventre fertile di donna che diventa una mamma. Autunno-Inverno. I campi per lo più riposano. Solo qualche pianta di broccoli, le verze, le cime di rapa. E le erbe aromatiche. L’orto è pronto per il letargo di questa stagione. Io continuo a seminare anche di questi tempi. Sotto un cavolo, è nata Lia. Fabio Russo

L’albero Lecca-lecca

C’era una volta un albero che si chiamava Lecca-lecca, era triste perché non era la sua stagione, era autunno, c’era tanto vento e le sue foglie cadevano. Un giorno incontrò dei bambini e disse: “Ciao, come vi chiamate?”. “Tina e Tino” risposero e chiesero all’albero: “Ma perché sei qua? Non hai freddo?”. “Sì, ma non so dove andare”. “Ti aiutiamo noi!” I bambini chiamano il sole, il sole riscalda l’albero e fa ricrescere le foglie e arrivano le farfalle e ricrescono anche i fiori e l’albero dice: “Grazie di avermi aiutato”. E ritornò felice. Lucia Fiorini


Raffaella Stracquadanio

Radici

L’intero umore di una giornata può cambiare dopo una passeggiata tra gli alberi del parco, anche nel centro di una grande città. Posso perdermi nei miei pensieri, perdermi volontariamente, perdermi creativamente e accedere alle foreste della mente, dove la mente stessa può spingermi in posti che cercavo ma non avevo ancora trovato. Le idee sono alberi. Le nodosità dei rami sono le difficoltà che ne permettono lo sviluppo e l’ascensione. Il mio albero esiste nella mia mente. Le sue radici sono le mie sinapsi. Paola Mirra

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C’era una volta un semino piccino piccino Che per errore finì nel pancino di un bambino Quando il bambino si accorse del fatto Si spaventò e urlò come un matto “Aiuto, ho ingoiato un semino! Ora una pianta crescerà nel mio pancino!” Tutti a tavola risero a crepapelle Per quell’esclamazione tanto ribelle “Alberi secolari e un salice piangente cresceranno nella tua pancia accogliente!“ Decretò il fratello maggiore, spalancando la bocca per il terrore! Il bimbo, troppo confuso e un tantino spaesato, scappò fuori ed emise un boato. Un gran mal di pancia lo colse di sorpresa E corse nel bosco con una gamba tesa Seduto nell’erba si concentrò E con un piccolo sforzo, ecco, la pò pò E quando guardò l’opera finale Si accorse con gioia che il semino era là, vicino al canale. Stupito e sollevato il bimbo si alzò Corse lontano e poi ritornò “Adesso che faccio?” Si chiese e pensò. Non ebbe più dubbi e a scavare iniziò. Prese il semino con forza e coraggio E lo adagiò nella buca con un pezzo di formaggio Lo ricoprì di terra, lo annaffiò con acqua E pregò a lungo con un sospiro profondo Per mesi e per anni ogni giorno tornò nel bosco lontano E ogni volta trovò qualcosa di sano Un filo d’erba sempre più verde Una radice che spuntava dal terreno ribelle Ed ecco che un anno è passato E il bimbo cresciuto Una piantina piccina Fa capolino dalla collina Un arbusto forzuto, Un ragazzino arguto Una pianta secolare, un adulto da amare. Un albero nato da un semino sfortunato, Un uomo cresciuto da un ragazzino spaventato.

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Il seme piccino piccino


In una fredda notte di Dicembre...

C’era un cucciolo di gattino solo in mezzo a niente lasciato al suo triste destino. Appena nato la sua mamma lo aveva abbandonato sul ciglio della strada, bagnato, sporco di fango, infreddolito e affamato. Era già notte fonda, pioveva a dirotto e nessuno passava da quelle parti. Il povero gattino pensò: “È la fine”, ma nel suo cuore c’era ancora una piccola luce: la speranza. Ma la speranza di essere soccorso diminuiva sempre più e il suo grido di aiuto si sarebbe affievolito di lì a poco. Ad un tratto un calore inaspettato avvolse tutto il suo corpo. Il gattino non sapeva se avere timore o essere grato per le cure che avrebbe ricevuto. Una mamma gatta lo aveva soccorso e portato nella sua tana dove i suoi cuccioli la aspettavano, piangendo disperatamente proprio come il cucciolo di gattino fino a poco tempo prima. La mamma gatta dopo averlo sistemato in mezzo ai suoi cuccioli, senza fare distinzione fra di loro, si mise in posizione comoda in modo che ognuno di loro potesse allattare. Il pianto disperato dei piccoli cuccioli affamati si trasformò presto in un melodioso miagolio di gattini felici. In breve tempo il povero gattino che era stato abbandonato entrò a far parte di questa nuova famiglia. Tutti i gattini crescevano velocemente e imparavano che cosa vuol dire vivere e affrontare i pericoli di tutti i giorni anche se ancora aiutati dalla loro mamma a superarli. Ormai il piccolo cucciolo era diventato grande e iniziò per lui la sua grande avventura della vita da solo, senza però dimenticare l’amore e gli insegnamenti della sua famiglia, e mai si sarebbe dimenticato che la sorte era stata benevola con lui e che quindi doveva essere grato per tutto quello che aveva ricevuto. La nostra speranza del futuro sono i bambini di oggi che come dei piccoli semi vanno accuditi e curati perché domani possano germogliare, avere solide radici e crescere per poter dare grandi e preziosi frutti. I sogni possono diventare realtà, l’importante è credere nella capacità e nella volontà dell’uomo di progettare il futuro e di immaginare un mondo migliore. Irene Corso

Chi

Chi si è riempito le tasche di minuscoli sassolini non ricorda nemmeno di averli e procede lasciando il mondo immutato. Chi ha in tasca pietre cammina lentamente, sparge preoccupazioni e raccoglie lamento. Chi ha le tasche colme di semi invece non fa altro che coltivare sogni e quando è tempo del raccolto, non ha che desideri ancora tra le mani. Chi le tasche le ha vuote ha offerto ogni cosa, il buono e il superfluo. Ora è tempo di fermarsi, ascoltare il vento, aspettare che il grano lo rivesta del suo oro. Mary Pantano


Pianterei: basilico, timo, salvia, maggiorana, origano, menta, rosmarino, alloro, lavanda, ginepro. Poi fiori, tanti fiori: peonie, margherite, ciclamini, rose, tulipani, gardenie, azalee, viole e violette, nontiscordardime, ranuncoli, nasturzi, girasoli, gerani, orchidee e asfodeli… E gli alberi, tutti. Betulle, querce, pini, pini marittimi, abeti, pioppi, cipressi, meli, ciliegi, peri, noci, mandorli, sequoie, baobab, larici, castagni... E si potrebbe pensare anche a ravanelli, insalata, cavoli, zucche, carote. Zucchine, fagioli e fagiolini, patate, cipolle, aglio, cocomeri e meloni, cetrioli e cardi, fave e piselli, pomodori e radicchi… Si può provare, no? Mica tutti in un colpo solo, ma un po’ per volta, prendendosi il tempo per farlo. Come con ogni vero seme.

L’albero

L’albero è lo sforzo infinito della Terra per parlare al cielo in ascolto. L’albero è tensione radicata nel profondo che anela alla luce. L’albero è tenacia che resiste alle avversità. L’albero è vita che dona molti frutti. L’albero è generosità totale che nulla chiede per sé, ma tutto dona a tutti. L’albero è libertà, capacità di crescere negli angoli più reconditi e difficili. L’albero è bellezza sempre varia in miriadi di forme e di colori. L’albero sia l’immagine della vita di ogni “UOMO”.

Titì Fiorini

E.

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Come il primo sguardo degli occhi dell’amato è simile a seme gettato nel cuore umano e il primo bacio delle sue labbra è simile a un fiore sul ramo dell’Albero della Vita, c osì l’unione di due innamorati nel matrimonio è come il primo frutto nato dal primo fiore di quel seme. Kahlil Gibran

Tu lo sai che un fiore può fiorire dal sale Come un canto che sale Sono libero e nessuno mi sconfiggerà. Sergio & Silvia Battagliarin (Zucchero)

Anche quando incontriamo l’ingratitudine, non dobbiamo stancarci di far il bene: bisogna seminare anche dopo un cattivo raccolto. Seneca, da “Lettere a Lucilio” Paola Rossignani

La serenità può anche essere donata, come un bambino è sempre pronto a donarci la forza per andare avanti. Nel valore delle nuove generazioni si cela il segreto della continuità e della Natura. Gabriele Battagliarin

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Per essere concreti.


Il seme

Liscio o ruvido, piccolo o grande, a stella o a elica. Infinite forme, la medesima sostanza. Un seme è per prima cosa un involucro. La sua funzione principale è quella di proteggere. Dentro di sé porta già un abbozzo di quella che sarà una futura pianta e, anche nei semi più piccoli di uno spillo, sono già ben riconoscibili fusto, radice e foglie. Un seme è un’idea. Un progetto. Ha in nuce l’impronta chiara di quel che sarà il suo sviluppo futuro. Per farlo crescere va però alimentato, ha bisogno di cure e nutrimento. Muto e silenzioso nel suo involucro chiuso, richiede un’attenzione regolare e costante. Qualcuno ha già seminato per noi, a noi si chiede solamente di innaffiare, ogni tanto. Anche quella che per noi è solo la più piccola goccia d’acqua, una lacrima, può diventare per qualcun altro, in qualche altra parte del globo, un albero rigoglioso e potente. Ruggero Adamovit

Chi vuol esser lieto sia (primo pensiero)

Ci sono tante cose oggigiorno che dovrebbero essere “riparate”; la fame nel mondo, l’emarginazione sociale, l’abuso di risorse energetiche, la violenza sui meno forti, il malfunzionamento di chi ci “governa”, le disparità culturale e razziale… ma a fare fronte a questi grandi problemi è una fatica di Ercole, e prima ancora di iniziare molti - io compresa - si arenano alla fase “progetto” E poi abbiamo quelle persone che, come i miei amici di Xmas Project, semplicemente fanno e ci dimostrano come piccoli gesti possano veramente fare la differenza. Esiste un’interessante teoria: l’effetto farfalla. Di recente il termine è entrato a far parte del vocabolario comune, almeno di quello anglosassone a cui “appartengo” da alcuni anni. Oltre ad essere un famoso “science fiction” televisivo americano, l’effetto farfalla fa parte della teoria del caos. L’effetto farfalla spiega come minime variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Cosa abbiamo oggi è il prodotto delle nostre azioni nel passato, di quelle dei nostri padri, dei nostri nonni, dei nostri avi, dei nostri ascendenti e della persona che non abbiamo mai conosciuto e che non conosceremo mai. Noi determiniamo il futuro. Non solo il nostro futuro o quello dei nostri figli, dei nostri amici e vicini. Ma il futuro dell’intera umanità e dell’intera vita su questa terra e oltre. Non bisogna essere presidenti per aiutare il paese, Steve Jobs per impacchettare la tecnologia nella perfezione o Nelson Mandela per fare della differenza un’unità o Adolf Hitler per creare dei mostri e delle mostruosità. Tutti noi siamo degli eroi e dei demoni nel nostro piccolo. Non stiamo parlando di memorabili gesti, nel bene o nel male, no. Bensì di semplici azioni quotidiane, tanto quotidiane che nessuno mai se ne accorgerà se non appunto come un battito d’ali di una minuscola farfalla in Ghana provocherà un uragano negli Stati Uniti. Cosa e come facciamo oggi, il seme del presente, crescerà nell’albero del domani.

Mauro Ferrero

Non siamo soli (secondo pensiero)

Un altro esempio lo traggo da un libro di mia figlia di Dr. Seuss, di recente divenuto un film. Esiste un popolo di ‘Who’ (Chi) che sono così piccoli che un’intera città con i suoi cittadini può stare su un piccolo polline o su la cruna di un ago. Facendo fronte a un’imminente distruzione della loro città, gli Who devono farsi sentire dagli animali che non credono nella loro esistenza. Solo quando al coro di voci whoiane si aggiunge quella del più piccolo degli Who, finalmente il coro viene ascoltato e il popolo salvato. Ricordo mia madre dirmi abbastanza spesso da essermi entrato nel subconscio, “una goccia d’acqua non è nulla, ma milioni di gocce d’acqua fanno l’oceano”. Il seme che vorrei coltivare è quello della coscienza, per imparare a seguire il destino per cui siamo nati costruendolo giorno dopo giorno, insieme. Federica Capuzzo


A Forlì è cambiato il prefetto.

Leggo sulla stampa locale il saluto del nuovo prefetto Cesari. Peccato che l’articolo sia accompagnato dalla foto di una sorridente, gentile signora bionda. Sono sconcertata. Le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, pubblicate dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, hanno ormai molti anni. Un seme piantato da tempo che bisognerebbe ricordare e coltivare: la parità fra uomo e donna si lega anche al linguaggio che non è solo un fatto formale (quanto è diversa la forma dalla sostanza?). “Vigilessa” è dispregiativo, chi vigila è “vigile”, uomo o donna che sia. Per esempio... Giulia Maria Luisa Carini

Non so se nelle scuole si insegni ancora ai bambini ad osservare la piantina che cresce dal fagiolo deposto su soffice cotone, ma io ricordo quei momenti con emozione perché percepivo il senso e la potenza benefica della natura; e si trattava solo di un seme e nemmeno troppo prezioso. Oggi, adulta, non sono nemmeno dotata di pollice verde ma, se potessi, vorrei disporre di un seme per la pianta della felicità, un seme per la pianta dell’amore e uno per quella dell’amicizia, un seme per la pianta della salute, un seme per la pianta della saggezza e uno per la pianta che toglie i problemi (e non perché ti fumi le foglie, ma perché ti suggerisce le soluzioni), un seme - e perché no? - per la pianta dei soldi… una giungla insomma! Certo che è una ovvietà, ma che male c’è a sognare? E così mi accontento di ciò che vedo dalle finestre e provo benessere nell’osservare l’alternarsi delle stagioni attraverso le piante del nostro piccolo giardino. Osservo le sfumature di verde e mi sento a casa.

De los 7 colores de arcoíris a los 7 corazones llenos de ESPERANZA! VB Scuola Bacone

Sara, Andrea, Camilla, Alessandro Sofia, Jacopo, Fabiola, Niccolò, Cristiana, Marco, Alice, Tommaso Agnese, Laura, Massimo, Benedetta, Tommaso, Camilla, Eugenio, Tea

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Vorrei un seme...

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Cristina Poletti

Vorrei piantare un po’ di grane.

La cura dei miei semi

Se guardo le mie bambine, sento davvero che sono loro i miei due semi piantati nel mondo, che a poco a poco stanno crescendo. Come mi occupo della loro crescita fisica, provvedendo ai loro bisogni, cerco anche di curare la crescita dei loro semi “interiori”: ogni giorno cerco di nascondere dentro di loro piccoli semi - il rispetto, la tolleranza, la pazienza - perché so che – come ogni buon agricoltore – dandogli cura e attenzione oggi, ritroverò – ma soprattutto ritroveranno loro – un buon raccolto nel futuro! Federica (e MassiMatiGioia)

E anche qualche capriccio. Giusto il tempo di capire come si sta a essere degli attaccabrighe. Magari è divertente! Vorrei avere alcuni semi di platano picchiatore, piantarli in luoghi strategici e godermi la scena di qualche scapaccione ben assestato. Più di tutto però vorrei piantare un Timilin, se solo scoprissi qual è il suo vero nome e dove trovarlo! Sandra Casadei


L’albero bisogna volergli bene, apprezzarlo e curarlo... In caso di disinteresse si arrabbia... vedi alluvioni. Bisogna ricordare. L’albero a cui tendevi la pargoletta mano... È simbolo di rifugio, riferimento, di sicurezza e di un felice futuro...

Erano alberi

Antonio Panizza

Disegno di Beatrice Penzo

Disegno di Margherita Bertolesi

...il nostro piccolo albero, nato 12 anni fa, cresca sano e robusto per aiutare il bosco di tutti a diventare migliore. Matteo, Pablo, Isabel e Vania Panizza

Disegni di Chiara e Gaia Pagani

Ricordo ancora quando per la prima volta vi abbiamo visto: piccoli semi dai cuori che correvano. Siete cresciute e penso al sogno che ho per voi... alberi con radici forti, dal cuore tenace con rami che svettano verso il cielo per inseguire i propri sogni. Monica & Paolo Pagani

g li a r T eri alb

…Pensieri sparsi nell’albero…

ponte tra terra e aria, tra le radici che già sono e frutti che non ancora, tra l’ombra dei rami e la luce che filtra, tra il secco e l’umido, tra me e te. Barbara D’Ambrogio


Il seme del cammino

Illustrazione di Valentina Raguso

Pietro Masini

Senza speranza nel futuro il presente è difficile da vivere. Semino spensieratezza perché nei momenti difficili della vita, riuscire ad alleggerire il presente, consente spesso di camminare con più decisione verso il futuro. Un semplice sorriso, come quello di un bimbo davanti a dei palloncini, può far dimenticare anche un peso enorme. È questo l’augurio che faccio a me stessa, al mio paese in crisi, e ai bimbi del Nicaragua.

Pa Illu tr st izi ra a zi Se on vie e ri di

see feel touch to grow

Servono occhi per vedere, cuore per sentire, mani per creare.

Valentina Raguso

Dal seme alla strada...

I fiori della Via Francigena (27 maggio-9 giugno 2012) Federica Poletti

L’albero della vita Gian Giorgio Carta

Paola CVM

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Illustrazione di Andrea Rotondo

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“El Camino es tu Meta” è il motto che rintocca nella testa dei pellegrini in cammino verso Santiago. Realizzi qualche milione di passi in un mese lungo la Spagna del nord e ogni giorno sogni di raggiungere Compostela. Quando varchi il suo Portico della Gloria, invece, ti senti spaesato. Dopo 36 giorni di tappe a piedi l’abitudine ti confonde con un “Dove si va ora?”. “A casa, domani saremo a casa”. E in quel preciso istante ti rendi conto di quanto quello slogan sia veritiero. “El camino es tu meta”, non Santiago. Per giorni e giorni la sogni quella Città, quando la ottieni ti rendi conto che è stato il viaggio per raggiungerla l’importante; fatto di una vita semplice, di passi silenziosi, di preghiera, di fatica, di albe e tramonti, di relazioni più sincere. Il Cammino è un seme, perchè in realtà non finisce mai. Te lo porti a casa dove ti attende un’altra parte del sentiero preparato apposta per la tua vita. L’importante è continuare ad affrontarlo da pellegrino.


Nella vita tutto avviene con gradualità, senza accorgersene, giorno dopo giorno.

Le montagne, i mari, i fiumi, le foreste, non si sono formate in un giorno o in un colpo solo, ma c’è stato un processo graduale e lento per milioni e milioni di anni. La cura e la crescita sono gli elementi decisivi della vita. La cura è il tempo, l’attenzione, la presenza che io dedico a ciò che è importante, è il mio esserci fisicamente e con il cuore. Dove c’è cura le cose crescono. Dove non c’è cura le cose crescono pure, ma liberamente, sganciate dal nostro controllo, senza una direzione. Io pianto il mio seme della vita per la crescita dei miei figli e di tutte le nuove generazioni. Il futuro dei nostri figli è sicuramente la cosa a cui teniamo di più. Vogliamo che stiano bene, che siano felici, che trovino la loro strada. Vogliamo che incontrino persone che possano accompagnarli e ad aiutarli a crescere, a diventare uomini e donne capaci di vivere la vita che desiderano. Bruno Quaini

Io vorrei piantare:

amore, poesia, gentilezza, giustizia, sanità! Un saluto a tutti. Ettore D’Adda

Ecco, avevo trovato la canzone cui affidare il mio contributo (White as snow-U2), ne stavo trascrivendo una strofa… …ma arriva Davide e cominciamo a parlare dell’autunno… ”Com’è che alcuni alberi si spogliano ed altri rimangono sempre verdi?” chiedo. “Ma mamma, come perchè?... I sempreverdi sono sempre verdi perchè sono pieni di fiducia” Mi sbalordisce la purezza del suo pensiero: verde-speranza-fiducia. Beato lui che è ancora così autentico e schietto da sapere di non dover cercare niente; e accidenti a me che mi arrovello dietro ad un sacco di assurdità. “…where might we find the land as white as snow?...” Francesca Colciaghi & Davide Plati


Desidero fortemente...

... che in tutti noi possa germogliare e crescere il seme della compassione perché: “la compassione é il sentimento di chi non può sopportare di vedere le sofferenze altrui. E perché nasca un simile sentimento bisogna che si comprenda a fondo la gravità o l’intensità delle pene degli altri” (IV Dalai Lama) Elena Lamera

Mai come ora

abbiamo bisogno di piantare un seme… un seme della speranza… la speranza che questo buio periodo che stiamo attraversando ci porti a un rinnovamento interiore… a un nuovo modo di concepire la vita… o forse a un modo vecchio e perduto. I semi a volte rifioriscono dopo anni di letargo e riposo e piante e speranze ormai dimenticate ritornano.

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Alberto Viganò

Seminato, abbiamo seminato...

Un pino marittimo elegante e vanitoso, che dà mostra di sé e del suo orgoglio, deciso, fiero, costante. Petulante e dispettoso a volte così come le sue processionarie, è elemento indispensabile del paesaggio, punto di appoggio di ogni nostra visuale. Un ulivo di mare, selvatico, aspro ma talmente bello da rimanerne incantati, frondoso da accogliere tutti, scomodo perché sbieco, inerpicato, improvviso. Sorprendente come il suo frutto, che dà sapore a ogni cosa. E ancora, un ciliegio, amante del sole ma fortissimo, tosto e resistente alle avversità. Vivace e straordinariamente gustoso come il suo frutto per tutti, ti assale quella voglia di volerne sempre un po’… Con cura ne rinsaldiamo le radici, potando dove possibile di là e di qua… Respiriamo a fondo i sussurri segreti delle loro fronde. Matteo Fiorini


La semina a spaglio

Iniziava proprio così, per fare un albero ci vuole un seme e poi continuava per fare tutto ci vuole un seme. Sì, per fare tutto ci vuole un seme. Vorrei passare oltre l’abusata metafora del seme (white paper docet) e analizzare questa frase per quello che è realmente. Per fare tutto ci vuole un seme, nel senso che l’ambiente (il seme) è tutto e senza quello non c’è tutto il resto. A volte sembriamo dimenticarcene, quanto ci circonda è scontato, è per sempre, senza che ci si preoccupi di prendersene cura. E invece niente seme, niente pianta, niente pianta-niente fiore, niente fiore-niente frutto, niente frutto-niente seme. Niente seme-niente terra, niente terra, deserto, pietraia, niente noi, niente sogni, niente semi da piantare, nei cuori o nella terra e alberi da far crescere, niente teste che germogliano. Niente tavolo e stupefacente per fare un tavolo ci vuole un fio-o-re. Scusate ma sono perito agrario e di semi ne ho piantati un sacco. Mentre voi studiavate i semi gettati dai padri della filosofia, io studiavo i semi veri, di carote, ravanelli, sedano, insalate varie. Quando uscivo interrogato, non si parlava di massimi sistemi, ma di riconoscere i semi. Sembra facile, ma provate voi, sono tutti uguali, ci vuole predisposizione. Insomma con i semi ho una certa dimestichezza. Con gli innesti no, di quelli non me ne è venuto uno (infatti faccio lo spedizioniere) ed è un bel cruccio, perché se riescono quelli sei più che uno scienziato pazzo o un inventore, li c’è il tocco di Dio, che invece di passare dal cielo alla terra, direttamente, passa prima nel tuo braccio, poi nel manico del coltello, nella

punta della lama e alla fine attacca un pezzo di una pianta su un’altra pianta e diventano una cosa sola. Ma questo è un altro discorso e poi a me son sempre morti tutti. Torniamo ai semi, a quel seme li, perché vorrei lanciare il mio A.A.A. – accorato appello ambientalista, o naturalista o naturista (come piacerebbe a mia nipote Lucy), insomma di tutto un po’. A tutti noi che sempre, spesso, a volte, quella volta, consideriamo quella ambientale una questione secondaria, parziale, settoriale e le persone che se ne occupano sicuramente in gamba, però diciamolo, un po’ fric, qualche volta anche un po’ snob, perché c’è altro a cui pensare, claro, hay cosas mas importantes . A tutti noi uomini lontani dalla natura, dai suoi insegnamenti, dai suoi segnali, che nei week-end portiamo i figli negli agriturismi, accompagnati da quello spirito a metà fra il goliardico e l’avventuroso, come quando si va al circo e lì, tutti insieme, grandi e piccoli guardiamo le bestie come se arrivassero dallo spazio. A noi che guardiamo le previsioni del tempo, del giorno dopo, tutti i giorni e mai il cielo sopra la testa o solo in vacanza (anche perché a Milano è sempre bianco…). A noi uomini delle cose che, di primo acchito, dimenticando forse di aver letto “I ragazzi della via Paal” o “Le avventure di Tom Sawyer & Huckleberry Finn”, immaginando i ragazzi sul fiume partire lancia (nautica) in resta abbiamo pensato sì, bello ‘sto seme, magari però prima meglio riempirsi la pancia o far su un muretto, allineandoci così, sciaguratamente, a quel tizio, ministro (o ministro-tizio?), che disse che con la cultura non si riempie la pancia, e buttando, di fatto, del diserbante sui semi appena interrati da questi ragazzi. Attorno a un fiume o a un campo, ovvio, nascono storie, si incontrano uomini, anche da noi, ancora oggi. Questi sistemi ambiente invece, come a Los Guatuzos, danno vita a comunità, generano modelli sociali o di semplice aggregazione la cui mancanza lamentiamo spesso nella nostra vita quotidiana, sul lavoro o a scuola per i nostri figli e che ci ha fatto dimenticare, nel nostro paese in modo ormai drammatico, il senso e il valore della cultura (e della coltura intesa come coltivazione, quindi pratica che necessita cura e attenzione verso - son perito, ricordate?) del bene comune. Ambienti che hanno fatto nascere storie complesse, magari centenarie. Qualcuno di noi avrà avuto dei nonni che si sono

conosciuti, si sono sposati e hanno passato tutta la vita intorno a un bosco, o su una collina, perché quella era l’unica cosa, indispensabile e sufficiente al tempo stesso. Essenziale. E se quel fiume andasse perso? Come mi sono perso io, che son partito dal seme e adesso non so più dove sono? Avrò seminato? Qualcosa nascerà? Allora facciamo così, andiamo sul tecnico, sul pratico. Ci sono grosso modo due sistemi per seminare, sia che lo si faccia a mano, sia che si faccia a macchina. Uno è la semina a file e l’altro è la semina cosiddetta a spaglio. La prima si spiega con la parola stessa. Si fanno un solchetto o una serie di piccoli buchi, seguendo una linea retta. Si mette il seme e si ricopre con la terra. Nella semina a spaglio, il contadino cammina nel campo (sempre seguendo una linea retta) e mettendo la mano nella bisaccia che tiene a tracolla e che poggia su uno dei fianchi, sparge i semi disegnando un arco davanti al suo corpo con il movimento del braccio. La macchina funziona con lo stesso concetto. C’è un contenitore, detto tramoggia, simile a un grosso imbuto che viene riempito di semente e caricato dietro al trattore. In fondo a questa specie di imbuto, il seme scivola attraverso un’apertura su un girello che, azionato dall’energia del trattore, sparge i semi lanciandoli nel campo secondo un movimento circolare. Questo tipo di semina meccanizzata è, ovviamente, più veloce, quindi da un certo punto di vista anche più efficace, ma una piccola quantità di semini, vista la velocità a cui lavora il macchinario, viene sparato fuori controllo, letteralmente fuori dal seminato, soprattutto quando il trattore transita ai bordi del campo. Nonostante ciò, qualcuno di questi germinerà comunque, perché questo è il processo vitale forse più potente, resistente, miracoloso (ci sono semi dormienti che germinano dopo anni di inattività) che l’uomo conosca. Questa è la nostra fortuna, questo il nostro tesoro. Hurras para las brigadas ecologicas! Alberto Cometto


Una metafora

Ci sono momenti in cui seminare è rischioso, si teme per il tempo, si ha paura del domani. Ma superare la paura è una sfida che va raccolta, e piantare un seme è una grande metafora di vita. Farlo in compagnia è come percorrere insieme un bel sentiero alberato, dove ognuno è libero di cogliere quei frutti che tutti abbiamo contribuito a far crescere.

Cara Anna,

tu sei il seme più importante che ho piantato, l’innocenza che il tempo mi ha rubato e tutti i sogni che non ho mai realizzato. Figlia mia, io sono l’albero a cui appoggiarti quando vacillerai, la tenerezza che ti consolerà quando piangerai e il sorriso che ti accompagnerà ovunque andrai. Amore mio, sei qui da poco tempo ma sei tutto il mio futuro; ti voglio bene, angelo mio, vai per il mondo e fai lo stesso col prossimo tuo. Marika & Marco

Gigli del campo Solitari e bellissimi, imprevedibili tra pietre riarse. Piccole stelle lucenti intorno ad uno stelo chiaro, guardate distese vuote ed assolate come sentinelle a guardia di misteri infiniti. Sorridete al viandante assetato, gli dite di cieli sereni, di certezze a lungo cercate, di timori svaniti, di azzurri vissuti, di gioie trovate. Solitari e bellissimi segni di sicura Provvidenza. Rosanna Travaglino

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… Anche da terre riarse possono nascere nuove vite.

sesenta y cuatro | y cinco

Renato Plati


Seme (manga)*

*Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. Seme (攻め, Seme?) è un termine utilizzato in anime e manga, soprattutto yuri, yaoi ma spesso anche hentai. Contrapposto a Uke (受け, Uke?), è la contrazione del verbo semeru (攻める, semeru?) (attaccare) e indica, in una coppia, il personaggio attivo, non solo a livello fisico, ma anche dominante da un punto di vista caratteriale. Solitamente, il seme viene quasi sempre riconosciuto per contrapposizione con il personaggio uke, motivo per il quale non esistono dei veri e propri stereotipi seme, mentre è invece possibile elencare i diversi tipi di uke esistenti. Entrambi i termini hanno origine dalle arti marziali, specialmente all’interno della relazione maestro-discepolo intercorrente tra samurai. I caratteri sono altamente idealizzati, fondendo qualità sia maschili che femminili. Volendo tracciare le linee guida classiche, di solito il seme viene riconosciuto per via del suo aspetto fisico, contrapposto appunto a quello dell’uke: i semi sono generalmente più alti, maturi e protettivi, hanno dei lineamenti più duri (capelli corti, mento forte, occhi piccoli) e tanto in ambito yaoi, quanto in ambito yuri, sono generalmente più mascolini. Altro elemento che li caratterizza è l’alone di mistero che spesso li accompagna, rendendoli dei personaggi chiaramente intriganti. Esattamente come per gli uke, negli ultimi anni si è sviluppata la tendenza a distinguere i semi non più soltanto in base al loro aspetto esteriore, ma anche in base al loro modo di agire e pensare: la personalità, insomma, è diventata un elemento molto importante per definire come seme o uke un determinato personaggio. Esempi di seme sono Haruka Tenoh da Sailor Moon, in ambito yuri, e Agatsuma Soubi da Loveless in ambito yaoi. Forse sono andato fuori tema? Mi capitava spesso a scuola, quando c’era da scrivere il tema d’Italiano. Mi accorgevo tardi di aver sbagliato strada e cercavo sempre di rimediare solo alla fine, nelle conclusioni; ci provo ancora: nel 2008 è nato il più bell’albero della nostra vita; adesso è ancora un fiorellino, ma è quanto di più importante e meraviglioso ci sia mai capitato. Si chiama Margherita. da papà Dario per mamma Sara

Il ventaglio di Bei

Non è stato facile conquistare la fiducia di Bei. Ad ogni proposta o domanda, ricevevo un secco “NO”, quasi una sfida. Avevo anche pensato di non seguirla più nei compiti di scuola… Poi ho continuato. Col trascorrere dei mesi, le negazioni sono diminuite ed è subentrata una certa confidenza… È giunto l’ultimo giorno di scuola e oltre i vetri gli alberi si sono vestiti di verde. Nell’aula fa caldo e, con un ventaglio di carta, cerco di procurarmi un po’ di frescura… Bei, senza parlare, toglie dalla cartella un foglio bianco e, con tante piegoline, forma un ventaglio che decora con disegni di farfalle, di fiori, di bimbi… e me lo dona! Oggi, tra i “no” duri come roccia, è nato un fiore, oggi, ancora una volta, ha vinto l’amore! Rosanna Travaglino

Avvenire

Tra il cuore e lo sterno vagola Una falena dubbiosa. Fare o non fare Dire e più dire, Che il mistero dell’oggi a venire È fonte di trista misura E dolce desio. In potenza, il muscolo È pronto a menare la strada, Ma la vena si stringe Alla piccola storia Che tira la barba Ed arruffa i pensieri. L’alba sfrigola Sotto le braci D’un anno infinito. E spero che Amore, La morbida Rosa, Si affacci alla porta del senno A portare il suo canto E il suo velo di grazia. Ad un cenno del cielo Getteremo le rune E abbozzeremo un domani; Sogno e desidero. Del resto, La quercia È lo sternuto d’un seme. Gabriele Dozzini


Mio padre diceva sempre: “Ognuno ha quel che ha donato”.

Ai miei figli voglio dire che chi dà amore riceverà amore. All’ex marito direi che chi semina vento raccoglie tempesta. E alle centinaia di studenti che ho rispettato e spesso amato, in quasi quarant’anni di scuola, che spero di aver seminato qualcosa di buono che continui a crescere, insieme all’amore per la filosofia.

Claudio, da ragazzo, ha fatto scelte di vita sbagliate che ha pagato a caro prezzo. Ma ne è venuto fuori con l’aiuto della comunità che l’ha ospitato e poi, sposandosi, con l’aiuto della moglie Maria, per noi Kiko. Come diceva lui ha fatto una sola figlia ma l’ha fatta bene. Franci. Ha lavorato e poi quando la sua ditta stava chiudendo ha deciso di ritornare da dove era partito, alla comunità, dove, prima come volontario e poi come operatore sociale, ha messo a frutto la sua esperienza a favore di ragazzi molto in difficoltà. Questo ci deve far riflettere, perché ognuno di noi può commettere errori nella propria vita ma ne può venire fuori facendo tesoro dell’esperienza acquisita e seminando del buono attorno a sé. Queste poche righe sono un grazie sincero dei ragazzi che Claudio seguiva, in occasione di un suo compleanno: Buon compleanno Claudio, siamo felici e un po’ stupiti che tu passi questo giorno di festa qui con noi... ci fa sentire importanti!

Ci fai sentire così ogni giorno, nonostante i tuoi modi un po’ burberi dietro i quali celi un cuore grande. Tanti o pochi che siano gli anni che compi oggi ti auguriamo di viverne altrettanti, perché al mondo serve una persona come te, buona e determinata, che ci aiuta con i suoi consigli senza mai esagerare, sempre con umiltà. Come aiuti noi ne aiuterai tanti altri... sono in pochi a poter dire la stessa cosa. Devi essere orgoglioso di te... noi lo siamo. Ancora tantissimi auguri dai tuoi ragazzi! Un ultimo pensiero: spesso la persona viene ricordata solo quando muore e la si santifica. Mio cognato Claudio non era un santo, era solo e semplicemente un uomo. Lucia A Franci, perché assomiglia a Claudio come una goccia d’acqua. A Kiko, perché tutto ciò che ha seminato di buono le ritorni moltiplicato. A noi, perché il seme dell’amicizia che abbiamo piantato insieme negli anni dell’adolescenza faccia crescere robusta la pianta che ci doni ombra e sostegno per gli anni che verranno. Cristina & Federica

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A proposito di semi, ricordando Claudio

sesenta y seis | y siete

Cicci Carini


Se…

se…me ne frego, non sto piantando alcun seme; se…menti, solo aride sementi stai spargendo; se…mi sorprendo a far crescere frutti ogni giorno, pur a fatica; se…mi cerchio da completare; se…mifinale; a volte vinco: OLÉ Claudio Elie

Agghìa Buccheio Boccaca

Filippo si è appena svegliato, mi sente entrare nella stanza e già si mette a sedere nel suo lettino. “Ciao Filippo, buongiooorno, hai dormito bene? Ciao bel bimbo del papà”. La tapparella si alza gradualmente e Filippo comincia: “Ammamma ? Ammamma?”. “Filippo la mamma è andata in piscina, torna più tardi”. “Ammamma a picchina bimbi gandi”. “Bravo Filippo sai già tutto, sì la mamma è andata in piscina dai bimbi grandi, ma vedrai che torna presto”. Ora parte uno dei suoi sorrisi, uno di quelli che lui dona anche al più sconosciuto dei passanti, uno di quei sorrisi che lui letteralmente lancia alle persone, dopo averne attirato l’attenzione con tecnica quasi venatoria. Per strada e ovunque, all’improvviso, austeri signori baffuti, giovani e piacenti ragazze, nonnine assorte nei loro pensieri, ragazzotti scanzonati ed irriverenti... sono tutti obbligati a fare i conti con quel sorriso. Improvvisamente cadono tutte le

barriere, chiunque si libera e sorride a sua volta e... torna bambino. Qui comincia una comunicazione. Sicuramente qualcuno di loro riuscirà a rendersi conto dell’effetto taumaturgico che possono avere incontri del genere con bambini solari e desiderosi di comunicare, qualcuno di loro forse capirà che ciò riuscirà a migliorare la propria vita, davvero, più di tante altre cose. Filippo ha 22 mesi e mezzo e una gran voglia di chiacchierare, di cantare, e di ballare. Nel suo lettino si alza in piedi, un ciuccio in bocca e uno in mano, è il suo modo di consegnarmeli, sapendo che dovranno rimanere nel lettino. Prendo dunque i ciucci, li ributto nel lettino, Filippo protende le braccia e io lo ghermisco, la prima vera gioia della giornata. “Appappa, appappa, uoglio appappa!”. Le intenzioni di Filippo sono chiare per cui voliamo in cucina senza nemmeno lavarci, in pochi secondi Filippo è incastonato nel seggiolone, e io volo a far scaldare il suo latte. Latte caldo al punto giusto, biberon, due biscottini dentro, agitare prima dell’uso... et voila... eccoti servito bimbo mio. Il biberon viene afferrato con slancio vitale, e con lancio al papà del “sonriso del pequeño conquistador”. In una frazione di secondo il biberon è in bocca e la voracità si manifesta in tutte le sue forme... la concentrazione dello sguardo, i muscoli del viso contratti, il biberon che risuona di prosciugamento e la bocca di Filippo che schiocca producendo decine di altri suoni tutti diversi fra loro, ma con un evidente comune denominatore; un pensiero che immagino si possa articolare più o meno così: godiamoci questo buon latte in tutti i modi possibili, e pure in fretta, chè ho una fame boia. In pochi secondi il biberon è quasi vuoto, Filippo si ferma, toglie il biberon dalla bocca, guarda fisso davanti a sè e subito dopo guarda me. La sua espressione è riflessiva, quasi pensierosa. Filippo è serio, mi fissa: “Agghìa Buccheio boccaca”. “Cosa Filippo?”. “Agghìa Buccheio boccaca, Agghìa Buccheio boccaca, Agghìa Buccheio boccaca”. I suoni prodotti hanno un che di esotico, richiamano alla mia mente immagini di palmizi e noci di cocco, spiagge bianchissime e mari smeraldo, una lingua di un paese remoto, ma sicuramente della fascia tropicale. Un sorriso affiora, incontenibile. “Filippo che lingua stai parlando, il papà non capisce, ma soprattutto, di chi stai parlando ?” Filippo è paziente e continua a ripetere: “Agghìa Buccheio........... boccaca. Agghìa Buccheioooooo boccacaaaa. “Filippo di cosa stai parlando? L’orsetto? Il ciuccio? La nonna Iucci? Qualcuno dei bimbi dell’asilo?” Filippo mi guarda come per dire: papà come fai a non capire? “Agghìa Buccheiooooooo” Filippo finalmente si impietosisce e aggiunge la parola magica: “Pippi!”. All’improvviso è tutto chiaro: si tratta di Pippi Calzelunghe. L’immagine forte che Filippo voleva comunicarmi poco dopo essersi svegliato è parte dell’episodio del giorno prima di Pippi Calzelunghe. Un moto di gioia mi prende improvvisamente: “Adesso ho capito cosa volevi dirmi, Filippo: ‘la zia Prusselius si è sporcata!’”. Filippo è felice, annuisce ripetutamente col capo, energicamente: Siiì, sìì sìì, agghìa Buccheeeio. By Dinopapà


Vi mando... ... Una foto di mia mamma, una giovane ragazza felice con in braccio il suo bambino, mio fratello, scattata nel nostro giardino di Primaluna sotto al ginko (che c’è ancora dopo quarant’anni ancora più bello!)

Una piccola poesia che ho letto per caso dopo che mi è stato raccontato di questo progetto all’inizio dell’estate e mi aveva fatto pensare che è giusto prepararsi a morire nel momento in cui la morte mi sembrava la cosa più distante dalla mia vita. La piroga Si passano le stagioni a scavare il tronco di un albero per preparare la piroga su cui c’imbarcheremo in autunno.

sesenta y ocho | y nueve

...Le foglie che avevo raccolto e che l’hanno accompagnata verso la cremazione, che sono le stesse che lei e noi abbiamo calpestato fuori dalla scuola dei nostri bambini, qualcuno senza sapere che la Ginko Biloba è una pianta venerata in Giappone, un fossile vivente, è una pianta speciale e rara.

Questa era una delle poesie di Antonia Pozzi che mia mamma amava. Funerale senza tristezza

3 dicembre 1934

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Questo non è esser morti,
 questo è tornare
al paese, alla culla:
 chiaro è il giorno
come il sorriso di una madre
che aspettava.
 Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi
biondi: le bimbe
vestite di bianco,
 col velo color della brina, la voce colore dell’acqua
 ancora viva
fra terrose prode.
 Le fiammelle dei ceri, naufragate
nello splendore del mattino,
 dicono quel che sia
questo svanire
 delle terrene cose
– dolce –,
 questo tornare degli umani,
 per aerei ponti
di cielo,
per candide creste di monti
sognati,
all’altra riva, ai prati
del sole.

Il mio Venezuela è pieno di alberi...

Cristina Selva

In questo luogo del mondo che è il Sudamerica c’è un grande bisogno di piantare un seme per coltivare un grande albero, il più importante di tutti, con radici molto forti, e con tante foglie alle quali darei dei nomi: la foglia della coscienza, la foglia dell’educazione, la foglia della costruzione La foglia dell’avvenire ...e così via per far sì che ci sia davvero un mondo migliore per tutti quanti. Cyndra Velasquez


Xmas Project e le scuole

Sono 80 le classi che quest’anno hanno partecipato con entusiasmo al Xmas Project: ringraziamo e abbracciamo con affetto tutti i docenti che le hanno guidate in quest’esperienza. Addentrarsi in una biosfera e capirne le specificità climatiche, riflettere sul tema della sostenibilità e della tutela dell’ambiente, ma anche parlare di diversità, di solidarietà, di tutela dell’infanzia… Un percorso molto ricco di insegnamenti che si è concretizzato per ogni classe nella “produzione” di un grande albero di cartone. Li trovate tutti fotografati nelle prossime pagine insieme ai nostri bimbi, sorridenti e felici di potersi stringere intorno ai loro poco più che coetanei nuovi amici delle brigate ecologiche di Los Guatuzos. Troverete anche tutti i loro alberi fotografati al sito internet http://www.xmasproject.it/home/bosco_solidale.html: una foresta tridimensionale, un bosco di colori e di creatività. Un luogo virtuale, commuovente, ove addentrarsi nei sogni e nelle speranze dei nostri bambini, un giardino dove tornare fanciulli... Dobbiamo ammettere che il coinvolgimento di oltre mille e ottocento è stata un'esperienza davvero emozionante e sorprendente!

Inquadrate il QRcode con la fotocamera del telefonino e scoprite il nostro spettacolare Bosco solidale!


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setenta y dos | y tres

Il nostro bosco solidale


Tutti noi!

Scuola primaria Bacone Milano


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setenta y cuatro | y cinco


setenta y seis | y siete 76|77

Classi quarte

Scuola primaria Luigi Galvani Milano


setenta y ocho | y nueve 78|79

Classe IV C

Scuola primaria F. Caracciolo Milano


Tutti noi! Scuola GEIS Arese


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ochenta | ochenta y uno


Classi terze

Scuola primaria Gianni Rodari Mazzo di Rho


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ochenta y dos | y tres


ochenta y cuatro | y cinco 84|85

Classe II B

Scuola media Quintino Di Vona Milano


Tutti noi!

Scuola primaria Duca degli Abruzzi Milano


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ochenta y seis | y siete


ochenta y ocho | y nueve 88|89

Classi prime

Scuola primaria Luigi Galvani Milano


Tutti noi!

Scuola media Caterina Da Siena Milano


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noventa | noventa y uno


noventa y dos | y tres 92|93

Tutti noi!

Scuola primaria A. Stoppani Milano


Ogni anno alcune aziende e alcune imprese sociali scelgono di supportare il Xmas Project utilizzando il Librosolidale come loro regalo di Natale. Devolvono così le loro risorse a una causa sociale; deducono il costo come contributo a Onlus; comunicano in modo “responsabile” ai loro dipendenti, clienti e fornitori; regalano loro un prodotto (questo libro) che abbiamo l’ambizione di ritenere di buona fattura. Ringraziamo quindi queste aziende per la loro sensibilità e generosità. Eccole, hanno disegnato per noi l'albero che vorrebbero...

Xmas Project e le imprese


Degremont Italy S.p.A. e Ondeo Industrial Solution S.p.A. supportano il Xmas Project 2012

www.degremont.com / www.ondeo-is.com


noventa y seis | y siete 96|97

L’OrablÚ supporta il Xmas Project 2012

orablu.blogspot.it


Sunny Milano supporta il Xmas Project 2012

www.sunnymilano.it


noventa y ocho | y nueve 98|99

Speed Transport Service Italiana supporta il Xmas Project 2012

www.speedtransport.it


Eurologos Milano supporta il Xmas Project 2012

www.eurologos-milano.com


ciento | ciento y uno 100|101

Raggio Verde supporta il Xmas Project 2012

www.raggioverde.it


Capricorn supporta il Xmas Project 2012

www.capricorn2001.it


ciento dos | ciento tres 102|103

Pepe Research supporta il Xmas Project 2012

www.peperesearch.it


Ci vuole un fiore. Nivalis, il famoso “bucaneve” di montagna, è un fiore che riesce a crescere nei luoghi più impervi e inospitali: sorprende la fragilità e la delicatezza dei suoi petali e allo stesso tempo la sua capacità di adattarsi e resistere alle condizioni avverse. La sua fragilità non è una debolezza o un elemento da rifiutare, bensì una caratteristica che lo contraddistingue. Inoltre, questo fiore di montagna non solo sa resistere al freddo e stare sotto la neve nell’oscurità, ma sa anche come bucare il manto per prendere luce... Così come il fiore montano, anche le persone sono immerse in un contesto sociale e familiare che influisce sul loro modo di essere ma, grazie e malgrado le loro fragilità, possono risultare agenti di cambiamento. Laddove si coltiva la capacità di riconoscere le proprie debolezze, ecco che spuntano nuove occasioni per sé e per gli altri, che possono trasformare momenti di disagio in nuove opportunità. Per coglierle, questo nuovo progetto di Arché si propone l’ascolto e l’osservazione per facilitare processi di sviluppo e crescita di adolescenti, giovani e famiglie.

Nivalis supporta il Xmas Project 2012

www.nivalis.eu


ciento cuatro | ciento cinco 104|105

Delicatissimo Fine Food supporta il Xmas Project 2012

www.delicatissimo.it


Volpi Case e Bedog supportano il Xmas Project 2012

www.volpicase.it / www.bedog.it


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Dea Development Engineering Automation supporta il Xmas Project 2012

www.dea.mi.it


Beecreative supporta il Xmas Project 2012

www.beecreative.it


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Pentaphoto supporta il Xmas Project 2012

www.pentaphoto.net


Riceviamo e pubblichiamo nelle prossime pagine alcuni contributi creativi chiesti a persone che nella vita hanno fatto della loro creatività e dello scrivere un’arte o un mestiere. Impreziosiscono il nostro libro e ci danno ulteriori spunti per le nostre riflessioni. Grazie di cuore anche a voi!

Infine, hanno scritto per noi...


Sergio Ramírez Scrittore e intellettuale nicaraguense www.sergioramirez.com

El chilamate (Ficus maxima) El chilamate se alzaba cubriendo la casa con su viejo verdor, una gran catedral de nervaduras góticas, gárgolas en cada nudo y sus raíces que bajaban de las alturas como las trenzas de la cabellera de la Gorgona, serpientes de gruesos lomos reptando sobre el tronco y de allí a la tierra para adentrarse en ella. Apoyándose en los bordones de sus ramas que con el tiempo convertía en fustes y en nuevas raíces, su arquitectura buscaba su propio equilibrio repartiéndose en la fuerza de sus hijas, una deidad siempre multiplicando su energía en espejos ocres desde la tierra al esplendor de su cumbrera. Quieto, como en éxtasis su fuerza descomunal, el chilamate inmenso tenía la mansedumbre del gigante condenado a cargar en sus lomos al mundo, consciente de que su quietud, interrumpida apenas por los soplos de brisa, muy arriba, en la cumbrera donde vagaba su esplendor, era su soberanía. Y consciente de que su esencia era la eternidad, y la vejez con toda su cauda de decrepitudes nada más una apariencia, su vestidura terrenal. Nos habíamos ido hace tiempo y volví un día a la casa vacía. Quizás ya no había tenido paz nunca desde que lo dejamos. Las huellas de su furia formidable eran visibles y aún seguía trabajando en su encono rabioso, levantando los ladrillos con los tentáculos de sus raíces, multiplicando su fuerza subterránea para entrar en las tuberías, desbaratándolo todo con un quejido. Y cuando sintió mis pasos en la soledad de la casa abandonada, pude oír que de pronto crecía aún más el rumor su violencia desde abajo, y crecía el murmullo de su queja, como quien eleva su reclamo en grandes amagos de furia antes de derrumbarse, desvalido, en el llanto amargo del despecho.

Il chilamate (Ficus maxima) Il chilamate si ergeva e ricopriva la casa con il suo antico vigore, un’immensa cattedrale di nervature gotiche, ogni nodo un gargoyle. E le radici scendevano dall’alto come le trecce di una gorgone, grossi serpenti che strisciano lungo il tronco e da lì raggiungono la terra per penetrare nelle sue profondità. Appoggiandosi ai suoi rami, che il tempo trasformava in fusti e nuove radici, la sua architettura andava in cerca di un equilibrio, dividendosi tra le sue figlie e la loro forza, come una divinità che moltiplica la sua energia in riverberi ocra che dalla terra raggiungono lo splendore del suo punto più alto. Tranquillo, come in estasi per la sua forza smisurata, l’immenso chilamate aveva la mansuetudine del gigante condannato a tenere sulle sue spalle il peso del mondo, consapevole che la sua quiete, interrotta appena da soffi di brezza, molto più su, nello splendore del suo punto più alto, rappresentava la sua sovranità. E cosciente che la sua essenza era l’eternità, e la vecchiaia, con il suo strascico di decadenza, nient’altro che un’apparenza, una maschera terrena. Ce ne eravamo andati da tempo ormai e un giorno tornai nella casa vuota. Forse non si era mai dato pace da quando lo avevamo lasciato. I segni della sua furia straordinaria erano ben visibili e continuava ancora nel suo accanimento rabbioso, sollevando i mattoni con i tentacoli delle sue radici, moltiplicando la sua forza sotterranea per entrare nelle tubature, mettendo tutto sottosopra con un lamento sommesso. E quando udì i miei passi nella solitudine della casa abbandonata, sentii che all’improvviso cresceva ancora di più il mormorio del suo lamento, come colui che fa avanzare la sua protesta con una furia minacciosa prima di crollare, indifeso, nel pianto amaro del risentimento. traduzione di barbara paglialunga


1 Marco aveva nove anni ed era un cacciatore straordinario: uccideva nemici, picchiava avversari, sgozzava draghi, sparava agli zombi e bruciava stregoni. Il migliore, tutti i suoi amici lo ammiravano. A lui piaceva tutto questo sangue, insomma, si divertiva un mucchio. Mica quei giochi da femminucce, con le bambole e i trucchi davanti allo specchio! Ovvio, mica ammazzava per davvero: lo faceva con la play station, con la wii o il nintendo. Resta il fatto che era davvero un killer professionista. Nella sua classe c’era una bambina, Mirka. Le era simpatica, però mica puoi chiederle di andare a casa sua a giocare a sparare proiettili d’argento agli uomini lupo, sai come sono fatte le bambine, va a finire che si mettono subito a piangere. Quindi, dopo la scuola, ognuno andava casa sua, e che cosa facesse Mirka, lui proprio non ne sapeva nulla. Sicuramente qualche gioco da femminuccia. Marco andava a scuola sempre accompagnato in macchina dalla mamma. Ma una mattina la macchina non aveva alcuna voglia di svegliarsi. “S’è fuso il motore” diceva la mamma al cellulare, parlando col marito, “che cosa faccio?”. Non c’era molto da fare. La fecero a piedi. La mamma conosceva una scorciatoia. Passarono per strade che Marco non conosceva e la cosa gli piacque molto. Quasi arrivati sul retro della scuola Marco vide un bellissimo albero pieno di rami e foglie. Quando furono quasi sotto l’albero sbucò dal nulla Mirka. “Ciao Marco!” disse, festosa. “Ciao, Mirka.” Rispose lui incuriosito. “Ma… ma... da dove sbuchi?”

Non fece in tempo a dirlo che, puff, sbucò anche il papà di Mirka. “Ciao, Marco” e poi, girandosi verso l’albero “E ciao anche a te, amico caro.” Ma che diavolo stava succedendo? Questa era proprio una cosa assai curiosa! Durante l’intervallo Marco provò a chiedere informazioni a Mirka: “Chi salutava tuo padre?” “L’albero” rispose lei, come fosse una cosa ovvia. “L’albero?” “Certo.” “Perché, tuo padre ci parla?” “Anch’io ci parlo!” “All’albero?” “Sì, all’albero.” “E ti risponde?” “Mi dice un sacco di cose, non hai idea di come sia divertente.” “A me sembra una cosa da matti” disse Marco, un po’ preoccupato. “Scusa, fammi capire. Invece ammazzare zombi è una cosa normale?” “Ma che c’entra? Io mi diverto.” “Anch’io mi diverto.” “A parlare con un albero?” “Sì sì! E non solo quello. Non hai idea di quante cose si possono fare sotto ad un albero. Se passi sabato pomeriggio te lo faccio vedere.” (continua)

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Il mio amico Asdrubale

ciento doce | ciento trece

Gianni Biondillo Scrittore e architetto


2 Per due giorni Marco non fece altro che pensare alle parole di Mirka. Che si può fare di divertente vicino ad un albero? Vuoi mettere sgozzare un mostro? Le femmine sono proprio strane. Anche certi maschi, però. Pensa al padre di Mirka, che saluta gli alberi. Mah, gente strana. Strana finché vuoi, ma sabato dopo pranzo al posto di attaccarsi alla play Marco chiese alla madre se poteva andare in quel parco dove s’erano incontrati quella volta con la sua amica. “Ti ricordi mamma? Quando la macchina s’era fusa.” La mamma quasi non ci credeva: “Vuoi davvero andare in un parco al posto di stare davanti alla tv?” “Sì mamma.” “D’accordo. Però mettiti la canottiera, che c’è umido!” Corse a perdifiato fino a raggiungere l’albero. Non c’era nessuno però. Marco ci rimase un po’ male. Poi, all’improvviso: pum! Ecco apparire Mirka. “Ciao Marco.” “Ehi, ma tu da dove salti fuori?” “Ero qui, non mi hai vista? Stavo leggendo un libro” e mentre lo diceva gli mostrava un volume con su scritto: Il barone rampante. “Un libro? Ma i libri sono noiosi. Sono cose da femminucce.” “E chi te l’ha detto?” “Lo dicono tutti i miei amici.” “Ah sì? E i tuoi amici, oltre a cavalcare draghi, sanno scalare un albero?” “Tutti i maschi sanno scalare un albero. Solo le femmine non lo sanno fare.” Qui Marco, dicendo queste cose, giocava un po’ sporco. A dir la verità lui non aveva mai visto un amico suo scalare alcunché. E lui stesso, a dir la verità, s’era trovato ai bordi di precipizi, o nel cuore di rapide e cascate, ma sempre comodamente seduto sul divano e con la consolle in mano. “Davvero?” chiese lei, furbetta. Nel giro di pochi secondi scalò l’albero come uno scoiattolo provetto. “Vieni su allora, ti aspetto.” Che figuraccia. E come glielo diceva adesso? “Allora, non sali?” “ È che… che… mi fa male un alluce.” Pum, Mirka era di nuovo giù. “Ah, capisco. Peccato, non sai come ci si diverte lassù.” “A parlare con gli alberi” provò a ironizzare lui.

Lei lo guardò negli occhi. Lui abbassò lo sguardo. “Ma tu… insomma, chi te l’ha insegnato? Tuo papà?” Mirka sorrise. Come se avesse capito qualcosa d’importante. Cioè - ve lo dico in segreto, ma non fatelo sapere in giro – che Marco faceva tanto il maschiaccio duro duro, ma che in fondo era buonissimo e gli sarebbe piaciuto tantissimo scalare quell’albero. “No. Me l’ha detto lui.” Indicò la pianta. “L’albero?” “Sì sì. Basta che glielo chiedi. Prova.” “Ma davvero?” “Che ti costa?” Marco si guardò in giro, metti caso che passa qualcuno che figura ci faceva a parlare con un albero? “Ehm…” un po’ sottovoce. “Signor albero…” “Non c’è bisogno di chiamarlo signore, lui è amico di tutti, anche tuo.” “E come si chiama?” “Come vuoi tu. Io lo chiamo Asdrubale.” “Asdrubale?” Ma sì, in fondo era un nome divertente. “Scusa, Asdrubale, mi insegni a scalarti?” Un soffio di vento fece muovere le fronde più basse. “Ehi, ti ha risposto!” disse piena d’entusiasmo Mirka. “Ma davvero? Io non ho sentito nulla. Cioè: tranne quando ha soffiato il vento, ma...” “Infatti, t’ha risposto.” “E… e tu hai capito che cosa ha detto?” “Certo che l’ho capito. Sai, ci conosciamo da anni, me l’ha presentato mio papà.” Marco si fece serio, come di fronte a un adulto. “Capisco” disse. Ma in realtà non è che ci aveva capito molto. “E… giusto perché insomma, non parlo la sua lingua… e cosa ha detto?” “Ha detto che devi mettere una mano qui, l’altra qui e un piede qui.” “Davvero?” “Prova!” Marco eseguì. Sembrava una lucertola immobile. “E ora che faccio?” “Non chiederlo a me, chiedilo all’albero.” Alzò gli occhi verso al chioma: “Asdrubale, scusa, non so cosa devo fare!” Un uccellino in cima all’albero cinguettò qualcosa e volo fuori dal nido. “Ehi” Mirka batteva le mani, felicissima. “Ti ha risposto ancora. Gli sei davvero simpatico!” “Mirka” sussurrò il bambino. Lei si avvicinò.

“Che c’è?” “Sono contento che sia simpatico ad Asdrubale, ma io mica posso restare fermo così, sembro uno scemo. Si può sapere che ha detto?” “Ah, sì, scusa… ha detto che ora devi spingere con questo ginocchio, poi mettere questo piede qui. E quando sei pronto liberare questa mano e metterla su quel ramo, lo vedi?” Insomma, a furia di chiedere all’albero e seguendo le traduzioni di Mirka, nel giro di due minuti Marco riuscì a scalare per la prima volta nella sua vita un albero. Era felicissimo. Si sedettero su un grosso ramo. Mirka iniziò a raccontargli del libro che stava leggendo, Marco le fece vedere il nintendo e le insegnò come fuggire dagli zombi. E così fecero, giorno dopo giorno. Una volta si leggeva un libro, un’altra si giocava con il tablet di papà, un’altra ancora si osservavano le formiche, le foglie. Oppure si stava fermi ad annusare l’aria o a guardare il tramonto. E la storia potrebbe finire qui, se non fosse che una mattina (ormai Marco di mattina andava a piedi a scuola, la macchina gli sembrava inutile. Usciva un’ora prima, passava per il parco, e chiacchierava un po’ con Mirka e Asdrubale) una mattina, dicevo, proprio quando era ora di entrare a scuola, Mirka gli disse che lei sarebbe rimasta sull’albero. “E perché?” “Sai, hanno deciso che c’è bisogno di altri parcheggi, per le macchine che portano i bambini a scuola.” “E allora? Qual è il problema?” “È che per farne di nuovi vogliono abbattere Asdrubale!” “Cosa? Ma scusa, non possono venire a piedi, come facciamo noi?” Mirka sorrise, un po’ triste. “Sai… mio papà dice che le persone non parlano più la lingua degli alberi, ma solo quella delle automobili. E che quindi non interessa a nessuno.” Marco si fece triste triste. Si sentiva anche un po’ in colpa, in fondo lui in macchina a scuola c’era andato per anni, gli sembrava lontanissima da casa, e invece a piedi in fondo erano pochi passi. “Finché io resterò qui”, continuò la bimba, “nessuno avrà il coraggio di fare male al mio amico.” E accarezzò la scorza del ramo. Dal tronco sgorgò, appiccicosa, una lacrima di linfa. Marco guardò l’ora e scese di fretta dall’albero. Era un bambino giudizioso, non


3 Quello che accadde dopo fu così bello che quasi non riesco a raccontarlo. Dopo un passa parola, un giro di fogliettini sotto al banco, dei mormorii e dei messaggi con l’alfabeto muto, l’intera classe, maschi e femmine, aveva deciso. Al trillo della campanella sciamarono tutti verso il parco affianco alla scuola. “Mirka?” urlò all’albero. Mirka tolse lo sguardo dal libro. “Che succede?” “Facciamo una festa, c’è posto lassù?” Ora che la lingua degli alberi la parlava pure Marco, fu semplice tradurre le istruzioni di Asdrubale anche agli altri bambini. Saliti ognuno su un ramo differente, tirarono fuori l’acqua e le merendine che non avevano mangiato all’intervallo e iniziarono a scambiarsele. I genitori, da sotto morivano di paura. “Ma siete matti? Tornate giù!” “Noi da qui non ci muoviamo. Vogliamo parlare con il sindaco!” Insomma, dai e dai, un vigile andò da un usciere, che andò da un segretario che andò

Don Angelo Casati Sacerdote, scrittore e poeta

Occhi di bimbo arabo Sei sgusciato correndo da un nido di bimbi gli occhi ad un tempo neri e colmi di sole: nell’aria rarefatta come festa si stemperò il tuo grido. D’improvviso t’inghiottì come lago l’intrico misterioso di strade che interrompono strade di case che si affollano a case in biancore accecante. Strada di Nazaret ove il cuore rincorre smarrendosi il mistero di un Dio fatto uomo né sa dargli altro volto che quello di un bimbo occhi neri e colmi di sole.

ciento catorce | quince

da un assessore che andò dal Sindaco a raccontargli tutta la storia. “Come non scendono?” “Dicono che finché non assicuriamo che Asdrubale non verrà ucciso, loro non scendono.” “E chi è Asdrubale? Io mica voglio uccidere nessuno, sono una persona pacifica io!” Insomma, saltò sulla moto di un vigile e si fece accompagnare subito al parchetto della scuola. Il signor sindaco era una persona un po’ corpulenta, con pochi capelli in testa, grigi. Sembrava un nonno. Anzi: era proprio il nonno di uno dei bambini seduti su Asdrubale. Prima di avvicinarsi estrasse gli occhiali dalla tasca, se li era tolti perché aveva paura di perderli sulla motocicletta del vigile urbano. Se li mise sul naso e guardò. Quello che vide lo affascinò: un albero rigoglioso che al posto dei frutti aveva su ogni ramo un bambino sorridente. “Asdrubale è nostro amico!” gridava Mirka. “Nessuno lo deve abbattere per un parcheggio” strillava Marco. “A scuola si va a piedi!” sbraitavano, tutti assieme. Oh, quante lacrime riempirono gli occhi del sindaco. Com’è che se l’era dimenticato? Lui conosceva bene quell’albero. Era già grande e grosso quando lui era un bambino e ci saliva sopra per giocare a nascondino con gli amici. Solo che lui non lo chiamava Asdrubale, lo chiamava… lo chiamava… come lo chiamava? Un soffio di vento e un frullo di foglie. Asdrubale aveva parlato. “Arciclostide! Ecco come ti chiamavo!” Il consiglio comunale bocciò la proposta di abbattimento dell’albero. E in più approvò quella della piantumazione di nuovi giovani arbusti, uno per ogni bambino. Nel frattempo, sopra e sotto Asdrubale, non c’era giorno che non ci fosse uno, due, e chissà quanti altri bambini che giocavano, leggevano, danzavano, mangiavano e ridevano (soprattutto ridevano). Tutta questa gente fra i piedi e sui rami non gli pesava affatto. Sapeva che finché qualcuno voleva scalarlo lui aveva una ragione per star lì: insegnare la lingua degli alberi ai bambini del paese. Così come ogni albero del mondo con i bambini di tutto il mondo.

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voleva essere sgridato dalla mamma. “Io vado a scuola” disse, un po’ vergognoso. “Ciao Mirka.” Poi guardò l’albero. “Ciao Asdrubale.” Ma Asdrubale non rispose, offesissimo. Passò la prima ora di lezione. Poi la seconda. Marco era triste e taciturno. Gli amici all’intervallo gli chiesero che cosa avesse: non era riuscito a superare il terzo livello? Il ponte levatoio s’era rotto e lui era precipitato nella fossa dei coccodrilli? Era stato soffocato dalla Mummia egiziana? “Noi ci crediamo dei cacciatori, degli eroi” disse di botto. “E invece cosa siamo? Altro che femminucce, loro hanno più coraggio di noi!” “Ma che stai dicendo, si può sapere?” Marco spiegò tutto agli amici. Loro all’inizio lo prendevano in giro, parlare con gli alberi, che cosa da scemi! Poi però, prima uno, poi l’altro, si zittirono a vicenda. Davvero Mirka, una femmina!, sa scalare gli alberi? “Certo! È bravissima.” “E tu?” “Cosa?” “Anche tu li sai scalare?” “Sì,certo.” “E chi te l’ha insegnato?” “Asdrubale!”


Elisabetta Salvatori Attrice, autrice e regista (con la partecipazione di Matteo Ceramelli, musicista) www.favolanti.it

La piccola nuvola C’era una volta una piccolissima nuvola bianca, era la più piccola tra tutte le nuvole del cielo, era così piccolina che si vedeva appena, e per questo si sentiva una miseria, una nullità, si vergognava.

Cadde su una grossa pietra, e nel silenzio del deserto si sentì un forte -ciac-... Quel ciac... la terra lo riconobbe e di zolla in zolla cominciò a dire: - È caduta una goccia di pioggia... Forse pioverà!!!- È caduta una goccia... pioveràaaa!-

Si vergognava perché per mestiere le nuvole fanno la pioggia, e dalle altre nuvole: quelle grandi, gonfie, grigie... da quelle potevano scendere dei temporali, invece da lei solo una goccia di poggia e così quando c’era bisogno di piovere, non ci andava mai con le altre, tanto chi l’avrebbe vista la sua goccia... non se ne sarebbe accorto nessuno.

Da lontano, le nuvole grandi, grigie, gonfie di pioggia, sentirono la voce della terra, capirono che c’era bisogno di loro e dal vento si fecero portare sul deserto.

Un giorno che la nuvoletta era più triste del solito, pensò di andarsene lontano: lasciare quel lembo di cielo dov’era sempre stata, per andare in un posto dove nessuno la conoscesse, dove potesse nascondersi e vergognarsi in pace, e così s’affidò al vento e volò via. Arrivò in un posto dove il cielo era azzurrissimo, e la terra arsa, screpolata... perché non ci pioveva mai: era il deserto. Si guardò intorno, si accorse che per quanto piccola, era l’unica nuvola nel cielo, e pensò che, quello lì, era il luogo adatto per far cadere la sua goccia di pioggia. Allora la nuvoletta si concentrò: ci mise tutto il cuore, tutta l’anima tutta se stessa e da lei cadde quell’unica goccia di pioggia.

Cadde un forte temporale, la terra bagnata germogliò, spuntarono i primi fili d’erba e tutti uniti insieme fecero un prato. Poi il prato si colorò perché spuntarono i primi fiorellini... le pianticelle... tutto prese vita e si trasformò... l’unica a rimanere uguale a un tempo fu la pietra: lei era lì da sempre, era la più vecchia di tutti e per questo raccontava storie. La pietra diceva che quel posto, tanto tempo prima, era un deserto, e che una mattina, sul deserto, ci arrivò una piccolissima nuvola bianca, fece cadere la sua unica goccia di pioggia e da quella goccia tutto, proprio tutto, si trasformò. liberamente ispirata a un racconto del sub-comandante marcos


Roberto Anglisani Attore e regista

Una notte arrivai alla stazione centrale di Milano con un treno in forte ritardo, gli autobus erano finiti, così dovetti fermarmi in attesa che qualcuno venisse a prendermi da casa. Decisi di aspettare all’interno della stazione, nella zona dove cominciano i binari. A quell’ora della notte non c’erano treni fermi, così potei vederla completamente vuota. Osservando i grandi pilastri che si innalzavano a reggere la grande cupola di vetro, mi resi conto che sembravano alberi. La stazione quella notte pareva una foresta. Cercai allora con gli occhi di vedere se quella foresta fosse abitata da animali. E ne vidi alcuni che strisciavano rapidi lungo i muri come topi, altri che si erano fatti una vera e propria tana con stracci, cartoni, vecchi giornali, e ci si erano rintanati, tanto che si vedeva solo un pezzo di viso che sbucava dall’apertura di quel rifugio. Quello che saltava subito agli occhi era che in quella foresta di ferro e vetro c’era una grande solitudine. Ho immaginato di vivere lì, e ho pensato che avrei dovuto stare sempre in allerta, pronto a difendermi o ad attaccare o comunque pronto a lottare. Mentre formulavo quei pensieri e sentivo quella sconfinata solitudine, da dietro uno di questi alberi metallici sbucò un bambino. Avrà avuto 10 o 11 anni, forse meno. Era difficile stabilirlo perché si muoveva con una certa sicurezza, come se stesse andando in un posto preciso, ma se guardavi bene ti accorgevi che i suoi occhi erano vigili come quelli di chi si sente in pericolo. Mi chiesi dove fossero sua madre e la sua casa. Mi chiesi se c’era un momento in cui si riposava da quel timore,

se in qualche momento del giorno o della notte qualcuno lo abbracciava, e lo teneva stretto raccontandogli una storia per farlo addormentare. Il mio cellulare squillò, risposi, erano venuti a prendermi. Rialzai gli occhi e il bambino era scomparso. In quel momento decisi che avrei raccontato una storia di foresta, di bambini soli, di paura, di coraggio, di solidarietà, di amicizia e di amore. Mi venne in mente il “Libro della giungla” di Kipling, e creai il mio “Giungla” di cui riporto il finale: Quella mattina Muli riuscì a realizzare molti dei suoi desideri. Riuscì a fare arrestare Tabacco, Buldeo, liberò i suoi compagni, riuscì a liberare Nina, fermò Sherekan il trafficante di bambini, per sempre. Ma quella mattina Muli realizzò un sogno a cui non aveva mai neppure pensato: riuscì a fermare la Stazione Centrale di Milano. Sì, anche se solo per un momento la gente fu costretta a fermarsi e a guardare. Dicono che mentre la gente era intenta a guardare, dal fondo della stazione si sentì un vociare di bambini, e poi si videro bambini uscire dai tombini, dai sottopassaggi abbandonati, arrivare dai binari morti… una fiumana di bambini che camminava verso la stazione. Bambini scalzi, stracciati. Alcuni avevano le mani segnate dai fili dei telai, altri le avevano bruciate dai mattoni delle fornaci. Bambini sfruttati, maltrattati. Arrivarono di corsa quella mattina, alcuni ridendo, altri quasi giocando. Presero Muli e se lo portarono via… per sempre.

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La mia giungla

ciento dieciséis | diecisiete

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Emanuela Nava Scrittrice www.emanuelanava.it

L’albero (Perù, America del sud) Non aveva il coraggio anche se sentiva che il coraggio aveva a che fare con il cuore che batteva forte e diceva di provare, di non tirarsi indietro. Ma l’emozione che sentiva era troppo intensa e tutto quel movimento che avvertiva dentro di sé gli faceva girare la testa più di quanto non girasse già. Si era innamorato. - Può un bambino innamorarsi?- chiese al nonno. - Sì, Diego, può. - A qualsiasi età? - Sì, Diego, a qualsiasi età. - Anche se lei, l’innamorata abbassa gli occhi ogni volta che lo incontra, come se non lo volesse guardare? - Le ragazze sono gioielli preziosi. Abbassano gli occhi per non accecare gli innamorati con la loro luce. - Oh nonno, e allora? - Allora cosa? - Come posso fare per trovare il coraggio di dire alla mia innamorata che la amo. - Chiedi il coraggio a un albero, Diego. - A un albero, nonno? - Sì, Diego, vai da un albero, osservalo, chiedigli l’energia della fermezza. Fa’ come lui. L’albero sa raggiungere il cielo, ma sa anche stare fermo. - Fermo, nonno? Il bambino non capiva. Guardò il nonno e continuò a non capire. Come faceva a stare fermo come un albero, quando il suo cuore batteva così forte? Il nonno sorrise. Nonno e nipote avevano appena fatto colazione.

Dalla finestra aperta della cucina si scorgeva la selva che si inerpicava lungo le montagne. - Gli alberi, se hanno radici forti e robuste, hanno chiome folte che possono arrivare fino al cielo.- disse il nonno. – Ma proprio perché le loro radici sono forti sanno stare fermi per migliaia di anni nello stesso luogo dove sono nati, per offrire ombra e riposo a chiunque li chieda. Non si muovono, non fuggono via come un lama o un condor. Il bambino scosse la testa. Gli sembrava che il nonno facesse esempi troppo difficili per lui. Il nonno sorrise. - Se sei innamorato, Diego, non devi avere paura di quello che provi. Ma devi andare a chiedere il coraggio a un albero della selva. - Nella selva dove vivono i giaguari e i puma, nonno? - No, dove cantano gli alberi, Diego. Scegli un albero con il tronco massiccio, togli le scarpe e sdraiati sul tronco con tutto il corpo. Lascia che l’energia dell’albero entri in te. Che la voce della sua chioma mossa dal vento ti dia il coraggio necessario. Poi va’ dalla bambina che ti piace e dichiarale il tuo amore. - Devo dirle che la amo, nonno? - Devi dirle che sei un albero, che la proteggerai dal sole e dalla pioggia. Che le darai riparo quando sarà stanca, che non ti muoverai e che starai sempre accanto a lei. - È una bellissima dichiarazione d’amore, nonno.- disse Diego. - È la dichiarazione che facevano gli Inca, i nonni dei nonni dei tuoi nonni, alle loro preziosissime innamorate. brano tratto da “bambini del mondo”, ed. einaudi ragazzi


Roberto Denti Scrittore e fondatore della “Libreria dei Ragazzi”

È una storia vera che raccontava spesso mio padre quando ricordava la sua partecipazione alla prima guerra mondiale iniziata nel 1914 (ma l’Italia era entrata nel conflitto quasi un anno dopo, il 24 maggio 1915) come ufficiale di fanteria. Siamo nel 1916, nel mese di gennaio. Il reparto di cui faceva parte mio padre era attestato a metà di una montagna (non ricordo il nome perché erano luoghi poco noti e ciascuna zona era chiamata “cima” con un numero che la contraddistingueva sulle carte geografiche militari) in una lunga trincea scavata da una parte, mentre dall’altra, a circa due-trecento metri, in una trincea analoga erano attestati gli austriaci. Ormai era oltre un anno che i soldati dei due eserciti erano bloccati in quelle trincee. Da parte italiana c’erano stati due tentativi di cacciare gli austriaci. Le due battaglie erano cominciate allo stesso modo. Ancora al buio del mattino la nostra artiglieria iniziava a bombardare le posizioni austriache. La prima battaglia vide gli italiani attaccare il nemico alle luci iniziali dell’alba dopo due ore di bombardamento che però si dimostrò insufficiente. Infatti gli austriaci risposero con i loro cannoni e l’attacco degli italiani fu respinto con molti soldati morti da una parte e dall’altra. La seconda battaglia ebbe lo stesso risultato, anche se l’artiglieria italiana cominciò ad attaccare quattro ore di fila. Era quindi da oltre un anno che i due eserciti si fronteggiavano controllandosi a vista sparando molte fucilate al giorno, quasi come volessero fare esercizio. Di notte, quando la luna era in cielo ed era quindi possibile

orientarsi, le pattuglie si muovevano caute e controllavano l’integrità dei reticolati di filo spinato che proteggevano le trincee. Intanto era arrivato l’inverno e tutto sembrava tranquillo anche perché le bombe sparate dall’artiglieria affondavano nella neve senza scoppiare. Nel mese di dicembre il tempo divenne pessimo per molti giorni senza interruzione. Un mattino con una luce molto scarsa perché nevicava fitto, d’improvviso dall’alto della montagna calò una spaventosa valanga che coprì metà delle due trincee. Senza accordi, era ovvio, i soldati italiani e austriaci che si erano salvati dalla infinita quantità di neve caduta dall’alto, uscirono dalle trincee senza fucili ma soltanto con le pale di lavoro. Nessuno parlava, ma intendendosi a gesti, italiani e austriaci si misero a spalare furiosamente per trovare i corpi degli amici sommersi dalla valanga. Il lavoro fu sospeso di notte perché continuava a nevicare e non ci si vedeva a un palmo dal naso. Alcuni soldati, italiani e austriaci, furono salvati ma parecchi rimasero uccisi dalla quantità della neve caduta sui loro corpi. A seconda delle divise i morti furono riportati nelle rispettive trincee. Quando il pesante e faticoso lavoro fu finito, un muto saluto fu scambiato dai soldati dei due eserciti, che ritornarono nelle loro postazioni. La guerra si combatte con le armi anche se a volerla non sono gli uomini, ma governi che non tengono conto dei diritti degli esseri umani alla vita. Quando è invece la natura che provoca immani tragedie non c’è nemico che tenga, perché prevale la solidarietà fra individui che neppure si conoscono.

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Su di una cima

ciento dieciocho | diecinueve

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Nino Ciravegna Giornalista e scrittore

I semi scemi Maurizio era un perditempo, non gli piaceva lavorare, rinviava gli impegni, inventava scuse, evitava responsabilità: ogni giorno sgarrava, suo cugino s’imbestialiva, malediceva il giorno in cui l’aveva assunto, aveva un negozio di sementi, l’attività s’espandeva, avrebbe avuto e meritato un aiuto più serio. Nel negozio c’erano semi di tutti i tipi, vendevano semi per fiori, semi per l’orto, semi per gli alberi da giardino, avevano allestito un angolo con i semi per le piante tropicali, difficili da trovare – venivano da tutte le parti per fornirsi di semi. Maurizio non amava i semi, gli sembravano inutili, li vedeva come lavoro – scaricava sacchi grandi e sacchi piccoli, doveva dividerli, metterli nei cassetti di vetro che s’impilavano sulle pareti, doveva metterne dieci grammi in un sacchettino per la signora col giardino, cinquanta grammi per quel pensionato che faceva l’orto, doveva rifornire il vivaista, consegnare semi di un tipo e semi di un altro a questo o a quello – loro vedevano i frutti, lui doveva ringraziare e accontentarsi di pochi euro. Quegli spiccioli non gli bastavano mai, voleva fare la bella vita, era costretto a contare le monete nelle serate con gli amici, aveva la moto sempre in riserva, la benzina era salita a prezzi mai visti. Faceva fatica ad arrivare a fine mese, si lamentava sempre, diceva che con i semi non si diventa ricchi. Quella sera Maurizio era in pizzeria, un amico raccontava delle vacanze al mare, uno si vantava della sua nuova auto, l’altro esibiva il braccialetto preso per la fidanzata. Maurizio taceva, non

aveva niente da gloriarsi. Un amico notò il silenzio, lo prese in giro, gli disse che aveva mille e mille semi, ma gli mancava il seme più importante, il seme che fa i soldi. Se avesse avuto quel seme, lo rassicurò, non avrebbe più avuto problemi con la bella vita. Risero, sembrava uno sberleffo, nessuno ha mai visto il seme che fa i soldi: Maurizio, invece, prese a pensarci. Cominciò a studiare i semi, ogni giorno ne intascava qualcuno, la sera si chiudeva in casa, li studiava. Maturò delle certezze, si convinse che poteva farcela, si disse che la carta si fa con gli alberi, gli alberi nascono dai semi, lui aveva i semi, tanti semi. Si ripromise di trovare il seme adatto, pensò al metodo per modificarlo, era importante provarci, senza scoraggiarsi. Si diede un mese di tempo per avviare una produzione di soldi, tanti soldi. Tentò tante strade, un giorno individuò un seme più grosso degli altri, lo mise a bagno in acqua tiepida, aggiunse del fertilizzante, piazzò una banconota da cinque euro sul fondo, aspettò che il seme si gonfiasse d’acqua, attese che gli inchiostri dell’euro si smollassero, succhiò il blu con una minuscola siringa, lo iniettò nel seme, poi iniettò il rosso, il bianco e tutti i colori che ci sono negli euro. Si procurò una pinzetta dal suo amico orefice, era minuscola ma precisa, selezionò la parte centrale di un seme di papiro, perché – si disse – la carta delle banconote non è come quelle per scriverci o farci dei pacchi, la sistemò nella pancia di quel seme che s’ingrossava d’acqua e inchiostri, avvolse quel seme in un’altra banconota, voleva che quel seme memorizzasse forme e colori

dei soldi. Pallottolò tutto, strinse bene, imbevve, mise la poltiglia in un vaso, bagnò in abbondanza, aspettò. Dopo qualche giorno vide qualcosa che cresceva, era scuro, aveva fogliette strane, cercò sui libri, non trovò parentele con piante conosciute. Aspettò qualche altro giorno, trovò un piccolo arbusto, travasò in uno spazio più grande, l’arbusto si fece cespuglio, dopo una settimana buttò dei frutti un po’ più grandi delle noci, duri come i gusci del cocco, rimbombavano come vuoti. Il giorno dopo la pianta ingiallì, seccò, quelle noci caddero, si sparpagliarono a terra. Maurizio si deluse, maledì il tempo perso, imprecò contro quella pianta che non dava i frutti sperati, prese a calci le noci, le buttò contro il muro, una s’aprì, per curiosità controllò: sperava che almeno si poter sgranocchiare qualcosa. Si sorprese, dentro trovò qualcosa di umidiccio, era tutto spiegazzato, mandava un brutto tanfo. Lo stirò con cautela, s’accorse che era una banconota da cinque euro, la confrontò con l’ultima che aveva nel portafogli, non individuò differenze. Di corsa aprì tutte le noci, asciugò e stirò, il giorno dopo si presentò in banca, aveva da saldare la cambiale della moto, l’impiegato sospirò di sollievo – Maurizio era abbonato ai protesti –, non gli chiese dove avesse preso quei soldi, incassò e ringraziò. Maurizio corse nel negozio, riempì le tasche di semi, avvertì il cugino che s’assentava qualche giorno, si fece imprestare dieci banconote da cinque, si chiuse in casa, ammollò, iniettò, inserì, piantò, aspettò, raccolse senza allontanarsi di un minuto da quella preziosa attività. Mangiò gli avanzi, dormì sul divano, fece una vita da cani, ma ne valse la pena: il raccolto fu abbondante, per una volta poté fare il galletto con gli amici, pagò la pizza a tutti, li portò in birreria, s’ubriacarono con gli spumanti del night club, diede la mancia ai camerieri e anche alle donnine. Intuì lo stupore degli amici, si giustificò, disse che aveva ricevuto una piccola eredità da un parente lontano, aggiunse che gli sembrava giusto dividere quei soldi con gli amici. Poi sparì, preparò altri semi, piantò i semi da cinque euro, sperimentò quelli da dieci, si ripromise di accontentarsi, si giurò che non cercava milioni, voleva solo i soldi per campare bene. Sbaraccò l’orto dietro casa, strappò


topi e dagli insetti, erano tarlati, bucati, impresentabili. Urlò di disperazione, rivoltò la camera, trovò muffe dappertutto, non recuperò una banconota sana, sembrava un magazzino di frutta marcita. Imprecò e maledisse, i vicini non lo sentirono, erano impegnati nel cenone, stappavano bottiglie, si scambiavamo gli auguri. Gli prese male al cuore, reagì, non s’arrese: usò il ferro da stiro per salvare il salvabile, stirò per giorni e giorni, ai primi dell’anno nuovo si presentò in banca con le banconote migliori, le aveva legate in un pacco, riempivano una borsa della spesa. Gliele respinsero tutte – non idonee, gli dissero. Corse nel campo, si sentiva in colpa, aveva trascurato per troppo tempo le colture, urlò contro il gelo, aveva rinsecchito tutto. Corse a casa, in cucina trovò l’inferno, i semi s’erano aperti, gorgogliavano, il vento li aveva sparpagliati, s’erano impiantati nel lavello, negli stipiti, nei cassetti, sul tavolo e anche sotto. I rami s’ingrovigliavano l’uno con l’altro, si soffocavano, occupavano ogni spazio libero, impedivano il passaggio. Notò un arbusto che cresceva nel vaso del lampadario, si prendeva il caldo della lampadina, i rami s’attaccavano al filo elettrico, arrivavano al soffitto. Maurizio cominciò a ridere forte, sembrava un matto, si disse che erano proprio scemi quei semi, gli piacque quel gioco di parole, continuò a ridere isterico, ripeteva come un ossesso che quei semi erano scemi, non erano stati capaci di produrre banconote sane. Quei semi erano scemi, andavano sul lampadario e nei cassetti invece di cercare terra col letame. Rideva senza sosta, si stravaccò sul pavimento, gli mancò la forza di rialzarsi, un arbusto s’avviluppò alla gamba, un altro s’attorcigliò al braccio destro. Stette fermo, immobile, restò lì, perse la nozione del tempo, fissava quei rami sul corpo, aspettava che spuntasse una noce, ne aveva bisogno, aveva il diritto di farsi un regalo di Natale, anche se in ritardo, s’accontentava di cinquecento euro, non una lira in più. Aspettò, le gambe s’imprigionarono in quei rami, quei rami salirono alla pancia, gli presero il collo, non si curarono dei sussulti delle risate, continuarono a svilupparsi mentre ripeteva come un ossesso che erano semi scemi. Aveva ragione, quei semi erano proprio scemi, producevano soldi fallaci, andavano buttati.

ciento veinte | veintiuno

domande strane su quei rifiuti strani. Maurizio non amava lavorare, ma in quei mesi lavorò senza un momento di tregua: gli prese la paura dei ladri, sistemò pesanti inferriate alle finestre, blindò la porta, mise l’allarme in tutte le stanze. Sospettò d’essere seguito, prese l’abitudine di uscire quando era ancora buio, prendeva l’alba nel campo lontano, rientrava a notte, era stanco ma non poteva dormire, doveva mettere a posto le banconote, avevano bisogno di nuovi spazi, ogni angolo era pieno. Nascose i soldi sotto il letto, tolse il materasso per recuperare posto, s’accontentò di stendersi sul divano, per arrivarci doveva divincolarsi dai sacchi di gusci, sempre più numerosi. Mangiò panini, la cucina era occupata dai brodi di coltura dei semi, in certi giorni s’arrangiò con pane secco, i negozi facevano orari diversi dai suoi. Infine risparmiò tempo, una volta la settimana comprava un sacco di pane e qualche salame, doveva evitare ogni distrazione, quei semi e quelle colture avevano bisogno delle sue attenzioni. Per i manicaretti – si giustificò – c’è sempre tempo. Una sera Maurizio s’irritò per il baccano in strada, le campane suonavano senza sosta, lui aveva bisogno di concentrazione, aveva da poco avviato una fiorente coltura di banconote da cinquecento, era tornato sfatto dal campo, il freddo dell’inverno non faceva bene alle piante, aveva coperto il terreno con tutte le coperte di casa, ogni piantina era attorniata da letame fumante, aveva anche pensato di passare il phon dei capelli per sgelare, aveva dovuto rinviare: gli mancava un generatore elettrico, s’era ripromesso di comprarlo al primo momento libero. Quel suono delle campane lo disturbò, scese in strada per protestare, vide le luminarie di Natale, si pentì di non aver fatto il presepio, invidiò gli amici che se la spassavano in famiglia o in vacanza. Ebbe l’idea di sorprenderli, li avrebbe riempiti di regali, non avrebbe badato a spese, era giusto, si disse, tirare un po’ il fiato. Corse in casa, arraffò una manciata di banconote, si trovò in mano foglietti umidicci, incollati l’uno con l’altro. Capì che nella fretta di stivare non aveva asciugato con la dovuta cura. S’accorse che sudava, diede la colpa alla cucina che vaporava per tenere al caldo i semi. Cercò sotto il letto, vide i soldi bacati dai

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lattughe e zucchine, espiantò il pergolato di uva regina, le nuove piante avevano bisogno di sole. E di tanta acqua: ogni ora bagnava ogni singolo seme, ogni momento era lì a strappare le erbacce, s’indispettiva nel vedere la velocità che moltiplicava quegli infestanti. In cucina stese dieci fili per l’asciugo, comprò un ferro da stiro, raccolse le noci, mise a lustro le banconote, eliminò i semi da cinque euro, ripiantò quelli da dieci, provò con i cinquanta. I semi fecero il loro dovere, gli amici presero l’abitudine di mangiare a sbafo, ogni giorno benedicevano quel lontano parente che aveva aiutato Maurizio, non s’accontentarono più della pizza, vollero i ristoranti di pesce, più costosi. Maurizio comprò un’auto, la prese grande, la volle rossa Ferrari, s’indossò abiti di marca, si disse che finalmente cominciava a vivere. Cominciarono anche a bussare alla sua porta, la zia gli chiedeva un aiuto per il dentista, un vicino perorò un prestito per ristrutturare il bagno, un amico gli confessò che rischiava un fallimento, bastavano poche migliaia di euro per rimettersi in sesto. Maurizio diede a destra e a manca, poi si seccò per le continue interruzioni, doveva preparare i semi – gli inchiostri delle banconote da cento richiedevano particolare perizia – infine s’allarmò per i troppi esborsi: fece i conti dettagliati, s’accorse che lavorava a vuoto, tot produceva, tot spendeva o prestava, risparmi zero. Diventò duro, disse che capiva le necessità di questo o il problema di quello ma che purtroppo l’eredità era finita, allargò le braccia, non poteva più aiutare, diede pacche sulle spalle, ma gli euro se li tenne. Prese in affitto un campo fuori mano, piantumò i lati con folti cespugli, doveva evitare occhiate curiose, fece lunghi filari da cinquanta, nel posto più riparato piantò i semi da cento euro. Correva come un dannato per controllare l’umidità, correva per preparare i semi, aveva l’urgenza di stendere le banconote, doveva stirarle. Una vita senza respiro, pazienza – si disse – mi godrò i soldi più avanti. Per dribblare i questuanti evitò la banca, nascose le banconote nei cassetti del comò, quando si riempirono svuotò gli armadi, buttò via i vestiti nuovi: pazienza – si disse – ne comprerò altri, più belli. Insaccò i gusci, li sistemò nel salotto, il suo amico netturbino era un chiacchierone, avrebbe potuto fargli


Emanuela Bussolati Scrittrice e architetto emanuelabussolati.wordpress.com

La pianticella cresceva... Ma stenta,

giallina, debole. Eppure la mamma era un grande Olmo con rami estesi e ombrosi. Già, era proprio questo il problema! Tra tanti semi che mamma Olmo aveva prodotto, quello che aveva dato vita alla pianticella era caduto troppo vicino e ora non aveva abbastanza luce per crescere forte e sano. La pianticella cresceva. Ma sopra la terra cresceva poco. Cresceva molto sotto terra. Le radici cercavano e cercavano. Che cosa? Cercavano le radici di mamma Olmo. Quando le trovarono, si strinsero a quelle e le grandi radici le accolsero. Ora le due piante erano di nuovo collegate, come quando il seme era ancora nel frutto e il frutto era ancora sull’albero. La Madre, attraverso le radici, passava l’energia della luce alla piccola figlia.

Sotto terra, nell’umidità di un terriccio segreto,

ricco di frammenti di foglie, animaletti, sassolini, le radici di un grande faggio cercavano stabilità e cibo. Per sostenere l’enorme impalcatura di rami, per mantenere equilibrio quando il vento faceva risuonare la nuvola delle foglie, per resistere alle malattie, avevano bisogno di minerali che indurissero la corteccia, rinforzassero biforcazioni , rendessero forti e flessibili i rametti. Proprio in cima alle radici, nel terriccio, si formavano le Micorrize, filamenti sottilissimi, come muffe, che partivano da funghi porcini, russole, finferli… avevano bisogno di zuccheri. Non li trovavano facilmente ma sulla punta delle radici degli alberi erano più accessibili.

Così le Micorrize e gli alberi si misero d’accordo per scambiare tra loro zuccheri e minerali. Un ottimo scambio! Le Micorrize poi erano così sottili che potevano penetrare il terreno meglio delle radici e più lontano. Cominciarono a fare da “internet” per il bosco: un albero trovava un terreno particolarmente nutriente? Subito, attraverso le Micorrize, gli alberi intorno lo sapevano e indirizzavano le radici da quella parte. Il bosco diventò bellissimo. Tutti venivano ad ammirare quei faggi. Peccato che qualche ignorante ogni tanto raccogliesse tutti i funghi, senza lasciarne neppure uno o li schiacciasse, pensando che, in fondo, un fungo in più o uno in meno non facesse alcuna differenza!

Il pioppo era assetato. Nato lontano dalla riva del fiume, faceva fatica ad allungare le radici fino all’acqua. Doveva chiedere aiuto. Le sue radici incontrarono quelle di un altro pioppo. Tra le due radici ci fu un breve discorso. «Ho sete, puoi aiutarmi?» «Sono proprio accanto al fiume. Ti aiuterò.» Le radici dei due pioppi si unirono e l’acqua passò piano piano da un albero all’altro. Le foglie del pioppo lontano dall’acqua rinverdirono e il pioppo fu salvo. Gli alberi sanno aiutarsi. Forse anche il genere umano potrebbe imparare a farlo.


C’era una volta un grande albero che abitava nella foresta. Era alto, con un tronco robusto, scuro e una bella chioma di rami e foglie d’un verde intenso che brillavano di mille riflessi al vento. S’era scelto proprio una bella dimora circondata da un prato d’erba tenera che in primavera si copriva di fiori. Una tartaruga aveva la sua tana tra le radici nodose che affioravano dalla terra scura. Uno scoiattolo abitava un grosso buco a metà salita e i nidi tra i rami non si contavano. Persino l’aquila quando scendeva dalle vette si posava sul grande albero che aveva sempre una parola buona, un consiglio per lei. Eh sì, perché tutti sapevano che il vecchio albero era saggio e paziente. Un giorno pieno d’uggia e umidità, l’albero con voce annoiata disse all’aquila: - Senti, non potresti dire a questa pioggerellina mesta che da giorni mi rattrista coi suoi pianti insulsi, non potresti dirle di traslocare? Mi sta deprimendo, non sopporto più questa guazza che mi zuppa la corteccia. Detto fatto l’aquila volò tra le vette è svegliò un ventaccio diaccio che scese vorticando dalla montagna impaziente di dare una bella strapazzata alla pioggia che piangeva sul bosco. Il vento era birbante, circuiva la pioggia e poi le faceva girare la testa costringendola a infilarsi di stravento tra i rami, scompigliando la tribù di gufi, passeri, ghiri, e picchi che abitavano la chioma.

- Ehi! Voi, fermi! State fermi che mi mettete a soqquadro la casa, guardate come avete ridotto la mia chioma. – gridava l’albero - Non vedete che la tartaruga s’è ritirata nel suo guscio! Per non prendersi le ghiande sulla zucca! E il topino con la testa tra le mani squittiva - Eh! Guarda che bernoccolo ho sulla fronte; ventaccio della malora! - Fermo! Sta’ fermo! Scassi tutti i nidi? Dove andremo a ripararci? - cinguettavano gli uccellini. - Attenti mi spezzate il ramo! Arrestatevi mi strappate le chiome! Ma quei due dispettosi non stavano a sentire. Erano troppo impegnati a rincorrersi fra i rami. Mentre turbini di pioggia e vento spazzavano l’intera foresta. - Sole! - Gridò l’albero - Vieni tu a salvarmi! Disperdi coi tuoi raggi questa pioggia noiosa e questo vento sgarbato. Il sole non si fece pregare due volte; squarciò il cielo con un raggio potente, e in un lampo il bosco si rischiarò. Le nere nubi di pioggia fuggirono in cento nuvolette bianche che giocavano a mosca cieca nell’azzurro del cielo, spinte in alto da una soave follia primaverile. Il turbine si ritirò in una gola tra le vette lasciando dietro di sé una coda di brezze, zefiri e ariette gentili. Mentre il sole guardava divertito la scena. Contento di vedere il suo tronco ben piantato in mezzo alla radura serena. Nel bosco degli alberi.

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L’Albero cresce

ciento veintidós | veintitrés

Giuliano Corti Filosofo e sceneggiatore


Andrea Sottile Autore e scrittore

Serafino tre capelli Questa è la storia di Serafino, che aveva soltanto tre capelli in testa, uno rosso, uno verde e uno blu. Serafino viveva tutto solo, in un piccolo villaggio che era fatto di tre case. Abitava a casaccio, un po’ qua e un po’ là, e di notte dormiva sotto i rami di un albero, perché una casa lui non l’aveva. E non aveva un tavolo e neppure una sedia, perciò Serafino stava sempre in piedi. Non aveva cucchiaio, coltello o forchetta, perché non aveva niente da mangiare. Non aveva un ombrello, e beveva la pioggia. Non aveva le scarpe, perciò andava scalzo. Non aveva un pettine: no, non l’aveva, e per questa ragione era sempre spettinato. Non aveva nemmeno la mamma e il papà, perché un giorno se li era portati via il vento. Insomma, Serafino non possedeva niente, aveva soltanto i suoi tre capelli, che naturalmente non tagliava mai, perché non aveva neppure le forbici. Ecco perché lo chiamavano tutti Serafino tre capelli. Un giorno Serafino, mentre riposava, sentì cantare la sua pancia vuota. – C’è qualcuno che mi chiama – pensò meravigliato. Ma intorno a lui non c’era nessuno. – Che strano – pensò, – devo averlo sognato! Però quella voce non stava più zitta, anzi, cantava sempre più forte. Allora Serafino decise di seguirla e si mise in cammino per cercare un po’ più in là qualche cosa da mangiare. Quella mattina c’era un gran vento. Serafino raccolse tre pugni di terra dai campi che stavano dietro le case e se li mise dentro

le tasche, per non volare via. Cammina cammina, lungo la strada incontrò una bambina dall’aria triste, che se ne stava seduta su un sasso. – Ciao, che cos’hai? – le chiese Serafino. – Dal mio vestito rosso si è staccato un bottone – rispose la bambina – e non ho neanche un pezzetto di filo per riattaccarlo. Nemmeno Serafino, purtroppo, aveva un filo. Perciò, senza pensarci, si strappò – tic! – un capello dalla testa e glielo porse. La bimba lo prese (era quello rosso), e usando come ago una spina di acacia ricucì il bottone. – Che bel vestito! – disse Serafino a lavoro ultimato. – Che bei capelli! – disse la bimba. – Non ne ho mai visti di così belli. Peccato che ne siano rimasti solo due! Si guardarono in silenzio e la bambina sorrise. – Hai qualcosa da mangiare? – le chiese Serafino. – Ho un pettine e nient’altro. La bimba cavò fuori dal vestito un bel pettine e si mise a pettinare i due capelli di Serafino, che col vento – ushhhhh! – si erano tutti arruffati. Quindi decisero di proseguire insieme, perché è più divertente avere fame in compagnia piuttosto che da soli. La strada era lunga e Serafino e Marilù (la bimba, non l’ho detto, si chiamava così) camminavano in silenzio, lentamente sotto il sole. A un tratto sentirono venire dai cespugli una vocina stridula che chiedeva aiuto. Si chinarono e videro una formica che spingeva in mezzo ai sassi una briciola di pane troppo grossa per lei.

– Ah, se avessi la forza di portare questa briciola nella mia casetta! La formica, poverina, era tutta sudata. E Serafino cosa fece? Decise di aiutarla. Si strappò un capello – quello verde – dalla testa, ci fece un occhiellino e glielo porse dicendo: – Lega la briciola a questa grossa corda, così se non altro farai meno fatica. Con quattro zampette la piccola formica prese il capello, ci legò la briciola e si mise a tirare. Allora Serafino, che non riusciva a smettere di avere una gran fame, le chiese se per caso non avesse in casa qualcosa da mangiare. La formica rispose: – Ho solo questa briciola, prendine un pezzetto. Serafino e Marilù si divisero in silenzio il pezzettino di briciola e si rimisero in cammino. Intanto il vento – ushhhhh! – continuava a soffiare e il capello di Serafino volava di qua e di là. I due bimbi camminavano tenendosi per mano. Adesso intorno a loro non c’era più niente. Non c’erano più case. Non c’erano più alberi. Non c’erano cespugli. Non c’era più la strada. Erano spariti perfino i colori e tutto, intorno a loro, era diventato bianco. – Sembra di camminare in mezzo alla farina! – disse Serafino. – Se fosse farina ti cucinerei una torta! – rispose Marilù con gli occhi che brillavano. A un tratto i due bambini videro un gabbiano che tracciava con le ali un gran cerchio nel cielo. Andarono avanti ancora un pochettino, finché non apparve una gran distesa blu. – Il mare! Il mare! – esclamò Serafino. – È come in un sogno! – disse Marilù. Seduto su uno scoglio c’era un vecchio pescatore con una canna da pesca poggiata sulle ginocchia. – Ciao – dissero insieme Serafino e Marilù. – Abbiamo fatto tanta strada e siamo molto affamati. Hai qualcosa da mangiare? – Non ho proprio niente – rispose il pescatore. – Per tutta la mia vita ho mangiato pesce fresco, ma, ahimé, proprio ieri la mia lenza si è rotta e non posso più pescare. Serafino chinò la testa. Gli sarebbe piaciuto poterlo aiutare, ma il suo ultimo capello


di paglia e poi – tic! – cosa fece? Si strappò dal mento i tre peli della barba, che intanto, crescendo, erano diventati lunghissimi, e li annodò insieme. – Ecco fatto! – disse porgendo l’aquilone a Clara e a Tito il lungo filo arrotolato in un gomitolo rosso verde e blu. I bambini, ridendo, si lanciarono di corsa giù per la scogliera. In alto, molto in alto, l’aquilone disegnava grandi cerchi nel vento, tra le nuvole e i gabbiani. Ma un giorno i gabbiani volarono via. D’un tratto Marilù non ebbe più nemmeno un uovo e i bambini, poveretti, morivano di fame. Fu allora che Serafino, mentre il vento soffiava, sentì cantare ancora la sua pancia vuota. – Sentite? – disse ai figli. – C’è qualcuno che ci chiama! Quella notte non riuscendo a prender sonno per la fame, Serafino si alzò e si sedette sugli scogli a guardare la luna. Il vento soffiava forte. La luna sembrava parlargli. Serafino corse a svegliare Marilù e i bambini. – Venite! – disse a tutti. – Venite a vedere la luna! Tito e Clara, assonnati, uscirono in fretta dalla capanna e si fermarono col naso all’aria. – Com’è bianca! – esclamò Marilù. – Com’è bella! – fecero i bimbi. Serafino senza dir nulla andò a prendere l’aquilone e fece salire Tito e Clara sulle sue ali gonfie di vento. Il vento in un attimo li sollevò in cima al tetto della capanna. Subito dopo toccò a Marilù. Leggera e agile come un ragno, si arrampicò sul lunghissimo filo e andò a sedersi in mezzo a loro. Il vento soffiava sempre più forte. Con una mano Serafino si legò il filo intorno a un polso e poi, d’un tratto, svuotò le tasche. Due mucchietti di terra nera si rovesciarono ai suoi piedi e i suoi piedi si sollevarono. Per un attimo restò a mezz’aria; poi il vento lo prese e con mani invisibili lo adagiò sull’aquilone. – Tenetevi forte – urlò Serafino. – Adesso voleremo, voleremo sulla luna! Luna di latte, luna di burro, luna di panna, luna di cacio… Lassù finalmente avremo qualcosa da mangiare! Dondolarono lentamente nel cielo nero nero, finché un soffio di vento non li spinse lontano, verso la luna che li aspettava.

ciento veinticuatro | veinticinco

E un giorno il cielo si riempì di nuvole nere e il mare di tempesta. Venne un vento fortissimo e il vecchio pescatore, come fosse una foglia – uishhhhh! – volò via, e la sua canna con lui. Serafino e Marilù rimasero soli. Passata la tempesta, ripararono il tetto della capanna e andarono a sedersi l’uno accanto all’altra sullo scoglio del pescatore. Quella notte si abbracciarono stretti stretti e guardarono insieme, una per una, tutte le stelle del cielo. Lassù, da qualche parte, il vecchio pescatore stava ancora pescando. – Ci sono due stelline vicino alla Luna – disse Serafino. – Come sono belle! – esclamò Marilù. – Assomigliano a noi! Poi si addormentarono. E mentre dormivano le due stelline si staccarono dal cielo e scivolarono giù, dentro la pancia di Marilù. Passarono i mesi e arrivò la primavera. Quando nacquero i due bimbi – Tito e Clara – Marilù e Serafino intrecciarono un lungo festone di alghe e lo appesero all’ingresso della capanna. Erano felici, di nuovo felici, però non avevano niente da mangiare. La canna da pesca non c’era più, e adesso anche il pesce che il vecchio pescatore aveva messo in un barile coperto di sale era finito. – Che cosa mangeremo? – si chiese Serafino. – Mangeremo uova, le uova dei gabbiani! – disse Marilù pettinandogli la barba, pelo rosso e pelo verde, pelo verde e pelo blu. E così fecero. Tutte le mattine Serafino andava a caccia di uova di gabbiano tra le rocce e gli scogli, e quando ritornava Marilù cucinava delle enormi frittate. E gli anni passarono, i bimbi crescevano e la barba di Serafino cresceva anche lei. Finché un bel mattino, osservando Tito e Clara, Serafino si accorse che i suoi figli non avevano niente, proprio niente con cui giocare! Non avevano bambole. Non avevano pattini. Non avevano fiaccole. Non avevano trottole. Non avevano niente di niente di niente. Allora prese un sacco, un grosso sacco vuoto, se lo gettò sulla schiena e scomparve oltre le rocce. Quella volta Serafino restò via tutto il giorno. La mattina successiva Serafino aprì il sacco e con le penne dei gabbiani raccolte tra gli scogli costruì un aquilone. Intrecciò le penne bianche legandole insieme con fili

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purtroppo non era abbastanza lungo: bisognava aspettare, aspettare che crescesse. Perciò con gentilezza pregò il capello blu di fare molto in fretta, quindi si sedette davanti alla capanna del vecchio pescatore e aspettò. Ogni giorno Marilù annaffiava il capello con un po’ d’acqua di mare; ogni notte lo pettinava cantando sotto la luna. E il capello cresceva, cresceva a vista d’occhio e quando fu abbastanza lungo, Serafino cosa fece? Se lo strappò dalla testa e lo diede al pescatore. – Eccoti la lenza, attaccala alla canna! Il vecchio pescatore non se lo fece dire due volte. Fece al capello un bel nodo tutto blu, prese il suo amo, ci infilò come esca un filino di paglia e lo calò in mare. Rimasero in silenzio, seduti sullo scoglio, ma stavolta non dovettero aspettare a lungo. Dopo neanche un minuto abboccò un pesce grosso, ma così grosso che per poco il capello non si spezzò. – Urrà! Urrà! – gridò Serafino. Il vecchio pescatore non credeva ai suoi occhi. Infilzò sul suo amo un altro filo di paglia e lo calò in mare, e abboccò un altro pesce, più grosso del primo, e poi un altro ancora, e ancora, e ancora... Senza perdere tempo Marilù accese un fuoco, infilzò i cinque pesci su un ramo di acacia e li fece arrosto. Tutti e tre ne mangiarono fino a scoppiare. – Che gioia, che bello! – esclamò la bambina. – Resteremo qui per sempre e non avremo più fame! Poi lo sguardo le cadde sulla testa di Serafino, che era rimasta tutta pelata. – Peccato però – aggiunse a bassa voce. – Mi piacevano tanto i tuoi tre capelli! Serafino e Marilù trascorsero molti anni insieme al pescatore. Quasi senza accorgersene diventarono grandi e a Serafino cominciò a crescere la barba. Non una vera barba però, badate bene: sul mento gli spuntarono soltanto tre peli: uno rosso, uno verde e poi uno blu. – Evviva! Evviva! – esclamò Marilù. – Così sei perfino più bello di prima! Adesso i ragazzi passavano il tempo a guardare le nuvole, il cielo, le stelle, e a guardarsi negli occhi. A volte Marilù restava sveglia tutta la notte davanti alla capanna, pettinando la barba di Serafino e cantando sotto la luna. Erano così felici che non si accorsero che intanto il vecchio pescatore era diventato vecchissimo.


Viviana Spreafico illustratrice www.vm6.it


Alberto Ipsilanti Illustratore

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ciento veintisĂŠis | veintisiete

www.capricorn.it


Marco Calaprice Pubblicitario e copywriter www.sunnymilano.it

Per fare un albero Per fare un albero ci vuole il verde, come ci insegnano i bambini quando disegnano. Nelle loro scatole di matite, quella verde è sempre tra le più corte e consumate al contrario di quella grigia, perennemente seminuova. Affiancandole si capisce chiaramente quale dei due colori abbia più valore. I bambini conservano i loro sogni nelle scatole di pastelli. Sarebbe giusto, una volta richiusi i loro astucci, non dimenticarlo. Per fare un albero ci vuole tempo, come ci insegna la Genesi. Non a caso, il buon Dio crea l’albero ancor prima del sole e della luna. Quando arriva l’uomo, tutti gli alberi della terra hanno già messo radici da tre giorni. La buona educazione ci impone di rispettarli, se non altro per una mera questione anagrafica. Per fare un albero ci vogliono sei lettere, come ci insegnano gli amanti dei cruciverba. “Albero” è lemma talmente ricco che permette di inventare definizioni di ogni genere: c’è quello genealogico e quello maestro; si spoglia in autunno e si riveste in primavera; immobile da vivo, diviene mobile da morto. Comunque sia, la definizione conta poco. Conterebbe, invece, incontrarlo più tra i verticali che non tra gli orizzontali. Come in cruciverba, così in terra.

Per fare un albero ci vuole deferenza, come ci insegnano i poeti. Alfred Kilmer scrisse: “Credo che non vedrò mai una poesia bella come un albero”. Sono versi semplici eppure di una profondità dirompente, paragonabili per bellezza e verità solo a quelli di chi scrisse: “Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso”. Se queste due poesie trovassero posto in ogni libro di letteratura e testo scolastico, dalla prima elementare all’ultimo anno di università, il mondo sarebbe un posto migliore. Per fare un albero ci vuole altro che cinque monete d’oro, come ci insegna Collodi. Pinocchio è uno che l’albero lo ha nel dna. Nonostante questo, quando il gatto e la volpe gli suggeriscono di piantare i propri risparmi per far crescere una pianta di zecchini d’oro, si fa prendere dall’avidità e perde tutto. L’ingenuità del burattino ci fa sorridere. Eppure, nazioni intere continuano a vedere gli alberi esclusivamente come un mezzo per creare profitto e non capiscono che, impoverendo le proprie foreste, impoveriscono se stesse. Chi governa con una visione così miope, al contrario degli alberi, non ha niente da insegnarci.


Lapo De Carlo Giornalista e Deejay

Non siamo abituati a vivere serenamente con gli altri. È un osservazione indistinta. Se anche siamo stati educati a questo la quotidianità ha rapidamente ridisegnato il concetto. Siamo più abituati ad affrontare arroganze, iniquità, prepotenze... Nella maggior parte dei casi il male ci resta dentro. Quando osserviamo, anche indirettamente in tv o sul giornale, episodi di cattiveria, brutalità, quando nostro malgrado siamo di fronte alla cattiveria o più banalmente a episodi di egoismo ne restiamo ipnotizzati o li guardiamo come alieni, indugiamo come per cercare se dentro c’è una parte di noi, spesso cercandone le origini. E allora in molti di noi sorge una reazione spontanea, una protesta, un sussulto formato indignazione e, meglio ancora, il progetto. Un progetto di bene, come quello che ci lega a Xmas Project. Ma se il male sembra così ramificato, strutturato e organizzato, esercitare il bene sembra invece più velleitario, meno appariscente, a volte persino faticoso. Io credo che “il bene” sia un’espressione culturale che si propaga con l’esercizio nella quotidianità. E sto cercando di promuoverne il valore attraverso il mio lavoro di insegnante e giornalista.

Sia chiaro, non sto predicando pace e amore per tutti con l’ingenuità dell’utopista sognatore, ma sto mettendo in pratica l’unico strumento in grado di ramificare il bene. Che fa rima con rispetto. Il seme è quello della comunicazione. Un termine freddo a cui sono legati valori come il ragionamento e il piacere del confronto. Più ne scrivo però e più mi rendo conto che i termini che hanno un’assonanza con ciò che è buono sono recepiti come retorici, insipidi, abusati, semplicistici. Non seducono insomma. E allora vanno rivitalizzati, aggiornati. Se voglio che il “bene sia organizzato” devo seminare il valore sforzandomi per primo di non cedere alla mia stessa natura, alle mie arroganze, alla mia presunzione e alle verità assolute. Senza per questo voler essere un asceta. Mi piacerebbe che la gente smettesse un giorno di arrabbiarsi con tutti tranne che con se stessa, che non litigasse per sciocchezze, che ridesse di più e meglio, che desse valore alla propria esistenza senza invadere quella degli altri. Mi piacerebbe che le persone partecipassero con interesse alla vita altrui, che non imponesse subito la propria idea ma la confrontasse, che allenassero quella bontà anche nella quotidianità. E se la pensasse così, anche uno solo di voi, sarebbe un sollievo.

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L’elementarità del bene

ciento veintiocho | veintinueve

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Per camminarci sopra, come “Il barone rampante” di Calvino e da lassù guardare il mondo; o abitarci dentro come “La casa sull’albero” di Bianca Pitzorno; o da piantare come “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono. Libri bellissimi nati per ragazzi ma diventati di tutti.

Silvia Ballestra Scrittrice e giornalista www.silviaballestra.it

Ecco cosa penso quando penso all’albero Piantato a terra, solido, ancorato, con radici che trattengono la terra in profondità e allo stesso tempo aereo, svettante leggero fra pollini e creature in volo, a stagliarsi contro le nuvole o raccogliere l’acqua dal cielo. Con una testa (con tanto di chioma, più o meno permanente, più o meno folta, più o meno scalata come il salice), un corpo, delle braccia: una sera ai giardini di Porta Venezia, lato bastioni provenendo da via Manin costeggiando il laghetto più a nord, anche una faccia. Con occhi, naso, bocca e rughe di corteccia. Alti, bassi, morbidi, tondi o affusolati, giovani e verdi o possenti e brulli. Foreste intere o sagome isolate a ingentilire un poggio, a tratteggiare la strada che conduce al cimitero o segnare una svolta, un bivio, simbolico o reale. Casa di tante bestiole, della terra o dell’aria, e risorsa per costruire e arredare le case delle persone. E anima della carta, per scrivere. E su quella carta si scrive, degli alberi, e si disegnano, gli alberi.

Da piccoli, quando si disegna una casa, c’è sempre un albero accanto - e il comignolo con il filo di fumo (da legna: di albero!) - e magari qualche frutto, mele rosse che fan festa fra il verde e richiamano le palline dell’albero di Natale. Ed è così stimolante disegnare l’albero: le ramificazioni, l’inclinazione, le foglie dalle forme diverse, i colori. I colori che adesso sono belli anche d’autunno, ora che abbiamo riscoperto il foliage: non più solo marrone ma giallo e rosso e ancora verde per i sempreverdi. Ecco allora “Disegnare un albero” di Bruno Munari, con tutte le linee possibili, e “Attraverso l’albero” di Tullio Pericoli che ripercorre la storia dell’arte attraverso gli alberi con gli alberi di Giotto, Mantegna, Leonardo da Vinci, Cranach, Bruegel, Hokusai, Cézanne, Rousseau, Gauguin, Van Gogh, Klimt, Matisse, Mondrian, Klee, Léger, Picasso, De Chirico, Magritte. Così importanti nella pittura di paesaggio (un paesaggio senza alberi?, che tristezza, non è un paesaggio: è un deserto), tutti diversi, tutti bellissimi, tutti fantastici anche quando sono realistici. E ancora, sulla carta ricavata dalla pasta degli alberi, quante storie sugli alberi: alberi come casa, alberi come rifugio.

Alberi per arrampicarci su per divertimento o per protesta, da abbracciare come rito e terapia (i nativi americani li chiamano “le persone in piedi”), da circondare in girotondo per ballare e cantare, da individuare per darcisi appuntamento sotto (mai durante un temporale, però!) Olmo, faggio, sequoia, pioppo, salice piangente, ulivo, ciliegio, noce... e la quercia: la quercia spesso sacra. Dunque forte come una quercia, alto come una betulla, solido come un baobab. E la pioggia di fiori a primavera che poi diventano buonissimi frutti; e il frutteto, il castagneto, il bosco, la foresta, la macchia! E gli alberi delle navi, e gli alberi della cuccagna, e quelli di Natale? Penso agli alberi di casa mia, le palme, in questi anni attaccate da un parassita devastante che si chiama punteruolo rosso. Penso alla voce degli alberi, quando il vento li fa vibrare durante le tempeste, o ci cantano dentro gli uccellini nel silenzio dell’alba. Penso agli alberi di Milano, quelli lungo i viali, quelli nascosti dentro i cortili, quelli che resistono con bellissime forme nei fazzoletti di parco stretti fra tanto grigio e cemento. E voi, a quali alberi pensate?


L’albero riunisce in sé le caratteristiche peculiari della natura stessa, e questo accresce il suo registro metaforico, lo rende l’immagine, il simbolo più elevato della totalità del cosmo, nella sua genesi e nel suo divenire. Proprio come l’uomo, l’albero nasce, respira, si nutre, cresce, invecchia e muore, e da sempre gli vengono attribuiti forti valori e significati che vanno al di là della semplice rappresentazione oggettiva: e in tutte le civiltà diviene immagine di simboli fondamentali: il Bene e il Male, la Vita e la Morte, la Conoscenza, l’Umano e il Sacro. Un tempo gli uomini chiedevano alle piante protezione e conforto, illuminazione e consiglio, e intorno a esse sono fioriti miti e leggende. Così l’albero ha preso diverse sembianze, nomi e poteri, ma è sempre rimasto l’epifania della vita che si rigenera continuamente. Questo essere vivente che percorre la sua esistenza senza muoversi, ancorato al terreno, che dove nasce e cresce trova la sua morte ha colpito la fantasia dei popoli di tutto il mondo e ha invaso il loro ’Sacro’ tanto che, in tutte le credenze ne compare sempre la figura. Dalla biblica mela legata al mito di Adamo ed Eva, alle saghe nordiche dove dal tronco del frassino Odino avrebbe ricavato l’uomo, ogni cultura ha il suo albero sacro, a simboleggiare la vita che inizia. Per i Greci era la quercia, simbolo di forza e potenza, portata da Zeus sulla Terra; per i Persiani il cipresso, giunto per opera di Zoroastro; per gli Ainu, popolazione bianca dell’isola di Hokkaido Giappone, è l’olmo, forse perché strofinando le sue radici secche si origina il fuoco. Molti alberi sono legati alla mitologia classica greca e latina: la ninfa dei

Anche la filosofia ha preso in prestito la figura dell’albero per tracciare le sue metafore. Cartesio per esempio paragona la filosofia a un albero di cui le radici sono la metafisica, il tronco è la fisica, i rami le altre scienze. In particolare proprio dalle radici risalirebbe come linfa il senso etico dell’uomo. Oggi però nella nostra cultura la dimensione metaforica dell’albero impallidisce, esce dall’immaginario collettivo, si limita all’aspetto pratico di quei pochi fazzoletti di verde che come piccole isole interrompevano la monotonia delle strade asfaltate nelle nostre città.
 Oggi questi esili giardini sono soffocati dall’invasività del cemento, e noi tutti stiamo perdendo familiarità e consuetudine con gli alberi. Riusciamo ancora ad avvertire la loro presenza o siamo così distratti da un mondo che si riferisce quasi esclusivamente ad archetipi artificiali, che sembra gradire solo la virtualità? Forse in un ambiente come quello in cui viviamo è veramente complicato recuperare la nostra attenzione per la presenza della natura, e ancora di più è difficile confrontarci con un albero. Però sarebbe forse opportuno riflettere qualche volta su quale è il significato dell’albero nella nostra vita, nella quotidianità, nel nostro senso estetico.

Salvatore Nocita Regista e sceneggiatore

Domandarci: Che cosa significa per noi un albero? Per Federico Garcia Lorca Alberi! Foste frecce dall’azzurro cadute? Quali crudeli guerrieri vi scagliarono? Furono le stelle? Le vostre musiche vengono dall’anima degli uccelli. Alberi! Riconosceranno le vostre radici il mio cuore in terra? Per Rabindranath Tagore L’albero contempla la sua splendida ombra: è tutta sua ma non può averla. Per Antonio Machado Per dare lavoro al vento, cuciva a filo doppio all’albero le foglie secche. ... e per un poeta sconosciuto Siamo qui per crescere e diventare alberi Sotto l’ombra di altri alberi impariamo ad amare il sole Nella solitudine della nostra ombra il sole ci dona la sua luce Ma solamente nella profondità delle radici scopriamo che la terra unisce i nostri cuori.

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È difficile immaginare un’altra presenza della natura così carica di significati, di metafore, di allegorie come quella dell’albero. Ci accostiamo all’albero e subito proviamo la sensazione di essere parte dell’universo vivo che ci circonda.

boschi Dafne per sfuggire ad Apollo fu trasformata in alloro, la ninfa Filira concepì da padre Zeus. Lo stormire delle fronde dei pioppi a ogni alito di vento aveva colpito la fantasia dei Greci che avevano legato quest’albero al mito di Fetonte: il figlio di Elio, che guidava il carro del Sole.
L’albero da sempre ha fatto da quinta alla vita intellettuale dell’uomo. Sotto i platani Socrate amava passeggiare e conversare, nella Roma di Plinio il Vecchio non mancavano i viali fiancheggiati da platani maestosi e perfino Buddha meditava all’ombra del mango. Per non parlare della quercia del Tasso, o dei cipressi che “a Bolgari vanno alti e schietti…”

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L’albero


Severino Colombo Scrittore e giornalista

DECALBERO di dieci cose (dimenticate) che si possono fare con un albero 1 – Arrampicarsi. Racconta Calvino che un ragazzo di dodici anni ci salì e non ne scese più. Ma quella è una storia inventata, Julia Butterfly Hill, invece, l’ha fatto davvero: si è arrampicata su una sequoia che doveva essere abbattuta ed è rimasta, a 55 metri da terra, per 738 giorni. 2 – Giocare a nascondino. Il tronco va bene sia per appoggiarsi quando chi sta sotto deve contare, sia come “toppa” da toccare per chi, uscito allo scoperto, deve correre veloce a liberare sé e gli altri. I più temerari possono pure usare i rami più frondosi come nascondiglio. 3 - Fingersi un albero. È un esperimento che richiede grande concentrazione, occorre chiudere gli occhi e restare assolutamente immobili. Per almeno tre minuti. Chi dice di aver resistito più a lungo è perché, probabilmente, si è addormentato. 4 – Grandi scoperte. La leggenda vuole che lo scienziato Isaac Newton scoprì la forza di gravità grazie a una mela che gli cadde proprio sulla testa. Forse mentre si fingeva un albero. 6 – Piccole scoperte. Tobia è un bambino alto un millimetro e mezzo, il suo mondo è una grande quercia. Se vi portate appresso una lente d’ingrandimento e siete fortunati potete riuscire a vederlo che corre tra le fessure della corteccia o salta da una foglia all’altra. Altrimenti le sue straordinarie e coraggiose imprese le leggete in un bel romanzo di Timothée de Fombelle.

7 - Trovare un tesoro. Lo sa bene chi conosce la favola dell’“Acciarino magico” di Andersen… Un soldato tornando dalla guerra incontra una vecchia strega che gli chiede un favore: calarsi nel tronco cavo di un albero e recuperare un prezioso acciarino, avrà in cambio tante monete quante potrà metterne nel suo zaino. Tutto vero, ma questo è solo l’inizio… 8 – Attaccarci un’altalena. Ecologico e sempre attuale è un gioco antichissimo, era già presente nell’antica Grecia. Il mito di Erigone (truculento e poco noto) ne racconta l’origine: vi basti sapere che fu grazie a un’altalena che l’oracolo di Apollo trasformò il dolore in sorriso e che gli ateniesi salvarono la vita alle fanciulle della città. 9 – Ascoltare la sua voce. Diceva il pittore Juan Mirò: “Quando vedo un albero provo una violenta emozione come se fosse qualcosa che respira, che parla. In un certo senso anche l’albero è umano”. 10 – Disegnarlo. Davanti, dietro, di lato. Da lontano, da vicino. Per intero o solo una foglia. D’estate, in autunno, d’inverno e in primavera. Da soli o in gruppo. Con matite, pastelli, tempere o acquerelli. Su un foglio, un taccuino o una tela. Dal vivo o da casa, con il ricordo.


Tanti anni fa, quando ero un bambino, dentro la mia televisione viveva un signore dall’aria molto triste che cantava canzoni. Era un signore in bianco e nero, e le canzoni che cantava erano tristi come lui. Siccome, immagino, a volte avesse voglia di distrarsi, e di scacciare un po’ lontano la malinconia, per quanto fosse possibile scacciare qualcosa lontano dentro un posto piccolo come la mia televisione, ogni tanto cantava canzoni per bambini, filastrocche. Sempre con la sua voce bella e triste, ovviamente. Per scriverle, mi disse la mia mamma, il signore aveva chiesto aiuto a un altro signore, che dentro la mia televisione non si era mai fatto vedere, un signore allegro che scriveva storie allegre per bambini, Gianni Rodari. I due insieme scrissero tante canzoni per bambini, che divennero molto famose. Far sorridere i bambini, si doveva esser detto quel signore triste, dentro la mia televisione, è il solo modo per tenere lontana la malinconia. La loro canzone più famosa, quella per cui anche oggi quel signore è ricordato, oggi che da tanto tempo non vive più dentro la mia televisione, nel frattempo diventata a colori e sempre più sottile, parla di come si costruisce un tavolo. Una storia semplice, una filastrocca, appunto. Un modo semplice per spiegare ai bambini come si costruisce un tavolo che però è anche un modo, un po’ meno semplice, per dire che la natura è fatta di cicli e che l’unione dei tanti passaggi porta a risultati importanti. Tutti siamo importanti e indispensabili, altroché chiacchiere. Ogni ingranaggio è fondamentale, non prestate attenzione a chi vi dice il contrario.

Oggi. Questo è un tempo in cui quel signore triste che viveva tanti anni fa dentro la mia televisione si sarebbe ambientato facilmente nel mondo fuori dalla mia televisione. Un mondo triste. Non malinconico, è vero, semmai disperato, rabbioso, privo di sogni, a colori o in bianco e nero che siano. Un mondo senza idea di futuro. Oggi mi ritrovo qui, dentro un libro, a colori, a cercare di spiegare come da un albero, questo albero, può nascere una barca, anzi due. Due barche che porteranno il sorriso sui visi di bambini che si trovano a vivere in un paradiso terrestre dall’altra parte del mondo. Dovrei farlo seguendo quello che è il mio lavoro, raccontare le vite degli altri, scrivere biografie, ma si sa, le biografie degli alberi stanno scritte nel loro tronco, cerchio dopo cercio, non c’è certo bisogno di un biografo, per gli alberi. Dunque, per farlo, credo non ci sia modo più semplice ed efficace che usare la filastrocca che Gianni Rodari, tanti anni fa, scrisse per Sergio Endrigo, il signore triste che viveva, malinconico e un po’ acciaccato, dentro la mia televisione. Per fare due barche ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole un albero, e per fare questo albero ci vuole un piccolo sforzo da parte di tutti noi, che siamo qui, intorno e dentro a questo albero, intorno e dentro a questo libro. Anche io, come quel signore, so bene che non è una filastrocca che può cacciare lontana la malinconia in un momento difficile, magari anche in tutta una vita. Ma so bene, so benissimo, che il sorriso di un bambino, qui a Milano o in una biosfera in Centro America, è la sola possibilità per accedere al futuro, se vi pare poco.

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Per fare due barche ci vuole il legno

ciento treinta y dos | y tres

Michele Monina Scrittore, giornalista e autore televisivo


Marco Giovannelli Scrittore e giornalista www3.varesenews.it

Un paradiso tra caimani e cacao Le gazze se ne stanno lì, a distanza quasi regolare, a fare da sentinelle al rio Papaturro. Ad una ad una si levano in volo dal canneto rigoglioso che annuncia il passaggio dal lago al più stretto corso d’acqua. Arrivare in questa riserva naturale è una piccola impresa. Dalla capitale Managua ci vogliono almeno cinque ore di auto per San Carlos, e poi circa due ore di navigazione nel lago Nicaragua. Una fatica ricompensata dalla bellezza di questo angolo di Paradiso. Procedere dentro la riserva naturale di Los Guatuzos è una grande emozione. Via via che la barca avanza, e il corso dell’acqua si restringe, la flora e la fauna appaiono in tutta la loro varietà. Tartarughe, iguana, scimmie e una varietà incredibile di volatili riempiono di stupore ogni minuto. Si sta dentro la selva solo per pochi chilometri, ma qui il tempo sembra essersi fermato. Dopo il controllo dei militari, restano solo una manciata di minuti dal confine con il Costa Rica. In tutta l’area vivono alcune migliaia di persone sparse in diverse comunità. Ora alcune di queste sono collegate da una strada che arriva a Uppala, ma fino a poco tempo fa richiedevano ore di navigazione per arrivarci. Comunque, ancora oggi ce ne sono che si possono raggiungere solo a piedi. La vegetazione è ricca di centinaia di generi di piante e alberi. Molti di questi sono secolari e si mostrano in tutta la loro maestosità.

È anche una zona buona per il cacao che cresce a ciclo continuo, e dal frutto si estraggono i semi che una volta lavorati fungono da base per il cioccolato. Los Guatuzos riporta alla mente Luis Sepulveda e il suo libro Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Il romanzo narra della storia di Antonio José Bolívar Proaño, un vecchio che viveva a El Idilio dove era costretto a dare la caccia e a uccidere il tigrillo, animale che è presente anche qui. Lui veniva dalla città e doveva imparare tutto della foresta perché ne sarebbe andata della propria sussistenza. Il contatto con la natura è immediato e forte e lo si avverte con ancora più intensità al calar della sera quando, sceso un buio assoluto, contrastato solo dalla luce della luna, il rio Papaturro lascia intravedere i caimani. Questi piccoli alligatori possono raggiungere i due metri e mezzo di lunghezza e diventano molto attivi di notte. Si muovono lungo la riva del fiume nel fango e appena sentono un rumore restano immobili, convinti che così non possono esser visti. Gli occhi rossi li rendono immediatamente riconoscibili e ci si può avvicinare. Non sono aggressivi come i coccodrilli, ma fanno lo stesso la loro bella figura e direi anche paura. Le immagini di Los Guatozos restano nitide negli occhi anche a distanza di mesi, perché qui tutto assume significati diversi, ed è il trionfo della natura finché l’uomo ne avrà rispetto.


Sergio Michilini Pittore

Ero tornato per un paio di settimane di vacanza, e siccome avevamo abbastanza tempo libero, abbiamo deciso di visitare il Museo di una fabbrica di cioccolata che si trovava, e si trova ancora, subito dopo il confine, sulla strada per Lugano. In quegli anni io ero Volontario di un organismo italiano di Cooperazione e vivevo nella città di Managua, in Nicaragua, Centroamerica. Stavo lavorando come insegnante d’Arte in una Scuola di Pittura Murale e Arte Pubblica, e quindi avevo spesso occasione di viaggiare con i miei studenti per realizzare dipinti, mosaici, ceramiche ecc. in vari luoghi di questo bel paese tropicale. Tra l’altro stavamo costruendo dei grandi mosaici in pietre naturali per la cittadina di San Carlos, capoluogo della Regione Autonoma di Rio San Juan... e da lì andavamo spesso anche nell’arcipelago di Solentiname per incontrare i nostri amici Pittori Primitivisti, che erano contemporaneamente i contadini e i pescatori di quelle isole paradisiache. Tutto questo succedeva nel mezzo di una guerra sporca che i paesi ricchi avevano sferrato contro questo piccolo angolo del terzo mondo, semplicemente perché i nicaraguensi avevano deciso di abbattere una feroce dittatura e costruire una società libera e indipendente. Quel giorno di vacanza, visitando il Museo della Cioccolata di Caslano, sulla riva del lago di Lugano, ho scoperto che le origini della pianta del Cacao era propriamente il territorio di frontiera tra il Nicaragua e il Costa Rica, nella regione del Rio San Juan che frequentavamo per il nostro lavoro, e io non lo sapevo! Conoscevo già le piantagioni di canna da zucchero, di cotone, di banane e di caffè del Nicaragua, ma del cacao non ne

sapevo niente e non ne avevo neanche sentito parlare. Ritornando in Nicaragua quindi, ho fatto in modo di cercare, nella Regione di Rio San Juan, tracce di vecchie piantagioni di cacao, che infine ho trovato, nella zona di Los Guatuzos. Ma, come raccontavo, stavamo in guerra, e tante aree pericolose non era possibile visitarle o bisognava adottare particolare misure di sicurezza e precauzione, e quella zona, da dove entravano i mercenari provenienti dal Costa Rica, era pericolosa. Ed era anche quasi completamente disabitata, perché la gente se n’era andata in zone più sicure. Le uniche presenze che abbiamo incontrato erano gruppi di militari che pattugliavano il confine. Le piantagioni di cacao ovviamente erano in completo abbandono e in gran parte colpite dal fungo che chiamavano Monilia. Oggi fortunatamente la guerra non c’è più, e a un quarto di secolo di distanza, ho visitato nuovamente Los Guatuzos e quello che ho trovato è incredibile. Tutta la zona è stata dichiarata Parco Nazionale, la popolazione è ritornata e tutta la comunità di contadini e pescatori lavora in armonia con i programmi di salvaguardia del parco e delle sue preziose risorse naturali. Ci sono semplici ma efficaci strutture per il turismo ecologico e vari progetti di sviluppo appoggiati dalla cooperazione internazionale... e ci sono anche le belle e bene organizzate nuove piantagioni di cacao, che è una pianta assolutamente compatibile con gli alberi della foresta... Los Guatuzos sta ri-diventando quello che il Museo della Cioccolata diceva: la culla della pianta del Cacao!

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La culla del cacao

ciento treinta y cuatro | y cinco

www.sergiomichilini.it


Giuseppe Bettoni Sacerdote e fondatore di Arché www.arche.it

Un seme di futuro Quando le persone si sentono responsabili delle proprie idee, è più probabile che lo siano anche delle proprie azioni. Nella crescente burocratizzazione della vita sociale e nel carattere sempre più impersonale della gestione pubblica degli stati contemporanei si va in realtà indebolendo la coscienza morale delle persone inducendole all’acquiescenza verso innumerevoli meschinità e a lasciarsi usare come parti neutre di una macchina gigantesca. L’indipendenza di pensiero, scriveva Tagore, è essenziale se vogliamo che il mondo non corra verso la distruzione.

Il seme che mi piacerebbe gettare nei solchi del nostro tempo è quello del dialogo – ed è tutt’altro che una novità se pensiamo al metodo socratico. Nel dialogo ogni persona si assume la responsabilità dei propri ragionamenti e nello scambio delle opinioni con altri in un clima di reciproco rispetto, si dà la soluzione pacifica delle differenze, sia all’interno delle nazioni, sia in un mondo sempre più polarizzato dal conflitto etnico e religioso. Perché quando le persone si sentono responsabili delle proprie idee, è più facile che lo siano anche delle proprie azioni. E questo mi pare essere un seme di futuro.


Un albero vero, intendo. Al più, ho cercato di aiutare qualche alberello con tiranti e picchetti, per evitare che la forza del vento potesse sradicarlo. In senso metaforico, forse è andata diversamente. Qualche albero credo di averlo piantato... Però, quale che sia il senso, mi domando spesso quante volte mi sono fermato a osservare gli alberi piantati da altri. Quante volte ho apprezzato il fusto e i rami?

Quante volte ho avuto la pazienza di ascoltare il rumore delle foglie nella tormenta? Quante volte mi sono fermato a pensare alle radici e alla terra in cui affondano? Terra? Sì, questa Terra che quasi sempre considero soltanto mia. Ecco, quando mi accorgo di non aver fatto nulla di tutto questo, capisco di aver perso qualcosa... Per sempre.

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Non ricordo di aver mai piantato un albero.

ciento treinta y séis | y siete

Massimiliano Verga Sociologo e scrittore


Xmas Project 2012 è

lia russo ♥ andrea virgilio “lenticchia” ramella ♥ chiara baj ♥ fabrizio lepri ♥ silvia saler ♥ lia gugino ♥ samuele maruca ♥ alice marangon ♥ melanie del genio ♥ silvia maria mora ♥ lara cimmino ♥ erika godi ♥ elena colli ♥ beniamino valsesia ♥ laura franco ♥ bertrand galbiati ♥ nicolò e matteo galbiati ♥ andrea bizzetti ♥ davide manzo ♥ carmela d’antonio ♥ marika callegari ♥ graziella tabozzi ♥ giuliana dall’ara ♥ mara fiorini ♥ annalisa castelli ♥ mimma giannetto ♥ vittoria e matilde secco d’aragona ♥ caterina d’agostino ♥ agnese consonni ♥ matteo marta cristina e alberto cannistrà ♥ fabrizio colciaghi ♥ claudio dozio ♥ lucrezia giaime maura e giacomo ferrigno ♥ sandra graffigna ♥ guido bichisao ♥ elena fratti ♥ serena todesco ♥ roberto bernocchi ♥ giuseppe bettoni ♥ veronica d’angelo ♥ graziella e antonio panizza ♥ benedetta nocita ♥ graziella e popi nocita ♥ sara giampaola e sandro mazzucchelli ♥ sara panizza ♥ margherita bertolesi ♥ vania panizza ♥ isabel aranda ♥ matteo e pablo 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rosalba vetrugno ♥ giuliana romano ♥ franca puliatti ♥ milena tessari ♥ alessandra viganò ♥ laura urbano ♥ claudia racchetti ♥ istituto comprensivo statale a. stoppani di milano (scuola primaria bacone, scuola primaria stoppani, scuola media s. caterina da siena) ♥ classi prime e quarte della scuola primaria luigi galvani di milano ♥ classe iv c scuola primaria f. caracciolo di milano ♥ istituto geis di arese ♥ classi terze scuola primaria gianni rodari di mazzo di rho ♥ classe ii b della scuola media quintino di vona di milano ♥ scuola primaria duca degli abruzzi milano ♥ nivalis


I progetti sono sogni con delle scadenze. Gli undici progetti sostenuti negli scorsi anni hanno riguardato luoghi, realtà sociali e interventi molto diversi tra loro. Abbiamo affiancato volontari negli ospedali in Romania, contribuito a costruire scuole in Niger e case alloggio in Colombia, formato gruppi di donne Dalit in Nepal, favorito la frequenza della scuola materna a figli di madri sole a Milano, sostenuto lo scavo di serbatoi per l’acqua in Etiopia e la costituzione di una biblioteca medica multimediale in Costa d’Avorio, supportato l’attività di promozione della mozione Ilo 169 in favore dei popoli incontattati, collaborato alla realizzazione di una radio a Malta che potesse tenere in contatto i migranti che dal sud del mediterraneo fanno rotta verso la speranza di una vita migliore, assicurato l’acquisto di una clinica mobile in Ladakh, sostenuto le suore lasalliane nell’accoglienza di un numero crescente di bambini orfani del terremoto ad Haiti. Le grandi differenze tra i progetti sostenuti sembrano sfumare di fronte al punto in comune che tutti questi interventi ci hanno mostrato: l’entusiasmo, l’impegno, la dedizione che abbiamo trovato in tutte le persone che in questi anni, attraverso il Librosolidale, hanno percorso un piccolo tratto di strada insieme a noi. Poi, naturalmente, la strada di ciascuna delle Associazioni che abbiamo affiancato è proseguita, e noi del Xmas Project ne seguiamo ancora l’evolversi, soltanto un po’ più da lontano, ma con il piacere di aggiornarci a vicenda sullo stato dell’arte...


2001-2012: una collana di solidarietĂ 


I progetti che Xmas Project ha contribuito a finanziare in questi anni hanno permesso a tutti noi di conoscere realtà italiane e internazionali, che abbiamo continuato a seguire con piacere ed affetto nel corso del tempo. Alcune di queste associazioni hanno concluso il loro percorso, altre continuano a operare tenendoci informati sullo sviluppo e sulle più importanti novità dei loro interventi. Gli amici di Les Cultures, ad esempio, continuano a sperimentare come la possibilità di sviluppo della regione dell’Air e del Niger passino attraverso la formazione e la presa di coscienza della popolazione, sostenendo pertanto il settore dell’istruzione primaria. La scuola di Assada ha concluso il suo decimo anno di attività offrendo lezioni e ospitalità a 74 ragazzi della regione (55 bambini e 19 bambine). La frequenza scolastica è stata buona, grazie anche al corretto funzionamento della mensa scolastica. Per la terza volta da Assada sono stati presentati candidati al certificato di fine studi del primo grado: si tratta di 6 orgogliosi ragazzi. La Fundación Niños De Los Andes ci fa sapere che la casa ristrutturata nel 2003 è ancora oggi il centro nevralgico in cui si svolge uno dei programmi più importanti che si porti avanti a Bogotá. “Albachiara” (nella foto qui sotto) dalla sua apertura ha visto passare per le sue stanze circa mille e duecento adolescenti ogni anno. Questi ragazzi Foto di classe ad Assada avevano problemi legati alla droga, alla piccola delinquenza o alla vita di strada. In questa casa però tutti hanno capito la necessità di cambiare vita, cercare un aiuto e trovare la strada per il riscatto con la guida degli educatori e dell’équipe tecnica della fondazione che, seguendo le direttive del nostro fondatore Papá Jaime e i postulati della sua metodologia SER, li accompagnano e li aiutano a orientarsi durante tutta la durata del programma.

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Una foto ricevuta da Sguazzi della parabola installata all’Ospedale di Man ci ricorda come parlare di interventi sanitari attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie nell’ambito della cooperazione internazionale significhi esplorare la possibilità di nuovi orizzonti culturali. Survival continua con la consueta energia la sua azione per dare voce ai popoli tribali e ai loro diritti. La campagna in atto a favore degli Awà, una tribù che vive prevalentemente nel Brasile nord-orientale e che a causa della velocità della deforestazione può essere considerata “la più minacciata del mondo”, ha dato risultati importanti. Si è riusciti infatti a mettere il governo brasiliano sotto pressione. Il Ministro della Giustizia ha già ricevuto oltre 42.000 e-mail, e il nuovo capo del Funai ha messo gli Awá in cima alle sue priorità. Il governo sta ora mappando alcune delle aree dove operano i disboscatori. L´ONU ha chiesto a Survival di fornire ulteriori dettagli sulla situazione. La storia della tribù è stata raccontata da quotidiani, riviste e televisioni di tutto il mondo.

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La pagina Facebook è: https://www.facebook.com/ ConnectAfricaRadio.

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Padre Mintoff di PeaceLab da Malta ci dà invece una notizia straordinaria: il progetto radio è finalmente partito! Connect Africa è il nome del programma radiofonico della durata di 30 minuti, prodotto da Peace Lab in collaborazione con One Radio e trasmesso sul canale 92.7 FM ogni mercoledì alle 20:15. Inaugurato nella Giornata Mondiale più del Rifugiato, mercoledì 20 giugno 2012. Questo appuntamento settià, la tribù gazza Aw a do! R n o m al manale vuole “aprire uno spiraglio” e informare meglio gli immigrati e i minacciata richiedenti asilo che vivono a Malta, mettendoli in contatto con i propri paesi di origine attraverso temi di attualità e musica. Il presentatore, David Millner, si premura di non trascurare il lato culturale, dando spazio a musica africana e altri servizi speciali. Accanto a lui, gli altri presentatore, David Perry e Barbara Elekes. Grazie a Internet è possibile ascoltare la trasmissione anche all’estero su www.one.com.mt (live streaming 92.7 FM), una vera e propria “connessione” tra Malta e l’Africa.

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ll’ospedale La parabola de sta d’Avorio!! di Man, in Co


Carissimi amici, A nome della Comunità delle Suore Lasalliane di Port de Paix voglio ringraziare tutti i sostenitori del Xmas Project 2011 per la solidarietà manifestata nei confronti del nostro lavoro per i bambini di Haiti. Nel gennaio 2010, subito dopo il terremoto, sembrava che Haiti fosse al centro dell’attenzione del mondo. Ma non appena le televisioni e i giornali hanno smesso di parlare di noi, siamo tornati nell’oblio. E se Haiti è dimenticata, lo è ancora di più Port de Paix e la regione del Nord Ovest, la più isolata e povera del Paese. Il 2012 non è stato un anno facile qui. L’aumento dei prezzi del cibo ci ha riportato lo spettro della crisi alimentare; gli uragani Isaac e Sandy hanno mietuto decine di vittime e distrutto i mezzi di sussistenza e i sacrifici di migliaia di famiglie, il colera ha continuato a colpire le fasce piu deboli della popolazione. I bambini sono i più vulnerabili e in questa emergenza continua pagano il prezzo piu alto: il loro futuro. Vediamo bambini venduti come merci e tenuti in uno stato di simil-schiavitù, costretti a lavorare in condizioni disumane o a elemosinare tutto il giorno per portare qualcosa a casa. Come la piccola Guerdine, dieci anni di vita in un corpicino malnutrito che ne dimostra cinque, lo sguardo assente di chissà quanti abusi subiti e l’espressione sfinita di chi ha camminato tutto il giorno. Un paio di sere fa è venuta a bussare al nostro portone nel buio pesto per chiederci acqua e cibo. L’abbiamo fatta entrare, le abbiamo dato cibo, acqua e abiti puliti. All’inizio non osava mangiare. Poi abbiamo capito che temeva la reazione della madre e dei quattro fratelli, che contavano su di lei per potersi sfamare. Così le abbiamo dato un contenitore con del cibo da portare a casa. Vederla rimettersi in cammino da sola nel buio della notte ci faceva stringere il cuore. Ma i bambini bisognosi di aiuto qui sono migliaia... noi suore siamo solo cinque e occuparsi delle 60 bambine della nostra Casa è già un’impresa. Dobbiamo dire grazie al Xmas Project se oggi le nostre bambine hanno un’assistenza medica regolare, una cartella medica personale, esami di laboratorio e farmaci quando servono. Le suore e le ragazze più grandi ricevono formazioni specifiche su igiene e prevenzione di malattie infettive. Ci teniamo a che le nostre bambine diventino modelli di riferimento per le loro famiglie e, una volta uscite da questa Casa, per i loro coetanei che non hanno avuto la stessa fortuna di trovare una struttura con persone che si prendono cura di loro. Una parte dei fondi Xmas Project ci aiuta a comprare prodotti alimentari locali e alimenti ad alto valore nutritivo (pasta, burro d’arachidi, ecc.) e a mantenere scorte necessarie a garantirci un’autonomia anche in caso di emergenza. Infine, con una parte dei fondi stiamo cercando di coronare un sogno che abbiamo da molto tempo: creare un laboratorio di panetteria nella nostra comunità. L’obiettivo è quello di insegnare un mestiere alle ragazze piu grandi che si apprestano a lasciare la Casa e ad alcune donne del nostro quartiere. Allo stesso tempo, creare un’attività potrebbe permetterci di generare profitto da reinvestire nel nostro lavoro. A questo scopo stiamo creando un partenariato con la Fondazione Francesca Rava che da anni lavora con successo nella capitale di Haiti, Port au Prince, nel settore dell’educazione e della micro-imprenditoria. Vogliamo studiare il loro modello in modo da poterlo replicare qui a Port de Paix. Grazie al support del Xmas Project un paio di noi potranno recarsi a Port au Prince per conoscere questi progetti. Speriamo di poter presto accogliere la Fondazione Rava a Port de Paix per una giornata di formazione. Prima di salutarvi, vi mando in allegato qualche immagine recente della nostra vita quotidiana qui nella nostra Casa di Port de Paix. Ci tengo a presentarvi, anche se solo in maniera “virtuale”, il Dottor Alain Joseph, il nuovo medico della Casa, e le nostre bambine che vi ringraziano di cuore per tutto quanto avete fatto per noi. Merci, mesi anpil, grazie. Suor Marjorie Jean Pierre e le Sorelle Lasalliane di Port-de-Paix, Haiti


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Xmas Project 2013? In primavera la scelta. Segnalateci i vostri progetti.


Da qualche anno abbiamo inserito, in questa parte finale del Librosolidale, un piccolo grande cambiamento: non trovate infatti nessuna anticipazione sul progetto del prossimo Natale. Abbiamo deciso di rinviare la nostra scelta in primavera, perché desideriamo ampliare le nostre possibilità di intervento: vogliamo infatti dare modo a tutti voi di segnalarci iniziative che ritenete interessanti o di indirizzare verso di noi eventuali associazioni con le quali siete in contatto. Ecco i criteri che ci hanno sempre ispirato nelle nostre scelte e con i quali verranno valutate le future proposte.

scegliamo progetti il più possibile delineati e dettagliati, con obiettivi chiari, anche se piccoli, un budget definito e un tempo di realizzazione certo.

Un progetto “rispettoso”: appoggiamo progetti richiesti e voluti da chi ne beneficerà, o

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da chi opera direttamente sul campo. Pur gradite e necessarie tutte le associazioni “tramite”, ci piace alla fine arrivare ad aiutare un partner locale, che esprima un proprio progetto e il bisogno di finanziarlo.

Un progetto “sostenibile”: diciamo intorno ai 30.000 euro. Questa è la nostra potenzialità, quindi meglio tenerne conto. Ci piace avere un budget preciso e dettagliato del progetto. A preventivo e poi a consuntivo.

Un progetto “diverso”: desideriamo che la nostra piccola collana di libri ci aiuti anche a scoprire la varietà del mondo. Ci piace immaginare dei Librisolidali che ci portino di anno in anno ad avvicinare luoghi e problematiche differenti.

Altre cose che ci piacciono: ci piacciono le piccole associazioni che hanno progetti

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Un progetto “finito”:

seri e interessanti, ma un po’ meno strade aperte per finanziarli. Ci sembra più utile portare il nostro piccolo contributo là dove non ci sono grandi possibilità di finanziamento. Ci piacciono le associazioni ben organizzate, quelle disponibili e desiderose di contribuire attivamente alla diffusione del Xmas Project.

Segnalateci dunque i vostri progetti, segnalateci alle associazioni che li portano avanti. Ricordatevi che dovrà essere realizzato nel 2014, anno in cui noi potremo finanziarlo. Sarà il protagonista del Librosolidale 2013/14. All’interno della copertina di questo libro, trovate tutti i dati per contattarci. Appuntamento quindi in primavera per la scelta del progetto. Buon Natale a tutti voi!

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Xmas Project ringrazia: Federica Giannotta e Andrea Moroni di Terre des Hommes Italia per averci proposto questo straordinario progetto. I nostri indimendicabili compagni di viaggio di Terre des Hommes in Nicaragua: Paolo Ferrara, Giori Ferrazzi, Teo Aniceto: forza hombres verticales! Rigoberto Antonio Meléndez Barrientos, Manuel de Jesùs Pérez Fonseca, Armando Carballo e tutti i ragazzi della Brigada ecológica Los Guatuzos. Andrea Frazzetta per le sue fotografie e la sua compagnia... quando si riparte? Tutto il team di VM6 per il supporto grafico ed editoriale. In particolare: Riccardo Brioschi, Laura Aiello, Dario Piletti per il supporto grafico e creativo; Barbara Paglialunga, Paola Mirra e Marika Cenerini per le traduzioni, Patrizia Zapparoli per l’editing e la correzione bozze; Beto “the Genius” Ipsilanti per i ritratti a tutti gli autori che hanno scritto per questo Librosolidale (ancora infinite grazie a tutti loro!); Marco e Alessandro Trovati per le foto a tutti i nostri alberi e a tutte le scuole. Senza di voi non ce l’avremmo fatta! Graziella Casati per un sacco di cose: per aver “sposato” questo progetto, per aver creduto che fosse valido da proporre alle scuole dando un nuovo, immenso valore a questo libro, per il supporto nella stesura del kit didattico, per il coinvolgimento di tanti autori, per l’entusiasmo e la tenacia che ci ha dimostrato. Con lei, tutte le insegnanti che hanno deciso di aderire al Xmas Project 2012 portando il progetto nelle loro classi. Per tutte, un grazie alle referenti dei vari Istituti: Emiliana Murgia, Paola Cremona, Anita Rovida, Monica Neuburger, Rosalba Vetrugno, Giuliana Romano, Franca Puliatti, Milena Tessari, Alessandra Viganò, Laura Urbano e alle dirigenti Claudia Racchetti, Chiara Nulli e Giovanna Angelini. Grazie a tutti i bimbi e a tutti i ragazzi che hanno “lavorato” con noi! Serena Fontana, coordinatrice per noi del progetto nelle scuole. Arturo Malagoli e Veronica Bottanelli di Raggio Verde per il loro Ecoalbero e per l’importante collaborazione. Paola Scodeggio e Gianluca Sanvito per l’insostituibile “aiuto contabile”. Claudia Taddei per il prezioso lavoro di distribuzione libri. Fabrizio Lanzi per il supporto e il coordinamento tipografico. Tutti gli amici e le associazioni dei vecchi progetti che hanno contribuito alla realizzazione di questa Collana di solidarietà. Un grazie particolare a: per il nostro sito www.xmasproject.org Tutti coloro che credono in questo progetto.

Realizzazione grafica: Jacopo Dalai & Matteo Fiorini Stampato a Seregno presso Ingraph srl, novembre 2012 È consentita la diffusione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione in via telematica a uso personale dei lettori, purché non sia a scopo di lucro.


Mandiamo in stampa questo Librosolidale il 21 novembre 2012, Giornata nazionale dell’Albero. Le nostre scuole sono i nostri alberi piÚ importanti, sui quali germogliano fiori e crescono i frutti del nostro futuro. Non lasciamo che i loro rami inaridiscano. E soprattutto non potiamoli mai. Solo radici salde e profonde sostengono fronde fitte di speranza e cambiamento.


Librosolidale_2012