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I NOSTRI EFFETTI SPECIALI Anodizzato Spazzolato Catarinfrangente Cemento Cemento Materico Corten Cromato Fluorescente Ghiaccio Kromatik Lavagna Luminescente Lunare

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E DITORIALE

CREATIVI E INNOVATIVI La creatività è una competenza di cui non potremo più fare a meno: è una risorsa, non un vezzo che appartiene ai soli artisti. Se si parla di lavoro, di scienza, di tecnica, di artigianato, in certi ambienti la creatività assume un rilievo decisivo. Siamo nella cosiddetta quarta rivoluzione industriale, che nel giro di pochi anni trasformerà radicalmente le nostre vite e il nostro modo di lavorare. L’impatto delle tecnologie sarà tale che alcune fette della forza lavoro dovranno modificare il loro approccio alle cose. Serviranno nuove competenze e nuove abilità. Per lavoratori e aziende, quindi, si tratta di capire in fretta che la chiave del successo sarà investire nelle competenze. Nelle Marche la grande tradizione si coniugherà con l’innovazione e anche un luogo, un ambiente potranno essere un “prodotto da vendere” con le colline e il mare. “Why” vuole testare proprio questo binomio: storia, tradizione e innovazione, creatività per essere sempre più appetibili ai residenti e ai turisti.

ALESSANDRO MOSCÈ

WHY MARCHE | 7


P.10

S O M M A R I O P.14

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A GORÀ 10 ARTE URBANA MADE IN JESI

A NIMA 14 MERCATI STORICI 26 MOSTRA LOTTO MARCHE 28 ANCONA, DURAZZO E AF 36 IL CASTO FRUTTO 40 ARCHITETTURA IN TERRA CRUDA 42 VIAGGIO NEL BOSCO 44 PATATA DI PALMIANO

P RIMO

PIANO

46 CACCIA ALLE FOGLIE

Direttore Responsabile: Alessandro Moscè REDAZIONE Editor Silvia Brunori Fabrizio Cantori Stefania Cecconi Ilaria Cofanelli Giuseppe Riccardo Festa Stefano Longhi Alessandra Lucaioli Tommaso Lucchetti

M ENTE

Marketing & P.R. Raffaella Scortichini r.scortichini@whymarche.com

54 IL NUOVO STUDENTATO 56 ADICONSUM 58 “LEIME” E LA SETA

Concept: Theta Edizioni info@whymarche.com

P ERCHÉ 60 I 50 ANNI DEL VERDICCHIO

S PIRITO

P.60

64 TESTIMONIANZE FOTOGRAFICHE 68 IL SUONO DI UN TERRITORIO 70 BARBANERA 72 EVENTI

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edizioni info@thetaedizioni.it

Casa Editrice: Theta Edizioni Srl Registrazione Tribunale di Ancona n° 15/10 del 20 Agosto 2010 Sede Legale: Via Monti 24 60030 Santa Maria Nuova - Ancona www.thetaedizioni.it - info@thetaedizioni.it Stampa: Tecnostampa: Via Le Brecce - 60025 Loreto (AN) Abbonamenti: abbonamenti@whymarche.com Chiuso in redazione il 18 Ottobre 2018 Photo copertina - Stock Adobe

I PERCORSI DI WHY MARCHE

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A GORÀ

L’ARTE URBANA DI FEDERICO ZENOBI

Quando una passione ti rapisce l’anima è difficile tenerla a freno: se nelle vene scorre il sacro fuoco dell’arte, ogni superficie diventa un foglio bianco da riempire e dipingere con i colori della vita. Anche il muro di una città, o le pareti di una palazzina. Così è stato per Federico Zenobi, giovane writer e street artist originario di Jesi, che dell’arte ha fatto una scelta, professionale e personale. Ecco la sua storia.

A TU PER TU CON IL NOTO WRITER JESINO 10 | WHY MARCHE


di Ilaria Cofanelli

I TUOI LAVORI HANNO VARCATO ANCHE I CONFINI NAZIONALI. QUAL È STATA LA TUA FORMAZIONE E IL PERCORSO CHE TI HA PORTATO A RAGGIUNGERE TALI RISULTATI?

La mia formazione è stata un po’ diversa da come ci si aspetterebbe. Ho frequentato il Liceo Scientifico “Da Vinci” di Jesi e mi sono laureato al Centro Sperimentale di Design di Ancona, in indirizzo Graphic Design. Una formazione, quindi, che non è la classica accademica, ma penso che studiare altro sia un valore aggiunto. Leggo anche ora libri di filosofia, o di altri generi. La nostra formazione non finisce mai, no?

COME NASCE LA PASSIONE PER I MURALES? C’È STATO UN EVENTO SCATENANTE?

Mi è sempre piaciuto moltissimo disegnare, da quando frequentavo la scuola materna. Poi ho incontrato un bravissimo professore di arte alle scuole medie, e lì ho iniziato a conoscere bene la tecnica della pittura. Ancora mi ricordo la prima volta che sono stato colpito da dei graffiti. Ero a Milano, avevo circa dodici anni e passando vicino a un muro, notai dei disegni che allora mi sembrarono bellissimi (probabilmente visti adesso, non sarebbero più così belli!). Lì ho capito che la mia passione per il disegno avrebbe trovato una specie di megafono. Per ogni bambino che ama disegnare, immaginarsi un suo disegno alto 4 metri, è una cosa assurda! Da quel momento ho iniziato a dipingere sui muri di Jesi, scoprendo che già c’era qualche ragazzo attivo.

RICORDI IL TUO PRIMO LAVORO? CHE ETÀ AVEVI E DOVE LO HAI REALIZZATO?

A Jesi abbiamo avuto la grande fortuna di poter contare sempre su amministrazioni comunali (di qualsiasi colore politico) che hanno lasciato dei muri grigi, in varie parti della città, a disposizione di noi ragazzi che volevamo dipingerci. Questo ha permesso di lavorare, di evolvere la tecnica e lo stile. Il mio primo graffito, realizzato nel 1999, è stato la scritta “BEA” dedicato a una mia fidanzata di allora. La prima “commissione” credo sia stata una scritta al campo da rugby di Jesi.

AD OGGI, QUANTI MURALES HAI CREATO? E QUALI QUELLI CHE SONO PARTICOLARMENTE SIGNIFICATIVI PER TE? PERCHÉ?

Non saprei proprio quantificare quanti muri ho dipinto, ma considerando che dipingo da quasi 20 anni… direi che è un buon numero. In qualche modo, sono quasi tutti significativi per me, perché un buon lavoro è sempre frutto di tanta energia, sia fisica che mentale, è un po’ come un parto. Quelli che comunque ricordo con più piacere, sono “La Musa” di San Giuseppe a Jesi, il Palasport di Fabriano, “Zia Ita” a Cacciano, ma in realtà, ripensandoci, ognuno mi porta in mente dei bellissimi ricordi, anche perché in ciascuno ho cercato di superare, in tecnica e stile, quello precedente. Soprattutto quando ho lavorato con altri amici, Corrado Caimmi e Nicola Canarecci, ogni lavoro o commissione diventava un modo per stare bene.

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A GORÀ QUAL È IL RAPPORTO CON LA TUA CITTÀ NATALE?

PARLACI DEL MURALE DI CHROMAESIS NEL QUARTIERE SAN GIUSEPPE, UNA ZONA RITENUTA “DIFFICILE”: PUÒ L’ARTE UNIRE LE DIVERSITÀ, O AL CONTRARIO LE ESALTA? Vivo a Jesi e mi trovo molto bene. Con il mio lavoro viaggio spesso, ma mi piace avere una base solida. Oltre, ovviamente, ad avere qui famiglia ed amici, Jesi è una bellissima città a misura d’uomo. Per quanto riguarda la Musa di San Giuseppe, sono molto soddisfatto della riuscita del progetto. La cosa che mi ha fatto più piacere è stata proprio la coralità di complimenti che sono arrivati. L’arte, se studiata in un certo modo, ha anche il dovere e il potere di unire, crea un’identità dove l’identità manca, ed essendo la street art, arte pubblica, ognuno sente che l’opera gli appartiene un po’.

PROGETTI IN CANTIERE? STAI LAVORANDO A QUALCOSA?

Ho già dei bei progetti in cantiere per il prossimo anno, ma prima di parlarne, preferisco concretizzarli fino alla fine. Anche perché in inverno mi dedico di più ai tatuaggi, lavoro al Magenta Tattoo Lab di Jesi, e al Diamond Tattoo di Senigallia. Visto che durante l’inverno dipingere all’aperto è un po’ scomodo, dedico moltissime energie proprio ai miei clienti in studio. E quando posso, ovviamente, dipingo quadri.

COME NASCONO I TUOI PROGETTI? DA DOVE TRAI ISPIRAZIONE, COME SCEGLI IL LUOGO DOVE LAVORARE, QUALI SONO LE FASI PRATICHE DA SEGUIRE, QUANTO STUDIO C’È DIETRO PER DARE VITA A TALI LAVORI?

Solitamente inizio capendo quale muro devo dipingere, e da lì, studiando la forma, la posizione e l’ambiente circostante, trovo un soggetto che possa starci bene. Di solito questa è una parte molto importante per me, perché voglio che il mio dipinto si inserisca in maniera armoniosa nell’ambiente che lo circonda. Altre volte, invece, mi piace scegliere un soggetto che possa contrastare maggiormente. Quando si tratta di lavori grandi c’è molto studio dietro, non lascio mai troppo all’improvvisazione. Mi piace sapere prima come verrà il lavoro, sono abbastanza preciso.

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Fotogramma 2.0

HAI REALIZZATO DEI MURALES ANCHE ALL’ESTERO. CHE CONCEZIONE C’È DEI MURALES E DELL’ARTE IN GENERE IN QUESTI PAESI RISPETTO ALL’ITALIA? L’Italia è il paese dell’arte, non c’è nel mondo un paese ricco di opere d’arte come il nostro. Proprio per questo, credo che all’estero i graffiti siano stati apprezzati da prima. È la normalità, in qualsiasi capitale europea, vedere palazzi interi dipinti. Questo, ormai da qualche anno, è un fenomeno che interessa anche l’Italia, che essendo abituata a un livello artistico così alto e classico, ha forse impiegato più tempo a riconoscere come arte la street art. Ma ormai ci stiamo aprendo sempre di più e l’Italia vanta alcuni artisti tra i migliori al mondo.

UN COMMENTO SUL TUO ULTIMO LAVORO A FABRIANO.

Il paesino di Cacciano, a pochi chilometri da Fabriano, organizza un progetto per ridipingere le case, creando una specie di museo all’aria aperta. Questo è il terzo anno che vengo invitato e per questa edizione ho dipinto due bellissimi muri. Uno, “Zia Ita” dedicato ad una vecchietta di 90 anni, simbolo del paese, e un altro “Armonia” che rappresenta un pettirosso. Sono molto contento di questi due lavori, sono perfettamente inseriti nel contesto, arricchiscono il paese. Ho sentito davvero il ringraziamento e l’affetto degli abitanti.

OGGI IN ITALIA SI RIESCE A VIVERE DI ARTE? O PORTI AVANTI ANCHE ALTRE ATTIVITÀ?

Come in ogni cosa, secondo me il segreto è dedicarsi anima e corpo alle proprie passioni. Quindi sì, in Italia si può vivere di arte. Magari non necessariamente con i canali classici (gallerie, mostre), ma ormai, con i social network, la pubblicità si può fare in mille modi diversi. Certo, non è facile all’inizio. Ho lavorato come barista 10 anni nei locali per pagarmi studi e materiali, ma sapevo che comunque sarei arrivato a certi risultati.

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A NIMA

I T A C R E M I T R E P O C a Tessadori

Photos Andre

PESARO

ANCONA CIVITANOVA MARCHE

FERMO

ASCOLI PICENO

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

Il commercio da sempre rappresenta un’attività molto importante nella vita economica e sociale di una comunità. La pratica dello scambio, infatti, affonda le sue origini nella storia dell’uomo e di qui nasce pian piano la necessità di creare degli appositi spazi urbani all’interno di determinate circoscrizioni territoriali delle città. Punti non solo di commercio, ma anche luoghi dove si svolgono momenti importanti di aggregazione sociale. Nascono così i mercati, ovvero punti strategici identificati come poli di raduno periodico di compratori e venditori di merci del più svariato genere e di cui troviamo oggi una costante riqualificazione con la valorizzazione delle produzioni locali e le vendite a km 0. Ogni città ha la sua area storicamente individuata ai fini commerciali. Nel tempo, chiaramente, si è provveduto per fini logistici e di comodità a rivedere la scelta di questi contesti per renderne più agevole e proficuo il raggiungimento.

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A NIMA

Il Mercato delle Erbe di San Domenico di Pesaro

L’

attuale Mercato delle Erbe di Pesaro è situato nei due chiostri, indivisi, dell’ex convento di San Domenico. Il suo insediamento risale al 1861 anche se si ritiene che l’avviamento sia iniziato già molti anni prima. Si estende su circa 1300 mq ed ha il suo ingresso principale in via Branca. Nonostante le ingiurie del tempo, che ne hanno deturpato l’aspetto originario, possiede la tipicità

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dei mercati situati nei centri storici delle antiche città. E’ un luogo di aggregazione e d’incontro fondamentale per Pesaro: ogni giorno, infatti, ospita molti operatori, tra artigiani, ambulanti e produttori agricoli. Un forte richiamo per la gente del posto alla quale viene proposta una ricca varietà di prodotti, atta a soddisfare ogni tipo di esigenza. Una specialità da segnalare è la piadina realizzata in molte varietà, speciale sia per l’impasto che per la ricca farcitura.


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A NIMA

Il mercato pubblico di Ancona

Il

Mercato delle Erbe di Ancona si trova in posizione centrale, ubicato nella parte alta di Corso Mazzini. Venne realizzato intorno al 1920 per mano degli operai del cantiere navale utilizzando in parte il ferro che avanzava dallo smantellamento delle navi austriache cedute durante la guerra. Si presenta, quindi, come un complesso architettonico singolare e in perfetto stile liberty. Proprio sotto al Mercato delle Erbe è interessante sapere che sono stati individuati

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e parzialmente messi in luce mosaici e pareti affrescate, testimonianza di resti di ville di epoca romana e soprattutto prova certa della parte dorica non visibile: l’Ancona nascosta sotto terra. Il Mercato delle Erbe è stato, nel tempo, oggetto di diversi progetti di riqualificazione, che ne vedono in parte anche il cambio di destinazione d’uso in centro di aggregazione socioculturale. Attualmente resta comunque uno dei principali poli del commercio al dettaglio della città.


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A NIMA

La Pescheria di Civitanova Marche

Il

mercato coperto di Civitanova Marche è meglio conosciuto con denominazione di Pescheria. Costruito dopo la Prima Guerra Mondiale si trova in Piazza Gramsci ed è aperto tutti i giorni della settimana ad esclusione della domenica e festivi. Di pianta rettangolare, al suo esterno colpiscono la decorazioni a forma di delfino collocate sul culmine del frontone che vanno ad impreziosire

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la scritta Pescheria. E proprio a testimonianza della tradizione marinara di questa città, il mercato coperto è punto di riferimento per molti ristoratori del luogo e limitrofi per l’acquisto del pescato. Si svolge qui, infatti, all’alba al rientro dei pescherecci, l’asta del pesce, proprio di recente introdotta con sistemi informatizzati ancora in fase di sperimentazione. Attualmente accanto al prodotto ittico, al suo interno, vengono commercializzati anche frutta e verdura.


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A NIMA

I mercati di Fermo

In

pieno centro storico a Fermo si trova l’antico mercato coperto della città, attualmente non più utilizzato per fini di commercio, ma come centro di esposizione e di mostre, nonché di iniziative culturali. Attualmente questa location è oggetto di attenzione da parte dell’amministrazione che propende per una ristrutturazione e riqualificazione dello stesso mediante le vesti di struttura polifunzionale. Per motivazioni di maggiore accessibilità e disponibilità di parcheggi, la funzione di mercato si è trasferita presso Piazza Dante, all’ingresso della città. In questa struttura, certamente di più recente realizzazione, nel tempo sono sorti vari punti vendita come la pescheria, il genere alimentari e quelli ortofrutticoli a km 0, diventando così un punto di riferimento per chi vuole fare acquisti di filiera corta dal produttore al consumatore.

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A NIMA

Il Mercato di Ascoli Piceno detto di Piazza Verdura

Doveroso, nel caso del mercato di Ascoli Piceno, un accenno alla chiesa di San Francesco che lo ospita e che racchiude secoli di storia, visibili nei tanti elementi che la compongono. E’ infatti ritenuta un’opera monumentale considerevole che rivela nella sua struttura il passaggio dallo stile romanico al gotico. Deve il suo nome al passaggio in questo luogo proprio di San Francesco, avvenuto intorno al 1215. Il mercato è situato nel Chiostro Maggiore detto anche Piazza della Verdura. Anch’esso caratteristico per le arcate su colonna corinzia e per un bellissimo pozzo dalla fattura gotica, si estende su un ampio spazio vicino a Piazza del Popolo. Per questi motivi oltre ad essere un luogo a servizio dei cittadini, è anche grande appagamento della vista. Ogni anno, in occasione del torneo cavalleresco, l’ambiente viene ulteriormente rallegrato dalla sfilata del corteo storico per la cerimonia dell’offerta dei Ceri.

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PALAZZO BUONACCORSI MUSEI CIVICI

MACERATA

19 OTTOBRE 2018 10 FEBBRAIO 2019

A NIMA

IL RICHIAMO DELLE MARCHE www.mostralottomarche.it

A

gosto 2016. Al Museo del Prado di Madrid e alla National Gallery di Londra si lavora a un’importantissima mostra dedicata ai ritratti di Lorenzo Lotto. Proprio in quei giorni, nelle Marche si registrava la prima di una serie di scosse di terremoto che sconvolsero la terra che l’artista, veneziano di nascita, aveva scelto come patria d’elezione. Nelle Marche si conservano 25 sue opere straordinarie, circa un sesto dell’intera produzione del maestro. Alcune di esse furono messe in sicurezza ma l’insieme è salvo ed è una

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presenza che costituisce un museo diffuso unico al mondo: il “Museo Lotto”. Perché non riaprirlo e riproporlo in modo nuovo? E perché non pensare a una mostra – seria, di ricerca, densa, collegata a quella del Prado e della National Gallery – sull’esperienza di Lotto nelle Marche, magari riportandovi opere qui create e ormai lontane? Opere capaci di dare il brivido dell’emozione, proprio come i paesaggi e i panorami marchigiani, che Lotto amò e che contribuirono a ispirare la sua vena creativa. Esistono le parole capaci di descrivere l’incantesimo che


certi paesaggi lanciano su uno spirito sensibile? E in che modo si può raccontare l’effetto che su quello spirito produce il godimento delle opere dei grandi artisti, i distillatori del meglio dell’intelletto e della spiritualità, i campioni di ciò che, nel senso più positivo del termine, chiamiamo umanità? Parole come stupore, immedesimazione, incanto, commozione, meraviglia, non sono che miseri tentativi di definire l’ineffabile. L’Italia, e Stendhal ne sapeva qualcosa, è tanto ricca di bellezze paesaggistiche quanto generosa di artisti capaci di generare queste sensazioni. Le cronache non ci raccontano se sia caduto in deliquio, Stendhal, anche quando venne nelle Marche, in questa regione magica dove fra mare, colline e montagne l’Italia concentra il meglio di sé stessa, e se abbia avuto occasione di ammirare i dipinti di Lorenzo Lotto nelle città e nei borghi che orgogliosi li possiedono e li conservano come gioielli preziosi, felici di offrire la propria e la loro bellezza all’ammirazione di chi viene a percepirne la spiritualità, coglierne il significato e goderne la perfezione. Stendhal era molto sensibile alle bellezze paesaggistiche e alla musica ma, purtroppo per lui, non altrettanto sensibile era alla pittura. Anche se lo fosse stato, d’altra parte, probabilmente Lorenzo Lotto l’avrebbe ignorato: a quel tempo, il genio del pittore veneziano era ancora misconosciuto. Contemporaneo di altri giganti come Raffaello, Leonardo, Michelangelo, Tiziano, Tintoretto, Lotto non ne ebbe la prorompente personalità. Schivo e timido, caparbiamente si lasciò guidare solo dal suo genio. Dopo una breve parentesi, durante la quale il successo parve arridergli, fu emarginato, o forse volle emarginarsi: alla fine donò sé stesso, facendosi oblato, alla Santa Casa di Loreto e là concluse la sua avventura terrena, dimenticato e ignorato da tutti. Non è un caso che proprio nelle Marche, così amanti della discrezione e pronte a offrire i propri tesori solo a chi sa veramente apprezzarli, il veneziano Lorenzo Lotto abbia trovato la sua patria di adozione: la sua arte non sapeva adeguarsi alle mode; il suo spirito era tanto forte nel fervore religioso e orgogliosamente

indipendente in campo creativo, quanto schivo e timido nei rapporti col prossimo, inclusi purtroppo i committenti. Non sapeva cedere alle lusinghe dell’opportunismo. Lorenzo Lotto era di tutt’altra stoffa che quel Pietro Aretino, partigiano della pittura di Tiziano, che non a caso lo sbeffeggiò, spietato, dimostrandosi incapace di capirne il genio. Non era, purtroppo, il solo. Quattro secoli sono dovuti trascorrere prima che finalmente a Lorenzo Lotto fosse assegnato il posto che merita nell’Olimpo dei grandi del Rinascimento. Quattro lunghi, interminabili secoli, prima che, come ricorda Stefania Monteverde, assessore alla Cultura del Comune di Macerata, lo storico dell’arte Bernard Berenson scrivesse: «Lotto mi parla con una immediatezza assai maggiore di quanto mi accada con qualsiasi altro artista». Così nel suo romanzo L’otto dedicato al pittore, che ha incantato Vittorio Sgarbi, la scrittrice Lucia Tancredi, anche lei marchigiana d’adozione, racconta il rapporto di Berenson con i luoghi di Lorenzo Lotto nella sua regione adottiva: “Bernard Berenson s’è trattenuto a San Giusto e non si risolve a partire. […] Ruba una rosa e se l’appunta sull’asola della giacca. Se trova un prato più morbido si leva le scarpe, le lega alla cintura. Fa qualche passo, chiude gli occhi e gode. Parla con il paesaggio, come fanno gli dei negli inni omerici. Cerca una risposta nel cenno dei pioppi, lo sgrida ogni tanto una voce di vento. […] Gli è sempre accanto Lorenzo Lotto, conversa con lui, a volte litiga come nei primi tempi, quando pensavano di non essere fatti l’uno per l’altro”. Noi, che siamo venuti dopo, rivolgiamo un grato pensiero a Bernard Berenson, che ha spiegato al mondo il genio del grande pittore. Un genio cui rendiamo omaggio contemplando ad esempio, sulla Annunciazione di Recanati, il volto incredulo di Maria che sembra dire: chi, io?, il gatto che scappa spaventato dall’angelo e le pergole e gli alberi, sullo sfondo, così deliziosamente marchigiani; o l’imponente Crocifissione di Monte San Giusto, con i tre piani narrativi sovrapposti sui quali si sviluppano la composizione e il sapiente uso della luce che pilota lo sguardo verso la figura del Cristo; e ancora la stupenda pala del processo di Santa

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A NIMA

Lucia a Jesi, così viva e affollata di personaggi, tutti incredibilmente veri e vivi, tutti dominati dalla nobile, delicata eppure imponente figura della santa. A Loreto, il suo canto del cigno: La presentazione al Tempio, con i misteri che racchiude, i simboli da interpretare, i colori, la prospettiva straniante. Ognuno di questi, e dei tanti altri dipinti che Lorenzo Lotto ha lasciato in eredità all’ammirazione degli spiriti sensibili, merita una lunga, attenta e ammirata sosta che consente di percepire il messaggio spirituale, artistico e culturale che contiene. Ecco dunque che nasce l’idea per l’evento che, dice il Presidente della Regione Luca Ceriscioli: «Più che una mostra è un progetto complesso ed articolato in cui i tasselli di una narrazione più ampia vanno a formare un mosaico prezioso, fatto di una cultura che si è sviluppata nelle Marche nel corso del sec. XVI e di relazioni internazionali, di un passato scritto nei documenti e di un territorio dinamico che vuole conservarne le memorie, di incontri e collaborazioni prestigiose. Tutto segue un unico filo conduttore: Lorenzo Lotto». Un evento che, come rileva l’assessore alla Cultura della Regione, Moreno Pieroni, pone le Marche al centro della scena artistica europea: «Le Marche

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dialogano con l’Europa nel segno di Lorenzo Lotto. In un più ampio contesto di relazioni e collaborazioni internazionali con il Museo del Prado, la National Gallery di Londra e il Museo Statale Ermitage - che in una sorta di “anno lottesco” pongono al centro dell’attenzione internazionale la figura del pittore - la mostra marchigiana rivolge uno sguardo più intimo e particolare alla valorizzazione del territorio regionale attraverso i capolavori dell’artista. Con Madrid e Londra, sedi di esposizioni importanti, si crea una magnifica connessione per diffondere inoltre l’immagine delle Marche culminante nell’evento espositivo Lorenzo Lotto. Il richiamo delle Marche». La sede prescelta per ospitare le opere, molte prestate da importanti musei nazionali ed esteri, è il prestigioso Palazzo Buonaccorsi di Macerata, che diventa così il terzo polo di un evento la cui importanza artistica e culturale può difficilmente essere sopravvalutata. La sezione marchigiana della mostra offre al visitatore, oltre al godimento delle opere esposte a Macerata, anche quello dei dipinti ospitati sul territorio dove il grande artista visse, e che lo vide operare, e del territorio stesso: «La qualità delle opere provenienti da tanti prestigiosi musei» afferma

il sindaco di Macerata, Romano Carancini, «e il legame ideale con i luoghi marchigiani che conservano i dipinti del Lotto, tutti da riscoprire nella loro bellezza - come la Crocifissione della piccola chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano a Monte San Giusto, di nuovo visibile dopo le ferite del sisma del 2016 - evocano infinite suggestioni e generano un rinnovato senso di appartenenza». Alla mostra si affianca dunque un itinerario sui luoghi marchigiani di Lorenzo Lotto che così è presentato da Stefania Monteverde: «Sembra quasi che dal bel Museo della Carrozza ospitato a Palazzo Buonaccorsi si debba salire su una carrozza per percorrere le strade della Marca e riempire gli occhi di quel paesaggio da cui Lorenzo Lotto ha attinto tinte e morbidezze, per ammirare tra chiese e musei i capolavori dell’artista a Recanati, Monte San Giusto, Cingoli, Mogliano, Loreto, Osimo, Jesi, Ancona, e per ringraziare le comunità che hanno ereditato un patrimonio unico, ne hanno saputo riconoscere la preziosità e nei secoli ne hanno avuto cura. Una mostra che è, dunque, percorso di conoscenza, esperienza di riflessione, scoperta del territorio, piacere della vista: una esperienza immersiva nella Marca guidata dalla


di Giuseppe Riccardo Festa grazia di Lorenzo Lotto per ritrovare un tempo innocente».Ai visitatori della mostra è così offerta la possibilità di vivere le Marche come le visse Lorenzo Lotto, negli stessi luoghi dove operò e dove frutti preziosi del suo genio sono conservati, percorrendo in uno oppure

in due giorni, con tour organizzati da Lucia Tancredi, itinerari indimenticabili che colmeranno i loro occhi e il loro spirito di morbidi paesaggi collinari e delle luci, dei colori, dei profumi e dei sapori di borghi dove si respira l’atmosfera di un tempo che là

sembra essersi fermato, per culminare nell’ammirazione delle opere che Lorenzo Lotto proprio per quei borghi dipinse, e che in essi sono custoditi come gioielli incastonati in preziosi, piccoli scrigni che ne esaltano la grazia, la perfezione e lo splendore.

ITINERARIO MARCHIGIANO

LORENZO LOTTO

Adorazione del bambino, 1546/’49 Cristo e l’Adultera, 1548-’50 Combattimento tra la Fortezza e la Fortuna infelice, ante 1550 San Michele arcangelo caccia Lucifero,1545 ca Il sacrificio di Melchisedech, ante 1545 Il Battesimo di Cristo, 1544 ca Presentazione di Gesù al Tempio, 1555 ca Adorazione dei Magi, 1552/’55 Museo Pontificio della Santa Casa San Cristoforo con Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano, 1532/1533 Basilica della Santa Casa

San Rocco, 1549 Galleria Nazionale delle Marche

Pala dell’Alabarda, 1539 Pinacoteca Civica “Francesco Podesti” Assunta, 1550 Chiesa di S. Francesco alle Scale

URBINO

ANCONA Madonna delle Rose, 1526 Deposizione, 1512 Annunciazione, 1526 Visitazione, 1531 Pala di Santa Lucia, 1532 Palazzo Pianetti

JESI

CINGOLI

MOGLIANO

LORETO RECANATI MONTE SAN GIUSTO

Trasfigurazione, 1512 Annunciazione, 1527/1529 San Vincenzo Ferrer in gloria, 1513 S. Giacomo pellegrino, 1512 c. Polittico di S. Domenico, 1508 Museo Civico - Villa Colloredo Mels

La Madonna del Rosario, 1539 Sala degli Stemmi del Palazzo Comunale Pala dell’Assunta, 1548 MASM - Museo Arte Sacra

La Crocefissione, 1529/’34 Chiesa di Santa Maria in Telusiano

Marche, bellezza infinita - Turismo.marche.it POR, Fondo Europeo Sviluppo Regionale 14-20

Palazzo Buonaccorsi Via Don Minzoni, 24 Sferisterio – Piazza Nazario Sauro Martedì – Domenica: 10:00 – 18:00 Chiuso il lunedì Per orari itinerario luoghi e visite guidate www.mostralottomarche.it tel +39 0733.25.63. 61 tel + 39 0733.27.17.09

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A NIMA

IL PORTO DI ANCONA

di Raffaella Scortichini

“Un ingresso storico ad Ancona.”

“Bottles di Blu e Ericailcane. La street art arriva sulle pareti dei due silos al molo sud del porto trasformando le discusse architetture industriali da contenitori a tele d’artista.”

Photo A. Tessadori

D

ando un’occhiata alla piantina dell’Italia ci accorgeremo che nella costa dell’Adriatico centrale un promontorio dà origine ad un golfo. Si tratta del golfo di Ancona nella cui parte più interna si trova il porto naturale che sin dal XVI secolo a.C. ha costituito un sicuro riparo ai naviganti. Un luogo che abbraccia una storia lunghissima la cui testimonianza persiste negli spazi e nei monumenti simbolici che fortemente hanno caratterizzato il rapporto storico tra lo scalo, la città e la sua comunità. La città di Ancona infatti è stata, fin dalle sue origini, legata al suo porto. Ritrovamenti dell’epoca micenaica testimoniano che già nel XIII secolo a.C. esistevano scambi commerciali con la Grecia. I Piceni, successivamente, estesero i 30 | WHY MARCHE

traffici alla costa istriana e a quella dalmata. Infine furono proprio i Dori, provenienti da Siracusa, che stabilendosi nel porto e nel territorio diedero vita alla città di Ancona. Quest’ultimi attrezzarono il golfo con i primi moli e, a seguire, i romani completarono il lavoro dei predecessori greci. L’imperatore Traiano, nel II secolo d.C., fece eseguire importanti opere marittime e scelse lo scalo anconetano come luogo di partenza per le guerre contro i Daci. Fu proprio in suo onore che il Senato anconetano fece erigere l’imponente arco trionfale di cui ancora oggi si possono vedere le splendide vestigia nella parte più antica e monumentale del porto. Dopo il Mille il porto, grazie alle proprie attività marittime, diede alla sua città


“All’imperatore Cesare figlio del divino Nerva, Nerva Traiano, Ottimo, Augusto, vincitore dei Germani, vincitore dei Daci, pontefice massimo, per diciotto volte con la tribunizia potestà, per nove volte imperatore, per sei volte console, padre della Patria, generosissimo principe, il Senato e il Popolo romano, perché restituì ai naviganti l’ingresso d’Italia più sicuro, avendo ampliato anche questo porto con il suo denaro. - Iscrizione centrale del monumento tradotta dal latino all’italiano.”

“Traiano ha tracciato un segno indelebile ad Ancona, con una visione che ne ha condizionato e favorito l’identità di porta d’Oriente. Rodolfo Giampieri, Presidente Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centrale.”

Diversi secoli di storia bagnati dal mare “La pesca ad Ancona è composta da imprese armatrici a conduzione artigianale e familiare.”

“Il segno del Vanvitelli.”

l’autonomia politica e la prosperità economica. La città infatti entrò nel periodo più splendido della sua storia, fu libero comune e Repubblica Marinara. In quel periodo il porto era secondo solo a Venezia. Solo tra il XIV e il XVIII Ancona ed il suo porto iniziarono a declinare per importanza dei traffici e per valenza dell’intera città. Fu grazie a Papa Clemente XII che, con la concessione della franchigia doganale, la ricostruzione dei moli andati in degrado e la costruzione del Lazzaretto, affidata all’architetto Luigi Vanvitelli, diede nuovo impulso al porto e all’intera città. Durante il Risorgimento italiano Ancona e il suo porto entrarono nel Regno d’Italia e nella compagine del nuovo stato rivestendo nei primi dieci anni di regno un importante ruolo militare. Con

l’arrivo delle due guerre mondiali la città e la sua area portuale subirono gravissimi danni a causa dei bombardamenti e solo negli anni successivi fu compiuta la sua ricostruzione. Il rapporto intenso con il mare, la navigazione e l’Oriente, caratterizzano ancora oggi l’anima della città. Oggi fermandoci ad osservare il porto lo sguardo corre tra i moli e le banchine, il porto storico e la Mole Vanvitelliana, i pescherecci e i chioschi dei pescatori, i silos con la street art di Blu, i viadotti e piloni in calcestruzzo, tra le navi e i container. Un crocevia per il traffico internazionale di veicoli e passeggeri diretti soprattutto verso Grecia, Albania e Croazia, è anche una base molto importante per il traffico di merci. WHY MARCHE | 31


A NIMA

Una perla nei Balcani

IL PORTO DI DURAZZO Durazzo, città della penisola balcanica, situata nell’omonima baia, si affaccia nella parte meridionale del Mar Adriatico e dista circa 30 km dalla capitale Tirana. Grazie alla posizione strategica del suo porto è la seconda città per importanza dell’Albania. Qui traghetti e crociere arrivano da tutto il mondo. Arrivando dal mare, Durazzo è il primo approccio al paese albanese mentre per chi lo raggiunge in macchina è un importante snodo sulla costa. Qui si respira un’aria italianeggiante, probabile eredità della lunga dominazione veneziana, che fece della città il più attivo dei porti balcanici. Oggi, profondamente rimodernato, il porto di Durazzo non è più la base dell’immigrazione, bensì il terminal principale del Paese, ed il porto commerciale è soltanto uno dei volti di una città dalla storia millenaria. Durazzo è nota per i suoi siti storici, musei e teatri. La città è una tranquilla meta mediterranea con belle spiagge dove poter fare il bagno e

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prendere il sole. I siti storici e culturali sono: il più grande anfiteatro romano nei Balcani risalente al II secolo a.C.; un interessante museo archeologico, con eccellenti collezioni di manufatti antichi e un Museo della Storia. Durazzo trova la data della sua fondazione nel 600 a.C. per opera dei greci. La popolazione è stata governata anche dagli Illiri, in seguito in epoca romana la città divenne un importante snodo commerciale e capitale dell’Epirus nova; da qui, infatti, partiva la Via Egnatia, che conduceva a Costantinopoli, ideale proseguimento d’oltremare della Via Appia, che univa Roma a Brindisi. Due antiche colonne, ben conservate, segnano ancora oggi il punto di partenza. Purtroppo della città greca non resta più nulla a causa di inondazioni e terremoti che hanno distrutto e danneggiato molti vecchi edifici. Lo stesso anfiteatro romano non è stato risparmiato: una parte di esso è stato successivamente


I collegamenti dalle Marche verso l’Albania, con Adria Ferries

sostituita da una cappella nel 1000 d.C.. L’anfiteatro presenta aree che devono ancora essere portate alla luce. La zona compresa tra l’anfiteatro, il municipio e la Grande Moschea, coincide con il cuore antico della città. La moschea originale risaliva al primo Cinquecento, ricostruita nel 1993 dopo il terremoto del 1979. In epoca moderna, la città fu tenuta dai veneziani fino al 1501, quando la conquistarono i turchi. Attraversata nei secoli da influenze culturali e politiche molto diverse fra loro, Durazzo è ancora alla ricerca di una sua propria identità. E’ una perla dei Balcani che si sta liberando della patina opaca di mezzo secolo d’incuria e isolamento, fermamente decisa a esprimere le mille sfumature che tante civiltà sovrapposte vi hanno lasciato. Oggi la città portuale di nuovo aperta al mondo, punta con decisione sul turismo.

I collegamenti in nave o traghetto rappresentano sicuramente un’opzione di viaggio comoda ed intelligente per un viaggiatore. Nello specifico giochiamo in casa con la compagnia marchigiana Adria Ferries capace di offrire diversi servizi a bordo per soddisfare le esigenze dei loro viaggiatori: dal Made in Italy del gusto con degustazione di piatti italiani ed internazionali, ad un’ottima gamma di Vini Italiani e Pizza, oltre a Menù Bambini, dagli impianti televisivi satellitari nelle aree comuni della nave agli shop e duty free con le migliori marche disponibili ai prezzi più bassi. Un’apposita area è attrezzata e riservata al divertimento dei bambini e dei ragazzi. Tariffe agevolate per i viaggi famiglia. Accontentati anche gli amici a 4zampe che sono i benvenuti nelle Pet cabins. WHY MARCHE | 33


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A NIMA

Il booking Adria Ferries Per chi non volesse affidarsi ad un’agenzia di viaggi fisica il sistema di booking Adria Ferries consente al viaggiatore di organizzare liberamente e comodamente da casa il suo viaggio precisando il tipo, la marca ed il modello del veicolo da imbarcare nel traghetto, le date e gli orari di partenza e di ritorno. In seguito alla prenotazione online, saranno rilasciati ed inviati all’email del viaggiatore i biglietti del viaggio in formato PDF, da stampare e poi presentare ai controlli di sicurezza della compagnia marittima. Tutto questo vi sembrerà estremamente normale se non vi dicessimo che la Compagnia marchigiana Adria Ferries tutto questo pionieristicamente lo progettava 15 anni fa, grazie al suo capitale umano e fatto a misura della stessa compagnia. Quindici anni fa internet ancora non era così diffuso, non esistevano i social, nessuna compagnia o quasi aveva sistemi di booking on line, i biglietti erano manuali e si spedivano con posta ordinaria. Eppure la genialità e l’amore per il proprio lavoro generò un programma che anticipava i tempi come per l’appunto l’utilizzo di biglietti in formato PDF da inviare via email: al tempo una novità assoluta! Oggi circa 6.000 le agenzie di viaggio collegate al sistema di prenotazioni Adria Ferries oltre ad essere interfacciate le principali piattaforme mondiali di prenotazioni traghetti. Dopo quindici anni l’evoluzione continua in casa Adria Ferries. Lo scorso 30 maggio, alle ore 18.00 del pomeriggio, nel reparto IT, dopo ore ed ore di travaglio, è finalmente nato il nuovo sito di booking privati Adria Ferries: una svolta epocale ha segnato un cammino importante della Compagnia e dei suoi sistemi informatici in vista di un continuo miglioramento dei servizi e di una modernizzazione delle operazioni di prenotazione, tutto home made. L’obiettivo è perfezionare il servizio e richiedere un giudizio di qualità che è sempre utile specialmente quando si decide di cambiare rotta, immagine e di conseguenza percezione di un brand. I punti di forza del nuovo booking sono la grafica e la velocità: la prima infatti serve ad attirare l’attenzione dell’utente nonché la sua sensazione emotiva, la seconda invece è funzionale all’obiettivo finale, ovvero la prenotazione. booking.adriaferries.com, buona navigazione! 34 | WHY MARCHE

Il primo sistema di boarding Adria Ferries Dopo il booking in casa Adria Ferries, a luglio di quest’anno è arrivato il primo sistema di boarding della sua storia: la realizzazione ex novo di una procedura che ha letteralmente stravolto il sistema di controllo dei passeggeri al momento dell’imbarco. Finora, infatti, le liste dei cosiddetti “checkinati” venivano ancora vistate manualmente con grande fatica degli operatori che dovevano ripercorrere l’intero elenco prima di trovare eventuali discordanze con i biglietti presentati. Un sistema che ha trasformato la metodica del lavoro portando con sé evoluzione ed innovazione e sin dalla sua prima applicazione si è mostrato funzionale. Grazie ad una piattaforma dedicata gli operatori possono visionare in tempo reale i biglietti scansiti dai terminalini, così da poter controllare quanti passeggeri, camion e veicoli “checkinati” si sono imbarcati e quanti invece devono ancora accedere a bordo. Questo sistema dunque non solo accelera la procedura di boarding, ma lo fa garantendone la piena sicurezza.


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A NIMA

I momenti del “CASTO” FRUTTO: storie e memorie trasversali della

CASTAGNA Plinio il Vecchio, nella sua enciclopedica Naturalis historia, definisce la castagna frutto divino, notando come, pur essendo così apparentemente povero, sia così ben custodito e protetto da un riccio di aculei. La cristianità ha adottato questa caratteristica come immagine di Cristo tormentato, a ricordo allusivo della corona di spine, o della Madonna, perché protetta dal peccato come la castagna, parola che non a caso evoca l’aggettivo della purezza e della verginità (anche se il nome deriva da Castanis, cittadina dell’Asia Minore nota per questa produzione fin dall’antichità).

A. Tessadori

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di Tommaso Lucchetti

F

rutto celebrato simbolicamente, perché di aspetto dimesso e bruttino ma dal cuore virtuoso, perché nutriente ed assai duttile, nelle Marche è ovunque presente con territori di eccellenza, a coprire l’intera estensione regionale dal Settentrione al Meridione, dal Montefeltro all’Ascolano. L’area camerte abbondava di castagneti: a fine Settecento uno dei volumi della pubblicazione ufficiale dell’Accademia Georgica di Treia era dedicato al castagno, con riguardo dichiarato appunto agli abitanti “della zona di Camerino che abbondano di castagnai”, e che “potrebbero essere interessati” a questa coltura, in quanto “è più vantaggioso fare la farina di castagne che venderle asciutte e secche”. Storicamente infatti ovunque, in tutte le zone montane, il castagno era considerato e soprannominato “albero del pane”, perché dai suoi frutti si ricavava uno sfarinato ottimale per la panificazione, oltre che per altri alimenti di sostentamento primario, come le polente, molto spesso strategiche ed indispensabili per il vitto popolare. Nel 1808 l’abate Angelantonio Rastelli, autore del trattato di agronomia “Il dottore della villa”, insegna come coltivare i castagni, differenziandone le specie, specificando quando impiantarle e potarle, elogiandone anche il legno, che “serve a molti usi, specialmente per far botti, e altri vasi da vino”, e suggerendo infine come il frutto sia maturo “quando cade da sé” ed è colorito, ed allora “si conserva ancor fresco, se si terrà rinchiuso in vasi, o sotto la sabbia asciutta”. Per la raccolta delle castagne come sempre sono i proverbi, autentica “enciclopedia dei poveri”, a rappresentare nella sapienza orale tramandata il promemoria per il tempo ottimale della raccolta, come nella massima contadina del maceratese, ricordata dal marchigianista Giovanni Ginobili: “Ottobre te mena / castagne, sorbe e mela”. Nelle famiglie montanare era consuetudine, una volta raccolte, di porle nei graticci, in ambienti non umidi, o in alternativa coperte a protezione di sabbia asciutta (come appunto Rastelli riportava). Quelle castagne secche potevano essere nelle case più umili risorsa per la cena, facile incremento del vitto ordinario, mangiate da sole oppure nel latte tiepido, o cucinate anche in minestre (di cui esistono tracce nelle antiche memorie di alcuni monasteri, non solo nelle Marche). In questa regione erano tradizionalmente bollite con sale e qualche erba aromatica, come alloro o semi di finocchio. Tra le altre ricette che, come da tradizione risalente al Medioevo, riscattavano le castagne come ingrediente di pietanze “nobili” da festa. Si ricorda ad esempio il piccione cotto in casseruola, tipico di Sant’Angelo in Vado (Pesaro e Urbino), che le contemplava come farcitura. Da lesse rappresentavano nelle città un caratteristico “cibo da strada” venduto per le vie, assieme ai lupini o ai semi di zucca, come anche erano molti nelle città gli ambulanti che vendevano tranci di “castagnaccio”, rustico dolce arricchito anche con frutta secca. Dalla cucina della mensa ordinaria, e da un’arte dolciaria così rudimentale, la castagna può anche arrivare nella pasticceria raffinata, ideata e messa a punto nel mezzo dell’autunno per onorare le grandi feste e ricorrenze autunnali ed invernali. Una nota specialità della gourmandise francese, autentica leccornia dei caffè più eleganti e dei rinfreschi delle dimore aristocratiche di tutta Europa, è attestata anche nelle Marche: alcune carte manoscritte di cucina di Celeste Erard, moglie del musicista Gaspare Spontini, riportano difatti per ben due volte la ricetta dei marrons glacés, evidentemente molto amati dalla coppia nel soggiorno a Maiolati degli ultimi anni della loro vita: i frutti andavano cotti per un quarto d’ora in uno sciroppo molto spesso, raffreddati poi per una notte

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A NIMA A. Tessadori

e quindi rimessi a fuoco, per poi farli asciugare su un setaccio, ed infine “quand ils sont refroidis servez les” (servirli non appena si sono raffreddati). Tradizionalmente grandi saggi di arte dolciaria raffinata provengono dalla creatività antica dei monasteri femminili: tra le ricette di una raccolta (presumibilmente risalente all’Ottocento) delle clarisse urbaniste del monastero della Santissima Annunziata di Jesi (Ancona) si legge la preparazione dei “tartufini”, composti con castagne lessate e poi passate e mescolate a cioccolata grattugiata, zucchero, vaniglia, anisetta e burro, a formare pallottoline, infine da rivoltare in polvere di nocciole sminuzzate miste e cioccolata spolverizzata. Se in questo caso delle clarisse di Jesi la pasta di castagne è plasmata a suggerire la forma e l’aspetto di un’altra delizia autunnale, i tartufi, in una raccolta manoscritta delle clarisse di Serra de’ Conti sono le castagne stesse, in un analogo gioco di rimandi ad incastro. A ricordare le sembianze del frutto autunnale è invece la pasta di mandorle, come si legge nel titolo della ricetta, “Per fare le Castagne, con le Amandole”: l’amalgama di mandorle pelate e pestate, con zucchero, poca farina e cannella viene forgiato attraverso uno stampo di legno a forma di castagna, che tuttora è conservato tra gli utensili delle monache di Santa Maria Maddalena conservati ed esposti al museo delle Arti Monastiche, “Le stanze del tempo sospeso” (curato ed allestito nel 2003 dalla compianta storica dell’arte Amelia Mariotti). Anche semplicemente cotte nel fuoco le cosiddette caldarroste ricorrevano nella realtà monastica, anche maschile, e bastavano per garantire un conforto assai gradito per celebrare le festività minori nelle serate autunnali. Ciò avveniva nell’Ottocento, presso la Congregazione dei Padri Filippini di Ascoli Piceno, dal mese di Ottobre, “quando cioè si incominciano ad avere le Castagne, si passano queste arrostite in tutte le domeniche la sera a cena sino alla domenica di Carnevale inclusiva”. Ancora oggi la tradizione prosegue nelle comunità monastiche: per citare un esempio i frati del convento di Santa Maria delle Grazie di Monteprandone (Ascoli Piceno) si concedono di questi tempi, specialmente per le feste di precetto, la “castagnata”, ossia le

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caldarroste annaffiate con il vino. Due sono in particolare le ricorrenze autunnali legate ritualmente alla condivisione di questi frutti: nell’Alto Maceratese ad esempio sono tradizionali le “castagne dei Morti”, arrostite o bollite, e poi sbucciate e cosparse con zucchero e liquore (grappa, rum, mistrà), ed infine fiammeggiate e servite calde. In particolare però è la festa di San Martino, più legata al calendario agrario che a quello liturgico. Secondo proverbio il periodo canonico dell’assaggio delle botti: tante memorie delle comunità rurali riportano come nelle case di campagna la “boccaletta” del vino nuovo, “ancora non maturo ma frizzante”, era spillato e servito assieme alle caldarroste. C’è chi ricorda: “Altro non c’era ma era una gran festa”. Se si guardano le memorie contadine dei territori attorno alla vallata del Cesano, si nota la differenza tra la vicinanza collinare del fiume e le altezze montane del Catria, a pochi chilometri di distanza tra loro: se a Frontone le castagne venivano raccolte (si andava al castagneto), poco distante a San Lorenzo in Campo le si comperava ad alto prezzo (“erano pochissime perché care”, qualcuno rammenta). Le castagne messe assieme in vario modo venivano quindi “castrate”, ossia incise in modo che durante le cottura il vapore fuoriuscisse, e poi messe ad arrostire sulla brace, ricoperte di cenere e qualche tizzone ardente, ed infine appena cotte poste a stufare ancora calde in un panno. Anche il calendario delle date civili aveva il suo momento conviviale scandito dalle castagne: nel maceratese la “castagnata” tra scolari celebrava il giorno di san Nicola da Bari (6 dicembre), loro protettore. Anche una magnifica scrittrice marchigiana, Dolores Prato, nella sua meravigliosa opera “Giù la piazza non c’è nessuno” (ambientata a Treja, Macerata) ricorda la “comunella grande” all’asilo infantile, quando la signora Carlotta portava castagne per tutte le alunne nel giorno di Santa Caterina d’Alessandria (25 novembre), ricorrenza in cui “allora si faceva festa in tutte le scuole”. In questo modo il frutto casto ed umile arriva a contrassegnare nel suo periodo festeggiamenti pubblici e privati legati alla dimensione agraria, alla spiritualità religiosa, alla stessa vita civile.


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Villa Ficana A NIMA

un borgo di terra e paglia

Salvare un intero quartiere non è cosa da poco: significa riqualificarne gli edifici mantenendone le caratteristiche, riportare alla luce il suo passato, far rivivere le storie dei suoi abitanti e poi far sì che i muri, le vie, i tetti, le scale abbandonate, riprendano vita. Il progetto attuato per Villa Ficana ha raggiunto questo scopo. Se non si scorgessero in fondo i condomini anni ’70, camminare tra le vie strette del quartiere chiuse al traffico, all’ombra delle modeste abitazioni in terra cruda, ci riporterebbe facilmente al 1862.

I

l quartiere di Borgo o Villa Ficana si trova nella periferia di Macerata, più precisamente nel declivio del versante nord di viale dell’indipendenza. Il toponimo, forse di origine etrusca, testimonia che la zona era abitata già in tempi lontanissimi e probabilmente fu il primo nucleo della futura città di Macerata. Col tempo l’area venne abbandonata, tanto che nei catasti ottocenteschi è classificata come agricola, ma rapidamente si ripopolò, grazie a una nuova congiuntura economica, attorno alla metà dello stesso secolo (si assume come data di rifondazione il 1862, incisa su un mattone inserito nel muro in terra cruda di un’abitazione). La Villa Ficana di allora era sostanzialmente la stessa di oggi: su un’area di 7000 metri quadrati sorgono alcune schiere parallele di case collegate da stradine, rampe, piazzette e composte ciascuna da quattro o cinque abitazioni a pianta quadrata, per un totale di circa cinquanta alloggi. Le abitazioni sono

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di Silvia Brunori

alte cinque metri: al piano inferiore ospitano una piccola cucina e sono collegate a quello superiore delle camere per mezzo di una scala esterna, più raramente da una interna. L’intera area di Villa Ficana apparteneva a tre proprietari terrieri che rispondendo alla vivace domanda insediativa di un gruppo sociale in forte espansione, fecero costruire case economiche in terra cruda da affittare a braccianti e altri lavoratori a giornata: i casanolanti, abitanti delle case a nolo. Infatti negli ultimi decenni dell’XIX secolo il numero dei nullatenenti nelle periferie delle città andò aumentando di pari passo con la disoccupazione e il rialzo del costo dei generi di prima necessità. Gli abitanti di Borgo Ficana erano contadini che non riuscendo più a sopravvivere con il lavoro dei campi si trasferirono nella periferia di Macerata per lavorare a giornata come operai o braccianti. Le condizioni dei casanolanti erano pessime: un solo introito non era sufficiente al sostentamento della famiglia e al pagamento dell’affitto, quindi anche le donne e i bambini contribuivano lavorando sodo. Villa Ficana non è un caso isolato. L’utilizzo della terra cruda nell’edilizia è la tecnologia costruttiva più antica e diffusa nel mondo. In momenti di depressione economica l’utilizzo del crudo fu diffusissimo in tutta Italia e nelle Marche, dove questo tipo di abitazione viene chiamato “atterrato”. Con la terra cruda venivano edificate sia case singole nelle aree rurali, sia intere borgate dalla caratteristica forma a schiera ai margini delle città e dei paesi. Nella nostra regione sono ancora molti gli edifici singoli in terra cruda che si possono scorgere nelle campagne, mentre Villa Ficana è uno dei pochissimi esemplari di borghi interamente in terra cruda dell’Italia continentale. La materia prima degli atterrati è un impasto di argilla, paglia, acqua, materie organiche e materiali di carica come ghiaia e macerie di abitazioni dirute. Oltre ad essere un materiale a costo zero, opportunamente utilizzato, assicurava agli inquilini un ottimo isolamento dal caldo e dal freddo. Per evitare il diffondersi dell’umidità, prima della posa dell’impasto in terra veniva costruito un basamento impermeabile. Infine l’abitazione era coperta da un tetto particolarmente sporgente e le pareti più esposte agli agenti atmosferici erano ricoperte da intonaco o mattoni. Le tecniche più diffuse per la costruzione degli atterrati sono

l’adobe, il pisè e il massone. L’adobe è la tecnica ancora oggi più praticata e indica la costruzione di muri per mezzo di mattoni, realizzati con l’impasto visto sopra, essiccati al sole, dopo essere stati messi in forma negli stampi. La tecnica del pisè consiste nella realizzazione di blocchi spessi di terra battuta compattata dentro appositi strumenti, detti casseforme, che progressivamente vengono spostati orizzontalmente per realizzare altri blocchi. La tecnica usata in prevalenza a Villa Ficana è, invece, quella del massone (denominata “maltone” nelle Marche) che prevede la realizzazione di muri attraverso la semplice pressione sovrapposta di pani di terra mescolata a paglia. Gli edifici costruiti con questa tecnica sono riconoscibili dalla forma leggermente trapezoidale: lo spessore delle mura deve essere maggiore alla base e sensibilmente ridotto (di circa la metà) al livello del tetto. Dai primi decenni del ‘900 Villa Ficana iniziò a essere trascurata, le sue case furono abbandonate e lasciate al degrado. Negli anni ’70 parte di esse vennero abbattute per realizzare un grande condominio in cemento. Solo negli ultimi anni ci si è resi conto della necessità di riqualificare il quartiere sottolineandone la particolarità e il valore, riportandone alla luce la storia e quella dei suoi abitanti. A seguito del progetto di riqualificazione e ristrutturazione, il quartiere ha assunto una nuova considerazione e gli “atterrati” non sono più sinonimo di miseria ma di edilizia sostenibile e risparmio energetico. Il compimento della riqualificazione ventennale è stata la fondazione, nel 2014, dell’ecomuseo da parte di tre associazioni. Il suo scopo è valorizzare la memoria collettiva, la storia e le tradizioni locali attraverso percorsi esperienziali, laboratori didattici, mostre e convegni. Inoltre è un centro di studio e divulgazione sull’architettura in terra cruda. Per sapere di più sulla storia di Villa Ficana e dei suoi abitanti, delle tecniche costruttive in terra cruda e avere maggiori informazioni sui progetti, gli eventi e le visite guidare organizzate dall’ecomuseo, visitate www.ecomuseoficana.it.

TERRA CRUDA

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A NIMA Le origini dei boschi sacri si perdono nella notte dei tempi. Entrare in una foresta millenaria sollecita il senso del bello, della meraviglia e incute timore: nasce allora così il senso del sacro.

IL BOSCO SACRO Tutte le avventure iniziatiche degli eroi cominciano in un “bosco sacro”: il Giardino dell’Eden, la foresta dei cedri di Gilgamesh, il bosco della ninfa Calipso, il giardino delle Esperidi di Giasone, la selva “oscura” di Dante, etc. Così come in tutte le fiabe il viaggio nel bosco del protagonista rappresenta la metafora necessaria per la successiva crescita interiore dell’individuo. Il bosco è il luogo iniziatico per eccellenza.

P

resso le civiltà matriarcali il tempio della Dea non poteva non essere che un bosco sacro, ricco di ogni varietà di specie viventi, creature generate dalla Dea Madre regina del bosco e signora delle fiere. Il bosco sacro era un luogo proibito ai profani e ben protetto dalla curiosità degli intrusi. Molte sono le testimonianze che ci ricordano la presenza dei boschi sacri nell’Italia centrale. La parola latina lucus, che indica il bosco sacro, è etimologicamente legata a lucem, lux, luce e denota una radura nel bosco dove filtra la luce del sole. Lo stesso effetto riprodotto secoli dopo nelle chiese e nelle cattedrali dell’architettura romana e gotica. Le colonne della navata centrale raffigurano gli alberi di un bosco di pietra che nei capitelli, come chiome, nascondono insidiosi animali feroci. La luce, che filtra attraverso le finestre laterali, accompagna il devoto attraverso la navata, creando con il suo magico gioco

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di luci, ombre e fumi di incenso quel silenzio che prelude al contatto con il divino nel punto più sacro della chiesa: l’Ara. La deforestazione agricola, nei secoli, ha cancellato molti di questi luoghi. Con l’avvento del Cristianesimo i boschi sacri furono lentamente abbandonati e demonizzati come tutti i luoghi pagani. Eppure molti di questi luoghi divennero eremi. Ricordiamo i più importanti delle Marche tutti immersi nella boscaglia: eremo e Monastero della Santa Croce di Fonte Avellana a Serra Sant’Abbondio; eremo di Montegiove a Fano; eremo di Santa Maria Val di Sasso; eremo di San Silvestro a Fabriano; eremo di Santa Maria Infra Sassi di Genga, eremo di San Marco ad Ascoli Piceno. Tutti luoghi sorti su precedenti insediamenti pagani. Andando verso San Severino tra i castelli nelle Marche si incontra il paese di Colleluce. Questo luogo deriva il suo nome proprio da “colle della luce”, ma per alcuni il nome


di Stefano Longhi

A. Tessadori

deriva da “lucus” (bosco sacro): la radice è la stessa della parola luce, lux. I boschi sacri sono spesso legati all’acqua, di cui probabilmente si tendeva a far risaltare l’aspetto fecondante e salutare. A Montefortino di Arcevia esiste un’antica fonte celtica, un tempo luogo denso di spiritualità e di valore mistico, come testimonia ancora oggi la presenza della cosiddetta Fonte del Sasso. Una fonte sacra antichissima, frequentata per le sue proprietà taumaturgiche dall’età del ferro da Umbri e Celti, poi in epoca romana dedicata alla dea Bona e Cupra. Sul posto sono stati trovati ex voto a forma di braccia, viso e utero, utilizzati per pregare e invocare la dea madre terra per la salute, la guarigione e la fertilità. Castignano, un Comune della provincia di Ascoli Piceno, situato ai piedi del Monte Ascensione, il cui nome deriva dal bosco di castagni (Lucus castineanus) esistente nella zona e del quale parla anche lo scrittore Plinio, in merito alle pratiche ivi svolte a favore degli Dei. A sud di Pesaro, in località Santa Veneranda, c’è una zona nota come “Sotto le Selve”. Il nome del luogo sembra rendere ragione della definizione con cui è nota l’area sacra fin dalla sua scoperta, lucus pisaurensis, cioè il bosco sacro di Pisaurum, l’antica Pesaro. Questo luogo

di culto, che ha restituito una grande quantità di materiali di tipo diverso sia metallici che fittili (Museo Oliveriano a Pesaro), doveva essere già attivo almeno dal IV sec. a. C. Il ritrovamento di blocchi di pietra, recanti in caratteri latini il nome delle diverse divinità – Apollo, Giunone, Libero, Diana, Feronia, Mater Matuta, Salus, Marica (Museo Oliveriano a Pesaro), – per le quali erano stati preparati come offerta o come ringraziamento di un beneficio ricevuto, evidenzia la prosecuzione del culto anche dopo l’arrivo dei romani, che continuano a frequentare il luogo per celebrarvi i culti legati alle proprie divinità. L’eremo dei Frati bianchi a Cupramontana, che prende il nome dalla dea Cupra e che si raggiunge dopo aver attraversato a piedi un bosco secolare incontaminato, ricco di flora e non presente in altri luoghi della zona, dà subito l’impressione di un luogo di pace e serenità e soprattutto colpisce il visitatore per l’assoluto silenzio. La radura, su cui sorge l’eremo costruito in parte sulla roccia e sita alla fine del bosco, è un luogo magico ancora impregnato di forte spiritualità pagana. Luogo assolutamente da visitare, ottimale per una passeggiata da soli, il periodo più bello in assoluto è in primavera o il primo periodo autunnale. La collina di Loreto un tempo un bosco di allori, da cui ne derivano il nome,

dedicato alla dea Cupra trasfigurata poi nella vergine nera, la magia e le leggende delle selve di querce marine di Castelfidardo, Montoro e del Parco del Conero, il magico popolo delle fate dei boschi Sibillini, sono ciò che resta di una cultura pagana mai spentasi e ancora viva nella frequentazione che i marchigiani fanno di questi luoghi.

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A NIMA

La PATATA di

PALMIANO, L UN PRODOTTO ECCEZIONALE DALLA STORIA TRAVAGLIATA 44 | WHY MARCHE

La patata di Palmiano è uno dei prodotti di eccellenza della Regione Marche. Ricca di proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, questa patata prende il nome dal piccolo borgo medievale situato nella provincia di Ascoli Piceno dove è coltivata. Il territorio dei Monti Sibillini in cui cresce, ricco di minerali, le dona il suo caratteristico sapore. Un prodotto eccezionale che però ha impiegato diverso tempo per arrivare sulle tavole ed essere pienamente apprezzato.

a storia travagliata di questa patata è raccolta nel libro scritto da Marco Corradi. Scandagliando liste della spesa dei monasteri e dei casermaggi, così come le liste dei rimborsi che spettavano a chi ospitava le truppe di passaggio in un determinato territorio, l’autore ci racconta che della patata non vi è stata alcuna traccia per lungo tempo. Sebbene fossero frequenti periodi di carestia, la patata per diversi secoli non fu presa in considerazione come alimento. Le motivazioni per cui la popolazione, anche in momenti di ristrettezza, decise di non inserire la patata nella propria dieta, erano i più disparati. Prima di tutto, questo tubero non veniva consumato in modo corretto, assomigliando al tartufo veniva impiegato in cucina allo stesso modo e ciò lo rendeva inevitabilmente poco apprezzabile. La sua forma inoltre, ricordava i bubboni della peste e quindi assumeva di conseguenza una valenza negativa. Veniva poi associato alla mandragola, perché la ricordava nel suo aspetto. Dunque, così come la pianta utilizzata nella stregoneria, veniva considerata maligna. Il fatto di nascere sotto terra era visto come qualcosa di oscuro e misterioso. Inoltre, l’assenza di questo tubero nelle sacre scritture lo rendeva necessariamente un frutto proibito. Nel corso del 1700 studiosi, medici e uomini di Chiesa cominciarono a condurre una campagna di sensibilizzazione rivolta soprattutto alle fasce di popolazioni più povere, illustrando gli aspetti positivi della patata quali la lunga conservazione, il basso costo e le importanti proprietà nutritive. Tra i primi nomi illustri che sponsorizzarono la patata vi fu Alessandro


di Stefania Cecconi Volta, ma il suo sforzo rimase inascoltato. Verso la fine del Settecento sette studiosi scrissero sette libretti in cui spiegavano le proprietà nutritive di questo tubero, con l’obiettivo di sensibilizzare i regnanti all’utilizzo della patata per combattere la fame. Uno di questi studiosi, un medico napoletano, Baldini, piuttosto noto perché era stato incaricato dai Borboni di affrontare un piano di emergenza per la lotta alla fame, scrisse un documento per il Regno di Napoli che invitava la popolazione ad inserire la patata nella propria dieta. Successivamente, gli venne chiesto dall’Abate Colucci, illustre storico delle Marche, di poter realizzare una ristampa del documento aggiungendovi una premessa, in cui veniva sottolineato l’esito sfavorevole dei diversi tentativi di coltivazione della patata portati avanti fino ad allora. Il volume venne pubblicato nelle Marche nel 1796. L’indagine compiuta da Marco Corradi si sposta nei mercati locali dove nei documenti relativi si trova una prima presenza della patata nel 1820, per poi sparire nuovamente. Nel report relativo al periodo che va dal 12 al 18 ottobre del 1828 l’autore ci riferisce una notizia interessante. Sul documento viene scritto: “le patate

non si vendono facendo in questo territorio una coltivazione tenuissima” che ci fa capire come ad ottocento inoltrato la coltivazione della patata sia ancora poco presente nel territorio marchigiano. Un’ulteriore spinta alla coltivazione della patata si ha con l’Unità di Italia, quando vengono costituiti i consorzi agrari, formati i comizi agrari, avviate le scuole di agricoltura itineranti e divulgati i bollettini con le novità in tecnica agricola, concimazione e potatura. Le nozioni per migliorare l’agricoltura iniziano a circolare, ed insieme a questi diventa sempre più pressante l’invito alla piantagione della patata. Siamo alla fine dell’Ottocento e la patata ancora fatica ad essere coltivata. Il momento decisivo, la vera e propria svolta è uno dei momenti più drammatici della storia d’Italia ma decisivo per la storia di questo tubero. Scoppia la Prima Guerra Mondiale e la patata viene inserita nel rancio dei soldati. Questo comportò prima di tutto la garanzia per i coltivatori di vendere quel bene, che veniva prenotato in anticipo dal Ministero della guerra e poi, in secondo luogo, l’abitudine al consumo e ad apprezzarne la qualità. Senza questa scelta forse la patata non avrebbe avuto il posto importante

che ha oggi nella nostra cucina e nelle nostre abitudini alimentari, divenendo piatto e base per molti prodotti tipici. É dunque con questa scelta che si comincia a consumare la patata, un consumo via via crescente fino a quello attuale che in Italia si aggira intorno ai 38 chilogrammi pro capite all’anno. Da questo momento si cominciò ad ottimizzare la produzione agricola secondo climi e altitudini e la patata trovò nel territorio dei Sibillini un luogo adatto per crescere e sprigionare tutte le sue qualità. Oggi grazie all’impegno e alla dedizione del sindaco di Palmiano, di tutta l’amministrazione e della Pro loco, a tutela di questo prodotto è nato nel piccolo borgo dell’ascolano il Consorzio Pata Sibilla che riunisce una decina di aziende agricole che producono, commerciano e promuovono la patata che nasce sui Sibillini. Un prodotto di elevata qualità, reso tale grazie all’impegno e all’attenzione dei suoi produttori che la coltivano senza l’utilizzo di sostanze chimiche. Un prodotto tipico e di qualità elevatissima che viene celebrato al “Patata dei Sibillini Fest”, un festival interamente dedicato a piatti a base di patate, che si tiene ad inizio settembre nel più piccolo comune della provincia di Ascoli Piceno.

La travagliata storia della patata è raccolta nel libro scritto da Marco Corradi, Dalle Americhe a Palmiano. Appunti di storia sull’agricoltura picena tra il XIX e il XX secolo, un libro commissionato dal Comune di Palmiano, che insieme alla Pro loco, lavora strenuamente per promuovere, valorizzare e tutelare la patata di Palmiano. L’autore racconta la storia di questo tubero, oggi immancabile nelle nostre tavole e nella nostra dieta, avvalendosi di fonti storiche e documenti che testimoniano l’assenza prima e la presenza poi della patata, dall’arrivo dalle Americhe ad oggi. La patata entrò con difficoltà nelle case e nella dieta della popolazione, nonostante la fame e le frequenti carestie. Nel libro non mancano aneddoti e curiosità che hanno interessato l’utilizzo della patata negli anni. Come accade con un prodotto nuovo che arriva da lontano, si sperimentarono diversi usi di questo tubero. La patata venne impiegata per produrre i prodotti più disparati: creme di bellezza, farine a lunghissima conservazione, come ingrediente per fare la cioccolata, e molto altro... WHY MARCHE | 45


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FALL FOLIAGE:

a caccia di foglie d’autunno

L’autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore.

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L’aforisma di Albert Camus riassume l’essenza e la bellezza del fall foliage.


di Fabrizio Cantori

C

on la stagione autunnale, la natura si (s) veste di nuovi colori. La scienza ci spiega che nelle piante caducifoglie, particolari pigmenti organici come i carotenoidi o gli antociani prendono il sopravvento sulla clorofilla. Il risultato è più artistico. Dove regnava il verde, il pennello della natura ridisegna il paesaggio attingendo dalla tavolozza nuovi colori. Durante una giornata di tiepido sole, il giallo e l’oro di un parco cinto di pioppi brilleranno come un quadro di Klimt. Se è la bruma tipica di questi mesi a velare il paesaggio di un’umida malinconia, i colori sembreranno più sbiaditi, come su una tela di Monet. In entrambi i casi, gli appassionati di fotografia avranno di che scattare; gli habitués delle passeggiate domenicali partiranno alla volta di sentieri nuovi per una full immersion di emozioni e sensazioni, aumentando la curiosità di esplorare la natura che ci circonda in questo periodo.

A. Tessadori

Fall foliage scopriamo che cosa è Lo spettacolo della natura che cambia, l’attrazione per il foliage. Un evento che ha cambiato negli ultimi anni le abitudini di molti italiani, che seguendo una consuetudine che viene dal Nord America hanno iniziato a cercare i luoghi più belli, in Italia e non solo, dove ammirare le foglie degli alberi che cambiano colore, diventano gialle, rosse e marroni. Negli Stati Uniti e Canada è una usanza consolidata visitare i boschi più belli per ammirare questo sontuoso spettacolo che in quelle zone offre scenari davvero superbi. Esiste addirittura una sorta di bollettino come quello del meteo che segnala i luoghi dove le foglie hanno iniziato a cambiare di colore.

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FALL FOLIAGE TUTTO MARCHIGIANO E nelle Marche? …beh anche qui la natura regala belle emozioni. La presenza di enormi zone boschive permette di tracciare itinerari ideali per assicurarsi l’immersione tra le mille sfumature che la vegetazione offre. Un bosco di faggi tra i più belli nel territorio maceratese è rappresentato dalla faggeta nella Riserva Naturale del Monte Canfaito, in questo periodo investita da un tripudio di colori autunnali che da molti anni tanto fanno impazzire i fotografi professionisti ed amatoriali. È un’esperienza che va vissuta e percorsa per essere davvero capita. I bassi tronchi aprono come ombrelli le loro chiome divenute del colore del mogano o della zucca, lasciando filtrare i raggi del sole resi tenui dal fitto fogliame. L’atmosfera sospesa che si crea sembra rendere tangibile l’età secolare di molti esemplari. Camminando tra questi vetusti reperti naturali ci si può imbattere nel più fiero tra tutti: un faggio di circa 500 anni è l’esemplare più grande di tutte le Marche, annoverato tra i 300 alberi monumentali d’Italia. Canfaito si trova al centro delle Marche. Volgendo lo sguardo a uno qualsiasi dei punti cardinali, si trovano strade che in breve tempo portano ad altre meraviglie che si illuminano dei colori dell’autunno. Il caleidoscopio continua poco distante nella Riserva naturale Montagna di Torricchio, una suggestiva distesa di rigogliose formazioni boschive e praterie fiorite. Il muschio umido che si arrampica sui tronchi fa il paio con il rosso ruggine della roverella e l’arancio-marrone dell’orniello nell’evocare un paesaggio in cui non ci si stupirebbe di vedere camminare i personaggi di una fiaba dei fratelli Grimm. Spingendosi più a sud, l’enorme complesso del Parco nazionale dei Monti Sibillini diventa un regno le cui province sventolano stendardi di ogni tonalità autunnale. Il giallo dei castagni si mescola al cremisi dell’acero passando per le sfumature arancioni dei faggi. Se si arriva in una vallata bagnata da un lago, ci si può gustare lo spettacolo dello

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FOLIAGE specchio dell’acqua che riverbera i colori degli alberi narcisi. Lungo i declivi di questi monti, ad un’altitudine compresa tra i 450 e i 900 metri, una sfumatura d’eccezione fa la sua comparsa in questo periodo: il rosa. Le mele dei Monti Sibillini, con la loro forma irregolare e leggermente schiacciata, sono striate di questo colore. Si tratta di un frutto riscoperto in epoca recente, valorizzato da una coltivazione che non necessita di trattamenti particolari, che lo rende intrinsecamente biologico, ma ha origini antichissime. Se ne trovano tracce persino in un’opera del grande poeta latino Orazio, che ne loda tanto l’aspetto particolare quanto il sapore. Tornando nel centro della nostra regione, nella provincia di Jesi, addentrarsi per la Riserva Ripa Bianca, l’autunno ci farà sentire come esploratori che trovano un El Dorado naturale. I salici piangono lacrime d’oro dalle loro lunghe ciglia, mentre i pioppi con la loro chioma alta e affusolata sembrano geyser aurei. Ci si può perdere in questo spettacolo che solo l’autunno sa regalare, distratti solo dagli

aironi che radenti sorvolano il fiume Esino. Se si passeggia per il Parco della gola della Rossa e di Frasassi si potranno incontrare ornielli chiazzati di arancione e faggi vermigli, ma qui anche un altro ospite concorre a colorare l’ambiente. Il corbezzolo non tramuta le sue foglie, ma il suo frutto carnoso e bitorzoluto ingemma la pianta di un rosso acceso proprio in questo periodo dell’anno. Se i paesaggi malinconici fin qui descritti fanno venire a qualcuno la nostalgia delle giornate di mare da poco salutate, nessun problema: il fall foliage nelle Marche si può ammirare anche nel Parco del Monte Conero o in quello del Monte San Bartolo. Qui roverelle, aceri, olmi e lecci lasceranno vedere tra i loro tronchi scorci sull’azzurro dell’Adriatico, in una liaison con l’estate che rinfranca gli animi gravati dalle nebbie della stagione.Ma per il foliage non bisogna per forza addentrarsi nella natura più selvaggia. Ogni città ha i suoi parchi e i suoi giardini che, alzando lo sguardo, spruzzano nel cielo plumbeo macchie colorate, apparizioni impreviste e spettacolari come fuochi d’artificio.

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PIANO A. Tessadori

FALL FOLIAGE E I TESORI NASCOSTI “L’autunno è la stagione più dolce: quello che perdiamo in fiori lo guadagniamo in frutti”. Le parole dello scrittore Samuel Butler ci portano a scoprire un’altra sfaccettatura del foliage. Quando camminiamo tra i boschi, i nostri passi fanno crepitare le foglie secche. Il giallo, l’ocra, il rosso, si stendono come tappeti orientali ai nostri piedi. Ma il terreno umido non si colora solo delle foglie caduche. Alla tavolozza dell’autunno si aggiungono i colori dei suoi prodotti tipici. Il suolo si cosparge dei ricci delle castagne, che schiudendosi rivelano il marrone dei frutti. Accanto alle foglie colorate l’autunno ci evoca l’immagine dei primi focolari su cui scoppiettano le caldarroste. Quando la nebbia carducciana sale agli irti colli, nulla è più rinfrancante del calore delle castagne cotte accompagnate dal rosso delicato e armonioso di un vino novello di San Martino. Anche la vite infatti si spoglia delle sue foglie e mostra il suo foliage, e contestualmente veste le tavole del nettare dei suoi frutti. Non tanto le grandi città, ma i piccoli borghi arroccati nelle montagne sono i naturali teatri in cui lo spettacolo dell’autunno compie la sua magia. Il sipario si apre su sagre e fiere che puntellano la cartina delle Marche. È la riscoperta di usanze e sapori medievali, a

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volte indebitamente additati come poveri, in realtà genuini, che fanno riappropriare di uno stato delle cose ancestrale e puro. Ma c’è un altro colore che si nasconde tra le foglie policrome. In questo caso non basta aguzzare la vista. Il senso chiamato in causa è l’olfatto, ma quello umano non si rivela all’altezza. Sotto la terra pregna di umidità, cercato dalle narici vispe e frementi dei cani, si nasconde il tesoro più prezioso dell’autunno. È il periodo per il tartufo bianco di fare la sua comparsa. Difficile e ricalcitrante come un vero esponente dell’alta nobiltà, questo raffinato tubero ha nelle Marche, soprattutto in provincia di Pesaro e Urbino, il suo regno prediletto. Nei feudi di Acqualagna, Pergola e Sant’Angelo in Vado, si svolgono rassegne enogastronomiche di importanza nazionale con protagonista questo principe delle terra. Gustare un piatto di fettuccine spolverato dal tartufo bianco pregiato, o dalla sua varietà nera e altrettanto prelibata, è un ottimo modo per ristorarsi dopo un’escursione nella Riserva della Gola del Furlo che circonda Acqualagna o per prepararsi prima di visitare il Museo dei Bronzi Dorati di Pergola. Ad Amandola, per certificare la preziosità e la quotazione del tartufo, la fiera ad esso dedicato è stata indicativamente chiamata “Diamanti in tavola”.


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FALL FOLIAGE E BENESSERE Il foliage culla quindi i nostri sensi: la vista, l’olfatto e il gusto sono coccolati dai colori e dai sapori autunnali. Ma il foliage è un toccasana anche per l’udito. Passeggiare per i boschi significa perdersi nel silenzio. Solo la natura si permette di interrompere la sua stessa quiete, col vento che si incanala tra gli alberi come fossero strumenti a fiato, o gli uccelli che cantando salutano le case annidate in quelle stesse chiome partendo alla ricerca di terre più calde. Questa commistione di benefici sensoriali vale a spiegare l’attenzione non solo estetica, ma anche terapeutica che circonda il fall foliage. Sfuggire ai rumori caotici, allo smog e al grigio della città è un bisogno psicofisico sempre più urgente, che in questo modo trova una soluzione ancora più affascinante e positiva. Che si tratti di fare trekking o biking per sentieri montuosi, o di una semplice passeggiata nei parchi cittadini, fare moto in una cornice del genere stimola a non cessare l’attività fisica con lo spegnersi della bella stagione. Il fall foliage si presta ad essere gustato in ogni contesto personale. Abbiamo visto come puntando un dito a caso nella mappa della nostra regione difficilmente ci si discosterà molto da una zona in cui la natura abbia steso questo suo incantesimo. Una famiglia potrà quindi godersi un pomeriggio libero tra colori che stupiranno i bambini, ma anche i genitori, senza la preoccupazione per questi ultimi di dover affrontare tragitti stradali troppo lunghi e proibitivi. Il foliage coi suoi colori evoca anche un innegabile romanticismo: passeggiare mano nella mano circondati dal rosso vivo del fogliame e abbracciarsi per combattere il freddo del vento che spira sarà sicuramente più intrigante di un giro in un qualsiasi centro commerciale. Ma anche chiunque decidesse di fare una passeggiata da solo, in compagnia di una reflex o semplicemente dei suoi pensieri, uscirà dal percorso scelto con ancora negli occhi, e nel cuore, il cangiante riflesso di questo tripudio di colori. E non potrà non sentirsi addosso le parole della scrittrice Lauren DeStefano, che definisce l’autunno “Il tempo in cui tutto esplode con la sua ultima bellezza, come se la natura si fosse risparmiata tutto l’anno per il gran finale”.

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NUOVO STUDENTATO INNOVATIVO AD UNICAM Il complesso è stato donato dalle Province Autonome di Trento e Bolzano e dal Land Tirolo #ILFUTURONONCROLLA è stato l’hashtag lanciato dall’Università di Camerino poche ore dopo gli eventi sismici del 26 ottobre 2016 che hanno devastato il Centro Italia: un segnale fortemente voluto dall’ateneo, simbolo di speranza, di rinascita, di ripresa, ma anche un progetto concreto che Unicam ha voluto realizzare per la ripartenza, alla quale hanno aderito molti sostenitori, associazioni, imprenditori, istituzioni, singoli cittadini, studenti. Tra coloro che hanno voluto mostrare la propria vicinanza non solo all’Università di Camerino, ma all’intero territorio, ci sono le Province Autonome di Trento e Bolzano e il Land del Tirolo, che hanno donato il nuovo studentato sorto nei pressi del campus universitario. “Siamo immensamente grati – ha sottolineato il Rettore Unicam Claudio Pettinari – a quanti ci hanno donato questi edifici. Lo studentato rappresenta un sogno diventato realtà, una richiesta concreta di aiuto, levatasi forte ed ostinata nei giorni immediatamente successivi alle scosse che avevano messo in ginocchio il nostro territorio e cancellato improvvisamente 1800 alloggi

w w w. u n i c a m . i t comunicazione.relazioniesterne@unicam.it w w w. u n i c a m . i n f o fb: Unicam – Università degli Studi di Camerino twt: Unicam UffStampa - ig: universitacamerino

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in residenze private, utilizzate dagli studenti. L’aiuto è arrivato, ed è stato fondamentale, importante, oltre ogni nostra aspettativa”. Il nuovo studentato, inaugurato lo scorso 6 agosto, ospita 456 studenti e conta 20 edifici, ognuno dei quali ospita in totale 23 studenti ed è diviso in 4 appartamenti di 100 mq. Ogni edificio ha una stanza per studenti disabili. Il costo complessivo del progetto è stato di 9.400.000 euro. I lavori per l’area sono iniziati nel giugno 2017, mentre gli edifici hanno iniziato a prendere forma del settembre 2017. La scelta di edifici a due piani, che si inseriscono al meglio nel contesto paesaggistico e urbano, ha consentito di occupare meno territorio e di ottimizzare i costi su impianti e coperture. Il 1° ottobre sono stati consegnati i primi 100 alloggi ad altrettanti studenti e progressivamente saranno consegnati anche i rimanenti. I moduli abitativi sono stati realizzati con tecnologie costruttive in legno

e con un’attenzione particolare all’efficienza energetica, alla durabilità ed alla sostenibilità ambientale. Gli alloggi già consegnati hanno ottenuto la certificazione congiunta “ARCA” e “CasaClima Nature”, certificazioni che hanno l’obiettivo di garantire sia le prestazioni sismiche, di resistenza al fuoco e di durabilità della struttura in legno, sia le prestazioni energetiche e di sostenibilità dell’edificio e dei materiali utilizzati.


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RINVIATA A LUGLIO 2020 LA FINE DEL MERCATO TUTELATO Approvato nel mese di agosto scorso l’emendamento al Decreto Milleproroghe che rinvia al 1° luglio 2020 la fine del Servizio di Maggior Tutela di energia elettrica, che era prevista per il 1°luglio 2019.

Cosa significa chiusura del mercato di Maggior Tutela? Ad oggi i consumatori possono attivare le forniture di luce e gas con il mercato tutelato o con il mercato libero. Il mercato di Maggior Tutela è quello in cui è l’autorità a definire prezzi e condizioni economiche delle tariffe. Ciò ha garantito finora prezzi calmierati, grazie al meccanismo degli scaglioni di consumo e all’acquisto di energia sottocosto. Nel mercato libero, invece, ciascun fornitore stabilisce liberamente condizioni e tariffe. Dal 1° luglio 2020 ci sarà l’abolizione del servizio di maggior tutela con il completo passaggio al mercato libero. In altre parole, tutti gli utenti del mercato tutelato saranno obbligati a scegliere un fornitore, sia per la luce che per il gas, tra quelli presenti nel mercato libero. La piena liberalizzazione del mercato nasce da un’esigenza di maggior concorrenza tra gli operatori e dall’opportunità di ricavare da più ampi margini di guadagno maggiori investimenti nel settore, ma occorre prestare attenzione perché le offerte presenti sul mercato libero non sempre si rivelano convenienti per gli utenti.

Cosa succede ai clienti che non provvedono entro luglio 2020 al cambio fornitore per uscire dal regime di tutela? Questo punto non è ancora chiaro e si auspica che si giunga presto ad una soluzione condivisa e definitiva. Al momento la normativa prevede che tutti gli utenti del mercato tutelato che al 1° luglio 2020 non avranno ancora scelto un operatore del mercato libero confluiranno automaticamente nel cd. “servizio di salvaguardia”. Tale servizio è caratterizzato da corrispettivi molto elevati e dunque vi sono molte perplessità sull’utilizzo di tale strumento e sulle possibilità di garantire il servizio e le giuste condizioni economiche agli utenti.

Le motivazioni del nuovo slittamento. Le ragioni del nuovo rinvio al 2020 sono diverse ma il principale scopo della proroga, fortemente voluta dalle associazioni dei consumatori, è la necessaria correzione di alcuni elementi della riforma. Nonostante, infatti, l’iter per lo stop definitivo al regime di maggior tutela abbia avuto inizio nel 2015, ad oggi è stato fatto ben poco per preparare gli italiani a questo passaggio. Ancora 22 milioni di famiglie hanno scelto di rimanere nel mercato tutelato e quelli che invece si sono affidati a società del mercato libero in molti casi sono stati costretti a tornare indietro. Questo è accaduto sia a causa delle pratiche commerciali scorrette poste in essere da alcuni operatori del mercato libero per proporre e vendere contratti, sia in ragione della effettiva poca convenienza delle tariffe. L’obiettivo, dunque, è che in questo periodo di tempo concesso dal nuovo rinvio vengano predisposte condizioni idonee per la realizzazione di un sistema del mercato libero competitivo e che consenta alle famiglie di individuare i migliori prezzi e le migliori condizioni contrattuali con sicurezza e tranquillità. Il rischio, infatti, per tutte le famiglie che saranno obbligate ad abbandonare il regime tutelato è di “perdersi” in un mercato libero spesso caratterizzato da scorrettezze ed abusi, una giungla di vendite porta a porta, telefonate e contratti conclusi senza garanzie e senza tutele. Adiconsum ritiene quindi fondamentale che, accanto alle riforme del settore, vengano predisposte attività informative ed educative che consentano ai consumatori di effettuare scelte critiche e consapevoli.

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Il ruolo dell’Arera L’Arera (Autorità garante per l’energia elettrica, il gas, il servizio idrico e i rifiuti), dal canto suo, ha disposto dal 1° ottobre un maxi aumento delle tariffe relative al mercato tutelato: per la luce è previsto un incremento della bolletta del 7,6%, mentre per il gas del’6,1%, aumenti che impatteranno in maniera pesante sulle tasche dei consumatori. Causa dei rincari sembrerebbero i forti aumenti dei prezzi delle materie prime energetiche e delle quotazioni all’ingrosso dell’energia elettrica e del gas che in Italia ed anche in altri Paesi europei hanno raggiunto livelli record. L’Arera, in questo contesto ha deciso di rinnovare il blocco dei cosiddetti oneri di sistema, contenendo in tal modo un’importante fetta della bolletta. Gli oneri di sistema sono dei costi stabiliti dall’autorità e sono quindi uguali per ciascun fornitore. La spesa finale degli oneri di sistema è data da una quota fissa ed una variabile, cioè che varia in relazione al consumo di energia elettrica e gas di ciascun utente. Tali oneri, che incidono per circa il 20% sulla bolletta, avevano già subìto un forte aumento a partire dal 2016, con la riforma della tariffa elettrica.

Consigli ed avvertenze: • • • • • •

Non avere fretta di concludere un contratto nel mercato libero Ricordare che il contratto concluso telefonicamente è valido a tutti gli effetti Non firmare in caso di dubbi Non mostrare bollette e non rilasciare i propri dati personali a incaricati porta a porta o telefonicamente, potrebbero essere usati per concludere contratti a nostra insaputa Valutare bene le offerte proposte Quando una offerta è troppo bella per essere vera, probabilmente è falsa!

Adiconsum resta a disposizione di tutti coloro che volessero chiarimenti e consigli pratici. Chiara Cippitelli Adiconsum Marche

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“Realizzato con il contributo regionale per specifici e rilevanti progetti - Anno 2018 WHY MARCHE | 57


M ENTE

di Alessandro Moscè

“LEIME”

E LA RISCOPERTA DELLA SETA : DA M ARISCHIO AL MONDO

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elle colline dell’entroterra marchigiano, ad un passo da Fabriano, città annientata dalla crisi economicooccupazionale, sorge la più popolosa frazione dell’hinterland locale: Marischio, dove i giovani, evidentemente, hanno ancora passione e caparbietà. Una ragazza imprenditrice, Sofia Eusebi, ha ideato ex novo un marchio di abbigliamento, il brand “LeiMe”, e ha dato vita ad un laboratorio di alta sartoria che confeziona i capi usando esclusivamente seta prodotta in Italia. La storia della seta risale a secoli fa, quando i commercianti presero coscienza di avere a che fare con un tessuto pregiato. Il processo di produzione, che si è interrotto nella metà del Novecento, oggi rivive grazie alla determinazione di pochissime realtà che hanno riorganizzato l’intero ciclo. Definita la regina delle fibre, naturale e lucente, la seta dona sollievo nelle calde giornate estive e tepore nei giorni più freddi dell’anno. La filosofia di “LeiMe”, come ricorda la titolare, affiancata dall’inseparabile Chiara Biondi, che ne cura l’immagine nei dettagli, si basa sulla ricerca di un ideale armonico: da un lato la qualità del prodotto artigianale, dall’altro la creatività. Il marchio si rivolge al pubblico femminile e quindi ad una “Lei” lontana dai modelli estetici di riferimento. Una “Lei” universale in cui la singola “Me” possa identificarsi. “Lei” è luminosa come la seta ed è una donna che non vuole rinunciare a sentirsi bene. L’idea di “LeiMe”, riferisce Sofia Eusebi, nasce dall’intenzione di offrire una gamma di camicie e bluse in seta che unisca la materia prima alla ricerca di modellazioni adatte ad ogni situazione: dall’ambiente di lavoro ad una cerimonia, da una gita fuori porta ad una serata glamour. Questa fusione ha alimentato anche il progetto che consiste nella creazione di accessori,

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sempre in seta, che trasmettono femminilità, dolcezza, eleganza. Una novità apprezzata dal pubblico femminile, tanto che già si parla di una vera e propria “community” di donne “LeiMe”. Nel laboratorio ci si serve di manodopera creativa nell’accurata scelta dei materiali, nella cura del particolare, nelle cuciture interne ed esterne. Al confezionamento segue il controllo di qualità. Tutti i capi vengono pensati e disegnati da giovani stilisti e prodotti nel settore dell’alta sartoria. “LeiMe” è attiva anche nel sociale. In occasione del mese dedicato alla lotta contro il tumore al seno, il 13 ottobre ha organizzato un pomeriggio in cui chi voleva poteva essere fotografato indossando i capi della nuova collezione presso lo showroom di Piazza don Berrettini 14 a Marischio. Un’affluenza enorme di donne e ragazze ha trasmesso ulteriore interesse e curiosità intorno a questa impresa al femminile. La moda combatte la crisi in un contesto sempre più globalizzato… e ci riesce bene. Per le info consultare il sito www.leime.it.


P ERCHÉ

UNA REGIONE, UN VINO, IL VERDICCHIO I vini marchigiani sono vini che riflettono i valori di un territorio e in quanto tali possiamo definirli vini di paesaggio. Un caleidoscopio di ben 19 denominazioni tra cui il bianco che vince ed emerge quale rappresentante assoluto è il Verdicchio dei Castelli di Jesi. Un bianco prestigioso, autoctono, più premiato dalle guide italiane. Un vino che appassiona e sorprende!

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di Raffaella Scortichini

Verdicchio, una storia intrisa di leggenda

Si pensa che il Verdicchio sia stato introdotto nel territorio delle Marche da alcuni coloni provenienti dal Veneto nel 1400 all’epoca delle bonifiche. Si racconta che re dei Visigoti Alarico nella sua calata verso Roma all’inizio del V° secolo d.C., fece ristorare le sue truppe con questo vino biondo come il sole e venato di riflessi smeraldini per aumentarne il vigore dei suoi uomini. Di certo c’è il ritrovamento a Matelica di vinaccioli nelle tombe dei principi Piceni (IX - VIII secolo a.C.) che potrebbe farci pensare che il Verdicchio sia stato portato dagli etruschi o da chi con gli etruschi aveva contatti. Tuttavia recenti studi genetici sembrano smentire l’ipotesi sull’imparentamento con vitigni tipo il Verdello o il Trebbiano Toscano. Si afferma che il vitigno appartiene al territorio marchigiano. I vitigni prodotti nella zona di Jesi risalgono addirittura nell’VIII secolo a. C., ma solo tra il ‘700 e ‘800 nasce un vino di grande classe e Ubaldo Rossi ne fa la prima spumantizzazione. Poi negli anni ’50 il designer Antonio Maiocchi ebbe l’idea di dedicare a questo nobile vino la famosa bottiglia ad anfora etrusca che ha reso popolarissimo il Verdicchio a livello di immagine commerciale. Da quel momento è iniziata una crescita qualitativa imponente di questo che a buon diritto è ritenuto il re dei banchi italiani.

Verdicchio e terroir

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi territorialmente si colloca nel cuore della Regione Marche in un comprensorio di 23 comuni della Provincia di Ancona: principalmente quelli dei Castelli di Jesi e 2 della Provincia di Macerata con impegnati un parterre di 400 produttori intraprendenti. I castelli sorgono sulla sommità delle colline più alte e con le mura medievali e il centro storico intatti, ricchi di chiese e nobili palazzi, ci regalano atmosfere del passato che meritano una visita. Geograficamente la coltura del vitigno si colloca nel bacino del fiume Esino, tra i 20 e 40 km dal mare. Qui il dolce paesaggio delle colline passa dai 96 m di Jesi ai 630 di Cingoli. Il sole caldo, le brezze marine e il riparo fornito dalle alte montagne degli Appennini alle spalle garantiscono a questa zona un clima temperato. Le colline, pur essendo lievi, hanno pendenze anche elevate che garantiscono un ottimo drenaggio.

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P E R C H ÉÈ

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Il sapore del Verdicchio

Molto profumato il Verdicchio è un vino di grande struttura, che si apprezza per il suo equilibrio tra freschezza e morbidezza e per la sua grande sapidità. Nei cru più vocati, oltre ai profumi fruttati di mandorle e nespole e ai floreali di ginestra e biancospino, sviluppano note minerali di pietra focaia e salmastre. Questo vino è gradevolissimo giovane, e se vinificato con criteri di qualità e con basse rese può invecchiare mirabilmente, acquistando una gamma di profumi molto complessa: dal miele agli agrumi, ai fiori di campo e erbe aromatiche, ma anche legno di sandalo e incenso. Sono ben cinque le tipologie sotto il cappello Verdicchio: Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc, Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico, Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore, Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Passito, Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Spumante e la Docg, Castelli di Jesi Verdicchio Riserva. La spiccata acidità delle uve del Verdicchio ha portato a sperimentare nel corso dei secoli una spumantizzazione di ottimo successo. Anche nella versione passito il Verdicchio dei Castelli di Jesi rivela grandi ed entusiasmanti sorprese, soprattutto grazie alle sue caratteristiche non amarognole, date dalla particolare sapidità che contrasta piacevolmente con la dolcezza tipica dei vini passito.

Il Verdicchio e l’abbinamento con i cibi

La grande varietà dei vini ottenuti da queste particolari uve rende sicuramente facile l’abbinamento con le pietanze tradizionali del territorio marchigiano. Un Verdicchio Brut può essere divinamente abbinato a delle olive ascolane o al ciauscolo, il tipico salame marchigiano. Un Verdicchio fresco e giovane risulterà invece perfetto con un brodetto di pesce, altra fantastica specialità regionale. Un Verdicchio Riserva, potrebbe invece essere destinato ad un abbinamento con delle tagliatelle al tartufo di Acqualagna o di Sant’Angelo in Vado. Ottimo anche il coniglio o la porchetta. Per un Verdicchio passito, sarà ottima una fetta di pecorino stagionato.

Verdicchio 1968 - 2018, longevo per natura

Il mese scorso si sono celebrati i 50 anni della DOC Verdicchio dei Castelli di Jesi (1968 - 2018). 50 anni di storia, passione e unicità che hanno fatto del Verdicchio l’emblema di questa terra. Un vino unico, longevo, di grande struttura e di qualità eccelsa destinato a lasciare un segno indelebile nella storia della viticoltura italiana. Ritornando indietro, il 26 settembre 1968 ha sancito l’unicità di questo vino che oggi è il vino bianco fermo più premiato d’Italia. Ma che cosa prevede il disciplinare? Le uve consentite sono composte da un minimo di 85% di uve Verdicchio con una possibile aggiunta fino ad un massimo del 15% di altre bacche bianche ammesse per la Regione Marche, anche se in realtà i produttori puntano a vinificare uve di Verdicchio in tutta la loro purezza. Per celebrare questo compleanno d’oro poca festa e tanto business, specie in prospettiva export con esperti di vino, stakeholders e giornalisti da tutti il mondo. Un progetto, quello di “Collisioni” a Jesi organizzato da Ian D’Agata, che ha voluto unire il progetto Indigena, Collisioni Festival Barolo in collaborazione con l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini e che ha visto protagoniste le principali aziende del vino bianco fermo da quattro anni più premiato dalle guide italiane del settore. In primo piano, degustazioni e discussioni sul vino principe delle Marche, tanta cucina e cultura nei luoghi simbolo del paese di Federico II, a partire dal concerto inaugurale con divagazioni leopardiane al Festival Pergolesi Spontini fino alle opere di Lorenzo Lotto della Pinacoteca civica e alla mostra sul Novecento quotidiano di Betto Tesei. Interessante il focus su presente e futuro del vino bianco italiano nel mondo, al convegno “Bianco come il vino”, con esperti internazionali sugli ultimi trend di mercato registrati da analisti ed esperti in una delle aree più bianchiste del Paese. 4 degustazioni riservate agli ospiti, tra cui è spiccata la “Old but Gold” che ha celebrato così le nozze d’oro della denominazione, con 16 grandi Verdicchi che si sono distinti per longevità, sempre più arma vincente per i nostri luoghi.

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S PIRITO

UNA REGIONE, SGUARDI INFINITI Come la fotografia può raccontare un territorio

U

na regione, le Marche. Centinaia di scatti diversi per raccontarla. Questo lo scopo della fotografia quale mezzo di comunicazione ed espressione di un territorio e delle sue infinite peculiarità. Imprimere sulla pellicola degli scorci paesaggistici, degli elementi architettonici o naturalistici che rendono così unica e speciale la nostra regione è una vera e propria arte e, come tale, può essere fruita e raccontata da chiunque. Flora, fauna, giardini, balconi, biblioteche… e ancora mare, montagne, angoli nascosti, sconosciuti, scorci di natura incontaminata capaci di suscitare emozioni incomparabili, fotografie che invogliano chi le osserva a vivere sulla propria pelle tali meraviglie, consumarle con gli occhi, ascoltarne i richiami. Un paesaggio unico e infiniti modi per dipingerlo, interpretarlo, focalizzandosi su alcuni aspetti suggestivi,

MARCHEAMOR, di Maurizio Bolognini

L’amore per le Marche si riflette in questo progetto del fotografo Maurizio Bolognini. “Marcheamor” è un umile gesto di affetto verso la nostra terra, della quale vengono ripresi non solo i paesaggi naturali, ma anche quelli storici, artistici, culturali. Scenari montani, rurali-agresti, di borghi e paesi, chiese, abbazie e monasteri, anche un reportage sull’antica Via Flaminia. Con “Marcheamor” Maurizio Bolognini tenta di immortalare una testimonianza dei lavori della tradizione, degli antichi mestieri, delle terrecotte, del guado, dei carbonai. Il mare occupa poi un luogo privilegiato: sia come ambiente che come paesaggio esprime tutta la sua potenza di suggestioni e meraviglie, riuscendo sempre a incantare lo sguardo di chi osserva. Ma è l’ambiente montano, dal Monte Catria e dal Monte Nerone ai Monti della Laga che più affascina Bolognini, per la sua naturale inclinazione ed educazione di naturalista escursionista. Una gratificazione spirituale si impossessa dell’animo dell’artista che si rivolge a tali contesti con un’attenzione e una concentrazione ancora maggiori. “Marcheamor” non si ferma alle istantanee del paesaggio naturale, dei contesti paesaggistici, ma anzi esprime piena potenzialità anche nella documentazione di contesti urbani, relativi al patrimonio artistico-monumentale, alle storie, ai racconti e alle tradizioni tipiche del territorio. “Marcheamor”, un progetto d’amore nei confronti della regione dedicato alla memoria di Gigliola Mancinelli, indispensabile amica, speleologa, medico anestesista e del Soccorso Alpino e Speleologico, scomparsa in Nepal nel 2015. 64 | WHY MARCHE

su luci particolari, privilegiando la stagione autunnale piuttosto che quella estiva, invernale o primaverile o viceversa. Abbiamo raccolto le testimonianze fotografiche di alcuni artisti che amano profondamente le Marche e che tentano di coglierne ogni sfaccettatura, ognuno esaltandone un aspetto; attraverso i propri filtri, sia fotografici sia personali, con lo scopo di raccontare, valorizzare, comunicare, le Marche si presentano agli spettatori attraverso un vero e proprio tripudio di colori, forme e suggestioni, che lasciano senza fiato e senza parole. Tali artisti hanno preso parte all’iniziativa “Fotografi in chiesetta”, organizzata e curata da Maurizio Bolognini, che ha voluto rendere omaggio alla nostra regione all’interno di quello che è un vero e proprio gioiello architettonico: la chiesa di Santa Maria di Portonovo.

M. Bolognini


di Ilaria Cofanelli

M. Bolognini P. Bolognini

DAL CUORE DELLE MARCHE TRA SGUARDI NASCOSTI… LA MAGIA DI ESSERCI, di Paolo Bolognini

Le Marche, una regione unica capace di suscitare e provocare emozioni esclusive e incomparabili in ognuno dei suoi abitanti. Un amore, quello di Paolo Bolognini per la regione, che nasce in età infantile, quando spinto dalla passione per il fiume e per la pesca, trascorreva giorni indimenticabili nei luoghi in cui la natura regna sovrana. Con le sue fotografie, Bolognini è in grado di cogliere lo straordinario mix di ecosistemi in cui la bellezza delle montagne si fonde con le alchimie del mare. Scopo dell’arte del fotografo è quello di mostrare a più occhi possibili il viaggio fotografico senza frontiere che compie all’interno della regione; un percorso fatto di tante immagini in cui immortala le forme di vita animale autoctone, passando per situazioni e panorami mozzafiato, dalle montagne al mare, rivolgendosi anche al cielo notturno stellato, ove la Via Lattea è in grado di donare delle visioni più uniche che rare. Natura, usanze, lavoro artigiano: questo è ciò a cui si rivolge Bolognini, che utilizza la fotografia anche come mezzo di denuncia, contro le barbarie che purtroppo minacciano la natura e gli ecosistemi. Così l’artista tenta di trasmettere l’amore per la propria terra, cercando di colpire al cuore e alla mente di chi osserva con il suo messaggio, rivolto alla conservazione e valorizzazione dei territori e delle bellezze paesaggistiche che caratterizzano la nostra regione. P. Bolognini

P. Bolognini

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S PIRITO

A. Tessadori

CALEIDOSCOPIO MARCHIGIANO,

del Circolo Fotografico AVIS

LE MARCHE, MILLE ANGOLI DA SCOPRIRE, di Andrea Tessadori

Parchi, luoghi incantati, scalinate, giardini, balconi. Le Marche racchiudono scorci unici, mille angoli da scoprire, appunto, che si rincorrono da nord a sud, da Pesaro-Urbino ad Ascoli Piceno, passando per Ancona, Macerata e Fermo. Con la sua arte fotografica, Tessadori si sofferma non solo sugli aspetti paesaggistici e naturalistici che rappresentano la nostra regione, ma anche su tutti quegli elementi architettonici sconosciuti ai più, ma che contribuiscono a rendere speciali le Marche. Come i molini storici, o le fontane: suggestiva quella dei Delfini di Cerreto d’Esi, incorniciata dai tetti degli edifici posti sullo sfondo, sopra i quali si nota un velo lieve di nevischio. O le ferrovie abbandonate, luoghi fatiscenti in cui piano piano la natura sta riprendendo il controllo degli spazi. Le Marche racchiudono degli scrigni di veri e propri gioielli, come la biblioteca Mozzi-Borgetti di Macerata. Sono l’illuminazione soffusa, l’ordine, l’equilibrio che regnano all’interno dell’edificio a donare all’ambiente un’atmosfera speciale, unica nel suo genere, grazie alla magia dei soffitti affrescati e dei tomi disposti sugli scaffali. L’obiettivo attento di Tessadori si sofferma anche sul paesaggio naturale e il panorama che si ravvisa da Montefalcone Appennino è uno dei più suggestivi, con la cintura dei Sibillini che fa da cornice e la luce del sole che nasce tra le nuvole. 66 | WHY MARCHE

Quattro artisti, Vincenzo Baldeschi, Beatrice Bramucci, Alberto Raffaeli e Fabio Togni, si uniscono con i loro lavori per dar vita a questo colorato “Caleidoscopio marchigiano”. Un riferimento non casuale, perché gli aspetti delle Marche che sono immortalati su pellicola toccano le caratteristiche più variegate della regione: dal paesaggio, agli antichi mestieri e ai personaggi. Ed ecco che, come in un vero e proprio caleidoscopio, si riesce a catturare tutte le sfumature più atipiche della regione. Baldeschi ritrae gli antichi mestieri delle Marche: dall’artigiano che dà vita all’organetto, al vetraio che crea manufatti unici nel loro genere. La tradizione delle eccellenze antiche regionali si fa protagonista in queste immagini. L’amore per la libertà, per il volo senza limiti e confini si nota invece negli scatti di Bramucci, che spesso si reca ai piedi di luoghi come il Monte Cucco ove si radunano gli appassionati di volo libero per immortalare tale senso di spensieratezza. In chiave ironica invece è l’opera di Raffaeli che descrive la “follia” collettiva di quanti affollano le spiagge marchigiane durante le bollenti estati. Togni, infine, si è cimentato nella fotografia di ritratto, cogliendo espressioni e azioni di personaggi ripresi durante uno degli eventi di maggior richiamo dell’estate marchigiana, il “Summer Jamboree” e non solo: anche Portonovo e i cultori della zona sono protagonisti delle sue fotografie. Persone, spettacoli, tradizioni, sport, sogni… una miriade di colori, di immagini che riflettono aspetti più particolari e sicuramente emblematici della nostra terra. F. Togni


NATURA DA AMARE. QUANDO LA PASSIONE PER LA FOTOGRAFIA SI UNISCE ALL’AMORE PER LA NATURA, di Franco Paolinelli

A. Tessadori A. Raffaeli

“La bellezza salverà il mondo”, diceva Dostoevskij. Quale bellezza più pura, autentica e genuina può esistere sulla Terra, se non quella della natura? E Franco Paolinelli, con la sua arte fotografica, è alla costante ricerca di questo tipo di “antidoto” contro l’abbrutimento, la corruzione e la degradazione con cui l’opera antropica troppo spesso contamina ciò che di incantevole Madre Natura ci ha donato. L’armonia e la bellezza sono parametri imprescindibili per le ricerche fotografiche di Paolinelli, che riesce a cogliere con un solo unico scatto gli interi colori di una stagione, le peculiarità paesaggistiche e territoriali. È sufficiente soffermarsi ad ammirare le sfumature violacee del Giglio martagone, fiore spontaneo che cresce in abbondanza nei prati del Monte Nerone, luogo, insieme al Monte Catria e all’Alpe della Luna, ricco di biodiversità e paesaggi puri e genuini. L’arte del fotografo anconetano è tutta protesa a scoprire gli angoli di natura incontaminata, nel pieno rispetto della fauna o della flora in cui si imbatte. Paolinelli ama imprimere sulla pellicola la nascita di un nuovo giorno in luoghi magici come la Spiaggia della Vela, nel Parco Regionale del Monte Conero. Coglie l’essenza e l’anima di ogni stagione: quella autunnale, in particolare, è in grado di regalare scenari mozzafiato, capaci di rendere il paesaggio incantevole. Fotografare gli animali di un territorio presuppone una pazienza e un rispetto fondamentali, in attesa di cogliere il momento topico dell’azione. Anche questo è amore per la propria terra, un amore che traspare in maniera evidente nelle opere di Paolinelli. F. Paolinelli

V. Baldeschi B. Bramucci

F. Paolinelli

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S PIRITO

QUANDO IL TERRITORIO SI FA SUONO:

LA FONDAZIONE ORCHESTRA REGIONALE DELLE MARCHE

La musica sa aprire orizzonti inediti, ha la capacità di caratterizzare paesaggi fisici e luoghi dell’anima ed è in grado di permeare il territorio di reti e relazioni. L’essenza della FORM, la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche, e la sua formula vincente è racchiusa in queste tre abilità che l’hanno resa, nel corso degli anni, emblema e segno distintivo della nostra regione. Ne parliamo con il presidente in carica Carlo Maria Pesaresi. Com’è nata la FORM e come si è evoluta nel corso degli anni? La Fondazione Orchestra Regionale delle Marche è stata costituita con una legge regionale (la n. 2 del 1999). Ha raccolto le redini della Società Cooperativa Filarmonica Marchigiana, costituita da professori di orchestra che si erano così organizzati a partire dal 1985. Il nucleo originario è stato implementato nel corso degli anni attraverso audizioni, l’ultima delle quali si è svolta nel 2016. La direzione principale dell’orchestra è stata assunta da ultimo da direttori d’orchestra di grande prestigio internazionale, come Gustav Kuhn, Donato Renzetti ed Hubert Soudant, mentre la direzione artistica è attualmente affidata al M° Fabio Tiberi. La Fondazione si è nel corso degli ultimi anni consolidata sotto il profilo della preparazione artistica ed ha acquisito importanti riconoscimenti per la qualità delle sue produzioni.

Lei è divenuto presidente nello scorso giugno, succedendo alla compianta Patrizia Casagrande. Che cosa significa gestire la più importante orchestra del territorio marchigiano? Guidare un’istituzione culturale come la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche rappresenta una grande responsabilità, ma anche un’esperienza intensa e trascinante. Significa gestire un bilancio annuo di 2 milioni di euro riversato e ridistribuito in reddito ed in giornate lavorative di molto superiori per numero a tutti gli altri enti culturali regionali. Vuol dire organizzare le produzioni con decine di professori di orchestra che calcano per più di cento volte l’anno i palchi di tutte le Marche esibendosi di fronte ad un pubblico affezionato, colto ed esigente. E naturalmente

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significa rappresentare la Regione in Italia e nei contesti internazionali. Ci sono poi aspetti che restituiscono a questo compito una dimensione più intima e coinvolgente: essere circondato da grandi professionisti che contribuiscono quotidianamente a generare bellezza; cogliere l’intensità, il calore, il piacere negli occhi dei più piccoli a teatro o a scuola durante le lezioni di educazione alla musica; intercettare i sorrisi ed i cenni di assenso del pubblico all’uscita del teatro e molto, molto altro ancora. Alla fine su tutto la convinzione che istituzioni come la FORM non solo rappresentino un potente “fertilizzante” per il nostro territorio, ma siano necessarie a mantenere vive, reattive e competitive le nostre comunità. Ogni ente culturale in difficoltà infatti, piccolo o grande che sia, è un impedimento in più verso il raggiungimento di quegli standard qualitativi indispensabili che non a caso invece vengono strenuamente difesi in quelle parti d’Europa che poi ritroviamo in testa a tutte le classifiche.

Che spazio ha la musica nelle Marche e quale ruolo riveste la FORM in questo spazio? Le Marche non sono solo la terra di Rossini, di Pergolesi e di Spontini, ma anche quella di Vaccaj, di Cerquetti, di Bruscantini, di Gigli, di Corelli e di tanti giovani bravissimi musicisti oggi al lavoro nel mondo. È la patria del ROF, di Macerata Opera, del Festival Pergolesi Spontini, delle stagioni liriche e sinfoniche dei teatri di Jesi o di Ancona, Ascoli, Fano, Fermo. È la regione delle decine di festival ed eventi musicali di ogni genere e specie, molti dei quali di livello nazionale. È la terra di Pesaro città creativa UNESCO per la musica e dall’incredibile numero di istituzioni musicali. Oltre alla FORM, riconosciuta dal Ministero come


di Alessandra Lucaioli della nostra mission. In particolare, la FORM esercita da molti anni un’intensa attività didattico musicale presso le scuole marchigiane di ogni ordine e grado nella convinzione, condivisa dagli operatori scolastici, che la conoscenza della musica costituisca un elemento indispensabile per la formazione culturale ed umana degli studenti. In particolare essa svolge un’opera di sensibilizzazione alla musica sinfonico-concertistica progettando e realizzando, in collaborazione con i docenti, due principali tipologie di attività: le lezioni concerto per le scuole primarie e secondarie di 1° grado e le conferenze ascolto per le scuole secondarie di 2° grado.

Se le Marche fossero una sinfonia, quale sinfonia sarebbe?

I.C.O. - Istituzione Concertistica Orchestrale, contiamo infatti due conservatori, due Teatri di Tradizione, quattro teatri di lirica ordinaria, due festival d’opera (ROF e Pergolesi Spontini), due storiche società musicali, una importante rete del jazz, una tradizione decennale nella musica contemporanea ed infine una diffusa tradizione bandistica e popolare. Su tutt’altro fronte, altrettanto significativo, registriamo una tenuta del circuito live e delle produzioni indipendenti giovanili oltre che della ricerca sul versante elettronico. Insomma uno spazio incredibile, tutto dedicato alla musica, senza il peso e l’incombenza della presenza di un ente lirico; una sorta, per certi versi, di “ente lirico leggero e diffuso” (per dirla con Renato Pasqualetti) di cui FORM rappresenta la più importante delle istituzioni concertistiche presenti (in Italia sono solo 13 le ICO riconosciute dal Ministero).

Può la musica essere un efficace strumento di valorizzazione e promozione di un territorio? Non c’è dubbio alcuno. Lo stiamo facendo a favore delle aree colpite dal terremoto con il progetto Marche InVita, lo facciamo da sempre all’estero quando ci invitano a rappresentare la regione, lo facciamo per i migliaia di turisti che affollano le stagioni liriche e sinfoniche dei nostri teatri. La produzione culturale in genere rappresenta un efficace strumento di valorizzazione e promozione di un territorio soprattutto dalle nostre parti, vista anche la ricchezza di cui prima si parlava. Anche se c’è ancora molto lavoro da fare si sta andando nella giusta direzione e la produzione musicale da noi può rappresentare un plus rispetto ad altri territori proprio per il legame stretto che questa regione ha con la musica.

Una bellissima, dolce-energica sinfonia scritta però non da un solo autore, ma a più mani, essendo le Marche una regione a vocazione pluralistica. Sicuramente, alla sua scrittura contribuirebbero i nostri grandi compositori: Pergolesi, Spontini e Rossini. Quest’ultimo scriverebbe sicuramente un finale scoppiettante e “in crescendo”; non meno importanti sarebbero i contributi dei tanti bravi musicisti marchigiani contemporanei che la FORM, da sempre, sostiene e promuove programmando l’esecuzione di loro opere in diversi concerti sinfonici della stagione. Sarebbe dunque una sinfonia a più mani, eclettica nello stile e, diciamo, un “work in progress”, cioè non conclusa ma aperta verso il futuro.

Sound experience, che è il titolo della stagione sinfonica di quest’anno, si è oramai conclusa con un cartellone concertistico dall’elevato profilo artistico. Che cosa bolle in pentola per il 2019? Può già darci qualche anticipazione? Nel 2019 continueremo lungo il felice solco tracciato nel 2018 con “Sound Experience”: proporremo una entusiasmante esperienza di suono, a sottolineare la bellezza e l’unicità della fruizione della musica dal vivo, nell’ambito di un percorso culturale ricco e di ampio respiro che sarà esteso dal Barocco e dal Classicismo-Romanticismo al primo Novecento e alla musica contemporanea, con escursioni nell’ambito del jazz, del rock e del pop. Naturalmente, in vista del 250° anniversario della sua nascita, renderemo il doveroso omaggio a Beethoven e proseguiremo nel contempo il lavoro specifico di approfondimento su Mahler.

È ormai assodato che la musica ha un suo peso specifico nell’educazione dei bambini e dei giovani: come si riesce a intercettare il loro interesse e ad avvicinarli ad un genere come la musica sinfonica? Per i giovani facciamo moltissimo, essendo l’educazione alla musica sinfonica del pubblico giovanile una parte essenziale

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S PIRITO

Le parole buone sono come la pioggia che bagna il terreno. Un giorno accadde 24 ottobre 2005. Moriva a Detroit l’attivista afroamericana Rosa Park. Simbolo del movimento per i diritti civili, divenne famosa per avere rifiutato, nel 1955, di cedere il suo posto in autobus a un passeggero bianco, come invece imponevano le leggi del tempo. Con questo gesto aveva inizio la protesta civile e politica del boicottaggio degli autobus a Montgomery, Alabama.

Ho sognato… ...una farfalla – 8 – Eterea, impalpabile e variopinta, un tempo la farfalla rappresentava lo specchio dell’anima e dell’Io. Gli antichi vi scorgevano il simbolo della bellezza della natura e dell’immortalità. Sognare una farfalla è di buon auspico: se si trova tra i fiori annuncia prosperità e prospettive affascinanti; se vola e volteggia è messaggera di notizie di amici lontani, ma può anche annunciare l’inizio di un legame maturo.

Barbanera buongustaio Dolcetti di Fichi e Mandorle Tempo (min.): 60 Difficoltà: Facile Calorie per porzione: 490

INGREDIENTI (per 4 persone): 150 g di mandorle - 400 g di fichi secchi - 10 g di burro. Scottare le mandorle in acqua bollente, sgocciolarle e pelarle. Lasciarle asciugare nel forno caldo per qualche minuto e, una volta tostate, tritarne la metà. Privare i fichi del picciolo e passarli al tritatutto. Con le mani leggermente imburrate, formare con il passato ottenuto delle palline, infilare in ciascuna una mandorla intera e farle poi rotolare, una ad una, nel trito di mandorle preparato. Distribuire i dolcetti negli appositi pirottini di carta e servire.

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L’oroscopo di Barbanera BUONE ECOPRATICHE

d’Autunno

NUOVA VITA ALLE CALZE

Non buttate le vecchie calze, possono essere un ottimo materiale da riciclare per ricavarne presine, poggiapentole o pezze per lucidare. Vanno tagliate in strisce molto sottili e lavorate poi all’uncinetto come se si trattasse di lana grossa: in questo modo potranno assumere mille forme e saranno indicate anche per lucidare.

NIENTE SPRECHI TRA I FORNELLI

Se in cucina vi è avanzato un po’ del ripieno dello sformato, potete prepararci un’ottima pizza. Impastate con poca acqua 300 g di farina, olio extravergine di oliva e lievito in polvere del pizzaiolo. Cuocetela per 5 minuti in forno a 220 °C, poi aggiungete il ripieno, quindi finite di cuocere.

PESCANDO QUA E LÀ!

A tavola con regolarità Per star bene in autunno è importante anche mangiare con regolarità. È questa una tra le prime condizioni che gli esperti in nutrizione individuano per prevenire i disturbi provocati dalle stagioni “di passaggio”. In pratica, è necessario rispettare gli orari dei pasti, evitando di spizzicare nell’arco della giornata, e dedicare al pranzo tutto il tempo che merita. Sono regole semplici che giovano al benessere di stomaco e intestino, messi un po’ “sottosopra” dai cambiamenti climatici di questo periodo che modificano la flora batterica e aumentano le secrezioni gastriche acide.

ARIETE Un intralcio improvviso potrebbe costringervi a modificare un progetto su cui state lavorando da tempo, facendovi raggiungere risultati addirittura migliori!

BILANCIA Cercate di dedicare il giusto ascolto alle esigenze degli altri. In questo modo le relazioni miglioreranno e saprete dare risposte adeguate ai vostri interlocutori.

TORO Urano nel segno vi regala belle novità e cambiamenti promettenti, presentandoveli su un piatto d’argento! Spetta a voi sfruttarli nel miglior modo possibile..

SCORPIONE Ci saranno decisioni da prendere e contatti a cui dare seguito. E voi riuscirete a non farvi sviare da incertezze e sterili ripensamenti, andando dritti allo scopo.

GEMELLI Analizzando i vostri progetti, alla luce dei risultati che state raccogliendo, continuate per la strada che avete tracciato. Il futuro vi appare più che mai roseo.

SAGITTARIO È arrivato il momento di impegnarvi a fondo in questioni pratiche che fino ad ora avete preferito affidare agli altri. Gestirete ogni situazione al meglio.

CANCRO Sul lavoro non vi sentite apprezzati per quello che valete veramente? Non abbattetevi, la situazione è in evoluzione e presto riceverete i giusti riconoscimenti. LEONE Se qualcosa non va secondo i piani prestabiliti, non prendetevela. Cercate piuttosto di comprendere i punti deboli del vostro progetto per aggiustare il tiro.

CAPRICORNO Sul lavoro state forse attraversando una fase un po’ complessa, ma avete la fantasia e le capacità necessarie per reinventarvi, se lo riterrete necessario.

VERGINE Avrete la grinta necessaria per arrivare fino in fondo a una delicata questione professionale che da tempo vi tiene in stand-by, impedendovi di crescere

PESCI Siete avvolti da un velo di romanticismo che farà molto bene al vostro rapporto di coppia, a condizione però che riusciate a rimanere nei limiti della realtà.

ACQUARIO Valutate con accortezza le persone, prima di concedere loro fiducia, e vedrete che le questioni di ogni giorno fileranno via senza intoppi, come per magia!

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EVENTI

OTTOBRE - NOVEMBRE 2018

MOSTRA LORENZO LOTTO IL RICHIAMO DELLE MARCHE dal 19 ottobre 2018 al 10 febbraio Macerata

53° FIERA NAZIONALE DEL TARTUFO BIANCO

Acqualagna (PU) 28 ottobre, 1-2-3-4, 10-11 novembre

APPASSIMENTI APERTI

Serrapetrona (MC) 11 e 18 novembre

55° MOSTRA DEL TARTUFO BIANCO

LA FESTA DELLE STREGHE

41° SAGRA DELLA CASTAGNA

21° EDIZIONE DI DIAMANTI A TAVOLA

Sant’Angelo in Vado (PU) 13-14, 19-20-21, 27-28 ottobre, 3-4 novembre

Montemonaco (AP) 28 ottobre

FESTA DELLA CICERCHIA

Serra de’ Conti (AN) 23-25 novembre

Corinaldo (AN) 27-31 ottobre

Amandola (AP) 2-11 novembre

#ROSSINI150

sino al 2019 www.gioachinorossini.it


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Why Marche n.42  

Foglie d'Autunno

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