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Costruire città che pensano come pianeti Marina Alberti*

pubblicato in : http://www.thenatureofcities.com/author/marinaalberti/ il 2/10/2013 traduzione: Giuseppe Longhi

Le città devono affrontare un’importante sfida: devono ripensarsi nel contesto del cambiamento del pianeta. Che ruolo svolgono le città nell’evoluzione della Terra? Dal punto di vista planetario, la nascita e la rapida espansione delle città attraverso il globo può rappresentare un ulteriore punto di svolta nella vita del nostro pianeta. L’atmosfera terrestre, dalla quale tutti noi dipendiamo, è emersa dal processo metabolico di un gran numero di alghe unicellulari e batteri che vivevano nei mari 2,3 miliardi di anni fa. Questi organismi hanno trasformato l’ambiente in

un luogo dove la vita umana ha potuto svilupparsi. Adam Frank, un astrofisico presso l’Università di Rochesters, ci ricorda che l’evoluzione della vita ha implicato grandi importanti cambiamenti del pianeta (NPR 13,7: Cosmos & Cultura, 2012). Ora, gli esseri umani possono cambiare il corso dell’evoluzione terrestre? Il modo in cui costruiamo le città può determinare la probabilità di superare soglie in grado di scatenare un cambiamento improvviso e non lineare, a scala planetaria (Rockström et al 2009)?

Venezia, gennaio 2014


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Per gran parte della sua storia, la Terra è stata relativamente stabile e dominata principalmente da feedback negativi che le hanno impedito di entrare in stati estremi (Lenton e Williams 2013). La terra ha sperimentato raramente punti critici a scala planetaria o cambiamenti di sistema. Ma il recente aumento di feedback positivi (es. i cambiamenti climatici), e l’emergere di innovazioni evolutive (cioè nuovi metabolismi), potrebbero innescare trasformazioni alla scala della Grande Ossidazione (Lenton e Williams 2013). Stiamo guidando gli ecosistemi della Terra ad un collasso non intenzionale? O vogliamo consapevolmente dirigere la Terra verso una nuova era resiliente? Nel mio prossimo libro “Le città come ecosistemi ibridi” propongo un paradigma co-evolutivo per la costruzione di città che “pensano come pianeti” - una visione che si concentra su dinamiche imprevedibili, l’apprendimento sperimentale e l’innovazione negli ecosistemi urbani. Nel libro ho elaborato concetti e principi di progettazione e di pianificazione che emergono da questi principi: auto-organizzazione, eterogeneità, modularità, feedback, trasformazione. Come può il pensiero a scala planetaria aiutarci a capire il ruolo degli esseri umani nell’evoluzione della Terra e guidarci nella costruzione di un habitat umano di “lungo momento”? La scala planetaria Gli esseri umani prendono decisioni simultaneamente a scala multipla di tempo e spazio, in relazione della scala percepita di un problema e la scala d’influenza sulla loro decisione. Tuttavia è improbabile che questa scala si estenda oltre una generazione o comprenda l’intero globo. L’esperienza umana di spazio e tempo ha profonde implicazioni per la nostra comprensione dei fenomeni del mondo e per la presa di decisioni a lungo e a breve termine. Nel suo libro “Che ora è in questo luogo”, Kevin Lynch (1972) ci ha eloquentemente detto che il tempo è incorporato nel mondo fisico in cui viviamo e costruiamo. Le città riflettono la nostra esperienza di tempo, e il nostro

modo di vivere il tempo influenza il nostro modo di vedere e modificare l’ambiente. Così la nostra esperienza di tempo gioca un ruolo cruciale nel modo di gestire il cambiamento ambientale. Se dobbiamo pensare come un pianeta, la sfida sarà quella di affrontare le scale e gli eventi lontani dall’esperienza umana di tutti i giorni. La Terra ha 4,6 miliardi d’anni. Questo è un numero importante per concettualizzare e tenere in conto nelle nostre decisioni individuali e collettive . Pensare come un pianeta implica l’espansione del tempo e delle scale spaziali di progettazione e pianificazione della città, non semplicemente dal locale al globale e da un paio di decenni a qualche secolo. Dovremo comprendere le scale dei processi geologici e biologici su cui il nostro pianeta opera. Pensare a scala planetaria implica espandere l’idea del cambiamento. Lynch (1972) ci ricorda che “i temi della pianificazione sono tutti riconducibili alla gestione del cambiamento”. Ma cos’è il cambiamento? L’esperienza umana di cambiamento è spesso limitata a fluttuazioni all’interno di un campo relativamente stabile. Tuttavia in passato il Pianeta Terra ha mostrato rari ma bruschi cambiamenti e trasformazioni di regime. L’esperienza umana di bruschi cambiamenti è limitata a marcati cambiamenti nella dinamica dei sistemi regionali, come alterazioni nei regimi del fuoco, o le estinzioni delle specie. Eppure, a partire dalla Rivoluzione Industriale, gli esseri umani stanno spingendo il pianeta al di fuori di un campo di stabilità. Sarebbero le attività umane a condurre a tale evento globale? Possiamo rispondere che non capiamo abbastanza la dinamica temporale e spaziale di tale fenomeno, ma l’evidenza suggerisce che se continuiamo a distruggere gli ecosistemi e il clima ci troviamo ad affrontare il rischio crescente di oltrepassare quelle soglie che mantengono la terra in un campo relativamente stabile. Fino a poco tempo fa i nostri comportamenti individuali e le istituzioni collettive sono stati plasmati principalmente sui cambiamenti che possiamo immaginare abbastanza facilmente a scala temporale umana.


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I nostri comportamenti non sono sintonizzati con i cambiamenti lenti e impercettibili, ma sistematici, che possono condurre a drammatici cambiamenti nei sistemi della Terra. I cambiamenti planetari possono essere rapidi: la glaciazione del Dryas recente (repentino cambiamento climatico con conseguente grave freddo e siccità), avvenuta in pochi decenni, circa 11.500 anni fa. Oppure può svolgersi lentamente: l’Himalaya ha impiegato un milione d’anni per formarsi. I cambiamenti possono manifestarsi come risultati di eventi estremi come le eruzioni vulcaniche, o processi relativamente lenti, come il movimento delle placche tettoniche. Anche se ancora non comprendiamo completamente la sottile relazione tra la stabilità locale e globale nei sistemi complessi, diversi scienziati ipotizzano che la crescente complessità e interdipendenza delle reti socio-economiche è in grado di produrre “cascate critiche” e “dinamiche domino” nel sistema Terra, che portano a cambiamenti di regime imprevisti (Helbing 2013, Hughes et al 2013). Sfide e opportunità planetarie Una prospettiva planetaria, per immaginare e costruire città in cui vorremmo vivere - vivibili, resilienti, emozionanti - si compone di molte sfide ed opportunità. Per cominciare, è necessario espandere la gamma degli archetipi. Gli archetipi attuali riflettono semplificazioni deformate e spesso estreme di come l’universo funziona, che vanno dal determinismo biologico all’ottimismo tecno-scientifico. Nella migliore delle ipotesi rappresentano un’analisi precisa, ma incompleta, di come funziona il mondo. Come conciliare i messaggi contenuti nelle visioni catastrofiche con quelle ottimistiche sul futuro della Terra? Ancora, come possiamo assumere spiegazioni e argomentazioni divergenti come plausibilmente vere? Possiamo immaginare un luogo in cui gli esseri umani si sono co-evoluti con i sistemi naturali? Cosa ti sembra il mondo? Come possiamo creare quel luogo a fronte di una conoscenza limitata e incerta, escludendo tutti questi futuri possibili come opzioni plausibili?

Gli archetipi futuri Il concetto di “confini planetari “ offre un quadro perché l’umanità operi in sicurezza su scala planetaria. Rockström et al ( 2009) hanno sviluppato il concetto di confini planetari per renderci consapevoli dei livelli di cambiamento antropogenico che possono essere sostenuti in modo da evitare potenziali cambiamenti nei regime planetari che potrebbero influenzare drammaticamente il benessere umano. Il concetto non implica, e neppure esclude, punti critici su scala planetaria associabili alle forze guida umane. Circa i punti critici a scala planetaria, Hughes et al (2013 ) danno un contributo per confutare l’idea sbagliata che confonde il tasso di cambiamento di un sistema con la presenza o l’assenza di un punto di non ritorno. Per evitare le potenziali conseguenze di cambiamenti imprevedibili di regime a scala planetaria dovremo spostare la nostra attenzione verso le forze guida ed i feedback, piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulle risposte del sistema. Rispetto ai confini planetari Rockström et al (2009 ) individuano nove aree di criticità: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, immissione d’azoto e fosforo nel suolo e nelle acque, riduzione dell’ozono stratosferico, acidificazione degli oceani, consumo globale d’acqua dolce, cambiamenti d’uso del terreno utilizzato per l’agricoltura, inquinamento atmosferico ed inquinamento chimico. Una diversa enfasi è proposta da quegli scienziati che hanno avanzato il concetto di opportunità planetarie : una ricerca di soluzioni per fornire realistici percorsi, specifici per ogni contesto, per un futuro sostenibile (DeFries et al 2012). L’idea è di spostare la nostra attenzione a come l’ingegno umano può espandere la capacità di migliorare il benessere umano (cioè la sicurezza alimentare, la salute umana), riducendo al minimo ed invertendo l’impatto ambientale. Il concetto si fonda sulla capacità umana d’innovazione e di sviluppo di tecnologie alternative, per realizzare infrastrutture “verdi”, e riconfigurare i quadri istituzionali. Le potenziali opportunità di esplorare ricerche ‘solution oriented’ e strategie politiche sono amplificate in un pianeta urbanizzato, dove

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tali soluzioni possono essere replicate e possono trasformare il nostro modo di costruire e abitare la Terra. Immaginando un pianeta urbano resiliente Queste diverse immagini del futuro sono plausibili ed utili, ma parlano per il presente più che per il futuro. Esse rappresentano un prolungamento delle attuali tendenze, come se il futuro fosse la prosecuzione del nostro attuale modo di fare domande, di comprendere e risolvere problemi. Certo, queste prospettive tengono conto dell’incertezza, ma è definita in intervalli di confidenza intorno a questa traiettoria. Entrambe le storie sono radicate nelle inevitabili dicotomie fra esseri umani e natura, e fra tecnologia ed ecologia. Questi punti di vista sono nel migliore dei casi un rendiconto incompleto di ciò che è possibile: essi riflettono una limitata capacità di immaginare il futuro al di là di tali archetipi. Perché possiamo immaginare tecnologie intelligenti e non comportamenti intelligenti, istituzioni intelligenti e società intelligenti? Perché pensare solo alla tecnologia e non ad esseri umani e società che co-evolvono con la Terra? Comprendere la co-evoluzione dei sistemi umani e naturali è la chiave per costruire una società flessibile e trasformare il nostro habitat. Una delle grandi questioni della biologia oggi è se la selezione naturale è il solo processo in grado di guidare l’evoluzione e quali altre forze potrebbero essere. Per capire come l’evoluzione costruisce i meccanismi della vita, biologi molecolari sostengono che abbiamo anche bisogno di capire l’auto-organizzazione dei geni che regolano l’evoluzione dei processi cellulari e che influenzano il cambiamento evolutivo (Johnson, Kwan Lam 2010). Per funzionare, la vita sulla Terra dipende dalla stretta collaborazione di più elementi. I biologi sono curiosi di conoscere le proprietà delle reti complesse che forniscono le risorse, processano i rifiuti, e regolano il funzionamento del sistema alle varie scale d’organizzazione biologica. West et al. (2005) ipotizzano che la selezione naturale ha risolto questo problema evolvendosi gerarchicamente come

una ramificazione frattale. Altre caratteristiche dei sistemi evolvibili sono la flessibilità (cioè la plasticità fenotipica), e la novità. Questa capacità d’innovazione è una condizione essenziale per il funzionamento di qualsiasi sistema. Gunderson e Holling ( 2002) hanno notato che se i sistemi non hanno capacità d’innovazione e di novità, possono diventare sovraconnessi e dinamicamente bloccati, incapaci di adattarsi. Per essere resilienti ed evolvere, devono creare nuove strutture e subire cambiamenti dinamici. Differenziazione, modularità, e interazioni incrociate delle strutture organizzative sono state descritte come caratteristiche chiave dei sistemi che sono in grado contemporaneamente di adattarsi e innovare (Allen e Holling 2010). Capire la coevoluzione dei sistemi umani-naturali richiederà progresso nell’evoluzione delle teorie sociali che spiegano come si sono evolute le società complesse e la cooperazione. Che ruolo gioca l’ingegno umano? In “Città come ecosistemi ibridi” ipotizzo che l’accoppiata sistemi umani-naturali non è governata solo dalla selezione naturale o solo dall’ingegno umano, ma da processi e meccanismi ibridi. È la loro natura ibrida che li rende instabili e, al tempo stesso capaci d’innovare. Questa novità dei sistemi ibridi è la chiave per riorganizzare e rinnovare. L’urbanizzazione modifica la variabilità spaziale e temporale delle risorse, crea nuovi disordini e genera nuove interazioni competitive tra le specie. Ciò è particolarmente importante perché la distribuzione delle funzioni ecologiche all’interno e tra scale è fondamentale per la rigenerazione ed il rinnovo del sistema (Peterson et al. 1998). La città che pensa come un pianeta: a cosa assomiglia? A questo punto mi sono permessa di porre questa domanda, ma non mi permetto di dare una risposta. Infatti, nessun individuo può farlo. La risposta risiede nell’immaginario collettivo e nell’evoluzione dei comportamenti delle persone di diverse culture che abitano in diversi luoghi nel pianeta. L’umanità ha la capacità di pensare a lungo termine. Infatti, nel corso


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della storia, le persone di fronte alla prospettiva della deforestazione, o di altri cambiamenti ambientali, si sono impegnate con successo nel pensare a lungo termine, come Jared Diamond (2005) che ci ricorda: considerate Tokugawa shogun, gli imperatori Inca, i montanari della Nuova Guinea, o i proprietari terrieri tedeschi del 16 ° secolo. O, più recentemente, i cinesi. Molti paesi in Europa, e negli Stati Uniti, hanno ridotto drasticamente l’inquinamento atmosferico e nel frattempo aumentato il loro uso d’energia e la combustione di combustibili fossili. Gli esseri umani hanno la capacità intellettuale e morale per fare ancora di più quando sono coinvolti in problemi impegnativi e impegnati nella loro soluzione. Una città che pensa come un pianeta non è costruita su soluzioni progettuali già definite o su strategie di pianificazione. Né si può pensare che la soluzione migliore può funzionare altrettanto bene in tutto il mondo, indipendentemente dal luogo e dal tempo. Invece, una città sarà costruita sui principi di espandere il gruppo di progettazione e di sviluppare azioni collaborative per includere i processi e le scale planetarie, per includere l’umanità nell’evoluzione della Terra. Una tale visione riconosce la storia del pianeta in ogni elemento o blocco di edifici dell’impianto urbano: dall’edificio al marciapiede, dal cortile al parco, dalla strada residenziale all’autostrada. Si tratta di una visione che è curiosa di capire chi siamo e di trarre vantaggio dai nuovi modelli, processi e feedback che emergono dalle interazioni fra uomo e natura. Si tratta di una città fondata nel qui e ora e, contemporaneamente, sulle diverse scale temporali e spaziali dei processi umani e naturali che governano la Terra. Una città che pensa come un pianeta è allo stesso tempo resiliente e in grado di cambiare. Come può una tale prospettiva guidare le decisioni in pratica? Urbanisti e decision maker, quando prendono decisioni strategiche e propongono investimenti in infrastrutture pubbliche, devono essere consapevoli se determinate generiche proprietà o qualità dell’architettura di una città e della sua governance sono in grado di prevedere la capacità di adattarsi e

trasformarsi. Può un tale cambiamento di prospettiva costituire un nuovo obiettivo, un nuovo modo di interpretare l’evoluzione degli insediamenti umani e sostenere l’uomo nell’adattarsi con successo al cambiamento? Evidenze emerse dallo studio dei sistemi complessi mostrano le proprietà fondamentali che espandono la loro capacità d’adattamento, consentendo loro di cambiare: auto-organizzazione, eterogeneità, modularità, ridondanza, e interazioni trasversali. La prospettiva co-evolutiva sposta il focus della pianificazione verso le interazioni uomo-natura, i meccanismi di feedback adattativi e le impostazioni istituzionali flessibili. Invece di predefinire ‘soluzioni’, che le comunità devono implementare, tale prospettiva si concentra sulla comprensione delle ‘regole del gioco’, per facilitare l’auto-organizzazione e strategie di gestione attente all’equilibrio fra top-down e bottomup Helbing (2013). Pianificazione sarà quindi contare su principi che espandono l’eterogeneità di forme e funzioni nelle strutture urbane e le infrastrutture che supportano la città. Essi si basano sulla modularità (selettiva al contrario della connettività generalizzata) per creare sistemi decentralizzati interdipendenti con un certo livello d’autonomia d’evoluzione. In numerose città del mondo sono a disposizione importanti esempi che permettono di verificare tali ipotesi. La percezione umana del tempo e le esperienze di cambiamento sono chiavi che emergono nel passaggio ad una nuova prospettiva per costruire città. Dobbiamo sviluppare esperimenti per esplorare ciò che funziona, ciò che sposta la scala temporale dei comportamenti individuali e collettivi. Diverse città del Nord Europa hanno adottato strategie di successo per ridurre i gas ad effetto serra, combinandole con approcci innovativi che permetteranno l’adattamento alle inevitabili conseguenze dei cambiamenti climatici. Un esempio è il Piano per il Clima Copenhagen 2025. Si delinea un percorso per la città al fine di diventare la prima città ad emissioni zero entro il 2025, attraverso un’efficiente mobilità a zero emissioni di carbonio e nuovi criteri di edificazione. La città prevede la

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costruzione di una metropolitana che permetterà all’85 per cento dei suoi abitanti di disporre di una stazione della metropolitana nel raggio di 650 metri. Quasi tre quarti delle riduzioni d’emissioni avverrà attraverso modalità meno carbon-intensive di produzione di calore e d’energia elettrica, grazie ad un’offerta diversificata d’energia pulita: biomasse, eolica, geotermica e solare. Copenhagen è anche una delle prime città ad adottare un piano di adattamento ai cambiamenti climatici per ridurre la sua vulnerabilità agli eventi meteorologici estremi e l’aumento dei mari attesi nei prossimi 100 anni. Nei Paesi Bassi, strategie alternative sono allo studio per permettere alle persone di vivere con le inevitabili inondazioni. Queste strategie prevedono l’edificazione sull’acqua per sviluppare comunità galleggianti e la realizzazione d’opere d’ingegneria adattive che sfruttano processi naturali per la protezione delle spiagge. Il progetto sperimentale ‘Motor Sand’ utilizza una combinazione di vento, onde, maree, e sabbia per ricostituire le coste erose. Il Rijkswaterstaat olandese e l’autorità provinciale dell’Olanda del Sud hanno collocato una grande quantità di sabbia in una penisola artificiale ricavata dal mare di 1 km di lunghezza e 2 km di larghezza, consentendo, nel tempo, all’onda e alle correnti di ridistribuirla e costruire dune di sabbia e spiagge per proteggere la costa. New York, con il suo piano per costruire una città resiliente mediante la combinazione di strategie d’adattamento e di trasformazione, è un esempio di pianificazione a lungo termine. Il sindaco Michael Bloomberg ha programmato un investimento di 19,5 miliardi dollari all’interno di un piano per difendere la città contro l’aumento dei mari. In molte città in rapida crescita del Sud del mondo sta emergendo una leadership simile. Ad esempio, Johannesburg, che ha adottato uno dei primi piani d’adattamento ai cambiamenti climatici, come Durban e Città del Capo, in Sud Africa e Quito, in Equador, Ho Chi Minh Ville in Vietnam, la quale, grazie ad una partnership con il Comune di Rotterdam per lo sviluppo di una strategia di resilienza.

Pensare come un pianeta ed esplorare ciò che è possibile, richiede di riformulare le nostre domande. Invece di chiedere ciò che è bene per il pianeta, dobbiamo chiederci che cosa è bene per un pianeta abitato da persone. Che cosa è un buon habitat umano sulla Terra? Invece di cercare soluzioni ottimali, dobbiamo identificare i principi che informeranno le diverse comunità in tutto il mondo. Le scelte migliori possono essere temporanee, dato che non comprendiamo appieno i meccanismi della vita, né possiamo prevedere le conseguenze delle azioni umane. Esse possono benissimo variare con luogo e dipendere dalle loro storie. Ma le azioni umani devono interagire con le scelte possibili per la vita sulla terra. Pensare per scenari Pensare per scenari consente un approccio sistematico e creativo per pensare al futuro, permettendo agli scienziati e professionisti di espandere le consolidate mentalità delle scienze ecologiche e dei processi decisionali. Questo approccio fa fronte alla limitata prevedibilità dei cambiamenti su scala planetaria e sostiene il processo decisionale in condizioni d’incertezza. Gli scenari contribuiscono a portare il futuro nelle decisioni presenti (Schwartz 1996). Essi ampliano le prospettive, inducono nuove domande e abituano alla possibilità di sorprese. Gli scenari hanno diverse importanti caratteristiche. Ci aspettiamo che possano spostare l’attenzione della gente verso la resilienza, ridefinire ambiti decisionali, espandere i confini di modelli predittivi, evidenziare i rischi e le opportunità di condizioni alternative future, monitorare in anticipo i segnali d’allarme, e individuare forti strategie ( Alberti et al 2013). Un obiettivo fondamentale della pianificazione per scenari è quello di esplorare le interazioni tra traiettorie incerte che altrimenti sarebbero trascurate. Gli scenari evidenziano i rischi e le opportunità delle condizioni plausibili future. L’ipotesi è che se i pianificatori e i decisori considerano più scenari divergenti, sono in grado di sviluppare un processo più creativo per immaginare soluzioni che sarebbero


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altrimenti invisibili. Gli scenari sono narrazioni di futuri plausibili, non sono previsioni. Ma sono estremamente potenti quando sono combinati con la modellazione predittiva. Aiutano ad espandere i confini e forniscono un approccio sistematico che possiamo usare per affrontare incertezze intrattabili e valutare azioni strategiche alternative. Gli scenari possono aiutarci a modificare il modello d’ipotesi e valutare la sensibilità dei risultati del modello. La costruzione di scenari può aiutare ad evidenziare lacune nella conoscenza e identificare le informazioni utili per valutare traiettorie future.

impatti irreversibili in modo da poter massimizzare il benessere sia degli esseri umani che del nostro ambiente.

Gli scenari possono anche accendere riflettori su sintomi d’allarme, consentendo ai decisori di anticipare inaspettati cambiamenti di regime e di agire in modo tempestivo ed efficace. Possono supportare il processo decisionale in condizioni d’incertezza, fornendo un metodo sistematico per valutare la solidità delle strategie alternative nell’ambito di una serie di plausibili condizioni future. Anche se non conosciamo i probabili impatti di un futuro incerto, gli scenari ci forniscono la base per valutare sensibilità critiche, e identificare sia le soglie potenziali e gli

Una nuova etica per un pianeta ibrido Più di mezzo secolo fa, Aldo Leopold (1949) ha introdotto il concetto di “pensare come una montagna”: voleva espandere la scala spaziale e temporale della salvaguardia del territorio, incorporando le dinamiche della montagna. La definizione di un’etica della terra è stato un primo passo nel riconoscere che siamo tutti parte di una più grande comunità che comprende il suolo, le acque, le piante e gli animali, e tutti i componenti ed i processi che governano la terra, prede e predatori inclusi. Ora, seguendo le stesse linee, Paul Hirsch e Bryan Norton (2012) in “Adattamento etico al cambiamento climatico: virtù umane del futuro”, MIT Press, articola una nuova etica ambientale, suggerendoci di “pensare come un pianeta”. Lavorando sull’idea di Hirsch e Norton, abbiamo bisogno di espandere lo spazio dimensionale dei nostri modelli mentali di progettazione urbana e di pianificazione alla scala planetaria.

* Marina Alberti è insegnante di Pianificazione urbana e ambientale al dipartimento di Progettazione urbana e Pianificazione all’Università del Washington’s College of Built Environments. Dirige il Laboratorio di Ricerca sull’Ecologia urbana (http://www.urbaneco.washington. edu) e il Programma Ph. D della Uiversity of Washington in Progettazione urbana e Pianificazione (http://depts. washington.edu/urbdpphd/). La sua ricerca si focalizza sull’accoppiamento di sistemi naturali e umani e sulla resilienza urbana. Ha diretto come ricercatore principale molti progetti di ricerca interdisciplinare, di cui il più recente riguardo

le proprietà emergenti dei sistemi umani e naturali accoppiati in due regioni metropolitane: Seattle, WA e Phoenix, AZ. Il lavoro di Marina Alberti si fonda sulla teoria dei sistemi complessi, sulla modellazione di sistema e sulla pianificazione di scenari. Marina Alberti è stata autore e coautore di sette libri e più di 50 pubblicazioni peer-reviewed. Il suo libro più recente “Advances in Urban Ecology” (Springer 2008) sintetizza lo stato della conoscenza sulle interazioni complesse tra la funzione urbana ed ecologica e articola le sfide e le opportunità per gli studenti degli ecosistemi urbani.

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