"Il Medioevo sul naso..." Laboratorio di Ricerca Storica - UTEModena

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Laboratorio UTE di Ricerca Storica a cura di Franca Baldelli con la collaborazione di Luciano Morselli testi a cura di Romano Bertacchini Armando Borelli Giampietro Cattarello Brunella Verzoni Roberto Vezzelli

realizzazione Elena Barbieri

Si ringrazia quanti hanno collaborato all’iniziativa in particolare Archivio di Stato di Modena

Università per la Terza Età APS


Il Laboratorio di Ricerca Storica si basa su uno studio attento dei documenti gentilmente forniti dall’ Archivio di Stato di Modena, sulla lettura di pubblicazioni sull’argomento scelto e sulla indagine in internet. Il Medioevo, come sostenuto da Le Goff, è ancora visibile nel nostro presente. Il curatore


L’UNIVERSITÀ PER LA TERZA ETÀ DI MODENA Associazione di Promozione Sociale

L’Università per la Terza Età di Modena è nata ufficialmente il 16 maggio 1988, a cura di un gruppo di Soci Fondatori, firmatari dell’Atto di Fondazione ed estensori del primo Statuto Sociale. Primo Presidente fu il dott. Luciano Maccaferri, primo Rettore il prof. Gian Paolo Vecchi. Le finalità generali dell’UTE sono rimaste le stesse delle origini, anche se l’evoluzione sociale e legislativa ha imposto nel frattempo alcuni necessari adeguamenti normativi. Attualmente la denominazione esatta è Università per la Terza Età - APS. L’UTE-APS risulta iscritta nell’Albo Comunale e in quello Regionale delle Associazioni di Promozione Sociale, così come previsto dalla Legge Quadro 106/2016, che disciplina il cosiddetto Terzo Settore. Nella sua non più breve storia l’UTE ha avuto l’adesione di oltre undicimila Soci. Nei suoi XXXIV Anni Accademici ha gestito numerosi insegnamenti, sotto forma di Corsi e Laboratori. Ha promosso un’intensa attività di viaggi e visite di istruzione. Ha organizzato eventi aperti al pubblico in spazi esterni, fra cui convegni, rassegne, esposizioni, spettacoli, concerti. Ha favorito al proprio interno la nascita di Gruppi Autonomi nei campi del Teatro, del Canto, della Musica. Ha sostenuto la nascita del Premio Teatrale “Riccoboni”, creato dall’omonimo Gruppo diretto da Valentino Borgatti. L’UTE ha collaborato con diverse Istituzioni cittadine, in particolare con i Comuni di Modena e di Castelfranco Emilia; con Emilia-Romagna Teatro; con UNIMORE – Università degli Studi di Modena e Reggio; con la Società del Sandrone; con altre Università per adulti esistenti nel territorio regionale; con l’Archivio Storico del Comune di Modena. Un particolare ringraziamento va alla BPER, che resta il principale sostenitore economico. L’UTE ha chiuso l’Anno Sociale 2018/19 con circa duemila tesserati attivi. La tessera sociale copre i rischi per infortuni alle persone e per danni alle sedi. L’ufficio di Via del Carmine,15 resta a disposizione del pubblico per tutto l’anno. Le sedi didattiche sono aperte nei periodi di attività scolastica.


PALAZZO DUCALE, ORA REALE. Stampa antica pubblicata nel 1891 nell'opera "L'Italia geografica illustrata", di Palmiro Premoli, pubblicato a Milano dall'editore Sonzogno. Bella stampa antica con veduta del Palazzo Reale di Modena.


1598: modena capitale

Armando Borelli


Introduzione

Questa ricerca vuole mettere in luce come l’arrivo a Modena dei duchi Estensi e della corte sia stato percepito e vissuto dal popolo minuto nella sua quotidianità, quanto abbia inciso e quali ripercussioni abbia avuto sulla popolazione.

In porpora, i territori della Casa d'Este prima della convenzione di Faenza del 1598


Cronaca dell'ingresso di Clemente VIII e del suo seguito a Ferrara in un'incisione dell'epoca


Il momento politico

Ferrara, 27 ottobre 1597: il Duca Alfonso II d’Este muore senza lasciare eredi, determinando la fine del dominio Estense sulla città. Immediatamente Papa Clemente VIII, che non riconosce Cesare come successore di Alfonso II, si adopera per scacciare gli Este, infatti, da qualche tempo auspica di riportare al dominio diretto della Chiesa di Roma non soltanto Ferrara, Comacchio e i rispettivi territori ma tutta la Romagna, Lugo, Cotignola, Conselice Bagnacavallo, Massa Lombarda, S. Agata, territori ricchi grazie alle saline. Oltre a mettere in campo il suo numeroso esercito, il Papa usa altri metodi non proprio convenzionali. Innanzitutto, si fa stilare un rapporto per dimostrare i diritti vantati dalla Chiesa1, poi con una bolla del 17 dicembre 1597 scomunica Cesare D’Este: in data 2 gennaio 1598 pubblica un documento con le orazioni contro il Duca da recitare pubblicamente nell’intera Diocesi di Bologna 2. Cesare prova a reagire3 ma deve rassegnarsi alla legge del più forte; il 9 gennaio 1598 promette al Cardinale Aldobrandini di rispettare gli accordi che verranno presi4 (pur con qualche titubanza, poiché esiste un altro documento, sempre datato 9 gennaio, in cui il Duca sconfessa qualsiasi intesa, passata o futura, definita col Papa). Quattro giorni dopo (il 13 gennaio) a Faenza viene però firmata la “Concordia faentina5” che sancisce la pace tra Cesare e il Papa Clemente VIII. A questo punto, il 30 gennaio 1598, gli Este, espulsi da Ferrara si trasferiscono a Modena elevandola al rango di capitale del ducato e danno inizio a un importante periodo di transizione. Certamente per il nuovo Duca Cesare d’Este non era stato semplice spostarsi: è facilmente immaginabile con quale stato d'animo egli abbandoni la città resa bella e gloriosa dai suoi avi per oltre tre secoli (spesso definita dai critici d'arte "la prima città moderna d'Europa"). Cesare è deluso dalla devoluzione di buona parte del Ducato ma non più di tanto perché, come marchese di Montecchio, quasi certamente non immaginava di diventare Duca, anche se solo di Modena e Reggio. Sebbene molto dispiaciuto e con molta nostalgia, Cesare afferma «che bisogna conformarsi col voler divino» e costruire uno Stato “nuovo” cominciando da zero per recuperare visibilità. Dal punto di vista politico Cesare si muove molto bene: cerca di mantenere i territori rima-stigli facendosi confermare dall’imperatore (anche per evitare ulteriori contraccolpi) anzi cerca di ingrandire il ducato (soprattutto verso la Garfagnana anche perché quei sudditi sono da sempre particolarmente devoti alla casa d’Este6). La privazione della sfarzosa Ferrara è un duro colpo per lo Stato Estense, non solo 1 documento non datato (è indicato Sec. XVI fine) archiviato sotto la voce “si dimostra non aver il Duca Cesare D’Este alcuna ragione per opporsi alla devoluzione di Ferrara alla Chiesa, per essere finita la linea di Casa d’Este. Ragioni esposte da Giovan Battista Rotellia di Reggio” 2 grida del 2 gennaio 1598, ALFONSO, ARCIVESCOVO DI BOLOGNA 3 due documenti entrambi non datati (è indicato solamente a matita “fine sec. XVI”): “scrittura di Gismondo Florio presentata al Duca Cesare D’Este per indurlo al ricupero della Città di Ferrara” e “Ristretto delle ragioni del Duca Cesare sopra lo Stato di Ferrara” 4 minuta della promessa fatta dal Duca Cesare d’Este al Cardinal Aldobrandini datata 9 gennaio 1598 5 capitolazioni tra il Papa Clemente VIII ed il Duca Cerare d’Este che sanciscono la pace tra Cesare e il Papa e l’accomodamento delle cose di Ferrara e suo Ducato 6 segue art. Roberto Vezzelli


per la riduzione territoriale e demografica, ma soprattutto perché rischia di perdere la sua centralità nella vita politica italiana. I problemi a Modena all'inizio sono numerosi: innanzitutto il disordine amministrativo e l’inefficienza militare, infatti, quando Cesare diviene duca è privo di qualsiasi esperienza politica e quindi non in grado di reggere con mano salda le redini del potere; in pratica governano il suo primo ministro, il pur validissimo Giovan Battista Laderchi detto "l'Imola7" , e i suoi funzionari, spesso incapaci e disonesti8, permettendo così alla feudalità di riprendere smodato vigore, accompagnando pretese a ogni sorta di soprusi. Così nelle campagne la popolazione è spesso succube della prepotenza dei feudatari che il potere centrale non sempre riesce a contenere. Un’altra causa di turbamento nella vita della corte e del nuovo Stato è la rivalità fra i nobili ferraresi che hanno seguito il duca e quelli modenesi che si sentono messi in secondo piano9. Tutto questo porterà a un impoverimento dell’economia del ducato, pertanto, il Duca deve sistemare la città anche a livello economico; in linea di massima Modena ha due livelli di economia: • popolo che vive bene se non succedono sconvolgimenti climatici • facoltosi che diventano sempre più ricchi Sebbene l’arrivo della corte abbia destabilizzato la città, per Modena essere scelta come capitale è una fortuna: il suo prestigio aumenta notevolmente perché passa dall’essere una città come tante diventa il punto di riferimento del ducato. Gli Estensi portano a Modena il centro del governo, i loro tesori, la cultura (un ricca biblioteca, la preziosa Bibbia di Borso d'Este, il medagliere e la splendida pinacoteca ...), inoltre la città vede aumentare la presenza di personaggi importanti e per l’occasione si organizzano feste pubbliche per dare lustro al Ducato per dare l’idea che si tratta di uno stato bello e forte10.

Immagine tratta dalla Bibbia di Borso d'Este 7 molto abile, nonostante pare che, assieme ai suoi consiglieri, anche lui abbia tradito Cesare fin dal periodo Ferrarese informando la corte romana delle intenzioni e dei movimenti del Duca (Enciclopedia Treccani alla voce “Cesare d’Este duca di Modena e Reggio” di Tiziano Ascari - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 24 (1980) – INTERNET -) 8 Enciclopedia Treccani alla voce “Cesare d’Este duce di Modena e Reggio” di Tiziano Ascari - Dizionario Biografico degli Italiani Volume 24 (1980) – INTERNET 9 "CRONACA DI MODENA anni 1588 1602", Gianbattista Spaccini 10 "CRONACA DI MODENA anni 1588 1602", Gianbattista Spaccini


LINEA DEL TEMPO 1597

1598

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1602

1628

1629

1630

--‫׀‬---------‫׀‬---------‫׀‬-----------------------------------------------------------‫׀‬--------------‫׀‬---------‫׀‬---------‫׀‬--Muore Ingresso Marco Pio Alfonso II corte Estense muore, Cesare gli succede a Modena, ingloba distretto Cesare inizio lavori Sassuolo rinnovo città

Inizio guerra Garfagnana

Muore Cesare, Alfonso III scoppia una gli succede abdica, terribile Alfonso III gli succede epidemia Francesco I di peste a Modena

CESARE I D’ESTE Duca di Modena e Reggio


Effetti

Anche se le cronache modenesi riportano versioni diverse, in realtà l’arrivo del Duca era già in previsione da mesi perché gli accordi tra il Consiglio Comunale e Alfonso II andavano avanti già da parecchio tempo. Modena diventa capitale perché, nonostante non abbia una sede adeguata per ospitare la corte, è il centro abitato più importante per la posizione geografica di grande passaggio di viandanti e mercanti. Per ingraziarsi i Modenesi nel 1597 Cesare, già Duca, emette una grida di privilegi a loro concessi11 quindi è accolto dal plauso dei cittadini, ma il cambiamento crea complicazioni non indifferenti pertanto sono tante le questioni da dirimere e da gestire. E in questo Cesare, che agli occhi di tanti appare debole e incapace, si rivela invece all’altezza del compito facendo cose decorose. Il problema più pressante è quello logistico, Modena è una città poco ospitale: le strade sono in prevalenza strette, tortuose, polverose d’estate e fangose dopo le piogge; tra i tanti canali alcuni hanno funzione di fogne a cielo aperto con tutte le conseguenze del caso. In merito alla gestione delle acque nel 1601 Cesare instituisce il Magistrato delle acque riformando e innovando la magistratura delle acque di nomina civica12, trattasi di un provvedimento per il controllo delle acque per evitare discussioni e prelievi impropri che possono causare agli artigiani problemi sul lavoro. Tutt’intorno ci sono mura medioevali che cingono la città a est, sud e ovest, soltanto a nord potenti bastioni si protendono verso la Darsena, detta il bacino, in cui affluisce il Naviglio, preziosa via d'acqua che attraverso il Panaro e il Po collega Modena a Cremona, Ferrara e Venezia. Dalle letture da me fatte risulta che all’interno delle mura di Modena ci sono stalle, porcili e fienili; spesso s’incontrano maiali lasciati liberi di procurarsi il cibo tra i rifiuti e non tutti i giorni si porta il letame fuori dal centro abitato (come in tutte le città medievali di quel periodo). Volendo fare di Modena una città di corte il Duca si prodiga perché sia pulita, ordinata e gradevole, infatti emette tantissime grida sulla sua espurgazione13, e bandi sull’ordine e la gestione di mendicanti e forestieri 14 15. In epoca comunale Modena era stata uno dei più ricchi centri economici emiliani, ma dopo lo scoppio dei dissidi fra le varie famiglie cittadine e il passaggio agli Estensi, aveva perso importanza sia dal punto di vista economico che culturale, trasformandosi in piazzaforte ideale per controllare i confini con lo Stato Pontificio, circondata com'era soltanto da canali utili per il drenaggio delle paludi, punto di controllo delle vie di comunicazione. Gli Este si erano sempre preoccupati di rendere splendida Ferrara, non altrettanto per Modena, così Cesare mette mano anche all’architettura della città. La nobiltà modenese che aveva sempre avuto carattere terriero e trascorso nelle ville del contado la maggior parte dell’anno, non era mai stata intenzionata a

11 grida del 1597, fine anno 12 Odoardo Rombaldi: “CESARE D’ESTE AL GOVERNO DEI DUCATI ESTENSI (1598-1628) ”, grida del 26 e 27 maggio 1609 13 grida del 1 e 2 giugno 1598, 11 e 12 marzo 1600, 15 agosto 1601, 7 e 8 maggio 1610, 26 e 27 maggio 1619, 12 e 13 giugno 1619, 16 luglio 1621 14 grida del 3 ottobre 1600, 15 e 16 aprile 1601, 23 e 24 gennaio 1602, 22 e 23 ottobre 1603, 30 e 31 dicembre 1621, 16 e 17 febbraio 1622 15 logicamente se una grida o un bando hanno bisogno di essere riproposti significa che sono disattesi perché la gente non rispetta le regole


spendere quattrini per abbellire la città. Modena, ora elevata al rango di Capitale, deve quindi affrontare i problemi. Nei primi anni di Modena capitale dello Stato Estense si rendono indispensabili ingenti lavori di ristrutturazione, demolizione e riedificazione, dando luogo a una fase di trasformazione profonda nella struttura urbana, nella vita economica e sociale e nei costumi quotidiani della popolazione. L’impulso allo sviluppo urbano della città prende il via dal vecchio castello estense modenese sorto per motivi di difesa e militari è quindi desueto per forma e interni; per quanto sia stato ammodernato internamente, non è certo una dimora degna della famiglia ducale, nulla a che vedere con lo splendido Palazzo dei Diamanti, residenza ferrarese del Duca Cesare. Pertanto tutti i muratori sono comandati a lavorare alla fabbrica del castello: tra le tante cose il Duca fa modificare la muraglia della punta per realizzarvi una delizia, fa costruire una pescheria nel fossato e scavare nel giardino per potervi mettere della selvaggina. Il rinnovamento quasi totale di Modena inizia con l’immediato abbattimento delle torri dei nobili perché quella del Duca deve essere la più alta, e a quanto pare anche l’unica. Poi si passa alla realizzazione di nuove strade, la chiusura di canali e la costruzione di nuovi palazzi per la nobiltà che prima abitava prevalentemente in campagna. Il Duca, infatti, pretende che i nobili si trasferiscano in città per avere un pubblico scelto che partecipi alle feste da lui organizzate. In pratica si continua lo svecchiamento già iniziato nel cinquecento, quando furono realizzati lavori d’ingrandimento e di costruzione di una nuova cerchia muraria e altre migliorie all’architettura urbana 16. A quel punto la città diventa tutta un cantiere e tutti hanno bisogno di soldi così ricorrono agli ebrei per ottenere dei prestiti. Questo porta un po' di prosperità nelle tasche dei meno abbienti impiegati come manovali e muratori, infatti, per compiere queste costose opere occorre molta manodopera: questo crea un benessere generale perché più persone lavorano più denari si mettono in circolazione. L’avventura di Modena capitale segna anche l’arrivo di alcune famiglie nobili ferraresi fedeli alla corte, un incontro tra due società e due stili di vita che faticano a capirsi e a fondersi e questo ha conseguenze anche a livello emotivo, infatti il Duca non può che avere un occhio di riguardo per coloro che gli sono rimasti fedeli nella sventura dell’esilio, ma i modenesi tendono a vedere la Corte come il luogo in cui un principe troppo debole è maneggiato da una cricca di ferraresi avidi e impiccioni. Un altro problema sorge perché occorre approntare gli alloggiamenti per i soldati di cavalleria e fanteria, fornire una dimora alla nobiltà ferrarese che ha seguito il Duca, agli artigiani e agli ebrei legati in affari con la corte. Si costruiscono quindi prontamente nuovi palazzi in Terranova, che però non bastano. I contrasti tra i due popoli si fanno sentire a tutti i livelli: colpisce anche le classi inferiori infatti tra questi nuovi venuti c’è anche una nutrita manovalanza che il Duca si è portato da Ferrara o ha fatto venire dai suoi possedimenti di Carpi, per i lavori in castello, ai giardini, in Terranova 17 e per il ripristino delle mura diroccate: così nascono aspri conflitti con gli artigiani locali. 16 tra il 1535 e il 1551 il Duca Ercole II d’Este decise di mettere in atto una poderosa urbanizzazione della città ai fini d'una riorganizzazione globale del sistema fortificatorio, la cosiddetta addizione erculea o terranova - Enciclopedia Treccani alla voce “Ercole II d’Este” di Gino Benzoni - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 43 (1993) (INTERNET) 17 tra il 1535 e il 1551 il Duca Ercole II d’Este decise di mettere in atto una poderosa urbanizzazione della città ai fini d'una riorganizzazione globale del sistema fortificatorio, la cosiddetta addizione erculea o terranova - Enciclopedia Treccani alla voce “ Ercole II d’Este” di Gino Benzoni - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 43 (1993) (INTERNET)


Non è facile trovare una sistemazione a tutto ciò: “per rispettare i nuovi venuti le case sono tolte alli cittadini e artigiani che le hanno a fitto” osserva Spaccini nella sua cronaca il 29 agosto 1598 “sono delle belle cose che sanno fare alli poveri questa canaglia”. E a infoltire la già ricca casistica d’incomprensioni si aggiunge l’inflazione: il prezzo degli affitti e, in generale, il costo delle abitazioni volano alle stelle, situazione inevitabile quando in una città di diciottomila abitanti si deve trovare posto a un altro migliaio di forestieri. Per arginare il costo della vita Cesare deve intervenire controllando i prezzi delle merci18. Quando arriva Cesare il consiglio comunale emette bandi intimando alla popolazione di tenere un atteggiamento consono. Dopo l’arrivo degli Estensi anche la gestione della giustizia ecclesiastica cambia: l’inquisizione assume un’importanza esponenziale terrorizzando sempre di più il popolo19. I verbali dei processi svolti nel complesso del Convento di San Domenico sono conservati presso l'archivio di Modena, che insieme a quelli di Venezia, Siena e Napoli conservano la documentazione più cospicua che testimonia l'attività dei tribunali locali20.

Per non appesantire troppo il lavoro è stata fatta una selezione presentando solamente alcuni dei documenti ritrovati.

18 grida del 1609 19 articolo on line Modena Today: “Storia . I retroscena della stregoneria e dell'Inquisizione a Modena” di Elisabeth Mantovani – 28 giugno 2018 20 articolo on line sito Storie di pianura (racconti e luoghi della pianura bolognese e dei suoi dintorni): “I tre processi modenesi per stregoneria tra il 1539 ed il 1634”



SCHEDA LABORATORIO Documento: MINUTA Dimensioni: Dimensione A5 Data topica - Cronica: 9 gennaio 1598 (in una di queste minute vi è la data dell’8 gennaio, invece in un’altra l’8 è stato corretto in 9) Collocazione - segnatura: ASMO – GRIDARIO SCIOLTO Mittente: CESARE D’ESTE Destinatario: CARDINALE ALDOBRANDINI Supporto: CARTACEO Breve regesto: Minuta originale manoscritta da Cesare d’Este con promessa di rispettare eventuali accordi col Cardinal Aldobrandini Lingua usata: ITALIANO Parole calde: PROMESSA Stato di conservazione: BUONO Note:

Collegamento al tema scelto: Preparativi ad un accordo di pace tra Cesare e il Papa Clemente VIII



SCHEDA LABORATORIO Documento: GRIDA – ORATIONI Dimensioni:

Data topica - Cronica: BOLOGNA, 2 gennaio 1598 Collocazione - segnatura: ASMO – GRIDARIO SCIOLTO Mittente: ALFONSO, ARCIVESCOVO DI BOLOGNA Destinatario: PUBBLICO Supporto: CARTACEO Breve regesto: Orazioni da tenersi pubblicamente nella città e Diocesi di Bologna sino all’11 del presente mese di gennaio e pubblicazione solenne della scomunica in esecuzione di quanto ci comanda nostro signore nella bolla contro Cesare Estense e altri Lingua usata: ITALIANO Parole calde: ORAZIONI Stato di conservazione: BUONO Note:

Collegamento al tema scelto: Tentativo di mettere in cattiva luce il Duca di Ferrara Cesare d’Este



SCHEDA LABORATORIO Documento: GRIDA – CAPITUAZIONI Dimensioni:

Data topica - Cronica: FERRARA, 28 gennaio 1598 Collocazione - segnatura: ASMO – GRIDARIO SCIOLTO Mittente:

Destinatario: PUBBLICO Supporto: CARTACEO Breve regesto: capitolazioni tra Papa Clemente VIII e Cesare d’Este che sanciscono la pace tra il Ducato di Ferrara e lo Stato Pontificio Lingua usata: ITALIANO Parole calde: ORAZIONI Stato di conservazione: BUONO Note:

Collegamento al tema scelto: accordo che decreta la devoluzione di Ferrara e della Romagna al Papa, così gli Este, espulsi da Ferrara, si trasferiscono a Modena elevandola al rango di capitale



SCHEDA LABORATORIO Documento: GRIDA senza titolo Dimensioni:

Data topica - Cronica: MODENA, 1597 (la data precisa non è nota essendo riportato solo l’anno, ma deve essere per forza successiva al 27 ottobre 1597, giorno della morte di Alfonso II) Collocazione - segnatura: ASMO – GRIDARIO SCIOLTO (…..-1597) Mittente: CESARE d’ESTE, DUCA di FERRARA Destinatario: PUBBLICO Supporto: CARTACEO Breve regesto: Riduzione d’imposte e gabelle e altro a beneficio di Modena (misura politica del Duca Cesare in lotta col Papa per ingraziarsi il favore della popolazione) Lingua usata: ITALIANO Parole calde: GRAZIE Stato di conservazione: BUONO Note:

Collegamento al tema scelto: Grazie concesse alla città di Modena per accattivarsi gli abitanti.



SCHEDA LABORATORIO Documento: GRIDA sopra al far condur fuori i letami, et le altre immondizie Dimensioni:

Data topica - Cronica: MODENA, 1 e 2 giugno 1598 Collocazione - segnatura: ASMO – Archivio Segreto Estense, Cancelleria, Chirografi ducali, gride e statuti, Gride a stampa, vol. A, n. 7 Mittente: DUCA di MODENA Destinatario: PUBBLICO Supporto: ON LINE Breve regesto: Grida riguardante la gestione di tutti i rifiuti: gli abitanti sono obbligati a pulire le strade da ogni sorta di letame e altra immondizia entro otto giorni. È altresì stabilito che l'operazione di pulizia sia ripetuta ogni sabato Lingua usata: ITALIANO Parole calde: Igiene / letami / rifiuti Stato di conservazione:

Note:

Collegamento al tema scelto: Provvedimento per il decoro della città



SCHEDA LABORATORIO Documento: GRIDA per li poveri mendicanti Dimensioni: Data topica - Cronica: MODENA, 3 ottobre 1600 Collocazione - segnatura: ASMO – GRIDARIO n° 1 (1598-1610) Mittente: DUCA di MODENA Destinatario: PUBBLICO Supporto: CARTACEO Breve regesto: disposizione sul coordinamento dei mendicanti poveri, mendicanti, forestieri e disubbidenti presenti in città, sono previste pene a chi chiedeva l’elemosina senza essere autorizzato. Trattasi di una disposizione per mantenere il decoro della città. Il Duca agisce in questo modo anche perché in città erano presenti tanti finti poveri. Lingua usata: ITALIANO Parole calde: Mendicare / poveri / cittadini / forestieri Stato di conservazione: CARTACEO Note: Collegamento al tema scelto: provvedimento contro poveri, mendicanti e forestieri per il decoro della città



SCHEDA LABORATORIO Documento: GRIDA sopra il condure fuori gli letami Dimensioni:

Data topica - Cronica: MODENA, 15 agosto 1601 Collocazione - segnatura: ASMO – GRIDARIO n° 1 (1598-1610) Mittente: DUCA di MODENA Destinatario: PUBBLICO Supporto: CARTACEO Breve regesto: provvedimento sulla gestione di tutti i rifiuti, immondizia, all’interno della città. Tutti erano obbligati a denunciare i trasgressori Lingua usata: ITALIANO Parole calde: Lettami / ruschi / terra / pietrami Stato di conservazione: CARTACEO Note: Grida utile per capire come e di cosa si sia trovato a gestire il Duca per la gestione dello Stato Collegamento al tema scelto: Disposizioni sull’igiene pubblica per migliorare il decoro della città



SCHEDA LABORATORIO Documento: GRIDA per li poveri mendicanti Data topica - Cronica: MODENA, 22 e 23 ottobre 1603 Collocazione - segnatura: SMO – Archivio Segreto Estense, Cancelleria, Chirografi ducali, gride e statuti, Gride a stampa, vol. A, n. 27 Mittente:

DUCA di MODENA

Destinatario: Supporto:

PUBBLICO

ON LINE

Breve regesto: Provvedimento con cui il duca Cesare vieta a chiunque di chiedere l'elemosina all'interno dello Stato senza aver ottenuto licenza da parte dei presidenti dell'opera della Casa dei veri Mendicanti. I mendicanti originari del ducato o che vi abitano da almeno dieci anni costretti all'elemosina per il loro sostentamento dovranno rivolgersi alla suddetta opera pia al fine di ricevere vitto e vestiario. Diversamente, i mendicanti forestieri dovranno lasciare la città e il suo distretto entro due giorni. Per assicurare il rispetto di tali disposizioni sono istituiti due Cursori e, infine, si ordina ai notai che qualunque lascito testamentario all'opera pia dei Mendicanti debba essere notificato al priore della stessa entro quindici giorni dalla morte del testatore. Lingua usata:

ITALIANA

Parole calde:

Elemosine / mendicanti / opere pie

Stato di conservazione: Note: Collegamento al tema scelto: Provvedimento contro poveri, mendicanti e forestieri per il decoro della città



SCHEDA LABORATORIO Documento: GRIDA sopra l’acque de’ canali Dimensioni:

Data topica - Cronica: MODENA, 26 e 27 maggio 1609 Collocazione - segnatura: ASMO – GRIDARIO n° 1 (1598-1610) Mittente: DUCA di MODENA Destinatario: PUBBLICO Supporto: CARTACEO Breve regesto: Disposizione per la gestione delle acque all’interno della città Lingua usata: ITALIANO Parole calde: Acque dei canali Stato di conservazione: CARTACEO Note:

Collegamento al tema scelto: Provvedimento per il controllo delle acque per evitare discussioni e prelievi impropri che possono causare agli artigiani mancanze da impedire i lavori



SCHEDA LABORATORIO Documento: GRIDA Calmiero delle carni ossee, da osservarsi per li beccari a nuova provvigione compresosi l’addizione vecchia, e nuova Dimensioni:

Data topica - Cronica: REGGIO, 1609 Collocazione - segnatura: ASMO – GRIDARIO n° 1 (1598-1610) Mittente: DUCA di MODENA Destinatario: PUBBLICO Supporto: CARTACEO Breve regesto: Provvedimento con cui il duca Cesare cerca di calmierare i prezzi. Lingua usata: ITALIANO Parole calde: Calmiere Stato di conservazione: NON BUONO Note:

Collegamento al tema scelto: espediente per evitare una rivolta sociale causata dall’aumento incontrollato dei prezzi


BIBLIOGRAFIA

• • •

➢ Gianbattista Spaccini: “CRONACA DI MODENA anni 1588 1602", Franco Cosimo Panini, Modena ➢ Odoardo Rombaldi: “CESARE D’ESTE AL GOVERNO DEI DUCATI ESTENSI (1598-1628)” Aedes muratoriana, Modena, 1989 ➢ Giovanni Maria Sperandini “Il primo anno di Modena Capitale (1598)”, Centro studi storici nonantolani, Carpi, 1997

Archivi storici digitali • • • •

➢ Enciclopedia Treccani alla voce “Cesare d’Este duca di Modena e Reggio” di Tiziano Ascari - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 24 (1980) (INTERNET) ➢ Enciclopedia Treccani alla voce “ Ercole II d’Este” di Gino Benzoni - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 43 (1993) (INTERNET) ➢ articolo on line Modena Today: “Storia. I retroscena della stregoneria e dell'Inquisizione a Modena” di Elisabeth Mantovani – 28 giugno 2018 ➢ articolo on line sito Storie di pianura (racconti e luoghi della pianura bolognese e dei suoi dintorni): “I tre processi modenesi per stregoneria tra il 1539 ed il 1634”

Immagini scaricate da Internet (face book)



Modena – Piazza Mazzini: la Sinagoga Fotografia G.Cattarello


Gli ebrei nel ducato estense

Giampietro Cattarello


La presenza ebraica Un aspetto circa la presenza ebraica nel ducato estense che mi ha colpito è la tolleranza o meglio la lungimiranza dei duchi estensi che, al pari di altri stati, decisero di proteggere, anzi spesso invitare, gli ebrei a stabilirsi nel ducato. Evidentemente non per pura generosità ma, sulla base delle informazioni che riceveva dagli ambasciatori all’estero, circa la condizione economica di molti ebrei e la loro capacità di accumulare ricchezza, in vista di potere ottenere contributi economici a favore delle sempre esauste casse ducali. La presenza degli ebrei a Modena basata su alcuni documenti si può attestare sin dal XIV° secolo. Vi sono atti notarili attestanti la vendita da parte di due possidenti modenesi, datati 26 gennaio 1368, di una vendita di un terreno all’ebreo Leone, residente in Modena, da utilizzare per un cimitero per un ebreo di nome Mosè e i suoi eredi. Un decreto del marchese Niccolò II° datato 15 novembre 1366 concedeva a Mosè la facoltà di acquistare un terreno da adibire a cimitero. Da questi documenti si può dedurre che un nucleo ebraico, sia pure modesto, risiedeva a Modena già dal XIV secolo. Ma una documentazione attestante l’attività feneratizia risale solo al 1393, quando il marchese Alberto d’Este concesse a Guglielmo fu Museto, residente a Modena e a un gruppo di correligionari forestieri, di tenere in città “unum banchum seu duo aut plura secundum quod sibi libuerit seu stationes prestiti sive mutui ad tendam con pegno o senza in ratione, denariorum sex marchesanum pro qualibet libra Marchesana mutuata in mense et pro quolibet mense” Questa concessione, quinquennale, venne rinnovata nel 1398 a Guglielmo e soci e nella convenzione venivano assicurate agli Ebrei la libertà del culto, della persona, degli averi e una pronta giustizia. Il patto era stipulato per un canone di 600 lire annue. (da Modena – Italia Judaica)

Nel 1452 il marchese Borso d’Este (1450-1471) ottenne, dietro una contropartita economica, dal pontefice Nicolò V una bolla che concedeva il diritto legale di accogliere gli ebrei nei suoi domini, prevalentemente a Ferrara, Reggio, Modena, Carpi, Finale, Scandiano, Mirandola, Lugo, Correggio, Argenta, Brescello e Sassuolo. L’assenso papale era necessario in quanto gli estensi erano investiti di un vicariato e non ancora di un potere autonomo sulle terre da loro gestite. Da allora, in quasi tutti i centri estensi, si trovava il feneratore ebreo che prestava denaro a chi avesse bisogno e i banchi si moltiplicavano, incoraggiati dalla politica economica dei principi. Negli anni di regno di Ercole I° (1471-1505) gli ebrei trovarono in tutto il suo territorio una benevola accoglienza, anche per la comune avversione nei confronti del potere papale.


Benché il duca avesse perso la guerra contro Venezia e il papa (conclusa nel 1484), cedendo i territori di Rovigo e del Polesine alla Serenissima, la sua capitale (Ferrara) divenne una delle più raffinate d’Europa e forse anche la prima città moderna del continente, grazie alle opere urbane, come l’Addizione Erculea, peraltro anche ampiamente finanziata da famiglie ebree. Quando nel 1492 i re di Spagna Isabella e Ferdinando vollero dimostrarsi campioni di vera fede, espellendo dalla Spagna e dalla Sicilia e Sardegna chi non volesse lasciare l’ebraismo per convertirsi al cristianesimo, la notizia dell’esodo di molti ebrei spagnoli che rifiutarono di abiurare la loro fede fu riferita al duca Ercole I° dal suo ambasciatore estense a Milano. A 21 famiglie sbarcate a Genova, prive di ogni mezzo di sussistenza, il duca fece pervenire i salvacondotti personali per stabilirsi liberamente all’interno dei suoi territori. Il duca era ben consapevole dei vantaggi economici che avrebbe potuto trarne e concesse a molti ebrei spagnoli e portoghesi di stabilirsi nel ducato. Il 20 novembre di quell’anno Ercole I° aveva emesso un decreto sull’accoglienza degli ebrei. (una copia del decreto è conservato in ASMo, Archivio Segreto Estense (ASE), Archivio per Materie, Ebrei, b. 19b)

Se i salvacondotti prevedevano alcune riserve e condizioni, per contro consentirono ad intere famiglie Sefardite, cioè provenienti da Sefarad (nome in ebraico di Spagna) di salvarsi e di portare incremento notevole all'economia dello stato, alla cultura, alle conoscenze in vari campi, e soprattutto portarono con sé il patrimonio di relazioni commerciali e personali per i rapporti con l'oriente, tra cui la conoscenza della lingua araba ed ebraica. Nel 1473 concesse agli ebrei di Ferrata, Modena e Reggio che si stabilivano stabilmente nel ducato la facoltà di erigere oratori e sinagoghe. Alfonso I° (1505-1534) confermò i privilegi accordati ai prestatori ebrei; inoltre i medici sefarditi erano abilitati a esercitare la loro arte assistendo i cristiani. Allo scopo di non alienarsi le simpatie del clero, per scrupolo, il duca chiarì in forma ufficiale nel 1507 che ogni decreto in favore degli ebrei era da interpretarsi a titolo di “mera tolleranza” e che non desiderava favorire la pratica dell’usura nel suo dominio. Pure il successore Ercole II (1535 - 1559) fu magnanimo verso i sudditi ebrei, anche verso quelli di Modena quando la città tornò sotto la potestà estense, dopo un breve intermezzo in cui era sottomessa al pontefice (1510-1531). Anche Alfonso II (1559 -1597) proseguì la politica di accoglienza dei suoi predecessori. Negli ultimi anni del XVI secolo, l’assetto geopolitico del ducato estense mutò completamente a seguito di una crisi dinastica della quale si giovò il potere temporale pontificio. Nel 1597 morì il duca Alfonso II, privo d’eredi diretti, che aveva nominato il cugino Cesare alla successione. Papa Clemente VIII, da cui dipendeva l’investitura ducale, non riconobbe Cesare,


Si pervenne alla divisione del ducato: Ferrara, il ravennate e Comacchio passarono alla Chiesa, Modena, Reggio e Carpi rimasero indipendenti. Quando il cardinale Aldobrandini entrò a Ferrara, il marchese Cesare si trasferì a Modena dove rifondò il ducato. Nel corso delle vicende belliche dei due secoli successivi furono poi «assorbiti» piccoli ducati contigui quali Mirandola, Correggio e Novellara e, per via matrimoniale, quello di Massa e Carrara. Quando nel 1598 Modena divenne capitale del Ducato Estense, nei tre anni seguenti una buona parte degli ebrei, soprattutto sefarditi, preferì seguire gli Este e si trasferì a Modena e negli altri centri rimasti estensi, potendo così godere di una libertà maggiore rispetto a quelli rimasti sotto il governo pontificio. La tradizionale tolleranza estense nei confronti dei sudditi israeliti, quindi, continuò ad esercitarsi anche nella nuova capitale. Come già accennato la tradizionale tolleranza nei confronti degli ebrei da parte dei duchi era piuttosto interessata e dovuta soprattutto alla ben nota intraprendenza finanziaria e commerciale, dei forti legami familiari e commerciali che tenevano nelle altre province italiane come in Oriente e Occidente. La loro prosperità economica garantiva all’occorrenza una risorsa finanziaria quasi illimitata. La Comunità ebraica versava peraltro forti imposte annuali al ducato e gli Este richiedevano anche degli una tantum o prestiti quando avevano necessità di grosse somme di denaro a causa carestie alimentari, lavori di interesse pubblico, spese militari, calamità naturali, etc. Un aspetto non trascurabile a favore della permanenza nel ducato degli ebrei fu quello che si trattava in maggioranza di una comunità soprattutto operosa e tranquilla che causava pochi problemi di ordine pubblico. Interessante una grida del 1582 con la quale gli israeliti di Modena furono obbligati a concorrere alle spese necessarie “per gli Utensilij de soldati che pone il Serenissimo Principe nostro a difesa di questa Città” (Modena – Italia Judaica) e una grida successiva che diffidava la popolazione e gli ebrei dall’acquistare questo corredo militare (divise, corredo vario, armi) dagli stessi soldati o privati. Altri casi in cui gli ebrei facoltosi vennero chiamati a concorrere a sollevare le condizioni della popolazione con prestiti e tassazioni straordinarie furono in occasioni di gravi carestie, piogge e inondazioni del Panaro e del Secchia.


Nel ‘600, ad esempio, si verificarono numerosi problemi alimentari, e di seguito ne citiamo brevemente le cause maggiori: ANNO 1601 1619 1621 1622 1629 1630 1631 1632 1636 1641 1642 1643 1652 1653 1654 1648 1655 1657 1670 1671 1676 1677 1678 1693 1694 1695

RACCOLTO scarso scarso pessimo scarso scarso scarso pessimo scarso pessimo scarso scarso scarso scarso scarso scarso pessimo pessimo pessimo carestia carestia scarso carestia carestia carestia carestia penuria

FATTORI allagamenti avversa stagione freddo estivo freddo estivo piogge peste- eventi bellici peste - eventi bellici vari

piogge-allagamenti piogge-tempeste-vento siccità-allagamenti- eventi bellici

eventi bellici-alloggiamento militari eventi bellici-alloggiamento militari eventi bellici eventi bellici

Definizione qualitativa dell’annata: carestia=grave crisi alimentare – scarso=raccolto insufficiente – penuria= insufficienza alimentare – pessimo=raccolto assolutamente insufficiente alla copertura del fabbisogno cittadino Nota: tabella costruita in base alle seguenti fonti: Cronache dei Lancellotti, Atti della Comunità, Carteggio dei Governatori, cronache di G.B. Spaccini, Filze dell’Annona. Dal volume “L’uomo e il pane” di Gian Luigi Basini – edizione Giuffrè 1970 Negli anni 1630 e 1631 la situazione della popolazione di Modena, dove dilaga la peste, è pesantissima, lo Spaccini nella sua Cronaca ritiene “che molti è quelli che muoiono di fame, paura e stento che di male” e ancora “tutta la città è piena di poveri….che ormai non si può più andar alla messa che tanta povertà vi viene


addisturbarvi col chiedervi per Dio l’elemosina che innanzi sia finita vi hanno messo in disperazione….” (GB. Spaccini – Cronaca – 23 gennaio 1630 - p.7107 e 20 agosto 1630- pp.7370-7380)

Il problema di nutrire la popolazione si acutizza di giorno in giorno e il Duca si trova in gravi difficoltà a causa della scarsa disponibilità di valuta pregiata, indispensabile per importare derrate alimentari dall’estero. Inoltre, a causa della peste che dilaga anche negli altri stati vicini non è possibile approvvigionarsi sui tradizionali mercati della Lombardia e del Ducato di Mantova che di solito contribuiscono in misura importante al rifornimento di Modena, ma occorre rifornirsi più lontano e a maggiori costi. Se poi consideriamo che, agli inizi del 1631, Modena è costretta a pagare un contributo di ben 183.250 lire agli Imperiali, per evitare l’acquartieramento dei soldati, si può comprendere in quali difficoltà finanziarie si trovasse il Ducato. Anche in questa tragica situazione il Duca dovette ottenere credito dall’Università degli Ebrei. LE ALLUVIONI DEL MODENESE NEL ‘500 E ‘600 1508 maggio 1525 luglio 1525 agosto 1525 novembre 1527 gennaio 1528 gennaio 1527 marzo 1530 maggio 1530 novembre 1530 novembre 1531 novembre

rotta del Secchia forti piogge allagamenti rotta degli argini rotta del Secchia rotta del Secchia campi tutti allagati Cittanova sommersa forti piogge e nevicate, allagamenti intorno a Modena rotta del Panaro a Finale rotta del Po nel Mantovano verso Mirandola e nel Ferrarese allagate Finale e Bondeno il Po rompe gli argini, gravi danni nel Mantovano, a Finale, in Lombardia, Padovano, Mantovano e Ferrarese 1532 marzo pioggia e rottura del Secchia a Villanova, allagamenti nelle campagne modenesi 1532 novembre nuova rottura del Secchia a Villanova 1537 marzo rotta del Secchia a S. Martino, grande moria di animali 1538 novembre rotta del Po a Ferrara, forti allagamenti 1542 aprile inondazioni a Modena, forti danni nelle campagne, bestiame bovino e ovino annegato, rottura della fossa di Sassuolo 1542 ottobre rotta del Secchia a Soliera 1543 dicembre rotta del Secchia e del Panaro, il Modenese sott’acqua, allagate il Mirandolese e il Finalese 1547 maggio piogge per giorni e tutto il modenese sott’acqua, gravi danni ai raccolti 1547 novembre rotta del Secchia 1550 novembre rotta del Secchia, in pericolo le nuove muraglie di fortificazione a Modena


1554 ottobre 1601 gennaio 1602 ottobre 1608 agosto 1609 dicembre 1621 maggio 1622 gennaio 1634 settembre 1635 gennaio 1636 maggio

inondazioni nel Modenese rotta del Panaro, gravi danni e moria di bestiame nuova rotta del Panaro intorno a Modena tempeste, grandi piogge, gravissimi danni alle campagne allagate rotta del Secchia in più punti il Ferrarese e il Mirandolano sono sott’acqua rotta del Secchia fiumi ingrossati, allagamenti a Sassuolo rotta del Secchia, il Carpigiano sott’acqua a metà mese rotta del Secchia nel Mirandolano, gravissimi danni alle campagne, una delle maggiori rotte di questo fiume, nuova rotta a fine maggio

Nota: cronologia alluvioni ricavata dalle cronache di Jacopino e Tomasino de’ Lancellotti e di G.B.Spaccini (Dal volume di Gian Luigi Basini v. sopra)

Per quanto riguarda i rapporti e i problemi, anche economici, fra le comunità degli ebrei ferraresi e modenesi e la Chiesa (Autorità vescovile e Inquisizione) non mi pare, da una approssimativa valutazione dei documenti presenti negli archivi dell’ASMO, che si siano verificati numerosi casi di eccezionale gravità tali da coinvolgere persino l’incolumità fisica degli ebrei. Questo dovuto anche alla protezione da parte delle autorità ducali. Citerò solo il caso di un certo rilievo sotto il profilo economico: nel 1458 l’inquisizione di Ferrara giudicò gli ebrei ferraresi e modenesi colpevoli d’avere costruito illecitamente una pubblica sinagoga, in seguito alla denuncia del domenicano Antonino da Alessandria (solo Ercole I avrebbe concesso nel 1473 agli ebrei di Ferrara, Modena e Reggio la facoltà di erigere una sinagoga). Gli ebrei si ribellarono all’imposizione delle pene e il papa Callisto III intervenne e decise che con una transazione di 5.000 scudi d’oro, divisi tra la casa d’Este e il tribunale inquisitorio, si chiudeva la questione. Come si vede anche la Chiesa pescava abbondantemente nelle tasche della comunità ebraica Resta un fatto che la Chiesa soprattutto dopo la Controriforma contro i protestanti diede un giro di vite e vi fu un generale irrigidimento nelle posizioni di essa contro gli ebrei. Ne fu un esempio la bolla antigiudaica “Cum nimis absurdum”, emanata da papa Paolo IV il 15 luglio 1555, con cui si sperava di imporre agli ebrei la conversione al cristianesimo. Il testo dice fra l’altro: “è assurdo e sconveniente al massimo grado che gli ebrei, che per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di essere protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare tale ingratitudine verso i cristiani da oltraggiarli per la loro misericordia e da pretendere dominio invece di sottomissione”.


Questi ebrei, si legge ancora, osano “vivere in mezzo ai cristiani” e perfino “nelle vicinanze delle chiese”, si vestono come gli altri, senza perciò potersi fare riconoscere, comprano case, assumono balie cristiane, insomma, commettono questi e “numerosi altri misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano”. La bolla papale impone agli ebrei di abitare in una o più strade, dove non ci sia possibilità di contatto con i cristiani: è l’istituzionalizzazione del ghetto. Gli uomini sono obbligati a portare un berretto che li distingua; le donne un velo o uno scialle, sempre con caratteristiche tali da rendere subito nota la loro identità. Ogni contatto con i cristiani, di lavoro o di amicizia, è vietato. Anche nel ducato, pur non formalmente ricadente sotto la giurisdizione politica del papa, le gerarchie ecclesiastiche si attivarono al fine di recepire le norme della bolla ma con risultati spesso contraddittori. Quando nel 1598 Cesare d'Este abbandonò Ferrara e trasferì a Modena la capitale del ducato contemporaneamente qui venne trasferita anche la sede della Santa Inquisizione e per gli ebrei la situazione peggiorò, fino all'istituzione del ghetto nel 1638, rivendicata come atto dovuto da parte del duca Francesco I. L’inquisizione stabilitasi a Modena presso il convento dei domenicani aveva una forte necessità di fondi in quanto la dotazione ricevuta era ampiamente insufficiente per gli arredamenti dei locali, la sistemazione degli alloggi, le prigioni, etc. e si nota che i processi anche di lieve entità e quindi risolvibili con multe più o meno elevate subiscono in quegli anni un certo incremento di numero: necessità di cassa?


LE ATTIVITA’ ECONOMICHE ebraiche L’Italia per gli ebrei era una specie di isola grazie all’assenza di uno stato che coordinasse una politica univoca spesso fortemente maldisposta nei confronti degli ebrei. In Italia la legislazione sulla convivenza (e anche quindi in materia di credito) era stabilita dai singoli governi delle città stesse. Diversi comuni stipularono accordi con gli ebrei per dar vita a banchi di pegno, la prima comparsa di una comunità ebraica in un determinato luogo era contrassegnata solitamente da un prestito al comune stesso. Il banco feneratizio (il finanziamento a fronte di interessi), e il prestito su pegno, rappresentarono gli elementi che permisero agli ebrei di reincunearsi con successo entro l’economia cristiana successivamente alle limitazioni imposte dal IV Concilio Lateranense (1215) di Innocenzo III. Il prestito permise ai banchieri ebrei, esclusi inizialmente da molte professioni liberali e dal possesso fondiario, di positivamente inserirsi nelle dinamiche socio-economiche del momento e del luogo, fungendo da indispensabile sostegno per una clientela assai varia nelle carenze di liquidità non di rado determinate da sfavorevoli contingenze. Altro elemento che li spinse decisamente verso questa professione fu il fatto che gli ebrei erano dediti, sin dall’età carolingia, alla professione mercantile (via terra), in special modo con l’Oriente. Dal XII secolo, progressivamente, furono soppiantati dai mercanti cristiani sempre più intraprendenti come i genovesi e i veneziani e dovettero ripiegare su altre attività. Oltre a ciò, ad eliminare la concorrenza e quindi favorire il propagarsi di prestatori ebrei, contribuirono gli impedimenti canonici che attanagliavano i prestatori cristiani. Aggiuntiva condizione favorevole all’attività feneratizia ebraica era la solidarietà che univa le piccole comunità tra loro (forti e nutrite erano anche le relazioni di parentela all’interno delle stesse) formando così un blocco solido per meglio affrontare le difficoltà, finanziarie e antropiche. Una ulteriore considerazione, non meno importante, è che per gli ebrei, soprattutto a causa dell’atteggiamento secolare della chiesa cristiana nei loro confronti e del disprezzo di cui erano fatti oggetto, il denaro non aveva unicamente un valore necessario per acquistare cibo e beni di prima necessità, ma anche una valenza sociale, non per essere rispettati ma quantomeno presi in considerazione da sovrani, principi, duchi, signori e comuni che, necessitando spesso di denaro contante, potevano accedere a prestiti a tasso agevolato, quando non a fondo perduto, che difficilmente l’ebreo rifiuterà di concedere. Il vantaggio per l’autorità non era solo diretto ma anche riflesso in quanto sapeva che il suddito, grazie al prestito contratto, era in grado di pagare tasse, balzelli o imposte straordinarie.


Il denaro (e il suo prestito) per l’ebreo è quindi qualcosa di più che un mezzo per procurarsi il pane quotidiano ma anche la possibilità di un certo inserimento in una società che difficilmente lo avrebbe accettato. I clienti dei prestatori ebrei appartenevano alle più svariate categorie, laici ed ecclesiastici, aristocratici e borghesi, villani e cittadini, cristiani ed ebrei. Il prestito era costituito sia da piccole somme (erogate al popolo minuto o alla piccola borghesia per impieghi al consumo e bisogni giornalieri) sia da importi più elevati destinati alle aziende commerciali (industria e commercio di panni e stoffe, metalli, spezie), alla borghesia, ai nobili e all’aristocrazia che magari li impegnava per usi voluttuari e all’autorità che spesso li utilizzava per bisogni sociali. La durata media di un prestito su pegno era di un mese, di tre, o di sei mesi se la cifra era importante, il periodo massimo era di un anno e mezzo. Non inconsueta è la frequenza dei prestiti a brevissimo termine, qualche settimana o addirittura il giorno stesso, prestiti quasi sempre legati al gioco o alle festività. Gli interessi venivano calcolati mensilmente. Il tasso d’interesse, inferiore a quello praticato dai concorrenti cristiani, difficilmente scendeva sotto il 20%. L’aliquota dell’interesse veniva quantificata in maniera inversamente proporzionale alla durata del prestito. Non vi era concorrenza tra ebrei e cristiani più di quanta ve ne fosse tra ebrei ed ebrei o fra cristiani e cristiani e non mancarono le società miste. Gli ebrei più abbienti del ducato che non praticavano il prestito svolgevano l’attività di appaltatori della zecca, del vino, della farina, tutte attività di base della vita del tempo. Circa l’atteggiamento della Chiesa essa era costantemente impegnata, teoricamente, in una lotta contro il prestito a interesse, ma consentiva agli ebrei di praticarlo senza eccessive difficoltà. Una limitazione all’attività di prestito fu la bolla del 1510 che imponeva il divieto agli ebrei (e ai cristiani) di esercitare qualsiasi attività feneratizia oltre al Venerdì Santo anche a tutte le festività cristiane. La lotta della Chiesa non avveniva unicamente in campo spirituale ma cercava anche di svolgersi concretamente con opere di carità e assistenza a poveri e indigenti con la speranza che questo li avrebbe distolti dall’intenzione di rivolgersi agli usurai. Queste venivano organizzate all’interno delle parrocchie e, seguendo gli insegnamenti dei canonisti, non provvedevano unicamente a fornire aiuti materiali ma anche ad istigare, chi poteva, a lavorare. Una persona autosufficiente difficilmente si sarebbe indebitata. Gli ebrei di Modena e degli altri territori del ducato, grazie alle proprie capacità imprenditoriali e ai legami famigliari e contatti con le altre famiglie ebree negli altri stati italiani si inserirono molto positivamente nel tessuto economico del ducato.


Vi furono certo momenti di difficoltà per la comunità ebraica per i contrasti con la Chiesa, l’Inquisizione e i numerosi predicatori antiebraici (frati francescani, domenicani e altri). Il frate francescano Ilarione cercò di convincere i Modenesi a fare a meno dei servizi resi dagli ebrei, fondando un Monte di Pietà, cui il Duca d'Este diede l'assenso nel 1494. I rapporti con gli ebrei attraversarono periodi molto aspri e vi furono processi contro banchieri ebrei. Citiamo il caso del banchiere Emanuele arrestato insieme al figlio, morto in prigione, mentre il padre si riscattò pagando la cifra enorme di 4000 ducati d’oro. Vi furono poi altri processi fino a quando il Comune e il Duca non intervennero direttamente per appianare i rapporti. Lo scopo del Monte era quello di offrire prestiti a un tasso di interesse concorrenziale, più basso di quello praticato dagli ebrei. La sede del Monte di Pietà modenese fu l’oratorio di san Giovanni della Buona Morte, a pochi passi dal palazzo comunale; esso fu retto da quattro supervisori religiosi e quattro amministratori laici. Ogni eventuale provento del Monte di Pietà era destinato all’acquisto di provviste di farina e frumento da utilizzare in tempi di carestia. La raccolta delle offerte era effettuata periodicamente, le prime due avvennero nel mese di marzo del 1494 e consistevano in solenni processioni per le vie della città, per iniziativa dei frati francescani. Dopo un iniziale successo, l’iniziativa del Monte modenese, alimentato con donazioni dei notabili contribuenti, fallì dal momento che esso prestava senza riscuotere alcun interesse. Altra causa fu la tendenza del duca Alfonso I, assai spesso in guerra contro i vicini, di richiedere dagli ebrei grossi prestiti in tempi rapidissimi, che non avrebbe mai ottenuto dal Monte di Pietà cristiano. Il duca quindi era propenso a trattare bene gli ebrei presenti nei suoi domini. Superati i momenti di difficoltà varie famiglie ebraiche divennero importanti imprenditori e crearono una fondamentale industria dell’artigianato con manifatture e botteghe per la produzione di sete, argenti, diamanti che offrivano lavoro a numerosi cittadini. Un caso che merita di essere segnalato è quello del casato dei banchieri ebrei Norsa cui, dalla seconda metà del Quattrocento e oltre, gli Este concessero protezione e amicizia. I membri di questa potente e ricca famiglia potevano spostarsi liberamente nelle terre estensi, ricevevano facilitazioni straordinarie e individuali. Primo era stato Noè fu Emanuele Norsa a ricevere la patente di cittadinanza da Borso nel 1471, dopo altre facoltà e privilegi datigli nel 1469 da Federico III imperatore dei Romani, come quella di circolare armato per difendersi da eventuali molestie e aggressioni. Appena Ercole I divenne duca, confermò tutti i provvedimenti in favore dei Norsa; fu persino concesso di circolare senza segno distintivo. Morto il capostipite, le stesse concessioni vennero fatte nel 1481 ai suoi quattro figli maschi, cosicché potessero commerciare e contrattare, pur minorenni. Spesso i Norsa ricevevano le assoluzioni plenarie, ossia l’esenzione totale dai controlli a carattere civile e criminale.


Anche la Chiesa concesse i suoi favori a questa famiglia: Isacco Emanuele Norsa, che usò violenza su una donna cristiana nel 1517 e il cardinale legato di Bologna decise di assolverlo da ogni pena corporale e pecuniaria. (da Diego Papouchado - La situazione degli ebrei nel ducato estense all'epoca della Riforma protestante)

Nel 1638 con l'istituzione del ghetto da parte di Francesco I d'Este, si costituì giuridicamente un'associazione di ebrei, Università o Comunità ebraica, strettamente legata al controllo ducale, ad esso soggetta e da esso tutelata nei confronti delle altre forze politiche cittadine. La Comunità modenese aveva l'obbligo di tenuta di una contabilità e di atti di gestione, di raccogliere le tasse dovute alla camera ducale, di sorvegliare l'esecuzione dei provvedimenti ducali all'interno del ghetto. Aveva inoltre compiti di equa distribuzione dei contributi e dei debiti, di sorveglianza contro casi di corruzione, di gestione dei servizi urbani d’interesse collettivo più consueti, quali la vigilanza notturna, l’illuminazione pubblica e delle sinagoghe, la fornitura idrica, il controllo sanitario degli animali da macello, la pulizia delle strade con uno «scopaghetti» incaricato e pagato. La Comunità, poi Azienda ebraica (1814-1852) e quindi Azienda israelitica (18521859), era costituita da tutti gli ebrei residenti, anche temporaneamente, nel territorio modenese, ed era gestita dai suoi maggiori contribuenti, che ne costituivano il Consiglio maggiore, poi Azienda generale. Parallelamente alla vita amministrativa della comunità procedeva quella religiosa, gestita principalmente dal rabbino, che, nello svolgimento delle sue funzioni, si occupava anche di tenere nota dei nati, dei morti e dei matrimoni, e di collaborare per la formazione dei ruoli di popolazione. Nel 1700 i Sanguinetti, Sacerdoti, i Norsa e gli Usiglio possedevano tutti i filatoi ad acqua della città; nei calendari di corte degli anni ’70 Laudadio Formiggini e Moisé Beniamino Foa sono annoverati rispettivamente come gioielliere e bibliotecario ducali. Queste attività non erano svolte solo da grandi operatori, ma anche da un foltissimo numero di semplici e indigenti lavoratori, rigattieri, merciai, piccoli rivenditori, uomini e donne che ogni mattina varcavano i portoni del ghetto, eretto nel 1638, e si recavano ad esporre le proprie merci nei mercati di Piazzetta Torre e Piazza Grande.


I QUARTIERI EBRAICI E IL GHETTO Nel 1555, il papa Paolo IV, poco dopo la sua elezione (precisamente il 12 luglio) emanò la bolla “Cum nimis absurdum”, che imponeva agli ebrei la segregazione nei ghetti, legittimando formalmente una pratica ormai diffusa in Europa, la proibizione ad avere beni immobili, il divieto di frequentare cristiani se non per motivi di lavoro, la proibizione ai medici ebrei di curare cristiani, il permesso di esercitare il solo mestiere di cenciaiuoli ed infine la proibizione di avere nutrici e domestici cristiani. Tuttavia a Modena per molti anni gli ebrei continuarono a abitare nei quartieri che avevano scelto per risiedervi. Agli inizi del 1600 risulta, esaminando il documento “Progetto per l'ingrandimento della città”, che il quartiere ebraico, noto come "Luogo di abitazione per gli Ebrei", si trovava tra un bastione al nord della città e il canale della Soratora. Le vie del Sole, di Daniel Macari e dei Coltellini erano, conosciute come strade degli ebrei e la contrada della Cervetta era chiamata "dei Sanguinetti", mentre altri ebrei abitavano in Rua del Muro. In quegli anni anche in seguito al clima creato dalle prediche dei frati predicatori ed in particolare del famoso francescano Bartolomeo Cambi (Socana -Arezzo 3 aprile 1558 – Roma 15 novembre 1617) predicatore e trascinatore di folle, particolarmente noto per la virulenza della sua predicazione antiebraica, nacque in città la proposta, nel 1618, di creare un ghetto, cui erano favorevoli, per motivi economici, sia il Comune di Modena che la Congregazione delle Arti e dei Mestieri. La Comunità ebraica riuscì a sventare momentaneamente il progetto, grazie all'appoggio del duca Cesare d’Este che vi si oppose. Tuttavia, nel 1638, il ghetto fu comunque istituito, sancendo, dopo tanti anni di predicazione volta a questo scopo, la vittoria dei frati. Cambi predicò in numerose città incluso il ducato estense. Il 19 luglio arrivò a Reggio, accompagnato da una fama via via crescente, che tuttavia non riusciva a dissipare i sospetti da parte delle autorità cattoliche che aleggiavano sulla sua predicazione tanto violenta. Fu in questa città che il frate francescano orientò esplicitamente i modi della sua predicazione nel senso dell’invettiva e della polemica antigiudaica. Giunse a Modena il 24 luglio, dopo appena due giorni decise di lasciare in tutta fretta la città poiché, stando a quanto riferisce il suo biografo Santoro da Melfi, un individuo gli aveva intimato di lasciar perdere le invettive contro gli ebrei. Bartolomeo Cambi fu tuttavia raggiunto in viaggio da una delegazione cittadina formata anche da gente comune, che alla fine riuscì nell’impresa di riportare il frate a Modena. Per tre volte, dal 27 al 30 luglio, forte del sostegno popolare, Cambi parlò liberamente ai modenesi, toccando i punti più aspri della polemica antiebraica. Il frate non si lasciò sfuggire l’occasione di affrontare la questione del ghetto ebraico, esprimendosi a favore della sua istituzione.


Non a caso a Mirandola, dove arrivò la notte del 1° agosto dopo aver fatto tappa a Carpi, la sua predica ottenne come effetto l’istituzione immediata del ghetto. Cambi si spostò poi a Concordia, da cui ripartì in giornata per il ducato di Mantova, dopo aver predicato e detto messa. La predicazione antiebraica del Cambi a Mantova ebbe conseguenze nefaste e fece precipitare la città di Mantova «in grandissimo tumulto», per dirla con le parole di un contemporaneo. Nel Ducato si giunse perfino ad impiccare sette ebrei per futili motivi e non si contarono tumulti e disordini nei territori creando grandi problemi di ordine pubblico ai Gonzaga e mise subito in allarme le sgomente autorità ecclesiastiche che erano molto preoccupate per questo agitatore delle folle. Cambi predicava in genere all’aperto, circondato da una folla in delirio, brandendo una grande croce di legno. (da Treccani Dizionario biografico) Nel 1638, adempiendo con un buon ritardo alla bolla papale del 1555, Francesco I Duca D'Este decretò il 23 marzo 1638 che gli ebrei dovessero essere rinchiusi all'interno di un'area che delimitasse le case loro assegnate dai Deputati, entro la data del 3 maggio dell'anno corrente. "...Il signor Duca..., conoscendo essere inconveniente, ch'i Giudei habitassero mescolati con i Christiani per più rispetti, gli ridusse tutti in due contrade, e con i suoi Portoni, sopra i quali evvi l'Arma Estense, e ve li serrò dentro... Et tal serraglio nomossi Ghetto." (da Ludovico Vedriani Historia dell'antichissima città di Modona) Il primo nucleo del ghetto interessò due strade perpendicolari alla via Emilia, allora Strada Maestra, e precisamente via Coltellini (dal cognome di un casato che vi aveva risieduto nel XIV secolo, detta anche dei Macari, dal nome di una famiglia di orefici ebrei) e via Blasia, citata come contrada del Sole nel Seicento. Fra le suddette vi era poi un vicolo angusto di collegamento. Vennero apposti cancelli e portoni agli sbocchi delle strade, chiusi alla sera e aperti al mattino ad orari stabiliti, essendo vietato agli ebrei di rimanere fuori dal ghetto nelle ore notturne. Della chiusura e dell'apertura delle cancellate si occupava un "portonaro" cristiano stipendiato dalla comunità ebraica, che doveva risiedere in prossimità del ghetto. Una piazzetta fu creata nel mezzo delle due contrade, dietro richiesta dell'Università ebraica. Nello stesso anno, tuttavia, con decreto Comunale di Andrea Codebo fu concesso agli ebrei di tenere botteghe fuori dal ghetto, purché previa dichiarazione e adeguata tassazione. Benché la zona accogliesse molte famiglie israelite, 336 cristiani dovettero abbandonare le proprie case e prendervi posto 256 ebrei, che risiedevano anche in altri luoghi della città, da cui si trasferirono, spostando all'interno del ghetto i loro negozi e le loro attività. La sistemazione delle botteghe e l'alloggiamento delle merci avvennero con difficoltà, date le dimensioni ridotte del quartiere, tanto che alcuni negozi, inizialmente, dovettero rimanere fuori dalle mura del ghetto per un certo periodo.


È proprio per tale mancanza di spazio che il ghetto crebbe maggiormente in altezza. Le abitazioni presentavano così bassi soffitti e molti piani. L'edilizia del ghetto fu prevalentemente popolare. Le abitazioni presentavano facciate modestissime, con portoni di dimensioni esigue, talvolta abbellite con piccole porte/finestre. Nel 1670 la Grida sopra gli Ebrei così precisava le caratteristiche di segregazione del ghetto stesso: “...Dovendo tutti gli ebrei abitare di stanza dentro il recinto del luogo destinato, non sarà lecito a qualsivoglia ebreo o ebrea di qualunque età e condizione si sia habitare altrove fuorché nel ghetto... A niun ebreo o ebrea sarà lecito avere in casa uscio, finestra o buco per dove si possa uscire dal ghetto... Le finestre che hanno il prospetto fuori dal ghetto dovranno avere le ferrate...” Il ghetto modenese quindi era caratterizzato da strade lunghe e strette, soffocate da alti edifici, anguste, in cui le condizioni di vita erano spesso disagiate e insalubri. Successivamente, tale area divenne così densamente abitata e data anche l'entità delle esalazioni mefitiche (provocate, in gran parte, dalla beccheria di cui il Duca aveva concesso l'apertura nel ghetto nel 1645) che fu necessario un ampliamento. Nel 1702 il ghetto venne allargato e al primo agglomerato di case, appartenenti al nucleo originario, venne poi aggiunta una serie di altre abitazioni. Gli ebrei furono obbligati dal Duca ad acquistare anche il così detto mezzo ghetto, cioè le case che davano sulla via della Torre e sulla via dello Squallore (da Modena Italia Judaica)

Furono così inglobati vicolo Squallore nel 1724 (comunicante con la parallela via Blasia tramite una grande volta conservatosi fino ai primi del 900), e in un secondo tempo (1783) il gruppo di abitazioni adiacenti a quelle di via Coltellini. L'area finale del ghetto fu quella compresa fra via Emilia, Via Taglio, vicolo Squallore e via Torre. Nel 1771 il duca Francesco III d'Este, nel "Codice di leggi e costituzioni per gli Stati estensi", superando le eccezioni individuali, consentì a tutti gli ebrei "l'esercizio di tutte le arti", pur conservando la residenza nel ghetto: le finestre dovevano continuare ad essere munite d'inferriata e alte da terra “da sette a otto braccia”, le chiavi dei portoni chiusi di notte dovevano essere tenute da custodi cristiani. Nel 1775 la popolazione del ghetto era di 1221 persone, circa il 30% riceveva sussidi per la loro povertà. Il duca acconsentì in quell'anno che gli ebrei frequentassero le scuole pubbliche della riformata università degli studi di Modena. (da Wikipedia Comunità ebraica Modena)

Il periodo fine Settecento/Ottocento fu di fondamentale importanza per la vita del ghetto: le porte che lo separavano dal resto della città furono aperte attorno al 1796 all'arrivo dei francesi, e richiuse poi con la Restaurazione austro-estense del 1815. Nel 1859, grazie all'annessione al regno piemontese, i cancelli del ghetto vennero definitivamente abbattuti. (da G. Martinelli Braglia -, a cura dell’istituto tecnico industriale statale “Enrico Fermi” ")


LE SINAGOGHE

Quando una comunità ebraica si stabiliva in un luogo diventava fondamentale potere disporre di un luogo per il culto, oratorio o Sinagoga, non solo come luogo per pregare ma anche luogo di studio e socializzazione. Per le famiglie più in vista ed economicamente più solide diventava quindi importante ottenere, oltre al permesso di stabilirsi in un determinato luogo, ottenere l’autorizzazione ad aprire un oratorio privato presso la propria abitazione o disporre di una sala ove potessero riunirsi con al-tri correligionari per raggiungere il numero necessario (10 uomini) che consentisse, secondo le norme per la lettura della Bibbia sui rotoli di pergamena, Da un documento del 1580, risultavano a Modena tre sinagoghe “pubbliche” e, nel 1584, una risultava ubicata nella contrada San Giorgio, mentre, nel 1616, un'altra risultava sorgere presso la chiesa dei Servi. Dopo la costituzione del ghetto, le sinagoghe furono poste entro le sue mura. Circa gli oratori “privati” gestiti da membri eminenti della comunità risultavano esistenti presso famiglie come i Sanguinetti, Usiglio, Levi, Fano, Rovigo, Sacerdoti e altri. A proposito della famiglia Sanguinetti penso di avere casualmente individuato l’oratorio di famiglia, tuttora esistente, in Corso Canalchiaro, angolo via Cervetta (vedi foto allegata), oggi trasformata in negozio ma che conserva tuttora le colonne esterne e il soffitto a cupola affrescato, riportato alla luce in occasione di un restauro di qualche anno fa.

L’Oratorio “Sanguineti” vista ingresso esterno e la cupola interna una volta affrescata

Fotografie G.Cattarello


La via Cervetta si chiamava allora “Via de' Sanguineti” dal nome della potente famiglia di banchieri ebrei che possedeva tutto l'isolato. Una curiosità: dove attualmente è ubicato l’albergo e il ristorante Cervetta, in questo palazzo vi era la sede di una grande “Cantina di Acqua vita”, ovvero la grappa, di proprietà dei Sanguinetti ed era destinata all'esportazione per l'oriente. Da questo quartiere la famiglia Sanguineti si trasferì poi in Contrada de' Servi, vicino al Convento gesuita, in un palazzo prestigioso comprendente ben quattro cortili interni. Ma quando i frati vollero erigervi il loro collegio annesso alla Chiesa di S. Bartolomeo, i Sanguinetti furono costretti a sloggiare e si trasferirono, pare, ad un passo dalla Piazza Grande, cioè in Contrada Castellaro, vicino alla Contrada de' Scudari, centro politico della città (già denominata Contrada del Pallone). Altre sinagoghe si trovavano in Rua del Muro, alla confluenza con via Selmi, in via S. Salvatore, in via Taglio, ma resta difficile di individuare con esattezza l'ubicazione e l'epoca degli antichi oratori o sinagoghe dovuta al fatto che, al momento della segregazione nel ghetto, gli ebrei furono obbligati ad inserirvi anche i luoghi di culto per cui, essendo per lo più a carattere privato, se ne son perse le tracce. (Shlomo Simonsohn -"Italia Judaica"- "Goldstein-Goren Diaspora Research Center"-“Università di Tel Aviv-33 volumi della "Documentary History of the Jews in Italy")

Con la nascita del ghetto venne fissato l’obbligo di una sola sinagoga, tuttavia i sefarditi (ebrei spagnoli), onde poter conservare e tramandare i loro rituali e le loro tradizioni, organizzarono una sala oratorio all'ultimo piano del caseggiato di Via Coltellini, ora al n°25, di proprietà della famiglia Rovighi. La struttura è rimasta la stessa di tipo tardo-medievale: l'accesso è da un cortiletto, ora protetto da un cancello collocatovi nel dopoguerra, in luogo di un antico rustico portone; sul fondo del cortiletto, sulla destra e seminascosta, una ripida scala buia conduce ai piani. La sinagoga sefardita funzionò sicuramente fino agli ultimi anni del 1800. Da notare che quel tratto di Via Coltellini conserva ancora gli sparti medievali; la sinagoga non doveva essere individuabile dall’esterno tanto che spesso veniva eretta all'ultimo piano dello stabile o con l'ingresso da un cortile interno. Anche gli askenaziti (ebrei provenienti dalla Germania e dalla Polonia e Prussia) ebbero un proprio oratorio situato, pare, nella cosiddetta piazzetta, cioè il vicolo che congiungeva, all'interno del ghetto, le due vie Coltellini e Blasia, e precisamente nel caseggiato che fronteggiava l'attuale sinagoga e che fu abbattuto nel 1903. Esiste ancora oggi un oratorio con l'accesso da Via Coltellini n. 8/13, detto dei Donati, famiglia di origine tedesca, dalla famiglia stessa sostenuto ed utilizzato in modo esclusivo. Fino all'ultima guerra, i discendenti della famiglia Donati si riunivano in occasione delle festività e tramandavano il rito ed i canti antichi e tradizionali askenaziti.


Quando nel 1859 i cancelli del ghetto furono definitivamente chiusi e passati tutti i vincoli di emarginazione delle età precedenti, la Comunità di Modena decise di celebrare la propria emancipazione erigendo un nuovo tempio israelitico. A tale scopo, furono demoliti alcuni fabbricati dell’ex ghetto fra via Coltellini e via Blasia; l’opera fu eseguita dal 1869 al 1873, su progetto dell’ing. Ludovico Maglietta, professionista legato ad importanti opere nella regione. Questi compose un edificio con due monumentali facciate gemelle in angolo, con ingresso principale su via Coltellini. Nel 1893 si decise di demolire le umili casette che occupavano l’attuale suolo della piazza per aprire uno spazio – denominato all’epoca piazza della Libertà – che valorizzasse la Sinagoga maggiore edificata vent’anni prima, la cui facciata è elemento caratterizzante la piazza. Si rifecero allora i fronti delle case, rendendole prestigiose residenze in perfetto stile dell’epoca Oltre trent’anni più tardi, tuttavia, lo sventramento degli isolati adiacenti attribuì maggior visibilità alla facciata laterale, prospiciente la nuova piazza Mazzini (1903– 1906).

demolizione di alcuni edifici del ghetto- Foto tratta da internet


GLI EBREI E L’Inquisizione A MODENA L’opera della Inquisizione di Modena ha come anno di inizio quello del 1598, quando Modena divenne capitale del Ducato e l’Inquisizione divenne autonoma e non più dipendente dall’Inquisizione ferrarese. I tribunali dell’Inquisizione nacquero a Roma nel 1542 con la bolla di Paolo III° al fine di combattere le eresie e le deviazioni dal credo cattolico. Tuttavia gli ebrei non potevano essere considerati eretici perché non potevano essere accusati, né logicamente né giuridicamente, di deviazioni da una dottrina mai adottata. Essi rientravano piuttosto nella categoria degli “infedeli” non credenti, come peraltro anche i musulmani. Tuttavia si stabilì che gli ebrei potevano cadere sotto la giurisdizione dell’Inquisizione nei casi di peccati, reati e scritti contro le credenze comuni dei cattolici. L’elenco dei reati perseguibili comprende una serie lunga di ipotetici reati: ebrei che hanno condotto cristiani in sinagoga - possesso di libri proibiti-possesso di oggetti cristiani - dubbia conversione al cattolicesimo – abiura – magia - vilipendio a immagini cristiane - incontri carnali tra un ebreo e una cristiana - irriverenza al crocifisso -costruzione sinagoga senza licenza (processo David Norsa) - servizio di donne cristiane - atti sacrileghi - insegnamento ai cristiani di cose nefande – bigamia - contestazione della divinità di Gesù Cristo e della verginità della Madonna - offesa all’eucaristia – bestemmie - sodomia. Circa i libri ebraici le bolle di Gregorio XIII° del 1581 e di Clemente VIII° del 1593 davano l’incarico alla Inquisizione di procedere a requisire, censurare, distruggere i testi come il Talmud, i libri rabbinici e cabalistici. (Marina Cafiero e Giuseppe Minchella “L’Inquisizione e gli ebrei”)

Le pene previste potevano essere anche molto gravi, dalla semplice abiura al remo nelle galere, anche in perpetuo, all’esilio. Nei casi giudicati meno gravi il processo si chiudeva con una ammenda finanziaria. Occorre sottolineare che la tradizionale protezione accordata dai duchi estensi ha rappresentato spesso un ostacolo alla azione della Inquisizione. Nascevano spesso controversie tra Inquisizione e duca, che solitamente portavano ad un qualche compromesso o comunque ad un procrastinarsi delle soluzioni, ma intanto, come risultato immediato, si aveva quello di mantenere, per un certo periodo, lo status quo. Un altro aspetto importante riguarda le problematiche finanziarie che si verificarono dopo il trasferimento del tribunale dell’Inquisizione a Modena. La nuova sede del tribunale era presso il convento di san Domenico, che si trovava - e si trova tuttora nei pressi del Palazzo ducale estense. I locali erano però insufficienti, non garantendo neppure il disbrigo delle funzioni più comuni, senza contare le frizioni che si creavano continuamente con il priore del convento, il quale, oltre all’esercizio delle consuete attività, aveva ora l’aggravio dell’istituzione ospitata, il che voleva dire garantire vitto e alloggio non solo al frate inquisitore, ma anche ai suoi funzionari, ovvero a notaio, consultori, custodi delle carceri e via dicendo.


Mantenere un tribunale all’interno delle proprie mura comportava inoltre la custodia dei prigionieri e, come si è detto, i locali adibiti a carcere erano insufficienti e del tutto inadeguati. La cronica mancanza di fondi e la necessità di reperire continuamente finanziamenti comportava che parecchi processi si chiudevano con la commutazione della pena in una multa. Un esempio di come si cercasse di rimediare alla persistente mancanza di denaro è costituito dai vari processi che dovette affrontare l’ebreo Isac Sanguineti (appartenente ad una delle più importanti famiglie ebree di Modena), accusato a più riprese di vari reati tipo la detenzione di libri proibiti, esperimenti diabolici, di avere insegnato cose occulte a un gentiluomo cristiano, al quale vennero comminate pene poi convertite in multe di centinaia di scudi. Per approfondire le informazioni sui processi contro gli ebrei, si può entrare nel sito web di ASMO che studiando i documenti presenti nell’archivio riguardanti le cause contro gli ebrei ha svolto un lavoro molto interessante e indica le date, il numero degli inquisiti, i nomi, il tipo di accuse a loro carico e i luoghi: ASMo - “Serie Causae Hebreorum” Elenco analitico - con indici di persona e di luogo - a cura di L. Bandini, Modena 2011

BIBLIOGRAFIA -G.Battista Spaccini “Cronaca di Modena” -Gian Luigi Basini “L’uomo e il pane” - Giuffrè editore -Marina Cafiero e Giuseppe Minchella “l’Inquisizione e gli ebrei” -Shlomo Simonsohn “Italia Judaica” Documentary History of Jews in Italy "Goldstein-Goren Diaspora Research Center"- “Università di Tel Aviv” -Wikipedia “La Comunità ebraica di Modena” -G. Martinelli Braglia (per Istituto Tecnico Industriale Enrico Fermi di Modena) -Ludovico Vedriani “Historia dell'antichissima città di Modona” -Treccani Dizionario biografico – frate Bartolomeo Cambi -Diego Papouchado “La situazione degli ebrei nel ducato estense all'epoca della Riforma protestante” -ASMO Inquisizione- raccoglitore decreti n. 270 -ASMO gridario in volume A 1598-1620 –D 1671-1682 –E 1653-1664 -ASMO gridario sciolto 5 -ASMO gridario sciolto A 1598-1620




La SANTA INQUISIZIONE A MODENA NEL ‘600 la donna

Romano Bertacchini



La sede dell'Inquisizione di Modena è attestata fin dal 1299 nel complesso del Convento di San Domenico e l'archivio consta dunque di moltissima documentazione che copre un vasto arco cronologico, dal 1329 al 1785, compresa una sezione che conserva i fascicoli processuali di oltre 6000 inquisiti. Fra questi, emergono i casi di tre donne che furono processate fra il 1539 ed il 1634 con l'accusa di stregoneria e che vivevano nei territori di Gaiato (MO), San Giovanni in Persiceto e Crevalcore (BO)

Il primo caso del 1539 riguarda Orsolina detta "La Rossa di Gaiato", che viveva in un piccolo paese della montagna modenese che venne interrogata dall'Inquisitore di Modena era accusata di aver maleficiato dei bambini …

.. e di "andare al corso" o, come diceva il popolo, in "striazzo", cioè di riunirsi nei boschi insieme ad altre persone per ballare, mangiare, giocare e scherzare. Questo era essenzialmente il suo Sabba.

Orsolina, durante i numerosi interrogatori alternò ammissioni a ritrattazioni, tanto che il 10 giugno 1539, ad un mese esatto dall'inizio del processo, venne mandata a Ferrara, ..

… sede dell'Inquisitore Generale Tommaso da Bologna, che dinanzi ad ulteriori ritrattazioni, decise di farle confessare la verità sottoponendola ad interrogatorio sotto tortura.

Non ci volle molto perché Orsolina confermasse nuovamente le accuse che le venivano rivolte, oltretutto descrivendo fatti che ricorrono nella maggior parte dei processi per stregoneria istruiti in Europa fra la fine del '400 e l'inizio del '600, come l'aver invocato il Diavolo con formule magiche o di aver avuto rapporti carnali col lui.



Il fatto che Orsolina sembri voler far credere all’Inquisitore che i fatti raccontati siano reali e possibili dopo avere negato per così tanti “costituti” pare quasi un suicidio giudiziario se non si considera l'ipotesi che l'Inquisitore le abbia promesso clemenza in cambio di una piena confessione.

Non sapremo mai se andò davvero così, ma Orsolina venne condotta ad abiurare pubblicamente nella Chiesa di San Domenico e condannata al carcere perpetuo nella propria casa. Venne graziata della vita perché si era pentita dei crimini commessi.

Il secondo processo è quello di Ginevra Gamberini di San Giovanni in Persiceto. La donna venne accusata nel 1603 di aver creato un sortilegio amoroso.

Era stata denunciata dal cognato, Benedetto Rubini, che dopo essersi recato nella casa del defunto fratello Orlando per sgomberarla, disse di aver trovato sotto la paglia del letto delle pitture, ossia delle scritture, e si era risoluto che si trattasse di diavolerie.

Nel fascicolo si legge che Ginevra era considerata una meretrice pur essendo stata una donna sposata ed allo stato della deposizione, una concubina. Nel corso degli interrogatori, Ginevra negò con forza l'accusa di aver compiuto sortilegi per ottenere l'amore affermando che probabilmente quelle scritte erano opera di qualcuno che aveva agito per vendetta nei suoi confronti.

La donna dimostrò di avere un carattere irriducibile affermando in tutti gli interrogatori successivi, anche sotto tortura, di non saper fare alcun esperimento. Nonostante non abbia mai confessato, Ginevra venne condannata a delle pene salutari.



Quello che è interessante constatare è che alla fine della sentenza, si trova la firma di Ginevra Gamberini, che è una croce. La domanda sorge dunque spontanea: è possibile che una donna analfabeta fosse in grado di scrivere formule magiche?

Il terzo caso sottoposto agli Inquisitori di Modena nel 1634 è quello di Lucia Bertozzi detta "Bartolina", levatrice di Crevalcore. Lucia non era originaria del luogo, viveva lì solo da qualche anno. Ciò la rendeva un'estranea agli occhi della comunità, un fattore determinante per le accuse che le verranno mosse.

Il fascicolo del processo alla Bertozzi comincia con una lettera del Vicario di Crevalcore all'Inquisitore, che racconta di come localmente vi siano sospetti ed inimicizie nei confronti di questa donna che in paese svolgeva il mestiere della levatrice

Lucia era accusata di essere una "eccellentissima strega", una donna di mala vita, di aver preparato curiosi rimedi per diversi malesseri, di praticare strani "riti" mentre assisteva le partorienti e non da ultimo di aver eseguito incantesimi di legamento.

La cosa interessante di questo processo, è che Lucia risponde a tutte le accuse con grande intelligenza ed ironia, talvolta riuscendo a spostare il discorso dal piano del maleficio, al piano naturalistico di una malattia o di un rimedio utilizzato.

Nemmeno sugli oggetti ritrovati durante una perquisizione in casa sua gli Inquisitori riescono ad ottenere abbastanza prove della sua colpevolezza: si trattava di oggetti di uso quotidiano, che Lucia affermò di utilizzare per devozione e per dare conforto alle donne mentre partorivano, negando inoltre qualsiasi conoscenza di pratiche di stregoneria che giudicava "minchionerie". Tuttavia, il 4 settembre 1636 venne condannata all'esilio da tutta la giurisdizione, pena la fustigazione, ed alla confessione dei suoi peccati per un anno, la prima domenica del mese.


Fra Giovan Battista d’Este, già duca Alfonso III Gallerie Estensi Modena


Il duca capuccino padre giovan battista d’EstE

Brunella Verzoni


Nella Galleria Estense di Modena, e precisamente nella sala dei ritratti, è presente un dipinto molto suggestivo che al visitatore attento oltre all'ammirazione, potrebbe suscitare curiosità, nonché interrogativi ai quali ho cercato di dar risposta attraverso il “Corso di ricerca storica" dell'U.T.E. Il quadro è un olio su tela di notevoli dimensioni, di Matteo Loves (nato a Colonia, morto a Bologna nel 1647) rappresenta Alfonso III (figlio di Cesare e Virginia de Medici) in abiti da Cappuccino, mentre indica con la mano destra il crocifisso che regge con l'altra mano e poggia un piede su scettro e corona. Il dipinto, voluto da Alfonso stesso a distanza di sei anni dal suo ingresso nell'ordine religioso, è molto eloquente; simboleggia la predilezione per le cose divine e dell'Eterno, rispetto a quelle terrene. Nel suo caso significa che abbandona il potere (abdica a favore del figlio Francesco I) e le ricchezze per farsi povero, secondo la regola francescana. Un dipinto del Malatesta, che si trova nel Palazzo Ducale, rappresenta proprio il momento della "vestizione" del duca, ossia il suo ingresso nell'Ordine dei frati minori Cappuccini Come mai una scelta così drastica? Afonso nacque il 22 ottobre 1591 da Cesare d'Este e Virginia de Medici, come detto sopra. Ebbe precettori illustri; il marchese A. Fontanella e il conte Ludovico Ronchi, don Matteo Malpiglio per letteratura italiana latina e greca, mentre dai PP. Gesuiti studiò filosofia. All'età di 17 anni sposò Isabella di Savoia, figlia del duca Carlo Emanuele e di Caterina d'Austria. Si legge nel libro scritto da M. Schenetti: I Cappuccini a Modena quattro secoli di storia (Modena Aedes Muratoriana1978) che Isabella viene presentata da tutti gli storici di casa d'Este come donna di eccezionali doti e virtù cristiane, la quale influì non poco sull'animo del marito se da orgoglioso, prepotente e vendicativo giunse a farsi umile fraticello. Prepotente e vendicativo, continua Schenetti, difatti in gioventù giunse al punto di far sopprimere un tale di casa Pepoli, Ercole, solo perché proprietario, nel Ferrarese, di terreni rivendicati dagli Estensi. In ASMO (Archivio di Stato di Modena) ho trovato la Grida dell'agosto 1629 dove Alfonso revoca le taglie imposte sui componenti della famiglia Pepoli che erano state imposte dal duca Cesare suo padre nel 1622 in seguito ad una congiura, da essi tramata, contro la casa d'Este. Con questa grida Alfonso dichiara inoltre, la sua intenzione di ritirarsi a vita consacrata. (vedere scheda di laboratorio) Il dolore per la perdita della moglie e quel delitto che gli pesava sulla coscienza fecero sì che appena il figlio Francesco raggiunse la maggiore età abdicasse in suo favore.




Secondo P. Carlo Cirillo Fornili, nel libro: Storia di una presenza (da 450 i Cappuccini a Modena) Modena 1989, il clima modenese del tempo era favorevole ad un gesto così radicale anche per un duca, lo stesso Ordine accettò volentieri una vocazione così illustre. Il direttore spirituale dell'ex duca, P. Giovanni Albinelli da Sestola presentò la richiesta del postulante con le più ampie rassicurazioni. L'Albinelli era molto stimato sia dal popolo, che dalla corte e anche presso i superiori dell'Ordine. Ho avuto il privilegio di poter leggere ed ammirare il volume originale della biografia scritta dall'Albinelli, oggi custodita in cassaforte presso ASMO, e data alle stampe dallo stesso autore dopo la morte del P. Giambattista d'Este nel 1646. Diciamo che può apparire troppo elogiativa per molti versi, ma come dice P.Fornili occorre osservare che l'autore fu testimone diretto di quanto ha narrato. Certamente essendo l'Albinelli molto affezionato al suo Duca è possibile che possa aver impresso nel suo scritto un accento più caldo ed espressivo e consono allo stile "cerimonioso" del tempo e comunque documentato. Tuttavia rimane la realtà di un gesto di rinuncia ai vantaggi umani dell’importante carica di governo, quella ducale, e la scelta di una vita di povertà e sacrifici. P.Giambattista d'Este chiese di ritirarsi nel Tirolo nel convento di Merano; fu accompagnato dall'Albinelli e da p. Gianoli, altro interprete illustre della vita modenese. Quando nel 1630 scoppiò la peste a Modena p. Gianbattista non resse, profondamente addolorato volle tornare a Modena e come cappuccino si mise al servizio dei suoi ex sudditi ammalati. Ma al confine del ducato, a Finale Emilia, un breve papale gli impedì di entrare in Modena. Il divieto fu temporaneo e cautelativo. Nel 1632 il p.Gianbattista riceveva l'autorizzazione di entrare in Modena Per vari anni il convento di Modena fu sua residenza. Spesso, tuttavia, si allontanò per recarsi a predicare nei paesi e città confinanti; Carpi, Reggio, Ferrara ecc. La sua oratoria si mostrava tutta personale, erudita, infuocata e attirava folle di uditori del popolo e della nobiltà. La sua energia lo spinse a realizzare diverse opere: eresse monasteri per le Clarisse, istituì un monte di pietà per aiutare le donne povere e sole, aprì in Reggio una casa per le peccatrici ravvedute. Con il massiccio contributo della corte ducale modenese, fece erigere il convento di Castelnuovo in Garfagnana dove volle ritirarsi quando avvertì il progressivo diminuire di forza e salute. Morì il 24 maggio1644 a causa di una malattia contagiosa contratta nell'assistere un confratello gravemente ammalato, deceduto pochi giorni prima di lui. Le sue spoglie furono tumulate nei sotterranei della chiesa del convento, il 12 luglio 1840, per volere di Francesco IV, riesumate e collocate nella cappella dell'Immacolata della stessa chiesa dove sono tutt'ora. In ASMO sono conservate numerose lettere “carteggi tra principi”





Garfagnana una terra contesa

Roberto Vezzelli



All'inizio tra storia e leggenda il motivo della contesa furono le spoglie mortali di San Pellegrino. Il santo non era italiano, la leggenda narra che fosse il figlio di Romano, re di Scozia e che, dopo avere rinunciato alla corona, se ne andasse pellegrino per l'Europa ed in oriente. In Italia fu in visita ai santuari del paese fino a quando il suo viaggio si arresta nel borgo che porta il suo nome sulla sommità del monte che domina la Garfagnana . Il santo assunse la sua dimora nel tronco cavo di un faggio e da lì lottò intensamente contro il maligno e le sue tentazioni. Alla morte di San Pellegrino, nel 643 D.C., la sua opera fu continuata dal suo discepolo San Bianco e i loro resti riposano all'interno della stessa teca nel santuario

La contesa: La leggenda vuole che sin dalla morte di San Pellegrino iniziassero le contese su quale territorio dovesse sorgere il santuario a lui dedicato, se in territorio modenese o di Lucca. La decisione fu lasciata al destino: le spoglie del santo furono caricate su un carro trainato da due torelli e dove essi si fossero fermati là sarebbe sorto il santuario. Le bestie si fermarono esattamente sul confine e così da sempre il santuario è "virtualmente tagliato in due”. Un lato è in comune di Frassinoro e l'altro in comune di Castiglione di Garfagnana. La teca contenente i resti dei due santi sarebbe in tal modo una proprietà condivisa e i due santi si troverebbero con la testa in Emilia e i piedi in Toscana.

La storia : Garfagnana terra contesa, quindi, tra Lucca ed il ducato Estense, pur se regione montuosa e scarsamente produttiva. Essa per gli estensi significava la porta verso il Tirreno e la Toscana. Nel 1430, nel quadro dei contrasti tra le diverse signorie e città, la Garfagnana, per evitare l'invasione fiorentina si consegna a Niccolò III Estense. Duca abile diplomatico, di forti relazioni e di capacità di mediazione tra Venezia, il papato ed i Visconti riuscì ad ampliare il ducato con il Polesine, Lugo, Bagnacavallo, Massa Lombarda, Reggio Emilia (con uccisione di Ottobono de’ Terzi e consegna di Parma a Filippo Maria Visconti) Tre anni dopo la consegna a lui della Garfagnana se ne fa investire dall'imperatore Sigismondo in un suo passaggio da Ferrara. Già, nel 1438 in risposta a sommosse provocate dai Lucchesi un buon numero di armati fu inviato in valle. Molti anni dopo all'epoca della "cacciata" degli estensi da Ferrara e, quindi, di fatto, dal rilevante ridimensionamento dei territori da loro dominati con l'indebolimento della loro immagine e del loro prestigio è plausibile che aumentassero gli appetiti da parte di stati confinanti per la ulteriore "erosione " di altre parti del loro territorio. In particolare a sud del ducato nella valle di Garfagnana si manifestò questa aggressività da parte della Repubblica di Lucca.



Questo avvenne oltre il crinale appenninico, oltre San Pellegrino ed il passo delle radici, territori sotto la podesteria di Frassinoro. Gli Estensi già privati di parti significative del ducato a Ferrara, in Polesine e nella zona di Comacchio, si opposero duramente, al tentativo ripetuto, in guerra aperta, nel 1602, nel 1603 e nel 1613. Gli Estensi ebbero conferma di aver vinto la causa contro la Repubblica di Lucca con la decisione del Reale Senato il primo dicembre 1606 e con Decreto del 1618. Le guerre del 600 tra ducato Estense e Lucca in Garfagnana nelle pagine Ludovico Antonio Muratori. -Nel 1602 i lucchesi alla fine di marzo, trovato un pretesto, iniziarono le ostilità ed i saccheggi. Il duca Cesare invia sul luogo il suo generale Ippolito Bentivoglio con alcune migliaia di soldati lombardi. Il Bentivoglio mise a sacco non poche terre lucchesi e pose assedio a Castiglione. I lucchesi chiesero e ottennero dal governatore di Milano, conte di Fuentes, di interporsi. Fu spedito in Garfagnana il marchese Pirro Malvezzi che in capo a 15 giorni terminò la differenza con sentenza favorevole al Bernacca, suddito del Duca, all’origine del contendere. -Nel 1603 di nuovo i lucchesi muovono guerra in Garfagnana mettendo a sacco un buon tratto di territorio. Il duca Cesare invia di nuovo il marchese Bentivoglio con forze maggiori dell'anno precedente. Il marchese indusse i lucchesi a rendere Pellerosso che fu spogliata e data alle fiamme e spingendosi nel lucchese predò 1500 paia di bestie. Castiglione, ben munita di artiglieria e di 1200 soldati, fu di nuovo assediata e bombardata dalla collina soprastante provocando la distruzione di molte case e del campanile. Vedendo la malaparata i lucchesi operarono perché il conte di Fuentes rimandasse a Modena il marchese Malvezzi con il capitano Verdugo D'Avila governatore di Correggio, per trattare nuovamente la pace. Dopo lunghi dibattimenti il duca acconsenti alla pace a patto che i lucchesi demolissero le loro fortificazioni. In precedenza, il 30 giugno 1602 era stata delegata la cognizione della causa della Garfagnana che secondo i lucchesi era indebitamente occupata. Il 1 dicembre 1606 il presidente il gran cancelliere e i senatori del Reale Senato decisero in favore della Casa D’Este. A seguito di ciò si tennero pubbliche allegrezze a Modena ed in Garfagnana. (Nota: nel 1606 il re cattolico Filippo terzo assegna al duca Cesare una pensione annua di 10000 scudi romani e lo onora del collare dell'ordine del Tosone)


NICCOLO' TERZO D'ESTE


-Nel 1613 vi fu una nuova guerra tra Cesare d'Este e la Repubblica di Lucca per la Garfagnana che fu assalita dai lucchesi con alcune migliaia di armati. I lucchesi si impossessarono di Cascio, Monte altissimo, Monte rotondo, Manigliana ed occuparono Monte Perpoli dove costruirono un forte. Il duca Cesare inviò in valle il primogenito principe Alfonso ed il principe Luigi, generale dei veneziani, con migliaia di fanti, cavalli ed Artiglierie, al comando del suo generale marchese Ippolito Bentivoglio. Fu posto un nuovo assedio a Castiglione. I lucchesi dovettero spingere il bestiame fuori le mura non potendo alimentarlo. Furono occupati e distrutti i mulini provocando agli assediati penuria di farine. Spinti dalla fame uscirono dalle mura donne, vecchi e bambini nella speranza di sfamarsi altrove ma furono respinti e rimandati indietro. In Castiglione vi erano 1200 armati comandati dal cavalier Cesare Buonvisi. Essi tentarono diverse sortite rimaste senza esito ed avevano forte sostegno a monte Pigollo. Le batterie estensi riuscirono ad aprire una breccia nelle mura e ciò spinse i lucchesi a indurre il governatore di Milano Conte Dell'Inoiosa a spedire a Modena Baldassarre Biglia affinché convincesse il duca Cesare alla pace. Il duca resistette ed il Biglia corse frettolosamente in Garfagnana nel timore della caduta di Castiglione. Quivi giunto il Biglia intimò al principe Luigi di desistere in nome del re di Spagna. Dopo dura discussione Biglia entro in Castiglione ed espose gli stendardi del Re cattolico per fare sapere al principe che teneva Castiglione in suo nome. Il principe Luigi per rispetto chinò il capo. I lucchesi uscirono da Castiglione disarmati e la guerra continuò in altri luoghi. Nel 1618 uscì il decreti che tagliò alle radici le speranze lucchesi. Note sul santuario di San Pellegrino: Nei tempi andati, per secoli, chi veniva al santuario ad omaggiare la tomba del santo, soprattutto ciò era diffuso in lucchesia, portava con sé come segno penitenziale una grossa pietra. Nel corso del tempo si creò un grandissimo cumulo di sassi ancora oggi visibile. La leggenda vuole inoltre che il luogo chiamato "giro del diavolo” sia così definito in quanto il santo Pellegrino tentato dal demonio si arrabbiò tanto da mollare un ceffone così forte al diavolo da farlo girare su se stesso. Note sul duca Niccolò terzo: Niccolò fu nominato duca dal consiglio di reggenza a soli 10 anni. Egli era noto per la sua intensa attività amorosa. Ebbe tre mogli -Gigliola di Carrara -Paradisina Malatesta (infedele, fatta uccidere con l'amante) -Ricciarda di Saluzzo Niccolò ebbe 5 figli legittimi, 12 figli naturali e altri ancora. Lo soprannominarono il Gallo di Ferrara e si diceva che ebbe più di 800 amanti tanto che circolava il detto: di qua e di là dal Po tutti figli di Niccolò.



La storia della uccisione di Ottobuono de’ Terzi che deteneva Parma è particolarmente cruenta. Per mandato di Niccolò egli fu ucciso in un agguato a Rubiera. Il cavaliere ucciso fu portato a Modena dove fu dato in pasto al popolo. Il corpo fu fatto a pezzi ed esposto alle porte della città e si dice che il cuore fosse mangiato. La testa di Ottobuono fu donata al suo nemico, Pietromaria De Rossi, che la espose su una picca alle porte del castello di Felino.

Fonti: -Storia di Modena, le guerre lucchesi, di L.A.Muratori -Almanacco storico modenese di Andrea Barbieri, cronache dal 31 marzo al 4 maggio 1602 -Repertorio Susari Tagliavini (cassa 05)



Si ringraziano tutti coloro che hanno reso possibile il lavoro in particolare l’Archivio di Stato per la sua disponibilità e l’Archivio Storico del Comune di Modena per la concessione delle immagini


L’Università per la Terza Età APS Modena nell’ambito della "Settimana della didattica e dell’educazione al patrimonio in archivio" Regione Emilia Romagna ventunesima edizione “Quante storie nella Storia”

maggio 2022