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MEDIOEVO DOSSIER
EDIO VO M E Dossier
NASCOSTO LUOGHI ♦ STORIE ♦ ITINERARI PARTE I: ITALIA CENTRO-SETTENTRIONALE
N°61 Marzo/Aprile 2024 Rivista Bimestrale
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€ 7,90
MEDIOEVO NASCOSTO. I NUOVI ITINERARI. PARTE I ITALIA CENTRO-SETTENTRIONALE
MEDIOEVO
IN EDICOLA IL 22 MARZO 2024
MEDIOEVO NASCOSTO LUOGHI, STORIE, ITINERARI
PARTE I: ITALIA CENTRO-SETTENTRIONALE a cura di Francesco Colotta testi di Silvia Beltramo, Franco Bruni, Carlo Casi, Dario Canzian, Francesco Colotta, Luciano Frazzoni, Paola Anna Marina De Marchi, Sonia Merli, Luca Pesante, Francesco Pirani e Nicoletta Zullino
6 Presentazione Un’altra Italia 28 Valle d’Aosta 30. Étroubles. Sulla via delle Gallie 33. Châtillon 34 Piemonte 36. Saluzzo. Una città «non ultima in possanza» 40. Il Ricetto di Candelo 42.Oglianico 44 Liguria 46. Apricale. L’autonomia tra boschi e uliveti 50. Triora 51. Castelnuovo Magra
72 Veneto 74. Monselice. Ai piedi dei Colli Euganei 79. Montagnana 80. Soave 81. Arquà Petrarca 82 Friuli-Venezia Giulia 84. Gradisca d’Isonzo. Un baluardo contro gli Ottomani 89. Clauiano 90 Emilia-Romagna 92. Castell’Arquato. Il tempo ritrovato 95. Bobbio 96. Verucchio 97. Vignola 98 Toscana 100. Vitozza. Nella città fantasma 105. Radicofani 106. Sorano 108. Pitigliano
52 Lombardia 54. Castelseprio. Nel castello di Desiderio 62. Civate 63. San Fedelino
110 Marche 112. Tolentino. Il Medioevo in fiera 117. Corinaldo
64 Trentino-Alto Adige 66. Curon Venosta. Se una notte d’inverno le campane... 71. Canale di Tenno
118 Umbria 120. Acquasparta. Un gioiello nelle Terre Arnolfe 128. Monteleone di Spoleto MEDIOEVO NASCOSTO
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È
trascorso oltre un decennio da quando presentammo il primo «catalogo» di un Medioevo nascosto: una guida alla riscoperta di un patrimonio architettonico e artistico a torto ritenuto «minore», forse per il predominio esercitato sull’immaginario del pubblico – nazionale e internazionale – dai grandi tesori delle nostre città d’arte. Sono, invece, centinaia e migliaia – tra borghi e contrade cittadine, pievi e abbazie, castelli e fortificazioni – le testimonianze di questo «Medioevo diffuso», spesso calato all’interno di contesti paesaggistici anch’essi plasmati dall’operare umano e che ne esaltano la suggestione e il fascino. Un Medioevo che ci circonda e ci accompagna quotidianamente, ma che, forse per assuefazione, tendiamo a vivere in maniera distratta, inconsapevole. Eppure il messaggio che i secoli dell’età di Mezzo hanno materialmente impresso sul nostro territorio è ancora miracolosamente lí, sotto i nostri occhi, a ricordarci la vicenda di una straordinaria e irrepetibile eredità artistica, civile, di costumi e di storia. Nell’introduzione di questo numero, dedicato all’Italia centro-settentrionale (e al quale seguirà un secondo, incentrato sulle regioni meridionali e sulle isole), riproponiamo il racconto della nascita, della funzione e dell’evoluzione dei luoghi simbolo del vivere medievale (il borgo, la piazza, il castello, la cattedrale…) nel contesto del millennio che li ha visti sorgere. Segue, in ordine regionale (dalla Valle d’Aosta all’Umbria), una nuova scelta di luoghi dove oggi possiamo ritrovarli. Alcuni di essi non vi appariranno piú come «nascosti», altri invece saranno delle assolute novità. Anche questa volta si tratta di una scelta inevitabilmente, e consapevolmente, parziale. Intesa, nondimeno, a suggerire la via da percorrere per costruire un vostro, personalissimo, «catalogo» dedicato a un patrimonio di inestimabile valore e bellezza. Andreas M. Steiner
Veduta panoramica di Sorano (Grosseto), borgo medievale arroccato su uno sperone di tufo.
UN’ALTRA
ITALIA di Luca Pesante
C
on la curiosità intelligente che accomuna ogni storico di qualità, Jacques Le Goff ha scritto: «L’Italia è donna, nel mondo medievale: gli altri sognano di possederla, in vario modo. E talvolta vi riescono». E, in effetti, la nostra Penisola, serbatoio inesauribile di meraviglie, nell’Età di Mezzo attira e appassiona stranieri di ogni tipo: dal pellegrino che va a Roma per inginocchiarsi in preghiera sulla tomba di Pietro, al predone che sogna i suoi tesori d’arte, fino al principe o al signore che cerca in Italia un titolo o una corona. A questo punto, però, si impone una premessa: che cosa sapevano vedere gli occhi di un uomo del Medioevo? Gli uomini di quel tempo non sanno, ovviamente, osservare e descrivere come potremmo fare noi oggi. I paesaggi sfuggono alla loro attenzione, se si escludono alcuni luoghi comuni letterari frequentati dai soliti Dante e Petrarca; ciò che li interessa è la realtà simbolica, dunque quel che si cela oltre l’apparenza. Il viandante, pertanto, non è attratto dalla bellezza dei monumenti, delle rovine e del paesaggio, egli è sensibile quasi unicamente al significato religioso e al trascendente che domina la sua vita. Ma, allora, come spiegare il fascino travolgente di Palazzo Vecchio a Firenze, degli affreschi di Assisi o della facciata del duomo di Orvieto? È la forza del simbolo che lí si traduce in bellezza, ma prima di tutto essa deve rappresentare, appunto, il simbolo di un altro significato. In un certo senso oggi viviamo ancora immersi nel Medioevo, molto spesso abitiamo, senza saperlo, spazi e luoghi medievali nati quasi un millennio fa. Ogni giorno passiamo davanti a un’infinità di simboli medievali che in qualche modo condizionano la nostra percezione estetica della realtà. Percorriamo le stesse strade, usiamo le stesse parole. Tutto ciò forma un patrimonio straordinario, una ricchezza unica: uno dei pochi elementi che davvero uniscono tutti i particolarismi della nostra Italia. La cultura materiale medievale che oggi circonda la nostra esistenza, nel senso di ciò che possiamo vedere e toccare, è senza dubbio una risorsa vitale per il nostro Paese, e proprio da lí, dalla sua riscoperta e valorizzazione, sarà possibile ridare dignità a una nazione che, talvolta, sembra aver dimenticato la sua storia.
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MEDIOEVO NASCOSTO
L’abbazia di S. Galgano (Chiusdino, Siena). Iniziata nel 1218, la costruzione ebbe termine nel 1288, dando vita a uno degli esempi piú interessanti dello stile gotico cistercense. L’abbazia visse il suo massimo splendore nel XIII e XIV sec., ma a partire dal XV, cominciò a decadere. Un declino che culminò nel 1781 con il crollo delle volte di copertura della chiesa abbaziale, nel 1786 con la rovina del campanile, nel 1789 con la sentenza ecclesiastica di profanazione.
ITINERARI
Valle d’Aosta
ÉTROUBLES
Sulla via delle Gallie
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MEDIOEVO NASCOSTO
di Francesco Colotta
S
orto nel cuore della valle del Gran San Bernardo, a 1270 m di altezza, il borgo di Étroubles ha rivestito un ruolo strategico fin dall’antichità grazie alla sua posizione chiave lungo il tracciato della via delle Gallie (arteria che collegava la zona del Po con le regioni alpine). I Romani gli diedero il nome di Eudracinum e anche di Restapolis, utilizzandolo presumibilmente come residenza invernale per la guarnigione militare. Nell’età di Mezzo, il borgo si sviluppò in seguito all’intensificarsi del transito dei pellegrini cristiani che dal Nord Europa si recavano a Roma: l’area di Étroubles costituiva un passaggio obbligato, perché era attraversata della via Francigena (l’insieme di strade che collegava il Settentrione del continente con la Città Eterna, che comprendeva il tracciato della via delle Gallie) e rappresentava la tappa che precedeva Aosta. Proprio in virtú del grande afflusso di fedeli, il piccolo abitato si organizzò per fornire loro le migliori condizioni di accoglienza, allestendo un ospizio per viaggiatori che rimase attivo fino al XVIII secolo.
Gruppo scultoreo in legno policromo raffigurante la Pietà, dalla cappella di Vachéry. Opera di scultore valdostano, prima metà del XVII sec. Étroubles, Trésor de la Paroisse. Nella pagina accanto Étroubles (Aosta). Veduta del borgo, dominato dal campanile quattrocentesco progettato dal maestro lapicida di Gressoney Yolli de Vuetto.
I «soldati della neve»
In epoca bassomedievale, su disposizione dei Savoia – negli anni di governo della famiglia sabauda su gran parte dell’odierno territorio valdostano –, a Étroubles vennero costituiti gruppi di marroniers (chiamati in seguito anche Soldats de la Neige), vere e proprie guide alpine incaricate di accompagnare mercanti e pellegrini sulle alture del colle del Gran San Bernardo sia nel tragitto di andata che in quello di ritorno, un servizio rimasto in funzione fino al 1783. Insieme ai tanti pellegrini, nel piccolo abitato transitarono anche papi e imperatori, tra cui Napoleone Bonaparte, il quale, nella notte del 20 maggio 1800, soggiornò presso la locale casa dell’Abbé Veysendaz, sorta nel luogo in cui, nell’età di Mezzo, si trovava l’ospizio. L’architettura di Étroubles conserva un aspetto tipicamente medievale: lungo strette stradine in ciottolato sorgono antiche abitazioni dai tetti in lose (termine di origine incerta che indica lastre in pietra utilizzate come tegole. n.d.r.), ristrutturate in epoca recente, mentre dall’alto un imponente campanile quattrocentesco domina l’abitato, unica testimonianza rimasta di quella che nel Medioevo era la principale chiesa del borgo. Risale all’Ottocento, invece, l’edificio adiacente la chiesa oggi dedicata a santa Maria Assunta, la cui struttura
originaria venne abbattuta a causa delle estreme condizioni di degrado in cui versava. Una torre si conserva nella vicina frazione di Vachéry ed è uno dei gioielli architettonici dell’intera valle del Gran San Bernardo. Costruita nel XII secolo con funzioni militari, divenne in periodo piú tardo residenza di potenti famiglie nobiliari, i Vachéry soprattutto, da cui ereditò il nome, e anche i La Tour.
Una breccia leggendaria
La torre ha la struttura di un parallelepipedo a pianta quadrata, con mura spesse circa 2 m. Nel lato occidentale è ancora visibile l’antico accesso – oggi murato – posto a una ragguardevole altezza dal suolo per rendere difficilmente espugnabile l’edificio. L’accesso odierno, al piano terra, venne ricavato in seguito, mentre la presenza di una breccia di origine ignota ha ispirato una leggenda di ambientazione medievale: si narra che un conte di Savoia, recatosi ad Aosta per impegni politici, venne sorpreso da una bufera durante il viaggio e si MEDIOEVO NASCOSTO
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SVIZZERA
Bormio Chiavenna Novate Mezzola
TRENTINO A LT O A D I G E
San Fedelino Meraggio
Castiglione Olona
Varese
Castelseprio
Varenna
Lecco Camerata
Lasnigo
Como
Cornello Civate
Bergamo
Trento Gromo Clusone Rogno Gardone V. Trompia
Monza Fara Chiari Gera Milano d’Adda Truccazzano Soncino Morimondo Pizzighettone
Brescia
Novara
Pavia
Tremosine Gargnano
Sirmione
VENETO
Verona Leno
Cremona
Monzambano
Mantova
Meda
Voghera
Alessandria
LOMBARDIA
PIEMONTE
Fortunago
Piacenza EMILIA-ROMAGNA
Zavattarello Varzi
Parma
Reggio nell’Emilia Modena
S
toria e leggenda si alternano nel definire il profilo della Lombardia nel corso dell’antichità. La presenza degli Etruschi fu cronaca reale, mentre la presunta impronta gallica nella fondazione di Milano sembra piuttosto il frutto di una tradizione popolare, riportata da Tito Livio. I Galli, a ogni modo, abitarono la regione intorno al IV secolo a.C. e presto dovettero sottomettersi a Roma. Piccoli insediamenti erano già popolati in quell’epoca, accanto alle antiche Milano, Bergamo, Brescia e Mantova: Fortunago, il cui nome deriverebbe da un suffisso celtico; Voghera, che divenne municipio; il castrum di Sabbioneta; la bella Sirmione, citata da Catullo; e Clusone, oggi nota per il misterioso orologio planetario che svetta nella torre del palazzo comunale. Nel territorio dell’odierno Bergamasco esistevano in epoca romana un gruppo di centri minerari riuniti sotto la denominazione di pagus Brembanum che comprendeva insediamenti nelle zone di San Giovanni Bianco e Lenna. Dopo il crollo dell’impero romano la Lombardia subí per un lungo periodo il dominio dei Longobardi, a partire dal VI secolo. La caratteristica divisione in fare (gruppi omogenei di famiglie) della loro popolazione permise lo sviluppo di autonomie urbane: a testimoniare quella tendenza localistica è il nome del borgo di Fara Gera d’Adda, nel quale si possono ammirare i resti di una basilica del VI secolo. Altri luoghi che presentano segni della dominazione longobarda sono Castelseprio, rinomata soprattutto per il suo parco archeologico, Castiglione Olona e Rogno. Nell’VIII secolo ebbe inizio la dominazione dei Franchi e,
I LUOGHI SCELTI DA «MEDIOEVO» Provincia di Bergamo
•CLUSONE torre medievale con orologio astronomico cinquecentesco, palazzo del Comune (XIV sec.). •CORNELLO DEI TASSO (CAMERATA CORNELLO) borgo medievale, Museo dei Tasso e della Storia Postale. •FARA GERA D’ADDA basilica Autarena del VI sec. •GROMO rocche medievali, chiesa parrocchiale del XIV sec. •ROGNO resti di mura medievali. Provincia di Brescia
•SIRMIONE rocca scaligera (XIII sec.). •TIGNALE santuario della Madonna di Montecastello (XIII sec.). Provincia di Como
•LASNIGO chiesa romanica di S. Alessandro. •SAN FEDELINO (vedi box a p. 63). Provincia di Cremona
con essa, l’età del feudalesimo che nel Basso Medioevo – come nel resto d’Europa – fu soppiantata dalla nascita dei Comuni. Nel XII secolo la fondazione della Lega Lombarda e la rivolta di alcune autonomie cittadine contro i nuovi padroni del Nord Italia – gli imperatori germanici – coinvolse nella lotta politica anche centri poco popolosi situati sul lago di Como: Varenna e Tremezzo si schierarono dalla parte dei ribelli, con Milano, insieme ad altri borghi della zona come Lasnigo. Nutrita era anche la lista delle cittadine che non aderirono all’alleanza, la cremonese Soncino, per esempio, acerrima rivale di Milano e Brescia. Alla fine del Medioevo in Lombardia si avvicendarono le signorie (i Gonzaga, gli Sforza e i Visconti), poi i Francesi e gli Spagnoli. Seguí un destino diverso, invece, la parte orientale della regione, che nel Quattrocento finí sotto l’influenza di Venezia. Gromo, uno dei centri piú floridi del Bergamasco, divenne una delle industrie d’armi di riferimento per la repubblica dei dogi. Altro piccolo borgo molto operoso dal punto di vista economico nel Basso Medioevo fu Cornello dei Tasso, frazione dell’odierno Comune di Camerata Cornello, grazie alla sua attività di spedizione della corrispondenza della quale si servirono in quel periodo le piú grandi potenze europee.
Sulle due pagine Clusone (Bergamo). Nella pagina accanto, in basso una veduta dell’oratorio voluto dalla confraternita dei Disciplini come sede del proprio Ordine. L’edificio, di origine medievale, sorse di fronte alla basilica di S. Maria Assunta. In questa pagina, Danza macabra, particolare di uno degli affreschi che ornano l’esterno del suddetto oratorio. Le pitture si devono al pittore clusonese Giacomo Borlone de Buschis, che le realizzò nel 1485.
•PIZZIGHETTONE resti di mura bastionate (XI sec.). •SONCINO Rocca Sforzesca, pieve di S. Maria Assunta. Provincia di Lecco
•VARENNA castello di Vezio (XI sec.) •CIVATE (vedi box a p. 62). Provincia di Mantova
•CASTELLARO LAGUSELLO (MONZAMBANO) rocca dell’XI sec. Provincia di Milano
•CORNELIANO BERTARIO (TRUCCAZZANO) castello Borromeo (XIV sec.). •MORIMONDO abbazia cistercense del XII sec. Provincia di Pavia
•FORTUNAGO chiesa parrocchiale medievale ricostruita nel Cinquecento. •VARZI torre di Porta Sottana (XIII sec.). •VOGHERA castello visconteo del XIV sec. •ZAVATTARELLO rocca del X sec. Provincia di Varese
•CASTELSEPRIO (articolo alle pp. 54-61). •CASTIGLIONE OLONA battistero con affreschi di Masolino da Panicale.
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ITINERARI
Emilia-Romagna
CASTELL’ARQUATO Il tempo ritrovato di Francesco Colotta
L
a tradizione assegna a Castell’Arquato un rango elevato fin dall’età antica, attribuendone la fondazione – leggendaria – a un patrizio romano di nome Caio Torquato, che avrebbe disposto la costruzione di un castrum in quel territorio. L’importanza dell’insediamento, sorto a presidio della Val d’Arda, è in ogni caso storicamente accertata: nell’VIII secolo, per esempio, rappresentava per gli occupanti longobardi una roccaforte strategica per la difesa dagli attacchi dei Bizantini. Amministrato da un aristocratico di nome Ma-
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gno, il borgo era a quel tempo sede di una vera e propria curtis (organizzazione agricola del territorio), nonché di un tribunale, una pieve e un mercato; una realtà sociale articolata, a cui faceva da corollario un efficiente apparato produttivo. Verso la fine dello stesso secolo, Castell’Arquato passò sotto il controllo del vescovato di Piacenza. Prestigio e prosperità erano destinati a durare nel tempo, come attestano testimonianze riferibili all’XI secolo, che segnalano lo svolgimento di ben tre fiere nel corso dell’anno e descrivono il fiorire di virtuose attività commerciali. L’influenza vescovile perdurò fino al 1220 e, al
Una veduta di Castell’Arquato (Piacenza), di cui appare evidente l’impronta architettonica medievale.
suo esaurimento, Castell’Arquato divenne libero Comune, in cambio di un corrispettivo di 700 lire piacentine e di un irrisorio canone annuo da versare all’autorità episcopale. Era tuttavia il Comune di Piacenza a nominare i podestà incaricati di amministrare il borgo, scegliendoli tra i membri di famiglie nobiliari, che per legge restavano in carica per tre anni: accanto ai podestà, dotati di poteri esecutivi e legislativi, venne insediato un Consiglio Generale, nel quale era cooptato anche un ecclesiastico. Il dominio della guelfa Piacenza espose il borgo alle incursioni dei ghibellini, una delle quali, nel 1256, si tradusse in un lungo assedio, senza
esito, guidato da Oberto Pallavicino. Alla fine del XIII secolo, la famiglia Scotti, appoggiata dalla fazione guelfa, dai mercanti e dalle corporazioni degli artigiani prese il sopravvento e diede inizio alla sua signoria, interrotta solo per un breve periodo all’inizio del Trecento. Nel 1316, la guerra tra gli Scotti e i Visconti coinvolse anche Castell’Arquato: gli uomini di Galeazzo Visconti assediarono la rocca, nella quale gli Scotti si erano asserragliati con un’armata le cui file erano state considerevolmente infoltite dai contadini della zona e, dopo una battaglia durata circa un anno, la espugnarono. Il governo dei Visconti fu caratterizzato dalla MEDIOEVO NASCOSTO
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ITINERARI
Marche
TOLENTINO Il Medioevo in fiera di Francesco Pirani
P
er trovare annoverato il nome della città di Tolentino nei manuali di storia occorre sfogliarne a lungo le pagine, fino ad arrivare all’età napoleonica. Si leggerà allora che, con il trattato di Tolentino, firmato nel febbraio 1797, papa Pio VI, dopo i fulminanti successi del generale Bonaparte nella campagna d’Italia, fu costretto a cedere alla Francia le regioni settentrionali dello Stato della Chiesa, nonché numerosi manoscritti e opere d’arte. Una pagina della grande storia, questa, in cui è iscritto anche il nome della cittadina marchigiana posta lungo la vallata del fiume Chienti. Se però si torna indietro nei secoli, il nome di Tolentino è destinato a scomparire dai libri. Occorre allora accantonare la storia dei grandi avvenimenti per volgersi a quelle dei numerosi centri minori che, negli ultimi secoli del Medioevo, costituirono il tessuto connettivo dell’Italia comunale. E in questo la Tolentino medievale sa mostrare una ricchezza di memorie, di monumenti e di forme d’arte tale da rendere unica e affascinante la sua storia. Tolentino conosce la sua fase di massima espansione e anche la sua fioritura artistica tra la fine del Duecento e il primo Trecento. Un piccolo Comune di castello era sorto soltanto sullo scorcio del XII secolo, ma nel corso del Duecento si era reso promotore di una forte crescita politica, economica e demografica, tanto da fare di Tolentino un vero e proprio centro cittadino. Lo dimostrano l’assetto urbanistico e l’imponente cinta muraria che ancora oggi caratterizza l’abitato. Appena fuori delle mura si innalza il duecentesco ponte del Diavolo, con ampie arcate sorrette da possenti piloni e affiancate da una torre quadrangolare merlata. A chi percorre la superstrada che collega Roma alla costa adriatica attraverso la valle 112
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Il chiostro trecentesco della basilica di S. Nicola.
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ITINERARI
Umbria
ACQUASPARTA
Un gioiello nelle Terre Arnolfe di Sonia Merli
«N
omina sunt consequentia rerum» («I nomi sono conseguenti alle cose»). Cosí asseriva Giustiniano nelle Institutiones (II, 7, 3) e la definizione trova ancora una volta conferma analizzando l’etimologia del toponimo Acquasparta, luogo da sempre rinomato per le sue acque. Prova ne sia il fatto che i Romani chiamavano quell’area ad Aquas Partas, con ciò alludendo alla posizione tra le fonti dell’Amerino e del Furapane, ove si raccolgono le acque del vicino bacino idrogeologico dei Monti Martani «che naturalmente vanno spargendosi», come scriveva nel 1765 Giovan Battista Alvi nel suo Dizionario topografico tudertino. Accantonando per un momento i confini attuali dell’Umbria, «cuore verde d’Italia», e prendendo invece come riferimento la viabilità e la
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geografia storica, Acquasparta si colloca da secoli in posizione strategicamente sopraelevata lungo il tracciato della via Flaminia, a metà strada fra Todi e Terni (l’antica Interamna). Piú in particolare, a partire dal X secolo, a costituire la cornice di riferimento furono le Terre Arnolfe, ovvero quella porzione di territorio costellata di castelli che si estendeva tra Spoleto, Terni e Narni e che, al tempo di Innocenzo III (11981216), si configurò come distretto amministrativo – di cui Cesi era il centro dominante – «in demanio e dominio della Chiesa Romana».
Riaffermare i diritti della Santa Sede
Nel lungo e travagliato processo di trasformazione da entità patrimoniale a soggetto statuale che interessò il Patrimonio di San Pietro, si deve infatti all’energico pontefice la tenace messa in
atto di una strategia di riaffermazione dei diritti della Santa Sede tramite la cosiddetta politica delle recuperationes. Una politica volta, prima di tutto, a ricomporre la frammentaria base territoriale del dominio temporale della Chiesa, che faceva leva sulle «promesse» e sulle «donazioni» dei re franchi, riassunte dapprima nel patto di conferma stretto da Ludovico il Pio con Pasquale I, nonché rinnovate e successivamente confermate da vari imperatori. Se la denominazione Terra domini Arnolfi o Terre Arnulforum sembra dunque riconducibile a un antico signore dei luoghi di nome Arnolfo – verosimilmente di origine germanica e feudatario dell’imperatore –, di fatto quelle terre di diritto imperiale si tramandarono ai discendenti di Arnolfo – dei quali si trovano ripetute menzioni nel corso dell’XI secolo in atti di donazione di chiese alle potenti abbazie di Montecassino e di S. Maria di Farfa – nel piú ampio quadro dei possedimenti rivendicati dalla Chiesa. E proprio per questa ragione, in una sorta di rovesciamento di fronte, fu l’imperatore Enrico II a donare a Benedetto VIII, in cambio di certi territori della Carinzia, le cosiddette Terre Arnolfe, cosí indicate nel privilegio imperiale del 1020: «Ecclesie Sancti Petri transcribimus, concedimus et confirmamus omnem illam terram quam, inter Nar-
niam, Teramnem vel Spoletum, ex Regni nostri parte habimus» («alla Chiesa di San Pietro assegniamo, concediamo e confermiamo ogni terra che, tra Narni, Terni e Spoleto, possediamo in quanto facente parte del nostro Regno»). I discendenti di Arnolfo divennero perciò vassalli del pontefice all’interno di una piú ampia area geografica (detta, a partire da Innocenzo III, Patrimonium beati Petri in Tuscia), posta sotto la giurisdizione diretta della Santa Sede e destinata a divenire parte integrante dello Stato della Chiesa.
Un autentico cardine militare
Veduta di Acquasparta (Terni). Sulla destra, si riconosce la maestosa mole del Palazzo Cesi, una splendida architettura rinascimentale progettata dall’architetto Gian Domenico Bianchi, che fu sede dell’Accademia dei Lincei e dimora del duca Federico Cesi.
In tale scenario, le fonti duecentesche evidenziano a piú riprese la rilevanza strategica di questa circoscrizione territoriale minore, che lo storico Filippo Orsini ha definito come un vero e proprio «cardine militare per fronteggiare le irrequietezze del ducato di Spoleto» e, nei momenti di massima tensione con l’impero, le incursioni degli Svevi. Se già nel 1227 fu infatti rettore delle Terre Arnolfe fra’ Giovanni, cavaliere gerosolimitano, nel 1262 Urbano IV stabilí che una parte delle entrate della chiesa di S. Erasmo fosse stanziata per il mantenimento della rocca di Cesi e del suo castellano, ripetutamente reclutato tra persone di fiducia del pontefice provenienti dalle fila dell’Ordine ospeda-
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