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Medioevo Dossier n.58, Settembre/Ottobre

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Timeline Publishing Srl - Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c.1, LO/MI.

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MEDIOEVO DOSSIER

EDIO VO M E Dossier

ARALDICA LE GRANDI FAMIGLIE D’ITALIA

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€ 7,90

ARALDICA. LE GRANDI FAMIGLIE D’ITALIA

N°58 Settembre/Ottobre 2023 Rivista Bimestrale

IN EDICOLA IL 26 SETTEMBRE 2023


ARALDICA LE GRANDI FAMIGLIE D’ITALIA testi di Francesco Barone, Andrea Barlucchi, Sandro Carocci, Élisabeth Crouzet-Pavan, Paolo Grillo, Tommaso Indelli, Isabella Lazzarini, Patrizia Meli, Giuliano Milani, Serena Morelli, Roberta Mucciarelli, Massimo D. Papi, Francesco Pirani, Sergio Raveggi, Gerardo Sangermano, Alessandro Savorelli, Gian Maria Varanini

6. Presentazione Scienza araldica 8. Un emblema per tutti 14. Raccolte e repertori 16. Nel segno del leone ITALIA SETTENTRIONALE

20. Savoia Il primo aveva le mani bianche 28. Doria Genova caput mundi 32. Della Torre Una gloria effimera 36. Visconti Come un sole splendente 44. Dal Verme Uomini nuovi 48. Gonzaga Magnifica signoria 52. Della Scala Capitani sull’Adige 58. Da Carrara Fasti patavini 62. Tiepolo Da dogi a nemici pubblici 68. Malatesta Una storia a tinte forti

ITALIA CENTRALE

74. Malaspina Signori d’Appennino 82. Medici Governare è un’arte... 88. Piccolomini Il potere dei soldi 94. Della Gherardesca Nobili di Maremma 98. Chiavelli La ricchezza non basta 104. Colonna Discendenti dei Cesari

ITALIA MERIDIONALE

110. Angioini Tutto cominciò con Ingelger 116. De Comite Amalfitani sul Bosforo 120. Ruffo Al galoppo verso il potere 124. Chiaromonte Baroni di Sicilia


Un emblema per tutti Lo stemma è tradizionalmente considerato un sinonimo di nobiltà. In realtà, il desiderio di rappresentarsi attraverso un’insegna fu assai piú trasversale e sentito anche dalle classi popolari


Prato. Il Palazzo Pretorio. Le prime notizie sull’edificio, oggi trasformato in museo, risalgono al 1284, quando divenne sede delle magistrature forestiere. A destra miniatura raffigurante un cavaliere di Prato, dai Regia Carmina, opera in versi dedicata a Roberto d’Angiò. 1335-1340. Londra, British Library. L’immagine è stata scelta come emblema della Provincia di Prato.

di Alessandro Savorelli

«M

ercantuzzi di feccia d’asino (...) come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de’ gentili uomini e delle buone donne per moglie, e fanno arme e dicono: “Io son de’ cotali”». È l’invettiva di una suocera di sangue blu (nell’ottava novella della VII giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio) contro il genero, plebeo ma ricco, accusato di inventarsi uno stemma («farsi arme») e un albero genealogico («io son de’ cotali»). E anche Giotto, in un racconto di Franco Sacchetti, insolentisce un «grossolano artefice» che si vuol far dipingere insegne araldiche: «Che arma porti tu? di qua’ se’ tu? chi furono gli antichi tuoi? deh, che non ti vergogni!» (Trecentonovelle, Novella LXIII). I letterati fiorentini condividevano dunque il pregiudizio, in seguito divenuto comune, che solo ai nobili fosse concesso fregiarsi di un blasone: nel loro sarcasmo c’è l’eterno disprezzo degli intellettuali contro i parvenus che scimmiottano gli usi delle classi alte. Sociologicamente, però, avevano torto. È vero che l’araldica era nata nel mondo feudale e della cavalleria (anche se altri se n’erano appropriati, a partire dal XIII secolo: borghesi, donne, ecclesiastici, e – in Normandia, Fiandre e Svizzera – persino contadini), ma in città «farsi uno stemma», magari «per andare in castellania» (cioè per ricoprire una carica pubblica, come nel caso dell’artigiano del Sacchetti), non era solo una vanità, ARALDICA

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ITALIA SETTENTRIONALE

SAVOIA Il primo aveva le mani bianche

Attestata fin dalla vigilia dell’anno Mille, la dinastia dei Savoia ebbe in origine carattere locale. Ma poi, soprattutto grazie ad accorte strategie matrimoniali, seppe ritagliarsi un ruolo di spicco, fino a dare all’Italia i suoi primi re


di Massimo D. Papi

D

i Umberto I Biancamano, ritenuto il capostipite della casa di Savoia, non abbiamo notizie certe e, anche se il suo nome compare in documenti risalenti all’XI secolo, le sue vicende e la sua personalità sono piú legate alla ricostruzione leggendaria che non alla storia. Ricostruzione delle origini della famiglia che Amedeo VIII il Pacifico – straordinaria figura di politico, mistico, cavaliere, fondatore di ordini

religiosi e di università, infine antipapa – affiderà a «Cabaret» (Jean d’Ormeville), araldo della corte sabauda. Siamo nel XV secolo e tutte le grandi famiglie d’Europa desiderano dare lustro al loro casato, annoverando tra i loro antenati eroi o semidei, o ricorrendo ad avvenimenti fantastici. Jean d’Ormeville, piú intelligentemente, scriverà una storia «credibile» e, soprattutto, in linea con gli interessi politici

Enrico II ferito a morte in un torneo benedice il matrimonio di Emanuele Filiberto con Margherita di Valois, olio su tela di Francesco Podesti. 1843-1844. Agliè (Torino), Castello Ducale. MEDICINA

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L’ARALDICA NEL MEDIOEVO

Italia settentrionale

VISCONTI Come un sole splendente Dei fasti dei Visconti Milano, ma non solo, conserva testimonianze illustri. Specchio di una vicenda capace di segnare la storia dell’intera Europa

di Giuliano Milani

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opo quindici anni di tentativi, il 22 gennaio 1277, Ottone Visconti riuscí a entrare a Milano e a prendere possesso della cattedra arcivescovile. Fece una visita di ringraziamento nella basilica di S. Ambrogio, quindi si recò al palazzo comunale dove i consigli riconobbero il nuovo arcivescovo signore della città. A piú di due secoli di distanza dalle prime testimonianze della sua esistenza, la famiglia Visconti faceva cosi il suo ingresso sulla scena della grande politica italiana. Il rapporto che legava i Visconti all’autorità dell’arcivescovo di Milano – che in età altomedievale rappresentava la piú importante figura politica cittadina – era molto antico. Alla fine del X secolo, l’arcivescovo Landolfo, dovendo fronteggiare una sollevazione di aristocratici, aveva concesso a un gruppo di famiglie il diritto di riscuotere alcune imposte. Cosí egli aveva contribuito alla creazione di un nuovo ceto, i cui esponenti sarebbero stati definiti con il nome di «capitanei». Proprio tra i «capitanei» l’arcivescovo nominò in seguito un visconte, deputato, tra l’altro, a vigilare sulla produzione del pane,

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ad assistere l’arcivescovo stesso durante le processioni e a portare un vessillo nelle spedizioni militari. La carica di «visconte», una volta divenuta ereditaria, diede il nome alla famiglia che se la trasmetteva. I Visconti furono dunque dotati di un certo prestigio già nell’XI secolo: in virtú della particolare vicinanza al vescovo, riuscirono a ottenere incarichi politici e diplomatici e ad accumulare possedimenti fondiari e diritti economici a essi legati. Nel secolo XII, anche per effetto della loro appartenenza al ceto dei «capitanei», entrarono a far parte dell’organismo direttivo del primo Comune. Nel Duecento, grazie all’occupazione di posti importanti nella locale gerarchia ecclesiastica, incrementarono ulteriormente il loro patrimonio. Fu proprio la carriera ecclesiastica a costituire la base del potere di Ottone. Nel 1262 due parti del clero milanese (l’una maggiormente legata agli interessi aristocratici, l’altra piú schierata con il popolo), entrate in conflitto sull’elezione del nuovo arcivescovo, decisero di affidare la scelta al pontefice Urbano IV.


Nella pagina accanto stemma visconteo raffigurante il biscione che divora un bambino; di sfondo la «raza viscontea», il sole splendente, impresa di Giangaleazzo, primo duca di Milano, che, come il sole, fu fonte di vita per i suoi sudditi, affresco in una volta del portico del cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco di Milano.

In basso l’incoronazione di Giangaleazzo Visconti in un capolettera miniato del Messale di Sant’Ambrogio (o dell’Incoronazione), decorato da Anovelo da lmbonate. 1395. Milano, basilica di S. Ambrogio, Biblioteca Capitolare. Il duca, in scarlatto ed ermellino, s’inginocchia davanti a Venceslao di Lussemburgo e riceve la corona.

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L’ARALDICA NEL MEDIOEVO

Italia settentrionale

DELLA SCALA Capitani sull’Adige Saldamente radicati nel tessuto veronese, i Della Scala si impongono come una delle maggiori potenze locali. Ed esercitano un dominio ferreo, del quale però rivendicano, almeno formalmente, la legittimità derivante dal consenso della popolazione di Gian Maria Varanini

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gli inizi del Trecento, molte città di tradizione comunale dell’Italia centro-settentrionale – soprattutto in Lombardia, Veneto e Romagna – sono governate da regimi signorili. I titoli dei quali questi signori si fregiano sono vari: dominus generalis, capitaneus generalis civitatis, e cosí via. Altrettanto varie sono le circostanze e le modalità nelle quali è avvenuta la presa di potere da parte del signore: un momento critico delle lotte di fazione interne alla città, per esempio (come era accaduto a Mantova per i Bonacolsi o a Treviso per i da Camino), oppure il consolidamento definitivo di una posizione di

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autorevolezza e di egemonia già da tempo evidente, come per gli Estensi a Ferrara. Alquanto uniformi sono invece le modalità, con le quali il Comune cittadino delega al signore ampi poteri: l’assemblea comunale, ovvero l’arengo, appositamente riunita conferisce al signore l’arbitrium sullo Statuto, cioè lo autorizza a operare – a sua discrezione assoluta – senza tener conto alcuno delle leggi (ius proprium) che il Comune cittadino si era dato a partire dalla fine del XII secolo e che aveva progressivamente selezionato e riordinato. Il potere dei signori riceve dunque la sua legittimazione dal basso.


Questa è l’evoluzione generale, ma resta vero che ogni singola affermazione signorile segue un proprio percorso, ha delle precise specificità. Lo storico Ernesto Sestan (1898-1986) mise in rilievo, giustamente, il fatto che molte famiglie che prendono il potere in città importanti vengono da una tradizione di signoria rurale, hanno «un piede in campagna e uno in città», possiedono masnade e castelli.

Sempre nell’ambito urbano

Diverso è invece l’itinerario dei Della Scala di Verona, che, fra XIII e XIV secolo, danno vita a una delle piú precoci e forti signorie cittadine. I Della Scala sono infatti (e lo conferma il loro nome, legato a un toponimo urbano) una famiglia di antica tradizione cittadina, esistente sin dall’XI secolo e presente da subito nel consolato del Comune di Verona. La loro ascesa sociale si compie tutta all’interno del mondo urbano. Nei decenni centrali del Duecento, i Della Scala navigano abilmente nelle travagliatissime vicende delle fazioni cittadine, il partito dei Conti (ostile a Federico II) e quello dei Monticoli (filoimperiale, capeggiato da Ezzelino III da Romano); indubbiamente hanno un certo prestigio, se la contrada ove possiedono una casa-torre, vicina alla piazza del mercato e al palazzo del Comune, si chiama proprio hora illorum de Scalis (o de Sca-

la), ovvero «contrada» degli Scaligeri. Ma tutto sommato Mastino Della Scala, il leader della famiglia (ma non l’unico attivo sulla scena politica), appare un cittadino come tanti. L’anno cruciale della sua vita, e della storia della città intera – ancora oggi «scaligera» per antonomasia – fu il 1259. Aveva ancora il potere di fatto, in Verona, Ezzelino III da Romano: nel gennaio 1259 Mastino Della Scala è infatti podestà del Comune per suo conto. Dieci mesi dopo, sconfitto e ucciso Ezzelino, Mastino è ancora al vertice delle istituzioni cittadine, ma questa volta come potestas populi, cioè come podestà del popolo organizzato in corporazioni di mestiere. Come tale (o come «capitano del popolo e della città di Verona»), e contemporaneamente come podestà dei mercanti (a capo della Casa dei mercanti, la potentissima istituzione che gestiva i traffici, e in particolare il commercio fluviale sull’Adige) egli compare negli anni immediatamente successivi. In un momento delicatissimo della storia della città, l’uomo giusto si era trovato al posto giusto. Mastino Della Scala si era mostrato in grado di rappresentare gli interessi di quella «nuova» società di commercianti, imprenditori tessili, cambiatori, notai, che era cresciuta in età comunale e che aveva fatto di Verona una grande e ricca città.

Verona. Il castello, oggi noto come Castelvecchio, costruito tra il 1354 e il 1356 da Cangrande II Della Scala per avere un nucleo fortificato di controllo sull’Adige in corrispondenza dell’accesso settentrionale alla città, dopo la congiura del fratellastro Fregnano Della Scala. Il complesso si integra con un ponte a tre arcate, attribuito a Giovanni da Ferrara e Jacopo da Gozo.

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L’ARALDICA NEL MEDIOEVO

Italia settentrionale

TIEPOLO Da dogi a nemici pubblici Arricchitisi come mercanti, i Tiepolo manifestarono ambizioni politiche, coronate con successo. Ma le loro fortune si spensero nel sangue di una congiura

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di Élisabeth Crouzet-Pavan

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l 12 maggio 1797, quando le truppe francesi giungono sulla sponda della Laguna, il Maggior Consiglio, l’organo sovrano della Serenissima Repubblica di Venezia, tiene un’ultima seduta che ratifica quanto preteso dall’ultimatum francese. La Repubblica di Venezia mette cosí fine alla sua lunga esistenza.Viene instaurata una municipalità democratica provvisoria e comincia allora un periodo di intenso dibattito politico, sociale e culturale. I giornali, i circoli dei caffè, le associazioni-club si moltiplicano. Ed è proprio una delle società fondate in quel periodo, la «Società di pubblica istruzione» che ci interessa in modo particolare. Essa tenta di far conoscere la storia veneziana e i suoi

principali avvenimenti, chiamata in questo a svolgere un ruolo importante nello sviluppo dei lavori che riguardano Baiamonte Tiepolo e la congiura del 1310. Il 9 luglio 1797 ha luogo una seduta pubblica della municipalità provvisoria, che propone una riabilitazione della memoria di Baiamonte e viene presentato un rapporto, che precisa gli onori resi per decreto a colui che, fino ad allora, era considerato dalla storiografia veneziana come un traditore, un cospiratore, un «nemico della patria». Perché una simile impresa di rilettura storica? Quali sono questi avvenimenti del 1310? La storia politica di Venezia – e di certo le cronache locali sottolineano e celebrano molto presto

Veduta di Palazzo Ducale a Venezia, olio su tela del Canaletto (al secolo, Antonio Canal). Ante 1755. Firenze, Galleria degli Uffizi.

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L’ARALDICA NEL MEDIOEVO

Italia centrale

MEDICI Governare è un’arte...

...e furono poche le dinastie capaci di esercitarla con l’autorevolezza e il piglio dei Medici. Una famiglia forse neppure fiorentina d’origine, ma che della città del giglio seppe fare il centro del mondo Replica ottocentesca della Veduta della Catena, realizzata da Francesco di Lorenzo Rosselli. 1472 circa. Firenze, Palazzo Vecchio. L’opera, il cui appellativo deriva dalla catena chiusa da un lucchetto che la circonda (non visibile in questa riproduzione), è un documento di straordinaria importanza per la conoscenza 82

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dell’assetto urbano di Firenze nella seconda metà del Quattrocento, epoca in cui i Medici avevano già ampiamente consolidato il proprio potere. Si tratta, inoltre, del primo esemplare noto nella storia della topografia che ritragga dettagliatamente tutta la città con i suoi edifici e la sua fitta rete viaria.


di Sergio Raveggi

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el gennaio 1374 Filigno di Conte de’ Medici (nipote dell’Averardo che fu Gonfaloniere di Giustizia) decide di dare inizio a un libro di memorie. Il testo sarà quasi tutto dedicato ad appunti di genere patrimoniale (compravendite, divisioni di beni, importi dotali...), ma nella premessa, come spiegazione all’impellenza di scrivere, c’è una preoccupata riflessione sulla propria stirpe: siamo stati una grande famiglia, rispettata e temuta, ma il futuro è incerto e i presagi sono foschi, tra «battaglie cittadinesche», morti per peste, la carenza che ormai abbiamo di uomini di valore. Invece nel 1429, secondo il racconto di Giovanni Cavalcanti, il morente Giovanni di Bicci de’ Medici si accomiata dai figli Cosimo e Lorenzo

con l’orgoglio di chi può dispensare un patrimonio larghissimo e sagge regole di comportamento politico: fate in modo di essere sempre graditi ai buoni cittadini e a tutto il popolo, che hanno considerato costantemente i Medici un riferimento sicuro (addirittura la «tramontana stella»); e se non vi allontanerete dai comportamenti dei vostri predecessori il popolo sarà sempre propenso a elargirvi cariche politiche. Come si vede, da Filigno a Giovanni, in mezzo secolo tutto sembra cambiato: si è passati dal timore di perdere alla consapevolezza di essere vincenti. In effetti in quest’arco di tempo a Firenze molto è avvenuto: il Tumulto dei Ciompi (1372), la caduta del regime dei governi a forte impronta popolare, la nuova dominazione di un ARALDICA

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L’ARALDICA NEL MEDIOEVO

Italia centrale

PICCOLOMINI Il potere dei soldi Ricordati soprattutto per le gesta di Enea Silvio, eletto papa col nome di Pio II, i Piccolomini schivarono abilmente insidie e conflitti politici, soprattutto grazie alle proprie ingenti ricchezze

di Roberta Mucciarelli

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orreva l’anno del Signore 1277 quando tre sapienti redassero a Siena un elenco delle domus nobiliari a cui, da quel momento, era formalmente vietato l’accesso alla suprema magistratura cittadina. La norma, di stampo antimagnatizio, si inseriva in un piano legislativo di piú ampia portata mirante a garantire un quieto e ordinato svolgersi del vivere civile che, la vocazione al dominio, le inveterate tradizioni di autonomia politico-militare e le attitudini bellicose dei «grandi», mettevano costantemente in pericolo. Non che Siena, al pari di tutto l’Occidente europeo, non fosse avvezza 88

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Sulle due pagine particolari delle Storie di Pio II – che illustrano la vita e le vicende di Enea Silvio Piccolomini – opera del Pinturicchio. 15031508. Siena, Duomo, Biblioteca Piccolomini. Nella foto in alto, lo stemma della casata.

a episodi di violenza e sopraffazione nobiliare. Ma il fatto nuovo è che, in questo torno di tempo, qui come in molte altre città dell’Italia comunale, tali comportamenti aggressivi e atteggiamenti di tracotanza non sono piú tollerati. Il popolo, ovunque in ascesa, vuole imporre adesso regole chiare al gioco politico e dire basta alle vendette, ai colpi di mano e ai combattimenti di chi, da secoli, era abituato ad affermare e ostentare con forza il proprio status.


Una serie di provvedimenti antimagnatizi, di radicalità inusitata, colpirono dunque un po’ ovunque nell’Italia dei Comuni – a partire dagli ultimi decenni del XIII secolo – gli esponenti di questo ceto di «grandi» o «magnati» identificati per lo piú attraverso il duplice criterio della pubblica fama e del cavalierato. Spesso però per evitare confusioni e possibilità d’errore su chi dovesse intendersi con il termine magnate, i legislatori ne approntarono una lista nominati-

va. A Siena, in quell’anno 1277, per spazzar via ogni ambiguità, si nominò una commissione di saggi incaricata di individuare le famiglie del casato su cui doveva esercitarsi la proscrizione. Ne contarono cinquantatré. E tra i lignaggi – e i circa duemila individui che componevano questo gruppo – figuravano anche i Piccolomini. A che data e chi fosse il primo della famiglia a intraprendere l’avventura finanziaria e mercantile che avrebbe condotto lui e i suoi consorti in ARALDICA

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COLONNA Discendenti dei Cesari La famiglia dei Colonna rivendicava origini illustri e risalenti addirittura all’antica Roma. Ma, accanto alla gloria, ebbe come obiettivo il potere, anche nelle gerarchie ecclesiastiche di Sandro Carocci

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ggi come nel passato, tante famiglie nobili vantano una discendenza remota, chi da una gens dell’antica Roma, chi da Carlo Magno o da qualche altro imperatore. Ma si tratta, appunto, di vanterie, di invenzioni, o nel caso migliore di supposizioni. In Italia, solo per poche famiglie tuttora esistenti è possibile ricostruire, con criteri scientifici e generazione dopo generazione, l’albero genealogico circostanziato fino al primo Duecento. Soltanto per un pugno di casati, poi, non si rivela impresa disperata, o puro esercizio di fantasia, l’arretrare ancora nel tempo. E i Colonna sono fra questi. La loro stirpe deriva, infatti, dal casato dei conti di Tuscolo, protagonisti attivi e influenti della vita romana del tardo X secolo e dell’età della Riforma gregoriana. Alla fine dell’XI secolo, quando il potere della famiglia inizia a essere minacciato dalla crescente autonomia del papato, assistiamo a una sorta di manovra di sganciamento. Un figlio del conte Tolomeo I di Tuscolo, Pietro, comincia a essere chiamato «della Colonna». Per qualche tempo opera assieme ai parenti, soprattutto nelle loro continue ribellioni al papato. Ma presto lo vediamo seguire una politica diversa, piú prudente, ovviamente causa di contrasti, anche violenti, con i suoi consanguinei. È tuttavia una scelta vincente, poiché i Tuscolani imboccano con rapidità la strada della decadenza, mentre i Colonna proseguiranno di fortuna in fortuna. All’inizio, è vero, necessità e prudenza consigliano loro di appartarsi dal gioco politico romano, dedicandosi a consolidare e ad accrescere i loro possedimenti nel Lazio meridionale: la

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Stemma dei principi Colonna, dall’Araldo nel quale si vedono delineate e colorite le armi de’ potentati e sovrani d’Europa… di Angelo Maria da Bologna, frate minore osservante. Inizi del XVIII sec. Modena, Biblioteca Estense Universitaria. Nella pagina accanto Sciarra Colonna e Guglielmo Nogaret assalgono Bonifacio VIII il 7 settembre 1303, litografia acquarellata. Prima metà del XIX sec. L’episodio è ricordato come lo Schiaffo di Anagni, poiché si trattò di un oltraggio morale ai danni di papa Caetani.

città di Palestrina e i castelli di Zagarolo, Trevi e Colonna. È da quest’ultimo, un piccolo villaggio fortificato, che il ramo dissidente dei conti di Tuscolo prende il suo nome: con buona pace dei successivi Colonna, che vanteranno, già nel Medioevo, di trarre il proprio cognome dalla Colonna Traiana o, addirittura, da origini ancora piú illustri, cioè dalla colonna sulla quale Cristo venne flagellato, colonna che nel 1222 un cardinale di famiglia si preoccupa di importare dalla Terra Santa e di far sistemare, con gran cerimoniale, nella chiesa romana di S. Marcello.

Il secondo fondatore

Questo cardinale, Giovanni, è per molti aspetti il secondo fondatore della famiglia. Nominato alla porpora nel 1206, e subito – racconta un cronista – potentissimo, Giovanni è un personaggio centrale della lotta fra la Chiesa e Federico II, al quale tuttavia finisce con avvicinarsi nel 1240, suscitando la reazione del papa. Tutto il suo casato cade allora in disgrazia, ma nel frattempo i domini familiari si sono enorme-


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