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RE ARTÚ E I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA
LA SPADA NELLA ROCCIA I MISTERI DEL SACRO GRAAL NEL MONDO MAGICO DI MERLINO LANCILLOTTO E GINEVRA VIAGGIO NEI LUOGHI DELLA LEGGENDA
N° 1 Novembre 2024
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MEDIOEVO SPECIALE
speciale
Timeline Publishing S.r.l. – Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento – Aut. n° 0703 Periodico ROC
EDIO VO M E
RE ARTÚ
E I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA
RE ARTÚ
E I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA di Franco Cuomo, con contributi di Marina Montesano, Franco Cardini e Francesco Colotta
6. Presentazione Un’avventura senza tempo
62. La morte di Artú L’ultimo duello
8. Fortuna del mito Fascino di un’invenzione
68. L’eredità della cavalleria Ma l’Ordine vivrà per sempre
16. Le origini Il figlioccio del mago
74. Galahad Bello come un angelo
24. La Tavola Rotonda Seduti intorno al mondo 34. Merlino e Viviana Quando la passione annebbia la saggezza 40. Lancillotto Il servitore valoroso 44. L’Excalibur Sette metalli per un’arma invincibile
80. Il Santo Graal La piú desiderata tra le reliquie 86. Cavalieri di giustizia Avventure edificanti 92. L’eletto Tre per un privilegio 100. La santa apparizione Ecco il calice, finalmente! 108. La «cerca» del calice Un mito universale
48. Lancillotto e Ginevra Passione travolgente
114. Itinerari arturiani Sui sentieri della leggenda
56. Adulterio reale L’armonia spezzata
126. Cinema e letteratura Un eroe moderno
Fascino di un’invenzione
Re Artú e i suoi cavalieri sono personaggi leggendari. Eppure, fin dalle prime apparizioni letterarie, furono considerati la piú nobile incarnazione dell’ideale cavalleresco. E, dunque, un esempio da imitare
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egli annuari cavallereschi, il sodalizio della Tavola Rotonda è indicato dagli storici come «inesistente», ma non per questo è meno rilevante di tanti altri Ordini effettivamente esistiti, al fine di comprendere ciò che storicamente rappresentò il fenomeno della cavalleria. E c’è chi addirittura precisa che «tra gli Ordini falsi o supposti quello cosí detto della Tavola Rotonda occupa il primo posto». Il che trova conferma nei fiumi d’inchiostro versati sulla leggenda di re Artú e dei cavalieri da lui riuniti sotto le proprie insegne a Camelot, capitale fiabesca di un regno inventato. È curioso, ma non inspiegabile, che tra le centinaia di Ordini cavallereschi succedutisi nella storia dell’Occidente – alcuni dei quali gratificati dalla grande fama acquisita all’epoca delle crociate, come i Templari, i Teutonici e gli Ospitalieri, attuali cavalieri di Malta –, il primato della popolarità debba spettare a una confraternita di cui non si ha notizia certa. Certo, è arduo stabilire che cosa significhi ricoprire il primo posto, come si dice dei cavalieri di Artú, in una graduatoria di entità inesistenti. Si deve però considerare la particolarità del fenomeno cavalleresco nelle sue implicazioni leggendarie, che lo pongono frequentemente al limite della realtà storica, in una sorta di nebbioso limbo nel quale i fantasmi di eroici guerrieri senza nome si confondono con personaggi dall’identità ben definita, protagonisti di fatti d’armi e imprese spesso inverosimili, documentati però da precisi riscontri nelle cronache. Cosí, confondendosi tra loro, elementi storici e di fantasia danno origine a saghe nelle quali si stenta a distinguere quanto vi sia di vero e di inventato. 8
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La leggenda della Tavola Rotonda è tra queste. Dice dei suoi protagonisti Francesco Petrarca nel Trionfo dell’amore, senza addentrarsi in temerari approfondimenti sull’attendibilità storica di ognuno: «Ecco quei che le carte empion di sogni». Di questi sogni è fatta la matrice delle storie riunite nella saga di Artú, che per la sua complessità s’intreccia con altri miti eroici, magici e religiosi, come quelli della prodigiosa spada Excalibur, della mistica coppa del Graal, del Re Pescatore, del mago Merlino e del suo sfortunato amore per l’ingrata fata Viviana, chiamata nell’«antica lingua» Nimué. Si tratta, con ogni evidenza, del retaggio di una tradizione nella quale convivono elementi cristiani e celtici, com’è naturale in riferimento a un’epoca nella quale avviene il trapasso dalle antiche superstizioni al nuovo credo evangelico.
Due sconfinati universi spirituali
In questo scenario di paganità declinante, tra spiriti dei boschi e delle acque, fate gentili e infide, druidi dediti ad antichi sortilegi, s’intrecciano le imprese di Artú e dei suoi cavalieri. Mitiga il contrasto tra questi due sconfinati universi spirituali il tentativo letterario, frequente nei romanzi che s’ispirano alla Tavola Rotonda, di conciliarne le diversità, compenetrandole talvolta in una medesima situazione, se non addirittura in uno stesso personaggio. Tra questi artifici rientra la sostituzione improvvisa di figure che, fino a un certo punto, erano parse essenziali all’evolversi della trama con altre che ne assimilano i caratteri adattandoli a una mutata realtà civile. Esemplare in tal senso è il caso di Merlino, che in alcune versioni della storia si defila dopo l’incoronazione di Artú per lasciare spazio a un vesco-
Miniatura raffigurante re Artú a bordo di una nave insieme ai suoi cavalieri, da un’edizione del Lancelot du Lac. XV sec. Torino, Biblioteca Nazionale Universitaria.
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Seduti intorno al mondo A ogni Pentecoste, i cavalieri di Artú si riunivano per fare il bilancio delle esperienze vissute e metterle a confronto. Nell’occasione, si disponevano in cerchio, prendendo posto sui seggi distribuiti al margine di una tavola rotonda: una scelta della quale è facile cogliere l’allusione alla mensa dell’Ultima Cena
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uidato in segreto da Merlino e rappresentato pubblicamente dal vescovo Dubric, Artú mostrò di possedere, fin dall’inizio del suo regno, grandi doti di saggezza, bontà e senso del diritto. Fu immediatamente amato per questo, tanto dal popolo che dai cavalieri dei quali si era circondato. Tenne accanto a sé Antor, onorandolo come un padre, e nominò Kay suo siniscalco, che, in un misto di latino e lingua celtica, voleva dire «servitore anziano», da senior e skalc. Era qualcosa di piú e di diverso da una comune carica di primo ministro, implicando una speciale intimità con il re, della quale Kay fu all’altezza, nonostante un carattere intrattabile, che lo rese oggetto di molte buffe dicerie. Si scelse per aiutante di campo Bedivere, cavaliere coraggioso e leale, in grado di battersi contro qualsiasi nemico senza venire meno alle fondamentali regole della pietà. Chiamò altri degni gentiluomini a tenergli compagnia, in una condizione di parità, sia pure mantenendo tra tutti il primato che in quanto re gli spettava. Erano cavalieri dall’onore immacolato, scelti per ardimento e familiarità con ogni genere di armi, ma anche per cortesia e spirito conviviale, virtú nell’insieme indispensabili per non sfigurare tanto alla tavola del re che sul campo. Ne nacque un sodalizio anomalo, che in parte svolgeva funzioni di stato maggiore nell’esercito di Camelot, in parte lasciava la piú ampia
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scelta sulle azioni da compiere alla fantasia di ciascuno. Poiché gli scopi che Artú si prefiggeva regnando erano essenzialmente due: assicurare la pace in Britannia e sanare torti, dovunque venissero perpetrati e a danno di chiunque, dentro e fuori i confini del regno. In altre parole: pace e giustizia.
Un modello inimitabile
Aveva dunque bisogno, per poterli realizzare, di una compagine armata, in grado di respingere come un esercito tradizionale qualsiasi invasore, e di un autonomo corpo di cavalieri che se ne andassero errando a scopi benefici per il mondo, ciascuno per proprio conto, inseguendo la meravigliosa illusione di sconfiggere il male dovunque si annidasse. Per questo i cavalieri di Artú divennero la sintesi di qualcosa che nessun Ordine cavalleresco riuscí mai a esprimere in seguito, quali guerrieri ed erranti, pronti ad affrontare spalla contro spalla il combattimento campale o a vagare in solitudine. Il fatto che questo secondo aspetto fosse preponderante nelle loro imprese si tradusse nel prevalere dell’avventura, nel senso duplice che l’originaria radice adventus Miniatura raffigurante l’apparizione del Santo Graal ai cavalieri della Tavola Rotonda, da un’edizione della Quête du Saint Graal illustrata dall’atelier di Evrard d’Espinques. 1470 circa. Parigi, Bibliothèque nationale de France.
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Il servitore valoroso Rimasto orfano del padre, il prode Lancillotto viene adottato da Viviana, che si fa carico della sua educazione. E gli ammonimenti della fata suonano come un vero e proprio decalogo per chiunque ambisca al titolo di cavaliere
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iviana non esce dalla saga di Artú dopo avere imprigionato Merlino, né acquista una connotazione negativa per l’azione che ha compiuto. Da fanciulla dei boschi è diventata Signora del Lago, accreditata nell’importanza del suo ruolo dall’inestimabile dono della spada Excalibur al re. Maestoso è il bassorilievo che Artú fa scolpire in ricordo di Viviana sulla porta principale di Camelot, raffigurandola come una dea lacustre, grondante acqua dai fianchi, coi seni adorni di «sacri pesci». I meriti della Donna del Lago verso la cavalleria vanno però ben oltre. Adotta l’orfano Lancillotto, figlio di re Ban, che era stato alleato di Artú e di Leodagan nella guerra di liberazione di Camelerd contro i Danesi, proponendosi di farne il migliore cavaliere del mondo. A tale scopo gli insegna i doveri cavallereschi con toni da manuale, storicizzandone le origini ad arte. È una lezione che letta in un’ottica moderna consente di comprendere quale fosse l’opinione corrente su un fenomeno che aveva un simile peso nella società medievale. In ciò che Viviana spiega al giovane Lancillotto, sembra prevalere l’intento di fargli capire che cavalleresco non è di per sé ciò che è nobile ma ciò che è utile o necessario al bene sociale nella sua complessità. «Sappi che l’Ordine dei cavalieri non fu costituito per gioco», gli dice, «né perché alcuni uomini fossero sin dall’inizio del mondo di nascita piú gentile o lignaggio piú nobile rispetto ad altri, dato che tutti veniamo da uno stesso padre e una stessa madre. Si costituí quando nel mondo cominciarono a prevalere invidia e avidità; quando la forza cominciò a soverchiare il diritto. A quel tempo gli uomini erano tutti uguali, sia per rango che per nobiltà; ma quando i deboli non ebbero piú la possibilità di opporsi ai forti scesero in campo uomini che, ponendosi al di sopra di tutti, si assunsero il compito di garantirli e di difenderli. 40
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Questi uomini fecero proprio il dovere di tutelare il diritto dei miseri, comandare secondo giustizia e combattere gli oppressori, ponendo fine alle loro prevaricazioni e ai loro oltraggi». Lancillotto aveva appena compiuto diciott’anni quando Viviana gli tenne questa lezione nel suo castello sull’acqua. Il giovane non perse una parola, né profferí domande, tanto era chiaro l’insegnamento della fata divenuta sua madrina. E la Dama del Lago cosí proseguí: «Per assolvere questo compito furono scelti tra tutto il popolo gli uomini di maggior valore, i piú gagliardi e forti, i piú agili e ben fatti, e che si distinguevano per bontà, prodezza e ardimento. Divennero cosí cavalieri coloro che possedevano le doti piú nobili, sia nel corpo che nell’anima».
Un itinerario impegnativo
Nulla però venne loro donato e tutto dovettero guadagnarsi a caro prezzo: Viviana tenne a precisarlo con chiarezza, perché il suo ragazzo non fosse fuorviato dall’illusione che solamente di fiori e di facile gloria fosse cosparso l’itinerario cavalleresco. «Non divennero cavalieri per gioco», lo avverte, «né senza rimetterci nulla. Fu imposto loro un giogo assai pesante, con l’obbligo di mostrarsi pietosi senza villania, affabili senza fellonia, pronti ad alleviare le sofferenze altrui, generosi, tempestivi nel soccorrere i bisognosi, ma contemporaneamente implacabili nel contrastare ladri e omicidi; e anche buoni giudici, privi di sentimenti d’amore e d’odio, determinati a non tollerare il torto per nuocere al diritto». Non era tutto. C’era una condizione piú dura per poter divenire cavaliere, e Viviana la tenne per ultima: «Sappi che non dovrai mai, per paura della morte, compiere un’azione disonorevole. Poiché il disonore è piú temibile della morte stessa». Lò ammoní poi di considerare che l’Ordine cavalleresco fu istituito «anche per tutelare la santa
Nella pagina accanto frontespizio di un’edizione del Livre de Messire Lancelot du Lac, illustrata dal Maître des Cleres Femmes. 1404-1460. Parigi, Bibliothèque nationale de France. Dall’alto, in senso orario, i riquadri mostrano episodi della vita di Lancillotto: la nascita; Viviana che si occupa della sua educazione; l’investitura a cavaliere; l’arrivo alla cappella del Santo Graal.
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Sette metalli per un’arma invincibile
Affiorata magicamente dalle acque di un lago, la spada Excalibur diviene l’inseparabile e portentosa compagna di Artú. Celando nel fodero le sue straordinarie proprietà
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ossiamo leggere il disperato epilogo della passione di Merlino per Viviana come metafora della pazzia del mago al decadere di quel mondo incantato che era stato tutto per lui. Del suo letargo immortale si è molto parlato come di una raffigurazione dello spirito divino imprigionato dai lacci degli istinti naturali, ma dietro queste belle immagini c’è forse solamente la follia di un vecchio che vaga nella selva degli anni, senza piú riconoscersi se non specchiandosi alla Fonte della Vita. Si tratta pur tuttavia di una follia in grado di produrre grandi effetti nell’economia generale della leggenda arturiana, poiché in questa fase per cosí dire «acquatica» della sua esistenza Merlino procura ad Artú l’arma di ogni sua vittoria, cioè la magica spada Calibur o Excalibur, che significa dotata del potere di fendere il ferro. È Viviana che la recupera con l’aiuto di un demone a lei sottomesso dal fondo limaccioso del lago di cui è diventata, grazie alle arti di Merlino, la Signora. Il mostro lacustre, indeciso e ribelle, tergiversa prima di consegnargliela, poi tenta di sottrargliela, sfilandola dal fodero che Viviana tiene stretto. A lei rimane in mano la guaina incrostata di conchiglie, mentre la lama scompare tra le alghe. Colta però da una improvvisa illuminazione, la Signora del Lago ripulisce il fodero dalle incrostazioni e vi scopre un’iscrizione runica. Ne decifra i caratteri con la scienza infusagli da Merlino, pronuncia la formula ed Excalibur riemerge dalle acque, compie nell’aria un mezzo giro e le si offre dalla parte dell’elsa. «Dio sia lodato!», esclama Merlino nell’assistere alla scena da riva. «Artú ha la sua spada».
In questa pagina tavola a colori raffigurante Artú che, in viaggio con Merlino verso l’isola di Avalon, vede affiorare dal lago la mano che gli porge la spada Excalibur, da un libro per bambini della metà dell’Ottocento.
Excalibur era un’arma di antica fattura, dell’epoca nella quale i guerrieri usavano il bronzo, ma forgiata in una lega di sette metalli che la ponevano in sintonia con i pianeti, rendendola praticamente invincibile. Nella sua lama c’erano infatti il ferro e l’oro, l’argento, il mercurio, lo stagno, il rame, il piombo.
Una grigia apparenza di morte
Insieme, Merlino e Viviana verificarono lo stato della spada nell’intimo rifugio del castello da lui costruito sull’acqua per i loro convegni segreti. La permanenza millenaria nell’oscuro limo dell’abisso ne aveva deteriorato lo splendore, conferendole una grigia apparenza di morte, che ne accresceva però la suggestione. L’impugnatura si fondeva elegantemente con la parte viva dell’arma, dominata dall’elsa in forma di croce leggermente incurvata. Adornavano il fodero, in prossimità della cinta, pietre preziose che la melma non aveva privato dell’antica luce. «Rischia di andare in pezzi», disse Merlino, osser-
Nella pagina accanto miniatura raffigurante re Artú che riceve la spada Excalibur, da un’edizione in lingua francese del De casibus virorum illustrium di Boccaccio. 1435-1440. Parigi, Bibliothèque nationale de France.
La piú desiderata tra le reliquie Dopo la sua prodigiosa ma effimera apparizione, il Graal diventa l’obiettivo principe dei cavalieri della Tavola Rotonda. Che si mettono dunque alla sua ricerca
Sir Galahad, olio su tela di Arthur Hughes. 1894 circa. Collezione privata. 80
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uando fu l’ora di cena e i cavalieri sedettero alla Tavola Rotonda, si udí un tuono cosí potente da far temere che le mura potessero crollare. Si insinuò poi nella sala un raggio di sole che inondò di una luce intensissima i presenti, come se stesse per avvolgerli lo Spirito Santo. Era proprio la sera della Pentecoste, e tutti, all’unisono, pensarono alla mistica cena di quattrocentocinquantaquattro anni addietro. Apparve in quel momento, avvolta di seta bianca, un’immagine levitante del Graal. La sala «si riempí di buoni profumi, come se tutte le spezie del mondo vi si fossero sparse», si legge nella «cerca» falsamente attribuita a Mastro Map (Walter Map, scrittore di origine gallese, 1140 circa-1208/1210, n.d.r.), mentre la visione compiva il giro della sala. I piatti di ogni commensale si riempirono al suo passaggio, ma la cosa piú sorprendente fu che davanti a ciascuno comparvero i cibi che lui aveva mentalmente desiderato e richiesto in quel momento. E quando tutti furono serviti, la santa coppa disparve. Alimenti di sapore cosí straordinario, cosí variato da cavaliere a cavaliere, erano una sicura allegoria della grazia con la quale Dio voleva nutrirli per mostrare la sua benevolenza in quella Pentecoste. Artú lo disse: «È un segno d’amore, del quale dobbiamo gioire». La gioia (joie) è nella cavalleria espressione di felicità o commozione. Un cavaliere piange di gioia laddove la gente comune si limita a fare festa. Non piange nella sconfitta o nel lutto, evitando di dare spettacolo del proprio dolore. Tutti si uniformarono quindi all’invito di Artú, magnificando l’infinita bontà del Signore con accenti di profonda gratitudine.
Una voce fuori dal coro
Uscí dal coro Galvano, formulando d’improvviso un giuramento che contribuí a eccitare gli animi: «Faccio voto per me stesso d’iniziare domattina la Ricerca e di protrarla per un anno e un giorno, e anche piú se necessario...». Si fece silenzio in sala, e la gioia parve dissolversi nell’aria. «Giuro di non tornare a questa corte», riprese Galvano, «se non dopo avere visto in maniera piú sensibile ciò che ci è stato appena mostrato». Era il desiderio di conoscere il Graal nel suo mistero, al quale si accompagnava in molti casi la letale tentazione di poterlo possedere. Era il desiderio piú difficile da controllare, poiché i piú puri intenti rischiavano in esso di vanificarsi nell’ambizione e nell’orgoglio. Altri ne furono attratti, giurando come lui di dedicarsi all’impresa del Graal, decisi a non piú tornare prima RE ARTÚ
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Edimburgo
Bamburgh
Vallo di Adriano Carlisle
Isola di Man
York
Nella figura di Merlino, che trasportò in Inghilterra dall’Irlanda il recinto sacro di Stonehenge, l’antica paganità celtica si fonde con elementi della nuova religione cristiana. Alderley Edge
Nella battaglia di Badon Hill (nella versione francese Mont Baudon) Artú sconfisse i Sassoni. Lincoln
Torre di Londra. Cambridge Cardigan
Gloucester Badon Hill
Caerleon Secondo la tradizione, Artú sarebbe nato nel castello di Tintagel, per volere di Merlino. Glastonbury
Exeter Dozmary Pool-Altarnun 114
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Tintagel St Michael’s Mount
Londra
Bath Cadbury Castle (Camelot)
Stonehenge Winchester
Tavola di Winchester
Sui sentieri della leggenda Dal castello di Uther Pendragon alla rocca dove nacque Artú, da Camelot a Stonehenge, dalla dimora della Dama del Lago ad Avalon. Un affascinante itinerario alla riscoperta dei luoghi in cui la tradizione colloca le gesta del ciclo arturiano a cura di Francesco Colotta
Nella pagina accanto cartina della Gran Bretagna con i principali luoghi nei quali si sarebbero consumati gli eventi narrati nei romanzi del ciclo arturiano. In questa pagina castello di Tintagel, Cornovaglia (Inghilterra). Gallos (vocabolo che significa potere in lingua cornica), statua in bronzo che si ispira alla figura di re Artú, realizzata dall’artista Rubin Eynon e collocata nei pressi del sito nel 2016.
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Cinema e letteratura
in chiave contemporanea è, infine, Il calice della vita (2013) dello statunitense Glenn Cooper. DAI MANOSCRITTI ALLA CELLULOIDE Oltre che fornire lo spunto a poeti e romanzieri, le imprese del re di Bretagna sono state piú volte portate sul grande schermo. Il primo film ispirato al ciclo arturiano è del 1909: il regista romano Mario Caserini girò Parsifal, con protagonista Alberto Capozzi, uno dei piú noti interpreti italiani del muto. Una seconda escursione cinematografica risale al 1921, con A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court dello statunitense Emmett J. Flynn, interamente tratto dall’omonimo romanzo di Mark Twain. Negli anni Quaranta, il mito del sovrano fece definitivamente il suo ingresso a Hollywood, con La corte di re Artú (1949) di Tay Garnett, una commedia musicale che vede protagonista il celebre cantante Bing Crosby. Produzioni hollywoodiane sono anche I cavalieri della tavola rotonda (1953) di Richard Thorpe – interpretato da Mel Ferrer e Ava Gardner –,
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e Il principe coraggioso (1954), di Henry Hathaway, che narra di un complotto contro Artú. Enorme successo ebbe in seguito La spada nella roccia (1963), un classico del cinema di animazione prodotto dalla Disney e diretto da Wolfgang Reitherman. Un’altra ambiziosa pellicola statunitense, Camelot (1967), di Joshua Logan, incentrata sulla passione infelice tra Lancillotto e Ginevra, non totalizzò grandi incassi al botteghino, ma vinse tre Oscar. L’epopea di Artú e della Tavola Rotonda venne quindi rivisitata in chiave parodistica dal gruppo comico inglese dei Monty Python in Monty Python e il Sacro Graal (1974). Film di rilevante spessore artistico sul tema vennero realizzati in particolare in Francia: Lancillotto e Ginevra (1974) di Robert Bresson ridimensiona gli elementi fiabeschi e rilegge la vicenda dei due amanti, scandagliandone i sentimenti; mentre ne Il fuorilegge (1978) Éric Rohmer rilegge le avventure di Percival nell’ottica metaforica di un’iniziazione alla vita
In basso, sulle due pagine una sequenza di King Arthur (2004) di Antoine Fuqua, pellicola che rilegge piuttosto liberamente la vicenda, facendo del protagonista un ufficiale di cavalleria romano di nome Lucius Artorius Castus.
e collocandole in suggestive scenografie teatrali. Un’altra produzione disneyana, Un astronauta alla tavola rotonda (1979), di Russ Mayberry, si ispirò alla già sfruttata versione letteraria del ciclo di Mark Twain. INDIANA JONES PARTECIPA ALLA «CERCA» Gli anni Ottanta si aprirono con una nuova, significativa pellicola di produzione statunitense, Excalibur (1981), diretta da John Boorman, nella quale il rispetto delle fonti letterarie coesiste con la raffigurazione di un Medioevo occulto, misterioso che sconfina nella science fiction. Adattamento musicale dell’omonima opera di Richard Wagner è, invece, Parsifal (1982), una coproduzione franco-tedesca firmata da Hans-Jürgen Syberberg. Anche in un episodio della fortunata tetralogia di Steven Spielberg, Indiana Jones e l’ultima crociata (1989), trovano spazio le gesta arturiane: il protagonista riceve infatti da un miliardario l’incarico di ritrovare il Santo Graal.
Nell’originale La leggenda del re pescatore (1991), Terry Gilliam rielabora, spaziando tra il grottesco e il drammatico, il mito della ricerca del sacro calice con ambientazione contemporanea. Nel 1995, Sean Connery, nel ruolo di Artú, e Richard Gere, nei panni di Lancillotto, interpretano Il primo cavaliere di Jerry Zucker. Nello stesso anno, Un ragazzo alla corte di re Artú di Michael Gottlieb racconta le avventure di un ragazzo californiano che viaggia a ritroso nei secoli e si ritrova al cospetto del sovrano di Bretagna. Tra le piú recenti versioni cinematografiche si menzionano: King Arthur (2004) di Antoine Fuqua, con Artú valoroso guerriero di origine romana, che sposa la causa delle popolazioni britanniche; King Arthur, il potere della spada (2017) di Guy Ritchie, che si basa sulla versione letteraria di Thomas Malory. Francesco Colotta
In alto l’attore britannico Charlie Hunnam presta il volto ad Artú, nella trasposizione cinematografica della vicenda firmata da Guy Ritchie, King Arthur, il potere della spada (2017).
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