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voci dentro: l’italia, vista dai suoi detenuti Una finestra d’informazione che nasce in collaborazione con le redazioni di tre carceri: il nuovo carte Bollate (Bollate-Milano), Ristretti Orizzonti (Padova-Venezia) e Sosta Forzata (Piacenza). | a cura di | ristretti orizzonti

Più carcere crea davvero più sicurezza? molti detenuti si sono ricostruiti una vita grazie alla legge “gozzini”. ora qualcuno vuole modificarla.

“S

pesso le parole sono strumenti che, invece di aiutare a capire assumono un ruolo di autentica disinformazione. Se si tratta di carcere, poi, c’è il ‘vantaggio’ di non avere nessuno che replichi o smentisca, sia perché chi sta dietro le sbarre non ha facile accesso ai mezzi d’informazione, sia per una cultura che tende a togliere il diritto di parola a chi ha commesso un reato”. Le riflessioni di Stefano, ex detenuto, spiegano il senso della sfida del nostro giornale, Ristretti Orizzonti: aiutare il lettore a capire una realtà complessa come la galera. Una vera sfida, perché siamo disabituati a un pensiero che conceda spazio al dubbio, fondamentale per ogni ragionamento sui problemi del carcere, per i quali molto spesso è impossibile trovare soluzioni immediate. E anche quando i rimedi poi si trovano, rischiano di essere bocciati in nome di luoghi comuni come “Io ho un sogno”. Murale sul muro di cinta quello oggi più di moda: “Che se della Casa Circondariale di Rebibbia la facciano tutta la galera!”. C’è una legge, la “Gozzini”, che dalla sua entrata in vigore, nel 1986, ha consentito a migliaia di detenuti, dopo aver scontato in carcere una parte della pena, di poter iniziare un percorso graduale di reinserimento nella società, prima con permessi premio, poi con misure alternative (semilibertà e affidamento ai servizi sociali). Non un diritto, quindi, ma un beneficio concesso dal Tribunale di sorveglianza, che finora si è dimostrato efficace: il 69 per cento di chi rimane chiuso in cella fino all’ultimo giorno torna a compiere reati mentre, tra i beneficiari della “Gozzini”, soltanto il 19 per cento si ritrova a delinquere. Una legge che funziona, dunque, ma alcune proposte depositate quest’anno in Parlamento (tra cui il Ddl BerselliBalboni) vorrebbero modificarla in nome della sicurezza, la stessa che questa legge ha dimostrato di garantire. “Davvero la gente si sente più sicura se un detenuto sconta per intero la sua pena senza affrontare un percorso che lo riconsegni migliore alla società? -si chiede Maurizio, detenuto a Padova-. Se si vuole aumentare la possibilità di reinserimento di chi finisce dentro, non si può pretendere di ‘chiudere il carcere nel carcere’, ma bisogna puntare sul dialogo tra istituzioni, volontari, detenuti e società. La chiusura sviluppa emarginazione e violenza e una persona costretta a vivere così si ritrova nelle condizioni di riprodurre i meccanismi di quella stessa violenza”.

eroi dei tempi moderni  | testo | adriano pasqual | IL nuovo carte bollate

“M

uore in mare per salvare due bambini. Milanese-eroe si tuffa e gli cede il cuore. Primo Romeo Priotto era un pensionato di 56 anni”. “Salva due bambini ma viene sopraffatto dalle correnti marine. Dragan Cigan, muratore bosniaco, un eroe che lascia una giovane moglie e due bambini. Dragan è stato insignito della medaglia d’oro al valor civile”. “Aiutò i feriti del bus dopo lo schianto. Diventa milanese il clandestino eroe. Moustapha, 17 anni, senegalese: ‘In questa città non devo più nascondermi’”. Sono alcuni dei titoli con cui i quotidiani hanno raccontato le gesta di queste persone: uomini altruisti con un marcato senso del dovere civico, qualità che ognuno di noi dovrebbe avere. Invece siamo costretti a sottolineare questi gesti di grande generosità come atti d’eroismo. Il dizionario Garzanti alla voce “eroe” dice: “Nella mitologia grecoromana, figlio nato dall’unione di una divinità con un mortale, dotato di virtù

eccezionali; chi sa lottare con coraggio e generosità per un ideale”. Nello stesso dizionario leggiamo la definizione di altruismo: “Amore verso il prossimo”. I nostri “eroi” sono uomini semplici e comuni che hanno saputo spogliarsi d’ogni egoismo per aiutare il loro prossimo, senza considerare eventuali conseguenze che, per malasorte, in alcune occasioni hanno portato al loro estremo sacrificio. Una famosa citazione dice: peggio è per quel Paese che ha bisogno d’eroi, peggio per noi e per il nostro futuro se non sapremo ricostruire valori morali, ideali e senso civico per convivere in una comunità che inevitabilmente si fa variegata e mescola le varie culture, ma che attualmente ha come punto in comune l’egoismo dei singoli. Poi leggiamo di uomini che d’eroico hanno un grande cuore, utilizzato non solo come muscolo cavo e contrattile, ma come sede del più nobile dei sentimenti: l’amore verso gli altri.

| parole oltre il muro | a cura di | sosta forzata L’inizio: una parola scritta alla lavagna. Poi 15 minuti. Il tempo per raccogliere i pensieri e provare a raccontarli.

domandina (do·man·di·na), s.f. 1 È una parte del carcere perché ogni volta che devi

telefonare, tagliare i capelli, andare dal dentista o per qualsiasi altra cosa serve compilare “la domandina”. Non se ne può fare a meno.  Armando, 28 anni, Albania 2 Per noi è come una chiave. Gli agenti hanno

la chiave che apre le porte, noi invece abbiamo la domandina che ci apre le speranze per il futuro e anche per la vita di tutti i giorni.  Nest, 33 anni, Albania 3 Questa parola è talmente necessaria che è

impossibile non nominarla per un giorno intero. Però c’è una domandina che venero ed è quella che mi permette di telefonare ai miei genitori e di sentire il mio meraviglioso bambino.  Daniele, 25 anni, Italia

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alternative possibili

Come infrangere un tabù: Ora le donne di brescia possono condividere l’armadio. In nome del riciclo, del risparmio e di una stilista a loro disposizione.  | testo | eleonora de bernardi | illustrazione | silvia bonanni

un guardaroba a noleggio A

vere un abito impeccabile ogni giorno senza doverlo lavare e stirare, una stilista personale che ti interpella a ogni stagione, un laboratorio di sartoria che confeziona i vestiti su misura per te. Tutto a un prezzo abbordabile. È il sogno proibito di molte donne, spesso con poco tempo o pochi soldi da dedicare ai propri desideri. Proibito per molte, ma non per Vittoria

Vittoria Bono e la figlia Valentina nel loro show-room.

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Bono, bresciana doc, 45 anni, due figlie e una buona dose di senso pratico e determinazione. Dopo una lunga esperienza nel settore abbigliamento e due anni di studi e ricerche di mercato, ha inventato un servizio inedito di noleggio di abiti da tutti i giorni. E il nome è tutto un programma: Ego, Ecologico guardaroba organizzato. Lo show-room di 100 mq con sartoria e lavanderia incorporate, ha aperto la scorsa primavera a Brescia ed è basato su tre concetti chiave: sostenibilità, condivisione e raffinatezza. Con un abbonamento mensile di 96 euro o uno annuale di 1.152 euro (più tessera associativa di 99 euro valida per 12 mesi), le clienti hanno diritto ad un capo diverso ogni giorno, per 365 giorni l’anno. Dall’etnico al classico, dal romantico al dandy sono 120 i modelli a disposizione per ogni collezione e per ogni taglia, dalla 40 alla 48. “La condivisione è il principio base di Ego -spiega Valentina, 21 anni, figlia di Vittoria, già coinvolta nel progetto-. I vestiti infatti non sono di proprietà delle associate, ma del guardaroba. Le donne Ego scelgono le stoffe e i modelli all’inizio della stagione tra le proposte della nostra stilista, Maria Laura Uggetti, poi, di fatto, usano gli abiti a turno.

Noi ci occupiamo di realizzare i capi, organizzare gli scambi e di fornire loro un guardaroba sempre in ordine e alla moda”. Si tratta di un’elaborazione del dress sharing, sistema nato in Inghilterra, in cui un gruppo di amiche decide di acquistare insieme degli abiti e di usarli in comune. Vittoria Bono ha pensato a ogni dettaglio. “Il cambio dei vestiti avviene una volta a settimana su appuntamento -spiega l’ideatrice-. Ogni associata viene nel nostro atelier, ci lascia i sette capi usati e ne sceglie altri sette. Abbiamo pensato anche ad un sistema di consegna/ritiro a domicilio”. Non ci sono neppure sprechi perché, anche se si cambia taglia o gusto nel corso dell’anno, il guardaroba contiene capi di tutti gli stili e di tutte le misure. A fine stagione, poi, è possibile acquistare con lo sconto i vestiti preferiti. “È un sistema pratico e divertente -racconta Carla Sora, dirigente d’azienda e associata della prima ora-. I primi 14 capi della collezione estiva li ho scelti io e sono stati cuciti su di me. Ma se un giorno non mi piacessero più, pazienza. Ne ho altri cento da scegliere e so che non ho buttato via soldi né sprecato qualcosa. Un’altra donna potrà usarli e divertirsi a cambiare”.


| critical fashion | la moda diventa sostenibilie

jeans: una comodità che (a volte) non inquina tiziana tronci

I

jeans fanno parte della nostra quotidianità e sono una delle icone della moda di sempre. Un capo versatile che tutti indossano e hanno indossato: cowboy, ribelli del cinema, hippy, capi di stato, teste coronate e fashion victim di ogni latitudine.

Donne manager, ma anche insegnanti, commesse, impiegate e studentesse. Le abbonate provengono da ogni estrazione sociale. Come Elisabetta Becchetti, universitaria: “Quest’estate sono partita per le vacanze con il guardaroba Ego in valigia e dopo 15 giorni gliel’ho riportato usato. Non ho dovuto neanche disfare i bagagli a casa”. Si risparmia tempo, e non solo. “Abbiamo pensato alle tasche di tutti: di fatto ogni capo costa circa 3 euro, meno che portarlo in tintoria -continua Vittoria-. In più alle nostre clienti chiediamo di imparare a trattare bene gli abiti, nell’ottica che a usarli non saranno le sole”. Sostenibile e raffinato: sì perché ogni capo è realizzato da laboratori bresciani. “Il legame con il territorio è per noi fondamentale -spiega Vittoria-. Se duplicheremo la nostra esperienza altrove, studieremo i gusti delle donne di quel luogo e cercheremo lì stilisti e sarti”. Sui progetti futuri però Valentina e Vittoria fanno le misteriose: anche se a breve, sussurrano, pensano di aprire un Ego a Milano e di lanciare un franchising su scala nazionale.

Ogni anno nel mondo se ne vendono circa 1,5 miliardi di paia: per questo la corrente di moda ecosostenibile e di consumismo coscienzioso, che spopola in Inghilterra e in America e che lentamente sta affermandosi anche in Italia, non ha potuto ignorarli. Nel mondo sono circa 50 i marchi, da Levi Strauss a Replay, che negli ultimi anni hanno accettato la sfida di proporre sul mercato jeans “ecoresponsabili” a un prezzo accessibile. Pochi sanno, infatti, che la produzione dei jeans è una delle più inquinanti nel settore tessile dell’abbigliamento, perché utilizza molti lavaggi e finissaggi per rendere il tessuto morbido, invecchiato, arricciato, sfumato, come la moda impone. Ma a rendere tanto comodi i jeans è il loro tessuto, il denim: realizzato Tiziana Tronci è consulente marketing e comunicazione nel settore del tessile ecosostenibile. Collabora per progetti italiani e internazionali legati al mondo del lifestyle e della sostenibilità.

con ordito e trama di cotone (anticamente l’ordito era in lino), si distingue per robustezza, resistenza e adattabilità. Il colore classico del denim è il blu non regolare, un aspetto che può variare con diversi trattamenti di finissaggio, tra cui lo “stone washed” e il “delavé”. Alcuni marchi pionieri come Kuyichi, Tierra del forte e Linda Loudermilk hanno trovato soluzioni intelligenti per limitare l’impatto sull’ambiente. Per esempio, vengono eliminati alcuni processi di lavaggio utilizzando meno sostanze chimiche, oppure i lavaggi agli enzimi vengono sostituiti con quelli fatti a base di sapone di Marsiglia. I finissaggi chimici poi possono essere rimpiazzati da trattamenti a mano che utilizzano pietre abrasive e infusioni di fiori e oli essenziali, per dare al tessuto l’aspetto stropicciato e “vissuto”. Non solo: al posto del cotone convenzionale si sta diffondendo l’uso del cotone organico e anche piccoli dettagli come bottoni e rivetti vengono realizzati in materiali riciclabili, tra cui cocco e pelle vegetale, che sostituiscono metallo e pelle animale. Oltre all’aspetto ambientale, brand come Loomstate ed Edun (linea lanciata nel 2005 dal cantante degli U2, Bono, e dalla moglie Ali Hewson), hanno impostato il loro business sul commercio equo e socialmente responsabile.

Tessuto denim in cotone organico. Una curiosità: anticamente l’ordito era relizzato in lino.

e.G.o ecologico Guardaroba organizzato via Fura 50, 20125 Brescia tel. 030 - 353.42.76 sito: www.suiteatwork.it e-mail: mail@suiteatwork.it

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viaggiatori viaggianti: lubiana

Da sinistra, in senso antiorario: il caffè del Celica, l’ostello ricavato in una ex prigione militare; serata reggae al club Gala Hala; l’internet corner del Celica; una mostra alla Alkatraz gallery; il bar del Gala Hal.

A

maggioranza fuorisede. La fame di cultura è lle quattro del pomeriggio Metelkova tanta. Nonostante la capitale ospiti ben tre sembra un posto sonnacchioso e tranorchestre sinfoniche, decine di musei e centiquillo. Non troppo diverso dal resto di naia di eventi culturali durante tutto l’anno, i Lubiana, capitale in scala di uno stato popogiovani sloveni cercano cultura indipendente, loso quanto un quartiere di Pechino. Poca musica alternativa e novità. Quasi sempre le gente si incrocia per strada, nelle piccole galtrovano a Metelkova. lerie qualche curioso si sofferma sulle opere Librerie anarchiche, galleristi di ogni tenmentre i galleristi, immancabilmente giovadenza, associazioni non governative, gruppi ni, leggono assorti un libro con una tazza in di marionette per bambini, attivisti politici mano, o al più concentrati guardano il comper i diritti dei gay e delle lesbiche popolano puter. Di giorno qui è quasi sempre così. gli edifici di quella che si è autoproclamata Di notte tutto cambia, o meglio si anima. una zona culturale autonoma. “Questo è l’unico posto in Slovenia dove puoi La sua storia inizia qualche anno dopo sentire qualsiasi tipo di musica a qualsiasi la guerra dei dieci giorni tra la Slovenia e la ora della notte”, è una delle spiegazioni che Jugoslavia in via di disgregazione. Fino al 15 vanno per la maggiore quando si domanda ottobre 1991 Metelkova era il quartiere geneperché questo luogo sia così importante per rale dell’Armata pola vita culturale delpolare jugoslava in la capitale. L’altra è Slovenia. Qui c’eranumerica. persino il primo ministro non no il comando, le caA Lubiana vivoha saputo resistere al fascino serme dei soldati e le no meno di 300midi un pranzo al celica, il prigioni per gli oppola persone e circa ristorante dell’ostello prigione sitori. Dopo il 25 ot60mila studenti, la 24

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tobre erano tre acri di palazzi liberi nella zona NordEst della capitale, poco distante dalle stazioni dei treni e dell’autobus. L’anno prima il 23 dicembre, il giorno del plebiscito per l’indipendenza, era stata fondata “la rete per Metelkova”, un’organizzazione di movimenti studenteschi che si proponeva di trasformare le caserme in centro culturale. Ma il negoziato con le autorità cittadine non produsse nulla. Tempo due anni le ruspe avevano iniziato ad abbattere parte della prigione e il portone d’ingresso delle caserme, così gruppi di artisti e attivisti politici occuparono i palazzi bloccando tutto. Da allora la zona ha un rapporto abbastanza ambiguo con il Comune di Lubiana, che è ancora proprietario dell’area. L’ultimo tentativo di sgombero risale all’estate del 2006 e ora le autorità temporeggiano: non appoggiano le attività, ma finanziano eventi e associazioni. Allo stesso tempo, non più tardi di questa primavera, Janez Jansa, Primo ministro della Repubblica slovena, è venuto a Metelkova per una breve visita con tanto di pranzo al Celica, l’ostello


una meta raggiungibile Da Venezia a Lubiana treni quotidiani percorrono il tragitto via Trieste in circa quattro ore e mezza, l’unico diretto in orario (per ora) arriva a Lubiana alla 1.51 di notte. Sul sito www.trenitalia.com periodicamente ci sono offerte da 25 euro. In alternativa da Trieste diversi pullman al giorno. In macchina si può arrivare via autostrada sia da Gorizia che da Trieste, ma da quest’estate la vignetta obbligatoria costa ben 35 euro per sei mesi, o 55 per un anno. Non ci sono invece voli diretti tra Italia e Slovenia.

che costituisce una delle strutture più sorprendenti della zona e che nell’occasione festeggiava i cinque anni di attività (vedi box). Del resto la cittadella di Metelkova è divisa in due: a Nord la zona gioiosamente anarchica e creativa, a Sud una parte in cui lo Stato ha investito e sta investendo per costruire grandi musei. Sono già aperti il Museo etnografico sloveno e una sezione del Museo nazionale della Slovenia. Nel 2009 aprirà anche il nuovo Museo di arte moderna. Intanto neogotici e punk, rasta balcanici e quarantenni ben vestiti, condividono piazza e locali all’interno di Metelkova. Che continua a essere un esperimento in divenire. Idealmente legato alla storia di questo Paese, dove una parte della prima opposizione al regime jugoslavo si coagulava attorno a un gruppo punk, i Laibach, e a un collettivo di artisti -il Neuwe Slowenische Kunst- che certo oggi qui non stonerebbero. Quest’esperienza ricorda da vicino quanto tentato a Christiania, il quartiere hippy di Cophenhagen, ma in scala minore e con un rispetto dell’ordine che > segue a p. 26

 | testo | osvaldo spataro | foto | filip horvat

Fino al ’91 era una Cittadella Militare, oggi questo quartiere di lubiana, In slovenia, è una Fortezza DElla cultura Indipendente. DA scoprire, di notte.

appuntamento a metelkova | 158 | gennaio 09

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viaggiatori viaggianti un weekend a lubiana

mangiare

Sembra un posto per turisti, e forse lo è anche: però è in pieno centro, si mangia bene e cucina piatti tradizionali sloveni a prezzi onesti. Gostilna Sokol Ljubljana

Ciril Metodov trg 18 tel 00386 - (1)43.96.855

dormire

Eccetto gli ostelli e le case dello studente che in estate sono aperte ai turisti, Lubiana offre ancora poche sistemazioni graziose a prezzi convenienti, quindi occorre adattarsi a pagare un po’ di più, oppure scegliere posti molto sovietici, ovvero bisognosi di manutenzione. Due indirizzi per tutti i gusti: Hotel Park

Economico per modo di dire, attraente ancor meno. All’ultimo piano è un ostello con doppie e quadruple da 20 euro a testa. Agli altri piani è una torre di 155 camere, un hotel a tre stelle senza infamia e senza lode, con doppie da 100 euro. www.hotelpark.si Vila Valesova

Un moderno ostello vicino al centro, ricavato da una bella villa risistemata con gusto. Doppia da 32 euro. www.v-v.si

varie

Se state un paio di giorni in città conviene fare la Lubiana Card (circa 13 euro), che permette di usare i mezzi pubblici e offre sconti nei musei. Per sapere che cosa accade ogni giorno in città si può consultare il blog in italiano www.lubiana.org. Il sito dell’ente del turismo cittadino è www.visitljubljana.si mentre quello della Slovenia è www.slovenia.info.

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compagni di viaggio notti sicure, dietro le sbarre Chi vorrebbe trascorrere una notte in cercere? In pochi, forse nessuno. Eppure a Lubiana la vecchia prigione dell’Armata popolare jugoslava è uno dei luoghi più gettonati per passare la notte. Nel 2005, infatti, è stata trasformata nel Celica hostel, che tradotto suona come l’ostello prigione. Fondato dall’associazione degli studenti dell’Università di Lubiana, il Celica è una struttura piuttosto particolare che si trova all’interno di Metelkova. Venti tra le sue stanze -quelle del piano di mezzosono vecchie celle con tanto di sbarre a porte e finestre, la cui ristrutturazione è stata affidata ad artisti di tutta Europa. Così può capitare di dormire in una stanzetta affresca in stile Chagall dal russo Maxim Issajev -la 107- oppure in una -la 116- arredata con un letto circolare sospeso a mezz’aria e le pareti dipinte con i testi delle canzoni di Leonard Cohen. Ma non solo, il Celica è conosciuto anche per il suo bar e per la galleria d’arte che offre uno spazio per mostre temporanee ad artisti internazionali. Come se non bastasse, al Celica organizzano anche visite guidate. No. Non alla città: all’ostello stesso, visto che è considerato un’opera d’arte contemporanea. info: www.souhostel.com tel +386 - (1)23.09.700, Metelkova utca 8, Lubiana. Prezzi: nelle celle-stanze doppie con bagno al piano vanno da 23 a 27 euro a notte (prenotate per tempo!). Dormitori con 12 letti, da 16 a 20 euro. Appartamenti da 16 euro a testa.

il libro

Viaggiare con consapevolezza vuol dire anche sapere qualcosa di più del Paese che si attraversa. Per questo può essere utile leggere questo libro dello storico tedesco Joachim Hosler, che dagli Illiri all’ingresso in Europa racconta la storia dei nostri vicini di casa senza tralasciare nulla dei rapporti non sempre buoni tra i governi italiani e quelli sloveni. Slovenia. Storia di una giovane identità europea pag. 304, euro 20. Beit 2008

la band

A sentirli senza sapere la loro storia non è che colpiscano, anzi: se non si è amanti della musica noise, industrial e altri rumori affini sembrano puro baccano. Eppure i Laibach, che è la parola tedesca per Lubiana, sono tra i pilastri della cultura slovena contemporanea: semiclandestini ai tempi della Jugoslavia, accusati a scelta di nazionalismo, fascismo e comunismo portano avanti un’estetica militante e aggressiva sovvertendo qualsiasi ordine e qualsiasi sistema.

segue da p. 25 >

si addice molto a un Paese come la Slovenia, stato balcanico per modo di dire. Più simile al candore alpino dell’Austria che al disordine rumoroso di Mostar, ai nostalgici del realismo architettonico socialista Lubiana offre il minimo sindacale di palazzi tutti alti e tutti brutti uguali che popolano con discrezione la sua modesta periferia. Ma vista dall’alto della collina del castello, si presenta come un raccolto fazzoletto di tetti rossi e campanili a cipolla, organizzati sui due lati della Ljubljuanca, il fiume che divide la capitale. Una città che, se la guardi in inverno, potrebbe trovarsi incastonata in una sfera di vetro con la neve che cade quando la agiti. Sotto la volta, un benessere mittleuropeo non finto ma reale l’avvicina più a Udine e Klagenfurt che a Zagabria o Fiume. Qui le vecchie Zastava 600 e

le fumose Yugo 750 sono un ricordo, per strada circolano solo Clio e Golf, oppure Bmw. Questa facciata da presepe la si coglie ancor meglio passeggiando a piedi, che poi è il modo migliore per visitare Lubiana. Tutto è a circa cinque minuti dal centro, che gravita su Prešernov trg, una piccola piazza sulla sponda sinistra del fiume, poco distante dal Colonnato del mercato e dallo slargo dove ogni giorno le bancarelle vendono ortaggi e fiori. Oltre il Tromostovje e lo Zmajski most -due dei ponti più belli della città– si susseguono i caffè, dando l’impressione che l’attività preferita dei giovani sia ritrovarsi davanti a un bicchiere per chiacchierare all’infinito. O almeno fino a quando non arriva la sera. E allora è di nuovo il momento di imboccare Metelkova utca.


tu vuoi fare l’italiano? | a cura di | rockit www.rockit.it

santi, poeti e musicisti

Rockit nasce nel 1997. È il database di gruppi italiani più ricco al mondo. Organizza anche eventi, tra cui il MI AMI a Milano e il Sorpasso a Roma.

 | testo | sandro giorello

S

eguire le vicende della musica italiana non è facile. È un susseguirsi di nascite, nuove collaborazioni, grandi ritorni. Un continuo fermento di cui spesso neppure ci accorgiamo. Qualche esempio: avrete presente la canzone “Pop Porno” de Il Genio –brano che nell’arco degli ultimi mesi è diventato un vero e proprio tormentone– dovete sapere che Gianluca De Rubertis, uno dei due “genii”, era il tastierista di un gruppo validissimo chiamato Studiodavoli, la cui cantante, Matilde Davoli, ha da poco dato alle stampe un ottimo lavoro a nome Girl with the gun (e può darsi pure che vi piaccia più de Il Genio). Dovete sapere anche che il leader di un gruppo chiamato Reggae national tickets, che verso la fine degli anni ’90 ebbe un discreto successo, ora vive in Giamaica, ha cambiato nome, da Stena in Alborosie, ed è una delle voci reggae più apprezzate oltreoceano (e non solo). Mentre tra i grandi nomi dell’elettronica mondiale oggi spicca quello dei veneti The bloody beetroots. I padovani Jennifer gentle invece vanno fortissimo in Giappone: l’ultima volta che hanno suonato nel Paese del Sol levante i fan

erano talmente numerosi che è dovuta intervenire la polizia. Tra le nostre esportazioni anche gli emiliani A classic education: fanno più concerti a Londra che a Bologna. Sorprendente poi l’ascesa del giovanissimo cantautore Vasco Brondi, in arte Le luci della centrale elettrica, che nell’arco di un anno è passato da perfetto sconosciuto a vincere la Targa Tenco e fare tour da venti concerti al mese. Perché dare attenzione a queste notizie? Perché prendersi il cruccio di ascoltare anche solo uno di questi nomi? Perché ne vale la pena e questa rubrica ha il compito di ricordarvelo. L’Italia sforna buona musica in continuazione. Noi, ogni mese, vi daremo qualche consiglio. Perché bisogna conoscere “Non ti scordar mai di me” di Giusy Ferreri e “Bruci la città” -che in molti attribuiscono a Irene Grandi ma che in realtà è stata scritta da Francesco Bianconi dei Baustelle- ma anche le canzoni di Paolo Benvegnù, dei Perturbazione, dei Non voglio che Clara, di Dente, dei Ministri, dei Marta sui tubi, di Beatrice Antolini, dei Giardini di Mirò e di molti altri ancora. Ogni nome ha una sua storia e ne completa tante altre, non ultima, la nostra.

| prove d’orchestra

Roberto e la sua quena

| segnali sonori

1 Girl With The Gun

Incontro geniale tra la caratteristica, avvolgente voce di Matilde Davoli (già Studiodavoli) e il talento elettronico di Populous, il progetto “Girl with the gun” vira su attenuazioni acustiche, grazie anche alla collaborazione di graditi ospiti (tra gli altri Giorgio Tuma e Short Stories). Raffinato.

2 Beatrice Antolini

Beatrice è cresciuta. Dopo il primo “Big saloon” –lavoro che raccoglieva molte influenze musicali ma a cui mancava una chiara direzione compositiva– ci stupisce con “A due”. Un album che aggiunge ai generi già sperimentati (la musica anni ’30, il rock e il pop) anche un certo tribalismo post punk e un’aggressività grunge. Ha molto talento, continuerà a darci soddisfazioni.

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3 Superpartner

I Superpartner sono un raro connubio di freschezza e profondità, meraviglioso romanticismo e power-pop istantaneo dai toni morbidi e leggeri. Atmosfere da carillon e sonorità che hanno la vaporosità delle tinte pastello sono i migliori pregi del gruppo leccese, neonata creatura della Pippola Music.

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È argentino, ha una voce affabile e ama suonare per gli sconosciuti. Qualità che ben descrivono sia la quena, il flauto di bambù dal suono dolce, sia Roberto Lagoa, musicista dell’Orchestra popolare multietnica di Napoli (www.myspace. com/brigadainternazionale). Entrambi sono nati nel Paese latino americano e sono abituati ai lunghi tragitti. “È uno strumento dai materiali semplici, diffuso nei villaggi andini già in epoca precolombiana -racconta Lagoa-. I musicisti dall’entroterra partono in tour per mostrarlo agli abitanti delle città, che non l’hanno mai visto”. Poco conosciuto persino in patria. “Anch’io come lui sono spesso straniero. Ma non mi spavento: so che con la mia quena posso parlare qualsiasi lingua”. Con questo flauto si accompagnano i ballerini di tango e si suona il contropasso, melodia “senza diritto d’autore”: “Viene da così lontano che nessuno sa chi l’abbia scritta”. (E.D.B.)

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si apre con la storia di un adolescente il primo degli appuntamenti con “scrittori nel cassetto”. In queste pagine trovate racconti inediti, scritti dai lettori e commentati per noi dai docenti della Scuola Holden.  | racconto di | dark0 | illustrazione | alessandro baronciani

via arquata A

l contrario di come si potrebbe immaginare, via Arquata è assolutamente diritta. Una volta Emiliano mi ha detto: – Una curva si dice dritta o diritta? Io ho risposto senza neanche un tentennamento: – Diritta! Lui ha sogghignato e si è messo a ridere, e anche Angela, che stava seduta sulla graziella rossa, si è messa a ridere, ma cercando di trattenersi un po’. Allora ho capito che stavo sbagliando qualcosa e ho cercato di correggermi: – Dritta... Dritta! Si dice dritta! Stavolta Angela non è riuscita a contenersi più e si è piegata sul manubrio della graziella rossa e singhiozzava dalle risate. Emiliano si è avvicinato a me e mi ha dato due pacche sulla spalla: – È una curva… una curva. Io sono rimasto con gli occhi sbarrati guardando lui e ripensando a come fossi riuscito a sbagliare due volte in poco tempo, cadere nel tranello di Emiliano, essere deriso davanti Angela. Deriso da Angela. – Vado a vedere se c’è Daniele -, dice Emiliano. – Aspetta, vengo anch’io -, dice Angela e forse mi guarda e sorride ancora. – Io vado a casa. – Dai, ma vieni con noi. Se c’è Daniele siamo quattro e si può andare alla ferrovia. No, davvero. Andate voi, poi al massimo vi raggiungo. Emiliano e Angela sono andati verso casa di Daniele. Qui a via Arquata siamo tutti vicini. È un quartiere qua-

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drato con sei quadrati. Come fare a farvi capire? Non ci sono curve. Niente linee dolci. Solo incroci e strade diritte e brevi. Da una parte c’è corso Unione, dall’altra corso Dante e dopo c’è il ponte della ferrovia. La ferrovia. Quando papà torna la sera da Mirafiori, dice che siamo fortunati a stare qui a via Arquata e che, anche se vicino la ferrovia, è un posto invidiabile. Che stiamo al centro, che non manca niente. La sera papà fuma una sigaretta sul balcone dove teniamo la scala di ferro. Guarda la ferrovia e io mi metto vicino a lui e insieme aspettiamo che passi il treno. Prima sentiamo i cavi dell’alta tensione muoversi e sibilare come fruste e io mi tengo forte al suo pantalone perché so che tra un po’ passerà vicinissimo e velocissimo; poi, nella notte, lo vedo arrivare con il suo occhio luminoso. Non so come spiegarvi, ma papà non si muove di un centimetro quando passa, anzi, allunga una mano e grida: – Lo tocco! Lo tocco! E io ho paura. Ho paura che lo tocchi sul serio e che il treno possa deragliare. Non andare più diritto e accartocciarsi su se stesso per colpa sua. Gli grido di smetterla. Glielo grido forte. E lui ride. Ride di gusto. Poi ritira la mano. Il treno passato. Fa un ultimo tiro alla sigaretta e dice che è ora di andare a letto che è tardi. Io sento ancora il vento del treno fischiare nei capelli. Mi tengo a lui fino a quando non siamo entrati dentro casa. Al sicuro. Quando lo lascio, lo osservo andare verso la camera da letto con il pantalone tutto stropicciato.


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“Scrittori nel cassetto” è anche una sezione del nostro nuovo sito, dove potete pubblicare i vostri commenti e trovare i temi dei prossimi racconti. Vi aspettiamo su specialeterre.it!

Dark0 Giuseppe Franco è Dark0 quando scrive, disegna, suona la chitarra e si emoziona. Laureato in Ingegneria, ha vissuto a Cosenza per trent’anni, ora vive a Torino e porta sempre le scarpe slacciate.

Alessandro Baronciani Trentenne, illustratore e fumettista, lavora tra Pesaro e Milano. Ha iniziato disegnando gli “Afumetti” che spediva via posta ai suoi abbonati. Un esperimento di autoproduzione confluito nella raccolta “Una storia a fumetti”. L’ultima fatica? “Quando tutto diventò blu”, Black Velvet editore.

Sono sul balcone dove teniamo la scala di ferro. È giorno e vedo Emiliano e Angela che scavalcano il muretto giallo e l’inferriata con il cartello con il teschio. Daniele non c’è. Emiliano aiuta Angela e poi scavalca anche lui. Li perdo di vista dietro gli alberi che seguono il bordo della ferrovia. Non riesco più a vederli. Vado dentro la camera da letto di papà, prendo lo sgabello di legno della scrivania e lo metto sotto la finestra. Mi arrampico e guardo fuori. Li vedo: sono vicino le rotaie. Stanno tirandosi dei sassi aguzzi. Poi sento i cavi dell’alta tensione frustare. Frustano forte. Arriva. Sta arrivando. – Sta arrivando! Toglietevi di lì! Sta arrivando! Sono sicuro di gridare, ma né Angela, né Emiliano mi sentono. Lo sgabello mi sfugge da sotto i piedi e io cado. Non riesco a sentire il rumore che faccio perché il treno sta passando e il suo fischio è assordante. Resto per terra, non so se per il dolore della caduta, per la paura del rumore, o per quello che è appena successo. Il treno è passato. Veloce. Mi precipito giù per le scale. Esco su via Arquata. Corro. Scavalco l’inferriata e sono sulla ferrovia. Li cerco. Sento che non va. Qualcosa non va. Ho paura. Improvvisamente mi sento solo. Poi li vedo. Sdraiati per terra. Vicino al muretto giallo. Stanno ridendo e si abbracciano. Forse si baciano. Forse si abbracciano e basta. Oppure si abbracciano e si baciano senza ridere. Non voglio che Angela mi veda. Non voglio. 34

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Vorrei nascondermi, ma qui ci sono solo rotaie e pietre aguzze e traversine di legno. Corro verso il muretto. Scavalco l’inferriata. Mi siedo, spalle al muro. Sono dentro il quadrato, dentro le linee diritte: via Arquata. Qui, al sicuro. Daniele mi guarda dall’altro lato della strada. Viene verso di me e mi chiede dove sono Angela e Emiliano. – No... Non lo so. – Mi avevano detto che andavano alla ferrovia. – E allora? Se lo sai perché me lo chiedi? – Ma se ti ho visto che scavalcavi! – Senti Daniè... – Chè? – Una curva si dice diritta o dritta? – È una curva! Quindi non si dice né diritta, né dritta, perché se è una cur... – Vaffanculo, Daniè. Via Arquata dopo vent’anni è rimasta sempre la stessa. Non ci sono curve. Niente linee dolci. Io oggi sono ritornato. Sono tornato per papà. L’ho trovato sul letto. Stanco. Forse malato, ma non ancora rassegnato. Dormiva, così sono sceso per strada. Sono stato davanti casa di Emiliano, poi davanti casa di Angela. Poi vicino la ferrovia. La ferrovia. Ora non mi fa più paura. Ma più continuo a guardarla più mi sento solo. Come fare a farvi capire? Sono tutte queste curve. Queste curve così diritte.


scrittori nel cassetto | a cura di | scuola holden www.scuolaholden.it i ferri del mestiere

via arquata

È un racconto riuscito per la fedeltà al tema proposto, “Periferie”, per la capacità dell’autore di costruire un buon incipit, un deciso sviluppo e un finale coerente. L’autore racconta con delicatezza il momento in cui il protagonista della narrazione diventa adolescente. L’incipit fornisce le informazioni giuste: il luogo in cui si svolge l’azione, l’età del protagonista e l’estrazione sociale della sua famiglia. La parte centrale è dedicata allo sviluppo del personaggio: lo snodo più importante avviene quando gli amici del protagonista, schivando un treno in corsa, sfuggono alla morte. Dark0 ha consapevolezza di ciò che sta raccontando e lo dimostra separando con uno spazio il corpo centrale del testo. Da “La ferrovia” a “Improvvisamente mi sento solo”, l’autore crea un universo narrativo. Il finale è la conferma della crescita del personaggio: dice di sentirsi solo, come succede agli adulti. Via Arquata è un racconto riuscito anche per il suo sviluppo narrativo forte e concreto.

l a parol a ai maestri

moby dick o la balena di Herman Melville Mi piace pensare a Melville chiuso nella sua camera mentre pensa a Ismaele, il protagonista di “Moby Dick”. Mi piace pesare a Melville lì, nella sua stanza, illuminato solo dalla luce di una candela, mentre pensa e ripensa a come diavolo presentare Ismaele finché, immagino, sarà arrivato alla conclusione. La più diretta possibile: “Chiamatemi Ismaele”.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa - non importa quanti esattamente - avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Adelphi, 1994  traduzione di Cesare Pavese Esiste un modo più diretto e coinvolgente di questo per iniziare un romanzo? Forse sì. A differenza di altri però, l’incipit di “Moby Dick” ha in sé tutto quello di cui un lettore ha bisogno per essere coinvolto nella storia: il nome del protagonista, il suo carattere e cosa fa per vivere. L’incipit perfetto? Forse.

chi ben comincia…  | testo | Alessandro baccara

L’

incipit. Un inizio. L’inizio. Di una storia, di un viaggio. L’incipit è una partenza per un luogo, l’origine di un itinerario prestabilito o sconosciuto. Il luogo, o il momento, in cui si intraprende qualcosa di nuovo, che sia un viaggio, un romanzo o una rubrica per una rivista. L’incipit è il momento in cui l’autore presenta la sua storia: lo stile narrativo scelto, l’ambiente in cui si svolge l’azione e i personaggi protagonisti della vicenda. Da qui in avanti non si possono avere esitazioni o ripensamenti: l’incipit di una storia può apparire anche come una promessa, la promessa fatta dall’autore al suo lettore: “Quel che leggi in queste pagine sarà quel che troverai se vorrai continuare”, più o meno. Come avrete capito è arrivato il momento di lustrare le scarpe e abbottonarsi il panciotto, perché è durante le prime pagine del vostro romanzo che il lettore si formerà la prima impressione sulla vostra storia. Potete usare un punto di vista astratto: un occhio che dal cielo osserva il mondo planando sulla testa dei personaggi, come ne “Il profumo di Suskind” (Tea, 2007). Oppure potete usare la prima persona e descrivere il vostro personaggio, il genere di vicende che racconterà e quelle a cui andrà incontro, come ne “Il tamburo di latta” di Günter Grass (Feltrinelli, 2008). O potreste descrivere un cappello: un oggetto apparentemente banale ma, se caricato di significato come il cappello di monsieur Bovary in “Madame Bovary” di Flaubert (Garzanti, 2007), riuscirà a descrivere un personaggio e il suo universo narrativo in pochi tratti. Prendete come riferimento l’autore o il genere letterario che più vi piace, descrivete minuziosamente la realtà che vi circonda o procedete per sottrazione dei particolari, l’importante è che l’inizio della vostra storia sia coinvolgente, curata in ogni suo aspetto e soprattutto che sia coerente con il resto della narrazione. Rischiare la prima mano, a volte, significa vincere tutta la posta. Raccontare storie è un’arte che si può imparare. Lo dimostra la Scuola Holden di Torino, fondata da Alessandro Baricco nel 1994. Tra gli allievi anche Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega 2008.

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forchette e bacchette

Woody’s café

Américan restaurant Un po’ bistrot e un po’ ristorante, un po’ saloon e un po’ wine bar, il Woody’s offre un menu che assembla piatti freddi e piatti caldi di forno (e solo di forno) con ottimi risultati. Qualche esempio? Affettati (crudi e cotti), lasagne, torte salate, agnello con verdure e via così. Più che discreta la cantina, calibrata su ricarichi molto onesti. Conto sui 20/25 euro, bere a parte. viale Monza 140, Milano tel. 02 - 257.149.54 chiuso: sempre a pranzo e il lunedì.

al woody’s café, l’atmosfera dei ’70  | testo | valerio massimo visintin | foto | alessia gatta

C

he ci si possa sempre fidare di un ristorante con una bella storia alle spalle è un teorema infallibile. Tanto più in una città come Milano, dove i locali, oramai, sembrano quinte sceniche in cerca d’autore e senza un bel niente da raccontare. La storia del Woody’s, per esempio, parte da lontano, anche se l’insegna e l’arredo sono nuovi di zecca. Ce la facciamo raccontare da Fiorenzo Corona, che ogni sera dirige la sala da dietro il bancone, come un comandante sulla tolda della nave. “È vero, proprio qui c’era la trattoria del Teatro Officina, della quale questo posto è, in qualche modo, figlio”, racconta con l’aria di voler ridimensionare gli eventi e il tempo. In che anni? Ci pensa un po’ e finalmente si rende conto: “Nel 1977: porca miseria se eravamo giovani!”. Eravate? “Al principio c’erano l’Adriano e l’Annina. Io sono arrivato dopo. Ho cominciato come cliente, poi sono diventato cameriere e alla fine socio”. Per una quindicina d’anni, i tre hanno servito piatti caldi e freddi, divenendo un punto di riferimento per un popolo in eskimo e jeans, affratellato da una comune inclinazione ideale. “Sì, va bene -minimizza Fiorenzo-, ma era soprattutto un’osteria dove si pagava pochissimo; una cosa molto popolare”. Nel 1990 la trattoria chiude e i tre si dedicano ad altre imprese. Devono passare quasi 36

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vent’anni perché la storia compia il suo giro di boa. L’idea matura in concerto con lo Zelig, che nel frattempo ha assorbito gli spazi del Teatro Officina. Annina, Adriano e Michele Mozzati (la seconda metà della coppia Gino e Michele) decidono di dare vita a un locale che viaggi in simbiosi con il tempietto del cabaret, pur coltivando una dimensione autonoma: “Loro hanno messo l’input. E io lo sto portando avanti”. Il Woody’s (così battezzato in omaggio a Woody Allen) non ha l’aria proletaria della trattoria della quale raccoglie l’eredità.

Tuttavia, in un certo senso, ne replica lo spirito, ponendo in campo ingredienti analoghi, sia pure con qualche aggiornamento: prezzi onesti, cordialità, piatti sapidi e casalinghi. “Facciamo tutto al forno, con cotture che possono essere rapide o lunghissime, ma sempre con cautela nell’uso dei condimenti”, spiega Fiorenzo. Che scelta originale, perbacco. Come mai tutto al forno? E qui il patron ci smonta, concludendo con inguaribile scetticismo: “No no. Nessuna scelta. Ci siamo dovuti inventare questa cosa perché non abbiamo la licenza per i fornelli”.


| food and the city | di davide de luca

“P

overa ma buona” potrebbe essere il titolo di un film che racconta la storia della cicerchia, un legume scomparso dalle nostre tavole e che abbiamo ritrovato al mercato di via Calatafimi a Milano grazie a Francesco, fruttivendolo. A metà tra i ceci e le fave, la cicerchia (Lathyrus sativus) ha origini molto antiche e arriva dal Medioriente. Fino agli anni ’50 ha fatto parte della cultura alimentare italiana, oggi è coltivata solo in piccole zone del Centrosud. Ottima da cucinare in zuppe e minestre, con la cicerchia è possibile realizzare anche la farina con la quale preparare maltagliati e pappardelle. Curiosità: la zuppa di cicerchia è il piatto ufficiale di Campo di mele (Lt), paese famoso per la longevità dei suoi abitanti. Anticamente, “aver mangiato le cicerchie” sostituiva il detto “avere le traveggole”: si credeva infatti che questo legume causasse problemi alla vista, forse perché non le si metteva in ammollo prima di consumarle o perché non le si cucinava il tempo necessario per eliminare la latirina, un sostanza tossica che può essere nociva al sistema nervoso (in caso di abuso!).

| la ricetta

ricordate la cicerchia? Un gustoso piatto a base di cicerchia, funghi prataioli farro e broccoli.

| passaparola - Le vostre segnalazioni a redazione@terre.it

Parmigiana di zucchine alla murgiana

N a p ol i

Ingredienti per 6 persone 1,5 kg zucchine 2 uova fresche 2 uova sode farina bianca q.b. 400 g di mozzarella 100 g di mortadella 1 kg di salsa di pomodoro (meglio se fresco) 70 g di parmigiano grattugiato 1 cipolla a fette basilico q.b.

È il ristorante più “maleducato” sotto il Vesuvio e si trova nei Quartieri spagnoli, tra le vie dello shopping e una delle zone più popolari della città.

offerta da Adriano Benedetti

Fate imbiondire in una padella tre fette di cipolla, aggiungendovi poi la passata di pomodoro e le foglie di basilico rigorosamente spezzettate a mano (il basilico odia il coltello). Dieci minuti di cottura. Tagliate longitudinalmente le zucchine per circa mezzo centimetro di spessore. Salatele e fatele riposare per un'ora in modo che perdano la loro acqua. Quindi, infarinatele e passatele nell’uovo. Friggetele in olio extravergine di oliva, badando bene di farle asciugare di volta in volta su un foglio di panno-carta. In una teglia rettangolare da forno fate una leggera base di salsa di pomodoro, stendendovi un primo strato di zucchine, badando di sovrapporle leggermente. Cospargete il primo strato con pezzetti o fettine di mozzarella, listarelle di mortadella e dadolata (a dadini) di uovo sodo. Continuare così, fino a esaurimento delle zucchine. Infine, coprite col sugo, aggiungendo basilico e parmigiano misto a pane grattugiato. La cottura in forno (a temperatura moderata) durerà circa 30 minuti. Si consiglia di servirla tiepida (ma può andar bene anche fredda).

Nennella

consigliato da Maria

Chi ci porteresti: gli amici in cerca di un goliardico divertimento che non se la prendono; gli amanti della cucina tipica napoletana. Perché: è caratteristico al 100%, si mangia bene (e tanto). Menu casareccio con pochi piatti tipici serviti da personale simpaticissimo. Da non perdere: pasta e patate con la provola e la “tracchiulella”, la cotoletta partenopea. Costo: un menu completo, bevande comprese, viene 10 euro a persona, 11 euro con gli antipasti. Dove: Napoli, vicolo Lungo Teatro nuovo 103, Tel. 081 - 414.338.

Pa l e r mo

Il mirto e la rosa consigliato da Marco

È la mecca dei vegetariani e della cucina creativa siciliana. Il ristorante di Antonella Sgrillo si trova nel centro di Palermo, a pochi passi dai teatri Politeama e Massimo.

Chi ci porteresti: gli amici che amano i cibi biologici e le ricette che uniscono tradizione e innovazione. Perché: valorizza i prodotti del territorio e propone accostamenti insoliti che non deludono. Da non perdere: “la provola dei Nebrodi ai carciofi e caramello al peperoncino”, la tagliata di pesce agli agrumi e la bavarese al cardamomo con biscottini. Costo: i prezzi dei menu degustazione variano dai 13 ai 21 euro, vini esclusi. Dove: Palermo, via Principe di Granatelli, 30 Tel. 091 - 324.353.

volt e rr a

Cena galeotta

consigliato da Silvia Atmosfera suggestiva, candele e tavole impeccabili. Ristorante da cinque stelle? No, è la cappella sconsacrata del carcere di Volterrra dove venerdì 19 dicembre si svolgerà “Cena galeotta”.

Chi ci porteresti: gli amanti della cucina di classe. Sarà lo chef Gaetano Trovato a dirigere, tra i fornelli, i cuochi-detenuti. Perché: è una cena “buona” in tutti i sensi. Il ricavato finanzierà otto progetti di solidarietà promossi da “Il cuore si scioglie”. Da non perdere: il manzo chianino sarà il “re” della serata. E la zuppa con fagioli e scampi. Costo: menù completo a 35 euro. Dove: Volterra, Rampa di Castello, 4. Le prenotazioni (Agenzie Toscana Turismo, Tel. 055 - 234.27.77) devono essere fatte almeno dieci giorni prima con una fotocopia della carta d’identità.

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Terre di mezzo street magazine (n.158)