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LUigi Pozza

Domani non sarò piÚ re illustrazioni di Silvia Salvagnini

mimisol


L u i g i P oz z a

Domani non sarò piÚ re Illustrazioni di Silvia Salvagnini

mimisol


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Questo libro viene rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate Italia 2.5. Sei quindi libero di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare quest’opera alle seguenti condizioni. Attribuzione: devi attribuire la paternità dell’opera nei modi indicati dall’autore o da chi ti ha dato l’opera in licenza e in modo tale da non suggerire che essi avvallino te o il modo in cui tu usi l’opera. Non commerciale: non puoi usare quest’opera per fini commerciali. Non opere derivate: non puoi alterare o trasformare quest’opera, né usarla per crearne un’altra. http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it © 2013 by Luigi Pozza © 2013 by MiMiSol Edizioni – Quarto d’Altino (ve) Prima edizione: luglio 2013 isbn 978-88-89981-07-8 Illustrazioni: Silvia Salvagnini Redazione: Giulietta Bazoli, Enrico Lucchese, Mirko Visentin Grafica e impaginazione: Mirko Visentin | spaziosputnik.it


A tutti gli amici che in questo‌ Bel Paese e nonostante tutto, continuano a voler campare inseguendo la loro fantasia. Vuoi per testardaggine, vuoi per ossessione, vuoi perchÊ artisti. Alla stella fluorescente che mi appiccico in fronte quando dubito e ho il bisogno di sentirmi cielo.


Separandosi, oscurandosi, tuonando, Fatta a pezzi con terribile rumore, l’Eternità si mosse via lontano, molto lontano muovendosi montagnosa, tutto attorno allontanandosi, allontanandosi, allontanandosi, lasciando rovinosi frammenti di vita in bilico, minacciose cime, e tutto in mezzo un oceano di non snodabile vuoto william blake


Introduzione al Rifugio Nell’ombra e nella solitudine essi aspettano il «tempo promesso», che dovrà riportare sulla terra la pace. Allora essi potranno uscire dal tenebroso rifugio, e tornare a vivere alla luce del sole; poiché in quel tempo non vi saranno più guerre, né uccisioni, né odi, e come già in un lontanissimo passato, gli uomini saranno affratellati da un vincolo d’amore. karl felix wolff

Questo è il diario dei giorni. I giorni che vanno dalla Neve al BOOOHM!! Scritto da Cefa – che sono io – fra alte cime rocciose durante l’ultima guerra, sotto dettatura più o meno volontaria della vita, e di alcuni compagni che all’epoca stavano con me. Allora eravamo bozze d’uomini, troppo giovani tutti e spesso in stato confusionale. Totalmente dispersi in noi dopo mesi di solitudine e di morte. Di fame e di freddo. Abbiamo detto e fatto tutto, probabilmente senza averne un’idea, immersi in una realtà interminabile che a poco a poco ci è sembrata un incubo da svegli. Tanto che alla fine io non so cosa sia vero e cosa immaginato in quello che state per leggere. Non c’è più alcun confine nella mia mente, nessuna barriera tra il fantastico e il reale. Ma una cosa la posso dire con certezza: niente di quel che è accaduto – fosse vero o sognato – è accaduto per caso. Tutto 9


è stato essenziale per sopravvivere alla notte, al freddo, alla noia, alle pulci nella carne e a quelle più terribili nella mente. Tutto è stato essenziale per dare il via a qualche nascosta meraviglia, a ritagliare uno spazio d’invenzione, di creazione della bellezza e del mistero irrisolto. Perché nessuno di noi voleva morire così. Ogni cosa fatta lassù, ogni tentativo provato, ogni respiro tentato, ogni momento rubato alla disperazione, ogni fallimento e tragedia ci è servito per accedere alla fiamma profonda del nostro essere e a farla divampare. E la luce che produceva e usciva attraverso le nostre brecce, attraverso le nostre ferite e occhi, non si chiamava speranza ma – io credo: Poesia. Poesia dell’Essere. Poesia Vivente. Ecco. Questo è tutto ciò che resta di noi: una lunga carovana di pietre, di frammenti piccoli e grandi disseminati, alcuni finiti e altri infiniti, molti lasciati lì, in fila, uno dopo l’altro… credendo o forse sapendo che, prima o poi, qualcuno sarebbe arrivato e ci avrebbe raccolti, spaccati e guardati dentro… Perché nessuno di noi voleva morire così.

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Il Sogno della Collina

Sono alla ricerca di qualcosa. Cammino lungo un fiume che però, prima di arrivare al mare, è sbarrato da una diga. Condotte forzate sparano innaturalmente l’acqua al mare. Cerco ancora: arrivo su una collina, sopra la collina c’è il rottame di un camion e ci giocano sopra dei bambini. Salgo a bordo e il rottame comincia a muoversi precipitando giù dalla collina e investe alberi, orti, capanne: un disastro! Sono preoccupatissimo ma i bambini se la spassano alla grande. Il camion si ferma contro un albero, i bambini felici vengono zittiti e sgridati da genitori e adulti infuriati. Mi scuso con tutti e tristissimo risalgo la collina lungo un sentiero. Io non me ne accorgo ma dietro di me, dopo ogni mio passo, il sentiero fiorisce. Arrivo sotto l’arco di una casa medioevale. Nell’ombra c’è Ariele. Ci baciamo. Ci abbracciamo e parliamo… «Ma noi due cosa siamo?» «Io non lo so. Ma guarda, mi sono pure truccata!» «Io ti bacio Ariele. Ti bacio e accarezzo la pelle. La tua pelle che profuma di risveglio.»


Con la Neve e Basta Sprofondato nella notte. Essere sprofondato nella notte come talvolta si abbassa la testa per riflettere. Gli uomini intorno dormono‌ e tu sei sveglio, sei uno dei custodi, trovi il prossimo agitando il legno acceso nel mucchio di stipe accanto a te. PerchÊ vegli? Uno deve vegliare, dicono. Uno deve essere presente. franz kafka


Sei giorni prima La primavera intanto tarda ad arrivare. franco battiato

Leggo a voce non troppo alta dal mio Taccuino. 2212: Il Fiocco di Neve è un’entità sovrannaturale. È il fantasma della pioggia. Se provi a prenderlo tra le mani esso svanisce. Certo torna acqua, resuscita in acqua. Ma perde di senso. 2213: La magia del Fiocco di Neve sta nella sua impalpabilità. Nella leggerezza muta e solitaria. Nella perfezione d’infiniti sempre diversi. Sarà poi vero che non esiste un Fiocco di Neve uguale all’altro? E se fosse vero, quanti milioni di milioni di pezzi unici svanirebbero a ogni primavera? «E se la guerra fosse la primavera dell’uomo?» interrompe Muffin. Ma nessuno di noi lo bada ed è un peccato, perché la domanda in fondo non era niente male. Continuo a leggere. 2214: Al di là del Fiocco di Neve ogni cosa in natura è un pezzo unico. Probabilmente ogni cosa nell’universo è un pezzo unico (questo non mi aiuta per niente a capire). 15


2215: Il Fiocco di Neve concretizza la sua essenza nell’unirsi ad altri fiocchi di neve inventando la Neve e Basta. 2216: Il Fiocco di Neve nel suo discendere solitario è muto. Ma quando si incontra e si unisce ad altri fiocchi formando la Neve e Basta esso parla. Emette un leggero crepitio che ha il potere di rallentare il tempo se non di fermarlo, sospenderlo. Questo avviene per stupore. «Come sarebbe a dire per stupore?» la voce di Elis arriva alle mie spalle. «Sarebbe a dire che il Fiocco di Neve, da essere un volatile impalpabile e solitario, si ritrova in un attimo ad essere immobile, solido e massa.» Ho risposto subito, senza esitare: sulla neve ho meditato quanto basta. «Questo io credo possa creare un certo stupore nel Fiocco, no? Una certa sorpresa. Lo stupore e la sorpresa, in ogni loro forma, sono sempre un momento di sospensione dell’anima… se non altro del respiro, degli occhi…» E ricomincio a leggermi, a leggere, per non perdermi. 2216 bis: È pur vero che anche cadendo il Fiocco di Neve emette suono. Ma è un suono udibile solo dal di dentro. Come un pensiero. 2217: La Neve e Basta è di per sé uguale a sé stessa, ovunque, ma le circostanze del mondo la cambiano di luogo in luogo, la mutano, la scrivono diversa. 2218: La Neve e Basta è bianca perché le circostanze del mondo possano scriverci sopra. Strati e strati di pagine che si can16


cellano e si rinnovano. La scrittura resta tra gli strati e al lettore smemorato concede un ripasso al momento del disgelo. 2219: Il Fiocco di Neve diventato Neve e Basta comincia una vita sedentaria e immobile. Una vita che perde molto della sua sovrannaturalità, per acquisire una meraviglia più terrena. Se non altro, la Neve e Basta è più facilmente attaccabile da agenti esterni che ne utilizzano la volontà statica. 2220: La Neve e Basta si fa utilizzare in vari modi che vanno dal divertimento sportivo alla poesia del suono di un passo. Passando dal lancio bellico di palle e costruzione di pupazzi, a oggetto di scherno e maledizioni da parte di cittadini dalle scarpe di vernice. 2221: Il Fiocco di Neve, invece, è solamente libero. 2222: La Neve e Basta ogni tanto si ribella al suo stato immobile e violentemente chiede compenso per la sua utilizzazione diventando Valanga. In questo modo si ricorda di quando era imprendibile, di quando era Fiocco di Neve. E va. Brando sentendo questo ultimo punto mi fa notare che arriva sempre un certo momento in cui io, inevitabilmente, svacco tutto. «Svacco tutto? Non mi sembra proprio, dove?» «Sì Cefa, e il lancio bellico di palle, e i pupazzi di neve e… e le scarpe. Sai volare alto, non dico di no, ma poi arriva sempre il momento in cui dici qualcosa che riporta tutto giù. Tipo questo della neve che si ricorda di essere fiocco e se ne va! È bella l’immagine, non dico di no… ma permetti alla tua fantasia di sconfinare nel ridicolo a volte. Dovresti essere più serio… eri partito bene però…» 17


«L’ironia distrugge ogni buona idea. Metti questo nel tuo elenco.» A parlare è Telemaco, ma noi lo chiamiamo Tivvù, perché è noioso e triste come la televisione. Sempre. «Vorrei sapere da voi perché togliere peso a un’idea è visto come se ne sacrificassimo l’importanza o la profondità. È un tantino superficiale pensarla in questo modo, Brando. E poi fantasticare è roba serissima cazzo, ma mica per forza triste. Prendiamo l’universo! L’universo è una profondità infinita, no? Priva di peso, no? – Brando… zitto, non fare il pignolo, non sono un astrofisico – Ma esiste una forza che lega tutte le sue parti. Potrebbe essere la gravità? Facciamo che lo sia. È la gravità a porre le condizioni… Mi spiego? La Gravità! Ma la Gravità di una cosa può essere in qualche modo elusa dalla mente o dallo spirito e ciò non ne determina il declassamento a pensiero futile o “svaccato”, caro Brando. Un pianeta, resta un pianeta anche se vaga per l’universo senza peso. Secondo me, alleggerendo certi passi è più semplice giungere alla meta… e se della meta ti importa poco, almeno ti passi meglio il viaggio, no? Se l’ironia si insinua tra le cose sta pur certo che non finiranno mai rinchiuse in un dogma mortifero. Questa cosa ad esempio è totalmente sconosciuta a Tivvù che invece ne avrebbe un gran bisogno: ironia Tivvù! leggerezza Tivvù!» Telemaco mi guarda scuro e aspetta solo una pausa del mio respiro per potersi scagliare su di me. 18


Ma io ho molto fiato. «Lo so che ti stai incazzando vecchio mio; è perché tu pensi unilateralmente e assolutisticamente in negativo! Non esistono sfumature di colore nella tua vita. Ma come tutte le cose anche l’ironia se messa al punto giusto può fare molta strada nelle persone perché ne scardina i meccanismi e ne smaschera le presunzioni e le complessità… Date retta a me: la risata apre i cuori più profondamente e potentemente di qualunque fottuta tristezza e disgrazia, credetemi. Quindi aggiungo in diretta il punto duemiladuecentoventitré visto che il precedente era l’ultimo. 2223: Un seme deve essere semplice. Deve essere allegro. È vita che inizia, creazione. Una nascita dovrebbe essere sempre una gioia. «Dimmi dove vedi le sfumature in tutto questo che abbiamo intorno e poi ne riparliamo.» Tivvù, a scapito della sua poca voglia di vivere, non si arrende mai; non sa perdere. «Disgraziatamente per te Telemaco ne vedo fin troppe di sfumature… e fa un gran male te lo assicuro. Ne vedo così tante da perderci il sonno, ma io non ci rinuncio a sentirmi vivo.» «Ti ho chiesto degli esempi concreti, non le tue solite fantasticherie…» «Ora basta, tutti a nanna» è Elis a parlare e lo fa guardandomi torvo. «Fuori nevica ancora e ci sarà da spalare come minatori fra un paio d’ore. È tardi. Abbiamo ciarlato più che a sufficienza direi. Cefa e Mario: l’alba vi tocca.» 19


Ha ragione, non è il caso di cominciare a certe ore una discussione che finirà in rovina. «Si Signore» dice Mario che praticamente sta già dormendo. L’alba ci tocca. Elis comanda la nanna, l’alba e tutto il resto. Elis comanda le Sentinelle ed è un poeta inconsapevole. Le Sentinelle ubbidiscono a Elis: sempre. Perché i suoi comandi sono pieni di sfumature. 2224: Tutto ciò che nasce triste, il più delle volte, muore disperato. Nessuno svacco qui. * Non mi riesce di dormire. Ancora. Vuoi il vento che si lamenta contro di noi in maniera più spiccata e gelida del solito. Vuoi la discussione mancata con Telemaco che mi rimbalza nella testa. Vuoi questa notte che non sembra avere fine e non ne ricordo l’inizio. È una costante di questa guerra non ricordare l’inizio delle cose: questi luoghi fuori dal tempo umano danno una mano allo spaesamento. Forse perché non c’è mai una fine precisa a qualcosa che dia davvero il la a qualcos’altro. Se non fosse per Elis che ci ricorda di essere creature temporali ci troveremmo in un continuo cerchio, più o meno tondo, dal quale è impossibile uscire. Prigionieri del non evolversi… il non 20


evolversi del fronte, il non evolversi dell’intelligenza del comando, il non evolversi dell’inverno che a rigor di logica è finito da un pezzo… ma pare che siamo una luna indietro. Non so che significhi ma le lune indietro secondo me sono molte più di una. Ci metto anche il non evolversi dell’essere umano così abbiamo fatto tombola. Guardo gli addormentati più vicini a me. Brando è rannicchiato come un bambino, tiene le mani a pugno, vicino al viso angelico. Zero ogni tanto si lamenta, poveretto, ha un ascesso terrificante in bocca – o almeno crediamo che sia un ascesso – e nessuno di noi sa cosa fare per aiutarlo. Ma anche se lo sapessimo non avremmo alcuna medicina da propinargli. Ha la bocca e tutta la parte sinistra della faccia gonfia come un pallone, e già era parco di parole di suo… adesso le poche che dice sono pure incomprensibili. Cerco Tivvù ma non si vede: ombra nelle ombre. È spento. Vado a sbirciare il display della radio per sapere l’ora: manca poco al cambio della guardia, ma saperlo non mi aiuta a capire come il tempo si approcci a questa realtà. E continuo a non dormire. Mi concentro sul fuoco della stufa e sul calore che emana e ho visioni piene di ombre del mio passato, del salotto con il caminetto, la poltrona dove leggevo con Ariele a fianco… «Guardami, non posso uscire…» «Amore! che hai fatto alla fronte?» «Brufolone: l’ho martirizzato come una cretina adolescente… dannazione!» 21


«Uhmm… potresti metterci un cerotto come i pugili e dire che hai fatto a pugni con il gatto.» «No. Non ci crederebbe nessuno… che ho vinto.» Basta! Mi viene da piangere. No, non posso sopportare i ricordi adesso. Tanto vale fare il soldato vero. Annullo tutto e vado di pilota automatico. Mi concentro sul fatto che, a breve, sarò lì fuori con Mario a meno 20 gradi – se ci va bene – a fare cucù al Nemico. Devo essere pronto! Mi raccolgo fisicamente e mentalmente vicino alla flebile luce della stufa, Santa Stufa – ma non la guardo! Non mi faccio ipnotizzare! – e cerco di riassettare il mio equipaggiamento super tecnologico d’ultima generazione preparando guanti e passamontagna, rimboccando maniche, sovrapponendo strati e pieghe, chiudendo cerniere e fibbie, sprimacciando il cappuccio e tendendo la mantella alla ricerca della modalità più performante. La vestizione ormai è una sorta di rito psicologico più che un’esigenza fisica e tecnica. Serve a convincere la nostra mente, con gesti misurati e sicuri, che dopo non congeleremo. Che dopo non sentiremo così freddo e che la vita è bella lo stesso e che ci devi credere, ma credere sul serio altrimenti… altrimenti pensi. E se pensi non puoi fare a meno di considerare che il tuo equipaggiamento super tecnologico d’ultima generazione non è adeguato alle temperature polari di quassù. Se il termometro si fermasse a meno cinque gradi, ci sentiremmo come al mare in agosto. Ma a quei meno cinque bisogna aggiungerne altri dieci, e spesso altri venti… più il vento… il ghiaccio… la nebbia… gli 22


incubi… la fame… la stanchezza… l’insonnia… le pulci… e non ultimo: il Nemico. Non pensare soldato. Pensare non è il tuo mestiere. Mettiti in ordine. Mettersi in ordine aiuta… Aiuta la mente, e la mente quando è in ordine può fare miracoli. Il Capitano ha un bel daffare a non farci finire ammazzati, congelati e pazzi. Ma il suo mettere ordine è umano, non militare. L’organizzazione militare spesso funziona alla grande e ha due qualità indiscutibili. La prima è un’organizzazione attiva: farti morire senza darti il tempo di protestare. La seconda è passiva: tenere ordinato il nulla nell’attesa di mandarti a morire senza darti il tempo di protestare. Elis, non è questo. O perlomeno tenta di non esserlo quando è possibile, come in questo nostro esilio alpino. Potremmo definire Elis come un militare anarchista: ubbidisce fin dove c’è bisogno, poi fa di tutto per non morire inutilmente. Alle riunioni degli ufficiali fa troppe domande intelligenti e tiene troppi perché e percome; contestando gente di grado superiore estremamente più idiota di lui. Questo naturalmente fa girare i coglioni a parecchi ma… essendo un uomo di provate capacità e vista la moria di capitani d’esperienza, è in fin dei conti utile a governare gente del nostro calibro. 23


Invece che essere fucilato, Elis viene confinato – con alcuni dei suoi ribelli più fedeli – con i soldati più rognosi e indisciplinati della brigata, con i pazzi e con quelli che, così a occhio, si presuppone si faranno ammazzare dopo due secondi passati al fronte… a fare missioni in posti infernali come la cima in cui ci troviamo ora. Missioni dove la meglio gioventù militare, che deve essere sempre fresca e pronta al massacro senza se e senza ma, si logorerebbe troppo. E non va bene. L’ordine umano di Elis comprende, molto semplicemente, una serie di passatempi adeguati alle menti a disposizione. Passatempi che ci permettono di non spararci alla tempia più in fretta di quando dobbiamo sparare al Nemico nascosto nella cima accanto. Il primo passatempo è manuale: in un luogo dove tutto, a partire dalla vita umana, viene distrutto, noi costruiamo oggetti, scalpelliamo roccia, intagliamo legnetti. Creiamo piccoli souvenir da abbandonare per la montagna o intascare come ricordo o da regalare nei rari ritorni in paese. La postazione in cima alla Torre Bellonda è praticamente un museo di Arte Contemporanea. Le sue pareti sono ricoperte da mascheroni antropomorfi e le nicchie della roccia pullulano di omini e bestie di varia e misteriosa natura. Quando ti trovi lassù da solo, l’effetto può essere inquietante. Ti sembra di essere osservato da centinaia di occhi senzienti e Bauco dice di aver sentito delle voci provenire da alcune statuine. Pare quelle fatte dall’Innominabile, ma non ci sono prove a riguardo. Il secondo passatempo tratta banalmente del far Filò. Seduti attorno alla stufa e circondati dal fumo e dal vino – 24


quando possibile – si sceglie collegialmente un argomento e lo si sviscera fino allo sfinimento o alla lite. Dopo tutto questo tempo però gli argomenti spesso latitano e se si escludono i sempre verdi come: amore, morte, sesso, ricordi d’infanzia e della vita che fu… può capitare che nessuno abbia un’idea che cattura o più semplicemente nessuno ha voglia o forza di parlare di sé. A quel punto si passa anche qui all’invenzione: storie, favole, racconti, barzellette, canzoni… qualunque cosa possa portarti da un’altra parte anche solo per un secondo. Spesso mi spetta questa fase, supportato da Mario e Zero. Eseguiamo questi riti conviviali salvacervello con metodo e diligenza. Se li saltiamo è solo per guerra manifesta. Il materiale umano di cui Elis dispone per queste serate è, in questo momento, tutt’altro che scadente. Siamo dei cervelli bacati niente male. Tutti vicini di età – Elis che è il più vecchio ne ha 27 mentre Zero, il più giovane, ne ha 17. Tutti eversivamente svegli. Partendo dai veterani abbiamo: un attore mendicante secondo nella scala gerarchica: io; un punk cultore dello scibile musicale: Mario; un nichilista depresso nel profondo: Telemaco; un genio dell’elettronica nonché addetto alla radio nonché il più bello di tutti: Brando. Seguono i tre giovani entrati nel club poco prima della nostra gita tra i monti: Muffin, Zero e Bauco. Rispettivamente: fancazzista brutto e molesto; studente al 25


conservatorio dalla faccia tonda; apprendista cuoco più buono che stupido. I nomi che a volte ci diamo, contano. Ho lasciato volutamente per ultimo uno dei più anziani della compagnia. Si tratta dell’Innominabile. L’Innominabile è il nostro talismano. Di età indefinita, è totalmente e lucidamente immerso nella pazzia… quindi magico. Solo Elis sembra conoscerne realmente la storia e tutte le vicende, essendo sempre stato con lui fin dall’inizio di questa guerra, e solo a Elis risponde a ordini e comandi. Quassù siamo in tre a conoscere il vero nome dell’Innominabile e siamo già in troppi visto che si rischia la vita solo a pensarlo. Nessun altro delle Sentinelle, presente e futuro, per nessun motivo al mondo, dovrà mai sapere come si chiama realmente l’Innominabile: perché mantenere un segreto è difficile e mantenere un segreto mortale lo è ancora di più. Ecco. Questa è l’allegra brigata dei nove. Conosciuta con il nome di Sentinelle. Che è banalmente il nostro compito quassù: guardare, riferire e sparare al primo che capita. Finite le dovute presentazioni devo aggiungere solo un ultimo particolare: esclusi i tre ragazzini siamo tutti dei ragni. Sappiamo fare molte cose interessanti con corde, chiodi, moschettoni, picozze, ciaspole, sci e attrezzeria varia da alpinisti. 26


Amiamo tutti visceralmente la Montagna, le Crode. I generali, mandandoci qui invece che fucilarci, hanno sicuramente pensato di farsi un piacere per il loro sforzo bellico e gran torto a noi. Ogni volta che ci annunciano luoghi impervi e maledetti sogghignano credendo di farci precipitare nella disperazione. Ebbene, non troverete un solo briciolo di odio verso i monti in nessuna delle nostre parole e in nessuno dei nostri gesti. Il problema qui è la guerra, non la montagna. Adoriamo stare quassù, appesi sopra il disastro, solo non pensavamo che il disastro potesse arrivare così in alto e durare così a lungo. Poveri fessi anche noi… la storia ci dice che è già successo. Così per l’ennesima volta i luoghi del pensiero, i luoghi del silenzio, i luoghi più vicini a Dio e all’infinito spazio, si sono trasformati in un campo di battaglia esattamente come tutti gli altri luoghi di questo pianeta. Pianure e colline, mari e abissi, boschi e foreste, deserti e città… Nessuna differenza o preferenza per nostra Signora della Guerra. Nessuno viene risparmiato. * Chiudi gli occhi Cefa… Prova a sognare.

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«Ecco. Questa è l’allegra brigata dei nove. Conosciuta con il nome di Sentinelle. Che è banalmente il nostro compito quassù: guardare, riferire e sparare al primo che capita.»

ISBN 978-88-89981-07-8

In copertina, illustrazione di Silvia Salvagnini Cover design: Mirko Visentin

€ 14,00

Domani non sarò più re (preview)  

Anteprima del romanzo di Luigi Pozza, pubblicato da MiMiSol Edizioni.

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