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N째 5 Anno 2012

SommariaMente GILDA ARPINO

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Sommario

E d i t o r i a l M e n t e I m p r e n d i t o r i a l M e n t e C i v i l M e n t e S p e t t a c o l a r M e n t e A t t u a l m e n t e P o e t i c a M e n t e A r t i s t i c a M e n t e P e d a g o g i c a M e n t e F a n t a s t i c a M e n t e

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SommariaMente

Periodico a diffusione gratuita in corso di registrazione Redazione Via Bagnulo 108, 80063 Piano di Sorrento (Na) info@sommariamente.it - tel 081.19913191 In copertina: Gilda Arpino redazione@sommariamente.it Direttore responsabile: Hanno collaborato: Carlo Alfaro, Mattia Lauro, Teresa Russo, Biagio Verdicchio Marica Esposito Direttore Editoriale per la tua pubblicità sul giornale e su internet contatta 08119913191 - 08119313268 Raffaele Somma Progetto Grafico I collaboratori sono autonomi e non percepiscono compenso Somma Informatica Qualsiasi collaborazione è da considerarsi a titolo gratuito www.sommainformatica.it

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EditorialMente di Marica Esposito

“PER VIVERE IN PACE, È PIÙ NECESSARIO NASCONDERE IL MERITO CHE I DIFETTI” Navigando qua e là su internet mi è capitato di leggere circa l'ambiguità della parola “meritocrazia” esaminata del prof. Giorgio Israel dell'Università La Sapienza. Egli sostiene che «Un conto è valorizzare il merito, cioè stimolare tutti a migliorare, a primeggiare, premiare chi fa meglio, anziché frustrarlo e umiliarlo appiattendolo sui nullafacenti. Altro conto è parlare di "meritocrazia", ovvero di governo di coloro che primeggiano». Così ho cominciato a pensare che effettivamente esiste questo dualismo quando parliamo di merito in ogni ambiente, dalla famiglia alla società, passando per tutti quei gruppi intermedi caratterizzanti il nostro vivere sociale: la scuola, la parrocchia, il partito politico, l'associazione, l'amministrazione comunale, e così via. Così cercando ancora definizioni sul “merito” mi sono capitati degli arguti aforismi di François de La Rochefoucauld scritti nel 1678, che spiegano perfettamente cosa penso in questo momento della gestione della cosa pubblica, a tutti i livelli, ed in ogni comunità di cui facciamo parte e di cui condividiamo gli interessi: “Il mondo ricompenserà più spesso le apparenze del merito, che non il merito vero.” Il punto è proprio il seguente: come funzionano le comunità se il vero merito viene appiattito mentre si vanta il merito apparente? La nostra società come potrà riprendersi se manca il vero rispetto per noi stessi e per chi lavora con competenza, abnegazione e senso di responsabilità se “Certe persone, ben accette in società, non possiedono altro merito che i vizi che servono nei rapporti umani.”? Allora ripenso a ciò che scrive il professor Israel, ovvero al fatto che chi governa dovrebbe essere competente secondo il motto del celebre marchese di Condorcet: «Ogni società che non è governata da filosofi è condannata a cadere nelle mani di ciarlatani». E qui "filosofo" è sinonimo di "sapiente". Ma noi, oggi, da chi siamo governati? Dai sapienti o da chi è ben accetto alla società poiché possiedono i giusti vizi? Ormai tutti coloro che guidano “gruppi” dovrebbero avere delle competenze specifiche di leadership, di management e di governance; ma in fondo – se ci pensiamo bene – tutto può ricondursi a ciò che anche la legge chiama la “diligenza del buon padre di famiglia”. E, come in ogni famiglia, la prima cosa dovrebbe essere avere rispetto per se stessi e per gli altri: il padre per i propri figli che sono persone autonome, pensanti e parti differenti da loro, seppur da loro discendenti; e i figli per il proprio padre, già anche e solo per il ruolo che ricopre all'interno della comunità, perché ci ha cresciuti come meglio ha saputo o potuto fare, perché comunque ogni figlio deriva da lui. Chiaramente quando parlo di padre, intendo la coppia genitoriale, non certo il padre in quanto tale, o coloro che ricoprono il ruolo di guida, di dirigente o di leader del gruppo stesso. Vi chiederete perché sto facendo questo discorso, dove voglio arrivare. Ebbene, il mio obiettivo è quello di spiegare il mio punto di vista sull'andamento della società odierna e di tutte quelle comunità che la compongono. Si parla tanto di meritocrazia, di equità, di giustizia sociale quando, poi, nel nostro piccolo ciascuno cerca di raggiungere i suoi scopi fregandosene di tutto ciò! Il voto al concittadino spesso non lo diamo perché crediamo nelle sue capacità e nella sua abnegazione al lavoro per la comunità, ma perché ce l'ha chiesto, perché in cambio ci ha promesso qualcosa, magari fuori dalle regole (vizi che servono nei rapporti umani)! Allo stesso modo nella gestione degli uffici pubblici come ad esempio le scuole, comunità che conosco meglio, spesso si fanno delle scelte soltanto per simpatia, amicizia, convenienza, o anche solo per superficialità che non pongono quale obbiettivo primario il bene della comunità ma la compiacenza, e questo non sempre per disonestà ma spesso perché non si pensa alle conseguenze che le nostre scelte possano avere sull'intera comunità che amministriamo, come organo collegiale o come dirigenza. Fintanto che le scelte che influiscono sulla gestione della cosa comune, sia essa una famiglia, una parrocchia, una scuola, una associazione, un'amministrazione comunale o quant'altro, saranno fatte non considerando la qualità e la capacità delle persone che si scelgono per ricoprire i ruoli nevralgici e la loro attitudine a meglio utilizzarle, ma per interessi secondari legati più ai singoli che non alla comunità, nulla potrà cambiare nella nostra malridotta Italia. Ciascuno di noi è pronto a lamentarsi del lavoro degli altri, di chi ha più potere di noi a livello sociale. Ma ci siamo mai chiesti che esempio diamo noi ai nostri figli, ai nostri dipendenti, ai nostri soci? Finché si sceglieranno le persone in base alle simpatie ed alle antipatie e si continuerà ad utilizzare quelle capaci senza riconoscerne il valore con i giusti mezzi, non rispettando i ruoli di ciascuno ma confondendoli, non obbligando all'assunzione di responsabilità chi deve averla, allora nessuna parte della società andrà avanti e l'Italia continuerà a compiangersi senza progredire. Il rispetto per le persone e per il loro lavoro dovrebbe essere manifestato sia gratificando loro quando meritano, ma anche redarguendo chi tendenziosamente non fa il proprio. Evidenziare le differenze, quando queste non dipendano da difetti di abilità ma da mancanza di applicazione, dovrebbe essere un dovere sociale. Soprattutto quando si hanno responsabilità dirigenziali bisognerebbe gratificare il merito, e non utilizzare le persone approfittando del loro senso del dovere o della loro disponibilità, magari per affidargli compiti inferiori alle loro qualifiche, che spetterebbero ad altri. Bisognerebbe sostituire chi è compiacente con chi ha le competenze e dimostra di voler fare per il bene comune! Questo deve avvenire ad ogni livello, perché i sacrifici, i risparmi, gli investimenti, le giuste retribuzioni devono essere i principi rispettati in ogni comunità se vogliamo far progredire l'Italia, altrimenti continueremo a lamentarci per le scelte degli altri, senza considerare che possiamo cominciare, ciascuno nel proprio piccolo, a dare testimonianza di come il buon padre di famiglia debba saper amministrare per il bene comune. Bisogna cominciare a smentire quello che Anne Claude de Caylus già asseriva nel XVIII sec. ovvero che «Per vivere in pace, è più necessario nascondere il merito che i difetti», citazione che sembra ancora tanto reale nella società attuale!


ImprenditorialMente foto: Mattia Lauro

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CivilMente di Marica Esposito

MEDIAZIONE CIVILE: RISORSA O DINIEGO DI GIUSTIZIA?

La mediazione civile e commerciale è un sistema alternativo ai procedimenti giudiziali ed è stata statuita in Italia per ridurre il carico dei Tribunali e velocizzare i tempi per la risoluzione delle controversie, soprattutto in vista di una riduzione dei costi della Giustizia. Certamente questo metodo di risoluzione alternativo delle controversie, mutuato dai paesi anglosassoni, in Italia è nata per uno scopo utilitaristico e pragmatico che contrasta con gli ideali di Giustizia di una cultura classica romanistica come quella italiana. Per questo motivo ha attirato su di sé numerosissime critiche circa il difetto di Giustizia da parte dei cittadini che si vedono negare la possibilità di ricorrere ad un giudice imparziale se non si è esperito prima un tentativo di mediazione, per moltissime materie di carattere comune. Pur non volendo controbattere a delle contestazioni teoriche condivisibili, credo, però, che si debba porre l'attenzione sulla realtà delle cose attuali. In una delle sue lezioni l'avv.Giovanni Beatrice, formatore nel network “Camera di Mediazione Nazionale” ed esperto nella tutela dei diritti dell'uomo e nelle esecuzione dei decreti ex legge Pinto, ovvero per quei giudizi che si protraggono per tempi troppo lunghi, ci ha ricordato che in tempi di grandi crisi, economiche politiche e civili come quella che stiamo vivendo, devono essere tutelati prevalentemente i diritti fondamentali degli uomini, ovvero quelli detti di prima generazione: diritti civili e politici (diritto alla vita ed all'integrità fisica, libertà di pensiero, di religione, di espressione e di partecipazione politica); e quelli di seconda generazione, ovvero i diritti economici, sociali e culturali (diritto all'istruzione, al lavoro, alla casa, alla salute). Di fatto in Italia, con le riforme sui tagli alle spese siamo già arrivati ad intaccare pesantemente tutti questi ultimi diritti che fino a qualche anno fa ci sembravano intoccabili e che oggi ci sembrano quasi un miraggio. Il diritto alla Giustizia, alla Democrazia ed ai più alti valori sociali, come i diritti di Solidarietà (autodeterminazione dei popoli, alla pace, allo sviluppo, all'equilibrio ecologico), detti di terza generazione, sono ormai sospesi nell'attesa che noi cittadini italiani riusciamo a riappropriarci della nostra vita, divenendo cittadini-sovrani e non sudditi di lobby finanziarie e di poteri occulti. Ci troviamo a dover combattere per arrivare alla fine del mese con uno stipendio che, di fatto, si sta assottigliando ogni mese di più come potere di acquisto e sotto la scure delle crescenti tasse. È di questi ultimi giorni la notizia dei prossimi tagli alla scuola, già bersagliata da anni, ed alla sanità. In questa situazione disastrata dobbiamo combattere per garantirci quei diritti irrinunciabili di prima e seconda generazione e per arrivare a ciò insistere affinché i criteri di scelta politici e sociali siano la meritocrazia e l'equità. Ci troviamo, quindi, a dover essere più pratici che idealistici, più concreti e meno teorici. In questa situazione difficilissima, almeno nel campo della Giustizia c'è un richiamo alla solidarietà, alla non litigiosità e alla risoluzione bonaria delle controversie con l'aiuto di un terzo imparziale che una volta, nella comunità contadina e piccolo borghese, si chiamava il paciere. In fondo il mediatore professionista non è altro che una persona equilibrata, con conoscenze di comunicazione e di gestione dei conflitti che aiuta i contendenti a capire se c'è un punto di incontro per risolvere, in breve tempo (massimo quattro mesi) e con costi certi definiti dalla legge, una controversia che in questo momento potrebbe non vedere la fine se non quando subentreranno a noi, in giudizio, i nostri figli. L'attività' del mediatore è, dunque, rivolta a riattivare la comunicazione tra le parti in causa ed a ricercare un accordo vantaggioso per entrambe. Egli non è un giudice, non deve dare giudizi sulla situazione né deve imporre sue decisioni. È interessato a che entrambi le parti siano soddisfatte e non ha interessi ad una soluzione piuttosto che ad un'altra; infatti il mediatore non deve aver avuto nei due anni precedenti rapporti commerciali o professionali con alcuna delle parti né potrà averne per i due anni successivi. Inoltre, la procedura di mediazione sarà soggetta ad un questionario di gradimento, firmato dalle parti, circa la sua correttezza e la professionalità degli operatori. Durante i procedimenti di mediazione le parti potranno essere seguite dai propri avvocati, nel caso si vogliano sentire più tutelati, possono scegliere la camera di mediazione che dà loro maggior fiducia, sapendo che tutte garantiscono discrezione e professionalità. Il procedimento è molto fluido e con poche formalità e le informazioni rivelate in sede di mediazione non potranno essere utilizzate in sede processuale ed il mediatore è tenuto al segreto professionale. Nel caso la mediazione non vada a buon fine, e ciò si può sapere anche nell'arco di soli 15 giorni, si potrà comunque adire il Giudice per tutelare i propri diritti; e nel caso si raggiunga un accordo, questo ha valore di contratto tra le parti e può essere omologato dal Presidente del Tribunale per divenire atto esecutivo. Inoltre, sono previste agevolazioni fiscali per chi sceglie la mediazione, sia come credito d'imposta per il pagamento delle indennità dovute all'organismo di mediazione, che come esenzione dall'imposta di bollo sul verbale di conciliazione. Chiaramente, può avvicinarsi a questo tipo di procedimento chi abbia un atteggiamento cooperativo e con volontà di risolvere il conflitto, evitando di utilizzare toni esasperati e denigratori nei confronti degli altri. In fondo questa è una procedura per chi ha voglia di risolvere i problemi e non trascinarli all'infinito, a chi ha voglia di certezza e praticità per eliminare situazioni conflittuali in maniera ragionevole e proficua. La mediazione può essere applicata in ambito civile, commerciale, familiare, penale, fiscale, sociale, sportivo, sindacale, ambientale, scolastico, politico, diplomatico e della tutela degli interessi diffusi quali quelli dei consumatori e degli utenti.


SpettacolarMente di Lello Somma Un'artista a tutto tondo, bella ma con un'anima grande e profonda. Questa è Gilda Arpino, giovane professionista di Vico Equense che riesce a racchiudere in sé l'ingenuità della bambina che era, la passione della giovane donna che è, la bravura della grande professionista che sta diventando. Ha sentito la sua passione artistica crescere dentro di sé, manifestatasi in ogni esperienza della sua vita, dal canto al ballo alla recitazione. Non si è scoperta attrice o cantante, sapeva di esserlo perché ha avuto il dono di saper ascoltare le proprie emozioni e le proprie sensazioni in ogni contesto. Ha saputo rispettare se stessa e le proprie aspirazioni lavorando sodo e mettendosi alla prova in ogni occasione. Così ha accumulato tanti successi lavorativi, dal singolo scritto e prodotto da Luca Sepe “L'aria non ha fine” ed alla collaborazione con Guido Lembo, alla partecipazione ad un video degli Zero Assoluto, alle interpretazioni teatrali che si sono succedute in tutta Italia e che l'hanno fatta conoscere al grande pubblico, consentendole anche una partecipazione alla fiction “Un posto al sole” di Rai 3, fino alla presentazione dei tour in Campania di Miss Universo e di “Ti lascio una canzone”, con i bambini del programma di Rai 1 condotto da Antonella Clerici. Riconoscimento importantissimo, della sua seppur giovane carriera, è stato l'assegnazione del premio internazionale “Giovanni Paolo II” per la categoria “attrici” insieme ad Antonella Stefanucci ed Angela Luce. Incontriamo Gilda in uno dei posti più panoramici di Vico Equense, la villetta Paradiso, che lei adora perché le consente di immergersi nella profondità del mare e del cielo con la splendida cornice del Vesuvio a destra e di punta Scutolo a sinistra, in un momento il cui il sole rovente sembra incendiare l'isola di Ischia in un tramonto mozzafiato. Il nostro è un'incontro piacevole e subito si crea una complice intimità grazie alla sua raffinata bellezza mista ad una spontaneità disarmante che le consente di metterci subito a nostro agio. Cominciamo col parlare di come abbia scoperto di avere un vero talento artistico, e come questo non fosse soltanto una aspirazione, seppur legittima, di una giovane ragazza desiderosa di cavalcare le scene televisive. Gilda ci ha risposto che non aveva aspirazioni comuni alle adolescenti tipo quella di diventare velina o valletta in TV. «In realtà non c'è stato un momento preciso in cui ho scoperto di avere talento. Però ho sentito crescere dentro di me l'assoluta necessità di esprimere le mie emozioni attraverso l'arte. Ho capito che ero felice soltanto quando riuscivo a fare questo e quando riuscivo a palesarle agli altri tramite le mie interpretazioni». Incuriositi ed affascinati le chiediamo cosa provi esattamente quando è sul palco. «Le emozioni non sono mai le stesse – ci risponde - il palco riesce a sorprendere anche chi lo calca e dopo ogni spettacolo ti lascia qualcosa in più: il palcoscenico è un qualcosa di magico, non scendi mai da esso uguale a come sei salita.» Le chiediamo se per lei c'è una differenza tra un professionista dello spettacolo ed un artista puro e se le due cose possono coesistere. Gilda con fermezza ci risponde che tutti possono diventare con lo studio e


l'allenamento bravi professionisti ma, ha continuato, «credo che ciò che caratterizzi un artista e lo possa far definire tale, siano le sue emozioni e la sua capacità di trasmetterle al pubblico». -C'è un'artista cui ti ispiri? «Mi piace molto Lina Sastri, la trovo un'artista spontanea, libera, che lascia parlare le sue emozioni con straordinaria maestria, senza veli; a lei mi ispiro sia come attrice che come cantante anche perché credo che il canto e la recitazione siano molto legati.» Incuriositi dai suoi esordi, le abbiamo chiesto se ricordasse la sua prima esibizione. Lei, senza esitazione, ci ha risposto: «Certo, avevo 4 anni e ballavo una canzone di Mary Poppins – ed ha cominciato a canticchiare – basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giù …» -E quando hai sentito nascere la passione per la recitazione? “A scuola, al liceo, mettemmo in scena una tragedia, “L' Ecuba” di Euripide” e fui scelta come protagonista: quell'esperienza mi ha dato tanto, emozioni forti che mi hanno spinta, dopo il liceo, a fare il

provino per l'Accademia d'Arte Drammatica “Pietro Scharoff” a Roma, dove poi mi sono diplomata in dizione e recitazione». -Da poco hai fatto anche una apparizione in un “Posto al S o l e ”, c o m e è s t a t a quest'esperienza? «Molto bella, diciamo che il teatro ha sicuramente l'immenso pregio del rapporto diretto con il pubblico ma anche la televisione e il cinema mi affascinano molto». La nostra conversazione continua parlando delle sue varie esperienze teatrali e di come prova giovamento e piacere nell'immedesimarsi nei vari ruoli interpretati. Ma alla fine le chiediamo di dirci qualcosa sulla Gilda fuori dalle scene. «Credo di essere una ragazza dai sentimenti puri e semplici; dentro di me c'è ancora una parte un po' bambina ma anche una parte più matura e razionale. Sono disponibile e cerco di leggere dentro le persone, di capire dai loro sguardi quello che sentono e di evidenziare sempre il buono di ciascuno senza andare per forza a sottolinearne i difetti che fanno parte di ognuno di noi. Ma non mi piacciono le persone che fingono, che studiano a tavolino i propri comportamenti: adoro tutto ciò che nasce spontaneo e libero da ogni artificio». A questo punto le chiediamo quali siano le sue aspirazioni per il futuro, e lei, piena di una luce intensa negli occhi ci risponde: «Continuare questo percorso artistico che ho intrapreso,

riuscendo a conservare la mia interiorità. In questi anni ho avuto la fortuna di lavorare in molti contesti e mi sono resa conto che la cosa più bella per una persona, soprattutto per chi fa il mio lavoro, sia quella di riuscire a consegnare se stessa alle proprie emozioni». La invitiamo allora a spiegarci meglio questo concetto affascinante ma un po' criptico, e lei continua, «Dobbiamo avere rispetto delle nostre emozioni, non dobbiamo mai vergognarci di ciò che nasce dentro di noi e soprattutto mai calpestare i nostri valori e la nostra dignità per raggiungere qualsiasi tipo di scopo o traguardo. Nel caso dello spettacolo, solo quando scendi dal palco e sai di esserti lasciata veramente trasportare dalla corrente delle tue sensazioni, ti senti veramente bene: è un qualcosa di strano, una sensazione particolare; ti senti “piena“ ma anche “libera”, sai di aver regalato agli altri qualcosa di te stessa eppure scendi dal palco ancora più “ricca” di prima,. impari a conoscerti più a fondo e scopri cose di te che nella vita quotidiana, probabilmente, non saresti mai stata capace di scoprire. Ma, al di là del mio lavoro, credo che il rispetto delle proprie emozioni sia una cosa importante per tutti, la libertà di essere se stessi vale più di ogni alta cosa».


AttualMente di Francesco Scala

Sicurezza in mare Troppo spesso, al giorno d'oggi, si sente parlare di sicurezza in tutti i settori del nostro vivere quotidiano, da quella casalinga a quelle sul lavoro passando anche per la sicurezza della navigazione. E proprio su quest'ultima sentiamo la necessità di soffermarci e dedicare ad essa alcuni spunti di riflessione. A bordo delle navi, su qualsiasi tipologia di navi, il cartello, la scritta più rassicurante che si trova a bordo esposta in bella mostra è “SAFETY FIRST” che tradotto nell'italiano più maccheronico, suona più o meno “PRIMA DI TUTTO LA SICUREZZA”. Ma cosa deve intendersi per sicurezza? Sinceramente, scusate il gioco di parole, sicurezza è tutto ciò che costituisce il modus agendi a bordo di una nave e tale forma di comportamento trova la sua origine nella stessa storia della navigazione. Se si scorre l'album dei ricordi quando si parla della sicurezza della navigazione, il primo cassetto delle memorie che si apre è quello relativo al TITANIC, la cui leggenda e tragedia hanno festeggiato nell'aprile scorso i 100 anni. E l'ultimo dei ricordi, in questi 100 anni di navigazione, è quello che ha visto coinvolta la nave da crociera COSTA CONCORDIA. tra i due eventi, e fra tutti quelli che si sono verificati, nel corso dell'ultimo secolo e quello precedente, l'unico elemento comune a tutte le tragedie, mancate e realizzatesi, è il fattore umano. Mentre la tecnologia, in termini di applicazioni elettroniche, ha fatto passi da giganti permettendo le costruzioni di navi che possono ospitare fino a 10.000 persone a bordo, tra passeggeri ed equipaggio, ovvero di unità capaci di trasportare oltre 14000 container, oppure di trasportare 500.000 tonnellate di petrolio, allo stesso tempo il fattore umano ha visto crescere a dismisura, in una lotta impari, le proprie competenze nonché i carichi di lavoro distribuiti su tabelle minime di armamento sempre più ridotte nel numero dei componenti di equipaggio. La sicurezza della navigazione, per quanto possa trovare nelle macchine, un software, e nell'elettronica dei validi ausili, è pur sempre legata alle vicende dell'uomo. Nell'ambito del settore marittimo esistono norme di carattere nazionale, internazionali, convenzioni ratificate dai governi contraenti la cui emanazione e la successiva applicazione hanno permesso di conseguire un risultato auspicato da chi lavora sul mare e per il mare: l'eliminazione del naviglio definito “substandard”, meglio conosciuto dagli uomini di mare come “carrette del mare”. Dall'evento dell' AMOCO CADIZ, avvenuto nel corso dell'inizio degli anni '70, si è sentito il bisogno, espresso da tutto il mondo dello shipping, di rivedere per intero il sistema della costruzione navale, specie per quelle tipologie di navi che erano e che sono considerate delle vere e proprie bombe viaggianti per l'ecosistema marino e per l'habitat umano nonchè per chi sul mare impegna il proprio lavoro. Sono stati conseguiti risultati impensabili, rispetto a qualche decennio fa; come il riuscire a monitorare molte rotte attraverso i sistemi satellitari. Oggi, seduti comodamente al computer di casa è possibile vedere sul monitor, in tempo reale, dove si trova una nave, che velocità sta facendo, le rotte impostate ed altri utili elementi per conoscere come si comporta quella unità. Quello che si può conoscere, ma solamente dopo che l'evento si è manifestato, in fase di inchiesta sommaria e nel successivo sviluppo di quella formale, è capire come l'equipaggio ha reagito alle criticità ed alle sollecitazioni esterne, attraverso le registrazioni contenute nel voyager data recorder. Si tratta di una sorta di scatola nera, che reagisce a tutto ciò che si è detto e fatto in plancia nonché come sono stati impiegati gli ausili della navigazione e come sono stati impartiti gli ordini e quali manovre sono state eseguite. Ma è bene tenere a mente che si tratta di un dopo, un attimo dopo che l'evento si è realizzato. Se veramente si vuole raggiungere l'elevato livello di sicurezza della navigazione, di cui tanto si sente parlare, quello che si deve sempre tenere in considerazione è il rispetto, il profondo rispetto, per il mare. Senza rispetto non c'è sicurezza! Bisogna tatuarselo sulla pelle che il “ safety first”, che è inciso sulle lamiere dei ponti di coperta, si raggiunge solamente restando coscienti, senza essere impavidi, senza essere eroi, senza correre inutili rischi, ma solamente facendo bene il proprio mestiere: navigare.

NUMERO BLU 1530 Per l'emergenza in mare è attivo il numero blu 1530 gratuito sul tutto il territorio nazionale ed attivo 24 ore su 24 per 365 giorni all'anno.


PoeticarMente 'A paparèlla 'e pèzza

Ammore cuntrariato

Tenco na paparèlla 'e pezza ca nu juòmo me realàje na signurina cu' 'e lènte all'uòcchie e cu' 'e cerevèlle chiéne 'e cugniziòne.

'Oi né 'o saccio che te ne faje 'e chi ha vulùto bene senza fà cùnte e calcule. 'E chi ha stiso 'e mane stringnènnete chiù furte che putèva. 'E chi Vasannete sti mane 'o sciàto nce lassava. 'E chiha fatto 'o cuntu ca de cose chiù belle ca 'o munno ha dalo a nuje, 'a cosa chiù bella ... bellissima

Faceva pe mestiere 'a prufessoressa. Do studente era chella ca diceva: Si bbuono ... .. . Mah, vedremo ... ...Forse tu migliorerai.. . ...Nun vàje niente, càgne strada. Comm'a nu guagliòne m'aunètto all'ate pe sentì 'a lezione. Ma vo cunfesso, per l'unestà, ca 'e tante belli cose una sultanta me 'mparàje. Chella ca me 'mparàje 'a paparèlla 'e pezza 'o sape buono. Ci' 'o dico sempe quasi tutt"e juòrne: Tesoro mio. io t' ame ... T'ame assàje, assaje, assajeMa 'a paparèlla 'e pezza me guarda fissa fissa ..: ... Me sente.

Speranza Tu t'allicuore quanno accumminciàie? Cu l'uòcchie 'int' 'a l'uòcchie e 'e mane 'mmano? Cu sta resella 'e santa scunsulata enchist' 'a vita mia sulagna e nera. Cianciosa e bella, cu disinvoltura tu te pigliaste 'o core allèra allèra. M' afferra ve ... M' astrignive ... ...Janca e sbattuta ammore me chiammave. E mo c'addio me ditto, me chiéjo dint" e gginocchie. 'A vista se cummoglie e veco 'e palummelle 'nnànzo all'uòcchie. E i' vularrie ... Vularrie ch'almeno nu suspiro ... ... Nu ricordo 'nnànzo 'o ritratto mio mentre schioppane 'ncielo 'e stelle argiénto.

Paolo Gioja è nato (1937) e vive a Napoli. Presenta con «Sfrennesianno cu' 'e rose» la sua prima raccolta di versi in dialetto napoletano. Studioso appassionato di quella cultura napoletana tanto prodiga di scrittori e poeti. Osservatore acuto della umanità della sua città così satura di sanguigni contrasti. Cantore d'amore così sostanzialmente travagliato che solo a Napoli può trovar vita. La poesia e fatta di giuochi di sentimenti e di sensazioni; di immagini grevi e di figure proprie del grottesco napoletano. Il tutto non poco equilibrato in versi vitalizzati da una notevole coerenza tra stile e poesia. Anche se con qualche scorretteza formale, si distingue il suo modo interpretativo con tratti decisi e sostanziali. Potrà sembrare che con la sua poesia si cerca un contatto con il passato e con la originalità dei motivi antichi come elementi di commozine, di intenerimento o come tentativo di porre a confronto il passato con il presente, ma non è così! In forza dell'amore per il suo tempo, il sentire con spirito antico serve al poeta per ripercorrere quel rigoglioso sentiero dell'interiorità del mondo poetico dei padri che mai si spegne in noi e che a noi è stato trasmesso cosi come la vita stessa è stata trasmessa.' Vi è da augurarsi, quindi, che si mantengano le promesse affioranti in questa prima raccolta di versi. E cioè che pur affinandosi nella tecnica ed ammorbidendo il suo gusto sull'esempio dei maestri del mondo poetico, rimanga se stesso. Fedele al suo tipo di poesia. Quello di una umanità vista con tonalità re'alistica. Anche se a volte sentimentalizzata o a volte ansimante di tratti fortemente drammatici.


ArtisticaMente di Biagio Verdicchio

Melania Dalla Costa: Donne, rimettiamoci la gonna!

Melania Dalla Costa è nata nel febbraio del 1984 nel "paese degli scacchi", Marostica. E come in una partita a scacchi mosse per dare scacco matto nel mondo dello spettacolo sono quelle giuste. A diciannove anni ha iniziato a studiare recitazione e nei 100 minuti del lungometraggio "Dreamland" ha dato sfogo a tutto il suo istinto. Dal cinema alla tv il passo è breve: Mai dire martedì della irriverente Gialappa's Band, Markette dell'altrettanto impertinente Piero Chiambretti. Sfrontata, provocatrice, Melania è un fiume in piena: nell'ottobre del 2008 appare su "Naked News", il telegiornale in cui le presentatrici danno le notizie spogliandosi. Gli scatti di Davide Esposito, nella meravigliosa location del "ForYou Hotel" di Cernusco sul Naviglio, per la "Hot Ten" di Playboy hanno fatto il resto, evidenziando in un gioco erotico tra le lenzuola tutta la malizia di questa veneta purosangue. La stessa malizia che la porta sulle prime pagine dei giornali e dei rotocalchi glamour per una “esibizione” nella fontana di Piazza San Babila di Milano, come una novella Anita Ekberg. Provate un po' a chiedere a chi era presente da quelle parti, nel gennaio dello scorso anno. Se la ricorderanno per sempre. Oggi si definisce “Sexy Giornalista” di glamour lifestyle. In effetti il "Sex and the City" all'italiana l'ha praticamente inventato lei, attraverso la rubrica "La Mela Tentatrice" che appare sul notissimo settimanale Panorama. Si parla di donne, del loro universo, di un mondo complicato e magico. Ed eccola la ventottenne più “spicy, juicy, hot e glamour” del momento, concederci una intervista “tosta”, proprio nel suo irresistibile stile. Melania Dalla Costa parla a SommariaMente di tutto, ma inevitabilmente, di donne. Una chiacchierata che mi imbarazza. Io, novello giornalista, dinanzi alla forza irresistibile di una giovane “collega”, che sa bene dove vuole arrivare! Ciao Melania, benvenuta sulle pagine di Sommariamente e grazie per questa intervista. Attrice, modella, scrittrice, giornalista. Tutto quanto nella tua vita si riconduce allo spettacolo. Com'è nata la passione per questo mondo? La passione per questo mondo nasce dalle ore passate con mio padre a dipingere in salotto e guardando le foto di mia madre quando faceva la modella. Con il tempo ho imparato a guardarmi e capire quello che mi piace fare e sviluppare. Piero Chiambretti e la Gialappa's, esordi televisivi più “tranquilli” non potevi trovare. Che ricordi hai di “questi cavalli di razza” della televisione italiana? Non ho un carattere tranquillo, spesso mi perdo nei miei mondi per poi ritornare nella realtà. Probabilmente le persone che mi hanno introdotto in certi contesti hanno visto, prima di me, quella esuberanza che pulsava e voleva uscire. Sono state tutte delle belle esperienze. Non amo i ricordi, vivo molto proiettandomi nel futuro e spesso mi chiedo se davvero ho vissuto determinate cose o situazioni. Sono state delle belle esperienze che mi hanno aiutato molto nei passaggi seguenti. Ma in famiglia, che futuro sognavano per te? Avvocato, sicuramente una vita tranquilla. Mio padre mi sognava atleta.


Su Panorama tieni la rubrica "La Mela Tentatrice" dove metti a nudo i vizi che albergano in ognuno di noi, spogliando con ironia la lussuria e il piacere insiti in tutti noi. Come è nato questo progetto? Amo dire quello che agli altri imbarazza anche quando sono con gli amici. Adoro la provocazione m'interessa perché non mi annoia. Ho pensato di mettere a nudo la società che teme di uscire allo scoperto. Amo i vizi, senza di loro la nostra vita sarebbe arida e triste. Ho unito tutto questo ed è nata “ La Mela Tentatrice” che è una sorta di diario, e pensatoio della mia persona. Infatti sono così legata al mio progetto che ho chiesto al mio tatuatore di fiducia, Stefano Pivelli, di disegnarmi una mela sul braccio sinistro. Torniamo ancora su "La Mela Tentatrice". In una società come quella di oggi, sommersa dalla crisi e dalle paure sul futuro, qual è secondo il tuo punto di vista, la vera tentazione? Da cosa siamo più tentati? La vera tentazione è quella di mollare tutto e andarsene. Siamo tentati di costruire altrove, ma sarebbe un grande sbaglio. Oggi bisogna stringere i denti e andare avanti per i figli di domani e comunicare perché stiamo perdendo la parola e quindi la libertà. I tuoi racconti riguardano le donne e l'universo femminile. Non per forza vip e starlette. Così è facile trovare un pezzo su Sara Tommasi (“come una donna-oggetto può provocare ilarità”) e uno su Femen, il movimento ucraino che manifesta contro il turismo sessuale e il sessismo in topless. Che donna è quella di questo primo scorcio di XXI secolo? E' una donna che non ha paura di mostrarsi con i suoi difetti, usa il corpo per lanciare messaggi. Le donne di oggi fanno paura e dovrebbero ridimensionarsi, ci stiamo prendendo tutto perdendo la nostra natura. Proprio la tua visione dell'universo femminile ti ha portato a creare il movimento “TOGLIAMOCI I PANTALONI E RIMETTIAMOCI LE GONNE”, dove spingi le donne a tornare a sedurre i propri uomini. La seduzione è arma antica e nobile. Stride in un mondo così freddo come quello odierno? La cosa assurda è che certe donne si vergognano della propria natura e quindi cercano di nasconderla. Il mondo di oggi uccide tutto quello che può provocare sensazioni e sentimenti. La società teme la seduzione perché ha un grande potere e può diventare pericolosa. Mi torna in mente una tua risposta data in una intervista "Il vero peccato è non mordere la mela. Ho notato che spesso e volentieri i perbenisti o buonisti nascondono una vita parallela assai alternativa che contraddice la facciata. I moralisti sono i migliori peccatori. Se fossi un uomo prederei la Mela e la morderei di gusto. Nella vita bisogna provare e osare per saper godere ogni istante. Le donne tentatrici sono meravigliose e se ti aprono la loro porta ti svelano il paradiso." Secondo te questo tuo appello, che credo essere un comandamento forte del tuo movimento, è stato raccolto dalle donne, o ci sono ancora troppi “pantaloni” in giro? Ci sono ancora troppi pantaloni in giro e ce ne saranno sempre. E' più facile trovare un uomo con una gonna e saranno sempre di più. Provocatrice non ti starebbe male come appellativo. Nel pieno centro di Milano, in piazza San Babila, ti sei tuffata nella fontana come una novella Anita Ekberg. Inutile dire che la provocazione ti è valsa un ulteriore, grande successo. Com'è nata l'idea di quel bagno? In Italia bisogna lanciare messaggi forti altrimenti non ti ascoltano. La gente ha cominciato a chiamarmi l'Anita Ekberg moderna evidentemente perchè ha capito il messaggio di questa donna favolosa e anche il mio. Ho preparato il tutto qualche mese prima, avevo pensato alle provocazioni più assurde che magari metterò in pratica più avanti. Alla fine ho scelto la fontana perchè era la più facile da mettere in pratica. Alla fine serviva una bella dose di coraggio ed io ne ho da vendere. E poi non poteva mancare un servizio su Playboy. Com'è andata? E' stata una bella esperienza, ma sono sicura che farò molto di più. Ognuno dei “volti” di Melania racchiude sicuramente la parola cultura. Uno spettacolo, un tuo pezzo su Panorama, un servizio fotografico sarebbero “vuoti” senza il gusto del sapere e del conoscere ciò che si fa. Il tuo segreto qual'è? Il mio segreto è che non amo far capire alla gente che sono intelligente o colta. E' un lusso oggi far finta di niente o non sapere. Tengo tutto per me e poi lo faccio nascere quando scrivo. Ci sono troppe persone che si vogliono far vedere intelligenti o colte in giro. La mia ricchezza la tengo per me e la dono con il contagocce. Melania, questo viaggio in tua compagnia sta per terminare, ma ancora una domanda se permetti: cosa ti piacerebbe scrivere domani sulla "Mela Tentatrice"che non hai ancora raccontato? Quale aspetto, storia, vicenda dell'universo femminile vorresti che emergesse domani per meritarsi la “prima pagina”del tuo blog? Vorrei parlare di una donna perfetta che vuole sbagliare tutto! L'amerei con tutta me stessa.


PedagogicaMente di Teresa Russo

MOTIVARE ALLO STUDIO: famiglia e scuola insieme Parlare di motivazione allo studio non è semplice e implica addentrarsi in un mondo nel quale sono coinvolte tantissime persone, il cui ruolo, con valori più o meno alti, condiziona il rapporto che ogni studente instaura con l'apprendimento. Qualcuno afferma che la motivazione e la demotivazione allo studio e all'impegno scolastico è sostanzialmente considerata una caratteristica personale di ogni singolo alunno, influenzata in larga parte dall'ambito familiare, dalle esperienze pregresse, dalla sua personalità, dal suo essere una individualità distinta dalle altre e dal suo percepirsi nel contesto classe; altri sostengono, invece, che l'insegnante, la scuola e lo stesso gruppo classe possono contribuire a sviluppare negli alunni un orientamento motivazionale positivo. In effetti è dall'unione delle due componenti, scuola e famiglia, dal loro lavoro sinergico che scaturiscono i presupposti e gli stimoli che spingono gli alunni a impegnarsi nello studio. La motivazione ad apprendere deriva certamente dal vissuto esperienziale, dal carattere, dal contesto socio-familiare, ma deriva anche dalla capacità del docente di riuscire a creare un contesto-classe stimolante ed efficace, nel quale ogni alunno vive il proprio ruolo di protagonista della sua crescita globale. Considerando che l'ambiente nel quale l'alunno vive e forma la sua personalità ha una sua valenza, positiva o negativa che sia, è opportuno ricordare anche quanto è decisiva la percezione che lo studente ha di sé, il suo livello di autostima, la sua capacità di indirizzare gli eventi e di gestire i propri comportamenti, la sua capacità di vivere il suo "essere persona" non solo in funzione dei diritti ma anche in funzione dei doveri. Inoltre, il genitore costituisce comunque e sempre un modello che lo studente fa proprio e che in ogni caso condiziona il suo sviluppo e la sua crescita. Stesso ruolo determinante appartiene al docente, al quale spetta il compito di promuovere esperienze finalizzate al coinvolgimento degli studenti in attività basate sulla cooperazione, di creare un ambiente-classe fondato su relazioni significative tra pari: tra alunni, cioè, considerati come individualità, ognuno con i propri bisogni, le proprie esigenze, le proprie problematiche di crescita, i propri comportamenti. Risulta fondamentale, inoltre, da parte dei docenti, costruire con gli alunni una relazione sana, aperta e disponibile. Non a caso, le materie preferite dai ragazzi sono quelle condotte da insegnanti autorevoli ma non autoritari, che privilegiano il dialogo ed entrano in empatia con il discente. Ogni docente dovrebbe stabilire un rapporto di stima reciproca con l'alunno, comprendere i suoi stati d'animo, divenire punto di riferimento, non solo per le competenze di cui dispone, ma anche e soprattutto per il capitale umano di cui è portatore. Hanno un amaro sapore astratto tutti quegli approcci che forniscono solo indirizzi operativi e pratiche sperimentali: l'alunno va nutrito di cognizioni, ma va anche sollecitato ad emozionarsi. E' appunto nell'emozione che c'è la scoperta della motivazione, come leva per raggiungere la conoscenza. E' questo il dolce sapore della gioia di apprendere, in un contesto gratificante e ricco di interessi, nel quale l'intesa scuola-famiglia si manifesta in azioni sinergiche finalizzate alla valorizzazione massima di ciascun alunno.


FantasticaMente Storie di gatti Questa storia è stata scritta da Salvatore De Gennaro, alunno della 2B della scuola primaria V. Veneto (Circolo Didattico di Sorrento) e narra di una avventura fantastica vissuta nelle grotte di Pertosa. Con Mio alle grotte di Pertosa Un giorno io e Mio, il mio gatto, decidemmo di andare a visitare le Grotte di Pertosa. Appena arrivati entrammo e, all’improvviso, sbucò fuori un verme gigante, con le zampe lunghe quasi ottanta metri, tanto che quasi si sono bucate le grotte. Il verme gigantesco sputava dell’acido e aveva già ucciso anni prima migliaia di cittadini. Allora io ho lanciato Mio sul corpo del verme che lo ha graffiato e poi è salito in cima alla sua testa e quel verme cattivissimo ha mangiato il mio gatto. Allora io ho lanciato un sasso e il verme subito ha sputato Mio. Io gli ho detto: “Tutto bene?“ Poi ho detto al verme: “Arriva il rock and roll, ti piace il sasso? Allora il pranzo è servito! By by messier! Soldato abbattuto ti faccio un saluto bum!". Ho lanciato un sasso al verme che è caduto. Così ho detto felice: “Finalmente sei morto! Ne vuoi un altro? Mi sa di si!” Così abbiamo liberato le grotte di Pertosa dal terribile verme gigantesco. Io e Mio siamo veramente due eroi e ogni volta che torniamo a Pertosa il Sindaco ci accoglie con la banda musicale. Salvatore De Gennaro

Storie di gatti Questa è una storia realmente accaduta. L'ha raccontata, con parole semplici, un alunno della classe 2B della scuola primaria Vittorio Veneto (Circolo Didattico di Sorrento). Si racconta di una gatta ritrovata ancora viva dopo essere rimasta imprigionata in un pianoforte per un mese intero. Era disidrata e in cattive condizioni, ma si è ripresa. L'autore è Francesco Pizza.

Shila La mia mamma aveva una gatta persiana di nome Shila. Questa gatta era molto affezionata a me e mi aspettava sempre perché le piaceva giocare con me. Un giorno, mentre facevamo lo 'sfratto' per cambiare casa, ho visto Shila molto agitata, correva avanti e indietro, mi faceva tante fusa e mi saltava addosso, ma io ero impegnato ad aiutare la mamma e quindi non la pensavo. Una mattina venne un signore con un grande camion per trasportare i mobili nella nuova casa ed anche il pianoforte che era di mamma. Quando finimmo e stavamo per andarcene io ho chiamato Shila ma lei non mi rispondeva, ho iniziato a cercarla nel parco senza trovarla. Ho cominciato a piangere e la mia mamma ha messo le sue foto nel parco ma nessuno ha risposto. Dopo un mese che stavamo nella nuova casa, quando tornavamo a casa, sentivamo una puzza e non capivamo cos’era, finchè una mattina ho visto dei peli bianchi vicino al pianoforte. Ho chiamato la mamma e, mentre lei spazzava, ho sentito un gatto piangere, ma aveva la voce bassissima. Abbiamo spostato il pianoforte dal muro, così abbiamo chiamato il mio papà che ha smontato il pianoforte e, appena lo ha aperto, abbiamo visto il faccino di Shila piccolo piccolo. Non aveva più voce e non aveva forze. Subito lo abbiamo portato dal veterinario che le ha fatto le siringhe ed è riuscito a guarirla. Da quel giorno è stata sempre con me ed è diventata la mia migliore amica. Francesco Pizza


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SommariaMente n° 5 anno 2012  

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