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Indice

Introduzione

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Prima parte: Conoscersi 1. Da «volere è potere» a «conoscere è potere»

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2. La base del mio metodo, ovvero: la piramide operativa

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3. Come impara un cane, ovvero: condizionamenti e risposte comportamentali 4. Il flooding e la «Legge delle 4 F»

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5. Il condizionamento operante, ovvero: come il cane da spettatore diventa attore

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6. La «Legge dell’effetto», ovvero: come il cane impara per prove ed errori

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7. Programmi di rinforzo e l’effetto slot-machine

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8. Oltre il condizionamento: il cognitivismo, le motivazioni e le emozioni

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9. L’imprinting e la socializzazione, ovvero: come il cane impara che è un cane e scopre il mondo

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10. L’arousal, ovvero: lo stato emotivo del cane

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11. Rinforzi e punizioni, un’annosa questione

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12. Le tante controindicazioni della punizione attiva, ovvero: perché imporsi fisicamente non è solo sbagliato ma anche inutile 13. I segnali d’arresto, ovvero: perché prevenire è meglio che curare

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14. La comunicazione vocale, ovvero: tanti significati con un solo «Bau»

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15. Comunicazione corporea, ovvero: come i cani parlano con il corpo 16. I calming signals, ovvero: la dimostrazione di quanto siano pacifici i cani 17. Lo stress: se lo riconosci lo eviti

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Seconda parte: Relazione & gestione 1. Così diversi eppure così simili, almeno in origine

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2. Ogni cane è un mondo a sé, ma la galassia è sempre la stessa

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3. Il cane, questo sconosciuto, ovvero: come ci siamo convinti che un cane non sia più un cane

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4. Il controllo dell’iniziativa, ovvero: come alla gerarchizzazione sia preferibile la gestione delle risorse 5. I bisogni di sopravvivenza e le attività con cui soddisfarli

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5.1

Il cibo come premio

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5.2

Il cibo come oggetto di una ricerca olfattiva

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5.3

Il cibo all’interno di un gioco

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6. La masticazione, ovvero: un’attività troppo spesso dimenticata (ma non dal cane)

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7. Aggiungi un posto a tavola, ovvero: come la calma serve più della gerarchia

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8. L’importanza del sonno, ovvero: il riposo del guerriero

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9. I bisogni d’appartenenza, ovvero: come il cane può imparare a stare da solo

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10. I bisogni d’appartenenza, ovvero: come noi possiamo imparare a stare assieme al cane

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11. Creare dei rituali, ovvero: come spiegare le nostre regole al cane

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12. Superare i bisogni di appartenenza e avvicinarsi ai bisogni di stima, ovvero: fare nuove amicizie

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13. I bisogni di autorealizzazione, ovvero: che cosa piace fare al cane

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14. L’attività olfattiva, ovvero: il punto d’incontro tra tutti i cani

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15. L’attività cognitiva, ovvero: come per soddisfare i bisogni di autorealizzazione non servono solo i muscoli ma anche il cervello

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16. La passeggiata, ovvero: l’ora d’aria del cane

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17. C’è un tempo per ogni cosa, ovvero: le differenti età del cane

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Terza parte: Educazione 1. L’educazione come punto di partenza e non d’arrivo

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2. Chi ben comincia è a metà dell’opera, ovvero: l’importanza di organizzare e saper gestire il training

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3. L’importanza del rinforzo positivo nel training, ovvero: quale premio è meglio usare

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4. Segnali gestuali e segnali vocali, ovvero: l’importanza di comunicare al meglio durante il training

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5. Quale tipo di training?

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6. Ultimi accorgimenti

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Pettorina ad H vs. collare

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Esercizio 1: «TOUCH»

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Esercizio 2: «GUARDAMI»

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Esercizio 3: «VIENI VIA CON ME»

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Esercizio 4: «POSSO?»

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Esercizio 5: «VIENI»

264

Esercizio 6: «SEDUTO»

275

Esercizio 7: «TERRA»

279

Esercizio 8: «VAI AL TUO POSTO»

284

Esercizio 9: «LASCIA», ovvero lo scambio

292

Esercizio 10: «FERMO» e discesa dall’automobile

297

Esercizio 11: «LA PASSEGGIATA AL GUINZAGLIO»

308

Ringraziamenti

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La base del mio metodo, ovvero: la piramide operativa

Considero il cane un animale troppo intelligente per poter affrontare un problema che lo riguarda senza aver prima raccolto sufficienti informazioni sulla sua storia individuale, sulla relazione che ha con i membri della famiglia in cui vive (e con i suoi simili) e sulla gestione quotidiana che questi hanno impostato fino a quel momento. Il cane vive all’interno di un contesto sociale di cui percepisce orari, luoghi, abitudini – ma anche sensazioni, emozioni e cambiamenti – e all’interno del quale è in grado di operare per raggiungere determinati obiettivi, pertanto è impensabile pretendere di conoscerlo e «trattarlo» prescindendo da tale contesto. Io credo fermamente che l’ambiente in cui il cane è nato e vissuto, assieme alla selezione genetica che caratterizza ogni soggetto canino, che tale selezione sia umana (le razze) o naturale (i meticci), forgi il carattere e il comportamento di ogni cane. Tecnicamente noi chiamiamo questi aspetti «ontogenesi», ossia lo sviluppo dell’essere dalla sua nascita sino a oggi, e «filogenesi», ossia l’origine dell’essere in base alla selezione genetica. Partendo da queste considerazioni ho sviluppato una piramide operativa che applico quando lavoro con un cane e che prevede tre punti fondamentali: gestione, relazione e educazione.

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La base del mio metodo, ovvero:la piramide operativa

educazione

gestione

relazione Tenete presente che i primi due punti costituiscono la base di tutto quello che farete col vostro cane e sono realizzabili solo se si possiedono le giuste conoscenze. Inoltre sono profondamente legati tra loro e, quasi sempre, andrebbero affrontati assieme. Il nostro cane non è autosufficiente né tantomeno può occuparsi di noi: ecco perché dobbiamo essere noi ad assumerci la responsabilità della sua gestione. Forse, se vivessimo in un bosco o in una steppa, il cane potrebbe agire liberamente arrivando addirittura a ricoprire un ruolo di responsabilità all’interno del gruppo. Siccome però ha deciso di seguirci nelle nostre case e nelle nostre sempre più caotiche città, sta a noi provvedere a lui e far sì che sia in grado di affrontare le diverse situazioni che gli sono imposte dal nostro stile di vita. Oltre a soddisfare i suoi bisogni primari, dobbiamo preoccuparci di costruire una relazione equilibrata e biunivoca con il nostro cane, che permetta a noi di comprenderlo e

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prima parte: conoscersi

a lui di sentirsi parte integrante di tale rapporto. Per farlo a volte dovremo essere capaci di «pensare da cani», per comprendere a fondo i bisogni primari e le esigenze quotidiane del nostro quadrupede. Poiché il cane è un animale sociale, scopriremo come tra queste esigenze ci sia proprio il riconoscimento dell’appartenenza a un gruppo saldo e organizzato all’interno del quale, affinché si mantengano l’equilibrio e la sopravvivenza, devono vigere necessariamente delle regole giuste, chiare e rispettate con coerenza da tutti i membri del gruppo. E infatti ritengo che l’educazione non debba avere come fine l’obbedienza, ma l’aumento delle capacità cognitive e comportamentali del cane. Gli esercizi che troverete in questo libro non vanno visti come numeri circensi da sfoggiare con gli amici o da richiedere in una gara, ma come un bagaglio di competenze che il vostro cane imparerà a usare per decidere autonomamente o assieme a voi come comportarsi in ogni situazione che vi troverete ad affrontare. Per questo motivo, prima di ciascun esercizio illustrerò la ragione per cui ho deciso di mostrarvelo e gli aspetti relazionali e gestionali a cui dovrete prestare attenzione, mentre alla fine vi guiderò nel processo di generalizzazione dell’apprendimento grazie al quale imparerete a mettere in pratica nella quotidianità ciò che avrete imparato. Per farlo avrò bisogno di tutta la vostra collaborazione, e dico la vostra perché sono certo che, se seguirete i semplici principi suggeriti in questo libro, quella del vostro cane non verrà mai meno! Non abbiate paura di mettervi in gioco, riempiendovi le tasche di bocconcini e programmando di trascorrere del tempo assieme al vostro adorato cane per fare qualcosa di diverso dal solito giro nel parco. Troppo spesso infatti non ci si accorge che è proprio questa routine giornaliera, ripetuta per anni e anni, a trasformare uno splendido animale – un predatore dalle eclettiche capacità sensoriali, cognitive ed emotive – in una specie di robot da passeggio.

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La base del mio metodo, ovvero:la piramide operativa

Prendetevi del tempo per fare esperienze nuove con lui e per lui, e scoprirete quanto sia fantastico stare bene assieme a lui e non solo grazie a lui! Organizzatevi per una passeggiata in campagna durante la quale vi impegnerete a lasciarlo libero e a osservarlo nel suo ambiente naturale; quando lo vedrete seguire una traccia, scoprirete come avere un ottimo richiamo non dipenda solo da ore e ore di esercitazioni, ma anche e soprattutto dalla qualità della vita che gli avrete concesso fino a quel momento. Arrivati a questo punto, mi auguro che capirete da soli perché l’educazione non trasforma il vostro cane in un robot, ma nel miglior compagno di (dis)avventure, e voi nel suo migliore amico. E allora sono certo che, se anche il vostro cane tirerà qualche volta al guinzaglio, o vi ruberà una ciabatta ogni tanto, magari allontanandosi guardingo e con passo lento convinto che nessuno lo abbia visto nonostante sia proprio lì, davanti a voi, vi farete una sonora risata e lo racconterete agli amici con lo stesso piacere e lo stesso divertimento con cui si ricordano le bravate che tutti noi abbiamo fatto in passato. E magari continuiamo ancora a fare...

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Oltre il condizionamento: il cognitivismo, le motivazioni e le emozioni Fino a qualche tempo fa si pensava che fosse possibile spiegare tutti i comportamenti di un cane in base ai condizionamenti, ma in realtà non è così. E meno male, dico io! Se la loro mente funzionasse solo attraverso i condizionamenti, perché allora i cani non reagiscono tutti nello stesso modo di fronte allo stesso stimolo? E, più in generale, ci si potrebbe chiedere: perché i cani non si comportano tutti nella stessa maniera? Una volta, come abbiamo visto, si pensava che questo dipendesse da una sorta di «difetto di produzione» che non permetteva al cane «guasto» di funzionare correttamente e che doveva essere corretto a colpi di addestramento o sostituendolo con un modello funzionante. Ma cosa succede quando anche i migliori «addestratori» falliscono e non riescono a ottenere un richiamo efficace con un beagle, utilizzando gli stessi metodi che per anni hanno funzionato con il loro fedele pastore tedesco? Semplice, invece di interrogarsi sull’utilizzo di metodi fallimentari, si sfodera col proprietario uno dei luoghi comuni più falsi della cinofilia: «Il beagle è stupido, quindi non aspettarti di riuscire a addestrarlo». Sarebbe interessante, però, chiedere a questi presunti esperti come mai un cane così poco intelligente da non riuscire a imparare neanche il richiamo sia invece utilizzato per andare a caccia, e per di più libero... Un po’ come quando si sente dire che tutti gli alaskan malamute non possono fare altro che tirare al guinzaglio perché sono stati selezionati per trainare le slitte: non si

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Oltre il condizionamento: il cognitivismo, le motivazioni e le emozioni

capisce allora come mai in casa, così come in tante altre situazioni, sappiano muoversi benissimo anche senza correre. Per non parlare poi dei tanti proprietari di cani di piccola taglia a cui viene detto che non vale la pena di addestrarli date le dimensioni, quando l’unica ragione è che in questi casi non è possibile utilizzare il collare a strozzo senza lesionare subito e in maniera grave il collo del piccolino (mentre si può approfittare della maggior resistenza di un rottweiler o di un pastore tedesco). Attribuendo i propri insuccessi alle caratteristiche delle diverse razze è possibile giustificarsi senza mai mettersi in discussione e, soprattutto, senza mai prendere in considerazione ciò che, a prescindere dalla razza di appartenenza, succede nella testa di ogni cane. E, ragionando in questo modo, come si spiega il comportamento dei meticci, che a volte si dimostrano addirittura più versatili di un cane di razza? Forse è per questo che fino a qualche anno fa a questi individui veniva preclusa la possibilità di partecipare alle gare ufficiali e, ancora oggi in alcuni contesti, sono costretti a gareggiare in categorie a loro riservate. Ora fortunatamente sappiamo che la verità è un’altra: i cani si comportano diversamente l’uno dall’altro, non solo per le differenti caratteristiche specifiche di ogni razza, ma soprattutto perché possiedono capacità cognitive ed emozionali che, assieme alle esperienze personali, rendono ciascun individuo diverso dall’altro. I cani possiedono, si prefiggono e, di conseguenza, perseguono anche degli obiettivi e, nel farlo, dimostrano di avere delle motivazioni ben precise. Tra queste: mangiare, bere, riposare, correre, esplorare, annusare, mordere, socializzare, accoppiarsi, giocare, stare bene (ridurre lo stress). Tali motivazioni li guidano nella scelta dell’azione da compiere per soddisfare un determinato bisogno, tanto che molto spesso i cani prendono delle iniziative personali che vanno ben oltre quanto imparato tramite i condizionamenti. E, a dirla tutta, anche noi facciamo lo stesso. Pensiamo per un attimo al cane che, dopo aver seguito varie lezioni, non si siede ogni volta che gli viene chiesto. Se vi ostinate a pensare che non sia abbastanza educato, o che non abbiate lavorato abbastanza su quell’esercizio, non vi resta che provare ad «aggiustarlo», ma non sarò certo io a dirvi come fare.

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prima parte: conoscersi

Se, invece, provate a chiedervi perché il cane continua a non sedersi, potreste scoprire che le risposte possono essere davvero tante e tutte valide: • potrebbe sentire dolore in qualche zona del corpo • potrebbe non sentirsi a suo agio in quella situazione • potrebbe non esserci spazio sufficiente o potreste limitarlo involontariamente nei movimenti con il guinzaglio • potrebbe trovarsi su una superficie su cui non è piacevole sedersi • in quel momento potrebbe essere interessato a qualcos’altro • potrebbe non essere sufficientemente motivato dal premio che gli avete dato fino a quel momento per quel comportamento • potrebbe non aver compreso quello che gli state chiedendo, e non perché sia stupido o non abbia lavorato abbastanza, ma perché potreste aver sbagliato qualcosa voi durante il training • potrebbe non averne voglia. Se chiedeste a un vostro amico di sedersi di fronte a voi e lui vi dicesse che non intende farlo per uno di questi motivi, pensereste che è un maleducato o, peggio ancora, che deve assolutamente avere qualche problema visto che non fa subito quello che gli avete chiesto? Le motivazioni sono profondamente diverse tra loro e possono essere più o meno importanti, non solo in base all’individuo, ma anche al contesto in cui si trova. Voglio raccontarvi due episodi che mi sono capitati in cui i cani protagonisti erano accomunati dal fatto di non sdraiarsi sentendo il segnale «Terra», nonostante avessero fatto entrambi diverse ore di training. Spero vi aiutino a comprendere e a non sottovalutare mai l’importanza delle motivazioni e dello stato emozionale che caratterizza ogni cane. Il primo riguarda Nira, una giovane mix di cane da caccia, e Valentina, una mia allieva che mi ha raccontato di non riuscire a farla sdraiare seguendo le istruzioni dell’educatore che le stava seguendo e secondo cui la reticenza mostrata in campo era dovuta solo ed esclusivamente al poco tempo dedicato al training. Approfondendo la situazione, sono venuto a sapere che Nira proveniva da un canile ed era uno dei cani sopravvissuti al terremoto che ha colpito L’Aquila, un’esperienza terrifi-

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Oltre il condizionamento: il cognitivismo, le motivazioni e le emozioni

cante che aveva lasciato segni indelebili sul suo carattere. Osservandola, infatti, era evidente che, anche in un contesto a misura di cane, Nira non era affatto serena e mostrava un atteggiamento di timore e chiusura verso ciò che la circondava. In quello stato emozionale era del tutto normale che mangiare il bocconcino che le offriva l’educatore non fosse l’obiettivo principale di Nira e, pertanto, era prevedibile che non si sarebbe concentrata per seguire il classico movimento a «L» con cui si porta un cane a sdraiarsi a terra. Come soluzione, l’educatore aveva proposto di sostituire il cibo con la pallina, modificando quindi il tipo di rinforzo e andando a lavorare sulla motivazione ludica piuttosto che su quella alimentare. Ma il risultato, neanche a dirlo, è stato lo stesso: Nira non si sdraiava e continuava a fissare lui e la sua proprietaria con sguardo attonito. Così facendo il cane non stava mostrando reticenza o scarso impegno, ma la sua confusione rispetto a una richiesta che il suo istinto le diceva essere del tutto fuori luogo. Sapendo riconoscere lo stato emozionale di un cane e conoscendo gli effetti che ha sul suo comportamento, inoltre, era facile immaginare che Nira non si sentiva nello stato d’animo adatto per assumere una posizione che il cane, e in generale un predatore, assume spontaneamente solo quando è in attesa o ha deciso di riposare. E questo, naturalmente, a prescindere dal premio che avrebbe ottenuto. Se vi portassero in un posto che non conoscete, e nel quale non vi sentite al sicuro, come ad esempio una giungla, sdraiarvi a terra sarebbe l’ultima cosa che vi verrebbe in mente di fare, o sbaglio? In quella situazione il bisogno principale di Nira era quello di sentirsi al sicuro e per soddisfarlo le serviva esplorare l’ambiente circostante e poter familiarizzare con esso o, nella peggiore delle ipotesi, allontanarsi: non certo mangiare, rincorrere una pallina, né tantomeno mettersi a terra. In quest’ottica insistere nel training, come suggerito dall’educatore, non solo non avrebbe fatto ottenere il comportamento richiesto, ma avrebbe addirittura potuto aumentare il disagio rispetto alle interazioni di tipo educativo con la sua proprietaria. E così è stato: Nira ha cominciato a rifiutare di sdraiarsi anche in situazioni più tranquille, come a casa. Fortunatamente la sensibilità di Valentina mi ha permesso di farle capire che il suo obiettivo primario non doveva essere quello di insegnare a Nira l’esercizio, ma di darle gli strumenti emotivi e cognitivi utili per sentirsi sicura in ogni situazione: a quel punto, insegnarle a sdraiarsi sarebbe stato solo un altro momento divertente da trascorrere assieme.

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prima parte: conoscersi

Il secondo episodio ha come protagonisti Matteo e Junior, un amstaff cugino del mio Shaka, il quale arrivò da me bollato come «dominante» perché, dopo diversi mesi trascorsi presso un centro d’addestramento, non eseguiva ciò che gli era stato insegnato, tra cui l’esercizio «Terra». Ho notato immediatamente il collare a strozzo con cui Matteo cercava di trattenere Junior durante la passeggiata e, chiacchierando con lui, sono venuto a sapere che il «Seduto» era stato insegnato premendo una mano sulla schiena del cane mentre il «Terra» facendolo sedere e tirandogli delicatamente le zampe anteriori o, qualche volta, tirando il collare verso il basso. Matteo mi ha spiegato che, nonostante non fosse rimasto convinto del metodo proposto, aveva continuato a frequentare quel campo d’addestramento finché non si era stufato di non ottenere i risultati desiderati, di vedere Junior sempre più apatico durante le lezioni e, soprattutto, sempre meno contento di interagire con lui. Questo mi ha fatto molto piacere, perché significava che Matteo non era solo alla ricerca di una performance, ma anche di una relazione gratificante con il suo amico a quattro zampe. Per questo motivo l’ho invitato a togliere il collare a strozzo a Junior e a cominciare a giocare con lui come preferiva il cane. Durante la prima lezione non gli ho fatto fare altro: volevo solo che Junior si facesse una buona impressione del nostro campo e che non pensasse che anche io gli avrei riproposto a breve qualcosa di noioso e doloroso. Così, mentre si stavano divertendo, mi sono avvicinato a Matteo e gli ho detto di interrompere lentamente il gioco e di buttare una manciata di cibo per terra, così da aiutare il cane a rilassarsi e da invogliarlo a esplorare l’ambiente in cui si trovava. Infine ho fatto indossare a Junior una pettorina ad H e mi sono fatto promettere da Matteo che non avrebbe più usato il collare a strozzo e che non gli avrebbe chiesto il «Terra» fino all’appuntamento successivo. La seconda volta, Junior era un altro cane rispetto a quello che avevo conosciuto: è arrivato al campo scodinzolando come se stesse andando al parco e soprattutto libero di farlo senza strozzarsi a ogni passo; forse anche per questo mi ha travolto con quella esuberanza da rugbista che solo i terrier di tipo bull sono in grado di regalare. Gli ho mostrato un bocconcino e gli ho permesso di mangiarlo, poi ne ho preso un altro tra le dita e gliel’ho fatto seguire, premiandolo ogni volta che raggiungeva la mia mano col muso. A un certo punto ho cominciato a spostare il bocconcino sotto al suo naso e fino a toccare a terra, così che per seguirlo Junior fosse costretto a eseguire una specie

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Oltre il condizionamento: il cognitivismo, le motivazioni e le emozioni

di inchino; ogni volta che si abbassava riceveva un bocconcino. Poi ho cambiato strategia e, senza pronunciare nessun segnale vocale, l’ho fatto sedere con il movimento che vi spiegherò più avanti (vedi pagina 275) e l’ho regolarmente premiato. Junior era molto motivato dal cibo e dall’interazione sociale: infatti, oltre ai bocconcini, non mancavano gratificazioni vocali e grandi grattate sul petto. Me lo stavo letteralmente conquistando e, quando l’ho visto abbastanza concentrato, ho deciso di provare il movimento a «L». Con grande meraviglia di Matteo, dopo poche ripetizioni Junior è stato in grado di sdraiarsi senza mai smettere di scodinzolare. Ho spiegato a Matteo che il fatto che non si sdraiasse sentendo il suono «Terra» non era affatto legato alla dominanza, ma al fatto che probabilmente questo segnale gli faceva rivivere il disagio subito attraverso un training basato sull’imposizione fisica. Per questo motivo abbiamo scelto una nuova parola da usare e da quel momento il problema è scomparso. Vi sembra assurdo? Provate a immaginare che ogni volta che rispondete al telefono dall’altra parte ci sia qualcuno vi chiede di aiutarlo a fare un trasloco; dopo un po’ lascereste squillare a vuoto, o saltereste gioiosi dalla poltrona per correre a rispondere? Se è un amico a chiedervelo di certo lo aiutereste qualche volta, ma non credo proprio che alla lunga la vostra reazione sarebbe entusiasta. Se invece vi telefonassero solo per regalarvi un viaggio diverso ogni volta? Tutto cambierebbe! Come vedremo, per un cane la parola usata per chiedergli un determinato comportamento non ha alcun significato, se non quello che ha appreso e provato durante il training. Imparate a osservare e ad ascoltare il vostro cane, a entrare in sintonia con lui, a immedesimarvi nei suoi panni: scoprirete che non tutto è spiegabile attraverso lo schema «stimolo-risposta» e che ci sono aspetti della vita ben più importanti e piacevoli della semplice e, spesso fine a se stessa, obbedienza. La testa del vostro amico ospita un mondo vasto e variegato all’interno del quale perdersi è un piacere: se lo farete, non sarà più un problema se il vostro cane non fa sempre quello che gli dite perché avrete imparato ad apprezzare la sua individualità. Quello che prima vi sembrava un fastidio, adesso contribuirà a rendere il vostro cane unico e inimitabile, esattamente come tutti noi. Non concedete al vostro cane solo la capacità di pensare, ma anche la libertà di farlo!

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I calming signals, ovvero: la dimostrazione di quanto siano pacifici i cani Verso la fine degli anni Ottanta, Turid Rugaas e Ståle Ødegard dimostrarono che anche i cani, come i lupi, sono in grado di pacificare una situazione che percepiscono come potenzialmente critica e preferiscono di gran lunga questa strategia allo scontro fisico. Per raggiungere questo scopo i cani non danno in escandescenze e non ricorrono mai a morsi sul collo o a imposizioni fisiche, ma si servono esclusivamente di messaggi corporei, a volte anche molto sottili, grazie ai quali riescono a interrompere sul nascere un probabile conflitto. Turid Rugaas chiamò tali segnali calming signals poiché quando un cane emette uno di questi comportamenti vuole trasmettere al suo interlocutore un messaggio inequivocabile, che potremmo tradurre con queste parole: «Io vengo in pace e non ho alcuna intenzione di entrare in conflitto con te, per cui cerchiamo di capirci e rispettarci a vicenda». Se dedicherete anche solo pochi minuti del vostro tempo a osservare i nostri amici a quattro zampe, vi accorgerete che ogni volta che uno di loro si sente minacciato da un individuo, bipede o quadrupede che sia, tenterà di ristabilire la calma attraverso una lunga serie di calming signals, e solo se questo messaggio non verrà colto e rispettato deciderà di scappare o attaccare secondo la Legge delle 4 F. È quanto avviene, ad esempio, ogni volta che una persona si avvicina frontalmente a

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I calming signals, ovvero: la dimostrazione di quanto siano pacifici i cani

un cane e, nonostante ci venga insegnato il contrario sin da quando siamo piccoli, lo accarezza sulla testa. State certi che il cane girerà la testa, strizzerà gli occhi, si leccherà il naso e magari alla fine sbadiglierà scatenando l’ilarità del bipede che, invece di cogliere le richieste di interruzione fatte dal povero cane, il più delle volte proseguirà nella sua azione convinto che tutti i cani non aspettino altro che due sane carezze da parte di uno sconosciuto. Be’, sappiate che in queste circostanze di solito le carezze fanno più piacere all’uomo che al cane; se non mi credete, provate a mettervi nei panni del cane e leggete quanto segue. Immaginate di essere legati a un palo e, quindi, di non potervi allontanare e di vedere uno sconosciuto alto almeno il doppio di voi avanzare in linea retta, senza accennare a rallentare o a volersi presentare. Scommetto che già questo non vi metterebbe a vostro agio e credo che chiunque chiederebbe a questa persona di non avvicinarsi o per lo meno di chiarire le sue intenzioni. Tuttavia il gigante sconosciuto non vi degna di attenzioni; incurante delle vostre richieste, si avvicina fino a sovrastarvi e, invadendo la vostra intimità, vi appoggia una mano sulla testa o, addirittura, vi stringe a sé e vi solleva da terra per diversi metri. Come vi comportereste a questo punto? Personalmente, avrei già «morso» da un pezzo! Ora pensate a quante volte i cani subiscono questo trattamento senza arrivare neanche a mostrarci i denti e ditemi se non abbiamo a che fare con animali dalla pazienza sconfinata e da cui tutti noi avremmo molto, moltissimo da imparare? Trovo quantomeno curioso, se non incredibile, che ancora oggi ci

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prima parte: conoscersi

sia chi, senza alcuno studio che lo supporti, si ostini a descrivere i cani come animali che vanno sottomessi al ruolo di gregari per evitare che diventino pericolosi e prevaricatori. Per questo motivo chiunque desideri avere un approccio positivo e rispettoso nei confronti dei cani non può prescindere dalla conoscenza di questa particolare forma di comunicazione corporea. I calming signals rappresentano, infatti, un prezioso strumento per comprendere e poter comunicare nel migliore dei modi con i nostri amici utilizzando, finalmente, il loro linguaggio. Questi sono solo alcuni dei calming signals usati con maggiore frequenza dai cani: 1. guardare altrove 2. socchiudere gli occhi/sbattere le palpebre 3. ruotare la testa 4. voltarsi lateralmente/dare le spalle 5. immobilizzarsi 6. muoversi molto lentamente 7. stirarsi 8. sedersi/sdraiarsi

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9. leccarsi il naso 10. sbadigliare 11. annusare 12. alzare una zampa anteriore 13. avvicinarsi lateralmente (traiettoria curva).

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a Non sono in grado di fornire delle statistiche precise che dimostrino se i cani percepiscono anche i calming signals emessi dagli umani e, in generale, con quale intensità li interpretino (e ammetto di non aver mai sbadigliato di fronte a un cane, né di aver alzato una mano come fosse una zampa o di essermi leccato le labbra). Tuttavia è indubbio che certi atteggiamenti siano ampiamente compresi e apprezzati dai nostri amici

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a quattro zampe, per cui perché non provarci? Alla luce di quanto avete appena letto, la prossima volta che vorrete avvicinarvi a un cane, che sia il vostro o uno sconosciuto, provate a seguire queste semplici istruzioni: sono certo che lui ne sarà molto felice e ve lo dimostrerà. Avvicinatevi senza troppa fretta (6) cercando di compiere sempre una traiettoria curva (13) e di non guardarlo dritto negli occhi (1). Fermatevi a qualche passo da lui (5), ruotate su voi stessi in

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modo da offrirgli un fianco (4) e permettetegli di avvicinarsi a voi per annusarvi una mano. Quest’ultimo gesto non è un segnale calmante, ma il modo per permettere a un cane di informarsi su chi o cosa siete, un po’ come avviene tra noi umani quando uno sconosciuto per presentarsi ci stringe la mano e ci dice chi è ed eventualmente di cosa si occupa. Quando questo non avviene, sappiamo di avere di fronte una persona scortese e che di certo non suscita in noi aspettative positive, quindi perché dare la stessa impressione a quello che dovrebbe essere il nostro migliore amico?

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prima parte: conoscersi

Grazie a tutto quello che avete imparato in merito al linguaggio del corpo, ora siete in grado di comportarvi educatamente e, soprattutto, di comprendere le emozioni che il vostro atteggiamento suscita in un cane. Potrete quindi valutare se apprezza davvero la situazione in cui si trova o ciò che gli state facendo o se, invece, preferirebbe essere da tutt’altra parte. Qualunque sia la sua risposta, inutile dirvi che un vero amante dei cani la rispetterebbe senza pretendere nulla di piÚ.

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seconda PARTE

Relazione & gestione


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Il cane, questo sconosciuto, ovvero: come ci siamo convinti che un cane non sia più un cane A volte, nel mio lavoro di dog trainer, ho avuto la sensazione che i miei clienti mi guardassero con incredulità e stupore quando spiegavo loro che per far smettere il cane di tirare al guinzaglio, di abbaiare o di distruggere casa in loro assenza, invece di un collare a strozzo e tante ore di condotta al piede, è decisamente più utile garantirgli la possibilità quotidiana di giocare, annusare e masticare qualcosa di resistente e gustoso come un’orecchia di maiale essiccata. La maggior parte dei comportamenti spiacevoli per cui i proprietari si rivolgono a un dog trainer, infatti, sono risolvibili con un corso di educazione se e solo se decidiamo che l’educazione del cane deve cominciare con il soddisfacimento dei suoi bisogni primari, obiettivo tutt’altro che impossibile da raggiungere se sappiamo che cosa gli piace e di cosa ha realmente bisogno.

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seconda parte: relazione & gestione

Molti cani vengono adottati per fare compagnia, poi però trascorrono buona parte della giornata da soli, immersi nella noia, costretti all’immobilità e all’attesa di un proprietario sempre più stanco e indaffarato per occuparsi di loro. E non basta avere un giardino, per quanto grande, per risolvere il problema. La verità è che al giorno d’oggi non sono pochi i nostri amici a quattro zampe a cui non è permesso svolgere una vita da cani e questo, dal mio punto di vista, è una forma di maltrattamento silenzioso non meno grave di quelle per cui siamo pronti a scandalizzarci quando ci vengono raccontate dai media. Non pensiate che dedicare un giorno alla settimana a fare lunghe passeggiate o ad allenarvi in attività eccitanti e forsennate come l’agility o in esercitazioni per ottenere il brevetto della Protezione Civile vi metta al sicuro. Anzi, spesso è proprio una gestione poco bilanciata delle attività che fa nascere i comportamenti problematici più diffusi. Il vostro cane non è una moto da cross che potete riporre nel box e riaccendere la settimana successiva per il prossimo giro a tutto gas, né un giocattolo da coccolare e da cui pretendere attenzioni e divertimento salvo poi spegnerlo fino al vostro rientro a casa. Il vostro cane è sì un atleta formidabile, ma al contempo è un animale sensibile e intelligente, desideroso e bisognoso di usare quotidianamente il corpo e la mente secondo le peculiarità della sua razza o dell’incrocio di razze da cui deriva. E farlo assieme a voi è ciò che più desidera! Pensate per un attimo a quante energie dovrebbe investire un cane per sopravvivere se non ci fossimo noi a occuparci di lui; immaginate la vita che affrontano i randagi e in generale gli animali selvatici, abituati a cacciare, a difendere se stessi, la prole, il territorio e a cercare un individuo con cui riprodursi. Sebbene il vostro cane non sia più un lupo da migliaia di anni, tutte queste energie sono ancora presenti in lui e vi basterebbe osservarlo per un solo giorno libero in un bosco per comprendere quante sono e come preferisce utilizzarle per soddisfare i propri bisogni. Quando qualche anno fa mi sono trasferito in campagna mi sono accorto di come i miei cani, e quelli che mi venivano lasciati in pensione, fossero decisamente più rilassati e ricettivi. Eppure, in virtù di un grande giardino dedicato esclusivamente a loro e del poco tempo libero che concede la vita del pendolare, ho dovuto ridurre a due il numero delle nostre uscite quotidiane, che in città erano almeno il doppio. Ho cominciato a osservarli e presto mi sono reso conto che passeggiando in campagna venivano stimolati da odori, suoni e condizioni ambientali che non avrebbero trovato

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IL CANE, QUESTO SCONOSCIUTO

nei parchi cittadini, e che questo li stancava molto più di un’ora trascorsa a correre come pazzi all’area cani. Com’era possibile tutto questo? Semplice: erano tornati finalmente a vivere da cani, riuscendo così a incanalare le loro energie in attività differenti e più affini alla propria natura. Durante le passeggiate fiutavano e seguivano le tracce di numerosi animali selvatici, soddisfacendo così la loro indole di predatori e investendo notevoli energie nella gratificante attività olfattiva. A volte giocavano lottando tra di loro, contendendosi un legno da masticare, scavando buche e difendendo tane immaginarie, sanando in questo modo l’esigenza di masticare, giocare e, più in generale, di fare movimento. Inutile dirvi che appena mi era possibile io mi univo partecipe alle loro attività o ne proponevo di nuove, cercando di contribuire il più possibile al loro divertimento e all’esigenza di stare assieme che contraddistingue i cani, in quanto animali sociali. Devo ammetterlo: non ho mai creduto che fosse utile non farli salire sul letto e ancora oggi adoro affondare le mani e la faccia nel loro pelo mentre guardo un film, leggo un libro o semplicemente soddisfo il nostro reciproco bisogno di contatto fisico e coccole. Svolgendo l’attività di istruttore cinofilo, per quanto lontano da ambiti e velleità agonistici, non di rado ho dovuto insegnare ai miei cani comportamenti ed esercizi utili per il mio lavoro,

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seconda parte: relazione & gestione

permettendo loro di usare quindi non solo i muscoli, ma anche le loro notevoli capacità cognitive. A conti fatti posso affermare che, a fronte di una riduzione del numero di uscite, era nettamente aumentata la qualità delle stesse e, in generale, la quantità e la qualità delle attività che i miei cani potevano svolgere, con o senza di me. Ma, di sicuro, grazie a me. Il veterinario comportamentista di fama mondiale Joël Dehasse illustra molto bene tutto ciò, anche dal punto di vista genetico e fisiologico, nel formidabile testo Il mio cane è felice, nel quale enuncia quella che lui stesso ha definito la «Formula dell’attività», una vera e propria somma matematica i cui addendi sono le diverse attività che un cane ha bisogno di svolgere per soddisfare i propri bisogni e il cui risultato è, appunto, un cane felice. Prima che insorgiate accusandomi di plagio ci tengo a sottolineare che è lo stesso autore ad ammettere che «nel corso degli ultimi anni mi [sono reso] conto che gli educatori più esperti applicano già questo modello, senza saperlo». In realtà credo che porsi l’obiettivo di soddisfare i bisogni del proprio cane o di quello dei clienti non dipenda tanto dall’esperienza, quanto dalla sensibilità personale e dalla considerazione che si ha di questi splendidi animali. Non è un caso che, a fronte di un esercito di addestratori della scuola coercitiva con alle spalle anni e anni trascorsi a riproporre sempre i soliti «esercizi di obbedienza», siano proprio le nuove leve a dimostrarsi più attente all’aspetto cognitivo che a quello performativo e a far propria l’importanza della relazione e del soddisfacimento dei bisogni del cane. L’esperienza serve, semmai, a confermare che quanto state per leggere funziona, e anche molto bene. Soprattutto rispetto al fallimentare modello gerarchico che da un lato considera ogni comportamento del cane come un tentativo di dominare un proprietario poco autoritario e dall’altro suggerisce sempre e solo la solita minestra riscaldata: sottomettere e dominare a nostra volta. A riprova di ciò, sappiate che numerose e recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che la maggior parte dei problemi comportamentali diffusi tra i cani che vivono in città possono essere risolti senza ricorrere a farmaci e punizioni fisiche, ma semplicemente rivedendo la loro gestione da parte dei proprietari.10 10

Cfr. Joël Dehasse, Tutto sulla psicologia del cane, PVI, Milano 2011.

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IL CANE, QUESTO SCONOSCIUTO

Gettatevi alle spalle le fesserie che abbiamo già avuto modo di sfatare, quindi, e lasciate che il vero motivo per cui avete scelto di vivere con un cane possa esprimersi in tutte le sue sfumature: il vostro cane è un amico e, come tale, il vostro rapporto dev’essere un piacere per entrambi, non un limite né tantomeno una forma di sudditanza.

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seconda parte: relazione & gestione

Anzi, si potrebbe affermare che il loro incredibile olfatto è forse la caratteristica canina per eccellenza, poiché appartiene a ogni cane, a prescindere dal grado di socievolezza e fedeltà. Alla luce di questo, è facile comprendere quanto sia appagante e allo stesso tempo importante per qualunque cane poter usare quotidianamente il proprio olfatto. Approfondiremo questo argomento quando vi spiegherò come soddisfare i bisogni di stima, ma ora vediamo come sfruttare questa peculiarità per migliorare la qualità del momento del pasto e allo stesso tempo permettere al vostro cane di svolgere un’attività gratificante ed estremamente rilassante come la ricerca olfattiva del cibo. Per farlo basta che seguiate alcuni semplici passaggi e che ricordiate che il vostro cane è in grado di fiutare e trovare qualunque cosa. La difficoltà sta solo nel riuscire a spiegargli cosa deve cercare, anche se si tratta di ciò che in natura sarebbe il costante oggetto della sua ricerca: il cibo. 1. Rovesciate tutta la razione di pappa nella cio-

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tola, poi chiedete al vostro cane di sedersi e di rimanere fermo. 2. Allontanatevi con la ciotola e posatela in un’altra stanza (le prime volte non troppo lontana). 3. Tornate da lui per complimentarvi della sua capacità di aspettarvi e lasciatelo andare alla ricerca del suo tesoro. 4. Ripetete questa operazione per diversi giorni, cambiando sempre il posto dove lasciate la ciotola. Quando il vostro amico vi dimostrerà di aver capito cosa sta succedendo e di sapervi aspettare

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con calma, potrete dare un nome a questo gioco, ad esempio «pappa»; ricordatevi semplicemente di pronunciare in maniera chiara e giocosa la parola scelta un attimo prima di permettergli di partire alla ricerca del cibo. Così facendo «pappa» diventerà il segnale con cui gli comunicherete: «Metti in azione il naso, perché c’è del cibo in giro e se

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3 lo trovi sarà tuo!» Niente di più gradito per un cane, credetemi. 5. Una volta messo a punto il segnale, potrete cominciare a rendere il gioco più complesso, dividendo la razione di cibo in porzioni sempre più piccole che, seguendo il procedimento iniziale, andrete a nascondere in più punti della casa (inizialmente vicini, in modo che possa percepirli subito, e poi più distanti tra loro).

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6. Per rendere il gioco ancora più lungo e articolato potete sfruttare anche zone rialzate, come mensole e librerie, o costruire percorsi originali con sedie e tavolini sotto i quali metterete piccoli quantitativi di pappa. In tal modo, stimolerete le capacità motorie del vostro cane e lo impegnerete anche dal punto di vista cognitivo, attraverso piccole prove di problem solving che dovrà essere in grado di superare per guadagnarsi la sua dose di cibo giornaliera.

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Se non è in grado di aspettarvi, non arrabbiatevi e non sgridatelo! Accettate il fatto che dovrete allenarvi ancora nell’esercizio del «Fermo» (vedi p. 297). Nel frattempo potreste chiedere a un membro della famiglia di tenerlo dalla pettorina o semplicemente chiudere la porta della stanza in cui lo lasciate, ma solo se questa azione non lo fa agitare troppo. Liberate la fantasia: l’unica regola che dovete seguire è quella di non mettere il cane nelle condizioni di farsi male o di combinare qualche disastro nel tentativo di portare a termine un compito

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seconda parte: relazione & gestione

che siete stati proprio voi ad assegnargli. Ricordatevi, infatti, che i cani non hanno senso del pericolo, né tantomeno del rispetto per tutto ciò che invece lo suscita in noi: evitate quindi di mettere del cibo vicino a oggetti di valore o poco stabili, né su mensole dove sono presenti delle suppellettili che cadendo potrebbero rompersi, né tantomeno vicino alle prese elettriche. Con i miei cani sono arrivato a nascondere ogni singola crocchetta, in modo che la ricerca e la consumazione della loro razione li impegni anche per un quarto d’ora, ma sono certo che pure i vostri si dimostreranno altrettanto instancabili e precisi. Tenete presente che l’attività olfattiva, assieme a quella cognitiva, è in assoluto quella che stanca maggiormente il cane, tanto è vero che durante i corsi di nosework che tengo difficilmente faccio lavorare i cani presenti per più di dieci minuti consecutivi. Anche tempi apparentemente brevi come questi, infatti, comportano in realtà un enorme dispendio di energie: ecco perché quando avrà finito di mangiare il vostro cane sarà decisamente più propenso a sonnecchiare nella sua cuccia invece che abbaiare o masticare le vostre ciabatte. Quando spiego ai miei clienti questa tecnica, capita non di rado che qualcuno obietti che posando il cibo del cane a terra si pregiudica l’igiene della casa. A prescindere dal fatto che non ho mai conosciuto un cane che, meglio di qualunque aspirapolvere, lasciasse una sola briciola di quello che trovava per terra, credo che questa argomentazione possa avere qualche valore solo rispetto alle case in cui non è concesso muoversi con le scarpe ai piedi, visto che quello che calpestiamo all’esterno e portiamo dentro è certamente meno igienico e sicuro di qualche granello di cibo secco o della saliva di un cane sano. Insomma, io credo che vivere con un cane richieda qualche compromesso dal punto di vista dell’ordine e della perfetta pulizia della casa, senza il quale questa convivenza non potrà mai essere vissuta fino in fondo con piacere. E questo dovrebbero tenerlo a mente anche tutte quelle persone che ritengono che la salute di un bambino sia messa a repentaglio dalla presenza in casa di un cane (che in realtà, come è stato ampiamente dimostrato, contribuisce semmai a rendere più forte e reattivo il sistema immunitario degli individui con cui vive). Ancora una volta, mi chiedo come sia possibile arrivare a temere la presenza di un animale che vive con noi dalla notte dei tempi, salvo poi ignorare gli effetti ben più gravi e a lungo termine che causano lo smog, le merendine industriali, le bevande gassate e

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I bisogni di sopravvivenza e le attività con cui soddisfarli

zuccherate con cui sempre più adulti e bambini sono soliti accompagnare i pasti e altre abitudini ormai consolidate come l’esposizione prolungata al sole o le ore trascorse davanti a uno schermo

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televisivo. Se però proprio non riuscite ad accettare l’idea di appoggiare il cibo del cane direttamente sui pavimenti di casa vostra, avete due alternative possibili: la prima è usare dei pezzi di stagnola o dei piccoli sottovasi, meglio se di ceramica onde evitare che il vostro beniamino si diletti nella masticazione degli stessi. La seconda, valida a prescindere dalla vostra esigenza di igiene, prevede di fare questo gioco all’esterno, in giardino o in un ampio spazio

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verde abbastanza distante da altri cani, onde evitare che questi entrino in competizione con il vostro causando così inutili, ma pericolose, scaramucce. In questo caso sarete anche più avvantaggiati nella preparazione del gioco. 1. Tenete il cane dalla pettorina con una mano e, con l’altra, fategli annusare il suo cibo. 2. Lanciate la razione di cibo davanti a lui, in modo che si sparpagli nell’erba. 3. Aspettate qualche secondo e, dopo aver pronunciato chiaramente la parola «pappa», liberate il cane così che possa cercare il cibo.

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1 Quando avrà imparato perfettamente il significato del segnale «pappa», potrete proporgli la stessa attività, ma senza che lui vi veda lanciare il cibo nell’erba: sarà senza dubbio una sorpresa molto gradita!

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Un’alternativa è quella di creare una pista di bocconcini: 1. Chiedete al vostro cane di stare fermo, o legatelo a un albero o ad appositi picchetti che trovate facilmente in commercio. 2. Allontanatevi e, proprio come fece Pollicino, lasciate a terra una crocchetta alla volta e un pugnetto più sostanzioso alla fine del percorso. 3. Poi tornate da lui senza ripercorrere lo stesso tragitto e, dopo aver pronunciato il segnale «pap-

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pa», lasciatelo libero. Se decidete di svolgere questa attività all’aperto, ricordatevi di farlo quando siete già a buon punto della passeggiata, oppure suddividete la porzione di cibo in più parti così da poterla proporre in diversi momenti dell’uscita, per evitare che il vostro cane abbia subito la pancia piena. Un’ultima riflessione. Qualche cliente mi ha fatto notare che in questo modo non si può essere certi che il cane consumi tutta la sua razione di cibo, ma anche rispetto a questo non mi preoccuperei poi così tanto. Prima di tutto perché, se anche il vostro cane dovesse mangiare qualche crocchetta in meno di quanto previsto dalle tabelle proposte dai produttori di cibi secchi, questo non pregiudiche-

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• ES

E R C IZ I O 4 •

«Posso?»

Tempo fa ho pubblicato sulla mia pagina Facebook il video di uno scherzo che ho fatto a Shaka: gli ho fatto trovare in un campo un palloncino con le fattezze e le dimensioni di un dalmata che avevo precedentemente gonfiato e ancorato al terreno e verso cui ci siamo avvicinati mentre passeggiavamo al guinzaglio. Osservare i suoi comportamenti durante il tragitto e la sua reazione una volta scoperta la verità su quello strano «cane» è stato divertente e anche molto interessante. Ricordo ancora con piacere che tra le diverse persone che hanno commentato il video alcune hanno particolarmente apprezzato il momento in cui, dopo che ci eravamo fermati a una certa distanza, Shaka si è voltato verso di me e mi ha guardato negli occhi per capire cosa avessi intenzione di fare. A quel punto, come sempre, gli ho fatto i complimenti e l’ho liberato affinché potesse raggiungere il palloncino, trasmettendogli così il messaggio: «Bravo Shaka, dato che mi hai guardato per avere la mia autorizzazione ad andare dal quel cane, sei libero di farlo!» Non credete anche voi che insegnare al vostro cane a chiedervi il consenso per fare qualcosa sia un risultato fantastico da ottenere e un strategia vincente e piacevole per affrontare situazioni simili? Non si tratta di imporgli di rimanere fermo finché non gli darete il permesso di fare qualcosa, ma di motivarlo a guardarvi negli occhi per farvi capire che desidera fare qualcosa e per questo fa riferimento a voi. Come vedrete, infatti, questo esercizio non prevede l’uso di un segnale con cui chiedere al vostro cane di guardarvi, ma si basa su una scelta che sarà lui stesso a compiere in maniera del tutto autonoma e come risultato di pensieri ed emozioni che sono solo suoi.

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esercizio 4. “posso?”

Obiettivo: il cane impara a guardarci negli occhi per ottenere qualcosa. Motivazione: possiamo usare questo esercizio per abituare il cane a far riferimento a noi nel momento del bisogno.

Di cosa abbiamo bisogno: • sacchetta • bocconcini tagliati in modo da poter esser facilmente tenuti tra le dita • luogo tranquillo privo di troppi stimoli • pettorina ad H e guinzaglio lungo almeno 1,5m

Training fase 1: 1. Chiamate il vostro cane e fategli annusare un bocconcino.

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Appena si dimostra interessato, chiudete la mano a pugno in modo che non possa prenderlo. 2. Senza fare o dire altro tenetela chiusa finché il vostro cane vi guarderà negli occhi. 3. Appena lo fa lodatelo e concedetegli il bocconcino. 4. Ripetete 5/10 volte al massimo solo se il vostro cane non ha mostrato particolari difficoltà nel capire l’esercizio, altrimenti concedetevi una pausa e riprendete più avanti in

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modo da non generare troppo stress. So bene che non tutti i cani guarderanno i loro proprietari in breve tempo, e che molti di questi prima di farlo proveranno a mordicchiare o a leccare la mano, abbaieranno, salteranno addosso, si siederanno o addirittura se ne andranno mostrandosi disinteressati (proprio come fece la volpe nei confronti del grappolo d’uva troppo in alto per essere raggiunto). E so anche che tutto ciò metterà a dura prova i vostri nervi e farà desistere più di uno dal proseguire nella pratica

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terza parte: educazione

di questo esercizio, ma sappiate che siete di fronte a un bivio che vi permetterà di cambiare radicalmente il percorso che avete fatto finora assieme al vostro quadrupede, per cui vi sconsiglio vivamente di mollare il colpo. Ogni volta che ho mostrato questo esercizio, anche i proprietari più scettici si sono dovuti ricredere quando hanno visto una lampadina accendersi sopra la testa del loro cane nel momento in cui comprendeva che cosa volevamo ottenere da lui: da quel momento, credetemi, anche il cane più testardo ha smesso di attuare altre strategie preferendo, invece, incrociare lo sguardo del suo proprietario. Non sgridatelo e non mostratevi infastiditi né particolar-

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mente preoccupati da tutto ciò che proverà a fare per ottenere quel bocconcino, state solo attenti a lodarlo e ad aprire la mano appena incrocia il vostro sguardo. Se dovesse saltarvi addosso, limitatevi a girarvi di lato per poi riprendere dal punto (1). Se dovesse abbaiare, provate a ignorarlo per vedere se in breve tempo cambierà strategia; spesso basta questo, ma se così non fosse giratevi e allontanatevi per poi riprendere dal

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punto (1). Siate pronti a comportarvi così finché non deciderà di comportarsi diversamente. Se dovesse leccarvi la mano, alzatela, poiché questo comportamento per alcuni cani è già di per sé gratificante e altri potrebbero accontentarsi di assaporare ciò che tenete senza arrivare a mangiarlo. Se dovesse mordicchiarvi la mano in maniera insistente o dolorosa, interrompete l’esercizio senza sgridarlo, ma prima

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di riprendere dal punto (1) procuratevi un vecchio guanto da poter indossare così da non sentire dolore e potervi mostrare del tutto indifferenti anche rispetto a questo comportamento che, come tutti gli altri, non gli porterà nessun rinforzo e, quindi, verrà prima o poi abbandonato. Questo suggerimento può esservi molto utile se dovrete fare questo esercizio con un cucciolo che possiede ancora i denti da latte, più appuntiti e fastidiosi dei denti di un cane adulto.

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esercizio 4. “posso?”

Capita, infatti, che avendo a che fare con un cucciolo si debbano preferire strategie alternative a quelle previste per un cane adulto, in virtù sia dei limiti cognitivi imposti dalla sua giovane età sia delle ridotte dimensioni. Quando lavoro con cuccioli, o con cani di piccola taglia, preferisco inginocchiarmi per ridurre la differenza d’altezza e l’ampiezza dei miei movimenti, così da non risultare troppo incombente ed evitare il rischio di intimidire il piccolo allievo. Se avete a che fare con un cane di piccole dimensioni, quindi, vi basterà sedervi alla sua altezza e seguire i primi tre punti del «Training fase 1», ma avendo l’accortezza di appoggiare a terra il bocconcino e, una volta che il cane l’avrà fiutato, di coprirlo con la vostra mano finché il vostro amico a quattro zampe non incrocerà il vostro sguardo. In un secondo momento potrete sostituire il bocconcino con un gioco che dovrete concedere al vostro quadrupede quando vi guarderà negli occhi, così che cominci a comprendere che questo comportamento è funzionale a prescindere da ciò che tenete nelle mani. Quando il vostro cane avrà compreso che cosa vi aspettate che faccia ogni volta che avete qualcosa da dargli, potrete cominciare a generalizzare quanto ha appena appreso presentandogli l’esercizio in numerose situazioni diverse tra loro. Ricordatevi, però, che il training non deve prevedere alcuna coercizione né tantomeno dolore per il vostro cane, pertanto non azzardatevi a fare quanto segue qualora non vi siate ancora convinti a fargli indossare una pettorina ad H al posto del classico collare, perché potrebbe procurarsi seri danni al collo nel tentativo di raggiungere ciò che desidera, proprio come avviene ogni volta che tira durante una passeggiata Una prima variante prevede di eseguire lo stesso esercizio in situazioni decisamente più complesse per il cane, soprattutto dal punto di vista emotivo, come ad esempio davanti alla porta di casa o al cancelletto dell’aria cani. Nel caso della porta, vi sconsiglio vivamente di farlo prima di portare a spasso il vostro quadrupede, perché potrebbe essere troppo eccitato per l’aspettativa che gli crea l’uscita. Questo, però, è l’obiettivo a cui dovrete tendere avanzando progressivamente nel training. Una buona strategia è quella di impostare questa variante dell’esercizio di fronte a una qualunque porta di casa, che potrete chiudere all’occorrenza e verso cui potrete poi far salire l’interesse del vostro cane gettando davanti ai suoi occhi del cibo o un gioco oltre la porta, per poi chiuderla.

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terza parte: educazione

Nel caso dell’area cani, non esercitatevi quando vi sono altri cani all’interno poiché potrebbero eccitarsi e innervosirsi per quanto state facendo e, in ogni caso, rappresentare una distrazione troppo forte per il vostro quadrupede in questa fase del training.

Training fase 2: 5. Chiamate il vostro cane, che dovrà indossare la pettorina ed essere poi tenuto al guinzaglio, mentre vi trovate di fronte a una porta chiusa di casa vostra. 6. Posizionatevi tra lui e la porta e, mentre lo guardate, appoggiate la mano opposta al lato del cane sulla maniglia della porta accennando ad aprirla. 7. Qualunque cane curioso cercherà di infilarsi nello spiraglio che vedrà aprirsi davanti ai suoi occhi, ma voi dovrete richiudere velocemente la porta stando molto attenti a non fargli male. Per evitarlo, tenete saldo il guinzaglio così da potergli concedere di muoversi liberamente, ma anche da poterlo fermare qualora cerchi di entrare prima che la porta si richiuda. 8. Non sgridatelo e non dategli altre indicazioni: limitatevi a ripartire dal punto (6) finché deciderà di alzare la testa e guardarvi. 9. Appena lo fa, lodatelo, estraete un paio di bocconcini dalla sacchetta e gettateli a terra, così che mentre li mangia voi possiate aprire la porta e invogliarlo a seguirvi. 10. Ripetete almeno 5/10 volte solo se il vostro cane non ha mostrato particolari difficoltà nel capire l’esercizio, altrimenti concedetevi una pausa e riprendete più avanti in modo da non generare troppo stress.

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• ES

E R C IZ I O 9 •

«Lascia», ovvero lo scambio Quante volte il vostro cane ha afferrato qualcosa e poi ha cominciato a correre intorno a voi con fare giocoso, rendendo vano ogni tentativo di recuperarlo prima che lo ingoiasse o semplicemente lo rompesse? Non sentitevi presi in giro, perché tutti i proprietari di cani, me compreso, ci sono passati almeno una volta nella vita. E non pensate neppure che il vostro cane sia un caso disperato, perché in realtà così facendo sta solo cercando di difendere quello che è riuscito a prendere in bocca o di invitarvi a giocare con lui. Se non mi credete, provate a pensare per un momento a cosa fanno i cani quando giocano tra di loro. Di solito avviene che un cane prende qualcosa in bocca e si avvicina agli altri con un atteggiamento tale da farlo apparire come la risorsa più preziosa che abbia mai trovato. Appena si accorge di aver suscitato l’interesse degli altri, con fare giocoso si mostra intenzionato a difenderla e scappa via stimolando ulteriormente la curiosità dei presenti, che in breve tempo si lanceranno in una corsa mozzafiato, che solitamente termina quando qualcuno degli inseguitori riesce ad afferrare una parte dell’oggetto. A quel punto da guardie e ladri si passa a una variante canina di tiro alla fune, durante la quale sarà possibile apprezzare le notevoli capacità vocali dei partecipanti, che si produrranno in ringhi e altri versi che spesso terrorizzano i proprietari, restii a credere che i cani si possano divertire anche così. Sono certo che anche voi avete assistito a questa scena almeno una volta.

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esercizio 9. “lascia” ovvero lo scambio

Ora vi sarà più chiaro perché il vostro cane non si ferma e non vi lascia quello che ha in bocca, ogni volta che lo inseguite urlando per casa o al parco. Quel che avviene in questi frangenti è un vero e proprio scontro di intenti che si traduce in una comunicazione sbagliata da parte del proprietario che, desideroso di farsi dare ciò che il cane ha in bocca, lo convince invece di voler giocare o di volerglielo rubare, spingendo il cane alla fuga. Se siete soliti inseguire il vostro cane ogni volta che prende qualcosa in bocca, cambiate al più presto strategia: come avrete già avuto modo di constatare, comportarsi così non serve. Sappiate inoltre che diversi cani, magari perché abituati a vedersi strappare frequentemente le cose di bocca, potrebbero interpretare il vostro comportamento come una possibile minaccia e decidere, quindi, di difendere a tutti i costi ciò che gli appartiene. A questo punto sareste nei guai e la vostra relazione comincerebbe a fare acqua da tutte le parti. Perché, quindi, non insegnare al vostro cane a lasciarvi quello che ha in bocca senza entrare in competizione con lui, in modo che si senta talmente tranquillo da permettervi di ottenere buoni risultati anche quando stringerà tra i denti qualcosa di buono o di pericoloso, e non solo la vostra ciabatta?

Obiettivo: il cane impara a lasciare quello che ha in bocca. Motivazione: possiamo usare questo esercizio per chiedere al cane di lasciare quello che ha in bocca nel momento del bisogno o durante una sessione di training in cui è previsto il riporto o il deposito di un oggetto.

Di cosa abbiamo bisogno: • sacchetta • bocconcini tagliati in modo da poter esser facilmente tenuti tra le dita • luogo tranquillo privo di troppi stimoli • un gioco morbido e abbastanza grande da poter essere tenuto da voi e dal vostro cane in totale sicurezza, come un manicotto o una corda intrecciata

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terza parte: educazione

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Training fase 1: Poiché il cibo rappresenta una forte distrazione per molti cani, vi consiglio di organizzarvi in modo da poterlo estrarre solo al momento opportuno dalla vostra sacchetta: così, il vostro cane non si accorgerà immediatamente della sua presenza e presterà subito attenzione al gioco che gli state porgendo.

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1.

Chiamate il vostro cane e invitatelo ad afferrare il gioco

che gli offrite. 2.

Appena lo fa, lodatelo e iniziate a giocare con lui, con-

tendendovi l’oggetto senza troppa foga e stando attenti a non farvelo scappare dalle mani. 3.

Quando comincia a divertirsi, estraete un bocconcino

dalla sacchetta e avvicinatelo al suo naso in modo che possa

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annusarlo, poi aprite la mano come se glielo voleste offrire. Nel farlo non dovrete lasciare il gioco, ma limitarvi a cessare di esercitare ogni trazione su di esso. 4.

Con l’intento di mangiare il bocconcino il vostro cane

aprirà la bocca e lascerà il gioco. 5.

Appena lo fa, lodatelo e concedetegli di mangiarlo, men-

tre con l’altra mano riprendete il gioco. 6.

Ripetete dal punto (1) al punto (4) almeno 5/10 volte du-

rante le quali non farete più annusare il bocconcino al cane,

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ma vi limiterete a offrirglielo aprendo la mano poco lontano dal suo muso. 7.

Concedetevi una pausa durante la quale non dovrete la-

sciare il gioco a disposizione del cane. In questa fase il vostro cane sta imparando che la vostra mano non si avvicina per togliere, ma per dare. Ora è arrivato il momento di insegnargli che la vostra mano aperta

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esercizio 9. “lascia” ovvero lo scambio

vicino alla sua bocca significa: «Mi lasci quello che hai bocca? In cambio ti darò qualcos’altro di buono».

Training fase 2: 8. Ripetete dal punto (1) al punto (4) almeno 5 volte, poi provate improvvisamente a fare la stessa cosa aprendo la mano senza bocconcino. 9. Il vostro cane lascerà comunque il gioco per raggiungere la vostra mano. Appena lo fa, lodatelo, estraete una manciata di bocconcini dalla sacchetta e dateglieli. 10. Ripetete tutto l’esercizio alternando ripetizioni in cui avrete il bocconcino nelle mani ad altre in cui lo estraete in un secondo momento dalla sacchetta, finché non vi sarà più bisogno di mostrarlo (questo non significa che non dovrete più premiarlo!). 11. Concedetevi una pausa durante la quale non dovrete lasciare il gioco a disposizione del cane. A questo punto avrete creato un segnale gestuale (la vostra mano aperta vicino alla sua testa) con cui potrete chiedere al cane di lasciare quel che ha in bocca. Se volete dare un nome a questo esercizio, ad esempio «LASCIA», vi basterà ripeterlo ricordandovi di pronunciare una sola volta e in maniera chiara il segnale vocale poco prima di mostrare la mano aperta. Quando avrete ottenuto una risposta soddisfacente, provate a proporre lo stesso esercizio anche con altri oggetti più o meno interessanti per il vostro cane e, soprattutto, a cercare di ottenere lo stesso risultato pronunciando il segnale vocale (a cui vi consiglio di unire sempre quello gestuale) anche a una certa distanza. Tenete sempre presente che anche il cane più collaborativo potrebbe smentirsi qualora dovesse afferrare qualcosa di molto saporito... In fondo è pur sempre un predatore!

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terza parte: educazione

In questi casi non arrabbiatevi e non inseguitelo: non riuscireste comunque a prenderlo e rischiereste solo di peggiorare le cose convincendolo a ingoiare in un solo colpo quel che tiene in bocca o a fuggire, rischiando di mettersi nei guai. Molto meglio avere sempre a portata di mano dei bocconcini che potrete gettare a terra, poco lontano da lui, sperando che lo interessino piĂš di quello che stringe tra i denti. Ecco un altro buon motivo per avere le crocchette in tasca, sempre!

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Finito di stampare nel mese di ottobre 2012 per conto della TEA S.p.A. da Reggiani S.p.A., Brezzo di Bedero (VA) Printed in Italy

Un cane per amico - anteprima  

Avrete sicuramente sentito dire che “un cane educato è un cane felice”. Simone Dalla Valle, invece, è dell’idea che “un cane felice è un can...

Un cane per amico - anteprima  

Avrete sicuramente sentito dire che “un cane educato è un cane felice”. Simone Dalla Valle, invece, è dell’idea che “un cane felice è un can...

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