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RICETTE ... DOVE LE ABBIAMO TROVATE O RITROVATE?

RACCOLTA-RASSEGNA DI RICETTE: LIBRI, ROMANZI, FILM, RACCONTI, FIABE, TRADIZIONI DOVE LE ABBIAMO RI-TROVATE INIZIATIVA DEL BLOG “IL MIO MONDO DELLA LETTURA” A CURA DI SIMONETTA FEDELE CON IL CONTRIBUTO DI BLOGGER E AMICI.


IL LOGO

MI SONO CHIESTA:” Come lettori a quante cene indimenticabili siamo stati invitati? A fare da padroni di casa vi saranno stati illustri scrittori, autori di pagine dedicate a quell’atto così intimo che è il mangiare, per mezzo del quale spesso i personaggi rivelano i loro tratti: metodici o voraci, boriosi o timidi. In alcuni romanzi il cibo è stato protagonista di passaggi clou; a tavola si sono dipanati o complicati misteri, come spesso accade nei gialli “vecchia scuola”, e sono avvenute magie di vario genere. … O quanto film ci hanno attratto perché l'intreccio si SVOLGEVA tra una portata e l'altra...O quali fiabe e racconti abbiamo “divorato” per arrivare alla fine delle storie...O a quali tradizioni regionali siamo affezionati tanto da preparare ritualmente quei piatti che spesso ci ricordano la famiglia, la regione d cui proveniamo....Abbiamo trovato esaurienti risposte in noi stessi?? Se lo chiede anche il Web


Sono allora partita di gran carriera facendo da apripista con questo contributo

CON QUESTO POST HO PARTECIPATO ANCHE AL CONTEST IL GIOVEDI' DEL LIBRO DI CUCINA

I PEPERONI RIPIENI DI MIA NONNA Ho trovato al mercato di Campagna Amica a via di San Teodoro a Roma, nelle vicinanze del Circo Massimo, dei bei peperoni di dimensioni medie che difficilmente si trovano nei supermercati dove ho sempre acquistato quelli molto grandi e carnosi belli da vedersi ma che poi non hanno sapore. I peperoni sono fra le verdure più saporite e gustose ed aiutano nella creazione di piatti che oltre al gusto, risultano essere gradevoli anche alla vista. Un’altra caratteristica che li contraddistingue é la loro estrema versatilità in quanto possono essere serviti sia crudi come insalata, che cotti in padella o al forno. La ricetta che presento permette di ottenere risultati gustosi senza trascurare anche la linea. Un Peperone.... tutto vegetariano QUALI INGREDIENTI PER 4 PERSONE? 4 peperoni 4 patate una manciata di capperi sott’aceto 3 cucchiai di parmigiano grattugiato 3 cucchiai di toma stagionata grattugiata prezzemolo tritato panpesto olio di oliva sale COME LI PREPARO? Fare lessare le patate in acqua bollente salata, pelarle e schiacciarle. Sciacquare i capperi e scolarli. Tagliare i peperoni a metà, pulirli e salare l’interno.


Alle patate aggiungere parmigiano, toma, prezzemolo, sale e i capperi interi, sciacquati e strizzati, e mescolare. Riempire i peperoni e spolverizzare con il pan-pesto. Mettere in una teglia unta e infornare a 200° per 40 minuti circa. Quando sono cotti porli in bella mostra per la tavola !!!

LE FINALITA' QUINDI SONO STATE QUELLE DI ritrovare e raccogliere ricette da LIBRI LETTI, ROMANZI, FILM, RACCONTI, FIABE, TRADIZIONI...ALTRI RIFERIMENTI . IL SUO INCIPIT E' QUI . Ho raccolto qualsiasi tipo di FORMAT: dal testo della ricetta/riferimento al romanzo/libro, a foto/collage, disegni, film, creazioni personali ispirate dalle ricette presentate.

QUALE PREMIO IN PALIO PER LA PARTECIPAZIONE? UN SEGNALIBRO IDEATO DA SIMONETTA (PLASTIFICATO) ….UNO SCAMBIO CREATIVO, COMUNQUE !!! QUALCHE TIPO....


QUESTO E' UNO DEI SEGNALIBRO UNA DELLE RICETTE TRADIZIONALI SICILIANE CON UN GIALLO DI UNA AUTRICE , UNA GINECOLOGA CHE HA LA PASSIONE DELLA SCRITTURA: G.Torregrossa, "Panza e prisenza (Mondadori Collana Le Libellule, 2012).

LA CAPONATA DI MELANZANE Ingredienti melanzane lunghe gr 500 pomodori da sugo gr 300 1 cipolla affettatauna manciata di olive verdi piccanti 1 costa di sedano 2 cucchiai di capperi sotto sale " " " di aceto 1 cucchiaio di zucchero basilico per guarnire


PROCEDIMENTO Tagliare le melanzane a cubetti , lasciarre a bagno in acqua e sale per almeno 1 ora.Scolarle, asciugarle e friggerle in abbondante olio. Metterle su una carta assorbente per asciugare l'olio. Tagliare a pezzettini la costa di sedano e far bollire in acqua per togliere l'amaro. In un grosso tegame soffriggere la cipolla tagliata sottilmente, aggiungere i pomodori spezzettati, aggiungere un po' di sale, far cuocere per una decina di minuti. Aggiungere i pezzetti di sedano, le olive, tagliate a pezzetti, i capperi, lo zucchero e l'aceto. Mescolare ed aspettare che l'aceto evapori, aggiungere le melanzane fritte e far insaporire il tutto per una decina di minuti. Lascire riposare per un giorno durante il quale i sapori si sono ben amalgamati. Guarnire con qualche foglia di basilico al momento di servire anche se io nella foto ho guarnito il piatto con del sedano.

UNO DEI SEGNALIBRI CHE INVIERO' AI PARTECIPANTI

DAL SET DEL film "Indovina chi viene a cena?" INFATTI si servirono scaloppine per festeggiare l’incontro tra le due famiglie.... oltre ad un magnifico Profiterole

"Guess Who's Coming to Dinner" - Indovina chi viene a cena è un film del 1967 diretto da Stanley Kramer, interpretato da Spencer Tracy, Katharine Hepburn, Sidney Poitier, Katharine Houghton e Isabel Sanford


LA STORIA Anni Sessanta, Stati Uniti d'America, S.Francisco: Joanna "Joey" Drayton, una ragazza bianca americana, cresciuta in un'agiata famiglia liberal di San Francisco, si innamora del Dr. Prentice, uno stimato medico afro-americano conosciuto dieci giorni prima alle Hawaii. I due hanno deciso di sposarsi e si recano a San Francisco, dove Joey intende presentare il fidanzato ai propri genitori prima che questi riparta la sera stessa per New York, e poi per Ginevra, dove lo attende un impegno di lavoro e dove hanno previsto di sposarsi. Joey vorrebbe seguire subito Prentice, ma lui "vuole" prima l'incondizionata approvazione dei genitori di lei alla loro unione. La madre, commossa dalla sincerità dell'unione, aderisce all'entusiasmo della figlia, ma il padre, preoccupato per le difficoltà cui la coppia andrebbe incontro, non vuole dare il proprio benestare. A questo punto la situazione diventa ancora più intricata: i genitori di John hanno deciso di venire a cena da Joey per conoscere lei e la sua famiglia. Non sanno, però, che la ragazza è bianca. Da qui tutta una serie di dialoghi, toccanti e commoventi di uno spaccato della società americana degli anni sessanta. Uno dei primi film di Hollywood in cui si affronta il tema del matrimonio misto e con cui ci si può confrontare e rendersi conto di quanto in realtà poco sia cambiato il nostro modo di pensare !!! Katharina Hepburn ( madre della sfutura sposa e signora bene della migliore società americana) dice a Spencer Tracy (padre della sposa , editorialista e famoso giornalista) ".... e ha imparato quello che noi gli abbiamo insegnato, cioè che era ingiusto ritenere che i bianchi, non si sa per quale ragione, siano superiori ai negri, o ai gialli o ai rossi naturalmente....." E lui, un giovanissimo Sidney Poitier dice al padre che lo osteggia e non vuole che sposi una ragazza bianca: "tu, tu ti consideri ancora un uomo di colore: io mi considero ...... un uomo..." All'interno del film dialoghi anche spassosi pur se si mostra un'America che si considerava progressista ma mostrava ancora una forma di bigottismo arretrato. Un film commovente e intelligente che ti fa riflettere. .... DOLCE-BICOLORE INDOVINA COME SI PREPARA .... Come mai ho scelto il profiterol? Bianco e nero, divertente ma importante. La crema di mascarpone che invade i bignè con morbida glassatura di cioccolato, quello che si scioglie in bocca lasciandoti un doppio gusto come una coppia mista anni Sessanta. Il dolce della crema di mascarpone che si impone come un amore difficile ma non impossibile con il cioccolato fondente, la morbidezza del bigne che rammenta al palato la morbidezza dell'amore quello vero, quello che sfida tutto e tutti per rimanere vivo, quindi si puo' dire che questo dolce è un inno all'amore, alla dolcezza, alle sensazioni che si hanno vedendo "Indovina chi viene a cena"...

INGREDIENTI 500 gr. di mascarpone 5 uova intere grandi 5 cucchiai1 pizzico di sale 2 cucchiaini di vino dolce


Dividere gli albumi dai tuorli. Montare a neve gli albumi in una ciotola con un pizzico di sale Montare anche i tuorli con lo zucchero fino a che non diventano come una spuma e lo zucchero sarà rcompletamente sciolto. Unire il vino dolce e continuare a montare. Aggiungete il mascarpone, amalgamare bene con i tuorli e lo zucchero. Incorporare tutto il mascarpone e aggiungere gli albumi: con un mestolo di legno con delicatezza e movimenti dal basso verso l'alto così è pronta per guarnire le vostre bignè.

Copertura di cioccolato: 400 gr. di cioccolato fondente 100 gr. di panna da montare 100 gr. o q.b. di latte intero In un tegamino antiaderente il cioccolato fondente, la panna,sciogliere il cioccolato fondente mescolando con un cucchiaio di legno e aggiungere il latte così da rendere la crema di cioccolato abbastanza morbida. Raffreddandosi la crema di cioccolato diventerà una copertura più solida. Ora prendere i bignè, aprirli con delicatezza e con un cucchiaino riempirli, richiuderli e adagiarli sul fondo della pirofila che li conterranno. Cominciare con un fondo di cioccolato cosìcché i bignè che si appoggeranno non si muoveranno, riempirli in abbondanza e considerarne almeno 3 pezzi per persona. Finito il primo piano versarci po' di cioccolato e cominciate con il secondo, a formare una piramide. Ricordarsi che alla fine di ogni strato BISOGNA mettere il cioccolato. Ultimo bignè in alto e..... via con copertura totale di CIOCCOLATO .


QUESTO, UN

SIMPATICO CUOCO-SEGNALIBRO PER TE

Per RICETTE TRADIZIONALI E LIBRI O FILM IN CUI LE RITROVIAMO continua la RASSEGNA CON una ricetta della mia Umbria (SU GOOGLE) :"Nel bosco di Aus" , di Chiara Palazzolo presentata da Loredana. Il romanzo ha uno schema con inizio classico: due figli, maschio e femmina, marito dolce anche se impegnato col lavoro, e lei, Carla, che fa tutto, lavora, cucina.... Ma poi va ad abitare in campagna, in una casa nuova, più grande, più bella, dove il paese è piccolo e la gente mormora. Dove c'è una vecchiarda ricca, di cui pian piano diventa amica, e che la invita a giocare a burraco. Ma prima di questo c'erano già i sogni, gli incubi anzi...una vecchia che comincia a comparire di notte, e che vede solo suo figlio Albertino... E quando la sua migliore amica di sempre, Rita, muore in un incidente d'auto, tutto sembra cominciare piano a precipitare... L'equilibrio, quello che Carla ha costruito, forse fondato sulla vita stressante di una mamma d'oggi - presa dall'adolescenza di una figlia che riconosce sempre meno e di un marito che dà molto per scontato - comincia a corrodersi. E Carla comincia a capire che c'è qualcosa che non va... e quest'idea della strega del bosco di Aus, e di sua nonna, che poi forse era strega pure lei, e della poco raccomandabile ragazza a ore che viene dall'est, al servizio della ricca e nobile Amanda Satriani di cui sta diventando amica... insomma, avrete capito che le streghe ci sono eccome, e resta solo da capire CHI, è una strega, e perché è così vicina alla vita di Carla, tanto da destabilizzarla. E' un libro che ha una complessità, forse un libro ambizioso, ma dal risultato buono. La critica dice che forse è un po' lento, inizialmente, ma è una condizione necessaria per poter costruire uno scacchiere così vasto come quello dove si svolgerà l'adrenalinica parte finale Il libro è ambientato in Centro Italia e ci lascia una ricetta che Carla prepara, gli stringozzi al pomodoro, tonno e prezzemolo.


Ingredienti per 4 persone 400 g di farina, olio, 2 spicchi d'aglio, prezzemolo, basilico, una sctoletta di tonno 250 gr, sale, pepe, 800 g di pomodori Preparazione Mettere sulla tavola di legno la farina e impastarla con tanta acqua fredda quanta ne serve per ottenere un impasto di giusta consistenza. Lavorarla a lungo finché sarà gonfia, liscia e formerà bollicine di aria. Stenderla in sfoglia sottile e ritagliarla in strisce di mezzo centimetro da far asciugare per mezz'ora. Mettere in una padellina qualche cucchiaiata di olio e far soffriggere l'aglio schiacciato. Quando l'aglio si sarà colorito, toglierlo e al suo posto mettere i pomodori tonno e basilico tritati. Condire con sale e pepe, mescolare e far cuocere a fuoco vivace per mezz'ora. Trascorso questo tempo, tuffare gli strangozzi in abbondante acqua salata bollente e appena l'acqua riprende il bollore scolarle e condirle con la salsa preparata.

RICETTE TRADIZIONALI

LA CROSTATA MORBIDA CON TRIPLA CONFETTURA.....un’esplosione di gusto!

LA SUA CASA, QUELLA DI MIRA, visitiamola e troveremo la ricetta ed altri consigli su come preparare piatti eccezionali !!!


E' RICCA DI IDEE

RICETTA IMPASTO CROSTATA VELOCE (ANCHE CON TRIPLA CONFETTURA)

INGREDIENTI 2 uova 7 cucchiai di zucchero 125 g di margarina qualche goccia di succo di limone 1/2 bustina di lievito farina confettura di more “ “ di mele cotogne e prugne “ “ di pomodori verdi PREPARAZIONE Impasto crostata veloce: lavorare le uova con lo zucchero poi aggiungere la margarina (senza grassi idrogenati) sciolta in un pentolino aggiungere il succo del limone e il lievito incorporare farina quanto basta fino ad ottenere un panetto che si possa lavorare bene sul tavolo ora stendere l‘impasto come se fosse una frolla senza farla riposare farcire, spalmare le tre confetture, con striscie e infornare a forno già caldo a 180° per 15 minuti.


Dal

film

RATATOUILLE

LA STORIA

Remy è un topolino della campagna francese, ha la passione per le cose buone e il sogno di diventare un vero cuoco. Lascia la provincia per trasferirsi a Parigi, nei sotterranei di uno dei più importanti ristoranti della città, reso famoso dal grande chef Auguste Gusteau. Per Remy la vita è dura, ogni giorno rischia di prendersi un coltello nella schiena, un mestolo sulla testa, una forchetta su un orecchio, ma le cose sembrano cambiare quando Remy incontra lo sguattero Linguini e nell'aggiustare una sua zuppa crea un nuovo piatto che viene elogiato dai maggiori critici culinari di tutto il mondo.

OLTRE AD innamorarsi del topino Remy, si rimane colpiti dalla scena nella quale il critico assaggia la ratatouille.. e riaffiorano ricordi di quando era bimbo e la sua mamma gliela preparava... Ma allora mi sono domandata " c'è qualcosa di diverso in quella ratatouille!" Ho letto che il consulente gastronomico del film di animazione Ratatouille è stato Thomas Keller (chef del French Laundry -Yountville, California- e di un impero gastronomico dal Per Se a New York alla catena Bouchon Backery) e la ricetta tradizionale si trova anche nel suo libro con il nome "confit Byaldi", un piatto inventato dallo chef Michel Guérard nel 1976 e divenuto noto attraverso lo chef Thomas Keller nel film citato senza friggere le verdure, togliendo i peperoni ed aggiungendo i funghi, nella versione di Keller vengono aggiunte due salse, una di peperoni e pomodoro, sul fondo e la vinaigrette in cima.


E' una ricetta che richiede pazienza e molto tempo.. sia nella preparazione che nella cottura.. però ne vale davvero la pena... la squisitezza delle verdure servite su quella specie di salsa di peperoni e condite con la vinaigrette ripaga della fatica!!!!! LA RICETTA: RATATOUILLE

Ingredienti Aglio

2-3 spicchi Alloro 2 foglie Cipolle 2 bianche Melanzane 2 strette e lunghe Peperoni 1 verde, 1 rosso Pomodori 500 gr. Zucchine 2 strette e lunghe Sale Pepe Olio di oliva extravergine 6 cucchiai Basilico per guarnire

PROCEDIMENTO Preriscaldate il forno a 180°. Sistemate su una teglia i peperoni tagliati a metà e SENZA semi. Infornateli e fateli arrostire per circa 15 minuti, fino a quando la pelle si staccherà facilmente. Lasciateli raffreddare per poter togliere la pelle e tritateli finemente con un coltello. Fate soffriggere a fiamma bassa lo scalogno tritato finemente e l’aglio in due cucchiai d’olio. Togliete l’aglio quando comincia a scurirsi e aggiungete i peperoni tritati. Fate rosolare il tutto per un minuto, aggiungete la polpa di pomodoro, salate e cuocete per circa 10 minuti mescolando e senza asciugare troppo la salsa. Aggiungete timo fresco prima di spegnere la fiamma e lasciate riposare qualche minuto. Lavate le verdure e tagliatele a rondelle sottili. Ungete una pirofila da forno e stendete uno strato di salsa di peperoni sul fondo, conservandone 4 cucchiai in una ciotola. Disponete le verdure sulla salsa alternando rondelle di zucchine, melanzane, pomodori e zucca gialla come nella foto.


Preparate una vinaigrette con olio, sale e timo fresco poco aceto balsamico e versatela sulle verdure. Con un foglio di carta da forno ricoprite interamente la pirofila e infornatela per 60 minuti a 160°. Successivamente togliete la carta da forno e rimettete la pirofila in forno per altri 15 minuti.Disponete le verdure sul piatto stando attenti a non rompere le rondelle. Decorate con un cucchiaio della salsa ai peperoni che avete messo da parte e un rametto di timo fresco.

IL CONSIGLIO DELLO CHEF Potete servire la Ratatouille come antipasto oppure come contorno per accompagnare del pesce grigliato. Potete anche servirla come piatto a sè stante accompagnandola con riso o pane abbrustolito.


UN CONTRIBUTO da Il coniglio mannaro:" Di Nonne, cipolle..."

“La piccola cucina è inondata di sole... “E’ la luce dorata, discreta e soffusa, di una giornata gelida d’inverno, in cui anche il sole si copre di soffici nuvole, come se persino lui soffrisse il freddo. Arriccio il naso, lo sguardo va ai fornelli dove borbotta un plotone di pignatte e tegami; quelli grossi, da guerra, che raramente vedono il mondo fuori dal proprio ripostiglio. Annuso gli effluvi che salgono lenti dalle mutevoli superfici di cottura, dove interfacce di composite miscele organiche gorgogliano, ribollono, gemmano in vescicole viscose, da cui traboccano con liquidi schiamazzi le vaporose risultanze delle energie convettive sottostanti.”

Zuppa di cipolle della nonna Per apprezzare il gusto ed il sapore di un tempo, quello delle tavole apparecchiate in maniera rustica, ecco la classica ricetta della nonna: la zuppa di cipolle. Proprio dalla tradizione contadina, la zuppa è arrivata sulle nostre tavole anche se alcuni storceranno il naso. Ingredienti per 4 persone: 4 grosse cipolle bianche, 1 spicchio d’aglio, 1 ½ l latte, 2 uova, 100 g parmigiano, 6 fette spesse di pane casereccio tostate, noce moscata, prezzemolo per guarnire, olio, sale, pepe.


Preparazione: pulite e tagliate a fettine cipolle e aglio, fatele stufare in una larga padella con 4 cucchiai di olio. Quando sono trasparenti coprite con parte del latte, salate e lasciate sobbollire per una mezz’ora. Togliete qualche forchettata di cipolle e tenetela da parte, frullate il resto, rimettete nel tegame con le cipolle tenute da parte, aggiungete il resto del latte, portate di nuovo a bollore e lasciate cuocere finché si è ispessita. In una larga zuppiera disponete le fette di pane, versatevi sopra le uova che avrete sbattuto con un pizzico di sale, una grattata di noce moscata e il parmigiano grattugiato. Al momento di andare in tavola versatevi sopra le cipolle e il loro brodo di latte bollente, una bella macinata di pepe fresco, coprite per cinque minuti, servite guarnendo con ciuffetti di prezzemolo.

UN PIATTO DALLA RIDENTE E GENEROSA PUGLIA ??!! DA UNA SIMPATICA ED ENERGICA "ZIA TERESA", DA UNA FAMIGLIA TRADIZIONALE UNA RICETTA REGIONALE ULTIMA DOMENICA D'AVVENTO..E COME NON FESTEGGIARLO CON UN PIATTO CHE ARRIVA DALLA RIDENTE E GENEROSA PUGLIA ??!!

"Orecchiette" perchè hanno questo nome, ci chiediamo noi PROFANI !! Perché hanno la forma di piccole orecchie, più grandi, come si fanno dalle parti di Brindisi, con farina integrale, dette recch d'i prevt , orecchie del prete. Mentre a Bari troviamo l' strascinaet, soprattutto quando restano piatte, senza la forma concava, infine presso le zone di Taranto, le chiancarelle.


E MO' TE LO DICO IN TUTTE LE LINGUE In Inglese Fresh pasta from Apulia In Francese Pâtes fraîches des Pouilles In Spagnolo Pasta fresca de la región Puglia In Tedesco Frische Nudeln aus Apulien QUALI SONO LE ORIGINI Chi sarà stato a lavorare farina o semola con acqua dando una forma così particolare a piccoli pezzi dell'impasto? Non si hanno testimonianze certe ed anche per le orecchiette girano “voci” diverse riguardo la loro provenienza. La tesi che più piace ai Baresi è quella che testimonia in città la presenza delle orecchiette già nel '500, secondo un testamento in cui il titolare di un panificio lasciava il negozio a sua figlia al pari di una dote data l'abilità della fanciulla nel fare questo tipo di pasta, le orecchiette. Gli antichi Romani sembra abbiano

contribuito a tramandare questo

tipo di impasto con le “lixulae” (1) , forse lontane parenti delle orecchiette, lavorate a mano, impastando farina e acqua, di forma concava, insaporite con formaggio. Anche i Francesi, anzi gli abitanti della Provenza, nel Medioevo potrebbero aver inventato questo particolare formato di pasta, lavorando semola di grano proveniente dal sud della Francia, ancora oggi uno dei più importanti Paesi produttori di grano duro. La pasta si lasciava asciugare, anzi “seccare” per evitare le muffe durante il trasporto. Sarebbero stati poi i Conti di Provenza, dinastia D'Angiò, durante la dominazione in Puglia, intorno al '200, a far conoscere tale forma di pasta dando il nome di orecchiette. MIA SORELLA CI OFFRE UN TRADIZIONALE CONTRIBUTO DOC

La ricetta di zia Teresa : orecchiette alla barese "Zia Teresa velocemente prepara la farina sul tavolo, aggiunge acqua e sale, impasta con perizia e altrettanto velocemente già vedi corti e tozzi spaghetti che poi con un fulmineo movimento del coltello diventano piccoli gnocchi: un leggero tocco con il dito indice e voilà ecco l’orecchietta delicata e al tempo stesso arcuata pronta ad accogliere il condimento. Questa donna di oltre ottanta anni, zia di mio marito, simpatica e


piena di energia, ha un sogno nel cassetto: diventare uno chef! E me lo confessa come un segreto che non ha avuto mai il coraggio di confidare a nessuno. “Certamente lo saresti diventata – dico io , mentre finisce di arrotolare le orecchiette - in cucina sei un portento! Non è mai troppo tardi !”. Mi guarda con la speranza negli occhi, poi ritorna nella realtà e con un’espressione tipicamente barese mi dà il giusto consiglio per la buona riuscita di un buon piatto di orecchiette:” Scola la pasta aqquànne iè sòpe alla tenùte!”. “Cioè?” dico io. “La pasta deve essere non troppo cotta, ma un po' al dente”."

Ingredienti per due persone 500 g di cime di rapa 2 cucchiai di olio extravergine 2 spicchi di aglio 2 filetti di acciuga sotto olio Peperoncino Sale q.b. 160 g di pasta "orecchiette"

PROCEDIMENTO Pulire le cime di rapa prendendo fiori e foglie più teneri, lavarle con abbondante acqua fresca corrente, mettere a cuocere la verdura in molta acqua salata e scolarla nel piatto di portata. Far cuocere le orecchiette nella stessa acqua dove sono state cotte le verdure, mentre la pasta cuoce, in un pentolino, posto su un altro tegame più grande con acqua portata ad ebollizione, mettere le acciughe, l’aglio, l’olio ed il peperoncino cosicché i filetti si sfaldino al calore. Scolare le orecchiette , versarle nel piatto di portata dove abbiamo sistemato la verdura, unire il contenuto del pentolino (olio, acciughe, aglio, peperoncino) ed amalgamare bene il tutto. Servire e, se si vuole, aggiungere una spolverata di pecorino o di ricotta “ascuante” formaggio tipico della Puglia


(1)da

Ilaria Roglieri La nascita delle orecchiette è avvolta nel mistero. Il poeta latino Varrone parla delle lixulae, un tipo di pasta a forma rotonda con il centro concavo ottenuta con farina, acqua. Nel Medioevo, nella zona provenzale, si produceva una pasta simile alle orecchiette, le crosets. Con il grano duro si lavorava una pasta piuttosto spessa, che veniva tagliata in dischi dal diametro irregolare, incavati con la pressione del pollice al centro. Alcune fonti attribuiscono alla Napoli duecentesca dei d’Angiò Conti di Provenza, il merito di diffondere la pasta provenzale con il nome di orecchietta. Essi avevano tra i loro domini anche le terre di Puglia. Si hanno notizie anche intorno alla seconda metà del 1500 da Giambattista del Tufo, scrittore napoletano le cui opere sono ricchissime di notizie storiche sugli usi e costumi dell’Italia meridionale. Per la prima volta le orecchiette venivano descritte come prodotto tipico di Bari. Il nome da quel momento diventa “strascinate e maccheroni incavati di Bari”. Secondo la tradizione locale, la forma delle orecchiette sembra s’ispiri a quella dei tetti dei trulli. Attorno alla fine del ’500, negli archivi della chiesa di San Nicola a Bari fu ritrovato un documento con il quale un padre donava il panificio alla figlia. Nell’atto notarile si poteva anche leggere che la cosa più importante lasciata in dote matrimoniale era l’abilità della figlia di preparare le recchietedde. La semola è l’ingrediente principale delle orecchiette. È una farina di grano duro, più granulosa e ricca di glutine. Talvolta viene utilizzata la semola integrale, più grezza. Per preparare le orecchiette, la semola va impastata con acqua tiepida, in un rapporto di circa 1/3 rispetto al peso della farina. Alcune versioni della ricetta prevedono anche l’aggiunta di un uovo che rende l’impasto più “calloso”. La ricetta vuole così: Prendi la semola, fai il camino, mettici al centro l’acqua opportunamente salata e impasta fino a quando la semola non assorbe tutta l’acqua. Qualcuno ci mette pure una o due uova per rendere le orecchiette più callose. Dopo aver impastato, riunire la massa tutta insieme e, quando diventa liscia come il velluto, metterla da parte coperta da un piatto per non farla asciugare. Tagliarne un pezzo, impastarlo per bene e stenderlo con le mani finché non diventi un bastoncino lungo e sottile; più sottile è, e più piccole verrano le orecchiette. Dopodiché prendere il coltello e cominciare l’opera. E qui sta il segreto perché è una questione di dita, di come si muovono fra impasto, coltello e piano. Col coltello raschiare avanti e dietro il piano per renderlo rasposo così da far venire la pasta rugosa e non liscia. Prendere lo “sferre” con le due mani appoggiando sopra l’indice e il medio e sotto il pollice: tagliare un pezzo di mazza e tirare, facendo con i due indici un mezzo cerchio sopra il tocchetto così che l’orecchietta si


rovesci direttamente sotto il coltello e non vada girata sul dito, come fanno quelle che non sono di Bari. Man mano che si fanno, mettere le orecchiette ad asciugare al sole. L’usanza vuole che le orecchiette per il ragù siano più piccole e preferibilmente secche, mentre quelle da fare con le cime di cavolo devono essere più grosse e fresche. Lo “sferre” è un coltello senza manico e non zigrinato, utilizzato per strascinare i pezzettini d’impasto sul tavolo. “U’ tavelidd” è invece un piano di legno su cui si lavora la pasta fresca. Più è usato e meglio funziona: infatti viene addirittura raschiato per conferire la tipica rugosità alle orecchiette. Le orecchiette hanno persino proprietà divinatorie. Per prevedere il sesso del nascituro, la futura madre era solita mettere nell’acqua bollente una recchietedde ed un pezzo di maccherone grosso detto zito. Al forte bollore, questi andavano su e gi nella pentola: se la donna vedeva salire a galla prima la recchietedde pronosticava che sarebbe nata una femmina. Se invece vedeva salire prima lo zito, sarebbe nato un maschio . Fonti: Signorile Vito, Ce se mange iòsce? Madonne ce ccròsce! Le tradizioni gastronomiche raccontate da un buongustaio, Gelso Rosso, Bari, 2008. Sbisà Nicola, Puglia in Tavola, Le ricette della tradizione, Adda, Bari, 2009


IL

CONTRIBUTO DI JESSICA: LA SUA STORIA FAMILIARE ED I SUOI CONSIGLI PER IL TRADIZIONALE CENONE LE RICETTE TRADIZIONALI:

...DOVE LE

RITROVIAMO?

MI HA CONQUISTATO DAPPRIMA CON LE SUE Storie dalla Cucina - Una tavola lunga mezzo milione di anni.

LO SPIEDO E date le sue origini bresciane non poteva non raccontarci un po' la storia dello spiedo, piatto - utensile tipico di questa città, incastrato perfettamente tra la tradizione bresciana e quella della sua famiglia. Un accenno storico e una storia che la tocca personalmente.Arrostire le carni direttamente sul fuoco è stata certamente la prima forma di cottura utilizzata dall'uomo dopo che l'ebbe scoperto, il cui uso domestico risale a circa due milioni di anni fa , mentre il primo focolare sinora individuato sembra posteriore di circa cinquecentomila anni. Nelle grandi cucine dei nobili e dei potenti sin dal Medioevo esistevano spiedi di diversa lunghezza e caratura, lo spiedo era in genere montato su anelli di un paio di pesanti sostegni di metallo disegnati per reggere lo spiedo ad altezza variabile messi direttamente davanti al fuoco di un camino.La specialità gastronomica dello 'spiedo”, o spet, a Brescia - ci ricorda Jessica - designa il piatto 'principe” della sua cucina, divenendo, nel corso dei secoli un vero oggetto di culto. Numerosi ristoranti offrono questo piatto da consumare sia sul posto che da poter portare a casa e lo si puo consumare anche nelle varie feste in tutti i villaggi e paesini che circondano la provincia. Jessica inoltre ribadisce come lo spiedo oggi si componga di pezzi di carni differenti, coniglio, maiale e pollo, pezzini di lardo, salvia e qualche patata. E in alcuni posti si trovano ancora i tradizionali uccelletti anche se lei quelli proprio non riesce a mangiarli. Detto questo ci dice che dalle sue parti, per molti anni è stato il piatto tipico da mangiare la sera della Vigilia.


LE BELLE TRADIZIONI “Per molto tempo, fin da quando era piccola la sua famiglia si riuniva a casa dei nonni materni e in questo ambiente caldo e familiare il nonno e suo papà se ne stavano a turno davanti al camino per un minimo di sette ore a far cuocere lo spiedo. Questa tradizione per lei era particolarmente toccante, soprattutto quando era piccola: vedere questi due uomini particolarmente cari al suo cuore sedersi davanti al camino. Preparare per tutti questo piatto era ormai la cosa che più aspettava nel periodo natalizio. Finito di cuocere lo spiedo lo si mangiava con tutta la famiglia che proveniva da vari punti dell'Europa, seduta intorno alla stessa tavola a raccontarsi tutto quello che a causa della lontananza non si era potuto condividere prima. Dopo la cena il fuoco si spegneva magicamente, e in qualche modo apparivano tanti piccoli pacchetti e pacchettini con carte natalizia e fiocchi rossi, sicuramente portati da Babbo Natale!” Per Jessica lo spiedo, la Vigilia e la feste con la famiglia erano e sono tutt'ora il momento che preferisce dell'anno. Oggi, dato che il macchinario per lo spiedo è andato perso nella casetta del nonno, lo hanno dovuto ricomprare ma la gioia è comunque grande e le tradizioni sono rimaste, come quella di raccontarsi tutto cio' che non si è potuto condividere durante l'anno lunghissimo in cui non ci si è visti ma la riunione è stata ricca di risate e tutto il resto... le è sembrato di nuovo di avere 10 anni, quando il nonno, ancora in forma e non essendo ancora malato poteva occuparsi del camino, del fuoco e dello spiedo.


PER IL CENONE DI DI SAN SILVESTRO... Pomponette in Cucina .....il piatto principale per la sera della Vigilia (31 dicembre) in tema marittimo, forse per ricordare le origini bretoni della famiglia oppure solo perché sono dei fan dei prodotti del mare, in ogni caso mi ha lasciato la ricetta della zuppa di pesce come la fanno loro : un misto tra il caciucco alla livornese e la Ragoût de Poisson celtica e la Bouillabaisse marsigliese. La ricetta di questo piatto si perde nelle orgini della Bretagna e dei porti di mare del sud della Francia, non si sa esattamente da dove provenga ma gli ingredienti di base sono ovunque più o meno gli stessi, ovvero i pesci che restavano impigliati tra le maglie delle reti dei pescatori e quindi sul fondo dei loro cesti. INGREDIENTI (per 4 persone): 200 gr di totani 200 gr di moscardini 200 gr di pesce spada 200 gr di seppie 200 gr di gamberetti 100 gr di preparato per soffritto 100 gr di passato di pomodoro 100 gr di vongole sgusciate 2 spicchi di aglio prezzemolo 3 foglie di alloro olio extra vergine di oliva sale e pepe 1 cucchiaino da caffé di concentrato di pomodoro 1 bicchiere di vino bianco

PREPARAZIONE: Lavare per bene gli ingredienti, sopprattutto quando vengono dal mare per evitare di trovare lische, ossi di seppia o semplicemente della sabbia. In una pentola dai bordi alti mettete un filo di olio, le foglie di alloro, gli spicchi d'aglio tagliati a metà e il preparato per soffritto. Lasciate soffriggere qualche minuto mentre taglierete i pesci a pezzettini. Dopo qualche minuto buttate anche il pesce in pentola (tranne i gamberetti che aggiungerete dieci minuti dipo) e sfumate il tutto con un bicchiere di vino bianco. Lasciate cuocere ancora qualche minuto e


poi aggiungete il cucchiaino di concentrato di pomodoro e la passata. Mescolate e abbassate il fuoco. Salate e pepate a piacere oppure aggiungete un dado e 1/2 e in seguito, lasciate cuocere a fuoco basso per circa 20 minuti,quando è pronto spegnete il fuoco e coprite di prezzemolo. Nel frattempo fate tostare delle fette spesse di pane in forno con un po di olio e aglio. Quando sono pronte preparate dei recipienti fondi, mettete sotto il pane grigliato e sopra la vostra zuppa. Se volete potete cuocere insieme anche delle cozze, noi le facciamo a parte perché Jessica ( come altri) è allergica . Se le volete cuocere separatamente dovete farle aprire in padella, sgusciarle e cuocerle in un pochino di olio, una foglia di alloro e del pomodoro. Semplice, buono e di grande effetto. Yeah!!!

Umberto Eco da Il nome della rosa I libri sono scrigni che contengono di tutto: possiamo trovarci anche delle ricette. Il “casio in pastelletto” è cucinato dal monaco deforme e vagamente eretico Salvatore, per Adso da Melk, che poi dividerà il piatto con il suo maestro Guglielmo da Baskerville. IL TESTO “E mi raccontò una strana storia. Disse che si poteva rendere qualsiasi cavallo, anche la bestia più vecchia e fiacca, altrettanto veloce di Brunello. Occorre mescolare nella sua avena un’erba che si chiama satirion, ben tritata, e poi ungere le cosce con grasso di cervo. Poi si sale sul cavallo e prima di spronarlo gli si volge il muso a levante e gli si pronuncia nell’orecchio, tre volte a voce bassa, le parole “Gaspare, Melchiorre, Merchisardo”. Il cavallo partirà di gran carriera e farà in un’ora il cammino che Brunello farebbe in otto ore. E se gli si fosse appeso al collo i denti di un lupo che il cavallo stesso, correndo, avesse ucciso, la bestia non sentirebbe


neppure la fatica. Gli chiesi se aveva mai provato. Mi disse, avvicinandosi circospetto e sussurrandomi all’orecchio, col suo alito invero sgradevole, che era molto difficile, perché il satirion viene ormai coltivato solo dai vescovi e dai cavalieri loro amici, che se ne servono per accrescere il loro potere. Posi fine al suo discorso e gli dissi che quella sera il mio maestro voleva leggere certi libri in cella e desiderava mangiare lassù. Facio mi,” disse, “facio el casio in pastelletto.”“Com’è?”. “Facilis. Pigli el casio che non sia troppo vecchio, né troppo insalato e tagliato in feteline a boconi quadri o sicut te piace. Et postea metterai un poco de butierro o vero de structo fresco à rechauffer sobre la brasia. E dentro vamos a poner due fette de casio, e come te pare sia tenero, zucharum et cannella supra positurum du bis. Et mandalo subito in tabula, che se vole mangiarlo caldo caldo.”“Vada per il casio in pastelletto,” gli dissi. Ed egli scomparve verso le cucine, dicendomi di attenderlo. Arrivò mezz’ora dopo con un piatto coperto da un panno. L’odore era buono.“Tene,” mi disse, e mi allungò anche una lucerna grande e piena di olio.“Per che fare?” chiesi.“Sais pas, moi,” disse con aria sorniona. “Fileisch tuo magister vuole ire in loco buio esta noche.”Salvatore sapeva evidentemente più cose di quanto non sospettassi. Non investigai oltre, e portai il cibo a Guglielmo. Mangiammo, e io mi ritirai nella mia cella. O almeno, finsi. Volevo trovare ancora Ubertino, e di soppiatto rientrai in chiesa…. Tradotta dal linguaggio proto-esperanto di Salvatore (“parlava tutte le lingue, e nessuna”), ecco la ricetta: Il casio in pastelletto INGREDIENTI - Formaggio tipo latteria - Burro o strutto - Zucchero di canna - Cannella in polvere

Prendere del formaggio non troppo vecchio e non troppo salato e tagliarlo a fettine. Mettere sul fuoco una pentola con un po’ di burro o strutto e porvi le fettine a intenerire. Quando la cottura è quasi ultimata, spolverare con zucchero e cannella. Servire caldo.


SIAMO AGLI SGOCCIOLI DEL 2013 E CONTINUIAMO A RICEVERE GLI ORIGINALI E FANTASTICI CONTRIBUTI PER QUESTA INIZIATIVA ORGANIZZATA DA ME SU GOOGLE PLUS DA "IL TACCUINO DELLE VOCI"

Blog di Innassia Z

UN SUGGESTIVO RIFERIMENTO A

Bella Notte

BELLA NOTTE è dolce sognar e lasciarsi cullar nell'incanto della notte le stelle d'or con il loro splendor sono gli occhi della notte

Sii vicino al tuo amore e a te ti stringerà la notte con la sua magia quanti cuor unir saprà è dolce sognar e lasciarsi cullar nell'incanto della notte Dolce sognar e lasciarsi cullar nell'incanto della notte

le stelle d'or


con il loro splendor sono gli occhi della notte Sei vicino al tuo amore e a te ti stringerà

La notte con la sua magia quanti cuori unir saprà è dolce sognar e lasciarsi cullar nell'incanto della notte …e si, il Natale è arrivato. Se non sapete che cosa cucinare anche nei giorni successivi , la curatrice del Blog Innassia Z, una giovane sarda DOC, suggerisce il piatto: spaghetti bella notte. E’ la ricetta di Lilli e il Vagabondo tratto dal libro “Disney ricette da fiaba. 101 ricette ispirate ai più bei film Disney” di Ira L. Meyer, a cura di Marcello Garofalo. E' un coloratissimo volume, pieno di foto e bozzetti inediti ma anche un manuale pratico di cucina. Finalmente gli irriducibili e golosi amanti dei fumetti potranno prepararsi da soli questi proverbiali spaghetti con polpette di Lilli e il vagabondo, ed anche la crostata di uva spina di Biancaneve e i sette nani Ira L. Meyer, con un colpo magico di bacchetta ha ricreato gli stessi piatti che i personaggi Disney gustano o cucinano nei film e nei cartoni animati. Ha mescolato sapientemente aromi e sapori, ha evocato le atmosfere incantate e le personalità dei protagonisti delle pellicole più amate dagli adulti e dai bambini di tutto il mondo. 101 originali ricette, appetitose e facili da preparare. E gli Spaghetti Bella notte sono con un buon

un piatto unico da accompagnare vino di annata.

INGREDIENTI PER IL SUGO: 60 g d’olio d’oliva, 4 spicchi d’aglio tritato, 30 g di cipolla tritata, 700 g di pomodori pelati, ½ cucchiaino di sale e pepe, 2 cucchiaini di zucchero, 2 cucchiaini di prezzemolo tritato, 10 foglie di basilico tritato


PROCEDIMENTO Scaldate l’olio in un tegame, aggiungete l’aglio e la cipolla e soffriggete fino a doratura. Schiacciate i pelati e aggiungeteli al soffritto. Portate a bollore e abbassate la fiamma. Aggiungete sale, pepe, zucchero e prezzemolo. Regolate di sale e cuocete a fuoco lento per 10 minuti. A fine cottura aggiungete il basilico. INGREDIENTI PER LE POLPETTE: 180 g di manzo magrissima, 60 g di trita di maiale, 60 g di vitello, 120 g di mollica di pane fresca oppure 100 g di ricotta, 60 g di latte, 30 g di parmigiano grattugiato, sale e pepe a piacere, 2 cucchiai di prezzemolo tritato, 1 uovo, 1 ½ di cucchiaio d’olio d’oliva, farina per infarinare le polpette.

PROCEDIMENTO In una terrina mescolate le carni tritate. Unite la mollica di pane dopo averla fatta ammollare nel latte (oppure usate la ricotta), il parmigiano, il sale, il pepe, il prezzemolo, l’uovo e l’olio d’oliva. Amalgamate il tutto e formate delle piccole palline. Versate un filo d’olio in una padella. Quando sarà caldo mettete nella padella le polpette leggermente infarinate e lasciatele cuocere per 3 o 4 minuti. Intanto portate a bollore abbondante acqua salata. Fate cuocere 500 g di spaghetti al dente, scolateli e saltateli con il sugo per circa 1 minuto. Disponeteli in un piatto da portata e mettete sopra le polpette. A parte servite il parmigiano, il sugo per chi desidera aggiungerne e il basilico al momento di servire.

Buon Appetito e Auguri di Buone Feste.


UN CONTRIBUTO D'ECCELLENZA: FOSCO MARAINI PER RICETTE TRADIZIONALI E LIBRI IN CUI LE RITROVIAMO

Trancio di Maialino in casseruola Per 6 persone. 1/2 kg di fesa di maiale 3 scalogni 2 noci di burro Succo di 1 limone 80 gr di pangrattato Una manciata di prezzemolo Timo e rosmarino Sale e pepe

PROCEDIMENTO Tagliare gli scalogni e rosolarli nel burro per 10 minuti. Aggiungere il prezzemolo tritato, il succo del limone, sale, pepe e pangrattato. Mescolare tutti gli ingredienti e lasciar raffreddare. Incidere la carne internamente in modo da poterla farcire. Riempirla con il composto.Tritare insieme timo, rosmarino e un pò di sale e pepe. Massaggiare esternamente la carne con questo trito.Scaldare un grosso tegame con un filo d'olio e rosolare l'arrosto su tutti i lati. Disporlo su una teglia da forno e cuocere a forno preriscaldato a 180° per un'ora circa. Tagliare a fette non troppo sottili e servire. Con l'omaggio a

Fosco Maraini e la sua “Gnosi delle Fanfole”

Banate un tronfo di maiale grongo, di grossa frammassa Forbitelo di odorastre, gramitelo di sale e maratelo col vino trefotto, finché è locchio. In una casseruola strafossola, trimite una cipollona in grighi


piccoli. Fate sgrattevolare nell’olio, gruvate di sale e fistrine. Morate la carne borra, lasciando sfrettolare da tutti i lati, finché stremola tutta e frungolisce bene. Poi remolate il fuoco, lemettate con il vino e stipettate un coperchio grongo, lasciando recolare finché sbollotta piano. Ripollate per due ore, sollinando di tanto in tanto finché il poppolo si sfella. Poi coffelate a tavola, ben prunito e reguroso. Col vino trefotto. APPROFONDIMENTO LETTERARIO DA

POPINGA ...

"La Gnosi delle Fànfole di Fosco Maraini, la straordinaria raccolta di poesie scritte in una lingua “composta di termini privi di senso se non per quello, obliquo, conferito ad essi dal loro stesso suono”, è stato il primo esempio italiano di “poesia metasemantica”. Maraini ha pubblicato questo piccolo capolavoro nel 1994, ma ci ha lavorato per almeno due decenni, con il minuzioso metodo di continua insoddisfazione, revisione, correzione, limatura e controllo che caratterizza i grandi poeti, quasi mai “ispirati” al punto da scrivere di getto versi immortali. In realtà, prima del 1994 sono comparsi qua e là sulle riviste letterarie e nelle raccolte collettive ed individuali alcuni esempi di poesie composte interamente o parzialmente con parole inventate, per cui il mio giudizio iniziale andrebbe in parte rivisto: Maraini ha portato a compimento artistico un’idea che era nell’aria in quegli anni di grande sperimentazione e, ancor prima, dai tempi dello Zang Tumb Tuum di Marinetti e dei futuristi. La cosa non deve stupire: i poeti sono, chi più chi meno, onomaturghi, inventori di parole, e, anche quando non ne inventano di nuove, sanno conferire a quelle vecchie nuovi significati e, attraverso il loro accostamento, aprire nuove prospettive da cui guardare dentro il mondo e noi stessi".


UNA SIMPATICA RACCOLTA QUELLA DI Ricette pronte in favola Dino Ticli in Ricette pronte in favola. Per chi vuole mangiare con i personaggi delle fiabe prende in esame dieci favole classiche (Cappuccetto Rosso, Biancaneve, Cenerentola, La bella addormentata, Il fagiolo magico, Il gatto con gli stivali, I tre porcellini, Hänsel e Gretel, Sette in un colpo, La Bella e la bestia) NE mette in risalto gli aspetti piÚ gastronomici proponendo poi le ricette per la realizzazione dei piatti di cui si parla nei racconti. Ne viene fuori un libro gustoso in cui oltre a un invito a riprendere la sana tradizione di raccontare le favole ai piccoli si lega la passione per la manualità e per il cibo che accompagna una sana crescita.


Torta di patate di Cenerentola...cosĂŹ nel libro

Ingredienti per 4 persone: 700 g di patate 250 g di spinaci 2 uova 50 g di parmigiano 150 g di mozzarella 75 g di prosciutto cotto pane grattugiato sale pepe e noce moscata se graditi

PROCEDIMENTO Lessare le patate, passarle al setaccio,mescolare la purea ottenuta con le uova e il parmigiano e gli spinaci lessati passati, sale pepe e noce moscata. Disporre metà composto in una teglia imburrata cosparsa di pane grattugiato, mettere uno strato di mozzarella e prosciutto, coprire con il resto dell'impasto, dei fiocchetti di burro e pane grattato. Forno caldo (180°) per 20 minuti.


Le favole SONO RICCHE di cibi e pietanze varie: tavole e manicaretti degni di re e regine, case di marzapane, delicatezze usate come merce di scambio. Mangiare, mangiare tanto, mangiare bene come metafora di un mondo incantato,

di un mondo felice. La bravura del raccontare favole, poi, è direttamente proporzionale all’inventiva che si ha nel rielaborare i menù che troviamo nelle fiabe stesse. Proviamo a raccontare a dei piccoli uditori la favola di Cappuccetto Rosso mettendo nel cestino della merenda che porta alla nonna tutte le leccornie che piacciono ai piccoli di oggi: i loro occhi si faranno grandi grandi e sentiranno la fiaba come più vicina alla loro esperienza

UNA FANTASTICA TORTA INTEGRALE, CAPPUCCETTO ROSSO

Ingredienti: 300 g di farina di farro integrale bio 250 g di zucchero di canna grezzo bio 1 tazzina da caffè per metà olio di sesamo e metà olio evo 300 ml di latte di soia bio 1/2 bustina di lievito per dolci 2 cachi bio 1/2 arancio bio


Procedimento: Amalgamare la farina di farro con lievito, zucchero grattuggiata, in un secondo momento la tazzina di olio; mescolando bene in modo tale da ottenere un crema aggiungere la polpa dei cachi amalgamando il tutto. E via 50 minuti.

e la scorza d’arancia versare il latte di soia liscia. Successivamente in forno a 180 per 40-

Questa appena descritta è la ricetta della torta che Cappuccetto Rosso prepara per la nonna ammalata che abita nel bosco, storia che si può raccontare ai propri bimbi o nipoti prima della nanna pomeridiana e prima della buona notte; la preparazione della torta fa parte integrante della fiaba e se proviamo a saltarla forse ve la chiede lui… torta …

UN NUOVO AMICO, FAUSTO,

SI E' AGGIUNTO AI CONTRIBUTI PER L'INIZIATIVA RICETTE DOVE LE RI-TROVIAMO....ECCO COME SI PRESENTA Memorabilie “La mia cucina è frutto di ricordi, di profumi, sapori ed immagini che mi tornano alla mente e, spesso, vedere un cibo o assaggiarlo, evoca sensazioni vissute e riposte in un angolo. Il cibo non è fine a se stesso, il cibo del convivio intendo, non quello del quotidiano… Esistono più livelli, uno che classifico “alimentazione” (ed è volto esclusivamente al sostentamento), poi si passa al “cibo” ed infine al “banchetto”. Anche da ragazzo ricordo nitidamente i banchetti, le feste ed i momenti in cui la tavola diventava aggregazione e fratellanza, i riti e le tradizioni che si tramandavano affinchè


“l’incantesimo” si rinnovasse la volta successiva.

La tavola ed il cibo intesi come momento aggregante, di confronto e di scambio di opinioni … un naturale slow-food in cui anche il tempo diventa componente essenziale per gustare ogni aspetto del ritrovarsi. Ci sono immagini che hanno segnato momenti legati a questa “filosofia”, talvolta ne ripesco qualcuna e, perchè no, è bello riguardarla e rinnovare il ricordo.

...ECCO IL SUO ORIGINALISSIMO E PERSONALE CONTRIBUTO DAL SUO SITO BLOG : http://www.chezmoibyfausto.it/involtini-di-spada-chezmoi/ TRADIZIONI RICORDI MEMORIA A casa, da piccoli, si sentiva il rumore della “lambretta” (l’Apecar era un mezzo molto usato per trasportare qualsiasi merce), poi il classico grido: “Alici e pruppi!!!!” (alici e polpi), o “custardeddi” (costardelle, che sono un pesce azzurro locale).Ogni commerciante ambulante aveva il suo richiamo riconoscibile e si passava dal “facitivi a provvista ri patati” (fate la vostra provvista di patate) a “varechina la vibonese” (candeggina di una marca di Vibo Valentia), e poi c’era don Paolo (il lattaio), lui non gridava ma suonava il clacson e noi

uscivamo a dargli la bottiglia vuota (rigorosamente di vetro) e ritiravamo quella piena di latte fresco, ma questo è un altro capitolo … Erano i suoni che portavano il mercato in casa e quando la “treruote” si fermava, si creava il classico capannello da bancarella … vociare, contrattare, schernirsi, tutto contribuiva a creare un’atmosfera unica.A volte, don Pepè, (un pescatore nato pescatore, con la faccia da pescatore, la voce da pescatore, le mani da pescatore ma i modi da “zio buono”) non si fermava davanti casa nostra, a volte mio padre lo incontrava più avanti, attorniato da quattro o cinque clienti e, se sollevava lo sguardo e diceva:”Prussuri, pi vvui pisci non ndavi” (professore per voi pesce non ce n’è), voleva dire che il pesce non era fresco di giornata…. Se arrivava con pesce spada appena catturato


(preda di una spadara di Bagnara), ecco che l’Apecar si fermava davanti casa nostra e “u Prussuri” usciva per comprarne delle fette.A casa nostra si faceva alla griglia, con l’immancabile “sarmurigghiu” (olio, limone, aglio ed origano selvatico), oppure si facevano gli involtini … gli involtini di spada che prendevo sempre al ristorante e che sono uno dei sapori della mia infanzia, indelebili ricordi della mia famiglia riunita attorno al tavolo….Se trovo pesce spada che abbia un colore ed un’aspetto che mi piace, ecco che “u Prussuri” che c’è in me non riesce a fare a meno di prenderne un bel trancio per ritornare a gustare, non solo qualche involtino, ma anche il “gusto” del rumore dell’Apecar, del vociare attorno a don Pepè e dell’armeggiare di mio padre per preparare “u sarmurigghiu”.Questa è una variante ai tradizionali involtini di pesce spada , arricchita da elementi diversi dall’agrodolce siciliano e dal “solo salato” reggino, serviti con contorno di chips di patata (cotte a microonde) aromatizzate con erbe provenzali.Gli aromi ed il sapore dei pomodorini confit bene si sposano con mazzancolle, pesce spada ed origano selvatico, esaltandone le “note” meridionali.

Involtini di spada “chez moi” Ingredienti: pesce spada pomodorini confit mazzancolle radicchio lattughina parmigiano reggiano pangrattato brandy olio e. v. o. origano selvatico -

Preparazione: Tagliare fette sottili di pesce spada (e "batterle" tra due fogli di carta oleata per appiattirle ulteriormente), disporle sul piano di lavoro e cominciare a distribuire gli ingredienti all'interno:Un mix di sale, pangrattato, origano selvatico secco e parmigiano reggiano su tutta la fettina, poi mettere all'inizio una coda di mazzancola cruda, a seguire uno o due pomodorini confit ed un pugnetto di radicchio e lattughina tagliati a striscioline sottili.Arrotolare bene, passare nel mix (pangrattato, parmigiano, origano e sale), metterne quattro o cinque accanto ed infilzarli con due o tre spiedini lunghi.Scaldare


bene una padella antiaderente, un filo d'olio e procedere ad una buona rosolata da entrambi i lati, sfiammare con il brandy e portare a fine cottura, coperti ed un goccio d'acqua in padella.


Pasta e Cavolfiore al Gratin da Luigi Parascandolo e Soci LA PATATA!!! Ecco, ve lo dico da subito perché già mi immagino le proteste: X: "Ma il cavolfiore puzza!" Y: "Peccato, ma io non lo digerisco..." Z: "Purtroppo mi causa degli orribili episodi di flatulenza". Basta aggiungere una patata e il cavolfiore si riduce a più miti consigli: aggiunta durante la bollitura del cavolfiore, ne riduce le emissioni pestilenziali e ne aumenta la digeribilità, oltre a ridurre il gonfiore. NON vi aspettate miracoli però eh!?! Ora, come si dice dalle mie parti, per il cavolfiore, la "morte sua" è con la pasta ammiscata (pasta mista), ma non avendola in casa ho usato delle conchiglie. Piccola nota di folklore sulla pasta ammiscata: quando ancora la pasta veniva venduta sfusa, il pizzicagnolo giù alla cantonata la riponeva in cassoni di legno e succedeva che, con le continue manipolazioni, una parte si rompesse. Nei cassoni quindi rimanevano i frammenti di pasta ('e minuzzaglie) che il bravo bottegaio ('o casantuoglio) raccoglieva a beneficio di chi non poteva permettersi di acquistare spaghetti, ziti, candele e quant'altro. La pasta ammiscata diventa così la pasta popolare per eccellenza: nella tradizione napoletana la si trova accompagnata da zucca, patate, cavolfiore, legumi etc. La pasta mista, lungi dall'essere vicina, nella filosofia o nella forma, alla pasta ammiscata, lo è nella sostanza, almeno per chi la pasta la mangia al dente: piccole disparità di consistenza per rendere ogni boccone, lievemente diverso da quello che lo ha preceduto e da quello che seguirà, quasi una sorpresa ad ogni cucchiaiata. A casa dei miei nonni, quando ero ancora ragazzo, era usanza prepararla, anzi farla preparare ai nipoti, si raccoglievano spaghetti, ziti, mafalde e quei piccoli rimasugli di pasta da buste e scatole varie e si tenevano buone le piccole pesti a spezzare la pasta, poco importava che gli spaghetti cuociono in 8 minuti e i ziti in 10. 'A pasta ammiscata se faceva accussì. E non fatevi fregare dalla pasta mista (formato speciale a prezzo speciale)... Quella cuoce tutta allo stesso modo.


GLI "APPRENDISTI PASTICCIONI"

Ingredienti per 6-8 persone: Per la salsa Mornay (a modo mio): 750ml di latte 100g di burro 100g di farina 2 tuorli formaggio grattugiato a piacere noce moscata sale Per la terrina di pasta e cavolfiore 1 gran bel cavolfiore (è il sapore principale, DEVE essere grande e bello) 400g di pasta corta, quella mista è fortemente raccomandata 1 scamorza affumicata di circa 300g a dadini salsa Mornay 2 o 3 salsicce (circa 400g) formaggio grattugiato 1 o 2 spicchi d'aglio peperoncino (facoltativo) Procedimento Per la salsa Mornay: Fondete il burro in un pentolino su fuoco basso e aggiungete la farina, fate tostare per un minuto e aggiungete il latte a filo, mescolando con una frusta, onde evitare la creazione di grumi. Quando la bechamelle inizierà a velare i bordi del pentolino togliete dal fuoco, aggiungete la noce moscata grattugiata al momento, un pizzico di sale i tuorli e il formaggio grattugiato (nell'originale andrebbe il gruyère, ma da bravi pasticcioni potete mettere quello che vi pare. Mica viene la polizia gastronomica a multarvi!?!) riprendete la frusta, rimettete sul fuoco e continuate a mescolare fino a raggiungere la consistenza desiderata.


Per la terrina: Lessate quel gran bel cavolfiore che avete acquistato (o raccolto dall'orto) in abbondante acqua salata, diviso in cime e accompagnato da una patata; scolatelo e tenete da parte. Sbudellate le salsicce, sgranatele e saltatele in padella, con giusto un filino di olio, quando saranno ben colorite, ma ancora morbide togliete dalla padella, conservando l'eventuale fondo che andrà integrato con 2 o 3 cucchiai di olio. Fate soffriggere nell'olio l'aglio in camicia leggermente schiacciato e il peperoncino quando l'aglio sarà ben colorito eliminatelo, spostate la padella via dal fuoco e versate dentro con molta attenzione le cimette di cavolfiore. Rimettete sul fuoco e fatele soffriggere, un po' schiacciandole con la cucchiarella, aggiustate di sale e fate rosolare. Riportate la salsiccia nella padella e fate saltare ancora per qualche minuto. Nel frattempo avrete messo su anche la pentola dove cuocerete la pasta, che appena sarà pronta andrà scolata e versata nel cavolfiore per farla insaporire. Vi consiglio di scolare la pasta poco prima che abbia raggiunto la cottura ottimale, visto che andrà sia saltata che infornata. Ricoprite il fondo di una pirofila con uno strato di salsa Mornay, versate metà della pasta condita e ricoprite con la scamorza e altra salsa. Coprite con l'altra metà della pasta, ancora salsa e una generosa spolverata di formaggio grattugiato. Mettete in forno a 180°-200° fino a quando la parte superiore non avrà raggiunto una discreta colorazione. impiattare prima di mangiare Jamme bbell, jà! Grazie Gigi.

ANCORA CONTRIBUTI DI SIMPATICI/CHE CURATORI/TRICI DI BLOG

Dapprima

Costanza ed il suo blog


che mi fa ricordare il periodo bello e spensierato in cui si

frequentavano le scuole elementari e si attendevano le festività natalizie con la preparazione , in casa, di dolci tradizionali. Nel suo caso il rammentare quel periodo è legato a dei biscotti...ma facciamolo raccontare a lei stessa......

Lebkuchen a modo mio "Ero in prima elementare e in un giorno di dicembre, all' ora di ricreazione, tirai fuori dalla cartella il mio Lebkuchen al cioccolato. Era la prima volta che lo mangiavo in pubblico, il Lidl era ancora di là da venire e nessuno in classe mia aveva mai visto qualcosa che assomigliasse anche solo lontanamente a questi biscottoni natalizi. Ovviamente attirai all'istante l'attenzione di tutti i bimbetti e siccome all'epoca abitavo a Firenze fu tutto un susseguirsi di "o icchè l'è?!!"......"ma icchè tu mangi??!"...... Così mentre quelli addentavano le loro focacce io spiegai che avevo appena ricevuto il mio pacco di Natale da Norimberga, me lo avevano spedito i miei nonni materni come tutti gli anni, e mica c'erano solo i Lebkuchen dentro, ma anche gli Spekulatius (i biscotti alla cannella),i Bratwurst (le salsicce di maiale speziate), il Christstollen (un pandolce con frutta secca e canditi)

............. Da come fissavano il mio Lebkuchen capì che erano più interessati a scoprire che sapore avesse piuttosto che ad ascoltare il mio resoconto! Così mi allontanai prima che qualcuno si azzardasse a chiedere un assaggio, di certo non avrei scambiato il mio Lebkuchen con le loro focacce!" "Oggi- ci ricorda Costanza- basta andare sul sito del produttore ufficiale e con un click possiamo farceli spedire direttamente a


casa in pochi giorni. Se poi si fa la spesa al Lidl probabilmente vi sarà capitato di vederli durante il periodo natalizio, magari li avrete anche acquistati, ma sappiate che se anche vi sono piaciuti quella roba ha solo l'aspetto dei Lebkuchen, non certo il sapore e men che meno il profumo!! " Ma per Costanza, anche se per antonomasia il vero Lebkuchen è quello di Norimberga, questi biscotti da secoli vengono fatti in diverse regioni della Germania e ogni regione ha una sua ricetta particolare.

IL NOME...CHE ORIGINE HA ? L'etimologia del nome è incerta, kuchen significa dolce, mentre leb potrebbe derivare dal latino libum (focaccia), oppure dalle parole tedesche laib (pagnotta) , leb-honigh (il tipo di miele utilizzato), leben (vita). Con sicurezza, ribadisce Costanza, "i Lebkuchen sono stati inventati nel 13° secolo dai monaci in Franconia. Ci sono documenti che attestano l'esistenza dei Lebkuchen a Ulm (Baviera)nel 1296 e a Norimberga nel 1395. Sebbene esistano molte varianti nella preparazione di questi biscotti, generalmente gli ingredienti più utilizzati sono miele, nocciole, mandorle, noci, frutta candita e un mix di spezie tra cui semi di anice, coriandolo, chiodi di garofano, zenzero, cardamomo, pimento, cannella, noce moscata...

Tradizionalmente viene usato come agente lievitante l'ammoniaca per dolci e l'impasto ottenuto viene messo su ostie chiamate Oblaten che possono essere circolari o rettangolari. I Lebkuchen possono essere rivestiti da una glassa di cioccolato, di zucchero a velo oppure lasciati al naturale. I Lebkuchen di Norimberga sono piuttosto grandi (quelli rotondi hanno un diametro di 10 cm) e sono morbidi all'interno. In altre zone della Germania sono invece dei veri e propri biscotti, più piccoli e croccanti. Costanza, la nostra amica, per fare i suoi Lebkuchen si è basata su una ricetta trovata tantissimi anni fa su una rivista tedesca e, a giudicare da quello che ha letto in rete, non è la ricetta per fare i classici Lebkuchen morbidi di Norimberga, ma quella per fare i Lebkuchen in versione biscotto. Costanza riporta le modalità per preparare quelli grandi e morbidi, quelli della sua infanzia:"...ho ridotto il tempo di cottura indicato nella ricetta, ho steso l'impasto piuttosto alto e ho usato un coppapasta di 10 cm invece della classiche formine per biscotti. Non ho usato l'ammoniaca per dolci nè le ostie


perché non le avevo, ma posso dire con soddisfazione che il risultato è stato comunque molto simile all'originale!!

BRAVA COSTANZA ....ED ECCO LA TUA RICETTA "Con queste quantità ho ottenuto 9 Lebkuchen da 10 cm (50 biscotti secondo la ricetta originale) INGREDIENTI E MODALITA' SONO ALLA BASE DELLA PREPARAZIONE 1 uovo più 2 tuorli 220 g di zucchero di canna 75 g di burro 50 g di mandorle in polvere 30 g di cedro candito 330 g di farina bianca 1 cucchiaino di lievito per dolci 1 cucchiaino di zenzero grattugiato 1 cucchiaino di cannella in polvere 1 cucchiaino di scorza di limone grattugiata 1 pizzico di noce moscata 1 pizzico di chiodi di garofano in polvere Per la glassa: cioccolato fondente e zucchero a velo Sciogliete il burro. Mescolatelo con lo zucchero, il cedro candito (tritato) e le spezie, l'uovo intero sbattuto con i tuorli. Mescolate la farina con il lievito e unite alla pastella, mescolando con una forchetta.Lavorate la pasta e stendete una sfoglia piuttosto alta, diciamo da 1/2 cm a 1 cm. Ritagliate i biscotti con un coppapasta di 10 cm. Se volete fare dei normali biscotti stendete la pasta più bassa e usate le formine per biscotti.Mettete i biscotti nella teglia coperta da carta da forno e cuocete a 160° per 10 minuti se volete fare i Lebkuchen morbidi come ho fatto io (in pratica vanno sfornati prima che comincino a dorare ed è indispensabile la prova stecchino) oppure a 170° per 12 minuti (o comunque fino a doratura) se volete fare i classici biscotti.In ogni caso tenete presente che induriranno raffreddando.


Quando sono freddi potete rivestirli con la glassa di zucchero a velo preparata mescolando 50 g di zucchero a velo con un cucchiaio di acqua. Oppure potete decorarli con la glassa di cioccolato facendo fondere il cioccolato fondente ( mi sono dimenticata di pesarlo!) con un po' di acqua. Ho poi cercato tra vari blog e ne IL FOGOLAR ho trovato altre notizie interessanti

Lebkuchen è un termine generico che indica un impasto a base di miele e spezie, tradizionale nei paesi di lingua tedesca, ma non solo: si tratta di dolci di antiche origini, e sono stretti parenti dei nostri panforte o panpepati. Passati in America con l'immigrazione centroeuropa, sono anche chiamati gingerbread. Nei paesi di lingua tedesca, i Lebkuchen sono biscotti asciutti, da appendere sull'albero, ma anche impasti più morbidi, tipo i BaslerLeckerli (di Basilea) o quelli di Norimberga. È un impasto morbido, che NON si stende per poi ritagliarlo con le formine, ma si mette a mucchietti sulle ostie, come del resto dice espressamente Fausto Fracalini nel suo blog Nota di Alda Muratore

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Luxembourg

Ma è una storia antica nel tempo Il Lebkuchen ci riporta alla preparazione di dolci simili già nell'antico Egitto con un valore religioso, per allontanare i demoni, come offerta. Ma Focacce al miele (DA DIETE STORICHE ,cosa mangiavano i popoli antichi?) ne avevano anche Greci e Romani. Nell'alto Medioevo ne preparavano i monaci e vi attribuivano proprietà curative per via delle spezie, le consumavano anche in quaresima o nei periodi di digiuno. Ecco perché si consumavano proprio sotto Natale, visto che a quei tempi l'Avvento era tempo penitenziale.


Poi la preparazione fu affidata ad apposite corporazioni artigiane, e nel '500 si sviluppò molto il commercio dei Lebkuchen, soprattutto in alcune città come Braunschweig e Norimberga, che anche oggi è la loro patria par excellence, sia perché questa città era un centro importante per l'apicoltura, per ragioni climatiche e territoriali; sia perché in quel periodo ebbe una forte ascesa economica come centro di scambio per il commercio delle spezie. Fu allora che senz'altro l'impasto semplice della focaccia speziata venne arricchito con altri ingredienti (frutta secca,con valore simbolico di morte e resurrezione).

ORA IL CONTRIBUTO DI...UN PIZZICO DI IDEE BLOG CURATO DA FEDE PER LA RASSEGNA ... RICETTE LIBRI FILM TRADIZIONI IN CUI LE RI-TROVIAMO

FEDE si presenta:"... passione, curiosità e voglia di sperimentare sono le cose che insegno ai miei figli condivise da mio marito. Amo tutte le arti manuali, sono affascinata da tutto ciò che mi circonda. Immagino, elaboro e creo con il cuore, con l'animo di una bambina scopro e mi stupisco delle mie piccole conquiste. Amo la vita in tutte le sue sfacettature. Prima di assaggiare un piatto lo annuso ad occhi chiusi per captarne le emozioni e per capire se riesco a trasmetterle ad altri!" E proprio l'espressione "Prima di assaggiare un piatto lo annuso ad occhi chiusi per captarne le emozioni "mi ha colpito per la sua semplice immediatezza


La zucchina, questo ortaggio ricco di proprietĂ , Fede lo usa per ogni squisitezza di moltissimi piatti.Ottimi fritti, spadellato per un sugo veloce, ripieno... e chi piĂš ne ha ne metta! Ed ora passo passo ci indica l' appetitosa ricetta per la sua FOCACCIA AI FIORI DI ZUCCHINA

INGREDIENTI: 500gr di farina manitoba 50gr di lievito madre secco(alternativa 1 bustina di lievito mastrofornaio) 300gr circa di acqua a temperatura ambiente 1 cucchiaino raso di sale aromatico(nel blog trovate la ricetta) 2 cucchiaini rasi di zucchero olio extra vergine di oliva 2 mozzarelle tagliate a cubetti MATERIALE NECESSARIO: pirofila 28 per 36 circa carta da forno pellicola tela o canovaccio COME SI PROCEDE.. Mettere la farina, lo zucchero, il lievito nell'impastatrice(lei ha il kitchen Aid ma penso che per gli altri modelli sia lo stesso) accendete e fate andare a bassa velocita,aggiungete l'acqua, poca alla volta, il sale, 2 cucchiai di olio. Per chi non usa l'impastatrice, mettere in una boulle nello stesso ordine gli ingredienti. L'impasto deve essere morbido e appiccicoso, raccogliete a palla e mettetela nella vostra pirofila rivestita con la carta da forno -

stendete un filo di olio


e iniziate a stenderla con le dita fino a coprire tutto il fondo della pirofila

coprite con pellicola e canovaccio,lasciatela lievitare per circa 2 ore lontano dall'aria.Trascorso questo tempo la nostra focaccia sarĂ  bella alta -

togliete la pellicola,date una spolverata di sale (facoltativo) infornate a 200°, con forno preriscaldato per circa 20 minuti, trascorso questo tempo aprite il forno adagiate i fiori di zucchina e spolverate con la mozzarella


infornate per altri 10/15 minuti

ecco qua, pancia mia fatti capanna! Fede termina così i suo i consigli per un piatto deliziosamente invitante:”In questa ricetta ho usato la mozzarella ma si usa spesso il formaggio tipo asiago dolce e d'altronde va bene qualsiasi formaggio che avete in casa.Volevo provarla con il certosino ma i miei figli si sono stizziti e ho optato per la mozzarella se per caso qualcuna di voi la sperimenta me lo fa sapere? Poi, se ne avanzate,il giorno dopo si può tagliare a mo' di panino e “sbaffarcela” con un affettato!mmmm...ah....noi avevavo del lardo d'arnard..UN PARADISO DI SAPORE!!!!


L’origine della zucca è controversa e un po’ incerta. Quest’ortaggio era conosciuto e coltivato, in varietà diverse, dai popoli più antichi, Egizi, Romani, Arabi e Greci; questi popoli la importarono con molta probabilità dall’Asia Meridionale, più precisamente dall’India. La sua coltivazione non era solo scopo alimentare, tanto che gli antichi Romani una volta svuotata la polpa e fatta essiccare la zucca , la utilizzavano come contenitore per il sale, latte o cereali o addirittura nericavavano piatti, ciotole, cucchiai, mentre i popoli più fantasiosi uno strumento musicale, le maracas sudamericane. La zucca fu conosciuta dagli europei solo dopo la conquista delle Americhe quando Cristoforo Colombo portò in Europa diverse varietà di zucca e di tutti i tipi: bislunga o rotonda, grande o piccola, verde, gialla, striata, rossa. Subito non godette affatto di ottimo prestigio e venne comunemente ritenuto un cibo della bassa plebe. La zucca inizialmente fu usata per sfamare il popolo contadino che col passare del tempo ne ricavò ricette prelibate. Le lunghe carestie fecero cadere i pregidizi sulle zucche e iniziarono a essere apprezzate anche dalle classi sociali più abbienti. Anche se inizialmente di quest’ortaggio colpì per la sua strana forma, finalmente aveva attirato l’attenzione del palato. Ci si accorse, infatti, che la sua polpa, diventava ottima se preparata con condimenti e aromi giusti. Tant' è che oggi si cucina in svariati modi, si può utilizzare per realizzare un primo o un secondo piatto e perché no anche per un dolce. L’ origine del suo nome potrebbe derivare dal latino cocutia che significa testa; nel tempo il suo significato prima di arrivare al nome attuale zucca è stato trasformato da cocuzza a cozuccca (termine ancora utilizzato nelle lingue dialettali di alcune regioni meridionali).

Ascoli Satriano

Il Polo Museale è ubicato nel complesso monumentale del Monastero di Santa Maria del Popolo, il complesso monumentale è costituito dalla chiesa e dal monastero. Non è da escludere che la chiesa sia antecedente al monastero e databile intorno al XIII secolo. È a due navate con abside poligonale. L’interno mostra ancora i segni evidenti dei restauri eseguiti a metà del Settecento, mentre la facciata è in stile seicentesco. L'apporto gastronomico del gruppo del Polo Museale è ricco della tradizione della zona foggiana .

ECCO IL LORO CONTRIBUTO


Ciccicuotti Ingredienti grano tenero commestibile, chicchi di melograno, noci sminuzzate, cannella, vaniglia, vincotto Preparazione In un recipiente mettere: il grano tenero, i chicchi di melograno, le noci sminuzzate, la cannella, la vaniglia; il tutto è amalgamato con il vincotto. Questo dolce è sconosciuto ai più giovani, sono poche le famiglie che usano ancora prepararlo. I ciccicuotti si avviano a diventare reperti di archeologia gastronomica. Si preparano il 2 novembre. Ricetta Ciccicotti o Cicc Cuott, il Grano dei Morti, piatto tradizionale della Festa dei Morti Ricetta tradizionale pugliese del Grano dei Morti, che nel dialetto è tradotto come ricetta Ciccicotti o Cicc Cuott, una ricetta antichissima che secondo taluni affonderebbe le sue origini addirittura nella cultura saracena. E’ a tutti gli effetti un piatto completo, anche se oggi viene considerato un dolce. E’ basato su grano cotto, melograno, noci e vin cotto. Si racconta che questo piatto venisse preparato in occasione della festività del 2 novembre per dar modo alle famiglie di dedicare tutta la giornata alle visite ai propri defunti. Non c’era tempo per cucinare ed era anche una forma di rispetto per i morti. Al rientro, quindi, c’erano solo i cicc cuott.

I SIMBOLI C’è poi tutta una simbologia legata agli ingredienti di questo piatto. La simbologia del Melograno ha radici antiche, la si trova raffigurata in diverse opere egizie, greche e romane. Nell’antico Egitto il Melograno veniva utilizzato nelle cerimonie funebri a simboleggiare il nutrimento per i morti, mentre in Grecia veniva spesso raffigurato in mano alle divinità come frutto sacro. Nella tradizione cristiana, poi, il Melograno viene associato al sangue di Cristo e dei martiri. Una leggenda vuole che un apostolo avesse raccolto i sassi bagnati del sangue di Cristo sulla via del Calvario per metterli poi in un sacchetto. Alla sera i sassi erano spariti ed al loro posto era comparso un Melograno. Anche il grano ha una simbologia ben precisa. Nell’antico Egitto la spiga dorata era attributo di Osiride. Nella mitologia babilonese il dio Tammuz incarnava lo “Spirito del grano”: era un giovane dio che ogni anno moriva per poi tornare in vita, così come il seme di grano deposto nella terra deve morire per poi rivivere come germoglio e poi come spiga.


Un tema questo che viene ripreso nei vangeli. Nel passo famoso del vangelo di Giovanni (12, 24-25) il Cristo dice testualmente: “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Il chicco di grano diventa il simbolo del Cristo che si sacrifica sulla croce per poi risorgere, ma anche il simbolo dell’uomo che deve rinunciare a se stesso se vuole risorgere alla vita divina. GLI INGREDIENTI del Grano dei Morti: 800 gr di grano 400 gr di noci 2 melograni 100 gr di zucchero mezzo litro di vino cotto 100 gr di cioccolato (facoltativo) PROCEDIMENTO Riempite una pentola di acqua, deve contenere acqua per circa tre volte il volume del grano. Fate venire a bollire e cuocete il grano per circa cinque minuti. Poi coprite con un coperchio e tenete a bagno il grano per qualche ora, anche tutta la notte. Il mattino dopo troverete il grano completamente aperto, come ‘esploso’. Toglietelo dall’acqua e mettetelo in una ciotola capiente. Aggiungete lo zucchero, le noci sgusciate e spezzettate grossolanamente, il melograno sgranato e irrorate abbondandemente di vino cotto. Mescolate bene e se vi piace aggiungete dei pezzi di cioccolato. Viene ormai fatto in pochi paesi, ma con mia grande sorpresa ho trovato alcuni siti che addirittura parlano di sagre dei ciccecuotte, come questo a Sant'Agata di Puglia "Sagra dei ciccecuotte", ed anche nel blog di Ornella se ne parla come "La colva" In passato, infatti, un'antica usanza vedeva in molti paesi del foggiano, preparare nel periodo dedicato ai defunti, questo semplice dolce, fatto di ingredienti poveri e che si avevano in casa: chicchi di grano cotti, acini di melograno e vino cotto di uva I bambini, una volta, nel periodo dei morti bussavano alle porte delle abitazioni e, al canto di un ritornello, chiedevano un pò di "cicc cutt" e non caramelle e altro come oggi. Si insegnava ai bambini il rispetto di questo periodo, come rispetto per i propri cari defunti. Un pò per esorcizzare la paura che potevano fare i defunti. Ma a spaventare non erano i defunti.. In passato a spaventare era la povertà, e la povertà faceva modo che estro e fantasia si sprigionassero anche nei dolci e quindi si utilizzava tutto ciò che si aveva in casa. Li cicc cuott p' l'aneme 'li muort Nei giorni dedicati ai Defunti, fatti di mazzi di crisantemi, vi è chi vuole condividere la ricetta di un dolce tradizionale che viene preparato alla Vigilia del giorno dei morti nel paese della suocera della curatrice del Blog che vive a Deliceto, nel Subappennino meridionale Li cicc cuott p' l'aneme 'li muort, ovvero il grano cotto in onore delle anime dei defunti. Se si hanno a disposizione un pò di melograni, ci si può mettere all'opera, volendo riassaporare quel gusto del passato con ingredienti poveri ma essenziali :


@ 300 gr di grano @ 100 gr di melograno @ 100 gr di cioccolato fondente @ 100 gr di mandorle o nocciole o noci o miscuglio di tutti e tre @ 1 pizzico di cannella @ 1 pizzico di garofano @ Vino cotto d'uva 6 cucchiai COME SI PROCEDE Cuocere il grano in abbondante acqua salata, farlo raffreddare e poi aggiungere i chicchi di melograno, il cioccolato a pezzetti grossolani, la cannella, il garofano, le mandorle sminuzzate e il vino cotto, mescolare, lasciare insaporire e poi assaporare. Ed ecco qua i cicc cutt I LINK DEI BLOG DA CUI SONO STATE PRESE LE NOTIZIE http://pagnottina.blogspot.it/2010/10/ciccicotti-o-cicc-cutt.html http://www.paponeincucina.it/?p=1170

Rassegna di due libri che trattano di cibi e ricette ed in una delle pagine pi첫 celebri e citate della letteratura, ecco il sapore e il profumo di ,una madeleine


LA PAGINA DI "DONNA MODERNA" improvvisa e travolgente sinestesia che riporta l'autore, Marcel Proust, la sua infanzia.

alla memoria

Questa sensazione ed anche la necessità di trasformarla in scrittura, offre lo spunto a Proust per iniziare il ciclo di Alla ricerca del tempo perduto, dove le pagine legate al cibo sono assai intense: ecco il personaggio di Francoise,della cuoca, della zia Léonie, della passione per il gelato dell'amata Albertine (e di quella di Odette de Crécy per il cioccolato)

Odette de Crécy o della straordinaria armonia sonora delle grida dei venditori del mercato di Parigi;


oppure delle precisissime descrizioni del ricevimento in casa di Mme de Villeparisis

Mme de Villeparisis o addirittura del pranzo dalla duchessa di Guermantes,

Guermantes infine della serata da Mine Verdurin nella Prigioniera

UN ....SAPORITO PIATTO da IL TEMPO RITROVATO grandi classici), 1997.

Marcel

Proust- Mondadori

Insalata di patate,

piccante

(Oscar


Per 2 persone 3 grosse patate lesse 2 uova sode 4 cetriolini sott’aceto 1 cucchiaio di senape olio extravergine d'oliva Tabasco maionese 50 -70 g sale e pepe PROCEDIMENTO Pelare le patate, tagliarle a pezzetti e schiacciarne la metà. Tritare i cetriolini. Sgusciare le uova e dividere i tuorli dagli albumi, poi tritare gli albumi. Mettere i tuorli in una ciotola, e amalgamarli con con la maionese, la senape, l’olio e qualche goccia di Tabasco, del sale e pepe macinato al momento. Riunire in un’insalatiera le patate, i cetriolini e gli albumi, aggiungere la salsetta piccante appena preparata, mescolare con cura. Aggiustare di sale e mettere in frigorifero per circa un’ora prima di servire.

Un altro personaggio della Rassegna di libri che trattano di cibi e ricette, è Joyce, artista goloso, ed il suo romanzo Ulisse

Questo libro che apre il Novecento letterario, l'Ulisse di Joyce, mette in evidenza ed illustra i gusti del protagonista Leopold Bloom, molto meno raffinati di quelli di Proust:


Bloomsday - Dublino «Mr

Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e di volatili. Gli piaceva la spessa minestra di rigaglie, gozzi piccanti, un cuore ripieno arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d'urina leggermente aromatica». E’ giovedì 16 Giugno 1904, nel testo di Joyce. Ogni 16 giugno, per ricordare il capolavoro di Joyce, «a Dublino – spiega il quotidiano di El Mundo di Madrid – migliaia di appassionati dell’Ulisse percorrono a piedi lo stesso tragitto fatto da Bloom che, imitando l’eroe omerico, deambula per le strade della capitale irlandese per poi tornare a casa, al tramonto, dall’infedele moglie Molly» Le guide turistiche indirizzano il turista (come mi ha raccontato F. la cui famiglia è fan da sempre di questo autore) a percorrere il sinuoso vagabondare per le vie e le piazze della loro città del moderno Ulisse. La celebrazione rappresenta quasi un ripensamento tardivo verso l'autore rifiutato ed accusato di aver tradito la patria irlandese, ed anche nei confronti del libro respinto e proibito (il romanzo potè entrare nelle librerie solo nel 1966, 44 anni dopo la pubblicazione).

L' ITINERARIO DI JOYCE E DEL SUO ULISSE


Ed all’alba di quel 16 Giugno Leopold si incammina per il suo vagabondare nella città e nel mondo. Uomo comune e senza qualità. E subito Joyce "ci fa sentire" l’allegro vivace di una sinfonia del cibo, che tornerà più volte ad emergere nel tessuto narrativo del romanzo. La trama è costituita da una giornata qualunque di un uomo qualunque, l’uomo massa del mondo moderno, il moderno Ulisse Cosa attrae in Joyce? La caratteristica che mantiene e conserva gelosamente del vecchio Ulisse cioè la sua curiosità, nel dire, nel fare, nello scoprire, nell’osservare.

UN passo molto simpatico: All’inizio della seconda parte dal titolo Odissea, Bloom inizia a preparare la colazione alla moglie che è ancora a poltrire sotto le coperte, riflette su cosa preparare ed alla fine opta per un the con qualche fetta di biscottata imburrata, ma il suo pensiero e il desiderio culinario lo portano con la mente ad un pasto molto più sostanzioso che lui preferisce oltre ad una cucina sostanziosa: "Gli piaceva la spessa minestra di rigaglie, gozzi piccanti, un cuore ripieno arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto .... I carboni si arrossavano. Non le piaceva il piatto troppo pieno.Giusto...La gatta intenerita girò attorno a una gamba del tavolo con la coda ritta"(pag.53)


Ostia, Borghetto dei Pescatori: la 'sagra della tellina' ha festeggiato 50 anni

...prima di andare ai fornelli....un po' di tradizioni Allo storico Borghetto 4 giorni dedicati allo storico mollusco Giovedì 29, venerdì 30, sabato 31 agosto e domenica I settembre sono i giorni che ogni anno vengono dedicati nel Municipio di Ostia, quartiere di Roma, sul mare, alla festa culinaria più attesa del litorale romano: la Sagra della Tellina. La manifestazione è ricca di intrattenimenti, incontri con i pescatori e soprattutto di golosissimi spaghetti con le telline. Circa 12 quintali di pasta conditi con olio, aglio, peperoncino e 10 quintali di telline rigorosamente provenienti dal litorale romano, aspettano ritualmente di essere distribuiti dalle 13 fino a sera. Quest’anno come non succedeva da tempo il mare ha infatti regalato tanto prodotto locale.

Al Borghetto dei Pescatori padelle pronte per le telline Chi abita nello storico Borghetto dei Pescatori, nel cuore di Ostia, giura che l’odore degli spaghetti arriva fino al mare e oltre.


il gas, sotto le padelle giganti, si accende solitamente molto presto per la preparazione del pistto tipico e quest'anno soprattutto per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sagra della tellina. Questo prelibato piatto che, mare permettendo, viene celebrato ogni anno in questo angolo di litorale, si gusta in questo periodo d fine estate: un vero e proprio rito per tutti i residenti e non solo. Il mare quando dona una quantità di telline significa che le condizioni delle acque stanno migliorando. Il mollusco infatti si trova solo dove l’acqua è pulita e l’idea che la tellina sia tornata sul litorale di Ostia è il miglior incentivo alla pesca Quest'anno, in occasione del mezzo secolo di storia, gli spaghetti sono stati cucinati da cuochi professionisti che hanno affiancato i cuochi tradizionali del Borghetto dei pescatori. Presenti anche chef dell’Aic , associazione celiaci, che hanno preparato piatti senza glutine. Poi balli e intrattenimento per grandi e piccini anche con musica latinoamericana e imperdibile, domenica pomeriggio alle 16, la suggestiva processione di barche dei pescatori con la Madonna Stella Maris, loro protettrice. Le imbarcazioni, compresa quella piccola con i bambini della scuola velica della Lega Navale, hanno accompagnato la Madonna dal canale dei pescatori fino al Pontile di Ostia da dove hanno gettato la corona di fiori. Un rito con il quale si celebra il tradizionale «Matrimonio con il Mare», un’antica cerimonia religiosa attraverso la quale i marinai cercano di propiziarsi la benevolenza del mare attraverso un matrimonio simbolico tra il pescatore e la Madonna. Lo sposalizio del mare nasce da un’antica leggenda che narra la vicenda accaduta nel 1445 quando Pietro Barbo, Vescovo di Cervia, fu sorpreso da una terribile tempesta in mare al suo ritorno da Venezia: per placarla diede in pegno alle acque l’anello pastorale salvando così se stesso e l’equipaggio. Da allora la tradizione viene rispettata ed ogni anno si rinnova la benedizione delle acque ed il matrimonio con il mare.

L'AMBIENTE Il litorale romano è un tratto di costa ancora ricco di biodiversità, con una vegetazione costiera che si è conservata in larga parte e numerose comunità di pescatori che praticano ancora la piccola pesca costiera e praticano ancora alcune tradizioni locali come la pesca della tellina.

IL MOLLUSCO La tellina (Donax trunculus L. si trova comunemente sulle coste italiane ovunque ci siano fondali sabbiosi ma, nella zona da Passoscuro a Capo d'Anzio, parte della quale nella Riserva Naturale del Litorale Romano, la pesca è sempre stata abbondante e rinomata fin dai tempi romani, PER qualità e finezza della sabbia. Lo confermano documenti del '500 dove si parla di cessione dei terreni destinati a tale attività: "ai 18 di aprile del 1595 Andrea Cesi vendette a favore del cardinale Girolamo di Ciriaco e di


Asdrubale fratelli Mattei, la peschiera delle telline esistente sulla spiaggia del mare del casale di Corteccia e Cesolina o Villa, per scudi 2000". Recentemente da Minturno, nei pressi di Latina, le comunità di pescatori si sono spostati stagionalmente per pescare lungo la dove sfociano il Tevere e l'Arrone, fermandosi dove la pesca era più propizia e costruendo delle capanne sulla spiaggia per ripararsi. Erano nomadi del mare, si fermavano ogni stagione in un punto della costa e, dove si fermavano, costruivano capanne che riutilizzavano anche negli anni successivi. Non pescavano solo telline ma anche altre specie che trovavano sotto costa. Quando questi gruppi di pescatori decisero, alla fine degli anni '50, di fermarsi stanzialmente nei luoghi di pesca, comparvero i primi villaggi dei pescatori fatti in muratura, costruiti dove un tempo sorgevano le capanne di legno. E' possibile ancora oggi osservare questi primi nuclei di insediamento a Fregene, a Ostia e in altre località lungo le poche decine di chilometri di questo litorale. Questo mollusco è ormai ricercato, nella forma bivalve più dolce e delicato di altri molluschi, più piccola e dal gusto inconfondibile, tanto che va condita poco per rispettarne le delicate qualità. Oggi la gastronomia anche casalinga ne ha fatto un simbolo dedicandole il piatto più famoso: spaghetti con le telline ( e quando non si trovano in pescheria o presso i pescatori) con le vongole.Piatto che ha trovato il suo momento di massimo splendore negli anni '50, nel periodo della Dolce Vita, quando sulle spiagge del litorale arrivavano dalla vicina Cinecittà attori e registi, tra i quali Federico Fellini, a degustare le pregiate telline. Solo con il mare calmo è possibile pescarle ed è una attività - pesca che si pratica tutto l’anno, ad eccezione dei periodi di fermo biologico della pesca in aprile. I pescatori usano solo i rastrelli da natante o i rastrelli a mano e lo fanno con piccole imbarcazioni da pesca costiera.

MA VI E' UNA MODALITA' PARTICOLARE PER CUCINARE I MOLLUSCHI , QUESTA E' LA RICETTA DI MATTEO, IL “COCCOLOSO” FIGLIOLONE CHE CI CONSIGLIA COSI'

ECCOLA A VOI... - una volta acquistato circa un kg (per quattro /cinque persone) di lupini o telline o vongole veraci o tartufi di mare (meglio i lupini perchè più saporiti anche se più piccoli, anche aw il top è fare un misto tra lupini e vongole veraci/telline) metteteli a bagno in acqua fredda per almeno 30 minuti - prendete i molluschi levateli dall'acqua e metteteli dentro una padella con coperchio, su fiamma viva. Ogni tanto controllate che si aprano: man mano che si schiudono, levateli con


un cucchiao o pinza - fate raffreddare i molluschi e poi sgusciateli lasciandome magari qualcuna come guarnizione e immergete quelli sgusciati nel vino bianco. - prendete l'acqua rimasta in padella dopo che si sono aperti e mettetela da parte (filtratela se ce ne fosse bisogno) - simultaneamente avrete fatto soffriggere dell'olio con aglio e peperoncino in una padella dal fondo concavo (tipo wok). - buttate spaghetti o vermicelli in acqua salata. - scolateli a metà cottura mantenendoli un pò bagnati e metteteli nella padella del soffritto. - aggiungete per gradi l'acqua dei molluschi in modo tale da far finire la cottura degli spaghetti nella padella. Negli ultimi due minuti aggiungete le vongole/lupini/telline - impiattate aggiungendo prezzemolo fresco e le vongole col guscio

COLLAGE DELL'INIZIATIVA La nostra amica dal suo blog

CHAOS LA SFINGE consiglia "mangiare bene stando poco ai fornelli: ricette domenicali veloci Ecco come si confida:” ...quello della domenica è anche il nostro spazio di relax dove ci concediamo una piccola chiacchierata come in un breve diario personale....così di domenica mi auguro che voi l'abbiate trascorsa senza troppo sgobbare ai fornelli …... Certo potete sempre provare a coinvolgere tutti nella interessante ed allegra attività “in cucina” “... ma non è sicuro che si riuscirà ad avere successo in questa attività per coinvolgere tutti. La Nostra Amica, per godere un giorno di meritato riposo, suggerisce di programmare un pasto gustoso, veloce e poco impegnativo nella preparazione. Dal primo con pasta fresca ( ad esempio tagliatelle)...


presa al supermercato dove alcune paste sono veramente buone e ti fanno venire voglia di cucinare...si avrà un primo speciale condito col burro o con una salsa al pomodoro, oppure con besciamella e prosciutto cotto a pezzetti. IL SECONDO ...

Scaloppine al vino bianco Scaloppine in numero pari a quello dei commensali, o una o due in più nel caso qualcuno chiedesse il bis, poi burro, farina, vino bianco e un pizzico di sale.

PROCEDIMENTO Fare sciogliere il burro in un tegamino coperto e capiente da disporvi le scaloppine, infarinare la carne, adagiare le fettine sul fondo della teglia, girarle quando sono cotte dal primo lato. Una volta rosolate aggiungere una tazzina da caffé di vino bianco e lasciar evaporare, coprire e lasciare cuocere evitar che si asciughi la salsetta: devono risultare tenere, non secche. Spegnere e lasciare coperto. Si possono servire con contorno di patate o insalata o verdure cotte. Potremmo rac-cordare le Ricette dalla tavola del famoso set del film "Indovina chi viene a cena?" con la nostra iniziativa perché in quel set si servirono scaloppine per festeggiare l’incontro tra le due famiglie.


IL CONTRIBUTO DI Marco Fulvio Barozzi (BLOG Scienza e letteratura: terribilis est locus iste) con QUESTO RISOTTO D'AUTORE: “Risotto alla milanese", ricetta di C. E. Gadda” Non è solo questione di fame, riguarda la perizia culinaria. La prova la troviamo in un breve racconto pubblicato da Gadda sulla rivista dell’Eni, Il gatto selvatico nell'ottobre del 1959. E' noto che cucina e narrativa hanno un lungo e consolidato rapporto. Da secoli e millenni. Non c’è scrittore che non se ne sia occupato, mettendo a tavola i suoi principali personaggi "L'approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, tipo Vialone, dal chicco grosso e più tozzo del chicco tipo Caterina, che ha forma allungata, quasi di fuso. Un riso...con il chicco qua e là coperto dai residui sbrani d’una pellicola, il pericarpo, come da una lacera veste color noce o color cuoio... cucinato a regola, dà luogo a risotti eccellenti, ricchi di quelle vitamine che rendono insigni i frumenti teneri, i semi, e le loro bucce velari. Il risotto alla paesana riesce da detti risi particolarmente squisito, ma anche il risotto alla milanese: un po' più scuro, è vero, dopo l'aurato battesimo dello zafferano. Recipiente classico per la cottura del risotto alla milanese è la casseruola...di rame stagnato, con manico di ferro, vecchia e pesante casseruola ricco arredo della vecchia, della vasta cucina e faceva parte come numero essenziale del « rame » o dei «rami» di cucina, lucidi rami figurano sull'ammattonato, a rimandare un raggio del sole che, digerito il pranzo, decade. Rapitoci il vecchio rame, non rimane che aver fede nel sostituto: l'alluminio. La casseruola, tenuta al fuoco pel manico o per una presa di feltro con la sinistra mano, riceva degli spicchi o dei minimi pezzi di cipolla tenera, e un quarto di ramaiolo di brodo, preferibilmente di manzo: e burro lodigiano di classe. Burro, quantum prodest, udito il numero de' commensali. Al primo soffriggere di codesto modico apporto, butirroso-cipollino, per piccoli reiterati versamenti, sarà buttato il riso: a poco a poco, fino a raggiungere un totale di due tre pugni a persona, secondo l'appetito prevedibile degli attavolati: né il poco brodo vorrà dare inizio per sé solo a un processo di bollitura del riso: il mestolo (di legno, ora) ci avrà che fare tuttavia: gira e rigira.


I chicchi dovranno pertanto rosolarsi e a momenti indurarsi contro il fondo stagnato, ardente, in codesta fase del rituale, mantenendo ognuno la propria « personalità »: non impastarsi e neppure aggrumarsi. Burro, quantum sufficit...deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l'aggiungervi a mano a mano del brodo...un po' per volta, a principiare da due mezze ramaiolate di quello che avrete in pronto. In essa disciolto lo zafferano in polvere, vivace,incomparabile stimolante del gastrico, dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè. Il brodo zafferanato dovrà aver color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, ventiventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio: per gli stomaci timorati basterà un po' meno, due cucchiaini rasi, e non colmi: e ne verrà fuori un giallo chiaro canarino. Ancora Gadda, insuperabile, dice che "quel che più importa è adibire al rito un animo timorato degli dei è reverente del reverendo Esculapio o per dir meglio Asclepio, e immettere nel sacro « risotto alla milanese » ingredienti di prima (qualità): il suddetto Vialone,burro di Lodi, le suddette cipolline; per il brodo, un lesso di manzo con carote-sedani, dalla pianura padana, per lo zafferano consiglio Carlo Erba Milano in boccette sigillate, di dieci dodici, al massimo quindici, lire a persona.... Per il burro, in mancanza di Lodi potranno sovvenire Melegnano, Casalbuttano, Soresina, Melzo, Casalpusterlengo, tutta la bassa milanese al di sotto della zona delle risorgive, dal Ticino all'Adda e insino a Crema e Cremona. Alla margarina dico no! E al burro che ha il sapore delle saponette: no! E si continua:" in aggiunte pensabili, consigliate o richieste dagli ipertecnici, le midolle di osso (di bue) delicatamente serbate in altra scodella, sul riso dopo metà cottura all'incirca: una almeno per ogni commensale: rimestate dal mestolo (di legno, ora) con cui si adempia all'ultimo ufficio risottiero. Le midolle conferiscono al risotto, una sobria untuosità: e assecondano, pare, la funzione ematopoietica delle nostre proprie midolle. Due o più cucchiai di vin rosso e corposo (Piemonte) conferiranno alla vivanda quel gusto aromatico che ne accelera e ne favorisce la digestione. Il risotto alla milanese deve essere un po' più che al dente sul piatto: il chicco individuo, non appiccicato ai compagni, non ammollato in una melma... Del parmigiano grattuggiato è appena ammesso, dai buoni risottai; è una banalizzazione della sobrietà e dell'eleganza milanesi. Alle prime acquate di settembre, funghi freschi nella casseruola; o, dopo S. Martino, scaglie asciutte di tartufo dallo speciale arnese affetto-trifole potranno decedere sul piatto, cioè sul risotto servito, aopera di premuroso tavolante, debitamente remunerato a cose fatte, a festa consunta. Né la soluzione funghi, né la soluzione tartufo, arrivano a pervertire il profondo, il vitale, nobile significato del risotto alla milanese". C. E. Gadda


CONSIDERAZIONI LETTERARIE Nel Sillabario goloso (Mondadori, 2011) di Laura Grandi e Stefano Tettamanti, raccolta di sapori, ricette, curiosità, consigli a tema rigorosamente gastronomico, si tratta di questa ricetta del risotto alla milanese di Gadda: solo uno degli esempi di come fare letteratura parlando di cucina, e viceversa, ed anche una fra le ricette più dettagliate di cui si sia a conoscenza. Lo stesso Italo Calvino, nelle Lezioni americane, la scelse come esempio dell’enciclopedismo di Gadda. Il testo " gronda" della ricca prosa dello scrittore oltre che di burro, pur se l'espressione quantum sufficit limita il rischio di far affogare il riso nel grasso. Il risalto dato al burro riporta a un modo di fare cucina che caratterizzava uno dei Nord-Sud nella geografia gastronomica. La Lombardia di Gadda e buona parte di Piemonte e Veneto, era una regione al burro; il Nord che guardava a una certa cucina francese, a sua volta settentrionale, e a quella dell’Europa centrale e ancora più su, mentre le altre regioni erano il Sud all’olio.

C’è però un aspetto che colpisce in modo particolare chi si accinge a cucinare: Gadda non è solo accurato quanto a ingredienti e tecnica, ma segue l’aspirante cuoco passo passo, senza saltare alcun procedimento. E se ai lettori dei moderni testi di cucina la cosa sembra prolissa, si deve ricordare che chi non ha troppa dimestichezza con i fornelli spesso lamenta la troppa esiguità delle spiegazioni nei moderni ricettari, il linguaggio che dà tutto per scontato e l’ingenerosità di chi redige i ricettari che concede poco del proprio tempo: la fretta dei nostri tempi.


Perchè Perugia, i suoi Borghi, e le sue dolcezze ?? Una delle città più belle d’Italia, Perugia sorge al centro della mia regione di origine, l' Umbria, con i suoi cinque rioni storici racchiusi dalle mura Etrusche. Dalle pietre medievali agli affreschi cinquecenteschi: non c’è strada o edificio che qui non richiami alla grande vitalità e grandezza della cultura italiana. È questo che Perugia mostra alle migliaia di visitatori che ogni anno affollano le sue viuzze e i suoi saliscendi. Qui si viene per partecipare a uno dei famosi eventi come Eurochocolat o Umbria Jazz, ma anche semplicemente per visitare la splendida città. Modernità e tradizione si uniscono non solo simbolicamente: grazie ad un articolato sistema di scale mobili ( da piazza Partigiani fin su nel cuore della città), ecco dove pulsa la storia di Perugia. Già intorno alla metà dell’XI secolo, si era organizzata, amministrativamente, in cinque rioni o borghi, denominati dalle rispettive porte medievali, corrispondenti a quelle originarie di epoca etrusco-romana: Porta Sole, Porta Sant’Angelo, Porta Santa Susanna, Porta Eburnea, Porta San Pietro. Ogni Porta aveva i propri rappresentanti nel governo cittadino, come i Priori o i Decemviri, oltre ai pubblici ufficiali, quali i Capitani delle Porte o Capo Rioni. La progressiva espansione urbana, già dal XIII secolo, determinò l'ampliarsi dei borghi fuori dalle porte verso il contado, sviluppando una struttura a forma di stella. Ogni borgo fu così attraversato da una strada regale, che uscendo dalla propria principale porta, attraversava e controllava il contado di pertinenza, per collegarsi al più generale sistema viario. Ogni rione aveva un proprio colore e un proprio simbolo per insegna, all’origine un animale, poi un santo. Ogni borgo era costituito da un gruppo di parrocchie e da un insediamento degli ordini mendicanti: i Carmelitani in Porta Sole, gli Agostiniani in Porta Sant’Angelo, i Francescani in Porta Santa Susanna, i Servi di Maria in Porta Eburnea, i Domenicani in Porta San Pietro. I primi insediamenti risalgono al IX secolo a.C. Dal VI a.C. si struttura la città con un impianto che realizza quel connubio tra città e colle e conoscendo la massima espansione nel Medioevo. Perugia etrusca, dalle possenti mura, si sviluppa collegando colle Landone e colle Sole. Nel I secolo a.C. è sotto i Romani: nel 40 la città è incendiata dopo gli avvenimenti della guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio; conosce restauro e crescita edilizia sotto lo stesso Ottaviano che per sottolinearne il dominio la chiamerà “Augusta Perusia”. Dopo la dominazione bizantina, nel XII secolo nascono le autonomie comunali: con un radicale riassetto urbanistico- amministrativo, strutturando quella cintura di borghi fortificati che ancora oggi caratterizza il paesaggio. Nasce la prestigiosa università. Nel 1425 la città si sottomette alla Chiesa, ma a governare è in realtà la signoria dei Baglioni. Del 1540 è la “guerra del sale”: la


costruzione della Rocca Paolina è il segno della sconfitta. Le tensioni con la Chiesa restano una costante: nel 1859 la città è saccheggiata dalle truppe papaline in risposta all’insurrezione popolare che aveva portato alla parziale distruzione dell’odiata Rocca (fonte Guida di Perugia)

Alla bellezza e alla grazia architettonica di Perugia corrisponde una raffinatezza della cucina La città è un vero scrigno di arte e allo stesso tempo di dolcezza, capoluogo della “Verde Umbria” immerso nella sua storia millenaria, ha sempre beneficiato degli influssi culturali e materiali delle regioni circostanti – Lazio e Toscana sul versante occidentale e Marche su quello adriatico – tanto da sviluppare tradizioni caratteristiche, austere come la natura dei luoghi, ma ricche di significati religiosi e pagani. L’Età comunale in cui il capoluogo umbro ha vissuto il suo periodo d’oro e il successivo periodo di “stasi intellettuale” sotto il governo conservatore della chiesa, hanno radicalizzato alcune tradizioni culinarie che rispecchiano una delicata inclinazione a produrre dolci di sapore e significto medievali (i pampepati, focacce e dolci speziati, da accompagnarsi a storici vini passiti.) Tra i dolci legati alla tradizione delle festività pasquali, il mio conterraneo Francesco, todino doc come me, me ne ricorda uno che proprio a Perugia ha origini antiche, a volte dimenticate, tanto è connaturato nella stessa cultura dolciaria di Perugia: la Ciaramicola. Anzi Francesco mi riporta alcune notizie interessanti che indicano come questo dolce fosse già preparato nelle case secoli addietro; alcuni attribuiscono al dolce un valore simbolico: il rigonfiamento centrale rappresenterebbe la Fontana Maggiore di Perugia, i cinque angoli i rioni della Città Vecchia; il rosso dell’alchermes e il bianco della meringa i colori della città. Anche i colori gialli, verdi e azzurri dei confettini con cui si cosparge la meringa rappresenterebbero il frumento maturo, i pascoli delle montagne e le acque del lago Trasimeno. Forse più credibilmente la forma a croce dell’impasto prima della cottura sarebbe ispirato ai rosoni delle chiese romaniche che sono si trovano in numero considerevole all’interno dell'intreccio di vie della città antica. Molte anche le tipologie di preparazione, diverse tra loro ma tutte tradizionali. La Ciaramicola è comunque un dolce semplice, fatto con un impasto che acquista un colore rosso vivo grazie all’aggiunta di un bicchierino di alchermens che deve il suo nome agli arabi che chiamavano così la cocciniglia, insetto usato per creare il colore rosso, proprio di questo liquore. Nella fase successiva alla cottura il dolce viene spennellato da una bianca glassa di zucchero e spolverato con una manciata di confettini multicolori. Il risultato è quello di un dolce che ripropone dei sapori antichi perfettamente in linea con quelle che sono le origini e le tradizioni della città.


Ingredienti: 500 grammi di farina (oppure 300 grammi di farina e 200 grammi di fecola ) 4 uova 200 grammi di zucchero 200 grammi di strutto (oppure burro) 1 bustina di lievito 1 bicchierino di Alchermes mezzo bicchiere di latte la buccia di 1 limone grattugiata 50 grammi di zucchero a velo 50 grammi di confettini di zucchero colorati per la glassa: 4 albumi d’uovo montati a neve con lo zucchero; per la decorazione: confettini colorati. PROCEDIMENTO : si lavorano insieme farina con aggiunta di strutto (o il burro), lo zucchero, le uova e l’alchermes il latte e la buccia di limone grattugiata. Unire, poco alla volta, la farina setacciata insieme al lievito e amalgamate bene gli ingredienti con una spatola. Quando gli ingredienti saranno ben omogenei, rapidamente la restante farina. L’impasto dovrà risultare alquanto molle. Una parte dell’impasto viene lavorato a forma di un bastone di circa 5 cm. di diametro con il quale si formerà una ciambella che viene sistemata su una teglia ben unta; con un’altra parte di impasto si formano due rotolini di circa 2 cm. di diametro, sistemati a croce nel centro della ciambella. Con la restante pasta si formano 5 sfere da poggiare sugli incroci e al centro della croce. Con le forbici si intagliano i bordi e le sfere della ciaramicola. Versate il composto in uno stampo a ciambella, imburrato e infarinato e porre il dolce in forno preriscaldato a 180 gradi per 50 minuti circa. A cottura ultimata, togliere il dolce dal forno e dalla forma, fatelo raffreddare. Mettere albume di uovo rimasto in una ciotolina, aggiungere poco alla volta lo zucchero a velo setacciato, spennellate il composto sopra il dolce e cospargetelo subito con i confettini colorati. Riprendiamo , la mattina di Pasqua, la tradizione far colazione con questa ciambella nei colori della primavera, con della cioccolata calda...rito familiare..

LE IMMAGINI E LE NOTIZIE STORICHE SONO SONO PRESE DAL WEB E RIELABORATE


QUESTA RASSEGNA RAPPRESENTA UNA MODALITA' PER RACCORDARE BLOG STORIA CUCINA TRADIZIONI LETTERATURA FILMOGRAFA ARTE GASTRONOMICA... GRAZIE AI PARTECIPANTI CHE MI HANNO DATO LA POSSIBILITA' DI PUBBLICARE I PROPRI CONTRIBUTI ED ANCHE A QUELLI CHE, PUR AVENDO DATO LA DISPONIBILITA' A PARTECIPARE A QUESTO EVENTO,....

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