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Giovanni Maccioni

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Dal denaro al donare, l’anagramma del cambiamento Una proposta economica in chiave olistica


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Questo libro è stampato su carta ecologica riciclata prodotta con il 100% di carta da macero e senza l’uso di cloro e imbiancanti ottici. Carta certificata Blue Angel ed Ecolabel in quanto creata con un basso consumo di energia.

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DAL DENARO AL DONARE, L’ANAGRAMMA DEL CAMBIAMENTO Una proposta economica in chiave olistica

Giovanni Maccioni

EDIZIONI


Š Copyright 2013 Edizioni Enea - SI.RI.E. srl I edizione maggio 2013 ISBN 978-88-6773-004-9 Edizioni Enea Sede Legale - Ripa di Porta Ticinese 79, 20143 Milano Sede Operativa/Magazzino - Piazza Nuova 7, 53024 Montalcino (SI) www.edizionienea.it - edizioni.enea@gmail.com Progetto grafico Lorenzo Locatelli Disegno in copertina Federica Aragone Stampato e rilegato da Graphicolor, Città di Castello I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, informatica, multimediale, riproduzione e di adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo, compresi microfilm e copie fotostatiche, sono riservati per tutti i Paesi.


Indice

Introduzione

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Capitolo 1 – L’uomo e i suoi bisogni La dimensione individuale La dimensione sociale Abraham Maslow I bisogni relazionali L’equilibrio Il disequilibrio

15 16 20 31 39 48 51

Capitolo 2 – Perché e come analizzare il presente Perché analizzare il nostro presente Come analizzare il nostro presente: l’analisi scientifica I cinque fattori dello sviluppo antropologico

61 62

Capitolo 3 – Il sistema economico oggi La nascita dell’economia Baratto, denaro, mercato La distruzione creativa Mercati finanziari e speculazione La crescita infinita

64 71 83 84 87 102 110 117


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Capitolo 4 – La tecnologia oggi La nascita della tecnologia La tecnologia e la società contemporanea Naturale e artificiale

131 132 134 149

Capitolo 5 – L’ambiente oggi Gaia Uomo e natura

155 156 161

Capitolo 6 – La cultura oggi La cultura del mercato Una cultura senza storia I bisogni di una società opulenta Lo sviluppo è libertà

181 182 194 200 207

Capitolo 7 – La politica oggi Le origini della politica Economia pianificata e welfare state La politica del nostro tempo Il bilancio pubblico e il debito

215 216 219 224 236

Capitolo 8 – Imparare dal passato per affrontare il futuro Perché analizzare il passato L’Impero romano Rapa Nui Gli anasazi Perché le società collassano La rivoluzione industriale Passato e futuro

243 244 247 255 261 264 270 276

Capitolo 9 – Globalizzazione, etica, misura della civiltà e gestione del collasso La globalizzazione Un’etica universale

281 282 294


Indice

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La misura della civiltà L’unicità sistemica del presente Verso il futuro

297 305 312

Capitolo 10 – Verso una nuova società L’extraterrestre Tra presente e futuro

325 326 328

Capitolo 11 – Un sistema economico per il futuro Il dono Un’economia basata sulle risorse reali

341 342 347

Capitolo 12 – Un futuro per la tecnologia

361

Capitolo 13 – Un futuro per la politica La legittimazione della classe politica L’ordinamento giuridico

375 376 380

Capitolo 14 – Un futuro per l’ambiente

389

Capitolo 15 – Un futuro per la nostra cultura

401

Capitolo 16 – La transizione

419

Capitolo 17 – L’inferno, il paradiso e i cucchiai

437

Bibliografia

455


Introduzione

A tutti gli uomini e le donne della nostra storia, che sono stati così folli da credere di poter cambiare il mondo che alla fine ci sono riusciti. Una mattina di febbraio dell’anno 2003 mi trovavo a Varkala, in India. Era una giornata luminosa. La brezza salmastra dell’oceano favoriva il risveglio. Avevo passato una notte insonne a causa delle persone, delle situazioni, delle esperienze che il viaggio mi aveva donato fino a quel momento. Stavo facendo colazione in un piccolo bar su una spiaggia che si affacciava sul Mare Arabico, quando i miei pensieri improvvisamente convergono su un’idea, una soluzione al turbinio di inquietudini e di perplessità che affollavano la mia vita in quel periodo. Iniziai a scrivere di getto le mie riflessioni quando arrivò Gianluca, il mio compagno di viaggio. Continuai a scrivere per un po’, poi sentii il bisogno di parlargliene. Mi prese per pazzo. La nostra conversazione proseguì mentre la mia colazione restava sul piatto. Dall’espressione del mio interlocutore compresi che la sua idea su di me trovava sempre più conferma. All’improvviso, con fragore, da una palma di cocco si staccò un ramo che cadde direttamente sulla testa del sottoscritto. I presenti si affollarono su di me nel tentativo di soccorrermi. Ben poca cosa furono le conseguenze fisiche di questo evento; molto lo sono state quelle simboliche. In quell’istante, forse


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prima, è nato questo libro, un progetto che ha occupato i miei pensieri, il mio tempo e le mie energie per i successivi dieci anni. Quando ero bambino, parlo degli anni settanta, non riuscivo a comprendere perché mio padre e mia madre dovessero sempre andare a lavorare invece di stare con me e mia sorella. Non capivo neppure perché c’era tanta preoccupazione in giro per il fatto che la produzione calasse e che le fabbriche chiudessero. “Se questo accade, forse tutti hanno già ciò che gli occorre e non c’è ragione di lavorare.” Questo pensava un bambino ingenuo, privo delle strutture mentali che impediscono all’adulto di vedere la realtà nella sua semplice manifestazione. Alla fine mi sono laureato in scienze economiche. Non che abbia seguito un criterio di scelta troppo rigoroso sulla facoltà da intraprendere, dal momento che il giorno dell’iscrizione mi sono accodato alla fila più corta. In ogni caso, non sono mai riuscito a rispondere a questa domanda: “Perché ci preoccupiamo tanto di produrre e di faticare? Non dovremmo essere contenti quando fatichiamo di meno?”. Da queste e molte altre riflessioni nasce questo libro. L’argomento trattato è l’uomo. Analizzarlo è tanto straordinario quanto insidioso per il semplice fatto che l’idea di osservare l’uomo attraverso i suoi stessi occhi implica necessariamente una certa capacità di introspezione volta a raggiungere un livello adeguato di oggettività dell’analisi e dei risultati da conseguire. Si tratta di un approccio tipico dell’indagine scientifica in generale e antropologica in particolare. Cercherò soprattutto di considerare l’uomo nella sua multidimensionalità, le modalità con cui questi si relaziona con se stesso, con i propri simili e con l’ambiente di cui è parte. Inoltre, tenterò di delineare le motivazioni e le tappe evolutive che hanno segnato la storia del genere umano, e per questa via recuperare la consapevolezza del ruolo che ognuno di noi, sia come singolo sia come parte di una comunità, svolge all’interno di un processo temporale più ampio.


Introduzione

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Un obiettivo del genere implica un approccio multidisciplinare che tenti di integrare in una visione organica i molteplici contributi, più o meno recenti, motivati dalla necessità di interpretare i fatti catastrofici della nostra storia attuale: disastri ambientali, conflitti bellici, crisi economica, criminalità, malcontento, disperazione, gesti estremi. Materia e idee in continua evoluzione poiché a tutt’oggi non esistono ricette, ma solo un sentimento spontaneo di frustrazione e di legittima preoccupazione nei confronti di un futuro quanto mai incerto, proiettato verso scenari realisticamente caratterizzati da un tenore di vita peggiore rispetto a quello attuale. Un sentimento che si manifesta in vari modi, ma che di fatto non trova una propria collocazione. Il fine, a questo proposito, è quello di creare una precisa consapevolezza di ciò che accade e del perché accade. In questo senso è ulteriormente necessario ricondurre a unità tale approccio multidisciplinare, al fine di acquisire una visione olistica della realtà. La realtà è unica anche se osservabile da molteplici punti di vista. Quindi, nel momento in cui si accetta di proseguire nell’approfondimento di un aspetto particolare, settoriale e specifico, subito dopo non è possibile trascurare il fatto che questo deve necessariamente integrarsi all’interno di una prospettiva più ampia che concerne l’uomo, la civiltà e la propria interconnessione sistemica con gli equilibri della vita e con l’ordine delle cose. In termini più generali la struttura complessiva dell’opera fa riferimento ai seguenti tre punti cardine: • il rapporto dell’uomo con se stesso e con la società; • i cinque fattori dello sviluppo antropologico (economia, tecnologia, ambiente, cultura, politica); • la dimensione storica del nostro presente. Facendo leva su queste fondamenta, la prima parte del libro vuole proporre un’analisi della civiltà contemporanea, vista come una fase ben definita di un processo di evoluzione storica che include tutto il percorso evolutivo del genere umano. A tal


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fine è stato indispensabile proporre inizialmente un’analisi dei bisogni dell’uomo, per poi approfondire la questione relativa alla relazione che intercorre fra l’ambiente naturale, lo sviluppo della nostra civiltà e gli strumenti tipici di cui si avvale, ovvero economia, tecnologia e politica. In questo contesto, la dimensione economica, oggi preponderante, viene inquadrata all’interno della manifestazione antropologica generale della nostra civiltà e per questa via esaminata. Interpretando la realtà attuale come la fase peculiare di un percorso evolutivo in divenire che procede dal passato e va verso il futuro, si fa luce sull’unico grande problema della società contemporanea, ovvero noi stessi e in particolare le nostre strutture di pensiero culturalmente acquisite. I nostri vincoli mentali ci impediscono di mettere concretamente a frutto le enormi potenzialità del nostro presente: un patrimonio straordinario in termini di potenziale tecnologico e di consapevolezza che potrebbe permettere al genere umano un balzo evolutivo epocale. All’interno di tale processo, noi uomini siamo gli attori chiamati a interpretare questo particolare momento storico con l’obiettivo di effettuare scelte che ne determinino l’evoluzione. Alla luce di queste considerazioni, nella parte conclusiva del libro, nell’ottica della ricerca di una continuità culturale con l’attuale modello di sviluppo e con l’attuale contesto economico globale, si propone una fase di transizione verso un sistema alternativo di produzione e distribuzione, basato sul dono e sulle risorse reali. A tal fine si tenta di ipotizzare quale potrebbe essere la prevedibile configurazione di tutti gli aspetti rilevanti dello sviluppo antropologico, ovvero sistema economico, tecnologia, territorio, cultura e sistema politico, all’interno di una realtà socioeconomica così strutturata. I risultati che scaturiscono dalle considerazioni fatte in questa opera, nonché le eventuali prospettive future, collimano sorprendentemente con le tesi sostenute da altri autorevoli contributi. In particolare, il biologo Bruce H. Lipton, nella sua opera La biologia delle credenze, sostiene e dimostra concre-


Introduzione

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tamente l’esistenza di una connessione energetica che integra in maniera olistica i diversi aspetti della realtà; egli sostiene la necessità di cambiare modello di sviluppo al fine di non modificare l’ambiente di cui noi stessi siamo espressione speculare. Ancora più sorprendente è il fatto che un’analisi della realtà contemporanea dal punto di vista delle scienze sociali, come quella che viene proposta nelle pagine che seguono, possa integrarsi perfettamente con quanto si ottiene attraverso un esame basato sui principi della chimica organica, della biologia cellulare e della fisica quantistica. Rivelando una lungimiranza e una capacità analitica stupefacente, oltre venti anni or sono, il fisico Fritjof Capra proponeva un approccio olistico alla risoluzione delle problematiche biologiche, mediche, psicologiche ed economiche del nostro tempo; un approccio alternativo a quello attuale, riduzionista e meccanicista; un approccio valutato come ampiamente insufficiente a interpretare un prossimo, decisivo, inevitabile punto di svolta della nostra civiltà. Un salto quantico in grado di offrire una nuova interpretazione della vita umana, in profonda connessione con la progressione dei cicli vitali e con l’ordine delle cose. Sono venuto a conoscenza di questi contributi editoriali solo dopo aver terminato la stesura di questo libro: li considero come segnali inequivocabili di una convergenza energetica verso la realizzazione di una nuova era della civiltà dell’uomo fondata sulla cooperazione e sulla collaborazione, magari nell’ambito di una società ecotecnologica fondata sul dono e sulle risorse reali. Ringraziamenti È difficile ringraziare qualcuno quando si sceglie un approccio olistico. Ogni riflessione, aneddoto, evento, incontro, ogni spunto possono essere ricondotti a un’opportunità che poi si è tradotta nei concetti contenuti in questo libro. Premesso ciò posso solo ringraziare di essere in questa vita insieme a


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tutto ciò che essa contiene. Ringrazio le notti insonni durante l’esperienza imprenditoriale nell’azienda di famiglia, fonti di spunti e di opportunità per riflettere sul comportamento umano e sulle motivazioni che ci spingono ad agire; ringrazio anche le preoccupazioni, le discussioni, i successi che ho condiviso con il mio babbo, con mia mamma e con mia sorella. Ringrazio il mio amico Luca Pinzi poiché in questo libro c’è molto di quello che ho ricevuto dalle sue lezioni di yoga. Ringrazio la competenza e l’equilibrio di Marco Pastorelli e il suo prezioso contributo intellettuale. A Ginola dico semplicemente grazie. Ringrazio le critiche ricevute, talvolta aspre, anche se sul momento onestamente non è stato facile trovarci un lato positivo e lo stimolo per andare avanti. Il Movimento Zeitgeist e Transition dalla cui frequentazione sono scaturiti spunti e concetti fondamentali che poi ho cercato di integrare in una struttura teorica più ampia. Chiedo scusa a tutti i miei amici e parenti per aver rovinato le cene degli ultimi dieci anni, parlando, parlando e parlando delle mie teorie socioeconomiche. Ringrazio tutte le persone incontrate durante i miei viaggi e tutto ciò che mi hanno donato. Ringrazio Carlotta, Anna e Stefania che, in tempi diversi, mi sono state accanto nel corso della realizzazione di questo lavoro. Ringrazio di avere incontrato Lorenzo Locatelli con il quale condivido molto di più della semplice pubblicazione di un libro. Ringrazio quei segnali che al momento giusto si sono materializzati in termini di opportunità concrete e, nei momenti di scoramento, di dubbio, di rabbia, non mi hanno fatto desistere dal realizzare il progetto che adesso state sfogliando. Ringrazio di avere ancora tanta voglia di viaggiare in questo luogo straordinario, ancora ampiamente inesplorato, che si chiama come la mia nipotina, Gaia.


1. L’uomo e i suoi bisogni

ANTEPRIMA Iniziamo l’analisi del nostro presente partendo dal vero oggetto della nostra indagine: l’uomo. Proveremo a definire il suo rapporto con se stesso e con la società. In particolare, il rapporto che intercorre fra il singolo e la società rappresenta una questione fondamentale da un punto di vista antropologico, in quanto concerne i fondamenti su cui si è originata ed evoluta la nostra civiltà. Entrambi questi temi tuttavia fanno riferimento al modo in cui si strutturano e si evolvono i nostri bisogni: un concetto essenziale per affrontare adeguatamente non solo l’analisi della civiltà contemporanea, ma anche per spiegare le nostre tappe evolutive su questo pianeta. • • • • • •

La dimensione individuale La dimensione sociale Abraham Maslow I bisogni relazionali L’equilibrio Il disequilibrio


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LA DIMENSIONE INDIVIDUALE In generale il termine “bisogno” o “necessità” viene comunemente associato alla carenza o alla mancanza di elementi necessari alla sopravvivenza e alla vita, e rinvia a discipline come l’economia o la psicologia, a indicare come sia radicata nel singolo e nella collettività l’idea di bisogno. In effetti si può affermare che lo stesso concetto di bisogno appartiene alla vita in generale nelle sue diverse manifestazioni: ogni essere vivente si relaziona con il mondo esterno, talvolta anche aggressivamente, al fine di reperire quelle risorse di cui percepisce aver necessità. Il bisogno di reperire risorse necessarie alla sopravvivenza ha spinto gli uomini a unirsi in comunità poiché il gruppo, rispetto alla vita solitaria, rappresenta una soluzione più efficiente per soddisfare le esigenze individuali di base. In seguito, le prime forme di aggregazione sociale, proprio in risposta a nuove necessità nate dalla vita di relazione, si sono evolute in comunità sempre più complesse e strutturate, fino ai moderni stati nazionali. Attraverso l’interazione tra la dimensione individuale e quella sociale si delineano i bisogni, i quali si traducono nelle motivazioni che determinano le nostre azioni, le varie forme di interazione sociale e, in ultima istanza, l’organizzazione della vita civile. Pertanto, per comprendere meglio quali siano le componenti che determinano il nostro comportamento, occorre esaminare attentamente questi due aspetti della personalità di ciascuno di noi. Le abitudini condivise delineano stili di vita e modi di agire collettivi che si manifestano nelle modalità di utilizzo delle risorse disponibili per appagare i nostri bisogni, e quindi nel consumo. Quello di consumo è un concetto strettamente connesso al bisogno e quindi alla più ampia sfera della relazione che i singoli e le società hanno con l’ambiente. Definire nuovi stili di consumo, culturalmente adeguati, sostenibili e accessibili attraverso nuovi approcci alla gestione delle risorse, rappresenta uno degli obiettivi di questo libro.


L’uomo e i suoi bisogni

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Per tutti questi motivi è prioritario comprendere in che modo si definiscono i nostri bisogni. Solo attraverso questa consapevolezza si può pensare di costruire una realtà diversa, veramente adeguata alle nostre esigenze nel rispetto dei limiti dell’ecosistema cui apparteniamo. Inoltre, a partire dall’analisi della struttura dei nostri bisogni, sarà possibile avere un’idea chiara delle origini e delle cause che hanno determinato le tappe evolutive della storia dell’uomo e della civiltà umana: ogni tipo di decisione, ogni scelta che i singoli o le comunità hanno effettuato o effettuano, provengono da un’esigenza, un bisogno percepito e soddisfatto attraverso le strategie che l’ambiente, la tecnologia e l’insieme di nozioni e di conoscenze condivise hanno reso possibile. L’uomo L’uomo rappresenta l’oggetto della nostra analisi. In ogni singola persona possono essere individuate tre differenti dimensioni fisiologiche, contingenti: la sfera corporeo-materiale, la sfera emotivo-istintuale, la sfera razionale-intellettiva. In aggiunta troviamo un’ulteriore categoria di natura trascendente che possiamo definire spiritualità. Naturalmente su tale classificazione si potrebbe ampiamente obiettare; infatti, è semplicistico pensare di ridurre la complessità dell’individuo a una categorizzazione così matematicamente definita. Consapevoli dei suoi limiti adottiamo tuttavia tale suddivisione in quanto è da considerarsi sufficientemente esaustiva per la definizione e l’analisi delle forze in gioco che determinano il comportamento umano. Il corpo L’uomo è materia organica, è corporeo, e come tale ha tutti i privilegi e i limiti connessi a questa sua condizione. Attraverso il proprio corpo l’uomo può interagire concretamente con il mondo che lo circonda; può fare, costruire, distruggere, concretizzare il suo pensiero e la sua volontà. Attraverso il


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corpo possiamo manifestare l’unicità della nostra indole e del nostro essere individuale. Tuttavia la corporeità implica che si rispetti il limite fisico che essa impone. Il nostro corpo richiede di essere nutrito, ripulito dai rifiuti e ristorato al fine di mantenere un’efficienza di funzionamento adeguata a supportare l’intero essere. Il corpo è limitato dalla sua stessa fisicità. Esso invia dei segnali, esprime dei bisogni come fame, stanchezza, dolore, debolezza, percezione del freddo o del caldo, che, se ascoltati, si trasformano in stimoli concreti che conducono all’azione pratica, al movimento e alla trasformazione intesa come tensione verso un obiettivo percepito come migliorativo rispetto alla condizione iniziale. La nostra fisicità è presenza, è spazio fisico vivente in evoluzione all’interno dello spazio universale. L’istinto Gli uomini possiedono anche l’istinto e le emozioni. Questa pulsione istintiva verso il soddisfacimento di una necessità rappresenta la motivazione, lo stimolo, le energie effettive disponibili che il singolo investe nel conseguimento dei propri propositi e bisogni. Questo aspetto concerne tutte le emozioni che ci riguardano, dalla paura, all’ansia, alla gioia: esse sono per loro definizione connaturate alla nostra natura animale. La sfera emotiva quindi è una prerogativa stessa della vita intesa come percezione attiva di energie e di stimoli che poi si manifestano con l’azione e il movimento. La razionalità Unico fra i viventi l’uomo possiede il raziocinio, la mente. Essa riguarda l’elemento riflessivo e critico della natura umana. Comunemente si identifica la mente con la ragione, con le facoltà intellettuali: questo aspetto include tutte le prerogative dell’intelletto, dalla capacità di riflessione e di astrazione a quella di progettare il nostro futuro, fino a quella di utilizzare il nostro bagaglio di esperienze per apprendere nozioni e abilità.


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La razionalità ci permette di gestire il nostro corpo e le nostre emozioni. Attraverso il raziocinio, la pianificazione e la valutazione del nostro comportamento possiamo estrinsecare il nostro intuito nella soluzione di qualsivoglia problema. Senza la razionalità, l’istinto incontrollato ci condurrebbe direttamente e violentemente verso il soddisfacimento dei nostri bisogni, con conseguenze imprevedibili. La spiritualità La quarta categoria introdotta può essere identificata con ciò che comunemente definiamo “spirito”. Essa concerne la dimensione trascendente dell’individuo, l’essenza permanente che si eleva oltre il corpo, l’istinto e la mente. Nel tentativo di definire questa dimensione, si può dire che la spiritualità a livello individuale può essere percepita a vari livelli di intensità. Lo stato di equilibrio e la consapevolezza fra le componenti corporea, emotiva e razionale di ognuno di noi, ci permettono di accedere a livelli di spiritualità maggiori verso la percezione della nostra essenza vitale. Unici e irripetibili Le tre componenti contingenti del nostro essere uomini si integrano e si compenetrano a vicenda; ciascuna di esse con le proprie caratteristiche peculiari va a definire l’unicità di ogni singolo individuo. Le nostre caratteristiche personali forniscono risposte diverse ai fatti della vita che siamo chiamati ad affrontare, alle gioie, ai dolori, agli imprevisti, alle difficoltà tipiche dell’esistenza di ciascuno di noi. Tali risposte concorrono a definire la nostra unicità individuale che si estrinseca attraverso le abilità fisiche, l’indole, le inclinazioni, i desideri, l’ingegno e le facoltà intellettive proprie di ogni singolo essere. Ognuno di noi è esclusivo e irripetibile nella sua originalità e nella sua perfezione. Questa peculiarità è la ricchezza immensa della nostra individualità, della quale è essenziale acquisire una profonda consapevolezza. Consapevolezza intesa come la capacità che


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ciascuno di noi ha di percepire che cosa vuole o non vuole, quali sono i suoi desideri, aspirazioni, preferenze; essere consapevoli della propria individualità vuol dire sapere per cosa siamo disposti a impegnarci e a investire risorse e tempo, e per cosa non siamo disposti a farlo. La coscienza individuale nasce da un percorso introspettivo, dalla capacità di ascoltare l’essenza del nostro essere. Proprio a partire da tale consapevolezza, l’originalità del nostro essere acquista valore, si amplia, si espande nel momento in cui viene collocata in una rete di relazioni sociali. In questa fase, proprio dal rapporto interpersonale, ovvero dall’incontro con altre peculiarità soggettive, nasce il confronto, e da esso nuovi stimoli che investono l’individuo in ognuno dei suoi aspetti: corporeo, emotivo e intellettivo. Attraverso questo processo nasce la dimensione sociale dell’individuo. LA DIMENSIONE SOCIALE L’uomo è in grado di instaurare relazioni sociali complesse. Da un punto di vista evolutivo, questo rappresenta il fattore più interessante in virtù delle implicazioni emotive e affettive che innesca. Lo sviluppo delle civiltà e la loro evoluzione ha come suo proprio fondamento il fatto che gli uomini tendono ad aggregarsi in risposta a stimoli di varia natura. In prima istanza si può dire che studi etologici dimostrano la superiorità indiscussa degli animali che vivono in comunità rispetto a quelli che conducono un’esistenza solitaria. In generale si può riscontrare che i singoli individui del gruppo sono svantaggiati da un punto di vista fisico. Questo è sicuramente vero anche per l’uomo che nel rapporto diretto con l’ambiente si trova enormemente svantaggiato a causa dei propri limiti morfologici che lo mettono in una posizione di inferiorità rispetto ad altre specie animali. La socialità si manifesta nel momento in cui l’aggregazione di più individui viene riconosciuta come un’organizzazione più efficiente rispetto alla vita soli-


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taria; attraverso la collettività si comprende di essere in grado di risolvere in maniera più efficace le difficoltà quotidiane e quindi di reperire dall’ambiente quelle risorse necessarie a soddisfare i bisogni individuali di base. Nel caso della specie umana, il fenomeno aggregativo avviene in maniera più o meno consapevole, dal momento che il singolo è in grado di valutare discrezionalmente il vantaggio comparato di svolgere una vita comunitaria rispetto a una solitaria. Talvolta in natura si nota come l’evoluzione ha predefinito a livello genetico l’appartenenza di ogni individuo a una determinata entità collettiva. Ad esempio, in una colonia di termiti vi sono dei ruoli predeterminati geneticamente e morfologicamente per ogni esemplare che appartiene al gruppo (operaie, guerriere, regina, ecc.), quindi l’aggregazione in questo caso avviene in maniera istintuale. Il gruppo si costituisce come un’entità collettiva e strutturata in grado di interagire più efficacemente con il mondo esterno, acquisisce un vantaggio relativo nei confronti dell’ambiente con cui si deve confrontare per sopravvivere. Oltre la sopravvivenza Una volta innescata la vita di relazione, la sfera individuale dell’uomo si amplia in maniera esponenziale attraverso l’interazione con i propri simili. La socialità, in questa fase iniziale, si esplica nella condivisione delle semplici operazioni quotidiane di interazione con l’ambiente circostante. Le mansioni da svolgere sono finalizzate principalmente a reperire le risorse necessarie alla sopravvivenza della comunità oppure sono volte a difendere il gruppo stesso da possibili minacce esterne. Nell’ambito dello svolgimento dei lavori quotidiani, all’interno della comunità si crea una piccola specializzazione in base alla quale ogni singolo individuo si fa carico dei compiti più idonei alle proprie capacità. Il primo fattore che determina questa specializzazione è legato al genere: le donne si occupano della cura della prole, della casa e della raccolta, compiti


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in cui tendenzialmente si richiede un impegno più assiduo e costante; gli uomini si occupano di attività in cui è richiesta maggiore forza fisica quali la caccia, la realizzazione di opere strutturali, la difesa. Nell’ambito di tale sommaria specializzazione, ogni individuo tenderà a mettere in rilievo quelle che sono le proprie abilità individuali e caratteriali in ogni specifico settore di competenza, e otterrà un riconoscimento sociale implicito per questo. In una fase iniziale inoltre, l’utilizzo del fuoco per usi domestici ha rappresentato un importante elemento aggregativo, poiché ha consentito di prolungare il periodo quotidiano destinato alle relazioni interpersonali e alla condivisione di esperienze, idee, emozioni. In questo modo le relazioni fra i membri della comunità si consolidano. Attraverso la comunicazione nasce la condivisione culturale di consuetudini, nozioni, progetti, sentimenti, nasce quindi una necessità di diverso tipo, sempre meno materiale e sempre più legata alla sfera affettiva e relazionale di ciascuno. Questa è una fase cruciale poiché la vita di relazione non rappresenta solo uno strumento con cui relazionarsi in maniera più efficace con l’ambiente circostante per soddisfare i bisogni individuali di base: la socialità si trasforma da mezzo a fine. Si verifica un atteggiamento implicito e bilaterale in cui da un lato il gruppo inteso come entità collettiva ha l’esigenza di sopravvivere e approvvigionarsi di risorse, dall’altro l’individuo tende spontaneamente a mettere le proprie capacità a disposizione della comunità di cui fa parte, poiché dal fatto di fornire il proprio contributo ne riceve riconoscimento sociale e gratificazione personale. Si tratta di un processo tacito, nato dalla necessità di sopravvivere, che poi si trasforma in un’esigenza psicologica ed emotiva. Linguaggio e cultura In questa fase la possibilità di utilizzare mezzi e forme di comunicazione efficaci, in grado di esprimere concetti complessi, costituisce un fattore di evoluzione sociale determinan-


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te, una prerogativa esclusiva del genere umano. Nella fattispecie il linguaggio rappresenta un codice fonetico condiviso tra i membri di una stessa collettività che associa significati e concetti a dei suoni opportunamente modulati con le corde vocali. Grazie alla comunicazione verbale, le esperienze, le conoscenze e le abilità individuali non appartengono solo a un unico individuo o a una generazione, bensì possono essere tramandate e diffuse. Tali nozioni possono essere riferite non solo alla realtà concreta, ma anche alla sfera emotiva e astratta. Nell’ambito della vita di relazione, quanto più raffinata e precisa sarà la comunicazione, tanto più semplice sarà coordinare e organizzare le attività sociali. In questo senso l’invenzione del linguaggio è probabilmente una tra le più grandi conquiste della storia evolutiva umana poiché ha permesso la nascita della civiltà umana e della cultura, intesa come l’insieme delle pratiche e delle conoscenze collettive appartenenti a una società o a un gruppo sociale. L’utilizzo del linguaggio ha permesso la condivisione di conoscenze, di esperienze, di emozioni in modo che il vissuto del singolo può divenire vissuto collettivo da cui l’intero gruppo può trarre vantaggio e insegnamento a partire da ogni singola esperienza personale. Dallo scambio di idee nascono la collaborazione e il dialogo, poiché gli obiettivi individuali e comuni sono ora riconosciuti da tutti in quanto comunicati e recepiti. Dalla collaborazione e dal dialogo nascono la conoscenza, la reciprocità, la solidarietà, la comprensione e quindi il rispetto. La comunicazione intergenerazionale La possibilità di tramandare oralmente le proprie conoscenze consente anche la trasmissione culturale intergenerazionale, ovvero la possibilità di fare dono della propria esperienza e di quanto appreso nel corso della propria vita alle generazioni successive. Per questa via ogni individuo può accedere a un patrimonio di conoscenze, di nozioni e di abilità che non gli sono proprie, ma che egli riceve da chi ha vissuto prima di lui, un


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patrimonio prezioso che è possibile utilizzare concretamente e che facilita l’interazione fra il gruppo e il territorio. Il fatto che una cultura si consolidi nel corso degli anni e delle generazioni, non vuol dire che essa sia immutabile; al contrario, ogni generazione apporta il proprio contributo di efficienza che seppur minimo è comunque migliorativo delle pratiche quotidiane e delle nozioni condivise; tale cambiamento si installa fisiologicamente sul bagaglio di conoscenze consolidato e rappresenta a sua volta la base su cui una nuova generazione può intervenire. L’evoluzione in questo senso è lenta e progressiva, e viene assimilata senza traumi o fratture nelle abitudini quotidiane e nei meccanismi di trasmissione. Il fatto che il percorso di apprendimento non riparta ogni volta da zero, ma si possa arricchire nel corso di ogni passaggio, oltre ai benefici legati all’accrescimento cognitivo e pratico, va a incrementare e a consolidare da parte di ognuno la percezione di appartenere a una comunità specifica. In tal senso, infatti, non esiste solo un’effettiva condivisione culturale del momento attuale, bensì l’individuo si sente parte di una tradizione come elemento vivente e integrato in una continuità temporale e in un processo di evoluzione umana, legato alla terra, alla natura e alla civiltà cui appartiene. In questo modo, insieme alle informazioni e alle nozioni pratiche, si percepisce la necessità di tramandare, come patrimonio culturale, anche questa consapevolezza storica, legame effettivo fra generazioni successive. La scrittura e l’arte Oltre i concetti espressi verbalmente, nell’ambito di una relazione faccia a faccia fra interlocutori, hanno una grande incidenza le componenti fisiche della comunicazione: lo sguardo, l’espressività del volto, il tatto, perfino gli odori e l’energia vitale che ognuno condivide con la persona che si trova di fronte. Tuttavia per quanto fondamentale e insostituibile nelle dinamiche interpersonali della società primordiale, la comunicazione verbale viene presto integrata da altre forme di comunicazione.


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La scrittura ha esteso enormemente i vantaggi del linguaggio. Se attraverso la comunicazione verbale si potevano superare i limiti dell’esistenza umana per trasmettere nel tempo conoscenze e tradizioni, attraverso la scrittura si riesce a far giungere senza interferenze il pensiero dell’autore a chiunque sia in grado di comprenderne il codice letterario. Infatti, accade che normalmente le nozioni originarie affidate alla trasmissione orale subiscano modifiche o integrazioni ogni volta che vengono comunicate e riferite. Un documento, al contrario, possiede il carattere dell’universalità e dell’unicità prestandosi all’interpretazione diretta da parte di chi vi accede. La scrittura ha il potere di comunicare, con la stessa forza iniziale, idee concetti e sensazioni a lettori anche lontanissimi nello spazio e nel tempo. La scrittura offre opportunità comunicative diverse rispetto all’interazione diretta fra individui; attraverso di essa si rafforza il legame storico intergenerazionale che unisce gli individui agli eventi rilevanti delle tappe evolutive della comunità. La nascita dell’arte svolge in tal senso una funzione comunicativa che va per certi aspetti perfino oltre quella della scrittura; infatti essa si rivolge immediatamente alla nostra sfera emotiva e istintuale piuttosto che a quella intellettiva e razionale: l’arte utilizza un codice comunicativo che supera le peculiarità linguistiche e proprio grazie a questo acquisisce ancora di più il carattere dell’universalità. Il senso di appartenenza Il senso di appartenenza si manifesta nel momento in cui la socialità si trasforma da mezzo a fine attraverso le implicazioni emotive e affettive che la vita di relazione comporta. Queste si traducono nel bisogno stesso di vivere in comunità proprio per la gratificazione e il piacere che le relazioni sociali forniscono ad ogni singola persona del gruppo. In quest’ottica la scrittura e l’arte rappresentano uno strumento fondamentale nel processo di consolidamento della consapevolezza del re-


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taggio culturale. Esse forniscono al soggetto una coscienza antropologica decisiva affinché egli possa acquisire il patrimonio storico comune che ha determinato le radici della collettività a cui appartiene. Lo studio del passato di un popolo fornisce ai singoli individui che ne fanno parte la capacità di analizzare e comprendere quanto accade nel presente. Attraverso questo processo che inizia con la comunicazione intergenerazionale scritta, si radica ancora più profondamente nei singoli la coscienza dell’effettiva presenza della propria dimensione sociale, intesa come percezione di un ruolo specifico che ciascuno svolge non solo nel presente, ma anche in una dimensione storica. Ogni persona percepisce di essere parte integrante di un processo evolutivo che porta non solo al progresso tecnologico, ma che, considerato in una dimensione più ampia, diviene culturale, emotivo, spirituale, profondamente umano. Questo sentimento in una prospettiva psicologica e relazionale si definisce comunemente senso di appartenenza. Esseri di natura ed esseri di cultura Definendo l’uomo come essere di natura si considerano la sfera emotiva e le pulsioni istintive cui egli è sottoposto al pari di tutti gli altri animali; descrivendolo come essere di cultura si includono, per estensione, quelle facoltà, inizialmente affettive, che fanno riferimento alla socialità e alla vita di relazione come la comunicazione e la condivisione, l’intelletto, la capacità di astrazione, la razionalità e la discrezionalità: da tali prerogative si generano le conquiste scientifiche e tecnologiche nonché tutte le strutture sociali, politiche ed economiche che determinano l’evoluzione della civiltà. Noi siamo esseri di natura in quanto parte di un processo evolutivo che si riferisce alla vita e alle sue diverse manifestazioni; e siamo esseri di cultura nel senso che abbiamo la facoltà di valutare razionalmente la dimensione umana individuale e relazionale e di acquisirne coscienza. Tutti gli uomini inseriti nella società possiedono delle sovrastrutture in termini di abitudini e schemi mentali che de-


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rivano dalle interazioni instaurate con i propri simili. Queste strutture di pensiero delimitano il comportamento istintivo “di natura”, lo regolano, lo incanalano verso un’armoniosa espressione delle proprie inclinazioni e delle proprie capacità mentali: nel rispetto delle regole di azione e relazione implicite o esplicite proprie della comunità di cui si è parte, si riceve un codice comportamentale che ci consente di interagire con il prossimo e valorizzare la dimensione sociale. Le nostre facoltà intellettive e il nostro background “culturale” fatto di valori e di principi tramandati, ci permettono anche di formulare giudizi positivi di merito nei confronti dei nostri e degli altrui atteggiamenti e comportamenti; grazie alla logica, abbiamo la facoltà di esercitare un ruolo non solo fisico, ma anche intellettualmente attivo sia nei confronti degli altri che della realtà in generale. Molteplici identità Il Premio Nobel per l’economia Amartya Sen ha approfondito un’importante questione legata a come molteplici identità definiscono la personalità di ogni uomo. Nell’ottica dell’interazione sociale, ciascuna identità può fornire un’opportunità per riconoscere le caratteristiche peculiari dell’individualità di ognuno di noi. A partire da queste identità condivise si possono trovare i presupposti per identificare un senso di appartenenza alla comunità umana necessario per promuovere la pacifica convivenza e lo scambio interculturale a livello globale. Il concetto della presenza contemporanea di identità molteplici si definisce chiaramente prendendo a modello semplicemente noi stessi e la nostra multidimensionalità. Io stesso, ad esempio, mi posso definire come uomo, italiano, cristiano, eterosessuale, motociclista, amante della natura e dei viaggi, ecc. Qualora ci si soffermi su una sola di queste mie identità, si può facilmente trovare un aspetto che può contrastare con l’identità altrui e in ultima analisi provocare un conflitto. In una visione multidimensionale ogni individuo possiede una pluralità


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di interessi e di caratteristiche peculiari che non si possono ridurre a unità se non a prezzo di un gravissimo errore di semplificazione che di norma porta alla discriminazione e al pregiudizio. Nell’approccio di Sen il riconoscimento della molteplicità nell’individuo rappresenta un’opportunità per ampliare, espandere e condividere la percezione della comunanza e delle affinità intersoggettive. È naturale che percepiamo maggiore affinità con individui con i quali possiamo condividere più di un interesse; tuttavia, è altresì vero che a partire da tali affinità, l’arricchimento vero e proprio avviene attraverso la nostra disponibilità al confronto sulle reciproche diversità. Gli uomini sono uomini ovunque. Quello che cambia in realtà è solo la risposta culturale ed evolutiva all’ambiente naturale in cui le comunità di individui si insediano e da cui ricavano le risorse per vivere. Le differenze ambientali e i ritmi tipici dei diversi ecosistemi in cui i gruppi umani vivono, determinano le differenze di abitudini, stili di vita e di tutte quelle pratiche quotidiane che definiscono anche la nostra dimensione sociale. Quest’ultima tuttavia assume una molteplicità di sfaccettature (identità) definite dalle inclinazioni soggettive che a loro volta forniscono nuove opportunità di interazione in un processo circolare che si implementa ogni volta che si rinnova. La fusione armoniosa fra la dimensione individuale e la dimensione sociale dell’individuo si manifesta con un processo virtuoso autorigenerante di dare-avere che va dal singolo alla società e viceversa. Questo processo si colloca alla base dell’evoluzione dell’uomo multidimensionale e contemporaneamente ne definisce il senso di appartenenza socioculturale. Uomo: un’identità comune Ciò che tutti i popoli hanno in comune è la loro natura umana: da questo presupposto nasce la consapevolezza che solo attraverso il dialogo la diversità può e deve essere vista come una ricchezza straordinaria e non come una minaccia. Abbiamo visto che la comunicazione, la condivisione e il dialogo


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sono le condizioni fondamentali da cui ha avuto origine la storia della civiltà e della cultura umana. Attraverso il dialogo la dimensione sociale e la dimensione individuale si integrano, si compenetrano fino a ricondursi a un’unità per manifestarsi concretamente attraverso le azioni individuali o di gruppo. Una società è composta da persone e ognuna di essa contribuisce, attraverso la propria individualità fatta di inclinazioni, preferenze, abilità, intuizioni, allo sviluppo dell’ambiente collettivo in cui vive. A sua volta l’ambiente fornisce una serie di regole, consuetudini, riti, conoscenze condivise che vanno ad arricchire i singoli. Si crea in tal modo un processo circolare per cui entrambe le dimensioni, soggettiva e collettiva, traggono contemporaneamente beneficio in un circolo virtuoso che conduce all’evoluzione della civiltà e dell’individuo. Ognuno di noi assume in quest’ottica un suo ruolo definito e definibile: i bambini rappresentano il futuro, i giovani la forza fisica, gli adulti l’equilibrio, gli anziani la saggezza e la conoscenza; inoltre all’interno di ognuna di queste categorie, l’unicità dei singoli rappresenta la ricchezza della comunità. Ciascun individuo, finché è parte attiva di un contesto sociale, a seconda della fase della propria vita e del proprio essere, ricopre una posizione insostituibile e riconosciuta, nell’ottica di una continuità culturale che lega una generazione alla successiva. Questo non vuol dire che il singolo non può intervenire attraverso la propria individualità nella modifica del contesto culturale in cui vive; al contrario, è proprio attraverso il contributo individuale che si ha l’evoluzione della comunità intera. Naturalmente anche questa operazione non può prescindere dal confronto intersoggettivo e dall’inclusione nei processi decisionali di tutti coloro che ne sono coinvolti. Comunità e società A livello sociologico le due distinte dimensioni insite nella natura umana trovano una loro collocazione in due modalità opposte di organizzazione della vita collettiva. Ferdinand


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Tönnies (1855-1936) ha scritto in merito un’importante opera dal titolo Comunità e società. Si tratta di un testo in cui il sociologo tedesco ha analizzato queste due grandi categorie della sociologia. Egli ha indicato la comunità come quell’organizzazione sociale che nasce dalla perfetta unità delle volontà individuali dei soggetti che ne fanno parte, alla quale si partecipa immedesimandosi in essa in modo emotivo e istintivo. Il godimento dei beni all’interno della comunità non è esclusivo, ma collettivo. Gli stessi diritti non sono riconosciuti a livello individuale. La comunità presuppone omologazione, essa rappresenta un’organizzazione di persone legate da vincoli di terra o di sangue. L’individuo all’interno di una comunità si dissolve a vantaggio della comunità stessa. L’economia della comunità è regolata da rapporti di collaborazione, di condivisione: si scambiano beni di uso comune in relazione alla reciproca utilità. La comunità privilegia la dimensione sociale dell’individuo fino ad annichilire talvolta il volere e le peculiarità del singolo. La comunità rappresenta la forma di aggregazione spontanea iniziale fra individui: il bisogno egoistico iniziale che l’uomo percepisce è quello di sopravvivere, e per fare questo il singolo si unisce ad altri uomini accomunati dalla stessa necessità. Nel processo aggregativo, nel momento in cui la comunità si propone come entità collettiva, lo stesso bisogno egoistico di sopravvivenza paradossalmente svanisce: esso diventa la necessità di sopravvivenza della collettività in nome della quale il singolo può anche essere sacrificato. Al contrario, all’interno della società vige l’individualismo e l’egoismo. Oltre le formule di cortesia e le prassi di civile convivenza, gli individui sono legati contrattualmente. La motivazione all’agire individuale è data dal profitto e in generale dal tornaconto individuale. I diritti individuali sono esclusivi e tutelati istituzionalmente, primo fra tutti la proprietà privata. Il legame emotivo si indebolisce mentre si rafforza quello giuridico e razionale. La società privilegia il singolo e il diritto di godere individualmente dei beni in relazione al volere e alle


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preferenze del proprietario. La dimensione sociale in questo caso è relegata a un livello subordinato. Questo tipo di organizzazione della vita aggregativa è possibile solo a un livello di evoluzione successivo a quello iniziale, ovvero nel momento in cui una collettività si struttura e può disporre di un livello tecnologico superiore. Il contributo di Tönnies ha offerto un’importante rappresentazione a livello sociologico della dimensione individuale e sociale della natura umana. La società fa riferimento alla dimensione individuale del singolo, la comunità ne valorizza la dimensione collettiva. Questi modelli alternativi rappresentano forme estreme di organizzazione della vita relazionale che tendono a valorizzare l’uomo in maniera parziale, dal momento che mancano di comprendere l’individuo nella sua totalità, ovvero mancano di tenere in considerazione la multidimensionalità della natura umana. ABRAHAM MASLOW Le dimensioni individuale e collettiva si manifestano tramite le esigenze percepite da ogni essere umano. A questo proposito analizziamo ora in che modo tali bisogni si generano e come si strutturano. I comportamenti umani, individuali e collettivi hanno origine, come detto, proprio a partire dalla percezione del bisogno; pertanto l’analisi della struttura e dell’origine dei bisogni dell’uomo rappresenta un punto di partenza essenziale per comprendere ogni tipo di manifestazione antropologica. Elogio del bisogno La percezione di una necessità rappresenta la molla stessa verso il cambiamento, verso il miglioramento della nostra condizione effettiva. Il bisogno rappresenta uno stato di insoddisfazione, una sofferenza che nasce dalla mancanza, dalla carenza a livello individuale o collettivo. Proprio a partire dal


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disagio, nasce la motivazione a cambiare la situazione presente percepita come non desiderabile. Questa semplice considerazione dovrebbe spingerci a riconsiderare i momenti di difficoltà che magari singolarmente ci troviamo a vivere nel corso delle nostre esistenze. È proprio da essi che nascono gli stimoli, la volontà di cambiamento verso uno scenario considerato migliore. Lo stesso Einstein considerava la crisi come la madre dell’ingegno e dell’inventiva umana. Quale motivo abbiamo di riconsiderare le nostre esistenze o le situazioni quotidiane se queste ci gratificano e ci appagano? È invece proprio a partire dalle situazioni di crisi che la civiltà evolve e progredisce. Naturalmente questa visione non si propone di elogiare il masochismo, ma al contrario di godere dei nostri successi e degli aspetti piacevoli della vita, il che è determinate e fondamentale per migliorare la qualità dell’esistenza di ciascuno di noi. In generale l’andamento di tutti i fenomeni naturali, compresa la vita umana, è ciclico, quindi a una fase di prosperità ne seguirà una di depressione e così via. Questa semplice considerazione ci fa comprendere come non abbiamo motivo di temere una crisi. Da essa si origina il progresso. Quello che noi definiamo imprevisto, per definizione, è tale solo in virtù delle nostre aspettative; è quindi un fenomeno che concerne una valutazione soggettiva, una costruzione mentale arbitraria in relazione a un ipotetico scenario futuro. Quindi alla fine dipende tutto da noi. Le fasi di depressione sono funzionali a quelle di prosperità. Possiamo vedere il problema come un’opportunità e non come un disagio, evitando di categorizzarlo come bene o male. La gerarchia dei bisogni Dal momento che la percezione delle necessità rappresenta il motore delle nostre azioni, per addentrarci nell’analisi delle modalità con cui si strutturano i bisogni non si può prescindere dagli studi effettuati da Abraham Maslow (1908-1970). Lo psicologo statunitense è stato il primo ricercatore che ha studiato le persone psicologicamente sane. I suoi lavori e le sue


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teorie sono state il risultato di accurate ricerche compiute in un periodo di oltre trent’anni, con l’idea di delineare una teoria solida a fondamento di una nuova psicoterapia. Maslow ha osservato che la struttura generale delle necessità di tutti gli esseri umani ha un ordine gerarchico, e comunemente tale gerarchia viene raffigurata con una piramide. I livelli più bassi di questa piramide rappresentano i bisogni più elementari, istintivi, mentre salendo verso la cima sono rappresentati i bisogni immateriali che concernono la sfera relazionale e introspettiva individuale.

moralità, creatività, spontaneità, problem solving, Autorealizzazione accettazione, assenza di pregiudizi autostima, autocontrollo, Stima realizzazione, rispetto reciproco amicizia, affetto familiare, Appartenenza intimità sessuale sicurezza fisica, di occupazione, morale, Sicurezza familiare, di salute, di proprietà respiro, alimentazione, sesso, sonno, omeostasi Fisiologia

In figura: La piramide dei bisogni di Maslow (1954).

Bisogni fisiologici Il livello più basso della piramide di Maslow è rappresentato dai bisogni fisiologici, elementari: aria, cibo, acqua, ma anche la necessità di riposare, di muoversi, di eliminare i propri rifiuti organici, di condurre una vita sessuale gratificante. Esiste, a ben pensare, anche una gerarchia all’interno dei bisogni appartenenti a questa categoria: infatti, tra la fame e la sete, ad esempio, la sete è più impellente; fra il bisogno di respirare e di nutrirsi il primo è più forte, ecc. I bisogni fisiologici sono bisogni individuali, egoistici, percepiti singolarmente da ogni


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essere umano a prescindere dalla propria vita di relazione. Inoltre l’impossibilità di soddisfare pienamente alcuni di tali bisogni sviluppa un desiderio crescente nei confronti di ciò di cui si percepisce la mancanza. Sono questi i bisogni tipicamente riferibili alla dimensione individuale dell’uomo. Bisogni di sicurezza e protezione Il secondo livello rappresenta il bisogno di sicurezza, cioè l’esigenza di condurre una vita al riparo da insidie che possano mettere a repentaglio la propria incolumità fisica. Sicurezza di vivere in una società democratica e ordinata giuridicamente, di avere accesso a strutture collettive che forniscano beni e servizi culturalmente adeguati e tali da garantire uno specifico stile di vita. Si percepisce intuitivamente che questa categoria di bisogni introduce la dimensione sociale dell’uomo. Tuttavia in precedenza abbiamo sottolineato come la componente sociale si estrinseca anche nell’ambito del soddisfacimento dei bisogni di base attraverso l’aggregazione di più individui che in maniera più o meno consapevole si uniscono, poiché percepiscono di avere più probabilità di sopravvivenza organizzando collettivamente le attività quotidiane. A partire da queste prime forme di socialità, una volta soddisfatti i bisogni primari, la struttura delle necessità individuali tende a farsi più ampia e raffinata. Bisogni di appartenenza Salendo nei livelli superiori della gerarchia si incontra quello dei bisogni di amore, affetto e appartenenza. Una volta soddisfatti i bisogni fisiologici e di sicurezza, si rende necessario nutrire la propria affettività e socialità. La ricerca di un partner, di amici, di una famiglia, di appartenere a una comunità o a un gruppo strutturato di individui con cui condividere interessi e pensieri (tifoseria sportiva, associazioni di volontariato, ecc.) rappresentano l’esempio tipico di questa categoria. L’individuo ha bisogno di relazionarsi attraverso la valorizzazione del-


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la propria vita sociale e la propria affettività che si manifesta attraverso quello che abbiamo definito senso di appartenenza. A questo livello il singolo individuo intuisce che la propria dimensione individuale può espandersi ulteriormente attraverso la socialità, come si è osservato in relazione all’evoluzione della vita collettiva delle prime comunità di individui. Bisogni di stima, di prestigio, di successo Salendo ancora si individua il bisogno di stima. All’interno di questa categoria si possono distinguere due livelli, uno inferiore e uno superiore. Nel primo caso si parla del bisogno di essere stimati e considerati dagli individui del gruppo a cui si appartiene e dagli altri in generale. Il seguente livello, più elevato, riguarda l’autostima, l’autorispetto, molto più duraturo, solido e difficile da conquistare. Infatti i bisogni del primo tipo concernono la sfera relazionale, “esterna” degli individui, mentre al livello superiore si fa riferimento a un’autovalutazione introspettiva, intima, che coinvolge sentimenti quali fiducia, competenza, senso di indipendenza e di libertà. Nelle società moderne il mancato soddisfacimento di questi bisogni conduce ai complessi di inferiorità nel primo caso, alla mancanza di autostima nell’altro caso. Queste due diverse accezioni del bisogno di stima coesistono e si completano. Infatti, proprio a partire da un sano equilibrio individuale fra la propria dimensione sociale e quella individuale si determina l’autostima che a sua volta è precondizione per il riconoscimento sociale. Si nota come progredendo verso la sommità della piramide, le caratteristiche intrinseche dei bisogni tendano a farsi più astratte; inoltre acquista importanza crescente l’aspetto psicologico e in particolare, come questa categoria mette chiaramente in evidenza, l’interazione della dimensione individuale con la dimensione collettiva di ognuno di noi, il che ci riporta a quanto appena affermato. Queste prime quattro categorie di bisogni sono contrassegnate dal fatto che il bisogno in questione si percepisce solo


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se mancano le condizioni o gli elementi per soddisfarlo. Maslow li definisce “bisogni da carenza”. Qualora, al contrario, sussistano tali condizioni, si perde la percezione del bisogno stesso. Inoltre, lo psicologo sottolinea come tali bisogni siano istintivi, genetici, poiché sono volti prima di tutto a garantire la nostra sopravvivenza, a soddisfare un istinto primario, quello di conservazione. Bisogni di realizzazione di sé Salendo al vertice della piramide, oltre i bisogni di stima, si ha un cambiamento radicale del concetto di bisogno; se finora si è parlato dei bisogni da carenza che, una volta soddisfatti, smettono di far percepire una mancanza, adesso si incontrano i bisogni dell’essere o di autorealizzazione. Questi riguardano il desiderio di manifestare le proprie potenzialità, di esprimere la propria indole e le proprie capacità. Infatti, la necessità di manifestare e di esprimere il proprio modo di essere perdura, si evolve e si rafforza perfino dopo il soddisfacimento di questo stesso bisogno. L’autorealizzazione incarna la categoria dell’equilibrio consapevole tra dimensione individuale e dimensione sociale. Le azioni e il comportamento dei bisogni di realizzazione di sé esprimono pienamente i valori etici e morali profondamente percepiti sia a livello individuale sia a livello sociale e culturale. Coloro che si sentono autorealizzati riescono a realizzare le proprie inclinazioni individuali, a comunicarle, poiché in genere possiedono adeguati strumenti per farlo (comunicazione verbale, scritta, artistica, ecc.). Non sempre ottengono il successo o l’approvazione, e tuttavia la disapprovazione non viene percepita come distruttiva bensì rappresenta stimolo e occasione di autocritica e di ulteriore approfondimento e introspezione. In questi casi la difficoltà è vista come un’opportunità. Questi individui capiscono quali sono i limiti della società in cui vivono in relazione a se stessi, comprendono i limiti della propria individualità in relazione al contesto sociale cui appartengono, e tuttavia vi appartengono e


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vi si relazionano in modo costruttivo e dinamico manifestando diffusamente le proprie potenzialità. Il bisogno di trascendenza La percezione del limite corporeo della vita umana e la paura della morte hanno da sempre accompagnato l’uomo nel suo percorso evolutivo. Esse fanno riferimento a una dimensione di interpretazione della realtà diversa da quella materiale. A tal proposito è possibile individuare un’ulteriore categoria di bisogni oltre quelli proposti da Maslow, ovvero il bisogno di trascendenza. Questo si riferisce proprio alla necessità di andare oltre i limiti terreni della nostra fisicità al fine di sentirsi parte di una realtà più vasta, cosmica o divina in grado di riconnettere l’uomo con l’ordine delle cose e il suo divenire. In questo sentimento risiedono le radici di tutte le religioni moderne che cercano di fornire una spiegazione più convincente e più complessa rispetto alle prime forme di culto legate ai fenomeni ciclici stagionali della natura. Questo bisogno si inquadra in modo un po’ atipico in relazione alla struttura gerarchica cui Maslow fa riferimento. Infatti, il bisogno di trascendenza non necessita che tutte le categorie di bisogni ad esso sottostanti siano soddisfatte, al contrario esso può manifestarsi anche in caso di assoluta indigenza. Questo fatto è prova evidente che tale categoria di bisogni concerne la dimensione spirituale e immateriale dell’uomo, la sua essenza trascendente, e quindi logicamente si inquadra in una classe di bisogni “al di là” della struttura gerarchica piramidale. La società e l’evoluzione dei bisogni L’evoluzione complessiva della nostra personalità e della nostra esistenza fa sì che ci spostiamo all’interno delle varie categorie di bisogni in modo dinamico, come fossero tappe o fasi di un processo. I bisogni collocati ai livelli superiori della piramide possono essere soddisfatti se lo sono quelli più in


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basso. Talvolta accade che, in particolari condizioni ambientali esterne, si debba regredire verso necessità inferiori anche se precedentemente soddisfatte. Ad esempio, il terremoto e lo tsunami che nel marzo del 2011 hanno colpito il Giappone hanno generato distruzione e sofferenza. Improvvisamente intere famiglie si sono trovate deprivate delle loro abitazioni e dei loro beni. In uno scenario del genere è logico che le necessità di base tornino immediatamente a essere prioritarie rispetto a tutto il resto. L’evoluzione gerarchica dei bisogni proposta da Maslow coincide con la stessa evoluzione della società così come questa ha progredito dalle prime forme di aggregazione di individui verso la configurazione della nostra civiltà contemporanea. La motivazione che ha spinto l’uomo verso il progresso, come detto, nasce proprio dalla necessità di soddisfare nuove esigenze e nuovi bisogni collocati gerarchicamente a un livello sempre più elevato. Il cambiamento della società provoca la modificazione della struttura dei bisogni individuali e collettivi che a sua volta determinano nuovi assetti sociali e culturali. La nascita del linguaggio, della scrittura, delle arti, quindi della scienza e della tecnologia fino allo sviluppo dello stato democratico, rappresentano, al pari di tutte le altre tappe fondamentali della storia dell’umanità, soluzioni concrete e organizzative adottate in risposta a bisogni sempre più complessi e raffinati degli uomini. Tali bisogni, evolvendosi, perdono la loro componente materiale per privilegiare gli aspetti più elevati della natura umana, quali l’intelletto, le emozioni, la spiritualità, vero segno distintivo fra la specie umana e gli altri esseri viventi. Esistono studi successivi che integrano il lavoro di Maslow o ne modificano in parte le conclusioni cui egli giunse. Tuttavia per gli scopi che ci proponiamo, esso costituisce un’ottima base per valutare scelte e comportamenti adottati dagli uomini in determinati contesti culturali.


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I BISOGNI RELAZIONALI I risultati dell’analisi di Maslow ci dicono che i bisogni strettamente individuali di ognuno fanno riferimento alla nostra dimensione fisica, sono connessi cioè alle necessità biologiche del nostro corpo e all’esigenza di proteggersi dai pericoli dell’ambiente in cui viviamo. A partire dal soddisfacimento di queste esigenze di base, la vita di relazione implica una serie di interazioni interpersonali che vanno a definire una categoria di bisogni specifici indotti proprio dal fatto stesso di svolgere una vita di relazione. Date queste premesse si comprende come i bisogni culturali o relazionali invece si riferiscono alla dimensione sociale dell’uomo e al livello di influenza che l’ambiente esterno in generale ha sui gusti, sulle abitudini, sulle azioni e sulle strutture di pensiero di ogni singolo individuo. A questo proposito è possibile individuare due diversi tipi di stimoli esogeni che definiscono la struttura specifica dei bisogni relazionali di ciascuno di noi: l’emulazione e l’accettazione. Esaminiamo dunque in che modo agiscono singolarmente questi due diversi fattori per comprendere come e a che livello l’ambiente culturale esterno influisce sulla nostra individualità e quindi sui nostri comportamenti. L’emulazione Il semplice fatto di svolgere una vita di relazione, ovvero di interagire con i nostri simili, implica che vi sia un certo livello di influenza sulle nostre preferenze, sulle nostre scelte e sulle nostre azioni. Questa influenza è determinata prima di tutto dalla tendenza spontanea a emulare i comportamenti e i modi di pensare delle persone che condividono il nostro stesso spazio vitale. La spinta emulativa in termini di comportamento è particolarmente evidente nel corso dei primi anni di vita, in cui il rapporto quasi simbiotico del bimbo con l’ambiente familiare e i genitori contribuisce in maniera decisiva a formare le caratte-


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ristiche fondamentali dell’individualità e dell’affettività anche dell’adulto. In termini più generali, la socialità è determinante nel definire quella categoria di necessità legate alle consuetudini e agli stili di vita propri di ogni specifico contesto culturale. Le caratteristiche del territorio, le abitudini quotidiane e tutti gli altri aspetti tipici di una comunità locale, attraverso l’emulazione, contribuiscono a determinare la struttura dei bisogni relazionali; questi a loro volta si inquadrano nell’ambito dell’individualità del singolo fino a influenzare le metodologie decisionali e le priorità morali soggettive, cruciali nella fase di gestione delle problematiche e delle azioni quotidiane. In particolare, ognuno di noi è sicuramente legato al luogo in cui ha trascorso l’infanzia o, in ogni caso, è legato alle situazioni in cui ha sperimentato le prime occasioni di vita di relazione e in cui ha acquisito abitudini e pratiche quotidiane. L’appartenenza a un contesto sociale specifico porta a un’evoluzione dei bisogni, come nel caso di una donna indiana che indossa il sari e consuma cibo tipico del suo paese, elementi che contribuiscono a costruire l’identità collettiva di una persona e a determinarne il senso di appartenenza. Quindi, l’esigenza di nutrirsi e di indossare indumenti idonei alle condizioni climatiche locali rappresenta di per sé una necessità primaria che si arricchisce, però, della propria dimensione culturale; oltrepassa cioè il semplice atto di introdurre calorie nell’organismo al fine di soddisfare il proprio fabbisogno alimentare oppure il ripararsi dal freddo. Inoltre, sempre nell’ambito di questo esempio, per un indiano di religione indù, l’esigenza spirituale del pellegrinaggio a Varanasi rappresenta un valore profondo che si manifesta con la celebrazione religiosa, ma che assume anche un intimo significato culturale e individuale. Questa consuetudine per un osservatore occidentale probabilmente non possiede nessun altro valore intrinseco se non quello turistico o folcloristico. Nelle nazioni costituite di recente, generalmente multietniche, spesso si formano comunità monoculturali di individui di


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comune provenienza. Ad esempio, negli Stati Uniti esistono interi quartieri cittadini in cui vivono solo afro-americani, italiani, irlandesi o vietnamiti; le chinatown, ovvero le zone urbane in cui la popolazione cinese rappresenta numericamente la maggioranza se non la quasi totalità degli abitanti, sono diffuse in quasi tutte le metropoli del mondo. All’interno di queste comunità vengono trasferite quasi inalterate le consuetudini e i valori tipici della cultura di origine anche a molta distanza dal territorio in cui tale cultura si è consolidata. Si pensi che fino a qualche tempo fa una tra le pene più consuete per coloro che si erano macchiati di qualche reato era rappresentata dall’esilio ovvero dal distacco forzoso dall’ambiente culturale e territoriale di appartenenza. Tutto ciò per dire quanto sia forte per l’individuo l’esigenza di conservare le proprie radici intese come bisogno di identità culturale che lega il singolo al gruppo cui appartiene e che si consolida e si tramanda di generazione in generazione proprio attraverso un processo di emulazione. La dimensione del gruppo e del territorio L’intensità degli stimoli emulativi che ciascuno di noi riceve dal contesto culturale in cui vive, dipende in prima istanza da due condizioni: l’ampiezza del territorio e il numero di persone che compongono il gruppo. Esiste una relazione indiretta che lega da un lato l’ampiezza del territorio e il numero di persone che compongono il gruppo, dall’altro l’influenza che la socialità ha sui comportamenti individuali. Tutto ciò vuol dire che gli stimoli comportamentali che ricevo sono tanto più intensi quanto più la comunità cui faccio riferimento è numericamente ristretta così come il territorio delimitato. Ad esempio, la famiglia ha un’influenza enorme sulla socialità e sulla definizione della struttura delle preferenze dell’individuo; la scuola avrà un impatto molto importante e tuttavia minore in intensità; man mano che la dimensione sociale e territoriale cresce (quartiere, regione, stato, continente), l’influenza che il gruppo ha sul singolo sarà via


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via minore anche in ragione del fatto che diminuisce l’intensità della percezione del senso di appartenenza a quel determinato contesto sociale e con esso gli stimoli emulativi che influenzano il comportamento individuale. In questo senso una variabile importante che incide sul fenomeno qui descritto è rappresentata dalla tecnologia dei trasporti e delle telecomunicazioni, che definisce in modo significativo la dimensione spazio-territoriale cui posso far riferimento. Qualche secolo fa, a causa di un livello tecnologico inferiore a quello odierno, poteva essere difficile se non improbabile relazionarsi e quindi percepire una qualche influenza culturale proveniente da una dimensione più ampia, come quella continentale o perfino nazionale, e questo perché non ci sarebbero state occasioni concrete per entrare in contatto con un livello territoriale così ampio. In generale, più una comunità è numericamente limitata, più ci sarà conoscenza reciproca fra i membri che la compongono e la consapevolezza da parte del singolo del proprio ruolo funzionale all’interno del gruppo, sicché maggiore sarà il senso di appartenenza percepito e quindi gli stimoli comportamentali che ogni individuo riceve. Quanto più la crescita dimensionale del contesto socioterritoriale sarà maggiore, tanto più vi sarà una perdita della relazione diretta fra gli individui che appartengono al gruppo in questione, e tanto meno intenso sarà il senso di appartenenza, e quindi l’influenza, che ognuno riceverà dall’ambiente sociale in cui vive. L’analisi di Gladwell Il giornalista e sociologo canadese Malcolm Gladwell, nel suo libro Il punto critico, ha proposto un esame molto interessante delle modalità con cui il contesto sociale influenza le scelte e il comportamento individuali. In relazione alla correlazione fra la dimensione numerica del gruppo e il comportamento individuale, Gladwell ha individuato una soglia critica al di là della quale l’influenza che la collettività ha sul singolo diminuisce bruscamente. Infatti, comunità di persone


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composte da un numero di individui superiore a centocinquanta sperimentano difficoltà decisionali e di coordinamento nel giungere a soluzioni condivise. Non solo; il singolo inserito in gruppi numericamente superiori a centocinquanta tende a comportarsi in maniera fortemente individualistica fino a perdere di vista l’interesse comune. In relazione all’analisi qui condotta, i risultati cui giunge Gladwell possono essere spiegati dal fatto che al di sotto di un numero di centocinquanta persone gli individui hanno possibilità concrete per interagire pienamente in virtù delle loro facoltà fisiche, emotive e intellettive. Nel momento in cui un gruppo cresce numericamente, si può legittimamente supporre che continuino a sussistere i livelli di interazione emotiva e razionale; tuttavia le occasioni di interazione diretta diminuiscono di sicuro. Quindi è logico attendersi che la forza di coesione complessiva tenda ad affievolirsi proprio di conseguenza al fatto che l’aspetto fisico della socialità tende a svanire. Le componenti fisiche di condivisone dell’esperienza hanno un ruolo fisiologico molto importante nell’ambito della valorizzazione della peculiarità dell’individuo all’interno della propria dimensione relazionale. Quanto più il mio essere nei suoi aspetti fisico, emotivo e intellettivo sarà coinvolto nell’interazione sociale, tanto più forte sarà il mio senso di appartenenza a una comunità. Questo non vuol dire che il coinvolgimento non avvenga anche a un livello esclusivamente emotivo, come nel caso di una partecipazione ai successi di una squadra di calcio. Il contesto sociale e il desiderio di essere accettati Dall’analisi di Maslow sappiamo che la necessità di appartenere a un contesto sociale rappresenta una tappa fondamentale nel processo di evoluzione gerarchica dei bisogni; contemporaneamente, dai risultati di Gladwell si evince che gruppi di individui numericamente circoscritti tendono a percepire un più forte senso di appartenenza in quanto in questi casi la socialità si manifesta attraverso il coinvolgimento completo di tutte le fa-


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coltà dei componenti il gruppo. Sulla base di queste considerazioni si può identificare quello che comunemente si definisce il contesto sociale di riferimento, ovvero quella cerchia di persone con le quali più frequentemente ci relazioniamo. In particolare l’ambiente di lavoro, o la partecipazione a certi contesti specifici motivata dalla condivisione di uno o più interessi sportivi o culturali, rappresentano punti di riferimento sociale per ogni singolo membro. Questo vuol dire che il comportamento virtuoso del singolo, definito tale in base a criteri culturali tipici della comunità, spinge gli altri all’emulazione proprio in virtù del confronto intersoggettivo implicito che si instaura. Queste considerazioni ci conducono direttamente al secondo tipo di stimoli provenienti dall’ambiente in cui viviamo: il fatto stesso di vivere in una comunità ci induce a effettuare delle scelte e a compiere delle azioni finalizzate a soddisfare la necessità di essere accettati e approvati dal nostro contesto sociale di riferimento. Si tratta di spinte motivazionali molto potenti che possono essere classificate con la peer pressure e il premio sociale. La peer pressure Malcolm Gladwell, sempre nell’ambito dell’analisi relativa all’influenza del gruppo sul comportamento dei singoli, ha definito la peer pressure come quell’insieme di stimoli, essenzialmente di natura emotiva e relazionale, che influenzano il singolo in quanto inserito in un contesto sociale di riferimento in cui le persone sono legate da interessi simili in termini di lavoro, credo religioso, passioni sportive ecc. Si tende sempre e comunque a imitare il più bravo, e così facendo si innesca un circolo virtuoso (o vizioso) che porta ognuno a dare il meglio di sé nel raggiungimento di un obiettivo comune. La percezione del senso di appartenenza a un contesto sociale definito e delimitato fornirà una forte motivazione a ogni persona ad adottare schemi comportamentali specifici nel tentativo di “stare al passo” con gli altri con i quali condivide le molteplici identità che li fanno identificare nel gruppo.


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A livello emotivo la peer pressure fa percepire al singolo un senso di inadeguatezza che nasce proprio dall’interazione e dal confronto con persone giudicate sue pari. Questo fenomeno è particolarmente evidente in ambito scolastico. Accade, infatti, che classi di alunni in generale brillanti trascinino in positivo anche coloro che sono più svantaggiati, come pure, all’interno di aule mediocri, anche chi più dotato a livello individuale avrà difficoltà a eccellere. Ciò accade perché si tende a imitare il più bravo o il più carismatico che in certi casi può essere un soggetto indisciplinato, ma caratterialmente in grado di trascinare gli altri, fornendo stimoli (peer pressure) negativi. Tuttavia, il risultato più sorprendente cui giunge Gladwell consiste nel dimostrare che sarebbe un grave errore stereotipare le persone includendole all’interno di una specifica categoria comportamentale. Al contrario, il comportamento di ciascuno di noi è fortemente influenzato dal contesto nel quale ci troviamo a interagire in un determinato momento. Pertanto è possibile, ad esempio, che individui assolutamente onesti si comportino disonestamente in circostanze particolari per il semplice fatto di trovarsi inseriti in un contesto sociale favorevole a comportamenti disonesti. In particolare il contesto sociale di riferimento propone a tutti coloro che vi appartengono modelli cui adeguarsi non solo in termini di comportamenti e di prestazioni, ma, all’interno della società attuale, anche in termini di stili di vita, di consumo e di livelli di reddito. Il premio sociale Ciascuno di noi tende all’approvazione da parte del contesto sociale nel quale prevalentemente svolge la propria vita di relazione; in linea generale si ricerca l’approvazione delle persone che ci vivono accanto e con le quali ci sentiamo empaticamente legati. Ovviamente quanto più il livello di interazione sarà completo, ovvero quanto più coinvolgerà tutti gli aspetti dell’individualità, tanto più il contesto sociale tenderà a influenzare il comportamento del singolo proprio in virtù di


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un più forte senso di appartenenza percepito. Con riferimento all’economista indiano Amartya Sen si può dire che al crescere del numero delle identità condivise fra gli individui di un gruppo, cresce l’influenza che il gruppo stesso ha sulla struttura delle preferenze e dei bisogni dei singoli. Il “premio sociale”, in questo senso, concerne la gratificazione che ricevo dal mio contesto sociale di riferimento per il fatto che metto al servizio della collettività le mie abilità individuali peculiari. Il premio sociale è essenzialmente di natura psicologica e relazionale, quindi connesso alla percezione del gruppo come unità collettiva e sistemica: esso si manifesta in termini di riconoscenza e considerazione sociale implicita, in quanto le doti e le capacità individuali manifestate hanno senso solo se forniscono un effettivo vantaggio al gruppo stesso. In termini pratici questo si traduce talvolta in un maggiore impegno del singolo proprio a favore della comunità. Tutto ciò è molto evidente ad esempio, in ambito familiare, dove l’influenza del contesto di riferimento è particolarmente forte: i genitori infatti tenderanno spontaneamente a sacrificare la propria individualità per il bene dei figli. Il premio sociale in questo caso è rappresentato dall’amore che i figli riconoscono al padre e alla madre. In termini più ampi, la leadership o la competenza in generale, soprattutto all’interno di comunità nel senso di Tönnies, in cui la dimensione collettiva è preponderante, presuppongono impegno, tempo ed energie ovvero risorse individuali che vengono messe al servizio del gruppo. In tal senso, il leader riceve un riconoscimento, un premio sociale, che lo conduce tuttavia a sacrificare le proprie risorse concrete (tempo ed energie) in cambio di un tipo di gratificazione psicologicamente valutata superiore. Non sempre si trae qualche beneficio materiale dal fatto di ricoprire un ruolo di spicco nella società di appartenenza, eppure l’accettazione e il riconoscimento di certe abilità individuali da parte del gruppo gratificano il singolo e lo stimolano.


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Le inerzie culturali I bisogni relazionali, ovvero le esigenze che nascono dal fatto di vivere all’interno di un gruppo sociale, si consolidano progressivamente e vanno a fare parte del patrimonio culturale di ogni comunità. L’esigenza specifica di soddisfare i bisogni culturali spinge gli individui di un gruppo ad adottare le medesime strutture di pensiero nell’affrontare i processi decisionali che si traducono quotidianamente in azioni e comportamenti simili. Questo è un aspetto cruciale per analizzare e comprendere poi il nostro modello di sviluppo, la nostra società e in generale il punto cui siamo giunti oggi nel corso della storia della civiltà umana. I meccanismi attraverso i quali agiamo e attraverso i quali ci relazioniamo con le risorse necessarie alla nostra vita sono frutto di schemi culturali ed economici provenienti dalle generazioni passate. L’evoluzione fisiologica della società può determinare che tali meccanismi divengano obsoleti e inadatti a soddisfare le esigenze percepite in un nuovo scenario. Semplicemente certi strumenti, modalità e consuetudini possono essere adatti se contestualizzati in un preciso periodo storico, ma possono divenire inadeguati e perfino dannosi se applicati successivamente. Le inerzie culturali si manifestano in termini di abitudini quotidiane, di stili di vita, di consumo, di modalità di interazione sociale, e rappresentano il patrimonio culturale in virtù del quale una comunità si riconosce. Alla luce di ciò, il cambiamento, inteso come progressivo adeguamento di una comunità al contesto esterno che si modifica, si inserisce all’interno di questo processo di trasmissione culturale nel rispetto dei tempi definiti dalle inerzie culturali stesse. Il problema sorge quando il cambiamento delle condizioni esterne avviene in maniera particolarmente rapida e pone difficoltà di adeguamento, fino, in ultima analisi, a generare uno slegamento intergenerazionale nel processo di trasmissione culturale.


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L’EQUILIBRIO Nell’ambito della gerarchia dei bisogni proposta da Maslow, la condizione sociale e relazionale rappresenta una tappa fondamentale del processo verso l’autorealizzazione della propria individualità. La frequentazione e l’interazione con gruppi sociali e in generale il senso di appartenenza, sono una fonte di stimoli molto forti per quello che riguarda sia la struttura dei bisogni e delle necessità individuali, sia il comportamento in genere. In tal senso stimoli di questo tipo rappresentano un elemento cruciale che interviene proprio all’interno della progressione verso i bisogni più elevati; la dimensione individuale si fonde progressivamente con la socialità, strutturandosi in modo che l’individuo abbia facoltà di esprimere i propri talenti e le proprie abilità all’interno della comunità cui appartiene e ottenendo per questo un riconoscimento. In quest’ottica l’autorealizzazione rappresenta l’equilibrio perfetto fra le peculiarità del singolo e la sua dimensione sociale: la natura del bisogno in questa fase torna a essere individuale, arricchita però da un’evoluzione emotiva che coinvolge il rapporto con gli altri. La categoria dell’autorealizzazione si manifesta quindi come sublimazione della socialità e da questa non può prescindere. Felicità come fine ultimo La socialità dunque svolge un ruolo basilare nel percorso verso la realizzazione di sé. In particolare si è fatto più volte riferimento alla gratificazione psicologica derivante dalla nostra vita di relazione e in particolare nell’ambito del nostro contesto sociale di riferimento. Aristotele nell’Etica Nicomachea definisce l’eudaimonia come il sommo bene che l’uomo può realizzare ovvero “il più alto dei beni raggiungibili mediante l’azione”. Si può provare a tradurre il termine greco con la parola “felicità”, anche se il significato originario è più ricco e complesso e rappresenta l’obiettivo cui si tende. L’eudaimonia non è mai considerata un mezzo, bensì rappresenta il fine ul-


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timo dell’agire. Si tratta di un’idea presente un po’ in tutto il mondo classico antico, ed è notoriamente tipica di gran parte della tradizione spirituale orientale. Essa nasce dal concetto che la vita retta e virtuosa conduce alla beatitudine terrena. Aristotele si è soffermato sul fatto che né la ricchezza né la salute o il sapere possono essere il fine ultimo, benché siano mezzi molto importanti, nel percorso verso la soddisfazione dei nostri bisogni e quindi verso la ricerca della felicità. La felicità individuale è considerata da Aristotele sempre con riferimento alla sfera affettiva e di relazione. La felicità si manifesta anche nella libertà del singolo; tuttavia una libertà esclusivamente riferita alla sfera individuale risulta completamente svuotata del suo significato etico. La dimensione sociale della libertà individuale ne completa l’essenza includendovi la responsabilità verso il prossimo. In assenza della propria dimensione sociale, la libertà si traduce spontaneamente nell’edonismo in cui la ricerca del piacere immediato ed egoistico svuota completamente la felicità del suo aspetto relazionale e quindi anche del suo significato intrinseco. L’equilibrio nella società Considerando una società alla stregua di un organismo collettivo, si può provare a delineare un percorso evolutivo dei bisogni dello stesso tipo di quello definito per i singoli. In termini concreti, quando una società si evolve, essa si avvale di strutture politiche, economiche e tecnologiche sempre più funzionali che consentono ai singoli di gestire la vita associativa e di soddisfare i propri bisogni in maniera sempre più efficiente. In questo modo da un lato la società nel suo complesso progredisce verso l’esaltazione e il riconoscimento delle nuove esigenze degli individui che la compongono. Dall’altro lato la comunità riceve beneficio dalla peculiarità del singolo messa a disposizione del gruppo. Questo scenario rappresenta la configurazione sociale di equilibrio in cui l’individualità di ogni singolo, funzionale all’interesse collettivo, trova la sua


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manifestazione nell’interazione con gli altri e procede verso la valorizzazione degli aspetti più elevati, non materiali della natura umana. Nel momento in cui ogni individuo ha la possibilità di esprimere la propria individualità all’interno della società cui si sente di appartenere, si rafforza fisiologicamente anche il suo senso di appartenenza. In questo caso l’adeguamento delle infrastrutture economiche e politiche collettive, in relazione ai tempi definiti dalle inerzie culturali, dovrebbe fisiologicamente favorire il percorso che conduce esattamente all’autorealizzazione delle singole individualità e alla felicità. Equilibrio e cambiamento Autorealizzazione, eudaimonia, illuminazione, indicano l’equilibrio fra le molteplici dimensioni, identità e sfaccettature tipiche della natura umana, equilibrio fra noi stessi e il mondo in cui viviamo. L’idea che l’equilibrio sia il mezzo e il fine per il raggiungimento della virtù anche in questo caso è profondamente radicata in quasi tutta la nostra tradizione filosofica e culturale: il Buddismo proclama la via di mezzo come regola di vita nel raggiungimento della beatitudine, mentre i classici latini affermavano virtus in medio stat; l’equilibrio tuttavia non può essere considerato un punto di arrivo acquisito. Ogni equilibrio è precario per definizione e deve rinnovarsi attraverso il cambiamento delle condizioni stesse che lo generano, come necessità di adeguarsi alla trasformazione del contesto ambientale esterno. Ogni equilibrio ha senso solo se considerato in termini dinamici in relazione ai cambiamenti in atto nella realtà. In concreto, equilibrio non significa assenza di problemi, al contrario l’equilibro visto nella propria sequenzialità presuppone che di volta in volta vi sia un approccio neutro, di accettazione nei confronti dei problemi e delle difficoltà; un approccio del genere non genera nessuno stato emotivo di disagio, o meglio, proprio dall’accettazione di questo disagio dovrebbe nascere la soluzione.


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IL DISEQUILIBRIO L’equilibrio inteso in una prospettiva sequenziale rappresenta una condizione di armonia ottimale, un obiettivo cui tendere. La realtà socioeconomica attuale tuttavia dimostra che questo è uno scenario piuttosto raro; infatti, quotidianamente ci confrontiamo quasi sempre con situazioni patologiche determinate da conflitto, tensione, disarmonia diffusa sia a livello individuale che a livello collettivo. Al fine di comprendere tali fenomeni e in che modo questi, in ultima istanza, influiscono nella determinazione della struttura delle nostre preferenze vediamo sommariamente come essi si generano e come operano. La massa Il bisogno di essere accettati dal nostro contesto sociale di riferimento ci conduce talvolta ad adottare e perfino condividere comportamenti estremi, aberranti. La folla, la massa, spesso informe, non pensa, bensì esprime un comportamento collettivo omogeneo indotto. All’interno della folla la dimensione sociale prevale sulla dimensione individuale fino ad annichilirla, o meglio fino a spingere l’individuo a identificarsi con essa. Comportamenti individualmente considerati riprovevoli divengono spontanei e accettati all’interno del contesto sociale di riferimento. Il premio sociale in questo caso conduce verso l’annullamento dell’individualità attraverso l’ipergratificazione di comportamenti ritenuti collettivamente conformi e contemporaneamente l’ipersanzionamento delle azioni non conformi. Il linguaggio da strumento di socialità e di implementazione della sfera individuale soggettiva diviene uno strumento per l’annullamento della volontà e dell’unicità del singolo. Si cita l’intervista fatta a un ufficiale Giapponese della seconda guerra mondiale, nella quale questi parlava delle vicende relative all’invasione giapponese della Cina e dei misfatti che venivano perpetrati sulla popolazione civile dei territori


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assoggettati durante l’avanzata dell’esercito. L’ufficiale giapponese provava a giustificare quanto era accaduto con il fatto che i soldati erano fortemente premiati e incentivati a compiere i crimini più aberranti e agghiaccianti: ognuno veniva altamente considerato dal gruppo in virtù delle azioni di rappresaglia compiute, ma nel contempo l’ufficiale descriveva le punizioni che venivano comminate ai militari che non obbedivano agli ordini. Pareva che egli stesso consapevolmente si rendesse conto di quanto terribili fossero le azioni compiute ormai tanti anni prima, se valutate nella situazione presente, mentre al tempo stesso tali aberrazioni, se contestualizzate durante quel periodo, erano percepite come normali. Il premio sociale spinto al suo estremo opera soffocando drammaticamente la dimensione individuale dei singoli. In genere la folla tende a seguire colui che sembra essere il più determinato e colui che dà l’impressione di aver compreso il senso esatto di tutto. Una scarsa consapevolezza della propria individualità tende a lasciare spazio per l’identificazione del singolo con colui che dichiara di avere il controllo della situazione e indica la strada da seguire. Ciascuno di noi è in attesa di una risposta. Chi sembra fornire tale risposta assume implicitamente il ruolo di guida. Il nazismo rappresenta forse l’esempio più recente e più eclatante di come, attraverso il potere e la suggestione della parola, un intero popolo sia stato persuaso da un’ideologia mostruosa, la cui follia non risulta accettabile in base ad alcun criterio logicamente comprensibile. Si introduce con questa considerazione il ruolo decisivo e determinante dell’istruzione finalizzata alla valorizzazione delle singole individualità nell’ambito della vita di relazione, affinché gli individui attraverso una propria coscienza radicata e strutturata riescano a valutare soggettivamente e in maniera critica le sollecitazioni esterne e i modelli comportamentali proposti dalla società cui appartengono.


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L’ego All’estremo opposto si colloca l’ego. Esso rappresenta l’espansione della sfera individuale fino al punto di inibire quella relazionale o meglio fino a rendere quest’ultima solo funzionale alla valorizzazione individuale del singolo. L’ego rappresenta una dimensione individuale artificiosa creata attraverso l’identificazione mentale con idee, oggetti, opinioni. L’ego paradossalmente può essere visto come originato dalla carenza di una consapevolezza della propria unicità individuale, del proprio essere vivo in questo momento; tale carenza genera un bisogno di identità. Si apre in tal modo uno spazio nell’autoconsapevolezza del sé, e questo vuoto viene prontamente riempito attraverso l’induzione di desideri e di volontà con i quali il soggetto in questione tende a identificarsi. Si crea dunque una situazione per cui l’identità soggettiva di una persona dipende esclusivamente da condizioni esterne: una volta che tali condizioni vengono meno, le reazioni emotive che di norma si generano sono quelle di frustrazione, depressione, rabbia e disperazione fino a sentimenti di autodistruzione e all’uso della violenza. Si pensi a come l’ego smisurato di alcuni leader politici o religiosi ha trasformato fedi e ideologie in strumenti di morte e distruzione. Si pensi ai conquistadores che hanno perpetrato i crimini più efferati in Centro e Sud America nel nome della Vergine Maria, si pensi ai contadini proletari in Russia sterminati poiché contrari alla dittatura del proletariato. Ci si riferisce qui all’ego come a un’entità a sé stante rispetto alla nostra vera identità individuale, poiché questa è realmente la sua natura. L’ego nasce dall’inconsapevolezza del sé e crea uno spazio vacante a livello psicologico; occupando tale vuoto, esso si impossessa del nostro essere inducendo comportamenti, pensieri ed emozioni che escono perfino dai nostri stessi criteri di valutazione e di accettazione. Detto questo, si comprende come una volta che l’ego ha preso possesso della nostra individualità e si identifica con la realtà esterna (ideologie, situa-


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zioni, oggetti), il nostro stato emotivo dipenderà fortemente da condizioni non controllabili soggettivamente. In particolare nella società dei consumi l’identificazione con gli oggetti e con il possesso ha un fondamento commerciale ben preciso. L’esigenza continua di possedere sempre di più come mezzo per ribadire la propria identità, rappresenta un’occasione di profitto particolarmente allettante. Inoltre, la gratificazione che l’ego riceve dal possesso di ogni nuovo oggetto o bene di consumo ha vita molto breve e ha bisogno di rinnovarsi ogni volta, spingendo l’individuo consumatore da un lato alla necessità di acquistare compulsivamente sempre di più, dall’altro alla paura che egli venga privato di quanto possiede; infatti, perdere il possesso degli averi, dei beni con i quali egli si identifica vuol dire perdere se stesso. In un contesto del genere le ripercussioni psicologiche sul singolo sono deleterie in termini di stati emotivi, di ansia e di frustrazione. Homo videns Entrambi i fenomeni che fanno riferimento al disequilibrio fra la dimensione sociale e quella individuale dell’uomo hanno una matrice comune. Infatti, sia le dinamiche della folla che l’insorgenza dell’ego hanno origine dalla mancanza di consapevolezza che porta l’individuo a perdersi nei fenomeni collettivi da un lato, e dall’altro, a identificare patologicamente il proprio essere in una realtà fittizia frutto di un processo mentale. La società contemporanea possiede strumenti di informazione di massa che tendono a ridimensionare la consapevolezza. Giovanni Sartori ha analizzato le problematiche relative alla percezione della realtà del telespettatore. Illustrando la sfera individuale abbiamo visto come l’intelletto, il raziocinio e in particolare la capacità di astrazione rappresentano la principale caratteristica distintiva fra noi e gli altri animali che vivono sulla Terra. Sartori ha definito l’homo videns in contrapposizione all’homo sapiens o meglio all’homo cogens. Le immagini non hanno bisogno di essere rielaborate. Esse sono


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quello che manifestano e hanno un potere comunicativo tanto efficace quanto limitato e fuorviante. La televisione inibisce ogni capacità di astrazione e di rielaborazione delle informazioni che riceviamo attraverso il video. Le parole rappresentano solo la didascalia a quanto appare sul video che di per sé non necessità di alcuna spiegazione o approfondimento, poiché semplicemente si fa osservare. Perché consideriamo la televisione un passatempo rilassante? Semplicemente perché essa inibisce ogni nostra attività di pensiero e di rielaborazione. Sappiamo che l’ego è una costruzione mentale arbitraria, quindi l’assenza di pensiero è pure assenza di ego e questo è sicuramente liberatorio poiché ci svincola da tutta quella serie di emozioni e di frustrazioni che da esso derivano. Contemporaneamente però il video ci pone in uno stato di inconsapevolezza proprio in relazione al fatto che l’immagine non necessita di nessuna rielaborazione da parte del nostro intelletto, e tanto meno necessita della nostra presenza vigile e cosciente. Di conseguenza, di fronte alla realtà televisiva diventiamo dei contenitori vuoti pronti a essere riempiti con le nozioni, le volontà, i concetti che ci vengono offerti già confezionati, pronti per essere metabolizzati. Questo scenario, attraverso l’uso appropriato della dialettica e della suggestione dell’immagine, schiude enormi opportunità per accattivarsi il consenso delle masse. In un contesto in cui i rapporti faccia a faccia sono ridotti, la dimensione sociale dell’individuo è determinata in gran parte dall’interazione con lo schermo televisivo. Una dimensione individuale svuotata dalla consapevolezza e dalla capacità di astrazione rappresenta un contenitore da riempire con bisogni, preferenze, desideri. Date queste premesse, va da sé che avere il controllo dei media vuol dire anche avere la possibilità di imprimere un’impronta molto marcata sulle coscienze, sulle volontà, sulle abitudini dei singoli individui e quindi, attraverso gli stimoli emulativi che operano all’interno del contesto sociale di riferimento, anche sulla collettività. Indirizzare abitudini e preferenze


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vuol dire indirizzare i consumi che a loro volta si traducono in profitto e potere. Il potere economico insieme al controllo dei media definisce non solo le preferenze commerciali ma anche la volontà elettorale; il potere economico diviene quindi anche potere sociale e politico ovvero il potere di influenzare le scelte collettive. La televisione, inoltre, sempre attraverso questi stessi meccanismi, crea rapporti umani artificiali e virtuali con i personaggi dello schermo. Questa forma di interazione sociale anomala si inserisce direttamente nelle dinamiche del contesto sociale di riferimento, fornendo, attraverso il meccanismo di emulazione, l’incentivo ad adottare gli stili di vita mediatici, influenzando non solo il comportamento, ma anche le strutture di pensiero dei telespettatori. Si creano dunque modelli culturali video-indotti che acquisiscono ulteriore forza nel momento in cui vengono condivisi direttamente tramite le occasioni di interazione sociale diretta in ambito scolastico o lavorativo. Recentemente tuttavia la socialità avviene sempre meno tramite rapporti faccia a faccia e sempre di più è mediata tecnologicamente. Vale a dire che le occasioni di incontro fisico fra le persone diminuiscono progressivamente a vantaggio dell’interazione tramite apparecchi elettronici. La conseguenza è che gli stimoli dell’emulazione e del premio sociale perdono la loro componente fisica e pratica di condivisione del tempo e quindi parallelamente perdono di intensità. Logicamente il contesto culturale e i valori collettivi saranno sempre più determinati dai modelli comportamentali e valoriali ricevuti dalla televisione. Il consumo e gli oggetti A inizio capitolo abbiamo visto che dalla struttura dei nostri bisogni dipendono i nostri stili di consumo ovvero le modalità con le quali ci relazioniamo con il mondo esterno per reperire ciò che ci necessita. Nel corso dell’analisi si è compreso che i bisogni materiali ricoprono un ruolo fondamentale nel percorso che conduce l’individuo alla realizzazione di sé, in quanto essi


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stanno alla base della piramide di Maslow e rappresentano esattamente il fondamento del nostro benessere. Essi offrono la possibilità di affrancarci dalla materialità al fine di elevare la qualità delle nostre necessità; infatti, man mano che ci spostiamo verso la vetta, l’evoluzione della struttura dei nostri bisogni progredisce attraverso la loro smaterializzazione. Si apre lo spazio riservato alla dimensione spirituale, sempre nell’ambito della vita di relazione e di un confronto costruttivo di tipo interpersonale. Si è visto che la socialità opera a livello psicologico nell’induzione di bisogni e di necessità relative al contesto sociale di riferimento; proprio alla luce dei meccanismi descritti a proposito dell’ego e dei comportamenti indotti dal video e dall’espansione mediatica della socialità e dell’emulazione si giunge a una situazione in cui la materialità acquisisce una valenza psicologica che non le compete. L’oggetto, il bene materiale rappresenta in questo scenario, ciò con cui il singolo si identifica. Da qui l’esigenza di accumulare beni molto spesso inutili come necessità di confermare continuamente, ma in modo inadeguato, il nostro esistere. Va da sé dunque che attraverso il possesso si determina chi siamo. Quindi “avere o essere?”, come cita Eric Fromm. Gli oggetti possiedono fisiologicamente un ruolo, ovvero hanno la facoltà di semplificare le nostre vite facilitando la soddisfazione delle nostre necessità materiali. Essi svolgono dunque una funzione essenzialmente strumentale, pratica. Si sostiene ciò non escludendo il valore estetico, artistico o affettivo soggettivamente unico di particolari opere o beni. Tuttavia occorre sempre avere la forte consapevolezza di come il possesso di oggetti dotati di queste caratteristiche non determini in alcun modo il mio essere, la mia essenza. La mia individualità appartiene a una dimensione che va oltre la materialità. La mancanza o la perdita del possesso degli oggetti con i quali l’ego si identifica, non può e non deve sminuire o diminuire il mio essere uomo consapevole di essere. Al contrario l’inconsapevolezza e quindi la necessità di identificarsi con le forme, con gli oggetti, conduce all’attaccamento.


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Verso il presente Nel corso di questo capitolo, analizzando i meccanismi attraverso i quali si definiscono e si evolvono i bisogni dell’uomo, abbiamo anche inquadrato, in termini generali, la natura della relazione che intercorre fra il singolo e la comunità cui appartiene. In particolare, si è fatto riferimento all’influenza culturale che la socialità determina nelle scelte del singolo. Alla luce dei concetti qui esposti, nei capitoli successivi, tenteremo di addentrarci nell’analisi della civiltà contemporanea considerando i fenomeni del presente da diversi punti di vista e cercando di tracciare un’evoluzione dinamica della nostra società. Cercheremo di acquisire una visione olistica della realtà contemporanea, al fine di ipotizzare la transizione verso modelli di sviluppo alternativi che siano culturalmente contestualizzati.

RIASSUNTO DEL CAPITOLO La percezione del bisogno è alla base della vita, è ciò che spinge ogni essere vivente ad agire e a relazionarsi direttamente con l’ambiente. La stessa evoluzione del genere umano nasce dall’esigenza di soddisfare in maniera sempre più completa i bisogni percepiti. Nella natura umana si può distinguere la dimensione individuale e la dimensione sociale. La dimensione individuale può essere analizzata facendo riferimento a tre categorie contingenti (corpo, istinto e razionalità) e una trascendente (la spiritualità). La dimensione sociale si origina dalla spinta aggregativa che inizialmente proviene dall’esigenza del singolo di sopravvivere e che, in un secondo tempo, si evolve in termini emotivi e relazionali. Tale evoluzione inizia con la percezione del senso di appartenenza a una comunità e, attraverso le varie forme di interazione e di comunicazione, si manifesta con la cultura che viene definita come l’insieme delle pratiche e delle conoscenze collettive appartenenti a una società o a un gruppo sociale. Abbiamo poi fatto riferimento all’analisi dei


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bisogni proposta da Abraham Maslow e alla struttura gerarchica delle necessità umane. In relazione a queste si osserva come, nel procedere verso l’autorealizzazione dell’individuo, la natura dei bisogni tende a smaterializzarsi, a partire dalle necessità di base essenzialmente concrete fino ai bisogni più elevati legati all’affettività, alla spiritualità e al sentire intimo individuale. Ci siamo soffermati a tal proposito sull’analisi di come il contesto sociale nel quale ciascuno di noi vive possa influenzare il comportamento dei singoli fino a determinare una categoria di bisogni definiti relazionali o culturali. Questi hanno origine dalla vita di relazione e dagli stimoli forniti dalla socialità. Tali stimoli operano attraverso l’emulazione o tramite la necessità da parte dei singoli di essere accettati dal gruppo. Il premio sociale, in particolare, ha natura essenzialmente emotiva in termini di approvazione o disapprovazione che la comunità conferisce all’individuo per le proprie azioni, e costituisce un incentivo molto potente che tende a condizionarne il comportamento. Questa categoria di bisogni è dunque strettamente legata alla cultura di appartenenza e costituisce il background affettivo e relazionale di ognuno di noi a fondamento della nostra dimensione sociale. La felicità intesa come eudaimonia secondo l’accezione aristotelica implica l’appagamento dei bisogni, non in una chiave edonistica, bensì nell’ambito della responsabilità verso il prossimo. L’eudaimonia rappresenta il fine ultimo dell’agire e coincide essenzialmente con la realizzazione di sé descritta da Maslow in cui ognuno può trovare l’equilibrio fra la dimensione individuale e la dimensione sociale del proprio essere. Abbiamo analizzato anche i fenomeni di disequilibrio legati alla prevalenza della dimensione sociale: in tal caso la dimensione individuale scompare a vantaggio del gruppo e della volontà collettiva della massa. All’estremo opposto si colloca l’ego, che tende a trovare la propria gratificazione patologica attraverso l’identificazione del singolo con oggetti, idee o situazioni.

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2. Perché e come analizzare il presente

ANTEPRIMA Questo capitolo cerca di definire le basi metodologiche affinché l’analisi del nostro presente e dell’organizzazione della società contemporanea sia quanto più oggettiva e integrata possibile. I singoli aspetti che andremo ad analizzare faranno implicitamente riferimento proprio al tipo di relazione che intercorre fra singolo e società, con particolare riferimento alla definizione della struttura dei bisogni dell’uomo definiti nel capitolo precedente, considerati come il fondamento di ogni fenomeno sociologico e antropologico. • Perché analizzare il nostro presente • Come analizzare il nostro presente: l’analisi scientifica • I cinque fattori dello sviluppo antropologico


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PERCHÉ ANALIZZARE IL NOSTRO PRESENTE La vita è adesso Noi viviamo adesso. Il presente incarna la stessa azione di vivere. Passato e futuro non esistono se non attraverso le nostre proiezioni mentali, le quali spesso non fanno altro che ostacolare l’atto stesso di godere pienamente della nostra vita biologica, emotiva e spirituale che avviene esattamente nell’attimo presente. I fenomeni che caratterizzano il nostro presente vengono considerati come le manifestazioni di una fase evolutiva ben definita all’interno di un processo più ampio. Il nostro stile di vita e i modi con cui interagiamo sia fra noi sia con l’ambiente, sono dettati da regole e da istituzioni che sono il risultato di un processo di trasformazione culturale e tecnologica che coinvolge, in divenire, tutta la nostra storia. In questo senso la civiltà contemporanea viene considerata come un fenomeno socioantropologico che si è strutturato così come oggi lo conosciamo in virtù del proprio peculiare percorso evolutivo. Questo tipo di analisi prende in considerazione il modo in cui vengono soddisfatti i bisogni dell’uomo contemporaneo e il modo in cui incide sulla struttura delle nostre necessità il fatto di essere inseriti in un contesto sociale come quello attuale. Comprendere il presente per non temere il futuro La necessità di affrontare in modo sistematico l’analisi del nostro presente nasce dalla constatazione che la realtà contemporanea è afflitta da difficoltà serie e di vario tipo. La crisi economica, il riscaldamento globale, le guerre, la corruzione e la delegittimazione delle istituzioni politiche, nonché il disgregamento del tessuto sociale, la diffusione della criminalità, ecc. Queste situazioni generano frustrazione e disorientamento sia a livello individuale che collettivo. La preoccupazione in particolare nasce in merito agli ipotetici scenari che possiamo attenderci per il nostro futuro.


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Come abbiamo già detto, la crisi e la sofferenza rappresentano la molla verso il cambiamento. Di qui la motivazione a comprendere e valutare in maniera olistica le tematiche inerenti la sostenibilità e le opportunità offerte dal nostro modello di sviluppo. Tale motivazione nasce soprattutto dalla constatazione che i meccanismi economici, politici e culturali attuali non sembrano più adeguati a soddisfare le esigenze della comunità civile e dell’ambiente. Tuttavia tali sentimenti devono essere rielaborati, riconosciuti e accettati al fine di permetterci di migliorare la nostra condizione di disagio. L’obiettivo che ci proponiamo è quello di fotografare i fenomeni del nostro presente, non per giudicarli, bensì per osservarli e cercare di comprendere le cause che li determinano. Un’analisi lucida del nostro presente è fondamentale per diverse ragioni. In primo luogo perché nel momento in cui si comprende ciò che avviene, non c’è più motivo di temerlo. Tutto ciò che accade ha una sua logica e una sua precisa ragione d’essere. Molto spesso ognuno di noi, individualmente, tende a catalogare gli eventi della realtà come bene o male, piacevole o spiacevole. Riuscire a comprendere le cause e le dinamiche dei fatti, delle azioni individuali, dei comportamenti collettivi è il primo imprescindibile passo verso la loro accettazione. Dalla comprensione e dall’accettazione nascono anche le strategie di azione verso la risoluzione di eventuali problemi percepiti o necessità da soddisfare. In secondo luogo, il fatto di considerare la società contemporanea come un fenomeno antropologico specifico implica la necessità di recuperare la dimensione temporale dinamica del nostro presente. Spiegare i fatti del presente in relazione alle cause storiche che li hanno determinati ci permette di aprire nuove prospettive verso la risoluzione dei problemi contingenti; altrimenti, questi, se decontestualizzati, potrebbero apparire disorientanti o irrisolvibili tanto da indurci a vedere il nostro futuro come buio e oscuro, caratterizzato da sofferenza e privazione. La capacità di osservare il nostro presente in un’ottica


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dinamica, come frutto dell’evoluzione di un processo storico non ancora concluso, ci consente di acquisire maggiore certezza sulle potenzialità attuali anche in un’ottica futura. Solo attraverso questo tipo di consapevolezza potremo facilmente renderci conto che in realtà il nostro presente possiede un potenziale colossale in termini culturali e tecnologici. La capacità di utilizzare efficacemente tali strumenti dipenderà, in ultima analisi, proprio dal livello di comprensione e di interpretazione della realtà attuale che riusciremo ad acquisire. A seguito dell’acquisizione di questa consapevolezza il futuro non apparirà più oscuro e angosciante, al contrario potrebbe essere visto come un’opportunità enorme per proseguire, in base a nuovi schemi e nuove priorità, quel cammino evolutivo che la civiltà umana ha iniziato alcuni millenni fa. Questo inoltre potrebbe rappresentare un ulteriore passo verso il progresso umano, verso la valorizzazione di facoltà superiori di interpretazione della realtà, facoltà che ci appartengono e che forse neppure noi stessi sappiamo di avere. COME ANALIZZARE IL NOSTRO PRESENTE: L’ANALISI SCIENTIFICA Definiamo ora il metodo di indagine. In questa precisazione confluiscono molte delle considerazioni fatte nel capitolo precedente relative alle nostre facoltà individuali e alla percezione di un bisogno come energia che si trasforma nella motivazione e quindi in azione. Cercheremo di inquadrare le dimensioni emotiva, razionale e fisica all’interno del metodo scientifico. Valutazione razionale e valutazione emotiva L’atto di valutare la nostra civiltà contemporanea può essere un’operazione tanto semplice quanto complessa. Semplice poiché si tratta di analizzare qualcosa che conosciamo molto bene, dal momento che l’oggetto dell’analisi è ampiamente


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noto; infatti si tratta in definitiva di esaminare le nostre abitudini e le basi sulle quali avvengono le nostre scelte quotidiane nonché le regole e le strutture culturali che le determinano. Complessa in quanto raggiungere l’oggettività nella valutazione di noi stessi è un’operazione problematica. Al fine di eseguire questo compito nel modo migliore, è indispensabile riconoscere la componente emozionale delle nostre valutazioni. Una critica razionale e obiettiva ai nostri stili di vita e alle nostre abitudini richiede l’assenza di interferenze emotive nel processo valutativo, elementi questi che potrebbero influenzare i risultati stessi dell’analisi. Eliminare la componente emotiva implica la necessità di recuperare una dimensione di umiltà e di oggettività nei confronti di noi stessi e della nostra civiltà. Definiamo ora in che modo e in quali circostanze i piani valutativi emotivo e razionale devono intervenire e interagire nel corso della procedura di analisi. I tre punti del metodo scientifico La ricerca scientifica è ciò che ha permesso alla specie umana di avere comprensione di se stessa e del mondo fisico. Nel bene o nel male, la ricerca scientifica è ciò che sta alla base dell’evoluzione della civiltà. Essa si incarna nel metodo scientifico che implica un processo che presuppone il coinvolgimento di tutti gli aspetti della natura umana. Il metodo scientifico può essere descritto nei tre seguenti punti: • riconoscere una nuova idea o problema che ha bisogno di essere risolto; • utilizzare il ragionamento logico per creare un’ipotesi, tenendo conto di ogni informazione disponibile; • mettere alla prova le ipotesi del mondo fisico attraverso l’osservazione. Questo metodo rappresenta uno strumento concreto, efficiente ed efficace, applicabile a qualsiasi contesto della realtà


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quotidiana; può essere utilizzato sia in relazione a questioni soggettive più o meno semplici sia in merito a processi decisionali collettivi complessi e articolati. Riconoscere una nuova idea o problema Il primo punto, ovvero il riconoscimento di un problema, fa riferimento a tutte le considerazioni che abbiamo dibattuto nel corso del primo capitolo in merito alla percezione di un bisogno inteso come carenza, come consapevolezza di una condizione inadeguata che determina uno stato emotivo non piacevole. Naturalmente l’idea di provare sensazioni spiacevoli non è allettante per nessuno. Tuttavia affrontare questa fase iniziale di disagio rappresenta un nodo cruciale, indispensabile, che presuppone il riconoscimento delle energie emotive che sottostanno a tale sensazione istintiva giudicata come negativa. L’accettazione del nostro stato emotivo permette anche il riconoscimento delle energie che lo determinano. Tali energie non sono altro se non un agglomerato di risorse emozionali che attendono la possibilità di esprimersi, che stanno cercando la via per manifestarsi. Attraverso l’accettazione delle nostre emozioni, per quanto spiacevoli o dolorose esse siano, possiamo anche comprendere la natura di tali energie, comprendere da cosa esse siano generate e in tal modo comprendere l’essenza stessa del bisogno per rendersi conto in concreto di quali siano le necessità da soddisfare. Attraverso questo processo, quelle stesse energie che inizialmente determinavano il nostro disagio, adesso possono trovare il modo più idoneo per manifestarsi. Per questa via la natura stessa di tali energie si evolve e da negativa o spiacevole diviene positiva e si trasforma in desiderio di agire, ovvero nella motivazione. Si tratta di un processo cruciale che avviene quasi interamente a livello emotivo ed è propedeutico alla fase successiva di valutazione logica del problema che proprio in questo modo viene individuato e accettato.


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La non accettazione del disagio Prima di procedere con il secondo punto del metodo scientifico, soffermiamoci ad analizzare il caso in cui il disagio iniziale, derivante da una situazione di carenza o di bisogno, non venga rielaborato. In generale, qualora la sensazione iniziale di disagio venga valutata insopportabile, l’alternativa più naturale ad essa è la fuga. Tale scelta provoca la non accettazione del problema e quindi la sua mancata risoluzione. Talvolta il fatto stesso di affrontare un problema viene percepito in maniera così dolorosa che frequentemente si adottano dei comportamenti elusivi nel tentativo di non fronteggiarlo. Naturalmente un disagio non accettato tenderà a ripresentarsi in quanto le energie che vi sottostanno, non individuate, cercheranno una via alternativa per manifestarsi. Quante volte nell’ambito della nostra storia individuale ci troviamo a terra, incapaci di reagire agli eventi che la vita spesso ci pone di fronte in modo inaspettato e traumatico? L’apatia che segue tali eventi nasce dal fatto che le nostre emozioni di disagio, di disorientamento e di dolore vengono rifiutate. Tale rifiuto si traduce nell’incapacità di liberare le risorse stesse che ad esse sottostanno. La conseguenza è l’incapacità di agire proprio perché le energie emotive iniziali non si trasformano in motivazione e voglia di fare. Qualora poi tali risorse emotive trovino la loro via per manifestarsi, potremo facilmente sperimentare un periodo della nostra esistenza estremamente fecondo e caratterizzato dall’azione produttiva. Questo è possibile nel momento in cui il disagio e lo stato di bisogno si trasformano in voglia di cambiare e di procedere verso un obiettivo concreto. Il malessere iniziale è parte integrante dell’intero processo che conduce alla risoluzione dei problemi e al cambiamento. Il dolore è funzionale al godimento. La mancata accettazione delle nostre emozioni prolunga gli stati di disagio e accorcia le fasi di piacere. In quest’ultimo caso infatti le energie emotive positive si esauriscono velocemente, poiché fuoriescono incontrollate e in maniera eccessiva e talvolta perfino dannosa attraverso


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l’esaltazione. Qualora al contrario la non accettazione perduri, si cronicizzi, tali energie resteranno intrappolate e inespresse e continueranno la loro incessante ricerca di una via d’uscita fino a determinare quei disturbi psichici e comportamentali così frequenti nella società contemporanea. In questi casi non si acquisisce la consapevolezza di ciò che si muove all’interno di noi e quindi neppure di ciò che realmente desideriamo. Un eccessivo accumulo emotivo potrebbe trovare una possibilità di sfogo attraverso la nostra dimensione corporea e in questo caso si parla di disturbi psicosomatici. Il primo punto del metodo scientifico serve dunque per comprendere ciò che si vuole, quali sono i nostri obiettivi, nonché per comprendere il legame diretto e consequenziale che unisce emozioni, bisogni, obiettivi e motivazione, ma soprattutto ci fa capire come le problematiche di tutti i giorni abbiano la stessa natura dei grandi problemi dell’umanità. I percorsi emotivi e decisionali sono gli stessi, ciò che cambia è solo la loro dimensione. Una volta compreso ciò che si vuole è necessario trovare gli strumenti adeguati per realizzare i nostri obiettivi. L’utilizzo del ragionamento logico Il secondo punto del metodo scientifico prevede l’utilizzo del ragionamento logico al fine di creare un’ipotesi utilizzando tutte le informazioni disponibili. In questa fase il piano analitico e valutativo si sposta nella sfera razionale. Il problema o l’esigenza ora sono chiari: conosciamo i nostri obiettivi poiché abbiamo rielaborato lucidamente il nostro stato emozionale. La motivazione, ovvero il riconoscimento delle energie che sottostanno al bisogno individuato, ci spinge ad agire anche se prima dell’azione è indispensabile vagliare razionalmente quali sono le soluzioni più idonee a risolvere il problema in maniera efficace. Per fare questo è necessario accedere sistematicamente a tutte le informazioni e a tutta la conoscenza disponibile funzionale al nostro scopo. Il percorso in tal caso è essenzialmente razionale e deve prescindere da valutazioni di


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carattere emotivo o affette da pregiudizi. Infatti, inserire considerazioni emotive in questo processo potrebbe condurre a conclusioni fuorvianti. Ad esempio, sentimenti quali il rancore o il risentimento tenderanno a farmi valutare le informazioni in mio possesso non tanto per il loro valore intrinseco quanto in base alla fonte o al soggetto che me le fornisce. Se provo rancore verso qualcuno tenderò a danneggiarlo o comunque a escluderlo dai miei processi decisionali, a non tenere conto della sua opinione. Il pregiudizio nei confronti di un’idea o di un individuo si trasforma in una valutazione errata o nella mancata possibilità di beneficiare di un contributo potenzialmente utile. Quante volte noi stessi valutiamo ciò che ci viene detto non alla luce dei concetti espressi, ma istintivamente in relazione a chi lo dice? Qualora nel processo di ricerca della soluzione a un problema percepito e riconosciuto intervengano considerazioni di natura emotiva, si può giungere a risultati fuorvianti che molto spesso sono dettati dall’insorgenza dell’ego. Infatti, se una questione viene sviscerata alla luce di emozioni come la rabbia, l’affetto, l’entusiasmo, la tristezza o altro, si corre il rischio che il risultato abbia scarso effetto pratico oppure che sia addirittura dannoso. Nei casi peggiori questo processo potrebbe perfino essere motivato dalla volontà deliberata di nuocere, ovvero dal sentimento di vendetta: in questo caso il contesto complessivo diviene ancora più contorto. Per concludere, dunque, attraverso il procedimento logico e razionale si ottengono delle ipotesi teoriche. A questo punto tali ipotesi devono essere messe in pratica, ovvero devono applicarsi alla realtà concreta e in particolare devono essere funzionali alla risoluzione del problema precedentemente individuato. Mettere alla prova le ipotesi del mondo fisico Il terzo punto rappresenta il completamento di tutto il processo definito dal metodo scientifico. Ogni teoria, ogni idea o progetto per essere valida, efficace, deve essere applicabile


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alla realtà concreta. La necessità di testare le ipotesi teoriche formulate attraverso il procedimento logico risulta indispensabile. Qualora i test e le prove pratiche si concludano positivamente, le ipotesi teoriche si trasformano in soluzioni concrete applicabili e utilizzabili nella risoluzione del problema inizialmente individuato. Un importante elemento da considerare è la prudenza, che è legata al fatto che molte delle decisioni che si traducono poi in azioni concrete non sono reversibili. La prudenza non deve essere confusa con la paura, che di norma genera o il rifiuto ad agire o comportamenti impulsivi e non coordinati. Al contrario il criterio di prudenza dovrebbe coinvolgere la capacità di percepire la nostra connessione con il tutto, con la natura e con le interazioni sistemiche che ci interfacciano con la realtà che ci circonda: in questo senso, la prudenza rappresenta un fattore di importanza cruciale affinché le ipotesi teoriche applicate alla realtà abbiano effetti concreti ed efficaci sulla risoluzione del problema individuato. Il processo introspettivo che coinvolge le nostre percezioni, la nostra comprensione sottile, è particolarmente importante quando si tratta di trovare soluzioni a problematiche che hanno a che vedere con le scienze sociali o con l’ambiente. Infatti, in questi casi di norma non è possibile mettere le ipotesi teoriche alla prova della realtà concreta. Lo stesso principio di indeterminazione, ad esempio, afferma che il semplice atto di osservare un fenomeno influisce sull’oggettività e sui risultati dell’analisi: questo ci dice che non è possibile avere la certezza dell’esito delle nostre valutazioni e tanto meno delle nostre scelte applicate proprio perché non è possibile conoscere fino in fondo il fenomeno che osserviamo. Questi sono i motivi per i quali è indispensabile che gli uomini e le donne di questo pianeta imparino a ricorrere, sia individualmente che collettivamente, alle proprie facoltà analitiche e introspettive. Si afferma ciò perché in questo momento il genere umano ha la necessità di gestire in modo efficiente i processi che ci dovranno condurre alla risoluzione delle pro-


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blematiche che affliggono la nostra civiltà contemporanea, e per far questo sarà indispensabile fare riferimento a tutte le risorse in nostro possesso, di qualunque natura esse siano. Un metodo universale Il metodo scientifico rappresenta un percorso completo che coinvolge tutti gli aspetti della natura umana e che può essere applicato a tutti i fenomeni della realtà dei quali desideriamo un’analisi e potenzialmente una soluzione. Esso inizia con la percezione di un problema concreto da risolvere e si conclude con l’individuazione di una soluzione. Il metodo scientifico inizialmente fa riferimento al riconoscimento delle nostre percezioni e delle nostre necessità, quindi implica un certo livello di capacità introspettiva, per poi concludersi con l’applicazione pratica di soluzioni rielaborate razionalmente. In mezzo ci stanno valutazioni di varia natura, che implicano di considerare a diversi livelli di importanza la realtà nella quale siamo inseriti e alla quale apparteniamo. Per fare ciò occorre non solo recuperare l’abilità individuale di gestire introspettivamente i diversi livelli di valutazione e di percezione tipici della natura umana, ma anche il fatto di acquisire consapevolezza della nostra individualità che interagisce attivamente con il contesto sociale a cui appartiene. I CINQUE FATTORI DELLO SVILUPPO ANTROPOLOGICO A questo punto, chiarito perché è necessario analizzare il presente, e chiarito come farlo, occorre definire cosa analizzare. A inizio capitolo abbiamo detto che la realtà contemporanea rappresenta a tutti gli effetti un fenomeno antropologico, ovvero una modalità con cui si organizzano le attività di una comunità di persone e nella quale queste attività si evolvono nel corso del tempo.


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Un approccio olistico Al fine di acquisire una visione esaustiva e chiara delle dinamiche della civiltà contemporanea adotteremo un approccio olistico, che permette di analizzare il fenomeno nella sua unicità, considerate anche le interconnessioni che questo ha con il tutto di cui fa parte. Infatti, l’analisi che stiamo per intraprendere è unica, poiché si riferisce a un unico soggetto che tuttavia assume manifestazioni diverse a seconda della prospettiva da cui si osserva. A tal proposito si fa riferimento a cinque fattori significativi che definiscono gli aspetti fondamentali dello sviluppo delle civiltà umane. Questi fattori sono applicabili in generale a qualunque fenomeno aggregativo e rappresentano, nel caso specifico, le diverse angolazioni attraverso le quali osservare la struttura e l’organizzazione della realtà sociale, economica e culturale del modello di sviluppo a economia di mercato nella sua versione post-capitalistica. Date queste premesse, è necessario uno sforzo, nel senso che, una volta sviluppata l’analisi in relazione ai singoli aspetti, occorre acquisire una visione d’insieme e applicare un criterio di giudizio oggettivo che tenga conto simultaneamente di tutte le considerazioni fatte. In questo modo potremo essere in grado di avere una visione sufficientemente esaustiva e integrata della realtà attuale al fine di poter concepire soluzioni logiche e mirate. Un unico fenomeno, cinque punti di vista Alla luce di quanto detto si possono individuare cinque fattori generali o campi di indagine che fanno riferimento in generale allo sviluppo della civiltà umana: • sistema economico; • tecnologia; • ambiente; • cultura; • strutture politiche.


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È importante sottolineare l’importanza e l’inscindibilità del legame che esiste fra questi elementi come aspetti diversi e complementari dello stesso fenomeno antropologico. Questi, con la loro interazione, generano un meccanismo circolare che si autodetermina in relazione a quali cambiamenti intervengono e a quale livello. In termini generali, ogni singola persona deve relazionarsi con la realtà territoriale, sociale ed economica locale al fine di soddisfare le proprie necessità definite sia dalle proprie peculiarità individuali, sia dall’appartenenza a un determinato contesto culturale. In una società, a seguito della possibilità di utilizzare nuove tecnologie, si determinano cambiamenti sociali e culturali decisivi. Facciamo un esempio. L’utilizzo dell’arco e delle armi da lancio da parte dei primi gruppi di cacciatori e raccoglitori, consentì di migliorare i risultati della caccia riducendo il rischio di avvicinarsi troppo alla preda con le immaginabili conseguenze. L’applicazione di una nuova tecnologia alle attività quotidiane ha determinato maggiore efficienza e una diminuzione dei pericoli e quindi un miglioramento complessivo della qualità della vita dei membri della comunità. Si pensi ancora a quale stimolo possa avere dato la scoperta della ruota insieme all’allevamento del bestiame a fini agricoli o di trasporto: si pensi a quali enormi conseguenze ciò ha avuto nelle possibilità di spostamento e nell’espansione del territorio cui si poteva fare riferimento. La possibilità di accedere alle risorse di un territorio più ampio ha cambiato stili di vita e abitudini quotidiane, ha favorito una visione più ampia della realtà individuale fino a determinare nuovi bisogni che a loro volta hanno dato stimolo al progresso tecnologico e hanno generato la necessità di nuove strutture politiche. Grazie a migliori e più efficienti tecniche di coltivazione e di allevamento, le comunità di individui hanno potuto progressivamente abbandonare la caccia e la raccolta. Infatti, la costruzione di canalizzazioni, l’uso dell’aratro per dissodare il terreno, l’utilizzo di bestie da soma, hanno favorito una cre-


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scente produttività agricola. La maggiore disponibilità di risorse alimentari provenienti dalla coltivazione ha permesso alle comunità di insediarsi stabilmente in un territorio e di abbandonare il nomadismo. In tal modo si sono generati dei surplus alimentari che hanno consentito ad alcuni individui la possibilità di ricoprire ruoli non direttamente produttivi. In virtù di ciò si sono create le condizioni che hanno consentito la nascita di organizzazioni sociali complesse, come lo stato. Parallelamente sono nate élite di architetti, ingegneri, professionisti, sono nate l’arte, la letteratura, la filosofia. Dal progresso tecnologico è nata la civiltà dell’uomo e con essa le strutture economiche e politiche adeguate al contesto territoriale e culturale. Ognuno dei fattori individuati influenza ed è influenzato dagli altri; la loro interazione genera un meccanismo che definisce le peculiarità socioeconomiche di ogni gruppo umano e può essere applicato in generale allo studio di qualsiasi contesto storico e all’analisi dell’evoluzione di qualunque società. Siamo o non siamo ciò che mangiamo? L’interazione dinamica dei cinque fattori evidenzia chiaramente il fatto che i nostri comportamenti, sia singolarmente sia soprattutto collettivamente dipendono, in prima istanza, dalle modalità con cui ci procuriamo le risorse per soddisfare i nostri bisogni di base. Andare a caccia di prede nella foresta e raccogliere i frutti spontanei che la natura ci offre determinerà una configurazione sociale, culturale e politica ben diversa rispetto a quella che può scaturire dal fatto di andare a lavorare, procurarsi uno stipendio per spenderlo poi al supermercato. Di conseguenza un cambiamento nelle modalità con cui quotidianamente si entra in possesso delle risorse di base per la nostra sopravvivenza determina anche un cambiamento negli stili di vita e in seguito nelle peculiarità culturali. A questo proposito Jared Diamond nel suo libro Armi, acciaio e malattie ha definito quattro livelli di evoluzione delle strutture sociali in relazione alla complessità delle strutture ne-


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cessarie a gestire la vita di gruppo: clan, tribù, chiefdom (dominio o capitanato), stato. Questi variano da poche decine di individui fino a molti milioni, con diversi livelli di stratificazione sociale e di istituzioni che gestiscono le decisioni e le attività della collettività. In generale, quanto più evoluta e stratificata è una società, tanto più essa necessiterà di strutture adeguate a soddisfare i bisogni individuali e collettivi attraverso meccanismi via via più raffinati e complessi, nonché di un territorio in grado di fornire risorse sufficienti a soddisfare le esigenze di chi vi abita in relazione ai propri schemi culturali. In sostanza, l’analisi dell’interazione dinamica fra contesto culturale, tecnologia, sistema economico, strutture politiche e territorio non solo può consentire di individuare le caratteristiche specifiche di una determinata collettività, ma può anche essere applicata all’analisi dell’evoluzione di qualunque società in qualsivoglia contesto storico. L’unità delle scienze sociali La visione meccanicistica della realtà implica che i fenomeni contingenti siano fatti di parti scindibili dall’intero. Lo studio approfondito indipendente delle singole parti dovrebbe essere automaticamente in grado di fornire la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno nel suo complesso. Il mondo scientifico e accademico fa tradizionalmente riferimento a un approccio meccanicistico all’indagine scientifica e all’interpretazione della realtà. In generale, si tende a considerare il sapere circoscritto a una materia specifica; in campo didattico la stessa istruzione e la formazione culturale privilegia di norma lo studio settoriale e specialistico delle discipline scientifiche: in tal modo le rispettive branche della scienza hanno potuto approfondire moltissimo la conoscenza peculiare del loro rispettivo campo di indagine. Recentemente tuttavia si sta manifestando a vari livelli l’esigenza di oltrepassare la visione peculiare dei fenomeni, evidentemente in risposta alla necessità di recuperare una visione d’insieme, più completa della realtà.


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La visione meccanicistica, in questo senso, pare inadeguata a comprendere da sola la manifestazione del tutto in relazione alle interconnessioni fra le singole parti di esso. L’approccio olistico tenta di colmare questa lacuna. Nel nostro caso, il riconoscimento dei cinque fattori fondamentali per definire il modello di sviluppo antropologico di qualsivoglia comunità di individui presuppone il fatto di ricondurre a unità le diverse discipline delle scienze sociali. Infatti essi vengono considerati come diversi punti di vista dai quali osservare un unico fenomeno aggregativo umano. Si tenta in questo modo di conservare i pregi dell’indagine specifica, peculiare, e contemporaneamente di interpretarli alla luce delle loro interconnessioni in vista della comprensione di ciò che antropologicamente sta accadendo nel nostro presente. In modo particolare l’unità fra le scienze sociali fino a non molto tempo fa era tacita, effettiva, naturale, in quanto è implicito che una comunità di individui si procuri dall’ambiente in cui vive, attraverso la tecnologia che ha a disposizione, le risorse necessarie al soddisfacimento dei propri bisogni. La separazione didattica e procedurale che poi è intervenuta ha impoverito lo studio dei fenomeni sociali soprattutto per quanto riguarda l’economia. Quest’ultima ha improvvisamente considerato secondarie le questioni sociali e culturali della collettività che analizza. Karl Polanyi (1886-1964) sosteneva addirittura che nelle società precedenti a quella dello scambio (così egli definisce l’economia di mercato) non esisteva neppure il concetto di economia poiché esso era incorporato nell’idea stessa di organizzazione e di integrazione sociale. La visione settoriale della realtà, nonché il fatto di considerare la scienza economica svincolata dagli aspetti sociali di una civiltà, e in qualche modo prioritaria rispetto ad essi, rappresenta, come vedremo, una prova della deriva culturale dell’attuale modello di sviluppo. Una degenerazione che si manifesta anche con le molteplici e gravi problematiche che siamo chiamati ad analizzare e ad affrontare proprio nel nostro presente.


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L’uomo: inizio e fine A questo punto tuttavia si rende necessario chiedersi: quale è il senso di tutto questo? La risposta è tanto semplice quanto evidente: l’uomo. L’uomo considerato contemporaneamente nella sua dimensione individuale e collettiva, ovvero la società. Uomo e società non sono concetti astratti. L’uomo e la società siamo noi e le nostre esigenze di singoli e di gruppo, nonché i nostri stili di vita e le nostre peculiarità culturali. Noi rappresentiamo l’inizio e il fine ultimo del nostro agire. L’economista Susan George, autrice di Le loro crisi, le nostre soluzioni, ha esaminato le cause della crisi finanziaria del 2008 che ha inaugurato una fase di recessione senza precedenti. Nell’ambito di questa indagine ha posto l’attenzione sul fatto che le priorità della nostra civiltà contemporanea, tipiche del nostro modello di sviluppo, sono ordinate in base a una scala gerarchica completamente invertita. Attualmente le logiche della finanza condizionano l’economia reale anziché esserne strumento, la società civile si pone al servizio della finanza e dell’economia mentre il nostro pianeta e l’ecosistema si trovano in una posizione subordinata rispetto a tutto il resto, andando a determinare uno scenario generale tanto illogico quanto insostenibile: i mezzi si confondono con i fini e si perde il concetto del limite. Si impone a questo punto la necessità di fare chiarezza al fine di ridefinire le priorità e gli obiettivi verso i quali indirizzare i nostri sforzi collettivi. È necessario individuare gli strumenti disponibili per raggiungere tali obiettivi e occorre acquisire la consapevolezza dei vincoli e dei limiti impliciti in questo processo. Nell’ambito dei cinque fattori dello sviluppo antropologico delle società, il sistema economico, la tecnologia nonché la politica si candidano fisiologicamente quali strumenti privilegiati per promuovere il progresso della nostra società. L’influenza culturale dei nostri strumenti Nel momento in cui la tecnologia, l’economia e la politica vengono considerati come strumenti dello sviluppo umano, la


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loro influenza culturale, che pure fisiologicamente ci sarà, sarà limitata allo svolgimento del ruolo cui esse sono funzionali: il loro compito si esaurirà nel momento esatto in cui queste strutture non saranno più in grado di svolgere il ruolo strumentale cui sono preposte. Non solo, nel momento in cui si percepisce l’evoluzione, non tanto come un percorso finalizzato al raggiungimento di un’ipotetica configurazione ottimale finale, quanto come un processo in corso, tali strumenti saranno utilizzati esattamente ed esclusivamente con questa finalità e sostituiti ogniqualvolta si comprende che essi diventano inadeguati alla comunità alla quale si applicano. Inoltre, qualora il sistema economico, la tecnologia e la politica siano effettivamente considerati come strumenti, saranno essi stessi manifestazione di quella cultura specifica e quindi parte integrante della peculiarità di quel medesimo fenomeno sociale. In ultima istanza, questi strumenti saranno anche le cause stesse, riconosciute, del suo cambiamento e della sua evoluzione. Alla luce di questo non è inverosimile pensare che una progressiva trasformazione del contesto generale possa determinare che tali strumenti diventino obsoleti e inadeguati alla nuova realtà culturale. I limiti dello sviluppo: la natura La società e la cultura dell’uomo rappresentano il fine del nostro agire. Una cultura deve necessariamente fare riferimento a un proprio retaggio storico, a quell’insieme di nozioni, di competenze e di abitudini che si tramandano nel corso delle generazioni. La comunicazione e la possibilità di trasmettere il nostro sapere è intrinseca al concetto stesso di cultura. In questo senso la dimensione territoriale, le peculiarità dell’ecosistema in cui una comunità si insedia, rappresentano la base imprescindibile da tenere in considerazione in sede di valutazione di una società e della sua struttura organizzativa. Le attività umane devono fisiologicamente coordinarsi con i ritmi e con i tempi dell’ambiente che le supporta. In generale, come


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detto, applicare il metodo scientifico nella valutazione del nostro presente significa osservare e fotografare i fenomeni della realtà, senza giudicarli, procedura tipica dell’analisi antropologica e scientifica mirata a conseguire l’oggettività dell’osservazione. Ogni fenomeno antropologico, ogni civiltà, in una prospettiva olistica ed evolutiva può essere valutata in relazione alle proprie capacità di interagire in maniera sostenibile con l’ambiente circostante; in un’ottica storica si può tentare di individuarne una precisa fase evolutiva, si può cercare di vedere se le istituzioni attualmente operanti sono adeguate o inadeguate a fronteggiare le difficoltà legate all’organizzazione della vita quotidiana. Si può osservare lo standard di vita degli individui che ci vivono. Si può tentare di percepire il loro maggiore o minore livello di gratificazione sia oggettiva che relativa, facendo tuttavia estrema attenzione a non inquadrare ciò che si osserva all’interno dei parametri culturali dell’osservatore. In questo contesto l’ambiente, l’ecosistema locale rappresentano il limite del nostro agire, rappresentano la cartina di tornasole con cui valutare l’opportunità di ogni scelta e di ogni azione individuale e collettiva nonché, appunto, l’opportunità o meno di un determinato modello di sviluppo. Logica e percezione Purtroppo, o per fortuna, un approccio olistico presuppone che le connessioni fra i singoli aspetti esaminati abbiano interconnessioni con il tutto. La circolarità causale dei fenomeni implica che non sia chiaro che cosa determina cosa. Si tratta di fare riferimento a schemi logici diversi rispetto a quelli settoriali e specialistici tipici della nostra cultura. Tuttavia un progetto olistico, prima di essere compreso, deve essere percepito. In questa sede tuttavia abbiamo la necessità di scriverlo cercando di seguire un ordine logico nell’esposizione degli argomenti. Pertanto talvolta alcuni concetti dovranno necessariamente fare riferimento ad approfondimenti successivi che saranno compresi solo nel momento in cui verranno esposti. I capitoli che


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seguono saranno dedicati all’analisi peculiare dei cinque fattori dello sviluppo antropologico. In particolare, nei successivi tre analizzeremo la configurazione attuale degli strumenti economici e tecnologici di cui si avvale la società contemporanea. Nel prossimo capitolo cercheremo di comprendere i limiti del nostro modello di sviluppo con riferimento all’ambiente e al livello di sostenibilità ecologica della nostra società. Di seguito ne osserveremo le caratteristiche culturali per poi valutare, infine, la loro proiezione negli organi di governo. Nel capitolo ottavo cercheremo di prendere in esame le fasi evolutive di alcune civiltà del passato e le loro dinamiche al fine di recuperare una dimensione storica più completa del nostro presente.

RIASSUNTO DEL CAPITOLO La vita è adesso. Dall’analisi oggettiva e lucida del nostro presente è possibile definire delle strategie di azione verso il superamento delle difficoltà attuali. La realtà in effetti provoca in ciascuno di noi ansia e preoccupazione verso un futuro incerto. Il metodo scientifico in questo senso sembra lo strumento di indagine più adeguato per valorizzare le nostre capacità analitiche. In particolare l’analisi scientifica implica il coinvolgimento, a diversi livelli, delle tre categorie contingenti tipiche dell’uomo. L’oggettività dei risultati è importante in generale, ma lo è in particolare nel momento in cui si tratta di valutare noi stessi e l’organizzazione della nostra civiltà contemporanea. La dimensione emotiva in questo senso è necessaria per riconoscere e per rielaborare le energie che sottostanno alla frustrazione, all’esigenza di risolvere un problema percepito. Non farlo implica che la difficoltà concreta non venga mai effettivamente affrontata. Una volta accettate, le energie emotive devono confluire verso un esame logico delle alternative praticabili, possibili al fine di risolvere concretamente la difficoltà alla luce di tutte le informazioni disponibili. Questa operazione implica il coin-


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volgimento delle nostre facoltà mentali. Il terzo punto del metodo scientifico riguarda la sperimentazione. Una volta riconosciuto un problema da risolvere e valutate le possibili soluzioni, occorre testarle prima di applicarle effettivamente al fine di individuare possibili difetti intercorsi nella fase di analisi razionale. In questo caso si coinvolge direttamente la nostra dimensione corporea. Analizzare la realtà contemporanea in maniera esaustiva presuppone che se ne acquisisca una visione d’insieme pur riconoscendo i molteplici aspetti significativi con cui essa si manifesta. L’approccio olistico presuppone che ognuno di questi aspetti sia integrato con il tutto che acquisisce significatività proprio in funzione delle interconnessioni sistemiche che intercorrono fra le parti. A tale proposito l’analisi settoriale, meccanicistica, tipica della cultura, della didattica e della scienza viene valorizzata nell’ambito di questo approccio alternativo. A tal proposito si individuano cinque fattori fondamentali dello sviluppo antropologico delle civiltà umane: economia, tecnologia, ambiente, cultura, politica. Si tratta in realtà di cinque punti di vista alternativi con cui osservare un unico fenomeno aggregativo umano. Un cambiamento in ognuno di questi cinque elementi provoca ripercussioni che coinvolgono gli altri verso la configurazione di una diversa realtà sociale. Alla luce di queste premesse tuttavia è possibile individuare una sorta di gerarchia nell’ambito dei cinque fattori. L’ambiente in quest’ottica rappresenta il supporto di ogni attività umana e quindi il limite fisiologico in cui deve inquadrarsi ogni civiltà. La cultura, intesa come la manifestazione dell’individualità di ognuno all’interno di un contesto sociale rappresenta il fine, l’obiettivo cui tendere. Il sistema economico, la tecnologia, la politica sono gli strumenti preposti al soddisfacimento dei bisogni individuali e collettivi.

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ANTEPRIMA L’economia nell’ambito della nostra società contemporanea, ovvero il mercato con le sue logiche, il reddito, il denaro, ha acquisito la priorità rispetto a tutti gli altri aspetti significativi del nostro modello di sviluppo. Oggi l’importanza delle questioni economiche è tale che ad esse vengono subordinate gran parte delle scelte individuali e collettive sia quotidiane che di lungo periodo. Questo è il motivo per cui pare necessario iniziare l’analisi peculiare dei diversi aspetti della società contemporanea proprio dallo studio del nostro sistema economico. Cercheremo in modo particolare di comprendere perché la sfera di influenza del mercato è divenuta così dominante all’interno della vita di tutti i giorni. • • • • •

La nascita dell’economia Baratto, denaro, mercato La distruzione creativa Mercati finanziari e speculazione La crescita infinita


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LA NASCITA DELL’ECONOMIA Definizione Il termine “economia” deriva dal greco oikonomía e significa “amministrazione della casa” ovvero, per estensione, “amministrazione delle risorse”. Il riferimento all’ambiente naturale e a un particolare territorio vi è implicito; l’ambiente locale rappresenta quello spazio fisico in cui una comunità si insedia e dal quale preleva quanto necessario per svolgere le proprie attività di produzione e consumo. Infatti è realistico supporre che qualsiasi gruppo umano insediato in un territorio si rivolga all’ambiente circostante per reperire le risorse di cui necessita per vivere e prosperare. Ma perché si gestiscono le risorse? La risposta è semplice: per soddisfare i nostri bisogni, e inoltre, dal momento che tali risorse non sono illimitate, è necessario che esse vengano amministrate. La definizione stessa di economia implica che si abbia consapevolezza di queste due nozioni di base, ovvero sapere quali sono i nostri bisogni e sapere quali sono le risorse disponibili. Il livello della tecnologia disponibile in questo contesto definisce le possibilità effettive di accesso alle risorse ambientali. Dunque è altrettanto verosimile che una comunità costruisca e definisca strutture, istituzioni e regole necessarie e adeguate a reperire dall’ambiente quelle risorse necessarie a soddisfare i propri bisogni materiali. Questo in sostanza è un sistema economico. Il sistema economico che sta alla base della produzione, della distribuzione e del consumo nella società contemporanea è l’economia di mercato di tipo capitalista. La teoria economica tradizionale definisce l’economia come quella scienza che studia i processi di produzione, distribuzione e consumo delle merci cioè di tutti quei beni che hanno valore economico (monetario) e quindi sono oggetto di scambio. Qui si ritiene che tale definizione non faccia adeguatamente riferimento alle finalità ultime cui la scienza economica effettivamente si rivolge in quanto strumento della società; proprio per questo


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recupereremo l’idea che la funzione originaria dell’economia la associa direttamente alla propria funzionalità culturale, antropologica, ovvero alle modalità con cui vengono soddisfatti i bisogni specifici di una comunità localmente definita. Ricordiamo inoltre che in generale, il modo con cui gli uomini sia singolarmente sia a livello collettivo si procurano le risorse per vivere, determina profondamente le loro abitudini, i loro stili di vita e la loro cultura e perfino i loro valori etici, morali e spirituali, nonché le regole di interazione sociale. Oltre la materialità L’economia fa riferimento essenzialmente alle nostre esigenze basilari, primarie. In maniera provocatoria si potrebbe perfino affermare che l’economia non ha poi molta importanza, proprio per il fatto che la sua utilità è esclusivamente legata al soddisfacimento dei nostri bisogni materiali: oltre a questi infatti abbiamo visto che all’interno di ciascuno di noi esiste un universo inesplorato determinato dalle facoltà intellettive, emotive e spirituali proprie del genere umano che rappresentano il nostro vero segno distintivo rispetto agli altri esseri viventi. Con queste parole non si intende sminuire l’importanza della nostra fisicità; al contrario si ritiene che questa sia un fondamentale elemento identitario che ci connette gli uni agli altri e all’ambiente. Ma allora a che cosa serve l’economia? Essa serve semplicemente a creare le fondamenta materiali affinché possiamo trascendere il nostro corpo e valorizzare tutto il resto. L’economia serve a costruire la base da cui spiccare il volo per raggiungere e promuovere gli aspetti immateriali e profondi del nostro essere, al fine di realizzare appieno la nostra individualità sia a livello soggettivo sia come parte di una comunità, proprio per godere appieno dell’unicità della nostra vita biologica e spirituale. Dall’analisi di Maslow, infatti, sappiamo che le fondamenta materiali devono essere solide poiché sorreggono tutta la piramide e ci devono condurre fino all’autorealizzazione


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delle nostre peculiarità individuali: il rischio potrebbe essere che, una volta raggiunta l’autorealizzazione, qualora venissero meno le fondamenta concrete del nostro benessere, il lavoro da noi fatto per giungere fino a quel punto sarebbe completamente vanificato e dovremmo ricominciare dall’inizio. Molto più semplice di quello che si pensa Alla luce di quanto detto, un sistema economico è un fenomeno culturale facilmente comprensibile nelle sue logiche intrinseche proprio perché fa riferimento ad abitudini e schemi mentali acquisiti dalle persone della comunità di cui è strumento. In genere quando un meccanismo diviene obsoleto, diventa anche complicato, poiché è necessario apportarvi continue modifiche nel tentativo di trovare un senso a qualcosa che ormai non funziona più. Attualmente la gestione delle questioni economiche, originariamente semplici e comprensibili, è diventata improvvisamente complessa e misteriosa, materia riservata agli addetti ai lavori. Il fondamento teorico che sta alla base di questo libro nasce dall’idea che il nostro sistema economico non sia più adeguato a svolgere le sue funzioni. A tal proposito, nel corso di questo capitolo dimostreremo che il sistema economico attuale tende a distorcere la struttura stessa dei bisogni e la loro percezione, ovvero contraddice la funzione cui ogni sistema economico è preposto. Per questo cercheremo di comprendere che cosa ha determinato la situazione attuale, le cause di questa progressiva degenerazione e quali sono le dinamiche in atto. Occorre dunque avvicinarci a questa materia consapevoli della sua effettiva importanza e convinti che l’economia non sia prerogativa di pochi: nel corso della gestione quotidiana delle nostre vite, tutti noi amministriamo le risorse cui abbiamo accesso; non solo, le soluzioni economiche migliori sono proprio quelle che ci dettano le nostre intuizioni e il nostro senso pratico. Tali soluzioni sono in tutto e per tutto simili a quelle che hanno adottato i nostri progenitori per costruire le fondamenta della nostra civiltà.


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BARATTO, DENARO E MERCATO All’interno del clan o nelle società tribali primitive in cui le risorse alimentari provenivano principalmente dalle attività di caccia, di raccolta, e più tardi di agricoltura e allevamento, la gestione e la distribuzione delle risorse era relativamente semplice. Infatti, una volta apprese le tecniche necessarie al procacciamento o alla produzione del cibo ed eventualmente alla sua conservazione, ogni individuo poteva accedere alle risorse comuni in relazione ai propri bisogni e a quelli del gruppo. I leader locali in genere assumevano compiti di redistribuzione solo in situazioni di carestia o di emergenza. Praticamente tutto ciò che veniva prodotto dalla comunità veniva consumato all’interno di questa. Il gruppo veniva percepito come un’entità sistemica in cui ogni individuo era parte attiva, poiché offriva liberamente le proprie abilità e le proprie competenze per il vantaggio collettivo. In realtà in questa fase embrionale della vita di gruppo il beneficio maggiore che il singolo riceveva dal fatto di vivere in società era legato alla possibilità di poter sopravvivere in un ambiente fortemente ostile. All’interno della comunità la specializzazione dei compiti e gli scambi erano molto limitati, al massimo potevano sussistere forme di baratto volte a scambiare monili, manufatti, talvolta cibo. Tutti facevano ciò che era necessario fare, nell’ambito di una stratificazione sociale appena abbozzata; la specializzazione, se esisteva, era legata principalmente al genere e quindi era in qualche modo fisiologica. La nascita della moneta, un intermediario degli scambi Il baratto mette direttamente in relazione possessori di beni diversi e rappresenta la forma di commercio più spontanea ed elementare. Di norma l’esigenza di barattare nasce al momento che esiste un surplus ovvero una parte di produzione che non è direttamente consumata dalla comunità che l’ha


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prodotta. Il baratto tuttavia risulta essere un meccanismo di scambio oltremodo laborioso, poiché è piuttosto difficile entrare velocemente in contatto con il soggetto che possiede il bene richiesto per soddisfare il bisogno che al momento viene percepito; normalmente sono necessari successivi scambi intermedi prima di ottenere la merce desiderata. La soluzione è stata trovata con la moneta che rappresenta una merce intermedia, reciprocamente accettata come controvalore del bene ceduto. Non a caso le prime forme di moneta si sono originate in zone particolarmente floride da un punto di vista produttivo e commerciale, come ai crocevia delle principali vie di comunicazione, luoghi di incontro fra individui appartenenti a culture diverse e quindi in possesso di manufatti e di merci diverse. Le caratteristiche della moneta dovevano essere tali da renderla facilmente scambiabile, trasportabile e non deperibile. Inoltre la merce di scambio doveva essere sia accettata sia riconoscibile, tale cioè da garantire al successivo possessore la possibilità di essere a sua volta scambiata. Inizialmente queste caratteristiche erano possedute dai metalli pregiati; la loro relativa scarsità ne garantiva un elevato valore intrinseco e quindi un notevole potere di acquisto per unità di peso. In seguito è stato il sovrano stesso, e quindi l’autorità dello stato, che ha garantito la validità e la veridicità delle monete tramite la coniatura, proprio per eliminare le laboriose operazioni di pesa al momento della transazione. Un’ulteriore evoluzione è avvenuta con l’emissione della carta-moneta la cui convertibilità in metallo pregiato era garantita dal sovrano o dal governo. Quindi la copertura in oro delle banconote veniva comunque assicurata anche se il vantaggio legato alla manipolazione e allo scambio di questa forma di denaro era assai semplificato. Più tardi, con la crescita esponenziale degli scambi mondiali, le riserve auree si sono rivelate insufficienti a coprire l’enorme quantitativo di banconote in circolazione: per fare fronte a questa esigenza, la moneta è stata emessa “in nome della legge” e come tale assume valore. È questo l’inizio


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del cosiddetto “corso legale della moneta”; da questo momento in poi è venuta meno la convertibilità in oro o in metallo pregiato. Infatti, il potere di acquisto deriva dal fatto che lo stato si assume la responsabilità di emettere tale strumento di scambio e, attraverso una legge, si autorizzano i cittadini ad accettarlo in pagamento di beni e servizi. Signoraggio e banca centrale Abbiamo detto che i sovrani dell’antichità tutelavano, tramite la coniazione, ovvero la stampa della loro effigie, il corrispondente effettivo della moneta circolante al fine di garantire la certezza del valore del denaro in circolazione e facilitare gli scambi. Allo stesso tempo essi si riservavano la possibilità di imporre una tassa, un diritto di zecca su ogni singola moneta coniata; trattenevano cioè parte del metallo pregiato di cui era costituita la moneta. Accadeva dunque, ad esempio, che il sovrano garantiva per un valore nominale di dieci grammi d’oro una moneta forgiata con solo nove grammi: questo in breve è il signoraggio. Nel corso del tempo il diritto di emettere moneta è stato decentrato dai governi alle banche centrali, ovvero a enti che hanno il monopolio del conio e quindi il controllo del volume della base monetaria, cioè dell’ammontare complessivo della moneta cartacea in circolazione. Attraverso il controllo del volume della base monetaria, le banche centrali acquisiscono la facoltà di gestire la politica monetaria mentre il governo continua a esercitare la facoltà di gestire la spesa pubblica e la politica fiscale, ovvero la facoltà di imporre tasse e spenderne i proventi nell’interesse collettivo. Abbiamo detto, inoltre, che una volta decaduta la convertibilità delle banconote, il valore della moneta viene garantito dalla legge e dalla fiducia che i cittadini ripongono in essa. A questo proposito le banche centrali assumono la funzione di banca delle banche, riservandosi la possibilità di prestare denaro agli istituti di credito che lo richiedono, affinché questi ultimi possano evitare eventuali crisi di liquidità


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e onorare gli impegni presi con i loro clienti: in questo modo si tutela la fiducia che la comunità ripone nella moneta, fiducia che sta alla base della sua generale accettabilità e della stabilità di tutto il sistema monetario ed economico attuale. Come conseguenza ulteriore della non convertibilità, il valore intrinseco di ogni banconota è rappresentato quasi unicamente dal suo costo di produzione; quindi il signoraggio oggi è determinato dalla differenza tra il costo di produzione delle banconote e il loro valore facciale. Ad esempio per realizzare una banconota da 100 euro si spendono circa 25 centesimi di euro. Il signoraggio su tale banconota ammonta a 99,75 euro. Caratteristiche e funzioni della moneta Alla luce di quanto esposto, la teoria economica individua nella moneta tre funzioni fondamentali: mezzo di scambio, unità di conto, riserva di valore. Oltre alla prima funzione fondamentale di mezzo di scambio tra beni diversi di cui abbiamo trattato sopra, la moneta è un’unità di conto, ovvero attraverso la moneta si può attribuire un valore alle merci e definirne un prezzo. Infine, la moneta ha la capacità di mantenere il proprio valore nel tempo; grazie al fatto di essere ampiamente accettata, infatti, è possibile differire il potere di acquisto, nel senso che è possibile entrare in possesso del denaro oggi e spenderlo in futuro. L’utilizzo della moneta implica che le relazioni economiche fra soggetti diversi assumano una loro connotazione particolare che si definisce attraverso le interazioni di mercato. Domanda e offerta Il mercato rappresenta quel luogo, anche se non sempre identificabile come uno spazio fisico, in cui coloro che vi accedono hanno la possibilità di cedere le merci in proprio possesso in cambio di denaro; specularmente, si possono ottenere, sempre in cambio di denaro, i beni e i servizi di cui si ha necessità. Affinché tale meccanismo funzioni, c’è bisogno di chi possiede o produce un bene (offerta) e di chi ne ha necessità


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(domanda) ed è disposto a entrarne in possesso in cambio di un certo ammontare della propria ricchezza monetaria (prezzo). In tal modo, attraverso lo scambio, chi vende (offre) la merce riesce a ottenere un ammontare di denaro che può essere riutilizzato come mezzo di scambio all’interno del mercato stesso. Il vantaggio è bilaterale. Il denaro in sé dunque non è direttamente consumabile, esso rappresenta lo strumento che utilizziamo per procurarci quei beni necessari per soddisfare i nostri bisogni. Nell’ambito del meccanismo di mercato dunque l’obbiettivo generale di ognuno diviene quello di entrare in possesso di quanto più denaro possibile per poterlo poi scambiare con altri beni o servizi in grado di soddisfare le esigenze percepite. A tal proposito, ognuno deve offrire e vendere una merce al fine di ottenere un potere di acquisto per richiedere qualcos’altro, e lo strumento intermedio è la moneta. In definitiva, possiamo affermare che esiste un mercato per qualsiasi bene oggetto di scambio cui sia attribuibile un valore monetario. Il prezzo di equilibrio y Prezzi Domanda Offerta Eccesso di offerta 3000 2000 1000

Punto di equilibrio Eccesso di domanda 100 170

300

In figura: Il prezzo di equilibrio.

430 500

x Quantità


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Nel grafico si vede come si determina il prezzo di equilibrio in un’economia di mercato: la curva di domanda assume la forma decrescente (come in figura) dal momento che, al crescere del prezzo (asse delle y) la quantità richiesta della merce (x) ovviamente si riduce, perché i consumatori tenderanno a ridurre i propri acquisti se i prezzi sono alti. Accade il contrario per l’offerta che aumenta al crescere del prezzo: ogni azienda infatti sarà stimolata a produrre quando sa che il prezzo di mercato del bene è piuttosto elevato e quindi vi sono buone prospettive di profitto. Dunque la domanda e l’offerta tenderanno, attraverso successivi adeguamenti, a collocarsi nel punto di equilibrio. Come si vede dal grafico, un prezzo troppo basso causa un eccesso di domanda in quanto questa viene eccessivamente stimolata rispetto all’offerta che non trova profittevole produrre a quelle condizioni. Il contrario avviene nel caso opposto. Valore d’uso e valore di scambio Il valore di scambio rappresenta il prezzo di mercato di un oggetto, ovvero il corrispettivo di denaro necessario per entrare in possesso di quel bene specifico e poterlo usare. Questo viene determinato direttamente dal meccanismo di mercato e si esprime in termini monetari numerici. Il valore di scambio rappresenta la misura del livello di scarsità relativa del bene. Si parla di scarsità relativa in quanto questa è una variabile che dipende dai due fattori, come si evince chiaramente dal grafico della domanda e dell’offerta. Ad esempio un bene può diventare scarso sia perché se ne riduce la produzione (minore offerta) sia perché chi lo consuma ne percepisce una maggiore necessità (aumento della domanda). Un più elevato livello di scarsità conduce a un aumento del prezzo del bene in questione. Il valore d’uso di un oggetto o di un bene di consumo concerne le sue funzionalità pratiche, materiali, e quindi rappresenta un concetto oggettivo poiché riguarda le modalità con cui esso può soddisfare i bisogni specifici di chi lo utilizza.


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Tuttavia il valore d’uso di un oggetto, o meglio la proiezione psicologica della sua funzionalità effettiva, può variare in relazione alle preferenze individuali o al contesto ambientale e culturale. Ad esempio, in termini generali il valore d’uso di un maglione di lana al Polo Nord è esattamente lo stesso che all’equatore in quanto esso, in virtù delle proprie caratteristiche specifiche, consente a chi lo usa di proteggersi dal freddo. Tuttavia in questo caso è logico che le differenti condizioni climatiche avranno un ruolo fondamentale nella definizione del valore d’uso effettivo del maglione. Il valore d’uso si riferisce alle caratteristiche fisiche di un bene di consumo, funzionali alle esigenze dell’utilizzatore, e tali esigenze sono determinate anche dal contesto culturale. Quindi il valore d’uso è un concetto sia oggettivo, in termini di caratteristiche fisiche peculiari del bene, sia culturale, in riferimento alla sua funzionalità specifica in risposta alle esigenze peculiari di chi ne fruisce. La scarsità oggettiva e la scarsità culturale Nell’ambito del concetto generale di scarsità possiamo distinguere due componenti. In primo luogo si parla di scarsità oggettiva; questa fa riferimento ai bisogni elementari dell’uomo come mangiare adeguatamente o proteggersi dalle intemperie. Questa è un’accezione della scarsità che concerne direttamente le risorse necessarie alla sopravvivenza biologica degli esseri umani, e in questo senso la scarsità oggettiva, quando percepita, pone l’individuo in uno stato di deprivazione. In secondo luogo esiste anche un livello di scarsità tipicamente culturale che si percepisce soggettivamente in relazione al contesto socioculturale cui si appartiene. Questo tipo di scarsità fa riferimento alla categoria dei bisogni relazionali o culturali di cui si è parlato nel primo capitolo. La scarsità culturale viene percepita da ognuno di noi in relazione agli stili di vita tipici del contesto sociale nel quale siano inseriti; in questo caso il cibo non rappresenta solo l’esigenza oggettiva di nutrirsi, ma fa riferimento al gusto e al desiderio di mangiare un alimento


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particolare, spesso legato a specifiche consuetudini acquisite. Lo stesso può dirsi per l’abbigliamento e per gli stili di consumo in generale. Nel momento in cui non si ha disponibilità di certi indumenti o di certe pietanze, si percepirà soggettivamente la scarsità di questi beni, la cui mancanza non mette a repentaglio la nostra vita biologica; tuttavia la disponibilità di tali beni assume un’importante valenza psicologica in termini di appagamento poiché fa riferimento alla nostra cultura e ai nostri stili di vita. Più in generale la percezione di questo tipo di scarsità proviene dalle occasioni di confronto con gli altri in base ai meccanismi di interazione sociale visti nel primo capitolo. Nell’ambito dei meccanismi di mercato, la percezione culturale della scarsità si traduce in aumento del prezzo come conseguenza di una maggiore richiesta (domanda) del bene in grado di appagare quel bisogno specifico. I beni comuni Attraverso il prezzo di mercato, ovvero attraverso la misura monetaria della scarsità relativa di un bene, se ne limita l’accessibilità al fine di razionalizzarne la distribuzione e il consumo; infatti un oggetto costoso sarà acquistato di meno rispetto a un oggetto a buon mercato. Se un bene è abbondante e ampiamente disponibile, non avrà un prezzo monetario proprio perché non è scarso e può essere liberamente reperibile. Questo caso fa riferimento ai cosiddetti beni comuni, così definiti poiché la loro fruibilità non è regolata dalle leggi e dai prezzi di mercato, e poiché il fatto che qualcuno ne usufruisca non ne impedisce la fruizione da parte di altri. L’aria rappresenta l’esempio classico di un bene comune, ma lo sono in generale anche i servizi pubblici gratuiti come una pista ciclabile, oppure la bellezza di un paesaggio, cose di cui si può godere gratuitamente. Qualora l’aria da respirare diventasse scarsa, sarebbe lecito attendersi che il suo valore possa essere espresso in termini monetari e l’accesso ad essa regolato dalle leggi di mercato. Questo naturalmente rappresenterebbe uno scenario


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apocalittico che tuttavia in parte si sta verificando, in relazione a un altro bene essenziale come l’acqua. In termini generali, un bene percepito come scarso crea un’esigenza che spinge il cittadino-consumatore a rivolgersi al mercato, compatibilmente con le proprie risorse monetarie, al fine di soddisfare il proprio desiderio di usufruirne. La produzione La produzione svolge una funzione sociale precisa, finalizzata al consumo, volta a ridurre la scarsità oggettiva e culturale. Nell’ambito delle comunità arcaiche questa era sempre un evento comune e condiviso, quasi mai un fenomeno individuale, dal momento che l’atto produttivo in questo contesto viene indirizzato a migliorare il benessere di tutta la comunità: ognuno contribuisce con le proprie capacità al reperimento di risorse o alla realizzazione di manufatti utili per se stesso e per il gruppo. Si pensi ad esempio a una battuta di caccia per la quale era necessaria la collaborazione e un coordinamento preciso fra tutti coloro che vi partecipavano; si pensi alla vendemmia o alla mietitura del grano nelle società rurali che rappresentavano un appuntamento aggregativo e talvolta perfino folcloristico. La produzione e il consumo, nell’economia di mercato, rappresentano due fasi distinte dello stesso fenomeno economico che viene regolato dall’interazione delle curve di domanda e di offerta. Nell’economia di mercato l’opportunità di produrre una merce specifica dipende sostanzialmente dalla maggiore o minore possibilità di realizzare un profitto positivo. Il profitto è inteso come il guadagno monetario che si realizza nella differenza fra il prezzo di vendita e i costi di produzione. Il profitto rappresenta anche il metro con il quale valutare l’opportunità economica e sociale di un progetto o di un’iniziativa; infatti, in assenza di un finanziamento esterno, nessun tipo di attività imprenditoriale che produca un profitto nullo o negativo sarebbe sostenibile nel tempo. Le aziende, quindi, con la


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prospettiva di realizzare un utile monetario, fondano le loro scelte produttive su alcune considerazioni fondamentali riassumibili come segue: • presenza di domanda adeguata di quel bene specifico; • capacità di spesa da parte dei potenziali consumatori; • disponibilità di fattori di produzione a buon mercato. Ogni tipo di produzione trova giustificazione in una richiesta o in un’esigenza precisa manifestata, ovvero nella percezione di scarsità di quel bene specifico da parte degli abitanti di un certo contesto territoriale. Tuttavia nelle decisioni di produzione, unitamente a una domanda locale adeguata, è necessario che i consumatori dispongano anche di un reddito sufficiente ovvero di denaro disponibile per essere scambiato con la merce in questione, atta a soddisfare il loro bisogno percepito. Nelle scelte di produzione è cruciale anche la disponibilità di fattori produttivi a buon mercato. I fattori di produzione rappresentano gli elementi di base affinché possa realizzarsi una qualsiasi attività produttiva e normalmente questi vengono individuati con le seguenti categorie: terra, materie prime, capitale, informazione e lavoro. Il primo fattore di produzione tradizionalmente è la terra come supporto base per ogni attività agricola o primaria in genere. Le materie prime sono quelle risorse allo stato grezzo direttamente reperibili nell’ambiente, a partire dalle quali si origina il processo di trasformazione. Inoltre, ogni produzione necessita di capitale, cioè di un impianto, di una tecnologia, che rappresenta un’immobilizzazione di risorse (denaro) in attrezzature e utensili utilizzabili di norma più volte. L’informazione è il know how, ovvero le abilità manuali e intellettive dei lavoratori, le esperienze e le nozioni necessarie per attivare in modo opportuno il capitale il quale, a sua volta, può incorporare informazione nella struttura tecnologica delle attrezzature produttive stesse. I fattori di produzione vengono scambiati in base alle leggi e ai meccanismi di mercato e allo stesso modo di tutti gli altri beni e servizi


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si determinano i loro prezzi di equilibrio. Attraverso i prezzi espressi in termini monetari che si formano dall’interazione delle curve di domanda e di offerta, è possibile quantificare il profitto come differenza fra i ricavi provenienti dalla vendita dei prodotti finiti e i costi dei fattori di produzione. La manodopera, vale a dire il tempo e le competenze individuali, viene considerata una merce alla stregua di tutte le altre. Questa si scambia sul mercato del lavoro in cambio di un compenso, ovvero di un prezzo chiamato salario. In questo senso la presenza di fattori di produzione a buon mercato può garantire minori costi di produzione e un maggiore utile monetario (profitto) per le aziende coinvolte nell’attività di produzione. La vendita La vendita conclude il processo di produzione. La fase della vendita è essenziale e cruciale per ogni azienda. L’acquisto delle merci prodotte avviene sulla base dei prezzi monetari espressi dal mercato; le imprese, attraverso i ricavi che si generano dalla vendita della merce prodotta, possono ripagare i costi di produzione e ripagare tutti i valori aggiunti alla merce ad ogni fase di produzione; inoltre solo attraverso la vendita le unità produttive possono realizzare un profitto che rappresenta la motivazione primaria affinché esse continuino a fabbricare quel determinato bene. Le aziende, dopo avere venduto i beni da loro prodotti, possono monetizzare, quindi misurare, il livello della loro performance economica e sociale. Infatti, attraverso la vendita si raggiunge l’equilibrio fra le esigenze delle imprese e quelle dei consumatori che acquistano la merce, e tale equilibrio si esprime in termini monetari attraverso i prezzi di mercato detti appunto di equilibrio. Ciò che accade dopo la vendita della merce prodotta, ovvero le modalità di consumo, non interessa alle aziende. Il mercato in questo modo si propone di mettere in relazione l’atto della produzione e quello del consumo, che altrimenti sarebbero a tutti gli effetti svincolati.


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Il consumo Il consumo rappresenta la fase successiva alla vendita. Il valore d’uso dei beni prodotti trova nel consumo la propria dimensione umana che si manifesta tramite i bisogni individuali che riesce ad appagare. I prezzi di mercato espressi in termini monetari rappresentano il valore di scambio ovvero il corrispettivo in denaro necessario per acquistare e utilizzare il bene in questione. Tramite le transazioni di mercato ci procuriamo gli oggetti che ci servono nella nostra vita quotidiana. La nostra disponibilità di reddito definisce la possibilità di ognuno di noi di accedere al mercato. Attraverso i prezzi di mercato e l’ammontare di denaro che abbiamo a disposizione, sappiamo se ci possiamo permettere una merce. Questa procedura determina anche il nostro stile e il nostro tenore di vita. La produzione e il consumo sono svincolati, dal momento che il fine della produzione non è il consumo bensì la vendita. Le aziende, ovvero l’apparato produttivo, si disinteressano completamente di ciò che accade dopo la fase di vendita. Le transazioni di mercato rappresentano l’elemento di congiunzione fra ciò che accade prima del consumo e ciò che accade dopo la produzione. Economia di sussistenza e mercato L’economia di sussistenza si basa sulla produzione diretta, da parte del singolo o della comunità cui egli appartiene, della maggior parte dei beni di cui necessita, in modo che sia produttore e consumatore al tempo stesso. Essa ha rappresentato a lungo il modello economico di riferimento, anche contemporaneamente all’introduzione della moneta e degli scambi di mercato. Infatti, accade spesso che barriere geografiche o difficoltà di accesso ai centri urbani tipiche delle comunità prevalentemente rurali, causino difficoltà di incontro e di interazione economica, con la conseguenza che ognuno ha bisogno di prodursi per conto proprio manufatti e generi di prima necessità. L’introduzione della moneta da sola non conduce


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immediatamente a un’effettiva economia di mercato, infatti il mercato ha bisogno di essere ampio e ben strutturato per consentire all’individuo di accedervi e di ottenere al suo interno la possibilità di appagare gran parte dei propri bisogni materiali; condizioni di questo tipo si sono verificate per la prima volta nell’Inghilterra della seconda metà del diciottesimo secolo. Attraverso l’affermazione del mercato come meccanismo alla base dell’organizzazione della società contemporanea, si sono verificati cambiamenti sostanziali negli stili di vita e nelle priorità quotidiane degli individui che operano all’interno di essa. Le relazioni di mercato hanno determinato nuove modalità di interazione fra i soggetti economici, e da qui si è creato un nuovo contesto culturale di cui è importante comprendere meglio quali sono le dinamiche e le modalità di funzionamento. Mercato e società L’introduzione del denaro e del mercato in un’economia di sussistenza di tipo comunitario rappresenta un cambiamento radicale nei processi decisionali che individualmente e collettivamente regolano la vita di una comunità, con effetti molto profondi sulle modalità di interazione sociale fra gli individui che appartengono al gruppo. L’introduzione della moneta ha implicato un diverso approccio all’attività produttiva; una prima conseguenza è stata la specializzazione dei compiti, ovvero il fatto che ciascuno ha potuto dedicarsi alla produzione esclusiva di alcuni beni e quindi scambiarli con gli altri, a mezzo denaro, per procurarsi poi quanto non realizza per proprio conto. Infatti, ogni singola persona adesso non ha più la necessità di possedere contemporaneamente tutte le competenze necessarie a produrre la maggior parte di ciò di cui ha bisogno per vivere. Queste nuove modalità di produzione e distribuzione, permettono ai singoli lavoratori di dedicare tempo ed energie per acquisire maggiore competenza e abilità, o nella produzione di un bene di consumo, o in una singola fase dell’intero processo produttivo. Maggiori competenze conducono a una


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Dal denaro al donare, l’anagramma del cambiamento

migliore qualità dei manufatti e a una maggiore efficienza produttiva, che si traduce in una maggiore disponibilità di beni e servizi. La maggiore efficienza produttiva ha garantito la possibilità di beneficiare di nuovi stili di consumo, in grado di appagare più efficacemente i bisogni materiali. Al tempo stesso si definiscono nuove prospettive e nuovi stimoli all’agire individuale e collettivo; infatti, da un punto di vista socioculturale l’introduzione del denaro riduce il livello di collegialità dell’atto produttivo. La gestione dell’attività produttiva non è più questione che riguarda in pari misura tutti gli individui che fanno parte della comunità, bensì solo coloro che hanno interesse (monetario) nell’ambito di quella specifica unità produttiva, ovvero principalmente il proprietario dell’azienda e i lavoratori. La condivisione quotidiana dell’attività produttiva si restringe dall’intera comunità a coloro che operano all’interno di un’impresa specifica, e il mercato ha il compito di mettere in relazione le singole individualità. Si perde di vista la funzione sociale della produzione che, in questo contesto, non è tanto finalizzata a fornire alla comunità le risorse necessarie, quanto a indirizzare verso la realizzazione di un utile monetario. Il mercato del lavoro La manodopera rappresenta uno tra i fattori di produzione cruciali a causa delle implicazioni etiche e culturali legate allo scambio di questa particolarissima merce: infatti le contrattazioni salariali fra imprenditori e lavoratori sono da sempre terreno di scontri sociali e politici molto forti. Colui che produce manodopera è il lavoratore e come detto ottiene un compenso monetario in relazione alla merce offerta. I costi di produzione sono rappresentati ad esempio dalle spese sostenute per usufruire di mezzi di locomozione necessari a recarsi sul posto di lavoro, dal tempo e dalle energie individuali impiegate per aggiornare e migliorare la qualità delle proprie abilità, ovvero la propria capacità di produrre/offrire manodopera sul mercato del lavoro. Le aziende, che da un lato offrono prodotti e ma-


Il sistema economico oggi

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nufatti sul mercato dei beni di consumo, dall’altro richiedono (domandano) fattori produttivi tra cui la manodopera. In un’altra ottica il mercato del lavoro rappresenta l’opportunità, per la grande maggioranza dei consumatori, di procurarsi quel reddito necessario che sarà poi scambiato con tutti gli altri beni e servizi in commercio, e che quindi, a sua volta, andrà a formare la domanda indispensabile per attivare i processi produttivi stessi. La manodopera rappresenta lo stesso soggetto economico visto da una prospettiva diversa, e ciò spiega il motivo della circolarità di questo meccanismo. Infatti, il potere di acquisto e la capacità di spesa dei consumatori sono determinati dall’ammontare dello stipendio che i lavoratori percepiscono; questo a sua volta indica la misura con cui ogni singolo individuo può rivolgersi al mercato e attraverso i propri acquisti stimolare la produzione. La manodopera dunque rappresenta contemporaneamente fine e strumento del sistema produttivo, in quanto essa è allo stesso tempo fattore di produzione e domanda di beni di consumo. Quanto maggiore sarà l’ammontare di denaro che ogni lavoratore potrà ottenere attraverso la vendita della propria manodopera, tanto più consistente sarà la domanda che da questo si genera. Vado al lavoro, mi procuro del denaro e lo spendo in cambio di ciò che mi occorre; così facendo cedo il mio denaro alle stesse aziende che producono e pagano gli stipendi. Anche in questo caso l’introduzione della moneta svincola il singolo dalla responsabilità sociale del proprio stile di consumo. Infatti, il reddito individuale rappresenta il metro con cui si valuta cosa si può acquistare e in che misura a prescindere da altre considerazione legate alle ripercussioni sociali delle proprie scelte. In questo senso il mercato rappresenta tecnicamente l’unico punto di contatto fra gli interessi individualistici delle aziende e quelli dei consumatori, e a tali interessi peculiari viene attribuita una misura univoca definita in termini monetari numerici attraverso il prezzo.


OLOS

Solo la comprensione di ciò che è stato e di ciò che è ci permetterà di costruire ciò che sarà; con questa convinzione la collana “Olos” ci conduce attraverso le molteplici possibilità di un futuro migliore, con occhio sempre attento a cogliere il tutto, l’integrazione e la connessione tra le parti, per guardare il mondo in modo sistemico e globale. In una parola, olistico.

Quali sono le cause della crisi economica, ambientale e spirituale della nostra società? Partendo dai bisogni dell’uomo e dallo sviluppo della civiltà attraverso economia, tecnologia, cultura e politica, si fa luce sul grande problema presente, ovvero noi stessi e le nostre strutture di pensiero. Questi vincoli mentali ci impediscono di mettere a frutto le nostre potenzialità e quindi di permetterci un balzo evolutivo epocale. In queste pagine si propone un sistema basato sul dono e sulle risorse reali, utile per ritrovare ciò che già ci appartiene: benessere, felicità e pace.

Giovanni Maccioni si laurea in scienze economiche nel 1997. Nei successivi quindici anni gestisce l’azienda di famiglia e compie numerosi viaggi, mentre approfondisce gli studi antropologici e sociali. Aderisce ai movimenti di Transition e di Zeitgeist. Nel 2011 cede la propria azienda per dedicarsi a promuovere e diffondere una nuova consapevolezza sui rischi e sulle opportunità della nostra civiltà.

ISBN 978-88-6773-004-9 EDIZIONI

9 788867 730049

€ 24,00

www.edizionienea.it

Dal denaro al donare, l'anagramma del cambiamento di Giovanni Maccioni  

Quali sono le cause della crisi economica, ambientale e spirituale della nostra società? Partendo dai bisogni dell’uomo e dallo sviluppo del...

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