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35 numero

NEWSLETTER trimestrale di Medicina Olistica anno 2010

Direttore Responsabile: Catia Trevisani.

Registrazione: Tribunale di Milano n. 28 del 28-01-2003.

Direttore Scientifico: Catia Trevisani.

Stampa: Linea Grafica. Città di Castello

Hanno collaborato a questo numero: Catia Trevisani, Luciano Proietti, Emanuela Barbero, Antonella Sagone.

Editore: SI.RI.E. S.R.L. Viale Col di Lana 6/a 20136 Milano

La riproduzione anche parziale di testi, fotografie e disegni è possibile previa autorizzazione.

Progetto grafico: Magazino Poste Italiane spa spedizione in A.P. art.1, comma 1 D.L. 353/2003 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46) DCB Milano

alimentazione naturale del bambino

Gli animali sono miei amici e io non mangio i miei amici. George Bernard Shaw

Care amiche e amici, in questo numero di Ambrosia si parla dell’alimentazione naturale del bambino. Quanti miti sulla carne “che fa crecere” e il “latte (vaccino) che fa bene”. Ma è proprio vero? Come assicurare al nostro bambino non solo un’alimentazione adeguata, cioè esente da carenze di sostanze, ma anche un’alimentazione sana, che tenga conto di eccessi di sostanze che possono danneggiare il suo organismo? E perché no? Quale potrebbe essere un’alimentazione ottimale per una salute eccellente? Questo numero di Ambrosia cerca di rispondere a tutte queste domande tenendo conto anche del piacere e del gusto che il bimbo ha bisogno di trarre dai propri pasti, veicoli di sostanze ma anche di tutto il nostro affetto. Il momento della pappa potrebbe diventare un ulteriore momento di stimolo e di gioco, di conoscenza del mondo esterno: gusti, profumi, consistenze… nella bocca e nelle mani! Una vera festa ogni volta, da vivere insieme alla mamma e al papà.

il bambino è fisiologicamente e biologicamente vegetariano

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l’allattamento e lo svezzamento

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quando e come introdurre i vari alimenti?

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lo svezzamento: come cominciare

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ricette

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noi e l’ambiente

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Buona lettura! Catia Trevisani catiatrevisani@scuolasimo.it

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La nostra cultura è dominata dall’ansia per tutto ciò che riguarda la nutrizione. Viviamo in un paradosso: quanto più lo spettro della fame si allontana dalle nostre storie familiari, tanto più madri, padri e nonni vivono nel terrore che il bambino si lasci deperire fino a morire di stenti. Circondati da una cornucopia di abbondanza, bersagliati da pubblicità che, la metà delle volte, pubblicizzano cibo “spazzatura”, con il frigorifero che scoppia, ci disperiamo perché non riusciamo a “far mangiare” i nostri figli. O, almeno, questa è la percezione più diffusa. Siamo perseguitati dal fantasma della siccità e della carestia: durante i mesi di allattamento la madre riceve costanti dichiarazioni di sfiducia nella possibilità del suo corpo di produrre latte, e procede nel timore che scompaia da un giorno all’altro; quando inizia l’età dello svezzamento, i genitori vengono preparati a una guerra “amorevole” nei confronti di bambini riluttanti, e convinti di dover forzare una resistenza, per indurre il loro piccolo a ingoiare qualcosa di diverso dal latte materno. Ma è davvero necessario lottare contro la natura stessa del bambino, contro i suoi e i nostri istinti?

Da queste parole di Emanuela Barbero e Antonella Sagone tratte da La cucina etica per mamma e bambino prende il via il numero 35 di Ambrosia. Per cercare di rispondere ai quesiti sull’alimentazione naturale per il bambino, ci siamo rivolti a Luciano Proietti, medico pediatra, esperto di nutrizione, vegetarismo, macrobiotica e igienismo. Il dottor Proietti nel 1975 ha svolto le prime ricerche in Italia sull’alimentazione vegetariana nel bambino presso il Centro di auxologia della Clinica Pediatrica dell’Università di Torino, diretto dal professor Lodovico Benso, con le prime valutazioni auxologiche di bambini vegetariani. Padre di tre figli, d’accordo con la moglie Carla, ha scelto di mantenere con i figli una rigorosa dieta vegetariana in famiglia e lasciare decidere a loro, al momento dell’ingresso nella scuola, cosa mangiare. Ha scritto Figli vegetariani (Edizioni Sonda). Le ricette invece sono tratte dal libro La cucina etica per mamma e bambino di Emanuela Barbero e Antonella Sagone (Edizioni Sonda).

Il bambino è fisiologicamente e biologicamente vegetariano È opinione diffusa, confermata anche dalla maggioranza dei medici, che dalla nascita fino ai 18 anni, nel periodo più importante per lo sviluppo del corpo e dell’intelligenza dell’essere umano, il consumo di carne, latte e uova, ossia delle cosiddette proteine animali, sia indispensabile. Ma è proprio vero? Nelle prossime pagine cercheremo di rispondere a questa domanda. Allo stato delle conoscenze scientifiche attuali non solo è possibile, ma va sostenuta nel bambino un’alimentazione vegetariana. La dieta vegetariana non solo è compatibile con le indicazioni dei LARN (Livelli di Assunzione Raccomandata dei Nutrienti), ma, nei primi anni di vita, è raccomandata in quanto più fisiologica e quindi la più salutare. Studi eseguiti fin dagli anni Settanta, hanno messo in evidenza che i bambini vegetariani crescono regolarmente e si ammalano meno rispetto ai bambini onnivori. Il percorso vegetariano inoltre

può diventare anche uno spunto per invitare il bambino a riflettere e comprendere l’importanza del rispetto di se stessi, degli altri animali e dell’ambiente. Ecco perché la dieta vegetariana è un investimento in “salute” di proporzioni enormi per la società futura, su cui dovrebbero riflettere i responsabili della salute pubblica. Il bambino è fisiologicamente e biologicamente vegetariano nei primi 2-3 anni di vita: l’unico cibo di derivazione animale fisiologico è il latte della sua mamma o, in caso di assenza del latte materno, un latte adattato: i canini, che indicano la potenziale capacità di masticare la carne, appaiono dopo i 18 mesi. Allora perché si dà la carne ai bambini a partire dal 5°-6° mese di vita? La motivazione principale è legata alla prevenzione di una possibile carenza di ferro. L’anemia da carenza di ferro si verificava spesso quando, negli anni Cinquanta il latte materno veniva sostituito con il latte vaccino fin dal 3°-4° mese di vita, per cui diventava necessario introdurre un cibo ricco di ferro biodisponibile, come la carne: era indispensabile però renderla digeribile e assimilabile, omogeneizzandola o liofilizzandola. Quando successivamente, negli anni Novanta si è riconosciuta l’importanza di non somministrare latte vaccino prima dei 12 mesi di vita, sostituendolo, in carenza di latte materno, con tipi di latte adattati, con quantità di ferro adeguate, non si è però modificata l’abitudine di consigliare la carne fin dal 5°-6° mese, anche se non c’era più il rischio della carenza di ferro. Tale abitudine conviene a tutti: all’industria alimentare, ai genitori e ai pediatri, tranne che al bambino. Gli errori più frequenti nell’alimentazione dei primi anni di vita sono: • Eccesso di cibo di origine animale (carne e formaggio in particolare). • Uso di latte vaccino invece del latte adattato nel caso in cui manchi il latte materno. • Uso di farine integrali (con il conseguente rischio di malassorbimento e stitichezza da eccesso di fibra). • Uso di biscotti e di zucchero (rischio di obesità e di diabete) e di bevande a base di riso, soia, avena, mandorle in sostituzione del latte materno o del latte adattato.

Il cibo animale (carne, pesce, uova, formaggio) non è necessario nel primo anno di vita, se il bambino è allattato al seno e presenta una crescita adeguata. La sua introduzione comporta un’eccessiva assunzione di nutrienti (in particolare proteine, grassi e sale) che facilita l’insorgenza di allergie, malattie infiammatorie, obesità e sovraccarico renale. L’introduzione di latte vaccino e di formaggi stagionati è da sconsigliare in ogni caso per la presenza di una quota proteica troppo elevata e altamente allergizzante. Inoltre la componente lipidica del latte vaccino e dei latticini dal punto di vista qualitativo non è conforme alle esigenze nutrizionali del lattante. Pertanto se si decide di far assumere latte vaccino e formaggi a un bambino ciò deve avvenire saltuariamente, come consumo voluttuario o di “emergenza”: non è consigliabile farla rientrare nell’alimentazione quotidiana di un bambino nei primi 2-3 tre anni di vita. Inoltre è estremamente importante che i prodotti usati nell’alimentazione dei bambini-lattanti provengano da coltivazione biologica o ancor meglio biodinamica, e siano quindi esenti da sostanze chimiche aggiunte. Questo per tre motivi. 1. In primo luogo perché potremo sapere se una nuova sostanza introdotta

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nell’organismo è innocua solamente dopo molti decenni. Basti pensare alla carne degli ultimi cinquant’anni che contiene ormoni e antibiotici; alle allergie e alla resistenza batterica agli antibiotici; al riso raffinato e al beri-beri, all’intolleranza al glutine e al grano ibridato; alle varie allergie; alla cosiddetta “mucca pazza”; ai tumori da anilina, asbesto, nicotina, nitrosamine, e potremmo proseguire a lungo. 2. In secondo luogo perché i prodotti biologici sono qualitativamente migliori: maggiore quantità vitaminica e minerale, minore percentuale di acqua, migliore sapore. 3. Infine, perché ricorrere ai cibi biologici vuol dire alimentarsi con cibi semplici, poco o niente elaborati: introdurre “benzina pulita” nel nostro motore è la premessa per mantenere una buona salute fisica e mentale e quindi porre una delle basi fondamentali per vivere bene. Dopo i primi 2-3 anni di vita iniziano a presentarsi problemi diversi: l’alimentazione del bambino diventa più libera anche perché spesso coincide con l’ingresso alla scuola materna. Questa maggiore libertà alimentare prevede di solito l’introduzione, in dosi sempre più massicce, del cosiddetto “cibo spazzatura” o “cibo televisivo”: si tratta di un cibo dannoso alla salute, che privilegia l’aspetto esteriore, il colore e la palatabilità ed è ingannevolmente pubblicizzato in televisione nei programmi dedicati ai bambini. Spesso i genitori lo ammettono senza i necessari controlli, pur essendo consapevoli della sua dannosità, perché si sentono in colpa in quanto non riescono ad essere sempre presenti nella vita dei figli e in questo modo offrono loro una forma di compensazione “affettiva”.

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Principi dell’alimentazione vegetariana fisiologica per l’infanzia • Allattamento al seno prolungato, fino ai 2-3 anni. • Divezzamento graduale da iniziare non prima dei 6-7 mesi. • Introduzione di proteine limitata secondo le indicazioni dei LARN (Livelli di Assunzione Raccomandata dei Nutrienti dell’Istituto Nazionale della Nutrizione-Inran). • Eliminazione di latte vaccino e formaggi dalla dieta nei primi 2-3 anni di vita; eventualmente introduzione saltuaria e voluttuaria in seguito. • Eliminazione di saccarosio e dolcificanti nei primi 2-3 anni e introduzione solo voluttuaria e il più saltuaria possibile. • Dopo il periodo dell’allattamento, privilegiare il cibo di origine vegetale di coltivazione biologica: cereali, legumi, frutta e verdura. • Dopo i 3-4 anni, va prevista nella dieta una quota di fibra alimentare adeguata (10 g al giorno).

L’allattamento e lo svezzamento Fino ad ora abbiamo parlato spesso di allattamento. Sebbene questo argomento sia stato trattato nel precedente numero di Ambrosia diamo qui ulteriori informazioni. Da quando Lucy camminava, accompagnata da altri ominidi, in una valletta dell’Etiopia, sono passati circa tre, quattro milioni di anni. La vita sociale e le abitudini di Lucy ci sono completamente sconosciute; ma di una cosa possiamo essere assolutamente sicuri: per i suoi fi-

A ciascuno il suo latte I latti delle varie specie mammifero hanno differenze enormi fra loro: ciascuno è progettato per far crescere i propri cuccioli secondo il loro programma genetico. Ecco perché il latte vaccino, che serve a far raddoppiare ai vitelli le loro dimensioni corporee in un brevissimo lasso di tempo, è quattro volte più ricco di proteine di quello umano; il latte di balena è dieci volte più grasso, affinché il balenottero possa costruirsi il suo strato termoisolante sottocutaneo il più in fretta possibile; ed ecco infine perché noi umani, che non dobbiamo né crescere come vitelli, né nuotare nelle gelide acque dell’Artico, abbiamo il latte in assoluto più ricco di lattosio, lo zucchero indispensabile per la rapida crescita del cervello. Il latte vaccino non “fa” calcio: lo ruba Il bilancio di calcio nell’organismo umano funziona secondo complessi meccanismi di accantonamento e mobilizzazione del calcio delle ossa, che funge da “riserva” per l’intero organismo, in modo tale da avere nel sangue una quota di calcio circolante necessaria e sufficiente ad adempiere a importanti funzioni della vita cellulare (gli ioni di calcio sono un elemento chiave per la trasmissione degli impulsi nervosi). Inoltre il calcio, per la sua spiccata alcalinità, viene utilizzato per mantenere il pH del sangue al giusto livello. Questo significa che, quando il sangue va verso l’acidosi, l’organismo lo richiama dalle ossa in modo che, aumentandone la quota in circolo nel sangue, questo possa “tamponare” l’acidità e riportare il pH al giusto valore. Far bere al bambino il latte vaccino allo scopo di aiutarlo a “costruire le sue ossa” sortisce così un effetto paradossale: il latte di mucca, alimento iperproteico, aumenta l’acidità del sangue e quindi, lungi dall’arricchire le ossa, ne provoca il depauperamento, in quanto il calcio già immagazzinato viene richiamato nel sangue per aumentarne l’alcalinità. Emanuela Barbero e Antonella Sagone La cucina etica per mamma e bambino

gli, nei primi due, tre anni di vita, l’alimento base era il latte che le sue mammelle erano in grado di fornire. Da allora un unico denominatore comune ha caratterizzato la vita dell’uomo: l’allattamento al seno, come unica modalità alimentare, capace in ogni tempo e luogo, di permettere la crescita e lo sviluppo dell’uomo nei primi anni della sua vita. Da allora, ma non fino ad oggi, perché a metà del secolo scorso la rivoluzione industriale provocò in Europa una rivoluzione in campo alimentare con effetti ancora maggiori: l’adozione del latte di mucca in sostituzione del latte di donna con gravissime conseguenze sulla salute e sulla vita dei neonati. A determinare tale evento furono l’urbanizzazione e il crescente numero di donne che dalle campagne andavano a lavorare in città nelle fabbriche. Ora l’allattamento sta tornando “di moda” e sono sempre più numerose le donne che allattano i loro figli fino ai 12 mesi e oltre; ma lo svezzamento continua a destare dubbi e controversie anche tra gli addetti ai lavori, sia per quanto riguarda il momento che per le modalità di introduzione dei cibi. Per dare una risposta ai quesiti “quando”, “come” e “che cosa” è necessario conoscere la fisiologia dell’accrescimento del bambino e le sue necessità nutrizionali e psico-affettive. Quanto può durare l’allattamento al seno? La possibilità fisiologica di secrezione lattea da parte delle mammelle dei mammiferi è dipendente dalla suzione: solitamente finché c’è suzione, c’è produzione di latte. Pertanto la durata dell’allattamento materno dipende da fattori individuali, sociali, culturali, storici e ambientali. Un tempo era “normale” anche da noi in Europa, allattare a lungo, anche fino ai 5-6 anni, sia per insufficiente quantità di altro cibo per il bambino, sia anche come metodo contraccettivo per evitare altre gravidanze.


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Pertanto la durata dell’allattamento al seno viene deciso dal contesto sociale e culturale in cui vive il bambino: nel mondo occidentale a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, si è modificata spesso in rapporto anche alla classe sociale di appartenenza della donna: fino a qualche anno fa allattavano a lungo le donne poco acculturate e in condizione di povertà. Ora sono le donne colte e socialmente ed economicamente benestanti che cercano di allattare più a lungo, avendo scoperto quanto sia vantaggioso il latte materno per la salute e lo sviluppo intellettivo dell’essere umano. Dove incontriamo però una percentuale maggiore di donne che allattano anche per un periodo di 2-3 anni è nell’ambito del mondo del “naturale” dove incontriamo vegetariani, macrobiotici, salutisti, alternativi al tipo di proposta di vita “occidentale” esasperatamente meccanicistica, materialista, inquinante. Svezzamento o slattamento? Svezzare letteralmente significa “togliere il vezzo o il vizio”, cioè sostituire la suzione lattea al seno o al poppatoio, con del cibo solido. Poiché questo termine, comparso intorno a metà del diciannovesimo secolo, comporta di per sé una valenza negativa data alla suzione al seno (un vizio da togliere), intesa come impedimento al distacco dalla madre e come raggiungimento di un’autonomia, in realtà fittizia e non fisiologica, utilizzerò d’ora in poi il termine più confacente, anche se inusuale di slattamento. In realtà ci vorrebbero due parole totalmente nuove: una per la graduale introduzione dei cibi solidi, l’altra per il progressivo distacco dal seno. Perché si tratta di due processi, non di uno solo, infatti i cibi solidi vanno introdotti non per sostituzione ma per complementazione, cioè affiancati, e non sostituiti, al latte della mamma. Ma perché ha inizio questa fase nell’alimentazione del bambino? La risposta può

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Volpi o koala? Vi sono specie da tana e specie da contatto continuo. Nel primo gruppo (le “volpi”) i piccoli sono tenuti al sicuro in un rifugio inaccessibile ai predatori, mentre i genitori si assentano per lunghi periodi per nutrirsi, tornando alla tana dopo lunghi intervalli, per allattare la prole (e in seguito per portarle il cibo). Caratteristica di queste specie è un latte molto concentrato, che sazia i cuccioli per molte ore di seguito. Le specie a contatto continuo (i “koala”), invece, garantiscono la sicurezza dei cuccioli portandoli sempre addosso; il latte di queste specie è digerito molto in fretta e la vicinanza di madri e piccoli è garantita proprio dalla necessità di un allattamento frequente. La specie umana, che appartiene chiaramente al secondo gruppo, nelle ultime generazioni ha acquisito abitudini “da tana”: ma l’organismo e gli istinti dei cuccioli e delle madri non sono preparati anche ad adottarne i comportamenti. Emanuela Barbero e Antonella Sagone La cucina etica per mamma e bambino

essere più di una: • per noi è istintivamente ovvia, perché, quando il bambino cresce, il latte non è più sufficiente a soddisfare le sue necessità caloriche e dovrebbe succhiare sempre di più e perché la mamma a un certo punto si stanca di allattarlo; • per i pediatri, oltre a quella precedente, ne esiste una specifica, importante, che definisce soprattutto il tempo dello slattamento: la carenza di ferro che insorgerebbe se non si introducesse l’assunzione di carne a partire dai 5-6 mesi. Quando iniziare lo slattamento? Nel corso degli anni a questa domanda sono state date risposte molto diverse e tuttora si discute e ci si interroga sul momento migliore in cui iniziare. Ma migliore per chi? Sembrerebbe ovvio rispondere per il bambino, ma ovvio non è, perché i fattori in gioco nello slattamento del bambino moderno, ricco, europeo o nordamericano, sono numerose: la donna moderna lavoratrice-produttrice (non che la donna pre-moderna non fosse lavora-

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trice, anzi), l’organizzazione sociale, la famiglia, il padre, il sistema produttivo consumistico, il sistema sanitario e alla fine il bambino, l’unico che non può scegliere e dire la sua opinione. L’insieme di questi fattori fa sì che si tenda ad anticipare lo slattamento e ad abolire l’allattamento al seno. La storia della puericultura ci racconta come siamo arrivati a questa situazione. A partire dalla metà del diciannovesimo secolo, la rivoluzione industriale in Europa determinò, insieme ad altri fenomeni, l’afflusso massiccio di popolazione dalla campagna verso le città dove iniziavano a diffondersi le fabbriche. L’ingresso della donna in fabbrica ebbe gravi effetti sulla salute dei neonati: non essendovi allora le previdenze sociali, la donna che partoriva doveva riprendere il lavoro dopo poco tempo, pena la perdita del posto. Il neonato, non potendo essere allattato dalla madre o veniva abbandonato, in qualche caso soppresso, e nei casi migliori, dato a balia dietro compenso, con rischi peraltro elevati di malnutrizione e di malattia. Quando il fenomeno del lavoro femminile

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diventò imponente, fu necessario trovare un sostituto al latte materno. Poiché eravamo in Europa, si provò con il latte più facilmente reperibile, quello di vacca, ma i bambini morivano di diarrea putrefattiva, perché il latte vaccino (lo si capì successivamente) era troppo ricco di proteine. Si pensò dunque di diluirlo con acqua: i lattanti non morivano più, ma non crescevano a causa dell’insufficiente quota calorica. Vennero aggiunti allora degli zuccheri, sia sotto forma di amidi, creme di cereali e, in seguito, di zucchero. All’inizio del secolo scorso si arrivò all’uso del latte vaccino nelle forme e nelle modalità usate fino a pochi anni fa. Per i pediatri che lavorano nelle campagne, non è raro ancora oggi incontrare delle mamme che chiedono di passare al latte vaccino già a partire dai primi mesi di vita, perché così avevano fatto la loro madre e nonna. Del resto le indicazioni che, circa trent’anni fa, venivano date a noi specializzandi di pediatria, erano di sospendere l’allattamento al seno intorno al terzo o quarto mese, sostituendo il latte materno con il latte vaccino diluito e zuccherato, e iniziare lo svezzamento con creme di cereali e carne omogeneizzata. L’abbandono del latte vaccino nell’alimentazione del bambino nel primo anno di vita è recentissima, di questi ultimi anni. Perché questo excursus storico? Per comprendere da dove è nata la paura della carenza di ferro da svezzamento tardivo o da mancata introduzione precoce di carne. Nel primo anno di vita sappiamo (o almeno, dovremmo sapere) che il cibo più importante è il latte materno. Il momento giusto per iniziare lo slattamento è assolutamente individuale e va determinato in base alle esigenze e alle caratteristiche del bambino: indicativamente, tra i 6 e i 12 mesi. Alcuni lattanti vorranno assaggiare e mettere in bocca di tutto e mangiare nel piatto dei genitori, altri arriveranno all’anno sazi solo del latte della mamma. Per i più curiosi è meglio attendere i 6 mesi per evitare rischi di allergie o intolleranze più frequenti, se si introducono cibi diversi dal latte prima di questo periodo: l’intestino non è ancora pronto, le sue difese immunitarie non adeguate, gli enzimi insufficienti. E come iniziare lo slattamento? Una regola da tenere presente è quella di scegliere un periodo in cui il bambino stia bene, fisicamente e psicologicamente, in assenza di situazioni che possano essere di disturbo: cambiamenti di ambiente, ritorno della madre al lavoro ecc. Seguendo il principio che nel primo anno l’intestino del bambino è adatto ad assumere per lo più latte, dobbiamo pensare che tutti gli altri cibi dovranno essere elaborati perché possano essere ben digeriti e adeguatamente assimilati. I segni più importanti che dobbiamo osservare per decidere quando cominciare sono: • la capacità del bambino di mantenere abbastanza bene una posizione seduta, poiché la digestione avviene con più difficoltà nella posizione semi-sdraiata;

• l’interesse verso tutto quello che vede mangiare agli adulti e la smania di voler prendere le cose e metterle in bocca. È importante inoltre che a iniziare lo slattamento sia chi fino a quel momento si è occupato dell’alimentazione del bambino, in modo che questi accetti più facilmente cambiamenti di gusti e consistenze. Inoltre quando si inizia e si stabilizza lo slattamento, la madre o chi si occupa dell’alimentazione del bambino, deve poter vivere un momento di tranquillità e disponibilità psicologica, necessarie per affrontare gli inevitabili problemi che si presenteranno pappa dopo pappa. La prima pappa deve essere gradevole e proposta in un luogo della casa caro al bambino. Fin dall’inizio bisogna stare attenti a concentrare l’attenzione del piccolo sulla pappa, parlargli di ciò che si sta facendo, ad esempio, del piattino, delle posate o del passato di verdure, allo scopo di abituarlo ai nuovi termini. In ogni caso il momento del pasto non dovrebbe mai essere vissuto in maniera sbrigativa e frettolosa, anzi ogni componente del pasto è motivo di curiosità e di interesse e agli occhi del bambino rappresentare nuove possibilità di gioco. In questo modo l’ora della pappa diventerà per lui un divertimento. Lasciate che tenti autonomamente di introdurre del cibo in bocca: potrà essere un modo per far sì che attenda con gioia il momento del pasto che, nei limiti del possibile e della pazienza dell’adulto, non dovrà mai essere motivo di pianti e sgridate. Anche se nei primi mesi il bambino verrà imboccato, può essere utile dargli in mano un cucchiaino mentre mangia, perché possa prendere confidenza con questo oggetto e impari prima a fare da solo. È ovvio che nei primi tempi si sporcherà e sporcherà tutto con la pappa, ma anche questi sono esercizi che preludono alla sua autonomia nel pasto: grembiuli e giornali potranno aiutarvi a mantenere puliti almeno voi e il pavimento. Il momento della pappa deve essere considerato un passaggio graduale al mondo degli adulti, sarà quindi importante fin dai primi giorni apparecchiare la tavola davanti al bambino con una tovaglietta, il suo piattino, un bicchiere tutto quello che serve, per abituarlo all’ordine e al fatto che è considerato a tutti gli effetti una persona. Il bambino e il suo organismo si devono abituare ai nuovi cibi, perciò è importante introdurre un alimento alla volta per verificare meglio la risposta del piccolo, sia rispetto al gusto che all’eventuale reazione alla sostanza (intolleranze o allergie alimentari). Se dovessero comparire vomito, orticaria, diarrea, cambiate alimento, non riproponetelo che dopo una settimana e controllate le manifestazioni non solo fisiche ma anche emotive come iperattività, irrequietezza, disturbi del sonno. Se i disturbi non sono lievi e passeggeri dovete consultare il vostro pediatra. Introducete un pasto alla volta, cominciando con una pappa. Continuate con costanza per abituare il bambino affinché questo nuovo momento diventi una consuetudine, evitando di insistere troppo se non volesse più cibo. Specialmente all’inizio, la pappa deve essere molto morbida, per agevolare il lavoro dell’intestino.

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In caso di bambini allergici o con familiarità importante per allergie, l’introduzione degli alimenti sarà ancora più lenta e graduale. Fate attenzione a non forzare il piccolo durante il pasto, perché questo potrebbe portare a un rifiuto più netto, ma aspettate pazientemente e con costanza, che il suo appetito aumenti. Lo slattamento è un momento molto importante per il bambino e per la madre, cercate di viverlo serenamente, senza angosce. Se il bambino mangia poco e chiede il seno, molto può dipendere anche dalla vostra convinzione in quello che state facendo.

Quando e come introdurre i vari alimenti? Aspettare che il bambino sia pronto per nutrirsi con cibi solidi provenienti dalla dieta abituale della sua famiglia non è soltanto una forma di rispetto verso il bambino, è anche una forma di rispetto verso l’ambiente e, non ultimo, verso le nostre tasche. Se il bambino verrà avvicinato al cibo dopo il 6° mese compiuto e la fine del primo anno, in modo graduale, non ci sarà bisogno di alcun cibo speciale: cibi sani,


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di semplice preparazione, da condividere con il resto della famiglia saranno più che adeguati allo scopo. I cibi per l’infanzia, oltre a essere costosissimi, sono alimenti che hanno perduto la loro essenza naturale per essere elaborati industrialmente. Sono come gli omogeneizzati, cibi “morti”, sterilizzati, devitalizzati. Hanno perduto tutte le vitamine essenziali, che sono state poi reintrodotte in forma sintetica. Il loro sapore è lontanissimo da quello del prodotto fresco. Quale educazione al gusto vogliamo dare ai nostri figli, che fino ad ora hanno apprezzato i sapori della tavola attraverso il nostro latte? In fondo, si tratta di proseguire un discorso intrapreso già molti mesi prima. Scegliere cibi sani, intatti, vicini il più possibile al loro stato originario, di produzione locale, biologici, significa ridurre di molto l’impatto ambientale causato dalla lavorazione industriale degli alimenti, dalla loro conservazione, confezionamento, trasporto. E se le quantità offerte rispetteranno la richiesta del bambino, allora un perfetto svezzamento nello spirito della decrescita sarà cosa fatta. Se poi sceglieremo prevalentemente vegetali, svincoleremo noi stessi e i nostri figli dal karma di aver preso o sfruttato vite sensibili per nutrire la propria, senza contare l’enorme contributo all’ottimizzazione delle risorse alimentari del nostro pianeta. Un approccio al cibo che sia etico, di decrescita, basato sul piacere e non sul consumo: ecco il dono più grande che

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possiamo fare ai nostri figli e al mondo futuro in cui si troveranno a vivere. Frutta e verdura La frutta si offre al bambino sotto forma di purea (preferibilmente cotta) e di frutta fresca se è stagione. Se viene somministrata cruda deve essere ben matura, di stagione, da agricoltura biologica. I primi frutti da inserire all’inizio dello slattamento (non prima del 6°-7° mese) sono la mela, il melone, l’anguria e l’albicocca (se di stagione). Conviene iniziare con piccoli assaggi quando lo stomaco è vuoto, a metà mattina o nel pomeriggio, per non interferire con l’appetito dei pasti principali. La frutta secca (prugne, fichi, mele, albicocche ecc.) è un alimento ricco ed energetico che può essere dato al bambino fin da piccolo (dopo i 12 mesi), facendola cuocere in modo da ammorbidirla: è utile soprattutto in inverno. Dopo i 2-3 anni può essere data direttamente al bambino da succhiare. I semi oleosi sono un alimento particolare, con un alto contenuto di grassi e proteine vegetali. All’inizio dello slattamento è molto indicata la mandorla, frutto energetico, remineralizzante, ricostituente, ricca di acidi grassi insaturi. Il “latte” di mandorla, non zuccherato, può essere somministrato in piccole quantità (50-100 g) già a partire dai 6-7 mesi, eventualmente miscelato ad altri cibi (riso, frutta, semolino, mais). A partire da un anno di età si possono introdurre anche gli altri tipi di semi oleosi:

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pinoli, nocciole, girasole, sempre in piccole quantità (1 cucchiaino al giorno) e in forma di crema. Durante lo slattamento la verdura è la base del brodo vegetale. Va chiarito che l’importanza della verdura nel brodo vegetale, non è data dalla presenza di vitamine e di minerali, decisamente modesta e insignificante ai fini nutrizionali, ma è relativa al gusto, importante funzione sensoriale per il lattante e soprattutto agli antiossidanti (antociani, beta-carotene, licopene, resveratrolo, clorofilla ecc.) che definiscono i colori delle verdura. È importante non aggiungere sale nel brodo, sia per non alterare il senso del gusto che per non affaticare la funzione renale. Usate verdure fresche e di stagione coltivate in modo biologico. Per le prime settimane date al bambino solo il brodo vegetale con il cereale, successivamente, se il bambino cresce ed evacua bene, potete aggiungere alla pappa anche piccole quantità di verdure, passate o schiacciate. Questa indicazione è in contrasto con le indicazioni convenzionali della puericultura accademica e anche di quella “alternativa” (naturista, vegetariana, macrobiotica): entrambe inseriscono le verdure troppo precocemente, intorno al 6° mese, con l’inizio dello slattamento, creando spesso disturbi sull’apparato digerente e sulla crescita. Questi ultimi vengono di solito addebitati a uno slattamento inadeguato, in quanto non verrebbe fornita una sufficiente quantità di proteine animali (carne), di ferro, di fibra, di acqua, che vengono così integrati, con l’effetto di aggravare ulteriormente i sintomi clinici e il disagio del bambino. La fisiologia della digestione prevede che, almeno nel primo anno, la fibra alimentare sia assente, per almeno tre motivi. 1. Se analizziamo il cibo previsto per il lattante, vale a dire il latte, notiamo che nella sua composizione non è presente nemmeno un grammo di fibra. 2. I denti che sono predisposti a masticare la fibra (i molari), non compaiono prima dell’anno di vita, (ma compaiono prima dei canini, i denti della carne, ultimi a erompere intorno ai 24 mesi) e concludono l’eruzione intorno ai 2 anni. 3. L’introduzione “precoce”, vale a dire prima dei 12-18 mesi, della fibra, provoca, essendo antifisiologica, vari disturbi, più o meno evidenti in relazione alla costituzione individuale: • rallentamento della crescita, in quanto la fibra riduce in modo significativo l’assorbimento di vitamine, minerali, (in particolare ferro e calcio) e grassi (molto importanti in questa fase della crescita); • disturbi della digestione per rallentamento dello svuotamento gastrico, con conseguente facilità di reflusso gastroesofageo; • coliche gassose per aumentata fermentazione dei carboidrati non digeriti e non digeribili; • stitichezza paradossa da eccesso di volume fecale per cui il bambino non riesce ad evacuare feci troppo voluminose e spesso compatte; • inappetenza conseguente ai fattori elencati sopra.


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Le verdure sono alimenti ricchi di acqua, fibra indigeribile, sostanze minerali, vitamine (A, B, C, E, K), oligoelementi (magnesio, manganese, rame, zinco ecc.) e clorofilla. Se si decide di introdurre la verdura: • prima di un anno di età, è opportuno dare al bambino per lo più carota, zucca gialla, zucchine, fagiolini, finocchi, porri, cipolla, lattuga, barbabietole, rape, le foglie verdi del sedano, topinambur. Inoltre la quantità della verdura (cotta nel brodo o al vapore) va limitata a 1-2 cucchiai al massimo; • dopo i 12 mesi, potete introdurre: cavolo, aglio, carciofo, spinaci, bietole; • l’ultimo gruppo di verdure da introdurre è quello delle Solanacee: melanzane, peperoni, patate e pomodori. Queste verdure contengono “solanina”, sostanza che può risultare tossica per l’organismo. Il loro consumo viene consigliato molto occasionalmente, nel periodo di naturale maturazione e non prima di un anno di età. Inoltre la patata, se mal conservata, può diventare decisamente tossica, soprattutto dove presenta i germogli; una volta cotta, non va mai conservata, perché si ossida. Cereali e loro derivati I cereali (frumento, riso, mais, orzo, miglio, avena, segale, sorgo) appartengono alla famiglia delle Graminacee; sono ricchi di amidi, proteine, grassi, vitamine e sali minerali. Si usano fin dall’inizio dello slattamento sotto forma di farina, cotta nel brodo di verdura. La farina di cereali si può acquistare già pronta o prepararla in casa; per i primi mesi sarà necessario tostarla leggermente: in questo modo l’amido si trasforma in destrosio, sostanza che l’intestino del bambino è in grado di assimilare immediatamente. È importante non dare al bambino cereali integrali almeno fino a un anno (meglio iniziare con i cereali semintegrali dopo l’anno e non quotidianamente) in quanto contengono troppa crusca e possono essere dannosi per il suo delicato intestino.

Per i cereali integrali vale quanto abbiamo detto a proposito delle fibre delle verdure. Ai fini medici è utile suddividere le farine in due gruppi: 1. farine senza glutine: da riso, mais, miglio, grano saraceno, quinoa, amaranto e tapioca. La tapioca non è un cereale, ma un tubero, come la manioca, la patata, l’igname, l’arrow-root, l’albero del pane, il kuzu e il taro; 2. farine con il glutine: da frumento, orzo, segale, avena. Il glutine è la proteina presente in alcuni cereali, la cui troppo precoce introduzione nella dieta del bambino può provocare gravi disturbi e, nei soggetti geneticamente predisposti, una malattia, chiamata “morbo celiaco”. Si raccomanda di introdurre i cereali con il glutine non prima del 6° mese di età del bambino. L’intolleranza al glutine è aumentata in modo straordinario negli ultimi 1520 anni, passando da 1 caso su 2000 a 1 caso su 150, probabilmente per la presenza di una frazione proteica, la gliadina, modificata geneticamente nel frumento coltivato attualmente, attraverso l’irradiazione con i raggi gamma, e che il nostro intestino non riconosce. Per questo motivo, consiglio di somministrare il frumento anche oltre i 12 mesi di vita, privilegiando cereali con glutine poco selezionati, come farro, orzo e avena. Il glutine, la proteina del frumento, se viene estratto dalla farina e poi cotto, diventa quello che i giapponesi chiamano seitan. Si può inserire nella dieta del bambino dal momento in cui mangia i cereali con il glutine (10 mesi circa): si cuoce nel brodo vegetale e poi si passa con il resto delle verdure. Il riso è il cereale più usato per l’inizio dello svezzamento in quanto le sue mucillagini hanno effetti benefici sul delicato intestino del bambino e tendono a riequilibrare le funzioni corporee. Bisogna iniziare con pappe piuttosto liquide, che a poco a poco andranno addensate, per facilitare la digestione.

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Dopo i primi mesi si potranno usare anche cereali in chicchi, i quali andranno cotti a lungo e diluiti nella proporzione di una quantità di cereale per 6-8 di brodo, cotti lentamente e poi passati col passaverdura. Sono ottimi anche i cereali in fiocchi e i cereali soffiati: si fanno cuocere per pochi minuti in qualsiasi liquido: brodo, latte di mandorla, soia, “latte” o mucillagini di cereali, succo di frutta. Le mucillagini o bevande di cereali sono il “latte” di riso, “latte” d’orzo e di avena, impropriamente definiti così, in quanto si può chiamare “latte” solamente il liquido secreto dalle mammelle dei mammiferi. Dal punto di vista nutrizionale rispecchiano il cereale da cui derivano, per cui non sono adatti a sostituire il latte materno o i tipi di latte adattati, essendo carenti in grassi, vitamine, minerali e alcuni aminoacidi. Il “latte” di cereale si ottiene facendo bollire a lungo i chicchi (circa 2 ore), in un volume di acqua circa 10 volte maggiore di quello del cereale; in questo modo l’involucro esterno dei chicchi si spezza e si forma un liquido denso o mucillagine, che una volta filtrato sarà il latte di cereali. Attualmente si trovano in commercio delle bevande (i cosiddetti “latte di”) di cereali come riso, avena, orzo, di produzione biologica e di buona palatabilità. Legumi Piselli, lenticchie, ceci, fagioli, soia, fave, azuki, lupini sono una ricchissima fonte di proteine vegetali, di vitamine e sali minerali. È vero che le proteine dei legumi sono carenti di alcuni aminoacidi necessari all’essere umano, ma proprio gli stessi aminoacidi sono abbondanti nel cereale: basta unire i legumi ai cereali per assicurare l’apporto proteico che ci è necessario. L’antropologia ci ricorda che l’uomo è sopravvissuto nei vari continenti che ha popolato utilizzando un’associazione di cereale e legume: in America, mais e fagioli; in Asia, riso e soia; in Europa e nel Mediterraneo, grano con piselli e lenticchie. I legumi sono un buon alimento per i bambini, ma rischiano di provocare fermentazione intestinale e di risultare indigesti se non vengono preparati in modo adeguato e nella giusta quantità: vanno lasciati in ammollo per almeno 10-12 ore, dopo di che, buttata via l’acqua di ammollo, devono essere cotti in acqua rinnovata, con un pezzettino di alga kombu. Ai bambini possono essere serviti anche quotidianamente, in un pasto al giorno, in piccole quantità (1-2 cucchiaini), sempre associati con cereali e verdure. Si può iniziare verso i 7-8 mesi introducendo le lenticchie rosse o gialle decorticate (private della buccia), in quanto più digeribili e meglio tollerate dai lattanti in fase di svezzamento. In seguito potremo a poco a poco introdurre tutti gli altri tipi di legumi: lenticchie con buccia, piselli, azuki (fagioli di soia rossa), ceci e tutti i tipi di fagioli. È importante ricordare che nel pasto in cui sono presenti i legumi, non vanno aggiunti cibi di origine animale come il formaggio o l’uovo, in quanto possono rallentarne la digestione e aumentare la putrefazione intestinale con produzione di gas e feci maleodoranti.


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I derivati della soia Dal fagiolo di soia messo a bagno e sottoposto a opportuni trattamenti si ottiene una bevanda vegetale, il “latte” di soia, ricco di proteine di buona qualità, in particolare di lisina, un aminoacido che scarseggia nella dieta a base di cereali. È molto equilibrato nella composizione dei lipidi, circa 80% dei suoi acidi grassi sono poliinsaturi; è privo di colesterolo e l’assenza di lattosio elimina il rischio di intolleranze. Essendo un derivato della soia, ha le valenze nutrizionali della soia, per cui nei primi 2-3 anni di vita non è assolutamente consigliabile come alimento o bevanda sostitutiva del latte materno o del latte adattato. Nei bambini in età di svezzamento si può somministrare il “latte” di soia naturale dai 12 mesi, usandolo come bevanda o per cuocere i cereali, sempre in piccole quantità e alternandolo con altri tipi di “latte” vegetali. Il tofu o “formaggio” di soia (in giapponese la parola “tofu” significa “carne senza ossa”) è uno dei più popolari derivati proteici, utilizzato nei paesi orientali da diversi secoli. Il tofu ha più o meno la consistenza della ricotta (tofu morbido), o della fontina (tofu denso). È ricavato dal latte di soia fatto coagulare con il nigari (cloruro di magnesio, estratto dal sale marino). Quello che se ne ottiene è un prodotto estremamente digeribile, nutriente, ricco di proteine, con pochi grassi e privo di colesterolo. Le alghe marine o verdure di mare È la verdura che i vegetariani, in particolare i vegani e le donne vegane in allattamento, dovrebbero assumere quotidianamente, essendo l’unico alimento che può sostituire il pesce per quanto concerne gli acidi grassi omega 3 a catena lunga, nutrienti essenziali per il nutrimento e lo sviluppo del cervello, e la taurina essenziale per lo sviluppo della retina nel bambino.

Altre fonti, indirette, di grassi omega 3 per i vegetariani, sono i precursori degli omega 3 (l’acido linolenico), vale a dire le verdure verdi, la portulaca, l’olio di lino, l’olio di noce e l’olio di soia. Le alghe contengono inoltre: iodio, calcio, fosforo, sodio, potassio, magnesio, zolfo, ferro, zinco, rame, oro, cobalto e altre sostanze minerali, inoltre vitamine A, C, D, E, F, K e PP, oltre a quelle del gruppo B, clorofilla e alcuni aminoacidi essenziali. Tutti questi elementi sono contenuti nelle alghe in percentuale da 10 a 20 volte superiore a quella contenuta nelle verdure di terra. Sono rimineralizzanti, antianemiche, aiutano a prevenire e a curare i disturbi circolatori, la cellulite, l’arteriosclerosi e l’ipertensione, favoriscono il ricambio e l’attività ghiandolare. Il sapore delle alghe ricorda quello del mare e ne esistono di vari tipi: • le varietà wakame e kombu possono essere aggiunte a minestre, zuppe e brodi. Potete aggiungere fin dall’inizio della svezzamento un pezzettino di alga kombu (2 o 3 cm circa) quando preparate il brodo di verdura, non più di 2-3 volte alla settimana; • le hiziki e le arame si prestano maggiormente alla preparazione di insalate o di contorni vegetali cotti; • l’alga nori, una volta tostata, si può sbriciolare sulle pietanze. Olio Esistono vari tipi di oli: olio extravergine di oliva, di semi di girasole, di semi di mais, di semi di sesamo, di semi di lino ed altri. Nell’alimentazione del bambino va inserito a partire dal 6° mese, nella dose di 1 cucchiaino nella pappa. È importante usare solo olio di oliva di ottima qualità, con olive italiane, extravergine, di prima spremitura, da agricoltura biodinamica o biologica. Sale Nel primo anno di vita del bambino va evitata l’aggiunta di sale nel cibo che può essere sufficientemente insaporito ricor-

Il pesce Sono già noti da anni i pericoli del consumo di pesce per le sostanze nocive che esso contiene, sia esso d’allevamento che selvatico. I pesci, specie i predatori, possono accumulare nelle proprie carni sostanze come metil-mercurio, PCB e diossina. Questo vale sia per i pesci selvatici che per quelli d’allevamento, anzi, per questi ultimi i livelli di PCB e diossina sono ancora più alti (ma non il livello di metil-mercurio). PCB e diossina sono sostanze che causano il cancro. Nella comunità scientifica vi è pieno consenso sul rapido declino mondiale della quantità di pesci. Nonostante le tecniche di pesca sempre più avanzate che non lasciano scampo a nessuna specie di pesce, la quantità del pescato è in declino dalla fine degli anni Ottanta e il numero di zone di pesca arrivate al collasso è cresciuto esponenzialmente dal 1950 ad oggi. Se venisse in mente di “risolvere” il problema delle zone di pesca sovrasfruttate con la diffusione dell’acquacoltura (allevamenti di pesci), si andrebbe incontro a un grave errore: l’acquacoltura peggiora il problema anziché risolverlo. I pesci allevati sono pesci carnivori, cioè che mangiano altri pesci (salmone, tonno, spigole) e quindi è necessario pescare altri pesci per nutrire questi, con uno spreco enorme: servono da 2,5 a 5 kg di pesce pescato per “produrre” 1 kg di pesce allevato. È quindi chiaro come il “rimedio” sia peggiore del male. Oltre a peggiorare la situazione dello sfruttamento dei mari, l’espansione dell’acquacoltura causa altri notevoli danni ambientali: la distruzione e l’inquinamento degli habitat acquatici a causa dell’azoto derivante dagli scarichi degli allevamenti; la crescita incontrollata di alghe; la trasmissione di parassiti e malattie dai pesci d’allevamento a quelli selvatici; l’abuso di antibiotici, farmaci e altre sostenze chimiche negli allevamenti. Tratto da www.vegan3000.info

rendo alle alghe o al gomasio, una tipica preparazione della cucina macrobiotica, costituita di sale marino integrale e semi di sesamo. A partire dai 7-8 mesi si può aggiungere alla pappa 1 cucchiaino raso di gomasio o solo sesamo, ben polverizzato: è un ottimo sostituto del parmigiano in quanto contiene molto calcio, ben utilizzabile non essendo associato a proteine animali. Dopo il primo anno di vita si può usare il sale marino integrale.

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Uovo È un concentrato di proteine e di grassi, e avendo un’alta percentuale di colesterolo lo si deve usare non troppo di frequente (non più di una volta alla settimana). Possiamo iniziare a somministrarlo dopo i 12 mesi, utilizzando prima il tuorlo ben cotto, per verificare che non ci siano reazioni allergiche, mentre l’albume dopo i 18-24 mesi. Se dovessero comparire reazioni, è utile sospendere per un periodo di almeno 3

settimane e poi riprovare. Va sempre dato freschissimo, da allevamento biologico. I metodi di cottura consigliati sono sodo, alla coque o in camicia.

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I cibi allergizzanti Alcuni cibi causano allergie con molta più frequenza di altri: per questo motivo, è tradizione inserirli nell’alimentazione del bambino in un secondo tempo, comunque mai prima dell’anno di età, con la speranza di evitare fenomeni di allergie o intolleranze. Gli alimenti spesso causa di reazioni allergiche sono: • Latte vaccino e formaggi • Uova • Crostacei

Pesci Lieviti Frumento Arachidi Pomodori Agrumi Kiwi Fragole Funghi Cioccolato Soia

Va notato come diversi fra i cibi più allergizzanti siano di origine animale. In particolare il latte vaccino costituisce una delle cause di allergia più frequenti nei bambini.

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Latte e derivati Il latte vaccino è il nutrimento naturale del vitello e il suo contenuto proteico è quattro volte rispetto al latte di donna: infatti il vitello ha una crescita molto più rapida del bambino, a poche ore dalla nascita si regge già in piedi e ha l’aspetto di un animale adulto. Essendo il prodotto di una secrezione ghiandolare, il latte vaccino concentra in sé tutte le sostanze contenute nel sangue dell’animale (compresi i residui di pesticidi usati in agricoltura, i residui di metalli pesanti quali il piombo e altre sostanze inquinanti), i farmaci usati durante l’allevamento dell’animale (antibiotici, ormoni, vitamine ecc.). Per chi, sapendo a cosa va incontro, decidesse comunque di far assumere del latte si suggerisce quello fresco intero, biologico, che può essere introdotto nell’alimentazione del bambino solo dopo i 12 mesi di vita, ma essendo un alimento adatto alla crescita del vitello sarebbe auspicabile non introdurlo mai nella dieta di un bambino. Non richiede ebollizione ma occorre diluirlo con acqua minerale naturale minimamente mineralizzata (residuo fisso < 50 mg/litro) in rapporto di 2 a 1, cioè 2 parti di latte e 1 d’ acqua: in questo modo si ha una diminuzione del carico renale di soluti, poiché il rene del neonato ha una capacità di filtrazione inferiore rispetto a quella dell’adulto. Lo yogurt è latte fermentato grazie all’azione di particolari bacilli. È un alimento diverso dal latte da cui deriva, in quanto i batteri che trasformano il latte in yogurt lo predigeriscono nella componente proteica e lattosica con la formazione di acido lattico. Essendo un derivato del latte vaccino è meglio evitarne l’uso almeno nel primo anno di vita, per gli stessi motivi descritti nel caso del latte vaccino (eccesso di proteine, sali, grassi saturi). I formaggi derivano dalla coagulazione della caseina contenuta nel latte, una proteina del latte vaccino, la cui troppo precoce assunzione può provocare fenomeni di intolleranza e allergie in bambini non ancora pronti da un punto di vista enzimatico a digerirli. Anche qui, per chi volesse introdurli nella dieta del bambino va fatto dopo il primo anno di età. I più adatti sono quelli semigrassi, poco o per niente salati, non fermentati e di provenienza biologica garantita che li assicuri privi di additivi, di conservanti e di residui di pesticidi, antibiotici e fitofarmaci. Consigliamo il parmigiano reggiano stagionato non prima dei 2 anni, in piccole quantità (5 g), e la ricotta, preferibilmente di capra o pecora, mentre sconsigliamo i formaggi più grassi, almeno fino ai 3 anni e in generale formaggi fusi e formaggini perché contengono conservanti e coloranti.

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Generalmente la predisposizione per le allergie è ereditaria; non lo è però l’allergia specifica a una determinata sostanza o alimento. Per chi volesse approfondire questi argomenti, può trovare sul sito www.VegPyramid.info e nel volume Vegpyramid (Luciana Baroni, Edizioni Sonda) delle linee guida per una sana alimentazione a base vegetale.

Lo svezzamento: come cominciare I primi cibi da introdurre nell’alimentazione del bambino dovrebbero essere privi di insaporenti artificiali, senza sale e zucchero aggiunti. Alcuni cibi comunemente usati come primi assaggi sono: • Crema di riso (la più consigliata), mais, grano saraceno, quinoa, amaranto. • Crema di carote, zucca, zucchine. • Purè di frutta: mela, pera, pesca (gli agrumi sono generalmente sconsigliati, almeno fino ai 9-12 mesi di età). • Creme di lenticchie rosse decorticate, piselli secchi spezzati, fagioli azuki. • Creme di mandorle, nocciole, sesamo (tahin). • Olio extravergine di oliva e olio di semi lino, entrambi crudi e usati come condimento in piccole quantità.

Pranzo e cena Brodo vegetale: 200 g. Cereali biologici, raffinati, in crema (riso, mais, tapioca, orzo, miglio ecc.): 4-5 cucchiaini rasi (40-50 g). Olio di oliva extravergine: 1-2 cucchiaini. Legumi (piselli, lenticchie, azuki, ceci): 1-2 cucchiaini (10 g). Frutta di stagione ben matura oppure cotta tra un pasto e l’altro. BRODO VEGETALE Acqua. Carota, cipolla, qualche foglia verde, verza, un pezzetto di alga da mettere prima in ammollo per togliere il sale e poi risciacquata. Mettere sul fuoco l’acqua e iniziare facendo cuocere la verdura più dura, cioè la carota con l’alga, dopo 10 minuti unire la cipolla e dopo altri 5 la verdura a foglia, lasciar sobbolirre altri 5 minuti e spegnere il fuoco. CREMA DI RISO 1 tazza di riso semintegrale. Da 3 a 10 tazze di brodo vegetale (a seconda della consistenza desiderata). Fate cucere il riso nel brodo vegetale e quando è ben cotto passatelo al passaverdure. Si può arricchire con qualache cucchaino di purè di legumi e olio, oppure crema di mandorle, di nocciole, di sesamo (tahin).

Per i primi assaggi potete utilizzare un cucchiaino, ma anche la punta delle vostre dita: per permettere al bambino di familiarizzare con cibi diversi dal latte materno saranno più che sufficienti. In ogni caso, le quantità che un bambino piccolo riesce a mangiare sono veramente molto ridotte. Può darsi che la sua prima reazione sia sputare il cibo che gli offrite (deve ancora imparare a masticare), e a volte ci vogliono tempo e pazienza, mentre è più semplice se il piccolo dimostra interesse per quello che c’è in tavola.

CREMA DI AZUKI 200 g di azuki. 2 cm di alga kombu. 1 cucchiaino di tahin o olio di semi di lino.

Aumentate la consistenza delle pappe e delle creme in modo graduale, osservando sempre le reazioni e il gradimento del bambino: sarà lui a farvi capire se desidera cibi più o meno consistenti, per cui seguite prima di tutto i suoi tempi e i suoi ritmi.

CREMA DI MIGLIO E LENTICCHIE 20 g di farina di miglio. 5 g di farina di lenticchie rosse decorticate. 200 ml di latte di riso. 1 cucchiaino di olio.

Ricette

di E. Barbero e A. Sagone

Mettere in ammollo la sera prima gli azuki; sciacquarli e farli cuocere nel doppio del loro volume di acqua o di brodo vegetale (alga kombu), cuocere per 60 minuti in pentola normale o 30 minuti in pentola a pressione. Quando sono cotti passarli al passaverdure, aggiungere tahin o olio.

Macinare miglio e lenticchie riducendole in farina, tostarli brevemente in una padella senza farli scurire. Far intiepidire il latte di riso e unire le farine prima del bollore mescolando con la frusta perché non si formino grumi. Cuocere a fiamma bassa per 15 minuti mescolando finché non abbia raggiunto la densità desiderata; spegnere il fuoco e aggiungere l’olio.

DAI 6 AI 12 MESI Quelli che seguono sono esempi di pasti standard, in una giornata, per un lattante tra i 6 e i 12 mesi. Colazione, merenda, sera-notte Latte materno a richiesta o latte adattato 2-3 poppate. Se il bambino è allattato al seno, le poppate sono “a richiesta”, non meno di 4-5 al giorno.

CREMA DI RISO E PISELLI 20 g di farina di riso. 5 g di piselli secchi spezzati. 200 ml di bordo vegetale o latte vegetale. 1 cucchiaino di olio. 1 cucchiaino di tahin. Macinate i piselli secchi riducendoli in farina. Fate intiepidire il brodo o il latte vegetale, unire le farine prima del bollore

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mescolando con la frusta perché non si formino grumi. Cuocete a fiamma bassa per 15 minuti mescolando finché non abbia raggiunto la densità desiderata, spegnere il fuoco e aggiungere l’olio e il tahin. CREMA DI AMARANTO E LENTICCHIE 20 g di amaranto. 5 g di lenticchie rosse decorticate. 200 ml di brodo vegetale. 1 cucchiaio di olio di oliva. 1 cucchiaino di olio di lino. 1 cucchiaino di tahin. Sciacquare le lenticchie e l’amaranto sotto l’acqua corrente utilizzando un colino a maglie fini. Fateli tostare brevemente, unite il brodo vegetale e lasciate cuocere 30 minuti, se necessario aggiungete ancora brodo o acqua calda, a fine cottura deve essere una morbida crema. Spento il fuoco aggiungere olio e tahin. Per motivi di spazio non è possibile inserire un maggior numero di ricette. Si rimanda alla lettura del libro La cucina etica per mamma e bambino di Emanuela Barbero e Antonella Sagone (Edizioni Sonda). Ecco alcune ricette che potete trovare e realizzare facilmente, adatte a questo periodo: creme di riso, di lenticchie rosse, di azuki, di miglio e lenticchie, di grano saraceno e ceci, di farro e lenticchie, di quinoa e azuki, di amaranto e lenticchie, polentina di mais e ceci. Dagli 11 mesi: paté di tofu.

CONFERENZA a scuola di Naturopatia Serata di Presentazione del Corso Quadriennale di Naturopatia Frontale e a Distanza. A.A 2010-11 relatrice: Dott. Catia Trevisani Giovedì 23 settembre Milano ore 21:00 partecipazione gratuita prenotazione 02 89420556


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DAI 12 AI 24 MESI Le esigenze nutrizionali del bambino nel secondo anno di vita sono decisamente ridotte rispetto a quelle del primo anno. Infatti la sua crescita in peso in 12 mesi può essere compresa tra i 2 e i 3 kg (nel 50° percentile si passa nei maschi dai 10 kg a 12 mesi ai 12,5 kg a 24 mesi e nelle femmine dagli 8,5 ai 10,5 kg). Per quanto riguarda l’altezza, nel secondo anno l’incremento è di circa 12 cm, circa un centimetro al mese (passando da 72-80 cm a 84-92 nei maschi e da 70-78 a 12 mesi, a 82-90 nelle femmine a 24 mesi). L’effetto di tale situazione fisiologica, di minor incremento statuto-ponderale rispetto al primo anno di vita, è il significativo minor appetito che mediamente manifestano i bambini di questa età. Pertanto succede che spesso i bambini nel secondo anno di vita mangino meno che nel primo anno, con grande preoccupazione dei genitori. Colazione Latte materno o latte vegetale (soia o riso). Cereali: pane, gallette di cereali soffiati (riso, farro, orzo), fette biscottate, creme. Pranzo Cereali (biologici e raffinati o semintegrali), pasta, pastina, riso, orzo, mais, couscous, miglio (40-60 g). Legumi: lenticchie, piselli, azuki, ceci, fagioli (15 g). Verdura: cotta, di stagione (1-2 cucchiai). Olio extravergine di oliva: un cucchiaio. Semi di sesamo tostati: un cucchiaino. Merenda Yogurt vegetale con frutta o budino di latte di riso e mandorle. Gallette di cereali. Cena Cereali (come a pranzo). Legumi (10-15 g). Verdure (come a pranzo). Olio extravergine di oliva: un cucchiaio. Semi di sesamo tostati: un cucchiaino. RISOTTO CON CAROTE E MANDORLE 300 g di riso raffinato o semintegrale. 4 carote. 80 g di mandorle sgusciate. Brodo vegetale. Olio extravergine di oliva. Timo o altre erbe a piacere. Sale. Per servire: granella di mandorle. Iscritti all’Albo Regionale Operatori Accreditati dalla Regione Lombardia n. 357

Tostate il riso nell’olio e ricopritelo con il brodo, aggiungendone un po’ per volta mano a mano che viene assorbito. Mondate e tagliate le carote a pezzetti, quindi fatele cuocere a fuoco dolce in una padella con un po’ di olio e del timo o altre erbe. Unite anche qualche cucchiaio di acqua aggiungendone se serve affinché non si attacchino. Aggiustate di sale. Fate tostare le mandorle a fuoco dolce in una padella, rimestandole evitando che secchino troppo. Tritatele in un mortaio. Quando il riso è cotto, unite le carote e le mandorle tritate, mescolate e servite


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cospargendo di granella di mandorle sulla superficie. TORTINO DI MIGLIO 250 g di miglio. 600 ml di brodo vegetale. 500 g di cime di rapa. 2 spicchi di aglio. Olio extravergine di oliva. Sale. 2 cucchiai di gomasio o lievito alimentare in scaglie. Risciacquate bene il miglio sotto l’acqua corrente servendovi di un colino a maglie fini e fatelo tostare. Unite il brodo vegetale e lasciate sobbollire circa 20-25 minuti a fiamma dolce. Tritate l’aglio, mondate le cime di rapa e tagliatele a striscioline. Fate scaldare l’aglio nell’olio e, non appena inizia a sfrigolare, unite le cime di rapa e fatele saltare brevemente. Aggiungete una tazzina da caffè di acqua, salate leggermente, mescolate e coprite. Fatele cuocere a fuoco dolce circa 15 minuti rimestando di tanto in tanto e facendo attenzione che non si attacchino al fondo della pentola. Se vedete che si asciugano troppo, aggiungete qualche cucchiaio di acqua; se l’acqua dovesse invece risultare in eccesso, togliete il coperchio e lasciatela evaporare. Quando sia il miglio che le cime di rapa sono pronti, mescolateli con cura e adagiateli in una pirofila dopo averla unta con un po’ di olio. Cospargete la superficie con del gomasio o del lievito alimentare in scaglie e infornate circa 15-20 minuti a 180°. QUINOA ARLECCHINO 250 g di quinoa. 200 g di piselli freschi. 2 carote.

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600 ml di brodo vegetale. 1 cucchiaio di shoyu. 2 cucchiai di olio extravergine di oliva per condire a freddo. Tagliate le carote a dadini e risciacquate bene la quinoa sotto l’acqua corrente servendovi di un grosso colino a maglie fini. Fatela cuocere circa 20-25 minuti nel brodo vegetale assieme alle carote e ai piselli, finché il liquido non sarà stato completamente assorbito e gli anellini non tenderanno a distaccarsi dal chicco. Unite anche lo shoyu. A fine cottura aggiungete un filo di olio extravergine di oliva e servite. PATÉ DI ZUCCA E MANDORLE 400 g di zucca hokkaido rossa. 2 cucchiai di crema di mandorle. 1 cucchiaio di olio di semi di sesamo. Per questo paté utilizzate una zucca di elevata qualità, così da ottenere il migliore risultato. Pulite la superficie della zucca con l’apposita spazzola di cocco, poi apritela e togliete i semi interni con un cucchiaio. Tagliatela a pezzetti, tenendo anche la buccia (la zucca deve essere biologica), e fatela cuocere al vapore. Quando è cotta frullatela assieme all’olio e alla crema di mandorle fino a ottenere un morbido paté da spalmare. Variante: al posto della crema di mandorle potete usare quella di nocciole o di sesamo (tahin). Per motivi di spazio non è possibile inserire un maggior numero di ricette. Si rimanda alla lettura del libro La cucina etica per mamma e bambino di Emanuela Barbero e Antonella Sagone (Edizioni Sonda). Ecco alcune ricette che potete trovare e realizzare facilmente, adatte a questo

periodo: riso basmati con i piselli, minestra con fiocchi di cerali, miglio con le verdure, avena con il cavolo, farro con le nocciole, bulgur con uvetta, risotto con la zucca, gnocchi di zucca, humus di ceci, zuppa di piselli, vellutata di zucca, crema di carciofi, tortino di patate e tarassaco.

DAI 3 AI 7 ANNI Si può iniziare a introdurre fibra attraverso cereali integrali, verdura, legumi, in rapporto alla struttura fisica del bambino: più grasso, più fibra; magro, poca fibra. Ecco alcuni esempi di pasti standard. Colazione È importante che sia abbondante e varia, dolce o salata. Frutta: fresca o frullata o in marmellata. Latte: di mandorla, avena, riso, soia. Frutta secca: muesli, mandorle, nocciole. Tè o tisana. Pane e olio. Yogurt vegetale. Spuntino di metà mattina Merendine di cereali integrali e frutta secca. Frutta fresca. Mandorle o nocciole. Pranzo Verdura cruda (carote, finocchi ecc.). Cereali semintegrali o integrali (riso, orzo, pasta ecc.) con verdure cotte. Merenda Latte vegetale o bevande. Dolce: torta di frutta, creme di mandorle o nocciole. Cena Insalata. Cereali-legumi-verdure-alghe: minestroni, zuppe, sformati ecc.

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RISO ROSSO SELVAGGIO CON CAROTE E PISELLI 300 g di riso rosso selvaggio (o nero venere) integrale. 200 g di carote. 200 g di pisellini. 1 scalogno. Olio extravergine di oliva. Sale. Semi di sesamo (per servire). Sciacquate bene il riso e fatelo cuocere in acqua salata circa un’ora dall’inizio del bollore. Preparate le verdure tritando lo scalogno e tagliando a pezzetti molto piccoli le carote. Fate dorare lo scalogno in una padella con un po’ di olio, aggiungete le carote e i piselli e fatele andare a fuoco dolce finché non saranno cotti. Aggiustate di sale durante la cottura. Quando il riso è pronto, servitelo assieme alle verdure, formando sui piatti delle composizioni fantasiose: un vulcano di riso al centro con una stradina di verdure che gli gira intorno, oppure disegnando un volto sorridente dove il riso forma il sorriso e le verdure gli occhi e le sopracciglia; oppure ancora mettete il riso in formine per muffin leggermente oliate, comprimetele bene e poi rovesciatele al centro dei rispettivi piatti, mentre con le verdure disegnerete dei raggi che partono dai muffin di riso, formando così una specie di sole. Cospargete il piatto con semi di sesamo. FARIFRITTATA DI CIPOLLA E ORIGANO 150 g i farina di ceci. 300 ml di acqua. 1 cucchiaino di origano essicato. 2 cipolle. Sale. Olio extravergine di oliva. Passate la farina al setaccio in una terrina e aggiungete l’acqua poco alla volta mischiando il composto con una frusta da cucina affinché non si formino grumi. Salate e lasciate riposare: l’ideale va dalle 4 alle 8 ore. Tritate le cipolle oppure tagliatele ad anelli sottili e fatele ammorbidire in una padella con un filo di olio e qualche cucchiaio di acqua. Aggiungete l’origano essicato alla pastella di ceci, mescolate bene e versatela uniformemente nella padella lasciando che si rapprenda e facendola dorare su entrambi i lati. SFORMATINI DI MIGLIO 300 g di miglio. 1 cipolla di media grandezza. 1 costa di sedano. 1 carota di media grandezza. 300 g di zucca. Erbe aromatiche (salvia, alloro e rosmarino). Un dado vegetale. Olio extravergine di oliva. Sale. Shoyu. In una pentola scaldate l’olio e le erbe aromatiche tritate; unite la cipolla tritata quando l’olio è caldo. Aggiungete sedano, corota e zucca tritati finemente. Unite il miglio e una quantità di acqua calda pari a tre volte il volume del cereale.

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Aggiungete il dado e il sale. Cuocete dolcemente circa 25 minuti con un coperchio. A cottura ultimata aggiungete a piacere olio e shoyu. Disponete il miglio ancora caldo nelle formine per formare gli sformatini preventivamente unti con un po’ di olio. Lasciate intiepidire affinché il composto si rapprenda e poi passate in forno 15-20 minuti a 180-200°. Servite gli sformatini di miglio con una crema di legumi oppure una dadolata di verdure. Per motivi di spazio non è possibile inserire un maggior numero di ricette. Si rimanda alla lettura del libro La cucina etica per mamma e bambino di Emanuela Barbero e Antonella Sagone (Edizioni Sonda). Ecco alcune ricette che potete trovare e realizzare facilmente, adatte a questo periodo: pasta con broccoletti e olive, orecchiette con pesto di tofu, quinoa col cavolo nero, zuppa di legumi, crocchette di ceci, polpettine di soia, crocchette di tofu ed erbette.

Noi e l’ambiente di E. Barbero

In queste pagine abbiamo visto che un’alimentazione vegetariana o meglio ancora vegan è fondamentale per la nostra salute. Sempre più studi testimoniano come un’alimentazione basata sui cibi vegetali sia protettiva nei confronti di numerose patologie cronico-degenerative mentre il consumo di grassi saturi, colesterolo e proteine animali predispone all’insorgenza di obesità, diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, osteoporosi, gotta, demenza senile e tumori. I morti dovuti alle malattie cardiache (soprattutto infarto) hanno ormai raggiunto cifre da veri e propri bollettini di guerra: ogni anno i decessi sono 17 milioni nel mondo, di cui 4 milioni nella sola Europa. Tutto ciò mentre recenti studi americani ed europei hanno dimostrato che una dieta vegetariana equilibrata e povera di grassi permette di ridurre il rischio di cancro del 40%, di infarto e altre malattie cardiache del 30%, di diabete del 60%, di calcoli al fegato del 60%, di obesità del 40%, di intossicazioni alimentari dell’80%, di ipertensione dal 22 al 68%. Numerosi studi scientifici ci confermano che una sana alimentazione a base vegetale aiuti efficacemente a prevenire e spesso anche a curare la maggior parte delle malattie oggi più diffuse, inclusi diversi tipi di tumori e molte malattie degenerative tipiche dei paesi ricchi (vedi anche www. scienzavegetariana.it e www.VegPyramid. info e il libro La Cucina Diet_Etica, Edizioni Sonda). Ma il mondo in cui viviamo è fatto di relazioni

La fiducia nell’istinto di mamma e bambino Un’ombra si aggira fra la mamma e il bambino. Si chiama “sfiducia”. È come se, nel giro di poche generazioni, milioni di anni di evoluzione fossero andati in fumo e nessuno potesse più credere che madri e bambini siano perfettamente attrezzati per fare il loro mestiere. La nostra cultura sembra suggerire che i bambini non sappiano cosa è meglio per loro, che il loro pianto sia solo uno sfogo o un modo per controllare i loro genitori, e che i loro desideri non siano che futili capricci; ed è altrettanto convinta che le ansie e gli slanci delle madri non siano che bizzarrie generate da squilibri ormonali, o un segno della loro debolezza, insicurezza e ingenuità. Se così fosse, si dovrebbe dire che il fatto che la nostra specie sia sopravvissuta a milioni di anni di evoluzione e ci abbia portato fin qui sia davvero un miracolo. Il vero miracolo, invece, è che la specie umana sia sopravvissuta agli ultimi cento anni di “civiltà”. La cultura della società industrializzata sta conducendo da meno di un secolo un esperimento su vastissima scala basato sulla costrizione di madri, padri e bambini a fare esattamente il contrario di ciò che l’istinto dice loro: separare madri e neonati alla nascita. Non consentire che si verifichino le poppate ogni volta e per tutto il tempo in cui ciò dia sollievo e ristoro a entrambi. Non lasciare che le madri prendano in braccio i loro figli quando con il pianto segnalano che hanno un disperato bisogno di loro. Mettere in bocca ai lattanti, quando mostrano il bisogno di succhiare, un simulacro di gomma al posto del seno materno. Impedire loro di condividere il sonno, costringendo bambini di pochi mesi ad addormentarsi in un luogo solitario, immobile, lontano dal respiro e calore materno, lontano dal suo cuore; mentre la mamma, con il seno gonfio e gocciolante, cerca anche lei di prendere sonno con le braccia inutilmente vuote, senza poter udire il rassicurante suono del respiro del suo piccolo. Si tratta di un esperimento che saggia i limiti di resistenza allo stress e di adattabilità alle situazioni avverse nella specie umana, una specie altamente sociale che, come tutte quelle a lei prossime, è programmata per il contatto e l’allattamento continuo dei piccoli, nonché per una stretta relazione sociale del bambino con i suoi genitori e gli altri membri della sua famiglia, in modo che possa apprendere le relazioni umane da esempi viventi e amorevoli. Emanuela Barbero e Antonella Sagone La cucina etica per mamma e bambino


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e ciò che fa male a noi fa male anche all’ambiente e a chi vi abita e, viceversa, ciò che fa bene a noi è salutare anche per il pianeta. Per gli animali In base a quali criteri ciascuno di noi sceglie, tra tutti gli animali, chi amare e chi mangiare? Tradizioni, cultura, società, famiglia, abitudini: chi mangia gli animali (ma solo certi animali, quasi mai tutti) si è semplicemente adattato alla situazione esistente. Mentre si trangugiano tranquillamente mucche, maiali e galline nessuno mangerebbe mai un gatto (a parte purtroppo certe eccezioni) e ancora più difficilmente un cane. Perché? Qual è la differenza tra l’intelligenza e l’affettuosità di un cane e quella di un maiale? In realtà non siamo noi a decidere se e quali animali mangiare, perché altri hanno scelto per noi. Chi sceglie di vivere vegan prende oggettivamente atto che gli animali (tutti e non solo alcuni) non sono cibo, bensì esseri senzienti in grado di provare piacere e dolore, gioia ed emozioni, angoscia e paura… e sono anch’essi in grado di amare e di soffrire! Gli animali che arrivano nei piatti di chi mangia carne nascono e vivono le loro brevi e innaturali vite in enormi capannoni maleodoranti fatti di cemento e di sbarre dove non è assolutamente possibile vivere secondo la loro natura: sono stati così trasformati da incredibili esseri viventi in semplici oggetti. Vittime innocenti del nostro spietato sistema economico e produttivo, miliardi di creature vivono le loro non-vite in gabbie anguste e in spazi sovraffollati, senza mai vedere il cielo né un prato verde, senza conoscere il sole, l’aria, la minima libertà di movimento e di relazione con gli altri animali della loro specie. Non li mangiamo perché il loro sistematico massacro è un atto di violenza brutale e non necessaria che abbiamo il potere di fermare con le nostre scelte… e noi vogliamo spezzare le catene di tutta questa immensa sofferenza.

Essere vegan ci consente di prendere le distanze da un sistema pesantemente basato sullo sfruttamento e sul dominio, valorizzando invece il rispetto per ogni forma di vita. Perché dalla sistematica violenza verso gli animali nascono poi la maggior parte delle altre forme di violenza e di sopraffazione. Per l’ambiente Mangiare vegan significa un impatto drasticamente più ridotto sulle risorse del nostro pianeta, che notoriamente non sono infinite. Significa un minor consumo di energia, di acqua, di pesticidi, di inquinanti, di farmaci. Significa minor necessità di terra e di conseguenza minore deforestazione. Il settore della carne è il secondo maggior inquinatore dopo quello dell’automobile e il 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall’agricoltura, i cui prodotti servono in gran parte a nutrire gli animali d’allevamento. Nel 2007 la FAO denunciava che gli allevamenti sono la causa di quasi un quinto dell’inquinamento responsabile del riscaldamento del globo terrestre, sottolineando che il settore del bestiame rappresenta una minaccia ambientale in continua crescita. Nella sua relazione ha reso noto che il bestiame ha prodotto il 35-40% delle emissioni di metano e il 65% delle emissioni di ossido di azoto, che è circa 300 volte più dannoso della CO2, per il riscaldamento globale. L’impronta ecologica (footprint) di chi mangia carne è molto più elevata di chi non la consuma: si è calcolato che essa incide per circa il 30% in più e, come se ciò non bastasse, il consumo di carne su scala internazionale sta aumentando costantemente, soprattutto nei paesi emergenti. La popolazione umana è in continua crescita ed è molto vorace: stiamo consumando velocemente le risorse del pianeta e lo stiamo facendo in modo irresponsabile, come se fossero illimitate.

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Per chi muore di fame Se mangiassimo tutti vegan ci sarebbe cibo più che a sufficienza per tutti, siccome la terra che oggi serve per nutrire una sola persona che consuma carne sarebbe sufficiente a sfamarne ben 20 vegane! Inoltre, destinando un ettaro di terreno all’allevamento bovino, in un anno otteniamo 66 kg di proteine, contro i 1868 kg di proteine (28 volte di più!) che invece otterremmo destinando, ad esempio, lo stesso terreno alla coltivazione della soia. Un bovino ha un’efficienza di conversione delle proteine animali di solo il 6%, consuma cioè 790 kg di proteine vegetali per produrre meno di 50 kg di proteine animali. Negli ultimi 50 anni la produzione mondiale di carne si è quintuplicata e questo trend è in continua crescita, mentre sono milioni gli acri di terra che nel Terzo mondo vengono utilizzati esclusivamente per la produzione di mangime destinato all’allevamento del bestiame europeo. L’80% dei bambini che nel mondo soffrono la fame vive in paesi che di fatto generano un surplus alimentare che viene però per lo più prodotto sotto forma di mangime animale e che di conseguenza viene utilizzato solo da consumatori benestanti. Gli animali da allevamento sottraggono al diretto consumo umano circa un terzo dei cereali prodotti in tutto il mondo, mentre con un etto di cereali si sfama tranquillamente un umano ma di certo non una mucca! Alcuni nutrizionisti e ambientalisti americani hanno calcolato che se venisse destinata all’alimentazione umana la quantità di cereali e di soia comunemente impiegata per l’allevamento del bestiame da macello degli Stati Uniti, verrebbe cancellata la piaga della fame nel mondo.

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