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Il Quaderno quadrone di Loredana Lipperini con illustrazioni di Paolo d’Altan Introduzione di Lidia Ravera

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Il Quaderno quadrone di Loredana Lipperini con illustrazioni di Paolo d’Altan Introduzione di Lidia Ravera © 2013 by Loredana Lipperini / Agenzia Santachiara 2013 Rrose Sélavy Editore Tolentino

colophon ISBN 978-88-907970-3-3 Il Quaderno quadrone Pubblicazione edita da Rrose Sélavy Sede: via Carlo Santini, 6 62029 Tolentino (Mc) T: 0733.971310 www.rroseselavy.org rroseselavyeditore@gmail.com Iscrizione nel Registro degli Operatori della Comunicazione in data 23/03/2012 con numero 22165 Distribuzione in libreria Joo Distribuzione Via F. Argelati, 35 20143 Milano Stampato nel mese di novembre 2013 dalla Tipografia San Giuseppe, Pollenza (Mc) Progetto grafico Paolo Rinaldi


Il Quaderno quadrone di Loredana Lipperini con illustrazioni di Paolo d'Altan Introduzione di Lidia Ravera

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come andrà a finire la storia Uno quando è piccolo pensa che gli adulti siano misteriosi e potenti. Uno quando è giovane pensa che i vecchi siano brutti e tristi. Uno quando è adulto pensa che i bambini siano un po’ scemi. Un po’ nani. Tutti ancora da domare, come cavallini bizzarri. Uno quando è bambino pensa che la vita sia meglio corta, perché quando diventa lunga si sciupa. Uno quando è adolescente pensa che chi non lo è più sia una palla mortale. Uno quando è vecchio pensa che chi è giovane abbia una fortuna spudorata, un tesoretto di anni da spendere. Non sappiamo mai come sono gli altri. Non sappiamo come sono le altre età, anche se le abbiamo vissute (noi vecchi, o quasi vecchi, o certo non nuovi). Figuriamoci se non le abbiamo ancora vissute. Come i giovani, come i bambini. Poiché dimentichiamo quello che abbiamo già vissuto e non conosciamo quello che non abbiamo ancora vissuto, ci nutriamo di stereotipi. Di caricature. Ci facciamo avvelenare da verità preconfezionate, devastate dall'abuso, mai verificate. I “sentito dire” sull'età sono una corazza micidiale. Strozzano la vita. La trasformano in un percorso scontato, in cui si indossano costumi disegnati da altri. Per lo più nemici. I costumi più brutti sono quelli confezionati addosso alla vecchiaia. Perciò, per definizione, i vecchi sono un dovere e non un piacere, frequentarli è un obbligo. La faccenda, come la racconta Loredana Lipperini, ha senso, lì per lì

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fa ridere, poi ti piglia lo spavento. Racconta, lei, di un futuro prossimo venturo, in cui i bambini reciteranno l'affetto per soldi, per mestiere. Esiste già un po’. Esisterà sempre di più. Se non facciamo attenzione. Ma per fortuna c’è Pupa, l'eroina del racconto. Pupa è una combattente. Combatte una sua lotta personalissima e feroce contro le verità precotte, i costumi bugiardi. È nata e invecchiata per disintegrarli, gli stereotipi. Pupa non è triste, non è noiosa, non è inerte. Non è passiva, non mangia dolcetti, non si sbrodola di lacrime davanti alle fotografie del passato. La finta nipotina ingaggiata per recitarle la quota di affetto, cui ogni potenziale nonna ha diritto, ci mette un po’ a capirlo, che Pupa non è come ti aspetti che sia. Ma poi capisce. È facile. Basta ascoltare, basta guardare. Pupa non ha bisogno di niente e di nessuno. Semmai desiderio. È nonna di se stessa e figlia e sorella. È anche il suo proprio marito e padre e nipote. Pesca dentro di sé l’età che le serve con la pazienza del pescatore. E, come tutti i pescatori interiori, racconta storie. E raccontando salva i bambini dalla tristezza di sapere già come andrà a finire, la storia. La vita. Lidia Ravera 3


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upa. Leggo il nome e quasi mi cade il visore dalle mani. Pupa. Lo pronuncio sottovoce: le due sillabe si confondono con il verso dei colombi in cerca di briciole fra la ghiaia del parco. Pupa. Non riesco a crederci: come può una vecchia chiamarsi così? Pupa è un nome adatto per una bambina con un cappellino color ciliegia, come quello che avevo da piccola. Oppure per una ragazza molto bella come Viola, che è seduta a gambe incrociate sulla panchina di fronte e si arrotola i capelli su un dito. Oppure per un verme che non è ancora diventato farfalla, un po’ come me. Pupa è la mia prima Richiedente e io sarò la sua Nipote Sostituta. Fino a questo momento ero molto orgogliosa del mio incarico: i Sostituti rendono un grande servizio alla società, da quando la Legge Familiare del 2020 si è rivelata un fallimento, perché nessuno rispettava l’obbligo di visitare i vecchi almeno una volta alla settimana, nonostante la minaccia delle multe. Mia madre ha sempre detto che era una legge inumana, e che non avevamo un intero pomeriggio da sprecare, e io le davo ragione: eravamo troppo impegnati con il lavoro e lo studio, e la sera eravamo così stanchi che spesso non riuscivamo ad aspettare che la zuppa di vitamine si riscaldasse, e crollavamo addormentati sulle nostre sedie. Per fortuna, qualcuno ebbe l’idea dei Sostituti: ragazze e ragazzi fra i dieci e i quindici anni, che vengono pagati dai vecchi per passare ben tre pomeriggi a settimana con loro, come se fossero nipoti veri. Tutti sono stati contenti: i Richiedenti perché non sono più soli e noi giovani perché abbiamo un lavoro.


Viola e io abbiamo fatto domanda appena compiuti dieci anni, ma ce ne sono voluti tre prima di ottenere l’incarico. Non tutte sono fortunate come Federica, che è stata assunta in quinta elementare e oggi ha già cambiato due Richiedenti, ha guadagnato bene e fra poco potrà smettere e aprire un negozio di dolci. L’insegnante di Consumo, che ci spiega quali sono i lavori adatti alla società, dice che è una buona idea: perché da quando è diventato possibile commissionare torte a forma di se stessi – proprio uguali a chi le compra! – tutti vogliono assaggiarsi e scoprire di avere un buon sapore di cioccolato o di vaniglia. Poi, però, bisogna fare ginnastica perché essere grassi non è professionale, quindi l’altra buona idea è aprire una palestra, che è quello che vuole fare Viola con i soldi che incasserà come Nipote Sostituta. Io non so ancora cosa farò con il mio stipendio. Quando ero molto piccola mi piaceva la musica: mia madre dice che fingevo di suonare il pianoforte sul tavolo della colazione quando squillava il telefono, perché la suoneria era, mi aveva spiegato, una sonata di Mozart. Io lo ricordo appena, così come ricordo appena il cappellino color ciliegia: so che il telefonino e il cappello erano regali di nonna, di cui, invece, non ho ricordi, e al Corso mi hanno spiegato che questo è al tempo stesso un bene e un male. Un male, perché un po’ di esperienza mi sarebbe stata utile con i Richiedenti. Un bene, perché ai datori di lavoro non bisogna affezionarsi. Non è professionale. Anche suonare il pianoforte non è ritenuto professionale, quindi dovrò trovare qualcos’altro. Alzo gli occhi, guardo i viali del parco bianchi di ghiaia ben pettinata e gli alberi in fila, alla stessa distanza l’uno dall’altro. I fiori rosa oscillano nel vento primaverile e nemmeno uno si stacca: a terra non ci sono petali. Quando ero molto piccola i tronchi dei ciliegi si piegavano in nodi contorti e alcuni rami erano spogli. Oggi non

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succede più: gli alberi sono tutti uguali, fioriti in primavera e con foglie di un bel rosso dorato in autunno. Questo è bene: i ciliegi malati mi rendevano triste. Ricordo di aver detto a mia madre che avrei voluto saper volare per non calpestare i petali caduti, e non far loro del male. Lei aveva stretto le labbra senza rispondermi. Credo che oggi anche mia madre sia orgogliosa di me. Però mi sento a disagio, anche se so di essere preparata: ho imparato a comporre i fiori in un mazzo, a giocare a carte e a fingere entusiasmo davanti alle vecchie fotografie e ai biscotti fatti in casa. Ho ricevuto il diploma due giorni fa e oggi mi hanno assegnato il visore di servizio con dentro le informazioni sul mio Richiedente. Ma come faccio a dire agli altri che si chiama Pupa? Intanto, Viola alza gli occhi dal suo schermo e mi comunica l’assegnazione che le è toccata: «Ha ottant’anni e le piace cucinare. Pazienza: dovrò aumentare le ore di palestra». Io non dico niente, e scappo verso casa.

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Nome o non nome, mi sono comportata come una professionista. Ho comprato un mazzo di tulipani e un vassoio di paste alla crema. A tutte le vecchie signore piacciono i tulipani e le paste: entrata in casa dovrò sistemare i fiori in un vaso e mettere sul fuoco l’acqua per il tè, o il latte per la cioccolata calda se è particolarmente golosa. Forse ha già preparato le tazze del servizio buono, ognuna sul suo piattino, magari con i tovaglioli ricamati accanto. Sul tavolo, l’album delle fotografie. La televisione accesa sui quiz del pomeriggio. Qualcuno starà cantando Volare o Let it be. Coraggio. Sono soldi buoni, e fa curriculum.


PUPA  

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