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Periodico Periodico di Ateneo

ȆȐȞIJĮ૧İ૙  La vita è movimento

Anno XVI, n. 1 - 3 / 2014


Sommario Editoriale

Inaugurazione dell’Anno Accademico

Primo piano Le supplici «Un’ignota compagnia solo col tempo viene giudicata. Ognuno ha lingua svelta e ingenerosa verso lo straniero» di Francesca Brezzi

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Terza missione Public Engagement di Roma Tre per l’immigrazione e progetti per l’integrazione di Giandonato Caggiano

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La nuova “legislatura” europea Quali novità in materia di politica di asilo e di immigrazione? di Claudia Morviducci

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Cittadinanza europea, Mediterraneo, interculturalità 18 L’esperienza del centro Altiero Spinelli di Roma Tre di Luigi Moccia

Finis terrae Il viaggio millenario dell’Homo sapiens di Paolo Apolito International Law and Rescue of Migrants at Sea di Martin Ratcovich

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Forze di spinta e forze di attrazione 29 Le complesse dinamiche dei movimenti migratori di Cecilia Reynaud

Food security, climate change and Mediterranean migration from the Sahel di Matthew Scott

Nascoste nelle pieghe della storia Donne migranti tra passato e presente. Il caso italiano di Maria Rosaria Stabili e Maddalena Tirabassi

L’accoglienza dei rifugiati I dati e i luoghi comuni di Maurizio Ambrosini

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La democrazia è un bene comune (collettivo) 45 La clinica legale di Roma Tre per i diritti dei migranti di Enrica Rigo

Studi umanistici e società aperta Mediazioni culturali e nuova conoscenza di Raimondo Michetti

Formazione e immigrazione La dimensione interculturale nel Dipartimento di Scienze della formazione di Massimiliano Fiorucci

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Una questione metropolitana L’immigrazione come fattore della trasformazione urbana di Carlotta Fioretti

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Nuovi (autori) italiani Venticinque anni di cittadinanza letteraria di Ugo Fracassa

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Latin and Roman colonization An archaeological contribution to population studies and history of migration from a local to global scale di Ulla Rajala

Testimoni e narratori Il racconto letterario di storie migranti di Michela Monferrini

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Sabir: la lingua del mare Un patrimonio di storie da raccontare e cantare di Stefano Saletti

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Lasciare l’Italia è una scelta? La storia di Silvia e Gabriele, professionisti a tempo indeterminato in Svezia di Giulia Pietralunga Cosentino

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Lampedusa e il sistema dei media 70 La prospettiva della sponda sud del Mediterraneo di Silia Galli

«Quando mi scriverai, scrivimi più a lungo» di Francesca Simeoni

Integrazione, identità e relazioni. Storie di lavoro e di vita in Italia di Elisabetta Tosini

Campioni d’Italia? Le seconde generazioni fra sport e cittadinanza di Isaac Tesfaye

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Incontri Orient tellers Quando le donne raccontano l’oriente di Valeria Lenuzza

Mujeres argentinas Un viaggio nelle storie migranti di donne artiste di Inés Grion, Leticia Marrone, Marina Rivera

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Rubriche Palladium 92 Al Teatro Palladium il Franco Cuomo International Award. Cronaca di un premio meritato di Luca Aversano

Storie di musica e migrazione. Dal Mediterraneo al Nord Europa 93 di Luca Aversano Mariano Rigillo al Teatro Palladium di Nika Tomasevic

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Non tutti sanno che... Una laurea per una laurea di Bianca Maria Tedeschini Lalli

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Il master in Digital Earth e Smart Governance di Giancarlo Della Ventura e Carla Masetti

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Post Lauream a Roma Tre Corsi liberi del Dipartimento di lingue di Annamaria Annichiarico

Recensioni Io sto con la sposa Una nuova estetica della frontiera di Federica Martellini

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«Siamo turchi o tedeschi?» 103 Almanya. Le avventure dell’identità di una famiglia turca in Germania di Francesca Gisotti X1 (dall’Astratto all’Oggetto) di Valerio Ventura

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Periodico dell’Università degli Studi Roma Tre Anno XVI, numero 1-3/2014 Direttore responsabile Anna Lisa Tota (Professore straordinario di Sociologia dei processi culturali e communicativi) Caporedattore Alessandra Ciarletti Vicecaporedattore e segreteria di redazione Federica Martellini romatre.news@uniroma3.it http://host.uniroma3.it/riviste/romatrenews/ http://issuu.com/romatrenews Redazione Valentina Cavalletti, Gessica Cuscunà, Paolo Di Paolo, Francesca Gisotti, Elisabetta Garuccio Norrito, Michela Monferrini, Giulia Pietralunga Cosentino, Francesca Simeoni, Elisabetta Tosini Hanno collaborato a questo numero Maurizio Ambrosini (professore ordinario di Sociologia, Università di Milano), Annamaria Annicchiarico (professore associato di Filologia e linguistica romanza), Paolo Apolito (professore ordinario di Antropologia culturale), Luca Aversano (professore associato di Storia della musica), Bianca Maria Bosco Tedeschini Lalli (presidente Fondazione Rita levi Montalcini), Francesca Brezzi (professore senior di Filosofia morale), Giandonato Caggiano (delegato del Rettore per la Terza missione), Giancarlo Della Ventura (professore ordinario di Mineralogia), Carlotta Fioretti (assegnista di ricerca al Dipartimento di Architettura), Massimiliano Fiorucci (professore associato di Pedagogia interculturale), Ugo Fracassa (ricercatore di Critica letteraria e letterature comparate), Silia Galli (laureata in lingue moderne per la comunicazione internazionale),Inés Grion (curatriuce di Mujeres Argentinas), Valeria Lenuzza (curatrice di OrienTellers), Leticia Marrone (Universidad Nacional de Avellaneda), Carla Masetti (professore associato di Geografia), Raimondo Michetti (professore associato di Storia medievale), Lugi Moccia (Presidente Centro di eccellenza Altiero Spinelli - CeAS), Claudia Morviducci (professore ordinario di Diritto dell’Unione europea), Ulla Rajala (Postdoctoral Researcher, Stockholm University), Martin Ratcovich (Doctoral Candidate in International Law, Department of Law, Stockholm University), Cecilia Reynaud (ricercatore di Demografia), Enrica Rigo (ricercatore di Filosofia del diritto, coordinatrice della Clinica del diritto dell'immigrazione e della cittadinanza - Dipartimento di Giurisprudenza), Marina Rivera (curatrice di Mujeres Argentinas), Stefano Saletti (musicista e compositore), Matthew Scott (Doctoral Candidate in Public International Law, Faculty of Law, Lund University), Maria Rosaria Stabili (professore ordinario di Storia dell’America Latina), Isaac Tesfaye (giornalista), Maddalena Tirabassi (direttore Centro Altreitalie), Nika Tomasevic (dottoranda in Storia del teatro moderno e contemporaneo, Università degli studi di Napoli "L'Orientale") Immagini e foto Antonio Azzurro©, Archivo Famiglia Lombardi, Chapatte©, Leandro Chavarria©, Carlotta Fioretti, Marco Garofalo © GINA Films, Maila Iacovelli©, La Repubblica, Davide Leone, Graziano Lucia, Gabriele Formentini/Silvia Mainardi - onewaytosweden.blogspot.it/, Francesco Martellini, Alberto Pesce, Riber©, Pierantonio Tanzola, www.amaniforafrica.it, www.fao.org, www.museodellemigrazioni.com, www.nationalgeographic.it Ringraziamo Bia Simonassi (treebookgallery.blogspot.com) che ha realizzato per noi il mind map pubblicato alle pp. 80-81 Progetto grafico Magda Paolillo, Conmedia s.r.l. - Piazza San Calisto, 9 - Roma 06 64561102 - www.conmedia.it Il progetto grafico della copertina è di Tommaso D’Errico Impaginazione e stampa Tipografia Gimax di Medei Massimiliano Via Valdambrini, 22 - 00058 Santa Marinella (RM) - tel. 0766 511644 In copertina Sandhill Crane Migration, Platte River Sunrise, Mary Sorrell© Finito di impaginare febbraio 2015 ISSN: 2279 - 9206 Registrazione Tribunale di Roma - n. 51/98 del 17/02/1998


«Stranieri a noi stessi» di Anna Lisa Tota

Stranieri a noi stessi è il titolo di un noto libro in cui Julia Kristeva, filosofa francese di origine bulgara, offre gli strumenti teorici e analitici per riflettere sulla condizione di straniero. L’autrice evidenzia come la condizione essenziale per comprendere l’altro, Anna Lisa Tota passi attraverso l’accettazione personale e intima della nostra stessa estraneità. È proprio dal riconoscimento del valore irrinunciabile della nostra unicità che passiamo per incontrare l’altro. In questo numero torniamo – sei anni dopo – ad affrontare il tema dell’immigrazione e dell’emigrazione, a cui ci eravamo dedicati già nel 2008. Ci torniamo da un’altra prospettiva, proponendovi nuovi spunti, nuovi autori e nuove autrici e, con loro, nuovi punti di vista, come quelli legati all’urgenza dell’attuazione di una vera e propria cittadinanza europea oppure come la riflessione sul significato culturale della condizione di migrante, ad esempio nel contesto italiano, dove chi migra – come ci ricorda Paolo Apolito – sembrerebbe spinto “sempre e soltanto” da condizioni di indigenza. Viene così meno il valore positivo dello spostarsi, viene meno il gusto della scoperta. Ci dimentichiamo così che l’essere nomade è una condizione umana possibile e potenzialmente “normale”. Abbiamo affidato le nostre riflessioni su questo tema ad un’immagine – quella della copertina – che ci ricorda come in natura le migrazioni siano di per sé normali e gli sconfinamenti tra un paese e l’altro semplicemente tappe di un ciclico avvicendamento fra le stagioni dell’anno. Se per gli stormi di uccelli le migrazioni sono eventi naturalmente connessi alle condizioni di esistenza di una specie, perché per le comunità umane contemporanee lo spazio simbolico e giuridico della condizione di migrante si è così ristretto? Quest’immagine ci è parsa particolarmente adatta a rappresentare una concezione “naturale” delle migrazioni anche sull’onda del lavoro di Seba-

stião Salgado, il celebre fotografo brasiliano, a cui Wim Wenders ha recentemente dedicato il film Il sale della terra. Il titolo che abbiamo scelto, invece, viene dalla saggezza degli antichi filosofi: πάντα ῥεῖ ci ricorda Eraclito, citato nel Cratilo di Platone. Tutto scorre e scorrono anche i confini delle nazioni che sono tutt’altro che statici, spostati qua e là di continuo dall’avvicendamento dei regimi politici. Basti pensare alla nostra “vecchia” Europa e al minaccioso confine tra BDR e

Se per gli stormi di uccelli le migrazioni sono eventi naturalmente connessi alle condizioni di esistenza di una specie, perché per le comunità umane contemporanee lo spazio simbolico e giuridico della condizione di migrante si è così ristretto?

DDR, che è costato la vita a molti giovani tedeschi che tentavano di oltrepassare il muro di Berlino. Ma prima o poi tutti i muri cadono… come ricordavamo dalle pagine di questo giornale proprio nella ricorrenza dell’anniversario della caduta del muro. Da Alfred Schütz in poi la riflessione sulla condizione dell’essere straniero ha attraversato le scienze sociali con rinnovato interesse. Se ne sono occupati lungamente filosofi, antropologi, storici, psicologi sociali, sociologi, scrittori e studiosi di linguistica, politologi, giuristi ed economisti. Nel 1944 e nel 1945 Schütz scrive due saggi che sono destinati a divenire il punto di riferimento di intere generazioni di studiosi: Lo straniero e Il reduce. In questi saggi il filosofo sociale analizza concretamente la situazione di un individuo che lascia il suo gruppo natio per inserirsi in un nuovo contesto sociale o che vi faccia ritorno dopo lungo tempo e dopo una serie di esperienze che abbiano modificato profondamente la sua identità e il mondo stesso da cui proveniva. Sono pagine che cambiano la mente e l’attitudine di chi le legge: l’essere stranieri è una condizione sociale ben precisa, che soggiace a processi cognitivi chiaramente identificabili e che produce per sua natura e quasi inevitabilmente una serie di spunti che sembrano avviare inesorabilmente processi di esclusione e marginalizzazione. Dopo aver


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letto Schütz questi processi ci paiono lapalissiani, evidenti come la somma aritmetica di 2 + 2 e proprio per questo siamo in grado di disinnescarli appena essi iniziano a manifestarsi. Il sociologo austriaco mette nella nostra cassetta degli attrezzi strumenti fondamentali per combattere l’insorgenza del razzismo, mostrandoci di fatto come esso sia l’esito “quasi naturale” di un insieme di processi cognitivi, sui quali invece è possibile intervenire per mutarne il corso. L’Italia può avere un ruolo strategico nel pensiero sulla migrazione e può svolgere un ruolo cruciale nel determinare e influenzare le politiche migratorie dell’Europa. Questo ruolo ci deriva in primo luogo dalla nostra posizione geografica: siamo affacciati sul Mediterraneo, nel Sud dell’Europa, con chilometri di coste,

Alfred Schütz analizza concretamente la situazione di un individuo che lascia il suo gruppo natio per inserirsi in un nuovo contesto sociale o che vi faccia ritorno dopo lungo tempo e dopo una serie di esperienze che abbiano modificato profondamente la sua identità e il mondo stesso da cui proveniva. Sono pagine che cambiano la mente e l’attitudine di chi le legge

proprio su quello stesso mare che solcano barche e navi – più o meno sicure – cariche di “stranieri” in cerca di un futuro migliore. L’isola di Lampedusa è divenuta il triste simbolo della condizione di migrante in Italia, anche se non è certamente documentato dai dati sui flussi migratori il fatto che la maggioranza dei migranti arrivi nel nostro paese attraverso il mare. Lo straniero che abbiamo in mente, comunque, è spesso colui o colei che giunge in Italia povero/a e stremato/a attraverso un viaggio nel Mediterraneo. Quest’immagine sembra corrispondere proprio a quel migrante indigente che sta nel DNA della nostra storia. Poche generazioni fa i nostri nonni, i bisnonni e i trisnonni hanno solcato l’oceano cercando un futuro migliore attraverso l’isola di Ellis a Manhattan, tristemente famosa per i disagi che pativano coloro che avrebbe dovuto accogliere. “Welcome in New York” era soltanto uno slogan di facciata, che doveva mascherare procedure di ingresso negli Stati Uniti spesso estenuanti,

disumane per le famiglie che da tutta Europa, soprattutto dai paesi più poveri, lì sbarcavano con la fame in tasca e il sogno americano nella testa. Il film Nuovomondo (2006) di Emanuele Crialese è emblematico su questo tema. Quasi tutte le memorie famigliari possono vantare in Italia uno zio d’America – quello che ha fatto fortuna oltremare e che ogni tanto torna a trovare i parenti. Oppure un ramo della famiglia ha lavorato in Svizzera, come ci ricorda Nino Manfredi nel film Pane e Cioccolata (1973). In definitiva è con questa parte così radicata nel nostro DNA che dobbiamo fare i conti. Quando Kristeva scrive Stranieri a noi stessi allude anche a questo: è solo riconciliandoci con il nostro passato di emigrati che possiamo accogliere nello spazio fisico e simbolico delle nostre città i nuovi immigrati. Loro ci danno così fastidio come quella parte di noi, che in essi rivediamo e con cui ci ostiniamo a non voler fare ancora i conti. Ebbene sì, siamo i figli e le figlie, i nipoti e i pronipoti di quest’esercito di dignitosi “straccioni” che hanno avuto il coraggio di emigrare e di cercare un nuovo futuro per i loro figli, cioè per noi, con la fame in tasca e il sogno del benessere in testa. Ma noi siamo onorati di discendere da loro ed è proprio per questo che da queste pagine ci permettiamo di lanciare un appello alla nostra

“Welcome in New York” era soltanto uno slogan di facciata, che doveva mascherare procedure di ingresso negli Stati Uniti spesso estenuanti, disumane per le famiglie che da tutta Europa, soprattutto dai paesi più poveri, lì sbarcavano con la fame in tasca e il sogno americano nella testa

città e alla società civile, perché possano diventare un laboratorio privilegiato sul tema delle politiche per l’immigrazione e alla nostra comunità accademica di studiosi e studiose, di scienziati e scienziate, perché possano contribuire a realizzare un laboratorio di idee e di riflessioni comuni sulla condizione del migrante. Scrive Dante nel XVII Canto del Paradiso: «. . . Tu lascerai ogne cosa diletta più caramente; e questo è quello strale che l’arco de lo essilio pria saetta. Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. . .»


Responsabilità ambientale, sociale, economica

La relazione del Rettore prof. Mario Panizza in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico 2014/2015

La sostenibilità coinvolge tre dimensioni tra loro interdipendenti: la tutela dell’ambiente, il miglioramento sociale, lo sviluppo economico. Ciò significa combinare il capitale prodotto dall’uomo con il capitale naturale. Il concetto di sviluppo sostenibile si proietta pertanto su una scala temporale lunga, costantemente collegata a tutti gli utilizzatori, diretti e indiretti. Per tale ragione gli obiettivi prefissati devono essere trasparenti e i rapporti, o bilanci, devono essere misurati dagli indicatori della performance sugli impatti ambientali, sociali ed economici. Le organizzazioni universitarie sono ormai sempre più coinvolte nella valutazione e comparazione delle iniziative orientate allo sviluppo sostenibile, utilizzando sistemi di ranking inseriti all’interno di network internazionali. L’insieme di queste informazioni, accessibili e misurabili attraverso il confronto, serve a incoraggiare il miglioramento delle prestazioni e a collocare la sostenibilità tra le priorità nella gestione organizzativa ed economica dell’Università. Ritengo che siamo ormai pronti per interpretare i parametri della sostenibilità e proiettarli verso misure, da sintetizzare in indicatori, importanti e significativi non meno degli indicatori della didattica e della ricerca. Questa proiezione richiede tuttavia alcuni approfondimenti che, partendo da chiarimenti lessicali, si propongano di mettere a fuoco i concetti e precisare termini che, talvolta, sono ripetuti per consuetudine, quasi banalizzati. Vorrei pertanto approfondire il termine sostenibile, anche

Responsabilità ambientale

L’università è una struttura che produce e che, pertanto, necessariamente consuma e, come tale, lascia un’impronta sull’ambiente che, se non mitigata, può incidere e portare danni. È necessario pertanto promuovere azioni orientate su più direzioni: - riduzione dei consumi sia attraverso interventi infrastrutturali sia modificando alcuni comportamenti poco attenti allo spreco delle risorse di energia e acqua; - produzione di energia con l’inserimento, dove è possibile, di pannelli fotovoltaici nelle sedi dell’ateneo (coperture in piano, parcheggi, pareti libere, ecc.); - mobilità sostenibile attraverso l’incentivo, anche con esempi da emulare, all’uso della bicicletta, del trasporto

Responsabilità sociale

L’università è in rapporto costante con il territorio che la circonda e, per tale ragione, può svolgere un compito educativo esemplare, basato su scelte destinate a caratterizzare un vero e proprio stile di vita: - rafforzamento dell’idea di appartenenza all’università favorendo la formazione dell’associazione degli ex alunni, impegnati a sostenere le attività integrative (teatro, sport, ecc.); - prolungamento degli orari per quegli ambienti dove po-

attraverso alcuni esempi, per comprenderne l’applicazione all’interno dell’ambiente universitario. Dai suoi sinonimi emergono, da un lato, i concetti di accettabile e sopportabile, dall’altro, di durevole e fattibile, che proiettano l’attenzione sull’effetto delle azioni compiute, ma lasciano in ombra la componente dell’impegno soggettivo. Per tale ragione preferisco sostituire i termini sostenibile e sostenibilità con i termini responsabile e responsabilità, in quanto più idonei a rappresentare le iniziative che, insieme alla didattica e alla ricerca, misurano la qualità di un ateneo, volto a formare studenti e a interagire con tutte le realtà, sociali, istituzionali, territoriali, con cui ha rapporti. Assumere il termine responsabilità significa riconoscere all’università esplicite implicazioni di natura etica. L’Ateneo, facendo propri i concetti di responsabilità ambientale, sociale ed economica, si impegna a integrarli in tutte le sue azioni, istituzionali e non, (didattica, ricerca, governance, ecc.) e a diffonderne i valori, traguardando obiettivi, destinati a diventare prioritari proprio perché inquadrati all’interno di una strategia condivisa, sostenuta da comportamenti volontari, scelti come stile di vita. L’Università Roma Tre è determinata nel proseguire in quelle azioni di razionalità gestionale che da oltre venti anni porta avanti, chiedendo a tutti, comunità accademica e singoli cittadini, di non sentirsi mai esenti dall’impegno di sostenerle con convinta determinazione.

pubblico, della pedonalità; - compensazione delle emissioni di CO2 attraverso la piantumazione di alberature nelle aree libere, dando inizio all’orto botanico diffuso; - rispetto della filiera agricola attraverso il consumo degli alimenti stagionali all’interno delle mense, anche convenzionate, utilizzate dal personale e dagli studenti di Roma Tre (anche minimizzando e riutilizzando gli scarti alimentari); - raccolta differenziata in tutte le sedi dell’ateneo attraverso la stipula di accordi specifici per il riciclo (alluminio, batterie, medicinali, plastica, ecc.).

trebbero essere gli studenti stessi i garanti e i custodi dei luoghi; - manutenzione e cura dei luoghi per consolidare l’affezione al proprio posto di studio e di lavoro. Il processo è lento e richiede investimenti promozionali per mantenere viva la sensibilizzazione culturale (procedere anche attraverso ammende); - politica sulla parità di genere orientata a tutti i ruoli dell’ateneo;


- attività di sostegno nei confronti dei soggetti deboli attraverso la promozione del volontariato e il riconoscimento degli apporti specialistici (cliniche legali); - possibile apertura all’esterno degli spazi dell’università e, in particolare, delle biblioteche e delle aule più gran-

Responsabilità economica

L’università deve cercare di ampliare, all’interno del suo bilancio, i finanziamenti esterni, accedendo a fonti pubbliche e private attraverso modalità che incentivino le azioni di autosostentamento: - premialità a coloro che trovano fondi per ricerche e spin off al fine di avviare un meccanismo virtuoso capace di coinvolgere tutto il personale; - tenure track di ateneo attraverso il “reclutamento” di docenti impegnati a recuperare i fondi investiti per loro dall’ateneo; - valorizzazione immobiliare attraverso l’affitto delle sedi negli orari e nelle giornate in cui non sono utilizzate a fini accademici; - accessibilità economica ai servizi di ateneo attraverso

di, nonché di alcuni servizi (stampa, raccolta rifiuti, wifi, ecc.), cercando di individuare quelle attività che, senza troppi aggravi, possono essere prolungate oltre l’orario ufficiale.

prezzi calmierati e convenzionati per studenti e personale. Consapevole della responsabilità istituzionale nel dichiarare gli impegni da assumere, l’Università Roma Tre, in accordo con l’Università di Groningen, evidenzia alcune azioni, concretamente quantificabili, da sottoporre a verifica già nel prossimo anno accademico: riduzione dei consumi sulla media degli anni in cui si era già stabilizzato il numero degli studenti; produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili; sistemazione a verde delle aree attualmente inutilizzate e fuori dal piano di sviluppo; prolungamento dell’apertura delle sedi; incremento dei posti interamente finanziati dall’Ateneo; incremento degli incassi provenienti dall’affitto delle sedi.

Toward a sustanable society

La lectio magistralis del Rettore dell’Università di Groningen prof. Elmer Sterken

Autorità, Rettore Panizza, Signore e Signori È un vero privilegio rivolgermi a voi, in questa occasione celebrativa, con il contributo Verso una società sostenibile. È un onore, venendo da Groningen, una città nel nord dell’Olanda, piccola ma nella quale è presente un’università eccellente, pronta a incontrare tutti voi, come spero di sapervi far comprendre. Vi potreste chiedere quale relazione esista tra Groningen e Roma; ho un aneddoto storico con cui iniziare. La persona che vedete sulla sinistra è un famoso scienziato olandese Wessel Gansfort, figlio di un fornaio, e al centro Francesco Della Rovere (futuro Papa Sisto IV) che divennero grandi amici durante gli studi. Gansfort incontrò due volte il suo amico a Roma, mentre era in corso la progettazione della Cappella Sistina, ma rifiutò la mitra di vescovo per tornare a Groningen. L’immagine sulla destra della diapositiva è il suo luogo di nascita, oggi Pizzeria Italia nel centro di Groningen. Fuori dall’aneddoto curioso, noi, l’Università di Groningen, siamo l’istituzione che ha la responsabilità dell’Istituto reale olandese di Roma, in via Omero. Il nostro Istituto è una sede magnifica che accoglie studenti e professori, che seguono master e PhD, impegnati in ricerche sulla cultura e la storia italiane. Con piacere faccio pubblicità al nostro Istituto, invitandovi a visitarne il sito web. Il tema del mio intervento è la Sostenibilità, ma non voglio limitarmi a dare di essa una semplice e circoscritta definizione. Vorrei affrontare con voi il modo in cui le università moderne dovrebbero cercare di contribuire alla sostenibilità in generale e, più in particolare, a una società sostenibile. Per fare ciò, innanzitutto, vi voglio introdurre nel mondo delle “universities in society” e cercare di farvi

capire come questo mondo stia cambiando. Successivamente proverò a descrivere come le università possano contribuire alla costruzione di una società sostenibile e mi servirò dell’esempio che conosco meglio, quello della mia sede istituzionale, l’Università di Groningen in Olanda. Alla fine svilupperò alcune proposte sul modo in cui la cooperazione internazionale possa essere di aiuto, usando come esempio le relazioni tra l’Università Roma Tre e l’Università di Groningen. Inizierò con alcune osservazioni generali sul cambiamento del ruolo sociale delle università. In un passato non molto lontano esse potevano essere considerate torri d’avorio, impegnate principalmente nella ricerca scientifica e nella formazione di nuove generazioni di scienziati. In tempi più recenti l’impegno accademico ha incominciato a includere programmi maggiormente “professionalizzanti”. Tuttavia, nell’ambito della ricerca le strategie erano ancora focalizzate su aree disciplinari assai delimitate e l’obiettivo principale era, e talvolta permane, la produzione di molti articoli per massimizzare il numero delle citazioni conseguite: una strategia orientata a un obiettivo estremamente limitato. Conseguentemente molti dei risultati delle università rimanevano racchiusi nella torre d’avorio, i rapporti con le imprese e gli organismi non governativi non erano frequenti, i dati rimanevano nascosti, la formazione avveniva solo all’interno del campus e i risultati delle ricerche circolavano nella ristretta cerchia delle pubblicazioni accademiche. In tempi più recenti le cose sono cambiate. Le università hanno avvertito l’imperiosa necessità di aprirsi: abbiamo adottato la politica dei dati trasparenti, dell’open access,


dell’educazione aperta, in definitiva della cultura del tutto aperta al mondo circostante. Esiste ormai una dimensione civica della scienza, in base alla quale chiunque può partecipare ai progetti scientifici: si pensi, ad esempio, ai volontari che collaborano ai progetti per la conta degli uccelli. Ma come esempio di formazione aperta si pensi anche alle video-conferenze che le università producono per gli studenti di tutto il mondo. Le università assumono una ben precisa responsabilità verso la loro area di radicamento e si impegnano a essere per essa una finestra aperta sul mondo. La strategia della ricerca ha deviato il centro del suo interesse da uno stretto campo disciplinare verso un approccio dai contorni tematici sempre più vasti. Un approccio, quindi, con un profilo tematico non più mirato solo alla pubblicazione di articoli e al conseguimento di citazioni, ma che si rivolge piuttosto a raggiungere visibilità in campo sociale. L’approccio tematico favorisce naturalmente anche il lavoro scientifico interdisciplinare. Un esempio pertinente è dato dalla sezione del programma della Commissione europea “Horizon 2020” che si rivolge alle Grandi sfide europee. Questo insieme di sfide sociali, come la salute, la sicurezza del cibo, l’energia sicura e pulita, il trasporto intelligente, il clima, l’innovazione e la sicurezza della società richiede un approccio interdisciplinare, dove gli accademici di diversa provenienza scientifica hanno bisogno, per raggiungere risultati di successo, di lavorare in armonia. Ritengo che le università moderne dovrebbero mettere in pratica una strategia di ricerca ibrida, capace di includere un vasto mix tra settori disciplinari orientati in modo tradizionale e approcci tematici. Il problema risiede nel fatto che questo secondo aspetto – l’approccio tematico – e la sua gestione sono piuttosto nuovi all’interno delle università e quindi hanno bisogno di continue messe a punto. Prima di affrontare il profilo sociale dell’interdisciplinarità, voglio esprimere il mio pensiero sul collegamento internazionale-regionale dell’università. Penso che le università dovrebbero porre al primo posto l’innovazione. Noi diamo ai nostri studenti la conoscenza, le capacità, le competenze per essere in grado di mettere in pratica, all’interno di nuovi progetti, quanto hanno acquisito con la loro formazione. Questo potrà avvenire nell’ambito della ricerca universitaria, oppure nel lavoro in un’impresa o in un’amministrazione pubblica. I nostri studenti devono essere capaci di portare innovazione nel loro nuovo ambiente di lavoro. Lo stesso vale per i nostri ricercatori. La loro capacità creativa dovrebbe guidarli nel flusso delle innovazioni sociali, sia nel mondo accademico che nella società. Ed è ben nota l’importanza della prossimità: i partner di una stessa area diventano partner importanti nella ricerca. L’efficacia della ricerca è maggiore se i co-autori lavorano in prossimità e insieme con l’università. La condivisione del luogo è rilevante nella produzione scientifica. Pertanto le università guardano sia alle strategie sul territorio che agli obiettivi internazionali. Tutti noi vogliamo competere all’interno dei mercati scientifici internazionali con la nostra migliore produzione di articoli e monografie. A tutti noi preme la visibilità internazionale. Perciò, probabilmente, la cosa migliore che possiamo fare è considerarci il tramite tra la dimensione territoriale e quella internazionale. Attraverso l’università il territorio entra in contatto

con la comunità internazionale. Ma, d’altra parte, il territorio può agire come un laboratorio scientifico vivo. Un partner vicino alle istituzioni raccoglie dati dall’ambiente e coinvolge la popolazione nella scienza sociale. In questi casi le università adempiono al loro importante ruolo di collegamento tra lo sviluppo internazionale e quello regionale. È importante che le università assumano le loro responsabilità verso la comunità. Sono convinto che con la nostra capacità creativa possiamo accelerare l’innovazione e lo sviluppo, possiamo rendere più preziosa l’attività culturale, possiamo indicare la via per usare meglio, e in modo più sostenibile, i fattori basilari della produzione, possiamo contribuire a rendere la vita più sicura e più felice, possiamo facilitare i cambiamenti, possiamo rendere più semplice la convivenza, ecc. In senso lato, noi, le università, possiamo contribuire alla sostenibilità sociale, considerando con molta serietà questo nostro dovere. Un modo per raggiungere questo obiettivo è quello di formare studenti consapevoli dell’importanza della sostenibilità; un altro è quello di diventare un’università sostenibile. E il modo migliore per ottenere ciò è di modellare e adattare a queste esigenze il profilo scientifico dell’università. Permettetemi di ritornare al mio esempio: userò la mia università come modello per spiegare come organizzare un nuovo approccio scientifico. La nostra università è stata fondata nel 1614; proprio questo anno celebriamo il quarto centenario sotto l’etichetta For Infinity: il segno di un quattro e dell’infinito. Noi siamo una delle maggiori università olandesi con un ampio ventaglio di indirizzi nel campo della ricerca e siamo al numero 82 del ranking ARWU e al numero 90 del ranking QS. Abbiamo 45 corsi di laurea e 120 master per 28.000 studenti. Ospitiamo circa 2.000 studenti PhD e disponiamo di un bilancio annuale di 700 milioni di euro. Circa dieci anni fa abbiamo iniziato a definire i campi della ricerca e oggi siamo impegnati sui seguenti tre: invecchiamento in salute, energia sostenibile e società sostenibile. Nel piano dell’invecchiamento in salute siamo interessati al prolungamento della vita sana. Si potrebbe dire che siamo in grado di prolungare la vita, ma in molti casi non una vita sana. Nel nostro programma concentriamo l’interesse sulla prevenzione e sull’uso della scienza per preservare la salubrità dei luoghi dove si vive. Nell’ambito dell’energia sostenibile poniamo l’attenzione sullo sviluppo di nuovi materiali per risparmiare energia. A questo riguardo abbiamo un interessante progetto sulla Piezoelettricità e sulle celle solari organiche. Lavoriamo tuttavia anche sul cambiamento del modo che hanno le persone di servirsi dell’energia. Infine lavoriamo in senso lato sulla società sostenibile. All’interno di questo programma siamo principalmente interessati al tema di come pilotare i cambiamenti sostenibili e, a tal fine, studiamo i processi sociali quali l’inclusione, la cooperazione e la resilienza. È un campo di studio interessante, dove si incontrano ricercatori provenienti da una formazione umanistica, sociale e scientifica in senso generale. Nella formulazione di questi profili, attenti ai temi sociali e ambientali, abbiamo notato che i nostri ricercatori hanno posto particolare attenzione agli approfondimenti interdisciplinari, specialmente nel campo della sostenibilità. Noi abbiamo costruito tutti e tre questi profili scientifici in base a


network aperti, raccolti attorno a un centro organizzativo prestabilito. Abbiamo organizzato incontri per giovani ricercatori al fine di favorire la conoscenza e lo scambio dei reciproci progetti. Intendiamo offrire voucher ai ricercatori che, provenendo da discipline diverse, decidano di lavorare insieme. Un modello di lavoro interessante è quello di riunire ricercatori con specializzazioni scientifiche differenti e chiedere loro di avviare progetti che collettivamente non conoscono, ma che sono interessati a sviluppare. Metto a fuoco il nostro tema della società sostenibile. E’ del tutto chiaro che abbiamo bisogno di risultati scientifici concreti per assicurare il progresso e lo sviluppo di società che siano resilienti e sostenibili. Le competenze umanistiche e sociali devono combinarsi con le competenze scientifiche e mediche per riuscire a ottimizzare il benessere. In Europa ci troviamo di fronte un’importante questione sulle società inclusive: come coinvolgere tutti gli individui e trasformarli in soggetti attivi sia come forza lavoro che come volontariato? Un altro esempio: nella nostra università abbiamo un centro per le religioni e i conflitti. Nella storia molti conflitti sono nati da scontri religiosi, tuttavia la religione può anche essere la soluzione; pensiamo al lavoro dell’Arcivescovo Tutu in Sud Africa. Un ultimo esempio, ma molto significativo, è il nostro progetto per la sostenibilità dell’area costiera del Nord dell’Olanda e della Germania. Questa è un’area con una bella isola e un’ampia dotazione per il tempo libero. Il nostro staff accademico sviluppa progetti di paesaggio, ecologia, economia di questo territorio. Siamo in grado di conservare una buona qualità della vita in questa area, che ha anche zone con gas naturale, interessanti offerte portuali, ecc.? Infine lasciatemi esporre la più recente iniziativa che abbiamo intrapreso. Ci piacerebbe sviluppare un Master in Cultural Transfer. Primo nel suo genere, questo nuovo Master in Cultural Transfer esplorerebbe contemporaneamente sia le modalità tradizionali che quelle in rapido cambiamento attraverso le quali le culture comunicano, ricordano, presentano e rappresentano se stesse. La tecnolo-

gia meccanica e digitale ha trasformato infatti in profondità le culture. Questi cambiamenti si riflettono nel nostro patrimonio culturale e mediatico, ma anche in quello acquisito di recente, nelle modalità post-istituzionali del cultural transfer. Indagare sulla società sostenibile richiede di sviluppare pratiche innovative di mediazione, archiviazione e accesso alla cultura basate su analisi attente dei valori e delle scelte coinvolte. Questo nuovo master che intendiamo far partire punta anche a semplificare l’accesso degli studenti alle reti locali, nazionali e internazionali, tanto professionali quanto accademiche, e a far trovare partner con cui cooperare nello stesso campo. Esiste una stretta relazione con l’iniziativa nazionale nel settore degli studi umanistici digitali. Ritengo che questo master e la ricerca a esso collegata siano un link ideale per le università internazionali che operano negli stessi campi di studio, come l’architettura, l’archeologia, i media. All’interno di questa prospettiva culturale e scientifica vedo un’ampia opportunità di lavoro in comune per Roma Tre e l’Università di Groningen. Mi avvio alla conclusione. Vi ripeto che è un grande onore e un privilegio per me parlare qui oggi. Mi auguro che sia stato utile per voi il mio contributo. Penso che le università abbiano un ruolo fondamentale nella società moderna. Le vedo come motori delle innovazioni sociali. Educhiamo gli studenti, che saranno i leader di domani, destinati a prendere decisioni cruciali. Facciamo questo in modo trasparente: dati a tutti noti, formazione aperta, open access alle nostre ricerche. Ci piace condividere le nostre idee e sottoporle a verifica. Attraverso questo modo di procedere noi contribuiamo ad avere una società sostenibile. Una società che sia consapevole dei cambiamenti, sia che riguardino l’energia, la salute, l’economia. Una società che si preoccupi della sostenibilità. Una società che abbia a cuore la sua cultura. Una società che abbia al centro dei suoi interessi l’inclusione e la collaborazione e non l’esclusione. In sintesi, una società della quale mi piacerebbe far parte e, mi auguro, con tutti voi. Grazie moltissimo per la vostra attenzione.

Il Rettore Elmer Sterken e il Rettore Mario Panizza all'inaugurazione dell'anno acccdemico 2014/2015. Foto di Antonio Azzurro ©


Le supplici

«Un’ignota compagnia solo col tempo viene giudicata. Ognuno ha lingua svelta e ingenerosa verso lo straniero»

Francesca Brezzi

L’argomento scelto offre immediatamente tante problematiche, molti tesori, un contenuto ricco, anche se non semplice, vari sono infatti i grovigli speculativi, carichi di una lunga tradizione, di grande rilevanza ma anche impervi e aporetici che richiedono al-

cune precisazioni previe. Innanzi tutto il tema consente di adottare gli sguardi trasversali dei nostri saperi, suggestioni che vengono per esempio dalla letteratura, dal diritto, dall’economia e per quanto mi riguarda dalla filosofia; in secondo luogo in tale matassa difficile da dipanare si devono non solo mettere a fuoco i concetti significativi, ma altresì cercare prassi innovative che, operando noi in una Università, possano offrire un contributo di formazione e educazione al rispetto dell’altro.

Il viaggio identitario è un’esperienza perturbante e trasgressiva insieme, che comporta l’oscillazione e lo sfaldamento dei confini, si tratta dell’avventura del cogito di cui parlano tanti autori, riconducibili al pensiero della differenza, perché l’approdo è il riconoscimento della differenza in sé e fuori di sé

In terzo luogo mi piace sottolineare l’importanza per la filosofia di essere presente in questo dibattito, filosofia che supera i confini, le barriere, i muri, un pensiero-ponte, che pur mantenendo le differenze ‘riconosca’ nell’altro una verità che sfugge a ogni appropriazione, «pensiero di cresta», lo definisce Amin Malouf, pensiero capace di non cadere nell’incavo dell’onda, ma di mantenersi in bilico sulla cima dell’onda, difendendo una visuale più ampia, di qua e di là, nello specifico, quindi, una filosofia come prassi interculturale, filosofia quale fattore di intercultura. Per trovare un filo nel prisma contenutistico che ci interessa, vorrei analizzare un argomento che per brevità definisco “abitanti del mondo fra identità e

differenza”, con un particolare sguardo alle donne migranti. Anticipo per comodità le parole chiave, che si offrono alla nostra riflessione, termini che sgorgano l’uno dall’altro e mostrano una complessità in se stessi: identità, donne e identità, viaggio, confini, frontiere, margini. Se in questo elenco le voci sembrano essere disgiunte, al termine, spero, esse si presenteranno come un mosaico armonico, non solo, ma ogni lemma sopra ricordato rappresenta a sua volta una galassia di concetti, intorno ai quali l’Università può proporre itinerari di formazione, laboratori interattivi nelle scuole, progetti con le associazioni di migranti etc. Nodi o grovigli da dipanare Se il momento genetico della nostra riflessione lo cogliamo nella domanda: chi sono io?- quesito che ri-assume un secolo di interrogazioni filosofiche, ma anche letterarie (penso a Kafka, T. Mann, Musil), ne scaturisce oggi nella nostra società multietnica e glocal l’interrogativo filosofico per eccellenza: chi è per noi l’altro, il diverso, lo straniero? La prima risposta è presente già nella Bibbia ebraica: noi stessi siamo stranieri gli uni agli altri, né possiamo dimenticare Simone de Beauvoir, che definiva la donna come l’altro, secondo sesso rispetto al primo. Segue la necessità di un viaggio, dapprima identitario, successivamente in territori altri, reali e metaforici. Il viaggio identitario è un’esperienza perturbante e trasgressiva insieme, che comporta l’oscillazione e lo sfaldamento dei confini, si tratta dell’avventura del cogito di cui parlano tanti autori, riconducibili al pensiero della differenza, perché

primo piano

di Francesca Brezzi

Il migrante, figura di confine, lo straniero, porta l’altro e l’altrove nel luogo in cui si giunge e il rapporto può essere plurale: scontro o confronto, rifiuto o relazione, come ricordato nel mio titolo

l’approdo è il riconoscimento della differenza in sé e fuori di sé. In particolare poi la riflessione femminista degli ultimi trenta anni nei suoi filoni più significativi (da Luce Irigaray a Rosi Braidotti, da Donna Haraway a Judith Butler) di fronte alla crisi del soggetto cartesiano, monolitico e astrattamente superbo non

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solo ha focalizzato l’altro nel cuore del sé, ma è giunta alla decostruzione ultima del soggetto, alla distruzione totale dell’identità nella queer theory. Argomento vastissimo che non possiamo approfondire, ma di cui vogliamo rilevare come siano derivate significative conseguenze: per un verso il superamento di confini e frontiere (termine che riprenderemo) imposti alle donne dal loro genere, (la soglia della diseguaglianza culminata nel ‘68 - il cosiddetto primo femminismo emancipazionista- e in seguito la frontiera della differenza con il secondo femminismo), per un altro, la concezione di un

riguardano sempre i popoli e i cittadini, uomini e donne in carne ed ossa, nativi e stranieri, nella loro vita di tutti i giorni. Solo una riflessione e una prassi che nascono dal “bene della diversità” possono opporsi a quel vento di intolleranza e di violenza verso il diverso che percorre la società europea. In particolare le donne migranti che si muovono tra diversi mondi, tra varie civiltà e culture, rappresentano un genere di frontiera - intendendo la cifra positiva del termine “frontiera”, non come muro, ma come punto di scambio - espressione che schiude un ambito: un Occidente in cerca di identità si incontra con i flussi migratori estremamente diverLe donne aggiungono all’invisibilità, sificati e mobili che consentono - e richiedono una conoscenza più profonda delle dinamiche, teoche è frequente nei confronti dello riche e pratiche, che i soggetti migranti manifestastraniero, una seconda invisibilità, in no, dinamiche e non concettualizzazioni cristallizquanto donne che vivono in situazioni zate e astratte, quali noi e loro, Occidente – Oriente, Cristianesimo – Islam; al contempo il fenomeno di maggiore isolamento; prendiamo in migratorio esige una riflessione su quella “violenprestito l’espressione “déplacées”, za epistemica dei nostri paradigmi” denunciata dai espressione evocatrice di Abdlmalek postcolonial studies, perché, così come sostiene Sayad, che parla di un essere ai Spivak, «non si può parlare per l’altro». Un nodo ulteriore su cui proporre una discussione margini e ricorda le enormi difficoltà (e moduli di insegnamento universitario) è rapprenel processo di inclusione a pieno titolo sentato dalla riflessione intorno alla cittadinanza per giungere a quella che personalmente definisco soggetto come farsi e non come fatto, intreccio di una cittadinanza non-indifferente, dal momento identità e differenza, soggetto multiplo, plurimo, che le migrazioni nello spazio europeo ridisegnano io nomade. necessariamente i caratteri della cittadinanza. Le Intrecciato con il viaggio identitario, in secondo donne, in particolare, aggiungono all’invisibilità luogo, si presenta, spesso dolorosamente, il viaggio che è frequente nei confronti dello straniero, una compiuto da una l’umanità in migrazione: si tratta seconda invisibilità, in quanto donne che vivono in sempre di un percorso difficile, che attraversa varie situazioni di maggiore isolamento; prendiamo in tappe, che incontra ostacoli talvolta insormontabili. prestito l’espressione “déplacées”, espressione Il migrante, figura di confine, lo straniero, porta evocatrice di Abdlmalek Sayad, che parla di un esl’altro e l’altrove nel luogo in cui si giunge e il sere ai margini e ricorda le enormi difficoltà nel rapporto può essere plurale: scontro o confronto, processo di inclusione a pieno titolo. rifiuto o relazione, come ricordato nel mio titolo. Il termine margini, si aggiunge a frontiere e schiuIl fenomeno migratorio propone, de un altro aporetico ambito che pertanto, immediatamente due definiamo quale itinerario dai marconcetti antitetici e centrali, discrigini al centro, prospettando con Jminazione e integrazione: da un laFrançois Lyotard una valorizzazioto, da un punto di vista politico asne dei margini: le donne per secoli sistiamo in molti paesi - anche in situate ai margini vogliono entrare Italia qualche anno fa - alla lotta in città recando tutto il bagaglio contro l’immigrazione, alle estradella periferia. Cittadinanza non dizioni, ai respingimenti, sì che, indifferente - nella quale al superacome è stato detto, la politica mento di discriminazioni sociali e dell’immigrazione si trasforma popolitiche, e quindi all’affermazione co a poco in polizia dell’immigradella effettiva parità fra le persone, zione e si genera un clima di sosi affianchi la risoluzione di escluspetto nei confronti degli stranieri. sioni, l’allargamento del concetto Dall’altro, la problematica dell’imdi cittadinanza compiuta a categorie storicamente escluse come le migrazione deve coinvolgere più donne e gli stranieri, nei cui conlivelli sulla strada dell’integraziofronti ancora oggi si presentano ne: il rispetto dei diritti fondamenproblemi a un pieno accesso. In tali, le decisioni in campo economico e sociale, le relazioni fra na- In questo volume: “Migranti: Antigoni positivo cittadinanza non indiffezioni e l’Europa, elementi tutti che moderne”, di Francesca Brezzi rente dice il valore del nostro me-


ticciato, la pluralità di codici glotta - è un bisogno etico, e i loro incroci che possono che dona connotazioni modar luogo ad alchimie imprerali anche all’azione del traviste e imprevedibili, sopratdurre. I traduttori assumono tutto a un “noi magico e sola funzione di mediatori cullenne” come lo definisce lo turali, in senso autentico ed scrittore Patrick Chamoiseau originario, tali da abitare presso l’altra lingua, come nel romanzo Texaco a proposito della consapevolezza dei ospiti invitati, adeguando il neri emancipati. più possibile le risorse Ricordo, per concludere, che dell’una e dell’altra terminoCarla Pasquinelli parla di logia. Si eviteranno stereoticorpi in viaggio e di culture pi e fraintendimenti reciproin viaggio per comprendere ci (per esempio le idee preil termine intercultura, menconcette dell’Occidente nei tre l’etnologo cubano Ortiz confronti della cultura islanei lontani anni Cinquanta, mica e viceversa), si eludeproponeva la nozione di rà, in altre parole, lo scontro transculturalità, entrambi gli e l’incomunicabilità. studiosi sottolineano il caratTale concetto di ospitalità Così Immanuel Kant in Per la pace perpetua (1795) tere poroso delle culture che linguistica, richiama quanto interagiscono in un processo affermato da Kant sull’ospiosmotico di traduzione e di contaminazione (come talità come diritto di visita e non di semplice accoaffermato da Amselle e Benhabib). glienza; nei nostri tempi il diritto di visita kantiaCulture in viaggio ha lo stesso significato di metano si scontra quotidianamente di fronte ai flussi fora, dislocazione linguistica e culturale e allora migratori, ai conflitti etnici, a una geografia planel’ultimo concetto è relativo al valore etico della taria continuamente ridisegnata secondo la riccheztraduzione: l’esigenza di essere ‘traduttori’ nel senso profondo del termine è un’urgenza per evitare il razzismo e attuare il riconoscimento delle diffeNei nostri tempi il diritto di visita renze e il reciproco rispetto delle culture diverse; il kantiano si scontra quotidianamente di pluralismo linguistico dell’Europa e dello spazio fronte ai flussi migratori, ai conflitti euro mediterraneo è necessario; preservare, pur etnici, a una geografia planetaria evitando i pericoli dell’incomunicabilità, un’Euro-

Il termine margini, si aggiunge a frontiere e schiude un altro aporetico ambito che definiamo quale itinerario dai margini al centro, prospettando con J-François Lyotard una valorizzazione dei margini: le donne per secoli situate ai margini vogliono entrare in città recando tutto il bagaglio della periferia

pa poliglotta - e un Mediterraneo quale area poli-

continuamente ridisegnata secondo la ricchezza e la povertà degli esseri umani

za e la povertà degli esseri umani. Ospitalità qui declina compiutamente il problema della cittadinanza di fronte alla ricchezza del fenomeno migratorio, ancora va sottolineato che si tratta di cammino comune da compiere insieme, eppure indipendente, verso mete simili. Lo scopo è quello di mostrare come la pluralità di valori culturali e religiosi non solo è una sfida, ma può rappresentare una base alle istituzioni politiche e civili su cui edificare un ethos democratico e pluralistico.

Si segnalano qui i più recenti progetti europei, attivati nel Dipartimento di Filosofia e coordinati da Francesca Brezzi: 1) Equity and difference across and within European countries. Training for a culture of differences (2002-2004), 2) “Nets, Migrants and Natives: Experience Nets, Welcoming Nets”,(2004-2006) che si è occupato del tema dell’inclusione degli immigrati e delle immigrate, intrecciato con il tema della parità uomo donna. 3)Progetto Tempus per l’ideazione ed effettuazione di un Master “Les droits des femmes entre les deux rives de la Méditerranée. Le droit de la famille en migration: le cas du Maroc” (2006-2010) , in cooperazione con l’Università di Tangeri, Parigi III, Università di Fès, e Rabat. 4) Partecipazione al progetto Areste con la Direccion de la Mujer de la Comunidad De Madrid (2003) sugli stereotipi nei media.

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Terza Missione

Public Engagement di Roma Tre per l’immigrazione e progetti per l’integrazione di Giandonato Caggiano

La gestione dell’immigrazione è di cruciale importanza per l’evoluzione della nostra società nel senso della sostenibilità economica e di una convivenza rispettosa dei diritti costituzionali e umani. La storia delle rivolte nelle periferie di grandi città europee (Parigi Giandonato Caggiano 2005, Londra 2011, Stoccolma 2013) si è ripetuta purtroppo di recente a Roma a causa del cortocircuito tra il diffuso disagio sociale e i numerosi fattori di insicurezza urbana. Tale complesso “malessere sociale e umano” è spesso imputato in modo ideologico alla sola presenza di immigrati, rifugiati e Rom. L’emergenza sociale ed economica nel contesto multietnico dell’Europa rende evidente la necessità di un impegno delle istituzioni, in primis dell’Università, per una corretta educazione alla diversità culturale dei giovani sull’endiade immigrazione e integrazione. Nella prospettiva del diritto sovranazionale, l’affermazione dei diritti umani ha certamente determinato una tutela dettagliata ed individuale che modifica e integra il regime tradizionale del trattamento dello straniero. Purtroppo, però, il riconoscimento dei diritti umani non si traduce in un’automatica accessibilità da parte dello straniero a beni e standard di tutela, ma può affermarsi solo tramite un percorso di integrazione che guida e protegge una positiva convivenza fra stranieri e cittadini. Tale multiforme percorso riguarda oggi quattro milioni e mezzo di stranieri regolarmente presenti sul territorio italiano che hanno status diversi immigrati economici neoentranti, lungo soggiornanti, rifugiati, beneficiari di protezione sussidiaria) ma sono privi della cittadinanza italiana. Tutte queste persone devono confrontarsi quotidianamente con le questioni dell’integrazione nella società e nell’ordinamento dello Stato italiano. Le criticità delle situazioni giuridiche si rivelano non solo nell’accesso al mercato del lavoro, ma in generale nell’accesso ai servizi pubblici (accesso all’istruzione, all’alloggio sociale, alle cure mediche). Per una vera integrazione appaiono prioritari la conoscenza della diversità culturale degli altri, la lotta alla discriminazione e le garanzia sostanziali e processuali dei diritti. Questione diversa e imponderabile è poi la situazione degli immigrati irregolari presenti sul territorio:

gli “invisibili” non sono destinatari di politiche sociali di integrazione anche se è evidente non possono essere privati in alcun modo dell’accesso ai servizi essenziali. Il contributo che l’Università Roma Tre fornisce nella sua funzione sociale a questo tema può e deve rappresentare una priorità della Terza Missione dell’Università. Al riguardo è utile un breve inquadramento sulla rilevanza e le caratteristiche metodologiche della Terza Missione. Proprio in questi giorni, l’Università italiana si avvia verso un sistema di monitoraggio e di autovalutazione annuale delle strutture dipartimentali e dei prodotti della ricerca SUA-RD (Scheda unica annuale - Ricerca dipartimentale). All’interno di questo sistema rientra la proiezione sociale dell’Università, denominata Terza Missione perché le attività di riferimento non rientrano nell’attività didattica (ma la formazione continua vi rientra) né in quelle di ricerca in senso stretto nel cui monitoraggio/valutazione andrà, d’ora in poi, resa visibile, valorizzata e computata.

Nella prospettiva del diritto sovranazionale, l’affermazione dei diritti umani ha certamente determinato una tutela dettagliata ed individuale che modifica e integra il regime tradizionale del trattamento dello straniero Nella Terza Missione rientra non solo il trasferimento delle conoscenze (brevetti, spin-off, conto-terzi) ma anche l’impegno sociale (denominato Public Engagement). Nelle linee guida dell’Anvur si specifica che questa finalità comprende si intende «l’insieme di attività senza scopo di lucro con valore educativo, culturale e di sviluppo della società». Si osserva che la comunicazione e condivisione con il pubblico può avvenire in numerosi modi: pubblicazioni divulgative; partecipazioni a trasmissioni radiotelevisive a livello nazionale o internazionale; incontri pubblici organizzati da altri soggetti; organizzazione di eventi pubblici, siti web e blog; organizzazione di concerti, mostre, esposizioni e altri eventi di pubblica utilità aperti alla comunità; partecipazione alla formulazione di programmi di pubblico interesse; iniziative di democrazia partecipativa; ecc). Tra le pubblicazioni dedicate al pubblico esterno l’Anvur cita espressamente i


magazine dell’Università, come Roma Tre News). Meriterebbero una specifica considerazione e valorizzazione nell’ambito della III Missione, le cliniche legali come quella sul diritto dell’immigrazione, attiva presso il Dipartimento di giurisprudenza e che conduce attività di sostegno con la partecipazione attiva di studenti e di avvocati specializzati. Ci sembra opportuno esporre brevemente finalità,

della Formazione e CLA). Il progetto ha lo scopo di favorire l’integrazione socio-linguistica degli immigrati nel Lazio attraverso lo sviluppo di specifiche competenze (Capacity building) a favore dei docenti che quotidianamente lavorano nei Centri Territoriali Permanenti (CTP) e ai mediatori culturali, che costituiscono la “frontiera operativa” in vari ambiti (sportelli dell’immigrazione, questure, ospedali, ecc).

contenuti e destinatari di due progetti finanziati dall’Unione europea - Fondo Europeo per l’Integrazione (FEI) per il tramite del Ministero dell’interno. Per il secondo anno consecutivo, il nostro Ateneo è impegnato nella realizzazione del progetto PRILS -

Nell’ambito del progetto, l’Università Roma Tre è chiamata a rafforzare le competenze di insegnanti di italiano come seconda lingua e mediatori culturali, mediante l’erogazione corsi di formazione e aggiornamento nelle materie di linguistica, scienza dell’educazione e diritto, attraverso corsi in presenza e a distanza, per docenti dei Centri territoriali permanenti e per mediatori culturali operanti nella Regione Lazio. Il progetto coinvolge un ampio partenariato, comprendente la Regione Lazio, il Miur, l’Ufficio Scolastico, l’Agenzia per lo Sviluppo delle Amministrazioni Pubbliche (ASAP). Per quanto riguarda la rilevanza dell’insegnamento linguistico per i migranti occorre sottolineare che il rilascio del permesso di soggiorno (lungo-soggiornanti) è subordinato, dal 2010, al superamento di un test linguistico. Inoltre, a partire dal 2012, gli immigrati regolari devono dimostrare conoscenza della lingua italiana e di educazione civica per adempiere

Le criticità delle situazioni giuridiche si rivelano non solo nell’accesso al mercato del lavoro, ma in generale nell’accesso ai servizi pubblici: accesso all’istruzione, all’alloggio sociale, alle cure mediche

Piano regionale di integrazione linguistica e sociale degli stranieri nel Lazio, gestito dal CAFIS (Centro di Ateneo per la Formazione e lo sviluppo professionale degli insegnanti della Scuola secondaria, in collaborazione con i Dipartimenti di Giurisprudenza, Scienze

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all’Accordo biennale di integrazione firmato al momento dell’ingresso per conservare il permesso di soggiorno. Il singolare sistema di “patente a punti” presenta profili di dubbia costituzionalità, messi in luce dalla dottrina, in quanto può comportare una specifica tipologia di espulsione sulla base di vari ed eterogenei indicatori di integrazione. Il livello linguistico di conoscenza ritenuto adeguato consente di comprendere frasi ed espressioni di uso frequente in ambiti correnti, secondo il Quadro comune di riferimento europeo del Consiglio d’Europa. A pena di vivere in una bolla di isolamento è facile comprendere l’importanza della conoscenza linguistica di base (definita come A2): «Riesce a comprendere frasi isolate ed espressioni di uso frequente relative ad ambiti di immediata rilevanza (ad es. informazioni di base sulla persona e sulla famiglia, acquisti, geografia locale, lavoro). Riesce a comunicare in attività semplici e di routine che richiedono solo uno scambio di informazioni semplice e diretto su argomenti familiari e abituali. Riesce a descrivere in termini semplici aspetti del proprio vissuto e del proprio ambiente ed elementi che si riferiscono a bisogni immediati». Nella annualità 2014-15 si realizza per i mediatori culturali l’erogazione di due corsi di formazione (iniziale ed avanzato). Questi ultimi rappresentano la naturale prosecuzione dei corsi già erogati in occasione della realizzazione del progetto nella precedente annualità. Per il livello avanzato sono previste anche ore di formazione in forma laboratoriale. Il programma del corso comprende lezioni di comunicazione interculturale e diritto dell’immigrazione (focus sull’Accordo di integrazione). Vengono erogati anche tre corsi di formazione per 150 docenti dei CTP ed enti non profit. Finalità del corso sarà l’aggiornamento sulla normativa europea rilevante in materia; sulla didattica e sulla comunicazione interculturale. In tutti i corsi viene effettuata una rilevazione del fabbisogno formativo per il posizionamento dei corsisti ad avvio corso e la somministrazione di questionari di gradimento a fine corso, e l’animazione della piattaforma FAD quale strumento di incontro in rete. Al progetto Building Lazio 2014-15 (Formazione, Immigrazione, Pubbliche Amministrazioni), partecipa il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre. Finanziato dall’Unione europea rientra nel Fondo Europeo per l’Integrazione dei cittadini dei Paesi terzi (FEI). Beneficiaria diretta è la Regione Lazio-Direzione Politiche Sociali in partenariato con Roma Capitale; le Università Roma Tre; Tor Vergata; Sapienza; Agenzia per lo Sviluppo delle Amministrazioni Pubbliche (ASAP) e l’Associazione dei Comuni del Lazio (Anci Lazio). Il progetto riguarda il

rafforzamento delle competenze e delle capacità di gestione in materia di immigrazione a favore delle amministrazioni pubbliche regionali e comunali con

Il nostro Ateneo è impegnato nella realizzazione del progetto PRILS Piano regionale di integrazione linguistica e sociale degli stranieri nel Lazio, gestito dal CAFIS, Centro di Ateneo per la Formazione e lo sviluppo professionale degli insegnanti della Scuola secondaria, in collaborazione con i Dipartimenti di Giurisprudenza, Scienze della Formazione e CLA

l’obiettivo di migliorare la qualità dei servizi nonché la programmazione e le politiche nel settore di riferimento. L’attuazione del progetto prevede due categorie di intervento per i funzionari pubblici locali e regionali (Roma Capitale, comuni e province in rete; Regione Lazio): 1) un percorso formativo composto di lezioni in streaming in sette classi virtuali; 2) incontri in presenza finalizzati alla programmazione strategica e all’elaborazione di politiche ad hoc ed alla costituzione di una rete di governance territoriale in materia di immigrazione. Il fenomeno dell’immigrazione è un fenomeno globale che si intreccia con la crisi economica e con i conflitti internazionali e interni. Il diritto dell’immigrazione si fonde con la tutela internazionale dei diritti dell’uomo e il diritto internazionale umanitario. Papa Francesco ha affermato: «Quando un gran numero di persone lascia i luoghi d’origine e intraprende il rischioso viaggio della speranza nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento di immigrazione e di emigrazione. I movimenti migratori hanno assunto tali dimensioni che solo una sistematica e fattiva collaborazione che coinvolga gli Stati e le Organizzazioni internazionali può essere in grado di regolarli efficacemente e di gestirli. Nonostante i loro generosi e lodevoli sforzi è necessaria un’azione più incisiva ed efficace, che si avvalga di una rete universale di collaborazione, fondata sulla tutela della dignità e della centralità di ogni persona umana». Ciascuno di noi deve fare la propria parte. Il contributo dell’Università Roma Tre alla governance dell’immigrazione rappresenta uno degli aspetti più rilevanti della sua III Missione e del suo Public Engagement.


ᗹɋɁɏȽɊɍɇᚍɋɋɂɎɂǡȧɍᛒɐȽǡɎɍɉɠɒɏɍɎɍɋ, ᛀɑɊəɉȽɎɍɉɉᙼ ɎɉəɀɖɅɄǡᚌɎɂᚷ ȮɏɍɜɄɑᚯɂɏᛂɋɎɒɍɉɜɂɅɏɍɋᚍɎɂɏɐɂȉ ɎɍɉɉᛟɋɁ̵ᙳɋɅɏɣɎɘɋᚬɁɂɋᙴɐɒɂȽɈȽᚷ ɋɟɍɋᚍɀɋɘǡ Ɏɍɉɉᙼ Ɂ̵ᚿ ɀ̵ᚌɋɎɟɋɒᛠ ɎəɅɂɋᙴɉɀɂȽᛀɋɈȽɒᙼ ɅɓɊɟɋǡ ᙳɏɋɠɊɂɋɍɑᚙɋɒɂɗɓɖ᚝ɋɈȽᚷ ɋɟɐɒɍɋᚏɒȽɜɏɘɋǤ (Omero, Odissea, Libro I, 1-6)

Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia: di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,

molti dolori patì sul mare nell'animo suo, per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni. (Omero, Odissea, Libro I, 1-6, traduzione di G. A. Privitera, 1991)


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Cittadinanza europea, Mediterraneo, interculturalità L’esperienza del centro Altiero Spinelli di Roma Tre di Luigi Moccia

Per me, parlare d’immigrazione, per riflettere sui problemi legati a questo tema, significa parlare di ciò che è stato e viene fatto nell’ambito delle attività del Centro di eccellenza Altiero Spinelli (CeAS). Tre assi principali di attività hanno caratterizzato fin dall’inizio la missione del Centro, di riflesso a Luigi Moccia tre punti di vista, distinti ma tra loro strettamente connessi: la cittadinanza europea; il Mediterraneo; l’interculturalità. Si tratta, a mio avviso, di tre assi strategici di ogni discorso riguardo all’immigrazione. È persino intuitivo quale sia il loro denominatore comune: la sfida, che ognuno di essi evoca, sul piano culturale, sociale, politico-istituzionale e professionale, nel senso di un adeguamento e rinnovamento delle conoscenze e competenze richieste per farvi fronte. Cercherò, molto brevemente, di dire qualcosa su ognuno dei punti, dal lato sia di aspetti riguardanti l’immigrazione, sia di alcune delle iniziative messe in campo dal CeAS.

Quanto accaduto e accade a Lampedusa e più in generale nel Mediterraneo da diverso tempo dimostra più che mai la necessità e l’urgenza di un’Europa più unita e solidale, capace di fronteggiare, in nome della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, cause ed emergenze del fenomeno migratorio

La cittadinanza europea Per comprendere il significato della cittadinanza europea vista innanzitutto come valore che, posto a base del progetto europeo, assume particolare rilievo nel contesto delle problematiche legate all’immigrazione, c’è da tenere a mente quanto scritto nel Preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dove si dichiara solennemente

l’impegno dell’Unione di porre al centro della sua azione la persona, istituendo la cittadinanza europea e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. È in questo spazio, infatti, esteso ai territori di tutti i paesi membri dell’Unione, che deve (dovrebbe) essere garantito, uniformemente, a coloro che vi giungono dall’esterno, costretti a fuggire dai loro paesi d’origine, in cerca di un futuro migliore o semplicemente di un futuro, il diritto d’asilo, in forza del rispetto dei valori della dignità umana, della libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia, e solidarietà, quali valori comuni agli Stati membri, su cui si fonda l’Unione. Quanto accaduto e accade a Lampedusa e più in generale nel Mediterraneo da diverso tempo dimostra più che mai la necessità e l’urgenza di un’Europa più unita e solidale, capace di fronteggiare, in nome di questi suoi valori, cause ed emergenze del fenomeno migratorio. Ma dimostra anche l’esigenza di una maggiore sensibilizzazione e partecipazione dell’opinione pubblica, a sostegno di un’azione responsabile ed efficace da parte di tutti gli attori istituzionali e sociali coinvolti, a cominciare dalle comunità locali che, come nel caso di Lampedusa, si trovano impegnate in prima linea, a testimoniare e difendere i valori base della cittadinanza europea. Sono particolarmente lieto quindi di ricordare che il CeAS e Roma Tre si sono fatti tempestivamente interpreti di questa esigenza. Il 26 ottobre scorso nel Castello di Belgioioso s’è tenuta la terza edizione del premio Cittadinanza europea per l’Europa dei popoli e la pace del mondo, istituito dalla Città di Belgioioso su proposta del CeAS. Un Comitato selezionatore composto da studiosi ed esperti di vari paesi ha attribuito (sulla base di un processo di consultazione con organizzazioni della società civile) il premio alla città e cittadinanza di Lampedusa, in segno di riconoscimento per gli esempi concreti di solidarietà e senso civico dell’accoglienza, che hanno fatto e fanno di Lampedusa, come si legge nella motivazione, «un approdo di salvezza, su un suolo, quello italiano, posto agli estremi confini meridionali dell’Unione, ma per trovare in Europa, nello spazio europeo di sicurezza, libertà e giustizia, risposte a quel dramma per poter continuare a sperare in un futuro». Il CeAS ha assunto l’impegno, assieme alla Rappresentanza in Italia della Commissione europea, di portare a Lampedusa, per essere messa a disposizione della locale Biblioteca civica, una dotazione di testi, strumenti e ausili didattici riguardanti la storia dell’Unione, le sue istituzioni e politiche. Si tratta di un


semplice inizio, nella prospettiva di avviare progetti e attività, con il sostegno delle stesse istituzioni europee e d’intesa con le autorità locali, per iniziative di partecipazione e di dialogo, che possano rafforzare la pratica dei valori che sono a base della cittadinanza europea.

sto master che, vale ricordare, nasce da un partenariato con la Fondazione Anna Lind, il Ministero degli Affari esteri, il Ministero dei Beni culturali, e la Regione Lazio, è organizzato in collaborazione con colleghi della ex-Facoltà di Lettere del nostro Ateneo, allo scopo di articolare l’offerta formativa Mediterraneo su base multi e interdisciChe cosa significhi il Meplinare. Come appare evidente dal diterraneo, un tempo mare titolo, si tratta di un’inizianostrum ma oggi sempre tiva che punta su una spepiù mare europaeum, nel contesto delle problematicificità molto italiana, con che dell’immigrazione, Courtesy of Riber ©. L’immagine è stata esposta nell’ambito finalità di formazione propuò essere detto, molto della mostra Il Tratto d’Europa, allestita al MACRO Testaccio fessionale sia di profili di La Pelanda, a Roma nell’ottobre 2013 e promossa da Fondaziosinteticamente, con una pa- ne Roma con Università IULM esperto in politiche eurorola. Si tratta della grande mediterranee per l’integra“questione meridionale” zione e il dialogo, sia di dell’Europa di oggi, cioè dell’Unione europea, che competenze nel campo dei settori dei media, dell’inpresenta, per un verso, risvolti potenzialmente positidustria culturale e in genere legati alla valorizzazione vi di crescita e sviluppo economico-sociale-culturale, dei beni artistici e paesaggistici. Dal prossimo anno è ma anche, per altro verso, rischi di emergenze umaprevisto l’inserimento di un ulteriore modulo specianitarie, tensioni, minacce, situazioni conflittuali e, listico dal titolo Coesione e sicurezza euro-meditersoprattutto, una serie di occasioni mancate, a cominranea dedicato in particolare all’approfondimento ciare dalle deboli e assai incerte risposte dell’Unione delle tematiche migratorie e della human security. alle cosiddette primavere arabe, per cercare di assuNel corso degli anni sono state erogate borse per famere, da parte dell’Unione stessa, come attore regiovorire la mobilità di studenti provenienti dalla sponnale un suo proprio ruolo di responsabilità e di attivo da sud del Mediterraneo. Ad oggi quasi un centinaio coinvolgimento in particolare nello sviluppo del condi studenti, provenienti da diversi paesi (tra cui Altinente africano. Non a caso l’atto di nascita del probania, Algeria, Egitto, Giordania, Marocco, Tunisia, cesso di integrazione europea, la Dichiarazione Siria) vi hanno partecipato. Schuman del 1950 fa riferimento esplicito all’Africa, Interculturalità per affermare che uno dei «compiti essenziali» dell’Europa è, appunto, «lo sviluppo del continente Da ultimo, ma non per certo per ultimo, la sfida africano». Quanto grande sia il costo di una questiodell’interculturalità. La cittadinanza europea, intesa ne meridionale lasciata irrisolta, non debbo certo ricome espressione di una società che sia davvero foncordarlo a nessuno, soprattutto in Italia. data su valori comuni e condivisi di civiltà, è un principio-guida che ha molto a che fare con la vita nei territori, nelle città, dove, a motivo proprio del Che cosa significhi il Mediterraneo, un fenomeno migratorio, pluralismo, non discriminazione, inclusione e coesione sociale, sono ogni giorno tempo mare nostrum ma oggi sempre messi alla prova. Questo richiama, naturalmente, il più mare europaeum, nel contesto delle motivo della diversità culturale e, quindi, la sfida problematiche dell’immigrazione, può dell’integrazione, all’interno della società, con riessere detto, molto sinteticamente, con guardo soprattutto alle città e ai territori. Quale sia il significato di questa sfida, quali le implicazioni poliuna parola. Si tratta della grande tico-culturali e sociali, quali i bisogni per la forma“questione meridionale” dell’Europa zione di competenze adeguate, quale il ruolo delle di oggi, cioè dell’Unione europea università e di tutti gli altri attori coinvolti (scuole di ogni ordine e grado, amministrazioni locali, organizTra le iniziative del CeAS specificamente rivolte ad zazioni di volontariato e della società civile, media, approfondire la conoscenza delle problematiche conmondo del lavoro e imprenditoriale, comunità relinesse con tale questione, cito il Master di II livello in giose), è tema che non può qui essere nemmeno sfiorato, ma che rappresenta, a mio avviso, uno dei filoni Cittadinanza europea e integrazione euro-mediterradi massima urgenza culturale e professionale in molti nea. I beni e le attività culturali come fattore di coecampi disciplinari, sia umanistici che scientifici, tutti sione e sviluppo, giunto alla sua sesta edizione. Que-

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Porta di Lampedusa, Porta d’Europa in ceramica refrattaria e ferro zincato, inaugurata il 28 giugno 2008, èun’opera di Mimmo Paladino

insieme coinvolti e sollecitati, così al livello teorico di elaborazione di modelli, come pure su un terreno empirico di indirizzo e sostegno delle politiche pubbliche in materia. Dobbiamo tutti imparare a «vivere insieme come uguali in dignità» (Living Together As Equals in Dignity), secondo l’intitolazione del libro bianco del Consiglio d’Europa che, nel 2008, assieme alla Commissione europea ha dato avvio, come azione congiunta delle due istituzioni, al progetto sperimentale delle cosiddette città interculturali. Anche in questo ambito, il CeAS s’è fatto promotore di una iniziativa: la creazione, nel 2012, in partenariato

La cittadinanza europea, intesa come espressione di una società che sia davvero fondata su valori comuni e condivisi di civiltà, è un principio-guida che ha molto a che fare con la vita nei territori, nelle città, dove, a motivo proprio del fenomeno migratorio, pluralismo, non discriminazione, inclusione e coesione sociale, sono ogni giorno messi alla prova

con la Fondazione Al-Babtain del Kuwait, dell’Institute for Euro Arab Dialogue che intende promuovere attività formative e di ricerca, organizzare eventi, incontri e dibattiti sui temi della interculturalità, vista come terza via tra modello assimilazionista e multiculturale, per affermare il rispetto della diversità cul-

turale nella universalità dei valori a base della costruzione europea. Ad oggi, l’Istituto (ospitato presso il Centro) ha organizzato, corsi liberi di lingua araba nell’ambito delle attività formative del Master in Cittadinanza Euro-Mediterranea, nonché incontri e seminari, tra cui il ciclo seminariale The Socio-Political Dialogue in the Euro-Mediterranean Region (novembre 2012, maggio-giugno 2013), e il il ciclo di conferenze Reflections on Issues of the Arab Spring (marzo-giugno 2014). Concludo, se mi è permesso, riprendendo un auspicio. Penso che Roma Tre, assieme agli enti del territorio, in particolare la città di Roma e la regione, possano e debbano farsi artefici di iniziative comuni, sulla base di un’agenda condivisa di lavoro, incentrata sull’idea di università e di territorio a vocazione interculturale, con piena consapevolezza delle implicazioni dei fenomeni migratori, nella prospettiva di una società aperta e inclusiva, capace di fare delle diversità culturali, per quanto concerne in particolare l’area euro-mediterranea, un valore aggiunto di sviluppo e di progresso sociale, economico e civile. Si tratta, insomma, di accettare la sfida che i tempi ci pongono; perché di fronte a tragedie come quelle accadute davanti alle coste di Lampedusa e che, purtroppo, rischiano di ripetersi lì e altrove, lungo un confine, sempre meno geografico e sempre più politico, economico e sociale, di affermazione dei valori a base della costruzione europea, dolore, pietà e commozione non bastano a esaurire l’esigenza di un impegno e di azioni che sappiano farsi carico dei problemi di fondo e di lungo periodo legati all’immigrazione e all’integrazione.


La nuova “legislatura” europea Quali novità in materia di politica di asilo e di immigrazione? di Claudia Morviducci

Durante le audizioni che hanno preceduto la votazione, da parte del Parlamento europeo, della nuova Commissione, il Presidente Junker e poi il Commissario all’Immigrazione e agli Affari interni Avramopoulos hanno sottolineato la centralità delle tematiche relative all’asilo e all’immigrazione, legale e non: in particolare, è stata affermata la volontà di superare quell’approccio che ha portato a parlare di “fortezza Europa”, volto soprattutto a garantire la sicurezza all’interno delle frontiere degli Stati membri, a favore di una politica che «attiri i talenti e la manodopera di cui abbiamo bisogno», sostenga «una facile e agevole integrazione dei migranti» e possa «massimizzare i benefici dell’immigrazione legale». Per conseguire tale finalità, il Presidente Junker ha elencato i cinque principi cui la Commissione ispirerà la propria politica nella materia: l’implementazione immediata del nuovo Sistema europeo comune d’asilo, realizzato nel giugno del 2013; l’assistenza anche pratica dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo ai Paesi “sotto pressione particolare”; l’intensificazione della collaborazione con i Paesi terzi, soprattutto del Nord Africa; una migliore disciplina dell’immigrazione legale; una più efficace protezione delle frontiere europee nei confronti dell’afflusso incontrollato di migrati clandestini. È di immediata evidenza come i princìpi citati non risultino particolarmente innovativi, né idonei a operare un vero mutamento delle precedenti politiche di immigrazione e di asilo; piuttosto, sono diretti a sopperire alle principali criticità evidenziate nella prassi recente. Queste concernono soprattutto la politica di asilo, e in particolare la determinazione dello Stato competente a vagliare le domande di concessione dell’asilo e ad accogliere quanti ne hanno diritto, il controllo delle frontiere, non solo marittime, la collaborazione con gli Stati di transito o di partenza dei migranti verso l’Unione. Sembra innanzi tutto opportuno distinguere brevemente tra la politica di asilo e di immigrazione. L’asilo, ora disciplinato dagli articoli 67, 78, 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), concerne i cittadini dei Paesi terzi che necessitino di protezione internazionale. Si tratta di quanti rientrano nella nozione di rifugiati in senso proprio, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, e di quanti, pur non avendo i requisiti richiesti in base al diritto internazionale, correrebbero gravi pericoli di vita, incolumità o libertà, qualora venissero rinviati nei Paesi di provenienza, e per i quali opera il principio di non respingimento. Questi soggetti godono, ai sensi del diritto internazio-

nale convenzionale e di una serie di direttive e di regolamenti dell’Unione europea, di un vero e proprio diritto, a seconda dei casi, all’asilo, alla protezione sussidiaria, alla protezione temporanea. I migranti sono invece coloro che si spostano nei Paesi membri per motivi di lavoro, o di studio, o di ricongiungimento familiare: spetta agli Stati determinare il volume di ingresso nel proprio territorio dei cittadini extracomunitari, mentre le norme dell’Unione disciplinano le modalità di ingresso e i diritti di cui questi ultimi possono avvalersi, nonché gli strumenti per limitare o porre termine all’immigrazione clandestina. Presupposto dell’applicazione dei diritti conferiti ai migranti è che essi siano regolari; per gli altri, una direttiva del 2008 obbliga gli Stati a procedere al loro rimpatrio (assistiti economicamente a tal fine dal Fondo europeo dei rimpatri, istituto il 23 maggio 2007). Nonostante la necessità di migliorare e incentivare l’integrazione degli immigrati legali, l’attuale congiuntura economica e politica ha indotto la Commissione a rinunciare all’idea di presentare una nuova proposta di direttiva, più liberale, sui ricongiungimenti familiari; l’attività maggiore è rivolta alla lotta all’immigrazione clandestina, con la conclusione, ad esempio, nel 2013 di accordi di riammissione dei clandestini tra l’Unione e la Turchia e il Marocco, in cambio di una più agevole concessione di visti di ingresso ai cittadini di tali due Stati. Il diverso status riconosciuto a quanti godono della protezione internazionale rispetto ai “normali migranti” fa sì che i clandestini affermino spesso di essere in cerca di asilo; contemporaneamente, la vigenza dell’obbligo, per lo Stato attraverso il quale i richiedenti asilo raggiungono il territorio

Nonostante la necessità di migliorare e incentivare l’integrazione degli immigrati legali, l’attuale congiuntura economica e politica ha indotto la Commissione a rinunciare all’idea di presentare una nuova proposta di direttiva sui ricongiungimenti familiari; l’attività maggiore è rivolta alla lotta all’immigrazione clandestina

dell’Unione europea, di identificarli, appurare se abbiano o meno le caratteristiche prescritte, prenderli a carico e dare loro asilo in caso positivo, o

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Dimitris Avramopoulos, commissario europeo per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza nella Commissione Juncker

rimpatriarli in caso negativo, crea per taluni Paesi, come l’Italia, un onere che diventa insostenibile nel caso di cospicui flussi migratori. Il sistema di Dublino, così detto dalla originaria Convenzione di Dublino del 15 giugno 1990, recentemente modificato dal regolamento Dublino III del 26 giugno 2013, applicabile dal 1° gennaio 2014, elenca vari criteri di individuazione dello Stato competente all’esame della domanda, ma prescrive all’art. 13 che «Quando è accertato (…) che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in que-

Il diverso status riconosciuto a quanti godono della protezione internazionale rispetto ai “normali migranti” fa sì che i clandestini affermino spesso di essere in cerca di asilo; contemporaneamente, la vigenza dell’obbligo, per lo Stato attraverso il quale i richiedenti asilo raggiungono il territorio dell’Unione europea, di identificarli, appurare se abbiano o meno le caratteristiche prescritte, prenderli a carico e dare loro asilo in caso positivo, o rimpatriarli in caso negativo, crea per taluni Paesi, come l’Italia, un onere che diventa insostenibile nel caso di cospicui flussi migratori

stione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale. Detta responsabilità cessa 12 mesi dopo la data di attraversamento

clandestino della frontiera». Sono state esercitate diverse pressioni per modificare tale disposizione, ma sinora senza esito. Anche il nuovo Commissario ha puntualizzato che per il momento non intende prendere iniziative, preferendo predisporre uno studio in materia e auspicare nel frattempo una maggiore solidarietà tra gli Strati membri; tra i principi relativi alla politica di asilo enunciati dal Presidente Junker, del resto, c’è solo un rinvio alla necessità di intensificare l’assistenza pratica fornita dall’Ufficio europeo per l’asilo, che ha sede a La Valletta, a Malta e il cui compito è fornire aiuto ai Paesi in difficoltà; valutare «le aree problematiche .prima che diventino sovraccariche»; formare i funzionari statali che si occupano di asilo alle frontiere esterne dell’Unione. Pare comunque improbabile che possa darsi a breve un mutamento della politica di asilo, che deve ritenersi ormai in gran parte realizzata con gli atti adottati nel giugno del 2013. Essa ha avuto inizio con il Consiglio europeo di Tampere del 1999, quando i Capi di Stato e di governo decisero di dotarsi di strumenti per determinare quale fosse lo Stato competente ad esaminare la domanda di asilo e per prevedere norme comuni sulla procedura di concessione dell’asilo, sulle condizioni minime di accoglienza e sul ravvicinamento delle normative statali sui requisiti necessari per riconoscere lo status di rifugiato e i diritti che ne conseguono. La prima fase di attuazione dei principi di Tampere si è conclusa nel 2005, con l’adozione di varie direttive e regolamenti. La successiva, che si è svolta in massima parte sotto la vigenza dell’art. 78 del TFUE, e che ha preso le mosse dal Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo del 24 settembre 2008, aveva il più ambizioso obiettivo di creare un vero sistema europeo comune di asilo, con l’adozione, entro il 2013, di norme che garantissero uno status uniforme, nei vari Paesi membri, in materia di asi-


già successo per il passato, la giurisprudenza della Corte di giustizia, chiamata a pronunciarsi sulla compatibilità di norme e prassi statali con le disposizioni dell’Unione sull’asilo, mentre sempre più incisivo è il controllo operato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo sul rispetto delle norme della Convenzione di Ginevra e del principio di non respingimento. Ultimo aspetto da esaminare è il controllo alle frontiere, volto a frenare l’immigrazione illegale. Questo problema è strettamente connesso a quello dei richiedenti protezione internazionale, in quanto solo all’arrivo in un PaeCourtesy of Chappatte©. L’immagine è stata esposta nell’ambito della mostra Il Tratto se europeo si può distinguere tra d’Europa, allestita al MACRO Testaccio La Pelanda, a Roma nell’ottobre 2013 e promossa i diversi status di quanti sono arda Fondazione Roma con Università IULM rivati illegalmente e provvedere di conseguenza. L’attenzione, solo e protezione sussidiaria, e una procedura comuprattutto italiana, è rivolta agli sbarchi di imbarne per il riconoscimento o la perdita della protecazioni provenienti di solito dal Nord Africa, ma zione internazionale. Tra il 2011 e il 2013 sono un cospicuo traffico di clandestini si riscontra anstate quindi adottate le nuove direttive: Qualifiche che sulla frontiera turco-greca e russo-polacca. Il (direttiva 2011/95/UE), Procedure (direttiva Presidente Junker ha sottolineato come l’efficacia 2013/32/UE), Accoglienza (direttiva 2013/33/UE) e la sostenibilità stessa delle politiche europee di e i nuovi regolamenti Dublino III (regolamento asilo e di immigrazione dipendano anche dalla ca604/13/UE) e Eurodac (regolamento pacità di prevenire un «flusso incontrollato di 603/2013/UE), e nel giugno 2011 ha iniziato a laclandestini», e che sia quindi necessario rafforzare FRONTEX, (l’agenzia europea per la gestione delle frontiere, istituita nel 2004 e operante dal 2005, L’attenzione, soprattutto italiana, è con sede a Varsavia) sotto l’aspetto sia finanziario (attualmente dispone di soli 90 milioni di euro rivolta agli sbarchi di imbarcazioni all’anno), che operativo. Come noto, FRONTEX provenienti di solito dal Nord Africa, ha soprattutto compiti di coordinamento dell’azioma un cospicuo traffico di clandestini ne dei Paesi sulla gestione delle frontiere esterne si riscontra anche sulla frontiera turcoma, se necessario, anche di aiuto diretto. Sono state quindi lanciate dal 2006 una serie di missioni, greca e russo-polacca marittime e terrestri, con cui FRONTEX ha collaborato con gli Stati membri. In quest’ottica, si è vorare l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, deciso di porre in essere anche un’operazione di mentre ai finanziamenti e all’incentivazione delle supporto a Mare nostrum, Triton, che dal 1° nobuone prassi provvede dal 2001 il Fondo europeo vembre si occuperà di pattugliare le frontiere europer i Rifugiati. pee sul Mediterraneo, fornendo anche assistenza ai Il recepimento degli obblighi incombenti sugli natanti in difficoltà. Le risorse di Triton consistoStati per l’attuazione del sistema europeo di asilo no, per il 2014, in 2,9 milioni di euro mensili, eviè in larga parte previsto nei prossimi anni; a regidentemente insufficienti a rimpiazzare Mare nome, il sistema dovrebbe garantire un trattamento strum, visti anche i ridotti mezzi messi a disposiuniforme a quanti hanno diritto all’asilo o alla prozione dai vari Stati membri. Ancora più rilevante, tezione sussidiaria; in particolare, le nuove norme è l’oggetto della missione, che è volta a “pattuhanno la finalità di porre fine al c.d. “turismo di gliare” (e torna qui la nozione della “fortezza Euasilo”, derivante dal fatto che attualmente uno ropa) le frontiere marittime fino a una distanza di 30 miglia dalla costa, cioè molto inferiore a quella stesso richiedente, secondo dati della Commissione europea, ha il 70-75% di probabilità di ottenecoperta da Mare nostrum. Vale la pena sottolineare asilo in uno Stato membro e meno del 1%, con re, comunque, che Triton non intende sostituire l’operazione italiana, la cui prosecuzione o meno è le stesse motivazioni, in un altro, e ciò crea una pressione difficilmente condivisibile sui Paesi più materia rimessa al governo italiano. accoglienti. Un ruolo significativo avrà, come è

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Finis terrae

Il viaggio millenario dell’Homo sapiens di Paolo Apolito

Circa quarantamila anni fa, gruppi di individui che utilizzavano imbarcazioni rudimentali ma efficaci per solcare mari agitati, si mossero dalle isole dell’Asia sudorientale per raggiungere altre isole, visibili all’orizPaolo Apolito zonte. Di terra in terra, approdarono ad una sorta di finis terrae, perchè oltre l’orizzonte dell’ultima isola c’era solo mare, cielo e mare. E allora qualcuno disse e altri annuirono che valeva la pena rischiare di andare avanti, di sfidare l’orizzonte, di trovare altre terre o morire. E le trovarono, e arrivarono a una nuova terra dopo un viaggio avventuroso che non possiamo neppure immaginare, vi sbarcarono e cominciarono a popolarla, quella era la terra che molte migliaia di anni dopo fu chiamata Australia. Quando erano partiti, tra loro e la nuova terra c’erano miglia e miglia di mare, almeno centocinquanta, che impedivano di vedere l’altra costa. Non fu questo l’ultimo viaggio avventuroso di popolamento sulla Terra, come sappiamo. Ma neppure il primo. Anzi, i viaggi erano cominciati ben prima dell’Homo sapiens. Un viaggiatore primordiale fu l’Homo erectus, che s’era mosso dall’Africa dov’era comparso, verso oriente, arrivando a Giava. Più di un milione di anni fa.

Un viaggiatore primordiale fu l’Homo erectus, che s’era mosso dall’Africa dov’era comparso, verso oriente, arrivando a Giava. Più di un milione di anni fa

È difficile pensare che ciò che spingeva gli antichissimi ominidi a spostarsi e viaggiare sulla Terra fosse solo la fame, la necessità di nuove risorse alimentari. Ci fu indubbiamente questa spinta, ma poi ce ne furono tante altre, alcune oggi immaginabili, altre per niente. Dal viaggiare venne il successo di questo straordinario, complesso e difficile animale che siamo. È bene tenere in mente questo promemoria tutte le volte che riflettiamo sulle attuali migrazioni umane sulla superficie terrestre. La fame certo, l’indigenza certo: alla TV anche i più distratti tra noi guardano continenti umani che vivono in condizioni di estrema precarietà umana, e di loro sap-

piamo che sono esposti al fascino di altri continenti, di cui conoscono le floride condizioni di esistenza, e dunque ci diciamo che la molla a muoversi e migrare è la povertà. Cui aggiungiamo negli ultimi tempi la necessità di sfuggire a teatri di guerra civile, a violenze di gruppi contro altri gruppi. Però c’è altro, c’è anche altro, c’è la voglia umana di esperienze, di scoprire nuove terre, nuove persone, nuovi mondi. Di viaggiare. Homo sapiens.

È difficile pensare che ciò che spingeva gli antichissimi ominidi a spostarsi e viaggiare sulla Terra fosse solo la fame, la necessità di nuove risorse alimentari. Ci fu indubbiamente questa spinta, ma poi ce ne furono tante altre, alcune oggi immaginabili, altre per niente. Dal viaggiare venne il successo di questo straordinario, complesso e difficile animale che siamo

In Italia esiste una specie di riflesso mentale condizionato. Esso viene dalla nostra storia più o meno recente, in cui l’emigrazione di italiani in altri luoghi del mondo è stata una sorta di grande marcatore epocale: a partire dall’unità d’Italia e dalle grandi crisi sociali e anche alimentari che attraversarono il paese negli anni seguenti e poi a ondate per decenni, fino agli anni Settanta del Novecento (almeno per grandi numeri, perchè per piccoli continua tuttora). E allora, tutte le volte che si pensa o si parla di migrazioni, viene fuori questo riflesso che in automatico porta a pensare che chi migra lo fa per indigenza. I media che si esercitano nella spettacolarizzazione del tragico, poi assecondano questo riflesso, imponendo le immagini di sbarchi, di profughi, di vittime innocenti. E non c’è dubbio che tutto ciò che essi presentano c’è, ed è persino innegabile che stia aumentando. Ma le migrazioni umane non sono solo questo. Sono anche altro, di più complesso, vario, ricco, che rimanda a quei primitivissimi nostri antenati, che viaggiavano al buio, senza sapere dove andavano e se mai sarebbero arrivati. E che in un certo modo essendo connaturato alla specie umana, ne ha fatto una sua specifica forma di creatività, di mutamento sociale, di sviluppo culturale e di crescita umana. Senza migrazioni non vi sarebbe neppure stato il formidabile sviluppo dell’Homo sapiens, che è una fun-


«Nessun mammifero se ne va in giro come noi» dice Svante Pääbo, genetista dell’evoluzione. www.nationalgeographic.it

Senza migrazioni non vi sarebbe neppure stato il formidabile sviluppo dell’Homo sapiens, che è una funzione non di altro se non della sua diversificazione culturale. È nello “scarto differenziale” che si produce sviluppo culturale, come insegna la grande tradizione dell’antropologia culturale

zione non di altro se non della sua diversificazione culturale. È nello “scarto differenziale” che si produce sviluppo culturale, come insegna la grande tradizione dell’antropologia culturale. Detto questo, però rimane il dato sconvolgente della nostra contemporaneità, e cioè che per la prima volta nella storia i movimenti umani sulla Terra riguardano centinaia di milioni di persone, e che indubbiamente la più drammatica tra le spinte che inducono oggi esseri umani a muoversi dalle proprie terre è la fuga da condizioni di vita insopportabili o considerate tali. Insopportabile non è solo la fame o la paura delle violenze, ma sono i diritti negati, la libertà violata, il desiderio di una vita più “contemporanea” nella globalizzazione, cioè che sia sincronica agli standard di vita di zone del mondo più prospere. Di fronte a questi movimenti migratori che scuotono in profondo assetti economici, sociali e politici, oltre che ovviamente culturali, praticamente in tutto il mondo, c’è e si avverte una incapacità di governo dei processi, di orientamento politico positivo. Tale incapacità per la verità si allarga anche ad

altri processi della contemporaneità globalizzata, da quelli ecologici a quelli finanziari o a quelli dei focolai di guerra. C’è invero una potenza dell’economia capitalistica globalizzata in flussi che attraversano il mondo, la quale a fini di profitto utilizza, o produce essa stessa, le differenze che si manifestano da un angolo all’altro del pianeta – dai rendimenti finanziari ai costi della manodopera -, una potenza che lasciata sola e sovrana, cioè priva di contrappesi, spinge tra le altre cose esseri umani a muoversi, in modo da lucrare sulle differenze produttive, di consumo e di costi di manodopera: l’“esercito” della manodopera di riserva (conviene nelle campagne italiane un bracciantato sindacalizzato e dotato di contratti di lavoro o una manodopera di “clandestini”?). Ma a far forte l’economia c’è anche una difficoltà oltre che congiunturale, strutturale della politica. Alle nostre spalle la storia ci ha dotati di sistemi

Insopportabile non è solo la fame o la paura delle violenze, ma sono i diritti negati, la libertà violata, il desiderio di una vita più “contemporanea” nella globalizzazione, cioè che sia sincronica agli standard di vita di zone del mondo più prospere

nazionali e di ideologie nazionaliste entro i quali abbiamo in passato, almeno nel vecchio Occidente, costruito la normalità e affrontato le emergenze man mano che si presentavano. Però in un mondo

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squadernato nella globalizzazione questo tipo di attezzatura nazionale e nazionalistica si è rivelato drammaticamente obsoleto. Perchè è applicato in riferimento a popoli e storie che tale attrezzatura

La fatica maggiore del mondo contemporaneo è trovare - o meglio praticare - soluzioni globali a problemi globali

non l’hanno avuta oppure hanno subito quella che fu loro imposta. Perchè poi le frontiere nazionali sono permeabili ai processi transnazionali. Ma soprattutto perchè a problemi globali è impossibile rispondere con soluzioni nazionali. La fatica maggiore del mondo contemporaneo è trovare – o meglio praticare - soluzioni globali a problemi globali. Cioè governare politicamente il velocissimo cambiamento imposto dall’intensificazione delle connessioni globali. E allora tutti arrancano, arranchiamo tutti in visioni parziali, risposte parziali, risultati parziali. Toppe. E non solo la politica, e non solo i media. Anche gli approcci scientifici. Negli ipertecnicismi delle scienze - per esempio sociali ma non solo sociali - si riduce o si perde un profilo riconoscibile del problema generale. Forse

è inevitabile, perchè la complessità delle problematiche implicate è tremenda e soltanto slogan propagandistici possono indicare profili sommari e soluzioni semplici. Nondimeno questo è un dato drammatico del tempo che viviamo. Che purtroppo apre la via ad un non-agire politico, che rinuncia al governo del cambiamento, preferendo scivolare in un deleterio laissez faire. Di cui soprattutto in Italia, dove continua a mancare quasi completamente una seria politica dell’inclusione sociale dei migranti, si è maestri. Rimane ad agire sul terreno un orizzonte di dispositivi di “accoglienza” cui accedono svariati attori sociali, mossi da motivi umanitari, spinte di volontariato, afflati profetici e religiosi. A volte confusamente, molte volte con efficacia. È importante tale orizzonte, ma non decisivo, non tale da orientare decisamente una coscienza civile e democratica collettiva, che unica, potrebbe oggi affrontare l’enorme complessità dei processi globali. Perchè si formi tale orizzonte occorrerebbe, io credo, che i saperi tecnici e scientifici, che non sono in grado di rinunciare ai loro specialismi, raggiungano una densità di massa critica e una capacità di ricaduta nel discorso pubblico, le quali siano in grado di lievitare la coscienza civile e democratica sui grandi problemi delle migrazioni contemporanee.

Maybe tomorrow

«(...) Forse non gli sono piaciuto, per questo sono rimasto qui. Nessuna chiamata, niente. Chiedevo sempre: quando andrò via? Rispondevano: forse domani. Poi ho smesso di chiedere. Non ho incontrato nessun avvocato e non conosco la legge italiana. Non ho compilato nessun modulo, nessuno me ne ha parlato. Voglio lavorare e guadagnarmi da vivere, non voglio dipendere da altri. Il cibo che sto mangiando non viene dal mio sudore. Capisci, non fa bene. Non mi piace».

A parlare è un ragazzo minorenne gambiano fuggito dalla dittatura, ha attraversato il deserto e il mare ed è arrivato in Sicilia. È un delle 150.000 persone salvate in un anno dall’operazione Mare Nostrum. Vive da quattro mesi in un centro di accoglienza dove secondo la legge si dovrebbero trascorrere al massimo 72 ore. La storia sua e di altri è raccontata in Maybe tomorrow, un documentario dei giornalisti Stefano Liberti e Mario Poeta, che racconta l’Italia dei salvataggi in mare (che si è deciso di lasciarsi alle spalle) e quella, assai meno dignitosa, di una prima accoglienza che fa rima con negligenza. Il film è stato realizzato per il progetto “Accesso alla protezione: un diritto umano” e finanziato dal network European Foundation, European Programme for Integration and Migration http://www.internazionale.it/video/2014/11/05/forse-domani


International Law and Rescue of Migrants at Sea di Martin Ratcovich

Migration by sea is not a new phenomenon. Many are those who have fled by the seas, whether in search for better life opportunities or protection from persecution or other threats to their lives, rights and security. However, seafaring is inherently adventurous and can be dangerous. Given that Martin Ratcovich the principal interest of refugees and asylum-seekers is to leave a place, rather than to reach any particular place, it is not surprising that many sea-borne flights are undertaken by unsafe means, including overcrowded and unseaworthy ships.

Although maritime migration is a global phenomenon, the recent situation in the Mediterranean Sea is extraordinary. According to some figures, more than 90 000 migrants have been rescued at sea by Italian authorities in the period October 2013– October 2014. It is thought that about 3000 migrant lives have been lost at sea in the same period

The perilous nature of irregular maritime migration is evident from the regular flow of reports of migrant lives lost at sea. Although maritime migration is a global phenomenon, the recent situation in the Mediterranean Sea is extraordinary. According to some figures, more than 90 000 migrants have been rescued at sea by Italian authorities in the period October 2013–October 2014. It is thought that about 3000 migrant lives have been lost at sea in the same period. International law provides an obligation to rescue everyone in distress at sea. This obligation applies regardless of the nationality of such people or the circumstances in which they are found — thus including migrants and even irregular migrants. Maritime rescue operations typically entail recovering survivors from the water or from unseaworthy ships and taking them on board rescue units. Following rescue, prob-

lems can arise with the disembarkation of the rescued people. There are large incentives for shipmasters of merchant ships to minimize the time on board of rescued people and coastal states are generally reluctant to allow entry for people that have attempted to enter their territory without prior authorization. The controversial, but unavoidable, question is where migrants rescued at sea shall be brought for disembarkation. Until recently, international law was strikingly silent on the question of disembarkation of migrants rescued at sea. This legal lacunae was highlighted in the so-called M/V Tampa affair. The M/V Tampa was a Norwegian container ship that on 26 August 2001 was asked by Australian rescue authorities to assist in the search and rescue operation for an Indonesian ship in the waters between Indonesia and the Australian territory Christmas Island. The Tampa found the Indonesian ship in a sinking condition approximately 75 nautical miles off Christmas Island. After having rescued and taken on board some 430 people — most of whom were asylum-seekers from Afghanistan — the Tampa resumed its northbound voyage with the plan to disembark the rescued people along the way in Indonesia some 250 nautical miles to the north. However, in response to pressure from some of the rescued people, the course was altered and set for Christmas Island. This led Australian authorities to inform the master of the Tampa that the Australian territorial sea had been closed to the ship and that the course should be changed for Indonesia and that failure to do so would lead to prosecution for people smuggling. After having waited a couple of days offshore Christmas Island, and the health condition of some of the rescued people begun to deteriorate, the Tampa issued a distress signal and headed towards Christmas Island. Within short, the Tampa was boarded by Australian special military forces who took command of the ship and brought it into port on Christmas Island. However, the rescued asylum-seekers were not allowed to disembark since the Australian government refused to allow any of them land on Australian soil. This gave rise to a complex political situation. The stalemate was resolved first after the Norwegian ambassador had handed over asylum applications from the rescued asylum-seekers to Australian authorities. Eventually, the asylum-seekers were transferred to an Australian warship that took them to Papua New Guinea from where they would be transported to Nauru and New Zealand for processing of their claims for protection. A consequence of the M/V Tampa affair was the adoption of amendments to the treaties that form the international legal framework for maritime search

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and rescue: the of being involved 1974 International in smuggling of Convention for the migrants or trafSafety of Life at ficking in perSea (1184 UNTS sons. 278, ‘SOLAS ConI have several vention’), and the personal connecInternational Contions to the convention on Marference Migration itime Search and and the MediterRescue (1405 ranean – past and UNTS 109, ‘SAR present, organConvention’). The ized by the Roma basic meaning of Tre University, the amendments is Lund University that everyone resand the Swedish cued at sea shall be Institute in Rome ‘disembarked … in November and delivered to a Rifugiati afghani sul ponte della nave cargo Tampa, nel 2001 2014. The reason place of safety’. is that I am parThese terms resemble many of the legal difficulties tially of Italian origin. My grandfather was an Italian and competing objectives that arise when migrants immigrant to Sweden in the end of the 1940s. Some are rescued at sea. However, neither the SOLAS Contwenty years ago, my grandparents returned to Italy vention nor the SAR Convention nor any other treaty and settled in a small village in Northern Lazio, close defines what is meant by ‘place of safety’. The notion to the city of Viterbo and the village of Blera – where of place of safety is thus unclear – and requires interthe Swedish Institute in Rome has been engaged in pretation for its application. This is a critical issue many archeological projects. when migrants have been rescued at sea. My presentation at the conference Migration and the I — Martin Ratcovich — is a Doctoral Candidate of Mediterranean – past and present focused on the inPublic International Law at the Faculty of Law, ternational legal regulation of disembarkation of miStockholm University, Sweden. I have studied the grants rescued at sea. The focus of my presentation law program at the Faculty of Law, Lund University, was to explain how the rules on interpretation of Sweden, and maritime law at the Scandinavian Institreaties require that the rules on disembarkation of tute of Maritime Law, Faculty of Law, Oslo Universipersons rescued at sea shall be interpreted and applied ty, Norway. In 2008, I served as legal assistant to the in the wider context of international law. The core arNordic member of the United Nations International gument put forward is that the disembarkation rules Law Commission (ILC), ambassador Marie Jacobsshall be interpreted and applied taking into account son (LLD), during the sixtieth session of the ILC. Afother applicable and relevant rules of international ter finishing the law program in 2008, I have worked law, including international human rights law, interas a law clerk at a Swedish administrative court, as national refugee law and international maritime law. I legal adviser at the Swedish Coast Guard Headquardemonstrated this reasoning with references to the ters and as legal officer at the Swedish Ministry of scholarly debate on fragmentation of international Defense. I have participated in many international nelaw, which suggests that international law is becomgotiations and committees for preparation of new ing increasingly more specialized and evolving into Swedish legislation, particularly in the maritime field. functionally specialized sub-systems. Examples of Closely related to my professional background, my such sub-systems or, in other words, regimes of interresearch interests include public international law in national law are the law of the sea, international envigeneral and the law of the sea in particular. My disronmental law and international human rights law. sertation project (monograph) addresses international In addition to conventional legal analysis, based on law, and more specifically, the law of the sea, internatraditional legal method (legal positivism), my dissertional human rights, international refugee law, and intation will also include chapters devoted to illustraternational maritime law. A general aim of my project tion and exemplification through discussions of a seis to examine how the law of the sea can be interpretlection of relevant state practices/state behaviors. The ed and applied in the wider context of international selected cases are Australia, Italy and the United law (systemic integration). A concrete question is to States. For the purpose of gathering material for the chapter on Italian state practice, I plan an academic analyze how the international rules for disembarkavisit to an Italian university within near future. The tion of persons rescued at sea can be interpreted and conference Migration and the Mediterranean – past applied, seen particularly against the background that and present was a welcome opportunity for me to many persons rescued at sea are refugees, asylummeet and discuss with other academic researchers seekers, undocumented migrants, smuggled migrants, with an interest in migration-related issues. victims of trafficking in persons, or people suspected


Forze di spinta e forze di attrazione Le complesse dinamiche dei movimenti migratori di Cecilia Reynaud

Le migrazioni, pur essendo fenomeni sfuggevoli e difficilmente definibili, sono estremamente complesse e hanno delle enormi ripercussioni economiche e sociali. Le migrazioni internazionali nella nostra epoca sono talmenCecilia Reynaud te ingenti, nonostante tutti i freni politici ai movimenti degli individui, da riguardare più di 230 milioni di persone, più del 3% della popolazione mondiale. Dal 1990, in cui i migranti erano circa 155 milioni, al 2013 i migranti internazionali sono cresciuti più del 50%, e questo incremento si è verificato prevalentemente nell’ultimo periodo. Le migrazioni sono ovviamente strettamente connesse al contesto demografico, ma si legano anche al contesto macro in generale, soprattutto di natura economica, sociale, normativa e politica. Inoltre a rendere ancora più complesso il fenomeno è il fatto che gli ambiti di influenza si esplicitano sia nel contesto di origine, che dà luogo a forze dette di push (di spinta), sia in quello di destinazione, in cui agiscono le forze di pull (di attrazione). Si ritiene da tempo che le migrazioni siano largamente determinate dagli squilibri tra l’area di origine e quella di destinazione siano esse di natura economica, in particolare del mercato del lavoro, sociale o demografica; nei tempi più recenti però si è sottolineata da un lato la multidimensionalità del fenomeno e dall’altra l’importanza di considerare le determinanti e gli effetti anche a livello meso (intermedio) e micro. Le determinanti delle migrazioni, così come i suoi effetti, non possono, infatti, non riguardare il singolo individuo, ma anche quel contesto intermedio (meso) che si può identificare nella famiglia e nelle insieme di persone e di relazioni che possono essere definite come reti migratorie, che mai come oggi, anche grazie allo sviluppo delle comunicazioni, hanno un ruolo fondamentale nella determinazione dei flussi migratori. Le grandi migrazioni del XIX secolo, che hanno visto l’Europa, terra di emigrazione verso le mete transoceaniche, cedere una cinquantina di milioni di individui (su un totale, nel 1800, di 188 milioni), sono state largamente determinate dallo sviluppo economico e industriale di alcune aree, dalla enorme disponibilità di popolazione, determinata dall’avvio in tutti i paesi europei, anche se in tempi diversi, della transizione demografica, e dalla convergenza delle politiche di emigrazione e di immigrazione (Massi-

mo Livi Bacci, In cammino. Breve storia delle migrazioni, Bologna, Il Mulino, 2014). La transizione demografica, determinata da una diminuzione della mortalità seguita solo successivamente dalla diminuzione della natalità, determina, in tempi e modi differenti un aumento della popolazione tanto intenso quanto importante è il distacco tra i due fenomeni considerati.

Le grandi migrazioni del XIX secolo, che hanno visto l’Europa, terra di emigrazione verso le mete transoceaniche, cedere una cinquantina di milioni di individui, sono state largamente determinate dallo sviluppo economico e industriale di alcune aree, dalla enorme disponibilità di popolazione, determinata dall’avvio in tutti i paesi europei della transizione demografica e dalla convergenza delle politiche di emigrazione e di immigrazione

Con la Prima Guerra Mondiale si assiste alla brusca interruzione delle grandi migrazioni; è però convinzione diffusa che l’emigrazione europea si sarebbe esaurita spontaneamente, anche se in modo meno drastico, proprio a causa dell’esaurimento della grande disponibilità di popolazione, causata della fine della transizione demografica da parte di quasi tutti i paesi europei. Le migrazioni riprendono tra le due guerre, soprattutto verso i paesi europei, in quanto mete da ricostruire, ma è dal secondo dopoguerra che vengono delineate le nuove direttrici migratorie. Nel secondo dopoguerra, fino agli anni Settanta, sono i cittadini del Sud Europa (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia) a migrare verso i paesi a Nord (Francia, Gran Bretagna, Germania, Benelux e Svizzera), che già, anche a causa delle maggiori perdite belliche, richiedevano mano d’opera per le loro industrie in espansione, riproducendo un’opposizione tra paesi che avevano un ritardo nello sviluppo economico e industriale e un esubero di popolazione - visto che più tardi hanno sperimentato l’avvio e conseguentemente la fine della transizione demografica - e quelli più sviluppati da un punto di vista demografico, economico e sociale. Dagli anni Settanta, in concomitanza con lo shock

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Popolazione residente straniera e sua incidenza sul complesso della popolazione. Anni 1981, 1991, 2001, 1.gennaio 2002 – 2014. Italia. Fonte: Istat, Censimenti della popolazione, anni 1981, 1991, 2001; Rilevazione della popolazione comunale anni 2002-2014

petrolifero, i paesi del Sud Europa cominciano a ricevere consistenti movimenti migratori in entrata, diventando, negli anni più recenti, una delle principali destinazioni a livello mondiale. La transizione demografica è conclusa da tempo anche in questi paesi e di conseguenza l’abbondanza di risorse umane giovanili si è esaurita; inoltre dalla fine della Seconda Guerra Mondiale anche questi paesi sperimentano uno sviluppo economico intenso che diminuisce fortemente il differenziale economico con i paesi del Nord, al punto che l’emigrazione non è più conveniente. In concomitanza, lo shock petrolifero, con le sue ricadute, ha portato i paesi di tradizionale immigrazione a modificare sensibilmente le politiche migratorie verso una chiusura delle frontiere facendo sì che i migranti si dirigessero verso quelle mete dove il vuoto legislativo permetteva un più facile accesso. In questo contesto si inserisce la storia migratoria italiana che, così come quella degli altri paesi, riassume e riflette alcune delle grandi peculiarità e delle grandi trasformazioni del nostro Paese (Enrico Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, Bologna, Il Mulino, 2006). La storia migratoria dell’Italia è sicuramente molto

Dagli anni Settanta, in concomitanza con lo shock petrolifero, i paesi del Sud Europa cominciano a ricevere consistenti movimenti migratori in entrata, diventando, negli anni più recenti, una delle principali destinazioni a livello mondiale

complessa e particolare: da Paese al di fuori delle rotte migratorie, si inserisce solo verso fine del 1800 nelle migrazioni transoceaniche, soprattutto a causa del ritardo economico, ma ne diventa uno dei princi-

pali protagonisti; successivamente, alla stregua di quello che avviene in Europa, è tra i principali protagonisti dell’emigrazione verso quei paesi europei che alla fine della Seconda Guerra Mondiale necessitano della ricostruzione post-bellica; infatti non è ancora nel pieno dello sviluppo economico, ma dispone di un grande esubero demografico; infine si caratterizza dopo gli anni Settanta come un Paese di immigrazione e negli anni 2000 diventa una delle mete principali degli immigrati provenienti dal Nord Africa, dall’Europa dell’Est e da alcuni paesi dell’Asia.

Lo shock petrolifero, con le sue ricadute, ha portato i paesi di tradizionale immigrazione a modificare sensibilmente le politiche migratorie verso una chiusura delle frontiere facendo sì che i migranti si dirigessero verso quelle mete dove il vuoto legislativo permetteva un più facile accesso

L’Italia ha conosciuto, infatti, due fasi di forte emigrazione: la prima, all’inizio del Novecento, diretta verso le mete transoceaniche e in prevalenza proveniente dal Mezzogiorno, caratterizzato ancora da un’economia agricola, e con una popolazione giovane decisamente in aumento; la seconda, più di carattere europeo, nel secondo dopoguerra ha coinvolto almeno inizialmente la popolazione delle regioni del Nord, diretta principalmente verso quei paesi dell’Europa centro-settentrionale, che mostrarono un’eccezionale capacità d’assorbimento del lavoro italiano. Grazie all’ingente sviluppo economico dell’Italia che vede principalmente il Nord presentarsi come una nuova realtà industriale, le migrazioni interne diventano, negli anni del miracolo economico, la vera al-


ternativa all’emi400.000 persone di grazione; pertanto cui più di 300.000 le emigrazioni disono rumeni. L’alventano molto più largamento dell’Urare, mentre si nione europea momantengono su lidifica sostanzialvelli abbastanza mente la presenza elevati le migrastraniera in Italia. zioni di ritorno al Dal 2002 al 2012 la punto che negli anpopolazione rumeni Settanta il saldo na in Italia si è demigratorio diventa cuplicata, arrivando per la prima volta a quasi un milione positivo. L’Italia a di residenti. Nel Popolazione residente straniera per cittadinanza. Anni 2003 – 2014. Valori in migliaia partire dal 1974 frattempo tra le al 1° gennaio. Italia. Fonte: ns. elaborazione dati Istat conosce anche collettività più nul’immigrazione merose, la popolastraniera: essendo, infatti, un paese di emigrazione zione marocchina e quella albanese sono raddoppianon ha una politica di immigrazione e non necessita te, quasi mezzo milione ciascuna, ma soprattutto di una chiusura delle frontiere, come avviene nei quella cinese si è triplicata arrivando a più di paesi di tradizionale immigrazione a causa della crisi 200.000 residenti. La popolazione residente non economica dovuta alla shock petrolifero; tale vuoto esaurisce la presenza straniera essendoci anche le legislativo, in cui si trova l’Italia, la rende invece una persone munite di permesso di soggiorno ma non anfacile terra di immigrazione. L’Italia, e più in generacora residenti e l’immigrazione irregolare. le l’Europa meridionale, ha cambiato status nella Nonostante questo, l’idea più comune dell’immigrageografia mondiale della mobilità umana, passando dal rango di luogo di origine dei flussi a quello di L’Italia ha conosciuto due fasi di forte contesto di destinazione (Corrado Bonifazi, L’Italia delle migrazioni, Bologna, Il Mulino, 2014). emigrazione: la prima, all’inizio del L’immigrazione nel nostro Paese si mantiene su liNovecento, diretta verso le mete velli abbastanza contenuti per tutti gli anni Settanta e transoceaniche e in prevalenza Ottanta: il censimento della popolazione del 1981 rileva circa 211.000 stranieri residenti e quello del proveniente dal Mezzogiorno; la 1981 circa 350.000, che non sfiorano neanche l’1% seconda, più di carattere europeo, nel (rispettivamente 0,4% e 0,6%) della popolazione resecondo dopoguerra ha coinvolto sidente. Inoltre gli immigrati scelgono l’Italia, ma come meta transitoria, prima per il vuoto legislativo almeno inizialmente la popolazione e poi perché la sua politica di emergenza si baserà delle regioni del Nord, diretta sulle procedure di regolarizzazione; la vera meta riprincipalmente verso quei paesi mangono i paesi del centro e del nord Europa. Gli dell’Europa centro-settentrionale, che anni Novanta vedono l’Italia diventare una meta di immigrazione non solo di passaggio, nel 2001 ci somostrarono un’eccezionale capacità no più di un milione di stranieri residenti che costid’assorbimento del lavoro italiano tuiscono il 2,3% della popolazione totale. Sono di questo periodo gli sbarchi degli albanesi che diventeranno, in breve, una delle collettività più numerose zione in Italia è ancora quella dei barconi che attraaccanto a quelle già presenti, come quella marocchiversano il Mediterraneo, prima dall’Albania e oggi na e tunisina. L’Italia è diventata una realtà attrattiva dalle coste dell’Africa. Se è vero che questi pongono dove le condizione economiche, demografiche e soun importante problema umanitario, è anche vero che ciali, rendono l’immigrazione un fenomeno imporrappresentano una quota largamente marginale in tertante: i vuoti nel mercato del lavoro sono creati dalla mini di contributo alle dinamiche migratorie compopolazione autoctona, che grazie allo sviluppo ecoplessive. La quota di irregolari si stima essere ad un nomico e sociale rifiuta lavori di bassa qualifica livello “fisiologico” di circa il 6% delle presenze spesso sottopagati. (Blangiardo, 2013); i permessi di soggiorno per moÈ il nuovo millennio a sancire definitivamente il ruotivi umanitari rilasciati nel 2011 costituivano poco lo dell’Italia come Paese di immigrazione: la presenpiù del 10% del totale e nel 2013 sono anche dimiza straniera passa da circa 1.341.000 al 1° gennaio nuiti e arrivati a costituirne il 7,5%. Inoltre, il ruolo dell’Italia nell’accoglienza umanitaria, nonostante la 2002 a 4.922.000 al 1° gennaio 2014 e si accresce a sua posizione geografica, sembra ancora non premiritmi particolarmente elevati. Al 1° gennaio del 2008 nente dato che nel 2013 le richieste d’asilo in Italia la popolazione straniera residente è superiore a 3 misono state 27.930, in aumento del 60,9% rispetto allo lioni ed è aumentata nel corso del 2007 di circa

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stesso periodo del 2012, ma costituiscono solo il 6,2% di quelle presentate nel complesso dell’Unione Europea, a fronte del 30% presentate in Germania e del 15% in Francia. L’immigrazione non può più essere considerata un fatto occasionale, un fenomeno transitorio, ma è diventata definitivamente una parte strutturale della nostra società. L’immigrazione in Italia, infatti, sembra essere diventata una componente stabile: oltre la metà (il 56,4% al 1° gennaio 2014) dei cittadini non comunitari regolarmente presente in Italia ha un permesso a tempo indeterminato. Inoltre a dieci anni dalla grande regolarizzazione del 2002, tra coloro che erano stati regolarizzati e appartengono alle cittadinanze ad oggi non comunitarie, 8 su 10 sono ancora in Italia a segno di un progetto migratorio di lungo periodo (Istat, 2014). Nonostante una carente politica, che troppo spesso ha solo posto limitazioni sul numero di ingressi, e non ha quasi mai avviato un vero dibattito politico sull’immigrazione, dando invece spazio a facili idee demagogiche, l’Italia è stata in grado di accogliere, anche in tempi relativamente brevi, una numerosa immigrazione, ad oggi di più di 5 milioni pari all’8% della popolazione complessiva. L’immigrazione è stata dapprima accettata per i vuoti occupazionali che si sono creati grazie allo sviluppo economico e sociale della popolazione, ed è stata successivamente

richiamata da un “bisogno” economico e demografico. L’immigrazione ha dato la possibilità all’imprenditoria italiana, così come succedeva nelle altre realtà immigratorie, di utilizzare manodopera a prezzi contenuti. Inoltre l’immigrazione ha rappresentato per il Paese la possibilità di gestire una delle popolazioni più invecchiate al mondo di fronte ad un welfare carente: la cura e l’assistenza degli anziani è stata sempre più spesso demandata agli immigrati che hanno rappresentato la vera opportunità per le famiglie grazie ai costi contenuti e per la politica per non dover affrontare la riforma del welfare. Inoltre la ripresa della fecondità, che in Italia ha toccato i minimi storici del 1995 con 1,19 figli in media per donna, è dovuta in gran parte proprio all’immigrazione dal momento che le donne immigrate hanno mediamente un numero di figli maggiori ad età più giovani; grazie così ad un numero maggiore di nascite la popolazione giovane, seppur in diminuzione, è più consistente e questo sta permettendo un rallentamento del processo di invecchiamento. Rimane però aperta la riflessione sull’immigrazione del periodo di crisi, che seppur rallenta il suo tasso di incremento non diminuisce di certo, ponendo un problema di competitività nel mercato del lavoro poiché la popolazione autoctona ritorna a essere disponibile a svolgere lavori meno qualificati.

Trasbordo alla frontiera, Luino, 1975, da Uliano Lucas, Emigranti in Europa, Torino, Einaudi, 1977


Food Security, Climate Change and Mediterranean Migration from the Sahel di Matthew Scott

Conflict and persecution appear as the primary factors contributing to irregular migration across the Mediterranean, with nationals of Syria, Eritrea, Afghanistan and Somalia collectively accounting for over 60% of all FRONTEX maritime interceptions in 2013. Four of the reMatthew Scott maining six nationalities in the list of the top ten intercepted in FRONTEX maritime operations are from the Sahel region of West Africa, namely Mali, Nigeria, the Gambia and Senegal, representing 15% of all interceptions. Although conflict and persecution are well documented in each of these countries, explanations for the presence of ‘sub-Saharan migrants’ in the Mediterranean often point also to environmental and population pressures. In May this year, shortly after a boat carrying migrants from the Sahel capsized killing 36 off the coast of Libya, the Economist commented: «Desertification and swelling populations outstrip agricultural productivity in much of the arid Sahel. A recent resurgence of conflict in the Central African Republic, Mali, northern Nigeria, Somalia and South Sudan has continued to displace millions, pushing ever more young men north towards Europe…It is not surprising that the Mediterranean beckons». The UN Convention to Combat Desertification (UNCCD) recently framed the interrelated pressures of environment and population as presenting a stark choice: «(…) where changing weather events are threatening the livelihoods of more and more people… more should be done to combat desertification… and mitigate the effects of drought. Otherwise, many small-scale farmers and poor, land-dependent communities face two choices: fight or flight… By 2020 an estimated 60 million people could move from the desertified areas of sub-Saharan Africa towards North Africa and Europe». Against this backdrop, I advance three arguments at the Migration in the Mediterranean conference. First, considering evidence relating to the distribution and severity of food insecurity across the region, and having regard to the literature on the relationship between environmental pressures and migration in general, and migration from the Sahel

to Europe in particular, I argue that those who are not fleeing persecution, serious breaches of civil and political rights or armed conflict are perhaps best conceptualised as individuals responding rationally to challenging, but not critical conditions of existence. Second, approaching the phenomenon from an international protection perspective, I recognise the possibility that certain humanitarian crises can potentially engage EU Member State obligations under the 2011 recast Qualification Directive, but that conditions across the Sahel do not currently attain the requisite level of severity. I then look to the future and argue that anticipated consequences of climate change and population growth on food security could potentially alter the protection landscape.

Population growth rates are amongst the highest in the world, whilst countries in the region rank amongst the lowest on the UN Human Development Index (HDI). Senegal ranks 162, the Gambia ranks 172 and Mali ranks 176 amongst the 187 countries in the index. Niger, Chad and Burkina Faso rank amongst the ten countries with the lowest scores on the HDI Irregular Mediterranean migration from the Sahel The Sahel region is chronically food insecure, with varying degrees of insecurity ranging from “normal” to “emergency” in any given year. In April 2014 the European Commission described the food security situation of over 2 million Malians as being “under stress”, 1.3 million experiencing a food security “crisis” and 181,423 as being in a food security “emergency”. Thus, approximately 25% of Mali’s population faced some form of food insecurity at that time. At the same time, 24% of the population of Senegal and 27% of the population of the Gambia faced food insecurity, with access in the Gambia restricted across most of the country. International assistance is also limited, with OCHA describing the Sahel Humanitarian Response Plan as suffering from “chronic under-funding”.

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Conflict is another feature of life in the Sahel. The conflict in the north of Mali had displaced approximately 500,000 people by mid 2013 according to the IOM, with 300,000 being internally displaced and the measurable remainder displaced within the region. The impact of the conflict on food security is widely recognized. Senegal has also been affected by protracted conflict in the Casamance region, and the dramatic increase in food insecurity in that country between 2012 and 2013 has in part been attributed to that conflict.

The Sahel region is chronically food insecure, with varying degrees of insecurity ranging from “normal” to “emergency” in any given year. In April 2014 the European Commission described the food security situation of over 2 million Malians as being “under stress”, 1.3 million experiencing a food security “crisis” and 181,423 as being in a food security “emergency” Population growth rates are amongst the highest in the world, whilst countries in the region rank amongst the lowest on the UN Human Development Index (HDI). Senegal ranks 162, the Gambia ranks 172 and Mali ranks 176 amongst the 187 countries in the index. Niger, Chad and Burkina Faso rank amongst the ten countries with the lowest scores on the HDI. Against such a backdrop, it comes as no surprise that migration features prominently in the livelihood strategies of people living in the Sahel region, with substantial internal as well as regional

movement in evidence. In contrast, irregular migration from the Sahel to Europe is quite limited. Importantly, understanding of irregular Mediterranean migration from the Sahel to Europe is incomplete without recognition of intermediate destinations. A 2013 survey conducted in Libya by the Danish Refugee Council found that of the 1,031 ‘mixed migrants’ surveyed, 50% of respondents intended to remain in Libya and only 15% intended to attempt to enter Europe. Substantial numbers of nationals of Niger, Chad and Nigeria planned to return home after a period of seasonal work in Libya. These findings reinforce de Haas’ 2011 prediction that countries along the southern rim of the Mediterranean would become migration destinations in themselves. The substantial fee for the boat journey across the Mediterranean, combined with the risk of dying en route must clearly filter out large numbers of prospective Mediterranean migrants. Significantly, only eight of the survey participants identified ‘environmental disaster’ as the reason for travelling to Libya, whilst general economic aspirations dominated at 82% of responses, followed by 16% fleeing conflict and persecution. Those who leave their home countries in the Sahel for the southern and potentially northern shores of the Mediterranean will often be in search of improved conditions of existence. However, whereas drought, population pressure, conflict, low levels of human development and food insecurity make life in the Sahel challenging, those who are most vulnerable to such pressures are in fact amongst the least likely to undertake longer distance international migration. Empirical studies of migration from the Sahel to Europe consistently point out that it is those who have more resources who tend to migrate to Europe, not those who are vulnerable to serious levels of food insecurity. Thus, migration from the Sahel to Europe appears,

Il Sahel èuna fascia ampia circa 1000 Km, che si estende dalle coste atlantiche dell'Africa fino al Mar Rosso


at least at present, and notwithstanding the international protection needs expressed in individual asylum claims, to tend towards the more voluntary, as opposed to forced, end of the spectrum.

The availability of international humanitarian assistance is another significant factor reducing the number of people who could potentially engage host state protection obligations in the Sahel context The real risk of a ‘mega famine’ in the region There is a distinct risk that coming years will see an increase in food insecurity in the Sahel. Projections suggest that the already stressed conditions experienced by many in the Sahel will become more challenging as climate change, population growth and other pressures combine to reduce the amount of food available to the population. Recent research by Lund University’s Department of Physical Geography and Ecosystem Science found an increasing imbalance between the availability of natural resources for use as food, fuel and feed, and the demand for those resources in 22 countries in the Sahel belt between 2000-2010 owing to growing demand by a population that increased by 31% in the period with no corresponding rise in production. Projecting forward, and taking into account the potential impacts of continued rapid population growth and changing climatic processes, including shocks from floods, droughts and pest invasions the research concluded: « (…) there is a risk that ecosystems may not be able to provide food, fuel and feed for the region’s humans and livestock without a corresponding increase in NPP supply. If future droughts occur at similar climatic magnitudes as the ones that took place in the 1970s and 1980s the Sahel will be at risk of mega famines». Where substantial areas of a country face famine level food insecurity, questions about international protection obligations to those who, by whatever means, find themselves in Europe, become more pertinent.

Current and future protection obligations Assessments of whether an international protection obligation arises when a person who is not a citizen of an EU Member State expresses a fear of being exposed to serious harm in her home country must be conducted with reference to the 2011 recast EU Qualification Directive, which sets out the circumstances in which a host Member State shall recognise a person as a refugee or person otherwise in need of international protection. It is well established in international refugee law

that discriminatory distribution of famine relief can engage host state protection obligations under the Refugee Convention, as was the case in Zimbabwe in the case of RN (Returnees) Zimbabwe CG [2008] UKAIT 00083. Such a scenario is not unimaginable in the Sahel, and further research may well reveal instances of such or similar conduct in current relief contexts. International protection obligations can also be more generally engaged where there is no indication of discriminatory ill-treatment. The European Court of Human Rights, notably in the case of N v United Kingdom, has established the principle that Contracting Parties to the European Convention on Human Rights (ECHR) would breach their obligations under Article 3 ECHR by returning an individual to face inhuman or degrading conditions of existence. The threshold for establishing such a breach is set very high, requiring an individual to demonstrate exceptional circumstances. However, following the Court’s judgment in Sufi & Elmi v United Kingdom (which considered the interrelationship between armed conflict and the 2011 famine in Somalia) where it can be demonstrated that human agents (such as parties to a conflict) are the ‘predominate cause’ of a humanitarian crisis, a lower threshold for establishing an international protection obligation is applicable. Where such conditions are met, the requirement of exceptionality is replaced by a fact-specific assessment of an individual’s ability to cater for his most basic needs, such as food, hygiene and shelter, his vulnerability to ill-treatment and the prospect of his situation improving within a reasonable timeframe. Those facing serious harm in such a context must not be forcibly returned to their home countries.

Recent research by Lund University’s Department of Physical Geography and Ecosystem Science found an increasing imbalance between the availability of natural resources for use as food, fuel and feed, and the demand for those resources in 22 countries in the Sahel belt between 2000-2010 owing to growing demand by a population that increased by 31% in the period with no corresponding rise in production The ongoing conflict in Mali has contributed at different points in 2014 to pockets of food insecurity that are described as a level 4 “humanitarian emergency”, which is one step below “famine/humanitarian catastrophe” on the Integrated Food Security

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Phase Classification (IPC) scale used by international humanitarian organizations. Amongst the factors that would prevent most people from securing international protection in this connection at present are a) the fact that if the person has managed to travel to Europe then he is more likely than not to be amongst that segment of the population not at risk of being exposed to serious harm in relation to the prevalence of high levels of food insecurity in the country and b) the availability of an internal relocation alternative, for example to the capital city Bamako. In contrast, the IPC map for Somalia at the height of the 2011 famine shows approximately 2/3 of the country affected by a level 4 “humanitarian emergency” or level 5 “famine”, with the remainder of the country either at level 3 “acute food and livelihood crisis” or level 2 “borderline food insecure”.

Additionally, internal relocation in the Somali context at the time was fraught with the danger presented by conflict and lawlessness across much of the country, which is not the case in Mali or any other country in the Sahel region of West Africa

Additionally, internal relocation in the Somali context at the time was fraught with the danger presented by conflict and lawlessness across

much of the country, which is not the case in Mali or any other country in the Sahel region of West Africa. The availability of international humanitarian assistance is another significant factor reducing the number of people who could potentially engage host state protection obligations in the Sahel context. Indeed, the role of the parties to the conflict in interfering with the delivery of such assistance weighed heavily in the Court’s assessment in Sufi & Elmi. Although chronically under-funded, there are only relatively small pockets in Mali where conflict interferes with the distribution of humanitarian assistance. However, the plausibility of severe drought and other environmental pressures, resource scarcity, food price increase and armed conflict affecting substantial parts of a country suggests that scenarios similar to those found to engage host state obligations in Sufi & Elmi may well emerge in countries of the Sahel. Equally, where small countries like the Gambia face food insecurity across the entire territory, questions about international protection obligations being engaged by those nationals able to r each Eur ope become pr es s ing. Whether such conditions alter existing migration patterns in the way anticipated by UNCCD remains to be seen. What is more foreseeable is that a Fortress Europe that invests heavily in keeping even more conventional refugees at bay is highly unlikely to welcome potential climate change forced migrants from the Sahel.

The Dark Side of Italian Tomato Che legame c’è tra i pomodori italiani esportati in Africa e gli sbarchi di migranti africani in Sicilia? E in che modo i sussidi europei costringono gli agricoltori in Ghana ad abbandonare la loro terra e ad attraversare il deserto e il mare per venire da noi? «L’Italia è il terzo produttore mondiale di pomodori. Ogni anno migliaia di tonnellate di pomodori sono raccolte da migranti africani. I principali mercati per i pomodori italiani: Europa e Africa. In Ghana la produzione di pomodori era una vera e propria miniera d’oro. Ma i produttori locali non possono più competere con i prodotti importati. Le importazioni sono aumentate da 3300 tonnellate del 1998 a 24.740 tonnellate del 2003. Un aumento del 650%. In questo contesto alcuni contadini hanno deciso di abbandonare le terre, attraversare il deserto e il mare e venire in Europa. Il web-documentario The Dark Side of the Italian Tomato getta luce sulla connessione tra l’esportazione dei pomodori dall’Italia all’Africa e l’arrivo di migranti in Europa, vittime di una concorrenza sleale. L’inchiesta, tradotta in italiano per Internazionale, è di Mathilde Auvillain e Stefano Liberti ed è stata pubblicata in inglese su Al Jazeera e in francese su Radio France Internazionale. (http://archivio.internazionale.it/webdoc/tomato/)


Nascoste nelle pieghe della storia Donne migranti tra passato e presente. Il caso italiano* di Maria Rosaria Stabili e Maddalena Tirabassi

Maria Rosaria Stabili

Un filo rosso percorre i saggi di questo numero ed è quello delle ombre che si addensano sulle donne emigrate sia nelle storie di vita, come ci viene ricordato esplicitamente dai titoli di alcuni contributi, sia nelle introduzioni dei vari testi. Continua dunque a essere rilevante chiedersi perché le donne migranti sono ancora nascoste

nelle pieghe della storia. In Italia le migrazioni, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, hanno registrato ricchi e importanti contributi storiografici e le donne migranti sono state oggetto di centinaia di studi ma, come la storia delle migrazioni italiane non è ancora riuscita a entrare pienamente nel canone ufficiale della storiografia nazionale, così la storia delle donne migranti non è stata incorporata in quella delle migrazioni. Ci troviamo di nuovo di fronte a una doppia esclusione legata a gender and ethnicity: le donne migranti sono una minoranza all’interno degli studi migratori che a loro volta costituiscono i parenti poveri della storia d’Italia. E se proprio vogliamo provare a tracciare un bilancio dello stato dell’arte, occorre anche denunciare la mancanza di dialogo interdisciplinare e intergenerazionale tra chi si occupa di storia delle donne e chi delle migrazioni. In entrambi i casi non si è quasi mai riusciti a inglobare l’importante produzione di ricerca che si è sviluppata negli ultimi trenta anni in Italia. La globalizzazione, con i suoi imponenti spostamenti di popolazione, non soltanto rende ancora più ricca e variegata l’agenda dei temi e dei problemi su cui riflettere ma chiede di rivisitare il passato con nuove domande e nuove sensibilità. In Italia il grande flusso migratorio in entrata, alimentando importanti trasformazioni economiche, sociali e culturali, impone di ampliare lo sguardo e di ridefinire paradigmi dati per scontati. Giusto per fare un esempio, all’interno di una ricchissima letteratura, le esperienze femminili di dislocazione e le trasformazioni nelle relazioni di genere che essa produce non appaiono sufficientemente esplorate e soprattutto non producono un ripensamento di concetti e categorie analitiche. Alle variabili che generalmente vengono considerate quando si parla di emigrazione - fattori di espulsione, dinamiche di integrazione nel paese d’ac-

coglienza - andrebbero aggiunte l’esperienza stessa della dislocazione, delle dinamiche della memoria, della ridefinizione delle identità e delle dimensioni relazionali all’interno di un orizzonte temporale ampio che permetta meglio di cogliere continuità e novità. Siamo particolarmente Maddalena Tirabassi liete di poter constatare che iniziative realizzate in altre sedi si siano mosse con le nostre stesse inquietudini e che il call for papers, per questo numero di «Genesis», che limitava il campo dell’indagine al fenomeno migratorio da e per Italia, abbia riscosso un grande successo. Le cinquantadue proposte di saggio pervenute - quarantaquattro da parte di giovani studiose e studiosi, alcuni dei quali ancora dottorandi - coprivano l’ampia gamma di temi e problemi indicati. È interessante notare che delle trentadue proposte riferite ai processi emigratori, ben venti vertevano sull’arco temporale dal secondo dopoguerra ad oggi e, tra questi, cinque proponevano uno studio sulla “nuova emigrazione”, cioè su quella altamente qualificata. Uno schiacciamento temporale, quindi, del tema. Le venti proposte dedicate all’immigrazione evidenziavano sia la problematicità del fenomeno, sia il grande interesse per la comprensione dei bisogni materiali e affettivi di chi è considerato “altro”. E su questi temi, ovviamente, le proposte degli storici sono state molto esigue mentre quelle provenienti da studiosi di altri settori disciplinari molto più numerose. Infine la presenza di otto proponenti di genere maschile aiuta a ben sperare che la prospettiva di genere, anche se faticosamente, si fa strada e non è appannaggio soltanto delle donne come studiosi, anche di peso, sostengono. La selezione degli abstracts e poi dei saggi, avvenuta per approssimazioni successive, è risultata davvero ardua e un ringraziamento sentito va ai referee per il loro minuzioso lavoro di valutazione. I saggi che qui presentiamo si focalizzano su aree geografiche e tematiche emergenti nel campo della storia migratoria tralasciando per una volta il campo della grande migrazione che è stato per anni il primo oggetto della ricerca sulle migrazioni italiane. Le migrazioni delle donne, dall’ancien régime alle mobilità contemporanee, così come qui sono ricostruite, fanno

* Il testo qui pubblicato è la presentazione del n. XIII/1, 2014 di Genesis, la rivista della Società italiana delle storiche. Si ringraziano le autrici e la casa editrice Viella per la gentile concessione e si rimanda a Genesis per la versione completa, corredata dell’apparato di note.

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emergere il protagonismo femminile nelle diverse fasi storiche e mostrano tutte le potenzialità di un’analisi di genere per lo studio delle migrazioni. La periodizzazione della storia migratoria italiana è mutata a partire dalla considerazione che le cesure, gli

In Italia le migrazioni, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, hanno registrato ricchi e importanti contributi storiografici e le donne migranti sono state oggetto di centinaia di studi ma, come la storia delle migrazioni italiane non è ancora riuscita a entrare pienamente nel canone ufficiale della storiografia nazionale, così la storia delle donne migranti non è stata incorporata in quella delle migrazioni

aspetti di continuità e le innovazioni nei confronti della mobilità della popolazione sono il risultato di processi solo in parte e non sempre direttamente riconducibili alle storie politiche nazionali. Adottando diverse scansioni temporali, la ricerca ha recentemente spostato l’attenzione sulle migrazioni preunitarie, concentrandosi in particolare sull’epoca moderna, segnata da fenomeni di disgregazione sociale ed economica delle campagne italiane e di espansione del pauperismo rurale, antesignani della grande emigrazione. Un campo di analisi relativamente nuovo per quello che riguarda la ricerca sulle migrazioni, ma un terreno battuto dagli Women Studies italiani che qui si congiungono felicemente. Il panorama dei modelli migratori femminili si arricchisce, infatti, grazie al saggio di Eleonora Canepari che analizza le multidentità durante l’ancien régime e studia il caso delle donne emigrate sole a Roma utilizzando una fonte inedita, i documenti dell’Ospizio apostolico di San Michele, tra il 1673 e il 1701. Spostando l’attenzione dalle donne delle classi nobili e borghesi alle donne comuni, illustra l’esistenza, in epoca preindustriale, di legami transnazionali, che l’autrice ben definisce come un “doppio orizzonte”, in cui si muovevano le emigrate e che si manifesta attraverso i contatti intrattenuti con le località di partenza attraverso il mantenimento delle proprietà nei luoghi d’origine. L’analisi di Canepari sembra invitare a ribaltare lo stereotipo di una lettura borghese e contemporanea delle multidentità e dei legami familiari, che vede le donne migranti vivere in due realtà solo attraverso i sentimenti e la nostalgia per il luogo d’origine, mostrando invece i legami materiali che le legavano al paese natio. Nel suo saggio viene anche ribaltata la gerarchia dei legami familiari -fratelli e sorelle talvolta vengono prima dei figli e dei mariti - testimoniata attraverso i testamenti e la corrispondenza epistolare. Lo spirito di iniziativa e le capacità imprenditoriali delle donne nell’ancien régime sono riprese anche da

Beatrice Zucca che ripercorre, con il caso della Torino preindustriale, le traiettorie migratorie attraverso una lettura che intreccia lo stato giuridico delle donne e le loro capacità professionali, esaminando le reti sociali costruite dalle migranti. La valorizzazione del lavoro e delle proprietà delle donne nei contesti di migrazione permette di arricchire e articolare il significato del progetto migratorio, che non appare più come “maschile” ma come un “progetto di coppia”, in cui le donne hanno un ruolo attivo in quanto proprietarie e lavoratrici. Gli anni della grande emigrazione sono senza dubbio i più studiati, anche in chiave di genere, dalla storiografia sulle migrazioni italiane, ma ciò non è vero per tutti i paesi di insediamento. Maria Izilda Matos e Andrea Borrelli parlano non a caso di ombre nella storiografia delle donne immigrate in Brasile e dedicano il loro saggio alla ricostruzione delle attività svolte dalle immigrate analizzando il caso di San Paolo attraverso l’incrocio di fonti pubbliche e private. Anche in questo saggio emerge, nel quadro di una strategia d’inserimento familiare nella società di accoglienza, tessuta quotidianamente, il protagonismo e l’inventiva femminile La storiografia ha mostrato che, per le donne, non esiste un legame diretto tra emigrazione ed emancipazione e che il variegato fenomeno migratorio e i suoi esiti sono profondamente dipendenti dai contesti geografici di partenza e di insediamento, da epoche, generazioni

Alle variabili che generalmente vengono considerate quando si parla di emigrazione - fattori di espulsione, dinamiche di integrazione nel paese d’accoglienza - andrebbero aggiunte l’esperienza stessa della dislocazione, delle dinamiche della memoria, della ridefinizione delle identità e delle dimensioni relazionali all’interno di un orizzonte temporale ampio che permetta meglio di cogliere continuità e novità

di emigrazione, classi di appartenenza, per citare solo alcuni dei fattori che hanno determinato il ruolo della donna nella società. Se la partecipazione politica è stata spesso esplorata ricostruendo alcune importanti biografie, poco si sa della base. Emanuela Miniati, studiando le italiane in Francia, riesce a ben delineare il labile confine tra emigrazione ed emigrazione politica attraverso il fuoriuscitismo, (ma varrebbe lo stesso per la sfera religiosa), sottolineando che si trattava in entrambi i casi di un progetto privato. L’adesione al movimento antifascista nel caso delle donne costituisce più una scelta di vita che politica, destinata a cambiare costumi e gerarchie di valori, anche grazie all’influenza della moderna società francese e che porterà a un impegno nella Resistenza e a un ritorno in Italia. La storia delle migrazioni italiane nel secondo dopo-


guerra ha avuto negli anni 2000 l’attenzione di giovani storici che hanno iniziato anche a dedicare una certa attenzione al genere con i lavori di Roberto Sala, Toni Ricciardi, Michele Colucci, Sandro Rinauro per citarne alcuni, ma si tratta di un campo che offre ancora molti spazi di indagine. Paolo Barcella, analizzando il caso svizzero attraverso la documentazione prodotta all’interno delle istituzioni scolastiche durante gli anni Sessanta e Settanta - i temi scritti dalle alunne italiane conservati negli Istituti italiani all’estero - mostra come l’emigrazione cambi la percezione di sé, del paese di origine e di quello di accoglienza, i sentimenti, i vissuti, i sistemi di rappresentazione, il tempo libero e i consumi e illustra i meccanismi di esclusione/inclusione che essa produce. Le migrazioni della globalizzazione registrano il continuo aumento dell’emigrazione di donne sole e hanno definitivamente ribaltato la ratio maschi femmine all’interno delle mobilità. Se nel passato la disattenzione nei confronti delle migrazioni femminili poteva essere ascritta alla loro inferiorità numerica, oggi, sia per le nuove mobilità italiane che per quelle delle immigrate in Italia, si ha una sostanziale equità, perlomeno nei numeri. Ancora oggi si può parlare di invisibilità per le immigrate spesso escluse dal mercato del lavoro ufficiale. Tale invisibilità è ben evocata sin dai titoli dei due saggi che trattano le immigrazioni in Italia: Il volto nascosto e Passaggi in ombra. Nel caso delle badanti di Antonello Scialdone, che analizza le catene

globali della cura, si ritrova il lavoro in nero. La riproposizione dei modelli patriarcali all’interno delle famiglie immigrate viene approfondito da Francesco Della Puppa che analizza i ricongiungimenti familiari delle donne bangladesi nel Nordest, il più delle volte in seguito a un matrimonio combinato, la violenza simbolica e il dominio maschile esercitati dagli uomini ricongiungenti e le forme di resistenza delle donne. In entrambi i saggi la complessità delle dinamiche è ben descritta e lascia intravvedere i molti nodi ancora da approfondire. Alcune delle ombre si sono dissipate per le nuove migranti italiane, almeno secondo recenti ricerche: oggi partono dal nostro paese, quasi sempre da sole, donne istruite, intraprendenti, coraggiose. Il profilo è confermato dal saggio di Grazia Prontera che ha studiato l’associazionismo italiano a Monaco di Baviera dagli anni Settanta ai giorni nostri. Lontano dalle forme di revanscismo e passatismo che spesso hanno caratterizzato, nel passato, la maggioranza delle associazioni italiane nel mondo, Prontera mostra come queste donne abbiano saputo organizzare poli culturali divenuti essenziali per la vita non solo della comunità italiana, ma anche della città tedesca. Ci auguriamo che questo numero di «Genesis» possa aiutare a colmare almeno alcuni dei vuoti nel dialogo interdisciplinare e intergenerazionale già menzionati e che, pur non esaurendo l’agenda dei temi e problemi che vanno esplorati, indichi alcuni percorsi da seguire.

Genesis. Rivista della Società italiana delle storiche Anno XIII / n.1/2014 - Il sommario Il tema: Donne migranti tra passato e presente. Il caso italiano, a cura di Maria Rosaria Stabili e Maddalena Tirabassi Introduzione Eleonora Canepari, «In my home town I have...». Migrant women and multi-local ties (Rome, 17th-18th centuries) Beatrice Zucca Micheletto, Progetti migratori. Lavoro e proprietà delle donne nelle migrazioni familiari (Torino, XVIII secolo) Maria Izilda S. Matos, Andrea Borelli, Luces y sombras: mujeres inmigrantes italianas. São Paulo 1890 -1940 Emanuela Miniati, Migranti antifasciste in Francia. Famiglia e soggettività tra cambiamento e continuità Paolo Barcella, Giovani donne a scuola nel Canton Zurigo Francesco Della Puppa, Il volto nascosto del ricongiungimento familiare: voci, vissuti e aspirazioni di donne e uomini bangladesi in Italia Antonello Scialdone, Passaggi in ombra. Lavoratrici straniere della sfera domestica e catene globali della cura Grazia Prontera, Percorsi femminili nell’associazionismo italiano di Monaco di Baviera dagli anni ’70 ad oggi Lecture Monica Pacini, Franca Pieroni Bortolotti: alla ricerca delle origini Interventi Donatella Lanzarotta, La vergine di Mahmoudiya: storia ragionata di uno stupro di guerra Recensioni Roberta Fossati, Disvalori come valori: il lato oscuro della guerra nella Repubblica di Salò Stefania Bernini, Alla ricerca della modernità: modelli, contesti e soggettività tra Occidente e Oriente Adriana Valerio, Scritture di donne: esperienze inquiete di ricerca religiosa Resoconti Monica Di Barbora, Per una didattica della storia “mista” seminario a cura del Gruppo di lavoro sulla didattica della Società italiana delle storiche (Sesto San Giovanni, 29 ottobre 2013) Michelle Zancarini-Fournel, Les mouvements socio-politiques en France contre la “théorie du genre”. Fondements, effets et ripostes Le pagine della SIS, a cura di Rosanna De Longis Summaries Le autrici e gli autori (www.viella.it/rivista/883)

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L’accoglienza dei rifugiati I dati e i luoghi comuni di Maurizio Ambrosini

Desidero in questo articolo offrire qualche elemento di chiarezza sulla questione dell’accoglienza dei rifugiati. In sintesi, se è vero che il nostro paese si è meritoriamente impegnato in un’operazione di soccorso in mare senza precedenti, non è vero invece che debba s oppor tar e Maurizio Ambrosini un’eccezionale carico di persone in cerca di asilo. Ho sviluppato più ampiamente questo ragionamento in un recente volume (Ambrosini, 2014).

I rifugiati nel mondo Secondo i dati forniti dall’UNHCR, l’agenzia dell’Onu preposta alla protezione dei rifugiati, nel 2013 i migranti forzati nel mondo hanno raggiunto la cifra di 51,2 milioni, 6 milioni in più del 2012 e 9,2 in più del 2011 (UNHCR, 2014a, 2013). È il dato più alto da quando sono disponibili rilevazioni statistiche sistematiche sul problema. Di essi, 33,3 milioni rientrano nella categoria degli sfollati all’interno dei confini nazionali, 16,7 milioni sono rifugiati internazionali, 1,2 milioni richiedenti asilo. Oltre 32.200 persone al giorno sono state costrette a lasciare le loro case in cerca di scampo. L’opinione diffusa è che i rifugiati siano massicciamente diretti verso i paesi del Nord del mondo, generando una sorta di sindrome dell’invasione (Schuster, 2009). Nella realtà, la questione dei migranti forzati riguarda soprattutto i paesi in via di sviluppo: non solo provengono da lì i richiedenti asilo, ma sono accolti per l’86% in paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Una dozzina di anni fa erano il 70%, quindi il problema si è aggravato nel corso del tempo. Per di più, quasi la metà dei rifugiati tutelati dall’UNHCR sono accolti in paesi con un reddito pro-capite inferiore ai 500 dollari all’anno. Nei fatti dunque negli ultimi vent’anni i flussi di persone in cerca di asilo hanno rappresentato un drammatico sismografo delle crisi politiche interne e internazionali. Dei primi dieci paesi di origine dei rifugiati, otto stanno affrontando situazioni di guerra, conflitti interni, gravi violazioni dei diritti umani. Non c’è stato conflitto che non abbia provocato migrazioni forzate di popolazioni, al-

l’interno e all’esterno dei confini nazionali, con le conseguenze tristemente ricorrenti: fughe precipitose in cerca di scampo, domanda di aiuti urgenti, pratiche di sciacallaggio, allestimento di precari campi profughi, emergenze alimentari e sanitarie, insediamenti provvisori che si prolungano sine die (Ambrosini e Marchetti, 2008). Nel 2013, accanto a paesi già tristemente da anni in cima alla classifica delle migrazioni forzate, come l’Afghanistan, la Somalia, il Sudan, il Congo, è salito in modo drammatico il dato relativo alla Siria, oggi secondo paese al mondo per numero di persone in fuga, quasi 2,5 milioni. La crescita delle persone in fuga da Somalia (quasi 400.000 persone in più) ed Eritrea (dove si registra un aumento più contenuto, ma riscontrato per il quinto anno consecutivo) esercita a sua volta un impatto che interessa la regione mediterranea. Il miglioramento relativo della situazione irachena è purtroppo invece provvisorio, giacché l’offensiva

L’opinione diffusa è che i rifugiati siano massicciamente diretti verso i paesi del Nord del mondo, generando una sorta di sindrome dell’invasione. Nella realtà, la questione dei migranti forzati riguarda soprattutto i paesi in via di sviluppo: non solo provengono da lì i richiedenti asilo, ma sono accolti per l’86% in paesi del cosiddetto Terzo Mondo

dell’ISIS (giugno 2014) ha provocato nuove ingenti ondate di sfollati. Ancora più significativi sono forse però i dati relativi ai paesi verso cui i rifugiati si dirigono (Tab. 1). Con l’eccezione della Turchia e, con numeri molto più bassi degli Stati Uniti, sono tutti paesi esterni rispetto al Nord del mondo, spesso poveri o poverissimi, a volte teatro anch’essi di sanguinosi conflitti e di esodi di massa, altre volte sotto accusa per lo scarso rispetto dei diritti umani. Troviamo infatti al primo posto un paese a basso reddito come il Pakistan, seguito dall’Iran: entrambi accolgono grandi numeri di rifugiati del vicino Afghanistan. Nel 2013 i cambiamenti salienti riguardano il drammatico aumento delle persone accolte nei paesi più prossimi al tragico teatro di guerra siriano: Libano, Giordania, Turchia. Come si può arguire da queste cifre, quelle


che appaiono in Europa ondate di profughi non sono altro che piccole frange di una catastrofe umanitaria. Dopo questi tre paesi compare il Kenia, che accoglie soprattutto rifugiati della vicina Somalia.

Non c’è stato conflitto che non abbia provocato migrazioni forzate di popolazioni, all’interno e all’esterno dei confini nazionali, con le conseguenze tristemente ricorrenti: fughe precipitose in cerca di scampo, domanda di aiuti urgenti, pratiche di sciacallaggio, allestimento di precari campi profughi, emergenze alimentari e sanitarie

Questo paese vede l’insediamento del più grande campo di rifugiati del mondo, quello di Dadaab, che ha compiuto vent’anni nel 2012. Lì viene disposta l’accoglienza a più di mezzo milione di rifugiati e richiedenti asilo, tra cui 10.000 minori di terza generazione. Ciad ed Etiopia, nelle posizioni successive, rendono ragione delle conseguenze sulle popolazioni e sui paesi limitrofi, in questo caso tra quelli con redditi pro-capite più bassi del mondo, di conflitti africani che si trascinano ormai da decenni e periodicamente si inaspriscono. La Cina entra in classifica al nono posto, per ef-

bale come protagonisti dell’accoglienza umanitaria. Il fatto che il Sud del mondo si trovi in realtà sempre più in prima fila non solo come zona di origine dei flussi di rifugiati, ma anche come luogo in cui si concentrano gli arrivi, è confermato da un altro dato. Si riferisce a quello che potrebbe essere definito il “carico sociale” dei rifugiati, ossia il numero di persone accolte per ogni 1.000 abitanti (tab.2). Anche questa classifica è dominata dai paesi del Sud globale, talvolta poverissimi. Nel 2013 è salito al primo posto il Libano, seguito dalla Giordania, entrambi oggi alle prese con l’accoglienza dei profughi siriani dopo aver subito l’impatto di vari altri conflitti mediorientali. Una concentrazione così elevata di migranti forzati in un solo paese, come quella che deve affrontare il

Di particolare gravità è stato nel 2013 anche il fenomeno dei rifugiati interni: coloro che hanno dovuto lasciare le loro case per conflitti armati, violenza generalizzata e violazioni dei diritti umani, trovando asilo all’interno dei confini del proprio paese, generalmente in una regione più sicura

Libano, non si era mai verificata negli ultimi trent’anni: il dato si avvicina al 20% degli abitanti.

Tab. 1 - I principali paesi di accoglienza dei rifugiati (2012-2013) Paese di accoglienza

Pakistan Iran

Libano

Giordania Turchia Kenia Ciad

Etiopia Cina

Stati Uniti

Fonte: Unhcr, 2012; 2013

Numero rifugiati nel 2013

1.616.500 857.400 856.500 641.900 609.900 534.900 434.500 433.900 301.000 263.600

fetto dell’arrivo di rifugiati dal Vietnam. Soltanto al decimo posto compaiono gli Stati Uniti: una posizione marginale, che ribadisce la rilevanza della prossimità geografica alle aree di crisi come principale spiegazione dei flussi in ingresso, e insieme conferma il declino dei paesi del Nord glo-

Paese di accoglienza

Pakistan Iran

Germania Kenia Siria

Etiopia Ciad

Giordania Cina

Turchia

Numero rifugiati nel 2012 1.638.500 868.200 589.700 564.900 476.500 376.400 373.700 302.700 301.000 267.100

L’ultimo precedente è stato l’accoglienza di due milioni di rifugiati etiopi in Somalia negli anni Ottanta. In graduatoria seguono Ciad e Mauritania, anch’essi chiamati in causa dai conflitti dei paesi vicini. Gli unici paesi europei che compaiono tra i primi dieci sono Malta e Montenegro.

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Tab. 2 - Numero di rifugiati accolti per 1.000 abitanti, 2012-2013 Paese

Libano

Giordania Ciad

Mauritania Malta

Gibuti

Sud Sudan

Montenegro Liberia Kenia

Fonte: Unhcr, 2013

Rifugiati accolti per 1.000 abitanti (2013) 178 88 34

Paese

Rifugiati accolti per 1.000 abitanti (2012)

Ciad

33

Giordania Libano

24

Rep. dem. del Congo

23

Siria

23

Mauritania

20

Gibuti

14

Malta

12

Sud Sudan

12

Montenegro

In sintesi, se i rifugiati sono un fardello, non sono i paesi più sviluppati a sopportarne il maggior peso. Di particolare gravità è stato nel 2013 anche il fenomeno dei rifugiati interni: coloro che hanno dovuto lasciare le loro case per conflitti armati, violenza generalizzata e violazioni dei diritti umani, trovando asilo all’interno dei confini del proprio paese, generalmente in una regione più sicura. Alla fine del 2013, il loro numero era stimato in 33,3 milioni, il più alto mai registrato da quando si raccolgono statistiche sistematiche in materia. 23,9 milioni di essi sono stati assistiti dal-

Domande presentate 109.600 60.100 54.300 44.800 29.200 28.700 19.400 18.600 17.500

l’UNHCR, 6,3 milioni in più rispetto all’inizio dell’anno. Di nuovo, il caso siriano domina il panorama, con 6.521.000 persone coinvolte, davanti alla Colombia (5.368.000) e alla Repubblica Democratica del Congo (2.964.000).

32 24 23 23 22 20 20 18

I rifugiati in Europa La turbolenza dell’area mediterranea meridionale e orientale non è stata però priva di conseguenze per i paesi europei. Nel 2013 sono state infatti presentate, nei 38 paesi dell’Europa, 484.600 domande di asilo, con una crescita del 32% rispetto al 2012 (UNHCR, 2014b). Nell’Europa meridionale l’incremento sull’anno precedente ha raggiunto il 49%, con 89.600 domande. Se confrontiamo questi dati con quelli relativi allo scenario mondiale, ci accorgiamo però che si tratta in realtà di una modesta quota delle persone che cercano scampo abbandonando le proprie case. Questo è ancora più vero se si compara l’Europa me-

Tab. 3. Domande di asilo presentate in Europa. Anno 2013 Paese Germania Francia Svezia Turchia Regno Unito Italia Svizzera Ungheria Austria Fonte: UNHCR, 2014b

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Incremento sul 2012 + 45.040 + 5.030 + 10.380 + 18.340 + 1.210 + 10.480 - 6.510 + 16.420 + 90

ridionale con il resto del continente: arriva qui soltanto il 18,5% del totale delle domande di protezione internazionale presentate in Europa, e il paese della regione che ne ha ricevute il maggior numero è la Turchia, confinante con la Siria: 44.800, quasi la metà del totale regionale. L’Italia, con 28.700 istanze, ha conosciuto un in-


Tab. 4 - Accoglienza dei rifugiati in Europa. Anni 2011-2013 (stime) Paese

Turchia

Rifugiati accolti nel 2011 135.000

Germania

572.000

Francia

Regno Unito Italia

93.000

47.000

Belgio

Danimarca

87.000 75.000

Austria

22.000

Fonte: Unhcr, 2012; 2013; 2014a

90.000

218.000

58.000

Paesi Bassi

267.000

210.000 194.000

Svezia

Rifugiati accolti nel 2012

13.000

cremento notevole rispetto al 2012 (oltre 10.000 domande in più) ma rimane in una posizione di secondo piano nel panorama europeo dell’accoglienza, già di per sé tutt’altro che eccezionale: il nostro paese è sesto nel continente, ha ricevuto nel 2013 meno di un terzo delle richieste di asilo della Germania e in proporzione agli abitanti è molto meno coinvolto di Francia e Svezia (tab.3).

Guardando invece ai rifugiati ufficialmente accolti, la tendenza più evidente riguarda il crescente coinvolgimento della Turchia, che ha moltiplicato per 4,5 in tre anni il proprio impegno in termini di persone accolte (tab.4). Il caso tedesco è anomalo, a motivo del cambiamento dei criteri di conteggio: il fatto di aver attribuito la cittadinanza o altri status a molti stranieri ammessi come rifugiati nel corso degli anni ha prodotto l’effetto di ridimensionare il numero delle persone che ricevono protezione umanitaria. Va però tenuto conto anche

150.000 65.000 75.000 52.000 22.000 11.000

Rifugiati accolti nel 2013 610.000 188.000 232.000 126.000 114.000

78.000 75.000 56.000 26.000 13.000

di 135.000 casi attualmente ancora sotto esame. Così dopo la Turchia troviamo ora in seconda posizione la Francia, che ha lievemente aumentato il numero dei casi accettati e ne ha oltre 50.000 sotto esame. Al quarto posto, ma con un trend calante, compare il Regno Unito. Al quinto è rimarchevole l’impegno della Svezia, se rapportato al numero degli abitanti, con oltre 100.000 rifugiati accolti e circa 28.000 sotto esame. L’Italia presenta una andamento crescente, con un aumento di 20.000 casi in tre anni, e nel 2013 ha superato i Paesi Bassi: si tratta però di circa un terzo dei rifugiati accolti in Francia, di poco più del 40% di quelli registrati in Germania. Inoltre i casi sotto esame nel nostro paese sono 13.000, sensibilmente meno di quelli riferiti agli altri maggiori paesi europei. Quando si discute e si polemizza sul ruolo dell’Europa nel settore, bisognerebbe sempre partire da questi dati.

Le politiche migratorie sono salite di rango nell’agenda delle forze politiche, dei governi e dei parlamenti. Le politiche degli ingressi, l’immigrazione irregolare, l’accoglienza dei rifugiati, l’accesso alla cittadinanza, la riaffermazione dell’identità nazionale sono ovunque temi controversi. Nello stesso tempo, però, gli immigrati acquistano ogni giorno legittimazione, voce e diritti, mediante diverse forme di cittadinanza dal basso. La chiusura non è univoca: le politiche migratorie sono piuttosto un campo di battaglia, in cui alle tendenze ostili agli immigrati si oppongono attori e pratiche sociali che promuovono l’inclusione.

Maurizio Ambrosini, Non passa lo straniero? Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani, Assisi, Cittadella editrice, 2014

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Una volta sognai di essere una tartaruga gigante FRQVFKHOHWURG·DYRULR che trascinava bimbi e piccini e alghe e rifiuti e fiori e tutti si aggrappavano a me, sulla mia scorza dura. Ero una tartaruga che barcollava VRWWRLOSHVRGHOO·DPRUH molto lenta a capire e svelta a benedire.

Così, figli miei, XQDYROWDYLKDQQREXWWDWRQHOO·DFTXD e voi vi siete aggrappati al mio guscio e io vi ho portati in salvo perché questa testuggine marina è la terra che vi salva GDOODPRUWHGHOO¶DFTXD. (Alda Merini, Una volta sognai, 2008) Questa poesia fu cRPSRVWDLQRFFDVLRQHGHOO·LQDXJXUD]LRQHGHOOD3RUWDG·(XURSD, il monumento di Mimmo Palladino dedicato ai migranti che approdano a Lampedusa


La democrazia è un bene comune (collettivo) La clinica legale di Roma Tre per i diritti dei migranti di Enrica Rigo

In un saggio del 1903 dalla sua apertura, è diventato un punto di riferimenl’intellettuale afroameto per l’intero territorio cittadino, ricevendo oltre ricano William Edward 150 utenti l’anno. In altre parole, la Clinica Legale Burghardt Du Bois di Roma Tre ha fatto delle migrazioni un oggetto che nel 1909 sarà tra i della formazione giuridica, non solo insegnando il diritto dell’immigrazione, ma portando all’interno fondatori della National dell’università i soggetti nei quali i diritti sono inAssociation for the Advancement of Colored People (NAACP) scriveva che l’oggetto William Edward Burghardt Du Bois dell’alta formazione descriveva che l’oggetto dell’alta ve essere la stessa poformazione deve essere la stessa tenzialità umana: l’inEnrica Rigo potenzialità umana: l’intelligenza, la telligenza, la solidarietà, la conoscenza del mondo e delle relazioni che solidarietà, la conoscenza del mondo e l’uomo intrattiene con esso. Se invece eleviamo a delle relazioni che l’uomo intrattiene oggetto della formazione quelle che sono mere comcon esso. Se invece eleviamo a oggetto petenze tecniche, corriamo il rischio di confondere della formazione quelle che sono mere gli strumenti del vivere con l’oggetto della vita (Du competenze tecniche, corriamo il Bois, The Negro Problem, New York, 1903). Non vi è dubbio che, oggi, la comprensione del rapporto rischio di confondere gli strumenti del che l’uomo intrattiene con il mondo non può previvere con l’oggetto della vita scindere dalle migrazioni. Non un fenomeno sociale tra gli altri, bensì, come ha sottolineato il sociologo algerino Abdelmalek Sayad riprendendo un’esprescarnati. Si tratta di un risultato ottenuto grazie alla sione di Marcel Mauss, un «fatto sociale totale» che risposta appassionata degli studenti, che hanno satravolge l’intero corpo politico e sociale, i suoi sisteputo cogliere una sfida che va ben oltre quella di ofmi simbolici, le sue regole e la visione che di queste frire un servizio al territorio, poiché suggerisce un hanno i consociati. cambio di prospettiva sull’insegnamento del diritto. Per fare delle migrazioni un ogSono infatti gli stessi soggetti getto della formazione giuridica portatori di diritti a determinanon sembra dunque sufficiente re quali siano i temi di studio e fornire competenze tecniche ridi ricerca rilevanti, in un proferibili al Diritto dell’immigracesso di co-produzione della zione (di per sé transdisciplinaconoscenza e di messa in core), ma occorre muoversi verso mune del sapere giuridico. Da una riflessione che investe le questo punto di vista, la Clinitrasformazioni del diritto stesso ca di Roma Tre si propone al e il suo insegnamento. È in queterritorio come attore che consta direzione, certo ambiziosa, tribuisce alla produzione di un che si è strutturata la sperimenbene pubblico fondamentale, quale è la cultura giuridica, tazione della Clinica del diritto traghettandolo dalla ristretta dell’immigrazione e della cittacomunità dell’accademia e dedinanza avviata dal 2011 presso il Dipartimento di Giurisprugli addetti ai lavori a una più denza di Roma Tre. Accanto al ampia comunità sociale. corso, suddiviso in un modulo Fare delle migrazioni oggetto di diritto e in un modulo filosodella formazione giuridica sifico-giuridico, gli studenti gegnifica però riflettere anche sulle trasformazioni del diritto stiscono direttamente un servie sulle visioni che i consociati zio di orientamento ai diritti riproducono dell’ordine giuridivolto a migranti e richiedenti co. Molti autori hanno osserasilo che, a distanza di tre anni William Edward Burghardt Du Bois

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vato come, negli ultimi due decenni, il diritto dell’immigrazione abbia assunto un carattere speciale, nella misura in cui le sue regole derogano ai principi generali dell’ordinamento. La mostruosità giuridica - come è stata da più parti definita - della detenzione dei migranti in attesa di espulsione, la cui libertà

In questa direzione, certo ambiziosa, si è strutturata la sperimentazione della Clinica del diritto dell’immigrazione e della cittadinanza avviata dal 2011 presso il Dipartimento di Giurisprudenza di Roma Tre

personale è limitata sul presupposto di violazioni amministrative anziché penali, costituisce un esempio paradigmatico di questo carattere derogatorio. Parlare di un diritto speciale può tuttavia trarre in inganno, generando l’illusione che si tratti di un diritto rivolto solo a un gruppo circoscritto di soggetti, precisamente riconoscibili come gli altri. L’illusione sta nel fatto che la democrazia non è fruibile come

privilegio: si tratta di un bene collettivo il cui godimento non può essere circoscritto ad alcuni con l’e-

Sono gli stessi soggetti portatori di diritti a determinare quali siano i temi di studio e di ricerca rilevanti, in un processo di co-produzione della conoscenza e di messa in comune del sapere giuridico

sclusione di altri. Da questo punto di vista, le migrazioni hanno sicuramente travolto le regole di un ordine che non può più consolatoriamente pensarsi come democratico, dal momento che ha rinunciato all’aspirazione universalistica dell’uguale soggetto di diritti. Le cliniche legali si sono affacciate solo di recente sul panorama della formazione giuridica italiana. Raramente si rammenta che, negli Stati Uniti dove sono nate e si sono sviluppate, hanno spesso legato i loro destini alle battaglie per i diritti civili e hanno trovato impulso soprattutto nel movimento dei Critical Legal Studies, che per primo ha volto l’attenzione alle pratiche di conservatorismo dell’accademia (dalla didattica, all’accesso alla docenza, al mantenimento delle gerarchie professionali, all’elusione dei problemi di giustizia sociale). Troppo spesso si tende invece a confondere l’approccio

Gli studenti gestiscono direttamente un servizio di orientamento ai diritti rivolto a migranti e richiedenti asilo che, a distanza di tre anni dalla sua apertura, è diventato un punto di riferimento per l’intero territorio cittadino, ricevendo oltre 150 utenti l’anno

esperienziale all’apprendimento e l’interazione diretta degli studenti con la realtà giuridica e sociale - che pur caratterizzano le cliniche legali - con un intento professionalizzante. Come ricorda Du Bois, l’oggetto della formazione deve essere l’uomo e la sua interazione con il mondo, non il modo per guadagnarsi da vivere. A questo obiettivo non può che rispondere l’università: «un’invenzione umana per la trasmissione della conoscenza e della cultura da una generazione all’altra, attraverso l’esercizio delle menti e dei cuori, un compito per cui nessun altra invenzione è sufficiente».


Studi umanistici e società aperta Mediazioni culturali e nuova conoscenza di Raimondo Michetti

Gli studi umanistici, intesi come approccio conoscitivo e formativo alla realtà umana nel suo trasformarsi, prima ancora che come insieme di saperi collegati ed affini, sembrano essere arrivati a un punto di svolta della loro plurisecolare vita. Si avverte in parte nell’intera società occidentale ma in modo più accentuato in un Paese come il nostro che pure ha giocato un ruolo di primissimo piano per la loro invenzione e diffusione. L’ accelerazione dei cambiamenti è così tumultuosamente creativa che non sembrano solo ridefinirsi i caratteri della vita sociale, economica e culturale, come pure era accaduto in passato durante alcuni passaggi traumatici e innovatori della nostra civiltà ma talvolta davvero scompigliarsi quegli stessi parametri simbolici e persino biologici che hanno comunque sorretto le costruzioni di senso e le nostre stesse esistenze durante il secolo scorso. Certamente il contesto attuale rischia di agevolare una percezione di decadenza piuttosto che il gusto di una nuova sfida epocale, intrappolando chiunque si ponga la questione del loro prestigio e della loro utilità ora dentro un fortino assediato, a salvaguardia delle fondamenta irrinunciabili della cultura occidentale, ora dentro le melmose paludi della rassegnazione consapevole, in cui inesorabilmente affonderebbe una vetusta tradizione e s’insabbiano quei parametri sui quali si è costruita la propria interpretazione dell’esistenza: priva di un impatto verificabile sulla vita sociale. La propria esperienza conoscitiva perde a questo punto ogni carattere culturale per ridimensionarsi dentro i confini di un’avventura individuale. A che serve una poesia quando un’intera società balbetta e balla al ritmo frenetico del twitter? Durante il XX secolo, quando la questione della diseguaglianza sociale si è intrecciata in modo inequivocabile con quella dell’egemonia politica per il controllo del territorio e delle sue risorse su scala mondiale, suscitando immani tragedie ma anche cambiamenti radicali, e per la prima volta si è posta nella storia in modo così drastico la questione dell’alternativa, e non dell’alternanza, tra la pace e la guerra, la letteratura, le arti figurative o la musica hanno interpretato, prima ancora che descritto, le speranze e le angosce di un’umanità in cammino; la riflessione storica, quella giuridica e quella filosofica hanno progettato attivamente, prima ancora che formulato teoricamente, gli orizzonti e i bisogni delle nuove masse protagoniste nella storia. Anche nel mutare graduale della nostra visione del cosmo fisico, do-

po Darwin e nel secolo firmato da Einstein, mentre acquisivamo una conoscenza del tutto diversa del tempo e dello spazio e si affacciava la consapevolezza che la nostra specie era inserita dentro una storia biologica del pianeta che andava compresa nella sua complessità, la storia del pensiero e le avanguardie artistiche e letterarie interagivano con questi mutamenti. L’uomo perdeva la sua centralità, s’incrinavano i paradigmi tradizionali delle religioni, si cominciavano a disegnare nuove topografie dell’esistenza ma i primi effetti di spaesamento esistenziale e collettivo (solo in parte compensati dalle ideologie forti novecentesche) erano sostenuti da nuovi linguaggi che appartengono pienamente

Durante il XX secolo, quando la questione della diseguaglianza sociale si è intrecciata in modo inequivocabile con quella dell’egemonia politica per il controllo del territorio e delle sue risorse su scala mondiale, la letteratura, le arti figurative o la musica hanno interpretato le speranze e le angosce di un’umanità in cammino alla dimensione umanistica e che si affiancavano a quelli tradizionali nel riflettere sulle trasformazioni della vita sociale e, ancor più, sul senso della condizione umana. Si pensi, alla capacità interpretativa e per certi versi predittiva dell’arte contemporanea e alla nuova potenza di quelle arti performative che, come il cinema, hanno influenzato non solo le élites intellettuali ma la rappresentazione del mondo di intere società. Peraltro, seppure una distinzione tra sistemi di scienze simili può pure avere una sua utilità di comodo e nonostante si sia affermata intorno alla metà del XX secolo negli ordinamenti accademici e formativi una dicotomia tra scienze umane e scienze naturali che permea profondamente la mentalità comune, i suoi limiti sono del tutto evidenti. Dove collocare poi l’architettura, punto di equilibrio e di sintesi di tanti saperi, l’interpretazione geografica del cosmo, le stesse scienze archeologiche, sempre più debitrici verso le più sofisticate tecnologie. Per non parlare delle scienze sociali, degli studi economici e giuridici, così intrinsecamente affini a quelli umanistici. Anche nel penultimo scorcio di secolo, tra la fine de-

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gli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta, quando si sono affacciati nuovi protagonisti nello scenario sociale occidentale mai presenti in modo così determinante, le donne e i giovani innanzitutto, sottoponendo a radicale critica le strutture dei poteri tradizionali, mettendo sotto esame gli assetti e i ruoli sociali, denunciando le derive autoritarie di alcuni equilibri internazionali, si è assistito a una circolarità tra elaborazione culturale movimenti sociali e tentativi di mutamento politico raramente così intensa come in quel breve ed intenso periodo. Sono in questo caso la musica e la canzone d’autore, oltre al cinema, le forme artistiche più rappresentative, capaci di coinvolgere e permeare strati sociali anche molto differenti, dentro un movimento di idee, di attori culturali e sociali che collegava scrittori, filosofi storici, uomini di diritto, cineasti e economisti quasi in un solo respiro. È vero che dentro una storia peculiare e per certi versi incomparabile come quella italiana si siano verificati effetti devastanti e regressivi. L’incapacità delle classi politiche del Paese di ampliare e contenere nello scenario democratico le spinte di rinnovamento prima che degenerassero (ancora nella prima metà degli anni Settanta) e l’irrigidirsi di alcuni di quei movimenti in forme e contenuti di lotta politica contrassegnati dall’isolamento e dall’interruzione violenta della comunicazione sociale, strozzarono quel bisogno di trasformazione nella morsa implacabile della repressione e del terrorismo. Solo una visione provinciale, tuttavia, sottovaluterebbe per questo un impatto culturale, più che politico, assai più ampio che attraversò come una scossa le società europee e americane producendo effetti tutt’ora riscontrabili nel nostro vissuto quotidiano. Anche per quella stagione sarebbe del tutto fuorviante qualunque distinzione tra scienze naturali e umane, innanzitutto perché la riflessione sul potere distruttivo del nucleare militare, che aveva posto nel dopoguerra in termini mai così espliciti la questione della non neutralità della scienza, trovando la sponda di scrittori, scienziati e filosofi, inve-

stiva anche le relazioni tra scienze e democrazia per l’intera gamma dei saperi. Ne derivava troppo spesso una sovrapposizione decisamente riduttiva e semplicistica tra gli statuti e le elaborazioni teoriche delle comunità scientifiche e i potenziali effetti tecnologici della ricerca sulla vita delle collettività organizzate, ma certamente la relazione tra democrazia, società e sapere acquisiva una consa-

I migranti che popolano le nostre città sono sempre più profughi politici che migranti sociali. Sono i testimoni vivi e i corpi sofferenti all’interno del nostro spazio urbano dei grandiosi sommovimenti della storia mondiale. D’altro canto proprio questi stessi processi sono alla base delle insicurezze e delle inquietudini delle società europee: le spinte globalizzanti provocano, per contraccolpo, risposte identitarie escludenti

pevolezza nuova. Nasceva in quel periodo magistratura democratica, psichiatria democratica, medicina democratica, persino geografia democratica, nel tentativo di ridisegnare le stesse professionalità. Alla metà degli anni Ottanta quando la nuova cultura ambientalista pose al centro, oltre alla benemerita salvaguardia della natura animale e vegetale e del patrimonio culturale e paesaggistico, l’impatto dell’azione dell’uomo sul pianeta da lui abitato, ponendo la questione dei limiti biofisici della Terra, interrogando i mutamenti climatici, proponendo uno sviluppo sostenibile che tenesse conto tanto della limitatezza delle risorse energetiche quanto dell’impatto demografico, le categorie interpretative consuete cominciavano a mostrare i loro limiti. Nulla più delle nuvole gravide di acqua radioattiva che sorvolavano i nostri cieli non più sereni dopo la catastrofe


di Cernobyl, ha rappresentato in modo così pregnante il superamento dello stato-nazione e l’avvio di una nuova era globale. Neppure la distinzione tra paesi ad alto sviluppo capitalistico e paesi del terzo e quarto mondo poteva essere più contenuta dentro gli schemi interpretativi marxisti tradizionali o dentro l’epopea, per certi versi di origine ottocentesca, dell’autodeterminazione dei popoli; ponendo un dilemma, quello di scegliere tra il paradigma dello sviluppo illimitato e la cultura del limite, tuttora attuale per i paesi ora emergenti. In quegli anni la proposta di una nuova alleanza tra saperi umanistici e naturali (basti per tutti il nome di Prigogine), la consapevolezza di un cambio di marcia da ingranare se si voleva far dialogare i tempi storici con quelli biologici portò sociologi, fisici, scrittori, economisti, giuristi, genetisti, filosofi e storici a ragionare sulle relazioni sistemiche della realtà, suggerendo una cultura della complessità che andrebbe ripresa da chiunque volesse riflettere sui cambiamenti ora in corso. In fondo, se volessimo sintetizzare quale sia stato il contributo degli studi umanistici nel corso del XX secolo, in totale corrispondenza con le questioni epocali, la risposta potrebbe risultare banale tanto è semplice: aiutare le donne e gli uomini a vivere con consapevolezza e pienezza la propria vita e il proprio tempo: allenando il ragionare critico, coltivando le capacità immaginative, offrendo un linguaggio al sentimento della condizione umana che non fosse contrapposto all’esercizio razionale. Quando osserviamo la Pietà michelangiolesca o leggiamo un romanzo di Balzac noi non siamo più soli di fronte all’imprevedibile a affascinante mistero dell’esistenza. Cosa si potrebbe chiedere di altrettanto prezioso ed utile? Eppure i cambiamenti in corso nell’ultimo ventennio della nostra storia ci consegnano questa percezione di inutilità e disinteresse verso gli studi umanistici, e per certi versi verso la cultura tutta, che sarebbe un errore spiegare solamente come una conseguenza inevitabile di una pur significativa crisi economica. Non vi è la pretesa di illustrare in questa sede i cambiamenti in corso né di stanare quali siano – perché davvero esistono – “gli avversari” degli studi umanistici e più in generale della centralità della cultura, quelli che la vorrebbero solo come ornamento gradevole nelle conversazioni da salotto. Tuttavia proprio un approccio sistemico può aiutare a comprendere alcuni effetti epocali delle metamorfosi sotto i nostri occhi, verificando nella vita di tutti i giorni la loro necessità imprescindibile. Se vi è un laboratorio a cielo aperto in cui è possibile verificare almeno alcuni di questi processi dentro il nostro vivere quotidiano queste sono proprio le nostre città mentre è in corso di definizione una diversa concezione della cittadinanza in presenza degli attuali flussi migratori. L’immigrazione non come un argomento tra gli altri ma co-

me un eccezionale evidenziatore di mutamenti assai profondi che si avvertono nelle metropoli, più che altrove, perché il modificarsi delle relazioni economiche e delle condizioni di vita, l’incontro o lo scontro tra sistemi di valori e universi mentali, la necessità di nuove normative giuridiche insistono contemporaneamente dentro uno stesso spazio urbano condiviso, anziché corrispondere a distinti ordinamenti territoriali contraddistinti da uno stesso sistema istituzionale, culturale, religioso. Alle spalle dei migranti che chiedono un diritto di sopravvivenza nei Paesi occidentali si intravedono gli effetti della globalizzazione economica, la

La questione religiosa che nell’occidente aveva trovato nella distinzione tra religioso e politico la sua chiave di svolta, si pone con caratteristiche nuove. Non è più sufficiente neppure la distinzione tra la sfera del privato, dove dovrebbero albergare i vissuti religiosi, e quella pubblica della convivenza civile e laica, secondo il modello francese, perché le religioni tendono a chiedere, a torto o a ragione, visibilità e vivibilità anche nello spazio pubblico guerra mondiale strisciante per il controllo delle risorse energetiche tradizionali del pianeta, il mondo che si è affacciato dopo l’equilibrio bipolare della seconda meta del Novecento, sorretto dalla reciproca minaccia nucleare e che, dopo un primo momento di egemonia della potenza americana tenta un’organizzazione policentrica ma stenta a trovare i dispositivi adatti per realizzarla in modo pacifico. Le guerre tradizionali che i paesi occidentali hanno condotto nell’ultimo ventennio, seppure sotto il vessillo dei diritti umani, hanno contribuito allo smottamento delle società tradizionali e autoritarie di buona parte del mondo arabo, comunque già scosso al suo interno da lotte per la supremazia mai sopite, gettando benzina sulle interpretazioni fondamentaliste e aggressive della religione islamica. I migranti che popolano le nostre città sono sempre più profughi politici che migranti sociali. Sono i testimoni vivi e i corpi sofferenti all’interno del nostro spazio urbano di questi grandiosi sommovimenti della storia mondiale. D’altro canto proprio questi stessi processi sono alla base delle insicurezze e delle inquietudini delle società europee: le spinte globalizzanti provocano, per contraccolpo, risposte identitarie escludenti: l’urlo delle periferie delle grandi metropoli è solo un evidenziatore di un discorso più importante. La

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concezione della laicità che è stata elaborata in secoli di riflessione occidentale mostra i suoi limiti di fronte al nuovo protagonismo di civiltà che sono vissute con parametri culturali totalmente diversi e che, tuttavia, si affacciano ora da protagoniste sullo scenario mondiale. La questione religiosa che nell’occidente aveva trovato nella distinzione tra religioso e politico la sua chiave di svolta, si pone con caratteristiche nuove che devono trovare soluzioni nuove. Non è più sufficiente neppure la distinzione tra la sfera del privato, dove dovrebbero albergare i vissuti religiosi, e quella pubblica della convivenza civile e laica, secondo il modello francese, perché le religioni tendono a chiedere, a torto o a ragione, visibilità e vivibilità anche nello spazio pubblico. Sarebbe, tuttavia un errore anche giocare a “noi e loro” come se i processi globali non intervenissero nella vita di tutti noi abitanti dello stesso spazio urbano, a prescindere dalle nostre origini di sangue. La nuova modernità non si presenta come l’urto tra la pressione del tempo accelerato dell’inventività tecnologica sui nostri modi di vita e la necessità di un tempo lento dell’elaborazione che viene sacrificato; ma presuppone la compresenza sovrapposta di piani e livelli di vita non facilmente coincidenti, di una pluralità di rallentamenti e velocizzazioni, bruschi cambi di marcia, che sono il pane quotidiano delle nostre esistenze individuali e collettive. Siamo la civiltà dello stress. Mentre i nostri ragazzi frequentano le comunità virtuali e allenano le loro capacità mentali in palestre assai diverse da quelle delle generazioni precedenti, anche i ragazzi del Bangladesh - quelli stessi che partono dall’Italia per tornare al loro paese a sposare una donna che non hanno scelto e che poi ritornano in Italia a lavorare, per sostenere economicamente la loro nuova famiglia - viaggiano su internet, stampano e leggono in tempo reale ogni giorno e in lingua araba le notizie del loro paese, sono sollecitati da stimoli del tutto diversi dalle culture di appartenenza. Il web, lungi dall’essere quel nuovo eden che avevano un poco ingenuamente profetizzato i primi profeti della nuova era, risulta nello stesso tempo il luogo del reclutamento dei guerriglieri jihadisti e quello in cui si può vivere per i migranti una doppia cittadinanza di fatto tra i paesi di origine e quelli di arrivo. Lo spazio in cui si inventano per tutti, migranti e no, nuovi consumi nuovi poteri e nuove censure, tra esigenze di libertà, necessità di regolazione e tentativi autoritari. Se i progressi della medicina e della biogenetica ci costringono a interrogarci in modo non pregiudiziale su cosa significhi nascere, amare e morire, a ridisegnare i confini e le regole delle relazioni affettive e simboliche questo genera un confronto e un conflitto tra nuove e vecchie morali che si incrocia con quello di civiltà e usi che insistono ora su di uno stesso territorio: provocando inedite e paradossali alleanze tra soggetti so-

ciali e politici tradizionalmente avversi e ponendo interrogativi inediti anche alle nostre singole coscienze. Nello stesso quartiere dove ha sede la nostra Università si racconta un episodio di migranti che è esemplificativo dei rischi ma anche della inventività creativa che può comportare questa convivenza. Si narra infatti di un ragazzo bengalese che desideroso di un rapporto sessuale con la moglie di un altro ragazzo, tutti e tre conviventi sotto lo stesso tetto, non solo l’avrebbe sottoposta a violenza ma avrebbe filmato la scena del rapporto, nella convinzione che il filmato sarebbe stato la sua garanzia di immunità, tale avrebbe dovuto es-

Sarebbe, tuttavia un errore anche giocare a “noi e loro” come se i processi globali non intervenissero nella vita di tutti noi abitanti dello stesso spazio urbano, a prescindere dalle nostre origini di sangue sere “la vergogna colpevole” della donna. Mentalità, rituali e violenze che erano possibili anche nel nostro Paese non molti decenni or sono: si pensi al delitto d’onore. Il fatto nuovo è che la donna, invece di sottoporsi alla gogna del ricatto, impugnato il filmato lo avrebbe consegnato alle autorità competenti, portando alla condanna del violentatore e sovvertendo l’ordine culturale delle cose. I diritti delle donne, i costumi e le mentalità, l’uso della tecnologia, il confronto tra sistemi giuridici e morali differenti comportano, in questo caso, uno scarto creativo che potrebbe verificarsi in tante altre occasioni. Ma perché questo avvenga, vi è bisogno di una educazione permanente alla mediazione culturale, alla capacità di decifrazione e traduzione dei linguaggi e delle lingue, a quel riconoscimento a dell’alterità che è il terreno privilegiato della conoscenza storica e di quella filologica, dell’antropologia culturale e della linguistica. Vi è la necessità di capirle davvero le religioni, le letterature le geografie fisiche e mentali di chi vive al nostro fianco nelle città o chi appartiene ad altre parti del globo che interagiranno sempre di più nel governo del mondo; come anche di selezionare e conservare con cura quelle tradizioni di convivenza civile e democratica che sono il dono prezioso che l’Europa, può offrire, dopo aver suscitato due guerre mondiali, alla mensa globale di una nuova umanità. Nulla giustifica in questo contesto una emarginazione dei nostri studi. Al contrario sono sempre più necessari, proprio per i processi economici sociali e politici che agitano lo scenario del pianeta. Urge allora rispondere, magari in un’altra occasione a questa semplice questione: chi ha paura e perché della cultura e dei saperi umanistici?


Formazione e immigrazione

La dimensione interculturale nel Dipartimento di Scienze della Formazione di Massimiliano Fiorucci

L’Italia si presenta, nel panorama internazionale, con una storia migratoria molto particolare. Le grandi migrazioni del Novecento hanno coinvolto il nostro paese in una duplice prospettiva: prima come terra di emigrazione (circa 26 milioni di emigranti in cento anni: 1873-1973; oltre sessanta milioni di Massimiliano Fiorucci oriundi italiani nel mondo e attualmente più di quattro milioni di lavoratori italiani all’estero) (Fondazione Migrantes, 2012), poi come paese di immigrazione (il 1973 è l’anno in cui si è registrato, per la prima volta, un saldo migratorio positivo). I cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia sono, secondo la stima del Dossier Statistico Immigrazione 2013, circa 5 milioni (5.186.000). Sono presenti, con percentuali diverse, persone provenienti da quasi tutti i paesi del globo e, tuttavia, i primi cinque paesi per provenienza sono la Romania (circa un milione di presenze), il Marocco (513.000), l’Albania (498.000), la Cina (305mila) e l’Ucraina (225.000) i cui cittadini rappresentano la metà dei migranti presenti nella penisola (Idos-UNAR, 2013). Questo flusso migratorio ha avuto forti ripercussioni sul sistema scolastico: in circa quindici anni il numero di studenti stranieri si è più che decuplicato, passando da 59.389 unità (a.s. 1996-1997) a 786.630 (a.s. 2012-2013) con un’incidenza percentuale di bambini e ragazzi di cittadinanza estera che ha raggiunto l’8,8% (MIUR – ISMU, 2014).«Se si tiene conto che i Paesi di provenienza sono circa 200, è facile intuire la complessità del fenomeno soprattutto quando si tratta di sviluppare iniziative volte al sostegno dell’integrazione di alunni stranieri» (MIUR, 2012: 3). Di fronte ad una tale situazione è necessario elaborare risposte all’altezza dei problemi del presente. I processi di globalizzazione in atto e la configurazione in senso multiculturale delle società interrogano in profondità i sistemi educativi e formativi che devono mirare ad una prospettiva di mediazione interculturale. La formazione degli insegnanti, degli educatori e degli operatori occupa, in tale contesto, un posto di tutto rilievo: è solo a partire da una corretta impostazione interculturale del lavoro socio-educativo nella scuola e nella società che si può sperare di diffondere una sempre più necessaria “cultura della convivenza”.

Non si tratta di un obiettivo facile: educatori ed operatori sono chiamati per primi a rimettere in discussione i propri paradigmi di riferimento con l’obiettivo di attenuare l’alto tasso di etnocentrismo presente nel sistema educativo e formativo.

I cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia sono, secondo la stima del Dossier Statistico Immigrazione 2013, circa 5 milioni (5.186.000). Sono presenti, con percentuali diverse, persone provenienti da quasi tutti i paesi del globo e, tuttavia, i primi cinque paesi per provenienza sono la Romania (circa un milione di presenze), il Marocco (513mila), l’Albania (498mila), la Cina (305mila) e l’Ucraina (225mila)

Il Dipartimento di Scienze della Formazione (DSF) e la dimensione interculturale Nel documento istitutivo del Dipartimento di Scienze della Formazione la dimensione interculturale rappresenta una tematica ricorrente e – si può affermare – fondativa sia per quanto concerne la ricerca sia per quanto riguarda la didattica. In particolare, nella descrizione delle principali linee di ricerca del DSF il documento afferma la centralità della: «dimensione interculturale, sia come orientamento necessario per rispondere ai bisogni dei soggetti con differente background culturale all’interno dei contesti educativi e formativi (e, in misura sempre maggiore, l’Università), sia come oggetto di ricerca in vista della promozione dell’inclusione sociale, del successo formativo e della cittadinanza attiva in una società sempre più multiculturale». E, poco dopo, così continua: «L’omogeneità e l’articolazione dei settori scientifici coinvolti, la coerenza con i percorsi di studio che al DSF afferiscono, permettono di definire un Dipartimento che si caratterizza per l’attitudine a valorizzare la ricerca e la didattica nell’ambito dei processi educativi e formativi, in prospettiva interdisciplinare e interculturale avvalendosi degli studi storici e filosofici, dell’apporto delle scienze sociali e psicologiche e della ricerca linguistica, con attenzione alla diverse applicazioni possibili sul territorio». Nel medesimo documento, quando si parla del progetto didattico-formativo, si afferma che le attività del DSF intendono rivolgersi a quanti «desiderino impegnarsi e confron-

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tarsi nello studio e nel futuro professionale con le nuove domande educative presenti nella società contemporanea: dalla formazione degli insegnanti alla dimensione interculturale; dalla formazione in età adulta alla formazione continua; dall’ambito dei servizi socioeducativi, all’analisi delle più generali dimensioni sociali della realtà di oggi».

zioni affiliate alla Rete Scuolemigranti etc.

Foto di Alberto Pesce

Didattica e ricerca in prospettiva interculturale L’immigrazione e l’intercultura occupano, per conseguenza, un ruolo di primo piano nelle attività del DSF. Di seguito vengono presentati gli esiti di una ricognizione finalizzata all’individuazione delle attività interculturali presenti nel DSF attraverso l’analisi dell’offerta formativa a tutti i livelli e dell’attività di ricerca o progettuale in essere.

La didattica L’acquisizione di specifiche competenze interculturali rientra tra gli obiettivi esplicitamente indicati dai Corsi di Laurea in Scienze dell’Educazione (L), Scienze della Formazione Primaria (LM a ciclo unico), Scienze Pedagogiche e Scienze dell’Educazione degli Adulti e Formazione Continua (LM Interclasse), mentre un riferimento di carattere più generale al fenomeno migratorio e alla dimensione interculturale è presente in tutti gli altri corsi di laurea del DSF (Lauree in Educatore Professionale di Comunità, Formazione e Sviluppo delle Risorse Umane, Interclasse in Servizio Sociale e Sociologia; LM Interclasse in Coordinatore dei Servizi Educativi e dei Servizi Sociali).

In tutti i corsi di studio attivati dal DSF sono presenti insegnamenti riferibili ai temi dell’immigrazione e dell’intercultura di carattere prevalentemente pedagogico (Pedagogia interculturale, Pedagogia interculturale e della cittadinanza, Didattica interculturale, Educazione sociale nei processi migratori e nelle relazioni interculturali, ecc. svolti da numerosi colleghi) ma anche di carattere antropologico, sociologico, storico, psicologico e linguistico.

In alcuni corsi di studio la dimensione interculturale assume particolare rilevanza anche in occasione dell’esperienza formativa del tirocinio curricolare che può essere svolto in uno dei tanti centri interculturali convenzionati. Nel Corso di Laurea in Scienze dell’Educazione particolare attenzione è stata posta alla stipula di convenzioni con strutture di tirocinio che si configurano come veri e propri centri interculturali. Si pensi, solo per fare un esempio, alle associa-

Per quanto concerne la formazione post lauream il DSF dispone di un’ampia offerta formativa. Con particolare riferimento alle tematiche dell’immigrazione e dell’interculturalità sono stati attivati presso il DSF (o in collaborazione con esso) nel corso degli anni i seguenti corsi: Master di I livello in Educazione interculturale (CoDirettori: prof. M. Fiorucci, prof. D. Santarone); - Master di I livello in Educazione all’Europa. Istituzioni, formazione, cultura, immigrazione (Co-Direttori: prof. G. Caggiano, prof. G. Domenici), in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza; - Master di II livello in Scienze della cultura e della religione (Direttore: prof. C.F. Casula); - Master di II livello in Mediazione culturale nei musei: aspetti didattici, sperimentali, valutativi (Direttore: prof. E. Nardi).

Tra didattica e ricerca: il dottorato di ricerca Un ruolo altrettanto importante svolge, rispetto alle tematiche dell’immigrazione, il Dottorato in Teoria e ricerca educativa e sociale (coordinato dal prof. V. Cotesta) articolato in due curricula: a) Teoria e ricerca educativa; b) Ricerca sociale teorica e applicata. L’area dell’immigrazione e quella dell’educazione interculturale rappresentano, infatti, alcune delle principali linee di ricerca in entrambi i curricula così come già accadeva nell’ambito delle attività della ex Scuola Dottorale in Pedagogia e Servizio Sociale (diretta dalla prof.ssa C. Covato) per entrambe le sezioni. Numerose tesi di dottorato hanno avuto e continuano ad avere come principale oggetto di ricerca la questione migratoria e alcune di esse hanno avuto prestigiosi riconoscimenti pubblici. A tale proposito va segnalato che nel 2008 l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali – Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Pari Opportunità) e la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) hanno istituito un premio annuale per dottorati di ricerca in materia di promozione della parità di trattamento e rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica. Alla quinta edizione del premio UNAR–CRUI (2013) hanno partecipato con successo alcuni dottori di ricerca del Dipartimento di Scienze della Formazione e la Commissione di valutazione ha stilato la seguente graduatoria dei vincitori: 1° premio del valore di 5.000 Euro e pubblicazione della tesi a Paola Gelormini, dottoressa di ricerca in Pedagogia, Scuola Dottorale in Pedagogia e Servizio Sociale, DSF, Università degli Studi Roma Tre, che ha presen-


tato la tesi dal titolo Gli alunni con cittadinanza non italiana tra politiche educative e dinamiche di integrazione. Le percezioni, le aspettative e le ambiguità narrate pubblicato, come previsto dal bando, dall’editore Armando nel 2014 con il titolo: Noi e gli altri. Dalla teoria alla prassi politica ed educativa. La

I processi di globalizzazione in atto e la configurazione in senso multiculturale delle società interrogano in profondità i sistemi educativi e formativi che devono mirare ad una prospettiva di mediazione interculturale

Commissione, inoltre, ha giudicato meritevole di una menzione speciale la tesi di dottorato di Andrea Priori, dottore di ricerca in Servizio sociale, Scuola Dottorale in Pedagogia e Servizio Sociale, DSF, Università degli Studi di Roma Tre, che ha presentato un lavoro dal titolo Le reti sociali dei migranti del Bangladesh a Roma: associazionismo, solidarietà ed economie transnazionali.

La ricerca Tutte le aree del DSF, anche se a livelli diversi, conducono e hanno condotto ricerche collegate al fenomeno migratorio e non è possibile in questa sede dar

Foto di Graziano Lucia Focus Casa dei Diritti Sociali

conto di tutte queste attività. Si farà riferimento unicamente alle strutture di ricerca del DSF esplicitamente attente a questi temi e ai PRIN in corso coerenti con il tema.

Laboratori e centri di ricerca In particolare, esistono all’interno del DSF delle strutture di ricerca esplicitamente dedicati a questo tema tra i quali: - il CIRES – Centro Interdipartimentale di Ricerca Educativa e Sociale (Direttore: prof. V. Cotesta) - il CREIFOS - Centro di ricerca sull’educazione interculturale e sulla formazione allo Sviluppo (coordinatore: prof. M. Fiorucci) - il Laboratorio di Pluralismo culturale (coordinatrice: prof.ssa C. Canta) - il Laboratorio Europeo di Sociologia dell’educazione e delle Culture (coordinatore: prof. V. Carbone) - l’Osservatorio sul razzismo e le diversità (coordinatore: prof. F. Pompeo); - OCCID - Osservatorio sulla Cultura della Cittadinanza Democratica (coordinatore: prof. B. Losito)

In particolare, il CREIFOS, fondato dal prof. Francesco Susi, è un centro di ricerca attivo all’interno del DSF dell’Università degli Studi Roma Tre che ha fatto della dimensione interculturale la sua ragion d’essere e rappresenta ormai un punto di riferimento a livello nazionale. Ad esso afferiscono alcuni docenti

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del DSF e un significativo numero di collaboratori esterni. Il centro ha tra i suoi obiettivi quelli di: - promuovere e coordinare attività di ricerca sia metodologiche che applicative nel campo dell’Educazione Interculturale; - costruire un centro di documentazione sulle esperienze, le sperimentazioni e le ricerche in corso; - realizzare procedure, tecniche e strumentazioni atte al rilevamento delle interazioni determinate dalla compresenza di culture diverse ed alla valutazione degli interventi messi in campo nell’ambito dell’Educazione Intercultural; - promuovere iniziative interdisciplinari; - stimolare attività finalizzate alla formazione di ricercatori nel campo dell’Educazione Interculturale; - offrire un luogo attrezzato per approfondimenti culturali ed esperienze didattiche di settore; - promuovere convegni, seminari e percorsi di formazione e di aggiornamento degli insegnanti e degli operatori; - diffondere gli esiti delle ricerche compiute. Dal 1996 ad oggi il CREIFOS ha realizzato numerose ricerche, organizzato seminari e convegni, partecipato a progetti finanziati dall’Università e da numerosi enti esterni quali: Provincia di Roma, Comune di Roma, Regione Lazio, Ministero dell’Interno e Unione Europea (Equal, FER, FEI, ecc.). Vanta, inoltre, una consolidata rete di relazioni con numerosi soggetti pubblici e privati a livello nazionale e internazionale. Le principali aree di ricerca del CREIFOS riguardano i seguenti aspetti: l’inserimento e gli esiti degli allievi con cittadinanza non italiana nella scuola; l’inserimento lavorativo e sociale dei migranti e dei rifugiati; la mediazione interculturale; la revisione dei curricoli in prospettiva interculturale; la letteratura della migrazione; il rapporto tra letteratura e intercultura; l’associazionismo migrante come agente del dialogo interculturale; le seconde generazioni e la questione della cittadinanza; le politiche di inclusione sociale per Rom e Sinti; la formazione degli insegnanti e degli operatori socioeducativi in prospettiva interculturale. Sul sito del CREIFOS (www.creifos.org) sono stati pubblicati numerosi rapporti di ricerca disponibili in formato elettronico e facilmente consultabili e scaricabili. Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (PRIN). Sempre con riferimento alla ricerca va segnalato il progetto PRIN dal titolo Successo formativo, inclusione e coesione sociale: strategie innovative, ICT e modelli valutativi, di cui è responsabile il Prof. G. Domenici. Questo progetto si pone quale obiettivo generale la verifica dell’efficacia di alcuni fattori nella qualificazione dei processi formativi in ambito scolastico allo scopo di definire le condizioni necessarie per poterli considerare elementi costitutivi di un mo-

dello integrato di intervento didattico-orientativo in grado di innalzare i risultati dell’istruzione e agevolare l’inserimento nel mondo del lavoro. Il progetto di ricerca si prefigge di definire le condizioni di praticabilità di un sistema coerente, capace di connettere elementi qualificanti la comunicazione culturale in ambito formativo (ovvero la didattica e l’orientamento formativo) generalmente impiegati isolatamente, con scarsa efficacia. In particolare, sono stati predisposti e sono in corso di sperimentazione modelli di intervento di didattica laboratoriale e di didattica modulare in grado: di potenziare la riuscita attraverso la stimolazione di processi cognitivi che stanno alla base dell’apprendimento e la motivazione, operando su fattori quali la resilienza, di tipo personale e di tipo sociale; di rendere praticabile la valorizzazione delle diversità inter e intra-individuali e l’autovalutazione; di rimuovere le difficoltà e gli ostacoli dell’apprendimento; di usare strategie per l’inserimento e l’inclusione di allievi con differente background culturale, particolarmente di allievi figli di immigrati stranieri; di adottare procedure e strumenti capaci di rendere l’orientamento un processo oltre che informativo anche, e soprattutto, formativo e diacronico capace di valorizzare interessi, attitudini e motivazioni, e di facilitare il passaggio dalla formazione al lavoro, anche attraverso l’impiego dell’ePortfolio; di rendere praticabile uscite e rientri dal sistema educativo valorizzando le competenze comunque e ovunque acquisite da ciascun soggetto e opportunamente certificate.

La relazione tra immigrazione e formazione, in conclusione, rappresenta un tema cruciale che comporterà anche per l’Università una profonda opera di revisione, di rivisitazione e di rifondazione dell’asse formativo che deve mirare alla formazione di un cittadino del mondo, che vive e agisce in un mondo interdipendente. Come segnala una ricerca dell’European Migration Network, in Italia la presenza di studenti stranieri nelle Università resta ancora inferiore rispetto a quella registrata in molti altri Paesi europei e, tuttavia, è destinata a crescere nei prossimi anni: in Gran Bretagna vi sono 550mila studenti universitari con cittadinanza non nazionale, in Germania e Francia 250mila, mentre in Italia solo 70mila (nel nostro Paese l’incidenza degli stranieri sul totale della popolazione passa dal 4,5% tra gli immatricolati, al 3,8% tra gli iscritti complessivi all’università, fino al 2,7% tra i laureati) (EMN, 2013: 45). La presenza di studenti universitari di origine straniera rappresenta per l’Italia una sfida e l’accesso delle cosiddette seconde generazioni all’Università costituisce un indicatore del livello di democrazia di una società. Se la società italiana sarà capace di garantire alle seconde e terze generazioni una integrazione non subalterna, se anche ai cittadini italiani di origine immigrata sarà offerta la possibilità di diventare insegnanti, medici, avvocati, ingegneri, ecc. forse si potrà parlare a giusto titolo della nostra come di una società equa.


Una questione metropolitana L’immigrazione come fattore della trasformazione urbana di Carlotta Fioretti

L’immigrazione dall’estero in Italia è un fenomeno che riguarda con prevalenza le aree urbane: esiste dunque un rapporto molto stretto tra immigrazione e città. L’immigrazione è parte integrante dei processi di trasformazione urbana, e su di essi esercita una sua influenza. Carlotta Fioretti Questo è ad esempio evidente nei processi di espansione metropolitana. Per ovvie ragioni, la grande maggioranza degli immigrati che si insediano nel Lazio sceglie di approdare a Roma, città globale e turistica, in grado di aprire opportunità di occupazione che gli altri centri della regione non offrono. Tuttavia, da alcuni anni il fenomeno migratorio interessa sempre più i comuni minori del sistema metropolitano. Nel 2002 il 65% della popolazione immigrata del Lazio risiedeva a Roma, mentre dieci anni dopo, nel 2011, questa percentuale era calata al 53%. Il riequilibrio avviene in particolare tra il Comune di Roma e l’hinterland: se infatti il Comune di Roma passa da 98.458 stranieri nel 2002 a 215.946 nel 2011, crescendo del 119%, il resto della Provincia passa da 31.171 stranieri a 113.203, con una crescita del 263%. Sicuramente una delle ragioni di questo spostamento è dovuto ai prezzi proibitivi delle abitazioni nella capitale, a cui si somma l’assenza di politiche abitative adeguate. Gli immigrati, disposti ad abitare in zone sempre più periferiche, si inseriscono dunque nel patrimonio vuoto disponibile: le seconde case nei molti comuni del litorale, i piccoli centri storici degradati e abbandonati da chi vi abitava, e il surplus creato dalla sovrapproduzione edilizia. Ma la casa non è l’unico pull factor, lo è anche il lavoro. Se molti immigrati che abitano nell’area metropolitana si spostano quotidianamente a Roma per lavoro, molti altri si inseriscono in nicchie lavorative locali: dall’assistenza alle famiglie all’agricoltura, dalla manutenzione del territorio (i boscaioli) all’edilizia. In questo senso gli immigrati sono doppiamente legati al processo di espansione metropolitana, sia perché esercitano una domanda di alloggio nei comuni di cintura e oltre, sia perché costituiscono un’importante offerta di manodopera nella produzione edilizia che caratterizza questa espansione al di fuori dei confini comunali. Per questo motivo colpisce il fatto che oggi politiche

e pianificazione urbana si occupino solo tangenzialmente della questione. L’immigrazione a livello locale viene trattata quasi esclusivamente dalle politiche sociali, mentre entra debolmente a far parte delle politiche per la casa, e in casi assolutamente eccezionali in alcune esperienze di riqualificazione dei quartieri. Anche in questi casi gli immigrati sono quasi sempre considerati come una delle tante categorie vulnerabili da prendere in considerazione. Detto in altri termini, l’immigrazione viene vista come una parte della più vasta questione sociale. Certamente non è sbagliato, ma è sufficiente? Un’altra possibilità è considerare insieme come cambia il modo di abitare la città contemporanea da parte di tutti i gruppi culturali ed etnici, tutti coinvolti nel processo di ristrutturazione urbana. Allora l’immigrazione apparirebbe come una questione urbana e il problema da affrontare sarebbe la nuova forma che la città assume per i suoi abitanti vecchi e nuovi.

L’immigrazione a livello locale viene trattata quasi esclusivamente dalle politiche sociali, mentre entra debolmente a far parte delle politiche per la casa, e in casi assolutamente eccezionali in alcune esperienze di riqualificazione dei quartieri

Gli immigrati, ma non solo loro, abitano spesso in aree degradate, poco accessibili e poco desiderabili, perché hanno meno potere nel mercato abitativo. Le politiche di rigenerazione urbana, che sembrano aver raggiunto una situazione d’impasse dopo le esperienze più o meno innovative degli anni ’90, dovrebbero guardare diversamente al fenomeno dell’immigrazione anche per capire quali sono i nuovi temi da affrontare. Quali sono oggi le periferie delle nostre città? Sono forse i quartieri di edilizia pubblica sempre più residuali e che invecchiano, oppure i nuovi quartieri, i comuni metropolitani, i borghi multietnici dove la sfida non è solo quella di una redistribuzione dei servizi, ma anche la costruzione di una società culturalmente diversa? La prospettiva urbana rispetto a quella esclusivamente sociale offre un altro vantaggio, nel momento in cui suggerisce di non adottare politiche settoriali e specifiche, di discriminazione positiva (ad esempio le abitazioni per gli immigrati svantaggiati), ma di intendere l’immigrazione come elemento trasversale da considerare all’interno delle varie politiche (quindi non solo sociali o occupazionali ma anche urbani-

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L’espansione metropolitana a Riano, Roma. Foto di Carlotta Fioretti

stiche e territoriali – come ad esempio i trasporti) da integrare in una strategia urbana complessiva.

Gli immigrati, ma non solo loro, abitano spesso in aree degradate, poco accessibili e poco desiderabili, perché hanno meno potere nel mercato abitativo. Le politiche di rigenerazione urbana, che sembrano aver raggiunto una situazione d’impasse dopo le esperienze più o meno innovative degli anni Novanta, dovrebbero guardare diversamente al fenomeno dell’immigrazione anche per capire quali sono i nuovi temi da affrontare

Inoltre, le politiche urbane dovrebbero considerare l’immigrazione non solo come problema da risolvere ma anche come risorsa. L’Europa d’altra parte già lo caldeggia, sottolineando come la diversità possa essere una leva per la rigenerazione dei quartieri degradati, ad esempio in termini di rivitalizzazione del commercio di prossimità o degli spazi pubblici. Il contesto italiano suggerisce poi come l’immigrazione possa essere una risorsa anche in altri contesti fragili, come ad esempio i piccoli comuni marginali o montani, che hanno subìto negli anni processi di spopolamento e abbandono. In queste aree, dunque, l’immigrazione diventa una prospettiva per il ripopolamento, per la rivitalizzazione economica, il riuso e

la salvaguardia del patrimonio, come ci insegnano esperienze locali come quella del Comune di Riace in Calabria, oggetto da diversi anni di un programma di accoglienza dei richiedenti asilo associato proprio a un tentativo di contrasto dell’abbandono, una buona pratica che si è diffusa anche in altri piccoli comuni dando vita a quella che è stata definita la dorsale dell’accoglienza. È ormai assodato che la socialità urbana non si svolge solo nella prossimità spaziale, ma assume configurazioni più complesse: le geografie dell’abitare si allargano sempre più, le reti sociali travalicano i confini della città e oltre. Di nuovo, questo vale per tutti, ma i migranti accentuano il carattere reticolare e trans-territoriale della loro carriera metropolitana. I migranti infatti, per definizione altamente mobili, estendono la rete familiare, le logiche di risparmio, le aspettative di radicamento su geografie articolate e discontinue, su reti trans-locali e spesso internazionali, con modi sofisticatamente complessi sia sul piano spaziale che temporale.

È ormai assodato che la socialità urbana non si svolge solo nella prossimità spaziale, ma assume configurazioni più complesse: le geografie dell’abitare si allargano sempre più, le reti sociali travalicano i confini della città e oltre

C’è una traduzione diretta e molto incisiva sulle politiche che ancora non è stata metabolizzata. Mentre


tuzionale. ancora il modello preUn’avvertenza: l’ivalente è quello della spessimento delle mixité che, a livello connessioni va anche pratico, insiste su pointeso in senso fisico, litiche locali, spesso in termini di infradi quartiere (che sono strutture di collegastate una delle modamento (ad esempio lità di intervento prinpolitiche per i tracipali, che l’Italia ha sporti che tengano mutuato in particolare conto dell’immigrada Francia e Gran zione) e servizi di Bretagna), andrebbe welfare capillari e acconsiderato un mocessibili. Il potenziadello urbano, con inmento e la connessioterventi a rete multine dell’infrastruttura scalari. Politiche di urbana – intesa come questo tipo, si potrebbe argomentare, si Il Nagarkitan, la festa degli Indiani Sikh a Sabaudia LT. Foto di Davide Leone servizi e spazi collettivi – diventa allora adattano meglio a feuna strategia interculturale. Questo significa ricononomeni diffusi e intermittenti, come l’immigrazione scere il ruolo importante non solo degli spazi pubblinel nostro Paese. ci per antonomasia, e cioè le piazze e le strade, ma di L’approccio urbano offre alcuni corollari pratici: una maggiore attenzione all’ispessimento delle connesI migranti infatti, per definizione sioni delle reti sociali; la ricerca dell’empowerment e della messa in rete degli attori istituzionali e dell’asaltamente mobili, estendono la rete sociazionismo; la selezione di alcuni luoghi “cerniefamiliare, le logiche di risparmio, le ra” dove le reti si appoggiano. Tale aspetto è particoaspettative di radicamento su geografie larmente importante proprio per un campo di politiarticolate e discontinue, su reti transche come quello dell’inclusione degli immigrati dove locali e spesso internazionali, con modi molto è demandato al terzo settore, ma dove le reti di migranti, pur presenti, sono raramente riconosciute a sofisticatamente complessi sia sul piano livello istituzionale, con il rischio di uno scollamento spaziale che temporale tra le “reti informali di mutuo aiuto” e il welfare isti-

Commercianti immigrati in un mercato di Roma. Foto di Carlotta Fioretti

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Mappa dei comuni del Lazio in cui l’incidenza degli immigrati è superiore al 14% e in cui il numero di residenti stranieri è maggiore di 5.000. Elaborazione di Sandra Annunziata su dati ISTAT

tutti gli spazi e i servizi urbani di contatto sociale: i mercati, i parchi, le scuole, gli spazi del trasporto pubblico, i luoghi del culto e dell’associazionismo. In questi luoghi avviene quotidianamente l’interazione tra immigrati di diverse provenienze e residenti di lungo periodo, un incontro non passivo ma dialogico, a volte anche una frizione. È importante occuparsi di tale infrastruttura urbana soprattutto se si considera che questa è più carente proprio nei nuovi paesaggi dell’immigrazione: i piccoli comuni del Veneto diffuso, i borghi investiti da espansione metropolitana a rischio di periferizzazione del Lazio, la campagne della Calabria. L’immigrazione è un fenomeno che caratterizza in

maniera ordinaria e irreversibile le realtà urbane italiane, una forza che trasforma quotidianamente i paesaggi fisici e sociali del nostro Paese. Diventa dunque un imperativo affrontare le sfide che essa pone per il governo delle città, nell’obiettivo di farne una spinta propulsiva per uno sviluppo locale inclusivo. A Roma, gli immigrati sono uno degli attori della costruzione della città metropolitana. Questa rischia di essere solo un freddo palcoscenico istituzionale se non sarà capace di produrre una comunità politica corrispondente. Se questo avverrà, è lecito pensare che sarà con il contributo decisivo di quegli immigrati che stanno contribuendo a costruire la nuova metropoli dei romani.

Il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre è parte di una ricerca PRIN (Programmi di Ricerca di rilevante Interesse Nazionale) dal titolo Piccoli comuni e coesione sociale iniziata nel febbraio del 2013 e coordinata dall’Università IUAV di Venezia. L’obiettivo generale della ricerca è quello di analizzare come si stanno evolvendo i modi e le forme dell’integrazione della popolazione immigrata nei comuni di piccola dimensione in tre diverse aree rappresentative del Paese: il Veneto della città diffusa e dei sistemi produttivi locali inseriti in filiere globali, la Calabria dei molteplici micro-sistemi locali caratterizzati da un’economia debole e spesso interessati da processi di spopolamento, e infine il Lazio dei territori legati all’economia della Capitale e al suo sistema di servizi. L’Unità di Ricerca di Roma Tre coordinata dal prof. Marco Cremaschi e composta da Carlotta Fioretti, Davide Leone, Sandra Annunziata e Silvia Lucciarini ha portato avanti un lavoro in tre fasi successive. La prima ha riguardato una lettura delle geografie dell’immigrazione nella regione, messe in relazione alle trasformazioni territoriali in corso. Durante la seconda fase si sono approfonditi una serie di casi studio con l’obiettivo di analizzare le politiche urbane di inclusione esistenti e di individuare delle possibilità di intervento, aspetto che verrà affrontato anche attraverso un progetto pilota di ricerca-azione che si concluderà nel 2015. La ricerca è stata presentata in una conferenza che il 10 dicembre scorso presso l’Aula Magna del Dipartimento di Architettura.


Latin and Roman colonization

An archaeological contribution to population studies and history of migration from a local to global scale di Ulla Rajala

At the time as I and Kristian GĂśransson, the current director of the Swedish Institute in Rome, addressed “Migration and the Mediterraneanâ€? conference representing Ancient History and Mediterranean Archaeology, new Swedish government had suggested drastic Ulla Rajala funding cuts to the budgets of the Swedish Mediterranean Institutes by 2017. Due to this, I addressed the relevance of Mediterranean studies to the modern issues at the time of uncertainty for the Swedish Institute. I presented my work as an international postgraduate researcher, originating from Finland, one of the Nordic countries and neighbours of Sweden, and having studied and now permanently living in

Nepi from Northeast

England. I work at the time this comes out as a tertiary Swedish speaker within the Swedish research community and have been collaborating with the Swedish Institute in Rome. I have previously been a student and researcher at the Institutum Romanum Finlandiae and worked through the British School at Rome in the field here in central Italy, so my work is an example of international collaboration in Rome. In a short article I will only be able to address on some changes in approaches to Latin colonisation in the recent decades in archaeology and present a very local example on an interpretation of the causes and effects in terms of population numbers, movement and power politics. My work is ongoing and I will develop my argument and calculations in a future peer-reviewed publication. Nevertheless, I am able to point out how scholars in archaeology and ancient history are studying questions and processes relevant to the ones in effect in the Mediterranean today. Naturally, they are not identical but unique to the events and conditions of the time. As an archaeologist working mainly with material remains of the past, I

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am aware that I lose the sense of past violence, sufferance and conflict. I can only reflect and interpret with the help of specifically archaeological or wider historical, sociological or scientific theories and models. My work does not exist in isolation but builds upon the work of others and in turn affects others and will be combined in the future with the results of the many other research projects and initiatives in this research area in order to draw a bigger, long-term picture of the developments.

The earlier research into Latin colonization before the recent postcolonial discussions concentrated on the historicity of different events in the narrative of Roman expansion, the sequence of foundations and the character of the ager Romanus antiquus and the rural tribus, election and military recruitment administrative units

In recent years postcolonial discussion has entered archaeological discourse (see Van Dommelen 2006). This discussion has mainly resulted with two lines of enquiries: one concentrating on the colonial politics of archaeology and the other past colonial situations. My presentation here discusses the latter, a specific colonial situation in central Italy and beyond from the sixth or fifth century BC to the third century BC. The interest in colonial archaeology in its many forms has also from its part reignited an interest into migration studies – something considered for long either old-fashioned or politically incorrect. However, the latest number of the World Archaeology (volume 46, issue 4, 2014) on Mobility and Migration shows that these questions are again firmly on the research agenda. My own research is related to the Nepi Survey Project, directed by Dr Simon Stoddart (Cambridge) under the umbrella of the Tiber Valley Project, that I ran in the field as part of my PhD research in which I concentrated on pre-Roman settlement developments in central Italy (see e.g. Rajala 2013). While preparing an article on the Orientalising and Archaic settlements, dated to the seventh and sixth century BC, after the publication of the Roman material (Mills & Rajala 2011), I started to look into pre- and postcolonial cultural interaction in the region and Latin colonisation. Nepi was one of the almost 40 colonies that were founded as a federal act between the sixth and third centuries BC. Since the Latin League, the legal founder, was incorporated de facto into the Roman state in 338 BC, this colonisation can be considered consciously or unconsciously to have been part of Roman power politics already at an earlier stage (for any historical facts, see Cornell 1995). However, there were also

Roman colonies, founded independently by Rome alone for its citizens. I do not discuss these any further, since they are geographically and temporarily a wider, mainly later issue. The earlier research into Latin colonisation before the recent postcolonial discussions concentrated on the historicity of different events in the narrative of Roman expansion, the sequence of foundations and the character of the ager Romanus antiquus and the rural tribus, election and military recruitment administrative units. It was taken as given that the colonies were ‘Little Romes’ and little consideration was given to the potential regional developments. The historical discussions were mostly separate from, although informing reciprocally, the archaeological survey work that concentrated on revealing settlement numbers during the Roman periods. In contrast, the recent discussions are based on archaeological evidence that underlines the lack of state-controlled development, land reforms or rural settlement in the third century BC undermining the perception of the ordered ‘Little Romes’ (see Pelgrom 2008). The lack of third-century settlement is also evident in the Nepi Survey whereas the regional developments with the uncertain foundation dates of Roman Falerii Novi and building Via Amerina and the uncertainty around the building of walls around different centres add to the uncertainty of settlement development and success of Roman expansion.

As a colonial situation it finds its analogies in many of the recent and not-so-recent resettlement and settlement events were a new group dominates a new area

I have in my 2013 article discussed the effect of population growth on the changes in central Italian settlement patterns from the local point of view at Nepi using population estimates, diet reconstruction, and agricultural modelling applying simple Geographic Information Systems (GIS) models as a tool in order to try to explain the change from the Final Bronze Age dense aggregated settlement to the concentration of settlement to a few sites of later Etruscan and Faliscan centres by the eighth century BC. My model was adapted lately by Fulminante (2014), working currently here at the University of Rome Tre, and she was able to show that population pressure was such that the productive potential of the ager Romanus antiquus was crossed by the time of a unified city in the seventh century BC and thus the expansion was a necessity. This would explain the gradual forced integration of other Latin cities into the Roman state and the need for Latin colonisation as a whole. In this last part of my article I refer to my local trend analysis of settlement numbers in the Nepi


Surface collection in the ancient suburban area North of Nepi

area across the precolonial and postcolonial period boundaries applying the methodology used by Launaro (2011). This method, even not without controversy in this multiperiod context, emphasises the settlement change and allows comparing figures with the other modern surveys in the area. I can now compare the Archaic, third century and later settlement trends, and project from the numbers the likely rural settler numbers in the whole territory. I am now able to assess how well these match with the supposed colonist numbers in Latin colonies and propose an interpretation of the truthfulness of the figures and how well these may reflect the need for emigration from Rome.

The interest in colonial archaeology in its many forms has also from its part reignited an interest into migration studies – something considered for long either old-fashioned or politically incorrect. However, the latest number of the World Archaeology on Mobility and Migration shows that these questions are again firmly on the research agenda.

My interpretation relates to one Latin colony in Italy, but combined with the results of a few projects currently run by my British, Italian and Dutch colleagues we can build in the future a more truthful picture of the human consequences of

Latin colonisation, its local adaptations and success. We will also be able to address the power relations between the existing settlements and the new foundations and analyse the conflicts described in ancient sources more accurately. The

The Latin colonization of Nepi may have been a local event, but it was part of a wider phenomenon that resulted in the Roman Empire and large-scale population movements and migration

Latin colonisation of Nepi may have been a local event, but it was part of a wider phenomenon that resulted in the Roman Empire and large-scale population movements and migration. As a colonial situation it finds its analogies in many of the recent and not-so-recent resettlement and settlement events were a new group dominates a new area. These discourses on the processes, conflicts and movement as a result of similar events made this archaeological example and its consequences relevant to the Migration and the Mediterranean conference. I hope I have been able to convince you of my argument on the importance of archaeology in historical research and shown the place the Swedish Institute together with all other archaeological research institutes in Rome, around the Mediterranean and globally in studying migration and other modern issues from a holistic point of view.

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Nuovi (autori) italiani Venticinque anni di cittadinanza letteraria di Ugo Fracassa

«Crede mihi, timeo ne sint immixta Latinis / inque meis scriptis Pontica verba legas»: così Ovidio, nei Tristia, paventava la contaminazione dei suoi versi. L’esilio di Tomi, infatti, lo esponeva ad una lingua sconosciuta che minacciava di intaccare anche la scrittura letteraria. Né il viaggio Ugo Fracassa migrazione, esilio, diaspora - né l’abbandono della lingua madre, tuttavia, hanno mai impedito l’espressione, in prosa o in versi. In quanto al primo, esso è tra i topoi fondativi dell’epica classica. Il translinguismo, poi, a giudicare dalla storia della letteratura mondiale, pare addirittura assecondare l’arte della scrittura (i linguisti chiamano L2 quella che qui, con altra accezione, chiameremmo allora lingua seconda). Basterebbe dare un’occhiata al palmares recente del premio Nobel o, meglio, ai classici del Novecento - Conrad, Kafka, Nabokov – che hanno rinunciato alla madrelingua. E poi, è davvero la lingua il criterio che decide dell’appartenenza al canone di un’opera? L’Ur Partigiano Johnny, prima stesura del romanzo resistenziale di Beppe Fenoglio, interamente scritto in inglese, appartiene alla storia della nostra letteratura nazionale? E i Mémoires di Carlo Goldoni, redatti in francese? In epoca di modernità liquida, nel nostro presente globalizzato, i flussi migratori, onda anomala generata dall’imperialismo occidentale otto-novecentesco, sono tornati ad assumere proporzioni epocali. Il fenomeno ha prodotto, già da qualche decennio, profondi mutamenti nel profilo delle letterature nazionali, sempre più segnate dal multiculturalismo. Dapprima in Inghilterra, dove si è affermata la Commonwealth Literature, poi in Francia, con la cosiddetta Francophonie, infine in Germania con le opere degli “ospiti lavoratori” (Gastarbeiter), tra i quali molti italiani. Il 25 agosto del 1989 anche l’Italia si è scoperta multietnica (e razzista): l’omicidio di Jerry Essan Masslo, bracciante nel cuore della “Terra di lavoro”, ha segnato l’inizio di una nuova stagione socio-culturale e, grazie al contributo di Ta-

har Ben Jelloun (autore per l’occasione, insieme a Egisto Volterrani, del racconto Villa Literno), anche quello delle “scritture migranti”.

In epoca di modernità liquida, nel nostro presente globalizzato, i flussi migratori, onda anomala generata dall’imperialismo occidentale ottonovecentesco, sono tornati ad assumere proporzioni epocali. Il fenomeno ha prodotto, già da qualche decennio, profondi mutamenti nel profilo delle letterature nazionali, sempre più segnate dal multiculturalismo

Dopo una primissima fase caratterizzata, anche in virtù del carattere “esotico” del fenomeno, da un discreto interesse mediatico, i libri degli scrittori migranti sono scivolati, a partire dalla metà degli anni Novanta, nel sottobosco librario legato alle associazioni attive nel campo dell’interculturalità. Le traversie della migrazione, i disagi dell’integrazione, talvolta uno scorante ritorno in patria sono stati i temi dei primi racconti a quattro mani. Tra autobiografia e romanzo però si giocava una partita delicata e complessa. Talvolta i coautori italiani rivendicavano la paternità di opere che soltanto grazie all’iniezione di fiction potevano, a pieno titolo, dirsi letterarie. Altre volte l’immigrato, che contribuiva a trascrivere la propria testimonianza di vita, riusciva a farsi “scrittore migrante” e ad affrancarsi dalla tutela linguistica già dal secondo libro. Solo in anni recenti alcuni scrittori di altra origine si sono guadagnati, infine, un posto accanto agli autori “nativi” più noti. Ma la storia, fin da subito, sarebbe potuta andare diversamente. Almeno a giudicare dalla vicenda editoriale di Immigrato (1990), scritto da Salah Methnani con Mario Fortunato, vero e proprio “incunabolo”, insieme a Io, venditore di elefanti (pubblicato da Pap Kohuma e Oreste Pivetta nello stesso anno), di questo corpus minore. Il titolo di quel libro, infatti, era stato pensato da Giulio Einaudi che avrebbe voluto pubblicarlo. Uscì invece per una piccola casa editrice milanese


che cesserà l’impresa nel 1995. Ciononostante l’interesse per il romanzo fu immediato: Natalia Ginzburg si affrettò a presentarlo in una nota libreria romana; Alberto Moravia, che ne era entusiasta, avrebbe voluto recensirlo, ed una copia annotata fu trovata sul comodino, il giorno della sua scomparsa. L’editore dello Struzzo però non fu l’unico a drizzare le antenne, buon orecchio ebbe pure Fabrizio De André che riscrisse in forma di canzone il diario romanzato di una transgender brasiliana – Fernanda Farìas de Albuquerque, e ne fece un motivo popolare senza mutare il titolo: Princesa (del 1994 il libro, a doppia firma con Maurizio Iannelli, di due anni successivo il disco). Qualcuno aveva visto in quell’ibrido di testimonianza e racconto, fin da subito, “un piccolo classico” della nascente narrativa dell’immigrazione. E non a torto; quando nel 2001 Princesa diventerà un film, lo scambio tra scrittori italòfoni e cultura nazionale era ormai avviato. Lo conferma, per esempio, il premio Montale assegnato nel 1997 al poeta di origine albanese Gëzim Hajdari, esule in Italia dal 1992. Come nel caso del premio Flaiano, che sarà attribuito al narratore algerino Amara Lakhous quasi dieci anni più tardi, si tratta qui di riconoscimenti per opere considerate patrimonio della letteratura nazionale, elemento tanto più significativo se si considera il fiorire, nel panorama italiano degli anni Novanta, di premi riservati ad autori di altra origine nella nostra lingua (tra tutti, il riminese Eks&Tra). A partire dai primi anni del Duemila, i migrant writers del Bel Paese hanno saputo nuovamente richiamare l’attenzione dell’editoria che conta. Potremmo così sintetizzare la strategia messa in campo: da una letteratura sui generis alla letteratura di genere. Libri di viaggio, romanzi gialli, libri per bambini sono affluiti nel mainstream della produzione editoriale, perfino guide di città sono state pubblicate, più di recente, da autori cosiddetti di seconda generazione (Igiaba Scego, Roma negata, 2014) o da italiani “col trattino” (del 2012 Milano, fin qui tutto bene, dell’italo-indiana Gabriella Kuruvilla). Abbandonato il genere della testimonianza, congedati i co-autori, curatori e mediatori autoctoni, questi nuovi esponenti delle «patrie lettere», in «un italiano sincero, autentico, suonato come si deve» – così Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca e talvolta perfino in dialetto, hanno preso a imbastire trame, a disegnare personaggi, in breve, a popolare il nostro immaginario di altre storie, senza mai perdere di vista la tradizione: «nuovi scrittori si impadroniranno della nostra lingua (già lo stanno facendo), giovani intellettuali albanesi e magrebini. Qualcuno forse ricomincerà a leggere Fortini e Sciascia, Volponi e la Morante, Vittorini e Pasolini», prevedeva Romano Luperini dieci anni fa.

Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, il best seller di Amara Lakhous premiato nel 2006, tradotto in molte lingue e portato al cinema da una giovane regista romana, è un testo per molti aspetti emblematico. Sullo sfondo del quartiere Esquilino, con un occhio al Pasticciaccio di Gadda e l’altro alla commedia all’italiana, un coro di voci e personaggi di diversa provenienza – dall’Iran, a Napoli, Algeri e Milano – è coinvolto in un giallo metropolitano di impianto multiculturale. Altrettanto accattivante e fortunato Il paese dove non si muore mai, primo titolo di Ornela Vorpsi, giovane scrittrice nativa di Tirana, formatasi a Milano e attualmente di stanza a Parigi, dove continua ad avvalersi dell’italiano come strumento di lavoro per i tipi di Einaudi. Nicolai Lilin, infine, controverso caso letterario paragonabile forse solo a quello sollevato da Roberto Saviano, ha trovato lo scorso anno l’interprete ideale per la sua Educazione siberiana nel regista premio Oscar Gabriele Salvatores.

Dopo una primissima fase caratterizzata, anche in virtù del carattere “esotico” del fenomeno, da un discreto interesse mediatico, i libri degli scrittori migranti sono scivolati, a partire dalla metà degli anni Novanta, nel sottobosco librario legato alle associazioni attive nel campo dell’interculturalità

Secondo i dati ufficiali coloro che hanno adottato l’italiano come strumento di espressione letteraria provengono da oltre novanta diverse nazionalità. Basterebbe questo elemento a scoraggiare qualsiasi studio di approccio tradizionalmente comparatistico: chi può padroneggiare uno spettro così ampio di competenze linguistiche e culturali? Tra l’altro la disseminazione delle provenienze costituisce una specificità del caso italiano, laddove in altri paesi, di più consolidata tradizione imperialista, è stato l’ex bacino coloniale a fornire la nuova leva letteraria. Non per questo mancano voci legate alla Somalia o all’Etiopia, territori militarmente annessi all’epoca non remota dell’Africa Orientale Italiana. Sono soprattutto giovani narratrici a tessere la trama della memoria: su tutte, la già citata Igiaba Scego, col variopinto ma dolente affresco di Oltre Babilonia (2008), e l’italo-etiope Gabriella Ghermandi, che in Regina di fiori e di perle (2007) ha riscritto la scena madre di Tempo di uccidere, romanzo di Ennio Flaiano ambientato in Abissinia, invertendo le parti di vit-

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time e carnefici. Oggi sono piuttosto gli scrittori madrelingua ad invocare il soccorso di quelli italofoni. Nell’epoca delle “narrazioni documentarie”- Gomorra insegna - il romanzo ha fame di esperienza ed è fatale che vada a cercarla dove si rende drammaticamente disponibile, a largo di Lampedusa e sulle altre rotte della migrazione, ad esempio. A circa venti anni dalla pubblicazione di libri come Chiamatemi Alì di Mohamed Bouchane (edito nel 1991 a cura di Carla De Girolamo e Daniele Miccione) sono apparsi Timira. Romanzo meticcio e Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, opere rispettivamente di Wu Ming 2, ma fir-

A partire dai primi anni del Duemila, i migrant writers del Bel Paese hanno saputo nuovamente richiamare l’attenzione dell’editoria che conta. Potremmo così sintetizzare la strategia messa in campo: da una letteratura sui generis alla letteratura di genere

mato pure da Antar Mohamed, e Fabio Geda. Lo scambio tra letteratura detta “nazionale” e scritture già etichettate come “migranti” è perciò ormai fluido, mutuo e continuo, e si sviluppa secondo i modi del dialogo intertestuale, dall’omaggio citazionale – Verrà la vita e avrà i tuoi occhi (Jarmila Očkayová, 1995), Favole al telefonino (Fabian Negrin, 2010) – al plagio, o presunto tale (esiste un contenzioso legale tra una poetessa di origine albanese e l’autore

Gezim Hajdari. Foto di Pierantonio Tanzola

del libro premiato con lo Strega nel 2009). Nel 1968 Gianfranco Contini intitolava un suo manuale antologico Letteratura dell’Italia unita. Tra qualche decennio si potrebbe guardare alla fase odierna della nostra storia civile come ad uno snodo altrettanto epocale, segnato dagli effetti demografici, linguistici e culturali della globalizzazione, e qualcuno forse porrà mano ad una Letteratura dell’Italia multiculturale. Intanto vale la pena notare che la maggiore attenzione agli eventi fin qui brevemente richiamati è venuta e viene dagli studiosi di letterature comparate, nonostante le già evocate difficoltà che un corpus così multiforme produce. Per buone ragioni esistenziali, poi, sono soprattutto i “cervelli in fuga”, che conoscono l’esperienza dello sradicamento, ad impegnarsi nel nuovo campo di studi. Con le parole di Graziella Parati, docente presso l’Università di Dartmouth nel New Hampshire: «It is always curious to note to what extent our critical interests are tied to, or emanate from, our autobiographies». Qualche ritardo invece ancora si registra sul fronte accademico interno. Nel 2011, il quindicesimo congresso degli italianisti era perentoriamente intitolato La letteratura degli italiani,

«Nuovi scrittori si impadroniranno della nostra lingua (già lo stanno facendo), giovani intellettuali albanesi e magrebini. Qualcuno forse ricomincerà a leggere Fortini e Sciascia, Volponi e la Morante, Vittorini e Pasolini», prevedeva Romano Luperini dieci anni fa

con quel che significa in un paese che attende invano nuove leggi sulla cittadinanza. Due anni prima, il nostro più autorevole storico della letteratura vivente aveva dichiarato: «Fra pochi anni si formeranno in Italia cittadini dalle provenienze più disparate che dovranno […] studiare […] testi scolastici che descrivono la storia della letteratura italiana, leggere libri scritti in lingua italiana e, forse, scriverne». In un simile contesto l’italianismo, più che specialità disciplinare, rischia di diventare una sindrome.


Hold me now, hold me now Till this hour has gone around And I'm gone on the rising tide For to face Van Diemen's land

It's a bitter pill I swallow here To be rent from one so dear We fought for justice and not for gain But the magistrate sent me away Now kings will rule and the poor will toil And tear their hands as they tear the soil But a day will come in the dawning age When an honest man sees an honest wage Hold me now, hold me now Till this hour has gone around

And I'm gone on the rising tide For to face Van Diemen's land.

(Van Diemen͛s Land, Album: Rattle and Hum, U2, 1988)


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Testimoni e narratori Il racconto letterario di storie migranti di Michela Monferrini

È interessante notare come, se da un lato la figura del migrante, dell’immigrato, dell’“altro” da “noi” si sia fatta sempre più strada all’interno della letteratura degli ultimi trent’anni, a questo personaggio illustre che definiamo “straniero” non sia quasi mai – nella narrativa italiana – stato attribuiMichela Monferrini to il ruolo del protagonista. Con le dovute eccezioni (Edoardo Albinati, nel 1989 ha firmato Il polacco lavatore di vetri, romanzo con cui tentava di calarsi nei panni di un immigrato le cui giornate si svolgevano per la strada, sempre più spesso testimone, quando non vittima, di episodi di razzismo più o meno grave), il rischio è però quello, fortissimo, di cadere nei luoghi comuni più bassi, nello stereotipo più classico: dare allo straniero il ruolo di comparsa ne è la prova. Questo personaggio relativamente recente entra nella letteratura come un ingrediente preso dalla realtà, e la cosa più semplice, la più ovvia, sembra essere quella di fargli indossare i panni del delinquente, non solo nei gialli e nei noir (un giovane musicista rock, Matteo De Simone, ha cercato qualche anno fa di raccontare narrativamente la sua città, Torino, e in Denti guasti ha messo in scena un’umanità mista, di varia provenienza, spesso costretta a trovare il modo per sopravvivere, più che per vivere – stereotipo o analisi antropologica?) e anche quando si voglia raccontare una storia di amicizia tra un italiano e uno straniero (come ne Il padre e lo straniero di Giancarlo De Cataldo, o in African inferno di Piersandro Pallavicini). È significativo anche il fatto che sono spesso gli autori più giovani a trattare l’argomento dell’altro, a contemplarlo, quasi fossero più attenti alla realtà che li circonda, seppure potenzialmente più in pericolo proprio dai rischi dello stereotipo e del luogo

comune. Barbara Di Gregorio, esordiente con Le giostre sono per gli scemi, ha scelto di puntare la lente sul mondo delle comunità rom, scavando però negli aspetti più folkloristici, più magici. Era, quello, un mondo caro anche ad Antonio Tabucchi, che nel 1999 aveva dato alle stampe un libretto dal titolo Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze: «A volte questa realtà – scriveva Tabucchi –, che spesso guardiamo senza vedere, riproduce, magari su scala ridotta, certe macroscopiche sciagure del globo che vengono esibite in televisione: terremoti, guerre, violenze, genocidi. Può essere il signore insospettabile che ci saluta ogni mattina in ascensore e che all’insaputa di tutti gli inquilini sevizia la bambina nell’appartamento accanto al nostro, il clochard che muore di freddo sul marciapiede, o un gruppetto di zingari costretti a vivere come animali appena fuori dal centro».

All’inizio degli anni Novanta, all’apice del fenomeno migratorio verso il nostro Paese, chi vuole raccontare la propria storia deve comunque appoggiarsi, fidarsi di chi padroneggia la lingua italiana

Gli ostacoli sono aggirati quando si tratta di autobiografia, di testimonianza dal vero, di letteratura dei migranti, sebbene se ne aggiunga subito uno diverso, e grande: la lingua. All’inizio degli anni Novanta, all’apice del fenomeno migratorio verso il nostro Paese, chi vuole raccontare la propria storia deve comunque appoggiarsi, fidarsi di chi padroneggia la lingua italiana. Nascono allora diverse collaborazioni, libri a quattro mani che sono veri e propri territori di incontro tra culture: è il caso di Mario Fortunato, coautore di Immigrato (1990) assieme al tunisino Salah Methnani, solo per fare un esempio. La letteratura dei migranti in lingua italiana ha una storia recente che passa pure per il racconto di chi, quella lingua, la insegna, e


Samia Yusuf Omar, è stata una giovane velocista somala. Ottenne il suo record personale nei 200 m alle Olimpiadi di Pechino 2008. È morta nel Mar Mediterraneo nell’aprile 2012. La sua storia è stata raccontata nel romanzo Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli, 2014)

scopre che insegnare è anche imparare: ne Il ragazzo orchidea di Paola Presciuttini, Beatrice dà lezioni di italiano all’analfabeta Nazim, che per ricambiare le

Lo scrittore Eraldo Affinati insegna da anni l’italiano ai ragazzi immigrati da vari Paesi, ne raccoglie le storie, le salva. Fondatore e direttore della scuola Penny Wirton, i suoi libri hanno accolto sempre più i resoconti di vite che gli sono state affidate nel tempo, vite fatte di difficoltà materiali, di povertà, disperazione, di guerra e dolore, di abbandono, di malavita, di solitudine e viaggi impossibili verso mete che forse non esistono, o forse sì

mostra come si fa il vero the, il the del Marocco, del suo Paese. Lo scrittore Eraldo Affinati insegna da anni l’italiano ai ragazzi immigrati da vari Paesi, ne raccoglie le storie, le salva. Fondatore e direttore della scuola Penny Wirton, i suoi libri hanno accolto sempre più i resoconti di vite che gli sono state affidate nel tempo, vite fatte di difficoltà materiali, di povertà, disperazione, di guerra e dolore, di abbandono, di malavita, di solitudine e viaggi impossibili verso mete che forse non esistono, o forse sì. Il bellissimo La città dei ragazzi (2008) è un deposito sincero e toccante di questi racconti, come il più recente romanzo di Affinati, Vita di vita (2014) racconto di un viaggio africano in cui i drammi del passato si intrecciano, e Africa ed Europa si avvicinano, ma tragicamente.

Ecco, la letteratura potrebbe davvero essere il simbolo di come l’accoglienza sia, anzitutto, occasione di crescita: il panorama di uno scrittore si allarga a comprendere storie che non sono le sue – lo diventano, in parte –, lo spinge a farsi orgogliosamente testimone di qualcosa che altrimenti sarebbe andato perduto. Su questa scia, senza la pretesa di far letteratura, rispettando la verità dei fatti, Fabio Geda ha raccolto, in Nel mare ci sono i coccodrilli (2010), l’odissea incredibile e terribile di un ragazzo afghano in fuga dal regime talebano del suo Paese verso il nostro. Diverso è il caso recente di Giuseppe Catozzella, che con Non dirmi che hai paura (2014) è stato finalista all’ultimo Premio Strega: diverso perché Catozzella ha puntato invece al romanzo, raccogliendo una storia vera e volgendola in prima persona, facendola sua; ma al di là dei meccanismi narrativi scelti, resta la vicenda “salvata”, quella della giovane Samia Yusuf Omar, atleta somala scomparsa come tanti, troppi, nel tentativo di raggiungere le coste italia-

Ecco, la letteratura potrebbe davvero essere il simbolo di come l’accoglienza sia, anzitutto, occasione di crescita: il panorama di uno scrittore si allarga a comprendere storie che non sono le sue – lo diventano, in parte –, lo spinge a farsi orgogliosamente testimone di qualcosa che altrimenti sarebbe andato perduto

ne (era l’agosto del 2012). Chiedersi cosa – per il romanziere – sia o non sia lecito, in questi casi, forse è addirittura fuori luogo: lo è, se rimane una voce che altrimenti sarebbe stata sommersa insieme al resto.

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Sabir: la lingua del mare Un patrimonio di storie da raccontare e cantare di Stefano Saletti

Mi ha sempre affascinato l’idea che esistesse una lingua del Mediterraneo. Che oltre a melodie, tradizioni, strumenti perfino scale musicali, esistesse anche una parola comune, una sorta di esperanto marinaro nato dall’incontro delle persone e non codificato a freddo. Questa lingua, è il Sabir e si è parStefano Saletti lata per secoli, dal 1300 fino al 1900. All’inizio era chiamata lingua franca, dai franchi per estensione a tutti gli europei, e solo dopo la presa di Algeri da parte della Francia, nel 1830, prese il nome di Sabir dallo spagnolo saber cioè conoscere. Una lingua che prende il proprio nome dalla conoscenza, che meraviglia. Probabilmente questa lingua parlata era anche cantata. Partendo proprio da questa ipotesi ho cominciato più di vent’anni fa una ricerca che mi ha fatto incontrare parole, modi di dire, frasi, poesie, preghiere in sabir. In sostanza un grande patrimonio comune: là dove sono nate le tre grandi religioni monoteistiche del mondo, dove ancora ci si combatte in nome di Dio, c’era una lingua che invece faceva parlare e incontrare marinai, pirati, pescatori, commercianti, armatori da Genova a Tangeri, da Salonicco a Istanbul, da Marsala ad Algeri, da Valencia a Venezia. All’inizio per me è stato più un concetto, l’idea del dialogo possibile, poi una vera e propria ricerca sulla possibilità di far rivivere la lingua del mare attraverso la musica. Ho trovato diversi testi, sia in rete sia nei miei viaggi nel Mediterraneo, tra i quali un libro La lingua franca barbaresca di Guido Cifoletti, che è stato determinante anche perché contiene Le dictionnaire de la Langue Franque ou petit mauresque, pubblicato a Marsiglia nel 1830, un dizionario franco-sabir dal quale attingere per trasformare le miei idee e i pensieri nella lingua che si parlava ai tempi dei crociati, che univa italiano, francese, spagnolo e arabo, ma anche catalano, greco, occitano, siciliano e turco. Una lingua bella da mettere in musica, dolce e semplice, con i verbi all’infinito, una grammatica essenziale e tante parole che alla fine non appartengono a nessuna lingua, ma so-

no la sintesi di tutte. Ho proceduto in diversi modi: ho musicato testi esistenti, ho preso frasi e le ho inserite in strutture armoniche e melodiche che avevo composto (o che appartenevano alla tradizione), ho scritto dei testi, li ho tradotti in francese e poi in sabir tramite il dizionario del 1830. Sulla pronuncia sono andato per ipotesi, immaginando il possibile suono delle sillabe, ma sempre cercando una musicalità.

Il Sabir è la lingua del mare e si è parlata per secoli. All’inizio era chiamata lingua franca, dai franchi per estensione a tutti gli europei, e solo dopo la presa di Algeri da parte della Francia nel 1830 prese il nome di Sabir dallo spagnolo saber cioè conoscere. Una lingua che prende il proprio nome dalla conoscenza, che meraviglia!

C’è un intero disco, Marea cu sarea, uscito nel 2008, nel quale si può ascoltare il lavoro fatto con la Piccola Banda Ikona, il gruppo che da dieci anni mi accompagna in questo recupero di tradizioni musicali e linguistiche del Mediterraneo. Ad esempio nel brano Benda benda ho preso una villancico, una canzone spagnola scritta nel XVI secolo in sabir e l’ho messa in musica. La benda era l’offerta che chiedevano i pellegrini nel medioevo quando andavano in pellegrinaggio a Santiago di Compostela o al santuario di Montserrat. Ecco il testo (di forte ispirazione spagnola):

Benda ti istran plegrin: benda, marqueta, maidin. Benda, benda stringa da da agugeta colorada. Dali moro namorada y ala ti da bon matin. Por ala te rrecomenda dar maidin marqueta benda con bestio tuto lespenda xomaro estar bon rroçin.

Fai un’offerta fresco pellegrino un’ offerta, un marco o un mu’ayyidi Per un’offerta ti do un nastro Un ago filettato di rosso Regalalo a una amica araba E Dio vi dà una buona giornata Io ti raccomando a Dio Dammi un mu’ayyidi, un marco, o un’offerta


E ottieni un animale pieno di energia un asino è un buon aiuto.

Ma in questo lavoro di recupero linguistico, mi piaceva anche l’idea di poter raccontare in questa lingua

Là dove sono nate le tre grandi religioni monoteistiche del mondo, dove ancora ci si combatte in nome di Dio, c’era una lingua che invece faceva parlare e incontrare marinai, pirati, pescatori, commercianti, armatori da Genova a Tangeri, da Salonicco a Istanbul, da Marsala ad Algeri, da Valencia a Venezia

degli uomini storie di oggi, storie di migranti come quella di Anpalagan Ganeshu, 17 anni, tamil, partito dalla sua terra per una nuova terra dove sperava di trovare una vita migliore. È affondato nel canale di Sicilia, la notte di Natale del 1996, insieme ad altri 282 compagni. L’abbiamo raccontata nel brano Anpalagan. La maré star Nos embrachiar Ounatra cinis pronta a getar Notra terra aki adesso star Notra paizé star esta lanchia Noi star en viagio

Cascar agoua Anpalagan mas non tournar Noi sabir que star solamenté andar Noi sabir que noi mas non retournar

Il mare ci abbraccia altra cenere da gettare Questa è adesso la nostra terra La nostra patria è questa barca Siamo in viaggio Ci piove addosso Anpalagan non tornerà Sappiamo che è solo andata Sappiamo che non torneremo

In un altro caso, nel brano che si chiama Sabir, ho adattato le parole a una melodia sefardita, un tema tradizionale ebraico yemenita del XVII secolo.

Mi star ellou tempo perdir a la ricerka D’ouna lounga strada de pietà e de savietza Mi star ellou amour bruchato nellou vento Si andar siémé siémé oundé ti venir? Aki... venir aki... aki star ellou sabir

Io sono il tempo perduto alla ricerca Di una lunga strada di pietà e saggezza Sono l’amore bruciato nel vento Se andiamo insieme tu da dove vieni? Qui... vieni qui. Qui c’è il sapere

In questo lavoro di recupero linguistico, mi piaceva anche l’idea di poter raccontare in questa lingua degli uomini storie di oggi, storie di migranti Dopo aver pubblicato nel 2012 Folkpolitik dedicato ai canti di libertà del Mediterraneo - nel quale ho riarrangiato brani di autori che hanno raccontato in musica la lotta contro il potere - adesso sto lavorando al mio nuovo cd, sempre con la Banda Ikona, e tornerò a farlo nella lingua del mare. I brani prendono spunto da melodie, suggestioni, temi che ho catturato e registrato in questi anni nel mio cammino tra le città del Mediterraneo e saranno cantati in sabir. Tra questi, sto anche musicando un Padre nostro che ancora riecheggia nei ricordi di qualche pescatore: Padri di noi, ki star in syelo, noi voliri ki nomi di ti star saluti…

Il Mediterraneo è la nostra anima. Come dice la scrittrice tunisina Emna Belhaj Yania: «La parola viene pronunciata ed ecco che in ognuna delle sue sillabe si annida una scena, un ricordo, un timore, una speranza. E acqua, all’infinito, e una terra riscaldata dal sole di mezzogiorno». La lingua del mare ha un patrimonio infinito di storie da raccontare e cantare.

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Lampedusa e il sistema dei media La prospettiva della sponda sud del Mediterraneo di Silia Galli

Il 4 e 5 novembre scorsi presso l’Aula Magna del Rettorato di Roma Tre si è svolto la conferenza internazionale Migration and the Mediterranean. Past&Present, organizzata dal nostro Ateneo, dall’Università di Lund, e dall’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma in collaborazione con il Silia Galli network USI (Network for Universities and Swedish Institutes). Nell’ambito del panel sulle prospettive storiche delle migrazioni all’interno della regione mediterranea si colloca l’intervento di Azzurra Meringolo dal titolo “Quando a parlare degli immigrati sono i loro connazionali: i media arabi raccontano Lampedusa”. L’accento è stato posto sulla copertura mediatica da parte dei connazionali stessi dei migranti sulle vicende inerenti gli sbarchi sull’isola e sulle tragedie in mare. Utilizzando come fonti i principali media arabi dell’area nordafricana, si è visto come nella sponda sud del Mediterraneo la questione venga quasi esclusivamente trattata dal punto di vista della sicurezza e poco da quello sociale e culturale. L’evento che ha trovato maggiore spazio sulla stampa nordafricana è stato senza dubbio la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Questo è in linea con una tendenza generale: anche nei media arabi gli sbarchi dei migranti conquistano la ribalta della cronaca soprattutto quando ci sono vittime o disgrazie tra le onde del Mediterraneo. Ciononostante, quasi quotidianamente si trovano sui giornali nordafricani notizie riguardanti naufragi o operazioni di salvataggio in mare di imbarcazioni cariche di migranti sia da parte della marina militare italiana che di quella dei paesi nordafricani. In particolare, l’impostazione delle agenzie stampa e dei quotidiani filo-governativi dei paesi del Magh-

reb mette in risalto gli interventi compiuti dalla guardia costiera, in particolare quella tunisina e algerina, per ferma-

re le imbarcazioni in partenza verso la Sardegna o la Sicilia. Un capitolo a parte merita il Marocco e i suoi media poiché la mancanza di sicurezza e la crisi politica in Libia spinge sempre più migranti a cambiare percorso e a dirigersi verso il Marocco. Un fenomeno in crescita, questo dei migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana, i quali rischiano la vita per entrare in Europa buttandosi letteralmente tra il filo spinato delle due enclave spagnole presenti nel paese: Ceuta e Melilla. Questo fenomeno, esploso di recente, sta prendendo il posto del dramma del cimitero del mare al largo di Lampedusa sulle prime pagine della stampa nordafricana. Passando ad analizzare che cosa accade ai migranti quando si trasformano in immigrati entrando nel nostro Paese, l’attenzione si è spostata sull’operazione Mare Nostrum nata proprio dopo la strage di Lampedusa e giunta al compimento proprio nei giorni della conferenza. Questa si inserisce in un quadro più ampio, visto che secondo dati forniti dall’UNHCR, dal 1 gennaio al 30 giugno 2014 circa 1.000 persone giunte in Spagna, 63.884 in Italia, 10.080 in Grecia, e 227 a Malta. A queste cifre si devono aggiungere circa 500.000 rifugiati siriani distribuiti in Turchia, Libano, Egitto, Giordania e Iraq. Senza dimenticare le circa 800 vittime del mare che hanno trovato la morte prima di giungere a destinazione, solo nei primi sei mesi del 2014 si arriva ad un totale di circa tre milioni di persone tra migranti e rifugiati nell’area del Mediterraneo. Queste cifre così grandi parlano di una crisi umanitaria immensa e non devono far dimenticare che dietro ad ogni numero esiste un essere umano con una propria storia personale di sofferenze e privazioni. A questo proposito l’intervento della dott. Meringolo è stato corredato anche dalle testimonianze audio di due migranti intervistati da lei stessa nell’hub di accoglienza Mare Nostrum a Bologna. La prima di queste è il resoconto del viaggio di un nigeriano dal suo paese di origine fino in Italia attraverso la Libia. La seconda si conclude con il sincero grazie di un altro ragazzo nigeriano nei confronti dell’Italia, paese verso cui è riconoscente per avergli salvato la vita in mare ed essersi preso cura di lui.


Lasciare l’Italia è una scelta?

La storia di Silvia e Gabriele, professionisti a tempo indeterminato in Svezia di Giulia Pietralunga Cosentino

«Questa è quella che cessità o per motivi spesso prevalentemente affettinoi chiamiamo casa», vi), né si attraggono giovani di talento da altri paesi. afferma Silvia Mainardi In Italia non esiste “circolazione” di risorse umane ormai nel suo quasi perma un incessante ed inarrestabile flusso in uscita. I fetto svedese. Nel 2009 cervelli italiani all’estero sono quindi una grave pernon sapeva una sola padita economica e un mancato investimento. La perdirola di una lingua così ta di talenti italiani, unita all’incapacità di attrarre difficile e distante dalcervelli stranieri, penalizza fortemente il Paese nel l’italiano, non aveva contesto di un mondo globalizzato che compete semnemmeno bene idea di pre più sulla base della conoscenza e dell’innovazioquale fosse il suono di ne. Oggi ad emigrare sono braccia e menti. Quella quelle parole così divercontemporanea è un’emigrazione liquida, difficile da se, estranee alla sua catalogare; le figure professionali sono molteplici: ci Giulia Pietralunga Cosentino quotidianità. L’inizio sono i ricercatori, i professori, i dirigenti, gli operai non fu dei più incoraggianti. Quel giorno di gennaio specializzati, quelli non specializzati, i creativi, i ladi cinque anni fa, quando lei e suo marito Gabriele voratori del settore gastronomico. Un insieme varieFormentini fecero la loro prima visita a Norrköping, gato ed eterogeneo di persone che ha deciso, come una tranquilla cittadina di 120.000 abitanti a 160 km Silvia e Gabriele di provare a vivere un futuro mia sud-ovest di Stoccolma, come racconta in una regliore non solo per sé ma per i propri figli. cente intervista per un quotidiano svedese, era tutt’altro che ovvio che sarebbero poi rimasti lì. «QuanDa sempre sono i giovani la parte più do uscimmo dall’auto noleggiata e l’erba era comdinamica di una società: sono loro a pletamente congelata», ricorda Silvia, «la prima reatravolgere le barriere della tradizione, zione di Gabriele fu: io qui non ci potrei mai vivere». a proporre inedite letture della realtà. Lei è medico, lui astronomo e meteorologo. In comune il sogno di formare una famiglia e la realizzazione Eppure in Italia, per le nuove professionale dopo anni di sacrifici; una storia già generazioni, questo non vale più sentita, un leitmotiv ricorrente, quasi banale nella sua cruda realtà. Come l’idea di partire, di guardare all’eDa sempre sono i giovani la parte più dinamica di stero come ad un’occasione per provare a realizzare una società: sono loro a travolgere le barriere della sogni e aspirazioni, come ad una possibilità per aptradizione, a proporre inedite letture della realtà. Epprofondire e copure in Italia, per noscere quello le nuove generache c’è al di là zioni, questo non dei nostri confini. vale più. ScoperSi parte, ormai tesi improvvisacon sempre più mente “rapinate”, frequenza, si defraudate del guarda all’Europa proprio futuro, ma anche oltreonon accennano a ceano; i dati uffireagire. O meciali Aire (Anaglio, preferiscono grafe Italiani Repartire, lasciarsi sidenti all’Estero) tutto alle spalle e confermano che i cominciare da giovani sono zero da un’altra sempre più in parte con la conmovimento. Ma, vinzione, a volte spesso, il percorcorretta, che all’estero sarà sicuso è di sola andaramente meglio. ta; non si torna E qui la storia di quasi mai (se non La passeggiata in Södra Promenade a Norrköping. Foto: Gabriele Formentini/Silvia Gabriele e Silvia per assoluta ne- Mainardi - onewaytosweden.blogspot.it

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Valpurga è una festa di celebrazione della primavera, tipica dell’Europa settentrionale, celebrata tra il 30 aprile ed il 1º maggio. Foto: Gabriele Formentini/Silvia Mainardi - onewaytosweden.blogspot.it

continua: «Sapevamo che ci saremmo dovuti trasferire all’estero, ma non sapevamo dove». E il caso ha scelto per loro. Gabriele partecipa ad una conferenza in Germania e incontra una meteorologa svedese che gli suggerisce di cercare lavoro presso l’SMHI – il Servizio Meteorologico Nazionale Svedese – a Norrköping. Un consiglio, un input e la vita cambia. Per Gabriele, che è passato attraverso lavori a tempo determinato per dieci anni, è stato quasi surreale riuscire ad ottenere un posto fisso dopo soli dieci mesi di

I dati ufficiali Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) confermano che i giovani sono sempre più in movimento. Ma, spesso, il percorso è di sola andata

permanenza in Svezia. Anche per Silvia, specialista in medicina interna, non è stato per nulla difficile ottenere un lavoro in clinica medica al Vrinnevisjukhuset, l’ospedale della città. Ha studiato svedese per cinque mesi e nel maggio 2009 ha iniziato a lavorare. Impegno e sacrificio, perché non basta partire per i risolvere i problemi e trovare la felicità. Nuovo paese, nuova casa, nuovo lavoro e la consapevolezza di non rientrare più in Italia, se non per le vacanze estive. Gli anni passano, la famiglia cresce; nasce Galileo, nome importante, italiano, perché le radici è difficile strapparle via. Come la necessità di comunicare e descrivere, attraverso un blog –

www.onewaytosweden.blogspot.it – in italiano, che co-

sa è successo e com’è diversa la vita dal quel lontano 28 marzo 2009. Un blog che racconta lo stupore per un paese ormai familiare e la voglia di farne sempre più parte, ma che non dimentica il legame con il paese di origine e che ci racconta anche quanto sia diffi-

Nuovo paese, nuova casa, nuovo lavoro e la consapevolezza di non rientrare più in Italia, se non per le vacanze estive. Gli anni passano, la famiglia cresce; nasce Galileo, nome importante, italiano, perché le radici è difficile strapparle via

cile vedere, da lontano, il paese in cui si è nati, con la consapevolezza e l’amarezza di non volerci tornare più. Un blog pieno di storie e racconti, dai più pratici, come la scelta e l’acquisto della loro casa all’apertura semplificata del conto in banca, passando per il clima che ormai non spaventa più. Un blog che apre una finestra su un Paese sempre più all’avanguardia su lavoro e sulla tutela dei lavoratori, su tecnologia e innovazione, un blog che racconta le differenze culturali tra svedesi e italiani narrando la sorprendente schiettezza e apertura dei nordici e che segnala, anno dopo anno, quante nuove famiglie italiane hanno deciso di trasferirsi a Norrköping, molte delle quali, forse, proprio incuriosite e convinte dai


racconti della Gabriele scrive coppia. in uno degli ultiAmanti del rimi post - rivediaschio e dell’avmo nelle ultime ventura, Silvia e arrivate tutto Gabriele, interesquell’entusiasati da sempre a smo, quella scotornado e tempoperta di un nuovo rali, fenomeni mondo, quelle meteorologici speranze che per che, però, difficiltanti mesi hanno mente si possono percorso i nostri verificare in Svepensieri e i nostri zia, hanno cercavolti. Oggi queto nuove sfide. sta è la nostra viDa quando si sota, il nostro spano trasferiti hanzio». no compiuto molE la vita, come ti viaggi a Kiruna Lago ghiacciato. Foto: Gabriele Formentini/Silvia Mainardi - onewaytosweden.blogspot.it ci dimostra la dove hanno frestoria di Silvia e quentato un corso universitario in studi spaziali e doGabriele, è davvero un insieme variegato e illimitave hanno incominciato ad organizzare viaggi per gli italiani che vogliono vivere l’esperienza delle aurore «Da quel lontano maggio 2009 sono boreali e dei cani da slitta. Nuove idee e nuovi proapprodate in città, a Norrköping, molte getti che sono stati favoriti anche dalla burocrazia altre famiglie italiane, tutte con semplificata e dalla gratuità delle scuole di ogni ordibambini al seguito ed oggi - come lo ne e grado. Silvia, infatti, contemporaneamente al lastesso Gabriele scrive in uno degli voro che ha al Vårdcentral di Östra Husby sta studiando per ottenere la seconda specializzazione in ultimi post - rivediamo nelle ultime medicina generale. arrivate tutto quell’entusiasmo, quella Negli ultimi mesi i post sul blog sono sempre meno scoperta di un nuovo mondo, quelle frequenti. A maggio scorso, Silvia e Gabriele hanno speranze che per tanti mesi hanno “festeggiato” i loro primi cinque anni in Svezia. Di percorso i nostri pensieri e i nostri certo non è ancora arrivato il momento, per loro, di fare considerazioni o di tirare delle conclusioni rivolti. Oggi questa è la nostra vita, il guardo la loro nuova vita; di sicuro hanno fatto tante nostro spazio» cose, hanno vissuto momenti, eventi, situazioni impensabili fino a cinque anni fa. Per questo, tutto to di idee, speranze, progetti; un intreccio di obiettiquello che, probabilmente, all’inizio era una novità vi raggiunti, di esperienze fatte e di nuovi propositi degna di nota, tanto da spingere ad aggiornare con in continua evoluzione. Decidere di partire, decidefrequenza il blog, re di restare; oggi fa parte delscelta giusta, la loro routine scelta sbagliata. quotidiana. Tutto Non c’è, quando quello che un si parla di vita, giorno li sorprengiudizio che tendeva della loro ga. nuova vita o gli Nella vita non ci suggeriva un consono vittorie e fronto con l’Itasconfitte, ma solia, oggi sembra lamente percorsi. “normale”. «Da Vittoria e sconquel lontano fitta, sono solo maggio 2009 soun modo di no approdate in esprimere, male, città, a Norrköle esperienze di ping, molte altre vita che sono irripetibili per famiglie italiane, ognuno, ogni tutte con bambini giorno. In Italia al seguito ed oggi - come lo stesso Mele caramellate. Foto: Gabriele Formentini/Silvia Mainardi - onewaytosweden.blogspot.it o all’estero.

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Tu lascerai ogne cosa diletta più caramente; e questo è quello strale

che l'arco de lo essilio pria saetta. Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e 'l salir per l'altrui scale. (Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XVII, 55-60)


«Quando mi scriverai, scrivimi più a lungo» di Francesca Simeoni

Poche parole, scritte forte su pezzi di carta e avvolte nella plastica per proteggerle dal mare. Recentemente, a largo di Lampedusa, sui corpi inerti di uomini in fuga sono state ritrovate le Francesca Simeoni lettere destinate a casa. Le aspettative che animavano il viaggio restano a testimoniare una ricerca, ma non saranno forse né confermate né smentite. Un giovane egiziano di nome Samir scrive:

«Mio adorato amore, per favore non morire, io ce l’ho quasi fatta. Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi imbarco per l’Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l’ho fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro. Ti amo, tuo per sempre». Anche George sognava un futuro migliore:

«Amore mio, finalmente sono arrivato. La vita comincia

adesso, spero di tornare presto per portarti con me e vivere insieme lontani dalla guerra. Ti amo».

Un giornalista del New York Times ha ritrovato una lettera brevissima, scritta a mano in un dialetto eritreo:

«Volevo essere con te. Non osare dimenticarmi. Ti amo tantissimo, il mio desiderio è che tu non mi dimentichi mai. Sati bene amore mio. A ama R».

Nelle lettere dei migranti in fuga dal sud del mondo le aspettative raccolte sono alte, possiamo riportarle (purtroppo) perché sono state disperse in mare e ritrovate. Le lettere dei migranti raccontano, quasi sempre, di perdite e disperazioni. Di solitudine e sofferenze. Queste parole risalgono, invece, al 2011. Sono state scritte da Meseret e indirizzate al fratello che è in Libia, stazione di passaggio verso la Sicilia:

«Se la vita che fai è quella che mi racconti, in confronto la tomba è un rifugio caldo. Ma io sono fiduciosa, alla tua impresa manca solo il dieci per cento e io sono sicura al cento per cento che arriverai».

Le lettere dei migranti non hanno confini. Si scappa dalla guerra, dal disagio e dall’insoddisfazione per cercare di meglio, altrove, da sempre è così. Perché di fronte al dolore gli uomini sono tutti uguali. Ecco una lettera di un emigrante italiano, Osvaldo, scritta nel 1927 dalla Costarica e indirizzata alla sua amata:

«Rimpiangevo te che forse nemmeno rivedrò più benché tu sia entrata nella mia vita come nessuna altra persona ha mai entrato né mai entrerà più. Il momento in cui ti vidi per l’ultima volta di passaggio da Roma a Viareggio, in cui non immaginai che sarei forse più tornato. Molta acqua è fra noi. Quando mi scriverai scrivimi più a lungo. Raccontami più cose. Tu sei la ultima voce che mi viene di costà».

Il Museo delle migrazioni, nato da un progetto dell’associazione Askavusa di Lampedusa è un archivio e centro di documentazione, un museo diffuso sulla storia di accoglienza e di scambi del comprensorio Linosa-Lampedusa

Il filo conduttore è quello della tristezza e della nostalgia per casa. Tra speranze e tremori, i sogni di chi emigra sono sempre gli stessi. Si insegue la ricerca di un mondo migliore, più felice, e a volte si trova.

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Integrazione, identità e relazioni. Storie di lavoro e di vita in Italia di Elisabetta Tosini

Nel 2013, in Italia i lavoratori migranti producevano circa il 10% del prodotto interno lordo (PIL), versando la loro contribuzione nei bilanci del nostro sistema previdenziale. Oggi sono più di 26 mila i lavoratori stranieri non comunitari che usufruiscono di Elisabetta Tosini una pensione, a fronte di circa due milioni di lavoratori regolarmente assunti. Il lavoro dei migranti è pertanto una risorsa e un’opportunità per tutto il Paese. È trascorso più di un anno da quando, il 30 ottobre 2013, il Ministero per l’integrazione in collaborazione con l’Inps ha promosso la campagna “Il lavoro è cittadinanza”, con la quale si proponeva di sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto sia importante il contributo portato dai lavoratori stranieri presenti in Italia. A supporto della campagna è stato realizzato uno spot per la tv e per il web. Ma l’Italia è un Paese o un paese? Integrazione, identità e relazioni, sono valori e principi solidi in Italia? Rosarno: cittadina calabrese dai meravigliosi agrumeti, che nel 2010 fu teatro di una incivile battaglia. Per le strade la caccia ai braccianti immigrati e quest’ultimi, a centinaia, in rivolta violenta con-

tro il razzismo e lo sfruttamento. Quei giorni di disperazione per Youssouf, Suleman, Aboubakar, Cheikh, Sidiki e Modibo, sembrano lontani a vederli impastare lo Yoghurt Barikamà, che oggi rappresenta il riscatto e la speranza dopo la paura. Fuggiti da Rosarno si sono ritrovati a Roma e negli spazi dell’ex Snia, sulla via Prenestina a Roma, sono riusciti, con un progetto di micro reddito gestito da loro stessi, a realizzare l’associazione di promozione sociale Barikamà. Nei barattoli di vetro c’è latte intero biologico pastorizzato prodotto da Casale Nibbi (Amatrice) e fermenti lattici. «No addensanti, No conservanti, No dolcificanti, No coloranti». Praticano il vuoto a rendere, il sistema che permette la riduzione dei rifiuti, il risparmio energetico e la sostenibilità economica del progetto. Ora la produzione è nel caseificio di Martignano. Hanno iniziato in due, ora sono in sei: Youssouf, Suleman, Aboubakar, Cheikh, Sidiki e Modibo. Sono passati da una produzione di latte settimanale di 15 litri agli attuali 150. La vendita del prodotto è iniziata nei mercati dei centri sociali: Forte prenestino, La Torre, passando ai gruppi d’acquisto solidali di Roma, tra cui Meticcio, Rosa Bianca, Rivoluzionario e Gas Roma II. Il progetto Barikamà è un’associazione di promozione sociale – mai denominazione fu più calzante – il cui obiettivo primo è diventare un segno di speranza, garantendo un reddito a chi non ne ha e ha avuto grandi difficoltà nel trovare un lavoro, creando una rete di relazioni sociali e opportunità di interazione e di scambio.


Campioni d’Italia?

Le seconde generazioni tra sport e cittadinanza di Isaac Tesfaye

Raccontare attraverso lo sport la storia, anzi cento storie, per fotografare una realtà del nostro paese. Campioni d’Italia? Le seconde generazioni e lo sport è un lavoro a più mani, edito dalla Sinnos, che punta a far comprendere la condizione di tutti quei ragazzi, nati in Italia da genitori immiIsaac Tesfaye grati, che proprio nello sport vedono risaltare in modo particolare il loro stato di “italiani con il permesso di soggiorno”. Chi nasce in Italia da genitori stranieri, infatti, ha la stessa cittadinanza di padre e madre fino all’età di 18 anni, a meno che uno dei genitori sia diventato nel frattempo cittadino italiano. Ancor più problematico è l’iter per chi in Italia non è nato, ma ci è arrivato in tenera età. Questo perché nel nostro paese la cittadinanza si trasmette per diritto di san-

Chi nasce in Italia da genitori stranieri ha la stessa cittadinanza di padre e madre fino all’età di 18 anni, a meno che uno dei genitori sia diventato nel frattempo cittadino italiano gue (ius sanguinis). L’ultima riforma della legge sulla cittadinanza risale al 1992: allora risultavano presenti 537.062 stranieri, oggi sono 4.922.085 di cui 1.087.016 sono i minori residenti in Italia. Una legge, la 91/92, che dunque non tiene minimamente conto dei cambiamenti che hanno trasformato il nostro paese e che, come era nelle intenzioni del legislatore di allora, tutela molto più gli emigranti italiani rispetto a coloro che vivono sul nostro territorio da anni. Paradossalmente, come spiega nel libro Mohamed Tailmoun, mediatore culturale e co-fondatore dell’associazione Rete G2, il nostro paese era molto più accogliente nel 1865, quando fu introdotta una norma del Codice Civile, che concedeva la cittadinanza a chiunque nascesse in Italia, uno ius soli secco, «frutto di una volontà di riconoscere il sacrificio dei molti stranieri che avevano contribuito all’Unità d’Italia». Quella norma fu poi abolita nel 1912, nell’ultimo intervento legislativo sul tema, prima appunto della riforma del

1992. Migliaia di ragazzi, dunque, nascono in Italia, frequentano le nostre scuole, il più delle volte non conoscono neanche la lingua dei propri genitori eppure non hanno il diritto di “sentirsi uguali” ai loro compagni di banco, fino a subire episodi discriminatori che segnano in modo profondo la personalità, come quello, ricordato dallo stesso Tailmoun, di due ragazzi di terza media, nati in Italia da genitori di paesi non comunitari (Ucraina e Kosovo), e a cui all’aeroporto di Fiumicino è stato impedito di partire per la Polonia perché privi di visto: è accaduto così che tutta la classe è partita per Auschwitz, al termine di un lungo progetto svolto durante l’anno, e i due ragazzi sono rimasti a terra. Situazioni come queste sono lampanti e, purtroppo, ancor più evidenti nello sport, il che rappresenta un incredibile paradosso visto che una delle funzioni sociali più rilevanti dell’attività sportiva è quella di favorire l’integrazione. Ma in Italia questo non sempre accade con i ragazzi di seconda generazione che, se privi di cittadinanza, sono costretti da alcune federazioni sportive a una vera e propria maratona burocratica per esercitare un loro diritto: praticare sport a livello professionistico. E ogni federazione presenta regole proprie, una vera e propria giungla normativa in cui Mauro Valeri, sociologo e Responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio, prova a districarsi fornendo un quadro dettagliato della situazione. Accade così che nello sport più praticato, il calcio, i ragazzi che vogliono giocare per una squadra professionistica, nati in Italia da genitori stranieri, sono

A due ragazzi di terza media, nati in Italia da genitori di paesi non comunitari (Ucraina e Kosovo), all’aeroporto di Fiumicino è stato impedito di partire per la Polonia perché privi di visto: è accaduto così che tutta la classe è partita per Auschwitz, al termine di un lungo progetto svolto durante l’anno, e i due ragazzi sono rimasti a terra costretti a reperire documenti da federazioni sportive con cui non hanno mai avuto a che fare e il tutto diventa ancor più complicato se si tratta di paesi fuori dall’Unione Europea e che magari si trovano

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in situazioni politiche molto difficili. Non solo, gli stessi ragazzi sono costretti a presentare ogni anno una nuova documentazione. Una serie di difficoltà che finisce spesso per causare l’abbandono dell’attività sportiva professionistica di migliaia di giovanissimi ogni anno. Fino ad arrivare a Federazioni ancora più intransigenti, come la Federnuoto, che impedisce ai minori stranieri la partecipazione alle competizioni ufficiali, se non come “fuori classifica”. Di fronte a tali chiusure, ci sono invece Federazioni più aperte come la Fidal (la Federazione italiana atletica leggera), che al contrario permette ai ragazzi nati in Italia di partecipare “alla pari” a tutte le competizioni nazionali, tanto che arriviamo al paradosso di poter avere un campione italiano di specialità (dai 100m al salto con l’asta) che però non può andare in Nazionale. Infatti, finché la legge 91/92 resterà tale, le seconde generazioni non potranno vestire la maglia azzurra fino a quando non avranno la cittadinanza italiana. Un caso eclatante, ricordato in “Campioni d’Italia?” è proprio quello di Mario Balotelli: nato a Palermo da genitori ghanesi e dato in affido a una coppia di Bergamo, ha ottenuto la cittadinanza solo dopo i 18 anni (non trattandosi di un’adozione) e dunque, nonostante fosse in quel momento il giovane più interessante del panorama nazionale, è stato costretto a rimanere fuori dalla Nazionale fino all’acquisizio-

ne della cittadinanza, saltando anche un appuntamento centrale nella storia di un atleta, come i Giochi Olimpici (Pechino 2008). Se quella di Mario Balotelli è sicuramente la storia più nota, “Campio-

Migliaia di ragazzi nascono in Italia, frequentano le nostre scuole, il più delle volte non conoscono neanche la lingua dei propri genitori eppure non hanno il diritto di “sentirsi uguali” ai loro compagni di banco, fino a subire episodi discriminatori che segnano in modo profondo la personalità

ni d’Italia?”, nella parte curata da chi scrive, cerca di portare alla luce vicende sicuramente meno conosciute, ma anche più clamorose come quella di Yassine Rachik, uno dei migliori mezzofondisti europei under 23: arrivato nel nostro paese da piccolo, dopo dieci anni non ha ancora la cittadinanza, continua a rifiutare le offerte di altri paesi dal “passaporto facile” perché si sente italiano e vuole gareggiare per il nostro paese, ma presto potrebbe anche stancarsi di aspettare. Perché in tutto questo,


oltre ad un provvedimento da riformare, c’è anche una burocrazia che finisce per sfinire questi ragazzi: per legge l’iter della cittadinanza non dovrebbe

Accade così che nello sport più praticato, il calcio, i ragazzi che vogliono giocare per una squadra professionistica, nati in Italia da genitori stranieri, sono costretti a reperire documenti da federazioni sportive con cui non hanno mai avuto a che fare e il tutto diventa ancor più complicato se si tratta di paesi fuori dall’Unione Europea e che magari si trovano in situazioni politiche difficili

durare più di 730 giorni, ma in alcuni casi si arriva anche a tempi record di cinque o sei anni. Senza dimenticare i casi di alcune prefetture italiane in cui solo per prendere un appuntamento ci si trova di fronte ad attese di nove mesi. Dopo numerosi tentativi andati a vuoto, il Parlamento sta ora provando a dare finalmente al paese una nuova legge sulla cittadinanza: la Commissione affari costituzionali della Camera sta lavorando a un testo unico in grado di mediare tra le oltre venti proposte di legge che sono state depositate. Si punta al cosiddetto “ius soli temperato” con al centro il criterio

della frequentazione scolastica (“ius culturae”): si ottiene la cittadinanza italiana dopo aver frequentato almeno un ciclo di studi. A questo criterio, un parte dei legislatori, intende aggiungere un altro punto fondamentale: concedere la cittadinanza anche a coloro che nascono in Italia da genitori che si trovano nel nostro paese da un certo numero di anni. Poiché il Parlamento ha già dato prova più volte di non avere la necessaria determinazione a portare avanti una legge di riforma, la Rete G2 si è impegnata nel seguire costantemente i lavori parlamentari e il dibattito sulla cittadinanza attraverso l’iniziativa G2 Parlamenta, che punta sui social network per raggiungere una platea più ampia possibile. Una nuova legge, se e quando sarà approvata, arriverà comunque troppo tardi per Samira Mangoud, attivista della Rete G2: nata a Roma nel 1980 da madre filippina e padre egiziano, al compimento dei 18 anni non fece richiesta della cittadinanza italiana. Il Comune di Roma, per cui lavorava, non poté assumerla: Samira intraprese un’azione legale nei confronti dell’amministrazione capitolina, ma a causa di un male incurabile è scomparsa il 20 febbraio del 2010, a soli 29 anni, prima che il giudice decidesse sul suo caso. Alla memoria di Samira è dedicato Campioni d’Italia?, un lavoro che ci consegna lo spaccato «di un’Italia giovane, piena di energia, ma fermata ai blocchi di partenza», scrive il sottosegretario Graziano Delrio nella prefazione al libro, «un’Italia di cui abbiamo bisogno perché sarà protagonista del nostro futuro».

Si può affrontare il tema della cittadinanza in modi molto diversi e sicuramente anche parlando di sport. Nelle diverse discipline (calcio, atletica, tennis o sport “minori”) è particolarmente evidente il problema di ragazzi ed atleti cresciuti in Italia ma che, almeno burocraticamente, ancora italiani non sono. In questo libro la questione cittadinanza è trattata da diversi punti di vista: si inizia con la situazione legislativa (apparentemente in movimento ma su certe posizioni sempre immobile) e con una parte dedicata alla rete G2, per capire chi ne fa parte e le richieste. Si passa al ruolo delle diverse federazioni, alla situazione di integrazione sportiva nelle diverse discipline. Per arrivare alle storie degli atleti, costretti spesso ad affrontare oltre che prove sportive anche sfide di tutt’altro genere: 100 “campioni” raccontati, nati in Italia o arrivati da piccoli nel nostro paese. (da www.sinnos.org) Mohamed Abdalla Tailmoun, Mauro Valeri, Isaac Tesfaye, Campioni d’Italia? Le seconde generazioni e lo sport, Roma, Sinnos Editrice, 2014

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NÊ piÚ mai toccherò le sacre sponde Ove il mio corpo fanciulletto giacque, =DFLQWRPLDFKHWHVSHFFKLQHOO¡RQGH Del greco mar, da cui vergine nacque Venere, e fea quelle isole feconde Col suo primo sorriso, onde non tacque Le tue limpide nubi e le tue fronde /¡LQFOLWRYHUVRGL&ROXLFKH

O¡DFTXH

Cantò fatali, ed il diverso esiglio Per cui bello di fama e di sventura Baciò la sua

petrosa Itaca Ulisse?

Tu non altro che il canto avrai del figlio, O materna mia terra; a noi prescrisse Il fato illacrimata sepoltura. (Ugo Foscolo, A Zacinto, 1803)


OrienTellers

Quando le donne raccontano l’Oriente di Valeria Lenuzza

Partendo dal proposito di offrire uno sguardo inedito sul tema della visione della donna e del suo ruolo nella società attraverso le opere di illustratrici medio ed estremo-orientali, la mostra OrienTellers: quando le donne raccontano l’Oriente, ideata dagli studenti della IV edizione del Master Valeria Lenuzza in Management delle risorse artistiche e culturali (IULM-Fondazione Roma) e allestita agli inizi di novembre a Roma, a Palazzo Incontro, è divenuta poi spunto per riflessioni di carattere ben più generale. Le artiste coinvolte sono accomunate dall’impegno che hanno profuso nella trasmissione di messaggi sociali e culturali positivi e dalla forte convinzione che l’espressione artistica debba giocare un ruolo di primo piano nel risvegliare le coscienze su fondamentali questioni sociali, politiche e culturali. La loro consapevolezza scaturisce nella maggior parte dei casi dal confronto costante che hanno potuto operare tra la propria cultura di origine o di appartenenza e i valori positivi e negativi trasmessi dal mondo occidentale. Molte di loro, spinte dal desiderio di portare avanti la propria formazione o dalla situazione politica del proprio Paese, hanno dovuto abbandonarlo, in modo definitivo o per lunghi periodi. Tra le artiste del mondo arabo, Jenine Sharabi dal Bahrein, e due delle artiste libanesi, Maya Zankoul e Joumana Medlej, offrono esempio di diverse esperienze di emigrazione.

Jenine Sharabi, nata ad Atene da madre americana e padre palestinese, dopo l’infanzia in Bahrein, ha trascorso gli anni più importanti della sua formazione in Canada e a Londra. Ha scelto poi di rientrare in patria, dove oggi vive e lavora, forte della sua esperienza di emigrazione e cosciente dei cambiamenti che questa ha prodotto su di sé, rafforzando un senso di identità come cittadina del mondo. Molto diverso, invece, è il legame che le artiste libanesi hanno mantenuto con il proprio Paese. Il conflitto tra Libano ed Israele (prima guerra libanese del 1982 e seconda guerra libanese del 2006) ha segnato la biografia di entrambe: Maya Zankoul ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in Arabia Saudita, per ritornare in Libano solo nel 2005; Joumana Medlej, creatrice della prima supereroina libanese - Malaak:

Angel of Peace - ha scelto di spostarsi definitivamente in Occidente, a Londra. Per spostarci in Estremo Oriente, le due artiste giapponesi - Yuko Shimizu e Yoko Furusho - si sono trasferite giovanissime a New York per completare gli studi e hanno fatto degli USA la loro patria d’elezione. A Singapore, la “città giardino” crogiolo di popoli e culture, “city of opportunity” per eccellenza dopo Londra e New York (secondo il rapporto di PWC PriceWaterhouseCoopers LLP 2014), vive invece Debasmita Dasgupta, di origine indiana. La ricchezza di esperienze biografiche di queste artiste ha offerto lo spunto per porre loro alcune domande sul proprio “migratorio” vissuto.

Come donna e artista, cosa ti ha spinto a lasciare il tuo Paese di origine e a decidere di tornarvi o meno? Jenine Sharabi: Mio padre è palestinese e mia madre americana, si sono incontrati negli USA e sposati negli anni Settanta. Dopo la nascita di mia sorella maggiore, si sono spostati ad Atene negli anni Ottanta, per il lavoro di mio padre. Io e mia sorella siamo nate là nove anni dopo e più tardi mio padre è stato trasferito

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per lavoro in Bahrein. Da allora sono trascorsi ventidente ogni aspetto della mia vita, senza aver bisogno sette anni e siamo ancora qui. Adesso abbiamo tutti di un uomo che lo faccia per me, è stato veramente lipassaporti del Bahrein, e questo è quello che io chiaberatorio. Considerato che qui, a Londra, vengo tratmo essere a casa. La vita qui è facile e rassicurante. tata molto meglio come donna e come artista, non Maya Zankoul: Non ho lasciato il mio Paese per mia credo proprio che tornerò mai indietro. volontà. Furono i miei genitori a lasciarsi alle spalle Debasmita Dasgupta: Non credo di aver mai lasciaun Libano devastato dalla guerra, alla ricerca di opto davvero il mio Paese. La separazione fisica per me portunità di lavoro. È questo il motivo per cui sono significa meno di niente se emotivamente si continua cresciuta a Jeddah, in Arabia Saudita, dove mio padre a rimanere legati ad un luogo. Di fatto, per me la diha lavorato per più di venticinque anni. Ho vissuto là stanza ha significato profondità. Lasciarmi la mia terda quando avevo due mesi fino ai diciotto anni. Visira alle spalle mi ha fatto scoprire un amore profondo tammo il Libano insieme per la prima volta durante e una malinconia per essa che mai avevo provato una vacanza estiva, e allora nacque in me una sorta di quando vivevo là. La visione diventa sfocata se ciò attaccamento romantico verso il mio Paese d’origine, che guardi è troppo vicino ai tuoi occhi. Da una certa che potevo visitare solo pochi mesi all’anno. Durante distanza, invece, vedi le cose più chiaramente. Comi miei ultimi anni in Arabia Saudita, ogni volta ho prendi cosa ti lega a esse come mai prima. contato i giorni che mi separavano da una nuova visiYuko Shimizu: Essere donna ed essere artista non sota in Libano. Quando mi sono definitivamente trasfeno state le ragioni che mi hanno portato “direttamenrita in Libano per lo stabilizzarsi della situazione polite” a lasciare la mia terra, per quanto non posso negatica, mi sono sentita davvero felice di tornare ed enture che siano stati elementi che hanno sicuramente siasta di cominciare a costruire una nuova vita nella avuto un ruolo nella mia decisione. mia vera casa. Ci sono alcune ragioni molto importanti per cui ho laJoumana Medlej: Prima di tutto, mi hanno spinto a sciato il mio Paese. Innanzitutto, sono in parte crelasciare il Libano due considerazioni: l’impossibilità sciuta a New York, dove ho vissuto dai 12 ai 15 anni, di portare avanti la mia carriera artistica in una nazioe quando sono rientrata in Giappone per vivere nuone dove l’arte non è ancora molto stimata e dove, con vamente là, ho sentito fortissima la difficoltà di essere la catastrofica situazione attuale, le porte mi sono stanuovamente accettata nella cultura locale, che è molte chiuse una dopo l’altra, e la certezza che non ero to omologata. La società si aspetta che i singoli pensiaffatto pronta a sacrificare il mio lavoro pur di rimano e agiscano in un determinato modo, considerato il nere lì. corretto comportamento giapponese. Il fatto che al liCome donna, mi sentivo ceo, a New York, ero sempre più vulnerabile stata educata a pensare perché là le donne gocon la mia testa e a dono di ben pochi diritesprimere le mie opiti: quando tutto fila linioni - insegnamenti scio, non ci sono discriche erano stati il cuore minazioni contro di lodi quello che avevo imro, per quanto tu non parato - non aiutava i venga mai presa troppo miei coetanei giapponeseriamente, ma non apsi ad accettarmi come pena crescono le tensiouna di loro. ni e gli episodi di crimiSono rimasta in Giapnalità o l’economia pegpone per altri diciotto giora, la donna diventa anni e poi mi sono trala prima potenziale vitsferita nuovamente a tima di attacchi o di New York. Quella sensfruttamento economisazione di non essere co, e quando questo avaccettata non si era mai viene non c’è nessuno a sopita. L’approccio anproteggerti o ad agire in cora molto conservativo tua difesa. Normalmenche il Paese ha nei conte, la donna deve essere fronti delle donne certo sotto la protezione di un non ha aiutato in tal uomo, che sia il padre o senso. il partner, ma quello non New York per me è un posto dove ci si può era il mio caso. Per quesentire a proprio agio, sto, trasferirmi in un perché le persone vi luogo dove la mia idengiungono da ogni parte tità di donna è presa sedel mondo con il loro riamente e dove posso bagaglio di sogni e amgestire in modo indipen- Joumana Medlej - Malaak, Angel of Peace


bizioni e nessuno si cura del fatto che parli o ti comporti in modo diverso. È veramente una città univer-

Per me la distanza ha significato profondità. Lasciarmi la mia terra alle spalle mi ha fatto scoprire un amore profondo e una malinconia per essa che mai avevo provato quando vivevo là. La visione diventa sfocata se ciò che guardi è troppo vicino ai tuoi occhi. Da una certa distanza, invece, vedi le cose più chiaramente

sale per coloro che vogliono raggiungere i propri obiettivi. Come artista, la ragione principale per cui ho scelto di vivere a New York è che volevo mettermi alla prova nel più grande “stagno” del mondo. Trovo ancora stimolante essere un piccolo pesce che combatte e lavora sodo per crescere e migliorarsi nello stagno più grande che ci sia. È decisamente meglio che essere in un piccolo stagno ristretto, perché ci sono moltissime persone dalle quali puoi imparare, e occasioni di crescita pressoché infinite. Certo, New York non è un luogo perfetto. Nessun luogo è perfetto. Ma almeno fino ad oggi, non posso pensare di vivere altrove. È la mia casa. Yoko Furusho: Ho lasciato il Giappone quando avevo diciotto anni per studiare alla School of Visual Arts di New York. Ai miei genitori non piaceva molto l’idea che diventassi un’artista, si preoccupavano delle probabilità di successo e della possibile stabilità in termine di guadagni. Per questo è stato tutt’altro che facile per me riuscire a frequentare un istituto d’arte negli USA. Dal momento, però, che diventare un’artista e inseguire la gloria dell’arte era il sogno della mia vita, non potevo non spostarmi a New York, dove le mie possibilità di accrescere competenze teoriche e tecniche si sarebbero moltiplicate, così come le opportunità di costruire una rete di contatti e diventare un’artista famosa. Con il suo patrimonio unico di risorse e opportunità, New York mi ha aiutato sinora a raggiungere tutti i miei obiettivi formativi e professionali.

Cosa ha significato lasciare il proprio Paese e calarsi in una nuova realtà sociale e culturale, spesso profondamente diversa, per il tuo senso d’identità e di appartenenza ad una comunità? Come è cambiata la tua visione e percezione del Paese d’origine, delle sue tradizioni culturali e delle sue norme sociali? Come la natura e l’attività di artista hanno influenzato tutto questo? Jenine Sharabi: Ho trascorso la maggior parte della mia vita in Bahrein, spostandomi però all’estero per completare gli studi. Ho vissuto a Montreal, Canada, per un anno, e subito dopo mi sono spostata a Londra per quattro. Adoro viaggiare e cercare di andare in un

posto completamente nuovo ogni anno. Naturalmente, durante la mia vita sono stata esposta a molte culture differenti, poiché ho vissuto in una famiglia che celebra sia le feste musulmane che quelle cristiane, ho ereditato le tradizioni culturali sia di mia madre, americana, che di mio padre, palestinese, ho frequentato una scuola internazionale e amici provenienti da ogni parte del mondo. Questo ha modellato la mia mente abituandomi ad accettare e adattarmi a culture diverse molto facilmente e a scorgere i punti di contatto tra esse. Tutto questo, insieme a una buona educazione, mi ha reso capace di osservare e analizzare la società e avere piena consapevolezza del mio sguardo e delle mie sensazioni. Non mi identifico in modo particolare con una sola cultura, al contrario faccio continui confronti e studio le differenze tra culture e mi sento costantemente in viaggio alla scoperta della mia identità e delle culture cui i miei ideali si accostano di più. Penso che il mio lavoro rifletta quest’esplorazione continua. Se da un lato, apprezzo l’importanza dei legami familiari e l’importanza che valori come la generosità e l’ospitalità hanno nella società medio-orientale, dall’altro sono consapevole dell’eccesso di conservatorismo e del regime patriarcale che ancora esiste nel Paese. Maya Zankoul: Cominciando a vivere il Libano come una destinazione per le vacanze, mi ero fatta un’idea del paese completamente diversa da quella che ho poi sperimentato nel quotidiano, vivendoci giorno dopo giorno. Appena rientrata, ho avuto una sorta di shock culturale. L’immagine romantica del Libano che avevo costruito nella mia mente è svanita, sostituita dalle tensioni politiche che hanno caratterizzato in particolare gli anni 2005-2008. Nonostante questo, ho scelto di rimanere qui e di essere d’esempio, di rappresentare una persona che può vivere in Libano e ha scelto di farlo. Joumana Medlej: È stato molto difficile, sebbene abbia trascorso molto tempo viaggiando, prima del mio trasferimento definitivo. Sono piena di rabbia contro il Libano per tutto il tempo della mia vita che ha rovinato e tutte le opportunità che mi ha negato, per quanto è retrogrado sotto molti punti di vista e per quanto poco apprezza e valorizza la sua tradizione culturale. È un Paese talmente impegnato a cercare di essere qualcos’altro che non ha rispetto alcuno per la sua storia e la sua cultura. Soffro di questo in modo particolare perché il principale filone artistico che ho perseguito, la calligrafia araba, non è assolutamente apprezzato, mentre qui a Londra è trattato con grande rispetto. Mi rendo anche conto che prima di lasciare il Libano ho accettato cose che adesso non accetterei mai. Ho cominciato veramente a fiorire solo quando mi sono lasciata quel contesto repressivo alle spalle. Debasmita Dasgupta: All’inizio è stato molto difficile. Ho cominciato con un misto di trepidazione, paura e speranza. Pian piano sono riuscita a mettere da parte timori e incertezze e ho cominciato a muovermi nel nuovo contesto. Credo che per la nostra generazione sia più semplice, siamo tutti connessi attraverso il web, siamo cittadini del mondo, mai davvero esclusi

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in un paese straniero. Non si può negare, però, che i conflitti culturali permangono. Alcuni giorni trovo difficile persino comunicare i miei pensieri, ho la sensazione che nessuno riesca a capirmi. La mia educazione è diversa, il mio modo di pensare è diverso, il mio modo di percepire e interpretare la vita è diverso. Quelle giornate sembrano più lunghe delle altre e la mia ombra diventa più grande di me, ma la mattina dopo trovo di nuovo una ragione per mettere da parte questi pensieri negativi e farmi forza. Non credo che la mia percezione sia cambiata molto. Piuttosto si sono rafforzati i valori e gli ideali con cui sono cresciuta. Non sono una grande fan delle “regole”. Potrei dire che mi godo il ritmo naturale della vita che ci tiene in movimento. Le regole cercano di domarti, come fa la diga con il fiume. E io, invece, sono convinta che la cultura sia come un fiume che scorre e che uscirà dagli argini se si cerca di contenerlo. Queste convinzioni mi hanno sempre guidato anche nella creazione artistica. Questo è il motivo per cui la mia arte è tutta centrata sulla positività della vita. Le mie espressioni visuali non trattano mai di immobilità e rimorso, ma sempre invece della capacità di affrontare le sconfitte e proseguire oltre.

Durante la mia vita sono stata esposta a molte culture differenti. Non mi identifico in modo particolare con una sola cultura, al contrario faccio continui confronti e studio le differenze tra culture e mi sento costantemente in viaggio alla scoperta della mia identità e delle culture cui i miei ideali si accostano di più. Penso che il mio lavoro rifletta quest’esplorazione continua

Yuko Shimizu: Al di là del fatto che si aspiri o meno a diventare artisti, sperimentare la vita in una cultura completamente diversa è sempre una buona idea. Amplia la tua visione. E avere esperienze multiculturali è l’unica cosa che davvero arricchisce vita e arte. Yoko Furusho: Prima di trasferirmi negli USA, avevo poco interesse per la cultura giapponese. Mi piacevano, piuttosto, la letteratura e la pittura europee. Trascorrendo i miei primi diciotto anni in Giappone e dando per scontato ciò che mi circondava e, al tempo stesso, subendo la popolarità delle culture occidentali, ero sempre rimasta indifferente alle tradizioni culturali del mio Paese. Vivere negli USA ha totalmente cambiato l’idea che ho della mia cultura d’origine. Il momento esatto in cui questo cambiamento è avvenuto è stato quando ho preso parte a un seminario sull’Ukiyoe (la stampa artistica su legno giapponese) alla School of Visual Arts di New York. Con mia grande sorpresa, mi resi conto allora che molti americani apprezzavano l’Ukiyoe e anzi, a dirla tutta, l’amavano. Fu solo a quel punto che realizzai la profondità e l’u-

nicità della cultura giapponese e iniziai a creare opere che ne includevano qualche tratto. Ora che divengo via via sempre più curiosa e rispettosa verso la mia cultura d’origine, i miei lavori stanno diventando una combinazione tra il mio mondo immaginario e una prospettiva di ispirazione nipponica. Sono certa che non sarei stata così orgogliosa di essere giapponese come lo sono ora se non mi fossi trasferita oltreoceano.

Aver trascorso gli anni di formazione e/o di attività professionale in un paese straniero ha sicuramente conferito ai tuoi lavori un respiro internazionale, che li ha resi di immediata comprensione e gradimento ad un pubblico internazionale, anche di cultura occidentale, senza comportare la perdita o l’affievolimento del tuo background culturale originario. Il significato e la potenza dei messaggi trasmessi risultano ai nostri occhi di europei come amplificati da questo processo creativo influenzato da culture diverse. È stato così anche nel tuo Paese? Come vengono accolti i tuoi lavori nel tuo Paese di origine? Ne viene recepito e apprezzato il messaggio spesso scardinante rispetto alle norme sociali e culturali tradizionali, specialmente in relazione al ruolo della donna? Jenine Sharabi: Sino a oggi tutte le mie opere sono state accolte in modo molto positivo. Uno dei motivi è sicuramente che cerco di avere un approccio ironico a ogni opera che realizzo; il mio lavoro tratta questioni di grande importanza in modo molto scherzoso. Come artista, considero il mio lavoro fondato sull’osservazione. Osservo la società e puntualizzo cose che quando ero bambina erano per me elementi normali del quotidiano, ma su cui adesso, con occhi di adulta, sono in grado di riflettere in modo molto più oggettivo. Cerco di portare avanti una prospettiva umoristica che incoraggi le persone a sorridere di sé e dei costumi della società in cui vivono piuttosto che a sentirsi arrabbiati o amareggiati. Ne è un buon esempio la mia opera PDA (Public Display of Affection), esposta in mostra a Roma, che è stata accolta molto bene. I primi amici a cui l’ho mostrata commentavano «Oh, è molto rischiosa, la gente potrebbe sentirsi offesa». Io però non riuscivo a cogliere niente di realmente offensivo in essa e speravo in segreto che qualcuno avrebbe pensato lo stesso, per rafforzare la mia convinzione in ciò che facevo. L’ho presentata in gallerie in tutto il Paese. Soltanto in occasione dell’Abu Dhabi Art Fair, uno dei curatori decise di esporre il mio lavoro in un settore laterale, riservato a pochi visitatori, temendo di offendere membri della classe politica. Ho trovato quest’escamotage piuttosto ridicolo, per me PDA esprime un punto di vista delicato, certo niente a che fare con la pornografia! Tutto sommato, però, la cosa mi è piaciuta, ha reso la mia opera molto più azzardata, osé, di quanto non fosse! Se si osservano le diverse scene di PDA con attenzione, si può vedere che nelle illustrazioni ho raffigurato la coppia come sposata, così da essere politically correct a tutti gli effetti. A parte questo episodio, in ogni altra occa-


sione, PDA è stata accolta positivamente: di fronte all’opera, le persone sorridono, ridono e scattano foto; alcuni imitano perfino le pose per avere uno scatto ancora più eccitante! È interattiva e divertente: alla fin fine, è un messaggio sull’amore… come ci si potrebbe sentire offesi da questo? Maya Zankoul: Ho iniziato a lavorare una volta rientrata in Libano, non so come sarebbe stato altrimenti. Joumana Medlej: Io non ho lasciato il Libano per la mia formazione né agli inizi della mia carriera. Ho completato gli studi e iniziato la mia carriera in patria, sebbene la mia abitudine a viaggiare e la mia passione per il web mi abbiano fatto sentire molto l’influenza e gli stimoli del resto del mondo. Di fatto, il mio lavoro ha sempre comportato avere contatti con il mondo esterno tramite Internet, perché in Libano tutto è molto ridotto e limitato. Un piccolo mercato con scarso interesse per l’arte di fatto implica che una carriera “creativa” deve necessariamente orientarsi verso il settore della pubblicità. Il mio lavoro non è mai stato ben accolto in patria come lo è adesso in Europa, cosa che è ridicola e paradossale se si considera che adesso lavoro a tempo pieno come esperta di calligrafia araba: cosa facile a Londra, ma impossibile in Libano! Debasmita Dasgupta: Le mie opere hanno tratti espressamente indiani, soprattutto nei grandi occhi scuri dei personaggi, nelle vesti e negli sfondi variopinti. Questi elementi hanno spesso aiutato gli indiani a calarsi nella mia arte e a dialogarvi e ho ricevuto molte testimonianze dell’apprezzamento che i miei lavori hanno nel mio Paese. Nella società patriarcale tradizionale indiana, la donna si trova di fronte a molte sfide in momenti diversi della vita, perfino prima di nascere, dall’uccisione dei feti di sesso femminile allo sfruttamento fisico e sessuale delle ragazzine, alle spose bambine, alla violenza domestica fino alle molestie sul posto di lavoro. Le donne che appartengono agli strati più bassi della società sono soggette ai livelli massimi di sfruttamento e sono a tal punto sottomesse che spesso non hanno neppure il coraggio di parlare. L’arte è un mezzo non violento, ma tuttavia fattivo per dar voce alle tante donne che voce non hanno. Un’immagine potente può dire migliaia di parole e ispirarne milioni. Questa è la prima fondamentale motivazione che ispira e guida il mio lavoro di artista. Yuko Shimizu: In realtà, non considero gli USA e New York come un paese straniero. Mi sembra più straniero ed estraneo il Giappone, per quanto sul mio passaporto risulti ancora sua cittadina. È così solo sulla carta. Penso che ciò che viene espresso nella domanda dell’intervista costituisca un’ottima analisi della situazione in generale. Nel mio caso, però, le cose sono avvenute in modo molto più naturale. Dal punto di vista di un giapponese, io sono molto americana (o comunque straniera); dal punto di vista di un Americano, invece, sono giapponese. Non mi preoccupo molto di questo, ma, ovviamente, il mio lavoro riflette la mia identità e io sono davvero a cavallo tra la cultura

giapponese/asiatica e quella statunitense/occidentale. Cerco, nel lavoro e nella vita, di essere coerente con me stessa e spero che le mie opere lo riflettano. Non ho idea, davvero, di come il mio lavoro sia accolto in Giappone. Fortunatamente, alcuni sembrano apprezzarlo, ma per altri rimane qualcosa di completamente estraneo e difficile da capire secondo la logica tradizionale. Fino ad anni abbastanza recenti, in Giappone, le mie opere sono rimaste sostanzialmente ignorate. Alla fine ho iniziato ad avere qualche commissione, ma ancora si tratta di numeri molto ridotti. So che la parola “femminista” talvolta ha pessima reputazione, ma sono orgogliosa di essere una femminista. Voglio che le donne di tutto il mondo si sentano forti e si comportino da forti. Credo moltissimo nei diritti delle donne. Ovviamente, essendo un’illustratrice, le mie opere spesso sono strettamente connesse a quello che è il contesto di ogni lavoro che mi viene commissionato o progetto in cui sono coinvolta, ma, ogni qualvolta posso, inserisco immagini di ragazze (spesso fanciulle) che si lanciano in grandi avventure. Yoko Furusho: Attraverso la collaborazione con artisti e committenti di talento e la possibilità di sfruttare miriadi di opportunità, sia a livello di risorse che di network, a New York, ho potuto veder crescere concretamente la mia carriera, anche influenzando con il mio lavoro artisti ben più famosi, in tutto il mondo. È altamente probabile, però, che non avrei avuto lo stesso successo se avessi portato avanti la mia carriera solo in Giappone. Sfortunatamente, i giapponesi hanno scarso apprezzamento per gli artisti. Anche se ci sono molti artisti famosi, come Yayoi Kusama, Takashi Murakami, Yoshitomo Nara, verso cui la gente comune nutre rispetto e ammirazione, il loro talento è stato scoperto e coltivato oltreoceano e non certo in Giappone, dove la maggior parte degli artisti ha bisogno di un secondo lavoro per potersi mantenere, senza poter contare sulle proprie doti creative. Penso che queste siano condizioni negative perché possono produrre una situazione in cui molti artisti di talento sono costretti a mettere da parte i loro sogni semplicemente perché non hanno abbastanza denaro per vivere. Di fatto, molti artisti giapponesi, come ho fatto io, cercano di formarsi e fare carriera oltreoceano nella speranza di avere migliori opportunità e un ambiente di lavoro più adeguato. Sono convinta che l’arte abbia un grandissimo potenziale e potere e spero che il Giappone in futuro diverrà in grado di offrire opportunità migliori all’industria artistica così da accrescere la competitività del Paese in questo settore. Per quanto riguarda eventuali discriminazioni di genere, non posso dire di coglierne alcuna nell’industria artistica in Giappone o a New York. Tutti i miei colleghi, che siano uomini o donne, sono pieni d’energia e ambiziosi, alla ricerca di strade che consentano loro di esprimere appieno la loro creatività e il loro talento. Sono comunque lusingata dal fatto che molte delle mie opere attraggano specialmente giovani donne, perché spero di riuscire a creare e comunicare valori e ideali più alti sui temi delle discriminazioni di genere, di età e di nazionalità.

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Mujeres Argentinas (si) raccontano Un viaggio nelle storie migranti di donne artiste di Inés Grion, Leticia Marrone, Marina Rivera

nuove espressioni del fenomeno multiculturale di questo paese. Mujeres argentinas (si) raccontano Artiste dietro le quinte documenta e racconta il percorso artistico e di vita di sette donne argentine emigrate in Italia. Le artiste intervistate sono: Karina Filomena (ballerina), Silvana Chiozza (pittrice), Irma Carolina Di Monte (attrice), Marcela Szurkalo (cantante e ballerina), Yanina Lombardi (musicista), Yamila Suárez (attrice) e Sofía Karakachoff (videomaker e musicista). Vengono presentate qui le storie di quattro di loro. Quello che rende questo evento unico nel suo genere è l’inedito allestimento costantemente work in progress, in cui il racconto formato dalle sette storie di partenza si arricchirà giorno dopo giorno dei contributi delle donne argentine che visiteranno la mostra. Le visitatrici potranno portare la propria foto “nel salotto multimediale” dove, all’interno di cornici “ancora” vuote potranno inserire una loro immagine, una foto, un disegno, contribuendo ad arricchire l’immagine della migrazione creativa a Roma. La scenografia è quella del soggiorno di un’abitazione, uno spazio intimo e vitale, scelto dalle protagoniste come punto di partenza per un viaggio che suggestiona la vista, la memoria, l’immaginazione e la riflessione su quanto di noi dimora nella casa dell’altro. La mostra è stata allestita per la priLa locandina dell'esposizione di Roma, al Museo Pigorini, nel 2013. La mostra multimediale Mujeres argentinas ma volta al Mu(si) raccontano, di Inés Grion, Leticia Marrone e Marina Rivera è stato presentata in Argentina nel novembre scorso, presso il Centro cultural Paco Urondo di Buenos Aires, il Museo Nacional de Bellas Artes de Neuquén e seo Nazionale il Teatro Verdi della Associazione italiana di Trelew e continua a girare altre città “Luigi Pigorini” «Scegli una foto che racconti il viaggio della tua vita» è stata la premessa iniziale è della video-mostra Mujeres Argentinas (si) raccontano. Basato sulla tecnica del reportage audiovisivo questo evento multimediale permette al pubblico di entrare in modo nuovo, insolito, straorLeticia Marrone, Marina Rivera e Inés Grion, curatrici della dinario nelle vite di mostra donne che, migrate in Italia hanno sviluppato i propri progetti artistici come


all’interno di [S]oggetti migranti / [READ-ME 2], un progetto della Unione Europea di museografia parte-

cipativa finalizzato alla costruzione di una rete di associazioni della diaspora e musei di etnografia.

Marcela Sonia Surkalo, 39 anni, ballerina, cantante - Foto La Repubblica

Marcela Sonia Surkalo Un tango per volare lontano «Questa è una foto dello spettacolo Napoletango, tratta dal giornale La Repubblica. Sono venuta dall’Argentina nel 2003 con 100 euro in tasca, una cosa molto azzardata. Per molto tempo ho dovuto lasciare la mia professione d’artista perché dovevo lavorare per riuscire a vivere qui. Questa foto simboleggia, dopo tanti anni di sforzo e lotta, l’essere riuscita ad avere la mia scuola di tango, a lavorare in televisione, nel teatro, in eventi. Questo è uno spettacolo che adoro e ho adorato perché, a parte il tango, svela la napoletanità che abbiamo tutti noi argentini. Ed è anche un simbolo perché mi ricorda che insieme a 20 artisti abbiamo girato i migliori teatri d’Italia. È stato realmente come dire: eccomi, sono qui».

Iniziare una vita nuova in un altro paese solo con 100 euro in tasca, lasciando la propria figlia e una carriera artistica nel momento più acuto della crisi argentina. Un atto di coraggio che la vita ha ricompensato con una realtà colorata dalla danza e dal canto. Ogni progresso è stato viscerale. Marcela vive in Italia da 9 anni e da 6 a Roma. Dopo 9 mesi dall’arrivo, è riuscita a portare qui sua figlia Aylen che a 17 anni è tornata a vivere di nuovo a Buenos Aires per proseguire con la musica e la danza, come sua madre. Un’e-

migrazione inversa. Nei primi anni, Marcela ha lavorato ovunque per conquistare con un mare di sforzi i suoi nuovi spazi, e oggi questi parlano da soli: dal ruolo di protagonista in Napoletango, del regista Giancarlo Sepe, agli spettacoli e ai concerti di canto, alla scuola di tango che ha creato, per arrivare a una tournée con Biagio Antonacci.

Marcela vive in Italia da 9 anni e da 6 a Roma. Dopo 9 mesi dall’arrivo, è riuscita a portare qui sua figlia Aylen che a 17 anni è tornata a vivere di nuovo a Buenos Aires per proseguire con la musica e la danza, come sua madre. Un’emigrazione inversa Tornare a vivere o meno in Argentina è uno dei punti interrogativi della sua vita, ma forse non ha importanza: ormai si considera una cittadina del mondo, un’argentina che porta con sé ciò che è in ogni luogo in cui va. La sua vita è l’arte in tutte le sue espressioni e quanto più riesce a vivere in questo modo, si ritiene la donna più felice del mondo.

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Sofia Karakachoff, 38 anni, cineasta-videomaker, musicista, mourgera - Foto Maila Iacovelli ©

Sofia Karakachoff Salti, suoni e riprese di una vita «Questa è la prima murga che abbiamo fatto. Stavamo suonando al Teatro Ambra Jovinelli e ricordo una presentazione bellissima della murga Sin Permiso. La murga è qualcosa che ho scoperto in Argentina ma che ho iniziato a fare in Italia. É stato molto importante, ho iniziato dieci anni fa quando sono ritornata dal mio paese per la seconda volta. É arte di strada, in Argentina, è un’arte popolare che si esprime nei quartieri, soprattutto nel periodo di carnevale. Ogni quartiere ha la sua murga, è una forma di espressione e protesta popolare, per unire l’arte, la musica e l’allegria alla protesta e alla critica verso la società, il governo e quello che non funziona bene. Quando abbiamo iniziato a fare murga è stata importare questa caratteristica: un’arte di strada dove tutto il mondo possa esprimersi, ballare, suonare, truccarsi e cantare, e possa usarla per dire quello che pensa, nelle manifestazioni o ovunque sia».

Sofia ha una doppia identità, si considera tanto argentina quanto italiana. Ha scelto per due volte di vivere in Italia. Suo padre è stato assassinato durante la dittatura militare quando lei aveva due anni e con la sua famiglia è dovuta andare a vivere in esilio in Venezuela. Con il ritorno della democrazia sono rientrati in Argentina, per poi trasferirsi in Italia. É cresciuta a Roma, ma visitava spesso Buenos Aires, dove ha poi studiato per diventare regista di cinema. Tuttavia la mancanza di Roma l’ha fatta ritornare. Ha un’energia travolgente e in questi dieci anni si è dedicata intensamente al cinema lavorando in molti

film, pubblicità, fiction finché un giorno ha deciso di cambiare la sua vita per fare quello che ama. Oggi si nutre di un suo mondo pieno di stimoli creativi, è

La murga è qualcosa che ho scoperto in Argentina ma che ho iniziato a fare in Italia. É stato molto importante, ho iniziato dieci anni fa quando sono ritornata dal mio paese per la seconda volta. É arte di strada, in Argentina, un’arte popolare per unire la musica e l’allegria alla protesta e alla critica verso la società, il governo e quello che non funziona bene

una video-maker indipendente, musicista percussionista e gira con la sua murga ovunque. Sono suoi i filmati di Mujeres Argentinas (si) raccontano. Ha creato Scatola, una piattaforma di video-ritratti di artisti underground e ha partecipato al progetto Le principesse del Palazzo Francigi in cui si narra di una struttura basata su un innovativo metodo psichiatrico per curare l’anoressia e la bulimia. Sicuramente uno dei progetti più importanti della sua vita sarà il documentario che sta producendo insieme a sua sorella Matilde sulla storia di loro padre. Roma si colora di donne come lei, che girano in bicicletta cantando, che cercano di raccontare altre realtà e che caricano le strade romane di una allegria poderosa chiamata murga.


Yamila Soledad Suarez Filgueira spettacoli e formare l’associazione Un anima in palcoscenico culturale ArteAttiva insieme al suo compagno, Francisco Dri. Yamila vi«Questa è la foto di uno spettacolo ve a Roma da otto anni, ne ha fatta di che si chiama Raul Raul - Framstrada e continua a farne. É arrivata menti di un istante. L’ho scritto nel senza parlare italiano, dovendo af2004, in lunfardo, un dialetto che frontare le difficoltà e le lunghe atteevoca il tango e Buenos Aires. Stase per ottenere la cittadinanza, ha lavo programmando un viaggio in Euvorato come baby-sitter e nei ristoropa. L’abbiamo rappresentato con ranti per arrivare un giorno a gestire i una mia amica in Spagna, nella mepropri progetti culturali. Attualmente tro, ma la prima volta è andato moldirige e fa l’attrice di teatro, burattito male. Né una parola di apprezzani, clown, teatro di figura, fa parte di mento, né guadagni e neanche un applauso. Abbiamo riprovato una una murga e lavora negli ospedali facendo spettacoli per i bambini. Con seconda volta ed è andata benissimo, raccogliendo soldi e consensi. ArteAttiva hanno aperto da quattro Da lì ho realizzato: sono qui, da soanni El Cafetin nella Casa del Popolo la, nella strada, nella metro ed è du- Yamila Soledad Suarez Filgueira, 31 an- a Torpignattara, una milonga dove si balla tango, si mangia argentino e si rissima, non è come il teatro. Que- ni, attrice - Foto Leandro Chavarria © fanno concerti di tango e folclore, sto spettacolo è stato il punto di parquasi come si fosse in un angolo di Buenos Aires. tenza, la spinta. La gente lo ha apprezzato. Sono Porta ogni settimana il battito e l’intensità della cultornata in Argentina ed è cresciuto fino a diventare tura argentina, cosi come li trasmette danzando neluno spettacolo in spagnolo e in italiano. Adoro quest’opera perché in questi anni di trasformaziola murga Patas arriba. Nonostante sia italiana, si sente sempre un po’ ne si è intrecciata con tutto quello che stavo vivenstraniera, inevitabilmente, come succede a tanti. do in quel momento. Mi riporta alla mente milioni Per questo, si immagina un futuro nella sua Buedi aneddoti». nos Aires, per sentirsi a casa. E continuare a viTutto era iniziato con l’avventura di girare l’Europa vere di quello che ama fare: l’attrice in tutte le facendo teatro di strada, ma la voglia di fare l’ha sue forme. portata a rimanere a Roma, a creare e dirigere i suoi Yanina Lombardi Nulla l’ha mai fermata. Da picLa musica ovunque va cola andava a studiare al Con«Questa foto unisce varie cose servatorio di San Martin a Buedi quello che sono io, della mia nos Aires, con uno strumento vita, della mia esperienza a difettoso che le prestavano per Campobasso, il primo luogo esercitarsi, e riusciva sempre ad d’Italia nel quale ho vissuto. arrangiarsi e andare avanti con Rappresenta in modo ironico e gli studi. Non ha voluto feste affettuoso il fatto che la musica Yanina Lombardi, 29 anni, sassofonista per i suoi 15 anni. Ha preferito mi uccide in tante maniere. Foto Archivio famiglia Lombardi che le regalassero il suo primo Quello che si vede come se fosse una pistola è il sassofono, lo stesso che ancora porta con sé ed è disax, il bocchino è quello che produce il suono, punventato la bussola della sua vita. Poi l’Italia: ha finitando alla testa perché sono una che pensa tanto, to il Conservatorio a Roma, dopo aver vissuto a soffro molto di emicranie, quindi è un miscuglio tra Campobasso e a Genova, dove ha suonato in diverla musica e quello che sono io. Mi uccide, in un si gruppi. Nella sua tesi ha approfondito il jazz arsenso buono, perché non potrei vivere senza e pergentino e ha capito che la squisita combinazione tra ché, come tutti i musicisti, come tutti gli artisti, sto folklore e tango, assieme al jazz, creano lo stile che provando sempre a migliorare: è un peso positivo, le appartiene. Attualmente fa parte dell’Orchestra dal momento che quando non l’ho con me, non sto del 41° Parallelo, formata da 17 donne musiciste bene». che svelano e ricreano il mondo della musica etnica La musica fa viaggiare Yanina, cercando sempre e popolare di tutti i paesi di quella latitudine, ed è orizzonti nuovi. É arrivata in Italia a 19 anni, oggi anche la sassofonista di Jazz Ladies. ne ha 29. Aveva iniziato suonando pianoforte a 10 Recentemente si è trasferita a Berlino per scoprire anni finché, due anni dopo, ha scoperto il sax e se un nuovo universo di suoni, facendo tesoro di tutto quello che ha conosciuto. Questa passione contine è innamorata. Per questo motivo, sa che una delnuerà a battere nel suo cuore, perché è proprio dal le decisioni più importanti della sua vita l’ha presa cuore che vengono fuori le sue melodie. in quel momento: sarebbe diventata sassofonista.

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Palladium

Al Teatro Palladium il Franco Cuomo International Award. Cronaca di un

premio meritato

Rubriche

di Luca Aversano

Un pomeriggio di dicembre, pioggia tropicale, taxi di corsa verso il Senato della Repubblica, nel traffico romano. Il timore d’attardarsi ai rituali controlli d’ingresso, come di finire in panni inumiditi, è pari all’ansia di partecipare a un’importante, prestigiosa occasione: la consegna del premio “FranLuca Aversano co Cuomo” al Teatro Palladium, il riconoscimento di un impegno serio, intenso, che ha visto dirigenti, docenti, studenti, personale tecnico-amministrativo-bibliotecario lavorare insieme per dar vita a un nuovo progetto culturale di teatro universitario. S’arriva per fortuna senza particolari difficoltà, anche con qualche minuto di anticipo. I controlli, d’altro canto, sono più agevoli del previsto. Tra gli ombrelli che si richiudono spunta il sorriso di Mario Panizza, mentre fanno capannello i rappresentanti dei diversi organi dell’ateneo, compresi quelli deputati alla conduzione del Teatro. Insomma, c’è aria di famiglia, e la tensione si stempera definitivamente nel salire le scale dell’edificio, che non conducono a locali di magniloquente austerità, ma a un piacevole appartamento di stanze eleganti, anticamente arredate, tramite cui s’accede alla lucente sala Zuccari, decorata per intero ad affresco e unico ambiente rimasto inalterato dopo le numerose ristrutturazioni di palazzo Giustiniani. La sala si riempie rapidamente, alcuni degli invitati non trovano posto e si accomodano sui divanetti dei locali adiacenti, dai quali è possibile seguire sugli schermi lo svolgimento della cerimonia. Velia Iacovino, presidente del Premio, apre illustrando la natura del Franco Cuomo International Award, intitolato allo scrittore, drammaturgo e giornalista scomparso nel 2007 e patrocinato dalla Presidenza del Senato della Repubblica, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali e del Turismo. Nato allo scopo di valorizzare nuove forme di espressione culturale, sociale e umana del nostro tempo, il Premio prevede due ambiti principali: il settore Cultura, articolato a sua volta in tre sezioni (Letteratura, Saggistica, Teatro) e affidato a una giuria esterna qualificata; i premi speciali, assegnati direttamente dall’organizzazione. Franz Ciminieri, presidente di Ancislink, associazione

promotrice dell’intera iniziativa, introduce alcuni importanti ospiti, tra cui Jihanda Zang (consigliere culturale della Repubblica Popolare Cinese). Presenta quindi al pubblico la giuria, composta da diverse personalità del mondo della cultura: Otello Lottini, docente del nostro Dipartimento di Lingue Letterature e Culture straniere; il regista Maurizio Scaparro; Giuseppe Marra, presidente del gruppo Gmg e direttore dell’agenzia Adnkronos; Emilia Costantini, giornalista del Corriere della Sera, critico teatrale e scrittrice; Alessandro Bianchi, urbanista docente all’Università Mediterranea di Reggio Calabria; Giancarlo Bosetti, direttore della rivista Reset; Giampiero Mele, imprenditore e saggista; Emanuele Lelli, ricercatore all’Università La Sapienza; Paolo Acanfora, docente di Storia contemporanea alla Iulm di Milano e alla Lumsa di Roma. Otello Lottini, presidente della Giuria, dà inizio alla vera e propria premiazione. Ciascuna sezione assegna due riconoscimenti di pari valore, di cui il secondo per la valorizzazione di nuove esperienze culturali: per la Letteratura risultano vincitori Melania Mazzucco e Giovanni Floris; nella Saggistica, Emilio Gentile e Azzurra Meringolo. Per quanto concerne la sezione Teatro, la Giuria propende per una scelta originale, in sintonia con un premio che guarda al futuro senza smarrire il filo rosso della tradizione. Franco Cuomo, che ha contribuito a scrivere la storia della drammaturgia italiana contemporanea, sognava un teatro diverso, meno paludato, più sperimentale, nel quale ci potesse essere spazio non solo per spettacoli d’interpreti noti su testi classici, ma anche per messe in scena realizzate da compagnie nuove, da autori nuovi con cose nuove da dire. Cuomo partecipò al grande fermento che fu volano del teatro italiano negli anni Sessanta: debuttò, insieme a Carmelo Bene, con Faust o Margherita, uno spettacolo di grandissimo successo, e sperimentò in prima linea il teatro politico con Il Caso Matteotti e Compagno Gramsci. Visse poi da protagonista la grande stagione degli anni Settanta e Ottanta, in cui mise in scena testi come Nerone, Una Notte di Casanova, Addio Amore e tanti altri. Gli anni Novanta segnarono una crisi del teatro italiano, che Cuomo visse in prima persona, abbandonando definitivamente la drammaturgia e scegliendo la narrativa. Per affinità con gli ideali di Cuomo, la Giuria assegna il premio a Marco Giorgetti, direttore generale della Fondazione del Teatro della Pergola di Firenze. Giorgetti non è solo riuscito a scongiurare la chiusura dello storico teatro fiorentino, ma, con una politica culturale intelligente e illuminata, ne ha fatto un esempio pilota


di teatro capace di produrre, formare e aumentare la sua naturale vocazione internazionale; un luogo della cultura e della lingua teatrale, d’interesse pubblico ma gestito con criteri manageriali; un’occasione di rinnovamento per il settore e di occupazione per i giovani e che sta dando i primi frutti. Proprio come Cuomo aveva sempre auspicato. L’altra scelta della giuria, quella per la valorizzazione di nuove esperienze culturali, è di marca istituzionale: vince il Palladium, che sta attraversando una nuova, stimolante stagione, una grande sfida che vede l’assunzione di una responsabilità diretta da parte dell’Ateneo nella conduzione del Teatro. Il Rettore Panizza, chiamato a ricevere il premio, riassume in parole di contenuta emozione i caratteri di questa significativa esperienza, contraddistinta da impegno e passione. La nuova gestione, fortemente voluta dal Rettore e sostenuta dall’amministrazione dell’Università, si è data nuovi obiettivi e nuove strategie, per orientare la fisionomia del Palladium verso un originale modello di teatro universitario. In un momento di profonda crisi dello spettacolo, Roma Tre fa dunque sentire la propria voce, proponendo un’idea di teatro fondata principalmente sulla formazione dei giovani, sul rapporto fra tradizione e sperimentazione, sull’approfondimento culturale, sul coinvolgimento della comunità accademica, della città e del territorio. Oggi il Teatro Palladium è uno spazio aperto alla città, agli autori, ai registi, agli attori, alle forze culturali, in primo luogo cittadine, ma anche nazionali e internazionali, nel solco di alcune grandi direzioni progettuali, che la giuria del Premio Cuomo ha inteso sottolineare nelle sue motivazioni: l’innovazione teatrale, la qualità artistica, la formazione e la promozione della cultura attraverso diversi codici, la costruzione della coscienza democratica e civile. Conclusa l’assegnazione dei riconoscimenti nel settore Cultura, è il momento della consegna di cinque premi

speciali a personalità e istituzioni selezionate dall’associazione Ancislink: il Centro “Pio Manzù”, organismo consultivo dell’Onu e promotore delle importanti Giornate Internazionali di Studio su temi economici, sociali e scientifici che interessano l’intera umanità; Only Italia, una rete d’imprese italiane, presieduta da Irene Pivetti, capace d’integrare le attività commerciali con la promozione della cultura italiana all’estero; la sociologa e mafiologa Giovanna Montanaro, studiosa della criminalità organizzata e del fenomeno del pentitismo, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e, più volte, della Commissione parlamentare antimafia; la giornalista e saggista Maria Pia Fiorentino, ideatrice e direttrice di alcune tra le più qualificate testate di  approccio  metafisico  e storicoculturale ai temi e ai misteri della conoscenza; l’Editrice Il Sirente, una casa editrice nata in Abruzzo alle pendici del massiccio roccioso da cui prende il nome, ma attiva a Roma a partire dal 2007. Il Sirente si distingue particolarmente per la capacità di rinnovamento del suo catalogo; per la qualità e l’accuratezza anche grafica dei singoli volumi; per la ricchezza delle proposte editoriali, che esprimono collane di grande interesse, come “Altri arabi” (dedicata al mondo arabo contemporaneo), “Fuori” (narrativa su zone d’ombra e di frontiera della società), “Inchieste” (reportage di giornalisti da zone remote e mitiche del mondo), “Comunità alternative” (in cui si affrontano tematiche non convenzionali, come l’identità sessuale e l’appartenenza etnica), “Nuovi Percorsi” (sugli attuali processi di internazionalizzazione delle relazioni umane). Siamo ai saluti, cala il sipario sul Franco Cuomo International Award. Il pomeriggio è ormai sera, il cielo sereno. Nella malinconia che segna la fine di un momento di festa, usciamo asciutti, e comunque felici, convinti che il nostro Teatro calcherà presto altre scene importanti.

Storie di musica e migrazione. Dal Mediterraneo al Nord Europa di Luca Aversano

Tra il 4 e il 5 novembre 2014, promossa dall’Università Roma Tre, dall’Università di Lund e dall’Istituto Svedese a Roma, si è svolta nell’Aula Magna del Rettorato del nostro ateneo una conferenza internazionale sul tema Migration and the Mediterranean - past and present. All’organizzazione del convegno ha contribuito anche il network USI (Universities and Swedish Institutes in Collaboration for Internationalization), una rete che mira a incentivare l’internazionalizzazione delle strutture formative svedesi, offrendo a docenti, studenti e ricercatori opportunità per incontrarsi al di là dei confini geografici e disciplinari.

Il convegno, il cui interesse particolare risiedeva proprio nell’approccio interdisciplinare e transnazionale, ha coinvolto studiosi, “policy makers” e rappresentanti della società civile. In discussione erano aspetti correlati al fenomeno della migrazione in area mediterranea, tra passato e presente: non solo la prospettiva storica, ma anche le implicazioni economiche, demografiche, giuridiche e politiche nel contesto dell’odierna Unione Europea, pure sul piano della sfida umanitaria. La regione del Mediterraneo, d’altra parte, è tradizionalmente un’area di grandi scambi commerciali e culturali, dall’antichità fino ad oggi, che attesta intensi flussi migratori

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sia intra-regionali, sia tra i paesi del Sud e del Nord dell’Europa. In linea con il nuovo indirizzo culturale del Teatro Palladium, che ricerca una fertile interazione tra le dimensioni della ricerca, della didattica e della produzione artistica, il convegno ha costituito un’importante occasione per riflettere su una proposta di spettacolo che potesse non solo concludere la manifestazione in maniera piacevole, ma anche incarnare artisticamente la tematica fondamentale oggetto della conferenza. È nata così l’idea di preparare un concerto di musiche del XVI e XVII secolo dal titolo Storie di musica e migrazione. Canti, strumenti, danze dal Mediterraneo al Nord Europa, eseguite da un gruppo che porta - solo per coincidenza - un nome molto appropriato: l’Ensemble Mare Nostrum, diretto da Andrea De Carlo (viola da gamba), con la partecipazione di Nora Tabbush (soprano), Valerio Losito (violino barocco), Simone Vallerotonda (tiorba, chitarra barocca, vihuela), Massimo Carrano (percussioni). L’ensemble è attivo da diversi anni nel campo della cosiddetta “musica antica”, ambito in cui ha segnato importanti presenze internazionali sia sul piano delle incisioni discografiche, sia su quello delle performance dal vivo. Nato nel 2005 intorno al consort di viole e alle composizioni dedicate a questa formazione, Mare Nostrum si è aperto in seguito a un più ampio organico strumentale e all’esplorazione del repertorio vocale, distinguendosi subito per la particolare attenzione al rapporto tra linguaggio, emozioni e natura dei suoni. Il concerto si è svolto la sera del mercoledì 5 novembre, di fronte a una platea internazionale, gremita e attenta, che ha gustato le sonorità sinuose e arcaiche di brani – al tempo celebri – che hanno costituito un patrimonio collettivo e condiviso della civiltà europea, dal Mediterraneo fino alle regioni più nordiche del continente. In un periodo in cui l’edizione musicale era una rarità, la musica si

conservava e si trasmetteva soprattutto attraverso la conoscenza diretta e la memoria collettiva. Melodie popolari e bassi ostinati per la danza formavano così un tessuto connettivo elastico e mutevole che si propagava attraverso gli anni e le aeree geografiche, arricchendosi in continuazione di nuovo dettagli, in una sovrapposizione di ritmi, strumenti e variazioni in cui l’improvvisazione ricopriva un ruolo fondamentale per sopperire alla relativa esiguità del repertorio di partenza. Passacaglie, Romanesche, Follie migravano attraverso l’Europa, dalle feste di campagna alle città e ai balli di corte, per diventare la struttura del nuovo linguaggio colto e raffinato dell’epoca rinascimentale e barocca, fino a riaffiorare nella nostra modernità. Il concerto si è chiuso con un bis di duplice valenza: da un lato, omaggio musicale agli ospiti svedesi; dall’altro, segno tangibile e attuale di come le melodie mediterranee siano in grado di percorrere grandi distanze, per insinuarsi nel cuore di culture e civiltà apparentemente lontane. I musicisti hanno infatti eseguito la canzone napoletana Santa Lucia, un brano (scritto nel 1849 da Teodoro Cottrau) che dalle soavi brezze del luccicante golfo di Partenope è giunto fino alle fredde oscurità dell’inverno scandinavo. Rischiarate, le ultime, proprio dall’apparizione di Santa Lucia, cui è dedicata la festa della luce, quando - nella ricorrenza del 13 dicembre –gli Svedesi intonano con fervore la melodia mediterranea. Il testo scandinavo, pubblicato nel 1928 da Arvid Rosén e oggi popolarissimo in Svezia, è ovviamente diverso da quello della barcarola napoletana: si tratta dell’invocazione a una celeste dea della luce affinché scenda sulla terra per farla rinascere. Ma la musica rimane praticamente identica. Due tradizioni così distanti s’incontrano dunque attraverso il linguaggio universale del suono, la cui identità più specifica coincide, paradossalmente, con la sua fondamentale ambiguità semantica.


Mariano Rigillo al Teatro Palladium di Nika Tomasevic

La stagione autunnale 2014 del Palladium, nata all’insegna di un nuovo progetto culturale di teatro universitario fondato anche sulle solide basi della tradizione, ha visto tra i suoi protagonisti Mariano Rigillo, figura di rilievo dello spettacolo italiano degli ultimi cinquant’anni. Non è semplice riperNika Tomasevic correre, in poche parole, la carriera lunga, ricca e articolata di Rigillo. Attore duttile, Rigillo ha lavorato con alcuni dei più importanti registi teatrali italiani del secondo Novecento (tra le collaborazioni più significative ricordiamo, in particolare, quelle con Giuseppe Patroni-Griffi e Gigi Dall’Aglio) e si è cimentato con testi teatrali di diverso genere, da Goldoni a Brecht, fino al teatro dialettale napoletano. Importanti sono state inoltre le sue presenze in ambito cinematografico, anche come doppiatore. Citiamo, fra tutti, Il Postino di Michael Radford, film del 1994 che ha ottenuto cinque candidature agli Oscar 1996 e il premio come miglior colonna sonora. Rigillo è stato ed è attivo pure in ambito televisivo, con partecipazioni in ruoli di primo piano in produzioni che vanno dagli sceneggiati storici (per esempio, Dov’è Anna, del 1976) ai più recenti generi della televisione italiana. Nel corso della sua vicenda artistica Rigillo ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, non solo per particolari esperienze (tra gli altri, il Premio della Critica Teatrale italiana per la messinscena e interpretazione di Pescatori di Raffaele Viviani, al Carnevale del Teatro di Venezia nel 1982), ma anche per l’intera carriera (Premio Flaiano, 2011).

Nell’ottobre scorso, in occasione della celebrazione del trentennale della morte di Eduardo De Filippo, avvenuta il 31 ottobre 1984, Mariano Rigillo ha messo in scena, al Teatro Palladium dell’Università Roma Tre, Il colore delle parole. Eduardo, parola e musica. La pièce, dedicata alla memoria del grande drammaturgo, attore, regista e poeta napoletano, è stata ideata dallo stesso Rigillo, che ne è stato magistrale interprete con Anna Teresa Rossini. Lo spettacolo, costituito da una suite di testi tratti dal volume Le poesie di Eduardo, ha mostrato tutta la musicalità e – insieme – la teatralità dei versi di De Filippo, avvalendosi anche della partecipazione del sassofonista Marco Zurzolo. L’idea ispiratrice, come scrive Rigil-

lo, è venuta dalla riflessione sulla qualità e sul carattere delle poesie di Eduardo: «… leggemmo quelle poesie. Ci prendemmo gusto… e pensammo di farle sentire anche a voi, sperando che possiate prenderci gusto tutti e concordare con noi che trent’anni fa l’Italia non soltanto perse un grande drammaturgo e un grande attore, ma anche un grande poeta!». Al termine della rappresentazione del 31 ottobre, alcuni studenti di Roma Tre (Isabella Capalbo, Anna Maria D’Andrea, Micaela Mauro), tirocinanti al Palladium nell’ambito di uno stage promosso dal Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo in collaborazione con la Biblioteca delle Arti, Sezione Spettacolo “L. Miccichè”, ha approfittato dell’occasione per porre alcune domande all’attore, regista e al tempo stesso curatore dello spettacolo.

In quale occasione ha avuto modo di conoscere Eduardo e che ricordo ha di lui? In quanto attore, e napoletano, sin dalle mie prime esperienze ebbi modo di confrontarmi con il lavoro di Eduardo. Ebbi, in seguito, anche occasione di conoscerlo personalmente, poiché mi offrì di andare a recitare con lui. Allora, purtroppo, dovetti rifiutare e in seguito non si ripresentò più un’altra occasione, a causa dei diversi percorsi professionali di entrambi. Ebbi modo di conoscerlo grazie a un mio carissimo amico, Bruno Cirino, attore nella compagnia di Eduardo e suo assistente. Eduardo, all’epoca, dirigeva Gianrico Tedeschi in una sua commedia, Io l’erede - gli piaceva che le sue commedie fossero interpretate da attori non napoletani – e Bruno Cirino, in quanto suo assistente, trovò il modo di farci conoscere. Quando mi conferirono il Premio della Critica Teatrale italiana, per la messa in scena dei Pescatori di Raffaele Viviani - di cui avete sentito questa sera la rumba degli scugnizzi eseguita da Marco Zurzolo -, era presente anche Eduardo che mi fece i complimenti. Gli dissi: “sì, vabbè i complimenti direttò - lui voleva essere chiamato direttore – però, io so che voi non l’avete visto” e lui: “e vabbè, che c’entra, ma si sà”. Ma come si sa? Era il 1982, a novembre di quell’anno avrei debuttato a Roma con Zingari, sempre di Viviani, colsi l’occasione e gli dissi: “Allora, guardate direttore, a novembre debutto a Roma, al Valle, con Zingari, dovete venire” e lui rispose: “voi chiamatemi, invitatemi e io vengo”. Come si è avvicinato al teatro? Leggendo il teatro. Da ragazzi, quando si va ancora a scuola, spesso il teatro si pratica a casa; mio fratello

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mi faceva leggere libri di teatro. Mi ricordo che le storie di Pirandello mi affascinavano molto, ma ammiravo anche gli spettacoli di Eduardo De Filippo che venivano trasmessi in televisione. Il suo debutto a teatro? Non me lo ricordo. Iniziai come filodrammatico, proseguii al teatro universitario e, infine, mi presero all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Poi sono divenuto un attore professionista.

La riuscita esperienza autunnale ha spinto Rigillo a tornare molto presto sulle scene dell’Università Roma Tre. Nel febbraio 2015 Rigillo sarà infatti nuovamente al Palladium, questa volta in veste d’interprete, per rappresentare Erano tutti miei figli (tit. orig. All my Sons) di Arthur Miller, regia di Giuseppe Dipasquale. Il dramma, in tre atti, fu pubblicato nel 1947; non era il primo lavoro di Miller per il teatro, ma fu quello che gli portò il primo successo. Come

scrisse l’autore stesso nella Prefazione al testo, l’idea gli venne da «una pia signora del Middle-West venuta a fargli visita che raccontò di una ragazza, appartenente a una famiglia del suo vicinato, la quale, scoperto che il padre aveva venduto all’Esercito del materiale difettoso, l’aveva denunciato all’autorità, distruggendo in tal modo la famiglia». Miller ammise, sempre nella Prefazione, di aver subìto l’influsso della drammaturgia ibseniana, e definì il testo «un’opera destinata a un teatro dell’avvenire»:

Mi rendo conto di quanto sia vaga questa espressione, ma non riesco troppo bene a definire ciò che intendo. Forse significa un teatro, un’opera destinata a diventar parte della vita dei suoi spettatori - un’opera seriamente destinata alla gente comune, e importante sia per la sua vita domestica che per il suo lavoro quotidiano - e insieme un’esperienza che allarga la consapevolezza dei legami che ci collegano al passato e all’avvenire, e che si celano nella “vita”. Erano tutti miei figli è un’opera sociale. Come scrive ancora Miller, la socialità di un’opera «è il fatto che il delitto sia visto come radicato in certi rapporti dell’individuo con la società»; l’obiettivo che Miller voleva raggiungere era «il fatto straordinario che le conseguenze delle azioni sono altrettanto reali delle azioni stesse, eppure, raramente noi le prendiamo in considerazione quando agiamo […]». Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Catania, è stato già presentato - oltre che al Verga della stessa città siciliana - al Teatro Mercadante di Napoli, al Rossetti di Trieste, al teatro Stabile di Genova, a Verona e in altre sedi importanti; a marzo, dopo l’appuntamento romano, Erano tutti miei figli sarà in scena anche al Carcano di Milano. Il Palladium conserva dunque un suo posto di rilievo nel circuito teatrale nazionale; e che ciò avvenga attraverso una pièce che si avvale di una traduzione fatta da Masolino d’Amico, professore di Lingua e Letteratura Inglese a Roma Tre fino al 2011, costituisce una circostanza curiosa ma significativa, anche del forte rapporto culturale che lega l’ateneo al suo teatro.


Non tutti sanno che... Una laurea per una laurea

di Bianca Maria Bosco Tedeschini Lalli È stato un vero piacere oltre che un onore, come presidente della Fondazione Rita Levi Montalcini, poter collaborare con l’Università di Roma Tre per lanciare un progetto che fa di Roma Tre la capofila di successive collaborazioni con altre Università del sud e del nord, per offrire aiuto Bianca Maria Bosco Tedeschini Lalli all’educazione delle donne come elemento essenziale di sviluppo e stabilità del Continente africano.

Ci sono molte cose che ci uniscono e del resto, anche sul piano personale, l’istruzione universitaria e l’interesse per l’Africa mi ha interrogato in ambedue le istituzioni.

Una Laurea per una laurea, che si rivolge agli studenti, ai nuovi laureati e alle famiglie di Roma Tre, intende insinuare che il raggiungimento di un primo importante traguardo porta naturalmente a suggerire la partecipazione al traguardo di qualcuno che deve muoversi con tanta maggiore difficoltà.

Una difficoltà, sia bene inteso che coniuga la condizione di genere con le difficoltà dell’intero Continente Africano. Un piccolo contributo in questo senso ben sostituisce il segno di apprezzamento ed au-

gurio di una penna, un libro, un fiore, che talora si accompagna alla laurea.

Siamo quindi grati a Roma Tre e al suo Rettore perché ci sta permettendo di estendere in questa occasione il nostro sommesso, ma ben convinto invito.

Aprire, in questo senso, la cerchia di coloro che ancora danno concretezza e sviluppo a quanto fu iniziato dall’intelligenza, immaginazione, esperienza e fantasia della professoressa Rita Levi-Montalcini, è, appunto, un piacere oltre che un dovere.

Le donne africane, non dissimilmente dalle donne di tutto il mondo, possono e devono far uso di una precisa cultura femminile che va essa stessa protetta e sfruttata in termini sostanziali di inserimento e presenza nel proprio territorio.

L’empowerment della donna è dunque parte essenziale della sua stessa formazione, educazione, specializzazione. Il genere non era infatti solo sottinteso nelle intenzioni della professoressa Rita Levi-Montalcini. Lei stessa ci ha ricordato, anche per iscritto, che se Hilary Clinton, nel 2009 aveva indicato nelle donne « L’altra metà del mondo», Mao Tse-Tung già precedentemente aveva parlato de «L’altra metà del cielo». Il mondo è, dunque, uno e ad esso ci si deve seriamente rivolgere. Abbiamo colto l’invito e lo estendiamo a voi tutti. Grazie di ogni aiuto che crediate di darci, non solo in denaro, ma anche in idee, lavoro, suggerimenti.

La laurea rappresenta una tappa importante nella vita di molte persone. Studenti, laureati, genitori e tutti coloro che sono coinvolti in questa straordinaria avventura formativa conoscono i sacrifici, ma anche la gioia che comporta il raggiungimento di questo traguardo. Per questo abbiamo deciso d’istituire l’iniziativa “Una laurea per una laurea”, nella convinzione che il diritto all’istruzione debba essere, appunto, un diritto e non un privilegio per pochi. L’iniziativa nasce per sostenere la formazione universitaria di ragazze svantaggiate e prive di opportunità formative. Sul sito web della Fondazione Rita Levi Montalcini Onlus, sono disponibili le informazioni sui progetti di formazione universitaria che attualmente vengono sostenuti: http://www.ritalevimontalcini.org/una-laurea-per-una-laurea/

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Post Lauream

I Corsi liberi del Dipartimento di Lingue, letterature e culture straniere di Annamaria Annicchiarico

Prossimi al loro secondo anno di vita accademica, i Corsi liberi, nati per iniziativa del Dipartimento di Lingue, letterature e culture straniere (DLLCS), che, come coordinatrice, ho già presentato e descritto in altre sedi (dal sito del DLLCS, alla Lanterna di Kircher. Foglio volante del DLLCS, n.1), stanno Annamaria Annicchiarico per iniziare di nuovo, proponendo per l’anno accademico 2014/2015 una serie di attività che riguarderanno in parte ambiti culturali già presi in considerazione lo scorso anno (Lingua e cultura persiana, basca, catalana, romena, portoghese d’Angola), in parte ambiti nuovi (il curdo, il finlandese). Non occorre più dunque soffermarsi su cosa sono, come sono organizzati, quali obiettivi e finalità hanno, ma soffermarsi, questo sì, sul senso che il progetto ha in una prospettiva politico-culturale più ampia e nel quadro delle politiche di Ateneo per l’internazionalizzazione dell’offerta formativa. Aperti a tutti, iscritti, non iscritti, ex iscritti, i Corsi liberi, sono tali perché vogliono rappresentare una scelta libera: si è liberi di frequentarli tutti, qualcuno, più di qualcuno, a seconda delle proprie curiosità - per una lingua, per una cultura - o perché stimolati da una qualche tematica o problematica. In effetti, il principio che ha ispirato la loro attivazione sta nell’idea che il Dipartimento possa configurarsi come il luogo in cui, al di là di quelle che sono le lezioni curricolari, e indipendentemente da esse, si recepisce la pluralità delle lingue, e in particolare delle lingue che in una metropoli come Roma sono vive. Il luogo dove la vivacità, la pluralità dei codici linguistici, comportamentali e simbolici di una grande città trovano la propria casa, insieme al capitale di cultura che le lingue parlate scritte e agite nello spazio urbano traghettano. Insomma, il luogo dove culture diverse si confrontano e si unificano materialmente, in una dimensione di dialogo e di scambio reciproco. Va da sé che tutto ciò si ponga in una linea di continuità non soltanto con i programmi di internazionalizzazione dell’Ateneo, ma anche con la terza missione dell’Ateneo stesso: i Corsi liberi infatti sono aperti oltre che a studenti, a tutta quella parte della cittadinanza che si interfaccia quotidianamente con lingue e culture plurali. Essi si offrono come il luogo in cui ci si

può conoscere meglio e con piacere prendere atto, sempre e una volta di più, di quella relazione di antropologica, profonda, continuità che lega tutte le culture. Basati sulla cooperazione tra i docenti e le istituzioni culturali attive nella città, i Corsi liberi, infatti, al di là di ogni retorica multiculturalista, che da anni si spreca, aprono pragmaticamente la finestra su lingue che attualmente non hanno una collocazione curricolare e su tematiche politico-culturali anche cruciali, riguardanti pezzi di mondo, ai quali gli insegnamenti istituzionali attualmente non possono che rivolgere uno sguardo laterale e veloce. In quest’ottica è da segnalare l’esito molto positivo, anche in termini di affluenza di pubblico, che ha avuto l’iniziativa sugli scrittori emergenti d’Angola e sulla loro ricezione in Italia, e quella sulla letteratura orale basca; quest’ultima con un documentario, particolarmente acclamato, sui bertsolari, i poeti-cantori, che, interpreti e custodi di una tradizione millenaria, sanno rinnovare continuamente, in funzione del presente, il ruolo e le funzioni del bardo di Euskal Herria. Del pari, è da segnalare l’iniziativa sul persiano che, con una giornata inaugurale e poi con un corso effettivo di lingua, ha ricordato il ruolo importante svolto nel contesto storico europeo ed internazionale dalla cultura iraniana in tutte le epoche. Di più, è valsa a ribadire, ancora una volta, che l’Europa è, e non solo nell’età antica, «un complesso culturale non europeo, ma mediterraneo (medio-orientale, asiatico, africano)», come ha avuto a sottolineare Roberto Antonelli, accademico particolarmente sensibile alle domande di una contemporaneità sempre più globalizzante. E ancora, a ribadire che, proprio con questo profilo identitario pluriculturale, l’Europa ha esportato se stessa fuori dei propri confini, in un processo continuo di confronto e acquisizione col e dal diverso. Tutto questo, a sua volta, si pone in stretta continuità con le politiche culturali comunitarie poste in essere dalle università europee, con l’istituzionalizzazione di percorsi didattici sempre più declinati sulla multi/interculturalità. A iniziare, ovviamente, da Roma Tre con la Laurea magistrale in Storia europea. Infine, i Corsi liberi, costruiti come sono sulla collaborazione tra i docenti del DLLCS e organismi culturali operanti a Roma - Ambasciate, Istituti di cultura, associazioni - nello stesso momento in cui si istituzionalizzano come laboratorio di riflessione su temichiave della contemporaneità, costituiscono anche un’occasione per la razionalizzazione delle funzioni, fra le interne e le esterne alla realtà universitaria, in vista di un’ottimizzazione della collaborazione stessa.

La lanterna di Kircher. Foglio volante del DLLCS: http://www.lingueletteratureculturestraniere.uniroma3.it/index.php?page=la-lanterna-di-kircher-foglio-volantedel-dipartimento


Master in Digital Earth e Smart Governance di Giancarlo Della Ventura e Carla Masetti

Il Dipartimento di Studi umanistici e il Dipartimento di Scienze dell’Università degli Studi Roma Tre organizzano per l’anno accademico 2014/2015 i corsi di Master in Tecniche GIS per la gestione del territorio (I livello) e in Digital Earth e Smart Governance (II livello). Entrambi i corsi si colGiancarlo Della Ventura locano in una linea di continuità con la pluriennale esperienza didattica e scientifica maturata dai precedenti Master in GIS del Dipartimento di Scienze. Unico esempio di alta formazione nel campo delle tecnologie GIS attiva ininterrottamente da 13 anni, tale esperienza ha avuto un grande successo in termini sia di numeri, mediamente oltre 50 iscritti l’anno, che di inserimento nel mondo del lavoro, con una percentuale di oltre il 70% di job placement, grazie alla consolidata sinergia tra il Master e il mondo delle imprese che operano nell’ambito della governance territoriale.

Oggi l’utilizzo digitale del dato geografico è in rapida espansione, basti pensare alle applicazioni che ormai permeano ogni tipo di attività umana, dalla mobilità al marketing, alla gestione dei beni culturali o del turismo, alle reti intelligenti per la gestione delle risorse energetiche. È inoltre evidente a Carla Masetti tutti l’enorme diffusione delle applicazioni geografiche Google, che iniziate come visualizzazione di mappe (Maps/Earth) ormai permettono la navigazione virtuale della volta celeste e dei fondali marini così come i viaggi nel tempo. Quello che non tutti sanno, è che queste tecnologie stanno rapidamente evolvendo dalla semplice visualizzazione all’analisi in modalità Cloud, rendendo accessibili a tutti sia i dati che i programmi. Questo sviluppo, che sta avvicinando la nostra vita a realtà fino a pochi anni fa possibili solo nei romanzi di fantascienza, ha un suo limite nel fatto che, l’incredibile

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accelerazione tecnica non è stata bilanciata da una altrettanto veloce riqualificazione di professionalità in grado di utilizzare queste nuove opportunità. Basti pensare al paradosso delle amministrazioni pubbliche che dispongono di una enorme quantità di informazioni per la gestione del territorio, che sono spesso inutilizzate a causa della scarsa preparazione del personale. È in questa carenza formativa che si inseriscono i Master organizzati dai Laboratori di Geografia e di GIS.

I Master sono rivolti a giovani laureati, professionisti, e tecnici specializzati che operano in ambiti sia pubblici che privati e si propongono di formare nuove figure professionali che, attraverso l’uso delle tecnologie geomatiche (webGIS, modellizzazione 3D/4D, GPS, Laser scanner, UAV) siano in grado di analizzare, e gestire realtà geoambientali complesse e di suggerire strategie di intervento nei processi di pianificazione territoriale e di sviluppo sostenibile. Gli sbocchi occupazionali comprendono attività per le quali si richiedono competenze e capacità per la progettazione di iniziative a forte contenuto innovativo. In Kairo, Giseh

particolare, il Master di I livello prevede tre moduli di insegnamento a distanza, corrispondenti a circa il 70% del percorso formativo, una serie di seminari di studio e di ricerca in presenza, ed attività formative integrative come laboratori virtuali, interazione nel forum e nella chat ed esercitazioni guidate. Le attività si svolgeranno da febbraio a novembre 2015; il Master di II livello, in presenza, è organizzato in sei moduli didattici (Geografia e cartografia per la gestione del territorio; Introduzione teorica al Digital Earth; Software GIS; Introduzione ai linguaggi di programmazione; Web GIS; Applicazioni SMART per la governance del territorio), un ciclo di seminari di studio e di ricerca applicata ed un corso pratico di GPS e Laser scanner. Le lezioni si svolgeranno da febbraio a luglio 2015 e i tre mesi successivi saranno dedicati ad uno stage presso aziende convenzionate, finalizzato alla sperimentazione delle conoscenze acquisite e alla stesura della Tesi finale di Master. Sono previste tre borse di studio finanziate da aziende esterne, a copertura del costo di iscrizione. I destinatari, selezionati sulla base del CV, svolgeranno la Tesi di Master presso l’azienda finanziatrice.

Sul sito web dell’Ateneo (www.uniroma3.it) è disponibile il bando con tutte le informazioni sui tempi e costi, e la modulistica. Per ulteriori informazioni: Laboratorio Geocartografico “G. Caraci”, Via Ostiense 236 - 00144 Roma tel. +39 06.57338586 - www.gislearning.it/mastergis/ - mastergis@uniroma3.it


Io sto con la sposa Una nuova estetica della frontiera

«Non lasci che quel ragazzo venga espulso». «Le do la mia parola. Non sono solo, ho degli amici». In questa promessa del lustrascarpe Marcel al nonno di Idrissa, un giovanissimo ragazzo africano, arrivato come clandestino, nascosto in un container, in un porto dell’Europa del nord, sta Federica Martellini tutta la forza di quell’incantevole e potente favola che Aki Kaurismäki ci ha raccontato in Miracolo a Le Havre. Sono in qualche modo personaggi archetipi quelli di Kaurismäki: la panettiera, il fruttivendolo, la barista, il cane Laika e il commissario accigliato, ma buono, che porta il cappello dell’ispettore Clouseau, eroi di un’epica di periferia, dove le audaci imprese, l’onore, l’amore e la vita sono nelle piccole cose. E dove restano i miracoli. È a questi personaggi che va un po’ il pensiero vedendo Io sto con la sposa, un film-documentario presentato alla mostra del cinema di Venezia, selezionato all’IDFA di Amsterdam e all’International Film Festival di Dubai e che dall’ottobre scorso sta girando in centinaia di sale, in Italia e all’estero. Un piccolo gioiello, credo, proprio perché ha il merito di raccontare con commozione e levità, usando una formula a metà fra la favola e il road movie, la storia vera del viaggio dal Mediterraneo all’Europa del Nord di cinque siriani e palestinesi, in fuga dalla guerra e dalla violenza, alla ricerca della vita. La storia in carne ed ossa di queste odissee del XXI secolo che ci siamo abituati a chiamare immigrazioni clandestine e che sono, mi pare, uno dei processi storici di maggiore rilevanza del nostro tempo. Secondo un rapporto diffuso alla fine del 2014 dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni, Fatal journeys: tracking lives lost during mi-

gration, negli ultimi due anni sarebbero circa 6.500 i migranti morti in tutto il mondo mentre cercavano di attraversare via terra o via mare una frontiera. Si tratta ovviamente di stime al ribasso perché di molte vicende non ci arriva nemmeno notizia. Una contabilità amara, eppure necessaria, da tenere. Lo fa, da anni, il giornalista Gabriele Del Grande, che è anche insieme a Khaled Soliman Al Nassiry e ad Antonio Augugliaro uno degli autori di Io sto con la sposa, sul suo blog Fortress Europe, secondo cui dal 1988 oltre 21.000 persone sono morte lungo le frontiere europee. L’Europa è la destinazione più pericolosa al mondo, eppure questi numeri non ci fanno più effetto, sommersi come siamo da una mole di notizie che genera assuefazione e inquinati da giudizi frettolosi e discorsi avvelenati. Enrico Calamai, che è stato console italiano a Buenos Aires durante gli anni della dittatura, con queste parole, nel luglio scorso, si è fatto promotore di un appello per l’istituzione di un Tribunale permanente di opinione sui crimini commessi ai danni delle vittime ignote delle migrazioni: «Il fronte viene spinto sempre più in là, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo. Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere». Bisognerebbe allora trasformare i numeri in nomi propri, come ha fatto Dagmawi Yimer nel cortometraggio Asmat Nomi, realizzato in memoria delle 360 vittime del naufragio del 3 ottobre 2013, al largo di Lampedusa. I loro nomi, scritti nel bellissimo alfabeto ge’ez della lingua tigrina, si rincorrono nel video accompagnati da una voce che li lega, come in un canto, e che ne svela anche il significato: Selam “pace”, Tesfaye “ speranza mia”, Mherawit “la risolutrice”, Berhane “luce”… «Malgrado i corpi che li contenevano siano scomparsi, quei no-

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di Federica Martellini

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mi rimangono nell’aria perché sono stati pronunciati, e continuano a vivere anche lontano dal proprio confine umano» scrive Dagmawi Yimer. Nominare ci avvicina. Ci porta un passo più in là nel vedere chi sono, da dove vengono, perché partono e cosa sognano tutte queste persone che rischiano (e a volte purtroppo perdono) la vita per attraversare il Mediterraneo. E poi bisognerebbe, come dice Marco Garofalo © GINA Films Gabriele Del Grande, studiare e conoscere il cinema, la letteratura, la poesia, la musica, la bellezza prodotta da popoli che avvertiamo come estranei o che a volte ci fanno paura, perché «finché l’altro non sarà bello ai nostri occhi, non riusciremo a pronunciare convintamente la parola noi». Il noi di Io sto con la sposa è un gruppo di ventitré persone, italiani, palestinesi e siriani, vestiti eleganti, come per andare a un matrimonio. La storia è quella di tre amici, Gabriele, Khaled e Tareq che incontrano per caso alla stazione di Milano cinque palestinesi e siriani, sbarcati a Lampedusa, che vogliono raggiungere la Svezia. Decidono di aiutarli e di farlo in un modo che sia anche un atto politico di disobbedienza civile, un manifesto. «Quando la guerra ti entra in casa, non resta che disobbedire. Ci siamo chiesti come aiutare queste persone. Abbiamo pensato: facciamo un matrimonio. Chi fermerebbe mai un corteo nuziale?». Scopriranno poi che lo stesso rocambolesco espediente era stato usato nel 1943 da una famiglia di ebrei veronesi, i Reichenbach, che dopo una finta festa di nozze passarono il confine con la Svizzera aprendo un buco in una rete. Le frontiere sono tutte uguali. Il film è il racconto in presa diretta di questo corteo nuziale con cui gli autori si sono proposti di cambiare l’estetica della frontiera. Un viaggio di quattro giorni e 3.000 Km, da Milano a Stoccolma in cui seguiamo i protagonisti attraverso una serie di scene, senza dialoghi scritti, in cui ciascuno fa la parte di se stesso. Li vediamo al Passo della morte, al confine italo-francese, lungo un vecchio sentiero sulle montagne tra Ventimiglia e Menton. Lì, sui muri di un rudere dove altre generazioni di fuggiaschi (ebrei, antifascisti e – pare – anche il presidente Pertini) hanno lasciato una traccia del proprio passaggio, nomi, date, poesie, invettive: “Morte al contrabbandiere”, li vediamo scrivere i nomi e i versi dei loro morti, salutarli, piangere, pregare e continuare a vivere. Vediamo il padre del piccolo Manar raccontare di quando sono partiti dalle coste della Libia, correndo verso la barca e abbandonando alle proprie spalle anche le due borse che erano tutto il loro bagaglio, mentre qualcuno sparava in aria dietro di loro. E poi vediamo Manar, che sogna di fare il rapper, ridere e cantare e improvvisare a Marsiglia, in una cena che è come un banchetto di nozze in anticipo, un concerto delle sue parole: «Andate via dalla mia testa. E chiudete bene la

porta. Lasciatemi cantare, ho il cuore che scoppia. Non mi fermerò. Nemmeno una parola lascerò. Indietro non ci torno!». «Dove c’è tanta morte, c’è anche tanta vita». Vediamo Mona, sul treno per Malmö, spiegare che ha fatto tutto questo per i suoi figli: «Voglio provare a portare i nostri figli. Voglio assicurargli una buona vita. Perché lavorino, vivano bene. Possano prendersi una nazionalità e possano viaggiare dove vogliono». Al suono di una musica che esplora strumenti di tutta l’Europa e l’area mediterranea (sarangi, salterio ad arco, conchiglia, zurla, sipsi, basso, campanelle, sonagli, batteria, bendir, mandolino, granularizzatore, viola, karkabou…) vediamo queste persone attraversare in macchina e a piedi quattro confini. Li vediamo sperare e temere. Inseguire i loro incerti sogni. E sentiamo che questa storia è anche nostra. È una storia che ci riguarda perché è la ricerca di chiunque voglia «vivere libero e non morire immobile, come un albero». È una sfida che dice tanto sul nostro tempo, su chi siamo e possiamo essere, scegliendo di accoglierla o di schivarla. Stare con la sposa vuol dire sapere di essere, in qualche modo, la sposa. Sapere che “il cielo è di tutti”, come ha scritto Tasneem, sul muro al Passo della morte, e che i sogni di tutti hanno lo stesso diritto d’asilo sotto il cielo. «La Storia, si capisce, è tutta un’oscenità fino dal principio, – diceva il personaggio di Davide Segre nel romanzo La Storia di Elsa Morante – però anni osceni come questi non ce n’erano mai stati e di fronte a questa oscenità decisiva della Storia si aprivano due scelte: o la malattia, ossia il farsi complici definitivi dello scandalo, oppure la salute definitiva – perché proprio dallo spettacolo dell’estrema oscenità si poteva ancora imparare l’amore puro… E la scelta è stata: la complicità!». Ecco, la bellezza di Io sto con la sposa sta, mi pare, proprio nell’aver saputo realizzare una complicità di segno inverso. La complicità al sogno di un Mediterraneo che torni a onorare la propria fama di culla di civiltà, e che smetta di essere la tomba inesistente di tante vite. «Se trovi un complice ai tuoi sogni, non puoi più tirarti indietro» è stato il motto con cui gli autori del film hanno lanciato la campagna per il crowdfunding, grazie alla quale 2.617 contributori hanno avuto il privilegio di partecipare a questa bella avventura, divenendone produttori dal basso. I loro nomi sono tutti nei titoli di coda del film. E sono oltre centomila, fino ad ora, gli spettatori che sono andati a vedere il film, da Milano a Brasilia, dalla provincia padana a Roma, dalla Calabria alla Scandinavia, fino al Messico e alla Giordania. Molti complici. Come nel quartiere portuale di Le Havre, anche in questi quartieri d’inverno che a volte sembrano i tempi che ci troviamo ad abitare, restano i miracoli. Quel genere di miracoli di cui ciascuno può essere l’artefice.


«Siamo turchi o tedeschi?»

Almanya. Le avventure dell’identità di una famiglia turca in Germania di Francesca Gisotti

Una serie di fotografie di famiglia scorrono sullo schermo, ad accompagnare i titoli di testa. Una voce femminile, in sottofondo, inizia a raccontare. Questo l’incipit del film Almanya. La mia famiglia va in Germania, della regista tedesca di origini turche Yasemin Samdereli. Allo spettaFrancesca Gisotti tore, vengono fornite, sin da subito, due fondamentali chiavi di lettura del film: il valore dei ricordi e l’importanza della trasmissione della propria storia. Storia individuale e collettiva che continuamente si intrecciano e si sovrappongono. C’è innanzitutto quella dell’emigrazione turca. Alcune immagini di repertorio in bianco e nero documentano il grande boom migratorio che, da metà anni Cinquanta, vide migliaia di cittadini, provenienti dall’Europa meridionale, cercare fortuna in Germania. Gli emigranti, sottoposti ad ogni tipo di controllo medico prima dell’ingresso in terra ospitante, vengono paragonati, per il trattamento a cui sono sottoposti, a “merce da bestiame”. Da questa “massa indistinta”, presentata come corpo uniforme, emerge il percorso individuale di un uomo che, ben presto, scopriremo essere il nonno della narratrice, nonché il patriarca della famiglia Yilmaz. Lo vediamo smarrito, giovanissimo, al suo arrivo in Germania, a metà anni Sessanta e poi, con un salto di 45 anni, lo ritroviamo anziano, in compagnia della moglie, mentre fa la spesa al supermercato. Insieme a loro conosciamo anche tutti gli altri Yilmaz, con i loro problemi, sogni, aspirazioni, frustrazioni. La narratrice si rivela essere l’amatissima nipote Canan alle prese con un’inaspettata gravidanza; mentre il più piccolino della famiglia è Chenk che, in prima elementare, si scontra con l’inadeguatezza del sistema scolastico ed il razzismo dei compagni. È proprio lui, nel corso di un pranzo di fami-

glia, a chiedere ai tanti parenti «siamo turchi o tedeschi?», consapevole, nonostante la tenera età, dell’impossibilità di stare nel mezzo, della necessità di collocarsi o da una parte o dall’altra, anche solo per trovare un posto preciso nella società. Ed è in questa società multietnica, in cui l’integrazione sembra poter avvenire solo a scapito della propria identità culturale, che gli emigranti di seconda e terza generazione cercano di destreggiarsi fra passato e futuro, fra una terra in cui tornare e una nazione in cui vivere. Diversamente, per nonno Hüseyin, le cose sono molto chiare. Nonostante abbia appena ottenuto la cittadinanza tedesca, continua infatti a sentirsi ospite all’interno di un paese straniero, tanto da acquistare una casetta in Turchia dove trascorrere le vacanze insieme a tutta la famiglia. Ecco allora che il viaggio degli Yilmaz, verso le proprie radici, diventa l’occasione per riscoprirsi, per sentirsi finalmente parte di un mondo in cui il senso di appartenenza non sia più determinato dalla proprietà, o meno, di un pezzo di carta, ma dal legame invisibile con la tradizione. Il passaggio attraverso i territori d’origine si traduce, così, in attraversamento dell’anima, che dall’esterno ripiega verso l’interno e conduce alla scoperta più intima del sé. A sorpresa, la casa comprata dal nonno si rivelerà essere molto diversa da quella che nipoti e figli si aspettavano; non un punto di arrivo, in cui trovare rifugio, bensì porta spalancata verso l’altrove, apertura su un avvenire da costruire con nuove basi. Nell’opera di Samdereli, spazio e tempo rappresentano categorie mobili per interpretare il reale. I luoghi acquistano un valore che va oltre l’aspetto propriamente geografico. I confini sono destinati ad essere continuamente ridefiniti, perché “segnati”, di volta in volta, da chi quegli spazi li vive, come nonluoghi in cui transitare o ambienti in cui fermarsi. Così anche il tempo, non è scandito semplicemente dal susseguirsi degli eventi. Passato, presente e futuro dialogano costantemente fra loro, si rincorrono, si influenzano, si confondono, in un flusso ininterrotto di momenti che, per ognuno, è già la propria storia.

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(dall'Astratto all'Oggetto) di Valerio Ventura

“Astratte Visioni Artistico Spaziali Volumetriche di Colorate Forme Geometrico Descrittive da (X) Linee in (1) Oggetto”. Aggettivi uniti insieme a formare un messaggio, un pensiero, un verso che insieme è manifesto e concept della prima mostra fotografica organizzata all’interno degli spazi del DiValerio Ventura partimento di Architettura di Roma Tre, nel Padiglione B2 dell’ex-Mattatoio. Un evento senza precedenti, organizzato grazie alla collaborazione dell’arch. Maria Gabriella Gallo e del direttore di Dipartimento Elisabetta Pallottino durante la decima edizione del Contemporaneo. Una mostra di Architettura per l’Arte e d’Arte per l’Architettura, 11 fotografie che descrivono l’evoluzione di geometrie astratte in materia in oggetto, per arrivare ad una rappresentazione oggettiva della vita reale. La terza mostra dopo “Pixel”, dove il particolare di un insieme più grande era reso protagonista, digitalizzato e “PixelArt” dove la forma era non-forma, con “X1” si compie un passo in avanti in questo caso è il tutto, l’intero ad essere preso in esame. Un viaggio attraverso materiali reinventati, trasformati, distorti graficizzati e reinterpretati ad Arte. Vere e proprie opere uniche, che ambiscono a suscitare una qualsiasi emozione nello spettatore, ma sempre di emozione parliamo. L’idea è quella di misurarsi con l’ordinario per trasformarlo in straordinario per rendere irriconoscibile un materiale o un oggetto comune, per portare in mostra il non banale, avanguardia è la parola chiave. E l’unico modo possibile per riuscirci è inventare.

Tanto lavoro dietro uno studio creativo dentro una piccola Accademia delle Belle Arti fai da te, una fabbrica di invenzioni più che una semplice macchina fotografica. Uno stile che vuole e mira a distinguersi in una città, Roma, che regala viste originali da lavorare in questo Laboratorio dell’Arte. Come a voler creare un nuovo stile musicale per la stesura di un album di inediti, le fotografie come esperimenti che per assurdo da formule matematiche complesse attraverso processi e sistemi sempre in movimento si trasformano in risultati chiari e visibili. Il gioco è quello di riuscire a vedere dove altri non vedono, ad imbattersi in qualcosa che si possa fotografare, scatto dopo scatto per trovare nuove sfide e nuovi punti da cui partire, o ripartire. Una visuale diversa quella che vorrei riuscire a trasmettere a chi ha il tempo di guardare oltre, come in un nuovo mondo delle meraviglie al contrario dove tutto può cambiare, dove quello che conosciamo non conosciamo. Un disegno a matita di reti e linee elettrosaldate, profili in legno uniti insieme a formare un deserto in bianco e nero, stratigrafie sovrapposte di carta e carta come acciaio, tubi di cantiere come corsie di autostrade, render di stazioni Metropolitane come nuove prospettive Borrominiane, tubi di cantiere e zanne di mammuth, carwash rossi gialli e blu esplosi ad artifici, benzina e colore a tempera, sfere, pianeti e Marte, skyline di sedie accatastate a costruire una città del futuro. Una mostra nata come un regalo per gli studenti universitari e per gli addetti ai lavori che hanno potuto assistere in prima persona all’iter dalla sua preparazione all’inaugurazione. Una strada destinata a proseguire per riallacciarsi alla prima come per una circonferenza di infiniti punti che si ricollega diventando una sua estensione e prosecuzione, il contrario porterà a “1X (dall’Oggetto all’Astratto)”. X1 + 1X.


UniversitĂ degli degli St udi Roma Roma Tre Tre - via v ia Ostiense, Ostiense, 159 - www.uniroma3.it www.uniroma3.it UniversitĂ  Studi

Roma Tre News 1-3/2014  
Roma Tre News 1-3/2014  

Πάντα ῥεῖ. La vita è movimento

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