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Periodico di Ateneo

Anno XVIII, n. 3 - 2016

Futuring the past


Sommario

A Lea Garofalo e a sua figlia Denise Cosco Anna Lisa Tota

Editoriale La sostenibilità del passato: “memory work” e codici estetici Anna Lisa Tota Il ciclo sulla sostenibilità Mario Panizza

Diritti umani, conflitti armati e il diritto internazionale: il ruolo dell’individuo nel contesto europeo Lectio magistralis di Matthew Anthony Evangelista all’inaugurazione dell’a.a. 2016/2017

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Primo piano Che cos’è il ricordo? Cosa significa scrivere 12 la storia? La memoria tra storia, etica e politica in Paul Ricœur Francesca Brezzi L’archivio proustiano La memoria nella Recherche Marco Piazza

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Sant’Agostino tra memoria e ricerca della verità 19 Un’analisi filosofica della relazione tra memoria e verità nelle Confessioni Benedetto Ippolito La memoria della guerra Ricordare il passato perché non ritorni Alessandro Cavalli

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In Codice Ratio Collaborazione uomo-macchina per una interpretazione più ricca del passato Mario De Nonno, Paolo Merialdo

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Memorie a lungo termine Sopravvivere all’obsolescenza delle tecnologie Paolo Atzeni, Riccardo Torlone

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Memoria Chiara Giaccardi

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«L’essere che chiamo io» Generi, ricordi e memorie autobiografiche Carmela Covato

Narrazione e cura di sé La memoria autobiografica per il progetto di vita Barbara De Angelis

Tracce di memoria Racconti familiari in migrazione Maura Di Giacinto

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Il fruscìo delle vite comuni L’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano Nicola Maranesi

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Dopo il terremoto Dove e come ricostruire? Michele Zampilli

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Le due memorie Quando la storia si fa architettura Raynaldo Perugini

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Una fabbrica della memoria a Roma Tre Viaggio nel Museo storico della didattica “Mauro Laeng” Lorenzo Cantatore

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Riconoscere è ricordare 47 Strumenti e metodi per la valorizzazione della memoria Antonio Pugliano

Lutto individuale e lutto collettivo Processi di ritualizzazione e di rielaborazione della memoria David Meghnagi

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«Poi compare Testaccio, in quella luce di miele» 61 Archivio Urbano Testaccio _ AUT : la memoria dei luoghi Francesca Romana Stabile

Memoria collettiva e identità nazionale Breve storia di un fenomeno controverso: l’identità collettiva degli italiani Paolo Mattera

Nostalgia della polvere Un caso studio tra storia e memoria: le operaie dell’industria ceramica di Civita Castellana Giancarlo Monina

Sul rapporto fra spazio e tempo Una breve storia da Galilei a Einstein Davide Meloni

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La Universidad Nacional de Avellaneda con 77 le Abuelas de Plaza de Mayo Un progetto di collaborazione tra l’università e il movimento dei Diritti Umani Cristina Inés Bettanin, Elena Calvín, Leticia Marrone Incontri Irit Dekel. Mediation at the Holocaust Memorial in Berlin Federica Martellini Rubriche Audiocronache Il mondo visto da Roma Tre Radio Lorenzo De Alexandris

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Palladium Spettacolo, ricerca e formazione per la stagione 2016/2017 Giuseppe Leonelli

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Post Lauream 87 Master di II livello in Restauro architettonico e cultura del patrimonio Master di II livello in Housing – Nuovi modi di abitare tra innovazione e trasformazione Master di II livello in Progettazione ecosostenibile: ideare, calcolare, realizzare e valutare Master di II livello OPEN – Architettura del paesaggio Eugenia Scrocca Master in Salute e Sicurezza negli ambienti di Lavoro in Sanità Silvia Conforto Non tutti sanno che

Recensioni Finché il tempo non ci separi Blu, Bansky e gli “stacchi”: è lecito e ha senso musealizzare la street art? Giulia Pietralunga Cosentino

Periodico di Ateneo

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Anno XVIII, n. 3 - 2016

Periodico dell’Università degli Studi Roma Tre Anno XVIII, numero 3/2016

Direttore responsabile Anna Lisa Tota (professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi) Caporedattore Alessandra Ciarletti

Vicecaporedattore e segreteria di redazione Federica Martellini romatre.news@uniroma3.it

Redazione Valentina Cavalletti, Gessica Cuscunà, Paolo Di Paolo, Francesca Gisotti, Elisabetta Garuccio Norrito, Michela Monferrini, Giulia Pietralunga Cosentino, Francesca Simeoni

Hanno collaborato a questo numero Paolo Atzeni (professore ordinario di Basi di dati - direttore del Dipartimento di Ingegneria), Cristina Inés Bettanin (Universidad Nacional de Avellaneda), Francesca Brezzi (professore senior di Filosofia morale), Elena Calvín (Universidad Nacional de Avellaneda), Lorenzo Cantatore (professore associato di Letteratura per l’infanzia), Alessandro Cavalli (socio corrispondente Accademia dei Lincei), Silvia Conforto (direttore del Master in salute e sicurezza negli ambienti di lavoro in sanità), Carmela Covato (professore ordinario di Storia della pedagogia), Lorenzo De Alexandris (diplomato del Master in Storia e comunicazione - speaker e autore Radio Città Aperta), Barbara De Angelis (professore associato di Didattica speciale), Mario De Nonno (direttore del Dipartimento di Studi umanistici), Maura Di Giacinto (Phd ricercatrice - docente di Educazione e storia sociale nelle relazioni interculturali), Matthew Anthony Evangelista (President White Professor of History and Political Science - Department of Government Cornell University), Chiara Giaccardi (professore ordinario di Sociologia dei processi culturali - Università cattolica di Milano), Benedetto Ippolito (ricercatore di Storia della filosofia e docente di Storia della filosofia medievale), Giuseppe Leonelli (professore ordinario di Letteratura italiana - presidente CdA Fondazione Roma Tre Palladium), Nicola Maranesi (Fondazione Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano), Leticia Marrone (Universidad Nacional de Avellaneda), Paolo Mattera (professore associato di Storia contemporanea), David Meghnagi (professore associato di Psicologia clinica - direttore del Master internazionale in Didattica della Shoah), Davide Meloni (ricercatore in Fisica teorica), Paolo Merialdo (professore associato di Analisi dell’informazione su web), Giancarlo Monina (professore associato di Storia contemporanea), Mario Panizza (Rettore Università degli Studi Roma Tre), Raynaldo Perugini (professore aggregato di Storia dell’architettura), Marco Piazza (professore associato di Storia della filosofia), Antonio Pugliano (professore associato di Restauro architettonico), Eugenia Scrocca (area didattica - Dipartimento di Architettura), Francesca Romana Stabile (professore associato di Restauro), Riccardo Torlone (professore ordinario - docente di Big Data), Michele Zampilli (professore associato di Restauro)

Immagini e foto Ilena Antici, Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano (per gentile concessione), Archivio storico vaticano (per gentile concessione), AUT_ Archivio urbano Testaccio, Antonio Azzurro, Giulia Bassi, Luigi Burroni, Lorenzo Cantatore, David Dekel, Barbara Del Brocco, Simone Diaz, Marina Di Guida, Chiara Fusco, Lucho García, Museo storico della didattica Mauro Laeng (per gentile concessione), Giulia Pietralunga Cosentino, Luigi Porzia, Flavia Tronti, Hans Hillewaert, www.abuelas.org.ar Bia Simonassi (issuu.com/treebookgallery) ha realizzato il mind map alle pp. 50/51 Progetto grafico Magda Paolillo, Conmedia s.r.l. - Piazza San Calisto, 9 - Roma 06 64561102 - www.conmedia.it Il progetto grafico della copertina è di Tommaso D’Errico

Impaginazione e stampa Tipografia Revelox srl, Viale Charles Lenormant 112 – 00119 Roma In copertina Orologio astronomico di Praga, dettaglio (foto: Vera Kratochvil)

Futuring the past

Fine lavorazione dicembre 2016 ISSN: 2279-9206

Registrazione Tribunale di Roma n. 51/98 del 17/02/1998


A Lea Garofalo e a sua figlia Denise Cosco Anna Lisa Tota

Lea Garofalo

«Mai più ti libererai di me» disse Antigone a Creonte.

Questo numero di Roma Tre News è dedicato alla memoria di Lea Garofalo, un passato recentissimo che pesa sulle nostre coscienze come pietra e che reclama quel futuro di legalità, che questa giovane madre ha strenuamente voluto per sua figlia. Lea Garofalo è stata rapita a Milano il 24 novembre 2009; aveva 35 anni e una figlia, Denise. A Milano quella sera doveva incontrare il suo ex compagno Carlo Cosco, padre di Denise e criminale affiliato alla ’ndrangheta. Lea era una testimone di giustizia proprio contro quella ‘ndrangheta, che da Petilia Policastro in provincia di Crotone aveva trasferito i suoi loschi affari a Milano. Lea aveva fatto nomi e cognomi, schierandosi dalla parte della legalità. Il suo ex compagno e altri cinque uomini sono stati condannati all’ergastolo per il suo omicidio e per l’occultamento del suo cadavere: del corpo di Lea, infatti, non è rimasto quasi nulla, soltanto frammenti, perché il corpo del nemico deve essere polverizzato, annientato affinché nessuna sepoltura sia possibile. Il funerale di Lea si è celebrato a Milano il 19 ottobre 2013 alla presenza del sindaco Giuliano Pisapia, di don Luigi Ciotti e dell’associazione Libera, di Nando Dalla Chiesa, della figlia Denise e di una folla immensa. Denise è oggi una giovanissima donna che ha dovuto testimoniare al processo contro il padre e contro l’ex fidanzato: gli assassini di sua madre. Denise ha scelto di schierarsi dalla parte della legalità, come aveva fatto Lea, e dovrà vivere sotto protezione per il resto della sua vita. Onorando sua madre Lea, contribuiamo a costruire il futuro di Denise e quello di questo intero paese. Lo vogliamo fare simbolicamente anche dalle pagine del giornale di questo Ateneo.

Questo numero di Roma Tre News è dedicato alla storia di queste due donne, che decidono di sottrarsi alla legge del padre: il tiranno, il Creonte contemporaneo, assume qui le sembianze delle leggi ferree delle cosche calabresi, che le due donne decidono di sfidare per onorare i valori della legalità e della pietas. In questa vicenda la legge del padre è sfidata di nuovo dalle forze femminili che incarnano la legge della madre, quella capace di interloquire con le forze dell’etica e della morale pubblica. Non ha importanza se si tratti di un’etica laica o religiosa, è un’etica alla quale nessun tiranno padre può sottrarsi. Il mito di Antigone sembra ritornare: Lea può dire – come novella Antigone – all’ex compagno Carlo Cosco e quella cultura omertosa e criminale cui appartiene: «Mai più ti libererai di me». Ed è proprio così infatti. Ci saremmo augurati che Antigone potesse rimanere un mito eterno ma relegato alle pagine di Sofocle; invece Antigone ritorna fra noi, prende vita e muore questa volta con il nome di Lea Garofalo. L’omicidio di Lea è un femicidio ed è al contempo un omicidio della ‘ndrangheta: le donne calabresi rappresentano una sfida per le forze criminali che nessuna violenza può fermare. Ma è Denise la vera protagonista di questa storia, perché lei grazie alla forza di Lea può sovvertire il mito di Antigone con un parziale lieto fine: Denise sfida la legge del padre (la tirannia criminale della ’ndrangheta), perché il novello Creonte Carlo Cosco, uccidendo Lea e annientandone il corpo, ha violato le leggi della pietas: ha ucciso la madre di sua figlia. Ma come Creonte egli non sa che la violazione delle leggi della pietas è atto irrimediabile. Il diritto alla sepoltura di Lea diventa così il riferimento simbolico, purtroppo attualissimo, a tutte le vittime “insepolte” dei terrorismi, delle guerre, delle lotte criminali della mafia e della ‘ndrangheta, a tutte quelle morti che per diritto divino meritano di essere onorate. Ed è proprio Denise ad assumersi l’onore di tradurre questa legge divina sul piano politico e civile: ella accetta il destino di vivere sotto protezione per tutta la vita, perché si ribella e non accetta di “vivere da morta”, cioè nella violazione della legge spirituale. Ma questa volta Antigone-Denise si salva e la sua vita assume un valore simbolico incommensurabile: «Ciao mamma, ciao Lea» dice la giovanissima Denise al funerale di sua madre in quella piazza così gremita di Milano. E noi cosa possiamo dire a Denise? «Cara Denise, onoriamo la forza e il coraggio di tua madre. Onoriamo la tua determinazione e il tuo amore di figlia. Ricordati che non sei sola».


La sostenibilità del passato: “memory work” e codici estetici Anna Lisa Tota

Futuring the past è il titolo di questo nuovo numero di Roma Tre News dedicato alla memoria pubblica nelle sue molteplici intersezioni con i temi della società civile, della democrazia, della giustizia e dell’etica. Da molti Anna Lisa Tota anni il dibattito internazionale sui memory studies ha messo a tema il cosiddetto “memory work”, cioè quel complesso e delicato insieme di processi, a cui la società civile e le istituzioni pubbliche sono chiamate a contribuire quando un passato traumatico e controverso richiede di essere collettivamente rielaborato. Dalla scuola di Yale in poi, le teorie del cultural trauma hanno rappresentato un tratto distintivo di qualsiasi studio e/o ricerca su queste tematiche. Tuttavia, sul concetto di passato, nonostante gli studi di Maurice Halbwachs (1949), di Middleton e Edwards (1990) e di molti altri studiosi provenienti da molteplici discipline, continua a prevalere una radicata convinzione che anche le riflessioni più autorevoli non sono riuscite a scalfire: i passati, soprattutto quelli che “non passano”, quelli traumatici che segnano irrimediabilmente una comunità, marcandone indelebilmente l’identità sociale, sono percepiti come granitici, solidi, immutabili, oggettivati una volta per sempre nella coscienza collettiva e, oserei dire, universale. E in qualche misura è vero, lo sono. L’Olocausto, le stragi terroristiche, i naufragi dei barconi con bimbi, giovani e famiglie migranti, tutti questi eventi e molti altri ci paiono “pietre”, macchie indelebili nel tessuto connettivo della nostra società civile che chiede, anzi reclama, di essere “riparato”. Tuttavia si dà un altro piano di riflessione, proprio quello su cui è possibile tentare una qualche forma di riparazione, riconnessione, se questa mai è possibile di fronte all’orrore del male. Si tratta del piano di riflessione offerto dalle molteplici discipline che si occupano di memory studies e che propongono, pur nella varietà delle

prospettive, una concezione del passato come “work in progress”, in cui sono gli interessi del presente a riverberare il passato, dando intensità, tonalità e sfumature diverse a quelle parti di esso che rivestono un particolare valore rispetto alla prospettiva del presente, attraverso cui sono osservate. Come ricorda Italo Svevo infatti, «Il passato è sempre nuovo: come la vita procede, esso si muta, perché risalgono a galla quelle parti che parevano sprofondate nell’oblio, mentre altre scompaiono perché ormai poco importanti. Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori (…)». Svevo sembra parafrasare in queste righe Halbwachs e le sue memorabili pagine sulla transitorietà di qualsiasi forma di oggettivazione del passato stesso. Il vero significato di futuring the past è proprio questo: costruire le traiettorie future del passato, ma – aggiungiamo – tenendo conto della sua sostenibilità. In che senso possiamo applicare il concetto di sostenibilità alla memoria? Mi riferisco a passati altamente traumatici, a quelli che pesano su un singolo, su una famiglia e/o su una collettività come macigni e che sembrano avere la capacità di congelare ogni trasformazione possibile. Sono proprio questi passati che abbiamo in mente quando parliamo di work in progress, di possibilità di trasformare il significato del trauma in relazione allo sguardo che il presente ci offre su di esso. Possiamo allora intuire quanto il memory work – questo lavoro di trasformazione – sia tutt’altro che semplice o scontato. Nel 2015 è stato pubblicato Il libro dell’incontro di Ceretti, Bertagna e Mazzucato in cui si rende conto di un tentativo di riconciliazione che ha visto confrontarsi vittime e carnefici della lotta armata italiana in un percorso durato otto anni e non ancora concluso. Se a questa prospettiva aggiungiamo il concetto della sostenibilità, il compito diviene quello di lavorare sulle trasformazioni possibili dei significati, sulla plasmabilità dei contenuti, sul riverberarsi degli interessi del presente sui “passati che non passano”.

Lo studio delle memorie pubbliche diviene modalità emblematica per analizzare le relazioni di potere, per osservare i rapporti tra ricostruzioni egemoniche e narrazioni marginali. La definizione

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pubblica dei passati controversi di una nazione rappresenta una chiave di lettura privilegiata per comprendere come le relazioni di potere siano articolate in quel determinato contesto nazionale e come, a sua volta, la definizione pubblica dell’identità nazionale che ne deriva sia il prodotto di quella stessa articolazione delle relazioni di potere. Il termine memoria pubblica aggiunge così un focus specifico sulla relazione con la sfera pubblica e sulla capacità del memory work di incidere ed influire profondamente sul discorso pubblico di una nazione. La dimensione pubblica del passato è una risorsa privilegiata, per la definizione della quale competono nell’arena pubblica attori sociali e istituzionali diversi. La memoria pubblica guarda al passato come ad un ingrediente del presente: è ciò che del passato resta ancora qui, nel discorso pubblico attuale. È quel pezzo di passato che non vuole andarsene e con cui siamo costretti a fare i conti nel presente. In fondo è una strana concezione del passato, come qualcosa che definisce materialmente il presente. La memoria pubblica guarda al passato un po’ come a quella zavorra, da cui il presente non può prescindere.

La memoria pubblica guarda al passato come ad un ingrediente del presente: è ciò che del passato resta ancora qui, nel discorso pubblico attuale. È quel pezzo di passato che non vuole andarsene e con cui siamo costretti a fare i conti nel presente Un particolare filone dei memory studies ha messo a tema il rapporto tra codici estetico-narrativi e passati controversi (ad esempio, Wagner-Pacifici e Schwartz, 1991; Zolberg, 1996). Si è trattato di ricerche che hanno analizzato la capacità di un monumento, di una mostra, di un concerto, di uno spettacolo teatrale, di un film, di un romanzo o di un fumetto (come Mauss di Art Spiegelmann) di contribuire all’iscrizione nel discorso pubblico di passati altamente controversi. Si tratta di ricerche che hanno analizzato il rapporto tra forma e contenuto della memoria mostrando come sia proprio in tale rapporto che si articola la possibilità di plasmare le traiettorie future del passato.

Per ricollegarsi al caso di Lea Garofalo a cui è dedicato questo numero del giornale, si pensi al contributo dato dal film Lea del regista Marco Tullio Giordana. Questo film, uscito in anteprima nazionale il 18 novembre del 2015, rappresenta un esempio emblematico di quel “grande cinema”, capace di iscrivere passati altamente traumatici nella sfera pubblica. Ma non si tratta soltanto di questo, un film come Lea, ispirato alla storia vera di Lea Garofalo e di sua figlia Denise, offre un’opportunità di democrazia per la società civile nel suo complesso. Lea fa memory work sul caso specifico di questa vicenda, ma anche su quelli di tutte le vittime di mafia, ‘ndrangheta e camorra che sono state dimenticate. Cosa ci offre in più la narrazione filmica rispetto a quella di un articolo apparso sulle colonne di un quotidiano? Qual è lo specifico rapporto di questa forma filmica con il suo contenuto? È che Lea nel film di questo grande regista prende vita, diventa una di noi, una madre che lotta per il futuro di sua figlia e persino Carlo Cosco e gli altri protagonisti di questo crimine acquisiscono uno spessore umano che non ci permette più di liquidarli come “mostri criminali” ma ci obbliga a confrontarci per davvero, a metterci in discussione, a riconoscere la distanza ma anche la contiguità pericolosa nelle nostre quotidianità tra le culture mafiose e quelle della legalità. Un film come questo è capace di operare un piccolo miracolo nella società civile, perché cambia per sempre lo sguardo dei propri spettatori: dopo aver visto film come Lea o come I cento passi non si torna indietro, lo sguardo naive sulle culture mafiose è decostruito per sempre. Di fatto i codici estetici offrono opportunità di avviare e favorire memory works che quelli scientifici sembrano non poter eguagliare. I passati traumatici diventano sostenibili per il singolo e/o per la collettività quando sono trasformati, resi visibili e iscritti stabilmente nel tessuto civile di una nazione. Il cinema (ma anche il teatro, l’arte, la musica e la letteratura) diventano dispositivi, macchine semiotiche capaci di dare voce agli invisibili, di re-includere gli esclusi nella comunità dei viventi. Misconoscere e non onorare i propri morti rappresenta una grave violazione della pietas, come ci insegna Antigone, che mina il tessuto democratico di una nazione. Quando Joan Baez cantava Here’s to you, Nicola and Bart o Sting cantava They dance alone la funzione politica e civile di queste canzoni era ed è quella di onorare i nostri morti e di riammettere coloro che ingiustamente sono stati esclusi, negati e resi invisibili nella comunità dei giusti.


Il ciclo sulla sostenibilità Mario Panizza

La lectio di Matthew Evangelista, che ha inaugurato l’anno accademico 2016/17 di Roma Tre, ha coinciso con la conclusione del ciclo sulla sostenibilità portato avanti nel 2016 dalla nostra università insieme agli altri atenei del Mario Panizza Lazio. Nel mese di settembre si è svolto un seminario residenziale internazionale, che raccogliendo presso la nostra sede studenti universitari provenienti da molti paesi del Mediterraneo, ha sviluppato un programma accademico multidisciplinare, suddiviso in tre moduli: “Pace”, “Beni culturali” e “Sviluppo sostenibile”. Questo seminario è stato preceduto da quattro convegni intitolati Dialoghi sulla sostenibilità – Roma 2016, che hanno accompagnato le istituzioni universitarie nelle attività di didattica e di ricerca. I quattro incontri sono nati da un percorso rigorosamente accademico, basato sull’approfondimento della conoscenza, con lo scopo di presentare una riflessione sul tema della sostenibilità intesa come responsabilità e declinata nei suoi aspetti più significativi: “Ambiente, città e territorio”, “Scienza e benessere”, “Sport e capitale umano”, “Una cultura per la società dell’informazione”. Il tema della sostenibilità è stato pertanto affrontato attraverso analisi e precisazioni molto ampie, costantemente alimentate da approfondimenti interdisciplinari. L’obiettivo è sempre stato quello di proporre agli allievi riflessioni, scientificamente avanzate, all’interno di un quadro divulgativo, attento a sollecitare approfondimenti rivolti a promuovere interessi e partecipazione sociale. La sostenibilità individua un campo di approfondimenti sui quali è prioritario far soffermare gli studenti per indurli a comportamenti accorti, misurati in ogni settore professionale in cui saranno chiamati a operare. L’impegno accademico, soprattutto integrato dalle attività di contorno, deve puntare con continuità alla formazione più ampia possibile degli

allievi, non dimenticando mai che dobbiamo traguardare il loro futuro non solo come laureati, ma come cittadini capaci di leggere e interpretare l’ambiente in cui vivono. Devono essere preparati a saper adattare il loro sapere a condizioni che possono mutare, sia per nuove esigenze culturali, scientifiche e produttive, sia per eventuali cambiamenti del posto di lavoro. Insomma, sempre più, le università devono impegnarsi a preparare professionalmente i propri allievi, senza però dimenticare il dovere di farne cittadini di un mondo globale: “sapere”, “saper fare” e “saper essere” sono i principi etici, oltre che formativi, alla base del nostro lavoro. Va quindi salvaguardata la dimensione culturale e sociale dello studente-cittadino, futuro laureato, futuro cittadinolavoratore, accompagnandolo e aiutandolo nel percorso di approfondimento del suo sapere. La lectio di Evangelista si è collocata al termine di questo piano di azione accademico e insieme sociale, affrontando un aspetto della sostenibilità che, per la sua specificità disciplinare, era stato parzialmente trascurato: il diritto, o meglio la ragione, nel rapporto tra il singolo e lo stato. È questo un tema di sostenibilità che pone a confronto il rispetto dell’individualità e delle esigenze della tutela collettiva, soprattutto nelle condizioni di confronto fisico, di conflitto sul fronte di guerra. Le riflessioni, anche in questo caso, sfuggono dal ristretto campo delle competenze monodisciplinari giuridiche: le questioni di diritto sconfinano nel campo dell’etica, della tecnologia, della strategia militare e mutano in base alle condizioni geografiche, economiche, antropologiche. Come si ricava dal testo di Evangelista, la sostenibilità sottende il più esteso concetto di democrazia, all’interno del quale la libertà e l’uguaglianza completano i contorni di un territorio dove spesso i due termini tendono a risultare conflittuali. Concetti apparentemente semplici e indiscutibili, dove il rispetto dell’essere umano appare del tutto lineare ed evidente, nascondono valutazioni più complesse, da dipanare attraverso interpretazioni sempre più approfondite. La sicurezza del singolo e il rispetto degli interessi di un intero popolo spesso divergono e aprono il campo a un confronto dove è necessario comparare, servendosi di unità di misura tra loro quasi sempre incomparabili, i valori etici e le concrete opportunità di accesso alle dotazioni primarie per sopravvivere.

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Diritti umani, conflitti armati e il diritto internazionale: il ruolo dell’individuo nel contesto europeo

Lectio magistralis del prof. Matthew Anthony Evangelista alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2016/2017 Magnifico Rettore, Autorità, Signore e Signori, la prima cosa che vorrei dire è che sono grato al Rettore Mario Panizza per l’onore che ha voluto farmi invitandomi a tenere questa lectio magistralis. Credo di dovere il suo invito anche ai miei rapporti profondi con il Dipartimento di Scienze politiche. Nel 2012 ho trascorso un semestre come docente-borsista Fulbright presso il Dipartimento. È stata per me un’esperienza molto ricca fare la conoscenza di studenti di ottimo livello e di bravi colleghi con i quali ho potuto condividere in profondità i miei interessi di ricerca. Durante quel semestre, ho tenuto una lezione sul genere e i conflitti suscitati dal nazionalismo, ispirata al cinema e al lavoro di Virginia Woolf, Le tre ghinee.

Il saggio, scritto da Woolf nel 1938, tratta di tre realtà – la guerra, l’educazione universitaria, e le libere professioni – tutte, secondo lei, dominate dagli uomini, e concepite per escludere le donne. Woolf è stata una scrittrice particolarmente spiritosa. Si è divertita a prendere in giro gli uomini – per esempio i militari per le uniformi del suo tempo (con le loro stelle, righe, e piume), i magistrati e gli avvocati inglesi per le loro toghe e le peculiari parrucche incipriate, e, sì, anche i professori universitari per il loro abbigliamento accademico. Di conseguenza, mi sento un po’ strano, vestito per la prima volta in questa bellissima toga rossa della mia Università di Cornell. Tuttavia, mi piace immaginare che Virginia Woolf non mi avrebbe criticato troppo e avrebbe apprezzato quello che ho da dire su temi che sono stati molto importanti anche per lei: la lotta per limitare la guerra e il rispetto della dignità dell’individuo.

Il mio tema è quello che in inglese una letteratura ogni giorno crescente chiama «the individualization of international politics». Si tratta di un tema difficile. Non solo abbiamo di fronte un termine infelice, come ogni termine di gergo, e per il quale mi scuso; ma si tratta di un termine non facilmente traducibile in italiano e di uso non molto comune da voi. Di “individualizzazione” parlano in effetti la sociologia e la scienza politica, che però, come nel caso di Zygmunt Bauman o di Ulrich Beck, si riferiscono a un processo sociale verso l’individualismo oppure a un cambiamento sociale che chiede agli individui di costruire in autonomia la propria vita. Invece, di “umanizzazione” o piuttosto di “personalizzazione” si parla nel campo del diritto internazionale, quando ci si riferisce al fatto che esso sta subendo una trasformazione che tende a rivalutare sempre più il ruolo dell’individuo rispetto a quello tradizionale dello Stato, sia con riferimento al contenuto materiale del diritto internazionale, sia riguardo ai destinatari formali di tale diritto (o soggetti nelle terminologia classica). Lo studioso che utilizza il termine nel modo più vicino al mio è la professoressa Jennifer Welsh dell’Istituto Universitario Europeo, nel suo progetto, The Individualisation of War.

Matthew Anthony Evangelista (foto: Antonio Azzurro)

Cosa si intende dunque nel dibattito attuale con “individualizzazione”?

1. L’estensione agli individui di pratiche normalmente applicate agli stati;

2. un aumento del valore attribuito alla vita e alla dignità umana.

Ci piacerebbe pensare a questi cambiamenti come il prodotto della civiltà europea e occidentale, ma non possiamo dimenticare, allo stesso tempo, che è stata l’eredità del colonialismo, di due guerre mondiali e della Shoah a precedere (anche se l’ha poi anche prodotta) la rivoluzione dei diritti umani della seconda metà del XX secolo. Questa rivoluzione continua ad avere una vasta eco nel XXI secolo. L’attenzione al valore della vita individuale influenza profondamente oggi la relazione tra politica internazionale e diritto internazionale. In particolare, essa tende ad annullare la distinzione tra quelli che erano tre ambiti una volta nettamente distinti: il diritto internazionale umanitario (al quale ci si riferisce più comunemente come diritto internazionale bellico), i diritti dell’uomo e il diritto penale internazionale.

In questa lectio desidero concentrarmi su tre paradossi di questo fenomeno:

1. Il diritto di guerra limita sempre più le pratiche militari allo scopo di garantire la protezione dei civili (e dei combattenti)


dai danni della guerra; però, allo stesso tempo, l’interpretazione del diritto da parte degli Stati, gli Stati Uniti per esempio, permette l’espansione dell’uso della forza per attaccare le persone al di fuori dei conflitti armati riconosciuti, tramite droni ed altri mezzi.

2. I tribunali penali internazionali e le forme ibride della giustizia transizionale perseguono certi individui; garantiscono però ad altri l’impunità (ad esempio, ai leader di paesi potenti).

3. I nomi di alcune singole vittime della violenza e del terrore diventano noti come persone (e la loro cittadinanza viene riconosciuta: l’Islamista americano Anwar al Awlaki, per esempio, o il cooperante italiano Giovanni Lo Porto, tutti e due uccisi dai droni); altri invece rimangono membri anonimi di categorie come “rifugiato” o “vittime di danni collaterali”.

Cosa intendo quando parlo dell’estensione agli individui di pratiche normalmente applicate agli stati? Diamo uno sguardo alla dimensione giuridica del problema. La Corte internazionale di giustizia, fondata nel 1945, è nata come luogo per risolvere le dispute fra Stati. Nel 2002, con l’entrata in vigore della Corte penale internazionale, gli Stati membri e il Procuratore della Corte stessa possono tentare di portare a giudizio le persone ritenute responsabili di crimini internazionali: crimini di genocidio; crimini contro l’umanità; crimini di guerra; crimini di aggressione. La Corte penale internazionale non è l’unica: abbiamo anche i tribunali ad hoc (ad esempio, per l’ex Jugoslavia e il Ruanda), tribunali nazionali (come in Argentina e Cile) e tribunali ibridi o misti nazionali-internazionali (come in Cambogia o Sierra Leone). Ora, tutte queste corti rappresentano una sfida all’impunità tradizionale dei capi di Stato e di altri alti funzionari che commettono crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

L’Europa è stata in prima linea per quanto riguarda l’estensione dei diritti umani - e non solo perché la Corte penale internazionale è stata istituita dallo Statuto di Roma nel 1998. Un precedente importante è la Corte europea dei diritti dell’uomo, fondata nel 1959. La Corte permette agli individui o ai loro rappresentanti (oltre che agli Stati) di portare a giudizio gli Stati ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani. E questo è stato effettivamente fatto, e con successo, ad un ritmo crescente: nel 2015, ad esempio, la Corte ha ricevuto più di 6.700 denunce relative alla sola Russia; su quelle recepite, la Corte ha pronunciato 116 sentenze, 109 delle quali hanno trovato la Russia responsabile di aver violato almeno un articolo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Gli avvocati Julia Lapitskaya e William Abresch presso la New York University Law School hanno fornito analisi importanti delle implicazioni di questi casi per il diritto internazionale.

Anche in campo militare, si è assistito a un fenomeno che gli osservatori hanno associato a una maggiore preoccupazione per i diritti umani, e che hanno anzi considerato parte integrante della rivoluzione dei diritti umani stessa: e cioè a una crescente attenzione ai danni civili durante i conflitti armati. Certo, ci sono ragioni pragmatiche che spingono i militari a preoccuparsi dei civili, soprattutto nelle guerre di contro-insurrezione, quando l’esercito cerca di conquistare la lealtà dei civili a spese dei ribelli. Esiste, del resto, una concomitante, e forse maggiore, attenzione da parte degli Stati a ridurre al minimo i danni per i propri combattenti (quella che in inglese viene definita come force protection). Pensiamo alla guerra della NATO contro la Serbia, dove i bombardamenti di Belgrado e di altre città uccisero circa 500 civili – un numero storicamente basso – senza una sola perdita tra i piloti o i soldati. Anche questo suggerisce un apprezzamento crescente del valore fondamentale della vita individuale.

Un altro elemento della tendenza alla individualizzazione della guerra si riferisce alla tecnologia - in particolare, al progresso tecnologico nel settore dei velivoli a guida remota, o droni. Queste armi permettono agli Stati Uniti ed altri paesi di colpire le persone sospettate di aver compiuto atti di terrorismo o di star pianificando attacchi contro le loro truppe. Naturalmente la tecnologia non è perfetta, e gli attacchi di droni si basano talvolta su fonti di intelligence infondate. A volte scopriamo i nomi degli obiettivi, quando gli attacchi hanno successo. Quasi mai sappiamo i nomi delle persone che hanno effettuato gli attacchi, che si tratti di un membro della Cia, di un militare, o di un dipendente di una società militare privata. In alcuni casi il presidente degli Stati Uniti ha riconosciuto il proprio ruolo nella decisione di attaccare. Di rado scopriamo i nomi degli innocenti uccisi dai droni.

Abbiamo esaminato finora i due diversi aspetti del fenomeno della “individualizzazione” della politica internazionale: abbiamo detto della “individualizzazione” del sistema del diritto penale internazionale, attraverso la quale anche i leader degli Stati possono essere condannati per i loro crimini; abbiamo detto della individualizzazione delle azioni di guerra stesse. Le due questioni trovano un punto di incontro in sentenze che dichiarano alcuni Stati responsabili per le singole perdite che i loro militari hanno causato nel corso di un conflitto armato.

Normalmente i casi di morte durante i conflitti armati rientrano nel diritto bellico e la responsabilità di indagare e punire i crimini spetta allo Stato. Ma anche qui gli europei sono stati degli innovatori. Negli ultimi anni, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ampliato la sfera dei diritti umani per comprendere il conflitto armato - prima con riferimento alla Turchia nel suo conflitto con i curdi e all’Inghilterra nel suo conflitto con l’esercito repubblicano irlandese, e poi con un gran numero di sentenze recenti contro la Russia. A partire dal 2005, infatti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha cominciato a ritenere la Russia responsabile dei casi di morte e scomparsa avvenuti durante il conflitto armato con i separatisti ceceni, appellandosi alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Le azioni della Russia sono state dichiarate una violazione del diritto alla vita (art. 2), anche se le persone sono morte a causa di bombardamenti aerei o dell’uso di mine antiuomo. Si tratta di pratiche militari che sono normalmente considerate sottoposte al diritto di guerra e, da alcuni punti di vista, alla lex specialis (che sostituisce le altre leggi durante un conflitto armato). Immaginate la situazione: la Russia ha deciso di non firmare il Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine, ma è tuttavia responsabile per i morti causati dalle mine inesplose, perché queste costituiscono una violazione del diritto alla vita. L’avvocato russo Kirill Koroteev, tra gli altri, è stato in prima linea nelle


controversie di questi casi alla Corte Europea e ha fornito analisi importanti delle loro conseguenze.

Un’altra area di sovrapposizione di conflitto armato, diritti umani e individualizzazione è rappresentata dalla crisi dei rifugiati, una conseguenza delle guerre recenti e delle crescenti pressioni economiche, alcune di natura strutturale. Conosciamo infatti i nomi di alcuni dei rifugiati quando i funzionari li esaminano per determinare il diritto di asilo o quando i loro cadaveri, trovati sulla spiaggia, sono identificati nelle foto (ricordiamo tutti Aylan Kurdi, il bambino siriano di tre anni e la foto del suo corpo senza vita sulla spiaggia). Ma molti altri di loro non vengono mai identificati, e neppure contati, quando cadono preda di trafficanti e scompaiono o annegano in mare. Fin qui la pressione drammatica della realtà. Ma in che modo gli studiosi delle relazioni internazionali e del diritto internazionale e i loro studenti possono affrontare i fenomeni che ho esaminato - cioè la crescente individualizzazione della politica internazionale e la progressiva attenuazione dei confini tra i vari ambiti del diritto internazionale? Come si spiega, insomma, la individualizzazione e quali sono le sue conseguenze? Proporrò solo alcune brevi osservazioni in merito.

Anche se vedo una individualizzazione crescente nella politica internazionale, non credo che possiamo spiegare questa situazione concentrando l’attenzione solo sugli individui a scapito degli Stati. Nel 2001 e soprattutto nel 2003 sembrò di primaria importanza che fosse presidente degli Stati Uniti un essere umano di nome George Bush. Nel 2001 egli reagì agli attacchi terroristici con una guerra contro il terrorismo, e nel 2003 lanciò una invasione dell’Iraq. Con un presidente diverso, avremmo evitato queste guerre? Non possiamo saperlo. Ma noi sappiamo che il successore di Bush, il vincitore del premio Nobel per la pace Barack Obama, ha continuato la guerra al terrorismo e ha ampliato questa guerra a nuovi nemici che nel 2001 non esistevano e l’ha portata in paesi come lo Yemen e il Pakistan, con cui gli Stati Uniti non erano in guerra. Cosa possiamo dire del un nuovo presidente Donald Trump? Tornerò su questo tema alla fine della mia relazione.

In genere sono scettico nel concedere agli individui un ruolo importante e crescente nelle analisi della politica internazionale. Al di là dei limiti stessi del ruolo personale della leadership, vi sono però anche altri e più complessi motivi, motivi che, a mio parere, riflettono una situazione davvero paradossale.

Primo. Anche se singoli individui sono stati in grado di adire le vie legali contro Stati potenti, come nel caso della Russia, i governi hanno evitato di conformarsi in maniera significativa alle sentenze. Sì, la Russia paga le multe inflitte dalla Corte europea, ma non ha cambiato il suo comportamento. In realtà si stanno commettendo in Siria gli stessi crimini di guerra che sono stati commessi in Cecenia, in particolare il bombardamento indiscriminato di civili.

In secondo luogo, le recenti sentenze della Corte europea contro la Gran Bretagna hanno prodotto una reazione negativa, io direi in inglese a backlash, un contraccolpo. C’è la possibilità di una sorta di eventuale nuova Brexit, dal Consiglio d’Europa e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Alcuni di voi si ricorderanno il film dei Monty Python, il famoso gruppo comico britannico, Brian di Nazareth in italiano, e lo sketch in esso contenuto: «Cosa hanno fatto i romani per noi?». Un altro (meno famoso) gruppo britannico ha girato uno sketch chiamato: «Cosa ha fatto la Corte europea dei diritti dell’uomo per noi?». Se fate una ricerca su internet lo troverete subito. Si tratta, peraltro, di uno sketch veramente divertente, ma il rischio di backlash, di contraccolpo negativo, è un problema serio. È possibilissimo infatti che divenga sempre più difficile proteggere i diritti umani degli individui a scapito della sovranità statale - e in particolare a scapito di ciò che gli Stati considerano un proprio fondamentale diritto: usare la forza armata per scopi difensivi.

Un terzo paradosso. Nella sua analisi di come l’azione penale in difesa dei diritti umani sta cambiando la politica mondiale, la professoressa Kathryn Sikkink ha individuato, come la chiama nel titolo del suo libro, The Justice Cascade, la «cascata della giustizia». Ella mostra come in soli tre decenni molti individui in America Latina, in Europa, in Africa abbiano perso la loro immunità e siano stati portati a giudizio per crimini contro l’umanità grazie ai tribunali internazionali, nazionali, o ibridi, con un ampio rilievo mediatico e sentenze pesanti. Come dimenticare però che, allo stesso tempo, i criminali provenienti da paesi potenti, come gli Stati Uniti, da potenze regionali come il Messico, ma persino da stati deboli come il Sudan sembrano poter godere ancora dell’impunità a tempo indeterminato? Nel caso del Sudan, il presidente Omar al-Bashir è stato protetto dal governo del Sud Africa. Nel caso dei funzionari del Messico convolti nelle uccisioni degli studenti o di quelli degli Stati Uniti che hanno autorizzato la tortura ed altri crimini, i governi stessi rifiutano di perseguirli.

In quarto luogo, gli Stati Uniti hanno perseguito una crescente “giuridificazione” della guerra, in particolare nell’uso di aerei e droni, ma è legittimo dubitare che abbiano raggiunto qualche risultato. Come spiega la professoressa Janina Dill della London School of Economics, i legali militari plasmano le leggi per servire i propri interessi, spesso a scapito delle vittime civili della guerra. Gli Stati Uniti, per esempio, scelgono come obiettivi per attacchi dei droni individui al di fuori dei siti di conflitto armato riconosciuti, e talvolta uccidono invece altre persone. Specialisti del diritto internazionale umanitario esprimono in merito viva preoccupazione per potenziali violazioni sia dello jus ad bellum (quando e dove è giustificato usare la forza) sia dello jus in bello (quali pratiche militari all’interno di un conflitto sono legali, quali sono gli obiettivi legittimi). Il governo degli Stati Uniti, però, riesce spesso a ridefinire le norme di legge per rendere le sue pratiche accettabili.

In ultimo luogo, anche se la situazione dei rifugiati turba la coscienza della pubblica opinione in tutto il mondo, la reazione degli Stati ad essa non fa che rendere la situazione peggiore. Paradossalmente, la reazione può derivare dalla stessa preoccupazione per i diritti umani che motiva la simpatia iniziale per i rifugiati. Nel Mar Mediterraneo - «il confine più mortale del mondo», come l’ha chiamato in un recente volume l’antropologo Maurizio Albahari che insegna negli Stati Uniti nell’Università di Notre Dame - gli Stati hanno effettuato operazioni con l’obiettivo umanitario di arrestare trafficanti di esseri umani, ma con il risultato di criminalizzare gli sforzi (anche umanitari) di marinai che cercavano di salvare i rifugiati dal-


l’annegamento. Ciniche motivazioni politiche a parte, un terzo obiettivo umanitario - proteggere i propri cittadini - spesso prevale sull’obiettivo umanitario (e l’obbligo legale) di accogliere i rifugiati. La situazione mina così gli sforzi di creare regioni senza frontiere, come l’Unione Europea. Ancora una volta, vediamo la riaffermazione della sovranità dello Stato a scapito dei diritti individuali.

Dal punto di vista della spiegazione, l’approccio che viene dalle scienze politiche e da quelle delle relazioni internazionali permette quindi sostanzialmente di identificare due processi concorrenti e in vivo contrasto nel mondo attuale. Il primo è la tendenza a limitare le prerogative dello Stato nell’interesse dei diritti umani individuali in uno spirito di cosmopolitismo, utilizzando il diritto internazionale e i movimenti sociali. Il secondo processo tende invece a una riaffermazione della sovranità statale in difesa delle comunità politiche nazionali, in uno spirito di realismo, e forse a scapito dei diritti individuali. Però, la spiegazione non è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo chiedere alla filosofia morale di fornire una guida normativa. Dovremmo preferire la sovranità e la sicurezza nazionale oppure i diritti individuali? Abbiamo bisogno di scegliere tra di loro?

Possiamo dare per certa una cosa: gli estremismi sono sempre evidenti. Negli Stati Uniti abbiamo un presidente eletto, che assumerà l’incarico in gennaio. Donald Trump ha fatto la sua scelta tra sovranità statale e diritti individuali - con il rischio, all’estero, di distruggere i rapporti con gli alleati e, nel nostro paese, di creare paura di discriminazione per motivi di religione, genere, razza, origine nazionale, e status di immigrazione. Le sue politiche minacciano di esercitare una sorveglianza di massa dei musulmani e l’espulsione di bambini e studenti nati negli Stati Uniti da genitori privi di documenti. Trump ha promesso di reintrodurre le pratiche di tortura associate con l’amministrazione di George Bush - e “peggio”. I suoi sostenitori sono stati incoraggiati già a mettere in pratica crimini ispirati dall’odio. Tuttavia, Trump - che ha ricevuto meno voti popolari della sua rivale Hillary Clinton - ha anche avversari. Qui possiamo sperare di vedere una certa resistenza alla individualizzazione della presidenza degli Stati Uniti, se i funzionari si rifiutano di infrangere la legge o di compiere atti in violazione della nostra costituzione e del diritto internazionale. Vediamo anche gli sforzi delle nostre università, dove i professori hanno promesso di proteggere i nostri studenti musulmani, i nostri studenti stranieri, ed i nostri studenti privi di documenti. Chiediamo ai nostri presidi e rettori di dichiarare le università santuari per la difesa dei nostri studenti vulnerabili. Si tratta di un piccolo passo, ma speriamo che le università possano dare un contributo sia alla pace sia alla salvaguardia dei diritti individuali.

Nelle tre ghinee, Virginia Woolf scrive della discriminazione contro le donne ed esprime l’opinione che tale discriminazione renda improbabile un sostegno femminile a una guerra, anche in difesa del paese in cui vivono. La voce di una donna rappresenta nel libro quest’opinione: «La “nostra” patria - dice - durante tutta la storia mi ha trattata da schiava, mi ha negato l’istruzione e qualunque partecipazione alle sue ricchezze. La “nostra” patria cessa di essere mia se sposo uno straniero». Poi, nel brano più famoso del saggio, Woolf scrive: «io in quanto donna, patria non ho. In quanto donna, non voglio alcuna patria. In quanto donna, la mia patria è il mondo intero». Nella conclusione del suo saggio, il punto fondamentale sostenuto da Woolf è che la prevenzione della guerra e la garanzia dei diritti individuali erano “cause inseparabili”. Forse il mondo era più semplice nel 1938.

Cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico 2016/2017 (foto: Antonio Azzurro)


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Che cos’è il ricordo? Cosa significa scrivere la storia? La memoria tra storia, etica e politica in Paul Ricœur

primo piano

Francesca Brezzi

Argomento inquietante, la memoria, che spazia dalle memorie individuali a quelle collettive, dalle possibili distorsioni all’oblio vero e proprio, da un dovere di ricordare a un obbligo di dimenticare (e forse perdonare). MaFrancesca Brezzi tassa ingarbugliata nella quale il filo conduttore è fornito dal filosofo Paul Ricœur nel monumentale volume La memoria, la storia e l’oblio (2000). Si è trattato per il pensatore di una navigazione con un tre alberi dotato di vele attorcigliate ma distinte, forse una “odissea”, aggiungiamo, tre alberi (afferma lo stesso autore rappresentati dai termini del titolo) intersecantesi in alcuni punti, autonomi in altri. Gettiamo solo dei colpi di sonda per comprendere come i concetti stessi del libro siano significativi per noi oggi. Vogliamo iniziare con un accenno proprio a tale “attualità” per comprendere lo spessore di Ricœur nell’affrontare il tema: richiamandosi alla eccezionale esperienza della commissione Verità e riconciliazione voluta da Mandela e dall’Arcivescovo Tutu per superare le drammatiche divisioni dell’apartheid in Sudafrica, il filosofo assume questo modello delle memorie condivise per costruire un nuovo ethos per l’Europa. Ma il percorso è lungo e attraversa vari territori. Ricœur riconosce che la memoria è terreno impervio, suscettibile di usi e abusi, specie nel versante pragmatico, ma insieme sottolinea la difficoltà di sottrarsi al potere seduttivo di essa. La cornice generale è individuabile nella rappresentazione del passato, che rinvia a precise domande: che cosa è il ricordo? Che cosa significa scrivere la storia? Ravvisiamo la prima vela – interpretandone autonomamente il simbolo – nella integrazione di me-

moria individuale e storia, e ciò si attua in molteplici modalità.

Irrompe il drammatico Chi sono Io? che ha sostituito il vuoto Io penso; vivere la nostra vita nel tempo implica la difficoltà di stabilire una nozione di identità personale immutabile, che potrebbe essere investita da troppa memoria. Se Ricœur ha più volte sottolineato il pericolo rappresentato dagli eccessi della memoria, suggestive, allora, sono le pagine scandite dai termini dimenticanza, debito pagato, infine perdono, quest’ultima esperienza difficile, esperienza dell’incognito

Innanzi tutto la memoria e la storia racchiudono in se stesse l’enigma di presenza/assenza, e l’apporto della testimonianza, quale realtà di un evento trascorso, contrassegnata dal sigillo dell’anteriorità. Lo sguardo retrospettivo non è sufficiente, tuttavia, perché entrambe devono essere rivisitate quali aperture al presente e Ricœur parla della equiprimordialità di passato, presente, futuro. Ma integrazione (o insegnamento) della memoria e di una memoria avvertita significa che alla narrazione scientifica fatta di date, avvenimenti, grandi personaggi, si aggiunge il ricordo delle microstorie del passato: si deve pertanto dar voce agli anonimi della storia che arrivano alla memoria del lettore con le loro inquietudini e speranze, i successi e i progetti mancati. Nel raccontare altrimenti la loro storia, magari nell’intreccio di un racconto letterario o filmico si colmano le lacune e si producono scritture nuove e si può richiamare Hannah Arendt che invitava ad imparare il raccontare degli altri, amici o avversari che siano, che può portare ad una comprensione diversa. Tali inedite forme non aboliscono il sospetto della distorsione, ma la storia, a sua volta, sarà «l’ereditiera sapiente della memoria» ed eserciterà la sua funzione valutativa, si realizzerà quale storia critica, in un gioco di equilibri


tra fedeltà della memoria e verità della storia, tra fiducia e sospetto, che esprimono una tonalità di militanza o dimensione etica dell’una e dell’altra. In tal modo diventiamo contemporanei degli uomini del passato, rendiamo loro omaggio nel riconoscercene debitori ed eredi. Ricœur aggiunge che solo con questa attenzione si riparano gli abusi, si risponde a «una domanda di riconoscimento che viene principalmente dalle vittime dei più grandi crimini» (e su questo aspetto torneremo nella conclusione). Non si devono immobilizzare i ricordi, né rifiutarli, quindi né eccesso di memoria, né eccesso di oblio, il filosofo riprende un fecondo dialogo con Koselleck, che sosteneva, come è noto, la dialettica di spazio di esperienza e orizzonte di attesa, in cui il primo indica le eredità, le tracce sedimentate del passato che si distaccano sul fondo dell’orizzonte d’aspettativa, da cui deriva una visione dinamica della storia. La seconda vela è il piano della storia che integra la memoria: Ricœur tenta il superamento dell’egologismo presente nel soggettivismo moderno e affronta la storia come memoria collettiva del passato, e di conseguenza, ancora, tratteggia il livello etico, individuato come il dovere della memoria che si presenta anche quale divieto di oblio. Da qui il pressante invito ad una politica della giusta memoria come consapevolezza dell’adeguata distanza, che si collega a quanto sopra indicato quale reciproco rapporto critico di storia e memoria, relazione tra verità e fedeltà, tra fiducia e sospetto, legame critico si è detto o aporia, che ha tuttavia il merito di ricordare i limiti del sapere storico, e riscoprire le sue fonti originarie nell’esperienza vissuta dagli esseri umani. Non solo, ma si spezza in tal modo il determinismo storico, ed emerge il valore terapeutico presente in tale critica della fatalità (illusione retrospettiva), che consente altresì di riconsiderare la tradizione. Se i fatti accaduti non si possono più mutare, il loro senso si offre a sempre nuove interpretazioni, eventi avvenuti immutabili sono reinterpretati attraverso tale valutazione critica: la “guarigione”

patologie dalle della memoria, è “utile” agli educatori pubblici, di cui dovrebbero far parte anche i politici, per risvegliare e rianimare promesse non mantenute, riattivare significati dimenticati o percorrere sentieri non intrapresi. La sopra ricordata opposizione di verità e fedeltà, va decifrata – come è consuetudine in Ricœur – quale circolarità dialettica. Infine l’ultima vela è rapprese complessa identità è presente qui come un soggetto che indaga sul sé nella situazione storica effettiva, quindi si ricapitolano tutti gli ambiti, storico, etico, politico. Lontano da una visione totalizzante delle vicende umane riunite in una filosofia della storia, Ricœur propone una “filosofia critica della storia” e conduce un’ermeneutica della vita umana che, svolgendosi nel tempo, è storica e, come detto, espressione di memoria e di oblio. In questo senso l’indagine richiama con forza il tema dell’identità: irrompe il drammatico Chi sono Io? che ha sostituito il vuoto Io penso; vivere la nostra vita nel tempo implica la difficoltà di stabilire una nozione di identità personale immutabile, che potrebbe essere investita da troppa memoria. Se Ricœur ha più volte sottolineato il pericolo rappresentato dagli eccessi della memoria, suggestive, allora, sono le pagine scandite dai termini dimenticanza, debito pagato, infine perdono, quest’ultima esperienza difficile, esperienza dell’incognito. Emerge l’apporto positivo dell’oblio, non individuabile quale considerazione patologica della memoria ma segno della vulnerabilità della condizione umana e non solo nell’ambito conoscitivo, bensì in quello etico e religioso; in riferimento al perdono è anche una condizione dell’interpretazione del passato, che Ricœur coniuga con alcune prassi psicoanalitiche, freudiane in particolare, come il processo di rimemorazione e l’elaborazione del lutto, ravvicinabili al lavoro della memoria. Ma nuovamente, anzi con maggiore profondità, il problema epistemologico nato dalla veracità o meno della memoria, diventa questione morale e politica, si presenta cioè quale divieto di oblio. E ritroviamo pertanto il richiamo all’immaginare e al narrare,

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così caro a Ricœur, come opportunità di valutazione diversa, giacché la sofferenza inflitta agli altri è il punto di partenza di un ordine non più politico, retto dalla giustizia, ma di un livello guidato dall’amore, come Ricœur aveva già affermato (Amore e giustizia); in questo testo il filosofo vuole riequilibrare l’idea di un imperativo della memoria con “un lavoro” della memoria stessa, non rivendicare il ricordo contro la storia dunque poiché le memorie ferite difendono la loro disgrazia contro l’ignoranza o l’oblio. Ricoeur si sofferma con la consueta analiticità distinguendo due livelli di oblio, uno profondo e uno manifesto, e su questo secondo ci soffermiamo: esso è caratterizzato dal diverso ruolo della memoria, che se nel primo agisce come ritenzione e conservazione, qui è funzione di richiamo, rammemorazione, evocazione, gioco di comparire e scomparire. In questo livello troviamo l’oblio attivo, interpretato come perdono, intermediario nel tormentato itinere che comincia nella memoria e prosegue nell’oblio. Non solo ma si allarga a raggiera a molti altri concetti, di rilevante densità come il perdono difficile contro il perdono facile, e sullo sfondo tutta la riflessione ricœuriana relativa alla giustizia. Per completare il travaglio della memoria si apre la dimensione del perdono quale azione politica e lungi dal confinare il perdono solo in una dimensione poetica dell’esistenza in cui il religioso rappresenterebbe il culmine, Ricœur conclude con un forte richiamo, sulla scia di Hannah Arendt, alla grandezza politica del perdono, presente in certi gesti significativi, in cui non si chiede l’oblio, ma si opera per spezzare il debito (il cancelliere tedesco Brandt, il presidente ceco Havel, il re di Spagna o il presidente del Portogallo che chiedono perdono alle vittime di atti esecrandi commessi dai loro predecessori). Conclusivamente vorremmo avanzare due considerazioni: se l’attenzione del filosofo è volta al presente, forte è il richiamo al dovere della memoria contro vari tentativi di dimenticare i periodi oscuri della storia individuale e collettiva, dovere che consentirà in fine di parlare di una memoria felice e di un oblio felice, riequilibrando gli scarti del passato, pagandone i debiti insoluti e intravedendo l’esperienza del perdono; il rischio dell’oblio, infatti, può colpire i vinti, gli assenti dalle trame dei fatti, coloro che non hanno avuto parola nella storia, di cui il filosofo cerca le tracce, e nei confronti dei quali il dovere della memoria diventa quasi un gesto di sepoltura.

In secondo luogo ritorniamo al richiamo iniziale per mostrare come questa ardua problematica abbia impegnato il filosofo non solo nell’opera ricordata, ma anche in molti saggi, in particolare ci riferiamo al testo Quale ethos nuovo per l’Europa? in cui affronta un tema urgente per noi oggi: come costruire una identità europea, che riconosca l’unità nella diversità, che armonizzi le varie identità che la compongono? Ricœur indica tre possibili livelli di “mediazione culturale” per disegnare l’ethos europeo: il modello della traduzione, il modello delle memorie condivise, il modello del perdono, piani tutti che egli considera in un crescendo di densità spirituale. Lo scambio delle memorie, (di cui la commissione Verità e riconciliazione è un esempio altissimo) per esempio, tra vittima e colpevole, tra i vinti e vincitori è il segno di una etica della comunicazione, ovvero di un confronto, di una lettura plurale degli stessi eventi, e, nel caso del sopra ricordato esprimono un raccontare altrimenti, in cui la prospettiva è quella sì della sofferenza in una rimeditazione del passato da parte di entrambi in vista del perdono, come detto. Ritorna il narrare diversamente il passato dal punto di vista altrui, determinante come condivisione simbolica e commemorazione di eventi fondatori di altre culture nazionali, di minoranze etniche, o di confessioni religiose. La memoria, l’intreccio di storia e storie e il loro uso critico assumono la funzione di consapevolezza morale del passato.

Monumento in onore di Willy Brandt a Varsavia nella omonima piazza poco lontano dal Monumento agli Eroi del Ghetto (foto: Ortobagi - CC BY-SA 3.0)


L’archivio proustiano La memoria nella Recherche Marco Piazza

À la recherche du temps perdu di Marcel Proust è nota come quel romanzo costruito intorno ai momenti della memoria involontaria, il cui prototipo è l’episodio della madeleine inzuppata in una tazza di tè, che, nella sua Marco Piazza brusca e imprevista restituzione di un passato a cui non vi è accesso grazie al consueto ricorso alla memoria volontaria, segna l’aprirsi della ricostruzione del proprio passato da parte del protagonista-narratore. Una narrazione che, dopo migliaia di pagine, può chiudersi solo dopo che una serie di altri episodi analoghi occorsi al protagonista mentre si trova nell’anticamera di un palazzo dove attende di essere annunciato, gli hanno svelato le ragioni della «felicità» sprigionata da quel primo episodio: gli rivelano cioè che dentro di noi giace «un libro interiore di segni» che possiamo decifrare, ricavandone preziose verità, solo se ci affidiamo a determinati indizi e smettiamo di affidarci alla sola «intelligenza astratta», cioè alla ragione utilitaristica. Quel libro, nella fiction romanzesca, fa tutt’uno con l’«opera d’arte» che il protagonista, al termine del romanzo che abbiamo tra le mani, si prepara a scrivere lavorando sui propri ricordi. La circolarità istituita da Proust è evidente: l’opera alla cui creazione il protagonista si accinge a dedicarsi non è altro che il romanzo stesso che abbiamo appena finito di leggere. Una circolarità resa possibile anche dal fatto che la Recherche non è un romanzo autobiografico tout court, in quanto l’io narrante è strategicamente tenuto distinto dal proprio sé da parte di Proust, al di là della possibilità di rintracciare, con diversi gradi di probabilità, dietro ai singoli personaggi e agli eventi narrati, persone e fatti che hanno segnato a vario titolo l’esistenza del romanziere.

La memoria fornisce dunque all’autore il materiale più prezioso per l’opera d’arte che questi per così

dire porta dentro di sé e che, per noi lettori, funge da analogon di quel processo di decifrazione di sé e di ricostruzione del proprio passato che Proust ci raccomanda di intraprendere per non sprecare la nostra esistenza. In altre parole, la memoria ci offre la possibilità di sottrarci ai condizionamenti cui ci sottopone il nostro essere abitualmente immersi nella contingenza del tempo, nel divenire stesso da cui rischiamo di non emergere mai. Per questo, nel suo introdurre il passato nel presente, la memoria «sopprime proprio questa grande dimensione del Tempo secondo cui la vita si realizza». Da questo punto di vista i momenti della memoria involontaria sono emblematici, perché rappresentano l’irruzione brusca e imprevista del passato nel presente, tale da obbligarci a sospendere la temporalità routinaria e da permetterci di cogliere una sensazione al di là della sua contingenza, in quella che Proust, con un linguaggio derivato dalle sue letture filosofiche, e soprattutto da Schopenhauer, amava chiamare la sua «essenza». In effetti, la restituzione operata dalla memoria involontaria è integrale, in quanto si tratta di una memoria affettiva: il passato ritrovato risorge insieme agli stati d’animo e alle sensazioni che hanno segnato quel momento su cui era calato l’oblio. E perché questa restituzione possa darsi è necessaria proprio l’opera dell’oblio, ovvero la distanza che separa la sensazione passata da quella presente. Un’operazione impossibile per la memoria volontaria, dal momento che questa si appoggia su quei ricordi del passato che abbiamo continuato a mantenere vivi, selezionandoli ed ela-

«Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura» (Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Dalla parte di Swann). Fotografia riprodotta per gentile concessione di Ilena Antici

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Stereoscopio: apparecchio ottico per ottenere l’impressione di rilievo da immagini piane. Sotto le lenti dello stereoscopio sono poste due immagini di un oggetto uguali, ma riprese da angoli visuali leggermente diversi – per riprodurre la visione dell’oggetto di ciascuno dei due occhi dell’osservatore –, in modo che una sia guardata con l’occhio destro e l’altra con il sinistro. Osservandole contemporaneamente esse danno luogo a un’unica immagine virtuale, che in conseguenza della visione binoculare appare tridimensionale

borandoli coscientemente, e che quindi sono mescolati a elementi della nostra vita successiva.

Come intuisce però anche il lettore meno avvertito, il quale, una volta giunto al termine della Recherche, ripensi alle migliaia di pagine percorse, non è affidandosi ai soli momenti della memoria involontaria che diventa possibile accedere alla verità e, in quanto artisti, ricrearla, tradurla in un «bello stile», inteso come forma di un contenuto che scaturirebbe per così dire autonomamente dal cortocircuito mnemonico. Così come suggerisce lo stesso romanzo nella sua integralità, le impressioni fornite dalla memoria involontaria – «preziose», ma «troppo rare» – sono solo l’innesco per una simile opera di traduzione: il protagonista, una volta comprese le potenzialità della memoria grazie all’illuminazione prodotta dai momenti della memoria involontaria, si metterà al lavoro, sviluppando deliberatamente quanto suggerito dal caso.

Che cosa allora suggerisce davvero la memoria involontaria al protagonista, e, di conseguenza a noi lettori? Suggerisce la possibilità di sottrarci al flusso fagocitante del tempo per effettuare dei riconoscimenti, per raggiungere delle conoscenze che non siano l’effetto della semplice applicazione della nostra intelligenza strumentale alla realtà che ci circonda e che non siano condizionate in maniera inconsapevole dalle passioni che stiamo vivendo. Noi, per Proust, riconosciamo qualcosa o qualcuno nella sua verità più essenziale soltanto nel confronto tra passato e presente, quando giustapponiamo tra loro diverse immagini di un evento o di una persona (o di noi stessi). Un’operazione, questa, che possiamo compiere volontariamente, ma che ci dimentichiamo, per così dire, di effettuare per effetto dell’«abitudine», il cui potere ambiguo ha un’enorme presa sulla nostra esistenza. I momenti della memoria involontaria corrispondono dunque a una sorta di risveglio dall’abbandono ane-


stetizzante alla contingenza del tempo, ossia a un pungolo che, in forza della sua imprevedibilità, ci stimola a sobbarcarci un lavoro di ricerca e di comparazione, faticoso, ma necessario se vogliamo sottrarci alla confusione del presente e decifrare i segni nascosti nel nostro libro interiore.

La restituzione operata dalla memoria involontaria è integrale, in quanto si tratta di una memoria affettiva: il passato ritrovato risorge insieme agli stati d’animo e alle sensazioni che hanno segnato quel momento su cui era calato l’oblio. E perché questa restituzione possa darsi è necessaria proprio l’opera dell’oblio, ovvero la distanza che separa la sensazione passata da quella presente Al di là di alcune affermazioni un po’ perentorie e forse anche un po’ dogmatiche contenute nella parte finale della Recherche – che però, va ricordato, fu scritta da Proust, insieme all’incipit, prima di tante pagine che compongono il romanzo, quale ce l’ha consegnato la sua morte prematura – o nelle interviste coeve all’uscita di Du coté de chez Swann, sono proprio le migliaia di pagine contenute nell’arco lirico sotteso dalla madeleine, da un lato, e dagli episodi narrati nell’ultimo volume dell’opera, dall’altro, a fornire la prova dell’alleanza necessaria tra «memoria involontaria» e «memoria volontaria», tra «inconscio» e «intelligenza», tra illuminazione e razionalità. Un’alleanza il cui prodotto non si declina tanto nella scoperta di quelle essenze promesse nel ‘trattato di estetica’ contenuto nel Temps retrouvé, quanto nella lenta distillazione delle «leggi pure del nostro essere» – cioè dei nostri comportamenti e delle nostre passioni –, resa possibile dall’applicazione ostinata di quel metodo di confronto che ha la sua matrice nella riflessione sulla memoria e sul suo statuto di deposito o archivio di immagini, molte delle quali custodite a nostra insaputa e latenti come possono esserlo dei «negativi» fotografici mai sviluppati prima. La caoticità di un simile deposito è solo apparente, perché ciò che conta è la prospettiva stereoscopica con cui le diverse immagini stoccate nella memoria vengono fatte interagire tra loro, determinando un effetto di profondità che rinvia alla

profondità delle conoscenze che possiamo derivare da simili confronti operati nella nostra coscienza.

Definita in questi termini la dottrina proustiana della memoria e determinata anche la funzione che quest’ultima svolge rispetto a quella «ricerca della verità» che costituisce il meccanismo propulsore di tutto il romanzo – che dunque non è per nulla un’antologia di ricordi irrelati tra loro o di riflessioni un po’ snobistiche sul faubourg Saint-Germain – diventa più evidente l’originalità del pensiero di Proust anche rispetto alle fonti filosofiche a cui è stato via via accostato, si tratti dell’idealismo tedesco – in primis Schelling – o della dottrina di Bergson sul tempo e sulla memoria. Nel suo sostanziale eclettismo, Proust combina elementi della riflessione spiritualistica con altri derivanti dalla psicologia positivistisca, amalgamandoli in un discorso che risente, anche nell’uso della terminologia filosofica, di una serie di letture asistematiche, da Platone a Schopenhauer, da Kant a Nietzsche. La buona conoscenza da parte sua delle teorie contenute nell’Essai sur les données immédiates de la conscience e in Matière et mémoire rientra così in un quadro composito in cui la funzione assegnata alla memoria non è certo quella di fungere da ponte tra la materia e lo spirito, come per Bergson, ma, semmai quella di poterci sottrarre al flusso della temporalità restando però pienamente nella coscienza, e senza fuoriuscire dall’immanenza del tempo. Se entrambi, Bergson e Proust, condividono l’idea che l’arte è quell’attività che dà espressione a ciò che è individuale, disfacendo il lavoro compiuto dall’intelligenza astratta e consentendo l’accesso alle «profondità dell’io», i ricordi attinti grazie alla memoria involontaria restano inseparabili dalla sensazione presente e dunque non possono essere concepiti come degli analoghi dei «ricordi puri» bergsoniani. In altre parole, se entrambi fanno ricorso alla teoria delle due memorie, una legata all’azione, l’altra alla rappresentazione, ed entrambi condividono l’idea che il nostro cervello operi una selezione dei ricordi, non c’è un equivalente proustiano della memoria pura bergsoniana, perché Proust, sulla scorta della psicologia tradizionale, concepisce tutti i ricordi come tracce cerebrali, e a differenza di Bergson non ritiene che tutto il nostro passato sia conservato nella memoria. È invece convinto che quella parte di passato che si è conservata lo è con tutte le sue tonalità affettive, ma che l’oblio e il lavoro quotidiano della «memoria dell’intelligenza» ci allontanano da essa. Di qui anche la sostanziale frammentazione dell’io,

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che, non appena smette di vivere sulla superficie di se stesso, si rende conto della molteplicità di identità che ne costruiscono per così dire la sua stessa storia. Di qui, però, pure lo sforzo che dobbiamo operare, non solo per sottrarci alla vita mondana e tentare di comprendere qualcosa di noi stessi scendendo nelle profondità dell’io, ma anche e soprattutto per praticare quei riconoscimenti che possono dare risultati solo attuando il «lavoro profondo dell’intelligenza» al di fuori del ristretto campo dell’utilità immediata e muovendo dalla discontinuità del nostro io per giungere, assai faticosamente, alla sua ricomposizione, ex post, in quella visione stereoscopica che, collocando un’intera serie di immagini a uguale distanza l’una dall’altra e tutte rendendole disponibili in un medesimo istante alla coscienza, ci sottrae al flusso eracliteo del divenire! Esattamente come per il protagonista, quando comprende il significato che gli può dischiudere la partecipazione al ricevimento a cui è stato invitato: «una matinée come quella in cui mi trovavo era qualcosa di molto più prezioso di un’immagine del passato, mi offriva, per così dire, tutte le immagini successive, e che non avevo mai viste, che separavano il passato dal presente, meglio ancora: il rapporto tra presente e passato; era come ciò che una volta si chiamava una veduta ottica, ma una veduta ottica degli anni, la veduta non d’un momento, ma d’una persona situata nella prospettiva deformante del Tempo».

«Quanto al libro interiore di tali segni sconosciuti (segni in rilievo, sembrava, che la mia attenzione, esplorando il subcosciente, cercava, urtava, contornava come un palombaro che scandagli) nessuno poteva aiutarmi con nessuna regola a decifrarlo: perché la sua lettura consiste in un atto di creazione in cui nessuno può sostituirci, e nemmeno collaborare con noi» (Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Il Tempo ritrovato)

Per un approfondimento bibliografico

M. Proust, À la recherche du temps perdu, J.-Y. Tadié (éd.), 4 voll., Gallimard, Paris, 1987-1989, tr. it. di G. Raboni, Alla ricerca del tempo perduto, L. De Maria (a cura di), note di A. Beretta Anguissola, D. Galateria, prefazione di C. Bo, 4. voll., Mondadori, Milano, 1983-1993. L. Fraisse, L’éclectisme philosophique de Marcel Proust, Paris, Presses Universitaires de Paris-Sorbonne, 2013.

H.R. Jauss, Zeit und Erinnerung in Marcel Proust »À la recherche du temps perdu«. Ein Beitrag zur Theorie des Romans, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1986, tr. it. Tempo e ricordo nella Recherche di Marcel Proust, Firenze, Le Lettere, 2003.

J.N. Megay, Bergson et Proust. Essai de mise au point de la question de l’influence de Bergson sur Proust, Paris, Vrin, 1976. M. Piazza, Passione e conoscenza in Proust, Milano, Guerini e Associati, 1998.

M. Piazza, La camera oscura della memoria. L’archivio proustiano, in G. Girimonti Greco, S. Martina, M. Piazza (a cura di), Proust e gli oggetti, Firenze, Le Cariti, 2012, pp. 161-172.

S. Poggi, Gli istanti del ricordo. Memoria e afasia in Proust e Bergson, Bologna, Il Mulino, 1991.

R. Shattuck, Proust’s binoculars: a study of memory, time, and recognition in À la recherche du temps perdu, New York, Random House, 1963.


Sant’Agostino tra memoria e ricerca della verità

Un’analisi filosofica della relazione tra memoria e verità nelle Confessioni Benedetto Ippolito

È molto difficile riuscire a sintetizzare in poche battute il significato incommensurabile dell’intera opera filosofica di sant’Agostino. Tutto ciò è reso inattuabile non soltanto dal corpus dei suoi scritti, enorme dal punto Benedetto Ippolito di vista quantitativo, ma anche dal carattere occasionale che li contraddistingue, legato profondamente al vissuto biografico dell’autore. Le opere di Agostino, infatti, subiscono e ricevono dalla vita personale gli impulsi più importanti, e il loro stile poco sistematico è tipico di una permanente e inquieta evoluzione. Oltretutto, come ben si sa, la teologia agostiniana è penetrata con una forza decisiva in ogni ambito della cultura medievale e moderna, giungendo a contrassegnare in modo consapevole e implicito la sua stessa andatura e il suo stesso evolversi storico. Anche unicamente a voler concentrare lo sforzo interpretativo sul solo tema della memoria, l’impresa oltrepassa, quindi, la disponibilità di un articolo divulgativo. Il fascino dello stile personale di Agostino si può compendiare però nella coincidenza riuscita tra la profondità introspettiva, speculativa e spirituale dell’uomo e la straordinaria capacità di uscire dallo stretto ambito della tecnica accademica per rendersi fruibile dalla schiera affascinata dei lettori non specializzati. È pertanto interessante tentare di spiegare ed evidenziare alcuni aspetti decisivi dell’analisi agostiniana della memoria, tenendo presente l’indiscutibile fatto che essa rappresenta il filo che collega e anima l’intero suo itinerario sul senso della vita. Possiamo, in effetti, definire sinteticamente il percorso filosofico di Agostino come un’incessante ricerca della verità. Egli come persona, prima ancora che come intellettuale, ha concepito costantemente l’esistenza come un cammino, un itinerario, il

quale, provocato dal problema stesso dell’essere e innescato dal dilemma struggente della morte, si è indirizzato, in modo incessante e a tratti perfino spasmodico, alla stregua di una soluzione che fosse in grado di giustificare in modo integrale, completo ed esauriente il suo significato.

Il ricordo è saldato strettamente sia a quanto è intuito e sia a quanto invece è dimenticato. L’oblio, come perdita della memoria, consente infatti di comprendere ancora meglio il valore intrinseco del ricordare, vero ponte che unisce il sensibile al sovrasensibile, il visibile all’invisibile e il tempo all’eternità

È noto a tutti, d’altronde, anche soltanto dalla semplice lettura delle Confessioni, come la scoperta della cultura filosofica, prima, e, poi, la passione delusa per le scuole manichee abbiano spinto Agostino a trovare soltanto in Dio, e nella fede cristiana che lo rivela, la spiegazione risolutiva, anelata e ambita fin dall’infanzia. E guardando le cose dalla conclusione, si rivela sicuramente decisivo il valore della memoria, l’importanza del ricordo, la preziosa dote di saper trattenere, conservare e rendere significativo il passato da parte della coscienza umana. Insomma, Agostino può essere definito il “filosofo della memoria”, al pari di come solitamente lo si definisce, a giusta ragione, il “filosofo dell’interiorità”. Ora, nel raccontare i contorni del suo cammino d’innalzamento verso Dio, il X Libro delle Confessioni si concentra precisamente su questa particolare attitudine immaginativa dell’uomo che è la memoria, una potenza spirituale naturale in grado, attraverso la ritenzione del passato nel presente della coscienza, di permettere il protendersi della persona verso il futuro: un percorso conoscitivo e trascendentale, dall’orizzonte sensibile alla verità intelligibile, che viene descritto fenomenologicamente con categorie tipicamente neoplatoniche. È appunto su questa importante spiegazione agostiniana che concentrerò anch’io l’attenzione, con l’obiettivo di enucleare il senso che Agostino gli

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Antonello da Messina, Sant'Agostino, 1472, Galleria regionale di Palazzo Abatellis di Palermo

assegna nell’intero quadro complessivo della sua filosofia. Fin dalle prime battute, egli affronta la questione mettendo in relazione la memoria con la conoscenza sensibile. La percezione della realtà, che passa attraverso il nostro corpo, si confronta con un insieme caotico di rappresentazioni. L’esperienza svanirebbe in un permanente divenire, privo di qualsiasi significato stabile, se l’uomo non avesse la possibilità di trattenere le sensazioni avute, non solo conservandole dentro di sé, ma anche ordinandole nel loro giusto valore: «Lì si conservano, distinte per specie, le cose che, ciascuna per il proprio accesso, vi furono introdotte: la luce e tutti i colori e le forme dei corpi attraverso gli occhi; attraverso gli orecchi invece tutte le varietà dei suoni, e tutti gli odori per l’accesso delle narici, tutti i sapori per l’accesso della bocca, mentre per la sensibilità diffusa in tutto il corpo la durezza e mollezza, il caldo o freddo, il liscio o aspro, il pesante o leggero sia all’esterno sia all’interno del corpo stesso. Tutte queste cose la memoria accoglie nella sua vasta caverna, nelle sue, come dire, pieghe segrete e ineffabili, per richiamarle e rivederle all’occorrenza. Tutte vi entrano, ciascuna per la sua porta, e vi vengono riposte» (Le Confessioni, L. X, 8.13). Questo profondo contatto, dunque, tra esperienza sensibile e conservazione cosciente costituisce il

modo in cui è possibile all’uomo comprendere quanto viene appreso in modo iniziale dai sensi, trattenendone i contenuti appresi dall’esterno nell’interiorità. Fermare il vissuto, conservandolo consapevolmente nella coscienza, non è soltanto il mezzo con cui si può ‘gestire’ il mondo sensibile, ma è lo strumento che consente la sopravvivenza stessa della persona, rendendo fattibile la selezione e la scelta opportuna delle cose. Senza memoria, infatti, non sarebbe immaginabile isolare ciò che è dannoso da ciò che è vantaggioso, e quindi nessuno potrebbe difendersi dalla morte: «Là stanno tutte le cose di cui serbo il ricordo, sperimentate di persona o udite da altri. Dalla stessa, copiosa riserva traggo via via sempre nuovi raffronti tra le cose sperimentate, o udite e sulla scorta dell’esperienza credute; non solo collegandole al passato, ma intessendo sopra di esse anche azioni, eventi e speranze future, e sempre a tutte pensando come a cose presenti» (Ivi, 8.14).

L’uomo è, al contempo, alla ricerca del tempo perduto e perduto nella ricerca della Verità, vale a dire indirizzato verso quel piano ontologico trascendente, nel cui presente eterno è nascosto quanto si genera, diviene e si corrompe nell’evolversi continuo degli eventi temporali

Comincia così progressivamente a manifestarsi la meravigliosa potenza della memoria, unita alla straordinaria capacità umana di oltrepassare l’orizzonte strettamente carnale della conoscenza, mediante la scoperta della riflessione. L’uomo, infatti, è grazie alla memoria che può comprendere il significato dell’esperienza, ed è grazie alla memoria che può far fruttificare la facoltà immaginativa come strumento di rappresentazione unificante del molteplice. La funzione gnoseologica della memoria, tuttavia, non si ferma solo a questa mansione di tipo sensibile. Poco oltre Agostino collega la memoria al ricordo e alla possibilità stessa che il soggetto possa sviluppare dentro la propria anima i contenuti sensibili convertendoli in nozioni concettuali. Se le immagini non fossero conservate nella memoria, non rimarrebbero come esperienza trattenuta e rammemorata dall’intelligenza. Tale contenuto resterebbe infruttuoso, infatti, se non po-


tesse divenire, in qualità di vissuto sensibile e cosciente, oggetto della comprensione riflessiva e intellettiva. Egli si spinge così a considerare il pensiero come vero e proprio cogito, flusso di coscienza nel quale l’attività dell’intelletto opera, utilizzando la memoria, per giungere a definire e a cogliere i significati ideali, logici e matematici delle cose: «La memoria contiene anche i rapporti e le innumerevoli leggi dell’aritmetica e della geometria, senza che nessun senso corporeo ve ne abbia impressa alcuna, poiché non sono dotate di colore né di voce né di odore, né si gustano o si palpano» (Ivi, 12.19). Quest’apertura è fondamentale per intendere la funzione conoscitiva che la memoria permette di realizzare, nonché il movimento di trascendimento che si compie, attraverso l’unificazione del flusso temporale da parte del ricordo, dalla dimensione materiale della percezione, nelle Confessioni identificata con il caos del mondo sensibile, a quella spirituale dell’intelligenza, nella quale si rende intuibile all’uomo la realtà immateriale, universale e permanente della verità. Certo la difficoltà della relazione non sfugge ad Agostino, che si domanda se il ricordo sia intrinsecamente vincolato all’immaginazione, oppure se sia attraverso esso che la memoria apre all’uomo la possibilità di andare oltre la pura presenza rappresentativa di ordine sensibile. La risposta è articolata mediante il ricorso al gioco che s’instaura nella coscienza tra presente e assente. La capacità immaginativa è certamente congiunta alla ricezione sensibile cui la rappresentazione presente è vincolata. Tuttavia con la capacità di conservare anche quanto è ormai assente e che afferisce al passato come vissuto, il ricordo connette l’attualità del mondo sensibile all’inattualità dell’assente. Perciò il ricordo è saldato strettamente sia a quanto è intuito e sia a quanto invece è dimenticato. L’oblio, come perdita della memoria, consente infatti di comprendere ancora meglio il valore intrinseco del ricordare, vero ponte che unisce il sensibile al sovrasensibile, il visibile all’invisibile e il tempo all’eternità. Nella misura in cui ricordare significa non dimenticare, trattenere nell’orizzonte del saputo e del cosciente quanto altrimenti si perderebbe nell’oblio, ecco così che lo spirito umano può, tramite il nesso sottile tra essere e non essere, oltrepassare la temporalità e l’orizzonte stesso della propria finitezza. La descrizione che Agostino propone di questo delicato passaggio merita di essere letta per intero:

«Ecco, io, elevandomi per mezzo del mio spirito sino a te fisso sopra di me, supererò anche questa mia facoltà, cui si dà il nome di memoria, nell’anelito di coglierti da dove si può coglierti, e di aderire a te da dove si può aderire a te. Hanno infatti la memoria anche le bestie e gli uccelli, altrimenti non ritroverebbero i loro covi e i loro nidi e le molte altre cose ad essi abituali, poiché senza memoria non potrebbero neppure acquistare un’abitudine. Supererò, dunque, anche la memoria per cogliere Colui, che mi distinse dai quadrupedi e mi fece più sapiente dei volatili del cielo. Supererò anche la memoria, ma per trovarti dove, o vero bene, o sicura dolcezza, per trovarti dove? Trovarti fuori della mia memoria, significa averti scordato. Ma neppure potrei trovarti, se non avessi ricordo di te» (Ivi, 17.26).

Secondo Agostino, a muoverci verso la memoria e il ricordo, in definitiva, è il desiderio universale di felicità, un anelito interiore che, nello stesso modo in cui misura il tempo, rende possibile la ricerca dell’eternità

La memoria non è, dunque, assente nel mondo animale; anche se nell’uomo essa diventa lo specchio nel quale appare il volto autentico della Verità, identificato con Dio e comprensibile dall’intelligenza. I ricordi, infatti, solo parzialmente conservati, sono invece trattenuti e raccolti nell’eternità dell’intelligenza divina. Per questo l’uomo è, al contempo, alla ricerca del tempo perduto e perduto nella ricerca della Verità, vale a dire indirizzato verso quel piano ontologico trascendente, nel cui presente eterno è nascosto quanto si genera, diviene e si corrompe nell’evolversi continuo degli eventi temporali. Il vissuto consapevole, la sfera propria della coscienza, unifica, conserva, mantiene in sé l’intelligibilità dell’esperienza, oltrepassandola in un’origine che unisce e attrae il tutto, dandogli senso logico. Secondo Agostino, a muoverci verso la memoria e il ricordo, in definitiva, è il desiderio universale di felicità, un anelito interiore che, nello stesso modo in cui misura il tempo, rende possibile la ricerca dell’eternità. Non a caso, Severino Boezio, nel III Libro della Consolazione della filosofia, rifacendosi ad Agostino, si spingerà fino a proporre una

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perfetta identità tra l’eternità divina e la felicità umana, definita nei termini di un «possesso simultaneo e perfetto della beatitudine senza fine». Il bene sommo, d’altronde, non può che essere sempre ricercato come suprema felicità dall’uomo; e tale orizzonte propriamente divino, trascendendo il tempo nella sua permanente immutabilità, oltrepassa il mondo, pur essendo tuttavia una Verità che fa la propria apparizione parziale nella memoria umana e si lascia intendere dall’intelligenza creata come causa creatrice della realtà. Il chiaroscuro del ricordo, perciò, è per l’uomo volontà di trattenere il passato e necessità di trascenderlo nell’eternità di Dio.

L’anamnesi, che Platone nel Menone aveva indicato come cammino di recupero delle Idee partendo dal sensibile, si trasforma in Agostino nel cammino interiore della coscienza cristiana dal ricordo temporale all’essenza personale della Verità eterna

La conclusione di questo excursus agostiniano su memoria e tempo ha, evidentemente, una risultante teologica e metafisica di straordinaria importanza. Il significato dell’essere che diviene è la sua origine eterna e trascendente, luogo della Verità assente, che si partecipa nel tempo attraverso l’intimo legame tra lo spirito umano e la sua volontà di far memoria delle cose vissute nella continua ricerca del ricordo eterno di Dio. In tal modo l’anamnesi, che Platone nel Menone aveva indicato come cammino di recupero delle Idee partendo dal sensibile, si trasforma in Agostino nel cammino interiore della coscienza cristiana dal ricordo temporale all’essenza personale della Verità eterna: «Dove dunque ti trovai, per conoscerti? Certo non eri già nella mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti trovai, per conoscerti, se non in te, sopra di me? Lì non v’è spazio dovunque: ci allontaniamo, ci avviciniamo, e non v’è spazio dovunque. Tu, la Verità, siedi alto sopra tutti coloro che ti consultano e rispondi contemporaneamente a tutti coloro che ti consultano anche su cose diverse. Le tue risposte sono chiare, ma non tutti le odono chiaramente. Ognuno ti consulta su ciò che vuole, ma non sempre ode la risposta che vuole. Servo tuo più fedele è quello che non mira a udire da te ciò che vuole, ma a volere piuttosto ciò che da te ode» (Ivi, 26.37).

Questa nota conclusiva spiega meglio di qualunque commento il significato esatto della memoria nelle Confessioni: il ricordo della vita vissuta e, al tempo stesso, il dialogo personale con l’eternità di Dio, sono i luoghi ideali nei quali l’uomo può trovare il senso della propria fragile e limitata esistenza, soddisfacendo il proprio desiderio inappagato e ineliminabile di felicità, raccolto e conservato nella memoria interiore. Si riconosce, in definitiva, all’interno dell’ossatura sottile di questo contatto tra tempo ed eternità, il modo in cui la dimensione della fede cristiana diventi per Agostino una risorsa mai esauribile dalla filosofia, sebbene assolutamente imprescindibile per l’operare della sua razionalità, una sorta di dialogo permanente nel quale l’intelligenza umana si scopre in grado progressivamente, tramite la memoria, di partecipare e sentire dentro di sé la Verità divina, anche senza poter esaurire mai completamente nel divenire limitato e temporale dell’esistenza personale l’interezza del suo mistero, infinito e trascendente.


La memoria della guerra Ricordare il passato perchè non ritorni Alessandro Cavalli

Fare esperienza della guerra nell’arco della propria vita è qualcosa di comune alla maggior parte degli esseri umani che hanno vissuto in quasi tutte le epoche della storia. Nella storia europea degli ultimi secoli non vi è praticamente stata Alessandro Cavalli generazione che non abbia pagato un tributo di sangue, di atrocità, di saccheggi, di distruzioni, di violenze fatte e subite, di devastazioni fisiche e morali. I periodi di pace sono stati brevi intervalli, temporanee sospensioni di operazioni di guerra. La guerra è stata per secoli una condizione endemica e i libri di storia, ma anche molta letteratura, il cinema, la televisione testimoniano della presenza costante della guerra. Chi non ha letto almeno uno dei libri di Tolstoj, di Erich-Maria Remarque o di Elsa Morante (ma l’elenco è ovviamente lunghissimo)?

Un conto però è leggere o guardare la guerra al cinema o alla televisione e un conto è farne esperienza diretta. È vero che viviamo nella società dell’informazione e che di scene di guerra sono pieni i telegiornali, ma tra l’informazione e l’esperienza c’è sempre una bella differenza. Voglio dire: la guerra, fa differenza vederla in faccia coi propri occhi, sentirne i suoni e i rumori con le proprie orecchie, avvertirne gli odori acri col proprio naso. E un conto ancora è esser stati addestrati a farla, a tirare fuori il coraggio e a vincere la paura, a celebrare gli eroi, a subire e a provocare sofferenze e morte. Per millenni, le virtù militari sono state additate come ideali ai quali ispirare la vita, al punto di esser pronti a sacrificarla.

Per la prima volta nella storia di (alcune) società europee le armi tacciono da 70 anni e per la prima volta la grande maggioranza della popolazione non ha conosciuto l’esperienza della guerra nell’arco della propria esistenza. Ci sono delle eccezioni: alcuni paesi sono stati coinvolti nelle guerre che

hanno segnato la fine del colonialismo: la Francia in Algeria e Indocina, il Belgio in Congo, il Portogallo in Angola, altre hanno vissuto le guerre succedute al crollo della repubblica jugoslava, altri paesi, e anche l’Italia, hanno partecipato alle cosiddette “missioni di pace” in zone calde del mondo. Ma, salvo Serbia, Croazia, Bosnia e Kossovo, la vita quotidiana delle masse non è stata sconvolta dalla presenza della guerra sul proprio territorio. È un fatto straordinario, di cui non sempre ci si rende conto, che i giovani d’oggi, ma anche i loro genitori, non hanno vissuto nessuna esperienza diretta della guerra. Per trovare dei testimoni diretti bisogna risalire alla generazione dei nonni e ai loro ricordi infantili, perché coloro che la guerra l’hanno vissuta sui campi di battaglia, o nelle città bombardate, sono troppo vecchi o in gran parte già scomparsi.

Per la prima volta nella storia di (alcune) società europee le armi tacciono da 70 anni e per la prima volta la grande maggioranza della popolazione non ha conosciuto l’esperienza della guerra nell’arco della propria esistenza. È un fatto straordinario che i giovani d’oggi, ma anche i loro genitori, non hanno vissuto nessuna esperienza diretta della guerra. Per trovare dei testimoni diretti bisogna risalire alla generazione dei nonni e ai loro ricordi infantili, perché coloro che la guerra l’hanno vissuta sui campi di battaglia, o nelle città bombardate, sono troppo vecchi o in gran parte già scomparsi

Il fatto di non avere esperienza della guerra e neppure testimoni vicini che hanno fatto quell’esperienza è un’immensa fortuna di coloro che oggi sono giovani. Ma questa “immensa fortuna” ha però un lato che può apparire inquietante. L’assenza di memoria può essere insidiosa. In che senso si può parlare di “assenza di memoria”? Abbiamo

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Cimitero monumentale americano dei Falciani (FI)

visto che la “memoria famigliare”, veicolata da adulti con i quali si ha un legame forte, è debole e in via di estinzione nell’arco di un decennio o poco più. Questa fonte di memoria si sta rapidamente esaurendo con la scomparsa dei testimoni diretti. Tuttavia, di guerre sono pieni, anche troppo, i libri di storia che si studiano a scuola. Potrebbe essere una fonte importante, ma è anche vero che, così come spesso viene fatto, l’insegnamento della storia lascia tracce deboli nella mente (e anche nel cuore) delle studentesse e degli studenti. Sappiamo poco dell’effetto dell’insegnamento della storia. È noto che la storia non è una materia molto amata dalla maggioranza degli studenti. Solo dall’inizio di questo secolo in Italia la storia contemporanea è entrata ufficialmente nei programmi scolastici e di didattica della storia non si sono molto occupati gli esperti di educazione.

La guerra, tuttavia, non è presente solo nei libri di storia. È presente spesso anche nel paesaggio urbano. Si pensi ai tanti “monumenti ai caduti” che si trovano praticamente in ogni centro abitato (quale paese non ha avuto i suoi morti? ), ai monumenti di “eroi a cavallo” tipici soprattutto nell’Ottocento, alla toponomastica che spesso ricorda date e battaglie, normalmente vittoriose (raramente si ricordano anche le sconfitte, a meno che non siano legate ad atti di eroismo individuale o collettivo). Quasi in ogni città c’è una via o una piazza intitolate a Vittorio Veneto, ma non ci sono, che io sappia, vie Caporetto. I cimiteri di guerra sono sparsi

in ogni angolo di Europa, a testimonianza delle “guerre civili” che hanno insanguinato il continente. Non sarebbe male che i cimiteri di guerra diventassero mete abituali delle visite delle scolaresche; la vista di file lunghissime e ordinate di croci bianche dà veramente l’idea (emotiva e non solo cognitiva) di che cos’è un’ecatombe di massa. A Cassino, ad esempio, vi sono più di 4000 tombe di soldati inglesi, canadesi, australiani, neo-zelandesi, sud-africani, indiani, pakistani e accanto altri due cimiteri delle vittime tedesche e polacche e non molto lontano dei caduti francesi e italiani, nonché di quasi 300 non identificati.

Il tempo trascorso modifica sempre il ricordo, nel senso che il ricordo è sempre un atto che ha luogo nel presente anche se si riferisce al passato. Nell’arco dei decenni poi, le occasioni del ricordare sono state ripetute e in contesti spesso diversi, i ricordi di oggi sono ricordi di ricordi di ieri e dell’altro ieri

C’è però anche un’altra fonte alla quale è possibile attingere per non perdere la memoria dell’esperienza della guerra: coloro che, nati grosso modo tra il 1932 e il 1942, hanno vissuto gli anni dell’infanzia durante la guerra e oggi sono più o meno ottantenni. Si può fare affidamento sulla loro


memoria? Il tempo trascorso modifica sempre il ricordo, nel senso che il ricordo è sempre un atto che ha luogo nel presente anche se si riferisce al passato. Nell’arco dei decenni poi, le occasioni del ricordare sono state ripetute e in contesti spesso diversi, i ricordi di oggi sono ricordi di ricordi di ieri e dell’altro ieri. Se però all’origine c’è un nocciolo duro di esperienza, ogni rielaborazione successiva può forse aggiungere stratificazioni interpretative, ma non cancellare l’autenticità del vissuto. Quando chiedo ai miei coetanei (o quasi) di raccontare quello che si ricordano dei tempi di guerra, ne risultano sempre testimonianze vivissime. I vecchi hanno difficoltà col passato recente e soprattutto recentissimo, ma la loro memoria della guerra è vivissima e fondamentalmente integra. Certo, i vecchi ricordano oggi quello che hanno visto settant’anni fa con gli occhi da bambini.

I vecchi ricordano oggi quello che hanno visto settant’anni fa con gli occhi da bambini. Quando si riesce in qualche modo a distinguere nel ricordo di oggi lo sguardo del bambino di allora si nota che queste donne e questi uomini hanno vissuto nella loro infanzia come “normali” situazioni che, secondo i nostri standard attuali, normali non erano: mangiare quello che si trovava senza poter scegliere, andare a dormire vestiti per poter sempre scappare in cantina, rovistare nelle macerie per recuperare resti di abitazioni distrutte

Quando si riesce in qualche modo a distinguere nel ricordo di oggi lo sguardo del bambino di allora si nota che queste donne e questi uomini hanno vissuto nella loro infanzia come “normali” situazioni che, secondo i nostri standard attuali, normali non erano: mangiare quello che si trovava senza poter scegliere, andare a dormire vestiti per poter sempre scappare in cantina, rovistare nelle macerie per recuperare resti di abitazioni distrutte, quando non assistere ad arresti, fucilazioni e altre atrocità. Mi chiedo: come mai questo senso di “normalità”? Forse perché i bambini non hanno ancora criteri per distinguere ciò che è normale da ciò che non lo è. Forse perché gli adulti allora, i genitori, hanno cercato di schermare i bambini dalle esperienze più

crude, forse perché hanno nascosto le loro angosce e le loro paure per non spaventarli. Forse perché anche loro si sono fatti forza per poter sopravvivere in situazioni eccezionali e hanno dovuto alzare la soglia della loro sensibilità emotiva. Sono tutte interpretazioni plausibili. Certo è che la guerra è sempre un trauma per chi la vive a qualsiasi età: un trauma per gli anziani e i vecchi in ansia per i loro figli e nipoti al fronte, forse morti, feriti o dispersi, un trauma per chi teme di perdere o perde effettivamente la casa e i propri averi, un trauma ovviamente per chi combatte e rischia ogni giorno di perdere la vita e di veder morire i propri commilitoni, un trauma anche per gli imboscati che rischiano il plotone di esecuzione, un trauma anche per i bambini e le bambine che, senza saperlo, non hanno potuto avere un’infanzia “normale”. Per questo forse è bene che i ricordi di coloro che erano allora bambini, e che vivono ancora tra noi, non vengano del tutto perduti.

*Se tra coloro che leggono questo articolo vi è qualcuno che ha nonne o nonni che hanno voglia di raccontare i loro ricordi del tempo di guerra, può segnalarlo a: aless_cavalli@hotmail.com

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Memorie a lungo termine Sopravvivere all’obsolescenza delle tecnologie Paolo Atzeni, Riccardo Torlone

Quando le curatrici di questa rivista hanno contattato docenti di ingegneria informatica, per un contributo sulla memoria, pensavano probabilmente a discussioni sulla tecnologia che è alla base dei dispositivi di memorizzazione dei sistemi informaPaolo Atzeni tici. Ciò ha certamente senso, vista la straordinaria crescita di questi dispositivi in termini di quantità di informazioni gestibili, in spazi sempre più piccoli e con velocità di accesso sempre maggiori. Per limitarci ad un esempio molto piccolo, il calcolatore portatile su cui viene scritto questo articolo ha un disco di 256 gigabyte, è cioè in grado di memorizzare 256 miliardi di byte, dove un byte possiamo immaginare corrisponda ad un carattere tipografico (anche se in effetti contiene più informazione). Se pensiamo che una pagina di un libro contiene di solito qualche migliaio di caratteri, il nostro piccolo disco permette di memorizzare il testo di cento milioni di pagine, cioè duecentomila libri di cinquecento pagine ciascuno. Analogamente, esso potrebbe mantenere alcune centinaia di migliaia di fotografie con buona risoluzione.

La capacità delle memorie elettroniche è quindi enorme e sarebbe certamente molto interessante illustrare la tecnologia che ha permesso questo sviluppo.

Riteniamo però che, per un pubblico ampio, possa essere preferibile discutere altri temi, che hanno implicazioni rilevanti e spesso sottovalutate.

In particolare, vogliamo osservare che la grande disponibilità di spazio porta ciascuno di noi a pensare di poter memorizzare tutte le informazioni di interesse per poterle avere a portata di mano in ogni momento, anche in un futuro lontano. Ma siamo sicuri che sia così? Le persone metodiche delle generazioni precedenti le nostre (ad esempio il padre

di uno di noi), utilizzavano agende cartacee, in cui registravano tutti gli appuntamenti e gli impegni e, a conclusione di ciascun anno, le conservavano con cura; oggi le possiamo tranquillamente consultare. Possiamo dire lo Riccardo Torlone stesso pensando alle nostre agende elettroniche? Analogamente, abbiamo per anni conservato i negativi e le stampe delle nostre fotografie, che, magari un po’ invecchiate, sono comunque a nostra disposizione per una rapida rassegna nostalgica. Molti di noi hanno qualche centinaio di foto all’anno, per venti o trent’anni, per un totale di qualche migliaio, a completa disposizione in un cassetto, tutt’al più un po’ sbiadite. Oggi, con le macchine digitali e i telefoni di nuova generazione, scattiamo molte più foto, che pubblichiamo su vari siti, lasciamo sulla scheda di memoria o salviamo su qualche disco, ma spesso senza una strategia precisa e, cambiando dispositivo, non sappiamo dove siano e non siamo in grado di recuperarle.

Un punto importante è l’evoluzione della tecnologia: le prime agende elettroniche e le prime fotocamere digitali utilizzavano componenti (ad esempio schede di memoria, porte di comunicazione e formati di memorizzazione) specifici, da cui non è possibile recuperare le informazioni se non con il dispositivo originale. D’altra parte, chiunque di noi abbia utilizzato calcolatori da più di quindici anni ricorda diversi formati di dischi e dischetti e probabilmente ha dati memorizzati su qualcuno di essi che non riesce più a recuperare. Negli ultimi anni abbiamo imparato a prestare più attenzione e quindi ogni volta che passiamo a un nuovo calcolatore, avendo sempre più memoria a disposizione, cerchiamo e di solito riusciamo a trasferire tutti i dati, anche in ambienti diversi (ad esempio diverso sistema operativo). Ma sicura-


trebbero portarci a perdere il nostro patrimonio informativo.

La Stele di Rosetta, British Museum (foto: Hans Hillewaert©)

mente può continuare a succedere che parte del materiale di interesse (ad esempio fotografie, ma anche documenti o messaggi di posta elettronica) sia gestito in un formato “proprietario”, cioè legato ad uno specifico programma, senza il quale non possiamo utilizzarlo, o magari lo possiamo utilizzare, ma perdendo parte delle informazioni o dovendo curare una qualche conversione. Banalmente, ognuno di noi ha spesso qualche difficoltà nel trasferire la rubrica da un telefono cellulare a un altro. Pensando ad un problema molto più serio, al giorno d’oggi le radiografie sono spesso rese disponibili solo su CD-Rom.

A parte il fatto che molti calcolatori non hanno più il lettore di CD, si nota che le strutture sanitarie (come uno di noi ha sperimentato recentemente) talvolta forniscono CD con radiografie direttamente compatibili con un solo sistema operativo e diventano difficili da consultare per molti medici. Se la consultazione è difficile ora, come sarà fra venti o trent’anni? Non si deve poi trascurare il fatto che tutti i supporti possono deteriorarsi o guastarsi: questo tipo di problemi si previene di solito con la duplicazione, anche se si rischia di sottovalutare le implicazioni, oppure, negli ultimi anni, rivolgendosi a fornitori di servizi cloud, che memorizzano i nostri dati in rete. In quest’ultimo caso, a parte i rischi legati alla privacy che sono pure rilevanti, un mancato rinnovo del nostro abbonamento oppure il fallimento del fornitore po-

L’attenzione al tipo di dispositivo di memorizzazione e al programma in grado di leggere e interpretare i dati ci porta a ragionare su un aspetto che è importante per qualunque rappresentazione, anche tradizionale: le informazioni sono memorizzate in una forma codificata (nei calcolatori in formato binario, cioè costituito da sequenze di simboli ognuno dei quali è uno zero oppure un uno, a loro volta gestiti con una qualche tecnologia elettronica). Questa rappresentazione, per essere compresa, ha bisogno di un meccanismo di estrazione (e quindi ad esempio del lettore di floppy disk o di CD opportuno) e, soprattutto, di interpretazione. Per interpretare, abbiamo bisogno, di solito, di un programma che trasformi la rappresentazione in qualcosa per noi comprensibile (ad esempio, in una immagine radiografica) o comunque di un sistema di traduzione o qualcosa del genere: per citare un esempio a tutti noto, anche se non tecnologico, i geroglifici sono risultati comprensibili solo attraverso una chiave di traduzione quale la stele di Rosetta.

La capacità delle memorie elettroniche è enorme, tuttavia la grande disponibilità di spazio porta ciascuno di noi a pensare di poter memorizzare tutte le informazioni di interesse per poterle avere a portata di mano in ogni momento, anche in un futuro lontano. Ma siamo sicuri che sia così?

Può essere interessante, al riguardo, un riferimento alle “placche dei Pioneer” e al “Voyager Golden Record”: negli anni Settanta del secolo scorso, nell’ambito di alcune missioni spaziali, in particolare quelle delle sonde Pioneer e Voyager, furono predisposti “messaggi” scritti su placche e su dischi diretti a creature extraterrestri, con l’ambizione di rendere i messaggi stessi informativi e autoesplicativi. In riferimento all’importanza della conservazione delle informazioni prodotte dagli esseri umani nel tempo (e in questo caso anche nello spazio), resta comunque emblematica la frase registrata sul disco d’oro a bordo del Voyager I e firmata dal Presidente degli Stati Uniti d’America ai tempi del suo lancio, Jimmy Carter: «[Con que-

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«Questo è un regalo di un piccolo e distante pianeta, un frammento dei nostri suoni, della nostra scienza, delle nostre immagini, della nostra musica, dei nostri pensieri e sentimenti. Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi, così da poter vivere fino ai vostri» è il messaggio del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter inciso sul Voyager Golden Record un disco per grammofono inserito nelle due sonde spaziali del Programma Voyager, lanciato nel 1977, contenente saluti in 60 lingue, campioni di musica da diverse culture ed epoche e suoni naturali e artificiali dalla Terra. È concepito per qualunque forma di vita extraterrestre o per la specie umana del futuro che lo possa trovare. La copertura ha il duplice scopo di proteggere il disco e di fornire a un eventuale scopritore una chiave per la sua riproduzione. (foto: NASA - Great Images in NASA Description, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6455682)

sto messaggio] Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi, così da poter vivere fino ai vostri». Queste iniziative sono probabilmente velleitarie e contraddittorie e molto probabilmente non porteranno ad alcun risultato, ma confermano l’esistenza di un problema importante: la capacità di memorizzare dati non è quindi sufficiente, da sola, a garantire la conservazione delle informazioni. È anche necessario conservare con cura i meccanismi di decodifica e interpretazione dei dati per garantirne l’effettiva fruizione da parte di una larga platea (perché no, anche aliena) e, soprattutto, da parte delle generazioni future. È questo il principale obiettivo dei “metadati”, ovvero di dati creati appositamente per descrivere altri dati, che spesso si raccomanda di memorizzare insieme ai dati stessi. Un esempio semplice, al quale si fa spesso ricorso anche nella gestione degli archivi cartacei personali, è quello delle note che vengono aggiunte a margine di testi o immagini per descriverne il contenuto, semplificarne la catalogazione e favorirne il recupero. A questo proposito, è interessante osservare che anche i più moderni sistemi, come i social network, offrono strumenti per svolgere con semplicità non solo l’attività di creazione di conte-

nuti ma anche quella della loro annotazione. I meccanismi e gli strumenti per associare metadati ai dati sono però molto variegati e quindi, come spesso succede nel mondo dell’informatica, si creano notevoli opportunità ma, al tempo stesso, nuovi ostacoli.

In conclusione, possiamo senz’altro affermare che gli strumenti informatici offrono interessanti strumenti di memorizzazione, i quali però, per raggiungere in pieno gli obiettivi che si prefiggono e contribuire a una “memoria a lungo termine,” debbo essere utilizzati con metodo e continuità, con opportune duplicazioni per resistere ai guasti, con attenzione all’evoluzione delle tecnologie e, soprattutto, alla comprensibilità della rappresentazione.

Per tutti questi motivi, una delle direzioni di studio e ricerca nel settore delle basi di dati, di interesse da quando la disciplina si è formata, cinquant’anni fa ma tuttora rilevante è quella dei modelli e della relativa semantica, cioè della loro interpretazione, nonché delle tecniche di trasformazione dal un modello all’altro, tema al quale gli autori di questo articolo hanno contribuito in modo significativo.


«Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere». José Saramago

«Ne avevano parlato molte altre volte ma iill p pass passato è : Come la vita procede esso si muta perché se semp nuovo sempre nuov nu risalgono a galla delle parti che parevano sprofondate ‡ŽŽǯ‘„Žio mentre altre scompaiono perché oramai poco Il pre presente prese dirige diri il p pass passa passato come com un dir dirett direttore importanti. Il G·R G·RUF G·RUFKHVWUDLVXRLVXRQDWRUL. Gli occorrono questi o quei G·RUFKHVWUDLVXRLVXRQD G·RUFKHVWUDLVXRLVXRQ G·RUFKHVWUDLVXRLVX G·RUFKHVWUDLVXRL G·RUFKHVWUDLVXR G·RUFKHVWUDLV G·RUFKHVWU G·RUFKH suoni, non altri. E perciò il passato sembra ora tanto lungo ed ora tanto breve. Ri Risuon o aammu Risu Risuona mmutolisce. Nel presente mmutolisc mmutolis ”‹˜‡”„‡”ƒ•‘Ž‘“—‡ŽŽƒ’ƒ”–‡…Šǯ°”‹…Š‹ƒƒ–ƒ’‡”‹ŽŽ—‹ƒ”Ž‘‘ per offuscarlo». Italo Svevo

‹“}”JI?DLP@NOJ^A<OO<G<>DOOVyH<?DM@G<UDJIDOM<G@HDNPM@?@GNPJ NK<UDJ@BGD<QQ@IDH@IOD?@GNPJK<NN<OJ“}”

'LTXHVW·RQGDFKHULIOXLVFHGDLULFRUGLODFLWWjV·LPEHYHFRPHXQD spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. <G<>DOOVIJI?D>@DGNPJK<NN<OJyGJ>JIOD@I@>JH@G@GDI@@?„PI<H<IJy scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole» Italo Calvino


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In Codice Ratio

Collaborazione uomo-macchina per una interpretazione più ricca del passato Mario De Nonno, Paolo Merialdo

Analizzando i testi contenuti nelle pagine web è possibile estrarre importanti correlazioni tra entità quali persone, eventi, luoghi, organizzazioni. Le grandi compagnie web utilizzano queste Mario De Nonno correlazioni per offrirci strumenti di ricerca sempre più potenti e precisi (si provi a chiedere a Google: who are the daughters of the director of fanny and alexander), e per condurre analisi su dinamiche e comportamenti sociali complessi.

Nonostante il web costituisca la più grande collezione di documenti prodotti dall’uomo, esso contiene solo una piccola parte delle fonti storiche custodite negli archivi tradizionali. Ad esempio, se rappresentiamo il patrimonio documentario dell’Archivio Segreto Vaticano attraverso i suoi 85km di scaffali lineari, possiamo concludere che il web non ne offre che pochi millimetri. L’applicazione delle tecniche di estrazione di dati e conoscenza sui contenuti di questi archivi offrirebbe nuovi e potenti strumenti per un’interpretazione più ricca e approfondita del passato.

Da qualche anno, molte biblioteche e molti archivi storici hanno iniziato a digitalizzare il proprio patrimonio documentario; sul piano quantitativo si può ricordare l’imponente sito «Gallica» della Bibliothèque Nationale de France (http://gallica.bnf.fr), su quello qualitativo l’eccellente raccolta integrata dei manoscritti conservati in Svizzera (http://www.e-codices.unifr.ch/en). Questo processo ha l’obiettivo principale di acquisire immagini digitali che riproducono fedelmente i documenti originali. Queste immagini rappresentano un importante e affidabile mezzo di preservazione della memoria storica. Tuttavia, per estrarre dati e conoscenza dal testo riportato nelle immagini è necessario operare un complesso processo di trascrizione.

Esistono soluzioni informatiche per la trascrizione automatica che si basano su tecnologie per il riconoscimento dei caratteri (OCR: Optical Character Recognition). Purtroppo, queste Paolo Merialdo soluzioni funzionano bene su scansioni di testi stampati, non sui manoscritti antichi: i testi sono in lingue morte, le scritture sono fortemente eterogenee nel tempo, nello spazio e nella morfologia e sono costellate di simboli grafici e linguistici particolari quali abbreviazioni (simboli introdotti dal copista per rappresentare sequenze più o meno frequenti di caratteri), nessi e compendi.

Nonostante il web costituisca la più grande collezione di documenti prodotti dall’uomo, esso contiene solo una piccola parte delle fonti storiche custodite negli archivi tradizionali. Ad esempio, se rappresentiamo il patrimonio documentario dell’Archivio Segreto Vaticano attraverso i suoi 85km di scaffali lineari, possiamo concludere che il web non ne offre che pochi millimetri

Lo scorso ottobre ha preso avvio In Codice Ratio, un progetto di ricerca interdisciplinare del Dipartimento di Ingegneria e del Dipartimento di Studi umanistici. Obiettivo del progetto è la definizione di un processo e di un insieme di strumenti informatici di supporto alla trascrizione di fonti storiche manoscritte. Partecipa al progetto anche l’Archivio segreto vaticano, che ha messo a disposizione i propri manoscritti e la collaborazione di personale qualificato. In generale, la trascrizione di un manoscritto antico è un processo che richiede conoscenze e compe-


segreto vaticano, offrono molte informazioni e presentano scritture abbastanza uniformi: un sistema addestrato su qualche decina di pagine, potrebbe poi operare una trascrizione automatica su interi volumi.

Uno studente addestra il sistema a riconscere il carattere “f”

tenze raffinate da parte di paleografi esperti con livello di specializzazione molto elevato. Tuttavia, un sistema software, se opportunamente supportato, potrebbe svolgere una parte consistente, anche se certo non esaustiva, del lavoro di trascrizione. Il problema principale è coordinare opportunamente interventi umani ed elaborazioni informatiche valorizzando al meglio le competenze specialistiche necessarie al processo.

Lo scorso ottobre ha preso avvio In Codice Ratio, un progetto di ricerca interdisciplinare del Dipartimento di Ingegneria e del Dipartimento di Studi umanistici. Obiettivo del progetto è la definizione di un processo e di un insieme di strumenti informatici di supporto alla trascrizione di fonti storiche manoscritte. Partecipa al progetto anche l’Archivio segreto vaticano, che ha messo a disposizione i propri manoscritti e la collaborazione di personale qualificato

L’idea alla base della soluzione che stiamo sviluppando nel progetto In Codice Ratio è quella di addestrare un sistema di Machine Learning al riconoscimento di caratteri e parole partendo da insiemi particolarmente omogenei presenti nell’archivio. Le ricchissime serie di registrazioni di atti raccolte in volumi, che sono tipiche dell’Archivio

Le tecniche di Machine Learning sono mature e affidabili, ma questo approccio, applicato nel nostro contesto, ha due grosse limitazioni. Primo: una soluzione basata su tecniche di Machine Learning funziona bene solo a fronte di una costosissima fase di addestramento. In pratica, è necessario fornire al sistema molti esempi delle possibili varianti con cui ogni carattere può capitare che sia rappresentato nel manoscritto. Secondo: le eccezioni presenti nei testi, tipicamente sotto forma di abbreviazioni, limitano l’applicabilità dell’approccio. A valle di una trascrizione dei caratteri dell’alfabeto latino, sarebbe comunque necessario l’intervento di un paleografo per la soluzione delle abbreviazioni.

Il coinvolgimento di un numero adeguato di paleografi esperti nella fase di addestramento non è sostenibile: sono molto pochi rispetto al lavoro necessario. Viceversa, è ragionevole pensare che essi potrebbero intervenire in una seconda fase, ad esempio per decifrare abbreviazioni irrisolte. L’idea che stiamo sperimentando è quella di scomporre l’addestramento del sistema in azioni elementari molto semplici, che possano essere affidate a persone meno qualificate. Il sistema di Machine Learning potrà usare gli esempi prodotti in questa fase per riconoscere la maggior parte dei caratteri. Successivamente, i paleografi potranno concentrarsi sui simboli più rari e difficili da interpretare. Per disporre di una massa critica di collaboratori da coinvolgere nella fase di addestramento del sistema, abbiamo pensato di rivolgerci agli studenti liceali. Il loro coinvolgimento in un progetto interdisciplinare complesso, oltre a dare loro concrete motivazioni allo studio di materie apparentemente distanti quali il latino, la storia e la matematica, diventa un efficace strumento di orientamento e, come oggi viene richiesto agli Atenei, di “terza missione”, nel senso della disseminazione dell’esperienza di ricerca all’esterno del circuito accademico.

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In una prima fase sperimentale sono stati coinvolti 100 studenti del Liceo scientifico Keplero (Roma). La loro partecipazione al progetto è inserita nell’attività di alternanza scuola-lavoro. Oltre a essere operativamente coinvolti nella fase di addestramento del sistema di Machine Learning, gli studenti partecipano a seminari di informatica, storia, paleografia per avere un inquadramento generale del progetto.

L’idea alla base della soluzione che stiamo sviluppando nel progetto In Codice Ratio è quella di addestrare un sistema di Machine Learning al riconoscimento di caratteri e parole partendo da insiemi particolarmente omogenei presenti nell’archivio A quasi due mesi dall’avvio del progetto, gli studenti hanno analizzato circa 250.000 immagini, ciascuna contenente una porzione di manoscritto delle dimensioni approssimative di un carattere. Agli studenti vengono proposte 40 immagini e gli viene chiesto di annotare quelle che risultano simili ad alcuni esempi campione opportunamente predisposti da un paleografo. La Figura 1 ritrae uno studente durante la fase di annotazione: nella parte alta della schermata sono mostrate le immagini campione; nella parte sottostante, le immagini da analizzare.

porzioni di manoscritto su cui devono lavorare i preziosi paleografi sono enormemente ridotte. Inoltre, il paleografo può proporre ed addestrare il sistema a riconoscere nuovi simboli (abbreviazioni più o meno rare).

In conclusione, il progetto In Codice Ratio affronta temi di ricerca all’avanguardia, sia da un punto di vista dell’ingegneria informatica (con lo studio di soluzioni innovative che potranno essere applicate anche in contesti diversi), che dal punto di vista delle discipline umanistiche (con la messa a punto di nuovi strumenti e metodologie a supporto della paleografia e dello studio delle fonti storiche), ed apre opportunità di collaborazioni con istituzioni estere (abbiamo avviato una collaborazione con il Trinity College di Dublino per estendere gli studi ad altri manoscritti). Il progetto rappresenta inoltre uno strumento di divulgazione scientifica e culturale e di orientamento agli studi per gli studenti delle scuole superiori e per studenti universitari coinvolti. Infine, valorizza il nostro straordinario patrimonio culturale: l’Archivio segreto vaticano, con i suoi 85 km di scaffali, è la più grande banca dati storica al mondo; i suoi documenti rappresentano uno strumento indispensabile per capire la storia dell’Europa.

Le immagini così annotate dagli studenti sono state usate per addestrare un sistema di Machine Learning realizzato con reti neurali. I primi risultati sono molto promettenti: il sistema inizia a riconoscere i caratteri principali con un tasso di errore intorno al 10%. In una fase successiva, le sequenze di caratteri riconosciute dal sistema iniziano a comporre parole. Eventuali errori di riconoscimento sono corretti attraverso informazioni statistiche sulle sequenze di caratteri che normalmente si trovano nei testi del periodo storico a cui fanno riferimento i manoscritti in esame (ad esempio, dopo una ‘q’ è più probabile che sia una ‘u’ piuttosto che una ‘n’).

Questo processo riesce a trascrivere parti consistenti del manoscritto. Certo, la presenza di abbreviazioni (e di errori di sistema, ovviamente) richiede una fase di verifica e completamento del lavoro da parte di paleografi esperti. Tuttavia, le

Archivio segreto vaticano, Reg. Vat. 12, f. 038r, particolare (per gentile concessione)


Memoria Chiara Giaccardi

«La memoria è necessaria per tutte le operazioni della ragione», scriveva Pascal nei suoi Pensieri. Non è la coazione a ripetere di chi non sa cambiare, né la nostalgia di ciò che non può tornare. Piuttosto, come scriveva Turoldo: È la memoria una distesa di campi assopiti e i ricordi in essa chiomati di nebbia e di sole

Chiara Giaccardi

È il sagrato dell’interiorità, la porta di quel paesaggio interiore, che ha preso forma nel corso della nostra esistenza: le tracce degli incontri, delle esperienze, di tutto ciò che ha lasciato un segno in noi. È il sigillo della nostra unicità: riconoscerla vuol dire riconoscerci.

Non c’è identità senza Memoria. Noi siamo la nostra memoria, scriveva Borges, e anche Papa Francesco nella Laudato Si’, scrive che ognuno di noi conserva nella memoria luoghi il cui ricordo gli fa tanto bene. (n.84) Della memoria, poi, si nutre il desiderio.

Anche dell’amore, c’è un’impronta di memoria. È la memoria di gesti che salvano dalla barbarie e dall’indifferenza e sostengono nell’attraversare l’impossibile. Ciò che abbiamo conosciuto, anche solo per un attimo, non possiamo più smettere di cercarlo.

La memoria custodisce le relazioni, le protegge dalla disumanità, è la radice della cura. Non è solo trattenere, ma riconoscere e rispondere. «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere». Cosi José Saramago. E per Gabriel Garcia Marquez:

Ricordare è facile per chi ha memoria Dimenticare è difficile per chi ha cuore.

Solo una società capace di memoria può essere giusta.

Non dunque facoltà del rimpianto, ma radice di un futuro che chiede perdono per gli errori, e riconosce i legami come fonte di vita. È un tesoro dell’anima . Qualcosa che la morte non può vincere, perché come scriveva Tolstoj, «Moriamo solo se non riusciamo a mettere radici in altri».

Senza memoria non c’è futuro. Perché fare memoria e fare nuove tutte le cose sono due passi di una stessa danza. (Per Il pensiero del giorno, Rai Radio 1)

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«L’essere che chiamo io» Genere, ricordi e memorie autobiografiche Carmela Covato

Carmela Covato

«Mi accingo ad una impresa che non ebbe mai esempio e la cui esecuzione non avrà imitatori. Voglio mostrare ai miei simili un uomo in tutta la verità della natura; e quest’uomo sarò io» J.J. Rousseau Le confessioni, 1782-1789.

Le scritture di sé, sempre sospese fra finzione autobiografica e ricerca della verità, hanno nel ricordo, testimonianza letteraria di una memoria individuale e collettiva, una fonte privilegiata e ineludibile. «L’essere che chiamo io – ha scritto Marguerite Yourcenar in Care memorie (1974 - tr. it 1992) – venne al mondo un certo venerdì 8 giugno verso le otto del mattino a Bruxelles […]. Quella creatura di sesso femminile, già presa nelle coordinate dell’era cristiana e dell’Europa del XX secolo, quel pezzetto di carne rosea, piangente in una culla azzurra, mi costringe a pormi una serie di domande che sono tanto più inquietanti nella loro banalità, e che un letterato esperto del suo mestiere si guarderebbe bene dal formulare. Che quella bambina sia io non posso dubitarne senza dubitare di tutto». Lo studio delle memorie autobiografiche ha svolto, a partire dagli ultimi decenni del Novecento, un ruolo molto innovativo nell’ambito delle scienze umane, consentendo di porre in termini inesplorati la questione della soggettività e della sua storia. La narrazione autobiografica, d’altra parte, ha accompagnato da sempre la storia dell’umanità, sebbene finalità e codici diversi abbiano connotato le scritture femminili di sé da quelle maschili. Le autobiografie degli uomini, infatti, sono apparse nel passato per lo più caratterizzate da una narrazione logica e tendenzialmente lineare, al cui interno la vita veniva percepita come un progetto coerente. In esse, ha prevalso, a lungo, un esplicito interesse per le cronache dei grandi eventi militari

e politici. Al contrario, la scrittura delle memorie femminili, a partire da un impulso religioso (come nel caso esemplare di Teresa D’Avila (1515-1582), si è trasformata nel tempo in una modalità espressiva legata soprattutto alla narrazione delle vicende della vita interiore, dell’esperienza familiare e delle relazioni affettive. Solo dal XVIII secolo in poi, sia nelle riflessioni autobiografiche maschili – si pensi all’esempio straordinariamente moderno di J.J. Rousseau – sia in quelle femminili, è possibile rintracciare la nascita di un nuovo discorso narrativo più centrato sul sé, che ha le sue radici nell’emergere dei valori individuali già insiti, per alcuni aspetti, nella tradizione rinascimentale europea. Questo nuovo percorso va ricollegato alla scoperta moderna dell’identità e della soggettività o, come ha sostenuto Norbert Elias, alla nascita stessa dell’individuo.

Lo studio delle memorie autobiografiche ha svolto, a partire dagli ultimi decenni del Novecento, un ruolo molto innovativo nell’ambito delle scienze umane, consentendo di porre in termini inesplorati la questione della soggettività e della sua storia. La narrazione autobiografica, d’altra parte, ha accompagnato da sempre la storia dell’umanità, sebbene finalità e codici diversi abbiano connotato le scritture femminili di sé da quelle maschili

Se, come si è detto, le autobiografie maschili, si inseriscono in una tradizione narrativa che ha, fra le sue testimonianze più significative, le Confessioni di sant’Agostino (400 circa) e che appare proiettata, almeno fino al XVIII secolo, nell’elaborazione di rappresentazioni della realtà e di sé dotate di obiettività descrittiva e di precise intenzionalità pubbliche; al contrario, la scrittura delle memorie femminili, riservata tuttavia, per ovvi motivi, alle donne aristocratiche e alle élite intellettuali che


avevano accesso alla scrittura, dà origine a un genere, che tenderà a espandersi a partire dalla seconda metà del Settecento, considerato minore e privo di precise regole formali, dove i riti della quotidianità assumono una indiscussa centralità descrittiva. Si tratta di una modalità espressiva che svolgerà, a lungo, per le donne, una funzione comunicativa legittimata, laddove altri ambiti culturali erano ancora interdetti alla donne in un codice morale non scritto, ma fortemente costrittivo. Nell’ambito della tradizione maschile, i cui codici verranno definitivamente scomposti dagli esiti del Romanticismo, prima, e della rivoluzione psicoanalitica dopo, solo nel passaggio fra Otto e Novecento, la narrazione autobiografica si avvia a sfiorare temi esistenziali e ad attingere maggiormente alla sfera della vita privata. Ne è un esempio la Lettera al padre di F. Kafka (1919).

Bisbigliate in cucina o narrate nei salotti e nei cortili, raccontate dai genitori ai figli in forme idealizzate o pudicamente nascoste nel silenzio dell’indicibile, le memorie della storia familiare tracciano, in ogni vicenda esistenziale, una trama di ricordi e di significati da cui non è possibile prescindere. Non si tratta solo di parole ma anche di luoghi, oggetti, arredi, abitudini e stili di vita In questa nuova scena narrativa, le memorie familiari assumono una nuova centralità. Bisbigliate in cucina o narrate nei salotti e nei cortili, raccontate dai genitori ai figli in forme idealizzate o pudicamente nascoste nel silenzio dell’indicibile, le memorie della storia familiare tracciano, in ogni vicenda esistenziale, una trama di ricordi e di significati da cui non è possibile prescindere. Non si tratta solo di parole ma anche di luoghi, oggetti, arredi, abitudini e stili di vita. Sia che vengano trasmesse in una versione apologetica, sulle tracce dell’esemplarità vera o presunta degli antenati, sia come un passato da cui emanciparsi, le memorie di famiglia rappresentano una complessa eredità culturale e psichica che può aprirsi ad una elaborazione consapevole oppure es-

sere inconsciamente subita. I ricordi, sebbene dalle forme assai mutevoli nello spazio e nel tempo, traghettano generazioni da un’epoca all’altra, percorrono classi sociali e paesi, come nelle vicende di emigrazione dai tanti sud ai tanti nord del mondo, spesso scandite da una altalena di sentimenti che vanno dal distacco alla nostalgia. La memoria del passato non può essere slegata, com’è noto, dalla sua conservazione che la rinnova e la mantiene in vita. L’irruzione, nel Novecento, di una nuova visione dell’idea di passato grazie agli impulsi di un lavoro storiografico, a partire dalla lezione delle Annales, per certi versi rivoluzionario, ha aperto i luoghi della memoria a nuovi scenari – sottratti ad una visione della storia esclusivamente bellica, istituzionale o politico-diplomatica – e ora proiettati nello scoprire nuovi mondi e nuove dimensioni relative, ad esempio, alla storia della vita privata, dell’infanzia, delle donne e dell’immaginario.

Elena Raffalovich nel 1863 (fotografia di Alphonse Bernoud, Livorno)

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All’interno di questo percorso, gli archivi di famiglia hanno svolto un ruolo sempre più significativo come museo di sentimenti, di relazioni, di vicende esistenziali di uomini e donne, che, alla luce di nuove ermeneutiche, assumono vigore conoscitivo e sono fonte di rivelazioni spesso assai sorprendenti. Nell’inevitabile flusso della memoria che percorre la quotidianità, sono, a volte, episodi casuali che determinano scoperte imprevedibili.

I ricordi, sebbene dalle forme assai mutevoli nello spazio e nel tempo, traghettano generazioni da un’epoca all’altra, percorrono classi sociali e Paesi, come nelle vicende di emigrazione dai tanti Sud ai tanti Nord del mondo, spesso scandite da una altalena di sentimenti che vanno dal distacco alla nostalgia

Mi riferisco all’apertura di un baule, al ritrovamento di un carteggio o di un diario da cui affiorano non di rado storie di vite straordinarie, spesso di donne, le cui vicende esistenziali sono state, molto più raramente di quelle degli uomini, pubbliche e, dunque, note ma appunto rinchiuse sottochiave, raccolte in un carteggio o custodite in una cartella magari impreziosita da ricami. Si esce così dal recinto degli affetti per scoprire imprese straordinarie siano esse politiche, pedagogiche o culturali. Un esempio significativo è quello di Elena Raffalovich Comparetti (1842-1918), conosciuta dalla nipote Elisa Milani come una nonna da ospitare in casa, alla quale fare compagnia, ma in sostanza assente, rinchiusa in un silenzio quasi assoluto, inquietante. Elena era, fra l’altro, la bisnonna di don Lorenzo Milani. Solo in seguito Elisa scoprì il ricchissimo epistolario – di cui curerà poi la pubblicazione – fra la nonna e il marito Domenico Comparetti, grande filologo dal quale si separò piuttosto presto perché delusa dalla di lui incomprensione delle aspirazioni culturali che l’animavano, in un ambiente per altro in Italia ancora diffusamente ostile all’emancipazione femminile. Tutto questo non le impedì tuttavia di continuare ad avere con lui un rapporto di scambio e di confronto.

È venuto così alla luce il suo straordinario impegno pedagogico finalizzato alla diffusione degli asili froebeliani, i viaggi in Germania e in Svizzera, la corrispondenza e l’incontro con Adolfo Pick, allievo e prosecutore di Froebel, e, inoltre, la delusione per il travisamento, da parte delle autorità comunali, delle caratteristiche dell’asilo che volle fondare a Venezia: soprattutto dello spirito laico che avrebbe dovuto connotarlo. Si tratta di una storia ancora poco conosciuta ma oggetto, di recente, di nuovi studi e di nuove ricerche che hanno consentito, a partire dal recupero delle memorie custodite in un archivio di famiglia, non solo di ricostruire la vicenda esistenziale di una figura femminile di grande rilievo ma anche la storia del costume, dei vincoli matrimoniali, del clima culturale e di un contesto pedagogico, che ha caratterizzato la scena europea dell’ultimo Ottocento fra conservazione e innovazione, costrizione e progetto consapevole.


Narrazione e cura di sé

La memoria autobiografica per il progetto di vita Barbara De Angelis

La narrazione è la forma più affascinante della comunicazione, e per certi aspetti il mezzo più efficace e coinvolgente dal punto di vista emotivo e cognitivo. A ben riflettere, anche tutto ciò che si percepisce con i sensi è narrazione, sempre che ci Barbara De Angelis sia la disponibilità di coglierne il messaggio. Qualunque sia il codice utilizzato, la narrazione conferisce forma ai pensieri perché è profondamente radicata nelle strutture fondamentali dell’esperienza umana: nel tempo (la memoria-il futuro), nello spazio (il corpo-il mondo), nell’intenzionalità (l’apertura all’altro e all’oltre), nella coscienza di sé (Io-sono). La vita stessa è narrazione, afferma J. Bruner (1991), e il pensiero narrativo è la condizione di base del pensiero umano, la forma che anima e coordina i saperi, lo strumento che crea nuovi significati e nuove storie, che può contribuire a modificare i comportamenti e gli atteggiamenti dell’individuo nei confronti di una particolare realtà e può favorire lo sviluppo del pensiero autobiografico e del coinvolgimento emotivo, elementi essenziali nel processo di formazione della personalità e di orientamento all’azione. Per opera del pensiero autobiografico la memoria si integra in modo coerente con la storia di vita e con l’identità sociale e culturale, affida un significato particolare ad ogni ricordo e lo inserisce dentro una trama più ampia, in modo da formare un tutto coerente. Questa relazione tra memoria autobiografica e narrazione delle esperienze personali definita autonarrazione (self-telling) si riferisce al processo di costruzione narrativa del sé, che si configura sotto forma di racconto e permette a ciascun individuo di acquisire consapevolezza delle proprie esperienze. «La creazione del sé è un’arte narrativa: essa in parte (a livello interiore) è guidata da idee, emozioni, memoria, in parte è innata, in parte è

ispirata e condotta dai modelli culturali e dal modo in cui gli altri si aspettano che dovremmo essere. (…) Mediante la narrazione, come abbiamo più volte sottolineato, costruiamo e ricostruiamo in un certo senso e perfino reinventiamo il nostro “ieri” e il nostro “domani”» (Bruner, 2002). Lo spazio del racconto sembra dunque un luogo pedagogico privilegiato per l’apprendimento, dove possono maturare le radici del pensiero e della conoscenza, dove l’esistente e l’immaginazione si fondono e la memoria si rinnova di continuo, dove la struttura narrativa fornisce agli eventi un’organizzazione temporale, una coerenza causale e una coerenza tematica, e attribuisce un significato culturale alla storia di sé. Il significato assegnato al flusso della memoria attraverso il racconto genera la “scrittura” di una biografia personale che, intrecciandosi con le altre storie di vita, conferisce un senso alle esperienze umane. «L’atto autobiografico lavora, attraverso l’impegno del suo autore, per realizzare una congiunzione tra cognizione, affetto, e memoria, e lavora inoltre dentro una dialettica di posizioni pubbliche e private del soggetto, spesso giocata in modo complesso» (Zuss, 2003).

Per opera del pensiero autobiografico la memoria si integra in modo coerente con la “storia di vita” e con l’identità sociale e culturale, affida un significato particolare ad ogni ricordo e lo inserisce dentro una trama più ampia, in modo da formare un tutto coerente

Narrare significa, infatti, integrare mentalmente due diversi piani rappresentativi: quello delle intenzioni, dei sentimenti, della memoria e dei ricordi, delle emozioni dei personaggi e del narratore; e quello delle azioni e degli eventi organizzati in una sequenza temporale e causale. Il che sottolinea anche il ruolo della componente sociale della narrazione di un ricordo autobiografico. In quanto comportamento sociale, la narrazione prevede la presenza di ascoltatori che influenzano il livello di elaborazione di una storia di vita nel momento in cui viene narrata. «(…) L’inessenzialità del testo vale anche e in primo luogo per la memo-

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Il flusso dei significati associabili

ria personale. Ognuno di noi - senza neanche volerlo sapere - si sa infatti narrabile anche quando non è impegnato a ricordare gli episodi della sua vita o viene sorpreso dal loro affiorare nel lavoro incontrollabile della memoria (Cavarero, 1997)». In questo modo, il senso di unicità di ognuno dipende dal confronto tra il mondo interno di ricordi e sentimenti e le aspettative culturalmente connotate della realtà sociale esterna.

Narrare significa, infatti, integrare mentalmente due diversi piani rappresentativi: quello delle intenzioni, dei sentimenti, della memoria e dei ricordi, delle emozioni dei personaggi e del narratore; e quello delle azioni e degli eventi organizzati in una sequenza temporale e causale. Il che sottolinea anche il ruolo della componente sociale della narrazione di un ricordo autobiografico. In quanto comportamento sociale, la narrazione prevede la presenza di ascoltatori

I processi di auto-narrazione, descritti da Bruner, favoriscono la costruzione di una storia di vita o identità narrativa, cioè di una rappresentazione complessa di ruoli sociali e/o di rappresentazioni di sé, in cui esperienze del passato, vicende attuali e prospettive per il futuro sono organizzati in modo sincronico e diacronico. Questa modalità, in ambito educativo ha valenze motivanti e sociali, oltre che formative ed educative: sfida l’immagine consolidata che ognuno ha di se stesso e favorisce il confronto, presuppone il racconto reciproco, la discussione e il coinvolgimento degli aspetti emotivi, senza i quali non può

concretizzarsi nessun risultato apprenditivo, né modificazioni nei comportamenti dei soggetti in formazione, come dimostrano le acquisizioni sulle pluralità delle forme della comprensione (Gardner, 2005). Agire, collaborare, discutere con gli altri, ipotizzare le cause di un evento, assumersi la responsabilità di una spiegazione e di una interpretazione, sono i presupposti della ricostruzione narrativa, strumenti che offrono al soggetto in formazione l’opportunità di interrogarsi, ma anche di rimodellarsi interiormente, di strutturarsi e ristrutturarsi per formarsi e trasformarsi attraverso una particolare attenzione e cura verso se stesso, per aver “cura di sé” e per coltivare la “cultura di sé”. Sono i filosofi greci a coniare l’espressione «epimelestai eautou» (occupati di te stesso), e M. Foucault, nelle sue ultime opere, ha ricostruito le «pratiche della cultura di sé»: «(…) cioè le forme nelle quali si è chiamati ad assumere se stessi come oggetto di conoscenza e campo d’azione, allo scopo di correggersi, purificarsi, edificare la propria salvezza» (Focault, 1993), laddove, cioè, rivolgendosi al proprio passato si possa operarne un ripensamento. In questo modo l’esperienza di sé è un piacere che si trae da se stessi, e tale piacere è definito da Foucault come un gaudium, una laetitia, avvertita da chi è finalmente giunto ad avere accesso a se stesso. Agli albori del cristianesimo, continua Foucault, tra i latini, si incontra spesso la parola otium, inteso come momento necessario all’uomo per dedicarsi alla riflessione su se stessi e quindi per individuare il rapporto fra corpo e anima. La realizzazione di questa pratica veniva sintetizzata nell’espressione cura sui. In seguito, nel mondo occidentale, filosofi e poeti hanno attribuito alla scrittura delle proprie memorie una sorta di pietas di sé, intendendo con tale espressione quello speciale benessere della co-


scienza dell’uomo che, nell’ammissione delle proprie colpe e attraverso il ricordo del passato, conquista una forma di liberazione. Il ricordo del sé passato agisce come sfogo interiore e assume una funzione auto-terapeutica, ma, avverte Foucault le discipline del sé richiedono impegno, volontà, ed occupano un tempo non definibile a priori.

Nel mondo occidentale, filosofi e poeti hanno attribuito alla scrittura delle proprie memorie una sorta di pietas di sé, intendendo con tale espressione quello speciale benessere della coscienza dell’uomo che, nell’ammissione delle proprie colpe e attraverso il ricordo del passato, conquista una forma di liberazione

Per realizzare l’obiettivo di creare una cultura del sé è necessario, pertanto, individuare, nell’arco della vita intera, la parte da dedicare alla riflessione del sé in modo da chiarire chi si è stati, chi si è, e chi si vorrebbe diventare. La cultura del sé si realizza impegnandosi in un comportamento dialettico sicuramente faticoso, ma, in qualche misura, facilitato da procedure di ri-scrittura narrativa, tra le

Lo spazio del racconto

quali il metodo narrativo-biografico rappresenta uno strumento efficace per la relazione d’aiuto e per la ri-conquista del benessere psicologico perché mette al centro della vita mentale l’interpretazione di una realtà descritta attraverso le narrazioni interpersonali e intersoggettive delle esperienze vissute. Da queste riflessioni del pensiero di Foucault emerge un individuo che sembra porsi fortemente l’obiettivo di coltivare il proprio sé attraverso un processo, o progetto, di costruzione, in una prospettiva dove non sembra superfluo mettere a fuoco, come principio del fondamento formativo, anche la centralità dell’esperienza emotiva nel processo di formazione personale e sociale.

Se è proprio dell’educazione individuare come si costituisce e come si disfa la trama socio-emotiva della soggettività in rapporto alla complessità e all’eterogeneità che caratterizzano le società attuali, ovvero, se spetta all’educazione rendere possibile una sintesi tra le esperienze e gli stili di vita possibili e la valorizzazione del soggetto come protagonista irripetibile, allora sono questi (la cultura della memoria, l’identità narrativa, il self-telling o autonarrazione, il remembered self) i presupposti che, consapevolmente elaborati potrebbero costituire il primo elemento di un paradigma idoneo a ridefinire il tessuto della formazione del terzo millennio.

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Tracce di memoria Racconti familiari in migrazione Maura Di Giacinto

A partire dalla rivoluzione storiografica verificatasi intorno agli anni Trenta del Novecento, avvenuta grazie anche agli studi e alle ricerche realizzati dalla scuola francese delle Annales, in Italia avviene una profonda trasforMaura Di Giacinto mazione epistemologica nei confronti della tradizione avviata dalla storia della pedagogia che dà l’avvio a un modello rinnovato di fare storia indirizzato alla ricostruzione sociale delle esperienze educative.

Molteplici sono i luoghi e gli spazi educativi a cui si rivolge la ricerca storico-sociale; la storia delle donne, la storia dell’infanzia, la storia della famiglia, la storia dei costumi educativi, l’immaginario; luoghi e spazi che ripercorrono i destini e, conseguentemente, le pratiche educative relative ai processi di inculturazione e di trasmissione, ai processi di costruzione delle mentalità educative, di trasmissione dei valori pedagogici e di pratiche formative. Come sostiene Santoni Rugiu nella Storia sociale dell’educazione (1987) «l’educazione è un fenomeno molto complesso, influenzato piuttosto dagli avvenimenti sociali contestuali, nuovi e residui, che non dal pensiero. (…) Il compito dello studioso del passato e del presente educativo non si esaurisce più, allora, nell’esame delle progettazioni di sistemi teorici o di metodologie didattiche, ma è sempre più motivato a scoprire i loro nessi con il divenire sociale e perciò a dipanare l’intreccio di fili prodotti dai rapporti fra gli uomini e fra questi e le istituzioni, le grandi centrali di produzione e di informazione, e altro ancora. Deve insomma sempre più fare storia sociale».

Se parlare di storia sociale significa addentrarsi tra gli spazi abitati dalla storia delle rappresentazioni sociali, delle ideologie, delle mentalità, fare storia è possibile solo in virtù dell’esercizio continuo e costante della memoria che, nel consegnarci l’ere-

dità del passato, ne raccoglie le tracce al fine di comprendere il presente e progettare il futuro. Si deve a Reinhart Koselleck in Futuro passato (1979; trad. it. 1986) una delle sintesi più significative intorno ai temi e alle riflessioni sul paradigma della memoria; particolarmente interessante è l’analisi secondo la quale Koselleck individua due intervalli che la caratterizzano: lo «spazio di esperienza» (Erfahrungsraum) che ci consente di rileggere e ricostruire il passato al fine di comprendere il presente e l’«orizzonte di attesa» (Erwartungshorizont) che rimanda ad una sorta di anticipazione che ci proietta verso il futuro. La dimensione dialettica che contraddistingue questi due «luoghi» fa sì che sia l’orizzonte di attesa ad indicare all’esperienza del presente la direzione di senso del nostro agire e delle nostre scelte. All’interno di questa sequenza circolare il passato non è separato dal futuro e, come ci ricorda Eugéne Minkowski nel Tempo vissuto (1933; trad. it. 1971) «il passato e l’avvenire esistono solo in rapporto al presente e non hanno altro senso»; in questo spazio temporale in cui il passato non è separato dal futuro, il presente si situa nella zona di confine fra i due poli e, come osserva Vanna Iori Nei sentieri dell’esistere (2006), non si presenta come «un punto privo di dimensioni che sta “tra” il passato e il futuro, ma è il tempo che li comprende entrambi».

«Il passato e l’avvenire esistono solo in rapporto al presente e non hanno altro senso»; in questo spazio temporale in cui il passato non è separato dal futuro, il presente si situa nella zona di confine fra i due poli e, come osserva Vanna Iori Nei sentieri dell’esistere (2006), non si presenta come «un punto privo di dimensioni che sta “tra” il passato e il futuro, ma è il tempo che li comprende entrambi»

Procedere dal passato verso il futuro attraversando il presente, in un flusso temporale che consente al presente di comprende sia il passato che il futuro, trasforma la sequenza binaria passato-presente e


presente-futuro in una «interazione creativa» capovolgendo la convinzione comune che collega la memoria all’eredità del passato e non alla prospettiva del futuro. È l’esercizio continuo e costante della memoria che rende, pertanto, possibile «la direzione dell’orientazione nel passaggio del tempo: dal passato verso il futuro» e viceversa, come ci ricorda Paul Ricœur in Memoria individuale e memoria collettiva (2004); così come il futuro raccoglie dal passato le aspettative e le attese da realizzare, il passato – attraversando il presente – orienta il futuro stesso. L’esercizio della memoria, articolato e complesso, con i suoi scarti e le sue rotture, le asimmetrie e discontinuità, le trasformazioni e le permanenze consente di restituire al tempo storico i suoi caratteri di pluralismo e di problematicità, i suoi linguaggi, i suoi saperi, i suoi sentimenti, le sue identità, le sue narrazioni. Attraversando il passato storico criticamente rivisitato, la memoria – quale «categoria portante del fare storia», come ci ricorda Franco Cambi – è, dunque, impegnata a rilegge il presente a partire dallo «sfondo da cui emerge» (Attivare la memoria per comprendere il presente, 2002) a relativizzarlo e decostruirlo, al fine di riconsegnarlo alle sue stesse radici, quelle più antiche ma anche quelle più sommerse e nascoste. Tra le rappresentazioni che emergono dal passato ricordato, utilizzando la versione husserliana del termine, molto interessante è la testimonianza della studiosa statunitense Louise De Salvo (docente di Letteratura e scrittura creativa presso l’Hunter College di New York) figlia e nipote di italiani emigrati negli Stati Uniti nei primi anni Venti del secolo scorso. Louise raccoglie le tracce e ricostruisce i ricordi della sua famiglia per ripercorrerne la storia; nella raccolta di contributi interdisciplinari curata da Jennifer Guglielmo e Salvatore Salerno dal titolo Gli italiani sono bianchi? Come L’America ha costruito la razza (2006) ricorda che sia il padre che i nonni «credevano che il pregiudizio contro di loro fosse nell’ordine delle cose. Perciò non si lamentavano. E dal momento che la lamentazione è essenziale al-

l’esistenza di una storia orale, e invece loro non esternavano le loro lagnanze, ma piuttosto le seppellivano, non ho quasi nessuna storia da raccontare su questi nonni, niente che sia arrivato fino a me su come i nonni e i loro genitori vivevano in Italia o quando sono arrivati negli Stati Uniti. Poiché, a differenza di altri emigranti, queste persone erano spesso analfabete, hanno lasciato ben pochi documenti attraverso cui si possa scrivere la loro storia».

L’esercizio della memoria, articolato e complesso, con i suoi scarti e le sue rotture, le asimmetrie e discontinuità, le trasformazioni e le permanenze consente di restituire al tempo storico i suoi caratteri di pluralismo e di problematicità, i suoi linguaggi, i suoi saperi, i suoi sentimenti, le sue identità, le sue narrazioni

La ricerca delle tracce famigliari consentono a Louise di ricostruire il legame con i suoi «antenati» e di recuperare notizie e informazioni preziose; in proposito Louise racconta di aver saputo «solo da poco che il padre fosse «un italiano del Sud». Procedendo nelle sue ricerche intercetta anche altre storie di italiani americani che, come i suoi genitori «hanno sepolto il passato, cercando di integrarsi»; il peso delle differenze culturali ed etniche era troppo faticoso da sopportare e tali differenze, commenta Louise, «non solo non erano apprezzate ma, piuttosto, erano condannate e messe in ridicolo (… ). C’era sempre (e c’è ancora) negli Stati Uniti un silenzio molto singolare sulla diaspora italiana e sulle ingiustizie inflitte agli italiani americani». Racconta di essere entrata in possesso dei documenti di famiglia quasi per caso, il padre: «ha trovato dei documenti, dice, che potrei volere, visto che da un po’ di tempo mostro interesse per i miei nonni italiani immigrati (…). Sono documenti di naturalizzazione, visti, certificati di nascita, e di morte (…) niente di importante, le dice il padre». Nel consegnarle la busta di carta contenente i documenti di famiglia, il padre le racconta che i nonni materni erano originari di un paese vicino a Bari di cui non ricorda il nome; il nonno paterno era arrivato negli Stati Uniti per lavorare nelle ferrovie e aveva impiegato tantissimo tempo per restituire i soldi della traversata. Le confida che avrebbe voluto studiare in Italia ma era stato impossibile e che il giorno più bello della sua vita era stato quando sua figlia (la mamma di Louise) era andata a

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scuola. Tra i documenti di famiglia contenuti nella busta consegnatale dal padre, uno in particolare cattura l’attenzione della DeSalvo: è il documento di naturalizzazione della nonna. La sua fotografia nel documento le riporta alla mente tanti ricordi della sua infanzia e della sua adolescenza: «come mi proteggeva dalle ire di mio padre, come mi aiutava a sopportare le depressioni di mia madre, mi insegnava a lavorare a maglia, mi dava soldi dalla sua piccola pensione, mi chiamava figlia mia, mi cantava canzoni italiane, mi cucinava pizza per cena e zeppoli per la colazione della domenica. Ma la fotografia mi ricorda anche di come il suo aspetto (vestito nero, maglia nera, calze nere di cotone, foulard nero annodato sotto il mento quando andava in chiesa) segnalasse che ero diversa, che non ero proprio americana Un’amica: “Da dove viene tua nonna? Sembra una strega. Come è arrivata fin qui? Su una scopa? Ah, ah!” Un fidanzato: “mia madre dice che non ti posso sposare, che dovremmo lasciarci. Sai, tua nonna. Te la immagini al matrimonio?”. Mia nonna era un dono di Dio, mandata a proteggermi in una casa piena di rabbia e di dolore. Ma era anche qualcuno di cui vergognarsi e che prendevo in giro insieme ai miei amici, perché gli amici non mi prendessero in giro a causa sua. Come se nel ripudiarla avessi potuto depurarmi da ciò che avevo di italiano e diventare quello che allora ritenevo importante. Un’americana, qualunque cosa questo significasse. Ma per chi cresceva nei quartieri residenziali del New Jersey (…) negli anni Cinquanta, essere americano non comprendeva avere una nonna così. Allora in pubblico la sbeffeggiavo, la disprezzavo. In privato correvo da lei, le poggiavo la testa in grembo e, in segreto, le chiedevo perdono».

La testimonianza di Louise ci consente di raccogliere alcuni spunti di riflessione in particolare sulla categoria della memoria individuale che nell’esercizio costante di interrogazione del passato storico si arricchisce di quelle che Maurice Halbwachs in

Quadri sociali della memoria (1952; trad. it. 1994) definisce le «cornici sociali», cadres sociaux; in virtù di una serie di strumenti sociali – il linguaggio, la scrittura, i riti, l’organizzazione condivisa dello spazio e del tempo – i ricordi soggettivi possono essere condivisi e, pertanto, possono concorrere a costruire un punto di vista sulla memoria collettiva. Ma ci consentono, altresì, di prendere le distanze dagli eccessi della memoria e dell’oblio – ricorrendo alla politica ricœriana della «giusta memoria» – e di indirizzare la ricerca storico-educativa verso percorsi interpretativi capaci di far emergere «i silenzi, i nascosti, i non-detti, l’impensato», di disvelare le zone d’ombra e le esclusioni. Ieri come oggi i silenzi abitano l’educativo e, come sostengono Franco Cambi e Simonetta Ulivieri ne I silenzi nell’educazione (1994) la loro «ombra si prolunga fino a noi, fino al nostro fare educazione»; abitano le pratiche sociali e le relazioni educative che definiscono i «luoghi» fisici e simbolici che concorrono alla costruzione della memoria, dell’identità e della corporeità; «sono silenzi parziali o totali, che agiscono come cancellazioni o come spostamenti/occultamenti, ma che comunque occupano uno spazio cruciale nella storia educativa e che, come tali, vanno recuperati».


Il fruscìo delle vite comuni L’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano Nicola Maranesi

La Fondazione Archivio diaristico nazionale (Adn) di Pieve Santo Stefano nasce nel 1984 ad Arezzo, da un’idea del giornalista e scrittore Saverio Tutino. Luogo di raccolta e catalogazione delle fonti autobiografiche Nicola Maranesi (diari, memorie, lettere) figlio di un’epoca rivoluzionaria in ambito storiografico. È proprio in quegli anni che anche in Italia, come avviene da tempo in campo scientifico internazionale, si comincia a studiare in maniera sistematica le diverse forme di autonarrazione popolare per articolare una ricostruzione storiografica “dal basso”. L’Archivio nasce dunque anche come risposta alle esigenze del mondo accademico, e si propone subito come un bacino documentale in continua espansione, che invita a depositare le testimonianze in sede attraverso l’incentivo della partecipazione a un Premio annuale (intitolato Premio Pieve Saverio Tutino dopo la scomparsa del fondatore nel 2011), un concorso riservato alle scritture autobiografiche inedite. Al contempo, stimola gli studiosi e gli appassionati a recarsi fisicamente in sede per consultare i materiali conservati. Sin da principio, l’Archivio alimenta attività editoriali e pubblicistiche: riviste scientifiche, libri monografici e antologici, collane editoriali tutte incentrate sui materiali raccolti e sul racconto dei materiali raccolti.

È all’interno di queste attività che vengono scovate ed estratte, come pietre preziose, scritture private di persone comuni divenute emblemi della cultura autobiografica. A partire dalla storia della contadina Clelia Marchi, che racconta la vicenda della sua vita scrivendola su un lenzuolo matrimoniale; passando per la storia del cantoniere siciliano Vincenzo Rabito, semianalfabeta, che si chiude in una stanza per imparare ad usare la macchina da scrivere finendo col realizzare una autobiografia di

1027 pagine; c’è poi la storia di Orlando Orlandi Posti, che si racconta in messaggi clandestini fatti uscire dal carcere di via Tasso a Roma, prima di essere fucilato alle Fosse Ardeatine. E così via, per migliaia e migliaia di traiettorie umane tracciate su carta con l’inchiostro.

Scovate ed estratte, come pietre preziose, le scritture private di persone comuni divengono emblemi della cultura autobiografica come la storia della contadina Clelia Marchi, che racconta la vicenda della sua vita scrivendola su un lenzuolo matrimoniale, o quella del cantoniere siciliano Vincenzo Rabito, semianalfabeta, che si chiude in una stanza per imparare ad usare la macchina da scrivere finendo col realizzare una autobiografia di 1027 pagine; c’è poi la vicenda di Orlando Orlandi Posti, che si racconta in messaggi clandestini fatti uscire dal carcere di via Tasso a Roma, prima di essere fucilato alle Fosse Ardeatine

Con l’avvento del digitale e di internet, e in particolar modo nell’ultimo decennio, la Fondazione sviluppa tre linee di intervento per rendere ancor più capillare l’attività di divulgazione dei materiali conservati e della propria realtà operativa: la creazione di una Digital Library (DL) destinata prevalentemente alla fruizione del mondo accademico; la realizzazione di piattaforme informatiche in serie, collegate alla DL ma monotematiche e di più immediato accesso, per una divulgazione di massa; l’edificazione di un percorso museale multimediale ed esperienziale, un museo di narrazione intitolato Piccolo museo del diario, rivolto ai visitatori della fondazione e all’utenza turistica.

Apripista è il progetto Impronte digitali, avviato nel marzo 2013 e concluso nel febbraio 2016, realizzato in collaborazione con Fondazione TIM, Regione Toscana e la partecipazione del MiBACT,

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Piccolo museo del diario, Pieve Santo Stefano. I cassetti della memoria (foto: Luigi Burroni©)

che ha portato alla completa digitalizzazione del patrimonio documentario della Fondazione e alla realizzazione della DL per l’accesso ai documenti attraverso internet. Il patrimonio documentario dell’Archivio al momento dell’avvio di Impronte digitali era costituito da 6.500 unità archivistiche (nel frattempo se ne sono aggiunte quasi 1.000).

Apripista è il progetto Impronte digitali, avviato nel marzo 2013 e concluso nel febbraio 2016, realizzato in collaborazione con Fondazione TIM, Regione Toscana e la partecipazione del MiBACT, che ha portato alla completa digitalizzazione del patrimonio documentario della Fondazione e alla realizzazione della Digital Library per l’accesso ai documenti attraverso internet Il rilascio della DL è previsto entro la fine dell’anno 2016. La DL è stata concepita come un sistema aperto che possa interfacciarsi con piattaforme digitali tematiche come La Grande Guerra. I diari raccontano realizzata in collaborazione con il Gruppo L’Espresso e come quella intitolata La nostra guerra ’43-’45. I diari raccontano, dedicata alle testimonianze della Resistenza e della Liberazione, in corso di realizzazione e che sarà accessibile dall’inizio del 2017. Grazie a questo sistema l’Archivio potrà realizzare più piattaforme tematiche a seconda di ricorrenze, focus su argomenti di memoria, temi di attualità. Se da una parte, infatti, si vuole fornire una visione esaustiva del patrimonio digitale, dall’altra si è evidenziato che la fruizione dell’utenza necessita in alcuni casi di una mediazione. I modelli presentati agli utenti saranno

dunque due: il testo digitale nella sua integrità e gli estratti trascritti e ricercabili anche in formato testo che arricchiranno le varie piattaforme tematiche.

I benefici della realizzazione delle piattaforme tematiche, in termini di accesso al patrimonio archivistico, sono lampanti. La Grande Guerra. I diari raccontano ha fatto registrare 150.000 visite di utenti unici nel primo anno di vista, e in un anno i visitatori hanno aperto circa 1.000.000 di pagine. È difficile poter stimare in quanti mesi o anni un’istituzione pur affermata come l’Archivio avrebbe potuto convogliare altrettanti utenti disposti a recarsi fisicamente in sede, a impostare la propria ricerca, a richiedere e consultare le testimonianze. Inoltre dalla piattaforma sono nati altri strumenti di diffusione dei contenuti autobiografici e storiografici. Un numero imprecisato di scuole secondarie di primo e secondo grado hanno utilizzato lo strumento per delle letture collettive in classe, altrettanti studenti e studiosi hanno attinto dai materiali online per le loro pubblicazioni, e numerose altre piattaforme informatiche hanno utilizzato i contenuti sui portali di riferimento. Grazie alla accessibilità del database sono nati quattro spettacoli teatrali, uno dei quali intitolato Milite Ignoto, scritto e interpretato da Mario Perrotta, è arrivato in finale ai premi Ubu 2015. Almeno due mostre hanno utilizzato materiali per l’allestimento (La Grande Guerra, Arte Luoghi Propaganda del gruppo Intesa Sanpaolo e Dopo i cannoni il silenzio dell’Istituto del Nastro Azzurro) e altri progetti analoghi sono in corso di realizzazione. Sono anche stati girati documentari, uno dei quali intitolato Presente. Volti e voci dei ragazzi di Redipuglia per Rai Storia. Infine, seguendo le buone pratiche delle pubblicazioni digital first, il database La Grande Guerra. I diari raccontano ha generato la collana editoriale Cronache dal fronte, prodotta sempre in collaborazione con il Gruppo l’Espresso, stampata


La stanza di Vincenzo Rabito, Piccolo museo del diario, Pieve Santo Stefano (foto: Luigi Burroni©)

e distribuita in edicola, in allegato al settimanale l’Espresso, nel giugno del 2015.

La nascita del Piccolo museo del diario, museo di narrazione, multimediale ed esperienziale, ha rappresentato invece l’altra faccia della medaglia della strategia dell’Archivio nell’era digitale. Da una parte la Fondazione è andata incontro al mondo, offrendo in consultazione i propri contenuti inediti attraverso la DL e la rete, dall’altra ha dato vita a un polo di attrazione che ha incrementato esponenzialmente le visite e l’afflusso turistico presso la sua sede storica.

Il Piccolo museo del diario è nato dunque per raccontare la storia e l’epica dell’Archivio, delle testimonianze autobiografiche che esso contiene. È stato concepito con i criteri del museo di narrazione, un luogo in cui il visitatore viene chiamato ad assumere un ruolo attivo

Il Piccolo museo del diario è nato dunque per raccontare la storia e l’epica dell’Archivio, delle testimonianze autobiografiche che esso contiene. È stato concepito con i criteri del museo di narra-

zione, un luogo in cui il visitatore viene chiamato ad assumere un ruolo attivo e non passivo come è sempre avvenuto nella fruizione dei tradizionali musei di collezione-esposizione.

L’itinerario del Piccolo museo del diario, realizzato dallo studio di progettazione e design dotdotdot di Milano (www.dotdotdot.it) è in continua evoluzione. Oggi è articolato attraverso quattro ambienti: all’interno dei prime due, accessibili dalla sala consiliare del cinquecentesco Palazzo Pretorio di Pieve Santo Stefano, è stata collocata un’installazione artistica multiutente che permette ai visitatori di ascoltare, vedere e sfiorare alcune tra le storie più affascinanti scelte tra gli oltre settemila diari, memorie ed epistolari conservati in Archivio. I visitatori si avvicinano ad uno dei venti cassetti incastonati in una parete di legno artigianale che simboleggia gli infiniti scaffali della memoria, aprono il cassetto e ne contemplano il contenuto. Quindici schermi digitali e cinque diari originali permettono di scoprire delle storie che vengono contestualmente raccontate da alcune voci narranti. A completare l’impatto emozionale visivo e uditivo, il bisbiglìo di sottofondo dal quale si stagliano le parole dei protagonisti: è quel «fruscìo degli altri» che Tutino udiva levarsi dagli scaffali che andavano riempiendosi di diari, con il passare degli

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Il lenzuolo di Clelia Marchi. Piccolo museo del diario, Pieve Santo Stefano (foto: Luigi Burroni©)

anni e con l’incrementarsi del patrimonio autobiografico della fondazione. La terza sala del museo intitolata Terra Matta presenta un’installazione interattiva multimediale dedicata a Vincenzo Rabito, mentre la quarta ospita il Lenzuolo di Clelia Marchi, con il “diario” scritto dalla contadina di Poggio Rusco direttamente su un lenzuolo del proprio corredo, largo più di due metri. Oltre a osservare l’originale posto all’interno di una teca conservativa, da settembre 2016 i visitatori possono apprezzare l’exhibit interattivo multimediale progettato per reinterpretare il racconto della vita di Clelia attraverso una narrazione resa concreta da alcuni oggetti di vita contadina, sospesi nella stanza e “parlanti”, che sussurrano segreti e aneddoti della sua vita. Ogni oggetto, stampato in 3d (gli zoccoli, il secchio, la scopa, il rastrello etc.) all’avvicinarsi dei visitatori, si attiva per raccontare la parte della storia scritta sul lenzuolo contraddistinta dall’oggetto stesso. Per saperne di più. L’Archivio dei diari sulla rete

I diari di Otello Ferri (foto: Luigi Burroni©)

www.archiviodiari.org

Le principali pubblicazioni dell’Archivio su: www.attivalamemoria.it

La piattaforma prototipo sulla Prima Guerra Mondiale, è consultabile all’indirizzo espressonline.it/grandeguerra/ mentre è in corso di realizzazione una seconda piattaforma sulle testimonianze della Seconda guerra mondiale relative al periodo 1943-1945, che a partire da gennaio 2017 saranno consultabili all’indirizzo www.lanostraguerra.it Piccolo museo del diario: www.piccolomuseodeldiario.it


Riconoscere è ricordare

Strumenti e metodi per la valorizzazione della memoria Antonio Pugliano

La memoria individuale e quella sociale La memoria, negli individui, è la funzione della mente vocata all’acquisizione delle informazioni, al loro mantenimento e alla loro rievocazione in forma di ricordo, a partire Antonio Pugliano dall’esperienza psichica o sensoriale. Nelle comunità i ricordi individuali sono mediati dall’appartenenza a un contesto sociale e possono essere rievocati dalle interazioni con coloro che, partecipando del medesimo contesto, condividono analoghe esperienze. Il passaggio dalla memoria individuale alla memoria collettiva si giova della mediazione del linguaggio e di altre espressioni della cultura locale, nello spazio e nel tempo: il “trasmettitore” della cultura di una comunità è il suo ambiente di vita ed è fondamentale il ruolo delle componenti della società (le popolazioni e le loro strutture di governo) impegnate a ricevere, a fruire e a vivificare i dati culturali comuni, disseminandoli e assolvendo alla necessità di ricomporre le narrazioni di un passato condiviso. Si può ritenere, infatti, che detta necessità non sia riferibile solo a contesti museali circoscritti, ma che riguardi l’intero ambiente di vita, nel quale la funzione di presidio per la valorizzazione delle espressioni materiali che veicolano la memoria è assolta dalla pratica del restauro.

Memoria e restauro: conoscere per riconoscere La nota definizione brandiana di restauro indica l’esistenza di un approccio strutturato attraverso il quale individuare ciò che deve essere trasferito al futuro. L’atto di individuare consiste nel “riconoscere”, ma riconoscere implica aver conosciuto: non si può “ri-conoscere” ciò che è ignoto o dimenticato. Riconoscere, quindi, è un’azione analoga al ricordare: all’assistere al nuovo manifestarsi nella nostra coscienza di un’esperienza già compiuta, divenuta consueta e “tipica” e, per questo, rimasta

“impressa” in forma di memoria incline a essere rievocata. La tipicità dell’esperienza implica la permanenza del “senso”, la riproducibilità nella “percezione” e la condivisione di un significato. La conoscenza che presiede al riconoscimento dei dati reali, sperimentabili, quindi è tipologica. Essa è il prodotto dell’interpretazione critica della realtà, della quale tende a evidenziare gli elementi permanenti e ricorrenti, fino a comprenderne il pensiero generatore e la processualità formativa all’interno di un assetto comune. Tale conoscenza ha nella comunicazione un momento fondamentale: le sue forme di espressione anche materiale si basano sulla frequentazione di strutture consolidate di linguaggio che compongono campi associativi. La definizione di restauro include la sintesi delle esperienze precedenti in relazione al metodo per il “riconoscimento di valore”. Il metodo è storico-critico ed è finalizzato alla riattivazione e al mantenimento della condizione “normale” del monumento che si pone nella forma di una sintesi culturale propedeutica agli interventi tecnici. Il giudizio su cosa trasferire al futuro risulta dalla comparazione tra la fisionomia attesa, definita scientificamente, e lo stato attuale del monumento, una volta compreso il valore e il senso dell’opera da restaurare, e si guardi per questo all’attività scientifica, politica e persino didattica svolta da Giuseppe Fiorelli sul finire dell’Ottocento.

La memoria si costruisce Il metodo delineato da Fiorelli è stato recuperato da Paolo Marconi e applicato al riconoscimento del valore culturale veicolato dal “lessico costruttivo tipico” dell’architettura tradizionale (fig.1). Lo “stato normale” diviene il prodotto di un approfondito studio filologico dal quale emerge l’assetto più rappresentativo dell’eloquenza del monumento, anche in termini documentali. Diviene essenziale l’interpretazione in chiave evolutiva dei processi di formazione, trasformazione e decadimento di manufatti architettonici stratificati e delle loro componenti materiche che sono la cifra linguistica permanente dei diversi “paesaggi culturali” e delle loro mutazioni (fig.2). Il paesaggio, quindi, è inteso come l’espressione della sedimentazione culturale

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Studi storici e tipologici per la ricostruzione della memoria delle tecniche costruttive tradizionali. Ricerche archivistiche e campagne di rilievi tendono alla conoscenza della “regola dell’arte” antisismica la quale, benché efficiente, non è sopravvissuta alle architetture che a tutt’oggi la manifestano. Montefranco (Tr) i restauri di Pietro Ferrari all’edilizia cittadina danneggiata dagli eventi sismici del 1785-92. Posa in opera di catene di legno con testata metallica e bolzone per il contenimento di pareti convergenti in angolate. (A. Pugliano, ricerche svolte per il Comitato Rischio Sismico del Mibact, negli anni 1985-87 con la direzione di Amedeo Ballardini e Paolo Marconi)

e civile di una comunità, in una parola: della “memoria” del luogo. Il controllo delle fisiologiche mutazioni del territorio è nella pianificazione che dovrà concepire, proporre e sviluppare azioni fortemente lungimiranti, di carattere “adattativo”, «volte alla valorizzazione, al ripristino o alla creazione di paesaggi». La pianificazione, quindi, è la “causa produttiva e necessaria” all’evolvere di un contesto ambientale dalla condizione generica di territorio e ne “determina” la condizione peculiare di paesaggio (fig3).

Contro il paesaggio immemore. Il terremoto e le ricostruzioni, per concludere Il paesaggio, pertanto, compone l’ambito di esistenza del patrimonio, lo contiene e da quest’ultimo non può essere disgiunto nello svolgimento delle iniziative di restauro e di valorizzazione. Da questo punto di vista può essere utile riconsiderare esperienze disciplinari precedenti innescate dall’evolvere del concetto di valore storico da riconoscersi alle vestigia del passato in un senso compiuto affine all’attuale. Si pensi all’esperienza di restauro filo-

logico e di ambientazione delle permanenze antiche svolta nel comporre il “museo all’aria aperta della via Appia” durante il pontificato di Pio IX. Luigi Canina in quell’occasione svolse una fondamentale attività di documentazione e restauro sui frammenti antichi, evitando così la loro dispersione essendo il luogo parte di un sistema di mobilità territoriale e di produzione rurale vitale, straordinariamente eloquente, esteso e funzionale. Altro comportamento esemplare, in tempi successivi, fu svolto dagli archeologhi e architetti costruttori del paesaggio culturale di Ostia. Ivi, Guido Calza e Italo Gismondi sperimentarono un concetto interessante di restauro attento agli aspetti tecnici e interpretativi necessari alla conservazione dei frammenti archeologici attraverso la loro ricomposizione scientifica, funzionale proprio alla “messa in valore”. Il paesaggio può essere costruito attraverso selezionate mutazioni adattative e, pertanto, è il prodotto d’interventi di “conservazione attiva”, cioè di attività progettuali commisurate con le vocazioni culturali residenti. In contesti “viventi” tale orientamento operativo è attuale e fertile. Esso, infatti, supera


Il restauro per la valorizzazione. La definizione dello “stato normale” dell’organismo architettonico, antisismico, della Fontana Maggiore di Perugia ha guidato il progetto e la successiva realizzazione cantieristica degli interventi. L’opera restaurata evoca la concezione architettonica riconosciuta come peculiare alla fase storica che ha preceduto la lunga serie di manomissioni che ne avevano alterato l’assetto. (A. Pugliano, Il secondo restauro novecentesco della fontana Maggiore di Perugia, in «Ricerche di Storia dell’Arte» n. 65/98 Carocci, Roma pp. 65-102)

l’esercizio della tutela passiva, adatta ad ambiti di qualità ma inefficace nella valorizzazione di ambiti degradati, sottoutilizzati o vulnerati da catastrofi naturali. Queste ultime, sempre drammaticamente attuali, sono estremamente lesive delle testimonianze materiali e del tessuto sociale dei luoghi del territorio apponendo una intollerabile sordina alle espressioni della cultura residente. Ivi un’appropriata ricostruzione dei tessuti edilizi e, insieme, dei tessuti sociali e culturali non può che essere fondata sulla consapevolezza storica ed essere attuata con metodi filologici. Si tratta cioè di operare il corretto bilanciamento tra la sicurezza e le istanze della conservazione della memoria, con i suoi valori materiali e immateriali, affinché, anche in sede di innovazione formale e tecnica, la ricerca di una dimensione adattativa sia uno dei connotati culturali salienti. Tale consapevolezza e la metodica che ne deriva, non s’improvvisano ma vanno costruite nel tempo a partire da appropriate forme di didattica e di ricerca applicata per le quali l’università deve tendere a svolgere un ruolo fondamentale.

La pianificazione del paesaggio culturale dell’area metropolitana di Roma. Master Plan per la valorizzazione del suburbio sud occidentale lungo il Tevere, sino alla costa con le importanti presenze archeologiche di Ostia e Portus. (Ricerca ed elaborazione digitale in ambiente GIS di Simone Diaz per Mibact-SSBAR e Università Roma Tre, Programma di Azioni integrate di ricerca e formazione per la valorizzazione del sito archeologico di Ostia e Portus. Convenzione Quadro per attività di ricerca scientifica e progettuale, anni 20102013. Responsabili scientifici: Angelo Pellegrino, MibactSSBAR; Antonio Pugliano, Università Roma Tre)

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Dopo il terremoto Dove e come ricostruire? Michele Zampilli

Di fronte alla distruzione di interi nuclei urbani causata dal terremoto che ha colpito l’appennino centrale il 24 agosto e nei mesi successivi, il dibattito sulla ricostruzione vede come sempre confrontarsi e scontrarsi posiMichele Zampilli zioni opposte: ricostruire nello stesso luogo o delocalizzare? Lasciare il segno del disastro a memoria futura cogliendo l’occasione dell’evento traumatico per proporre nuove forme urbane adeguate alle mutate condizioni sociali e ai nuovi modi dell’abitare, oppure elaborare il lutto cercando di tornare alla normalità dei luoghi consueti facendo propri i principi del com’era e dov’era? Affermazione quest’ultima condivisa da tutti, o quasi, seppur si sentano voci anche autorevoli di perplessità in considerazione dell’entità dei danni procurati dal sisma, dell’insicurezza geologica delle zone colpite, dell’insicurezza del costruito storico sia a scala urbana che edilizia, dello spopolamento di quelle aree montane già avvenuto da molti decenni, e dell’attuale avvenuta “deportazione” delle popolazioni ancora residenti senza una prospettiva di ritorno in tempi brevi. È molto probabile che, volendo coinvolgere nel processo decisionale i diretti interessati, le popolazioni colpite, soprattutto nell’immediatezza dell’evento le scelte sulla ricostruzione ricadrebbero in gran parte dei casi sul ripristino dello stato precedente al disastro. È talmente forte il bisogno di tornare a vivere in quei luoghi carichi di ricordi e di memoria, e non solo conservandola attraverso tutte le tecniche virtuali che oggi sono disponibili, che ogni altra possibilità appare impraticabile. Vengono alla mente due casi emblematici: il terremoto del Belice del 1968 e quello del Friuli del 1976. Nel primo caso i paesi colpiti e distrutti vennero tutti delocalizzati e ricostruiti con un disegno urba-

nistico e una tipologia edilizia completamente rinnovati. Rivangare le motivazioni politiche ed economiche di questa operazione, che a mio parere si è rivelata fallimentare, è inutile in questo contesto ma vale la pena ricordare che, a distanza di oltre quarant’anni dall’evento, la cittadinanza di Campo Reale, uno dei paesi ricostruiti in altro sito, ha deciso con consenso unanime di ripristinare il paese antico.

La vicenda di Venzone rimane tra i più significativi esempi del ritorno al com’era e dov’era di un intero nucleo urbano all’interno del quale la ricomposizione testuale della Cattedrale di San Paolo Apostolo, per opera di Francesco Doglioni, è ancora oggi un caso da portare ad esempio: la chiesa conserva senza occultarli gli effetti del sisma sulle murature ancora in piedi (deformazioni, fuori-piombo etc.)

L’altro caso è quello del centro storico di Venzone, in Friuli, distrutto dal terremoto del ’76. In questa circostanza i residenti, di fronte ad un progetto calato dall’alto di ricostruzione nello stesso luogo ma con strutture prefabbricate in cemento armato molto standardizzate, si oppose ferocemente a questa soluzione richiedendo, e ottenendo, che il centro storico fosse ricostruito esattamente come era prima. La vicenda di Venzone rimane tra i più significativi esempi del ritorno al com’era e dov’era di un intero nucleo urbano all’interno del quale la ricomposizione testuale della Cattedrale di San Paolo Apostolo, per opera di Francesco Doglioni, è ancora oggi un caso da portare ad esempio. Conseguente ad un meditato ed approfondito progetto culturale e scientifico, attraverso il quale fu prevista la quasi integrale ricollocazione dei materiali lapidei superstiti sulla base della documentazione grafica dello stato antecedente e di una puntuale lettura dei singoli conci di pietra riassegnando a ciascuno la propria posizione originaria, la chiesa conserva senza occultarli gli effetti del sisma sulle murature ancora in piedi (deformazioni, fuori-piombo etc.) ma si evitò di rimarcare eccessivamente le distin-


Alla prima domanda si può rispondere che vi sono rovine e rovine. In taluni casi, come ad esempio la cattedrale di Coventry o la Kaiser-WilhelmGedächtniskirche di Berlino, i relitti conservavano ancora ampi brani delle antiche strutture e l’avervi costruito a fianco nuove chiese, in un contesto urbano già ampiamente trasformato, dava il senso più di altre soluzioni possibili della permanenza del passato, del monito della distruzione, e della rinascita. Ma nel caso del campanile di Venezia (crollato per difetti costruttivi e non per una catastrofe naturale) avrebbe avuto senso lasciare un cumulo di Poggioreale (TP). In alto a sinistra: il paese agli inizi del Novecento. In alto a destra: il macerie in piazza San Marco? paese oggi dopo la distruzione del terremoto del 1968. In basso: il paese come tornerà ad La torre campanaria non anessere (progetto di L.O. Di Zio) dava ricostruita per ricomporre un ambiente e uno zioni tra quanto ricostruito e quanto superstite dello skyline urbano trai i più celebri che esistano? stato anteriore con l’obiettivo di restituire la chiesa E la basilica di San Benedetto di Norcia, recentealla sua comunità e al mondo intero il più possibile mente devastata dal sisma, non merita di essere susimile a quella dello stato anteriore al disastro. bito ricostruita nelle sue pristine sembianze per il A nostro parere quella della ricostruzione nello valore religioso, civile, architettonico e ambientale stesso sito e con le stesse forme è la strada maestra, che rappresenta non solo per gli abitanti di Norcia beninteso quando le condizioni geologiche lo cono i monaci benedettini, ma per l’umanità intera? sentono, anche in vista del recupero demografico A maggior ragione ciò vale per un tessuto edilizio, ed economico di quelle aree interne che rimane un il cui valore non risiede nel singolo frammento diobiettivo strategico di tutta la comunità nazionale, strutto bensì nell’insieme urbano che è più ampio a prescindere e nonostante il terremoto. della somma dei valori dei singoli elementi che lo Dal punto di vista disciplinare, cioè quello del recompongono. E quindi alcuni episodi ritenuti stauro, e non solo architettonico ma anche urbano “falsi”, dal solo punto di vista materiale, possono (che sono la stessa cosa), si deve dare qualche riessere necessari per affermare una “verità” più sposta a dubbi e perplessità che suscitano tutte le grande che è quella del significato di quel particooperazioni di ripristino dello stato ante disastro. lare luogo urbano. 1. Le rovine non fanno parte della storia di un luogo e perciò stesso non meritano rispetto Nel rispondere alla seconda domanda si dovrà tecome tali? nere in considerazione tutto quanto descrive lo 2. Ove si opti per una ricostruzione integrale e fistato dei luoghi prima del disastro: rilievi, viste stolologica è legittimo e opportuno selezionare alriche e fotografie, documenti d’archivio etc.; ma, cune fasi storiche a scapito di altre cancellando soprattutto, quanto ancora rimane: le tracce delmomenti del divenire urbano giudicati meno l’impianto fondiario e delle cellule murarie attestati degni di essere tramandati nel tempo? sia dalla strutture di fondazione che dalle mappe 3. Come ricostruire, con quali tecniche e quali tipi catastali antiche e moderne. edilizi per assicurare da un lato la sicurezza in ocSe l’obiettivo primario è quello della conservazione casioni di futuri eventi sismici e dall’altro la condel significato di un luogo, è evidente che non poservazione e la restituzione dell’identità del luogo? tranno essere ammessi interventi che modifichino

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l’assetto viario e fondiario preesistente in quanto documento ancora permanente, riconoscibile, e preziosissimo, per essere la testimonianza più autentica della prima strutturazione antropica. L’impianto fondiario reca con sé tipi edilizi di prima edificazione compatibili con tale impianto, che vanno evolvendosi nel tempo secondo regole relativamente comuni: accorpamenti, sopraelevazioni, ri-modellazioni per adeguarli alle mutate esigenze funzionali o anche formali. Questo processo, lento di secoli, ha avuto una rapida evoluzione soprattutto negli ultimi decenni con sopraelevazioni eccessive, ristrutturazioni inadeguate etc. le quali, peraltro, sono spesso una delle cause principali dei crolli. Quanto andrà ricostruito deve essere coerente con la storia edilizia del luogo, quella della lunga durata, evoluta lentamente senza brusche interruzioni o repentine impennate, rispettando i caratteri architettonici tipologici e costruttivi maturanti con l’esperienza collettiva durante questo lungo processo. Non ne risulterà una copia del costruito precedente, impossibile da replicare e neanche utile a volte, bensì un tessuto analogo, in grado di dialogare senza incomprensioni con l’intorno. Un tessuto urbano che, per come è riprodotto, avrebbe potuto esserci sempre stato e comunque non potrebbe che stare in quel particolare luogo.

Come ricostruire? È evidente che nella ricostruzione andranno contemperate le due esigenze primarie: realizzare edifici in grado di offrire una adeguata sicurezza sismica ed efficienza energetica e, nello stesso tempo, conservare i caratteri identitari del luogo senza snaturarli con tipologie edilizie e costruttive estranee alla cultura edilizia locale. Difficile da attuarsi ma non impossibile. Servirà un grande impegno intellettuale e partecipativo e non dovranno essere disperse le esperienze precedenti, anche quelle risalenti ad epoche distanti dalla nostra. A solo titolo di esempio, a conclusione di questo breve intervento, dopo il terremoto del 1783 della Calabria meridionale, il governo borbonico sperimentò la costruzione di una casa antisismica, la cosiddetta “casa baraccata” costituita da una struttura mista legno-muratura che ha risposto efficacemente ai terremoti degli anni successivi. Questo tipo costruttivo, ma non solo questo beninteso, si adatterebbe molto bene alla tradizione dell’appennino centrale e, se attualizzato e testato in laboratorio su prototipi, potrebbe risultare un interessante modello per una ricostruzione compatibile con tutte le esigenze, non ultima quella di restituire serenità e tranquillità alle persone che vi potrebbero tornare ad abitare, come tutti auspichiamo.

Venzone (UD). La Cattedrale ricostruita dopo il terremoto del 1976 (F. Doglioni ed altri 1976-95)


Lutto individuale e lutto collettivo Processi di ritualizzazione e di rielaborazione della memoria David Meghnagi

«Solo per l’umanità redenta il passato è citabile in ognuno dei suoi momenti» W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia

Nel dialogo tra le generazioni il lutto è un momento importante di riconDavid Meghnagi ciliazione e di ricostruzione. Possiamo separarci non solo come sostiene Freud, perché lasciamo morire la persona amata per poter vivere noi. Possiamo separarci, perché ad altri livelli ci riconciliamo con la persona perduta, facendola rivivere dentro, proiettandone il ricordo nella vita quotidiana e nel futuro dei nostri figli. Recuperando il passato, redimendo le ferite aperte, apriamo una porta sul futuro.

Di fronte alla perdita di una persona cara, viviamo, agiamo e ci comportiamo in una prima fase come se fossimo noi stessi appartenenti al mondo dei morti, siamo ripiegati su noi stessi, abbiamo bisogno di stare soli o in compagnia di persone, cui siamo legati da profondi affetti, i famigliari e i parenti stretti. I rituali elaborati da ogni cultura sono ricchi di indicazioni per segnalare agli altri questo nostro stato, per chiedere e ricevere aiuto. Tra gli ebrei è d’uso non radersi la barba per un intero mese se la perdita coinvolge i genitori, la moglie, il marito o i figli. Nello prima settimana del lutto, si è esentatati anche dalla preghiera quotidiana. L’unico obbligo è leggere il Kaddish, la preghiera dei morti. In una situazione normale la vita, dopo un certo periodo, riprende il suo corso. La persona ritrova in sé le energie per tornare a vivere. Appunto in una situazione normale. Per normalità intendo la presenza protettiva del gruppo famigliare, e della cerchia più ampia degli amici, i parenti, i colleghi di lavoro.

Nel lutto individuale, quando la situazione lo permette, facciamo rivivere al nostro interno le per-

sone che non ci sono più. L’elaborazione del lutto è possibile non solo come sostiene Freud, perché a un certo livello, l’Io sceglie di vivere e lascia morire la persona amata, ma anche perché ad altri livelli la persona amata che non c’è più, torna a vivere dentro di noi.

Nel lutto individuale, quando la situazione lo permette, facciamo rivivere al nostro interno le persone che non ci sono più. L’elaborazione del lutto è possibile non solo come sostiene Freud, perché a un certo livello, l’Io sceglie di vivere e lascia morire la persona amata, ma anche perché ad altri livelli la persona amata che non c’è più, torna a vivere dentro di noi

«Il lutto - scrive Freud - è invariabilmente la reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto, la patria ad esempio, o la libertà, o un ideale o così via [...]. Orbene, in cosa consiste il lavoro svolto dal lutto? Non credo di forzare le cose se lo descrivo nel modo seguente: l’esame di realtà ha dimostrato che l’oggetto amato non c’è più e comincia a esigere che tutta la libido sia ritirata da ciò che è connesso con tale oggetto. Contro tale richiesta si leva un’avversione ben comprensibile [...] gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica, neppure quando dispongono già di un sostituto che li inviti a farlo. Questa avversione può essere talmente intensa da sfociare in un estraniamento dalla realtà e in una pertinace adesione all’oggetto, consentita dall’instaurarsi di una psicosi allucinatoria di desiderio». S. Freud (1915), Lutto e melanconia, in OSF, vol. VIII, pp. 103-104.

La rinascita dentro di noi della persona amata perduta, è l’elemento positivo, che rende possibile la ricostruzione positiva dell’esistenza. Questo è quanto accade generalmente nel lutto normale. Quando non ce la facciamo, ci accusiamo di colpe immaginarie o reali, secondo una logica tipica del processo primario, amplificandole nella nostra onnipotenza; diventiamo responsabili di tutto e dob-

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biamo perciò espiare per tutto sino alla morte. È il caso della melanconia. Oppure per difenderci da tale pericolo, cerchiamo rifugio nel diniego più assoluto, vivendo una vita non nostra, avvolgendo di normalità quel che non è più, trasferendo sulle generazioni che vengono dopo il peso dei conflitti irrisolti e il fardello di colpa opprimente. La vita di chi viene dopo diventa in questi dolorosi casi una continua interrogazione alla Sfinge. I figli sono costretti a diventare adulti prima del tempo, devono fare da genitori ai loro genitori per non andare a pezzi loro stessi.

Nel lutto individuale la funzione di mediazione tra le diverse istanze psichiche è svolta dall’Io. È l’Io a fare i conti con il fardello di colpa inconscio, a mettere in atto i meccanismi di difesa e di rielaborazione. Nei processi collettivi l’azione dell’Io si intreccia con quella dei movimenti politici, culturali e sociali e l’elaborazione individuale con quella collettiva. Il discorso cambia quando il lutto colpisce in modo estremo una collettività intera. Venendo meno il sostegno diretto del gruppo di riferimento, l’elaborazione del lutto richiede uno sforzo ulteriore, perché ci si ritrova ancor più soli.

Il suicidio di molti testimoni della tragedia dello sterminio, molti anni dopo che avevano ritrovato la libertà, non è un fatto casuale. Per sopravvivere bisognava dimenticare, non pensare a quel che era accaduto, evitare di voltarsi per guardare il passato, conservare l’apparente normalità dei gesti, continuare a vivere come se tutto fosse come prima, anche se nulla poteva essere più come prima.

Per i giovani è più facile, la vita è proiettata sul futuro, il sentimento della perdita può essere rimosso salvo riemergere molti anni dopo. Per gli anziani è più difficile, soprattutto se a essere interamente colpite sono le ragioni dell’esistenza e la speranza di un diverso per i figli. Lasciarsi morire, o peggio, suicidarsi è una tentazione molto forte, può essere una forma estrema di manifestazione del sentimento di umiliazione e di dignità offesa.

Il percorso del lutto individuale passa in questi casi

per quello collettivo. Il primo rimanda al secondo in un intreccio di domande irrisolte che assumono il carattere di un’ossessione: «Perché a me e non ad altri? Come impedire che tutto questo si ripeta?»

Di fronte a un lutto estremo che coinvolge la collettività intera, anche la visione religiosa del mondo appare profondamente intaccata: «Perché Dio ha permesso questo? Dov’era Dio nel momento della solitudine più estrema?». Non a tutti è dato poter rispondere che Dio era presente con le vittime che soffrivano, nel muto urlo di chi moriva solo e abbandonato, nel grido disperato «Io sono l’ultimo!», oggetto di meditazioni diverse e convergenti, da chi, come Levi, Bettelheim, Amery e Celan, hanno affrontato il problema da posizioni laiche, e da chi come Jonas, Frankl, Wiesel, lo hanno fatto tornando a interrogare i testi della tradizione.

Per far fronte al crollo di un intero mondo dopo la cacciata dalla Spagna, la Qabbalah sottopose il testo biblico e la tradizione orale ad una forte tensione, facendo sprigionare dalle Scritture significati nuovi in grado di dare un senso alla tragedia delle espulsioni. Nella prospettiva della Qabbalah, la sofferenza di Israele era parte di una sofferenza cosmica che coinvolgeva la Shechinah, il grembo divino, il suo essere madre di ogni creatura

Se nei processi di elaborazione normale del lutto riprendiamo a vivere riconciliandoci con la persona perduta. Nella melanconia, come ha sottolineato Freud, il lutto diventa senza fine e proietta le sue ombre sul futuro intero. È questa la situazione che rischia di crearsi quando il lutto investe un’intera collettività, quando la distruzione violenta colpisce un intero gruppo. Per uscire dal lutto bisogna dare un significato al futuro. Ma come si può dare significato al futuro se la possibilità di un futuro è stata per sempre recisa?


smica che coinvolgeva la Shechinah, il grembo divino, il suo essere madre di ogni creatura. L’ebreo chiuso nel suo ghetto, e con lui ogni altro essere, poteva assolvere alla funzione di liberare le scintille divine rimaste intrappolate nel cosmo dopo la rottura dei Vasi Divini.

Il diniego di fronte ad una grande catastrofe storica, può scegliere due strade opposte: relativizzare e minimizzare, amplificare altri eventi correlati al fine di svuotare la portata dirompente della catastrofe sul pensiero e sulla teoria, lasciando con ciò che tutto resti come prima. Non potendo negare la realtà, si opta per il diniego interpretativo. Procedendo per questa strada si può anche arrivare a rendere responsabili di una colpa coloro che vogliono ricordare, rendendoli responsabili per il fatto che il passato non passi, accusandoli di poggiare sul ricordo una presunta rendita di posizione.

Per far fronte al crollo di un intero mondo dopo la cacciata dalla Spagna, la Qabbalah sottopose il testo biblico e la tradizione orale ad una forte tensione, facendo sprigionare dalle Scritture significati nuovi in grado di dare un senso alla tragedia delle espulsioni. La lacerazione del corpo di Israele, il suo dolore, la frammentazione e la dispersione fra le genti erano il simbolo di un processo che si svolgeva nel mondo del Pleroma. In questa possente concezione la sofferenza di Israele, le sue aspirazioni e sogni di redenzione erano parte di un processo che coinvolgeva l’intero mondo animale e vegetale. Nella prospettiva della Qabbalah, la sofferenza di Israele era parte di una sofferenza co-

Una teoria che non fa il lutto si satura diventando inutilizzabile. Il lutto lo fanno le persone e la società, ma sotto certi aspetti lo fanno anche le teorie. Le teorie subiscono l’influenza dei processi di elaborazione del lutto, di ritualizzazione e di rielaborazione della memoria. La discussione sul passato è anche la maschera con cui si guarda al presente e si progetta il futuro. La memoria è un terreno di scontro che non riguarda unicamente il passato, ma il futuro. Lo scontro sulla memoria riguarda la capacità di fare tesoro dell’esperienza del passato, l’idea che abbiamo della società, il futuro che vogliamo darci.

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Le due memorie

Quando la storia si fa architettura Raynaldo Perugini

«La culture est ce qui demeure dans l’homme quand il a tout oublié». Questa affermazione, sulla cui paternità si è molto discusso ma che viene generalmente attribuita a Ėdouard Herriot, coincide con una citazione di GaeRaynaldo Perugini tano Salvemini che in un suo scritto del 1908 intitolato Che cosa è la cultura scrive: «La cultura è ciò che resta in noi dopo che abbiamo dimenticato tutto» - che Giuseppe Perugini, autore del Memorial delle Fosse Ardeatine, era solito ricordare.

Ed è interessante osservare due cose: quanto questa frase chiami in causa l’idea di memoria e come il termine stesso di memorial sia sempre stato preferito dallo stesso architetto, parlando della sua opera, al meno adatto mausoleo, più volte usato invece dalla critica ma che richiama immagini meno sintetiche e più retrive.

Del resto la memoria è un ambito dalle molte sfaccettature. Come non aver presente quell’ars memorativa cara ai retori dell’antichità classica che permetteva loro di richiamare alla mente le varie parti del discorso che dovevano tenere ritornando con la mente al percorso fatto e associando i diversi concetti agli edifici e alle immagini che avevano incontrato? Un’arte che nel Rinascimento doveva assumere dei caratteri sempre più legati ad aspetti simbolici ed esoterici ma anche spiccatamente architettonici così come ho avuto modo di esporre nel mio libro intitolato La memoria creativa.

I cosiddetti loci mnemonici, totalmente immaginari, dovevano essere concepiti come una sorta di stanza non troppo grande, non troppo buia ma nemmeno troppo illuminata all’interno della quale dovevano essere poste delle immagini – dette imagines agentes – rappresentanti quegli argomenti che si intendeva memorizzare.

A questo metodo iniziale si sovrapporranno poi nel corso del tempo tutta una serie di ulteriori precisazioni, anche talvolta a carattere religioso, spesso legate alle concezioni dell’epoca. Tant’è vero che un sistema mnemonico rinascimentale poteva infatti prevedere la capacità di creare con la mente una sorta di meta-edificio – come “un palazzo con molte stanze” secondo alcuni manuali – da “arredare” con immagini simboliche che dovevano soprattutto suscitare nel fruitore quella “sintonia cosmica” caratteristica degli ideali filosofici del momento. E i cosiddetti studioli – da quello di Francesco I de’ Medici a quello di Federico da Montefeltro – ne sono una espressione tangibile. Peraltro va notato che l’immagine della cellula mnemonica proposta da Romberch nel suo Congestorium artificiosae memoriae, pubblicato a Venezia nel 1583 somiglia moltissimo al ben noto Modulor di Le Corbusier. Del resto memoria e architettura, nel corso del tempo, vengono frequentemente a contatto, e questo vale anche e soprattutto per i rapporti che le legano con la storia.

I cosiddetti loci mnemonici, totalmente immaginari, dovevano essere concepiti come una sorta di stanza non troppo grande, non troppo buia ma nemmeno troppo illuminata all’interno della quale dovevano essere poste delle immagini – dette imagines agentes – rappresentanti quegli argomenti che si intendeva memorizzare

Se immaginiamo infatti quanto cultura e civiltà siano connesse tra loro e quanto a loro volta debbano alla storia ci troviamo di fronte a uno stato di cose nel quale alla memoria di quello che precede – e quindi a una serie di eventi – si affianca, specialmente nel campo dell’architettura, il progressivo mutamento – o meglio la costante evoluzione – del linguaggio. Di un linguaggio applicato a una serie di interventi, anche talvolta legati a fattori contingenti che esulano dalla poetica architettonica dei singoli autori, che vengono risolti


Confronto tra il locus mnemonico di Romberch e il Modulor di Le Corbusier

mediante l’applicazione o meglio la riapplicazione di soluzioni mutuate dal passato. Ed è proprio dalla lezione della storia, dall’apprendimento e quindi dal ricordo di quello che viene prima nel campo della tecnica e dell’arte che nasce la consapevolezza di una metodologia corretta, di una visione architettonica originale. Spesso, parlando ai miei studenti, faccio presente quanto la presa di coscienza di come gli architetti del passato abbiano affrontato e risolto i problemi che gli si sono presentati di volta in volta nel corso della loro vita progettuale possa essere utile anche allo stato attuale. La storia dell’architettura, per noi architetti di oggi, a differenza dell’idea rinascimentale di “repertorio operoso” dal quale attingere elementi e stilemi è piuttosto una sequenza di situazioni, una lezione attiva che può influire positivamente sull’oggetto costruito. Del resto i maestri del Movimento Moderno – così come lo stesso Giuseppe Perugini – pur avendo studiato “all’antica” hanno saputo sintetizzare il linguaggio classico traendone quelle indicazioni e quei messaggi senza tempo che potevano essere riapplicati attualizzandoli. Come si colloca il Memorial delle Fosse Ardeatine in questo contesto? In un saggio di qualche anno fa l’ho definito «un evento di pietra». Oggi penso che forse un tratto interessante sia quello che vede convergere su questa opera due memorie. Una memoria storica che riguarda l’evento dell’eccidio e una memoria architettonica che si riferisce agli accorgimenti adottati, che vengono da uno studio

attento delle tecniche del passato. Giuseppe Perugini arriva a sedici anni dall’Argentina per studiare arte e più precisamente con l’intenzione di fare lo scultore. Ma un incidente al braccio destro lo costringe a dirottare la sua creatività nel campo dell’architettura senza però precludergli la possibilità di perpetuare la sua passione per la forma plastica e consentendogli di creare delle sculture a scala urbana quali sono le sue opere. Accanto a questo potenziale creativo si propone però la sua contemporanea passione per la conoscenza storica. Una storia però che viene costantemente applicata, sia volutamente sia come semplice ricordo, come memoria. Se si osserva nel dettaglio il Memorial – che Bruno Zevi paragonava a un moderno dolmen – si riconosce come già nei materiali, ma soprattutto nel linguaggio e nell’adozione di alcuni particolari accorgimenti, questa cultura storica, questa memoria dell’architettura del passato, sia stato uno dei fili conduttori. Prima di tutto la posizione di scorcio della lastra che ripropone l’orientamento “anticlassico” del Partenone rispetto a chi gli si avvicina venendo dal piazzale, poi l’inclinazione della stessa e la centina interna della copertura – che si possono riscontrare dai disegni di progetto –, accorgimenti questi di carattere percettivo, “antichi”, destinati l’uno a mantenere l’orizzontalità visiva e l’altro a evitare il senso di schiacciamento che una soluzione perfettamente stereometrica avrebbe potuto generare. Né manca un riferimento alle tecniche murarie arcaiche nella scelta del materiale

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che fronteggia i sarcofagi. Però, se si riflette su questa doppia espressione del concetto di memoria appare evidente come la loro sovrapposizione all’interno di un’opera sia comunque presente nella grande architettura. Un oggetto architettonico in quanto tale ha un messaggio da trasmettere e se, soprattutto nell’architettura monumentale, celebrativa o religiosa, questo si riferisce a un evento, a un fatto preciso, a un miracolo, alla scoperta di una sacra immagine, le scelte Schizzo autografo di Giuseppe Perugini con la spiegazione delle soluzioni adottate. Si noti che Giuseppe Perugini considerava “anticlassica” la visione di scorcio – come si compositive e di linguaggio dall’autore può vedere in questa immagine – in quanto contestazione della visione frontale tradi- adottate zionalmente simmetrica e quindi più statica sottintendono generalmente il desiderio di recuperare, traendoli dalla propria conoscenza del passato – anche attualizzata –, i valori simbolici e del muro di recinzione. Così come l’idea del “taglio culturali necessari alla sua realizzazione. di luce” che mantiene “sospesa” la lastra potrebbe Quando Adolf Loos scrive «se in un bosco essere messo in relazione con la sequenza di finestre troviamo un tumulo (...) e qualcosa ci dice dentro tipica dell’architettura bizantina che faceva “volare” di noi qui è sepolto un uomo. Questa è architettura» le volte. fa riferimento alla prima memoria, quella Ma se le correzioni ottiche in questo caso sono dell’evento, ma quando in un altro suo scritto volute tutte le altre osservazioni che ho esposto troviamo «il Grande Architetto del futuro sarà un provengono più dalla memoria, dalla cultura Classico” perché tutti “siamo classici nel pensiero architettonica dell’autore, che dalla volontà di una e nell’animo» è chiamata in causa la lezione del consapevole riapplicazione. passato interpretata con raziocinio e sentimento. Va detto che anche l’altra memoria, quella Quell’animo et mente di cui parla Leon Battista dell’evento storico, si fa a sua volta architettura Alberti, quella visione completa che è alla base quando guida il visitatore all’interno delle cave in dell’atto creativo che trasforma la staticità del Bello un percorso, volutamente parte dell’idea nel dinamismo del Sublime, del "Bello ribelle", complessiva, che ripropone le sensazioni delle dove le sensazioni vengono a congiungersi come vittime prima della loro esecuzione. Il visitatore nel Memorial delle Fosse Ardeatine dove il parte infatti dal piazzale, segue il buio delle grotte confronto con la sua Architettura è al tempo stesso fino al luogo dell’eccidio e conclude il suo viaggio emozione e consapevolezza di un linguaggio che nella memoria confrontandosi con i martiri, trasforma un evento in un oggetto da consegnare uscendo nella loro sepoltura comune e quindi alla storia. “guardandoli negli occhi” da quella sorta di palco

Memorial delle Fosse Ardeatine - Sezione longitudinale (disegno originale conservato nell’Archivio dello Studio Perugini)


«Poi compare Testaccio, in quella luce di miele» Archivio Urbano Testaccio_AUT: la memoria dei luoghi Francesca Romana Stabile

«Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma Francesca Romana Stabile so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato». Italo Calvino, Le città e la memoria, in Le città invisibili, Torino 1972, p. 18

Le evocative parole di Calvino invitano a riflettere sullo stretto rapporto tra le città e la memoria, un rapporto ricco e complesso che accompagna l’evoluzione del nostro territorio. Ricostruire, conservare e trasmettere l’eredità culturale dei luoghi costituisce ormai un obiettivo condiviso da istituzioni, associazioni, comitati cittadini, operatori culturali etc. Ognuno, a diverso titolo e nelle rispettive discipline, si confronta con la memoria, individuale e collettiva, che segna gli spazi urbani stratificati, modellati sull’intero spessore della cultura dei gruppi sociali. Ragionare sul confronto città-memoria costituisce, inoltre, la necessaria premessa per la conoscenza e l’interpretazione del patrimonio urbano, al fine di sostenerne una tutela attiva e partecipata. In tal senso è stato pensato l’Archivio Urbano Testaccio _ AUT (che coordino), ideato per promuovere e sviluppare lo studio sulla struttura urbana e architettonica di Testaccio. Un progetto nato da una ricerca del Dipartimento di Architettura, Progetto Mattatoio: ricerche e azioni verso la creazione del Centro Documentazione Sistema Mattatoio Testaccio e del laboratorio strumentale (MOtO – Mattatoio One To One), responsabile Francesco Careri, e sostenuto da Elisabetta Pallottino che, nel 2013, come neo-direttore del Dipartimento di Architettura, ha voluto istituire un centro

di documentazione e ricerca sul territorio dell’ex Mattatoio di Testaccio, dove ha sede il dipartimento. L’attività di AUT, patrocinata dal Comune di Roma, nel tempo, si è arricchita del fondamentale contributo di Laura Farroni (responsabile della sezione Rappresentazione, che da anni studia la storia dell’ex Mattatoio) e si è accompagnata alla creazione di una sezione della Biblioteca di area delle arti – Architettura, contenente libri, articoli, informazioni digitali, raccolti e catalogati grazie al prezioso lavoro di Silvia Ruffini (direttrice della biblioteca), Laura Cavaliere e Maria Lopez. Tra le acquisizioni più importanti la pubblicazione di Gioacchino Ersoch, Roma - Il Mattatoio e Mercato del bestiame costruiti dal Comune negli anni 18881891, Roma 1891 e il volume di Domenico Orano, Come vive il popolo a Roma: saggio demografico sul quartiere Testaccio, Pescara 1912.

Ragionare sul confronto città-memoria costituisce, inoltre, la necessaria premessa per la conoscenza e l’interpretazione del patrimonio urbano, al fine di sostenerne una tutela attiva e partecipata. In tal senso è stato pensato l’Archivio Urbano Testaccio _ AUT, ideato per promuovere e sviluppare lo studio sulla struttura urbana e architettonica di Testaccio

La prospettiva di questo Archivio, come detto, è quella di selezionare il materiale documentario, le ricostruzioni digitali, le tracce audiovisive sulla storia urbana ed edilizia del quartiere. Una prima sistematizzazione del materiale raccolto è accessibile dal sito web: aut.uniroma3.it (a cui hanno lavorato Silvia Rinalduzzi e Ivan Guiducci) dove, alla voce Catalogo, è possibile consultare una serie di immagini che permettono di ripercorrere l’evoluzione dell’area. I documenti del Catalogo sono stati divisi in due sezioni: una dedicata a Testaccio, a cura di chi scrive, con una serie di schede che descrivono il territorio, dalle preesistenze archeologiche alla definizione del quartiere operaio; l’altra al Mattatoio e al Campo Boario, a cura di Laura Farroni,

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rie. Ripercorrere uno dei luoghi più significativi della Roma di Pasolini ha permesso di conoscere, e riconoscere, la forma di una città che continua a cambiare volto e anima. Una città che rimane ancora capace di dare forza attraverso ciò che di vitale resiste nel suo paesaggio urbano e sociale. Questa iniziativa, così, ha portato gli studenti a elaborare un lavoro fotografico su un quartiere che costituisce un patrimonio urbano tra i più Roma, Cimitero acattolico. Questa e le altre fotografie che illustrano l’articolo sono state rappresentativi della città, realizzate da Luigi Porzia, studente del Dipartimento di Architettura, che ha partecipato all’iniziativa TESTACCIO - percorsi fotografici attraverso le tracce di Pasolini, a cura di Fran- dove le tracce della storia convivono con il tessuto cesca Romana Stabile. del quartiere operaio; le con schede sui progetti di Ersoch e sulle campagne preesistenze archeologiche si confrontano con le di rilievo e restituzione virtuale del Mattatoio. Il aree industriali dismesse; gli spazi pubblici si alterCatalogo sarà aggiornato periodicamente per connano a quelli privati; frammenti di periferia romana sentirne la divulgazione e la condivisione con altri preesistono ai recenti interventi di rigenerazione urutenti, dalle scuole, alle istituzioni che si occupano bana. Inoltre, l’esplorazione di un territorio ricco di ricerca nel campo della cultura del patrimonio. di riferimenti materiali e culturali ha avvicinato i Il materiale consultabile dal sito web, insieme al lagiovani all’universo poetico di Pasolini attraverso voro di acquisizione e catalogazione di libri e artila ricerca di nuove narrazioni visive che si sono coli, ha permesso di sviluppare una serie di confrontate con il tema città-memoria. Per Pasolini, iniziative didattiche e di ricerca. Tra queste, l’alleRoma è stata l’archetipo di una trasformazione instimento della mostra AUT - Archivio Urbano Tecontrollata che ha colpito, tra gli anni Cinquanta e staccio: progetti per il Mattatoio, alla Biennale Settanta, la società italiana e non solo: «quella ridello Spazio Pubblico (21-23 maggio 2015), la parvoluzione – ha scritto Vincenzo Cerami – che cantecipazione al progetto Educare alle mostre, educella ogni diacronia e il millenario zodiaco di care alla città, a cura della Sovrintendenza riferimento della società contadina» (V. Cerami, La Capitolina ai Beni Culturali (2015-2016 e 2016trascrizione dello sguardo, in Per il cinema - Pier 2017) e un percorso didattico rivolto agli studenti Paolo Pasolini, a cura di W. Siti, F. Zabagli, Milano di Architettura, dedicato alla rilettura delle tracce 2001, vol. I, p. XLV). Pasolini, perciò, continua ad di Pier Paolo Pasolini a Testaccio. Quest’ultima iniessere, oltre ad un sensibile testimone, anche una ziativa è stata l’occasione per capire, in che modo guida per capire la complessa relazione tra storia, e in quale forma, la memoria del poeta, a quaranmemoria e processo di omologazione che ci cirt’anni dalla sua morte, fosse ancora viva. Le tracce conda. A partire dalla sua voce e dal suo sguardo, dell’opera e della vita di Pasolini nel quartiere fotografare un luogo come Testaccio, è stato un sono, infatti, numerose, tra i riferimenti più noti Le modo per riflettere sul cambiamento generalizzato Ceneri di Gramsci (1957), i racconti Studi sulla del legame uomo-territorio e sulla relativa trasforvita di Testaccio (1951) e Storia burina (1956-65), mazione della città. L’iniziativa, curata da chi la sequenza finale del film Accattone (1961) e una scrive, con la collaborazione di Alessio Agresta e serie di fotografie di Paolo Di Paolo (1960). Questa Sara D’Abate, è stata pensata anche come un’espegeografia di parole e immagini rappresenta anche rienza aperta, infatti, sono stati programmati una la testimonianza del profondo legame di Pasolini serie di incontri pubblici, organizzati grazie al precon Roma, fatto di infiniti rimandi, segni, incontri zioso contributo di Graziella Chiarcossi con cui abe visioni che si sovrappongono alle nostre memobiamo selezionato testi, film e documentari


Roma, ex Mattatoio di Testaccio, padiglione 9e (foto: Luigi Porzia)

presentati da Maurizio Ponzi, Mario Martone, Cecilia Mangini, Enrico Menduni (aprile-giugno 2016). Così, attraverso Pasolini è stato possibile ripercorrere le strade e le anime di questa città e ritrovare i segni di una memoria ancora viva, perché il suo pensiero, rivolto ad orizzonti intellettuali e tecnici nuovi, rappresenta ancora un’imprescindibile riferimento civile ed espressivo, capace di trasmettere identità e differenza, luoghi di scambio e comunicazione. Le radici dell’opera di Pasolini sono profonde e la memoria, attraverso lo sguardo che si rinnova, invita al viaggio.

Poi compare Testaccio, in quella luce di miele proiettata sulla terra dall’oltretomba. Forse è scoppiata, la Bomba, fuori dalla mia coscienza. Anzi, è così certamente. E la fine del Mondo è già accaduta: una cosa muta, calata nel controluce del crepuscolo. Ombra, chi opera in questa èra. Ah, sacro Novecento, regione dell’anima in cui l’Apocalisse è un vecchio evento!

Roma, ex Gazometro (foto: Luigi Porzia)

Il quartiere operaio del Testaccio. Veduta dal Monte Aventino (convento dei benedettini), lato sinistro (fonte: D. Orano, Come vive il popolo a Roma: saggio demografico sul quartiere Testaccio, Pescara 1912)

Pier Paolo Pasolini, Poesie mondane, 12 giugno 1962

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Una fabbrica della memoria a Roma Tre Viaggio nel Museo storico della didattica Mauro Laeng Lorenzo Cantatore

C’è un nesso profondo fra i luoghi e la memoria, pubblica e privata. Anche il nostro Ateneo, al tempo della sua fondazione (1992), scegliendo di far rivivere l’archeologia industriale compresa fra Testaccio e Ostiense, Lorenzo Cantatore ha fatto della memoria, del suo riuso e della sua riqualificazione urbana una delle cifre inconfondibili e irrinunciabili che ancora oggi lo caratterizzano. Qualcuno, sfruttando il passaggio di molti edifici dalla funzione industriale a quella universitaria, parlò opportunamente di «fabbriche della conoscenza». Fra quei luoghi della memoria Roma Tre inglobava anche il più centrale e antico edificio di piazza della Repubblica 10, che da decenni, antonomasticamente, veniva chiamato il Magistero. Già spazi termali in età imperiale, poi, dal XVI secolo, granai pontifici, quindi orfanotrofio femminile, quelle ampie cubature conservano ancora oggi una forte carica identitaria per il nostro Dipartimento di Scienze della Formazione. Proprio lì, infatti, trovò stabile collocazione nel 1882 l’Istituto superiore di magistero femminile (vi avrebbero insegnato, fa gli altri, Giovanni Prati, Luigi Pirandello, Maria Montessori e Ugo Fleres), esperimento pedagogico tanto impacciato e lento, quanto innovativo, che aprì definitivamente alle donne, future insegnanti, le porte della formazione universitaria. Era l’embrione della Facoltà di Magistero, nata durante il fascismo, a sua volta madre della Facoltà, ora Dipartimento, di Scienze della Formazione. Ma ciò che fa ancora oggi di quell’indirizzo, piazza della Repubblica 10, una sorta di formula magica che, appena la pronunciamo, si spalancano vasti e vari scenari del nostro passato educativo, è quanto il visitatore curioso di itinerari imprevedibili può trovare in fondo al grande corridoio del primo piano: il Museo storico della didattica Mauro Laeng, il più antico museo italiano (è stato fondato nel 1876) dedicato alla

scuola e all’educazione. Cinque grandi ambienti, che non sarà inappropriato definire stanze della memoria, dove chiunque può rintracciare un pezzo di sé bambino, della propria famiglia e origine sociale, delle letture voraci e di quelle più ostiche, delle paure, dei diritti e dei doveri, delle gioie e dei dolori, dei divertimenti e delle noie, dei primi amori. Se è vero, infatti, che la scuola è stata e forse ancora è tutto ciò e molto altro, le stanze di questo museo, vera e propria wunderkammer della cultura pedagogico-educativa italiana fra Ottocento e Novecento, hanno un’irresistibile carica evocativa che attraversa e fa attraversare al visitatore una ricca sequenza espositiva di materiali rari e preziosi. Qui la “fabbrica della conoscenza” e la “fabbrica della memoria” lavorano all’unisono intorno alle radici profonde delle nostre origini culturali, sociali e politiche.

C’è un nesso profondo fra i luoghi e la memoria, pubblica e privata. Anche il nostro Ateneo, al tempo della sua fondazione, nel 1992, scegliendo di far rivivere l’archeologia industriale compresa fra Testaccio e Ostiense, ha fatto della memoria, del suo riuso e della sua riqualificazione urbana una delle cifre inconfondibili e irrinunciabili che ancora oggi lo caratterizzano

La passione per la microstoria e per la storia sociale, del vissuto educativo e di quanto quest’ultimo sia stato spesso in stridente contraddizione con i saperi pedagogici ufficiali, quelli dei trattati e dei precetti, o quelli delle leggi, dei decreti e delle circolari ministeriali, è la bussola teorica e metodologica che orienta l’organizzazione di questa perla del patrimonio museale romano. «Abbiamo voluto costruire un’occasione di raccordo fra l’attuale dibattito storiografico, la continua evoluzione del paradigma stesso della memoria storica e le testimonianze documentarie della vita scolastica del passato – spiega Carmela Covato, ordinaria di Storia della pedagogia a Roma Tre, che è stata a lungo direttrice del Museo – accogliendo una sfida cultu-


Arredo originale di una scuola rurale toscana (Val d’Orcia), anni Venti

Banco originale in dotazione nelle scuole del Comune di Roma alla fine dell’Ottocento

rale, che oggi si vuole realizzare contro ogni tentazione nostalgica o retoricamente celebrativa della scuola che non c’è». Ecco allora che, aperta una porta, ci si para davanti lo stipetto in legno fatto costruire da Maria Montessori, su suo disegno originale, per raccogliere i materiali di sviluppo (il celebre cofanetto delle figure geometriche piane, l’alfabetiere etc.) destinati ai piccoli ospitati nella prima Casa dei bambini ispirata al suo metodo e inaugurata nel quartiere Tiburtino, a Roma, nel 1907. Niente di più appropriato del paradigma montessoriano, che tende a costruire l’ambiente morale a partire dall’ambiente fisico, per avvicinarci a quella che le più recenti posizioni storiografiche chiamano “storia materiale”, un orientamento che indaga il passato sulla base degli oggetti che hanno condizionato la vita delle persone. Il meccanismo della memoria, in questi casi, viene attivato dal contatto con l’oggetto e dallo sforzo d’immaginazione che, tanto il flâneur dilettantesco quanto lo studioso rigoroso di questi temi specifici, mettono in atto, a diversi livelli, esplorando il Museo. Entriamo nella stanza di fronte e, dopo aver posato lo sguardo su una grande scultura lignea di Ferdinando Codognotto, che riproduce l’albero di Pinocchio con tutti i personaggi che accompagnano il più famoso burattino del mondo attraverso la sua storia di formazione, chie-

diamo il permesso di curiosare dietro le ante di un grande armadio a vetri. Basta aprire uno dei bellissimi raccoglitori foderati di carta di Firenze per scoprire le firme di Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Giovanni Gentile, Pietro Jahier, Augusto Monti, Giuseppe Prezzolini: è l’archivio personale di Giuseppe Lombardo Radice (1879-1938), uno dei massimi pedagogisti europei del Novecento. Così, dalla storia materiale siamo passati alla storia delle idee. Leggendo questi epistolari, in gran parte inediti, possiamo infatti ricostruire il formarsi delle idee (prima che diventassero teorie, saggi o addirittura leggi dello Stato) nelle conversazioni fra grandi intellettuali che nella scuola e nella necessità di cambiarla hanno creduto profondamente. Ancora un passo, una porticina, un corridoio stretto ed è fatta, siamo nel cuore del Museo, la stanza dove è ricostruita l’aula di una scuola rurale degli anni Venti. Sembra di sentire ancora le voci dei bambini poveri, affamati e analfabeti, le mani imbrattate di inchiostro, un tozzo di pane secco in tasca, radunati sotto le attente cure di un altro gruppo di intellettuali benemeriti dell’istruzione popolare (Sibilla Aleramo, Duilio Cambellotti, Angelo e Anna Celli, Giovanni Cena, Alessandro Marcucci) delle cui imprese si conservano qui prove e testimonianze, materiali e spirituali, che ci ricordano che la scuola è stata una faticosa conquista

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di cose bambine, se un dell’umanità, sacrosanta po’ di tempo rimane, lo e inviolabile. Tutt’insi può dedicare al patritorno all’aula, nelle vemonio librario: circa trine, la dimensione 20.000 volumi, fra periomuseale si apre alla sua dici, monografie e mavocazione più scontata, nuali scolastici. Molta ovvero la conservazione pedagogia e didattica di opere d’arte. Proprio ma, soprattutto, tanta letqui infatti, nell’auletta teratura per l’infanzia, di per i contadini dell’Agro quella con le pagine illuRomano, che Alessandro strate da Enrico MazMarcucci aveva progetzanti, Carlo Chiostri, tato secondo canoni este- Teatrino per marionette, 1950 circa Attilio Mussino, Antonio tici atti a rendere Rubino, Yambo, Sergio l’ambiente-scuola accoTofano, Mario Pompei, Libico Maraja, fino a gliente e allegro proprio per favorire l’educazione Bruno Munari, Grazia Nidasio e Altan. Qui la medella sensibilità estetica nei figli dei contadini, la moria prende definitivamente il volo per condurci firma di Cambellotti, pittore, decoratore, illustranei sogni che un tempo popolavano le fantasie di tore e scenografo fra i più originali del Novecento, piccini e giovinetti, dove avvenivano incontri miricorre su copertine di libri, riviste e quaderni, sulle racolosi tra la Fata Turchina e il Corsaro Nero, il maioliche miracolosamente salvate dalle mura Gatto con gli stivali e Peter Pan, Heidi e Oliver esterne di una scuoletta di campagna ora sommersa Twist, Topolino e il Signor Bonaventura. Ora però dal cemento della periferia urbana, e sulle grandi tavole che ne decoravano l’interno. Sì, c’è proprio non c’è più tempo. È suonata la campanella, finis. L’incanto della memoria s’interrompe bruscatutto. La memoria e l’immaginazione non hanno mente, ma noi di certo torneremo in visita al Museo più alibi per procrastinare il nostro viaggio insieme storico della didattica di Roma Tre. (info: a quelle donne e a quegli uomini illuminati, appassionati e coraggiosi, giustamente definiti “i garibalhttp://host.uniroma3.it/laboratori/museodidattica/c dini dell’alfabeto”. hi.htm)

Quaderni scolastici anni Venti e Trenta raccolti da Giuseppe Lombardo Radice

Mentre lo sguardo, onnivoro e furtivamente veloce, si posa ora su una raccolta di centinaia di quaderni scolastici degli anni Venti del Novecento, ora su teatrini che rievocano scenari borghesi alla Wilhelm Meister, ora su contenitori d’alluminio istoriati, oppure su qualche sguardo fisso di bambola Lenci, o su incredibili album di figurine Liebig che avrebbero fatto impazzire il Benjamin collezionista

Giuseppe Lombardo Radice in un ritratto fotografico dei primi anni Venti


Memoria collettiva e identità nazionale

Breve storia di un fenomeno controverso: l’identità collettiva degli italiani Paolo Mattera

Immaginiamo di svegliarci una mattina senza memoria, senza ricordare assolutamente nulla di noi stessi e del nostro passato: saremmo completamente smarriti, non sapremmo cosa fare, a chi rivolgerci, come comportarci; e saremmo esposti a ogni tipo di influenza Paolo Mattera e suggestione, da persone pronte a condizionarci. E ora immaginiamo di applicare la medesima fantasia non già a una singola persona, bensì a una collettività: senza memoria di sé, quella comunità sarebbe smarrita, non saprebbe cosa fare e sarebbe esposta a ogni influenza esterna. Basta forse questa semplice e immaginaria analogia per cogliere l’importanza della memoria nella identità collettiva di un popolo. Nel linguaggio comune infatti tendiamo spesso a usare le parole Stato e Nazione come sinonimi. Invece non lo sono: lo Stato è un ordinamento giuridico; la Nazione è una costruzione culturale che può diventare un sentimento di appartenenza collettivo. E da dove nasce l’idea di nazione? Da lontano: dall’Illuminismo e dalla rivoluzione in Francia, che posero il problema della legittimazione del potere dal “basso”, dal popolo. Bisognava allora chiarire chi fosse il popolo e in che modo identificarlo. La soluzione fu di attingere al passato: coloro che condividevano la stessa lingua creata nei secoli, le stesse tradizioni, gli stessi riti (spesso religiosi) allora potevano provare quel sentimento di appartenenza alla medesima comunità chiamata Nazione. Ecco allora come l’identità collettiva di un popolo diventava strettamente connessa alla memoria che quel popolo aveva di sé e del proprio passato. E l’Italia? L’idea di nazione come patria comune arrivò anche nella penisola, dove esisteva un sostrato su cui fondarla: dal Settecento in poi una parte estesa dei ceti medi intellettuali italiani non si sentiva più identificata con l’aristocrazia e volle vedere nella tradizione italiana (fondata nella lin-

gua, nel passato glorioso, nella cattolicità, nel Rinascimento) la dimostrazione dell’esistenza di una nazione italiana che doveva acquistare coscienza di sé. E su questa base poté trovare alimento il grande fenomeno storico chiamato Risorgimento, il cui etimo sta indicare l’idea di una resurrezione civile che, mediante l’unificazione dei vari stati, doveva segnare la riscossa di un popolo oppresso da secoli di obbedienza. L’Unità d’Italia fu l’esito di un processo lungo che dopo il 1861 non poteva dirsi concluso. Non già unificazione di un popolo ansioso di convivere, bensì trama di nazioni diverse che faticavano a comporsi in un quadro omogeneo, la nuova realtà stentava ad affermarsi. Raggiunta l’Unificazione degli Stati, nel 1861 bisognava insomma realizzare l’unificazione delle Nazioni (il famigerato «fare gli italiani» di D’Azeglio). Perciò sin dall’inizio i governanti del nuovo Stato cercarono di colmare queste lacerazioni con la creazione di un’epica nazionale che celebrava il sodalizio armonioso tra i diversi protagonisti del Risorgimento. Una retorica patriottica imperniata sulla triade Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele, cui si aggiungeva con una certa fatica, l’immagine di Mazzini. Quest’azione retorica poteva però parlare agli intellettuali. Come parlare invece alle grandi masse di contadini analfabeti? Allora la classe dirigente si impegnò ad elaborare una “religione della patria”, con l’inaugurazione di nuovi spazi pubblici, l’avvio di complessi monumentali come il Vittoriano, e con le spettacolari sfilate promosse in occasione di anniversari come quello del 20 settembre. La popolazione veniva così coinvolta in un processo di fusione sentimentale ed emotiva coi valori patriottici, sopratutto attraverso simboli che incarnavano questi ideali. I risultati furono contraddittori. Nei cinquant’anni successivi l’Italia fu sottratta da un destino di sottosviluppo, cui pareva condannata dalle condizioni preunitarie, e il sentimento patriottico crebbe nei ceti medi, mettendo in minoranza le nostalgie per gli Stati preunitari. D’altro canto, per molti sudditi del Regno la parola “Italia” continuava a risultare priva di un significato concreto, anche perché si incarnava in uno Stato visto come oppressivo, pronto a presentarsi per riscuotere le tasse oppure per sot-

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La celebre foto per il settimanale Tempo (edizione del 15 giugno 1946) dal fotografo Federico Patellani come parte di un servizio fotografico celebrativo della nascita della Repubblica. Il voto referendario del 1946 per la prima volta in Italia fu riconosciuto il diritto di voto anche alle donne

trarre braccia col servizio militare, ma poi ben più lento a farsi carico delle esigenze concrete dei cittadini più poveri. Allora la classe dirigente pensò di cogliere l’occasione del cinquantesimo anniversario dell’Unificazione, nel 1911, per organizzare grandi festeggiamenti collettivi. E per farlo, decise di fare leva proprio sulla memoria del passato e delle tradizioni popolari, in un tripudio di retorica che riempì i giornali e le piazze, con feste, sagre e incontri pubblici. Non si fece però nemmeno in tempo a registrare i risultati di questo sforzo che sopraggiunse un evento di svolta: la Grande Guerra. Il sentimento di appartenenza nazionale ebbe l’occasione di misurarsi nelle trincee. Chiamati a uno sforzo così estremo, gli italiani sentirono forse per la prima volta di essere cittadini di una patria comune. E cominciarono a riflettere su quanto importante fosse questa realtà chiamata “Italia”, se imponeva sofferenze così gravi. Per milioni di italiani la Grande Guerra costituì quindi la prima vera esperienza nazionale vissuta collettivamente. E tuttavia, lasciando dietro di sé una scia di dolore e di recriminazioni, il conflitto scavò nella società lacerazioni profonde, che inghiottirono le ultime scintille di sentimento unitario. Dopo la Grande Guerra e anche per effetto della rivoluzione d’ottobre si accentuò infatti la radicalizzazione della lotta politica tra opposte visioni della

società: il nazionalismo da una parte, il bolscevismo antinazionale dall’altra. Fu uno scontro frontale, che schiacciò a tenaglia il fragile sistema parlamentare. Ne scaturì il Fascismo, che intendeva rifondare il sentimento nazionale su basi nuove. Il binomio fondante del Risorgimento, Unità e Libertà, venne reciso. Al suo posto venne affermato un nuovo binomio, Unità e Potenza. La patria smise così di essere quella immaginata dai liberali: la casa di tutti gli italiani indipendentemente dalle convinzioni politiche; ora invece diventava monopolio di uno solo partito, fattosi regime, contro tutti gli altri. E così, dietro la patina lucente della retorica e delle parate militari, nuove e più profonde lacerazioni solcavano la società italiana. Non è un caso che, caduto il fascismo e con l’Italia invasa dalle truppe tedesche, la lotta armata contro il nazismo e il fascismo repubblicano abbia acquistato il carattere di una guerra patriottica di liberazione nazionale. La Resistenza è stata perciò una pagina fondamentale per la riunificazione delle diverse correnti politiche antifasciste intorno ai valori dello Stato nazionale. E quello spirito Resistenziale diede origine alla Costituzione. Ma non sopravvisse a lungo. La società era stata fortemente colpita dalla guerra. E il sentimento di appartenenza comune ne aveva risentito. Tutti cercavano nuovi punti di riferimento, ma in pochi guardavano verso la stessa direzione. Bisognava integrare il proletariato, che si riconosceva nell’ideale marxista, il popolo cattolico, che guardava al magistero della Chiesa, e anche i ceti medi che al fascismo avevano creduto. L’onere cadde sui grandi partiti di massa, che sin dall’inizio andarono ben oltre il loro ruolo fisiologico di mediatori tra società e istituzioni, per trasformarsi in garanti dello Stato democratico. Erano i partiti a farsi carico della fedeltà di loro militanti ed elettori alla Repubblica. Ne discendeva che


l’adesione di molti cittadini alla comunità democratica avveniva solo di riflesso: per milioni di persone la vera patria era il partito, comunista o cattolico, la cui fedeltà alle istituzioni democratiche comportava, indirettamente, anche la fedeltà dei militanti. Con questo “patriottismo di partito”, lo spirito unitario che aveva animato i primi anni della nascente democrazia non sopravvisse perciò all’inizio della Guerra Fredda, che introdusse una spaccatura profonda tra i maggiori partiti italiani. Mentre i grandi partiti di massa erano impegnati a contendersi la fedeltà degli italiani, intanto si verificava una trasformazione ancora più profonda. Infatti pochi anni dopo il “miracolo economico”, provocava una vera e propria rivoluzione antropologica: il “cittadino consumatore” stava per scalzare il “cittadino virtuoso” della stagione liberale e il “cittadino democratico” vagheggiato dalle forze dell’antifascismo. Il benessere materiale richiamava altri orizzonti, soprattutto costumi e mentalità radicati Oltreoceano. In questo quadro, tutti gli sforzi per agire sulle memoria comune e sui valori della nazione tendevano a cadere nel vuoto. Le grandi feste nazionali del 4 novembre e del 2 giu-

L’Unità d’Italia fu l’esito di un processo lungo che dopo il 1861 non poteva dirsi concluso. Non già unificazione di un popolo ansioso di convivere, bensì trama di nazioni diverse che faticavano a comporsi in un quadro omogeneo, la nuova realtà stentava ad affermarsi. Raggiunta l’Unificazione degli Stati, nel 1861 bisognava insomma realizzare l’unificazione delle Nazioni (il famigerato «fare gli italiani» di D’Azeglio) gno scivolarono ben presto nella sostanziale indifferenza, mentre la ricorrenza del 25 aprile sarebbe stata a lungo teatro di contesa fra memorie contrapposte. Attratti dal benessere, gli italiani desideravano qualcosa di ben più concreto: istituzioni funzionanti e servizi efficienti, tali da offrire a tutti l’opportunità di beneficiare della ricchezza diffusa, di uscire dall’eventuale emarginazione, oppure evitare di cadervi. Quando, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la crisi economica e l’inefficienza dei servizi sembrarono minacciare il benes-

Milano, 1963. Arrivo di emigranti dal sud Italia alla stazione centrale di Milano (foto: Iliano Lucas)

sere e la mobilità sociale, in gran parte della popolazione maturò un senso di vero e proprio rigetto verso i partiti, provocando il velocissimo e inaspettato crollo di un intero sistema politico. Non si trattava della “sola” caduta di una ceto dirigente. La crisi affondava le sue radici nell’ormai persistente frammentazione della società, disgregata in mille interessi particolari e mai effettivamente unificata. Risuonarono così i rintocchi funebri che annunciavano la fine della nazione. Da allora, con fortune altalenanti, il problema si è posto periodicamente, senza trovare una soluzione definitiva. Un dato sembra però diventato nel frattempo chiaro. Un popolo privo di memoria è un popolo privo di coscienza di sé e che perciò, costantemente alla ricerca di orientamento senza una bussola, oscilla tra soluzioni differenti e spesso opposte, rischiando di non trovare mai un baricentro e quindi la stabilità.

ll presidente Sandro Pertini con il calciatore Dino Zoff e l’allenatore della nazionale italiana di calcio Enzo Bearzot il 12 luglio 1982 durante il ricevimento al Quirinale dopo la vittoria dei mondiali di calcio di Spagna

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Nostalgia della polvere

Un caso studio tra storia e memoria: le operaie dell’industria ceramica di Civita Castellana

Giancarlo Monina

Parlare di “polvere” a una lavoratrice e a un lavoratore dell’industria ceramica significa richiamare sofferenze e lutti. Per chi non ne avesse nozione, mi riferisco alla polvere prodotta dalla lavorazione della ceramica, contenente un’alta perGiancarlo Monina centuale di micro particelle di biossido di silicio cristallino, la cui inalazione prolungata nel tempo causa un’affezione polmonare chiamata silicosi che può condurre alla morte per insufficienza respiratoria o per scompensi cardiaci. Questa patologia ha segnato drammaticamente la popolazione di Civita Castellana rappresentando fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso la principale causa di decessi, per poi diminuire il suo tragico impatto in corrispondenza con l’introduzione delle misure di sicurezza nelle fabbriche e, specialmente, con il rapido processo di deindustrializzazione prodotto dalla crisi del settore.

Parlare di “polvere” a una lavoratrice e a un lavoratore dell’industria ceramica significa richiamare sofferenze e lutti. La silicosi infatti, patologia causata dall’inalazione di micro particelle di biossido di silicio cristallino contenute nella polvere prodotta dalla lavorazione della ceramica, ha segnato drammaticamente la popolazione di Civita Castellana rappresentando fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso la principale causa di decessi. Perché dunque “nostalgia” della polvere?

Perché dunque “nostalgia” della polvere? Per segnalare nella forma più estrema un paradosso di cui

si trova ampia traccia nelle interviste con le operaie svolte da Laura Guglielmo e Flavia Tronti, due giovani ricercatrici civitoniche: tracce di una memoria in cui la polvere perde il suo connotato negativo per avvolgere e infine diventare nostalgia di un’identità perduta. Questo paradosso trova un’evidente spiegazione nel rimpianto di un tessuto sociale solidale: una rete di relazioni costruita sulla mutua assistenza, sulla comune difesa dei diritti, sulla reciproca collaborazione. Una forma di identità che ritorna in diversi ricordi, ma che per lo più si traduce, e per molti versi si potenzia, nella versione propria all’universo femminile: non necessariamente in termini “politici”, piuttosto praticata nel vivere quotidiano della fabbrica. È un mondo fatto di ragazze che si aiutano, che legano tra loro, che scherzano, che si scambiano esperienze. Questa rete solidale di giovani donne operaie occupa uno spazio preminente nei racconti e viene compendiata attraverso definizioni apparentemente ambivalenti, che comprendono sia il riferimento alla dimensione familiare sia il riferimento alla dimensione del lavoro. Proprio nel rapporto tra queste due dimensioni, famiglia e lavoro, così intrecciate da sovrapporsi, si dipana la narrazione delle lavoratrici civitoniche che praticano la “differenza di genere” proiettando la sfera privata in quella pubblica e rivendicando con decisione la loro funzione sociale. L’identità rimpianta si nutre anche di una comune cultura del lavoro che emerge chiaramente sia nella rivendicazione della “disciplina”, sia nell’orgoglio della “tecnica”. Le ex operaie descrivono con sobria fierezza le loro mansioni, anche le più umili, e si soffermano sull’arte della decorazione, sull’originalità dell’opera. L’attenzione alla dimensione tecnica del lavoro restituisce il valore etimologico della parola techne che indica appunto l’abilità del plasmare, del manipolare e del trasformare gli elementi. Un fare artigianale, inizialmente meno compromesso dalla serialità del gesto, ricondotto al campo della conoscenza e della cultura. La tecnica significa dunque “saperne di qualcosa”, diventa tramite della comunicazione, della condivisione: un portato culturale che crea identità (M. Heidegger, La questione della tecnica, 1953). È un aspetto che emerge nei racconti anche attraverso il valore assegnato alla trasmissione delle conoscenze e delle


Operaie decoratrici della Civita Più di Civita Castellana, 2010 (foto: Flavia Tronti©)

competenze, oppure nel carattere scarno ed essenziale di molte risposte che le rendono lo specchio di un’epoca della fabbrica e del vivere sociale.

Il sentimento della nostalgia è naturalmente determinato dalla percezione di qualcosa che è andato perduto, ed è proprio il senso della perdita uno degli elementi che più caratterizza i racconti. Si tratta di un passaggio noto ed essenziale nel processo di costruzione della memoria alla cui base Paul Ricœur ha individuato la nozione di passeità del passato: una realtà cioè su cui non è più possibile agire perché semplicemente non è più (L’enigma del passato, 1998). Ricœur attribuisce questo elemento alla dimensione individuale della memoria mentre, nel caso di questi racconti, ci troviamo di fronte al suo trasformarsi in discorso collettivo che al tempo stesso potenzia e oltrepassa la categoria di passeità. Questa, infatti, si rafforza nella visione comune, ma si svincola anche dalle regole del modello producendo una memoria sociale. Il senso della perdita riguarda in primo luogo la fabbrica stessa, andata scomparendo sotto gli effetti di un processo di deindustrializzazione tanto rapido quanto doloroso. Non è il caso di soffer-

marsi su un fenomeno noto che ha coinvolto molti distretti industriali del nostro paese e che è stato particolarmente gravoso per quello della ceramica di Civita Castellana che nel giro di pochi anni ha visto chiudere decine di aziende. Qui interessa piuttosto sottolineare non il fenomeno in sé ma la percezione che ne hanno avuto, attraverso il filtro della memoria e della narrazione, le protagoniste di questa raccolta. Le fabbriche diventano così elementi di una topografia degli affetti intorno alla quale si sviluppa il senso dello spazio degli abitanti di Civita Castellana, racchiudono un complesso universo di significati che incide profondamente sui valori dell’identità. Di questa perdita la dimensione corale del racconto propone la rappresentazione dei passaggi chiave del “grande cambiamento”, che non risiedono nella concorrenza dei prodotti cinesi o nel processo di globalizzazione economica, aspetti sia pure ovviamente citati, ma in fattori più profondi, legati al mondo dell’esperienza e delle percezioni, dei desideri e delle paure. L’emergere di questi fattori culturali e antropologici include a pieno titolo anche valutazioni sul cambiamento di tipo politico e “istituzionale”: in questo senso risultano esemplari i riferimenti alle organizzazioni sin-

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Impianti della Saturnia Porcellane di Civita Castellana, 2016 (foto: Flavia Tronti©)

dacali, soggette anch’esse a un mutamento di ruolo. Sia pure con accenti differenti, il tema della perdita di ruolo e di impegno da parte dei sindacati torna in numerose interviste. È utile evidenziare come, anche dal punto di osservazione dello storico, non sia particolarmente importante la veridicità o meno di questa “denuncia”, piuttosto notare come questa sia l’immagine condivisa nei racconti e nella memoria. Si tratta cioè di un elemento di una più ampia percezione della metamorfosi che riconduce il fenomeno della crisi economica alla dimensione “antropologica”: ai comportamenti, alle culture, alle relazioni. La cifra del cambiamento è così individuata nella progressiva perdita di valore e di rispetto per l’essere umano e per la sua fatica, nella scomparsa dei sentimenti di solidarietà, dell’altruismo e dell’umiltà. Più in generale, nel venir meno di quell’ordito unitario che aveva caratterizzato l’identità delle operaie fino alla fine degli anni Ottanta. Molte delle risposte insistono sul cambiamento del processo produttivo che ha potenziato la produttività a discapito della qualità appesantendo l’atmosfera negli ambienti di lavoro. È la fine della “tecnica” che si è compromessa nell’eccesso della serialità, nella standardizzazione che esclude il contributo individuale. Il cambiamento, confuso nelle dinamiche della crisi economica, si presenta come

una vera e propria “corruzione di un mondo” di cui ormai solo la memoria conserva le tracce preziose.

Questo paradosso trova un’evidente spiegazione nel rimpianto di un tessuto sociale solidale: una rete di relazioni costruita sulla mutua assistenza, sulla comune difesa dei diritti, sulla reciproca collaborazione. Una forma di identità che ritorna in diversi ricordi, ma che per lo più si traduce, e per molti versi si potenzia, nella versione propria all’universo femminile: non necessariamente in termini “politici”, piuttosto praticata nel vivere quotidiano della fabbrica

Le narrazioni delle operaie civitoniche rappresentano una preziosa fonte storiografica che le ricolloca nella società e nella storia attraverso un flusso informativo che coinvolge la sfera della coscienza. La storia si fa concretamente corpo e coscienza di donne rinviando alla funzione sua propria che è quella di indagare il pas-


sato a partire dalle domande del presente. Non disgiunto dalla storiografia è il discorso sociale che queste narrazioni offrono. Anche attraverso le teorie della memoria sociale si può tentare di spiegare il paradosso che ho chiamato la nostalgia della polvere. Nelle distinzioni operate da Ricœur per analizzare le differenti forme di oblio, le narrazioni delle lavoratrici civitoniche rappresentano una forma di oblio manifesto di tipo attivo (Passato, memoria, storia, oblio, 1996). Tendono cioè a operare una selezione del ricordo che porta in evidenza la dimensione più bella e consolante del passato perduto. Si tratta in un certo senso di una distorsione del ricordo, che assume però la forma di una comprensibile rimozione del dolore, rifiuto della insopportabile dimensione della malattia e del lutto. Al di là della forma scritta con cui li leggiamo, questi racconti sono espressione eminente di una forma orale di trasmissione e ne conservano le caratteristiche principali nelle forme della ripetizione e della circolarità della trama. Così come sono presenti, sia pure nella mediazione della forma trascritta, le principali funzioni della narrazione orale: la referenzialità, l’espressività, l’affabulazione. Come il mercante navigatore di Walter Benjamin, le lavoratrici civitoniche, nel comunicare la propria esperienza, rappresentano l’archetipo della narrazione e trasmettono un patrimonio di conoscenze, di pratiche e anche di precetti morali (Il narratore, 1936).

L’identità rimpianta si nutre anche di una comune cultura del lavoro che emerge chiaramente sia nella rivendicazione della “disciplina”, sia nell’orgoglio della “tecnica”. Le ex operaie descrivono con sobria fierezza le loro mansioni e si soffermano sull’arte della decorazione, sull’originalità dell’opera. L’attenzione alla dimensione tecnica del lavoro restituisce il valore etimologico della parola techne che indica appunto l’abilità del plasmare, del manipolare e del trasformare gli elementi Narrazioni che evidenziano un conflitto con il tempo oggetto di memoria (gli anni della fabbrica) e il tempo del loro svolgimento, che tende inevita-

Due giovani ricercatrici, Laura Guglielmo e Flavia Tronti, hanno raccolto decine di interviste con operaie ed ex operaie dell’industria delle stoviglie ceramiche di Civita Castellana (VT). Una selezione di queste interviste è stata pubblicata in Veterane. Storie di donne e di fabbriche, Civita Castellana, Punto Stampa, 2013. Laurea Gugliemo e Flavia Tronti hanno frequentato Roma Tre, dove hanno conseguito la Laurea magistrale in Cinema, televisione e produzione multimediale nel 2009

bilmente a modificare i contesti, gli attori, le azioni realmente svolte (P. Jedlowsky, Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, 2000). Lo storico deve dunque operare una distinzione tra storia e racconto, tra materia narrata e discorso, riconoscendo nelle donne intervistate in primo luogo la legittima esigenza di farsi sentire, di essere capite e di vedere riconosciuto il proprio itinerario biografico. Nel nostro caso il racconto riguarda cose accadute veramente, “realtà effettuali”, ma si tratta pur sempre di una rappresentazione di desideri e di paure: il desiderio che possa ritornare l’identità perduta e la paura che la realtà del presente lo neghi. Le donne intervistate sono testimoni di un tempo e di pratiche di vita che trascendono gli eventi in sé per diventare patrimonio di una memoria altrimenti non più conservabile.

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Sul rapporto tra spazio e tempo Una breve storia da Galilei a Einstein Davide Meloni

Il rapporto tra spazio e tempo e la concezione che noi ne abbiamo ha subito una profonda modifica nel corso dei secoli, culminata con la rivoluzione scientifica di inizio Novecento che ha visto tra i suoi interpreti uomini del calibro di Hendrik Antoon Lorentz (1853-1928), Jules Henri Poincaré (1854- 1912) e Albert Einstein (1879-1955). Si parla, e giustamente, di rivoluzione in quanto quello che viene sconvolto non è tanto l’apparato matematico necessario a descrivere i nuovi concetti (oggi accessibili a qualunque studente di scuola superiore) quanto la visione completamente nuova e per certi aspetti anti intuitiva della correlazione tra di essi esistente; a mio avviso, questo costituisce la difficoltà principale nell’intendere e altresì spiegare quella parte della fisica che di essi si occupa e che va sotto il nome di cinematica relativistica. Senza scomodare la scuola greca, che pur di spazio, tempo e osservatori in moto relativo si era già parzialmente occupata per lo meno nella persona di Aristarco, in epoca più recente il nostro Galileo Galilei (1564-1642) ha posto sotto la lente di ingrandimento la relazione che intercorre tra un dato fenomeno fisico e lo stato di moto di un osservatore. Nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Galilei chiede di osservare diligentemente il moto di «mosche, farfalle e simili animaletti» nella stiva di una qualunque nave ferma in un porto e di riosservare i medesimi fenomeni nella stessa nave in movimento con qualunque velocità rispetto al molo, purché priva di rollio e beccheggio; la conclusione, egli afferma, è che, a patto di rimanere nella stiva, non si è in grado di affermare se la nave sia effettivamente in moto o a riposo. Per primo nella storia della scienza, Galilei eleva questa osservazione a Principio (Principio di Relatività) la cui più immediata conseguenza è che due sperimentatori che eseguano lo stesso esperimento in condizioni di moto relativo uniforme otterranno invariabilmente lo stesso risultato. Pertanto il concetto stesso di quiete perde di significato, dato che le leggi della fisica non dipendono dallo stato di moto uniforme dell’osservatore, e lo spazio nel quale le cose

accadono perde la sua connotazione di assolutezza, con ciò volendo intendere che la posizione del rettorato di Roma Tre sulla Terra o quella di un treno della tratta Roma-Milano non sono porzioni speciali di Universo. Isaac Newton (1643-1727) conosceva bene la posizione galileiana sullo spazio ma non ne condivideva l’assenza di assolutezza in quanto questo avrebbe implicato l’inesistenza di un Dio assoluto, in chiaro contrasto con i prevaricanti precetti ecclesiastici dell’epoca. Pertanto si trovò nella necessità di rafforzare il concetto di spazio assoluto, «per sua natura senza relazione ad alcunché d’esterno», e di distinguerlo dallo spazio relativo, «che i nostri sensi definiscono in relazione alla sua posizione rispetto ai corpi» (Naturalis philosophiae principia mathematica). Benché non esplicitamente detto, nei suoi ragionamenti Galilei utilizzò il fatto che il tempo misurato da orologi sulla nave o sul molo segnassero il trascorrere del tempo con la stessa frequenza, ovvero che il medesimo concetto di tempo fosse un concetto assoluto. Questa posizione fu condivisa da Newton il quale non esitò a caratterizzare il tempo come una entità che fluisce «uniformemente senza relazione con nulla di esterno». E questo, oserei dire,è una considerazione che nessuno di noi si sentirebbe di contraddire.

Il rapporto tra spazio e tempo e la concezione che noi ne abbiamo ha subito una profonda modifica nel corso dei secoli, culminata con la rivoluzione scientifica di inizio Novecento che ha visto tra i suoi interpreti uomini del calibro di Hendrik Antoon Lorentz, Jules Henri Poincaré ed Albert Einstein

L’ impianto della cinematica pre-relativistica è, dunque, stabilito e ha a fondamento il principio di relatività enunciato da Galilei e successivamente sviluppato nelle leggi della dinamica da Newton. Un paio di secoli dopo, lo sviluppo dell’elettromagnetismo (l’insieme dei fenomeni


Fig.1 - Simultaneità degli eventi. In a) gli eventi di ricezione del segnale luminoso in A e B sono simultanei, in b) la simultaneità viene persa per un osservatore fermo sulla banchina rispetto al quale il treno si sta muovendo

che riguardano i campi magnetici ed elettrici) culminò nella formulazione delle leggi di James Clerk Maxwell (1831-1879). Tali leggi implicano l’esistenza delle onde elettromagnetiche, scoperte da Hertz nel 1877, che viaggiano ad una velocità oggi indicata con c e coincidente con la velocità della luce, circa 300 mila Km/s. Ma dato che per specificare completamente una velocità c’è bisogno di indicare rispetto a cosa il corpo si sta muovendo, si pose da subito il problema di identificare il sistema in relazione al quale le onde elettromagnetiche avessero velocità pari a c. Identificato un tale sistema questo sarebbe stato, ovviamente, un sistema di riferimento privilegiato. In qualche modo il concetto di spazio assoluto riapparve in fisica sotto mentite spoglie, e non completamente a caso data la grande influenza avuta dalle concezioni newtoniane nello sviluppo delle idee scientifiche del periodo. Solo che, a differenza di allora, l’esistenza di tale riferimento (chiamato etere) poteva essere mostrato sperimentalmente a patto di rilevare un eventuale moto della Terra rispetto ad esso. Da un punto di vista tecnico questo equivaleva a dover misurare rapporti di velocità relative tra Terra e Sole al quadrato, ovvero di quantità tanto piccole quanto circa dieci parti su un miliardo. La sfida sperimentale fu raccolta da Albert Abraham Michelson (1852-1931) e Edward Williams Morley (1838-1923) che nel 1887 mostrarono che la velocità di propagazione della luce non dipendeva dal moto della Terra attraverso l’etere e che quindi l’ipotesi di un etere stazionario era falsa. Francis FitzGerald prima e Lorentz dopo avanzarono

l’ipotesi che un tale risultato sperimentale (e i risultati negativi di esperimenti simili a quello di MichelsonMorley) si poteva spiegare se la lunghezza dei corpi materiali cambiasse a seconda del loro stato di moto rispetto all’etere proprio della quantità a cui l’esperimento era sensibile. In particolare Lorentz riuscì a tradurre in formule tali variazioni postulando che le relazioni tra coordinate spaziali e temporali in due sistemi di riferimento in moto relativo fossero diverse da quelle individuate da Galilei, di forma che il tempo misurato in un punto A di un certo sistema di riferimento e quello in un punto B in un secondo sistema in moto rispetto al primo dipendesse anche dalle posizioni dei due punti A e B. Per la prima volta nella storia del pensiero scientifico si ammette, quindi, la possibilità che l’intervallo di tempo tra due eventi in un dato riferimento è un mescolamento tra l’intervallo di tempo e la distanza tra di essi misurata nel secondo riferimento. Così come, a sua volta, la loro distanza in un certo riferimento è un mixing di distanza e durata nell’altro [A. Bettini, Giornale di Fisica, vol.LIII, n.2]. Chiaramente viene a cadere l’assunto di tempo assoluto tanto caro a Galilei e Newton. Le formule mostrano che il grado di mescolamento tra tempo e distanza dipende dal rapporto tra la velocità relativa dei due riferimenti e quella della luce c; alle velocità che sperimentiamo quotidianamente questo rapporto è praticamente trascurabile e il mescolamento è essenzialmente assente; e infatti la nostra esperienza comune non ha evidenza di strane “ingerenze” di spazio nel tempo e viceversa. Tuttavia, nel momento in cui le velocità in gioco sono una frazione non trascurabile di quella della luce, l’effetto del mescolamento è grande e dà vita a fenomeni decisamente poco intuitivi (il cambiamento delle lunghezze dei corpi materiali è uno di questi). Il fatto che viviamo in un mondo in cui il rapporto v/c è molto piccolo non ha permesso al nostro cervello di sviluppare l’intuizione del mescolamento e quindi non abbiamo la capacità di calcolare seduta stante il grado di “ingerenza” spazio-temporale al variare istantaneo di v. A voler essere precisi, l’analogia tra spazio e tempo insita nelle trasformazioni sopra menzionate non è completamente simmetrica, nel senso che la matematica che descrive il mescolamento non tratta le variabili spaziali e quella temporale allo stesso modo ma pone tra di esse una differenza sostanziale che, ma questa è una opinione personale, riflette il

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fatto che percepiamo il di rilevazione non saranno tempo come qualcosa che più simultanei. Dato che la «scorre in avanti» mentre misura del tempo richiede la non abbiamo la stessa sincronizzazione di orologi sensazione per le coordinate posti in A e B, ne deduciamo spaziali. che la sincronizzazione è Pur con questa distinzione persa se si osserva la scena concettuale, i fisici dalla banchina e non dal chiamano spazio-tempo il treno. mondo quadridimensionale Benché Poincaré avesse in cui viviamo, costituito praticamente formulato la dalle tre coordinate spaziali nuova cinematica, rimase e da quella temporale. legato al concetto di etere Ricapitolando, a cavallo tra come ente fisico e, di la fine del XIX e l’inizio del conseguenza, al concetto di XX secolo la concezione di contrazione delle lunghezze spazio e tempo che si era come fatto puramente istallata nel mondo Justus Sustermans, Ritratto di Galileo Galilei, 1636 dinamico, ossia dettato dalle scientifico subisce un duro leggi delle azioni delle forze colpo a favore di una più sugli oggetti materiali. Che moderna visione, per Einstein conoscesse o meno chiarire completamente la quale scienziati del gli scritti di Poincaré (e non possiamo non citare calibro di Jules Henri Poincaré (1854- 1912) e La science et l’hypothese del 1902) è una domanda Albert Einstein hanno dovuto spendere parte della su cui gli storici stanno ancora elucubrando. Quello propria vita scientifica. Al primo si deve di cui però dobbiamo dargli atto sia storicamente essenzialmente una analisi critica della misura che scientificamente è che Einstein cambiò il punto degli intervalli temporali, che porta in modo di vista sullo spazio-tempo; nello scritto del 1905 sorprendentemente semplice alla ridefinizione del (Sull’ elettrodinamica dei corpi in moto) vennero concetto di simultaneità tra eventi che accadono in assunti come postulati il principio di relatività di punti dello spazio distinti, se visti in sistemi di Galilei, valido anche per l’elettromagnetismo e non riferimento in modo relativo. L’esempio classico solo per la meccanica, e il fatto che la velocità della che si riporta nel seguito illustra bene la situazione luce risulti la stessa se misurata in qualunque (fig.1). Supponiamo di aver sincronizzato due sistema di riferimento; da qui, dedusse ex-novo la orologi e di averli posti nei punti A e B di un cinematica relativistica e tacciò come superfluo il vagone ferroviario fermo in stazione, caso a); un concetto di etere. E, non meno importante, mostrò lampo luminoso generato che il fenomeno della nel punto intermedio M e contrazione delle lunghezze che si propaga con la stessa fosse dovuto ad una diversa velocità sia verso destra che definizione di simultaneità verso sinistra verrà rivelato in due riferimenti in moto in A e B allo stesso tempo, relativo piuttosto che dovuto ossia gli eventi “rilevazione al moto rispetto all’etere lampo in A” e “rilevazione come suggerito qualche lampo in B” sono decina di anni prima. Con simultanei. Se il treno inizia Einstein, la vecchia visione il suo viaggio verso destra, di spazio e tempo visti come due entità separate venne caso b), per un osservatore definitivamente fermo sulla banchina il abbandonata per la nuova raggio luminoso cinematica spazioraggiungerà il punto A temporale, ormai accettata e prima di B, dato che usata dagli scienziati quest’ultimo si muove nella dell’intero globo. stessa direzione del raggio di luce, e pertanto gli eventi Albert Einstein in una fotografia del 1947


La Universidad Nacional Avellaneda con le Abuelas de Plaza de Mayo

Un progetto di collaborazione tra l’università e il movimento dei Diritti Umani Cristina Inés Bettanin, Elena Calvín, Leticia Marrone

Il gruppo di lavoro del progetto in occasione dell’anniversario delle Abuelas il 22 ottobre 2016: seconda e terza da sinistra, Leticia Marrone e Cristina Inés Bettanin; terza da destra, Elena Calvín

Nel 2012, la Universidad Nacional de Avellaneda (UNDAV), ha iniziato un lavoro di collaborazione con la Asociación Abuelas de Plaza de Mayo (AAPM) che ha coinvolto docenti e studenti di diversi corsi di laurea. L’idea è nata da alcuni insegnanti della UNDAV che hanno iniziato a elaborare azioni di collaborazione con la AAPM nel contesto di una politica universitaria impegnata sul fronte dei movimenti per i Diritti Umani. Il progetto contribuisce alla battaglia per la verità e la giustizia, che si materializza, in questo caso, nella ricerca da parte delle Abuelas dei nipoti sottratti alle proprie famiglie di origine durante gli anni della dittatura, con l’obiettivo di restituire loro la verità sulla propria origine biologica. Dalla nascita dell’associazione, nel 1977, le Abuelas hanno lavorato in modo instancabile per aprire strade, per rintracciare ognuno dei nipoti scomparsi, i cui casi si stima siano circa 500. Se ad oggi sono stati risolti 121 casi è anche perché la società argentina e la comunità internazionale hanno appoggiato questa loro ricerca mediante le più diverse azioni. In alcuni momenti storici sono stati i governi stessi a promuovere la ricerca e facilitare gli incontri. In tutti questi anni le Abuelas hanno elaborato linee di azione legate alla formazione di un senso comune e condiviso intorno alla necessità della verità e alla costruzione della memoria. Hanno in tutti i modi tentato di mettere in luce come lo sviluppo della vita in un contesto di alte-

razione dell’identità, costituisse un danno irreparabile per quei bambini sottratti illegalmente, cui è stata negata la propria storia. Questa strada non è stata semplice e per questo le Abuelas hanno tessuto reti di collaborazione con diversi settori della società che si sono uniti alla loro lotta. Oggi hanno l’appoggio di molte organizzazioni della società civile, artisti, sindacati, istituzioni sportive, educative etc. In questo contesto la Universidad Nacional de Avellaneda ha iniziato a pensare e mettere in pratica strategie di diffusione e promozione del diritto alla identità.

Le università pubbliche in Argentina articolano la propria azione nelle aree della formazione, della ricerca e dell’estensione. Quest’ultima si concretizza fra l’altro nella formazione degli studenti in mansioni che offrono un servizio alla comunità e creano vincoli di collaborazione tra le università, le diversi istituzioni di governo e la società civile. Questo lavoro permette lo sviluppo di pratiche che garantiscono equità e qualità delle istituzioni

Le università pubbliche in Argentina articolano la propria azione nelle aree della formazione, della ricerca e dell’estensione. Quest’ultima si concretizza fra l’altro nella formazione degli studenti in mansioni tendenti a offrire un servizio alla comunità, in modo da promuovere un avvicinamento reciproco e creare vincoli di collaborazione tra le università, le diversi istituzioni di governo e la società civile. Questo lavoro contribuisce alla formazione di professionisti coinvolti con i bisogni sociali e permette lo sviluppo di pratiche che garantiscono equità e qualità delle istituzioni. In questo contesto prende forma l’idea di collaborare con la AAPM, attraverso la Secretaria di Extensión Universitaria, e nasce il progetto La

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Mostra TwitteRelatos por la Identidad presso la scuola n. 30 (Gerli). (foto: Lucho García)

UNDAV con las Abuelas y por la Identidad. Nella fase iniziale il progetto coinvolgeva professori e studenti dei Corsi di laurea in Giornalismo e in Gestione culturale. Il progetto è poi andato avanti negli anni seguenti e fino ad oggi, ha consolidato e diversificato le proprie attività e ha coinvolto diversi attori della comunità universitaria e locale nella battaglia per il diritto all’identità.

Il progetto Nel contesto della problematica sociale di alterazione dell’identità di centinaia di giovani, il progetto ha l’obiettivo di collaborare con il lavoro della Asociación Abuelas de Plaza de Mayo nel campo culturale e mediatico, attraverso la partecipazione degli studenti a quelle azioni che la UNDAV mette in campo sulla tematica, nell’ambito delle sue attività istituzionali. L’idea è quella che gli studenti possano contribuire con una attitudine attiva e critica, che permetta loro di pensarsi come costruttori e parte di un processo specifico di lavoro, cercando anche di sviluppare capacità di lavoro in equipe formate da studenti di diverse discipline. Si cerca inoltre di collaborare alle attività di informazione e comunicazione della AAPM, attraverso i mezzi di comunicazione della UNDAV, in modo da sensibilizzare sul tema la comunità universitaria e locale. Nell’ambito delle attività del progetto vengono realizzati eventi sociali e culturali e campagne di sensibilizzazione che coinvolgono insegnanti e studenti della UNDAV e delle scuole vicine all’Università.

Uno dei pilastri fondamentali è costituito dagli incontri di lavoro, formazione e riflessione: si analizzano testi teorici sulla tematica e si condividono esperienze e sensazioni personali a partire delle attività realizzate nel progetto che contribuiscono alla formazione di uno sguardo critico, mediante la problematizzazione di tematiche come le rappresentazioni sociali della sottrazione-restituzione di identità, il ruolo dei valori e preconcetti del giornalista nei mezzi di comunicazione, le forme artistiche di rappresentazione di storie e passati trau-

matici, tra le altre. Il coordinamento del gruppo è svolto dagli insegnanti con l’obiettivo di accompagnare il processo collettivo di lavoro, promuovendo un clima di rispetto verso la diversità che permetta lo scambio orizzontale di idee e proposte. In questo spazio, si realizzano attività concordate con la AAPM che vengono proposte agli studenti come parte essenziale del progetto: la collaborazione agli eventi commemorativi dell’anniversario dell’associazione, la realizzazione di un programma radiofonico settimanale nella radio dell’Università e la copertura delle conferenze stampa delle Abuelas e del ciclo di Teatro por la Identidad e l’organizzazione di attività culturali ed educative.

Il programma radiofonico Si tratta di un programma settimanale in onda ormai da quattro anni. La struttura e i contenuti sono integralmente pensati e sviluppati dagli studenti del Corso di laurea in Giornalismo, con la collaborazione di studenti di altri corsi di laurea e il coordinamento degli insegnanti. L’obiettivo principale del programma radiofonico è la diffusione delle attività di ricerca dei nipoti sottratti alle proprie famiglie durante la dittatura militare. La trasmissione si configura inoltre come uno strumento di lavoro fondamentale perché è il mezzo attraverso cui vengono comunicate tutte le attività del progetto. Attraverso la radio si cerca di fare comunicazione e informazione sul diritto all’identità nella comunità universitaria e a livello locale, nonché di contribuire


Opere dalla mostra TwitteRelatos por la Identidad (www.abuelas.org.ar)

ad una più globale formazione degli studenti sui Diritti Umani e la difesa della democrazia, che si sostanzia in valori come la memoria, la verità e la giustizia. L’Università si propone così di operare per la costruzione di un profilo professionale di giornalista coinvolto con la realtà sociale del suo tempo, che sappia non solo raccontare i fatti, ma anche contribuire alla ricerca del benessere comune.

L’idea è quella che gli studenti possano contribuire con una attitudine attiva e critica, che gli permetta di pensarsi come costruttori e parte di un processo specifico di lavoro, cercando anche di sviluppare capacità di lavoro in equipe formate da studenti di diverse discipline. Si cerca inoltre di collaborare alle attività di informazione e comunicazione delle Abuelas, attraverso i mezzi di comunicazione della UNDAV, in modo da sensibilizzare sul tema la comunità universitaria e locale

A questo scopo vengono realizzate produzioni giornalistiche come ad esempio interviste a nonne e a nipoti, copertura giornalistica delle conferenze stampa e presentazioni pubbliche realizzate dalle Abuelas e delle attività culturali promosse nell’ambito del progetto, cronache giornalistiche (radiofoniche e grafiche).

Cultura, TIC’s e Memoria Ogni anno la AAPM realizza un concorso attraverso la rete sociale Twitter invitando gli utenti a inviare microracconti di 140 caratteri sulla memoria e l’identità. Una giuria di scrittori ne seleziona quindici, che vengono poi illustrati da artisti. Così prende vita la mostra TwitteRelatos por la Identidad. Tutto il materiale prodotto viene poi messo a disposizione sul sito web www.abuelas.org.ar, per essere scaricato e utilizzato. La UNDAV promuove la circolazione della mostra nelle scuole medie del Municipio di Avellaneda. Questa attività si è consolidata come parte del progetto e nucleo centrale del lavoro con gli studenti del Corso di laurea in Gestione Culturale. L’obiettivo è la circolazione della mostra nelle scuole medie: in un primo momento gli insegnanti delle scuole lavorano con gli alunni, a questo lavoro segue poi una esposizione della mostra insieme agli studenti e ai professori dell’Università. Le esperienze di lavoro si adeguano alle circostanze, alle diverse possibilità e peculiarità istituzionali, e si possono di volta in volta concretizzare in incontri con esperti di diritti umani, proiezioni di film e materiale audiovisivo, laboratori, programmi radiofonici, etc. Queste sono alcune delle attività che il progetto realizza, con l’obiettivo di contribuire alla costruzione della memoria collettiva e alla difesa dei diritti umani. Anche dall’università diciamo MAI PIÙ alle dittature. (traduzione dallo spagnolo: Leticia Marrone)

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Mediation at the Holocaust Memorial in Berlin An interview with the author: Irit Dekel Federica Martellini

incontri

Irit Dekel earned her PhD in sociology from the New School of Social Research. She has studies collective memory in Germany and Israel, focused on Holocaust memory, memory of non-violent struggle against war and militarism, and home-museums in Israeli and Germany. Dekel was a postdoctoral fellow at the Hebrew University of Jerusalem, a research Fellow at the Humboldt University of Berlin and is currently a visiting faculty in Israel Studies at the University of Virginia. She co-led a German Israeli Foundation international research project (2014-16) on home museums in Israel and Germany, which studied the presentation and experience of home, belonging and atmosphere. Irit, in your book Mediation at the Holocaust Memorial in Berlin you explore, in a renewed perspective, action and interaction around the Memorial to the murdered Jews of the Europe, at the center of Berlin. Drawing on memory studies and public sphere theories and basing your work on an extensive ethnographic research you analyze interaction between guides, memorial workers and visitors. What did you find out about memorial experience and about this Memorial experience? I found very interesting when you talk about the act of remembrance and the object of remembrance… Thank you for this question. In my research at the memorial on the year of its opening (2005-06) and five years later (2010-11) I found out that visitors and guides actually engage with what they and others do at the Holocaust Memorial, the act of remembrance, and how the visit transforms them. This led me to separate the object of remembrance, which is the Holocaust, from the act of remembrance, which is performing Holocaust memory at the memorial and observing how others perform this memory through various digital media. This separation, makes possible a theoretical move away from witnessing, generational transmission and what Richard Crownshaw called “Holocaust sublime”, toward a consideration of memory work as civic engagement composed of various mediation forms. Visitors thus engage with the memorial through the judgment of appropriate and inappropriate memory performances such as playing hide and seek or eating. Those reflect the visitor’s wish

to undergo a moral transformation in visiting the site. This transformation, I claimed, pertains to their moral career in relation to Holocaust memory as citizens of Germany, or other nations. I followed guided tours, participated in workshops held by the Foundation Memorial to the Murdered Jews of Europe that manages the site, and interviewed visitors from various countries in English and in Hebrew. I focused on the German visitors since they are the majority in the site, and since the site was discussed and disputed as a national site of remembrance for Germans. Interestingly, it is the first Holocaust memorial where German visitors can legitimately say “I do/ don’t like it”. This is most liberating and enables new ways to engage with Holocaust memory and with remembering groups. I discovered, and developed this research in later works, that migrants and especially Muslims, are less welcome to participate in memory action in the site. With this, and the work of Gokce Yurdakul, Michal Bodemann, Esra Ozyurek, Damani Partridge, and Michael Rothberg and Yasemin Yildiz in mind, I suggested that memory work serves as threshold to a participatory citizenship, and its denial, in turn, produced counter hegemonic memory acts among minorities in Germany. Exploring different forms of participation at the Memorial, you identify three different phases in visitors’ moral career. Can you explain what you observed? Participation in memory work at the memorial meant for visitors from Germany a transformative


experience, an ethical engagement with memory. Following Jurgen Habermas, I analyzed it as a form of engagement in the public sphere in which certain groups have more or less claim to the privilege of remembering the Holocaust correctly. “Remembering correctly” means adhering to the narrative that Holocaust memory is a form of responsibility, and (as Dan Diner claims) only German citizens whose families are historically from Germany and have extensive knowledge of visiting “authentic” memory sites of Nazi persecution and seeing the Jews as ultimate victims have such a right and duty to remember “correctly”. One way to understand this is to actually study the moral claims visitors made about their and other’s performances in the site. These were performed in three phases, which corresponded to the aesthetics of the site itself and lead to engagement in discussion.

I followed guided tours, participated in workshops held by the Foundation Memorial to the Murdered Jews of Europe that manages the site, and interviewed visitors from various countries in English and in Hebrew. I focused on the German visitors since they are the majority in the site, and since the site was discussed and disputed as a national site of remembrance for Germans

The first step, “getting in” consists in the presentation of the visitor’s moral career: she or he get into the site physically, walk in it and reflect on their own feeling in the site and the meaning of the rules of conduct written on its perimeter. The second moralizing phase is “getting lost”, or the invitation to explore the site as individuals while reflecting on one’s thoughts and feelings. The third phase, “getting it”, is where the visitors report that they have transformed morally and articulate their experience as members of a morally mature community. At the end of the “getting it” phase the visitors report that they have undergone a process that was necessary as a duty to themselves, and which helps realize the remembering publics as part of a mature, responsible polity. The Memorial isn’t located in a site of persecution, but instead in the Berlin center, between the Brandenburg Gate and Potsdamer Platz.

What does it imply from the point of view of memory work? Thank you for addressing the memorial location and aesthetics, which are an essential source for my research: The Holocaust Memorial is new, invented, commissioned, abstract in form and had been debated for almost two decades prior to its opening. It also meant that in order to study it one needs to bring together the literature on Holocaust memory with tourism studies, heritage and museum studies. As I joined guided tours and spoke to visitors, I realized that, there is a new form of tourism of accidental visitors, both in this memorial site and in the ones that followed its opening and managed by the same public federally commissioned foundation: the Memorial to the Homosexuals, the Memorial to Sinti and Roma, the memorial to the persons with disabilities murdered under the Nazi regime (the so called “Euthanasia Memorial”). Accidental visitors to one or more of these memorials either stumble onto the site(s) en route to other sites of interests or plan to pass by or through quickly. They react to being in the site quite differently from a person who chooses to go to Holocaust memory sites that were also a site of persecution or that are dedicated to telling the story of persecution. When the accidental visitors realize where they are, in the memorial above ground, they usually enter the site and perform contemplation as well as document themselves and others.

The Holocaust Memorial is new, invented, commissioned, abstract in form and had been debated for almost two decades prior to its opening. It also meant that in order to study it one needs to bring together the literature on Holocaust memory with tourism studies, heritage and museum studies

Visitors who chose not to enter the site also performed their choice by laughing loudly or walking quickly along its perimeter. I further found that vis-

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Il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa a Berlino (foto: David Dekel)

itors reacted differently according to age, geographical origins such as growing up in East vs. West Germany and class, and I would love in future research to bring these aspects together with the concept of intersectionality, which will also allow to consider the access and legitimacy migrants have in the site in a multi-dimensional and multi-directional manner.

In what way remembering the Holocaust in Germany affects action at the Memorial and, on the other hand, how do you think this memorial experience could affects the public reflection about the past and the present in contemporary Germany? I was fortunate to study the memorial just when it opened, and to return to it five years later, in dialogue with scholars who study memory work among different groups. I am Israeli, a migrant in Berlin, albeit a very welcomed one as I am Jewish, of European descent and educated. This brought me to think hard about the various people from different groups are excluded or in memory work and

prompted my recent work on philosemitism in Germany and on Jews as subjects of memory. As years pass, perhaps thanks to the opening of this site, and the four memorials adjacent to it, I have learned that there are multiple, culturally-specific ways of imagining and remembering “others”. With these come along extra-conventional norms (“they oughtn’t do that here”) attached to visitors’ performances in the site. I study them as they become indexical to memory work instead of dismissing them as unserious conduct. Through this lens, with the help of Nadine Blumer’s work on memorial networks focusing on the Sinti and Roma Memorial in Berlin, I conclude that memory work can become means to political action and recognition. Comparing the ways different groups perform and see the performances of others Memorial for the Murdered Jews of Europe with actions and interactions in the Roma and Sinti Memorial sheds light on the discrimination the Roma face today in Germany, and the kinds of political claims that can be made in that light.


Audiocronache

Il mondo visto da Roma Tre Radio Fine estate 2015. All’Università degli Studi di Roma Tre, Scuola di Lettere Filosofia Lingu, io e il mio collega Edoardo Angione, durante un tipico sabato mattina dedicato al Master di II livello che stavamo Lorenzo De Alexandris seguendo, veniamo folgorati “sulla via della comunicazione storica” da una lezione in particolare: quella sulla radio. Davanti a noi la dottoressa Beatrice Curci snocciola tutti i segreti del mestiere e le sue esperienze dirette in anni trascorsi tra cuffie e microfoni. Questo incontro ci ha rapiti: attendevamo questa lezione e torniamo nelle rispettive abitazioni con una selva di domande e questioni irrisolte. La più complessa, il nostro Everest da scalare, però è soprattutto una: “si può fare storia in radio?” Sì, il master che stavamo seguendo nell’estate scorsa si chiama Esperto in comunicazione storica: televisione e multimedialità e noi siamo due storici. Io studio ormai da qualche anno le vicende contemporanee dei Balcani, Edoardo la diplomazia del Seicento. Nel mondo radiofonico, lui ha esperienza di brevi podcast di argomento storico su una web radio (Radio Bullets), per me invece ci sono solo quelle ore passate a pendere dalle parole della dott. Curci. Ci siamo chiesti: è possibile creare un programma di un’ora parlando di storia senza annoiare? Per noi che abbiamo sempre amato la storia, sognando di renderla il nostro pane quotidiano, la risposta era semplice e scontata: “certo!”. Ma per gli altri, per chi non è fissato con la storia, ma anzi, la ricorda con orrore pensando alle interrogazioni del liceo? Come convincere anche loro? Da qui, da questo obiettivo (misto a sogno) è partita la nostra avventura: dalla necessità di divulgare la Storia senza perdere la qualità dei contenuti, ma usando al tempo stesso un linguaggio e uno stile

capace di arrivare ad un pubblico il più ampio ed eterogeneo possibile, e di rendere questa materia “ascoltabile”, anche a livello radiofonico. Le nostre idee, molto teoriche, si sono convertite, molto praticamente, in un programma con un nome, un logo e un’identità chiara: Giano, un talk che nel linguaggio della comunicazione verrebbe definito infotainment, informazione e intrattenimento, in questo caso, al servizio della divulgazione storica. A scegliere il nome ci ha aiutati il terzo componente della nostra squadra, la voce di Valerio Lavorgna, l’unico che ha poco a che fare con il mondo della storia, ma che è nato con i tempi radiofonici in testa e nelle corde vocali. Perché Giano? Giano è la divinità romana capace, grazie al suo doppio volto, di guardare sia avanti che indietro; allo stesso modo il nostro programma, come afferma il claim che abbiamo scelto, mantiene “uno sguardo al passato, uno sguardo al futuro”. In altre parole: osserva la storia per cercare di comprendere criticamente il presente e dove stiamo andando. Il format, dopo essere stato buttato giù su carta ed espresso secondo una struttura fissa con tre voci che interloquiscono su una ricorrenza storica settimanale, ha affrontato il giudizio e l’opinione dell’unica radio a cui abbiamo deciso di proporci: Roma Tre Radio. La nostra poca esperienza e la scelta di un tema così complesso, legato al mondo istituzionale degli studi, sembravano perfetti proprio per l’ambito universitario radiofonico. All’interno di Roma Tre Radio la nostra idea ha trovato una struttura all’avanguardia, dove siamo stati accolti a braccia aperte, e con molti preziosi consigli, dalla prof. Marta Perrotta, direttrice dei programmi, e dallo station manager Marco Cocco. Grazie a loro abbiamo avuto la possibilità di sperimentare, cambiare la struttura del programma, orientarci verso nuovi modi di comunicare, sfruttando al tempo stesso l’esperienza, le competenze e l’energia dei ragazzi-colleghi che abbiamo incontrato (cito uno su tutti: Vincenzo Gentile). Siamo partiti il 14 ottobre 2015 con un coretto gospel interpretato direttamente dalle nostre tre voci al posto della sigla e una puntata sulle ultime ore di Ernesto Che Guevara. Di lì in poi il

rubriche

Lorenzo De Alexandris

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programma è andato in onda ogni mercoledì dalle 17 alle 18, passando per gli argomenti più vari, dall’insolito connubio cinema e Grande Guerra, al Congo ai tempi della Rumble in the jungle di Ali e Foreman, passando per l’Affaire Dreyfus, la modernità di Giordano Bruno fino alla storia di internet e del quartiere che ha ospitato i nostri studi e la nostra prima esperienza radiofonica, Ostiense. In un anno abbiamo scoperto la differenza di scrittura di un testo per la radio rispetto a tutto quello che avevamo fatto in passato. Abbiamo familiarizzato con i tempi radiofonici e conosciuto il temutissimo horror vacui generato dai silenzi e dalle pause immotivate. Soprattutto, però, abbiamo capito l’importanza di una solida redazione alle nostre spalle, che lavorasse ai contenuti e che ci permettesse un’alternanza in voce. Al progetto Giano si sono così aggiunti altri due nostri colleghi di Master, Francesco Gallo e Diego Privitera, ed anche, dall’annata successiva, la voce femminile che colpevolmente ci mancava: Silvia Farris. Tutti con la curiosità di respirare l’aria della radio e la frenesia dell’acquario con un microfono davanti e le cuffie sulle orecchie. Quell’ora settimanale, a prima vista così semplice, l’abbiamo vissuta con l’intensità necessaria per rendere questa esperienza non un semplice hobby, ma una solida base su cui costruire con fatica e tempo una professione vera e propria. Nell’esistenza stessa di Roma Tre Radio è insito l’aspetto formativo, dato dalla costruzione (riuscitissima) di un ambiente professionale e professionalizzante dalla quale apprendere tutte le dinamiche proprie delle radio, identiche anche fuori dalle Università. Conclusa la stagione 2015/2016, Giano non si è fermato a Via Ostiense 131L. Con un format rinnovato, incentrato in particolare sul rapporto attualità-storia, ci siamo presentati a nuove radio, in FM o web, nel tentativo di rendere davvero un mestiere la nostra passione. Temevamo che il connubio memoria-radio venisse accolto con un certo scetticismo, ed invece è stata grande la nostra sorpresa quando abbiamo ricevuto alcune risposte positive da altre emittenti. Giano piaceva perché non era più solo il sogno di due (ex) studenti di storia, ma un vero programma, dove si affrontano argomenti seri, ma con un tono per quanto possibile leggero, con un suo

mercato e un suo interesse. La nostra redazione è così migrata, non senza dispiacere nei confronti della nostra casa per un intero anno, verso altri lidi: quelli di Radio Città Aperta, Valerio Lavorgna, Lorenzo De Alexanstorica dris e Edoardo Angione, nello studio di emittente Roma Tre Radio locale di Roma, passata recentemente dall’FM al web. La passione e l’entusiasmo che abbiamo visto nei loro volti mentre cercavamo di far comprendere come Giano utilizzasse la Storia per dare agli ascoltatori la possibilità di approcciarsi in maniera più critica alle notizie che ogni giorno ci vengono propinate, non ha prezzo. Il nuovo format, partito curiosamente sempre in ottobre come avvenuto a Roma Tre Radio l’anno prima, ha approfondito nelle sue prime puntate i temi più vari dell’attualità, dal duello presidenziale Trump-Clinton, alla serie tv I Medici guardando all’utilizzo della storia in Tv e non solo, alla questione colombiana delle Farc e le motivazioni dietro al premio Nobel per la pace a Juan Manuel Santos, fino ad argomenti di nicchia ma curiosi ed interessanti come le votazioni in Bulgaria e l’incerto erede al trono thailandese. La storia ha un ruolo fondamentale nella società contemporanea che purtroppo sembra via via diluirsi nella matassa di notizie false o giudizi faziosi espressi nel mondo dei social e nei canali ufficiali da testate giornalistiche. Come gruppo di giovani storici è nostro compito cercare di sperimentare e trovare nuovi modi per comunicare la nostra passione ad un numero sempre maggiore di persone: siamo convinti che il media radiofonico rappresenti un ottimo modo per riuscirci. Il tutto senza perdere mai l’obiettivo di divulgare non per puro divertissement personale, ma per impedire che, come temeva Marc Bloch nella sua Apologia della storia, «dall’ignoranza del passato» cresca fatalmente «l’incomprensione del presente».


Palladium

Spettacolo, ricerca e formazione per la stagione 2016/2017 Giuseppe Leonelli

In perfetta corrispondenza con quanto scriveva il Rettore dell’Università Roma Tre Mario Panizza a proposito di una delle più recenti stagioni del Teatro Palladium («Il Teatro Palladium dell’Università degli Studi Roma Giuseppe Leonelli Tre costituisce un importante elemento di raccordo tra l’Ateneo e la città di Roma. Un luogo in cui, con sempre maggiore continuità, spettacolo, ricerca e formazione s’intrecciano per favorire la produzione artistica nel campo del teatro, della musica e degli audiovisivi, in rapporto con le altre discipline coltivate nei dipartimenti dell’Università») la stagione 2016/2017 è già in svolgimento. Apertura in musica, il 30 settembre, con Fedra ‘ncora, 2016, opera che ha per oggetto il mito eterno della Fedra euripidea, appassionato e appassionante dall’antichità ai nostri tempi, musica di Sylvano Bussotti e coreografie di Sandra Fuciarelli, con la danzatrice Grazia Galante e gli allievi della Accademia Nazionale di Danza. In molte sezioni dell’opera si è mantenuta, con scelta particolarmente suggestiva, la voce registrata del Maestro Sylvano Bussotti, che nello spettacolo originario ricopriva il ruolo di lettore. Musica, il 9 ottobre, di diverso genere, ossia jazz, ma jazz che «va al cinema», come si legge, a incuriosire lo spettatore, nella locandina: «In questo concerto vengono eseguiti infatti i brani più famosi presenti nelle colonne sonore dei film della cosiddetta “commedia all’italiana”»; ossia, per fare un solo esempio, quelli presenti nei Soliti ignoti, opera indimenticata di Mario Monicelli. Ancora musica, musica universitaria, il 13 e il 14, quella dell’età del verismo: ovvero, Puccini, Mascagni, Leoncavallo, Giordano. A cura del Coro Roma Tre. Venerdì 28 in scena Die Blaue Stadt, spettacolo musicale intestato «alle gioie e …abissi della notte», Strumenti: clarinetto, sax, contrabbasso, voce, chitarra e letture. Spettacolo organizzato dall’Ambasciata

della Repubblica Federale Tedesca. A novembre, dal 3 al 5, il primo cospicuo incontro con la prosa, Vecchi tempi di Harold Pinter, regia di Pippo Di Marca, con Fabrizio Croci, Francesca Fava, Anna Paola Vellaccio. Pinter, ossia uno degli autori più discussi, addirittura, a tutt’oggi, amatoodiato. Cesare Garboli, che pure ha lasciato una bellissima traduzione di Terra di nessuno, considerava Pinter impossibile da tradurre in assoluto e, in particolare, impossibile da «far parlare in italiano». Difficile, quindi, da mettere in scena, per qualunque compagnia che parli la nostra lingua. Il 9 e il 10 è di scena il Coro Roma Tre, con musiche di Mozart, Rossini, Donizetti, Bellini. E poi, venerdì 11, Ieri, oggi, domani, ovvero registi che s’interrogano sul cinema italiano «fra nuovi discorsi e nuove pratiche», a cura di Vito Zagarrio e Roberto De Gaetano. Quindi, domenica 13, ancora jazz, anzi I grandi del Jazz raccontati dal cinema. Mercoledì 23 Sogni e favole io fingo, serata di poesia curata da chi scrive; si comincia con il Dante di Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io e poi via attraverso i secoli, fino al nostro tempo. Quindi, martedì 29, Olivetti e il primo PC, La grande opportunità sprecata, regista e narratore Paolo Colombo. Un’opportunità, soprattutto per i più giovani, di accedere alla conoscenza d’un periodo eccezionale, e probabilmente irripetibile, del dopoguerra italiano. Giovedì 1° dicembre La padrona di casa, ovvero «George Sand racconta Fryderyk Chopin», in occasione dei 70 anni di Daniela Mazzucato, cantante e attrice, che interpreta qui il ruolo di George Sand, testo di Sandro Cappelletto e, al pianoforte, Marco Scolastra. Ancora jazz domenica 4, correlato al cinema noir, a cura di Mario Corvini e News Talents jazz Orchestra; quindi venerdì 9 Un’infinita primavera attendo, un’opera in un atto di Sandro Cappelletto dedicata al grande statista Aldo Moro (Roma Tre Orchestra). Lavoro bellissimo, di grande complessità scenografica e musicale, che ripropone interrogativi inquietanti sul caso Moro. Dal 10 al 14 dicembre il Festival arcipelago presenta un concorso di documentari italiani prodotti nell’ultimo anno insieme a una sezione di documentari stranieri. Per tre giorni consecutivi, dal 16 dicembre al 18, ritorna Fedra, in forma di opera strutturata 85


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in un monologo dal poeta greco Ghiannis Ritsos, a suo tempo costretto all’esilio dai colonnelli greci. Protagonista Stefania Barca, con la regia di Edoardo Siravo. Ritsos, fra i più grandi poeti moderni, porta fra noi, nella nostra quotidianità, il grande personaggio di Euripide . Chiude l’anno M.H. Charpentier Te Deum H146, per soli coro e orchestra (Coro di Roma Tre). Il 15 gennaio una rassegna di musica jazz, quella che ha interessato il cinema, a cura di Mario Corvini e New Talents Jazz Orchestra. Il 28 Il corno meraviglioso del fanciullo, un’ensemble vocale e strumentale del Conservatorio di Milano, a cura di Stelia Doz. Musiche di Schumann, Brahms, Mahler, Strauss. Nel mese di febbraio, oltre a una serie di eventi musicali e cinematografici, dal 21 al 26 teatro d’autore: in scena Il Pellicano di Strindberg, allestito da Walter Pagliaro, con Micaela Esdra. Scritto nel 1907, costruito con tecnica antifrastica, il dramma racconta la storia di una madre che, invece di nutrire di se stessa i propri figli come, secondo la leggenda, farebbe il pellicano, «beve il sangue dei suoi figli, come un vampiro… Il primo titolo di questo dramma era I sonnambuli; in effetti sul palcoscenico sembrano muoversi figure avvolte nel sonno o nella morte» (Pagliaro). A marzo, il 3 e il 4, uno spettacolo pirandelliano, Centomila, Uno, Nessuno, scritto e diretto da Giuseppe Argirò, con Giuseppe Pambieri. Vita e teatro, sempre due reciproci nell’opera dello scrittore e drammaturgo siciliano, s’inseguono e scambiano di posto sulla scena. La vita, in Pirandello, è rappresentata come un delirio in cui non facciamo che ingannare noi stessi. Il 7 è di scena Glauco Mauri, con Edipo, il mito e la storia, una rilettura, oggettivata in spettacolo, del grande tema che ha interessato tutta la cultura occidentale, a partire dalla tragedia di Sofocle. Il 2425 Enoch Arden. Naufrago per amore, melologo di Richard Strauss su un poema narrativo di Alfred Tennyson, a cura di Vanessa Gravina. Una metamorfosi dalla poesia alla musica. Aprile si apre «in danza». Il 1° è di scena Pulsazioni, selezione di brani musicali fra il Settecento e il Novecento da Bach a Debussy, coreografia di Ricky Bonavita, cui seguono il 5 Je(u), danzatore

Mikael Marklund e il 7 Saknes, coreografia e danza di Benedetta Capanna. L’8 Festival Le compositrici 2017, a cura di Orietta Caianiello e con la collaborazione di Luca Aversano e Milena Gammaitoni. Dal 19 al 23 Il divorzio, una commedia di Vittorio Alfieri, scritta, assieme ad altre quattro, negli ultimi anni di vita del grande tragediografo. Tema dell’opera è la satira del costume settecentesco del cavalier servente, in servizio anche galante, che accompagnava la sua dama anche dopo le nozze di questa con il legittimo marito. Una situazione diffusissima, prevista e sancita persino nel contratto nuziale. La messa in scena del Divorzio recupera un silenzio teatrale di secoli: nessuna delle commedie alfieriane, sicuramente non fra le cose migliori dello scrittore, ma non degne, forse, di un oblio quasi totale, è stata mai rappresentata dopo la morte dell’autore. Dal 28 al 30 va in scena un testo di ben diversa fortuna, Aspettando Godot di Samuel Beckett, regia di Maurizio Scaparro. Scritto tra la fine del 1948 e l’inizio del ’49, dopo una guerra terribile, En attendant Godot, forse il capolavoro di Beckett, rappresenta simbolicamente la condizione drammatica dell’uomo moderno. Può essere messo in relazione con il poema The Waste land di Thomas Stearns Eliot, scritto fra il dicembre 1921 e il gennaio 1922, in cui Eliot esprime un’analoga desolazione e aridità spirituale. Il 5 maggio va in scena Maria Callas, la voce e il teatro, a cura di Luca Aversano: una serata d’eccezione in occasione del quarantennale della morte del grande soprano. Dal 9 al 14 sei serate di cinema, Roma Tre Film Festival 2017, a cura di Vito Zagarrio, un appuntamento da non mancare. A giugno la stagione inclina alla conclusione. Ancora cinema dal 1° al 4, CINEDEAF. Festival internazionale del cinema sordo. Si chiude con Roma Tre Orchestra, il 12 (Italian Discoveries, musiche di Fano, Omizzolo e Dvorak, Roma Tre Orchestra, direttore Luigi Piovano) e il 28 (Omaggio a Dario Marianelli, violoncello Silvia Chiesa, pianoforte Maurizio Ballini, direttore Luigi Acacella). Il Teatro chiude le sue porte, rimandando alla prossima stagione.


Post Lauream

Master internazionale in Restauro architettonico e cultura del patrimonio Eugenia Scrocca

Il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre organizza per l’a.a. 2016/2017 il Master di II livello in Restauro architettonico e cultura del patrimonio (fondatore: prof. Paolo Marconi, direttore: prof. Elisabetta Pallottino). Il Corso ha lo scopo di Eugenia Scrocca formare architetti esperti nel recupero e nel restauro dell’architettura e dell’edilizia storiche e capaci di progettare in sintonia con i contesti urbani e ambientali, per restituire ai centri storici la loro peculiare bellezza e al patrimonio italiano le sue molteplici identità. In parallelismo con le collaborazioni già in atto da più di un decennio con le diverse istituzioni preposte alla tutela

Cantiere di restauro architettonico

a Roma e nel Lazio, la programmazione di contributi di esperti e docenti di altre discipline, in particolare archeologi, geologi e storici dell’arte, intende promuovere una visione intersettoriale del patrimonio culturale e rispondere in modo più adeguato ai nuovi assetti territoriali delle istituzioni statali e locali. Il master intende promuovere un collegamento sistematico tra l’attività di insegnamento universitario di terzo livello e il tessuto socioeconomico rappresentato dal lavoro delle imprese specializzate nel settore. A questo scopo, diverse imprese specializzate nel campo della diagnostica strutturale e dei materiali, del restauro delle superfici architettoniche e del legno sono state direttamente coinvolte nell’insegnamento mentre altre imprese edili, che hanno al loro attivo importanti cantieri di restauro architettonico, hanno sponsorizzato l’attività del Master. Al fine di rendere più concreto il collegamento descritto, tutte le imprese citate si sono rese disponibili ad ospitare gli studenti del master all’interno delle loro strutture per lo svolgimento degli stage.

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Master in Housing - Nuovi modi di abitare tra innovazione e trasformazione

spettro di temi, al fine di fornire un quadro esaustivo delle nuove complessità dell’abitare contemporaneo. Le attività teoriche e dei workshop saranno sviluppate intorno a quattro temi fondamentali: • l’innovazione nel progetto della casa; • il Social Housing; • l’abitare ecologico ; • la costruzione (normative, procedure e strumenti). Per lo svolgimento degli stage, obbligatori e della durata minima di 320 ore saranno proposte diverse opportunità presso enti pubblici o studi privati con i quali, negli anni, si è consolidata una proficua collaborazione. Nelle passate edizioni sono stati svolti stage, tra gli altri, Gli studenti del master al complesso di appartamenti WoZoCo presso: Steidle Architekten (Monaco), Gausa+Raveau actarquitectura (Barcellona), MDW Architecture (Bruad Amsterdam (Barbara Del Brocco) xelles), AmmanCanovasMaruri (Madrid), Espegel Fisac arquitectos (Madrid), SBA Sarl (Parigi), Atenastudio Il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi (Roma), Cino Zucchi Architetti (Milano). Roma Tre organizza per l’a.a. 2016/2017 il Master di II Nel programma del master è compresa la partecipazione livello in Housing – nuovi modi di abitare tra innovazione al Corso base per progettisti presso l’Agenzia CasaClima e trasformazione (direttore del Master prof. Valerio Pal- a Bolzano. mieri). Il Master si propone di far emergere i principali Le lezioni/conferenze, i workshop e il laboratorio di proelementi dei processi di trasformazione dell’Housing. gettazione si svolgeranno tutti i venerdì e sabato mattina L’obiettivo è definire il tema del progetto della casa attra- + 8 giovedì. L’inizio della didattica frontale è previsto verso la formazione di tecnici altamente qualificati, ai per il 13 gennaio 2017 e la fine per il 1° luglio 2017, a quali saranno forniti strumenti progettuali utili a compe- seguito i corsisti saranno impegnati negli stage e nella retere in un mercato sempre più globalizzato. Con il contri- dazione dell’elaborato finale. L’esame finale è previsto buto di esperti italiani ed europei sarà affrontato un ampio il 15 dicembre 2017.

Master in Progettazione ecosostenibile: ideare, calcolare, realizzare e valutare

Il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre organizza per l’a.a. 2016/2017 il Master di II livello in Progettazione ecosostenibile: ideare, calcolare, realizzare e valutare (direttore: prof. Lucia Martincigh). Il corso mira a soddisfare la crescente richiesta di profili professionali specializzati nel settore della sostenibilità ambientale e della progettazione di nZEB. La proposta formativa intende integrare le capacità progettuali con quelle di simulazione e calcolo e di valutazione e certificazione. Essa mira inoltre a promuovere la conoscenza diretta nel campo della progettazione e realizzazione di edifici ecosostenibili attraverso visite in cantiere, esperienze dirette di partecipazione al processo costruttivo, incontri con aziende produttrici di materiali da costru- Esemplificazione di alcune applicazioni svolte nell’ambito dei zione ed impianti innovativi. Questa sinergia è garantita workshop del master (foto: Marina Di Guida) sia dalla partecipazione di imprese e ditte al Master sia dagli stage svolti presso studi professionali, enti di ricerca Grazie al carattere interdisciplinare degli insegnamenti e o imprese. all’attività progettuale svolta all’interno dei Workshop, i Il Master contempla, tra gli altri, anche due moduli spediplomati saranno in grado di operare con consapevocifici, dedicati uno alla certificazione energetica e l’altro lezza tecnica e sensibilità culturale nel settore della proalla certificazione di qualità (energetica, abitativa ed amgettazione architettonica e urbana, alle diverse scale e bientale). L’Università Roma Tre, soggetto autorizzato livelli di intervento, con gli strumenti metodologici e opedal Ministero dello Sviluppo economico a svolgere tale rativi oggi richiesti a fronte dell’evoluzione continua corso di formazione, può attribuire il titolo di Certificadella domanda di trasformazione, dell’urgenza che i temi tore energetico a livello nazionale e, a seguito della convenzione con la Fondazione ClimAbita, può rilasciare il della sostenibilità e della riqualificazione urbana impontitolo di Supervisor ClimAbita, oltre al diploma di Master gono in termini di bio-eco-compatibilità degli interventi. con il riconoscimento di 60 CFU.


Master OPEN - Architettura del paesaggio

• conoscenza degli elementi per la progettazione del paesaggio; • consapevolezza delle tendenze dell’architettura del paesaggio contemporanea; • competenza nel progetto di parchi e spazi pubblici urbani.

OPEN. Gli studenti del master con i docenti Maria Grazia Cianci, Luca Montuori e Andreas Kipar (foto: Giulia Bassi)

Il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre organizza per l’a.a. 2016/2017 il Master di II livello OPEN - Architettura del paesaggio (fondatore: prof. Francesco R. Ghio, direttore: prof. Maria Grazia Cianci). La finalità del corso è formare soggetti che abbiano competenze specialistiche di carattere interdisciplinare e multidimensionale riguardo ai temi della progettazione dello spazio aperto, in particolare in ambito urbano, sempre più centrali nella cultura del progetto e fondamentali per la definizione della qualità dell’habitat. In particolare, il corso offre competenze relative a:

• lettura della stratificazione storica dei paesaggi e delle strutture urbane, in rapporto al contesto ambientale e territoriale; • conoscenza della storia dell’architettura del giardino e del paesaggio;

Non tutti sanno che

Il Corso è svolto nella modalità didattica in presenza. Le attività didattiche del master avranno inizio entro il 15 febbraio 2017 e termineranno entro il 30 novembre 2017. La prova finale si svolgerà entro il 15 dicembre 2017. OPEN è articolato in tre parti che si intrecciano fra loro: le prime due - OPEN Lessons e OPEN Talks - hanno carattere teorico-critico; OPEN Workshop, ha invece natura applicativa. OPEN Lessons è l’insieme dei seminari tematici di OPEN, ognuno dei quali organizzato in una serie di lezioni che si svolgono per tutta la durata del Corso e dedicate alle materie di base della formazione del progettista degli spazi aperti urbani. OPEN Talks sono le conferenze di OPEN affidate a noti esperti italiani e stranieri, che sollecitano gli studenti su alcuni temi chiave della cultura contemporanea sul progetto dello spazio aperto. OPEN Workshop sono i seminari intensivi di progettazione che approfondiscono specifici temi di diagnosi e di trasformazione di spazi aperti, tenuti e diretti da noti progettisti italiani e stranieri.

«La morte di Stefano Cucchi è uno di quei fatti di cronaca che segnano una generazione e un pezzo di storia italiana. Perché vicenda simbolo, carica di significati pesantissimi: la violenza del Potere, la fragilità dello Stato di diritto, l’incapacità dello Stato italiano di fare i conti con le responsabilità dei suoi servitori, il pericolo che corre un ragazzo che finisce nelle mani di uomini che indossano la divisa di chi garantisce la nostra sicurezza o il camice bianco di chi tutela la nostra salute. Carlo Bonini, grande firma di “Repubblica” e autore di Acab e Suburra (insieme a Giancarlo De Cataldo), per sette anni ha seguito da vicino il caso Cucchi – attraverso la lettura di decine di migliaia di pagine di atti giudiziari, i colloqui con i familiari, lo studio delle perizie e controperizie medico-legali sulle cause della morte – e in questo libro, che è una vera e propria inchiesta civile raccontata con gli strumenti della narrazione più incalzante, mette al centro il testimone primo e ultimo della verità su quanto accaduto: il Corpo del Reato. Il cadavere di Stefano. Che svelerà le tappe del suo calvario attraverso gli occhi e la scienza di un medico che, per una coincidenza precisa come un responso, sarà lo stesso chiamato a interpretare i segni delle torture inflitte a Giulio Regeni, trucidato in Egitto e intrappolato in una storia oscura, così diversa e così simile a quella di Stefano Cucchi. Perché è tempo di far parlare quel cadavere martoriato, di fargli raccontare quello che sa e che alcuni non avrebbero voluto che dicesse, e di spiegare a tutti noi, che forse non vorremmo ascoltare, quanto i nostri corpi siano alla mercé del Potere, dello Stato, della Storia. Stefano Cucchi è morto. Lo Stato che lo aveva preso in custodia ha restituito solo un cadavere. Ma quel cadavere parla. E tutti lo dobbiamo ascoltare». (www.feltrinellieditore.it)

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Master in salute e sicurezza negli ambienti di lavoro in sanità Silvia Conforto

Lo sviluppo delle politiche di Salute e Sicurezza negli ambienti di Lavoro (SSL) è un argomento di fondamentale importanza teso alla realizzazione di diversi obiettivi tra cui: il miglioramento della produttività riducendo le Silvia Conforto assenze per malattia; la riduzione dei costi dell’assistenza sanitaria; la promozione di metodi e tecnologie di lavoro più efficienti; il mantenimento in attività dei dipendenti più anziani; la riduzione dei fattori di rischio per lavoratori giovani (18-24 anni) che risultano una delle categorie più esposte ad incidenti a causa della scarsa esperienza.

raccolto la sfida di diffondere tale cultura e hanno progettato e istituito, in convenzione, il Master di II livello in Salute e sicurezza negli ambienti di lavoro in sanità.

Tale master, oggi alla terza edizione, si propone di formare figure professionali di elevata competenza nell’ambito della SSL, con particolare riferimento al settore sanitario. Gli ambienti sanitari, infatti, rappresentano un campo di applicazione molto particolare delle strategie di prevenzione, essendo luoghi ad alto rischio intrinseco per la presenza di pazienti e per l’impiego di tecnologie avanzate da parte di personale eterogeneo. Nonostante gli interventi normativi del settore, la realizzazione di miglioramenti tecnici e gestionali, grazie a figure professionali specifiche e di adeguata competenza, è fortemente auspicata. Il master si rivolge specificatamente alle professioni deputate alla sicurezza nelle strutture sanitarie, e coinvolge come partner del progetto formativo l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL), l’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma, l’Università cattolica del Sacro Cuore, la Luiss Business School e il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco.

Inadeguate gestioni nazionali, trascurando questi aspetti, possono causare diversi tipi di danni esplicitabili in costi secondari – tra il 2,6% e il 3,8% del PIL per incidenti sul lavoro e malattie professionali secondo EU-OSHA – Estimating the cost of accidents and ill-health at work: A review of methodologies, 2014 – e mancati vantaggi. Il percorso formativo avviene tramite una didattica Viceversa, gestioni virtuose dovrebbero favorire multidisciplinare di ampio respiro, ottimale per lo l’adozione di opportune misure di prevenzione e sviluppo delle competenze trasversali necessarie al protezione dai rischi che, solitamente, conducono a raggiungimento di una preparazione specifica nelle modifiche dei processi e degli ambienti lavorativi. strutture sanitarie. Al termine del percorso formaQuesto tipo di gestione, favorito dal connubio tra tivo, i partecipanti acquisiranno non solo il titolo di competenze tecniche specifiche e il consenso degli master di secondo livello, ma avranno anche la posstakeholder, è subordinato alla diffusione della cul- sibilità di conseguire un ampio insieme di attestati e tura della SSL. Purtroppo l’integrazione dei principi abilitazioni richiesti dalla legge al fine dell’esercizio della SSL nell’istruzione superiore, soprattutto uni- della professione nel settore.

versitaria, è ancora oggi carente, nonostante ai futuri professionisti sia comunque richiesto di padroneggiare tale materia nella propria attività lavorativa (EU_OSHA, Mainstreaming OSH into university education, 2010).

Per dettagli su attestati e abilitazioni, nonché per avere informazioni specifiche sui destinatari, l’organizzazione della didattica, le modalità di partecipazione e la possibilità di accedere a agevolazioni per la copertura anche parziale della quota di Il Dipartimento di Ingegneria dell’Università Roma partecipazione, il riferimento è http://mastersaluteTre e l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù hanno sicurezza.uniroma3.it.


Finché il tempo non ci separi

Blu, Bansky e gli “stacchi”: è lecito e ha senso musealizzare la street art? che settimana prima, lo street artist Ericailcane aveva espresso la sua disapprovazione realizzando un murales che raffigura un topo grattare i muri, dal titolo significativo, Zona Derattizzata, e con una didascalia che dipana ancor di più qualsiasi dubbio o fraintendimento: «Area bonificata da tombaroli, ladri di beni comuni, sedicenti difensori della cultura, restauratori senza scrupoli e curatori prezzolati, massoni, sequestratori impuniti dell’altrui opera di intelletto, adepti del Dio danaro e sudditi». Una chiara e ferma presa di posizione contro gli intenti della mostra. In difesa della pratica degli “stacchi”, ovviamente troviamo i curatori della mostra Christian Omodeo e Luca Ciancabilla, autore quest’ultimo anche del volume The Sight Gallery. Salvaguardia e conservazione della pittura murale urbana contemporanea a Bologna (Bononia, University Press, 2015). Secondo Ciancabilla, per preservare alle generazioni future la possibilità di conoscere e ammirare le pitture murarie urbane, è necessario avviare una mirata campagna di distacco delle opere in imminente pericolo di deterioramento, anche a costo di rinnegare la loro natura effimera. Tante le domande che hanno acceso il dibattito: l’artista può opporsi? Può decidere che le sue opere non vengano conservate, archiviate e che siano collocate in un museo? La street art può essere ancora considerata una forma d’arte, sovversiva, illecita, estranea ai canali ufficiali dell’arte? La questione si presenta davvero complessa e ricca di spunti, soprattutto per un’evidente mancanza di precedenti, anche in termini di violazione del diritto d’autore, non solo in Italia ma anche in Europa. Il caso di Bologna sembra essere davvero il primo che si interroga, sicuramente in maniera così ufficiale e pubblica, sul destino delle opere di arte urbana. Ma facciamo un passo indietro per capire meglio la ritrosia della quasi totalità degli artisti che fanno parte di questo movimento artistico e culturale. La street art è definibile come un evento espressivo, le cui performance sono accomunate non tanto dal medium utilizzato quanto più dal luogo di esecuzione e di fruizione: la strada. Pur non essendo un insieme organico ed omogeneo, si possono individuare dei tratti ed un’attitudine comune; avendo la strada come elemento distintivo, le opere, quantomeno in origine, sono legate alla 91

recensioni

Negli ultimi mesi, nel mondo dell’arte, si è assistito a qualcosa di non molto comune per il nostro Paese: ben due grandi mostre hanno trattato contemporaneamente un ambito creativo così controverso, attuale e dibattuto Giulia Pietralunga Cosentino come la street art. A Bologna, la mostra Street Art – Banksy e Co. L’arte allo stato urbano, sostenuta da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, curata da Luca Ciancabilla, Christian Omodeo e Sean Corcoran, voluta da Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae; a Roma, a Palazzo Cipolla, la Fondazione Terzo Pilastro ha esposto, con il titolo War, Capitalism and Liberty, un centinaio di opere dell’inglese Bansky, forse l’artista più popolare di questo movimento, reso celebre anche dalla sua indefinibile e sfuggente identità. Ma è soprattutto la mostra di Bologna che ha scatenato un acceso dibattito e diviso l’opinione pubblica e il mondo dell’arte contemporanea. Il progetto di questa prima grande retrospettiva dedicata alla storia della street art è nata dalla volontà del Professor Roversi Monaco e di un team di esperti nel campo del restauro, di avviare una riflessione sulle modalità della salvaguardia, della conservazione e della musealizzazione di queste esperienze urbane. Il progetto è ambizioso e ha previsto il distacco di alcuni dei più significativi murales di Bologna per garantirne loro la conservazione, evitandone il naturale ed inevitabile decadimento. I fatti successivi sono noti: Blu, uno degli street artist di maggior rilievo, inserito dal quotidiano inglese The Guardian nella top ten dei migliori street artist, insieme a Banksy ed Haring, ha deciso di cancellare i murales da lui realizzati a Bologna nel corso degli ultimi venti anni in segno di protesta. Il percorso di cancellazione è culminato con l’imbiancatura dei muri del centro sociale XM24 che accoglievano #occupymordor la sua opera, forse, più celebre. Solo qual-


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sfera dell’illegascelta dall’artista? lità, alla rivendicaOpere che sono efzione e alla fimere ed estemriappropriazione poranee, e che di spazi, senza la hanno in quella necessità di ottenaturale ed inesonere un’approvarabile decadenza zione ufficiale. un’ulteriore afferNegli Stati Uniti è mazione della loro a partire dagli anni definizione di Ottanta che la opera d’arte. Se il street art va inconpensiero dell’autro a processi di tore, il suo mesclassificazione, lesaggio, lo spazio galizzazione e istiscelto, il contesto tuzionalizzazione, definito e il suo diventando ogdestinatario risulgetto di curiosa attano parte intetenzione da parte grante dell’intera degli esperti del opera, ha senso settore dell’arte. Il snaturarli e modisuccesso della Un’opera di Blu in Via Ostiense, angolo Via del Porto Fluviale, a Roma ficare irrimediabilmente il loro mostra Time- (foto: Giulia Pietralunga Cosentino) messaggio in square show del 1980 sancisce nome di una conl’esistenza in strada di un indirizzo diverso dal semservazione necessaria, soprattutto quando l’autore ha stabilito di rendere “mortale” l’opera? Interesplice lettering. Jean Michel Basquiat e Keith Haring sono, a posteriori, i più celebri interpreti di sante sulla questione è il punto di vista di Fabiola quest’epoca, seguiti da altri artisti come Richard Naldi, storica dell’arte ed esperta di graffiti e street Hambleton , le cui sagome a vernice nera (shadowart, con base a Bologna che si è da subito dichiarata man) sono i primi segni iconici ad apparire con un contraria alla realizzazione della mostra. «È arte forte impatto sui muri di New York. Nel contesto fatta per essere distrutta» – afferma la Naldi – italiano è solo verso la fine degli anni Novanta che «Questo tipo di arte contemporanea nasce, vive e si verificano tali processi. La street art in Italia si muore, come noi e non ha alcun senso pensare di muove storicamente sull’asse Milano – Bologna – utilizzare la stessa filosofia conservativa che si apRoma, seppur con modalità e peculiarità diverse. plica all’arte antica o moderna. La modalità di fruiEterogeneità ed incompiutezza, mancanza di autozione è completamente diversa». L’idea di museo, rizzazione, modifica del contesto spaziale e ricerca secondo l’esperta, dovrebbe modificarsi; fenomeni di comunicazione con i passanti: questi i tratti cocome la street art si possono prestare a una diffemuni che hanno, sia negli Stati Uniti che in Europa, rente fruizione metodologica anche sfruttando le raccolto le esperienze di più di trenta anni di street nuove tecnologie. art. Ora, date queste premesse, è lecito che un’istiNell’intervista rilasciata al magazine ArtTribune tuzione culturale ufficiale intervenga in un mondo in merito alla questione dei murales di Blu ricorda come «esistano ormai da decenni sistemi di da sempre autonomo, volutamente illegale, effiregistrazione per le opere cosiddette effimere; mero, pubblico e popolare come quello della street casi emblematici di produzione artistica a partire art per sradicare questi lavori dai loro luoghi di oridal secondo Novecento (Land Art, performance, gine ed esporli come opere d’arte? Il dibattito sulla happening, fra le altre) hanno forzato i limiti della conservazione e il restauro dell’arte contemporafruizione e della trasmissione dell’opera, sottolinea, di cui anche la street art fa parte, è indubbianeando l’imprescindibile contestualizzazione mente vivo. Sul tema della tutela e del restauro, ha spazio-temporale. Con pertinenza si potrebbe risenso contrastare il naturale deterioramento di opere che sono state concepite per esistere su quel cordare che la migliore storia del writing a New York si può leggere dalle documentazioni fotodeterminato muro, in quella determinata strada


Street art a Berlino (foto: Chiara Fusco)

Street art a Berlino (foto: Chiara Fusco)

grafiche di Jon Naar, Henry Chalfant, Martha Cooper etc. Forse il confronto con l’epoca medioevale o moderna andrebbe costruito su base stilistica piuttosto che su metodologie di conservazione delle opere». Sicuramente il merito di chi ha organizzato questa

mostra, aldilà delle convinzioni che caratterizzano le parti in causa, è quello di aver sollevato nuove ed ulteriori questioni sul destino della street art, e dell’arte contemporanea in generale che con la sua versatilità di forme e materiali rende il dibattito sulla sua conservazione ricco di spunti e riflessioni.

Street art a Bologna (foto: Chiara Fusco)

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UniversitĂ degli Studi Roma Tre - via Ostiense, 159 - www.uniroma3.it

Roma Tre News 3/2016  

Futuring the past

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