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FRALERIGHE DICE NO ALL’EDITORIA A PAGAMENTO


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GEMELLAGGIO CON PESCEPIRATA FORUM SCRITTORI

Pesce PiratA Forum di Scrittura Lettura Editing collettivo Perche pesce? Pesce perche lo scrittore e un po' come un pesce... parla poco, e silenzioso, si muove rasente al fondale muovendo appena coda e pinne, ma scruta tutto, vede perfino quello che succede alle sue spalle. Perche Pirata? Perche come i pirati informatici sposiamo in pieno la filosofia dell'web 2.0 Ovvero il voler rendere pubblico e accessibile il lavoro frutto del singolo o della collettivitĂ .

http://www.pescepirata.it/


EDITORIALE Natale, si sa, è la festa più attesa dell’anno, in particolar modo dai bambini. Noi di Fralerighe abbiamo deciso di omaggiare questa festa con dei racconti, sei nello specifico, che esplorano la festa nelle sue sfumature, ponendo particolare enfasi su quelle più insolite, beffarde e crude. In questi racconti c’è di tutto, da Babbo Natale pronto a dimettersi a chi vive il Natale con cinismo e disprezzo della vita altrui, passando per un pacco dal significato particolare, il racconto di un imbroglione, il cannibalismo, l’alcoolismo, la tossicodipendenza. Per completare la nostra opera di smitizzazione del Natale (che comunque amiamo) abbiamo inserito nell’ebook un articolo che spiega le origini del Natale (tutt’altro che cristiane). Ci scusiamo con gli animi più sensibili, ma noi siamo fatti così, non possiamo farci niente. Non ci resta che augurarvi buona lettura e buone feste. Lo Staff di Fralerighe


LE ORIGINI DEL NATALE A volte pensiamo che il Natale, così come lo viviamo, non corrisponda più al suo scopo primario, ovvero quello di festeggiare la nascita di Gesù. Pensiamo che oggi, travolti come siamo dal consumismo, ci preoccupiamo solo di mangiare e festeggiare tralasciando la spiritualità. Ma è proprio così? Questa festa nasce per celebrare la nascita di Gesù? Per rispondere a questa domanda dobbiamo andare piuttosto indietro nel tempo. Ai tempi dell’uomo primitivo, di preciso. Sì, sì, lo prometto. Sarò breve. Dunque, l’uomo primitivo, come tutti sanno, non aveva conoscenze scientifiche. Per questo, ogni anno, quando notava che il Sole da forte e duraturo diveniva debole e poco presente – ovvero, quando si passava dall’estate all’autunnoinverno – temeva che questo potesse non tornare più. E’ ovvio, quindi, che l’uomo primitivo vivesse come una festa il giorno in cui il Sole smette di “allontanarsi” (nell’emisfero


settentrionale) ma anzi inverte la rotta, riavvicinandosi sempre di più. Quel giorno è il solstizio d’inverno, che cade il 21 o il 22 dicembre (a quanto pare il 21 dicembre non è solo il giorno preferito dei catastrofisti…). Procediamo nel nostro “viaggio” attraverso la storia. Dagli uomini preistorici andiamo avanti fino a una delle più grandi civiltà occidentali: l’Impero Romano. Nel tardo impero coesistevano diverse religioni. Vi era il paganesimo “tradizionale”, basato su un pantheon preso in prestito dai Greci, che riversava in uno stato di fortissima crisi; vi erano diversi culti orientali, tra cui quello di Mitra; e tra le altre religioni minori iniziava a prendere piede il Cristianesimo. I pagani “tradizionalisti”, ovvero i cultori di Giove, Marte, Saturno, Nettuno, Plutone e così via, attribuivano a Saturno – dio dell’agricoltura – l’inversione di marcia del Sole dopo la fase di declino. Ovviamente il riavvicinamento del Sole per opera dell’interessamento di un dio andava festeggiato. Le feste dedicate a Saturno prendevano il nome di Saturnalia, in italiano Saturnali, e avevano luogo tra il 17 e il 24 Dicembre.


Ma in cosa consistevano i Saturnali? Gli uffici pubblici e le scuole venivano chiusi, ogni attività lavorativa veniva sospesa, si banchettava, ai servi era concesso un periodo di relativa libertà, vi era una certa licenza sessuale, e infine la gente si scambiava regali. Quando il paganesimo tradizionale entrò in crisi, i Saturnali restarono in vita, venendo assorbiti nei culti successivi, dato che i Romani non intendevano rinunciarvi. Tra i culti più forti, nell’Impero Romano del secondo/terzo secolo dopo Cristo, vi era il Mitraismo. I cultori di Mitra – divinità persiana-induista – festeggiavano la nascita del Dio Sole invitto (mai vinto, nel senso che dopo ogni inverno esso risorgeva), in latino “Dies Natalis Solis Invicti” proprio nel giorno del solstizio d’inverno. I Mitraisti credevano che l’ascesa post declino del Sole fosse la prova della vita dopo la morte. Dato che i Saturnali non contrastavano con la loro fede, ma anzi combaciavano, li inglobarono senza problemi. Aggiunsero poi un altro giorno di festa, il 25, in cui festeggiavano la nascita di Mitra. Il 25 dicembre, la nascita di Mitra, era la festa più popolare del Mitraismo.


Ricapitoliamo: già prima del Natale cristiano, in questo periodo si festeggiava, si banchettava, le scuole e gli uffici erano chiusi, i lavori sospesi, ci si scambiava regali e il 25 era il giorno più importante delle feste. Ma come è stato assorbito tutto ciò dal Cristianesimo? E come mai? Il Mitraismo era in ascesa, sì, ma dal punto di vista espansivo aveva una pecca: escludeva le donne. Eh sì. E allora le donne a quale religione potevano rivolgersi? Al Cristianesimo. E chi dava ai bambini la prima educazione? Le madri, che portavano i figli alle celebrazioni e alla messa. Fu per questo che il Cristianesimo iniziò a prevalere sul Mitraismo. Perché era la prima religione con cui i bambini romani entravano in contatto. Ma il Mitraismo rimaneva un osso duro da sconfiggere a causa delle celebrazioni dei Saturnali con annessa festa per la Nascita di Mitra. Fu per questo motivo che poco dopo il 300 d. C. il Natale, ovvero la Nascita di Gesù – la cui data esatta non viene mai indicata nelle Sacre Scritture – fu fissato il 25 dicembre. Fu un vero e proprio plagio, una versione cristiana della festa preesistente studiata per togliere seguaci all’altra religione.


Ma i veri vincitori, nella battaglia tra le varie religioni, sono i festeggiamenti Saturnali, solo formalmente legati a Gesù e al Cristianesimo. Insomma, tutto sommato il “Natale” era ed è una festa godereccia e terrena, volta al piacere e al festeggiamento della vita, che continua nonostante i periodi di calo e di avversità (l’autunno nel caso del Sole).


In definitiva, quindi, la risposta è no. Non abbiamo tradito lo spirito dei Saturnali. Abbiamo solo perso alcuni aspetti (quello legato agli schiavi e al sesso) a causa di cambiamenti sociali. Non mi resta che augurarvi buon Natale e buoni festeggiamenti terreni. p.s. Chiaramente questo non vuole essere un articolo anticattolico/cristiano, nÊ anti-religioso, ma solo uno spunto per riflettere su una festa che viviamo cosÏ come la vivevamo migliaia di anni fa, pur senza saperlo. Aniello Troiano


BABBO NATALE SI DIMETTE Penso sia giunto il momento che rassegni le mie dimissioni. Questo lavoro mi ha sempre dato enormi soddisfazioni, ma ormai è ora che smetta. Sono vecchio e stanco, gli acciacchi mi rendono la vita un inferno. Adesso l' unica cosa che voglio è ritirarmi nella mia bella casetta e prendermi cura di me. Quando ha visto i miei recenti esami del sangue, il mio medico ha detto che non riesce a spiegarsi come faccio ad essere ancora vivo. La sua conclusione comunque è stata lapidaria: se non mi metto a dieta vado in contro a morte certa. Io di sicuro non perdo tempo a discutere. Ho già fatto a pezzi la slitta, che utilizzerò per scaldarmi in questo lungo inverno. Ho liberato le renne. Quando ho sciolto le briglie mi hanno guardato in modo un po' perplesso, poi hanno capito che erano libere e sono scappate tra i boschi. Della mia "divisa" non so ancora cosa farmene. In un primo tempo ho pensato di bruciarla assieme alla slitta, ma poi mi sono detto che non è giusto incenerire un ricordo così importante della mia vita. Quindi ho pensato di conservarla, ma poi mi è venuto da piangere, perché in fin dei conti sono un sentimentale e vederla appesa ad un attaccapanni mi fa male. Alla fine ho concluso che devo venderla, per lo meno così riesco a raggranellare qualche quattrino. Regali da consegnare non ne ho più, anche perché gli ultimi rimasti mi sono stati rubati la settimana scorsa. In un angolo della stanza da pranzo c'è un sacco pieno di tutte le lettere che non leggerò, ma non per cattiveria. Il fatto è che ho dei seri problemi di vista, pertanto è inutile


consumare quel poco che mi resta per decifrare desideri che non esaudirò. Restare in casa non mi piace per niente, perché sono costretto a fare i conti con la mia solitudine. Mentre mi faccio la barba rifletto sul fatto che ho sempre pensato a rendere felici gli altri, ma mai nessuno si è preoccupato della mia felicità. In tanti anni di onorata carriera non mi è mai stato chiesto quali fossero i miei sogni, i miei desideri, e non ho mai ricevuto gli auguri da chicchessia! La vecchiaia è un buon alibi, ma ad essere sinceri il mio ritiro forse è dovuto proprio a questo egoismo che permea gli esseri umani. E guai a fare errori! Una volta ho recapitato il regalo sbagliato ad un ragazzino. E sapete lui cosa ha fatto? Ha aspettato che scendessi dal tetto e mi ha riempito di bastonate! Ho provato anche a sporgere denuncia, ma i poliziotti si sono messi a ridere appena mi hanno visto, e pensando ad uno scherzo mi hanno intimato di andare via. Per non parlare poi di quella volta che, durante una consegna, sono rimasto incastrato nella canna fumaria del camino! Per salvarmi sono dovuti intervenire i pompieri. Invece di chiedermi come stavo e di offrirmi una fetta di panettone, il proprietario della casa si è arrabbiato per i danni causati al tetto, e mi ha costretto a risarcirlo. Per fortuna che ero assicurato! Tra poche ore sarà di nuovo Natale, ma stavolta non ne sarò protagonista. Esco di casa e mi godo la serata come un normale cittadino. La gente cammina con frenesia sotto ai portici, mi urta con pacchi e pacchetti e nemmeno mi chiede scusa. Ma poi perché dovrebbe? Ai suoi occhi sono solo un inutile vecchio. Eppure io sono quello che fino ad


un anno fa ha consegnato i regali ai suoi figli incapaci di sorridere e di comprendere il valore delle cose. Più mi guardo intorno e più sono convinto della mia decisione di andare in pensione. Passeggiando per le strade mi capita di lanciare lo sguardo in qualche casa. Le famiglie pensano solo ad ingozzarsi con le pietanze del cenone. Tutti si ignorano amabilmente tenendo lo sguardo fisso nel vuoto, riuscendo a condividere solo una profonda e silenziosa infelicità. Ma che mondo è mai questo? Comincia a cadere la neve. L'orologio della chiesa batte la mezzanotte. Solo il frusciò del vento freddo riesce a rompere il silenzio che sembra essersi impossessato della città deserta. Mentre torno a casa incontro un bambino fermo davanti ad un portone chiuso. Trema per il freddo, mi guarda con occhi impauriti. Io mi avvicino e gli tendo la mano. Lui me la stringe con diffidenza e mi accorgo che la sua è ghiacciata. - Devi andare al caldo, finirai per ammalarti. - Gli dico. Il piccolo scuote la testa. Dai suoi occhi scorrono le lacrime. - La mamma è andata via... Mi inginocchio e lo abbraccio. Lui affonda la testa nella mia spalla e mi stringe forte. - Non preoccuparti, caro. Non sei più solo... Il bambino solleva il viso e mi sorride. Nei suoi occhi luccicanti di pianto riesco a vedere quell'innocenza che non vedevo da tempo. - Buon Natale, nonno... - Buon Natale a te... Riprendiamo insieme la strada verso casa, e mentre camminiamo penso che sono orgoglioso di me. Per la


prima volta sono riuscito a regalare un po' di amore sincero, ed allo stesso tempo sono stato ricambiato con una felicitĂ  spontanea che mi rallegra il cuore. Giovanni Mistrulli biblioteca1984@virgilio.it


IL PACCO CON LA CARTA BLU Il suo preferito era il pacco con la carta blu. Non aveva alcun tipo di decorazione, fatta eccezione per una coccarda rossa che nemmeno si abbinava bene, ma la sfumatura di colore era così intensa e quando la luce lo sfiorava si accendeva di piccoli riflessi. Era come si immagina il mare da bambini, denso e misterioso. E poi era grande, il più grande di tutti i pacchi che Giovanna aveva messo da parte per suo fratello in quei due anni di lontananza, impilati in due colonne che rappresentavano il compleanno e il Natale. Colonne gemelle perché suo fratello era nato il ventitré dicembre. Giovanna non aveva ben capito a quale delle due appartenesse il pacco con la carta blu, probabilmente a entrambe perché non ricordava che la zia Antonia le avesse dato altro, quando era andata a trovarla. Peccato però che fosse troppo piccolo per essere messo in equilibrio come un architrave o usato come base, e troppo largo per essere incastrato in mezzo. Era semplicemente fuori posto, come quell'assenza prolungata che aveva fatto da spartiacque nei rapporti con suo fratello: di qua l'unione dell'infanzia, di là le incognite di una vita di cui lei sapeva poco o nulla. Suo fratello aveva un buon lavoro, un recinto all'interno del quale muoversi con sicurezza. Viveva in affitto ma aveva un auto di sua proprietà.


Suo fratello aveva colleghi ed amici di cui lei non conosceva né i nomi né le facce, sagome di cartone dal sorriso dipinto che popolavano un mondo che poteva solo tratteggiare nella mente. Aveva una compagna che aveva visto una volta soltanto, rimanendo colpita dalla sicurezza altera con cui imponeva anche attraverso i movimenti più banali la sua cultura di appartenenza, che a Giovanna appariva così affascinante, così naturalmente portata alla vittoria contro il suo essere debole e in ombra. Sicuramente il pacco di zia Antonia voleva celebrare questa vittoria, omaggiare il nuovo legame riconoscendogli legittimità prima ancora che lo facesse il prete sull'altare. Per questo era così grande e aveva quella carta sgargiante. Rappresentava tutto quello che lei si perdeva rimanendo lì, tra le mura della vecchia casa, grigia come la perenne indecisione che la logorava. Grigia come i doveri che la primogenitura porta con sé anche quando si nasce in una famiglia non tradizionalista. Ma certe caratteristiche sono come marchi, come la cicatrice che ha lasciato il vaccino contro il vaiolo sul braccio di suo padre: hanno un che di ineluttabile. Si sa che non si può sfuggire e ci si rassegna, consolandosi all'idea di stare pagando il prezzo minore. Giovanna richiude l'armadio di suo fratello, carico di doni impolverati dall'indifferenza e si dirige verso la sua stanza: la familiarità e l'ordine la rassicurano. I suoi pacchetti sono pochi e disposti elegantemente su una consolle. Il suo preferito è un pacchetto con la carta d'argento.


Sa cosa contengono, un oggetto prezioso che però è anche il segno inequivocabile della sua sconfitta. Il passaggio di mano da una generazione all'altra, l'eredità che una famiglia cerca di dividersi durante le feste di Natale. L'eredità da cui suo fratello, saggiamente, ha scelto di fuggire. Daniela Gervasi


LA STORIA DI NATALE Appena oltre le casse, l’inferno. Il supermarket del centro commerciale brulica come un formicaio sovraffollato. Guardo Sara negli occhi, anzi no. Quando si dice una bugia è meglio non farlo, l’ho letto da qualche parte. «Devo tornare un attimo in macchina. Vi raggiungo subito.» La vaghezza della giustificazione ha funzionato. Guida il carrello verso gli scaffali, continuando a chiacchierare con Vale. Siedo sulla prima panchina libera e respiro a fondo. Non c’è niente di peggio che andare a caccia di offerte alimentari, dopo ore trascorse in boutique con commesse aggressive, pronte ad azzannarti alla giugulare e non mollare fino a quando non hai indossato almeno un capo di prova. Una signora colma di buste gonfie cammina a zigzag, da una vetrina all’altra, attorniata da due bambini sfrenati, ognuno con un cono gelato in mano. Un pericolo pubblico per gli abiti di chiunque infranga la distanza di sicurezza. La scena mi distrae dall’arrivo di un altro reduce, in cerca di un momento di riposo. Tanto che appena mi giro salto quasi in piedi. «Lo so, sono bello grosso!» Babbo Natale mi sorride. Sarà alto un metro e novanta. La figura è, se possibile, ancora più pantagruelica per via del ventre gonfio oltre la norma sotto il classico costume rosso. Con una mano regge un sacco dall’apparenza pesante, con l’altra si liscia la barba, di cui osservo curioso il candore.


«Sembra vera, no? Ho usato la colla per gli attori dei film. Faccio le cose per bene.» Scambiare due chiacchiere potrebbe ritardare l’entrata al supermercato. L’omone è simpatico. Attacco discorso. «È un lavoro stancante?» «Naaa. Mi mancano le sigarette.» «Fumava?» «Un pacchetto al giorno. Poi ho letto un libro. Quello che in dieci giorni smetti.» «Di leggere il libro?» «Ahah! Questa gliela rubo. Comunque ho letto tutto il libro e ho smesso dopo due mesi. Quindi o sono lento a capire o era inutile leggerlo.» «Ho un amico che sta cercando di smettere. Dice che dipende dalla volontà.» «Vero.» Sospira con lo sguardo nel vuoto. Prende fiato e domanda: «È solo?» «Ho accompagnato mia moglie e la sorella. In realtà dovrei raggiungerle, ma è dalle tre che siamo qui. È il ventiquattro novembre e già vanno a caccia di panettoni. Una follia.» «Anche la mia lo faceva. È morta un anno fa.» «Diavolo. Non volevo… mi dispiace davvero.» «Non si preoccupi. Nessuno ha colpa. Ho provato a cercare un colpevole, ma il risultato è stato di raddoppiare le sigarette giornaliere. Per questo ho deciso di smettere.» Sarebbe meglio andare via, con un saluto di conforto. Non riesco però a lasciarlo. Ha voglia di sfogarsi, lo capisco da come muove la bocca, indeciso se raccontare altro, oppure no. Aspetto qualche minuto, fino a quando non riprende il racconto.


«Stavamo al supermercato. Ero andato a prendere il pane integrale, quello che piaceva a lei e che sbagliavo sempre a scegliere. Se non la lasciavo sola forse… Al reparto bibite un carrello meccanico si rompe e lascia rotolare bottiglie sul pavimento. È assurdo, da film comico. Ho cercato su internet se è davvero possibile morire cadendo da poco più di un metro. Vuole sapere la cosa ridicola? Ho trovato articoli di americani cascati dal terzo piano, da dieci metri senza farsi niente.» «Non so proprio cosa dire. Terribile.» Se non lo conoscessi da pochi minuti metterei almeno una mano sulla spalla del fragile gigante. Di colpo alza lo sguardo. Inarca le gote e mi fa: «Le è piaciuta la storia?» Sostiene l’espressione sorniona, mentre infila la mano nel sacco, dal quale estrae un libro sottile. Sulla copertina morbida una bottiglia di Coca Cola riversa sul pavimento e il titolo: Poco più di un metro. «La trovata del pane integrale non è stupenda? Ho contattato diversi editori. Hanno risposto solo due. Uno ha detto che non rientrava nei piani editoriali, l’altro che era poco credibile, ma lei si è commosso, no? Significa che funziona. Quelli non capiscono niente. Se le è piaciuta la storia, ne prenda uno, costa solo dodici euro!» Balbetto qualcosa di incomprensibile, continuando a subire la promozione coatta. «Se ne prende tre, le faccio un po’ di sconto. Tanto ho fatto stampare cinquecento copie. Lo regala ai parenti. Sarà la storia di Natale! È il mio quinto romanzo. Forse ha sentito parlare di me, Gianluigi Domenichini. Ho scritto un’antologia di racconti e quattro romanzi, trova tutto sul


sito internet. Ho fatto uno spettacolo teatrale con Armando Prampolini Pignatti…» Avendo riacquistato un minimo di lucidità, mi domando se la strategia di marketing del signor Domenichini sia passibile di denuncia. «… sono iscritto a Lega Ambiente e ho partecipato alla Fiera degli artisti di strada 2012. Un mio amico critico ha scritto la prefazione. Guardi che gli articoli degli americani caduti dal terzo piano sono veri. Faccio sempre ricerche prima di scrivere un libro. Sono un professionista.» Comincio ad allontanarmi a passo svelto. Lo sento trascinare il sacco e seguirmi. «Facciamo così: ne prende uno, se non le piace me lo riporta. Sto qui ogni sabato pomeriggio, fino alla chiusura. Io dico che però le conviene prenderne tre. Non so quanto dureranno cinquecento copie. Sarà la storia di Natale! È sicuro.» Fuggo nel freddo serale fino a raggiungere il parcheggio. Mi barrico in macchina. Accendo la radio a volume basso, chiudo gli occhi. Il cellulare rovina l’idillio automobilistico. È Sara, non ha più soldi. Devo raggiungerla subito alla cassa quattordici. All’interno trovo Vale, da sola. Ha quasi finito di imbustare la spesa, sotto lo sguardo di disapprovazione della cassiera, che attende il pagamento. Consegno la carta di credito e interrogo Vale sulla sorte di mia moglie. «Sta offrendo una cioccolata calda a un signore. Poverino, una storiaccia. Vieni, che te lo faccio conoscere. Fa il Babbo Natale al negozio di giocattoli.» Marco Parlato www.thireos.wordpress.com


NATALE DI CACCIA I primi fiocchi di neve cadevano sul paese di Medorilè. La festa più attesa si avvicinava. Come ogni Natale, c'era grande agitazione. I genitori si muovevano frettolosamente nelle affollate strade illuminate. Le molte armerie venivano prese d’assalto. La maggior parte dei proiettili, infatti, erano stati esplosi lo scorso anno. Era stata una nottata particolarmente proficua quella. Il cibo per il resto dell’inverno era stato assicurato ed i bambini non erano mai stati tanto gioiosi. Ogni famiglia aveva le proprie tradizioni in fatto di armamenti. I Medow Brackett, ad esempio, erano un’antica e nobile famiglia caduta in disgrazia. Vivevano in una piccola casupola, ben arredata e pulita, ma pur sempre lontana dal passato splendore della loro villa nei sobborghi. Il padre, dissenato oltre ogni limite in gioventù, si era deciso a mettere la testa a posto, con grande piacere della moglie, che lo aveva sposato più per ostentare un doppio cognome che per amore, ed era riuscito a riacquistare dal banco dei pegni il vecchio cannone di famiglia. Il capofamiglia dei Bosqui al contrario, era stato un ragazzo responsabile e, negli anni, era divenuto un rispettato cittadino di Medorilè. Tutti i membri dei Bosqui dovevano avere un arma. I due bambini avevano ottenuto proprio l'anno precedente le loro prime pistole natalizie. Una viola con i glitter per Megane e una azzurra adornata di fulmini per Benji. Erano al settimo cielo: quanta felicità si poteva respirare quel giorno. Non volevano essere da meno neanche questa volta. C'era stato un gran parlare per


l’intero dicembre della festa di Natale della signora Bosqui. Tutte le persone che contavano erano state invitate, menù di carne appena cacciata alla brace, vino buono e proiettili in quantità per gli ospiti. Anche a Medorilè, purtroppo, c'erano i meno fortunati. Potevi riconoscere i loro bambini dagli occhi tristi che si alzavano verso il cielo violaceo e giallastro. Più si avvicinava il Natale, più li notavi torvi ai bordi delle strade a giocherellare con fionde e sassi da lancio. Le armerie vennero svuotate e la notte del 25, le famiglie uscirono fuori di casa all'avvicinarsi della mezzanotte. Si aspettava solo il suono delle dodici campane. Tutti col naso all'insù e con pistole, fucili in mano. Allo scoccare dell’undicesimo rintocco, il firmamento e le lune si oscurarono di colpo. Centinaia di piccole luci cominciarono a sfrecciare sopra la città. Migliaia di lampi saettarono dal terreno. Le luci volanti non erano difficili da cogliere. Nonostante l'inizio di questa tradizione si perda negli albori dei tempi, sembra che non imparino mai la lezione. Assorbono due, tre proiettili ma poi, lentamente, cadono a terra come foglie morte, lasciandosi dietro una scia rossa. La volta nera ed ordinata, a poco a poco si trasformò in un caotico e meraviglioso ammasso di magenta cadente. Anche il più insensibile tra gli abitanti di Medorilè non riusciva a trattenere la commozione davanti a tanta bellezza. Le coppie in crisi, d’improvviso si amavano follemente. I bambini cantavano e ridevano. Il signor Medow Brackett col suo vecchio cannone riuscì ad abbatterne una, poco lontano dalla vecchia magione abbandonata e la festa dei Bosqui fu un successo. I proiettili, con incisa la data


25/12/10707, andarono a ruba. Sotto questo grande spettacolo, anche i poveri della città trovavano una piccola gioia e cibo per il freddo venturo: alcune luci vagabonde finivano sempre a morire in periferia. Geremiah era il nonno di Serge, uno dei tanti piccoli dallo sguardo triste. Ogni Natale lo accompagnava per i prati al confine della città, vicino al bordo della realtà e del tempo, dove era proibito stare troppo a lungo per non cadere in tentazione e guardare l’abisso. In quel vuoto sconfinato, Geremiah da giovane perse la vista. Fissò troppo a lungo una luce che precipitava oltre i margini. “Quest'anno sarà un anno fortunato, me lo sento” disse il nonno al bimbo. “Andiamo nonno! Una luce sta cadendo proprio qui!” “Serge, fai attenzione a quello che vedrai.” La luce si affievolì sopra il prato e toccò terra con un tonfo. Il nonno ed il bambino si avvicinarono e dai versi di esultanza del nipote, Geremiah intuì che le renne e l’uomo in rosso erano stati colpiti di striscio. Fine per dissanguamento, carne integra. “Serge, sai cosa sono le luci in realtà?” “Sì nonno, me lo dici ogni anno: si chiamano Babbi Natale, non qui, ma in tutte le altre dimensioni. Questo è un crocevia delle realtà dove si trovano a passare per consegnare regali a bambini di mondi lontani.” “Bravo Serge. Gli altri della città li credono doni del cielo. Dai retta a nonno anche se tua madre dice che sono matto. Ora mangiamo, poi portiamo qualcosa a casa per tua sorella.” “Sì nonno.”


Il bambino si avventò sul cadavere dell’uomo grasso e barbuto. Spalancò la bocca mostrando le minute fauci e morse la coscia, la parte più prelibata della caccia di Natale. Il nonno si accoccolò su una renna, e ne addentò il polpaccio. Si sporcarono i vestiti di sangue scuro e satolli dopo il buon pasto, raccolsero quel che riuscirono a strappare dalle ossa prima che l'odore attirasse altri poveri. “Torniamo a casa ora. Buon Natale Serge.” “Buon Natale nonno.” Alessandro Benassi


REGALO DI NATALE Fuori fa un freddo cane. Saranno più di venti minuti che lo aspetto, ma per il momento non si è visto. Per fortuna nella mia Audi nera si sta bene. L’aria condizionata fa il suo lavoro e la radio mi aiuta a far passare il tempo. Cambio stazione fin quando non trovo una canzone decente. Sento uno speaker annunciare l’”Ave Maria” cantata da Frank Sinatra. Mi fermo e ascolto. Cazzo, Sinatra è talmente bravo che riesce a farmi piacere anche una canzone da chiesa con una melodia patetica. Senti l’anima in quelle vocali allungate, in quella voce profonda. Squilla il cellulare. Abbasso il volume della radio al minimo e rispondo. «Pronto.» «Sono io» biascica al telefono. Riconosco subito quella voce impastata. «Ti sto aspettando da mezz’ora, stronzo.» «Lo so, scusami… E’ che non ce la faccio a venire la… Mi sento debole. Forse ho la febbre.» «Sì, la febbre... E che vuoi, che ti faccio la consegna a domicilio? Ma per chi cazzo mi hai preso, per il garzone di una pizzeria?» «No, Marcello, lo so…» «Non fare il mio nome al telefono. Quante volte te lo devo dire?» Sbuffo. Questo stronzo mi ha proprio rotto le palle. Anche la Vigilia di Natale resta il più grande coglione della città. «Scusa.» «Arrivo tra poco.»


Chiudo la telefonata e alzo il volume della radio. Adesso danno Michael Bublé che canta White Christmas. Ascoltare Bublé dopo Sinatra è come mangiare minestrina dopo un pranzo a un ristorante a cinque stelle. Spengo lo stereo, metto in moto e mi avvio verso casa del mio uomo. Certo che abita proprio in una zona di merda. Palazzine popolari tutte uguali. Sembrano fatte di cartone. Roba che quando ci entri dentro hai paura che se fai un colpo di tosse più forte ti crollano addosso. Scendo dall’auto bestemmiando. Non mi sono fatto il culo per fare il fattorino di un cretino del genere. Salgo le scale in fretta. Il pavimento è appiccicaticcio e le suole delle scarpe fanno un rumore schifoso, passo dopo passo. Arrivo al quinto piano e busso. Sopra la porta hanno affisso con lo scotch una serie di luci colorate lunga un paio di metri. Non c’entra niente con il resto dell’ambiente, e il modo grossolano con cui è stata fissata rende il tentativo ancora più patetico. La porta si apre. «Ciao signore» dice una bambina. Avrà sei o sette anni, gli occhi un po’ sporgenti, i capelli biondi sporchi e il vestitino rosso macchiato di cioccolato. «Ciao. Dov’è papà?» «Nel letto.» «Mi fai vedere dov’è il letto?» La bimbetta non dice una parola. Si gira e cammina verso la stanza da letto. La seguo fin quando non mi ritrovo davanti allo stronzo. E’ steso sotto le coperte, la fronte imperlata di sudore, gli occhi assenti. Quando mi vede entrare sorride. E’ un sorriso sincero. Di felicità.


«Principessa, perché non vai fuori a giocare?» dice a sua figlia. «Papà, ma fa freddo!» «E allora vai giù dalla tua amica, dai.» La bambina se ne va con un’aria rassegnata. Lo stronzo aspetta che la porta si chiuda, poi mi fissa e fa: «Allora?» Gli do la bustina con la roba. «Chiedimi di farti anche il buco e ti sparo.» Lui non risponde. Tutto quello che gli interessa, adesso, è farsi. Se gli dicessero che qualcuno sta per ammazzare la figlia se ne preoccuperebbe solo dopo l’iniezione di eroina. «Domani chiamami, dimmi com’è.» «Sicuro» dice, con gli occhi fissi sulla bustina. Mi chiama il giorno successivo, mentre mangio una fetta di panettone. «Tutto bene.» «Il sapore com’è?» «Buono, buono.» Chiudo la telefonata e penso che questi cazzo di tossici hanno la pelle più dura di quello che pensassi. Con tutte quelle schifezze che ci hanno messo per tagliarla credevo che ci crepasse. Meglio così. Ci faremo una montagna di soldi. Chiamo il boss. «Il regalo di Natale è piaciuto. Possiamo risparmiare sulla carta da pacchi senza problemi. Non ci resta che fare felici tutti gli altri bambini.» «Bene. Buon Natale.» «E felice anno nuovo.» Aniello Troiano


SANTA DANNY CLAUS Spalancò con violenza la porta del pub. Starnutì. Posò lo sguardo iniettato di sangue sui pochi avventori, nessuno dei quali sembrava essersi accorto del suo arrivo. Si schiarì la voce e tuonò: - Ho-ho-ho! È arrivato Santa Claus, brutti stronzi!Uno sprovveduto, forestiero di quelle zone, nel vedersi spuntare dinanzi quel bislacco omiciattolo dalla barba lunga, gli occhi infossati, grasso, piantato su gambe storte e con indosso un vecchio costume da Babbo Natale, in preda ad un delirio di imprecazioni, si sarebbe indignato e forse ne sarebbe pure nato uno scontro; ma gli “amici” del pub ormai lo conoscevano da troppo tempo per offendersi veramente. Qualcuno azzardò l’ombra di un saluto, un vago cenno con la mano. Walter, al bancone, leggeva il giornale, ben aperto alla pagina sportiva. - ‘Sera Danny!- lo salutò – Che? Non senti lo spirito natalizio?- E come no!- sbuffò il nostro, accomodandosi malamente su uno sgabello – Le mie gambe ne sono la prova! Puah! Cento marmocchi, come minimo, che mi si siedono addosso durante quella buffonata al centro commerciale e che mi chiedono di accontentare i loro stupidi desideri, mentre mamma e papà se la svignano per i negozi!- Ho capito- ridacchiò Walter, riempiendogli il bicchiere di whisky – Il solito?- E lo chiedi?- latrò Danny – Che vitaccia!Si guardò intorno. Walter non aveva resistito all’ondata dello spirito natalizio e aveva addobbato il locale. Ad un angolo stava uno sgangheratissimo alberello con su


qualche pallina colorata e un puntale ammaccato. Ai muri, festoni e ghirlande. Tossì e si scolò il whisky fino all’ultima goccia. Da sei anni, durante le feste, lavorava al DP-Megan, il centro commerciale del signor Peebles: si travestiva da Babbo Natale e per la bellezza di dodici ore di fila, ascoltava, seduto su una poltrona, le richieste di pargoli frignanti accompagnati dai frenetici genitori, ossessivamente presi dalla corsa all’ultimo minuto ai regali. Il tutto per appena duecento dollari da riscuotere la mattina del 28 dicembre alle ore 8:05, quando il signor Peebles, puntuale come un orologio svizzero, sarebbe tornato dalla breve vacanza nel suo adorato cottage. Danny ruttò. Il solito Natale da cani. Le feste non avevano più significato per lui. Solo da piccolo ne aveva assaporato la magica bellezza, l’esplosione di contagiosa allegria che invadeva i cuori di quanti gli stessero intorno. Ricordava ancora le tante vigilie trascorse in famiglia. Una tavola apparecchiata. Il pollo raccattato nella rosticceria all’angolo. Chiacchiere, musica, qualche gioco spensierato. Sapevano divertirsi. Tirò fuori il portafoglio desolatamente vuoto. Vi teneva delle fotografie. In una, strappata agli angoli e ripiegata, c’era lui, da piccolo, mentre scartava un regalo sotto l’albero, insieme a suo padre. Quanto tempo era passato! Non riusciva più a ricollegare il volto di quel bambino al suo, flaccido e rugoso, di vagabondo alcolizzato. Mise da parte le fotografie, la mente che andava rapida al programma del giorno dopo. Si sarebbe svegliato presto, più o meno quando la schiena, irrigidita dalla nottata passata sul sedile dell’automobile alla


vecchia discarica, avesse cominciato a dolergli. Avrebbe indossato il logoro pastrano, avrebbe gironzolato per un po’, all’ora di pranzo sarebbe andato da Mary-Ann, che teneva sempre la porta aperta per lui (“che donna!” pensava “che donna!”)… anzi, se ne avesse avuto il tempo, sarebbe andato a rubacchiare dei fiori da portarle in regalo… nel pomeriggio, sarebbe andato in quel cinema a luci rosse di cui era un frequentatore abituale da anni (la bigliettaia, con cui aveva avuto una storia, lo faceva entrare sempre gratis), verso sera la solita sbronza da Walter, che non chiudeva mai, nemmeno a Natale, e poi di nuovo a “casa”. “Sì” si disse con una risata lugubre “proprio un bel programma!” Si alzò. - Il whisky mettilo sul mio conto!- Certo…- sbuffò Walter, che aveva perso da tempo la speranza di vedersi pagare. Solo il profondo rapporto d’amicizia che li legava sin dall’adolescenza gli impediva di buttarlo fuori per tutti quegli arretrati – Anche per le feste, resti sempre il mio scroccone preferito! Buon Natale!Danny uscì senza nemmeno rispondere. Fuori faceva un freddo cane. Si strinse nel costume da Santa Claus e s’incamminò a passi stanchi e lenti verso la discarica. Un coro di ragazzi, nel parco, intonava Silent night. La gente, per strada, si fermava a scambiare convenevoli, le braccia stracolme di buste e pacchetti. Una ridente coppietta lo urtò per sbaglio, correndo via ebbra di gioia. Sputò per terra.


Si fermò un istante per accendersi una sigaretta. Solo all’ultimo ricordò di aver perso lo Zippo qualche giorno prima. - Vuole?- Cosa?- un tizio gli aveva appena offerto un accendino – Oh… grazie…Il sapore della sigaretta lo fece sentire meglio. L’uomo era ancora lì accanto a lui, i lineamenti distesi in un’espressione serena. Alla luce del lampione, la sua sagoma appariva sfocata, quasi un’ombra. Danny si disse che non si trattava altro che degli scherzi della stanchezza e del whisky. - La ringrazio- disse, tra una boccata di fumo e un colpo di tosse – bè… io… io vado… addio- Buon Natale… DannySorpreso, Danny si voltò. Lo sconosciuto era già sparito. Si chiese come facesse a sapere il suo nome. A pensarci meglio, quel tipo gli era pure sembrato familiare… Il pensiero dell’incontro accompagnò fino alla discarica. Saltò in macchina. Si accovacciò sul sedile reclinato e si coprì con una vecchia coperta patchwork. Walter, probabilmente, avrebbe anticipato la chiusura e sarebbe tornato a casa da sua moglie per godersi il tacchino… Nel frattempo, ci si sarebbe potuto mettere la mano sul fuoco, Mary-Ann, dall’altra parte della città, rivedeva per l’ennesima volta La vita è meravigliosa con James Stewart… odiava quel film, troppo zuccheroso per i suoi gusti… l’ultimo bambino del DP-Megan, quello che gli aveva chiesto (o meglio, aveva chiesto a Santa Claus) di portargli in dono chissà quale strano videogioco, se ne stava spaparanzato davanti alla tv, con un occhio ai regali


sotto l’albero, impaziente di scartarli il giorno dopo… e chissà, avrebbe scoperto un regalo diverso da quello desiderato… rise… e Antonio, il suo vecchio compagno di cella, stava sicuramente aiutando i bambini col presepe… gran bravo ragazzo, finito al fresco per fesserie… e Jennifer… sospirone… ora stava con quel banchiere… un meraviglioso party da qualche pezzo grosso… Fu questione di un attimo. L’ombra del tizio dell’accendino e quella di una donna avevano fatto capolino dal finestrino dell’auto. Saltò su e aprì lo sportello. Non c’era nessuno. “Stai dando i numeri, Danny! Fatti un bel sonno!” si disse “Buon schifoso Natale, vecchia pellaccia!” e si riavvolse nella coperta. Si addormentò quasi subito. Quella notte, sognò un bambino e suo padre giocare con trenino elettrico, il giorno di Natale, mentre la madre armeggiava in cucina. E un sorriso beatamente incosciente si stampò sul suo volto. Giuseppe Di Mauro


CREDITI Ideatore e curatore: Aniello Troiano

Autori dei racconti: Giovanni Mistrulli Daniela Gervasi Marco Parlato Alessandro Benassi Aniello Troiano Giuseppe Di Mauro

Grafico: Alex Terazzan



Racconti per Natale - Fralerighe