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FRALERIGHE DICE NO ALL’EDITORIA A PAGAMENTO


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GEMELLAGGIO CON PESCEPIRATA FORUM SCRITTORI

Pesce PiratA Forum di Scrittura Lettura Editing collettivo Perche pesce? Pesce perche lo scrittore e un po' come un pesce... parla poco, e silenzioso, si muove rasente al fondale muovendo appena coda e pinne, ma scruta tutto, vede perfino quello che succede alle sue spalle. Perche Pirata? Perche come i pirati informatici sposiamo in pieno la filosofia dell'web 2.0 Ovvero il voler rendere pubblico e accessibile il lavoro frutto del singolo o della collettivitĂ .

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N

ei bassifondi della nave, nelle stive piÚ losche e misteriose, a cui per accedere si devono percorrere cunicoli incredibili, là dove nessuno immagina ci sia forma di vita, qualcuno ha progettato qualcosa. Niente rapine o atti terroristici, niente assalti o azioni contro la legge. Tassello su tassello, menti creative leggermente deviate, uomini e donne che non riescono a stare sui binari del normale, si sono riuniti in gran segreto. Hanno parlato, discusso, si sono presi a pugni. Hanno bevuto molta birra e qualcuno, per fumare, ha aperto la finestra dimenticando di essere su una nave. Da quello, da quei posti maleodoranti, da quelle persone poco raccomandabili, è nata la

Associazione Culturale PescePirata.

Associazione Culturale Pescepirata COD. FISC. 90047710372

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PerchĂŠ? Per strutturare i servizi letterari che nascono nel Laboratorio di Scrittura. Per dare una partecipazione attiva a tutti i soci, i quali si possono candidare per le cariche di gestione, possono partecipare alle assemblee in cui vengono decise le attivitĂ . Nasce per dare GRATUITAMENTE a tutti i soci servizi di: Valutazione Testi, Editing Personalizzati, Segnalazione Romanzi agli Editori. Abbiamo collaborazioni con Agenzie Letterarie che ci affiancheranno, insomma, gran bella roba, un sacco di divertimento e molta energia.

Quanto costa tesserarsi? L'undicesima parte del canone Rai. La ventottesima di quello Sky. Come 2 pacchetti di sigarette (ma non fa male). PiĂš o meno come una scatola di preservativi.

10 euro all'anno.

Per info:

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EDITORIALE

Eccoci arrivati all’ottavo numero di Fralerighe. Per prima cosa, direi di iniziare con qualche dato: dallo scorso numero, il numero dei lettori fissi della rivista è aumentato di quarantadue su Facebook e di ben duecentocinquantasei su Twitter. Non c’è che dire, la nostra #rivista #cinguetta sempre di #più! Merito della gestione di Simona, che ringraziamo. Passando a questo numero, le novità sono poche: abbiamo deciso di cambiare font, passando da Gill Sans MT a Calibri. Speriamo che apprezzerete la nostra scelta. Per il resto, ci siamo attenuti al numero sette. C’è un’altra intervista multipla, stavolta sui perché della scrittura, avente come “protagonisti” Maurizio de Giovanni, Joe R. Lansdale, Loriano Macchiavelli, Margherita Oggero, Matthew Pearl e Grazia Verasani. Come potete vedere, stavolta due dei sei autori sono stranieri. Per quanto riguarda le interviste singole, abbiamo di nuovo qui su Fralerighe Matteo Strukul, in un dibattito vivace e provocatorio in occasione dell’uscita del suo secondo romanzo, e ospitiamo per la prima volta Francesca Battistella, autrice di due romanzi gialli recensiti in questo stesso numero. A completare il tutto, articoli un po’ più sperimentali del solito, che speriamo apprezzerete, e sei recensioni. Non ci resta che augurarvi buona lettura.

Lo Staff


SCRIVERE CON LE SCARPE Intervista a Francesca Battistella Il sito ufficiale di Scrittura & Scritture - la casa editrice indipendente fondata da Chantal ed Eliana Corrado con la quale hai pubblicato i tuoi ultimi due romanzi – ci rivela che hai alcune grandi passioni (“gli infernali nipoti Cecilia e Tommaso, ballare l’hip-hop come Jacko, leggere disperatamente”), che hai trascorso quattro anni “a testa in giù” (in Nuova Zelanda) e quarant’anni a Napoli per poi dividerti fra due autentici paradisi terrestri: il lago d’Orta e la costiera sorrentina. C’è qualcos’altro che dobbiamo sapere? Ti va di presentarti ai nostri lettori? Al mio curriculum potrei aggiungere le esperienze di teatro d’avanguardia e cinema, il mio grande amore per i viaggi (ora un po’ sopito, ma mai morto), la mia fissa nell’avere la casa sempre piena di gente e cucinare per tutti. Forse quest’ultima cosa la dice lunga su come sono: adoro i miei amici! Visto che non ho praticamente più una famiglia di origine, ne ho creata una speciale fatta dei parenti del mio compagno e di tutti gli amici, da Nord a Sud. Il mitico (ebbene sì, ci sbilanciamo!) Andrea Camilleri si alza di buon mattino, si lava, si sbarba, si accende una sigaretta e si veste di tutto punto prima di accomodarsi al tavolo di scrittura. Bandisce ogni trasandatezza, insomma, perché il lettore lo percepisce subito “se un libro è scritto con le scarpe o con le pantofole”. Ecco, una cosa che viene da pensare leggendo i tuoi libri è che siano stati scritti con le scarpe, cioè con amore. Un lungo preambolo per domandarti: come, quando, perché, per chi scrivi? Lungo, ma bello questo preambolo e poi Camilleri per me è un mito per bravura ed età (vuol dire che c’è speranza anche per me!). Ho co-


minciato a scrivere da ragazzina. Stupidaggini, storie confuse e complicate, prove. Tutte rigorosamente bocciate da mia madre, avida lettrice, bibliotecaria e giudice implacabile (lei che a scuola prendeva dieci nello scritto d’Italiano). Un esempio pesante da superare senza scoraggiarsi. Dicono che quelli nati sotto il segno del Toro hanno la testa dura. Garantisco che è pura verità. Ho insistito, mi sono scontrata con muri di cemento e un po’ alla volta ce l’ho fatta. Oggi la scrittura per me è diventata una seconda natura, una droga quasi. Ascolto i commenti e le critiche dei miei lettori (amici e non) e cerco di farne tesoro, di migliorare. Quando scrivo? A volte per un giorno intero, altre volte solo qualche ora. Ci sono giorni in cui mi limito a pensare al lavoro fatto e a cosa aggiungere o togliere, a come proseguire nel racconto. Sono molto disordinata. Certamente scrivere mi rasserena e mi diverte, ma ogni storia, ogni frase, ogni parola deve divertire anche chi ha voglia di leggermi. Esisto perché là fuori c’è qualcuno che desidera ascoltare le mie storie. Qualcuno che non vorrei mai deludere. Mi metto le scarpe e scrivo per lui, per tutti loro! Intervistato da Paris Review, lo scrittore statunitense Paul Auster ebbe a dichiarare: «Non riesco a immaginare uno scrittore che non sia stato nell’adolescenza un lettore vorace. Un vero lettore comprende che i libri sono un mondo in se stessi – e che quel mondo è più ricco e più interessante di qualunque altro nel quale abbiamo viaggiato. Credo sia questo a trasformare giovani uomini e donne in scrittori – la felicità scoperta vivendo nei libri. Magari non hanno ancora vissuto abbastanza per avere molto da dire, ma arriva un momento in cui realizzi che questo è ciò per cui sei nato». Sei d’accordo? Uno scrittore forte è stato (ed è, e sarà) anche un lettore forte? Molto bella e molto vera la dichiarazione di Auster. Posso dire che da bambina amavo ascoltare favole e storie. Ho cominciato a leggere


davvero relativamente tardi, intorno ai diciassette anni. In compenso, da allora, la quantità di libri letti in un anno è cresciuta in modo esponenziale. Ora viaggio su un libro a settimana (se non sto scrivendo anche due) e mai uno solo alla volta (un’assurda forma di bulimia, temo). Ritengo che non si possa diventare scrittori senza leggere. Un orto senz’acqua secca e poi muore. Senza la ricchezza di tanti meravigliosi autori italiani e stranieri presenti e passati che popolano il nostro mondo cosa saremmo? Zero. Ci nutriamo di parole e delle emozioni, delle situazioni che esse descrivono. I libri sono compagnia, ispirazione, farmaci per l’anima. Non riesco a immaginare un mondo senza libri… Saremmo curiosi di conoscere il tuo personalissimo Pantheon letterario. Ovvero: parti per l’immancabile isola deserta e porti con te… ? Domanda terribile! Somiglia a quella della torre: chi butti giù? Ci provo comunque. Il maestro e Margherita di Bulgakov, Cuore di tenebra di Conrad, Le città invisibili di Calvino, Il deserto dei tartari di Buzzati, Lettera al mio giudice di Simenon, Ritratto di signora di Boll. Ma la lista sarebbe molto più lunga. Ho tenuto fuori Faulkner, la McCalloum, Yeoshua, Javier Marias, Goffedo Parise, uh, hai voglia… Che libro tieni sul comodino in questo momento? Sto finendo di leggere (con dolore perché è straordinario) Limonov di Carrére e Alle radici del male di Roberto Costantini. Veniamo adesso alle tue “creature”: ci parli della gestazione di Re di bastoni, in piedi e La stretta del lupo? Il Re è nato dalla mia passione per la lettura delle carte napoletane. Premetto che non so interpretarle, ma ho un’amica bravissima che mi


ha predetto l’incontro con il mio compagno e altre cose straordinarie. Da tempo cercavo di costruire una storia che avesse come ‘cuore’ le carte, i sogni, la divinazione. Così ho cominciato a scrivere il Re senza sapere bene cosa sarebbe successo, l’idea iniziale era molto vaga. Siamo cresciuti insieme, un po’ alla volta. La stretta del lupo invece è nato da una precisa richiesta di un carissimo amico del lago d’Orta: ‘Ma un bel giallo su di noi? Che si svolga da queste parti? Perché non lo scrivi?’. La storia l’avevo in mente da parecchio tempo e mi sono limitata ad adattarla al contesto ortese. Protagonista assoluta di Re di bastoni, in piedi (Scrittura & Scritture, 2011) è una Napoli invernale ed esoterica, di grande fascino. Nel romanzo la descrivi come una città dura e violenta ma capace e desiderosa, al tempo stesso, di divertire e divertirsi. Ci racconti la tua Napoli? Ti manca? Certo che mi manca Napoli e soprattutto mi mancano gli amici napoletani anche se con alcuni ci sentiamo spesso o ci incontriamo su Facebook. Vivere e poi lavorare a Napoli per tanti anni non è stato facile e c’erano giorni in cui avrei voluto che non fosse una città, ma una persona per poterla prendere a calci e pugni. Ma Napoli è così. Certi giorni la ami, certi altri la detesti. Non genera mai sentimenti blandi, solo passioni estreme come estremi sono i suoi colori e le sue storie. Un momento sei fuori dalla grazia di Dio e quello dopo stai ridendo come un matto per qualcosa d’inatteso e folle che è appena successo. Napoli è madre e matrigna, ti premia, ti blandisce e poi magari ti sbrana. Me ne sono andata per amore di qualcuno non per disamore della mia città. Per lei provo un’infinita tenerezza e ci ritorno sempre con una grande gioia mista a una punta di sospetto: che dispetti mi farai stavolta, cara Sirena Partenope?


Ne La stretta del lupo una bella e tenace ispettrice della Questura di Novara dà la caccia a un serial killer che insanguina le sponde (apparentemente!) tranquille del lago d’Orta. Costanza Ravizza è una delle prime profiler nel panorama della letteratura poliziesca italiana: com’è nato questo personaggio? Da Miss Marple in poi la letteratura gialla è piena di donne che indagano. Ho cercato di crearne una un filino diversa dalle altre, altrimenti che gusto c’era? Costanza Ravizza – anche in questo caso ci sbilanciamo un po’ – è un personaggio davvero ben riuscito, che “buca la pagina” e sembra destinato alla serialità… è così? Ti frullano in testa altre storie di cui la giovane profiler potrebbe essere protagonista? Costanza mi ha appena detto di secretare qualsiasi anticipazione o informazione. Scusate, ma è un tipino pepato come dovreste sapere… I personaggi a cui hai dato vita in entrambi i romanzi pubblicati da Scrittura & Scritture sono animati da una verve fuori dal comune e si distinguono per vivacità, brillantezza, verosimiglianza; la sensazione, leggendo, è di avere a che fare con persone in carne e ossa… tridimensionali, come abbiamo annotato recensendo La stretta del lupo. Così “vere” che viene spontaneo domandarselo: sono vere? No, naturalmente no. Almeno non completamente. Penso che, quando uno scrittore si mette al lavoro, entrino in gioco meccanismi mnemonici sconosciuti a lui stesso. I personaggi – almeno i miei – sono dei Golem, dei collage di caratteri e figure incontrati nel corso degli anni, a volte frequentati a lungo, a volte incrociati per caso e brevemente. Prima si diceva che senza leggere tanto non si diventa bravi scrittori. Aggiungerei qui che osservare tanto è un bell’aiuto alla scrittura: feste, serate con gli amici, luoghi pubblici. Ogni situazione è utile in questo senso. Tacere, a-


scoltare, osservare, memorizzare. Comunque, almeno Letizia è un personaggio vero, reale: si tratta di mia nipote, che è anche peggio della sua copia cartacea. Direttamente dal Questionario di Proust: •

i miei eroi nella finzione: La protagonista de La regina del Sud di Perez-Reverte

i miei eroi nella vita reale: Don Diana e gli uomini come lui

quel che detesto più di tutto: la falsità nelle opere, nei pensieri e nelle parole. La vanagloria e la corruzione

vorrei vivere in un Paese che… non abbia mendicanti; bambini, anziani e animali abbandonati

il mio sogno di felicità: Una medicina che sconfigga il cancro per sempre

Fuori questionario, proviamo ad estorcerti qualche anticipazione… c’è un nuovo romanzo di Francesca Battistella in arrivo? Certo che c’è, ma muta sono… ahahah! Grazie Francesca! Per la disponibilità, la gentilezza… per il tempo che ci hai dedicato. Un grosso, stratosferico in bocca al lupo per la tua vita e per la tua carriera. Ma un milione di volte grazie a voi e… crepi il lupo (non il mio, va da sé!). Simona Tassara Intervista originariamente pubblicata sul blog di Uno Studio In Giallo: http://unostudioingiallo.blogspot.it


RECENSIONE: RE DI BASTONI, IN PIEDI Autore: Francesca Battistella Editore: Scrittura & Scritture Collana: Catrame Pubblicazione: 2011 ISBN: 9788889682364 Pagine: 272 Prezzo di copertina: € 12,50 "Quella mano di carte, comunque, s'inabissò nella memoria fino all'ultima domenica di ottobre del 1986 in cui l'asso di spade comparve al sedicesimo posto preceduto dal fante di pari seme, a significare che Don Cecè sarebbe morto." Maricò legge il futuro nei sogni e nelle carte: un dono che costituisce al tempo stesso "la sua fortuna e la sua maledizione". E se la buona sorte, nelle vicende umane, tende a manifestarsi con una certa parsimonia, le maledizioni non tardano a presentare il conto franandoci addosso quando meno ne avremmo bisogno: ecco dunque che, nel volgere di un paio di mesi, il destino di Don Cecè Tarallo detto o' femmeniello si compirà gettando sulle spalle dell'incolpevole sognatrice, proprietaria della pensione "Casa Serena" e protagonista del romanzo in commento, un'eredità pesantissima: l'eco di un segreto a dir poco inconfessabile e una vicenda tenebrosa - il rapimento e la successiva scomparsa del nipote di Vittorio Amitrano, spietato boss della camorra - che dal passato domanda a gran voce la sua vendetta. Lo sfondo è una Napoli "a due facce": la Napoli chiassosa e trionfale del primo scudetto, delle prodezze miracolistiche di Maradona, e la Napoli insanguinata e ferita a morte dalla criminalità organizzata. Una città di grande fascino che sente il peso delle proprie cicatrici ma sa regalarsi - e regalarci - più di un sorriso (spiraglio commediesco


nella tragedia, le camere in affitto di "Casa Serena" offrono gustosi siparietti e persino una fresca, romanticissima, storia d'amore). Re di bastoni, in piedi è un noir (un giallo?) atipico quasi totalmente impermeabile ai cliché più sfruttati del genere: la trama - intrigante anche se non troppo originale - si dipana con garbo e misura seguendo, sul filo di un'ironia che all'occasione sa rivelarsi pungente, ritmi e traiettorie del tutto peculiari. I personaggi sono caratterizzati con grande abilità e costituiscono, senz'alcun dubbio, il punto di forza del romanzo: attraverso l'uso sapiente del dialetto e una fitta rete di dialoghi che non esitiamo a definire brillanti, l'autrice riesce nella non facile impresa di dipingere un affresco vivo e verosimile. A dispetto della poca suspense e dei pochi - pochissimi! - misteri, insomma, la lettura è assai piacevole: lo si deve al talento di Francesca Battistella per la narrazione, al suo gusto squisitamente cinematografico per la battuta (non a caso nel 2011 il romanzo è stato selezionato da TorinoFilmLab per un adattamento in sceneggiatura). Consigliato.

RECENSIONE: LA STRETTA DEL LUPO Autore: Francesca Battistella Editore: Scrittura & Scritture Collana: Catrame ISBN: 9788889682456 Pagine: 288 Pubblicazione: 2012 Prezzo di copertina: € 14,50 «Morta colei che mi facea parlare, declamò con voce rotta, et che si stava de' pensier miei in cima, non posso, et non ò più sì dolce lima, rime aspre et fosche far soavi et chiare. Petrarca, Il Canzoniere» esalò. Un serial killer insanguina, forse da molti anni, le rive apparen-


temente tranquille del lago d'Orta: questa la conclusione a cui giunge l'ispettrice Costanza Ravizza, criminal profiler in forze alla Questura di Novara, indagando sul brutale assassinio di una studentessa. Un individuo feroce e al tempo stesso metodico che lascia dietro di sé un unico, quasi impalpabile, indizio (da buon lupo che perde il pelo dedicandosi al vizio dissemina inconsapevolmente delle piume d'oca sui luoghi dei delitti) e una scia di cadaveri orribilmente seviziati e violati post mortem con un coltello. Un soggetto - il famigerato S.I. (Soggetto Ignoto) che abbiamo imparato a conoscere anche grazie a serie televisive di successo come Criminal Minds e Profiling - "di buona cultura ma, nel caso di una donna, con un odio violento per le sue simili, nel caso di un uomo, con grandi difficoltà di relazionarsi con l'altro sesso. ... Non sopporta gli atteggiamenti aggressivi e autoritari ... si sente inadeguato, sfoga la sua rabbia su dei corpi ormai inermi, fa sparire i loro oggetti personali la qual cosa unita alla necrofilia che manifesta è indice di feticismo... ": un ritratto che fa tremar le vene e i polsi, per dirla col Sommo Poeta. Le quattro persone su cui si concentrano i sospetti - il coltissimo Professor Barberis, l'affascinante dottor Marchesani, la bella barista Esterina e l'ambiguo Claudio Serventi - sembrano aver perduto anche il favore degli astri: pur essendo nati in giorni, ore e anni diversi risultano infatti marchiati dalla terribile "quaterna dell'orrore": Marte nell'ottava casa, Saturno in Scorpione, Plutone in Leone ("Protagonismo, istrionismo, ma quando li abbini al Leone vuoi sapere cosa salta fuori? ... Hitler", illustra l'astrologa Consolata a un attonito interlocutore) e Giunone in Scorpione. Una miscela infernale, insomma. Che potrebbe esplodere in qualsiasi momento... Il personaggio di Costanza Ravizza è ben caratterizzato. In lei freschezza e modernità (la sua figura professionale è all'avanguardia e ancor poco sfruttata nel pa-


norama - non solo letterario! - italiano) si coniugano felicemente con una carica di umanità fuori dal comune. A ben guardare, e a dispetto del rigore che circonda la sua specializzazione, Costanza è una Jane Marple dei giorni nostri: empatica, autoironica, istintiva. Tutti i personaggi al centro dell'indagine, del resto, si distinguono per umanità e verosimiglianza: divertenti, vivaci, tridimensionali, essi costituiscono senz'alcun dubbio il punto di forza del romanzo in commento. Un discorso a parte merita Alfredo Filangieri, protagonista assoluto della vicenda nonostante ami definirsi "l'uomo senza qualità"; "alto e magro, con un viso piacevole dai tratti regolari", il Filangieri ha fascino da vendere e la dote rara di saper leggere nell'animo di chi gli sta di fronte: una stretta di mano gli è sufficiente per catturare le sensazioni più intime, l'essenza stessa dell'altro. Alfredo, la sua fidanzata in pectore Angela e la simpaticissima domestica Carmelina portano il sole partenopeo e qualche spruzzo di commedia in una vicenda che, come si è accennato, si dipana tragicamente nelle brume del profondo Nord, tra gli scandali sopiti di una borghesia annoiata che sorseggia aperitivi, frequenta gallerie d'arte e festeggia i 150 anni dell'Unità d'Italia apparecchiando gare di catamarani e fatui ricevimenti. Come a dire che l'oro, per quanto luccichi, non può nascondere in eterno i miasmi del male; che l'abito, volendo prendere a prestito uno scampolo d'imperitura saggezza popolare, difficilmente fa il monaco. Onore dunque all'autrice, che ha già dato prova del suo talento con il fortunato Re di bastoni, in piedi (Scrittura & Scritture, 2011) ma che qui abbondantemente si supera, regalandoci un giallo intrigante e piacevolissimo, un'autentica squisitezza. Vivamente consigliato. Simona Tassara Recensioni originariamente pubblicate sul blog di Uno Studio In Giallo: http://unostudioingiallo.blogspot.it


RECENSIONE: REGINA NERA Alla fine del primo romanzo della serie, “La ballata di Mila”, la guerriera dai dread rossi, chiusi i conti col passato, entrava a far parte della Bounty Hunter European Guild, un’agenzia privata di cacciatori di taglie, ufficialmente in-esistente. Ed è per conto della BHEG che Mila ritorna a cacciare, in questo secondo romanzo. In un bosco del Trentino Alto Adige viene ritrovato il cadavere di una donna, privato degli occhi. Alla rossa il compito di catturare l’autore del delitto. Procedendo con le indagini, però, Mila scopre che tale efferato delitto è collegato al rapimento della figlia di Laura Giozzet, candidata premier del Partito delle Donne (!). Tale candidatura, a quanto pare, ha rappresentato nel panorama politico italiano una tale novità da indurre qualcuno a fare di tutto pur di frenare l’ascesa della possibile premier. Tra musica estrema, violenza, mitologia nordica, colpi allo scroto e torture varie, l’eroina nata dalla penna di Strukul si farà strada in una realtà allucinante e grottesca. Ciò che davvero spicca, in questo romanzo, è il netto miglioramento stilistico di Strukul, che smussa alcuni aspetti un po’ troppo fumettistici del primo romanzo in favore di una scrittura molto più evocativa ed elegante, a tratti vagamente lirica. Ma all’abilità nella scrittura e nella costruzione del plot (ritmo sempre alto, tanta azione, conflitto onnipresente) fanno da contrasto dei personaggi non sempre credibili. In particolare, mi riferisco a Mila e ai metallari maschilisti pagani. La protagonista della saga, purtroppo, mantiene delle caratteristiche da supereroe che ammazzano qualsiasi tentativo di renderla più umana. Per essere più chiaro al riguardo farò un esempio: la Sposa di Kill


Bill, uno dei personaggi che hanno ispirato Strukul nella creazione della sua killer, quando viene messa alle strette si mostra fragile, fallibile, umana. La fallibilità, invece, è un qualcosa che non appartiene a Mila, per lo meno dal punto di vista “militare”, per così dire. Mai. Nemmeno nella peggiore delle avversità. Tale mancanza mina i diversi tentativi dell’autore di mostrare un lato fragile della guerriera dai dread rossi, che resta quindi un pochino bidimensionale. La banda di metallari maschilisti sanguinari adoratori di Wotan (Odino) non mi ha convinto. Sarebbero stati bene in un contesto diverso, in una storia fine a sé stessa e un po’ surreale, fatta di violenza, azione e personaggi sopra le righe, ma stonano in un romanzo che intende fare denuncia su un tema reale come la violenza degli uomini sulle donne. Avrei preferito che l’autore optasse per degli antagonisti più normali, più legati alla realtà, come lo erano i ben riusciti mafiosi veneti e cinesi di LBDM e come lo sono gli altri antagonisti di Regina Nera. Che so, magari dei criminali dell’Est Europa, di quelli coinvolti nella “tratta delle bianche”, ovvero il traffico di donne costrette a prostituirsi in Italia. Sarebbe stato un bel modo di parlare della violenza degli uomini sulle donne, portando il discorso su un piano più ampio. Il resto dei personaggi, in compenso, risulta ben costruito e credibile. Nel contesto spiccano Laura Giozzet e sua figlia Giulia, Edith e sua madre. Questi quattro personaggi danno vita a dei rapporti madre-figlia opposti, l’uno quotidiano e amorevole, l’altro oscuro e doloroso. Tirando le somme, direi che: - stilisticamente parlando, Strukul è migliorato molto. - i cattivi sono riusciti meglio nel primo romanzo.


- Mila è cresciuta ma non ha ancora superato quella che è – a mio parere – la sua principale lacuna: l’infallibilità disumana (nel combattimento, e più in generale nelle missioni) che la contraddistingue. - il tema della violenza sulle donne è interessante ed è giusto che se ne parli, ma in questo caso, forse, lo si è fatto in modo un po’ esasperato. Voto: 7/8 Aniello Troiano


RECENSIONE: L’ADDESTRATORE Come terzo libro per il ciclo Deaver propongo il recente l'addestratore, un altro standalone piuttosto particolare. L'agente Corte viene assegnato alla protezione della famiglia dell'agente Ryan Kessler, poliziotto decorato con problemi di alcolismo, una figlia adolescente ed una moglie, Joanna, riservata. Essi sono infatti entrati nel mirino di un pericoloso cacciatore di informazioni privo di scrupoli, Henry Loving, che alcuni anni prima, durante un'operazione risultata poi essere una trappola, uccise il mentore di Corte, Abe Fallow. Per una serie di sfortunati eventi, Corte si troverà costretto ad occuparsi anche della protezione di Maree, giovane sorella di Joanna dal carattere impossibile e dalle amicizie dubbie. La situazione si complicherà quando Corte porterà la famiglia Kessler in una struttura sicura che si trasformerà nel campo di battaglia per la lunga sfida tra l'agente e Loving, una vera e propria partita strategica tra tensioni, bugie e verità nascoste, giocata da due uomini intelligenti e pieni di risorse.


La narrazione è affidata a Corte, che per gran parte del tempo coinvolgerà il lettore nel personale desiderio di vendicare il suo addestratore, il suo mentore, brutalmente ucciso da Loving. Inoltre, la prima persona in questo caso contribuisce a creare un'atmosfera angosciante, tesa, non si fatica ad immaginare l'ansia provata dal protagonista/narratore e dalle persone che gli stanno accanto. Ciò che può disorientare, o perlomeno può sembrare insolito, è il prologo poiché la narrazione è affidata a Fallow: il lettore lo identifica (erroneamente) subito come il protagonista, si aspetta di capire fin dove si spingeranno le vicende che poi, invece, porteranno alla sua morte. È sotto certi punti di vista disorientante, da alcuni giudicato un po'sgradevole mentre per altri si tratta di una svolta interessante. È molto accurato nella descrizione delle procedure, come sempre, e molto piacevole, ma forse non tanto coinvolgente quanto i precedenti lavori, ma si tratta di un libro da avere sulla propria mensola anche soltanto per pura curiosità. Voto complessivo 3,5 su 5. Titolo: L'addestratore Autore: Jeffery Deaver Editore: Rizzoli Data di pubblicazione: 2011 Pagine: 607 Prezzo di Copertina: 14€ Jeffery Deaver è uno scrittore, giornalista ed avvocato americano, nato nello stato dell'Illinois nel 1950. Vincitore di numero-si premi letterari, è stato più volte finalista all'Edgar Award. Noto per la sua saga su Lincoln Rhyme, Jeffery Deaver ha dato il suo contributo nella stesura di un nuovo capitolo dell'agente 007. Christine Amberpit


RECENSIONE: CANE MANGIA CANE California, metà anni ’90. Gerald “Mad Dog” McCain è un pazzo criminale in piena tossicodipendenza da cocaina endovena, che amplifica a dismisura la sua bestialità; Charles “Diesel” Carson è un “ex-criminale” che si è fatto una famiglia e ha trovato lavoro presso il gangster italoamericano Jimmy “The Face” Fasenella, per conto del quale commette piccoli crimini tipo incendi dolosi; Troy Cameron è un criminale incallito prossimo al rilascio, freddo e consapevole, venerato dai due personaggi sopra menzionati, e, di conseguenza, capo del trio. Insieme, tenteranno il tutto per tutto, il colpo che potrebbe renderli ricchi e permettergli di abbandonare il crimine, una volta per tutte. I personaggi danno l’impressione di essere composti da pezzi di persone realmente esistite. Ciò dà un senso di grande realismo al romanzo. Bunker riassume in tre personaggi buona parte del mondo criminale, creando e ricreando dei veri e propri archetipi: il criminale pazzoide; quello rimessosi in riga, ma fino a un certo punto; e quello lucido, freddo nella sua scelta di vivere al di fuori di una società che, di fatto, lo ha sempre messo al bando. Non sono personaggi grandiosi del crimine: non ci sono boss né rapinatori passati alla storia, né Al Capone né Dillinger, ma solo manovalanza criminale, cani sciolti, appunto.


Ho deciso di leggere Cane mangia cane spinto dalla curiosità di confrontare un libro sul crimine scritto da un ex criminale con i numerosissimi romanzi del genere scritti da autori con la fedina penale limpida. Direi che la differenza si sente, eccome. In primis, lo stile non è forzatamente cupo e brutale, come troppo spesso accade nel genere. Bunker punta al realismo, alla narrazione fedele di un certo tipo di realtà, senza esagerarla. Non vi sono pretese auliche o filosofiche, ma concrete riflessioni sul crimine, sull’effetto che questo ha sugli stessi criminali, quasi sempre vittime, prima che carnefici. Lo stile si discosta dagli schemi classici del romanzo criminale anche in altri punti: i periodi, a esempio, non sono corti, spezzettati; vi sono ricorrenti metafore e riferimenti a grandi classici della letteratura. L’unica pecca stilistica, seppur marginale, è il ritmo, buono ma non ottimo: l’azione, rispetto a ciò che il lettore potrebbe pensare, è meno presente; e spesso l’autore approfitta di momenti di stasi narrativa per approfondire i personaggi e raccontare ogni aspetto della vita criminale, anche quelli più quotidiani e “banali”. In genere, quando recensisco un romanzo, cerco di non dare la mia visione del senso dell’opera in questione. Mi piace pensare che ogni lettore debba e possa trovare la sua chiave di lettura. Ma stavolta intendo fare un’eccezione. Cane mangia cane è, a mio avviso, un romanzo dal forte senso morale. Se, da una parte, l’autore sottolinea più volte come l’America sia (o, per lo meno, sia stata) un paese tutt’altro che fiducioso nella possibilità di un uomo di riscattarsi dagli errori che macchiano il suo passato, dall’altra mette i tre personaggi davanti a scelte sempre più immorali, che, se accettate, spalancano le porte di un nuovo girone infernale, dove la sofferenza aumenta a dismisura per tutti. Il romanzo diventa ancora più significativo leggendo le appendici su Bunker, inserite nell’edizione italiana edita da Einaudi, A proposito di Edward Bunker di William Styron e Un ultimo colpo Mr. Blue* di Marco Scotti, che permettono di capire quanto la scrittura sia stata impor-


tante per l’autore e quanto la materia trattata sia stata vissuta da Bunker. Bunker non è un criminale che gioca allo scrittore: è un uomo che ha sempre amato la parola scritta, in modo spontaneo, profondo e viscerale, e che si è ritrovato a far parte del crimine a causa del contesto sociale in cui si è ritrovato a crescere, (i genitori erano alcolisti e fu affidato presto a una casa d’accoglienza), e che se fosse nato in una buona famiglia della borghesia americana, sarebbe potuto diventare professore, critico, studioso della letteratura, e perché no, anche scrittore, pur avendo roba meno interessante su cui scrivere. Bunker è un uomo che ha tentato di redimersi, di ripercorrere una strada nei confini della legge, sin dall’età di sedici anni, ma che ci è riuscito solo a quarant’anni, grazie al successo di un suo primo romanzo, No Beast, So Fierce (in Italia col titolo di: Come una bestia feroce). Prima di tale successo, ogni tentativo di Edward di trovare un lavoro onesto – e furono tantissimi – fu precluso dalla diffidenza di una società, quella americana dell’epoca, che non credeva nella riabilitazione, che per tre reati anche lievi ti dava l’ergastolo, ti considerava, insomma, uno scarto irrecuperabile. Una lettura consigliata a tutti gli amanti del genere, ma non solo: a tutti coloro i quali sono interessati a vedere il crimine dall’interno, al netto dei cliché hollywoodiani.


Voto: più 10 che 9. Con un po’ di ritmo in più sarebbe stato un dieci pieno. * Nota: Edward Bunker ha lavorato per conto di Hollywood sia come sceneggiatore che come consulente, ma anche come attore. Il suo ruolo più celebre è nel film Le Iene di Tarantino, dove interpreta un rapinatore chiamato Mr.Blue, evidente omaggio al titolo di uno dei suoi romanzi, Little Boy Blue. In Cane mangia cane, poi, Bunker fa andare uno dei suoi personaggi a vedere Pulp Fiction al cinema.

Aniello Troiano


RECENSIONE: DURI A MARSIGLIA Esordisco dicendo che questo romanzo ha dato il via al filone del noir mediterraneo. Tanto per dire. La simbiosi perfetta tra noir, città mediterranee e il loro lato criminale. Anche se questo romanzo fa tutto tranne che denunciare. Charles Fiori è un ragazzo ligure, di simpatie anarchiche, che scappa dal fascismo e si rifugia a Marsiglia. Nel 1930, nella città francese, reggeva una sorta di tregua tra i clan che si spartivano il potere: calabresi, corsi e catalani. Charles arriva a Marsiglia proprio nel momento in cui le acque stanno tornando ad agitarsi. Inizia a bazzicare l’ambiente del milieu (la mala, in gergo) e da semplice “guardiano” di prostitute, diventa uomo d’onore della famiglia calabrese. Fusco spacciò per autobiografico questo romanzo ma non si sa nemmeno se egli sia mai stato davvero a Marsiglia. La malavita descritta nel romanzo ha un qualcosa di romantico, trasognante, è permeata dall’iconografia dei film noir francesi di Gabin o Alain Delon. Bellissimi i dialoghi, in una mescolanza di francese, italiano, catalano e calabrese. Vero sinonimo di mescolanza di culture, anche se purtroppo criminali. “Duri a Marsiglia” si fa leggere e diverte. Fa anche sorridere. Rimanda un’immagine di malavita fatta da borsalini, ghette, gessati scuri con giacche gonfiate da pistole calibro 9, di garofani bianchi all’occhiello e di tanta, ma davvero tanta, brillantina in testa.


Un noir che strizza l’occhio al feuilleton, al cinema e fa sicuramente divertire il lettore. Che poi si possa considerare il primo gradino della splendida scalinata del noir mediterraneo, ne fa un capitolo imperdibile per qualunque appassionato del genere. Omar Gatti Articolo originariamente pubblicato su Noir Italiano noiritaliano.wordpress.com


AT: Ciao Matteo, ben ritornato su Fralerighe! MS: Ciao Aniello, anzitutto grazie a “Fralerighe” e allo spazio che mi dedicate sempre generosamente. AT: Prima di iniziare con le domande, ti avverto: a un romanzo provocatorio come Regina Nera non posso non dedicare un’intervista altrettanto provocatoria. Sei pronto? MS: Boh, non sono mai pronto, spara. 1) Iniziamo con una domanda tranquilla. In cosa è cambiato Matteo Strukul dalla pubblicazione di La ballata di Mila? MS: Ma’, bella domanda, sicuramente c’è più esperienza legata allo scrivere romanzi, è innegabile. Nel senso che fra “La ballata di Mila” e “Regina nera” c’è stato un secondo romanzo che ho scritto e che, prima o poi, sarà pubblicato quindi in realtà questo è il mio terzo romanzo. Detto questo, per me ogni libro è un terno al lotto, cioè non so come uscirà e quando arrivo alla fine è sempre un piccolo miracolo, non potrei dire di avere un metodo, nel senso che cerco sempre di preservare l’istinto, voglio che la storia vada dove VUOLE andare, costi quel che costi. Come dice Tim Willocks, sono fedele alla storia che devo raccontare e sono fedele a quello che vogliono dirmi i personaggi, non posso tradirli, insomma, proprio non esiste. Ecco, in questo c’è sicuramente una maggior consapevolezza. E anche quando, come in questo romanzo, ho temuto per un istante che i lettori potessero non apprezzare, ebbene sono stato invece puntualmente smentito: non solo hanno apprezzato ma hanno anche capito fin nel profondo la storia e di questo li ringrazio. Perché sono stati così generosi con me. La stampa è stata come sempre molto buona e attenta e il romanzo – e il personaggio – sono piaciuti così tanto che l’anno prossimo la serie verrà pubblicata in USA, UK, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica per Exhibit A, la nuova collana di crime fiction di Angry Robot, prestigioso editore inglese del gruppo Osprey e distribuito negli States da


Random House. Quindi alla fine – dico io – viva la fedeltà alla storia e ai personaggi eh eh. 2) Come è nata l’idea per Regina Nera? MS: Le mie idee per le storie sono sempre un po’ come delle valanghe. Comincio da una pallina di neve che poi diventa sempre più grande e articolata fino a diventare… una valanga appunto. Insomma ho questa cosa che mi gira in testa e quando ci resta vuol dire che è buona. Nel caso di Mila poi non puoi fare strategie, è lei che decide. Dico sempre che se mi chiedessero prima la sinossi sui romanzi di Mila sarei fottuto. Nel senso che tanto con lei non puoi fare programmi, decide lei dalla a alla zeta, io posso solo cercare di non farla arrabbiare troppo, ma tanto non ci riesco eh eh. 3) Partiamo con la prima provocazione. La setta di metallari pagani maschilisti: ce n’era bisogno? Da cosa prende spunto? MS: Secondo me ce n’era bisogno eccome. Primo c’è l’elemento delle sette, legato a casi di cronaca come le Bestie di Satana e al Black Metal Norvegese, fra l’altro è divertente perché proprio questo mese XL di Repubblica ha dedicato un intero numero al tema gotico e al black metal italiano. Insomma non mi sono inventato niente. Poi c’è l’aspetto stilistico diciamo così, nel senso che ho cercato di proporre una moderna favola gotica rileggendomi Ernst Theodor Amadeus Hoffman, Friedrich Schiller, Theodor Storm, Novalis e molti altri autori del


romantico-gotico tedesco. Prendiamo un racconto come la donna vampiro di Hoffman, be’ molta di quell’atmosfera onirica e violenta ho provato a trasfonderla in questo romanzo. E cosa c’è meglio del metal, anzi del folk metal in questo caso con le sue radici “pagane”? In realtà è tutto piuttosto coerente, ad esempio mi piaceva rileggere in chiave pop e moderna “La canzone dei Nibelunghi”. Pensa a Crimilde e alla sua vendetta: l’assassinio del suo amore, Sigfrido, per mano di Hagen di Tronje, il traditore. E da lì la vendetta per l’amore spezzato e, parliamoci chiaro, per avere soddisfazione Crimilde fa sterminare un’intera popolazione o quasi: i Burgundi. In questo senso, Crimilde è certamente un’ispirazione assoluta per il personaggio di Mila. Ripeto, il metal è la chiave moderna a quelle saghe nordiche e poi era stato poco utilizzato nei romanzi pulp-noir. Quindi, come vedi, per tornare alla tua domanda, la risposta è: assolutamente sì. Almeno per il tipo di storia che volevo raccontare. E poi, se ci pensi, i meccanismi psicologici delle sette sono molto legati anche alla capacità di fascinazione che ha una particolare iconografia. Anche da questo punto di vista, come dicevo, il metal era perfetto. 4) Seconda provocazione: a pagina 83 Mila dice: “Odio gli uomini. […] Sono forte, non ho bisogno di loro. Posso colpirli come e quando voglio. Non li temo. Mai.” Se a tali frasi aggiungiamo poi i continui colpi allo scroto, si ha l’impressione che l’anti maschilismo si sia trasformato in misandria. Che ne dici? MS: Un’impressione legittima, dal tuo punto di vista, ma rispondendo con una provocazione direi che ti trovo curiosamente maschilista. Par-


tiamo dal presupposto che Mila ha subito uno stupro da quattro dico quattro uomini, credo che una certa rabbia nei loro confronti la covi, non ti pare? Hai una pallida idea di cosa significhi? Guarda, non ce l’ho nemmeno io, ma liquidare una questione del genere come misandria mi pare risibile. E poi il taglio che fai nella lettura di pagina 83 è davvero bizzarro perché in realtà Mila dice: “Odio gli uomini. Vorrei amarli disperatamente e invece mi deludono, sempre. Stupidi, piccoli, egoisti. Forse non concedo a nessuno una possibilità. Forse frequento solo la feccia. Ma c’è qualcosa di più profondo e velenoso: non riesco a cancellare il problema. Eppure sono forte, non ho bisogno di loro. Posso colpirli come e quando voglio. Non li temo. Mai. Ma non riesco a vivere. Sono una donna morta che cammina e finge di essere viva”. Non è misandria, è la disperata, sanguinante contraddizione di un personaggio, poi, certo, se tagli le frasi di Mila a metà eh eh… ma appunto avevi bisogno di costruire una provocazione… 5) Ritorniamo a domande più standard. Ci racconti un aneddoto divertente legato alla stesura del romanzo? MS: Be’, un fatto davvero bello e, per certi aspetti divertente, è che alcuni elementi del romanzo mi sono stati suggeriti dai lettori. Amo fare presentazioni in giro per l’Italia, imparo un sacco di cose e il confronto costante e ribadito con i lettori mi aiuta a migliorare notevolmente le storie. Ad esempio il gatto Ozzy è stato voluto da una lettrice. Mi piaceva l’idea di chiudere con un gattino, un piccolo animale che stesse almeno un po’ con Mila e così ecco un nuovo, piccolo personaggio che probabilmente tornerà nel prossimo romanzo. 6) Terza provocazione: nel romanzo dici più volte che in Italia ci vorrebbe un premier donna. Eppure, di politici donne tutt’altro che esemplari, pur non come premier, ne abbiamo avuti. Che sia una questione di mentalità, più che di genere sessuale? MS: No, è proprio una questione di genere sessuale. Le donne sono molto meno corruttibili degli uomini, più coerenti, integre. Certo ci sono esempi negativi di politici donne, ma vogliamo parlare degli uomini? Ma dico, vogliamo prima o poi prenderci la responsabilità di quello


che abbiamo fatto come uomini in politica? L’Italia mi pare messa alla grande, no? Chi l’ha governata fino ad ora? Trovami per favore un Primo Ministro donna italiano nella Storia della Repubblica. Trovami un Presidente della Repubblica donna. Trovami un segretario di partito donna. Il problema è che dobbiamo sempre assolverci come uomini. La differenza è che per me non è così, ma capisco che alcuni uomini non siano d’accordo, è un Paese libero quindi ognuno può pensarla come vuole, ma secondo me non è affatto un problema di mentalità. Siamo d’accordo sul fatto che le donne hanno quasi sempre avuto un ruolo subalterno nella politica italiana? E ce l’hanno tuttora? Gridiamo al miracolo perché adesso sono arrivate al 40% dei parlamentari, e siamo nel 2013… ah ah ah, giuro mi viene da ridere. 7) Che ruolo ha avuto la mitologia – nordica e non solo - nella tua formazione letteraria?

MS: Fondamentale. Ma forse ancor più che alla mitologia direi proprio che devo molto alla lettura e rilettura dei grandi poemi epici, almeno per quanto mi riguarda. Pensa all’Edda, all’Iliade, alla Canzone dei Nibelunghi, alla Gerusalemme Liberata. C’è già tutto: trame complesse, caratterizzazioni splendide, profondità assoluta nel tratteggiare i personaggi, lirismo, afflato eroico, ritmo, ritmo e ancora ritmo, bellezza


formale, armonia, divisione attenta degli eventi, esposizione lucida, insomma tutto quello che un gran romanzo deve avere. La rilettura di alcuni di questi testi è fonte di costante apprendimento per me. E di grande gioia come lettore. 8) Quarta provocazione: vedremo mai Mila fallire, come ogni essere umano? MS: Mila ha un amore? No. Ha una famiglia? No. Nessuno sa che esiste, è una donna morta che cammina. Non riesce ad elaborare un lutto. Vorrebbe l’amore degli uomini che odia perché l’hanno fatta per quello che non è. Credo che i suoi fallimenti siano davvero tanti, questa davvero la trovo una domanda stravagante, anzi, scusa, una provocazione stravagante... 9) In questo romanzo si nota un netto cambiamento stilistico, in meglio. Ci hai lavorato su o è avvenuto per “semplice” esperienza? MS: Non so dire se c’è un miglioramento stilistico. Come dicevo, sicuramente ho più esperienza ma la cosa che più mi soddisfa è che i due romanzi di Mila sono profondamente diversi, pur mantenendo forte la continuità, e hanno due colori completamente differenti: uno più pop e intriso di umorismo camp, l’altro più cupo e politico. 10) Progetti per il futuro? MS: Un thriller storico virato al gotico, una trilogia di romanzi urban fantasy con vampiri su cui sto lavorando, il terzo romanzo di Mila, una commedia pulp, parecchi fumetti in forno, alcune traduzioni, non ultime il nuovo romanzo di Christa Faust, la miniserie a fumetti di Victor Gischler dedicata a Spike e due fumetti di Joe R. Lansdale che ripren-


dono due racconti fanta-horror: uno di H. P. Lovecraft e l’altro di Robert Bloch. In bocca al lupo, ciao! MS: A te, un abbraccio, è stata una bellissima intervista.


ARTICOLO: MURDER PARTY – Seconda Parte Antipasto Ora che siete seduti e che state gustando l’antipasto, possiamo scendere nei particolari, in attesa della portata principale. Prestate attenzione. Il gioco può funzionare a squadre o singolarmente. Dipende dalla quantità di partecipanti e, molto più prosaicamente – perché ai murder party si gioca per partecipare e si partecipa per divertirsi, ma soprattutto c’è qualcuno che vince – dal premio messo in palio dall’organizzatore. Spesso i partecipanti possono essere divisi in squadre, una per ogni tavolo. Ognuna di esse collabora al proprio interno ed entra in competizione con le altre. Talvolta, si gioca tutti contro tutti, poiché solo uno può essere il vincitore assoluto, e allora si deve fare attenzione non solo all’assassino, ma anche al proprio vicino di posto. Nelle foto della prima e seconda parte, la compagnia teatrale bolognese I Servi dell’Arte impegnati nel murder party Una Festa Rosso Sangue.


Prima Portata Ma quali sono le tappe di questo gioco thriller? Di solito, quando si comincia, gli ospiti sono tutti già comodamente seduti e l’inizio è spesso a sorpresa, tale da guadagnare l’attenzione del pubblico. Il delitto e già avvenuto: non lo si vede svolgersi in scena, né è presente la salma sul posto, per ovvie ragioni. Si tratta di una commedia frizzante in primo luogo e, in secondo, non sarebbe piacevole per molti cenare con un morto a pochi passi, per quanto finto. Si preferisce un assassino su cui puntare il dito. Lo spettacolo è spezzato in più tempi, a discrezione dell’organizzazione, del numero di portate e degli attori da cui viene messo in scena. I format più comuni sono due tempi da trenta minuti, o tre tempi di quindici - venti minuti. Durante le pause tra un tempo e l’altro, i commensali cenano con calma, ma non eccessiva: dovranno infatti mettere insieme gli indizi raccolti e formulare le prime accuse. Seconda Portata Nell’arco dei tempi della messa in scena, gli attori distribuiscono indizi: possono questi trovarsi all’interno del recitato, nelle battute dei protagonisti, nei gesti o negli oggetti di scena su cui viene posta attenzione. Oppure possono essere elargiti ai commensali su supporto cartaceo: è d’uso far trovare i primi direttamente sulla tavola, prima che gli invitati prendano posto, e si tratta per lo più di fotografie, illustrazioni che possano condurre a prove parziali, la piantina del luogo del delitto, o certificati della scientifica. Gli stessi indizi possono essere distribuiti nell’arco della serata alla fine di ogni tempo drammaturgico, oppure vinti dagli spettatori più meritevoli dopo un quiz o una risposta giusta al momento giusto. Durante la performance sono previsti uno o più momenti nei quali il pubblico potrà fare domande ai personaggi che ha visto interagire. È preferibile che queste particolari fasi del gioco vengano sistemate nel-


la seconda parte della serata, in modo che i commensali abbiano già avuto modo di conoscere i personaggi, di iniziare a capirli e di fare amicizia con loro. Di farsi convincere, chi più chi meno, della loro colpevolezza o innocenza. Questo aiuta a creare dei legami e quegli equilibri di forza tra il pubblico e gli attori che rendono la serata più dinamica e la messa in scena più frizzante. Le domande da rivolgere ai personaggi possono essere di qualunque tipo e volte allo scoprire qualunque dinamica accennata o esplicita. Naturalmente c’è da fare attenzione: il personaggio agirà da personaggio, anche mentendo e dissimulando, ma sempre offrendo materiale su cui lo spettatore possa lavorare. Gran Finale Le indagini sono ormai terminate e si è arrivati, con ogni probabilità, al dolce. Tutti gli indizi sono stati seminati e raccolti, ogni squadra o ogni giocatore ha avuto modo di farsi la sua idea riguardo al caso, ai personaggi e alle dinamiche. Non resta che inchiodare l’assassino. Seguendo le istruzioni dell’organizzazione, i giocatori indicheranno il nome del presunto colpevole, le prove volte a incastrarlo e le motivazioni che hanno portato il loro accusato a compiere l’omicidio. Più il giocatore sarà preciso, più alte saranno le probabilità di vittoria. Solo alla fine, quando il colpevole messo alle strette confesserà il suo sanguinoso gesto, il vincitore verrà decretato ufficialmente e potrà godere del premio. Giusto in tempo per il caffè. Scilla Bonfiglioli


ARTICOLO: ALL’OMBRA DEI GIGANTI Puntata numero 3 Cari amici, ben ritrovati. Dopo aver saltato un giro di giostra, eccoci di nuovo qui. Ripetiamo, per chi si fosse sintonizzato per la prima volta con questa allegra compagnia, che siamo una banda di manigoldi esperta nel furto con destrezza di gemme letterarie d'autore. La nostra specialità sono le dimore dei grandi della narrativa del brivido. Questa volta ci siamo messi in testa di trovare risposta a uno dei quesiti più diffusi tra gli aspiranti scrittori. Cosa vuol dire scrivere una storia che funziona? Come si riesce a colpire l'attenzione di un editor e sperare di essere pubblicato? Beh, miei cari, quello che stiamo per dire non è di certo un segreto: tutti sanno che chi ben comincia è già a metà dell'opera. Azzeccare l'incipit, ovvero il primo capitolo, è la prima grande sfida che si trova di fronte chiunque abbia deciso di sfidare la pagina bianca. In un thriller più che in ogni altro genere, l'inizio deve essere forte, clamoroso, unico. Ma saperlo non basta, bisogna anche riuscire a farlo. E allora, senza perdere altro tempo in inutili chiacchiere, direi di metterci in cammino. Armati come sempre della nostra piccola torcia a dinamo e del caro taccuino nero, ci addentriamo furtivi nelle dimore dei giganti a caccia di oggetti preziosi. Questa volta non dovremo fare molta strada: quello che ci interessa è l'arredo degli ingressi. Da chi cominciamo, però? Abbiamo veramente l'imbarazzo della scelta. Stephen King, ad esempio, ci accoglie così nel suo Mucchio d'ossa: “In un giorno caldissimo dell'agosto 1994, mia moglie mi disse che scendeva al Rite Aid di Derry a prendere una ricarica per il suo inalatore perché la sua era esaurita.... Mi soffiò un bacio dal palmo della mano e usci. La rividi in TV. È cosi che si identificano i morti qui a Derry...”. Rimango sempre impressionato dalla capacità di alcuni scrittori di creare scene che iniziano come fotografie di apparente quotidianità che all'improvviso vengono disintegrate da un lampo accecante, un'esplosione di dinamite sotto il morbido cuscino che ci teniamo stretti stretti tra le braccia.


Un grande scrittore di casa nostra, invece, ci spiega che talvolta un buon prologo può creare la tensione giusta e stimolare l'appetito del lettore. Scerbanenco in I milanesi ammazzano al sabato, lo fa così: “Con la civiltà di massa oggi viene fuori anche la criminalità di massa. Oggi la polizia non può più ricercare un singolo delinquente, indagare su un singolo caso, oggi si fanno dei rastrellamenti con le reti a strascico dei vari nuclei di polizia....si pesca in questo lutulento mare del crimine e della sozzeria e vengono fuori repellenti pesci piccoli e grossi, e si fa così pulizia. Ma non c'era tempo di cercare una ragazza alta quasi due metri, del peso di un quintale, minorata di mente, scomparsa da casa, vanificata, in una sterminata Milano dove ogni giorno qualcuno scompare e non si ha possibilità di ritrovarlo.” Ammettiamolo: a chi non verrebbe voglia di scoprire perché questa enigmatica e insolita protagonista è sparita? Beh, almeno una cosa è chiara: fin dalle prime righe dobbiamo convincere il lettore che finalmente ha tra le mani quello di cui è in cerca da tanto tempo. Dobbiamo instillargli il dubbio che sarebbe un peccato rimettere il nostro volume sullo scaffale. Lo deve portare a casa. Punto e basta. Qualcuno della gang chiede se tutti questi ingredienti potrebbero essere contenuti nel racconto di un incubo. Si può creare un buon incipit utilizzando una visione onirica? Proviamo a vedere come Dean Koonz ci riesce in Fuoco freddo: “Già prima di ciò che accadde nel supermercato, Jim Ironheart avrebbe dovuto capire che c'erano guai in arrivo. Quella notte aveva fatto un sogno: era in un campo coltivato e fuggiva, inseguito da uno stormo di grossi uccelli neri che gli volavano attorno strillando in un turbine di ali e lo colpivano con i becchi ricurvi, affilati come bisturi da chirurgo. Quando si svegliò, senza fiato, uscì sul balcone così com'era, con addosso i calzoni del pigiama, per respirare un po' d'aria fresca. Ma alle nove e mezzo del mattino la temperatura, che aveva già superato i trenta gradi, non fece che aggravare la sensazione di soffocamento di quando si era svegliato.” Certo, confezionare un sogno in così poche righe, non è da tutti, soprattutto con quei dettagli quasi solo apparentemente buttati lì a caso, come quell'inquietante


volo d'ali fatto di strilla, di turbinio d'aria e agghiaccianti colpi di bisturi. C'è un altro autore (questo assai più giovane dei precedenti, ma ugualmente intrigante), che nella Terapia fin dalla prima frase riesce a farci capire a cosa andremo incontro. È Sebastian Fitzek: “Dopo mezz'ora capì che non avrebbe mai più rivisto sua figlia. La bambina aveva aperto la porta, lo aveva guardato ancora per un istante, poi si era voltata ed era entrata dall'anziano medico. Josephine, la sua piccola di dodici anni, non sarebbe tornata mai più da lui. Ne era certo....Questa consapevolezza lo investì come lo schianto improvviso e violento di un incidente stradale.” Fitzek non è certo il primo a dilettarsi con gli effetti speciali presentati fin dalla porta di casa. Una per tutti la grande Anne Rice, che in L'ora delle streghe apre così: “Il dottore si svegliò in preda al terrore. Aveva sognato ancora una volta la vecchia casa di New Orleans. Aveva visto la donna sulla sedia a dondolo. Aveva visto l'uomo dagli occhi castani. E ancora adesso, nella tranquilla stanza d'albergo di New York, riviveva lo stesso inquietante disorientamento. Aveva parlato di nuovo con l'uomo dagli occhi castani. Sì, aiutala. No, è soltanto un sogno e voglio uscirne.” Tutto questo è molto convincente, ma dobbiamo diffidare di chi ci offre ricette vincenti e soluzioni preconfezionate. Sappiamo anche che non c'è un modo giusto e unico per iniziare una storia, dipende molto dal gusto personale. A volte basta tratteggiare il personaggio principale, altre entrare nel vivo di un'azione particolarmente serrata e ritmata, oppure definire la cornice generale della narrazione, o ancora immergere il lettore in un'ambientazione nuova, strana, affascinante. È un po' quello che riesce a un autore che non appartiene al mondo del thriller e del giallo, ma che può aiutarci molto bene a illustrare questa nostra ultima intuizione. Bastano poche parole a Philip Dick nell'incipit di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? per proiettarci dal lontano 1968 a un futuro fantascientifico: “Una gioviale scossetta elettrica, trasmessa dalla sveglia automatica incorporata nel modulatore d'umore che si trovava vicino al letto, destò Rick Deckard. Sorpreso — lo sor-


prendeva sempre il trovarsi sveglio senza alcun preavviso — si alzò dal letto con indosso il pigiama multicolore e si stiracchiò.” Un po' ovunque, le opinioni e i suggerimenti in merito all'incipit si sprecano, comprese quelle relative alla scelta del momento più opportuno per la realizzazione del primo capitolo. C'è ad esempio qualcuno che sostiene di dedicarvisi solo una volta terminata la scrittura dell'intera storia, altri quando ne abbiano definito l'architettura generale. Tutto può essere, come il fatto che la pepita rimanga subito nel setaccio: le prime frasi, magari proprio quelle scritte di getto senza starci a pensare troppo, potrebbero essere talmente buone da non dover subire alcuna alterazione o ripensamento. Se esista un modo più giusto dell'altro, nessuno può dirlo. Che poi, come sappiamo, di giusto, nella vita c'è solo l'amore. E la morte. Siamo giunti purtroppo alla fine di questa nostra notte di rapina. Di sicuro non abbiamo esaurito la questione, come invece le righe a nostra disposizione. Chissà, magari un giorno ci torneremo sopra, perché la cosa si è rivelata molto più interessante e complessa del previsto. Qualcosa nel fondo dei nostri sacchi abbiamo messo, e anche stavolta possiamo ritenerci soddisfatti. Ma, come siamo abituati a dire, siamo sempre in tempo per migliorare: la nostra fame di tesori e meraviglie letterarie non dovrà mai essere sazia. Di corsa a leggere, allora. Leggere e scrivere, and back again. Samuel Giorgi


ARTICOLO: IL THRILLER E I FUMETTI A cosa pensate quando si parla di thriller? A degli autori in particolare, forse, la parola thriller potrebbe persino rievocare alla mente immagini di film e telefilm. Accostereste mai il termine thriller a dei fumetti? Mi è capitato, alcuni giorni fa, di imbattermi in un manga conosciuto da molti ma che – ahimè – fino a pochi mesi fa mi era completamente estraneo. Si tratta di Death Note, storia di Tsugumi Ohba e disegni di Takeshi Obata. Per chi non lo conoscesse, Death Note narra la storia di uno Shinigami (Dio della morte) che, annoiato dal mondo in cui vive, decide di far cadere sulla terra uno dei suoi quaderni. La peculiarità di questo quaderno, appunto il Death Note, è che dà al suo proprietario la possibilità di uccidere qualsiasi essere umano soltanto scrivendone il nome. Il quaderno finisce nelle mani di Light Yagami, geniale diciassettenne deciso a cambiare il mondo uccidendo i criminali più pericolosi mai esistiti. Fin qui nulla di particolare, Shinigami e avvenimenti macabri sono un must di certi manga. Ma cosa accade quando si scopre che il Death Note in sé diventa lo sfondo di una caccia all'uomo, una partita giocata da due menti strabilianti? Perché i delitti di Light non passano inosservati e ad occuparsi del caso sarà un enigmatico Elle, giovane e geniale che tanto ricorda Sherlock Holmes per stranezze e ragionamenti.


Di fatto, gli Shinigami e il lato “sovrannaturale” del fumetto passano in secondo piano ed il lettore si trova catapultato in una sequenza infinita di mosse e strategie, assistendo ai sofisticati omicidi e depistaggi di Light e alle strabilianti deduzioni di Elle, che lo portano presto sulle tracce del giovane proprietario del quaderno. Un thriller in piena regola dal sapore orientale! Esistono tuttavia casi di riadattamenti da film e libri. Senza andare troppo lontano, esistendo infatti una versione tutta italiana della graphic novel in questione, potremmo parlare di Shutter Island, tratto dal libro l'isola della paura di Dennis Lehane che è diventato un film di gran successo diretto da Martin Scorsese. Come il film, anche la graphic novel (frutto del lavoro di Stefano Ascari e Andrea Riccadonna per quanto concerne la versione italiana, Christian de Metter per la versione d'oltreoceano) è molto fedele al libro di Lehane. La storia è un raffinatissimo thriller psicologico ambientato nel 1954 il cui protagonista, un ex militare di nome Edward “Teddy” Daniels, dovrà indagare sulla misteriosa scomparsa di un paziente presso il manicomio Ashecliffe, sito su un'isola pochi chilometri al largo di Boston. La ricerca del paziente si rivelerà molto più sconcertante e personale di quanto Teddy avesse immaginato, toccando aspetti del suo passato che aveva (forse voluto) dimenticare.


Dal finale aperto ed incerto, leggerne la graphic novel – che sia stata curata dai nostri connazionali o meno – non può affatto essere una perdita di tempo. Altri titoli da portare all'attenzione potrebbero essere From Hell, di Alan Moore con i disegni di Eddie Campbell, che tratta la storia di Jack lo Squartatore; il celeberrimo Dylan Dog, di Tiziano Sclavi e Corrado Roi; Battle Royale, manga thriller dalle tinte splatter tratto dall'omonimo romanzo di Joushun Takami con i disegni di Masayuki Taguchi. Tutti titoli che meritano l'attenzione del lettore sia per qualità che per lo sviluppo della trama. Perché, tutto sommato, leggere un buon fumetto è come leggere un buon libro. Christine Amberpit


ARTICOLO: PERCHÉ SCEGLIERE UN SURROGATO? Perché scegliere un surrogato se si può avere l’originale? Non ha senso. E se poi il surrogato in questione richiede anche più tempo per essere fruito, è ovvio che tale scelta sia ancora più senza senso. Ma di che surrogato e di che originale sto parlando? Semplice: del romanzo e del film, dove il primo gioca il ruolo di surrogato del secondo. Eh sì. Negli ultimi decenni, il romanzo si è ritrovato a passare dall’essere la principale forma di narrazione (basti pensare al successo del romanzo nell’Ottocento) all’essere un media narrativo ormai obsoleto, da rinnovare. Questa competizione tra romanzo e film, volta sempre più a favore dell’ultimo, ha portato molti romanzieri ad attuare una semplice strategia: rendiamo più filmico il romanzo, in modo da riuscire a reggere il confronto. Ma è proprio così? A me sembra invece che negli ultimi decenni, il romanzo, appiattitosi sull’imitazione del cinema o peggio su quella di classici dal linguaggio ormai inadatto a coinvolgere il pubblico, abbia vissuto una fase di progressivo declino. Cosa fare, allora, per permettere al romanzo di riprendersi e ritornare a essere un media narrativo popolare? Innanzitutto, a mio parere, bisogna sempre tenere in mente che il romanzo è una forma narrativa ben diversa dal cinema, che con quest’ultimo non deve confondersi, smettendola quindi di imitarlo. Ci sono autori che lo sanno e mettono in pratica tale conoscenza: i migliori tra questi fanno parte della cerchia dei più letti.


Faccio degli esempi, inerenti al nostro campo (narrativa criminale). “Il Padrino” di Mario Puzo: un classico popo-lare del ventesimo se-colo. Scritto in un’epo-ca (è stato pubblicato nel 1969) in cui il cine-ma era già in ottima salute, specie negli U.S.A., tale romanzo riscuote un successo di pubblico straordinario. Evidentemente ci de-vono essere dei motivi, dato che Mario Puzo non era già famoso per aver partecipato a un reality show, né tantomeno era figlio di un editore o di un potente (il padre era ferroviere.) Mister Semplicista dirà: “Capirai, oh! Ha scritto un libro che parla di mafia, con una certa dose di violenza e sesso, un po’ di intreccio… Che ci vuole a fare successo così? È la solita ricettina.” A Mister Semplicista rispondo: “Uno, se è così semplice, fallo e vediamo se anche tu ottieni lo stesso successo. Due, ce ne sono tantissimi di romanzi su criminalità, violenza e sesso, ma non hanno avuto affatto lo stesso successo de “Il Padrino”.” Tolta di mezzo questa spiegazione facilona, procedo con la mia ipotesi. I temi trattati sono sicuramente attraenti per il grande pubblico, ma ciò che fa la differenza tra Puzo e altri è il modo in cui scrive.


Vi faccio degli esempi. Partiamo con la narrazione, da parte dell’autore, dell’infanzia di Vito Corleone. Questo capitolo fa parte della sezione “background dei personaggi”, chiamiamola così, che se non ricordo male è presente verso la metà del romanzo. Non è l’inizio del romanzo, che anzi è in medias res; è un approfondimento del personaggio. « Il Don era nato nel villaggio moresco di Corleone, in Sicilia, come Vito Andolini. Ragazzo di salute cagionevole sfuggì, grazie a persone di buon cuore, che lo imbarcarono per le Americhe, agli uomini di Don Ciccio; era costui un mafioso del paese che, per questioni d'onore, aveva sterminato la famiglia del giovane. Questo tragico evento segnerà la vita dell'innocente Vito e probabilmente lo renderà l'uomo spietato ma allo stesso tempo guidato da un personale senso di giustizia, che poi fu. » Se Mister Semplicista avesse un blog, e se nel suo blog parlasse di scrittura, probabilmente commenterebbe quanto sopra scritto in questo modo: “Ommioddio!!!!111!! È raccontato!!!! Devi mostrare tutte quelle cose, non puoi raccontarle!!! Il narratore deve farsi da parte!!! Show don’t tell!” Questa reazione nasce dall’accettazione e dall’applicazione acritica del dogma più in voga nel campo della scrittura creativa: lo show don’t tell, appunto. Attenzione: non critico lo show don’t tell a priori ma la sua attuazione in modo scriteriato. Proviamo a renderci conto di come verrebbe fuori il romanzo in questione con tale approccio. “Corleone, 7 dicembre 1891. Gli edifici hanno le caratteristiche x, y e z, e insieme ad a, b, c concorrono a rendere il villaggio moresco. La signora Andolini sta partorendo (mostrare il parto). Capitolo successivo: dodici anni dopo.


Mostrare il diverbio tra Andolini padre e il boss. Mostrare l’omicidio di Andolini padre, magari mostrando anche quando il boss chiama i mandanti dell’omicidio e impartisce gli ordini ecc ecc. Mostrare poi la paura di Vito giovane (che se non la mostri non si intuisce mica, gli hanno solo sterminato la famiglia…), mostrare la nave transatlantica ecc ecc.” Ora, mostrando tutto ciò, non si finirebbe col creare una sorta di film su carta? Un surrogato, quindi, del film? Per chiarirci le idee, leggiamo come è stata scritta la sceneggiatura di tale parte dell’opera, o meglio di una parte di quanto sopra, poiché inserirla tutta renderebbe la lunghezza dell’articolo eccessiva. Nota: non trovando la versione in italiano della sceneggiatura, ho tradotto quella dall’inglese. Eventuali errori sono da attribuire a tale motivo. In foto: la sceneggiatura de “Il Padrino”.


Esterno giorno, un edificio signorile, maestoso. Un ragazzino, di otto o nove anni, con occhi spalancati e spaventati, viene portato per mano velocemente. Questi è VITO ANDOLINI, che diventerà il Padrino. L'INQUADRATURA CAMBIA, rivelando che viene portato per mano da sua madre, la VEDOVA, attraverso un campo che conduce ai cancelli ornamentali di un edificio signorile. In vari posti vicino ai cancelli vi sono degli uomini armati di lupara. I cancelli sono aperti; e la VEDOVA e suo figlio sono mostrati prima di DON FRANCESCO, un uomo sulla sessantina. Porta i pantaloni con le bretelle, e una camicia bianca aperta, sistemata approssimativamente sulla sua pancia spropositata. Indossa un cappello per proteggersi dal sole cocente, e ostenta orgogliosamente un orologio e una catenina d'oro al di sopra dei vestiti. Siede su una sedia, vicino a un gruppo dei suoi


uomini in giardino, ascoltando la VEDOVA, che gli sta di fronte con il suo unico figlio. VEDOVA (in Siciliano) Don Francesco. Avete fatto uccidere mio marito, perché non si voleva sottomettere. E il suo figlio maggiore, Paolo, perché aveva giurato vendetta. Ma Vito ha solo nove anni, ed è lento. Non parla mai. DON FRANCESCO (in Siciliano) Non ho paura delle sue parole. VEDOVA (in Siciliano) È debole. DON FRANCESCO crescendo.

(in

Siciliano)

Diventerà

forte

VEDOVA (in Siciliano) Il bambino non vi può fare del male. DON FRANCESCO (in Siciliano) Diventerà un uomo, e allora tornerà per vendicarsi. Supplicando, la vedova si avvicina al Don, fin quando non riesce a inginocchiarsi davanti a lui. VEDOVA (In Siciliano) Vi Supplico, Don Ciccio, risparmiate il mio unico figlio. È tutto quel che ho. Nel nome dello Spirito Santo, vi giuro che non sarà mai un pericolo per voi... All'improvviso, fruga sotto la gonna, dove ha nascosto un coltello da cucina. VEDOVA (continua) Sarò io ad ammazzarvi! (si lancia sul boss Mafioso) Vito, scappa! Il ragazzino corre quanto più in fretta gli riesce oltre i cancelli. Quindi vi è uno sparo di


lupara. Si volta e vede sua madre che viene scagliata a una distanza di cinque piedi (un metro e mezzo) dallo sparo della lupara. Quindi vede gli uomini spostare la loro attenzione su di lui. Uno gli spara, ma il ragazzo è svelto, e scompare in un boschetto di olivi. Direi che sì, mostrare tutto, in un romanzo, porta a scrivere una sorta di sceneggiatura priva di indicazioni tecniche come “esterno giorno” e “l’inquadratura cambia”. Per fare un altro esempio tratto da Il Padrino: ecco come l’autore ci presenta Luca Brasi, temibile killer agli ordini di Vito Corleone.

«Luca Brasi non temeva la polizia, non temeva la società, non temeva Dio, non temeva l'inferno, non temeva né amava i suoi simili. Ma aveva eletto, aveva scelto, di temere e amare Don Corleone.»


Oltre a essere senza dubbio una presentazione d’impatto, di quelle che ti restano impresse nella mente, provate a immaginare di voler mostrare tutte queste cose: verrebbero fuori quaranta pagine di presentazione, probabilmente. Non è meglio riassumere in questo modo, conservando un certo impatto dovuto sia allo stile che alla sintesi, per poi dare conferma di ognuna di queste cose nel corso della storia, mostrandole quando vi è già necessità di mostrarle? Io credo che il romanzo debba rifarsi alla tradizione narrativa orale. Quando ero piccolo, mia nonna usava raccontarmi storie, per tenermi buono, per farmi mangiare, insomma, per i motivi più disparati. Quando lei raccontava, veniva mostrato solo ciò che era necessario. I dialoghi, a esempio, (migliori nei romanzi figli del cinema che in quelli vecchio stampo) erano “mostrati”, le scene d’azione, se così si possono definire, altrettanto; il resto invece era “raccontato”. Il fatto che i dialoghi siano mostrati non è scontato: in più di un classico questi vengono raccontati, sintetizzati dal narratore. Ritornando alle storie di mia nonna, il narratore, o meglio la narratrice, era sempre presente, e non mi riferisco al fatto che fosse lei a parlare. Alcuni romanzi moderni sono scritti da Tizio Autore, ma Tizio Autore non c’è, perché ha deciso di farsi da parte. Io credo, in sostanza, che questo sia un male. L’autore, in un romanzo, così come in un racconto, non deve farsi da parte. Deve narrare la storia, senza invadere ma al contempo senza eclissarsi. Un buon romanzo è (in un certo senso) narrazione orale messa per iscritto. Farsi da parte è una caratteristica del cinema. La storia viene scritta, poi gli attori memorizzano ciò che devono fare e, quando sono pronti, fanno vivere la storia, che viene ripresa dal regista. Il regista decide da dove inquadrare, come deve vivere la storia,


ecc. Ma quando la storia vive davanti a lui, non vi si intromette. Si limita a cercare di farla vivere come piace a lui per immortalarla sulla pellicola. Ritornando al romanzo, voglio fare un altro esempio: Andrea Camilleri. Non vi è dubbio che l’autore siciliano sia amato dal grande pubblico e che i suoi romanzi vendano un numero alto di copie. Anche in Camilleri vi è un forte senso dell’oralità nella narrazione. Quando leggiamo un romanzo di Montalbano, ci sembra di sentire una voce familiare che ci racconta una storia. I dialoghi sono sempre mostrati, le (rare) scene d’azione altrettanto, ma per il resto il narratore la fa da padrone.

Un altro esempio ancora. Un personaggio, stavolta, che ha goduto di un certo successo tra gli amanti del noir autentico: Giorgio Pellegrini di Massimo Carlotto, apparso nei romanzi “Arrivederci amore, ciao” e


“Alla fine di un giorno noioso”. In entrambi è Pellegrini a narrarci la storia. I due romanzi appaiono come delle confessioni del personaggio, come se li avesse scritti su carta per liberarsi la coscienza (che non ha, viene da dire conoscendolo) o forse per vantarsi delle sue malefatte, o per il gusto, a volte terribilmente sadico, di dire la verità. Credo sia arrivato il momento di giungere a una conclusione. Scrivere un romanzo come se fosse un film, per me, non ha senso, a meno che la storia in questione non sia stata concepita come film e resa sotto forma di romanzo per cause di forza maggiore, quali impedimenti nella realizzazione di una pellicola. Credo che i romanzieri debbano, anzi, mi ci metto in mezzo… Credo che noi romanzieri, in erba o meno, dobbiamo guardare all’oralità piuttosto che al cinema. Credo che sia questa la strada migliore per ridare linfa al romanzo: narrare storie in un modo che il formato audiovisivo non può fare. Aniello Troiano


Articolo: L’ASSASSINIO DI RUE SAINT-ROCH - Chi è l’autore del primo racconto poliziesco della storia? “Questa mattina verso le tre gli abitanti di rue Saint-Roch furono svegliati da un lungo seguito di grida orribili che sembravano venire dal quarto piano della casa al numero 7 che si sapeva abitata unicamente da Madame L’Espanaye e sua figlia Mademoiselle Camille L’Espanaye, dopo qualche ritardo occasionato da sforzi infruttuosi per fare aprire all’amichevole, il portone fu forzato con una leva, e ottodieci vicini entrarono accompagnati da due sergenti di città.” Vi ricorda qualcosa? Se vi è capitato di frequentare la prosa di Edgar Allan Poe avrete sicuramente riconosciuto la storia, a dispetto dell’innegabile sciatteria della traduzione. Il problema – se così lo si può chiamare, anche se la vicenda ha piuttosto i contorni di un giallo (non solo letterario) – è che il paragrafo in questione non è tratto dai celeberrimi Murders in the Rue Morgue e, particolare ancor più sorprendente, non è uscito dalla piuma del visionario autore statunitense. Il racconto da cui lo abbiamo estratto, se dobbiamo dirla tutta, esiste in poche copie al mondo e non è mai stato edito in volume né esaminato dalla critica. Un racconto fantasma, insomma, pubblicato a puntate (tra il 28 dicembre 1860 e l’8 gennaio 1861) sul quotidiano partenopeo L’Indipendente a firma del suo direttore di allora: lo scrittore francese Alexandre Dumas. Certo non viene spontaneo associare il “papà” dei tre moschettieri e del Conte di Montecristo al duplice, efferato assassinio che insanguinerà per sempre l’immaginaria via parigina; eppure, come sottolinea il giornalista, traduttore e consulente editoriale Ugo Cundari – cui spetta il merito di aver riportato alla luce lo scritto dumasiano e di averlo riprodotto, per la prima volta a più di centocinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, in un vo-


lume critico: L’assassinio di rue Saint-Roch, Dalai Editore, 2012) – l’originalità del testo è indiscutibile: “è di Dumas, lo ha scritto (o almeno concepito nella sua fervida mente) lui in francese, lo ha poi dettato o affidato a un redattore per tradurlo in italiano e farlo uscire a puntate su l’Indipendente”. Ecco spiegata la scarsa accuratezza della traduzione (che accomuna il racconto in esame ad altri articoli di Dumas apparsi sul quotidiano napoletano); ed ecco profilarsi, inevitabilmente, un mistero degno dell’infallibile Monsieur Dupin: non “chi ha ucciso chi” bensì, considerata la perfetta sovrapponibilità dei due racconti, “chi ha scritto cosa”. Per chi non avesse letto o non ricordasse con precisione il celebre racconto di Edgar Allan Poe, eccone un breve estratto: “Questa mattina, verso le tre circa, gli abitanti del quartiere Saìnt-Roch furono svegliati nel sonno da un susseguirsi di strida terrificanti che provenivano con ogni apparenza dal quarto piano di una casa sita nella via Morgue, della quale si sapeva essere uniche occupanti una certa Madame L’Espanaye e una figlia di quest’ultima, Mademoiselle Camille L’Espanaye. Dopo qualche indugio, dovuto a tentativi infruttuosi per cercai di penetrare nell’abitazione in modo normale, la porta fu abbattuta con una spranga di ferro, ed otto o dieci vicini vi fecero irruzione, accompagnati da due gendarmes.” Un caso rarissimo di telepatia transoceanica? * Così, di primo acchito, è difficile non pensare a un clamoroso – e inspiegabilmente ignorato per oltre un secolo e mezzo – caso di plagio. Ma chi ha copiato chi? La domanda riveste un’importanza del tutto peculiare per noi appassionati di letteratura poliziesca in quanto è proprio dai Delitti


della Rue Morgue che tradizionalmente la si fa incominciare; Edgar Allan Poe, come si sa, ne è considerato il padre fondatore proprio per aver scritto il trittico di racconti aventi per protagonista Monsieur Auguste Dupin (il primo investigatore “di carta”, che ispirerà il personaggio di Sherlock Holmes), trittico del quale i Murders costituiscono il primo, avvincente capitolo. L’intreccio delle date, conviene dirlo subito, sembrerebbe accusare il grande romanziere francese. Il testo di Dumas venne infatti pubblicato a cavallo tra il 1860 e il 1861 (quando Poe era già morto da una dozzina d’anni), mentre la prima pubblicazione dei Murders risale al 1841. Per citare il titolo di uno dei romanzi che compongono la celeberrima trilogia dei moschettieri, L’assassinio di rue Saint-Roch è arrivato “vent’anni dopo”. L’opera del genio statunitense, del resto, era stata tradotta e pubblicata in Francia già dalla seconda metà degli anni ’40 del XIX secolo (la prima traduzione ufficiale risale al 1847), e nel 1856 Charles Baudelaire aveva curato la prima raccolta di racconti (intitolata Histoires extraordinaires) in cui figurano anche i Murders. Dumas sembrerebbe dunque confermare la sua peraltro già consolidata fama di plagiatore. La questione, tuttavia – segnala Ugo Cundari fornendo a sostegno argomentazioni assai convincenti – è più complessa e merita un serio approfondimento: in primo luogo perché la sequenza cronologica ufficiale, lungi dall’essere risolutiva, pone più problemi di quanti non ne risolva imponendo un’analisi attenta della biografia dei due scrittori; in secondo luogo perché la presenza di due racconti quasi perfettamente sovrapponibili fa sorgere interrogativi che vanno ben al di là dell’ipotesi, pur fondamentale e suggestiva, di un “plagio d’autore”. I due testi, come abbiamo avuto modo di constatare più sopra, si somigliano terribilmente. Ecco un altro passaggio significativo:


L’appartamento offriva uno spettacolo di disordine indescrivibile: il mobilio era stato frantumato e scaraventato in tutte le direzioni. Non esisteva che un’unica lettiera: orbene, da questa il letto era stato divelto e buttato nel mezzo della stanza. Su una seggiola era stato gettato un rasoio lordo di sangue; sul focolare vi erano due lunghe e grosse frecce grigie di capelli umani, anch’esse intrise di sangue, che avevano tutta l’apparenza di essere state strappate dalle radici; sul pavimento furono trovati quattro napoleoni, un orecchino di topazio, tre grossi cucchiai d’argento, tre più piccoli in métal d’Alger, e due borse contenenti quasi quattromila franchi in oro. I tiretti di un bureau d’angolo erano aperti ed erano stati probabilmente saccheggiati, sebbene molti oggetti vi rimanessero ancora. Sotto il letto (non sotto la lettiera) fu rinvenuta una minuscola cassaforte di ferro: venne aperta, poiché la chiave si trovava ancora nello sportello, e conteneva soltanto qualche lettera di vecchia data e altre carte di scarsa importanza. Di Madame L’Espanaye nessuna traccia: ma poiché nel focolare fu notata una quantità insolita di fuliggine, si procedette a un’ispezione del camino, dal quale (orribile a dirsi!) fu estratto il cadavere della figlia col capo all’ingiù: certo dovevano averlo forzato per un buon tratto, in quelle condizioni, su per l’angusta apertura. Era ancora caldo, e all’esame rivelò numerose escoriazioni, provocate senza dubbio dalla violenza con la quale era stato cacciato a forza su per la cappa e successivamente liberato. Il volto presentava molti graffi rilevanti e la gola ammaccature scure e segni profondi di unghie, come se la disgraziata fosse stata uccisa per strangolamento.

La camera era nel più strano disordine: i mobili spaccati e sparsi in tutti i sensi, non v’era che un letto i cui materassi erano stati gettati sul pavimento, sopra una sedia si trovò un rasoio bagnato di sangue. Nel focolare erano tre lunghi e forti boccoli di capelli grigi i quali sembravano essere stati violentemente strappati, sul pavimento erano sparsi quattro Napoleoni, un orecchino ornato d’un topazio, tre grandi cucchiai d’argento, tre più piccoli in metalli d’Algeri e due sacchi contenenti a un dipresso quattromila franchi d’oro; in un canto, i tiratori del camino erano stati aperti, e messi senza dubbio a sacco; benché si trovassero molti articoli intatti, uno scrignetto di ferro fu trovato sotto la tela del letto, (non sotto il legno del letto): era aperto, con la chiave nella serratura, non conteneva che qualche vecchia lettera ed altre carte senza importanza. Non si trovò nessuna traccia di Madame L’Espanaye, ma si rimarcò una quantità straordinaria di fuliggine nel focolare, si fecero delle ricerche nel camino e – cosa orribile a dire” – ne tirarono il corpo della giovine che trovarono con la testa in giù, ed ea stato introdotto di forza e spinto nella strettissima apertura a una distanza considerevole. Il corpo era caldo ancora. Esaminandolo si scoprirono numerose escoriazioni, occasionate senza dubbio dalla violenza con la quale vi era stato introdotto, e che si era dovuta usare per ritirarlo. In faccia portava dei profondi graffi e la gola era livida e scavata da profonde tracce d’unghie come se la morte avesse avuto luogo per strangolamento.


(Edgar Allan Poe: I delitti della Rue Morgue, The Graham's Lady's and Gentleman's Magazine, Philadelphia, 1841)

(Alexandre Dumas: L’assassinio di rue SaintRoch, L’Indipendente, Napoli,1860-1861)

E i parallelismi potrebbero moltiplicarsi. E’ abbastanza singolare, ad esempio, che a premessa di entrambi i racconti si faccia riferimento, pur con modalità diverse, alle facoltà della mente (Dumas si rivolge ai prefetti di polizia italiani invitandoli a utilizzare “quella facoltà speciale che si chiama analisi”; Poe, dal canto suo, apre i Delitti della Rue Morgue con una vera e propria dissertazione sulle “facoltà … che chiamiamo analitiche”). E’ addirittura singolarissimo, poi, che nei Murders il medico chiamato a esaminare i cadaveri delle sfortunate signore De L’Espanaye si chiami Paul Dumas, e che lo stesso medico, nel racconto dumasiano, risponda al nome di Paul Dupin: si tratta di coincidenze – Baudelaire, il più grande traduttore francese di Poe, le avrebbe definite più correttamente “corréspondances” – che non possono essere ignorate. Sono le – poche – differenze, tuttavia, a suscitare maggior meraviglia e, in alcuni casi, un vero e proprio sconcerto. La difformità più rilevante riguarda i personaggi e in particolare le identità di narratore e investigatore: nei Murders, Poe racconta in prima persona, da semplice spettatore, le gesta di Monsieur Dupin, il cui poderoso intelletto risolve un caso apparentemente insolubile; nel testo dumasiano, invece, è lo stesso Poe a svolgere le indagini sotto lo sguardo ammirato del grande romanziere francese (nelle insolite vesti di “spalla” e voce narrante). E’ interessante il modo in cui Dumas fa entrare in scena il suo brillante ed eccentrico protagonista: “Era l’anno 1832. Un giorno un giovane americano si presentò da me con una


raccomandazione da un suo compatriota, l’illustre romanziere Fenimore Cooper. … Egli si chiamava Edgar Poë.” Svelato il mistero, direte voi: i due scrittori, grazie all’intercessione dell’amico comune Fenimore Cooper (noto scrittore statunitense, autore de L’ultimo dei Mohicani), si sono effettivamente incontrati a Parigi nel 1832 e hanno elaborato insieme la storia, pubblicandola poi – l’uno all’insaputa dell’altro o per mutuo consenso – in tempi diversi. Sennonché di questo ipotetico incontro non vi è traccia storica (ne fece menzione, forse, lo stesso Alexandre Dumas in una lettera mai resa pubblica e misteriosamente scomparsa dall’orbe terracqueo): esso sembra esistere unicamente nella fantasia del “padre” dei Tre Moschettieri e fra le pagine di un racconto ignorato per oltre mezzo secolo. Di più: i biografi di Poe sono quasi tutti concordi nel ritenere che il genio statunitense abbia attraversato l’oceano un’unica volta1, in tenera età, per un viaggio di istruzione nel Regno Unito. Certo viene da chiedersi come mai uno scrittore americano fino al midollo abbia scelto di ambientare alcuni suoi racconti in una capitale europea in cui non aveva mai messo piede, e come abbia potuto descriverla nei minimi dettagli, e assai realisticamente, pur non avendola mai visitata: da questo punto di vista, i Murders sembrerebbero rivelare una conoscenza diretta, e non di seconda mano, delle vie parigine. E’ lecito inoltre domandarsi cosa sia accaduto, nella vita di Edgar Poe, in quel fatidico 1832: stando alle biografie ufficiali, egli si sarebbe limitato a pubblicare in forma anonima cinque racconti su una rivista di Philadelphia. Alcune testimonianze parlano di “lettere spedite da San Pietroburgo” tra il 1831 e il 1833; altre lo vogliono in Grecia a combattere per la liberazione dei turchi. Sta di fatto che potrebbe aver soggiornato Parigi, in quel periodo, magari proprio nell’anno in cui si svolge il racconto dumasiano.

1

Lo stesso Poe, a dire il vero, ammise di aver soggiornato in Russia, e documenti in possesso della questura di Pietroburgo attestano il duplice arresto, negli anni ’30 dell’Ottocento, di un americano di nome “Edgar Pué”.


Quanto all’incontro con Dumas, a mio parere l’elemento che più di ogni altro farebbe pensare a una forma di collaborazione diretta fra i due autori è di tipo squisitamente letterario e l’ha messa nero su bianco nientemeno che Charles Baudelaire. “Interventista senza limiti”, per usare la definizione di Cundari, il più grande traduttore francese dell’opera di Poe non esitava a cambiare il senso del testo originale per inserire considerazioni personali; ad esempio, nel tradurre il seguente passaggio: “La polizia è assolutamente sconcertata, inusitata negli affari di questa natura, ed è veramente impossibile di ritrovare il filo di questo fatto”, egli fa dire a Poe che lo sconcerto della polizia è “cosa comune”. Nel testo di Dumas ritroviamo le considerazioni poeiane e non, si noti, quelle contenute nell’unica traduzione dei Murders disponibile, all’epoca, in Francia. Ugo Cundari spinge l’analisi alle estreme conseguenze e “osa” domandarsi se non sia possibile far ricadere su Poe l’accusa di plagio. Ipotesi affascinante e senz’altro percorribile ma destinata a rimanere avvolta nel mistero, soprattutto ove si consideri che l’originale in francese del racconto dumasiano non è mai stato rinvenuto. La paternità del primo racconto giallo della storia non può dunque ritenersi certa, e so di interpretare il sentimento di molti appassionati del genere affermando che si tratta di una di quelle certezze che un vero crime addicted preferirebbe non perdere. Consoliamoci pensando che, in fin dei conti, i padri nobili del genere che più amiamo potrebbero essere due. E che il primo investigatore della storia, con buona pace dell’ottimo Monsieur Dupin, potrebbe avere il genio tormentato e ineguagliabile di Edgar Allan Poe. Simona Tassara http://unostudioingiallo.blogspot.it


ARTICOLO: GIANCARLO FUSCO, L’ILLUSTRE SCONOSCIUTO DEL NOIR ITALIANO

Io non lo conoscevo. Le grandi enciclopedie non lo nominano. Forse qualche blog, qua e là, ne dà un accenno. Eppure ci hanno anche girato un film, sulla sua vita. E allora, chi è stato questo Gian Carlo Fusco e perché è stato tanto importante da meritarsi un articolo su Noir Italiano? Procediamo con ordine. Gian Carlo Fusco nasce a La Spezia nel 1915. Come dirà poi nel romanzo (che voleva spacciare per autobiografico ma che è quasi tutto inventato di sana pianta) “Duri a Marsiglia”, nasce a cavallo tra la guerra italo-turca e la prima guerra mondiale. E’ tante cose, Gian Carlo Fusco. E’ stato un sognatore, innanzitutto. Una sorta di D’Annunzio sfigato. Ovvero, di quelli che tentano di “far della propria vita un’opera d’arte” e finiscono solo per rimediare pugni in faccia. E di pugni, proprio in


faccia, Fusco ne prende davvero troppi, perché tenta la carriera di pugile, finendo per perdere tutti i denti nell’unico incontro disputato. Da allora porterà sempre una dentiera. Fusco è un affabulatore. Un personaggio. Uno di quelli che, quando si è in tanti in un locale, splende di luce propria e intrattiene la tavolata con racconti più o meno mirabolanti. E nessuno che osi interromperlo. E’ un viveur, Fusco. Amala vita, soprattutto quella notturna. Il puzzo dei sigari, il profumo delle entraineuse, l’aver a che fare con malavitosi o presunti tali, lo champagne servito nei cestelli ghiacciati nei night liguri, marsigliesi e romani. Dopo aver combattuto sul fronte greco, vestendo la divisa degli Alpini mandati a morire nel fango dell’Epiro, diventa giornalista. Sarà un reporter eccezionale, forse il migliore di quel tempo (anche se, come richiedeva il suo personaggio, non s’iscrisse mai all’albo). E scriverà tanto, Fusco, compresi romanzi e articoli. Nel 1974 pubblica “Duri a Marsiglia”, un romanzo noir che si rifà alla tradizione del feuilleton d’inizio secolo. L’iniziazione al crimine da parte di un giovane anarchico fuggito dalla Liguria per scappare alle tenaglie della repressione fascista. Charles Fiori, che Fusco vorrebbe far passare per sé stesso, si rifugia a Marsiglia e cerca ospitalità nei circoli anarchici dei fuoriusciti italiani. E’ un giovane scafato e senza scrupoli e finisce per diventare sgherro del clan calabrese, in lotta (dopo un periodo di tregua voluto dal prefetto di polizia in persona) con i clan dei corsi e dei catalani. Un romanzo irresistibile, fatto di dialoghi trasognati, scritti in un misto d’italiano, francese, spagnolo e calabrese. Un romanzo sul mileu, sulla mala, o sull’idea romantica che si ha di essa.


Così lo descrive Giovanni Arpino in una nota: “un feuilleton inesausto, tutto giocato sull’onda del filone nero francioso, un po’ Gabin e un po’ teatro d’abord, tanto cinema in sequenza e grani di Prevert sparsi qua e là, o accatastati come il crescione a fianco della bistecca parigina”. Fusco morirà nel 1984. Verrà presto dimenticato da tutti, come succede spesso a quelle persone troppo uniche, inimitabili, che fanno impallidire il resto del mondo. Eppure, se fosse vivo ora, Fusco sarebbe uno di quei personaggi contesi dai talk-show del pomeriggio e della sera, sarebbe onnipresente in tv, avrebbe milioni di follower su Twitter e un suo post su Facebook riceverebbe centinaia di commenti. Sarebbe un’icona, Fusco. Icona di come vivere la propria vita come un’opera d’arte o, perlomeno, provarci. Però, per noi amanti del noir, “Duri a Marsiglia” può venir considerato un primo esempio di noir mediterraneo. Anche se l’idea di Fusco non era certo quella di denunciare il lato oscuro di Marsiglia (caratteristica che sarà poi essenziale nelle opere di Izzo). Però c’è il mare, c’è il sangue, c’è azione, ci sono criminali e persone perbene. Quindi è noir e mediterraneo. Per la prima volta. Per questo grazie, caro Gian Carlo Fusco, illustre sconosciuto del noir italiano. Omar Gatti

Articolo originariamente pubblicato su Noir Italiano. noiritaliano.wordpress.com


INTERVISTA MULTIPLA Mi sono imbattuta, qualche tempo fa, in una splendida videointervista pubblicata sul portale Rai www.scrittoriperunanno.rai.it. Un sorridente Antonio Tabucchi rispondeva con garbo e simpatia alla domanda delle domande, “inevitabile … per uno scrittore”: perché si scrive? Ecco il ventaglio delle sue – acute, bellissime – risposte: si scrive perché si ha paura della morte, o perché si ha paura della vita. Si scrive perché si ha nostalgia dell’infanzia. Si scrive perché “il tempo è passato troppo alla svelta, o sta passando troppo alla svelta, e noi vorremmo anche un po’ fermarlo o che andasse più piano”. Si scrive per rimpianto, o per rimorso. Si scrive “perché si è qui ma vorremmo essere là, o perché si è andati là ma tutto sommato era meglio se si restava qui”, si scrive per poter essere in entrambi i luoghi. Del resto, come aveva intuito Baudelaire, la vita non è che un ospedale dove ogni malato vorrebbe cambiare di letto… Ascoltando Tabucchi ho avvertito subito il desiderio di raccogliere altri punti di vista, di rivolgere ad alcuni scrittori contemporanei (italiani e non) la domanda delle domande… di interrogarli, insomma, sulle ragioni del leggere e dello scrivere. A costo di sentirmi rispondere, à la Bukowski, “scrivo solo per portarmi a letto le ragazze dopo le presentazioni”: la più raffinata – e spudorata – bugia che mi sia mai capitato di leggere!

MAURIZIO DE GIOVANNI “Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s'inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell'erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c'invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985)


Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive? Ti rispondo con un pezzetto che mi chiesero qualche tempo fa sullo stesso argomento, per un giornale. All’identica domanda, scrissi: “Scrivo perché mi scappa. Perché se no suppura qualcosa all’interno, e prima o poi scoppia e inonda l’anima di amarezza. Scrivo come si apre un rubinetto, per fare uscire un flusso che sommerga, perché c’è e se serve è lì, a disposizione. Scrivo come ci si spoglia prima di fare l’amore: perché è urgente, perché è necessario nei pomeriggi assolati, con la luce che filtra dalle tapparelle e ferisce gli occhi. Scrivo perché lo so fare, e mi piace vedere negli occhi di chi legge la sorpresa, la commozione, il divertimento, perfino il dolore: io creo i sentimenti, e mi sento creatore, ed è esaltante. Scrivo perché leggo, e il virus altrui si propaga attraverso me, e infetta il mondo, e va bene così. Scrivo come parlo, per raggiungere e lasciare una traccia, che sia indelebile il più possibile, e se la cancellano bravi loro, e comunque chi se ne frega. Scrivo perché ho il coraggio di farlo, perché non mi vergogno del colore delle mie interiora, in cui custodisco un sacco di cose belle e brutte, oggi fuori tutto, offerta speciale. Scrivo perché ho paura, e allora meglio urlare, per sentire almeno una voce. Scrivo perché sono vivo: preoccupatevi, quando non mi leggerete più.”


Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera? Alcuni scrittori di romanzi neri asseriscono che noi siamo proprio quelli che hanno più paura del buio che c’è nell’animo umano, e che la scrittura sia un modo per esorcizzare questa fobia. Io credo che ognuno, semplicemente, abbia le sue storie; e che venga naturale raccontare in un modo piuttosto che in un altro quello che realmente interessa a tutti, e cioè l’evoluzione delle passioni e dei sentimenti. Che al centro di una narrazione ci sia un grande amore, un abbandono o un omicidio non toglie o aggiunge dignità a una storia; sono l’originalità, il linguaggio e la caratterizzazione dei personaggi, oltre naturalmente all’ambientazione, a conferire interesse a una storia, e a favorire il necessario processo di immedesimazione del lettore. Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno? Semplicemente, quando il lettore comincia a leggere ha bisogno di abbreviare il più possibile il viaggio. Si deve “entrare” in una storia, andare in un altro mondo, divertirsi in senso proprio, etimologico, divertere, andare altrove. Ovviamente, più la realtà descritta dal narratore è vicina alla propria, minore sarà lo sforzo del lettore di cambiare


la prospettiva alla quale è abituato. Il romanzo nero non abbellisce e non migliora la realtà, anzi. E’ solo un viaggio più breve.

JOE R. LANSDALE “Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s'inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell'erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c'invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive? Scrivo per me. Ho sempre voluto scrivere, raccontare storie. Quanto al perché, forse è un modo di vivere un sogno a occhi aperti, o di “estenderlo”. Penso che noi viviamo la vita che viviamo e anche la vita che sogniamo, e i sogni ci permettono di avere tante vite, tante opportunità. Gli scrittori sono il genere di persone che non vogliono rinunciare a quei sogni, e quindi li mettono per iscritto. O forse è un modo di farseli uscire dalla testa, per dare una casa a nuovi sogni.


Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera? Penso che lo scrittore si identifichi con tutti i soggetti della storia. Non solo con l'assassino. Sei tu che li crei, tutti, per cui, ad un certo livello, è necessario che ti identifichi con ciascun protagonista della storia. Anche il cane che abbaia nella notte, sei tu. Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno? Non so se la cultura ha visto giorni migliori. Sembra così a tutte noi vecchie “scoregge” qualche volta, ma la cultura cambia, e cambia la percezione che ne abbiamo. Ogni cambiamento porta cose buone e cose cattive. La cultura pop sa essere volatile come la passione per l'hula hoop. E’ ancora là fuori, ma non è sulla letterina di Natale di ogni bambino. La tecnologia ha confuso la cultura per un po', ma mi auguro non sia un processo irreversibile.


LORIANO MACCHIAVELLI “Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s'inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell'erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c'invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive? “Perché, mi chiedo, devo sopportare una vita tanto grama, la cui massima aspirazione consentita è una grama sopravvivenza, la quale, per altro, dipende dall’umore del tiranno che, quando va bene, mi tiranneggia (che altro può fare un tiranno?) e mi umilia dinanzi ai miei cari ai quali non posso che sorridere fingendo che io e il tiranno stiamo scherzando?” Loriano Macchiavelli, ad vocem, oggi. Io scrivo … Non sono tanto presuntuoso da affermare “Si scrive”. Io scrivo per non dare al tiranno la soddisfazione di credere che mi sono adeguato e per poter così guardare in faccia, con la coscienza a posto, le persone che amo. Non è che scrivendo mi senta meglio del


prossimo, ma faccio dei tentativi. Ho cominciato con la lotta (politica) e quando ho capito la sua inutilità, sono passato al teatro (politico). Nuova delusione e mi sono dedicato alla letteratura (poliziesca e quindi, in qualche modo, polis) e mi sono accorto che con questo strumento posso fingere di essere dalla parte dei cattivi illudendomi di rimanere con i buoni. È andata bene fino a quando ho scoperto che i buoni sono tali perché non riescono (per vari motivi che non è il caso di illustrare in questo contesto) a far parte dei cattivi. Adesso sto pensando che altro escogitare ancora per sfuggire al ghigno del tiranno. Temo altre delusioni. Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera? Non credo di essermi mai identificato con il colpevole. Non nel senso che intendeva, immagino, Sciascia. Mi sono sentito e mi sento colpevole per molti altri motivi. Racconto il crimine perché vivo in una società criminogena. Racconta il crimine anche chi scrive delle varie sfumature dei colori. Solo che lui (o lei) non lo sa. E neppure chi legge. Racconto il crimine perché la città è un crogiuolo di tensioni e di forze innaturali che si scontrano. E infine, ma non in fine, racconto il crimine perché veramente io vivo in tempi oscuri e perché la parola sincera è follia. Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa


un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno? Prima contestazione: il libro non è in crisi. Lo sento ripetere da settant’anni e non ci credo più. Credo, invece, che sia un’invenzione degli editori per pagarmi di meno. Il libro non è in crisi, se le fascette dei romanzi, accatastati senza alcun ordine logico e analogico in librerie che sempre più assomigliano a depositi di materiale inerte pronto per essere assemblato e trasportato all’incenerito, dicono il vero. Infatti: Questo libro ha venduto oltre un milione di copie; Un romanzo che ha sconvolto milioni di lettori; Trecentomila copie in due settimane; Otto ristampe nelle ultime due ore. Dov’è la crisi? Nei miei romanzi che vendono il necessario per farmi sopravvivere con dignità. Seconda contestazione: il romanzo giallo o noir o la letteratura criminale in genere, non ha perduto la sua funzione consolatoria. Lo affermano gli scrittori (non io, e mi viene il dubbio di non essere scrittore; sono scrittore poiché vivo di scrittura; allora?) che così si possono sentire al di sopra delle meschinità. Che questi romanzi svolgano una funzione consolatoria lo dimostra il fatto di non essere più in contrasto con la società che li ospita. Quando non erano consolatori, venivano denigrati dall’ufficialità della critica e della Storia letteraria. Da quando sono accettati di buon grado, incensati e considerati capolavori, hanno perduto la loro forza negativa, che era poi possibilità di mostrare al lettore minimamente attento, un’altra verità. Che non era la verità ufficiale, ma la verità che si voleva nascondere.


MARGHERITA OGGERO “Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s'inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell'erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c'invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985) Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive? Perché si scrive? Per lo stesso motivo per cui si fa musica, si dipinge, si scolpisce, si fa un origami, si mette una nave in bottiglia. Invece di contemplare la luce della luna sull'erba (oppure prima o dopo averla contemplata): contemplare, scrivere, far musica eccetera appartengono a uguale diritto al "vivere". E il gioco della vita non è affatto "divinamente semplice", ma per fortuna contraddittorio e complesso e appunto nella complessità sta il meglio. Per chi si scrive? Per sé, e per gli altri. Perché ogni scritto aspira a essere letto. Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfet-


ta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera? Non credo all'identificazione semplice e immediata dello scrittore di gialli con il colpevole. Si scrivono gialli per tanti motivi: il primo, a parer mio, perché si è colpiti dalle crepe della società e dei singoli individui, dai loro buchi neri e si ha voglia di raccontarli. Del resto, raccontare storie (nere, gialle, rosa, ecc.) è uno dei bisogni dell'umanità, insieme a quello di ascoltarle. Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno? Forse il successo della letteratura criminale è solo una moda più o meno passeggera, come il successo dei vampiri e dei mostri. E dopo l'indigestione si tornerà a una dieta più sobria.


MATTHEW PEARL “Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s'inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell'erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c'invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985) Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive? Non vorrei rispondere per altri scrittori, certamente non per gli scrittori in generale: sono tante le strade e le motivazioni che portano alla scrittura, ragion per cui molti scrittori non vanno affatto d'accordo tra loro mentre altri se la intendono piuttosto bene. Mi hanno detto che da bambino sognavo sempre ad occhi aperti. Sono stato chiamato "extraterrestre" o "cadetto spaziale." Mi ricordo che quando mi annoiavo, in auto, guardavo fuori dal finestrino e immaginavo varie creature e animali (come afferma il brano che citi: "pupazzi e fantasmi"), le loro avventure su altre auto e per le strade. Immagino che sarò sembrato in un’altra dimensione, con la testa letteralmente tra le nuvole.


La scrittura, ovviamente, non è l'unico sbocco per una creatività inquieta. Io ad esempio passavo le giornate a disegnare e a dipingere, e probabilmente sarei stato felice se ciò si fosse trasformato in una professione. "Essere uno scrittore", tuttavia, è un’identità complessa da governare, perché il lavoro è in sé astratto mentre il prodotto finale è più concreto. Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera? Raccontare storie significa mettere in scena un dramma, interno o esterno, e il dramma esterno è spesso oscuro e pericoloso. Un delitto ti mette automaticamente davanti al problema "vita o morte", e il detective o chiunque investighi su quel delitto alimentano la nostra naturale curiosità per i puzzle, il nostro desiderio di risolverli. A volte si inizia a scrivere ponendosi dal punto di vista del lettore; si scrive, cioè, ciò che farebbe piacere leggere, e se va bene si rimane su quella traccia fino a generare una sorta di transizione perenne dal “te lettore” al “te scrittore”. Io di certo non ho mai pianificato di scrivere un particolare tipo di storia, e comunque cerco di variare, di libro in libro, il tono e il contenuto. Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno


di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno? Da quando sono diventato padre sono meno attratto dalla fiction violenta di un certo tipo – forse il romanzo (o il saggio) storico poliziesco ha la “distanza” sufficiente e giusta per me, oggi. Cerco di non pensare troppo a ciò che desiderano i lettori perché si tratta di un vicolo cieco da cui è impossibile uscire. Almeno per me, cerco di scegliere le storie che mi entusiasmano di più senza analizzarle troppo.

GRAZIA VERASANI “Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s'inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell'erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c'invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985) Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive? Non so se vale per tutti i narratori, ma io credo che in chi scrive nasca presto, nell’infanzia, la necessità di creare un mondo altro, per contrastare la realtà e attenuarne gli effetti più dolorosi. In questo modo l’immaginazione diventa la migliore difesa. Eppure non si scrive per opporsi al reale, semmai per tentare di comprenderlo in modo più profondo. E non si scrive, credo, nemmeno perché si è particolarmente solitari o fantasiosi o più sensibili di altri. In me la necessità di scrivere è nata perché leggevo molto, e leggere mi riempiva la vita. Il passaggio dalla lettura alla scrittura è stato naturale e inevitabile. Si scrive se se ne ha voglia e bisogno, e spesso per dare voce a perdite e assenze. E ogni narratore ha un lettore ideale a cui si rivolge, e anche se scrive per se stesso e con quel lettore che cerca avidamente di comunicare.


Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera? Perché in questo momento storico preciso la narrativa nera sembra l’unica in grado di interpretare il presente, un presente sempre più ambiguo e confuso. L’unica che rende lo scrittore testimone di qualche verità. L’unica che sollecita dubbi e domande e che si discosta da un intimismo fine a se stesso. Scrivere un romanzo noir è raccontare innanzitutto un’atmosfera, è districarsi in un manipolo di contraddizioni, infrazioni, fragilità. Dostoevskij si lasciò ispirare da un fatto di cronaca per scrivere “Delitto e castigo”, e anche oggi vale la regola di un’indagine sul mistero “uomo”. Il “successo” di questa narrativa è che


è basica, nel senso che racconta una storia di fantasia senza perdere di vista le luci e le ombre della realtà. Ne delucida aspetti grazie a delle intuizioni e a un forte spirito di osservazione e di empatia. E ha il privilegio, quando è buona letteratura, di essere avvincente. Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno? Sì, è esattamente così, e come spiegavo prima. Io non amo i thriller, non mi divertono nemmeno. Se tutto si riduce a un crimine e alla ricerca del colpevole, mi annoio mortalmente. Io credo che i lettori di noir siano molto attenti al mondo, e che oltre al piacere di una lettura apparentemente evasiva cerchino, come dire, dei fari antinebbia per capire meglio le cose, anche da un punto di visto introspettivo o psicologico. Il noir racconta un’umanità fallibile e vulnerabile e questo non è consolatorio, ma ci fa sentire certamente parte di qualcosa che esula dalle nostre ambasce personali. * Desidero ringraziare, di cuore, gli autori che si sono resi disponibili per l’intervista: grazie della cortesia, del tempo dedicato alla nostra rivista, delle parole preziose. Un grazie e un abbraccio speciale vanno a Joe R. Lansdale e a Matthew Pearl, che hanno dovuto superare lo scoglio più terribile: il mio personalissimo – e incredibilmente arrugginito – inglese. Simona Tassara


Libri consigliati: Cristina Fallarás: Innocenti Editore: Giangiacomo Feltrinelli Collana: FoxCrime ISBN: 978-88-07-02010-0 Pagine: 222 Prezzo di copertina: € 12,00 Data di pubblicazione: 17 aprile 2013 Due sorelle scomparse. Una detective decisamente sui generis. Un viaggio all'inferno tra i vicoli di una Barcellona più oscura che mai. Esiste un’altra Barcellona, molto diversa dalla città famosa per i quartieri eleganti, il design e i palazzi da cartolina di Gaudí. Una Barcellona oscura, che si nasconde ai turisti e agli innocenti: quella con l’anima nera, che non si vede o si fa finta di non vedere. È in questo sottobosco criminale che l’investigatrice Victoria González, ex giornalista con una storia poco chiara alle spalle, si muove decisa. Anche se la sua gravidanza avanzata, oltre a terrorizzarla, non le rende certo le cose facili. Quando riceve un incarico anonimo – accompagnato da un assegno fin troppo generoso – , Victoria inizia davvero a temere che i bassifondi di Barcellona si stiano espandendo oltre misura. Due sorelle, di tre e quattro anni, sono scomparse. Una è stata brutalmente assassinata. Dell’altra non c’è traccia. L’incarico è chiaro: bisogna trovare la bambina il prima possibile, preferibilmente viva. Comincia così un viaggio all’inferno. Un inferno che è vicino, troppo vicino. E rispetto al quale Victoria ha un’unica certezza: ci troverà dentro tutti i suoi incubi peggiori.


Colin Dexter: L’ispettore Morse e le morti di Jericho Editore: Sellerio Collana: La memoria n. 920 Data di pubblicazione: marzo 2013 EAN: 9788838930201 Pagine: 356 Prezzo di copertina: € 14,00 Ebook: € 9,99 Titolo originale: The Dead of Jericho Traduzione dall’inglese di Luisa Nera A Jericho, un quartiere di Oxford dimenticato dal tempo, in una casetta angusta e piena di libri, Anne Scott si suicida senza lasciare una parola di congedo e, in apparenza, senza un perché. Forse è solo una storia di ordinaria infelicità, ma poco tempo dopo nello stesso quartiere, nella stessa viuzza, nella casa di fronte, George Jackson viene trovato con il cranio fracassato. L'ipotesi del suicidio non convince l'ispettore Morse, che, questa volta per motivi personali, inizia un'indagine in incognito. «Morta, morta, morta. E... Dio mio! Si era impiccata, a quanto dicevano. Una donna affettuosa, attraente, viva... e si era impiccata. Perché? Perché? Perché?».
 L’irritante, bisbetico ispettore capo Morse ammira le donne ma ha una certa resistenza a concludere. Una sera qualunque, a un ricevimento, incontra una signora bella e disponibile, dotata di uno spirito e di una grazia seducenti. Nonostante l’attentato alla sua testarda solitudine sia molto promettente, un misto di indolenza e di pessimismo porta l’ispettore a non continuare l’avventura. Ma sei mesi dopo, per una di quelle «ironie della vita» (per citare Thomas Hardy, di cui forse si avverte l’influsso in questa storia così amara), Morse, trovandosi per ca-


so nel quartiere di Jericho a nord di Oxford dove la donna abitava, scopre la sua fine desolata.
 È proprio così, è un suicidio? L’istinto di investigatore di Morse non può appagarsi con tanta superficialità e comincia un’inchiesta che batte a tappeto tutte le persone e tutte le occasioni legate alla fine di Anne Scott: gli amanti, gli alunni, i colleghi del circolo di lettura, le signore del circolo del bridge, i vicini di casa – quelli maligni, quelli amichevoli e quelli solo indifferenti. Registrando, con stupore crescente per il lettore, quante persone qualunque potrebbero avere un buon movente per uccidere una donna così amabile. Difatti sono diverse le piste seguite e numerosi i vicoli ciechi, poco prima di imboccare i quali, il lettore è convinto con Morse di essere prossimo a una soluzione in realtà lontana.
La storia si svolge in un’atmosfera di particolare malinconia, perché Anne è una donna che davvero fa innamorare e l’occasione per Morse era unica: e in generale perché tutto sembra sfidato dal destino, con una sfilza di «se solo... se solo...» per i tanti personaggi. L’intreccio è geniale, dando la sensazione di poter contenere più soluzioni dell’enigma ugualmente funzionanti e quindi altrettanti romanzi. Con un effetto finale del tutto inatteso.


Pierluigi Porazzi: Nemmeno il tempo di sognare Editore: Marsilio Collana: Farfalle – I Gialli Data di pubblicazione: 20 marzo 2013 Pagine: 352 Prezzo di copertina: € 18,00 ISBN: 9788831715140 Nemmeno all'inferno può fare così caldo. È una torrida estate, a Udine, quando il giudice Martello viene chiamato sul luogo di un atroce delitto. In un appartamento del centro è stata uccisa e orrendamente sfigurata Barbie, un transessuale molto popolare in città, che si guadagnava da vivere prostituendosi. L'ispettore di polizia Raul Cavani, a cui è stato assegnato il caso in breve tempo arriva ad arrestare un sospettato. Su incarico della famiglia dell'indiziato, anche l'ex agente Alex Nero inizia a indagare sull'omicidio, scoprendo che Barbie filmava gli incontri con i suoi clienti più potenti e facoltosi. L'indagine si sviluppa nel mondo della prostituzione, coinvolgendo personaggi illustri e apparentemente insospettabili. La soluzione del mistero arriverà al termine di un percorso di dolore e di sangue, in cui niente è come sembra e ognuno ha qualcosa da nascondere.


Liz Jensen: L’imprevisto Editore: TimeCrime Pagine 320 Prezzo di copertina: 12 euro Traduzione di Giulia Antioco Data di pubblicazione: 23 maggio 2013 Liz Jensen è stata candidata tre volte all’Orange Prize, oltre a L’ultima profezia (uscito per Timecrime nel 2012), i cui diritti cinematografici sono stati opzionati dalla Warner Brothers, ha al suo attivo sette romanzi tradotti in venti Paesi, tra i quali The Ninth Life of Louis Drax dal quale Anthony Minghella trarrà presto un film. L’imprevisto è una lezione sul crimine; è inquietante come Margaret Atwood o Kazuo Ishiguro, ma con dettagli moderni come le chiamate su Skype, lo spionaggio industriale e Twitter. È questo ibrido di anime infestate e denuncia anticapitalista che dà al romanzo il suo potere. Mentre il mondo è sconvolto da un’inquietante epidemia di violenza, bambini che si rivoltano contro le loro stesse famiglie, l’antropologo Hesketh Lock ha un mistero da risolvere per conto della società con cui lavora. Uno scandalo in una grossa industria di lavorazione e commercio di legnami in Taiwan. Hesketh è un fanatico degli origami e colleziona cataloghi di vernici e antiche tavole optometriche, ma non è mai stato bravo nelle relazioni interpersonali. Ciononostante ha un vero talento quando si tratta di individuare modelli di comportamento, e una fascinazione per le dinamiche di gruppo.


Il contatto di Hesketh in Taiwan muore, e lui entra a far parte di una squadra diretta dal professor Whybray, suo vecchio mentore e studioso di fama internazionale, con lo scopo di trovare una spiegazione scientifica agli atti di sabotaggio e agli assalti dei bambini che si susseguono a un ritmo sempre più incalzante... mentre il comportamento del suo adorato figliastro Freddy si fa sempre più strano. Il rigido razionalismo di Hesketh e la sua difficoltà nel gestire i sentimenti saranno messi a dura prova, finché una serie di anomalie fisiche e comportamentali finiranno per costringerlo a riconoscere l’esistenza di qualcosa che sfida i principi scientifici su cui ha impostato la sua vita e la sua carriera e, soprattutto, a confrontarsi col suo difficile e delicato ruolo di padre. Liz Jensen, nata in Inghilterra, figlia di un liutaio danese, ha collaborato a lungo come corrispondente da Hong Kong per un quotidiano londinese. Rientrata in Inghilterra, ha lavorato per la Bbc e The Independent. Risiede tra Copenhagen e Londra, dove scrive per The Times. Dal 2005 fa parte della Royal Society of Literature.


Giuliano Pasini: Io sono lo straniero Editore: Mondadori – Omnibus 2013 Data di pubblicazione: 26 marzo 2013 ISBN: 9788804624684 Pagine: 396 Prezzo di copertina: € 15,90 Dopo il terribile inverno di Case Rosse, il commissario Roberto Serra ha lasciato l'Appennino emiliano per Termine, nel profondo Nord Est, sulle colline del Prosecco: quattro case, tre strade, una chiesa, un cimitero, e intorno solo vigneti, a perdita d'occhio.
 Lì, di sera, Roberto sfoga in incognito la sua passione per la cucina e per i vini nel piccolo ristorante ricavato nel chiostro di un antico monastero. Di giorno, invece, lavora nella questura della scintillante e perbenista Treviso.
 Una vita che scorre lenta, tra le sempre più rade visite della sua Alice e le sempre più frequenti chiacchierate con Susana, una bella sudamericana andata come lui a voltare pagina in quell'angolo di mondo.
 Sino a quando, un giorno d'inverno, il commissario non incontra Francesca, una ragazza eccentrica e disperata che cerca di convincerlo a occuparsi del caso di una giovane sparita nel nulla. Per quanto Roberto punti i piedi in nome della serenità ritrovata tra i vigneti di Termine - anche grazie ai farmaci che assume per non sprofondare nelle visioni angosciose che lo tormentano - davanti a lui si delinea una scia di scomparse misteriose: tutte donne, tutte giovanissime, tutte straniere. Invisibili per la procura, per la polizia, per la gente. Roberto non può più scappare: è costretto ad affrontare un'indagine che lo porterà a scrutare le acque nere dei laghi nascosti tra i vigneti, a scoprire che un passato irrisolto può allungare le sue dita fatali fino al nostro presente,


a sondare gli abissi più oscuri della mente umana.
 Dormienza, pianto, allegagione, invaiatura... le fasi della vita delle vigne scandiscono la nuova indagine del commissario Serra, i cui occhi hanno la luce speciale di chi si sente, in ogni luogo, straniero - e proprio per questo vicino alla sofferenza delle vittime, alla disumanità dei carnefici. Con scrittura mobile, asciutta, a tratti intensamente poetica, Giuliano Pasini dà vita a un romanzo sull'amore e sull'odio, sul dolore e sulla redenzione. Un thriller – spumante, torbido e profumato – come un calice di Prosecco sur lie.

Mark Pryor: Il libraio di Parigi Editore: TimeCrime Traduzione di Tommaso Tocci Pagine 400 Prezzo di copertina: € 14,90 Data di pubblicazione: 18 aprile 2013 Gli ingredienti ci sono tutti: una Parigi affascinante e misteriosa, tanto ben descritta da risultare una protagonista indispensabile; una libreria, lo spazio in cui prende vita il mistero da risolvere e, Hugo Marston, il protagonista riuscito, onesto e spietato di cui, una volta letto, non si riuscirà a fare a meno. Questi gli elementi che concorrono a rendere il romanzo di Mark Pryor un’opera prima di sicuro effetto. Parigi 2012. Tutto ruota intorno alla sparizione di un libro antico del valore di 500.000 euro. Ritrovarlo vuol dire scovare l’assassino.


Max, un anziano libraio di Parigi, viene rapito davanti agli occhi di Hugo Marston, capo della sicurezza presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Eppure, nonostante la sua testimonianza, la polizia non sembra intenzionata ad aprire un’inchiesta, neanche quando, di lì a qualche giorno, nella Senna vengono ritrovati i cadaveri di altri due librai. Scavando nel passato di Max Koche, Hugo scopre dettagli inquietanti: perché mai la CIA possiede un dossier sul vecchio libraio? E perché il nome di Max viene accostato a quello di Serge e Beate Klarsfeld, i famigerati cacciatori di nazisti nella Francia del dopoguerra? La sua scomparsa è in qualche modo legata al suo passato, o c’entra uno di quei misteriosi libri antichi che si rifiutava di vendere nonostante le insistenze dei facoltosi bibliofili parigini? Servendosi del prezioso aiuto di Tom Green, un agente dei servizi segreti che conosce dai tempi dell’FBI, Marston cerca di mettere insieme i tasselli del puzzle e di collegare passato e presente, in un’indagine serrata e pericolosa, che lo porterà a scendere a patti con gli ambienti corrotti all’interno della polizia e delle istituzioni, e che finirà per coinvolgere le bande criminali in guerra per il controllo del traffico internazionale di droga. Mark Pryor è nato ad Austin, in Texas, dove lavora come assistente del procuratore distrettuale della contea di Travis. Questo è il suo romanzo d’esordio. «La scrittura di un giornalista e avvocato è totalmente aderente ai fatti, spogliata fino all’osso, senza spazio per voli di fantasia o metafore. Ho dovuto imparare a lasciarmi andare e a concedermi di scrivere attingendo un po’ dalla mia immaginazione, di divertirmi con la lingua anziché buttare giù una semplice narrazione fattuale e consequenziale di eventi. Ciò che mi piace di più dello scrivere thriller è che amo mettere insieme i pezzi di un puzzle, creare una sorta di enigma e renderlo facile da seguire ma difficile da penetrare. È davvero una sfida, ma mi piace.» Mark Pryor


Paolo Di Stefano: Giallo D’Avola Editore: Sellerio Collana: La memoria n. 921 Data di pubblicazione: aprile 2013 EAN: 9788838930171 Pagine: 340 Prezzo di copertina: € 14,00 Ebook: € 9,99 La mattina del 6 ottobre 1954 scompare nelle campagne di Avola Paolo Gallo, aveva portato le bestie al pascolo, ma di lui viene trovato solo il cappello e macchie di sangue sul terreno. Abita lo stesso casale del fratello Salvatore, mezzadri entrambi, le loro famiglie sono divise da un muro e da una inimicizia profonda. L’incriminazione è facile: la galera pronta per Salvatore e suo figlio Sebastiano, analfabeti e in più confusi.
Un legal thriller in terra contadina che intreccia la verità storica con la ricostruzione dello scrittore in una cronaca incalzante. Avola, 6 ottobre 1954. In una masseria di montagna, ricca di non pochi terreni e armenti, convivono le famiglie di Salvatore e Paolo Gallo, fratelli. Si odiano quotidianamente e metodicamente. Liti ripetute che coinvolgono mogli e figli, sedate a fatica dai vicini, futili motivi di rancore e dispetto. È l’alba di un giorno di lavoro, quando Paolo sparisce: restano di lui un basco e qualche macchia di sangue sul terreno. L’incriminazione è facile: la galera pronta per Salvatore e suo figlio Sebastiano, analfabeti e in più confusi. Intervengono a loro difesa due abilissimi avvocati, i due principi del foro di Siracusa, i quali sanno dare gambe legali alla spon-


tanea versione difensiva: che Paolo è scomparso volontariamente e la moglie ha inscenato un omicidio.
 Si apre così un legal thriller in terra contadina che trova il suo diapason nei processi e si articola nelle vite quasi ubriacate dalla vicenda (amori e inganni, emigrazioni e ritorni, ribellione e mansuetudine), in centinaia di indizi raccolti e falsificati da una parte e dall’altra, testimonianze e avvistamenti acclarati e smentiti di volta in volta. Un inestricabile labirinto di verità e menzogna. Silenzi, rivelazioni, colpi di scena, rovesciamenti dopo che la giustiziamonstre ha macinato più vite.
 Leggendo questo romanzo verità sul «morto-vivo di Avola» (così venne denominato), che restituisce il sapore di un’epoca e di un mondo a sé, non ci si accorge affatto che lo sfondo storico è il tempo del boom economico, della modernizzazione dell’Italia: che cominciava l’epoca della televisione, degli elettrodomestici e delle autostrade. Il caso Gallo scorre, infatti, giudiziariamente magmatico e narrativamente velocissimo, pieno di violenza, sofferenze e arcaica sopraffazione, ma anche di risvolti comico-grotteschi, tra il 1954 e il 1961. Ed è appunto questa inavvertenza che l’avventurosa storia giudiziaria racconta tra verità di cronaca e finzione: cioè a dire quanto poco le cose luccicanti del miracolo economico influirono allora nella civilizzazione italiana. E soprattutto racconta, con una secchezza realistica che si trasforma senza bisogno di aggiunte in acuta profondità analitica, quella specie di analfabetismo dell’anima, o della psiche, che vieta ogni coscienza di sé: vero lascito antropologico di secoli di depressa arretratezza, che ancora oggi può spiegare il tanto di barbarico, feroce e precivile, nei casi di cronaca nera familiare italiana.


Samuel Giorgi: Il Mangiateste Editore: Piemme Collana: Linea Rossa Data di pubblicazione: 30 aprile 2013 ISBN: 978885662502-8 Prezzo di copertina: € 17,50 Pagine: 420 Un tranquillo paesino di montagna. Tredici suicidi in meno di un anno. Un’antica superstizione che semina terrore. Grazzeno è un paesino della Val d'Ossola che non ha niente di speciale. Se non fosse per quei tredici suicidi nell'arco di pochi mesi che hanno lasciato la polizia senza risposte e la comunità in preda al panico. Il giorno in cui, tra quelle montagne, arriva Luna Fontanasecca, molti la osservano con curiosità e diffidenza. La cosa non la disturba, ci è abituata. "Quando sei fatta come me, o ti rodi il fegato per tutta la vita oppure ti ci diverti. Niente di straordinario, sono solo un po' insolita. Smunta, magra e pallida, una specie di cencio scolorito." Luna è una giovane criminologa dotata di un intuito singolare. Fa parte della squadra del professor Bruno Widmann, specializzata in casi irrisolti e dai metodi poco convenzionali. Mentre cerca di fare luce sulla vicenda si imbatte in antiche superstizioni di cui qualcuno si serve per spiegare quell'orrore. E in una figura misteriosa fuggita da un incubo: il Mangiateste. A ben vedere Grazzeno non è proprio un posto qualunque. A Villa Luce, la clinica che in paese ospita soggetti con gravi problemi psichici,


succedono cose strane. Soprattutto in quell'Ala Est di cui nessuno parla. Luna non è tipo da lasciarsi impressionare, ma quando dopo mesi di quiete le morti riprendono, capisce che non può più essere solo una spettatrice. Ora, in quella storia, c'è dentro fino al collo.

Camilla Läckberg: Il bambino segreto Editore: Marsilio Collana: Farfalle / I GIALLI Pagine: 598 Prezzo di copertina: € 19,00 ISBN: 978-88-317-1560-7 Data di pubblicazione: 8 maggio 2013 Elsy conservava i suoi oggetti più cari, Erica trova alcuni diari e una medaglia dell'epoca nazista avvolta in un camicino da neonato macchiato di sangue. Incuriosita, decide di rivolgersi a un vecchio professore di storia in pensione. Ma le risposte che riceve sono vaghe e, due giorni dopo, il professore viene assassinato. Mentre le pagine del diario di Elsy gettano luce su un passato drammatico, Erica cerca di capire chi è ancora disposto a tutto pur di tenere segreti eventi tanto lontani, anche a uccidere. "La scrittrice di crime più in voga del momento. Come nessun altro, Camilla Läckberg riesce a trasmettere ai lettori un'inquietudine molto piacevole da assaporare". Independent "Camilla Läckberg è bravissima a ritrarre la dimensione claustrofobica di una piccola comunità in cui tutti sanno tutto di tutti e il poliziotto può benissimo essere amico dell'assassino". The Times


Donato Carrisi: L’ipotesi del male Editore: Longanesi Collana: La Gaja scienza Pagine: 432 Prezzo di copertina: € 18,60 Data di pubblicazione: 29 Aprile 2013 C’è una sensazione che tutti, prima o poi, abbiamo provato nella nostra vita: il desiderio di sparire. Di fuggire da tutto. Di lasciarci ogni cosa alle spalle. Ma per alcuni non è solo un pensiero passeggero. Diviene un’ossessione che li divora e li inghiotte. Queste persone spariscono nel buio. Nessuno sa perché. Nessuno sa che fine fanno. E quasi tutti presto se ne dimenticano. Mila Vasquez invece è circondata dai loro sguardi. Ogni volta che mette piede nell’ufficio persone scomparse – il Limbo – centinaia di occhi la fissano dalle pareti della stanza dei passi perduti, ricoperte di fotografie. Per lei, è impossibile dimenticare chi è svanito nel nulla. Anche perché la poliziotta ha i segni del buio sulla propria pelle, come fiori rossi che hanno radici nella sua anima. Forse per questo, Mila è la migliore in ciò che fa: dare la caccia a quelli che il mondo ha scordato. Ma se d’improvviso gli scomparsi tornassero con intenzioni oscure? Come una risacca, il buio restituisce prima gli oggetti di un’esistenza passata. E poi le persone. Sembrano identici a prima, ma il male li ha cambiati. Alla domanda su chi li ha presi, se ne aggiungono altre. Dove sono stati tutto questo tempo? E perché sono tornati? Mila capisce che per fermare l’armata delle ombre non servono gli indizi, non bastano le indagini. Deve dare all’oscurità una forma, deve attribuirle un senso, deve formulare un’ipotesi convincente, solida, razionale… Un’ipotesi del male. Ma per verificarla non c’è che una soluzione: consegnarsi al buio.


Dan Brown: Inferno Editore: Mondadori Collana: Omnibus 2013 ISBN 9788804631446 Pagine: 600 Prezzo di copertina: € 25,00 Data di pubblicazione: 14 maggio 2013 Nei suoi bestseller (“Il Codice da Vinci”, “Angeli e demoni” e “Il simbolo perduto”), Dan Brown ha mescolato in modo magistrale storia, arte, codici e simboli. In questo nuovo e avvincente thriller, ritorna ai temi che gli sono più congeniali per dare vita al suo romanzo più esaltante. Robert Langdon, il professore di simbologia di Harvard, è il protagonista di un'avventura che si svolge in Italia, incentrata su uno dei capolavori più complessi e abissali della letteratura di ogni tempo: l'"Inferno" di Dante. Langdon combatte contro un terribile avversario e affronta un misterioso enigma che lo proietta in uno scenario fatto di arte classica, passaggi segreti e scienze futuristiche. Addentrandosi nelle oscure pieghe del poema dantesco, Langdon si lancia alla ricerca di risposte e deve decidere di chi fidarsi… prima che il mondo cambi irrimediabilmente.


John Connolly: I tre demoni Traduzione di Stefano Bortolussi Pagine: 480 Prezzo di copertina: € 9,90 Data di pubblicazione: 18 aprile 2013 Grazie al suo primo romanzo, Tutto ciò che muore, pubblicato da Rizzoli nel 2000, John Connolly ha fatto conoscere il personaggio di Charlie Parker, un ex poliziotto a caccia dell’assassino di sua moglie e sua figlia. In questo romanzo fonde con autentica maestria il genere horror e la detective story, in una trama che procede inanellando razionalmente testimonianze e deduzioni, e che non manca di un’atmosfera da mysterium tremendum; come a ricordare che l’arcano è molto più di una semplice storia di crimine e giustizia terrena. Con questo titolo esordisce per il marchio Timecrime. Charlie Parker ha da poco riavuto la sua licenza di investigatore privato quando viene interpellato da Bennett Patchett, il proprietario di un diner nei pressi di Portland, piuttosto scettico riguardo alle circostanze del suicidio del figlio, reduce dell’Iraq. Non ci vuole molto perché si scopra che Joel Tobias, ex comandante della squadra di Damien Patchett, conduce uno stile di vita decisamente sopra le righe e che i suoi andirivieni dal Canada sono tutt’altro che innocui viaggi di lavoro. Intanto, con ritmo implacabile, si susseguono i suicidi nell’ex brigata Stryker, responsabile del trafugamento dal Museo di Baghdad di un misterioso scrigno da cui sembrano provenire inquietanti sussurri.


Stanno morendo tutti... E due personaggi sospetti si scorgono sullo sfondo. Il primo, Herod, deturpato nell’aspetto da un male incurabile, aspetta di portare a termine il proprio folle percorso di morte e rigenerazione; l’altro, il Collezionista, caccia nell’ombra come sicario di Dio, gloriandosi di macabri trofei. Nel buio, là dove le forze oscure si scatenano, Parker sarà forse costretto a stringere una terribile alleanza, per poi scoprire, ancora una volta, che non c’è soluzione senza ambiguità. John Connolly nato a Dublino nel 1968, ha lavorato come giornalista, barista e tuttofare nei grandi magazzini Harrods di Londra. Ha studiato Inglese al Trinity College di Dublino e Giornalismo alla Dublin City University, quindi ha passato cinque anni a lavorare come giornalista freelance per il quotidiano The Irish Times, per cui continua a scrivere. «Fin da piccolo sono sempre stato un appassionato delle classiche storie di fantasmi, ma per me non erano isolate dal resto. Ero in grado di stabilire collegamenti con altre forme di scrittura che mi interessavano, ma anche con la mia stessa immaginazione. È questo che fanno gli scrittori: prendono forme preesistenti e vi aggiungono elementi di sé per creare qualcosa di nuovo. O almeno è quello che dovrebbero fare.» John Connolly


Massimo Carlotto, Marco Videtta: Ksenia - il primo romanzo del ciclo “Le Vendicatrici” Editore: Einaudi Collana: Stile Libero Big ISBN 9788806212698 Pagine: 328 Prezzo di copertina: € 15,00 Data di pubblicazione: 7 maggio 2013 Sullo sfondo dell'Italia di oggi, corrotta e criminale, quattro donne molto diverse tra loro decidono di ribellarsi al destino imposto da uomini sbagliati.
 Per riscattare le loro vite dovranno diventare Le Vendicatrici.

 Ksenia è venuta da molto lontano per inseguire il sogno del principe azzurro ed è sprofondata nell'incubo della «tratta delle spose». Ha solo un modo per liberarsi da quell'inganno e tornare a vivere: sfidare i suoi persecutori. Un'impresa impossibile, se sei sola, ma non se ad aiutarti intervengono Luz la colombiana, Eva la profumiera e la misteriosa, feroce Sara. L'amicizia le rende piú forti. L'amore le rende spietate. Quattro donne diversissime, quattro storie di sofferenza e di violenza subita, un solo spietato progetto di vendetta. Con il ciclo delle Vendicatrici, Massimo Carlotto e Marco Videtta tornano a scrivere insieme a 8 anni dal successo di Nordest, e ci regalano quattro romanzi duri, trascinanti, imperdibili.


Tim Weaver: Morte sospetta Editore: TimeCrime Pagine 432 Prezzo di copertina: 12 euro Traduzione di Stefano A. Cresti Data di pubblicazione: 23 maggio 2013 I libri dell’inglese Tim Weaver hanno occupato a lungo i primi posti delle classifiche del Sunday Times, The dead Tracks (già acquistato da timeCRIME) all’inizio del 2013 ha raggiunto il primo posto della classifica Kindle britannica. I suoi romanzi sono stati tradotti in tedesco, francese, ebraico, turco, russo e polacco. Con Morte sospetta fa la sua apparizione in libreria David Raker, un personaggio che vi conquisterà e del quale non riuscirete a liberarvi tanto facilmente. Dopo la morte di sua moglie, portata via da un tumore improvviso, l’ex reporter David Raker cerca di rimettere insieme i pezzi della propria vita risolvendo su commissione i casi di persone scomparse. Il caso di Alex Towne è uno di questi. Ma Alex Towne non è semplicemente scomparso: Alex Towne è morto in un incidente d’auto, così brutalmente che gli inquirenti hanno dovuto identificare il suo cadavere dall’impronta dentale. Pur sapendo che si tratta di un caso disperato, David accetta l’incarico quando la madre di Alex gli confida di essere certa di aver visto il figlio in strada un anno dopo la sua morte. Durante la sua ricerca della verità ai margini del disagio esistenziale in un’Inghilterra contemporanea cupa e disperata, David si ritroverà invischiato in un labirinto di segreti e rivelazioni sconcertanti, scoprendo così di essersi cacciato in un’indagine dai risvolti ben più complicati e perversi del previsto. Sepolti nel passato di Alex giacciono i ricordi di una vita da dimenticare e l’ombra inquietante di un sospetto: a volte la morte può non essere solo un doloroso passaggio verso un’altra vita...


Alda Teodorani: Le radici del male Editore: Cut-up Collana: Strade perdute ISBN 9788895246321 Pagine: 173 Prezzo di copertina: € 15,00 Una pittrice di incubi, condannata in eterno a rivivere i propri incubi. Un fotografo alla moda che nasconde una doppia vita. Vicende che si intrecciano, si sfiorano, personaggi che si feriscono ferocemente l’un l’altro. Un vera trilogia del male della scrittrice più rappresentativa dell’horror italiano, che Cut-Up Edizioni ripropone dopo un’assenza di oltre dieci anni dalle librerie italiane. Siamo di fronte a un vero e proprio erotismo della crudeltà. E forse Alda Teodorani nasconde dietro tanto sangue un moralismo da racconto filosofico. Le radici del male, infatti, incentra consapevolmente il suo sguardo sulla violenza che continua a contraddistinguere i rapporti interpersonali di fine millennio, soprattutto i rapporti tra i sessi. (Fabio Giovannini, Il Manifesto) Interessante è la percezione dark e scapigliata della vita come attesa straziante e spaventevole, come continua difesa dai molti demoni personali, come proiezione luttuosa e speranza di salvezza. In particolare la relazione amorosa assomiglia in queste pagine a una guerra cruenta, a un’aggressione febbrile, a un atto cannibalesco ed erotico insieme. (Filippo La Porta, Avvenimenti) Alda Teodorani è una scrittrice e traduttrice. Ha pubblicato numerosi racconti, saggi e romanzi per varie case editrici (Stampa Alternativa, Datanews, Addictions, Einaudi, Mondadori e altre) e ha firmato alcune


delle piÚ visionarie pagine della letteratura, come Le radici del male, Labbra di sangue, Organi, Incubi, I sacramenti del male, fino al recente Belve – Final Cut. I suoi racconti hanno ispirato i film di Appuntamenti Letali, progetto in collaborazione con Filmhorror.com (www.filmhorror.com). Insegna scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Roma.


CREDITI: Direttore: Aniello Troiano Vicedirettore: Simona Tassara Redattori: Omar Gatti Silvia Di Mauro Scilla Bonfiglioli Samuel Giorgi Grafico: Alex Terazzan



Rivista Fralerighe CRIME N.8