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Bando Contatti PescePirata Crediti

*Fantasy

-Articolo: L’Yggdrasil delle Idee – Quarta Parte -Articolo: Nella tana del bianconiglio -Novità: Terra Ignota. Risveglio – Vanni Santoni

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*Fantascienza -Speciale: Ciclo di Chanur -Articolo: Quando la SF sorride –Parte Prima– -Articolo: La cavorite di Herbert Gorge Wells

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*Horror

-Recensione: Questi fantasmi – Aa.Vv. 40 -Recensione: Diario di un Sopravvissuto agli Zombie – J.L. Bourne 43

*L’intervista -Intervista: Gordiano Lupi

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*Paranormal Romance

-Esordio: Di me diranno che ho ucciso un angelo – Gisella Laterza -Novità: Il Libro di Ruth – Lena Valenti -Novità: Il Principe Vampiro: Legame di Sangue – Christine Feehan -Novità: Il Bosco dei Cuori Addormentati – Esther Sanz

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Bando per l'invio alla Rivista Letteraria “Fralerighe”

rivista_fralerighe@libero.it

Contatti

La rivista letteraria “Fralerighe” prevede al suo interno una sezione per i racconti e le poesie. Chiunque può inviarci materiale, autorizzando – con il solo invio – la pubblicazione di tale materiale sulla nostra rivista, senza nulla a pretendere se non la paternità dell’opera, che sarà riconosciuta apponendo il nome dell’autore alla fine del racconto o della poesia. Le specifiche per l’invio sono di seguito riportate:

Vorresti collaborare con “Fralerighe – Fantastico” e/o “Fralerighe – Crime”? La redazione è sempre alla ricerca di nuovi membri che possano contribuire a questo progetto comune. Ti va di scrivere articoli, recensioni e novità editoriali? Hai scritto un racconto o una poesia conforme al bando e vorresti spedircelo per essere pubblicato sulla rivista?

1) Inviare materiale è totalmente gratuito. Anche in caso di responso negativo, non è prevista la restituzione del testo, confidando che l’autore non invii l’unica copia.

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6) Inviare i testi in formato .doc all’indirizzo:

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ei bassifondi della nave, nelle stive più losche e misteriose, a cui per accedere si devono

percorrere cunicoli incredibili, là dove nessuno immagina ci sia forma di vita, qualcuno ha progettato qualcosa. Niente rapine o atti terroristici, niente assalti o azioni contro la legge. Tassello su tassello, menti creative leggermente deviate, uomini e donne che non riescono a stare sui binari del normale, si sono riuniti in gran segreto. Hanno parlato, discusso, si sono presi a pugni. Hanno bevuto molta birra e qualcuno, per fumare, ha aperto la finestra dimenticando di essere su una nave. Da quello, da quei posti maleodoranti, da quelle persone poco raccomandabili, è nata

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Articolo

L’Yggdrasil delle Idee – Quarta Parte no e amministratore del pantheon. È il dio della vittoria, della parola che crea e pertanto dell'ispirazione poetica e della profezia, che nella tradizione scandinava spesso trovano coincidenza. E dal momento che la parola creatrice è conoscenza, Odino è il dio che presiede alla sapienza, così grande da raggiungere l'onniscenza: Odino, che insieme ai fratelli Vili e Ve aveva modellato il mondo dei resti del gigante Ymir, è definito il conoscitore di tutte le cose fin dal principio. Il mito ci offre di lui l'immagine di un guerriero indomabile, virile e forte, contrapposta a un aspetto, più effeminato e sinistro, che è quello di sciamano.

“La pioggia deve cadere, o non ci sarà l'arcobaleno; la notte deve scendere o mai si potrà amare la luce del giorno. - Odino” Busiek&Rude – Il dio delle Tempeste

Il Sovrano I comics ci restituiscono un Odino molto calato nella sua dimensione di sovrano. Re dei Nove Mondi, porta sulle spalle un grande peso, essendo il fulcro energetico su cui i Regni ruotano, tanto da essere costretto, ciclicamente, a piombare in un letargo profondo per recuperare le forze. Pur conservando in linea di massima i tratti dell'Odino mitologico, il re della Marvel appare spesso troppo duro e dispotico – soprattutto in contrasto con il giovane e irruente, ma più dolce figlio Thor. La sua durezza e il suo sclerotizzato desiderio di rigore portano spesso l'aggravarsi delle situazioni narrative, tan-

Il Mago e il Guerriero Odino è la divinità più importante del pantheon norreno e, sebbene si sia conteso con Thor il primato di dio più amato dagli uomini, la sua importanza spirituale non è mai davvero stata in dubbio. Viene spesso definito Allföðr, Padre di Tutto, a marcare il suo ruolo di sovra7


to più quando entra in collisione con due figli poco disposti all'obbedienza. Allo stesso modo, l'onnisciente Odino può venire ingannato o raggirato, per esigenze di trama. Tuttavia, con la risoluzione del nodo drammaturgico, il vecchio sovrano dà sempre l'idea che ogni cosa fosse stata davvero prevista fin dall'inizio, ma lasciata andare appositamente perché fossero i giovani eroi a risolverla.

però vorrebbe anche un figlio che sa guardare oltre le apparenze, che pondera le decisioni e che sia un re, oltre che un guerriero. Ancora giovane, Thor è spesso trovato mancante in questo e la reazione di Odino è quella di punirlo duramente perché apprenda la lezione, scatenando spesso nel cuore del giovane orgoglioso la reazione opposta. “Ti odio con l'ardore di mille soli, padre” dice spesso Thor al vecchio sovrano. E lo pensa davvero. Quello che pensa allo stesso modo, ma che aggiunge solo mentalmente è: “ma ti amo dello stesso ardore e farò di tutto per proteggerti dai tuoi nemici”.

Il padre Se nei miti norreni Odino ha innumerevoli figli, nei comics il discorso preferisce lasciare da parte la cospicua prole per delineare un rapporto di parentela diverso, che dal mito trae solo ispirazione, tradendo dei legami, ma rinsaldandone altri. La Marvel pone l'accento su tre rapporti filiali, in particolar modo. Quello con Thor, che viene definito il figlio prediletto e l'erede al trono di Asgard; quello con Loki, figlio adottivo; quello con Balder, figlio che resta all'oscuro dei propri natali regali per molto tempo. Anche nel mito Thor è il figlio di Odino e il suo ardore guerriero, l'incarnazione stessa del fragore della battaglia, lo pone molto vicino al cuore del vecchio padre tanto quanto lo vediamo nei comics. Nel fumetto il rapporto, pur pieno d'amore feroce dell'uno per l'altro, è quanto mai conflittuale. Odino desidera un figlio forte, un coraggioso combattente e uno stratega carismatico per l'esercito degli Aesir. Thor incarna perfettamente queste qualità. Odino

Il rapporto con Loki è ancora più contorto. Nel mito, Loki è quasi un fratello per Odino. I due sono legati da un patto di 8


sangue che li vede in posizione di pari potere e dignità, spesso compagni d'avventura e di pellegrinaggi di natura magica, volti ad approfondire la conoscenza delle arti sciamaniche sempre più a fondo. Un rapporto che li vede molto uniti e che sfocia nell'omoerotismo (aspetto non particolarmente apprezzato tra le popolazioni norrene e tollerato solo se a praticarlo erano proprio gli sciamani, creature a metà tra i mondi, le classi e i generi). Il fumetto ci offre una visione molto diversa: le origini di Loki, figlio degli Jotunn, vengono rispettate, ma Odino lo adotta come proprio figlio quando ancora è in tenera età, in seguito a una guerra che vede contrapposti gli Aesir e gli Jotun. Da quel momento Loki crescerà alla corte di Asgard come fratello di Thor e solo molto più tardi verrà a conoscenza delle proprie origini. Sebbene questa scelta si allontani molto dalle controparti mitologiche, è interessante. Molto probabilmente a Lee e Kirby serviva soltanto un buon antagonista per Thor (e chi meglio del dio degli inganni?), tuttavia a guardare l'evoluzione dei personaggi dopo tanti anni ci si accorge di un risultato di forte impatto. L'onnisciente e onnipotente Padre di Tutto finisce per vedersi sdoppiato nei suoi figli, che riflettono due dei suoi aspetti principali: quello di guerriero, incarnato da Thor; quello di sciamano personificato da Loki. Questo sottolinea il grande potere di Odino e, al tempo stesso, rafforza Thor e Loki come facce di una stessa medaglia nel bene come nel male.

Balder è figlio di Odino nel mito come nel comics, anche se le sue origini verranno rese note soltanto in tempi piuttosto recenti, considerato l'arco di tempo dalla creazione di Thor e dei suoi comprimari. Prima, Balder viene presentato come un giovane di nobili quanto sconosciute origini che cresce alla corte di Asgard per addestrasi tra i migliori guerrieri nel regno. Solo in seguito verrà rivelato che Odino ha tenuto nascosta la propria paternità perfino allo stesso ragazzo, in modo da tenerlo al sicuro da possibili attentati: infatti la profezia del Ragnarok (il Crepuscolo degli dèi del mito, che vede la fine del mondo così come lo conosciamo) sostiene che sarà proprio la morte di Balder a dare il via alla caduta della casa di Odino. Il sovrano teme quindi che Balder possa essere una vittima designata, se venisse riconosciuto da coloro che intendono impadronirsi del trono di Asgard. Ogni azione di Odino come padre si muove sostenuta dalle più nobili intenzioni. Tuttavia i suoi modi e il suo assolutismo lo portano sempre a mettersi in posizioni scomode e a creare per i suoi figli le situazioni più ardue da sbrogliare. Un leitmotif che gli porterà gravi conseguenze. Il Ramingo Se uno degli aspetti di Odino è il sovrano del reame dorato, un altro è quello del viandante, del vagabondo che si muove avvolto da un mantello lacero e polveroso, lasciando che nes9


suno lo riconosca, ma lo veda solo nelle sembianze di un vecchio ramingo. In queste sue spoglie, ama cimentarsi in sfide, che vince regolarmente nel momento in cui il suo avversario lo sottovaluta in base all'apparenza. Rozzo, sporco, di enorme acume e dalla lingua tagliente: è raro vedere l'Odino della Marvel in questi panni, ma non impossibile. Tra i tanti autori che si sono cimentati nel corso degli anni nelle avventure dei personaggi di Asgard, c'è chi ha scavato nella mitologia abbastanza a fondo da restituire anche questa preziosa immagine del Padre di Tutti. Se non altro, questo particolare aspetto dell'Odino mitologico ha influenzato gran parte del panorama fantasy mondiale, anche senza contare i riferimenti del fumetto americano. Chi non riconosce le sue fattezze nel Gandalf di Tolkien o nel druido Allanon di Terry Brooks? Nel libro American Gods, l'autore Neil Gaiman offre uno splen-

Sia come sia, l'abitudine di Odino nel prendere piĂš aspetti per mischiarsi agli esseri umani gli permette di giocare a proprio vantaggio senza venire riconosciuto. Si dice che la sua migliore interpretazione sia quella di Sir Antony Hopkins. Mentre interpreta se stesso nel film Thor, naturalmente.

Scilla Bonfiglioli

dido affresco di questo Odino, nel terribile e splendido Wednesday.

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Nella Tana del Bianconiglio

«Alice cominciava a essere stanca di starsene seduta insieme a sua sorella lungo la riva del fiume»: così inizia Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, capolavoro Lewis Carroll pubblicato nel 1865. Si tratta di un romanzo molto particolare, sia nella forma sia nei contenuti. Questo articolo, però, non intende trattare Alice nel Paese delle Meraviglie né il seguito Attraverso Lo Specchio e Quel Che Alice Vi Trovò, ma bensì l’eredità lasciata da queste opere letterarie.

Innanzitutto l’autore del Cheshire ha dato prova di grande capacità immaginifica, al tal punto da risultare un esempio per chiunque voglia cimentarsi col macro-genere Fantastico. Nel bagaglio di un autore fantasy contemporaneo non possono mancare le visioni del Paese delle Meraviglie, in special modo per chi intende andare oltre le banalità che appesta il mercato editoriale attuale. Non a caso la magnum opus carrolliana è tra i principali terreni in cui le avanguardie della narrativa fantastica affondano le radici. Dal New Weird alla Bizarro fiction, sono molti i sottogeneri nati anche grazie al Paese delle Meraviglie, un luogo strano e surreale dove le fantasie più estreme possono galoppare senza limiti. Ma il Paese delle Meraviglie non è più quello di Carroll: è cresciuto, si è fatto adulto, è diventato oscuro e macabro come l’animo umano, inquinato dalla negatività dei tempi moderni. Questa crescita ha portato con sé da un lato più follia e voglia di sperimentare, ma dall’altro più verosimiglianza e consapevolezza artistica e tecnica. Il New Weird è il Paese delle Meraviglie con ancora la lucidità necessaria per intrecciare trame verosimili e coerenti, mentre la Bizarro fiction è il Paese delle Meraviglie sotto funghetti allucino-

Siamo di fronte a dei romanzi che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della Letteratura Fantastica, ma paradossalmente il contributo di Carroll è invisibile ai più. 11


geni e in preda a deliri al limite del nonsense. Chiaramente entrambi i sottogeneri devono molto anche a vari altri autori: Peake, King, Abbott, Barker e Di Filippo rispetto al New Weird, Kafka, Palahniuk, Knight e gli artisti Ero Guro rispetto alla Bizarro fiction. Dalle radici, poi, i due sottogeneri si sono evoluti e ramificati dando i loro frutti con autori quali Miéville, VanderMeer, Campbell, Swainston e Swanwick riguardo al New Weird, Mellick III, Villaverde e Hansen riguardo alla Bizarro fiction.

tà: la Steamland. Insomma, le premesse per quest’Alice Steamfantasy sembrano ottime, ma Dimitri delude con una trama raffazzonata e con uno stile dilettantesco. Siamo a un livello ben diverso rispetto al suo precedente romanzo, ossia l’ottimo Pan. Ma se Dimitri si limita a raccontare la Meraviglia, Mellick III la mostra nel suo Adolf in Wonderland. Qui Alice è sostituita da un giovane Adolf Hitler che, in seguito al morso di un ragno, si ritrova in un Paese delle Meraviglie molto più allucinato e folle dell’originale. Questo è un romanzo sotto gli standard di Mellick, ma è comunque ottimo sia grazie alle trovate geniali sia grazie all’impeccabile trasparenza stilistica. Rimanendo in territorio Bizarro fiction, in Alice nel Paese dei Numeri Jeff Noons immagina che Alice, dopo aver viaggiato nel Paese delle Meraviglie e Oltre lo Specchio, si ritrovi catapultata nella Manchester di un universo parallelo pieno di stranezze e stramberie. Dell’opera di Carroll, Noons riprende anche i giochi di parole, addirittura usandoli molto più spesso. Passando a The White Rabbit di Joe R. Lansdale, bisogna lanciare un grido d’allarme: il Cappellaio Matto e il Coniglio Bianco sono reali e… molto affamati. In The White Rabbit Chronicles, invece, Gena Showalter rivisita il classico di Carroll mischiando Urban fantasy, Dark fantasy, Paranormal romance e un pizzico di Horror. Sulla stessa scia troviamo Alice in Deadland di Mainak Dhar, che però si può liquidare col fantozziano “è una cagata

Se l’eredità che Carroll ha lasciato alla narrativa fantastica è sottovalutata e sconosciuta ai più, le rivisitazioni esplicite delle sue opere sono invece molto comuni e popolari. Francesco Dimitri, ad esempio, ha pubblicato nel 2010 Alice nel Paese della Vaporità. La storia è ambientata in un imprecisato futuro in cui si è persa la capacità di utilizzare la moderna tecnologia, per lo meno finché Algernon Wilson non ha recuperato le vecchie macchine e le ha rimesse in funzione. Queste, però, hanno un effetto collaterale: producono vaporità, una sostanza che distorce le sensazioni, provoca allucinazioni e mutazioni. Nell’arco di duemila anni, Londra è stata circondata da un mare di vapori12


pazzesca”. Lo stesso giudizio vale per la serie The Looking Glass Wars di Frank Beddor.

Troviamo palesi ispirazioni carrolliane anche in vari videoclip (What You Waiting For? di Gwen Stefani, Prendimi Così di Piero Pelù, Nobody’s Perfect di Jessie J, Tea Party di Kerli, Wonderland di Natalia Kills… ). Le opere di Carroll hanno influenzato anche il mondo della musica, come ad esempio nel brano Through the Looking-Glass dei Symphony X, ma anche in White Rabbit dei Jefferson Airplane, in Alice di L’Aura, in Alice di Avril Lavigne e in vari brani dei The Birthday Massacre, degli Star One e dei Nightwish. Per quanto riguarda gli album, si possono citare vari esempi, tra cui Alice’s Inferno dei Forever Slave, Alice in Hell degli Annihilator, Alice's Heroin Wonderland dei Tyrant of Death e Eat Me, Drink Me di Marilyn Manson.

In ambito cinematografico e televisivo, la magnum opus carrolliana è stata trasposta varie volte. Il primo film risale al 1903, mentre famosa è la versione della Disney del 1951. E se Tim Burton ha deluso le aspettative nel 2010, forse ci si può consolare con la serie tv Once Upon A Time in Wonderland. Alice nel Paese delle Meraviglie ha anche creato dei simboli e delle situazioni più volte riutilizzate in ambito visivo. L’esempio più eclatante è il Bianconiglio usato per simboleggiare un cambio di prospettiva o il passaggio in una realtà parallela. Si tratta di un elemento ricorrente in film come Donnie Darko, Matrix, Shining, Eyes Wide Shout, Resident Evil e nella serie tv Lost.

Passando all’ambito videoludico, è impossibile non parlare di American McGee's Alice ed Alice: Madness Returns. Qui ci troviamo di fronte a un’Alice mentalmente instabile e appena uscita da un manicomio. Il Paese 13


volta implicitamente, un po’ tutte le arti. Cosa state aspettando? Tuffatevi anche voi nella tana del Bianconiglio!

delle Meraviglie non è altro che il “luogo mentale” di Alice, e quindi dipende dalla sua salute psichica. Non appena quest’ultima si indebolisce, il Paese delle Meraviglie ne risente e inizia a morire. Il mondo da incubo generato spazia da scenari steampunk ad altri orientaleggianti, da ambientazioni subacquee ad altre artiche, il tutto impregnato da un gusto tipicamente New Weird. L’atmosfera dark e inquietante sfiora più volte l’Horror, specialmente quando i simboli dell’infanzia (giocattoli e bambole) si trasformano in nemici a metà tra zombie e demoni. E in fondo Alice è solo una bambola nelle mani del dottor Bumby, che vuole annichilirla per poterla usare nei modi più disgustosi. American McGee's Alice ed Alice: Madness Returns non sono video game perfetti, hanno vari difetti soprattutto a livello grafico, ma la capacità immaginifica e il fascino grottesco li rendono comunque dei piccoli capolavori.

Michele Greco

Concludendo, la magnum opus carrolliana ha lasciato un’impronta indelebile nell’immaginario comune e ha influenzato, talvolta esplicitamente e tal14


Novità editoriale

“Terra Ignota: 1 - Risveglio” di Vanni Santoni • Titolo: Terra Ignota: 1 - Risveglio • Autore: Vanni Santoni HG • Casa Editrice: Mondadori • Pagine: 415 • Anno: 2013 • Formato: Cartaceo, Ebook

È una limpida notte di luna piena, una notte di gioia e di festa, quando il Villaggio Alto subisce l'improvviso attacco di un manipolo di spietati cavalieri che portano morte e devastazione. In pochi sopravvivono: tra questi la giovane Ailis, mentre la sua migliore amica Vevisa viene rapita. Seguendo il folle proposito di vendicare la furia distruttrice che ha falcidiato il suo popolo e ritrovare Vevisa, Ailis, che è poco più di una bambina ma ha lo spirito audace e temerario di un guerriero, intraprende la sua lunga e perigliosa ricerca. Attraversando lande sconosciute e meravigliose conoscerà la

Vanni Santoni è nato a Montevarchi nel 1978 ed è un giornalista e uno scrittore italiano. Laureato in scienze politiche, inizia a scrivere nel 2004, sulle pagine della rivista Mostro; nel 2005 vince il concorso "Fuoriclasse" della casa editrice Vallecchi con il testo “Vasilij e la morte”. Nel 2006 vince il concorso "Scrittomisto" della editrice RGB e pubblica il libro “Personaggi precari”, un libro che è stato successivamente tradotto in inglese e in francese. Nel 2007 è cofondatore del progetto di scrittura collettiva SIC Scrittura Industriale Collettiva, presentato al Festival Internazionale del libro di Torino. Nel 2008 pubblica il suo secondo libro “Gli interessi in comune” per Feltrinelli. Il romanzo vince il premio selezione "Scrittore toscano dell'anno" ed è finalista al premio Zocca 2009. Il suo terzo romanzo, “Se fos-

schiavitù, la battaglia, le illusioni della magia e dell'amore, vedrà le molte facce della morte e capirà che senza questo iniziatico viaggio non avrebbe mai sollevato il velo sulle proprie arcane origini e sul proprio enigmatico destino: da lei potrebbe infatti dipendere l'equilibrio e il futuro stesso delle Terre Occidentali. Il primo volume di una saga che mescola fiaba, azione, epica cavalleresca e mito classico. 15


si fuoco arderei Firenze”, è uscito nell'ottobre 2011 per Laterza. Sempre nel 2011 pubblica il romanzo “L'ascensione di Roberto Baggio” (Mattioli 1885), scritto a quattro mani col drammaturgo Matteo Salimbeni. Nel 2012 pubblica Tutti i ragni (:duepunti), per la collana "ZOO", diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini. Ha pubblicato racconti, saggi e reportage su La Lettura del Corriere della Sera, Nazione Indiana, Carmilla, Alfabeta2, la Repubblica Firenze, il manifesto, Orwell, Doppiozero e in altre riviste e raccolte. Dal 2008 tiene una rubrica quotidiana e una settimanale sul Corriere Fiorentino, dorso toscano del Corriere della Sera. Il suo prossimo romanzo uscirà nel 2013 per Mondadori.

A cura di Laura Buffa

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Articolo

Sul Ciclo di Chanur

Il menestrello vostro confessa che all’inizio non era sicuro di cosa parlare riguardo questo articolo: infatti l’argomento si presta all’analisi sotto molti punti di vista, sia come vademecum per le ambientazioni, sia come vero e proprio pilastro del sottogenere space opera. Rasentando in taluni casi persino il titolo di saga, l’opera scritta da CJ Cherryh definisce un’evoluzione particolareggiata del sottogenere, dove a farla da padrone non sono solamente problemi a portata di essere umano. Sebbene la Cherryh appartenga alla seconda generazione di scrittori di fantascienza, è considerabile come una dei più importanti autori del genere, soprattutto data la sua spiccata capacità nel costruire società e culture aliene, lo stesso ciclo di Chanur vanta alcune specie aliene particolarmente dettagliate, in cui il lettore si immedesima mano a mano che gli eventi si evolvono.

un punto di vista completamente differente: gli umani infatti non sono la razza più popolosa dello spazio, anzi nell’ambientazione di Chanur gli umani sono rilegati a esseri sconosciuti provenienti da chissà dove. Semmai sono le razze del Patto a farla da padrone. Nell’universo del ciclo esiste infatti una sorta di trattato chiamato per l’appunto “Patto”, un insieme di regole che permettono alle sette specie di commerciare e di accedere alle stazioni spaziali che lo compongono, dando comunque completa autonomia alle singole razze nel governarsi. Proprio quest’organizzazione così eterea e inconsistente fa da motore per le storie del ciclo, fornendo all’autrice innumerevoli spunti per movimentare una trama superba, ambientata in uno degli scenari più dettagliati che si possono trovare in tutta la fantascienza moderna. L’arrivo della nuova incognita (gli umani) porta però un’instabilità pericolosa per l’equilibrio raggiunto dalle fazioni tanto da causare una vera e propria guerra all’interno del Patto e nelle specie stesse che considerano pericolosi i nuovi arrivati. Accanto allo scenario delle sette specie aliene la Cherryh fa capire che esistano delle organizzazioni umane molto simili al Patto, per l’appunto la Lega e la

Disegno globale Il menestrello ha accennato innanzi tutto alle specie aliene del ciclo, ma perché quante ne abbiamo? La risposta all’occhio distratto potrebbe sembrare sette, ma in realtà c’è un’altra specie aliena che viene menzionata: l’uomo. Al contrario di molte space opera viste in passato, il ciclo di Chanur parte da 18


Confederazione, che l’autrice stessa racconta in altri romanzi. Benché non spiegate direttamente in quest’ambientazione, il lettore si trova a comprendere molto bene le motivazioni che spingono gli esseri umani a incontrare le razze del Patto, come del resto vengono chiariti i motivi per cui alcune razze del vogliono gli umani e altre no. Cherryh sposta dunque l’ago della bilancia su un’alchimia basata sull’interazione tra le specie e benché i romanzi vedano protagonisti gli hani, ognuna delle sette razze che compongono il Patto ha un suo ruolo molto definito, rendendole vive e per nulla stereotipate. L’impresa di realizzare un’ambientazione così mastodontica, viene quindi ripagata dalla coinvolgente naturalezza con cui i vari membri dell’equipaggio protagonista si ritrovano a commentare il comportamento altrui, come si evolvono le relazioni tra le specie e soprattutto il contrasto tra culture a volte incompatibili.

adornano le orecchie con gli anelli, come c’è logica nelle manovre politiche dei mahendo’sat per mantenere l’equilibrio nel Patto, il cambiare fasi degli stsho e persino nel modo in cui i kif si uccidono l’uno con l’altro per guadagnare sfik (sorta di reputazione agli occhi dell’intera razza). Cherryh gioca inoltre sul costante concetto che nessuna delle razze riesce a comprendere i comportamenti dell’altra fino in fondo: basti pensare alla separazione del Patto stesso in respiratori di ossigeno e di metano. Se infatti può risultare arduo entrare nella testa delle hani protagoniste dell’intero ciclo, figurarsi cercare di comprendere le matrici 7x7 con cui si esprimono i tc’a o persino il comportamento illogico dei knnn. Da questo punto di vista può essere facile inquadrare alcune razze come facenti parte delle schiere dei cattivi e così, almeno all’inizio, vengono interpretati dall’equipaggio protagonista i comportamenti dei kif, ma nell’andare avanti e nel conoscere le varie culture del Patto ci si rende conto con semplicità disarmante che nei comportamenti dei vari personaggi non c’è mai malizia o cattiveria. La stessa Pyanfar Chanur aiuta l’unico umano della storia, ma solo nell’ottica di poterci guadagnare qualcosa, non per altruismo.

Sette razze Anche se all’apparenza le razze del Patto possono sembrare stereotipate nelle forme (gli hani sono palesemente ripresi dai leoni, i mahendo’sat sembrano scimmie), in realtà l’autrice ridefinisce molto presto le loro abitudini, ritualizzandole e dando a ogni razza il giusto metodo di riconoscimento, tanto da rendere usanza comune per una razza piuttosto che per un'altra tali comportamenti. In questo modo sembra diventare logico il modo in cui le hani 19


Se il caos di usanze e comportamenti non fosse abbastanza, l’autrice rincara la dose con l’ausilio di linguaggi e dialetti, se infatti nel Patto quasi tutti hanno imparato il pidgin sviluppatosi dalla mescolanza di svariate lingue, sia le hani protagoniste, che gli altri personaggi infarciscono i loro dialoghi con una serie di termini, di espressioni gergali e comportamenti che danno vita a qualcosa di talmente variegato da far trovare il lettore spaesato quanto il povero umano, unico esemplare della sua razza. Il menestrello si permette di consigliare l’appendice edita da Nord al termine de La sfida di Chanur, dove proprio dalle parole dell’autrice viene mostrato un pezzetto della grandissima ambientazione, proprio per quello che riguarda le razze del patto e le hani protagoniste dei romanzi, in modo da comprendere se non altro qualcosa in più, prima ancora di cimentarsi nella lettura del ciclo completo.

Tecnologia del Patto Nello scrivere questo articolo, il menestrello vostro ha tentato di riassumere i punti salienti di un’ambientazione variegata e piena di sfaccettature, ma il comportamento delle varie razze è davvero l’unico metro in cui quest’ambientazione si sviluppa? Già dal primo sguardo alla mappa (si, c’è una mappa) delle stelle del Patto, si ha l’impressione di trovarsi dentro un universo variegato e pieno di pianeti. Basta leggere un paio di didascalie per rendersi conto che l’autrice ha pensato come strutturare una mappa in cui le dimensioni siano importanti, aggiungendo una profondità di campo e un certo numero di rotte percorribili solamente da navi di massa ridotta. Per quanto la tecnologia del patto tenda a non appesantire la narrazione, anche se c’è distinzione tra navi che possono effettuare un balzo e navi locali, non viene mai specificata la grande differenza, come non viene menzionata, se non con pallidi accenni, la diversità tra mercantili e navi da guerra. Il modo di viaggiare tra due sistemi stellari non viene mai spiegato in modo dettagliato: la nave che compie un balzo accelera con un vettore molto lungo puntando a una stella, quando la massa della stella l’attrae, la nave esce dal balzo. All'uscita lo stesso propulsore che ha garantito una simile velocità viene utilizzato per ridurre il vettore di allontanamento dalla stella. Vi è un limite alla distanza percorribile con un singolo balzo, che dipende dalla potenza del motore della nave e dalla sua 20


massa. Un balzo richiede parecchie settimane o mesi di tempo oggettivo. L'equipaggio della nave percepisce il tempo richiesto dal balzo come ore o giorni e durante questo tempo il balzo tende a sfinire il corpo, che all'uscita ha bisogno di nutrimento immediato e di riposo. Nel Patto non c’è una sorta di comunicazione istantanea e tutto avviene via radio, pertanto i sistemi stellari spesso hanno una o più boe di trasmissione ai punti di balzo in modo da fornire alle navi tutte le informazioni necessarie per l’attracco o per lasciare il sistema. Allo stesso modo non ci sono generatori di gravità, pertanto sia le navi che le stazioni spaziali sono obbligate a creare un campo gravitazionale facendo ruotare i moduli di cui sono composte. Tale peculiarità rende difficoltoso l’attracco e lo sgancio dalla stazione, con conseguenti danni a entrambe le parti in caso di sgancio forzato dalle flange d’attracco. Le stesse stazioni spaziali i cui moli si snodano sugli anelli centrali mostrano un “orizzonte” orientato verso l’alto, proprio a rimarcare la curvatura della stazione. Infine Cherryh non si spinge sul reparto armamenti, lasciando all’immaginazione del lettore varietà di armamenti a disposizione delle navi, lasciando intendere una minima diversità delle armi personali, tra fucili lanciagranate e pistole a energia.

ciclo venga descritto solamente Anuurn, ogni razza ha un proprio pianeta natale. Il punto di forza di un’ambientazione slegata dai pianeti è proprio la possibilità di garantire agli spaziali una vita indipendente dalla provincialità del pianeta. Anche se Pyanfar ricorda molto nitidamente la sua casa e la parte di famiglia rimasta nella tenuta Chanur, il modo di pensare di chi rimane sul pianeta non si discosta molto dalla xenofobia per le altre razze e questo non capire l’importanza stessa del Patto in qualche modo disturba i protagonisti, quasi quanto disturba il lettore nel comprendere la miopia di chi è legato ancora a delle tradizioni che non valgono per lo spazio, dove una singola astronave potrebbe annientare un’intera razza. Infine, il fulcro rimane indissolubilmente un concetto realistico di cosa succederebbe ai cosiddetti spaziali, semmai dovessero abbandonare la propria casa, cambiando modo di pensare e di relazionarsi con culture completamente diverse dalla propria, dove magari persino un instabile maschio hani può trovare uno scopo dopo essere stato detronizzato dal figlio. Il concetto di società spaziale che descrive Cherryh è dunque legata solo in maniera embrionale al passato in cui non c’erano stazioni e rotte commerciali, facendo dimenticare al lettore l’idea che lo spazio sia un luogo vuoto e irraggiungibile, ben più vicina alla realtà di quanto fossero gli scritti di “Doc” Smith. Benché la space opera

Ambientazione spaziale Per quanto la totalità delle storie raccontate non prenda mai di petto l’idea dei pianeti e sebbene nei romanzi del 21


della seconda generazione stia lentamente scomparendo dalle librerie, l’ambientazione della Cherryh risulta essere fresca, decisamente viva e capace di ispirare persino una nuova generazione di viaggi spazi ali.

che fosse una donna. Ha iniziato a scrivere nel suo tempo libero, inizialmente con scarso successo. La svolta avviene nel 1975 quando finalmente riesce a vendere le sue prime opere. Nel 1977 le viene assegnato il Premio John Wood Campbell per il miglior nuovo scrittore, mentre nel 1979 vince con Cassandra il Premio Hugo per il miglior racconto breve, lasciando l'insegnamento per diventare una scrittrice a tempo pieno. La NASA le ha dedicato un asteroide (77185 Cherryh).

CJ Cherryh (pseudonimo di Carolyn Janice Cherry) è nata nel 1942 a St. Louis ed è cresciuta a Lawton in Oklahoma. Ha iniziato a scrivere all'età di 10 anni per la frustrazione derivante dalla cancellazione del suo programma televisivo preferito, Flash Gordon. Nel 1964 si è laureata in lettere antiche all'università dell'Oklahoma, specializzandosi in archeologia, mitologia e storia dell'ingegneria. Dopo l'università ha insegnato latino, lettere e storia antiche nelle scuole di Oklahoma City. Durante questi quarant’anni ha prodotto oltre 60 romanzi, compresi Cyteen (1988) e La lega dei mondi ribelli (Downbelow Station, 1981) appartenenti al ciclo della Lega e della Confederazione e vincitori del premio Hugo. Il suo vero cognome è Cherry ma le è stato cambiato dal suo primo editore, in particolare l'utilizzo delle iniziali aveva lo scopo di nascondere il fatto

Lerigo Onofrio Ligure

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Recensione

“L’Orgoglio di Chanur” di C. J. Cherryh • Titolo: L’Orgoglio di Chanur • Autore: C. J. Cherryh • Sottogenere: Space Opera • Casa Editrice: Editrice Nord • Pagine: 256 • Anno: US 1981 – ITA 1985 • Formato: Cartaceo già avviato: Tully è un maschio umano. così la Cherryh fa arrivare le protagoniste alla risposta, ma certo non fornisce altra informazione in merito. In principio Tully è visto come un essere debole e gracile, un sopravvissuto malridotto; è più avanti che l’autrice spiega un po’ di cose, tra cui anche le ragioni dei kif nell’intera faccenda, quegli stessi kif che non si fanno scrupolo di devastare stazioni e navi per ottenere la preda. Pyanfar comprende le motivazioni di quell’essere, le comprende a tal punto da inimicarsi un’intera orda di palandrane nere attraverso tutto lo spazio del Patto. Perché lo fa? Viene da pensare alla solidarietà, ma per tutto l’intreccio quello che importa è il guadagno, portando il lettore a vederla come le stesse hani che difendono l’alieno: in effetti Tully ha dalla sua la conoscenza della situazione umana e dalla prospettiva hani

La pace e la stabilità economica del Patto sono minacciate quando un intruso, un umano di nome Tully, fa la sua comparsa alla stazione di Punto d'Incontro. Dopo essere riuscito a fuggire dai kif, egli, ferito, si rifugia sulla nave mercantile hani Orgoglio di Chanur, capitanata da Pyanfar Chanur. Pyanfar si rifiuta di riconsegnare l’umano ai kif capeggiati da Akkukkak, che, per rappresaglia, attaccano gli hani. dando loro la caccia agli hani, ma i mahendo'sat intervengono fiutando un affare capace di cambiare le sorti del Patto.

Benché il lettore intuisca fin da subito di cosa si parla, l’unico umano della storia viene presentato come un qualcosa d’indefinito, segno inconfondibile che in quel luogo di spazio nessuno conosca un umano. La rivelazione avviene molto tempo dopo, a scenario 23


(che il lettore arriva a comprendere alla perfezione solo dopo molte pagine) persino una traduzione umano/hani può essere utilizzata per farci del guadagno, anche se solo per salvarsi la pelle. L’ottica in cui vengono proposte le tre razze principali di questo primo romanzo, contrappone una sorta di sorellanza hani, vista nei vari clan che si sfidano e alleano nel corso della storia, scontrarsi contro un regime di terrore imposto dai kif, in cui il loro hakkikt sparpaglia infiniti occhi tra i sistemi con l’intenzione di braccare la preda per non perdere la faccia agli occhi dei suoi sottoposti. I mahendo’sat, pronti a mercanteggiare alla prima occasione, con il loro Personaggio Importante intento a macchinare alle spalle del Patto e i suoi agenti camuffati da mercanti che rimangono sempre defilati. In tutto il caos si aggiungono i respiratori di metano, le convinzioni e soprattutto i pregiudizi su di loro non riescono a chiarire il loro comportamento irrazionale, il quale mina le convinzioni della capitana Chanur e fa temere il peggio, rivelatisi poi dei semplici osservatori, non sono affatto una minaccia per i respiratori di ossigeno. Nel breve scorcio del pianeta Anuurn, la Cherryh coglie l’occasione per raccontare un po’ di quello che sono gli hani del pianeta, troppo provinciali per

capire l’importanza di quello che succede sulla stazione. In particolare i maschi hani, troppo irrazionali per comprendere che ci siano lotte più importanti di una sfida per il territorio e pronti a uccidersi tra loro, per guardare oltre il proprio naso. In un crescendo di eventi che porta il lettore a perdersi dentro la maestosità dei sistemi descritti (Urtur su tutti), la Cherryh ribadisce la sua esperienza nelle space opera, dando l’impressione di una corsa frenetica attraverso lo spazio, fino al pianeta natale degli hani, senza però dimenticare l’importanza delle relazioni tra specie che rappresentano il fulcro di un intreccio di per se semplicistico.

Lerigo Onofrio Ligure

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Recensione

“La Sfida di Chanur, La Vendetta di Chanur, Il Ritorno di Chanur” di C. J. Cherryh • Titolo: La Sfida di Chanur, La Vendetta di Chanur, Il Ritorno di Chanur • Autore: C. J. Cherryh • Sottogenere: Space Opera • Casa Editrice: Editrice Nord • Pagine: 852 • Anno: US 1984/85/86 – ITA 1993/93/94 • Formato: Cartaceo

Pyanfar Chanur torna alla stazione Punto d'Incontro con l'Orgoglio e vi ritrova Dentidoro e Tully; Dentidoro convince Pyanfar a prendere Tully con sé e portarlo nello spazio mahe, poiché i kif gli stanno dando la caccia. I mahendo'sat si stanno preparando ad accogliere una flotta umana per iniziare il commercio con loro. Ma i kif e gli stsho si oppongono a ogni presenza umana all'interno del Patto. Inoltre tra i kif si è sviluppata una lotta di potere tra due hakkikt, Akkhtimakt e Sikkukkut. Quest’ultimo trascina la riluttante Pyanfar nella lotta, e i rapporti che essa è costretta a intrattenere con i kif la pongono in contrasto con l'han. Il conflitto tra i kif raggiunge lo spazio hani e minaccia Anuurn.

L’inizio della cosiddetta trilogia di Chanur assomiglia moltissimo al principio del ciclo: di nuovo vediamo Punto d’Incontro, di nuovo il clan Chanur è alla fonda con la merce pronta da smerciare. Al contrario di quanto il lettore si era immaginato dal precedente finale, alle hani protagoniste gli ultimi anni non sono andati nel modo sperato: lontane dal centro del Patto e perse tutte le alleanze i Chanur sono comunque in pista, ma la scelta di Pyanfar nel portare nello spazio suo marito Khym (il detronizzato signore del clan Mahn), rende ancora più aspri i rapporti con le funzionarie dell’han. Con questo evento Cherryh mette un punto fermo alla questione dei maschi hani, segnando una svolta nella stessa socie25


tà che all’inizio del primo volume denigra la presenza nello spazio di un maschio. Quasi a voler invertire la tendenza femminista del racconto, la Cherryh si spinge più oltre, dimostrando che effettivamente la credenza che i maschi hani siano inadatti allo spazio è un pregiudizio infondato. L’entrata in scena di Tully (portato da Dentidoro), segna l’inizio di quella che si rivelerà essere una macchinazione tra le più intricate mai viste nella fantascienza. Alla trilogia si deve poi il compito più difficile: spiegare i kif. Se infatti nel primo volume del ciclo i kif sono sempre stati visti come i cattivi criminali senza il benché minimo scrupolo, nella trilogia il nemico che insegue l’Orgoglio lasciando devastazione dietro di se cambia. L’attenzione del lettore è portata non più sulle manovre dei kif e sulla presunta spietatezza, ma sulle maniere e sulla cultura di una razza per forza di cose diversa dagli hani. Incomprensibile ai clan dell’han, tanto da non credere che il mekt-hakkikt sia pronto a distruggere il pianeta natale degli hani se non riuscisse a ottenere ciò che vuole. Cherryh però non mostra solo questo: la società dei kif è in qualche modo risoluta e dinamica, pronta a schierarsi con chi possiede più sfik (reputazione), ossessionati dal perdere o guadagnare posizioni in una scala gerarchica che le

hani comprendono appena. Persino lo spietato Sikkukkut viene visto infine come un neutrale, capace di comprendere le necessità di quelli che lo seguono, anche senza rinunciare mai alla sua ambizione di riunire sotto di se tutti i propri simili. Sempre nella trilogia vediamo le manovre di un han decisamente più aggressivo e pronto a complottare contro la sua stessa razza per strappare un improbabile accordo con gli stsho, dando alito a incertezze e tradendo di fatto la sempre più stretta collaborazione tra le capitane hani riunitesi sotto il vessillo dei Chanur. Il clan Ehrran, benché per un certo tempo virtualmente alleato, riesce a farsi detestare fin da subito e Cherryh architetta magistralmente una mescolanza di superbia e ambizione che spinge inevitabilmente a chiedersi per le svariate centinaia di pagine in cui si sviluppa la storia, se davvero l’han sia corrotto a tal punto da non voler cedere al buon senso, ripiegando su una vendetta fin troppo poco importante e provinciale, rispetto 26


alle beghe politiche che inseguono Pyanfar e i suoi alleati. I lunghi (a volte) dialoghi che coinvolgono i protagonisti, sono invece la punta di diamante dell’intera narrazione, in cui vengono messi a dura prova i comportamenti delle varie razze al servizio di Sikkukkut; la Cherryh riesce a dare alle parti una spiccata voglia di adattarsi all’evento in corso, rinnegando a volte la natura stessa di quello che si è, pur di non fare il passo falso agli occhi dei kif. Passo falso che farebbe precipitare il perfetto equilibrio tra menzogna e mezze verità che aleggia, sia sulla Harukk che tra le capitane hani impegnate nello scontro su Anuurn. Purtroppo questa trilogia non è esente da qualche piccola debolezza: la prima parte affronta un preambolo decisamente poco convincente, lo stesso menestrello si è trovato in leggera difficoltà leggendo le pagine de La sfida di Chanur, in cui Tully rimane poco più che l’ombra iniziale di quello che era stato in passato. Persino passando alla lettura de Il ritorno, l’umano non imparerà a esprimersi con frasi articolate. La massiccia

presenza di Khym rimane per tutta la prima parte un’incognita: più personaggio di troppo che spalla, anche se la Cherryh corre ai ripari in seguito, dandogli un ruolo da comprimario. Se l’itinerario diverso fa pensare a sistemi diversi e all’immensità dello spazio del Patto, guardando la mappa (presente in tutti e tre i volumi) ci si rende conto della relativa provincialità della guerra tra i due hakkikt che non arriva mai a toccare il cuore dello spazio kif, ma anzi rimane all’esterno. Al netto delle sbavature il menestrello mette questa trilogia nei primi posti della moderna space opera: l’infinità di termini gergali utilizzati da tutte le razze del Patto e la precisione chirurgica con cui la Cherryh porta il lettore all’ultima pagina passando da intrigo a intrigo, la qualifica come tale.

Lerigo Onofrio Ligure

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Recensione

“L’Eredità di Chanur” di C. J. Cherryh • Titolo: L’Eredità di Chanur • Autore: C. J. Cherryh • Sottogeneri: Space Opera • Casa Editrice: Editrice Nord • Pagine: 375 • Anno: US 1992 – ITA 1995 • Formato: Cartaceo Il Patto è in pace, grazie a un trattato concluso con la mediazione di Pyanfar, la quale è stata scelta come Presidente dello spazio del Patto. Otto anni più tardi, Hilfy Chanur è capitana della sua astronave, l'Eredità di Chanur. Hilfy giunge alla stazione Punto d'Incontro e viene convocata dal direttore della stazione, che le offre un ricco contratto per il trasporto di un prezioso oggetto cerimoniale, che deve essere consegnato all'ambasciatore stsho. Hilfy, dopo qualche esitazione e non rendendosi conto dei problemi che l'aspettano, accetta il contratto. I problemi per l'Eredità cominciano quando, giunta a Urtur, non vi trova Atlilyen-tlas. Avvicinata da una fazione mahe, Hilfy deve districarsi tra le beghe politiche che minacciano sua zia e la stabilità del clan, lanciandosi all’inseguimento dell’ambasciatore.

Quest’eredità arriva dopo la grandiosità del finale precedente, facendo capire che le cose non sono andate esattamente come nei piani: da una parte abbiamo Pyanfar Chanur (che non fa più parte dei personaggi) la quale sembra essere diventata la persona più importante dell’intero spazio conosciuto, dall’altra una Hilfy maturata e consapevole di quelle che sono le difficoltà di un clan mantenuto insieme anche contro tutte le avversità. La fortuna di quest’ultima incarnazione del ciclo è dovuta in parte alla relativa linearità degli avvenimenti raccontati, ma soprattutto alla fidelizzazione di un’ambientazione ormai conosciuta e calibrata nei minimi dettagli. la cerimoniosità degli stsho nel trattare le faccende private, il doppiogiochismo dei mahendo’sat e persino la risolutezza dei kif sono tratti che il lettore co28


nosce, riesce ad apprezzare appieno e benché la narrazione sia seriosa, nei dialoghi non manca un minimo di comicità. Va menzionata un’ulteriore implementazione del linguaggio delle varie razze del Patto, tanto che i personaggi si esprimono solitamente nelle loro rispettive lingue, le quali vengono sfruttate attivamente nelle discussioni e nei fraintendimenti. Cherryh rincara dunque la dose sull’aspetto sociale delle interazioni, garantendo un’ulteriore dimensione alle capacità dei personaggi d’interagire tra loro. Avendo perso tutti i protagonisti delle narrazioni passate, il lettore potrebbe storcere il naso alla vista delle nuove hani, ma Hilfy riesce a tenere in piedi da sola metà della narrazione, perdendo poco o nulla della sua precedente incarnazione. La vera novità però è Hallan Meras: il maschio abbandonato sulla stazione spaziale e ospitato dalle Chanur è giovane e impacciato, ma è il primo maschio spaziale e benché la

sua figura sia apparentemente poco professionale, in confronto all’equipaggio, riesce a trovare un suo spazio. Purtroppo questa sorta di spin-off non è esente da critiche, se infatti la trama più “liscia” sembra strizzare l’occhio a lettori nuovi e meno addentrati nelle altre opere della Cherryh, il rovescio della medaglia è una trama poco convincente, le cui protagoniste sembrano essere messe fin troppo a loro agio (anche se tra loro ci sono novelline) nell’intricato complottare delle altre razze. Le quasi quattrocento pagine scorrono velocemente e non sembra quasi essere arrivati all’ultima, ma con questa stessa considerazione si giunge a un finale forse troppo frettoloso, indegno delle altre storie del ciclo.

Lerigo Onofrio Ligure

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Articolo

Quando la SF sorride - Parte prima -

È scontato che una buona narrazione di fantascienza richieda al lettore una volontaria e totale sospensione dell’incredulità. L’assunto presuppone che ogni autore debba faticare duro per mantenere verosimiglianza e il famoso diktat di Fruttero e Lucentini tempo fa lo codificava così: “Un Ufo non potrà mai atterrare a Lucca”. Per nostra fortuna, la sf ha le spalle abbastanza larghe da spaziare dove gli pare (pure in Garfagnana), inoltre sembra che riesca a funzionare – e alla grande, direi – andando a braccetto persino con il suo nemico più temibile, ossia la comicità. Ben lontano dall’essere un autogoal, il connubio tra fantastico e ironia ha sempre prodotto risultati apprezzabili, vestendosi nei panni della commedia brillante, del nonsense o della satira e creando modelli narrativi autonomi senza ricorrere al vampirismo tematico della parodia. Negli anni la sua vena trasversale si è incorporata a temi di stretta osservanza fantascientifica, trovando contributi anche in autori provenienti delle fila razionalissime e “serie” della hard sf. Potremmo affermare: da Rama a ScaRAMAcai? La sparata in apparenza parrebbe grossa, eppure il filo di humour sottile e

molto british che corre in molti racconti brevi di Arthur C. Clarke, ad esempio, dimostra proprio il contrario. Non si può non lasciarsi stupire dai meccanismi di contraddizione interna innescati da Clarke per provocare cortocircuiti del significato. In queste storie, l’impianto scientifico viene aggirato e piegato dall’autore per darne interpretazioni nuove e giungere a conclusioni paradossali, ma pur sempre logiche. Per scoprirlo basta dare uno sguardo ad antologie come All’insegna del cervo bianco, oppure affidarsi ai sapidi flash che attraversano le pagine di Vento solare. Parliamo di ottima narrazione fusa al più dissacrante divertimento. A questo punto, cercando l’antecedente più significativo di questo filone, è impossibile non imbattersi in Frederic Brown, figura cardinale della fantascienza e maestro di ironia. Lo scrittore di Cincinnati, celeberrimo per le sue micro-novelle, ha prodotto storie a sorpresa leggendarie che sono divenute dei veri e propri canoni (vedi 30


come espressione di un pessimismo filosofico che diffida (saggiamente) delle illusioni umane. Al modo del suo sgangherato personaggio Kilgore Trout – lucido folle in un mondo di pazzi inconsapevoli – Vonnegut mantiene sempre nelle sue tragi-commedie una distanza, uno scetticismo sofferto e mai spocchioso, che ridicolizza la fondamentale insensatezza della Storia. L’atteggiamento è evidente nei primi romanzi Distruggete le macchine e Le sirene di Titano, dalla struttura narrativa abbastanza tradizionale, fino alle invenzioni stilistiche di Ghiaccio-9 o Mattatoio n.5, in cui l’uso particolare del linguaggio e l’understatetment sono decisivi per smascherare le illusioni di cui è permeata la società. “La vita non è rose e fiori” ci ricorda Vonnegut nella meta-narrazione di La colazione dei campioni come nel remoto futuro di Galapagos. È logico allora che in Mattatoio 5 ricorra alla visuale aliena degli abitanti di Trasfalmadore per sottolinearlo, portandoci a spasso nel tempo insieme a Billy Pilgrim (Pilgrim-pellegrino) e farci cogliere l’effimero degli eventi, tutti incatenati da un fato simultaneo, eterno e ineluttabile.

La sentinella o La risposta). Lo ricordiamo inoltre per romanzi caustici come Marziani, andate a casa! in cui gli alieni sono più invadenti che invasori e per quella sorta di manifesto programmatico della sf umoristica che è Assurdo universo. In questo testo che aveva riscosso in Mondadori gli entusiasmi di Giorbio Monicelli, Brown utilizza una dislocazione spazio-temporale (versione aggiornata dei naufragi di Gulliver) per gettare il suo scrittore Keith Winton in uno scenario fatto di clichè di cui lo stesso protagonista è in parte l’artefice. Mettendo in scena sugli stereotipi più tipici del genere, lo straniamento che Brown produce tra l’uomo e l’ambiente alieno mette in discussione la percezione della realtà in cui viviamo, sottolineandone la relatività di ogni aspetto. Risultato: assurdo batte ragione 1 a 0.

Se l’umorismo di Clarke e di Brown si basa su un raffinato giocare con la logica, nell’opera di Kurt Vonnegut Jr acquista una colorazione più amara, 31


speculative e nella varietà della sua produzione vale la pena citare altri testi come Il difficile ritorno del signor Carmody. In questo romanzo del 1968, siamo trascinati in un’odissea planetaria originata dalla vincita di unalotteria intergalattica, una circostanza che porta il borghesissimo Tom Carmody, in compagnia del suo Premio parlante, a incontrare dinosauri inclini alla filosofia, demiurghi dal budget limitato e città pensanti. Se questo intreccio vi sembra abbastanza fuori di testa, allora non avete presente il successivo Opzioni (1975), più frammentato e visionario fino al criptico e ancora lo stralunato dramma psicologico de Il matrimonio alchimistico di Alistair Crompton (1978) in cui il conflitto delle tre personalità multiple del protagonista ingaggia una lotta di sopravvivenza che neanche Freud, Jung e Groddeck arbitrerebbero mai. Non male per qualcuno che parlando del proprio lavoro affermava riduttivamente “Mi sono messo a scrivere quello che mi veniva: umorismo, paradosso e satira, i tre cavalieri della mia apocalisse personale.” Per quel che abbiamo potuto osservare finora, humour e contenuti, non si escludono a vicenda, anzi, talvolta finiscono col potenziare di colorazioni satiriche delle storie che potrebbero limitarsi al puro intrattenimento. È questo il caso della narrativa di Ron Goulart, la cui propensione al farsesco e alla comicità è al servizio di una trama che tenta una visione critica sulla nostra società sen-

Brrr, ammazza che allegria… se la tabula rasa Vonnegutiana vi appare troppo definitiva, allora è il caso di fare tappa tra le magie di Robert Sheckley, scrittore altrettanto acuto e sferzante, ma capace anche di liberatorie prese in giro, dominate da intelligenza e gusto del divertissement. Memorabili in questo senso sono le disavventure della serie AAA Asso interplanetaria (1954-55), in cui una coppia di astronauti disinfestatori si trova coinvolta in ogni genere di grana dettata da ambienti alieni, creature impossibili e intrighi che dispensano comicità a piene mani. Uno spirito temperato dalla lucidità delle soluzioni, che le apparentano alle spassose avventure del cuoco Rudy Turturro di Massimo Mongai, su cui torneremo ancora più avanti in una prossima. È da ricordare inoltre che alla AAA Asso si è ispirato anche il cartoonist bolognese Franco Bonvicini, per sceneggiare degli episodi del suo serial a fumetti Storie dallo spazio profondo, durante la latitanza americana del coautore Francesco Guccini. Nel trattare Sheckley non si può, però, eluderne le componenti sociologiche e 32


za risparmiarne le convenzioni, le mode e le ipocrisie. Basta tuffarsi nella sua vasta produzione, per trovarvi divertimento puro, capacità di invenzione e gusto per la macchietta interpretata da personaggi al limite del fumettistico. Non per niente, Goulart è anche sceneggiatore di fumetti (vedi il serial Star Hawks illustrato da Gil Kane) e autore di novelization tratte da personaggi popolari come Flash Gordon e The Phantom. Imparagonabile alla genialità sbrigliata di Sheckley o all’atteggiamento Zen di Vonnegut, lo stile di Goulart ricorre all’iperbole, al paradosso, per divertire e fare riflessioni spicciole sui nostri punti deboli. Gli alieni e i robot maneggioni che affollano le sue storie, non sono altro che nostri specchi distorti e tecnologici, come il malvagio magnate de Il perfido cyborg e la folle corte dei miracoli che lo circonda, oppure gli automi inaffidabili, scalcagnati e terribilmente umani dell’antologia Uomini, macchine e guai. Basti pensare all’atmosfera da pochade del racconto Il grande Whistler, imperniato sulle doti di un robot gigolo, parente prezzolato dell’Aiktor di Barbarella, oppure il circo di abitanti semi-animaleschi de Il sistema della follia, i cui pianeti ruotano intorno a un sole dall’eloquente nome Barnum. Insomma, se non vi aspettate dibattiti sui massimi sistemi ma vi alletta una

corsa a tutta manetta su un treno di risate, allora vale la pena salire a bordo. Satira, spirito riformista, passione politica e critica sociale, sono gli ingradienti caratteristici dell’opera di Mack Reynolds, autore americano amico e collaboratore di Frederic Brown, col quale ha scritto svariati racconti e curato nel 1953 l’antologia di sf umoristica Science Fiction Carnival. Ancorato a una struttura narrativa di stampo realistico, ma forte della lente deformante del “cosa accadrebbe se…”, Reynolds stravolge gli scenari della vita occidentale con paradossali “catastrofi” che mettono alla berlina le contraddizioni della società capitalista e consumistica. Con Ed egli maledisse lo scandalo, i toni da commedia alleggeriscono un incubo veicolato dai media, che permette a un mite predicatore di inibire ogni vanità femminile a suon di anatemi, estendendo il proprio potere ad ogni aspetto edonistico di un mondo vacuo e privo di valori. È un crollo consequenziale di elementi che si muove come un gigantesco domino, immagine di una civiltà ingiusta e macchinosa che appare tanto strutturata quanto fragile.

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Amazzoni, di Reynolds, dove ogni apparenza è un camuffamento per salvaguardarne l’eversiva eguaglianza tra i sessi. Potrebbe sottintendere che, alle volte, una farsa può dimostrarsi meno risibile di un pregiudizio.

Fabio Lastrucci

Uno spunto affine anche al celebre Effetto valanga, romanzo del ’74 tornato di grande attualità nei nostri tempi di crisi, in cui il mancato acquisto di un elettrodomestico innesca un progressivo e inarrestabile sfascio del sistema economico. Nei lavori di Reynolds non mancano elementi brillanti legati a tematiche impegnate o a commistioni inusuali, come nel giallo planetario Vacanza a Satellite City, dove Chandler, Marx (Carl) e Marx (Groucho) fanno da ispiratori a una prosa spiritosa e pungente, sempre piena di notazioni sociali. L’humour insomma fa sorridere, ma non scherza. Proviamo a verificarlo azzardando un confronto di opinioni sul tema dell’identità di genere. Da una parte, abbiamo l’approccio conservatore di Poul Anderson, che nel suo Le Amazzoni, del ’59 porta un astronauta terrestre etero a far polpette di una civiltà felicemente basata sul lesbismo. Dall’altra troviamo il matriarcato caricaturale de Il segreto delle 34


Articolo

La cavorite di Herbert George Wells Ho trovato qualche tempo fa su una bancarella dell'usato uno dei libri che hanno probabilmente più contribuito alla nascita della sf e in particolare della Space Opera. Si tratta de I primi uomini nella Luna, romanzo datato 1901 e più volte apparso in Italia – anche se al momento esaurito –, tra l'altro anche nell'edizione BUR Rizzoli datata 1958 che ho casualmente ritrovato. I primi Uomini nella Luna fa parte di quel gruppo di romanzi scritti da H.G.Wells tra il 1895 e il 1901 che comprende La macchina del Tempo (1895), L'isola del dottor Moreau (1896), L'uomo invisibile (1897) e La guerra dei Mondi (1898), tutti romanzi ancora notissimi e oggetto di numerosissime edizioni e di non poche riduzioni cinematografiche. I primi uomini nella Luna fa parzialmente eccezione alla lunga serie di pellicole girate a partire dai romanzi wellsiani, infatti dal romanzo furono tratti in tutto due film, il primo muto, girato da Bruce Gordon nel 1919, The first men in the Moon,, il secondo nel 1964 da Nathan Juran, Base luna chiama terra. L'ipotesi che sia una eventuale minore qualità del testo a giustificare la sua minor fortuna cinematografica è ovviamente lecita, ma sospetto che i motivi reali siano da un lato l'organizzazione della vicenda, nella quale uno

scienziato geniale ma distratto – Il dottor Cavor – viene convinto da un affarista dilettante – Mr. Bedford – a costruire (di nascosto) una piccola astronave spinta da una propulsione che oggi chiameremmo “antigravitazionale”, dall'altro la conclusione francamente disperante e amara della vicenda, con il povero Cavor esiliato per sempre tra gli insetti intelligenti del nostro satellite. Ma vediamo, velocemente, la trama. Mr. Bedford, nel tentativo di sfuggire ai suoi numerosi e agguerriti creditori si nasconde in un cottage in campagna, cercando di scrivere un testo teatrale con il quale conta di recuperare un minimo di quibus e di salvare la propria situazione personale e finanziaria. Ma a disturbare i suoi sforzi di commediografo ogni giorno, più o meno alla stessa ora, appare uno strano individuo: Era un ometto corto, dal corpo tondeggiante e dalle gambe magre, agitato da movimenti a scatti […] Egli non si stancava di gesticolare con le mani e le braccia e di dondolare la testa, mentre gli usciva dalle labbra un continuo ronzio. Si tratta del dott. Cavor, curioso genere di scienziato, erudito (ma, particolare non secondario, non colto), geniale e 35


appassionato, monomaniacalmente teso alla ricerca di una sostanza «opaca» alla gravitazione – la cavorite – e quindi in grado di sfuggire alla gravitazione terrestre. L'incontro tra i due, il commediografo fallito e l'inventore di genio, diviene ben presto una realtà e i due, dopo alcuni esperimenti – dei quali uno li conduce vicinissimi a un risultato molto più che catastrofico –, giungono infine a progettare e costruire la loro nave, una grossa biglia metallica, che opportunamente guidata li condurrà sul nostro satellite. Per Bedford, un curioso tipo di furbastro che, se vivesse in questi anni in Italia, sarebbe con ogni probabilità un accanito estimatore del cavalier B., lo scopo fondamentale della nave è quello di produrre denaro, rendendo lui e secondariamente il dottore gli uomini di gran lunga più ricchi al mondo. Questo non significa, ovviamente, diventare amici e infatti il rapporto tra i due non va mai oltre il connubio tra le fissazioni dell'inventore/ scienziato e i desideri venali di Mr. Bedford. Il viaggio è relativamente breve e i nostri giungono sulla superficie della luna all'alba di uno dei giorni lunari, equivalenti a quindici giorni terrestri. Hanno così modo di scoprire che sulla Luna le piante – come del resto l'atmosfera e l'acqua – seguono un ciclo bimensile, nascendo, riproducendosi e fruttificando nel breve periodo di irradiazione solare per poi prepararsi alla lunga notte e a una temperatura molto vicina allo zero assoluto.

[…] le vegetazioni che avevamo visto nascere, crescevano intorno a noi sempre più alte, più folte e più intricate. Le piante spinose, i cactus verdi e massicci, gli altri vegetali carnosi e fungosi, i licheni dalle forme sinuose e strane, sembravano moltiplicarsi all'infinito... Il primo incontro con i seleniti non tarda molto. Si tratta di soggetti in apparenza dediti unicamente al lavoro di condurre al pascolo creature smisurate: i vitelli lunari. In breve, tuttavia, i nostri, inebriati da un fungo dalle caratteristiche allucinogene finiscono catturati dagli indigeni. Dava l'impressione che non avesse una faccia e tuttavia avrei preferito che fosse una maschera […] Non vi era un naso, e quel coso aveva due occhi sporgenti ai lati... Credevo che avesse le orecchie. Ma orecchie non erano... […] Vi era una bocca piegata all'in giù, come una bocca umana in una faccia dall'espressione feroce. I seleniti, presentati e descritti da mr. Bedford, vivono all'interno della luna e sono creature chiaramente ispirate alle società di insetti esistenti sul nostro pianeta. I rapporti tra loro e i loro ospiti umani si risolvono ben presto in una quantità prodigiosa di equivoci e incomprensioni e in una serie di scontri, fughe, risse e inseguimenti, fino a quando mr. Bedford non riesce a ritrovare il veicolo con il quale sono giunti 36


e a ritornare sulla Terra, lasciando il povero dott. Cavor alla mercé dei seleniti. Particolare non privo di significato, Bedford è riuscito a portare con sé alcune sbarre d'oro lunare che, vendute sulla Terra, gli permetteranno di saldare i suoi debiti e dedicarsi a una vita da rentier. Ma la vicenda non termina qui, Trascorso qualche tempo Cavor riesce a rimettersi in contatto con la Terra e a raccontare del suo incontro con i vertici della società lunare, fino all'udienza concessagli dal Gran Lunare in persona.

I seleniti, inorriditi, interromperanno i loro contatti con la Terra e impediranno al povero Cavor di riferire ai propri simili la formula della cavorite, determinando la fine dei rapporti interplanetari. Un finale amaro. Una vicenda che non trova alcuno scioglimento, lasciando le due razze isolate e potenzialmente ostili in un universo smisurato e indifferente. Un segnale particolarmente evidente della visione pessimista di Wells sul futuro dell'umanità, incapace di governare le immani forze e i possibili pericoli suscitati dal progresso della scienza. I limiti del romanzo sono nella sua struttura indecisa e nettamente spezzata in due, con una prima parte vivace, al confine tra la vaudeville e lo juvenile avventuroso e una seconda parte affidata alla voce del dottor Cavor dove non solo si raccontano gli aspetti essenziali della vita dei seleniti – mettendo tra l'altro in ridicolo la rigida separazione in classi tipicamente britannica – ma si avanzano riflessioni e osservazioni sulla società umana che tuttavia rimangono “isolate” dal contesto del libro. In sostanza I primi uomini nella Luna appare essere stato concepito come un divertente romanzo d'avventura con due personaggi tipici e un prosieguo serio e talvolta inquietante che i due personaggi nati nella prima parte si rivelano incapaci di animare. Il rapporto tra il Dott. Cavor e mr. Bedford è, da questo punto di vista, esemplare. I due sono differenti per

I seleniti hanno una grande varietà di forme […] [e] sono anche, secondo Cavor, enormemente superiori agli uomini in fatto d'intelligenza, di moralità e di saggezza sociale. […] La luna è, in realtà, un vasto formicaio, nel quale [vivono] centinaia di varietà di Seleniti, con molte gradazioni fra una varietà e l'altra. L'udienza si rivelerà però fatale per il futuro del rapporto tra la Terra e la Luna. Cavor, infatti, spiegando la storia della civiltà umana alla principale autorità lunare non può nascondere l'importanza e il peso della guerra e della violenza nella storia umana, una condotta incomprensibile per i seleniti, cresciuti in una società di individui differenti e per i quali ogni mestiere o attività personale è determinata da una differenza fisica predefinita dalla società selenita. 37


classe sociale e formazione intellettuale, per interessi, passioni, visione del mondo, considerazione per gli altri e rispetto per loro. Bedford si rivela curiosamente affine al mr. Griffin de L'uomo invisibile, come lui scarsamente interessato ai suoi simili – come, del resto, agli alieni; il dott. Cavor, d'altro canto, è come Griffin talmente interessato a essere finalmente valutato dal mondo della scienza da rischiare la propria vita e, negli esperimenti sulla cavorite, anche quella dell'intero pianeta. Manca – e non si tratta di un difetto, sia chiaro, ma di una constatazione – un eroe, ovvero un personaggio disinteressato e nobile, generoso e coraggioso senza essere temerario: un elemento curioso per un romanzo di quegli anni. I personaggi di Wells sono indubbiamente realistici ma sembrano mancare di una curiosità essenziale: quella per qualunque forma di vita non umana, il che, paradossalmente, significa scarso interesse per qualunque forma di vita tout-court. Quanto alla società dei seleniti, descritta ahimé frettolosamente dal buon dott. Cavor, è una società di formiche modificate secondo uno stile molto inglese: a tratti curiose, talvolta temibili, ma accuratamente private delle caratteristiche in qualche modo «empatiche» che avrebbero potuto creare simpatia o partecipazione nei lettori. I seleniti hanno costruito una società «perfetta», come tale inaccettabile per la specie umana. Non esiste, per Wells, possibilità di comprensione o di reciproca simpatia tra le diverse specie. I suoi se-

leniti sono semplicemente una varietà di alieni un po' meno pericolosa dei marziani de La guerra dei mondi, ma altrettanto incomprensibili e con i quali un accordo è impossibile, così come appare impossibile o meglio, non consigliabile, un rapporto economico che risulterebbe fatale per i seleniti. Torna a comparire, in sostanza, la diffidenza e la delusione di Wells nei confronti dell'Impero britannico che la guerra boera, in atto in quegli anni, dovette rafforzare e rendere più cocente. Il problema del rapporto tra le società aliene e la società umana rimase però al centro della letteratura fantascientifica e della speculazione antropo-sociologica degli anni a venire. Altri autori – e mi limiterò a ricordare Ray Bradbury, Iain M. Banks, Ursula K. Le Guin, C.I.Cherryh, Gregory Benford, Alan Dean Foster, Joe Haldeman, Norman Spinrad, Sheri Tepper, Larry Niven, Donald M. Kingsbury – raccontarono dei possibili alieni e delle loro possibili civiltà, permettendoci così di prendere posizione e giudicare per contrasto la nostra società, ricreando così il meccanismo narrativo che Wells utilizzò tra i primi. H.G.Wells, da questo punto di vista, è stato un precursore che è fondamentale conoscere. Ci aiuterà a comprendere il senso reale della migliore Space Opera, quel genere di sf che spesso, sotto i panni di un semplice e innocuo divertimento crea dubbi, riflessione, diniego e in qualche caso resistenza. Massimo Citi 38


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Recensione

“QUESTI

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FANTASMI” di AAVV

Titolo: Questi Fantasmi Autore: AAVV Curatore: Giuseppe Cozzolino Illustrazioni interne: Andrea Rovati Casa Editrice: Boopen Led Pagine: 288 Anno: 2009 Formato: Cartaceo

Itinerari cittadini alla scoperta dei fantasmi di Napoli attraverso le voci di più autori impegnati con le anime che infestano diversi quartieri. Orrori storici, drammi del passato rievocati da un’ultraterrena coazione a ripetere, moderni tuffi nella paura, questi gli ingradienti di una raccolta tutta partenopea, per tracciare una guida parallela della Napoli che si trova al di là del nostro sguardo.

sempre fatto eco una coabitazione con il passato che non si è mai limitata al calpestare antichi suoli e occupare edifici carichi di storia. Napoli pullula di fantasmi. I ricordi e l’insistita tendenza alla ritualità dei napoletani ne sono la testimonianza. Ogni suo angolo parla di eventi lontani mal digeriti dal presente, di nostalgie impossibili e di un abisso sempre spalancato in cui il tempo scivola, perde senso, diventando un rassegnato passeggero di questa comunità. Sembra un’esagerazione? Niente affatto. L’idea dell’eterno ritorno, la regressione infinita postulata da J. W.Dunne si esprime in vernacolo e ripete il suo copione incessantemente, poco importa se a interpretarlo siano attori vivi o morti. L’importante è la circolarità, l’eterno ripetersi della reci-

Tutto si può dire di Napoli, tranne che sia una città-fantasma. Popolata e caotica com’è, sovreccitata da un consumismo tutto contemporaneo, la città campana offre da secoli un esempio quotidiano di “qui e ora” alieno aqualsiasi rapporto con altri mondi, sia in senso geografico che metafisico. In apparenza, almeno. A questa natura spiccia, animata da un secolare istinto di sopravvivenza, ha 40


ta che è stata (o che sarebbe potuta essere). Questo è il concetto ripreso in 17 varianti dagli autori di Questi Fantasmi‚ l’antologia curata dallo scrittore e saggista Giuseppe Cozzolino per la Boopen Led edizioni, con la quale ha dato alle stampe anche l’omonima raccolta a fumetti tratta dal libro. Tempo e spazio si fondono nei quattro itinerari cittadini che offrono una singolare guida del soprannaturale, impreziosita da un intervento di Maurizio Ponticello e guidata con sapienti notazioni storiche dal suo curatore/Virgilio. Si parte dai confini del Centro Antico in Via Carbonara (17, ovviamente), per terminare con una puntata nel monumentale Palazzo Reale di Piazza del Plebiscito. In mezzo agli strati di questa topografia della memoria, passeggiando in carrozza o in groppa a una più prosaica moto, si potrà incontrare la Storia insanguinata della città, le sue ossessioni, i suoi crimini taciuti e quelli espliciti, in un percorso infestato dagli esponenti di un Aldilà poco disciplinato, pronto a irrompere drammaticamente nelle faccende umane. Che siano trattati con il piglio lucido e duramente cronachistico del giallista (vedi i racconti di Luciana Scepi, Ugo Mazzotta, Diana Lama, Renata Di Martino) oppure con lo stile convulso di autori come Ugo Ciaccio, ottimo interprete del volto allucinato della metropoli, i nostri coinquilini-fantasma scalpitano per rivendicare spazi e dignità.

Lo conferma la rabbia omicida di Giuditta Guastamacchia, ben descritta da Bruno Pezone nel suo racconto dalle atmosfere classiche ma calate nelle maglie di un’attualissima e vacillante macchina giudiziaria.

Lo gridano le donne vilipese descritte da Monica Zunica e Simonetta Simonoir Santamaria, mentre le fantasmatiche ombre del cinema muto rimandano echi di un’infamia senza tempo nella Napoli raccontata da Sergio Brancato. Sono molte le sfaccettature di queste narrazioni, tanto da comprendere moderni flash, ritmati e visuali come un telefilm (La carrozza‚ di Giuseppe Cozzolino), o persino intermezzi grotteschi in puro stile “Soliti Ignoti” (Il restauro, di Francesco Velonà). Questi Fantasmi apre le sue pagine con la cronaca di un reportage giornalistico e le chiude tra le ombre della Biblioteca Nazionale. Coincidenza o sottile provocazione? In fondo, la parola scritta e le sue infinite storie cos’altro sono se non un metaforico covo di spettri. 41


Giuseppe Cozzolino, scrittore e giornalista napoletano, è un esperto di cinema, fumetti e narrativa pulp. Ha collaborato con numerose riviste di settore (L'Eternauta; Play Magazine; La Rivista del Cinematografo, M-La Rivista del Mistero) e quotidiani locali e nazionali. Insegna presso l'Università degli studi di Napoli "L'Orientale" (Cattedra di Analisi dell'Opera Multimediale) ed è fondatore dell'Associazione/Network "Mondo Cult" - con Bruno Pezone. Come sceneggiatore di fumetti ha realizzato l’albo Argos 7 con disegni di Andrea Rovati. Attualmente ricopre il ruolo di Direttore Artistico del nuovo Corso di Scrittura Mistery/Noir per Cinema & TV realizzato insieme alla Scuola di Cinema di Napoli, con la quale ha prodotto le web-series Legends e Arcana.

Fabio Lastrucci

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Recensione

“Diario di un Sopravvissuto agli Zombie” di J.L. Bourne

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Titolo: Diario di un Sopravvissuto agli Zombie Autore: J.L. Bourne Sottogenere: Horror Casa editrice: Multiplayer.it Edizioni Pagine: 254 Anno: ITA 2012 Formato: Cartaceo, Ebook

Il diario quotidiano della battaglia di un uomo per la sopravvivenza, contro le prove che il mondo dei non morti gli propone giornalmente…

importanti videogiochi degli ultimi anni. Per la prima volta mi trovo nella posizione di dare un consiglio a chi si accinge a leggere questo libro: date prima un'occhiata alla biografia dell'autore, vi renderà le cose più facili. Il mondo descritto da Bourne lo vediamo letteralmente sgretolarsi pagina dopo pagina: si passa dalla tediosa normalità di un primo gennaio, trascorso in famiglia durante una licenza dalle forze armate statunitensi, ad avere cadaveri putrescenti in giardino e la terribile consapevolezza di non poter far altro che sopravvivere. Il cambiamento è graduale, gestito molto bene attraverso bollettini e notiziari. Ciò che salta all'occhio (e che, soprattutto, è apprezzabile) è l'assenza di fretta, ci vorranno parecchie settimane perché si arrivi a sentire anche soltanto l'odore del vero pericolo. Considerando il libro singolarmente, quindi ignorando il fatto che sia parte

Una piaga sconosciuta dilaga sul pianeta. I morti risorgono e, come nuova specie dominante, reclamano la Terra. Imprigionato in una tragedia planetaria, toccano a lui decisioni fondamentali – scelte che faranno la definitiva e assoluta differenza tra la vita o l’eterna maledizione… Tempo fa mi sono imbattuta in un articolo, su un forum di amanti di videogiochi, che parlava molto bene (senza scendere nei particolari) di un libro sugli zombie. Sembrava interessante, inoltre Multiplayer.it Edizioni ha in catalogo titoli davvero gradevoli, nulla di eccessivamente impegnativo ma nemmeno scontato, ottimo per chi cerca approfondimenti delle trame dei più 43


di una trilogia, la trama è incentrata sulla sopravvivenza del protagonista: non c'è uno scopo, non c'è speranza di combattere la piaga. Un vero e proprio survival. Le descrizioni di armi e procedure militari sono perfette, essendo protagonista ed autore due marine. Ciò che risulta talvolta un po' brutale sono linguaggio e forma, il che potrebbe essere giustificato dalla natura stessa del libro: deve sembrare il diario di un marine che, improvvisamente, si ritrova in un modo apocalittico popolato da zombie e privo di speranza; difatti, Bourne ha iniziato a pubblicare pagina dopo pagina il diario su un blog prima di trasformarlo in un romanzo proprio per rendere l'esperienza al lettore più autentica e coinvolgente. Una chicca interessante che riguarda l'edizione italiana. Multiplayer.it ha indetto un concorso per la creazione della copertina. Un gran numero di artisti hanno dato il loro contributo, le opere si possono trovare in pdf all'indi-

rizzo: http://edizioni.multiplayer.it/libri/diari o-di-un-sopravvissuto-agli-zombie-13/ e, ovviamente, un'appendice è stata inserita nella versione cartacea. La scelta di mantenersi sul sobrio è stata probabilmente la migliore, ma fa comunque piacere sfogliare le pagine contenenti questi disegni d'ottima qualità.

J.L. Bourne è un ufficiale militare residente nell'area di Washington D.C. Ha all'attivo numerose missioni in Iraq, nelle quali ha guadagnato tre medaglie al valore.

Christine Amberpit

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Intervista a

Gordiano Lupi di Fabio Lastrucci

mune, quanto tribolato nella realtà quotidiana. Nei tuoi libri come coniughi l’elemento fantastico con la rappresentazione della Cuba più realistica? Cuba è una terra che vive di misteri e di fantastico. Ogni angolo di Cuba è impregnato di cultura africana, di santi, spiriti dei morti, piante sacre. Non è difficile coniugare realismo e fantastico, perchè il quotidiano a Cuba è composto da questi due elementi. E la cosa più fantastica resta la grande inventiva di cui sono forniti i cubani, che riescono - non si sa come - a trovare sempre il modo per uscire fuori dai guai. Conversiamo con Gordiano Lupi, fondatore delle edizioni Il Foglio di Piombino, scrittore, autore di saggi, traduttore, esperto di letteratura cubana e brillante polemista. Attraverso un pugno di domande e qualche piccola provocazione, parleremo con lui di fantastico, horror, Caraibi e anche di letteratura italiana e cubana.

- Nelle tue storie Horror ricorrono le figure di “Paleri” e di altri occultisti popolari strettamente legati al proprio territorio. Hai mai pensato di catapultare uno stregone cubano in Italia e vedere che cosa succede? Il santero è il dominus della magia bianca o santeria. Il palero è il grande stregone nero, il dispensatore di morte nel palo mayombe. No, non ho mai pensato di estrapolare dalla cultura cubana questi due elementi per fare un romanzo o un racconto italiano. In compenso l'ha fatto piuttosto bene il mio amico Danilo Arona che a scrivere horror è molto più bravo di me.

- Innanzitutto, ti diamo il benvenuto sulle pagine di Fralerighe Fantastico. Per cominciare la nostra conversazione, ci rivolgiamo al Gordiano Lupi scrittore: lo scenario cubano è tanto esotico nell’immaginario co46


Sì, mettere la pagnotta in tavola è un'utopia abbastanza presente nel quotidiano, ma più che un'utopia la definirei una vera e propria ossessione. Il cubano pensa solo a mangiare, un po' come l'uomo in mezzo al deserto che vede l'acqua ovunque. A parte le battute la narrativa fantastica è parte integrante della letteratura cubana. Mi viene a mente Garbageland di Juan Abreu, un romanzo fantascientifico su Fidel Castro. Cito il mio amico Alejandro Torreguitart: Mister Hyde all'Avana, L'orrore di Yumurì, Il cane... Eduardo De Lllano scrive racconti che a loro modo possono dirsi fantastici. Padura Fuentes è un re del noir e del giallo colto. Guarda che la letteratura cubana è molto più fiorente di quella italiana! Come disse Miguel Mejides (pure lui fa narrativa fantastica) alla Fiera del Libro di Pisa: "Un popolo che soffre produce grande letteratura".

- Per scrivere vicende venate di esoterismo, è indispensabile esser molto ben documentati? Lavorare tantissimo d’immaginazione? Crederci (e tenere zampe di coniglio mummificate nel cassetto, perché non si sa mai)? Crederci no, perchè io non credo a niente, figurarsi se credo alla santeria e al palo mayombe. Questa cosa l'ho scritta sia su Cuba magica che su Un'isola a passo di son. Ho fatto un libro sui culti cubani e sono un miscredente totale. Ho fatto un libro sulla musica cubana e sono stonato come una campana. Credo che la cosa davvero indispensabile sia la conoscenza delle leggende, dei luoghi, della cultura. E quella - immodestamente - credo di averla. - Ci sono degli esempi di narrativa fantastica cubana oppure laggiù è già abbastanza utopico riuscire a fare letteratura e mettere la pagnotta in tavola?

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- Dalle pagine de Il Foglio hanno transitato autori del fantastico come Lorenza Ghinelli, Vincent Spasaro e altri ancora, ben proiettati nel mondo editoriale con pubblicazioni di ampio riscontro di pubblico e critica. Puoi parlarci del tuo rapporto con loro e di come abbia influito sulle loro carriere?

- Passiamo ora a un altro aspetto interessante della tua attività, ovvero il ruolo di editore. C’è un tipo specifico di linea stilistica di scelta autoriale che Il Foglio propone attraverso la sua collana “Fantastico e altri orrori”?

Difficile parlare di cose simili, perché ogni persona è un mondo e reagisce al successo – più o meno effimero – in maniera diversa. Comunque sia andata, sono contento ad aver contribuito “in piccolo” all’affermazione di alcuni scrittori (Wilson Saba – Bompiani; Sacha Naspini – Elliott, Guanda, Perdisa…; Marco Ballestracci - Instar; Lorenza Ghinelli – Newton & Compton; Claudio Volpe, Annick Emdin e Vincent Spasaro – Edizioni Anordest…). Vincent Spasaro, tanto per dire, è una persona splendida e uno scrittore che meriterebbe più fortuna di quanta ne abbia avuta. Spero che il fenomeno Spasaro esploda prima possibile, con un grande editore. Quando dico grande non parlo di Newton & Compton, che di grande ha solo la presunzione di chi la dirige…

Il Foglio Letterario ama il racconto classico alla Lovecraft e Poe, ma anche King, Lansdale, Calvino e Landolfi (per citare due italiani); la narrativa di genere che serva a dire altro, a parlare di usi, costumi, problemi, cultura di popolazioni lontane; in definitiva la buona scrittura, senza sperimentalismi, che sono lontani dal nostro modo d’intendere ogni tipo di letteratura. Lungi da noi cose alla Nanni Balestrini e Tiziano Scarpa, tanto per dire…

- Che tipo di futuro prospetti nella narrativa horror-fantastica, ormai inflazionata da cicli e cliché spesso ripetitivi e commerciali? In Italia il futuro dell’horror l’ha tracciato Danilo Arona quando scrisse che noi “vendiamo gelati al polo”. Confermo. Siamo così masochisti che dopo 48


aver inventato il cinema horror (gotico e cannibale sono roba nostra!) ce lo siamo fatti fregare dai nordamericani e persino dagli spagnoli. Non resta altro da dire.

Dev’essere l’aria “ferrigna e salmastrosa” di Piombino, come dice il mio concittadino Aldo Agroppi. In realtà non ho mai avuto bersagli. Non passo la vita a criticare Baricco e Nori, neppure Nove e Camilleri sono al culmine dei miei pensieri. Giulio Mozzi non riesco neppure a concepirlo come scrittore. Nel tempo libero rileggo Fenoglio e Pasolini. Se resta tempo, aggiungo Pavese e Moravia. Cabrera Infante, Padura Fuentes, Pedro Juan Gutierrez e Wendy Guerra, in lingua originale. Davvero non ce la faccio a leggere narrativa italiana contemporanea e scrittori del niente che vincono i premistrega. La vita è talmente breve…

- Come lettore e come editore i tuoi gusti letterari coincidono? Hai qualche passione che non pubblicheresti mai perché lontano dalle tue scelte editoriali? Tutto quel che pubblico fa parte delle mie passioni. Infatti non pubblicherei fantasy – neppure se trovassi un genio – perché è un genere che non sopporto, così come non pubblico narrativa per ragazzi, perché non me ne intendo. Fumetto, cinema, esoterismo, Cuba, narrativa cubana e italiana (under 35), romanzi generazionali e di formazione, poesia di qualità… sono tutte cose di cui sono un grande appassionato. - Ultima domanda con cui chiudiamo il nostro incontro ringraziandoti per la disponibilità. La tua caustica vis polemica è celebre perché non ti tiri indietro nell’esprimere le tue opinioni, senza badare a convenzioni o a rischi di inimicizie. C’è qualche “bersaglio” che nel corso del tempo è riuscito a sorprenderti riconquistando la tua stima? Per converso, ce n’è qualcun altro che invece nel tempo ti ha deluso? Pure in quest’intervista credo di non aver usato diplomazia. 49


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Esordio editoriale

“Di Me Diranno Che Ho Ucciso un Angelo” di Gisella Laterza • • • • • •

Titolo: Di Me Diranno Che Ho Ucciso Un Angelo Autore: Gisella Laterza Casa editrice: Rizzoli Pagine: 240 Anno: ITA 2013 Formato: Cartaceo, Ebook

È quasi l’alba. Aurora, di ritorno da una festa, sta per addormentarsi sul tram che la porta a casa. Forse è stanca e stordita, forse sta solo fantasticando, ma lo sconosciuto che all'improvviso le rivolge la parola ha un fascino così misterioso da non sembrare umano. In un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà, Aurora ascolta la sua storia. La storia di un angelo caduto sulla terra per amore di una demone, deciso a compiere un lungo viaggio alla scoperta dei sentimenti umani per divenire mortale. Un’avventura che forse non è soltanto una fiaba, perché raccontare una storia – e ascoltarla – è il primo passo per farla diventare reale.

Gisella Laterza ha soli 21 anni, scrive da dieci e finalmente il suo sogno è diventato realtà.

A cura di Valeria Bellenda

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Novità editoriale

“Il Libro di Ruth” di Lena Valenti • • • • • • •

Titolo: Il Libro di Ruth Autore: Lena Valenti Sottogenere: Urban fantasy, Paranormal romance Casa editrice: Fanucci Pagine: 672 Anno: ITA 2013 Formato: Cartaceo, Ebook

Arrivata a Londra per fare visita alla sua migliore amica Aileen, Ruth non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi coinvolta in una guerra fra esseri immortali creati dagli dèi vani e asi. I traumi e le voci del passato tornano a tormentarla, ma Ruth non sa che il suo più grande timore può trasformarsi in un’opportunità per ritrovare sé stessa e scoprire chi è veramente: la Cacciatrice, la più potente fra le sacerdotesse della dea Nerthus, colei che può condurre le anime perdute al riposo eterno. Ma il destino la mette nelle mani di Adam, un Berserker moro e taciturno che non crede a quanto lei rappresenta e, anzi, ossessionato da visioni oscure e sanguinarie, la ritiene pericolosa per il suo clan. In un gioco di volontà, resistenza e desiderio, Ruth e Adam dovranno cedere all’attrazione l’una per l’altro e superare rancori e pregiudizi per affrontare uniti, come la Cacciatrice e il Signore degli Animali, la minaccia del Ragnarök, la fine dei tempi che si sta avvicinando.

Lorena Cabo, anche nota con lo pseudonimo Lena Valenti, (Barcellona, 1979) è una scrittrice spagnola. È celebre per aver avviato la Saga Vanir, una serie di romanzi di genere fantasy ispirata alla mitologia norrena, che ha venduto 50.000 copie in Spagna nei primi due anni ed è stata pubblicata in varie nazioni. Il libro di Ruth è il seguito de il libro di Jade.

A cura di Valeria Bellenda

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Novità editoriale

“Il

Principe Vampiro: Legame di Sangue” di Christine Feehan

• Titolo: Il Principe Vampiro: Legame di Sangue. • Autore: Christine Feehan • Sottogenere: Urban Fantasy, Paranormal romance • Casa editrice: Newton Compton • Pagine: 384 • Anno: ITA 2013 • Formato: Cartaceo, Ebook

Per migliaia di anni i gemelli carpaziani Gabriel e Lucian sono stati abili cacciatori di vampiri, fino al giorno in cui Lucian si è trasformato in un pericolo, e Gabriel è stato costretto a dargli la caccia. Per porre fine alla lunga lotta, Gabriel ha deciso di intrappolare se stesso e il fratello nel sottosuolo di un cimitero parigino. Per due secoli, nulla ha disturbato il loro riposo, ma quando vengono avviati dei lavori per rimodernare la zona, i gemelli si risvegliano tra le macerie in un mondo molto diverso da quello che ricordavano. Debole e assetato di sangue, Gabriel rischia di smarrire la propria anima e trasformarsi in un mostro. Proprio quando ogni speranza sembra perduta, incontra Francesca Del Ponce. Il carpaziano capisce all’istante di aver trovato la sua compagna per la vita e sa che dovrà conquistarla prima che sia troppo tardi: Lucian è già sulle loro tracce e non permetterà a niente e nessuno di intralciare il loro eterno conflitto fratricida.

Christine Feehan è una scrittrice a tempo pieno e ha all’attivo oltre 40 romanzi. Ha vinto numerosi premi ed è stata più volte ai vertici delle classifiche di vendita degli Stati Uniti. Con la saga il principe vampiro ha ottenuto uno straordinario successo in tutto il mondo, conquistando pubblico e critica, e vincendo un gran numero di prestigiosi premi riservati alla narrativa fantasy.

A cura di Valeria Bellenda

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Novità editoriale

“Il Bosco dei Cuori Addormentati” di Esther Sanz • • • • • •

Titolo: Il Bosco dei Cuori Addormentati Autore: Esther Sanz Casa editrice: Piemme Freeway Pagine: 286 Anno: ITA 2013 Formato: Cartaceo, Ebook

Clara ha appena compiuto diciassette anni e la sua vita è a pezzi: non ha mai conosciuto suo padre, sua madre si è suicidata e due mesi dopo è morta anche la nonna che l’ha cresciuta. L’assistente sociale decide di affidarla all’unico parente, zio Alvaro, che vive in un minuscolo paesino in montagna. Victor, giovane studente di veterinaria, la prende sotto la propria ala protettiva e sembra che la vita della ragazza possa trovare un po’ di serenità. Ma un giorno Clara si ritrova in una parte del bosco dove nessuno dovrebbe andare, secondo le leggende che circolano in paese, e dove incontra Rio, un ragazzo bellissimo con un grande segreto.

Esther Sanz è nata nel 1974, a Barcellona. Giornalista ed editor, questo è il suo secondo romanzo.

A cura di Valeria Bellenda

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Crediti Fondatore Aniello Troiano Direttore delegato Michele Greco Vicedirettore Maurizio Vicedomini Redattori Christine Amberpit Valeria Bellenda Scilla Bonfiglioli Laura Buffa Massimo Citi Vito Introna Fabio Lastrucci Lerigo Onofrio Ligure

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Profile for Rivista Fralerighe

Rivista Fralerighe FANTASTICO N.9  

Il 9° numero della rivista Fralerighe. Questa è la parte dedicata alla narrativa fantastica.

Rivista Fralerighe FANTASTICO N.9  

Il 9° numero della rivista Fralerighe. Questa è la parte dedicata alla narrativa fantastica.

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