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FRALERIGHE DICE NO ALL’EDITORIA A PAGAMENTO


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GEMELLAGGIO CON PESCEPIRATA FORUM SCRITTORI

Pesce PiratA Forum di Scrittura Lettura Editing collettivo Perche pesce? Pesce perche lo scrittore e un po' come un pesce... parla poco, e silenzioso, si muove rasente al fondale muovendo appena coda e pinne, ma scruta tutto, vede perfino quello che succede alle sue spalle. Perche Pirata? Perche come i pirati informatici sposiamo in pieno la filosofia dell'web 2.0 Ovvero il voler rendere pubblico e accessibile il lavoro frutto del singolo o della collettivitĂ .

http://www.pescepirata.it/


EDITORIALE Care lettrici e cari lettori, eccoci qui, con questo quinto (doppio) numero di Fralerighe. Avete già avuto modo di conoscere il nuovo assetto della rivista con il numero quattro, pertanto ritengo superflua ogni spiegazione. Speriamo che vi sia piaciuto. Dallo scorso numero non sono mancati progressi dal punto di vista del seguito, in continua crescita. Oggi, in data 11 ottobre, il numero di persone che segue Fralerighe ammonta a 952, di cui 591 su Facebook e 361 su Twitter. A ciò si potrebbe aggiungere il numero di amici su Anobii e di followers su Issuu, superando di gran lunga i 1000. Che dire, sono dei risultati soddisfacenti che ci spingono a fare sempre del nostro meglio. Premesso ciò, passo a illustrarvi questo numero. Abbiamo recensito e intervistato, per voi, due nuovi talenti italiani: Marilù Oliva, con la sua trilogia della Guerrera, ciclo noir ambientato in una Bologna che danza al ritmo della salsa e della capoeira, capace di raccontare il quotidiano con stile e passione; e Angelo Petrella, con il suo “Le api randage”, noir ambientato a Napoli, intriso di tragedia e di denuncia sociale. Non mancano articoli interessanti e minuziosi, ad esempio l’articolo “Agatha & Willy” che analizza i diversi punti in comune tra la regina del giallo e il re della tragedia, svelando legami molto stretti tra i due autori. La nostra collaborazione con i blog continua in modo piacevole e proficuo. Citiamo Noir Italiano e Uno studio in giallo, veri e propri partner. Per quanto riguarda i forum, non possiamo non citare gli amici di PescePiratA, con i quali siamo gemellati sin dal principio della nostra avventura. Non c’è altro da aggiungere. Speriamo che la rivista vi piaccia e che possa essere più interessante dei numeri precedenti. Il Direttore Aniello Troiano


IL SOSPIRO DEL DIAVOLO È sera ormai, e io sono qui che ti aspetto. Anche oggi sei in ritardo sull’uscita dal lavoro. Ma non ho fretta, non guardo nemmeno l’ora e attendo. Ecco che esci. Ti accorgi che pioviggina e apri il tuo piccolo ombrello prima di avviarti verso la metro con passi piccoli e rapidi. Dopo un po’ la pioggia incalza e il vento prende a soffiare. E io mi decido. Attraverso di corsa la strada incurante dello strombazzare delle auto che mi sfiorano e salgo sulla mia parcheggiata lì dal pomeriggio. Mettere in moto e invertire il senso di marcia sono una sola azione. Una donna si sporge dal finestrino per insultarmi. Sorrido senza curarmene: ho gli occhi fissi sulla tua figura. Ti seguo a passo d’uomo e, appena vedo la larga pozzanghera che si forma sempre in quel punto, accelero. E ti riempio di acqua e fango. Mi fermo. Ti vengo incontro per scusarmi. Sei proprio tutta bagnata; mi verrebbe da ridere se non dovessi fare la faccia contrita. Ti invito a salire sull’auto per accompagnarti a casa, così, come rimedio per ciò che ho combinato. Dopo qualche titubanza accetti. In fondo, che paura puoi avere di un uomo così gentile ed educato, con occhiali, cappello e qualche filo bianco tra i capelli, così mortificato e premuroso? E poi, la pioggia è diventata un temporale con lampi e tuoni che fanno sobbalzare il cuore. Il tuo; il mio è al settimo cielo. Sali sull’auto, scusandoti per inzaccherarla tutta. Sorrido, pregandoti di non dartene pena: è il minimo che possa fare per il danno che ho fatto. Anzi, ti chiedo di mandarmi il conto della lavanderia, provvederò saldarlo. Se mai lo farai. * Sono giorni che ti tengo chiusa in cantina. Ti guardo nuda, legata al letto. Quel letto dove ti prendo quando voglio. Non come quando andavo a puttane e non riuscivo nemmeno a infilare il preservativo. I tuoi occhi sono perennemente sgranati, senza più lacrime da versare. Mi chiedi perché. Lo sai, sei come tutte le altre, quelle che mi avrebbero detto di no. Se solo mi fossi avvicinato.


Ti possiedo ancora, ma non mi piace come le altre volte. Ora non ti difendi, non gemi, non urli di lasciarti andare. Ora giaci inerte sotto di me, il viso smunto, gli occhi spenti e questo non mi eccita. Incomincio a prenderti a pugni e a calci, ma niente cambia, rimani così: assente. E questo non lo sopporto. Solo quando mi avvicino con la lama resa incandescente dal fuoco, vedo i tuoi occhi attraversati da un barlume di vita e l’espressione del tuo viso cambiare. Vorresti urlare, ma dalle tue labbra asciutte esce a stento un flebile lamento. Infine acconsenti con lenti movimenti del capo. Questa volta sembra piacere anche a te. Ma stai fingendo; lo so che è tutta una farsa per imbrogliarmi. E questo non posso sopportarlo. Il mio sguardo cade sulla lama, brunita dalle fiamme, ormai fredda. Afferro il coltellaccio e incido piano il tuo collo. Spalanchi la bocca e lanci un grido che ti si strozza in gola mentre il sangue sprizza ovunque. Sono felice come non lo sono mai stato. Ora sono io che comando, ora sono io che ho il potere e posso decidere se farti vivere, o ucciderti e scegliere un’altra. Un’altra di quelle che mi avrebbero rifiutato se solo mi fossi avvicinato. Sono felice e avverto un fervore che mi invade tutto. Fino a quando non sento una voce. Quella voce: il sospiro del diavolo. ** «Ele, svegliati! Devi prepararti per andare in ufficio». Mi chiama così da quando ero piccolo, da quando non sapevo dire il mio nome per intero. Ora, però, ho quarantacinque anni e mi chiamo Emanuele. Ma so che lei continuerà a chiamarmi così, cose se fossi ancora il suo bimbo. «Ti ho preparato il completo grigio, la camicia azzurra e la cravatta blu a pois bianchi». Continua a decidere lei cosa devo mettermi, come quando andavo a scuola; e io non lo sopporto. «E’ tutto ben stirato. Mi sono alzata all’alba per farlo: il mio ometto non può andare in giro con gli abiti spiegazzati. Voi uomini, cosa fareste senza di noi?»


Continua con le solite litanie, con le solite parole che sento da una vita, anche tappandomi le orecchie. «Vai, vai pure in bagno. E stavolta non ti preoccupare ché non entro. E poi, che problema ci sarebbe? Sono tua madre! Comunque, sei sempre stato timido; quindi, vai pure tranquillo mentre ti preparo una bella colazione». In casa nostra non ci sono mai state chiavi alle porte. Lei dice che deve essere libera di andare e venire in fretta perché ha tante cose da fare; io ho sempre pensato che lo fa per tenere tutto sotto controllo; il suo controllo ossessivo! Dopo essermi forzato a finire la colazione pur di non sentire le sue prediche, le do un bacio sulla fronte, come pretende ogni volta che esco. Per strada mi chiedo come faccio a sopportarla, come tollero il suo perenne cicaleccio che mi rimane nella mente anche quando sono solo, come un sussurro continuo. *** Arrivo come sempre puntuale davanti all’ingresso del palazzo dove c’è il mio ufficio. Anche tu stai arrivando: hai appena svoltato l’angolo in fondo alla via. Non mi guardi, come al solito; non senti nemmeno i miei occhi che ti seguono lungo il percorso sul marciapiedi opposto fino al tuo luogo di lavoro. La mano che stringe il manico della borsa prende a sudare, ma non mi muovo: rimango lì fermo fino a quando la tua immagine non scompare dietro la porta a vetri. Per colpa tua anche oggi arriverò con ritardo in ufficio e questo non posso sopportarlo. “Un giorno lo farò, vedrai”.

Giancarlo Vitagliano


LUCI E OMBRE DI FOLLIA Non è follia, ma bisogno. Non è violenza: è desiderio. L'uomo si muove come un’ombra nella stanza fredda, rischiarato appena dalle tante gocce di fuoco che danzano sulle punte di cera. Lacrime d’inferno, piccoli mostri che si muovono a stento, cullati dallo spiffero tagliente che s'infila sotto l’uscio. Sono gesti sicuri i suoi, sono le mosse decise di chi sa cosa vuole, di chi è abituato a ottenere senza chiedere. Sempre. Non è cattiveria, comunque: è certezza. Non è perfidia, è bramosia. Ordina al ragazzo di non alzare più lo sguardo nel suo e di rimanere fermo, immobile. Gli strilla di respirare con calma e di smetterla di tremare, di non muovere le braccia. Lo insulta, anche, ma non sono le parole a fare male: i pochi stracci che vestono il giovane non sono che garze e quel supplizio va avanti da tante, troppe ore. Un altro fremito, un altro strillo, un altro graffio sulla guancia smagrita, scavata dal buio. Il ragazzo vorrebbe piangere, lasciarsi andare, ma se lo facesse sarebbe peggio. Sa bene che è così perché è già successo, purtroppo, e non più di due giorni prima; è per questo che si immagina fuori da lì, che tenta di pensare ad altro, che prova a trascinarsi lontano da quella figura, e dalla sua frenesia, almeno con l’anima. Ogni sforzo è vano, però, inutile come il tappeto logoro su cui è costretto. L’uomo si avvicina di un passo e squadra di nuovo il giovane, l'efebo smorto costretto a chiamarlo maestro, poi torna a muovere la mano. Con delicatezza, questa volta. Lascia correre la punta delle dita sul braccio teso che vorrebbe mordere e sulla spalla che sbuca proprio là dove le tenebre sono davvero cattive. Mormora un'ultima parola fra sé e raggiunge lo sgabello nell'angolo: il giovane se ne può andare. L'uomo glielo fa capire solo con un gesto del capo, come ogni sera. Può soffiare sulle candele e lasciarsi inghiottire dal buio, può scomparire fino al tramonto del giorno dopo, fino al momento in cui i riflessi delle piccole fiamme lo accarezzeranno di nuovo per riconsegnarlo alla tela ruvida. All'immortalità che il suo maestro, l'uomo detto il Caravaggio, ha scelto di riservargli. Paolo Franchini


UN CASO IRRISOLTO Il clown fu trovato con le mani legate dietro la schiena. Era disteso per terra a faccia in giù e aveva un forellino rosa dietro la nuca, segno evidente che non avrebbe più fatto ridere nessuno, ad esclusione dei vermi. Tutt’intorno i ragazzi della scientifica si davano da fare per i soliti rilievi. Il capitano Faxis e il maresciallo Battiston guardavano a debita distanza. - Allora, era vero… – disse l’ufficiale lisciandosi il mento. - Cosa? - chiese il maresciallo. - Che molestava le bambine. - Lui? Il clown? - Sì, proprio lui. Lo conosco bene. Da ragazzo abitavo nel suo quartiere. Giravano strane voci sul suo conto. Gli amici del biliardo dicevano che avesse violentato la sorella di Amilcare, il gestore del bar. Il sottufficiale si avvicinò per guardarlo meglio. - Non mi sembra il tipo, - sentenziò, - ha la faccia della brava persona. - E’ per questo che non lo abbiamo mai preso. Faxis si accese una sigaretta. Tirò un paio di boccate e subito, come preso da rimorso, la spense. Poi aggiunse: “Noi, non lo abbiamo preso” e calcò la voce su noi. - Allora, che facciamo? – chiese Battiston. - Ce ne andiamo. Che altro vuoi fare? Abbiamo visto la scena, la scientifica sta facendo i rilievi, testimoni non ce ne sono … credo proprio che questo caso rimarrà irrisolto. I due si avviarono verso l’uscita. Vicino alla porta il capitano notò un piccolo birillo bianco, di quelli che si usano a biliardo nel gioco della Goriziana. Lo raccattò velocemente e se lo mise in tasca. - Ha trovato qualcosa? – gli chiese da lontano il sergente D’Alessio, il più pignolo della scientifica. - No, niente. E’ una cosa mia. Non volevo che la prendeste voi e che magari in laboratorio scoprite che ho un’amante, - scherzò Faxis. Tutti i ragazzi presero a ridere. Anche il maresciallo. Una volta fuori però la sua faccia ritornò ad essere seria. Come pure quella del capitano. Ferdinando Gaeta


INIZIAZIONE Non avrò altro Dio, né altra scelta. Venererò l'impegno preso come fosse un'icona. Non santificherò nessuna festa perché il mio corpo non conoscerà riposo, e la mia mente non si dedicherà ad altro che non sia il compito che mi è stato assegnato. Il mio orizzonte sarà la famiglia in cui ho scelto di entrare come servitore. Sarò fratello di dovere, più che di sangue, e berrò quello del nemico come fosse acqua perché molto ne verrà versato, e di uomini di scarso valore. Sarò pugnale e pistola, sarò arma anche solo a mani nude. Offrirò al Padre Onnipotente le grida strozzate delle mie vittime. La Vergine piangerà la vergogna delle mie azioni in nome della famiglia che ho lasciato, unica a riconoscere il legame di chi nasce dallo stesso ventre. San Michele ha tagliato il cordone dei legami e armato la mia mano. Sant'Antonio ha tinto di rosso il suo giglio. Sono diventato uomo uccidendo il me stesso bambino, la mia bara sarà leggerà perché dentro non ci sarà alcuna storia. Camminerò tenendo alla stessa distanza Vendetta e Ambizione, perché la via del criminale è una linea che non conosce curvature. Non avrò altro Dio, né altra scelta, perché da questo momento in poi la mia vita sarà un eterno presente. Daniela Gervasi


RECENSIONE: TRILOGIA DELLA GUERRERA – MARILÙ OLIVA Uno: ‘Tu la pagaras!’, 2010. Due: ‘Fuego’, 2011. Tre: ‘Mala Suerte’, 2012.Marilù Oliva chiude il cerchio uno e trino della Guerrera, al secolo Elisa Guerra, investigatrice per vizio, precaria per un ruvido gioco del destino, salsera focosa per necessità. Si, lo chiude. Tre libri in tre anni. Dannata la grammatica che dà un senso a tutte le parole, inchiodando alla croce del libro numero tre la saga di una delle figure più estrose e originali dello sugarpulp contemporaneo italico. E dannate le fini, quelle che aspetti come rivelazioni d’anacoreta, come l’urlo d’un pezzo grunge, come lo sbuffo della ciminiera all’apertura della fabbriche e che, quando arrivano, poi materializzano un magone allo sterno grande quanto un pallone da basket. Perché dalla Guerrera , specie da quella di ‘Mala Suerte’ (ancor più che da quella di Tu la pagaras e di Fuego), è tremendamente difficile staccarsi. Un’eroina sfigata, Elisa Guerra, parte in causa dei casi che affronta da consulente della polizia bolognese. Sfigata e, ora, anche umanissima, intima, ferita. Toccata nel profondo da una vita che le ha messo di fronte prima la morte del padre, poi il suicidio della madre, quindi il calvario dell’adozione, cresciuta da una zia spietata e frigida, infine la tortura del lavoro che non arriva mai, arenato sulle secche della precarietà. Fortuna che c’è Catalina, l’amica di sempre. Fortuna – e neppure troppo – che c’è l’ispettore Gabriele Basilica, foggiano trapiantato a Bologna, padre padrone dei pensieri romantici della Guerrera. Fortuna che ci sono la capoeira, la salsa, la rumba, il raeggeton, la pista. Fortuna che ci sono le sigarette, le patatine, il rum, il caffè, disordini alimentari prole del disordine esistenziale. In questo contorcimento


di caos, la Guerrera sguazza scapigliata. Zatteroni e maglie attillate, divora la vita a colpi di grinta. Impenetrabile anche di fronte all’omicidio di una vecchietta, uccisa con il cloroformio apparentemente da una gang di chicos latinos, un rito di iniziazione forse spintosi troppo in là. Il delitto, come un passepartout per il regno del noir, schiude il portone cesellato di un mondo barocco e ballerino, quello della Bologna sudamericana, dove ritmi honduregni, cubani, venezuelani, brasiliani rullano sulla pista incitando alla trasgressione, alla sessualità, erotismo che striscia e rimbalza da una nota all’altra, attraversa le linee degli spartiti, s’insinua sotto le gonne e penetra il tessuto dei pantaloni di lino chiaro. Un mondo che non s’arresta neppure quando anche una delle più belle attrazioni della pista, Alissya, viene rinvenuta morta, pure lei uccisa dal cloroformio. Cupo e impietoso come solo un condor andino sabe y puede sér, ‘Mala Suerte’ si muove seguendo le correnti causate da questi venti americani. Fluttua sul mistero delle due morti, plana su storie d’amore consunte e forse mai sbocciate, infine si adagia sulla risoluzione delle une (le morti) e degli altri (gli amori), lasciando ovunque tracce dell’agguato. Un romanzo che affascina e sconvolge, che coinvolge e incatena. Di ‘Mala suerte’ non ci si può che sentirsene parte. Penetra le pagine e restituisce l’odore zuccherino dei mojito, l’acre sapore della scivolosità sudaticcia e oleosa di corpi ballerini in tiro, la fresca e schiaffeggiante umidità dei colli bolognesi, grazie ad una scrittura profonda come un pozzo di notte e intima come un tatuaggio sul cuore.

Fate largo, signori. L’Olimpo del noir italiano ha la sua regina. Voto 8 / 10


Biografia. Marilù Oliva è una scrittrice ed è più di una scrittrice. È una donna che ama. Ama la letteratura (quella da scrivere ma soprattutto quella da leggere), ama la storia contemporanea, ama il ballo, ama Dante, Catullo e Garcia Marquez, ama i fumetti, ama l’insegnamento. Bolognese di nascita e vissuti quotidiani, siciliana di spirito e di origini, vocazione da pasionaria, nella sua vita ha occupato svariati ruoli: internet ci restituisce i suoi trascorsi di insegnante di salsa, autista di autobus, impiegata, giornalista occasionale, presentatrice televisiva. Da scrittrice ha composto racconti per il web, testi di critica e saggistica (l’ultimo e più rilevante è ‘Cent’anni di Marquez. Cent’anni di mondo’ edito da Clueb e dedicato, manco al dirlo, allo scrittore colombiano). Esordiente con ‘Repetita’ (Perdisa Pop), negli ultimi tre anni si è dedicata alla scrittura della trilogia dedicata alla Guerrera, al secolo Elisa Guerra, editata da Elliot. Dal 2010 ad oggi, così, sono venuti alla luce ‘Tu la pagaras’ (2010, finalista Premio Scerbanenco), ‘Fuego’ (2011) e ‘Mala suerte’ (2012). Oltre a tutto ciò, è redattrice per diversi blog, tra cui Carmilla, l’Unità e Thriller Magazine. Ha un blog personale (libroguerriero.wordpress.com/) e un sito (mariluoliva.net)

Macondo Città dei Libri


RECENSIONE: LE API RANDAGE – ANGELO PETRELLA “Le api randage” (Garzanti, 468 pagine, 18.60 €) è il quarto romanzo di Angelo Petrella, giovane autore napoletano. Il romanzo è ambientato principalmente a Napoli, negli anni di Tangentopoli. Il personaggio che funge da “ape regina”, intorno a cui ruotano tutti gli altri è Raul Aragona, il patriarca, imprenditore edile di successo con qualche scheletro nell’armadio, ammanicato con Camorra e Democrazia Cristiana. Insieme a lui, a Villa Aragona, vivono la sua terza moglie Sveva, bella e desiderata, il figlio Manuel, ragazzo alcolizzato avuto dalla prima moglie, Matteo, il figlio della seconda moglie, poliziotto assillato dall’idea di giustizia, Lorenzo Messina, efficiente braccio destro di Raul. Quando la DC si rivolge ad Aragona per chiedergli di impossessarsi della VivaFin, il destino di tutti questi personaggi subirà un’accelerazione vorticosa, incrociandosi con la Storia, in un misto di grandissime ambizioni e di altrettanto grandi problemi, che porteranno al limite i pregi e i difetti, le grandezze e le miserie di ogni personaggio, sviscerandone fino in fondo il passato e la psiche. I personaggi sono solidi, credibili, ben costruiti. I criminali risultano un po’ meno riusciti degli altri, un po’ inverosimili nei dialoghi italianizzati e a volte troppo teatrali, ma nel complesso comunque adatti alla storia. Petrella allestisce una grande macchina narrativa, bella e entusiasmante, tra i principali pregi del romanzo; ma anche, paradossalmente, arma a doppio taglio, in quanto a volte l’eccessiva ricchezza della trama, i numerosissimi colpi di scena e le diverse situazioni capaci di tenere in tensione il lettore rischiano di apparire come eccessive e di


appesantire il flusso della storia, di renderla un po’ macchinosa. Nel complesso, però, questa enorme macchina narrativa è gestita più che bene. Lo stile è scorrevole ma al contempo ricco, lontano dalla prosa asciutta del noir più cinematografico; a tratti il romanzo risulta poetico, filosofico, spesso malinconico, legato a una tradizione letteraria classica, non di genere. L’autore napoletano rappresenta la corruzione dilagante e imperante, lo squallore dei rapporti umani, l’intreccio losco di tutti i poteri (finanziario, politico, criminale) con una sorta di malinconia dolorosa e tragica, che rende questo romanzo una nota diversa (migliore o peggiore solo a seconda dei gusti) nel panorama noir. Sì, perché a mio parere “Le api randage” è un noir particolare. Leggendo la quarta di copertina ho trovato tutte le premesse per un bel romanzo in stile americano, cinematografico, secco, crudo. E invece no: questo romanzo assomiglia a un tramonto su un mare sporco, contornato da un cielo incupito dallo smog. Del noir, “Le api randage” non ha la brutalità né il cinismo, per quanto la storia sia fitta di malvagità e di violenza; ha invece spiccato il senso del declino: di un uomo, di una famiglia, di un impero economico, di una nazione. Nel complesso una lettura ricca e mai banale. Un noir malinconico, un romanzo possente consigliato agli amanti delle trame complicate e di un certo alone tragico ed esistenziale, piuttosto che agli appassionati di romanzi in stile hard boiled o pulp, da cui “Le api randage” è lontano chilometri. Dovendo dare un voto da 1 a 10, darei un 8, 8 e mezzo. Aniello Troiano


RECENSIONE: IL POTERE DEL CANE - DON WINSLOW 2009 Stile libero Big pp. 718 € 22,00 ISBN 9788806198916 Droga, sangue, tradimenti e troppa voglia di riempirsi le tasche, ma è così che vanno le cose. Il realismo di Winslow buca le pagine e recita il peggior mantra che possiate mai trovare: El poder del perro. Il male ha i denti di un cane rabbioso ed è pronto a mordere per un tozzo di pane. Un romanzo capolavoro che scorre davanti agli occhi come un filo teso da cui è difficile staccarsi e che vi farà rimpiangere di non averlo letto prima (e di averlo già letto una volta finito). Ecco i personaggi principali. Art Keller, un poliziotto deciso a combattere in prima fila la guerra al narcotraffico, a costo di perdersi per non ritrovarsi. Miguel Barrera, il capo indiscusso del cartello che riunisce tutti i narcos messicani. Padre Parada, un sacerdote grande come un armadio a due ante, disposto a sfidare il Padreterno pur di portare un po’ di pace sulla terra. Nora Hayden, puttana a cinque stelle (non lasciatevi ingannare dalla sua bellezza). Sean Callan, un irlandese capace di diventare il sicario più spietato che abbiate mai conosciuto. Un unico avvertimento: guardatevi le spalle e non fidatevi del detto: can che abbaia non morde. Qui i cani mordono eccome, anche se non abbaiano. Andrea Mariani Ossarotte http://www.facebook.com/#!/andrea.marianiossarotte


RECENSIONE: LA VOCE DEI MORTI – SIMON BECKETT Quarto ed ultimo libro della saga su David Hunter. Prima del fatale incidente che uccise sua moglie e la figlioletta, David Hunter era considerato uno dei più grandi esperti di antropologia forense d'Inghilterra. Ed è proprio con un flashback che la storia ha inizio, quando la sua collaborazione con la polizia lo porta ad investigare su dei ritrovamenti di resti umani, cadaveri di giovani donne sepolti nelle brughiere. Jerome Monk diventa improvvisamente il principale sospettato e, per gli otto anni successivi, Hunter e gli altri uomini che hanno seguito le indagini possono tirare un sospiro di sollievo. Nemmeno le mura di una prigione riescono a fermare Monk che, dopo la fuga, sembra determinato a dare la caccia ad ogni agente e consulente responsabile della sua cattura. Così Hunter è costretto a tornare nel Dartmoor, incontrando vecchi fantasmi e costringendosi a rianalizzare gli eventi di otto anni prima, dubitando persino delle persone che aveva creduto essergli amiche. Dopo l'insolitamente sterile narrazione dei fatti de “I sussurri della morte”, Beckett è riuscito di nuovo a sorprendermi: ha costruito una


storia intrigante, giocando abilmente con il passato ed il presente che s'intrecciano senza lasciare nulla in sospeso. Ottima la creazione del personaggio di Jerome Monk, non da meno quello dell'agente di polizia Terry Connor. Ciò che ho maggiormente apprezzato è stato il numero ridotto di personaggi principali: l'autore è riuscito ad attirare l'attenzione del lettore grazie alla fitta rete di verità nascoste, creata da Sophie Keller e Terry Connor, nella quale David Hunter dovrà riuscire a muoversi per giungere alla soluzione del caso. Ovviamente, il finale riuscirà a sorprendere anche il più assiduo dei lettori di Beckett. Dell'intera saga, la voce dei morti è sicuramente indirizzato ad un pubblico più ampio: ridotto il numero di autopsie, più incentrato sull'investigazione che sull'analisi patologica. Probabilmente il miglior volume dopo il l'esordio di Hunter ne la chimica della morte. Valutazione personale di 4,5 su 5. (rimando al mio articolo sul secondo numero di Fralerighe per la biografia dell'autore.) Titolo: La voce dei morti Autore: Simon Beckett Editore: Bompiani Data di pubblicazione: 2011 Pagine: 448 Prezzo di Copertina: 19,90€

Christine Amberpit


RECENSIONE: RESPIRO CORTO – MASSIMO CARLOTTO Respiro corto (Edizioni Einaudi, pag. 201, 17€ in cartaceo). In questo nuovo romanzo, Massimo Carlotto non si limita a scrivere un noir ambientato a Marsiglia. Pensare a un omaggio a Izzo è riduttivo. Anche perché, quella narrata da Carlotto è una Marsiglia ben diversa da quella del compianto autore francese. Una città contemporanea straziata dalle guerre tra bande, invasa da orde di criminali stranieri, teatro degli scontri delle baby gang armate di kalashnikov. Insomma, lo scenario di un conflitto senza esclusione di colpi. Ed è in questo scenario che si intrecceranno diversi interessi economici, dando vita a uno scontro inevitabile tra imprenditori del crimine e vecchia guardia mafiosa, disposta ad allearsi con la polizia pur di mantenere il controllo della città. Carlotto è uscito dai confini italiani per parlare di affari criminali inseriti nel contesto dell’economia globale. Un vero e proprio “world noir”, come è stato definito. L’autore segue le tracce di affari illegali che partono da diverse parti del mondo. Černobyl', il Paraguay, l’India, Marsiglia. Luoghi apparentemente separati da distanze proibitive, collegati dalla rete invisibile degli affari illegali. A mio parere, sono proprio gli affari loschi i veri personaggi di questo romanzo. I personaggi in carne e ossa, ovvero gangster, imprenditori del crimine e poliziotti, si limitano a inseguire o combattere questi affari, con una spregiudicatezza e un cinismo disumani, necessari per reggere il respiro corto del crimine moderno.


I ragazzi della Dromos Gang provengono da diverse parti del mondo. Rampolli di organizzazioni criminali o di famiglie ricchissime, si sono conosciuti a Leeds, dove si sono laureati in economia e, insieme, hanno nutrito un sogno: mettersi in affari. Loro quattro soli, niente capi, niente strutture verticistiche vecchia scuola, perché rallentano troppo nella gestione degli affari. Sono giovani, competenti, spietati. Sono il futuro. A opporsi alla gang troviamo B.B., diminutivo di Bernadette Bourdet, poliziotta di mezza età, brutta, lesbica e spietata, che con la Bardot condivide solo le iniziali. La donna è alleata con il boss Grisoni, capo della mala corso-marsigliese vecchio stampo. In mezzo a questo conflitto troviamo anche servizi segreti russi, terroristi indipendentisti, gangster latinos. Insomma, i fuochi d’artificio non mancano. I personaggi sono ben tratteggiati, verosimili nei loro comportamenti e per questo preoccupanti. Ciò che più mi ha colpito è la totale assenza di umanità dei personaggi, anche nella malvagità. Giorgio Pellegrini, protagonista di due romanzi di Carlotto (recensiti nel numero 3 della rivista, ndr), pur essendo un autentico bastardo, aveva comunque una sua umanità, che emergeva nel suo sadismo gratuito nei confronti di donne fragili e in la con gli anni. Un’umanità schifosa, perversa. Ma pur sempre umanità. Una cattiveria viscerale. I ragazzi della Dromos Gang, invece, non hanno niente di viscerale. Sembrano automi auto addestrati per fare soldi. E il problema è che sono estremamente verosimili. La quarta di copertina parla della poliziotta BB e di Grisoni come “inguaribili romantici”. Su questo non sono affatto d’accordo. BB e Grisoni, per me, sono la vecchia scuola che si oppone al cambiamento, e per farlo non lesina in ferocia. BB e la sua squadra, di fatto, non sono migliori dei vari gangster. Anzi, sembrano tenere il passo sacrificando anche l’ultima stilla di umanità.


Il romanzo è molto scorrevole e la mano esperta di Carlotto fa la differenza. C’è tantissima carne a cuocere, e riuscire a non far crollare la struttura narrativa non deve essere stato affatto facile. C’è da dire, però, che rispetto ai romanzi precedenti dell’autore, già noti per essere dei romanzi cuciti su delle inchieste giornalistiche, Respiro Corto è ancora più sbilanciato verso l’inchiesta. L’autore è riuscito a mantenere in equilibrio questa complessa macchina narrativa, ma ciò non toglie, alla fine della lettura, la sensazione di aver letto un romanzo d’inchiesta molto più sbilanciato verso l’inchiesta che verso il romanzo. Ciò non è un contro né un difetto, ma una caratteristica che merita di essere chiarita, perché tutt’altro che secondaria. Carlotto conferma il suo approccio politico alla scrittura, anzi, lo rinnova, alzando il tiro, portando al limite il mezzo del romanzo d’inchiesta, uscendo dai confini del noir puro e dell’Italia per raccontarci il lato oscuro del mondo contemporaneo. Più politico e sociale di qualsiasi ideologia filosofica. Consiglio vivamente di leggerlo. Ma prima assicuratevi di essere più interessati alle realtà nascoste che alla finzione narrativa. Voto: 9 Aniello Troiano


RECENSIONE: SEX TAPE - ANDREA MARIANI SCHEDA ANNO: 2012 GENERE: Noir CASA EDITRICE: ATLANTIS – LITE EDITIONS PAROLE: 3508 CITTA’: Stoccolma TAGS: Erotismo, perversione, noir, coppia, azione COSTO: € 1,99 Iva inclusa ISBN 978-88-6665-215-1

DESCRIZIONE Stoccolma. Una donna, bella e letale come un orgasmo per asfissia, è in cerca dell'ennesimo uomo da ammaliare per conquistare le luci del jet-set. Ma questa volta ha fatto male i conti. E la preda diventerà ben presto il regista di un diabolico reality show. L'AUTORE Andrea Mariani è nato a Seregno nel 1977. Ha pubblicato il romanzo Ossarotte (Momentum Edizioni, 2011) e l'album musicale, scaricabile gratuitamente, Connessioni Collettive (Momentum Edizioni, 2011). Alcuni suoi racconti sono apparsi sul sito letterario Torno Giovedì. ANTEPRIMA Sono le quattro di mattina e ho una gran voglia di farmi sbattere. Sniffo una striscia di neve. Sollevo la testa e stringo le narici. Una bolla


di calore mi esplode dietro la fronte. Una ragazza filiforme si sistema i capelli e mi sfila accanto, ancheggiando quasi fosse in passerella. Guardo con una punta d’invidia la sua borsetta griffata. Cosa ci faccio nel bagno di una delle più famose discoteche di Stoccolma? Semplice, cerco di sballarmi nell’unico modo in cui riesco. Perché lo faccio? Beh, se vuoi stare con quelli che contano, ti devi adeguare al loro stile di vita. Mi passo un filo di rossetto sulle labbra. Apro e chiudo la bocca. Sono pronta per tornare nel privè. Mi faccio largo attraverso corpi vocianti e compulsivi. Sfioro abiti eleganti e pelle sudata. Il dj biascica qualcosa di volgare prima di far girare una base techno. Sento i bassi delle casse prendermi a pugni lo stomaco. Mi siedo di fronte a un produttore televisivo nella speranza di farmi notare. Accavallo le gambe e metto in mostra la scollatura del vestito. Una terza abbondante non passa mai inosservata. Non quando hai davanti un corpo come il mio. Un cameriere mi si avvicina. Scuoto la testa. Non voglio bere. Ho solo voglia di farmi scopare per chiudere in bellezza la nottata. RECENSIONI http://books.google.it/books/about/Sex_tape_Stoccolma_Svezia.html?id =njfM2I9Ip-YC&redir_esc=y Interessante...molto interessante Una hola per Adrea Mariani e il suo Sex tape. Ecco un testo avvincente, serrato, capace di catturare il lettore fin dalle prime righe. Mariani si cimenta in un genere, quello pulp-sexy, poco praticato dagli scrittori italiani. E lo fa con un racconto curato nei dettagli e nella scrittura che per il ritmo e il tema affrontato potrebbe essere nelle corde del Bret Easton Ellis di American Psycho. E visto che Bret sta preparando il seguito di American Psycho (si tratta di un film, The Canyons, per la regia di Paul Schrader e sceneggiato dallo stesso Easton Ellis) ci auguriamo intanto che Mariani scriva al più presto il sequel di Sex tape. Per il film si vedrà. http://www.lafeltrinelli.it/products/9788866652151/Sex_tape_Stoccolm a_(Svezia)/Andrea_Mariani.html


Scritto da fantasmainviola il 01 agosto 2012 Dopo Ossarotte, un'altra grande prova d'autore! Spero solo ci sia un seguito... Scritto da thegoodreader il 01 agosto 2012 Un autore che affila le parole fino a quando non scavano nella pelle e si incastrano nella carne. Consigliato agli amanti di Saw L'Enigmista.

Andrea Mariani Ossarotte http://www.facebook.com/#!/andrea.marianiossarotte


Tu la pagaras, Fuego, Mala suerte. Tre anni e trilogia noir chiusa, nel segno di Cuba, del mistero, del ballo, di Dante... Tre anni per cambiare la letteratura di genere e per cambiare Marilù Oliva... Non so se ho cambiato la letteratura di genere ma so che io sono cambiata, quello sì. Se vuoi sapere in che senso, diciamo che, sul piano della scrittura, ho imparato a vivere più serenamente con i personaggi inventati anche se mi tirano continuamente per il braccio. Marilù Oliva e la trilogia della Guerrera. Nascita, vita, epifania, conclusione. La Guerrera è nata nelle notti di salsa in cui, tra un ballo e un pensiero, osservavo il mondo circostante e non mi stupivo di ritrovare ogni microcosmo così uguale agli altri. E mi domandavo: se qui spingessi tutto al parossismo e inventassi una lottatrice che balla come cammina e risponde come lotta e se ne frega dell’etica comune? Lei scende in pista carica di rum ma mai ubriaca, intanto è consapevole della razzia che sta succedendo fuori: incarna una generazione cui il momento economico e soprattutto anni di mala politica hanno estorto molte possibilità, così si sfoga nei sensi. L’epifania è arrivata in fretta, basti pensare che giungo anche dal fumetto e visivamente l’ho delineata in pochi istanti. La conclusione è ancora lontana. Marilù Oliva donna e Elisa Guerra donna. Marilù Oliva e la la domanda che avrebbe voluto fare, il consiglio che avrebbe voluto dare, la parola che avrebbe voluto dire alla Guerrera. Quando incontro La Guerrera nei miei sogni le parlo, eccome. Di consigli non mi azzardo a dargliene, lei ha un caratteraccio e non ne vorrebbe sapere. Soltanto le dico di fumare di meno. E poi aggiungo che in fondo, se cogliesse alcuni momenti magici e sorvolasse sulle angustie che la macinano, la vita non è malaccio. Basterebbe spostarsi da una prospettiva antropocentrica.


La Guerrera è una tua alterego di rabbia e inchiostro, simile a te per connotazione, relazioni quotidiane e per carattere. Nei tre scritti lei si evolve, come si evolve nettamente anche la sua sfera privata. Significa che tu stessa hai trovato sfogo e completezza nel ritrovarti in lei? Questo è un punto importante e ti ringrazio per aver sollevato la questione. Dobbiamo innanzitutto precisare che La Guerrera non sono io: è fondamentale mantenere un distacco con i miei personaggi, perché se sconfinassero troppo nella mia autobiografia rischierei di perderne il controllo e di contaminarli con quei sentimenti del quotidiano che, se in piccole dosi sono benefici all’atto creativo, in grandi dosi lo ammorbano. Ciò non toglie che abbia spruzzato un pizzico di me in lei, un certo modo di osservare la vita, un certo disgusto di fronte ad alcune meschinità, la tendenza all’incontro tellurico: ballo, musica, sensi, patatine. Fatto tutto questo bel preambolo, riconosco che però hai ragione: nonostante io prenda le distanze, grazie a questa antieroina non proprio sovrapponibile a me, ho trovato completezza. Non chiedermi perché, perché non saprei risponderti, del resto certe alchimie non si prestano alla decifrazione. Elisa Guerra è una ragazza normale. Studentessa, salta da un lavoro all'altro. La precarietà del mondo, le problematiche dell'oggi, spesso la sommergono. E lei si arrabbia e se ne rammarica, pur non rimanendo mai con le mani nelle mani. I tuoi romanzi assumono spesso la forma di romanzi sociali, 'politicamente' rilevanti e socialmente significativi. Un'impresa importante, già propria dei maestri noir alla Carlotto. Quanto pesa la realtà sui tuoi plot e quanto il condizionamento letterario dei 'maestri'?


Molto. I maestri sono stati basilari (e tu citi Carlotto, un caposaldo per me) così come è imprescindibile dalla storia – nel caso di questa trilogia – il nesso con la realtà circostante. L’attualità della Guerrera si può riassumere nella parola “disillusione”: lei è spaesata e disincantata quanto al lavoro, alla vita, alla comunione con l’altro (eccezion fatta per l’unica amica con cui riesce a legare, Catalina). La situazione professionale riflette quella di molti giovani e non più giovani d’oggi: incertezza, precariato, disoccupazione. Idem quella economica: lei deve fare i conti con i pochissimi soldi che riesce a guadagnare, in nero per giunta, e a malapena sopravvive. In un momento storico e sociale così critico come il nostro, per me era importante trattare queste problematiche che ho vissuto in prima persona (ad oggi, sono ancora un’insegnante precaria), ma al di là dell’esperienza personale, era importante parlarne perché avrei considerato la trilogia incompleta se calata in una realtà asettica. Non mi interessava un romanzo dove i problemi ruotassero attorno a un male fasullo o un moralismo asettico. La Guerrera e Dante, una vita (e tre libri) di citazioni, odio e amore. Qual è il punto di contatto? Diversi. Un’etica molto simile, nonostante le discrepanze. La stessa indignazione verso le ingiustizie, lo stesso anelito verso il sublime. Poi lui rappresenta per lei la figura paterna che le è mancata fin da piccola, quindi lo ascolta, riceve volentieri le pacche sulla spalla o i rimproveri che le arrivano quando richiama alla mente i versi della Commedia. Incensiamoci, Qualcuno dice che hai creato uno dei personaggi noir più originali della letteratura italiana. Chi o che cosa, invece, è per te la Guerrera? Per me è una donna coraggiosa nonostante i suoi limiti – un caratteraccio e un’inclinazione sregolata ai vizi -, una che raggira le perdizioni, frequenta i bassifondi ma ogni tanto alza il viso al cielo, una che si sa difendere nonostante l’apparenza, che si struscia con individui poco raccomandabili, ma poi non si innamora di nessuno di loro. Una che rischia la vita per difendere un oppresso e comunque crede nell’uguaglianza – o nella democrazia, che poi il presupposto paritario è lo stesso – e si incazza perché ora vacilla. Quanto riscatto di genere nei tuoi romanzi. Nel senso, la Guerrera è una donna a tutto tondo, strutturalmente attraente, fortissima,


emotiva, risolutrice, che sovverte una marea d luoghi comuni sulla storia del gentil sesso... Grazie per questa tua osservazione. Quando sento questi commenti, capisco che il personaggio non è stato frainteso. L’intento era appunto sovvertire: non è una femme fatale, non rispecchia gli stereotipi del genere né fisicamente né caratterialmente. E’ la prima a non piegarsi ai luoghi comuni dell’immagine, però è l’ultima delle dannate. Una cosa che mi piace moltissimo di lei è che mi stupisce sempre: anche se credo di conoscerla e di poterla indirizzare non è mai prevedibile per me, nemmeno nell’immaginazione. Spesso, ci hanno insegnato, forse erroneamente, che la nicchia noir è a tutto vantaggio maschile. Oggi, al contrario, le donne sono le principali lettrici del genere. E poi c'è anche la Guerrera che rischia di assurgere nel cielo dei protagonisti del noir. Rivoluzione? Non lo so. Oggi di rivoluzioni c’è un grande bisogno. Ma più che nel noir, nel nostro paese.

Marilù Oliva e Macondo Città dei Libri


ARTICOLO: AGATHA & WILLY Anche chi non ha grande dimestichezza con le statistiche a sfondo libresco saprà che Agatha Christie e William Shakespeare incontrastati le classifiche degli autori più venduti e tradotti nella storia della letteratura mondiale. Il dato ha la sua importanza e meriterebbe una lunga riflessione; ciò che desideriamo approfondire in questa sede, tuttavia, è il legame che intercorre fra questi due autentici campioni della parola scritta. Un legame profondo che va ben al di là dei primati condivisi. Apparentemente lontani – come può una scrittrice di romanzi polizieschi, per quanto talentuosa e insolitamente prolifica, eguagliare in popolarità e successi il figlio più illustre di Stratford-upon-Avon? – i due hanno una gran quantità di cose in comune. Un primo punto di contatto è di ordine generale e attiene alla scelta delle tematiche narrative: William Shakespeare è stato un insuperabile autore noir, thriller e pulp – pulp, sì, avete capito bene: rileggetelo con attenzione e senza pregiudizi e vi sembrerà che Quentin Tarantino ci sia andato con la mano leggera! – , e chiunque voglia cimentarsi in questi generi letterari si trova, in un certo senso, a dover raccogliere un testimone. Un testimone che scotta, sia ben chiaro: il drammaturgo inglese ha sondato ogni terreno e indagato ogni singola sfumatura dell’animo umano (tradimen-


ti, incesti, giochi di potere, veleni misteriosi, vendette, duelli e loschi usurai… ammettiamolo, aveva pensato praticamente a tutto!), e lo ha fatto da par suo, coniugando profondità e bellezza in un linguaggio universale. In altri termini, e più concretamente, Shakespeare rappresenta in letteratura ciò che Stanley Kubrick è per il cinema: un punto di riferimento imprescindibile, il genio allo stato puro in grado di mettere un punto a ogni percorso narrativo (difficile girare un film di fantascienza, dopo “2001 Odissea nello spazio”, e chi sceglie di farlo non potrà in alcun modo ignorare la lezione del Maestro). Guardando più specificatamente ai contenuti, un’attenta analisi comparata finisce col rivelare che vi è molto Shakespeare, in Agatha Christie, così come vi è molta “crime fiction” ante litteram nell’opera del Bardo… “Sad Cypress” (titolo originale de “La parola alla difesa”), ad esempio, rimanda a una canzone contenuta nella quarta scena del secondo atto de “La dodicesima notte”: Come away, come away death, And in sad cypress let me be laid. Fie away, fie away breath, I am slain by a fair cruel maid: My shroud of white, stuck all with yew, O prepare it. My part of death no one so true Did share it. Analogamente, “Taken at the Flood” (“Alla deriva”) ci riporta al quarto atto di Giulio Cesare: There is a tide in the affairs of men, Which, taken at the flood, leads on to fortune; Omitted, all the voyage of their life Is bound in shallows and in miseries. On such a full sea are we now afloat, And we must take the current when it serves,


Or lose our ventures. Nelle umane vicende è una corrente che, seguita, conduce alla fortuna; abbandonata, il corso della vita alla deriva va, miseramente. Nel mare aperto tale legge dura: o tener la corrente e navigare, o perdere ventura. Negli Stati Uniti il romanzo è stato pubblicato con il titolo “There is a tide”, che come si vede riprende l’incipit del primo verso. I versi immortali del Bardo di Stratford-upon-Avon corrono dunque sotto la pelle dell’opera agathiana. All’elenco dei titoli di matrice scespiriana si aggiungono “Trappola per topi”, la mitica commedia poliziesca rappresentata ininterrottamente dal 1952, che cita un verso di “Amleto”… RE: Come si chiama il dramma? AMLETO: La trappola per topi. E che tropo, per la Madonna! Il dramma riproduce un omicidio compiuto a Vienna – Gonzago è il nome del duca, sua moglie è Baptista – lo vedrete subito. E’ una gran canagliata ma che importa? Vostra Maestà e tutti noi che abbiamo la coscienza pulita, non ci tocca. Scalci la rozza piena di guidaleschi, il nostro garrese è intatto. (“Amleto”: atto III, scena II) … e “Sento i pollici che prudono”, titolo di un bel romanzo del 1968 con Tommy e Tuppence Beresford, che riprende l’esclamazione di una strega all'approssimarsi di Re Macbeth:


By the pricking of my thumbs, Something wicked this way comes, Open, locks, whoever knocks! Sento i pollici che prudono, certo arriva qualche infame, Apriti, catenaccio, a chiunque venga! (“Macbeth”: atto IV, scena I) Anche nei romanzi che potremmo definire “bianchi” (forse non tutti sanno che la Regina del Giallo ha pubblicato ben sei romanzi sentimentali utilizzando lo pseudonimo di Mary Westmacott), l’eco del Bardo non tarda a farsi sentire: “Absent in the Spring” (opera del 1944, edita in Italia con il titolo "Il deserto del cuore") ci riporta infatti al bellissimo Sonetto 98: From you have I been absent in the spring, When proud pied April, dressed in all his trim, Hath put a spirit of youth in every thing, That heavy Saturn laughed and leapt with him. Yet nor the lays of birds, nor the sweet smell Of different flowers on odour and in hue, Could make me any summer’s story tell, Or from their proud lap pluck them where they grew: Nor did I wonder at the lily’s white, Nor praise the deep vermilion in the rose; They were but sweet, but figures of delight, Drawn after you, you pattern of all those. Yet seemed it winter still, and you away, As with your shadow I with these did play. T’ero lontano in primavera, quando il superbo Aprile altero, vestito a festa instillava la giovinezza in ogni cosa,


e con lui Saturno, il greve, rideva e saltava. Ma non i canti d’uccelli, né il profumo dolce di fiori diversi in odore e colore, m’ispiravano racconti d’estate, o a raccoglierne i bocci dal loro grembo rigoglioso. Non mi fece meraviglia il bianco del giglio, né celebrai il vermiglio profondo nella rosa; erano solo dolcezze, figure di delizia, ritratte dopo di te, prendendoti a modello. Però sembrava ancora inverno, così lontani, e giocai con ombre che di te eran l’ombra. “Era il libro che avrei sempre voluto scrivere”, confesserà Dame Agatha nella sua autobiografia, “che mi sembrava di avere in mente da sempre. (…) per una volta, scrivere era stato facile (lo completò in tre giorni!, n.d.R.) e l’unico sforzo compiuto era stato solo di tipo fisico. Nell’insieme è stata un’esperienza gratificante. Intitolai il libro “Absent in the spring” dal sonetto di Shakespeare che comincia con questo verso From you have I been absent in the spring. Naturalmente non sapevo come fosse, magari era stupido, scritto male e pieno di altri difetti, ma era scritto con integrità, con sincerità come l’avevo voluto scrivere e questa è la gioia più grande che un autore possa provare”. Il punto è che la Regina del Giallo amava Shakespeare, e non esitava a chiamarlo in causa: i titoli summenzionati rappresentano innanzitutto un attestato di stima nei confronti del grande drammaturgo. Riguardo all’approccio con i grandi classici della letteratura, del resto, Dame Agatha aveva le idee chiare: “Non c’è errore più grande che sentir parlare o vedere determinate cose nel momento sbagliato. Shakespeare, per esempio, è un capitolo chiuso per tutti quelli che sono stati obbligati a studiarlo a scuola; l’unico modo serio per accostarvisi, invece, è quello di vederlo rappresentato in palcoscenico, la sede naturale per cui Shakespeare ha scritto. E’ l’unico sistema, tra l'altro, per apprezzarlo anche da giovani, molto tempo prima di essere in grado di penetrare la bellezza delle parole e della poesia. Quando mio nipote Mathew aveva circa undici o dodici anni, lo portai a vedere “Macbeth” e “Le allegre comari di Windsor” a Stratford. Le apprezzò entrambe, ma un suo commento mi giunse inaspettato. Mentre


uscivamo, mi si rivolse con aria intimidita, dicendomi: Sai, non avrei mai pensato che fosse Shakespeare se non l’avessi saputo prima. Voleva chiaramente essere una testimonianza di stima verso Shakespeare e come tale la presi.” (Agatha Christie: “La mia vita”, 1978). In determinati casi l’opera del Bardo finisce addirittura col diventare parte integrante dell’intreccio; si veda, ad esempio, “Sipario – L’ultima avventura di Poirot”: scritto durante la seconda guerra mondiale e pubblicato nel 1975, il romanzo ruota intorno a una misteriosa serie di omicidi commessi “per interposta persona” da un novello Iago, e le vicende dell’“Otello” costituiscono un indizio fondamentale ai fini della risoluzione dell’enigma. E’ “Macbeth”, tuttavia, la più sanguinaria e marcatamente noir fra le tragedie scespiriane, a fare la parte del leone: oltre alla citazione in “Sento i pollici che prudono”, di cui si è detto, la parabola degli usurpatori del trono di Scozia fa capolino in diversi romanzi agathiani: ne “Il Natale di Poirot”, la dolce Lydia Lee fa il verso a Lady Macbeth e diviene, per un istante, una immensa eroina tragica… chi lo avrebbe detto, che il vecchio avesse tanto sangue?, si lascia infatti sfuggire contemplando il cadavere dell’odiato suocero. Ancora: in “Macabro quiz”, una delle più brillanti studentesse del collegio femminile di Meadowbank tratteggia così le due figure più ambiziose e diaboliche del mondo letterario: “Macbeth … era attirato dall'idea del delitto, e ci aveva pen-


sato parecchio, ma aveva bisogno di una spinta per agire. Lady Macbeth era avida e ambiziosa. A lei non interessava come ottenere quel che voleva, ma una volta arrivata al suo scopo si accorgeva che, in fin dei conti, non ne era valsa la pena”. In “Un cavallo per la strega”, Mark Easterbrook e Hermia Radcliffe assistono a una rappresentazione del Macbeth all’Old Vic ed ecco il sagace commento della ragazza: “Nella scena col dottore, dopo quella di Lady Macbeth sonnambula, Non sai curare, tu, una mente inferma, (l’attore protagonista, n.d.R.) ha reso evidente ciò a cui non avevo mai pensato prima, e cioè che in realtà, con quelle parole, Macbeth ordinava al dottore di uccidergli la moglie. Eppure, lui l’amava. Non nascondeva mai la sua lotta fra la paura e l’amore. Quel più in là avresti dovuto morire è stata la battuta più impressionante che io abbia mai sentito”. Inoltre al Cavallo Pallido, l’antica locanda di Much Deeping, dimorano tre “streghe” appassionate di magia nera che avrebbero colmato d’inquietudine lo stesso tiranno di Scozia… E se “Poirot e la strage degli innocenti” ci regala un insolito binomio criminale – Lady Macbeth e Narciso – , in “Poirot e la salma” l’alibi di uno dei personaggi comincia a scricchiolare pericolosamente allorché si profila all’orizzonte la sagoma di Yggdrasil, l’albero della vita nella mitologia scandinava (le streghe del Macbeth rappresentano le Norne, ovvero le Sorelle Fatali che tessono le trame del mondo alle radici dell’albero cosmico). Viene da domandarsi se un legame così profondo possa varcare, in qualche modo, i confini della letteratura… Ebbene: un altro albero della vita fornisce una risposta davvero interessante: l’Albero Genealogico.


Articolo originariamente postato su: http://unostudioingiallo.blogspot.it

Simona Tassara


ARTICOLO: HOLMES E SHERLOCK: DALLA CARTA ALLA BBC – Prima Parte

La serie televisiva Sherlock prodotta dalla BBC nel 2010, creata da Moffat e Gatiss, getta una luce nuova sulle storie di Sir Arthur Conan Doyle. I romanzi e i racconti che costruiscono Sherlock Holmes vengono riprodotti nei particolari, tanto rivolgersi soprattutto gli appassionati. La premessa perturbante: l’ambientazione. Sherlock viene strappato dal contesto della Londra vittoriana per essere innestato nel ventunesimo secolo. Si tratta di una scommessa audace – e riuscitissima.


E si incarna alla perfezione nei vivi cambiamenti che subisce il carattere dei personaggi, pur rimanendo fedele all’originale. In particolare per quanto riguarda la relazione tra Sherlock Holmes e John Watson. Nella produzione letteraria, capiamo subito, attraverso gli occhi di Watson, che Holmes è un tipo eccentrico. A leggere oggi viene forse da sorridere, ma per l'epoca si trattava già di un personaggio di molto fuori dai canoni, nonostante il suo essere inappuntabile: scapolo impenitente, ma non donnaiolo; misogino eppure gentleman; e certo fin troppo confidente nel proprio intelletto. Poi, tutte le punte di eccentricità che Watson scopre convivendoci. Il disordine, i picchi di eccitazione e di depressione durante le indagini e i momenti di stallo. Perfino la tossicodipendenza - andava di cocaina che all'epoca non era così severamente condannata, ma il dottore sa che non essere affatto una buona abitudine Al contrario, Watson è il gentiluomo temperato, inserito nel proprio ambiente. Con la sua discrezione è il compagno ideale dell'intemperante Holmes. Doyle definisce questo legame senza spendere fiumi di parole, ma sotto la cortese maschera vittoriana cela sfumature molto moderne. Il dottore è un uomo modesto e pragmatico (e molto intelligente, semplicemente non geniale). Soprattutto, però, è curioso e il compagno è una riserva infinita di novità. Nonostante le differenze caratteriali, per lui vale la pena apprendere e farsi coinvolgere. Spende molto del suo tempo a descrivere le abitudini di Holmes, per esempio. Si lancia in incisi sull’amico, sul suo modo di fare e di vivere, di lavorare, sul suo atipico e brillante modo di ragionare. Tratta anche dei difetti, che lo irritano, ma che è incline ad accettare benevolmente. Quasi con paternalismo. Holmes è un uomo indipendente e, anche se ama lavorare da solo, i casi con Watson si dimostrano i più divertenti. Glieli sottopone a sua discrezione, sapendo che il dottore vorrà tuffarcisi con lui, curioso com’è. In Watson apprezza questo: l’uomo ancorato a una vita quotidiana solida, ma che non rifiuta l’avventura, che ama immergersi nel mistero. Questo, per Holmes, è tutto: fa sì che non rinchiuda Watson tra le persone ottuse.


Tutto questo non è oggetto dei romanzi né dei racconti, ma da essi la relazione di Sherlok Holmes e John Watson emerge come una della amicizie più solide raccontate nella letteratura. La loro situazione si inscrive in quella tipica della fine del diciannovesimo secolo, specie a Londra: il bachelorism. Ecco che ricchi amici scapoli spesso vanno a vivere insieme, in attesa di sistemazione o quant'altro. Quando Watson effettivamente si sistema, ne Il Segno dei Quattro, con la signorina Morstan – una donna adorabile: di classe, dolce, di buona famiglia, molto affettuosa con lui – Holmes reagisce con una risata. Offeso, Watson gli chiede se la sua scelta non sia per caso biasimabile. "Bene, questa è la fine del nostro piccolo dramma" osservai dopo che eravamo rimasti seduti per un po' a fumare in silenzio. "Temo che questa sia l'ultima investigazione che mi offra l'opportunità di studiare i suoi metodi. La signorina Morstan mi ha fatto l'onore di accettarmi come futuro marito." Holmes ebbe un gemito di sconforto. "Era ciò che temevo" disse. "Non posso davvero congratularmi con lei." Ci rimasi un po' male. "Ha qualche motivo per disapprovare la mia scelta?" chiesi. "No di certo. La ritengo una delle giovani donne più affascinanti che io abbia mai incontrato e ci sarebbe stata utilissima nel nostro lavoro. Sotto questo aspetto, è decisamente un genio; guardi come, fra tutte le carte del padre, ha conservato la mappa di Agra. Ma l'amore è un'emozione, e tutto ciò che è un'emozione contrasta con la fredda logica che io pongo al di sopra di tutto. Personalmente, non mi sposerei mai per non offuscare la mia capacità di giudizio." "Mi auguro" risposi ridendo, "che il mio giudizio resisterà alla prova. Ma lei ha l'aria stanca." "Sì, è la reazione. Per una settimana mi sentirò come uno straccio." “È strano" osservai, "che quei periodi che in un'altra persona chiamerei di pigrizia, in lei si alternino a periodi di straordinaria energia ed attività." "Già" rispose "ho tutti i numeri per essere un campione di pigrizia o attività frenetica.” Holmes, si diceva, è un educatissimo misogino e la vita matrimoniale gli sarebbe solo d'impiccio. È una considerazione piuttosto lucida e tranquilla.


L'unica donna che riesce a spiccare tra le altre è Irene Adler. Watson si chiede se sia amore, ma ne dubita. Solo, Irene riesce nell’epica impresa di acquistare prestigio agli occhi di Holmes. Anche il matrimonio di Watson (nel bene e nel male) tuttavia scivolerà sul suo rapporto con Sherlock come acqua fresca. La vita matrimoniale del dottore finisce per dimostrarsi irrilevante. Come queste caratteristiche si ripercuotano in un’ambientazione moderna è la sfida che lancia la BBC. Ma per esaminarla non si può precludersi queste premesse.

Scilla Bonfiglioli


ARTICOLO: QUANDO IL DUCE DECISE PER L’AUTARCHIA DEL POLIZIESCO. Premessa: Questo articolo non ha alcuna connotazione ideologica o politica. E’ solo un approfondimento su un aspetto della storia del romanzo poliziesco italiano. Correva l’anno 1929. L’anno dei patti Lateranensi (concordato tra chiesa e stato italiano), della crisi economica mondiale e della scoperta della penicillina. E, per gli amanti del poliziesco, l’anno in cui la casa editrice milanese Mondadori diede alle stampe la serie di “libri gialli”. I primi numeri della serie presentavano esclusivamente autori stranieri, di origine anglo-americana. Nomi come AgathaCrhistie, SS Van Dine e Ellery Queen divennero presto famosi tra i lettori italiani che si avvicinavano a quel genere conosciuto come “detective story”. Il successo di pubblico dei “Gialli Mondadori” (ormai considerati dai lettori come sinonimo di letteratura poliziesca) spinse diverse case editrici a pubblicare romanzi a carattere poliziesco e d’intrigo, sia come pubblicazioni a sé stanti sia in dispense su riviste (caratteristica ereditata dal feuilleton di fine ‘800). Sull’esempio della Mondadori, le case editrici dovettero pubblicare vicende tradotte dall’estero, poiché non esisteva ancora in Italia una “scuola” di autori di romanzi polizieschi vera e propria. In un primo tempo il regime fascista tollerò la presenza sul mercato e il relativo successo di pubblico dei romanzi gialli. Le storie proposte provenivano dall’estero, dunque non intaccavano la “salute” della società italiana, i delitti erano sempre di matrice soggettiva e avevano un


finale consolatorio, nel quale il bene trionfava sul male e la vita ritornava sui binari della rettitudine. Può sembrare curioso che il regime dovesse approvare la pubblicazione di un genere letterario ma bisogna inquadrare la questione all’interno dell’epoca nella quale affiora. Siamo nel pieno del “Ventennio”, il periodo della fascistizzazione della società italiana, della ricerca del consenso, del dopolavoro fascista, dei “balilla” e delle “figlie della lupa”. E’ l’epoca delle veline del Duce, ovvero delle disposizioni da parte del Ministero della Cultura Popolare (il MilCulPop), che tendevano a censire e calmierare le notizie da pubblicare. E’ il momento in cui, nelle redazioni dei quotidiani italiani, giungono rettifiche del tipo “Si fa assoluto divieto di pubblicare fotografie di carattere sentimentale e commovente di soldati in partenza, che salutano i loro cari” oppure “Vietato pubblicare le fotografie di Carnera a terra.” Il fulmineo successo del romanzo poliziesco diede vita al nucleo primigenio del “giallo all’italiana”, che vedeva in scrittori come De Angelis o D’Errico le cosiddette punte di diamante. Gli editori furono molto intelligenti nel comprendere che il pubblico italiano aveva voglia di leggere storie scritte da autori italiani e nel valorizzare di conseguenza gli autori di casa nostra. Molte riviste poliziesche dell’epoca presero a titolare le proprie uscite con strilli esagerati e di chiaro stampo di regime, come “Oggi dieci racconti polizieschi da mozzare il fiato, di cui ben otto di autori italiani di autarchica capacità di scrittura”. Il giallo, come qualunque prodotto nazionale dopo le sanzioni internazionali applicati all’Italia in seguito all’invasione dell’Abissina, doveva essere di chiaro stampo autarchico, ovvero creato e pensato da scrittori italiani. Ovviamente non era possibile scrivere romanzi ambientati in Italia, pena la censura e il ritiro dell’opera. De Angelis ambientava le


proprie opere in alberghi, case di moda, appartamenti signorili di chiara ispirazione estera, utilizzando nomi di origine anglosassone. Anche il giovane Scerbanenco, per evitare d’incappare nelle reti dell’Ovra (la polizia politica fascista), dovette inventare il personaggio di Arthur Jelling, investigatore dilettante e archivista della polizia di Boston, città di cui Scerbanenco ci da una descrizione approssimativa e alquanto fantasiosa. Perché dunque questa “schizofrenia” del regime fascista nei confronti del poliziesco italiano? La valorizzazione di autori italiani ma l’assoluto divieto di narrare vicende legate all’Italia? In quel periodo era in atto un profondo condizionamento della società italiana da parte del regime, che mirava all’ottenimento del consenso totale da parte di ogni ramo dell’opinione pubblica italiana. L’immagine del Duce Benito Mussolini come “padre della nazione”, uno statista che dedica anima e corpo alla salvaguardia della nazione e della sua integrità, passava anche attraverso il convincimento che l’Italia fosse un paese “sano”, dove era impensabile che avvenissero delitti, suicidi o fatti di sangue. Quindi il romanzo poliziesco, che trattava tematiche criminali e violente, perse la sua caratteristica di “intrattenitore delle masse”, finendo per diventare un pericoloso strumento corruttore dei principi della moralità comune e della gioventù, che il regime voleva “aitante, energica, pura e senza paura”. Il passo dalla “tolleranza” all’antipatia aperta fino alla guerra al poliziesco fu breve e non certo indolore.


ARTICOLO: I GIALLI MONDADORI Correva l’anno 1929. Mussolini e il cardinale Gasparri firmavano i Patti Lateranensi, nascevano personaggi divenuti leggendari come Braccio di Ferro e Tintin e Fleming scopriva la penicillina. Era l’anno della grande depressione, del crollo di Wall Street e della devastante crisi economica. La casa editrice Mondadori, presieduta dal fondatore Arnoldo, diede il via alla pubblicazione di una collana di romanzi dedicati alle tematiche del mistero e del poliziesco. Esordì con “La strana morte del signor Benson” di SS Van Dine, creatore del detective PhiloVance. Il libro costava 5,5 lire in libreria e 2 lire nelle versioni economiche per le edicole. Fu un successo. Il fiuto imprenditoriale di Mondadori, che seppe “leggere” i gusti dei lettori italiani dell’epoca, diede vita alla più prolifica collana di misteri della storia italiana. I romanzi erano resi immediatamente riconoscibili dal colore della copertina. Quel giallo così intenso che finì per definire la collana: i gialli Mondadori. E il termine “giallo” entrò nel linguaggio comune italiano, divenendo non solo sinonimo bensì la definizione ufficiale per i romanzi polizieschi. In realtà non è assolutamente vero, come si crede, che solo in Italia esista questa peculiarità. Alcuni testi polizieschi anglosassoni dell’ottocento infatti, parlano di libri misteriosi, i cosiddetti “yellow books”. In nessun altro luogo, comunque, la definizione di “giallo”, divenne così importante come da noi.


I romanzi proposti dalla Mondadori con cadenza settimanale (poi divenuta quindicinale), rispecchiavano i gusti (e le imposizioni governative) dell’epoca: autori stranieri, storie di enigmi, omicidi inspiegabili risolti soltanto grazie all’abilità dell’inves-tigatore, solitamente dilettante. Oltre al già citato SS Van Dine, vennero proposte le opere di Agatha Christie, Raymond Chandler, George Simenon, Erley Stanley Gardner. In un’unica collana, il lettore italiano, potè incontrare personaggi del calibro di PhiloVance, Hercule Poirot, Philip Marlowe, il commissario Maigret e Parry Mason. Un sogno dunque, per il popolo di appassionati del genere poliziesco che proprio si andrà a creare in quegli anni. Direttore storico della collana fu Alberto Tedeschi, che ne aggiustò il calibro e lo adattò al mercato, rendendo i gialli uno dei più grandi successi editoriali della storia del nostro paese. Fino al 1931 le opere pubblicate furono interamente straniere. Poi venne lanciato sul mercato “Lla gatta persiana”, del ligure AlessandroVaraldo. Timidamente anche i primi autori italiani cominciarono ad affacciarsi sul mondo del poliziesco. Ovviamente straniero, poichè il governo fascista vietava che le opere fossero ambientate in Italia, poichè “nel nostro paese certe cose non succedono”. Nomi come D’Errico, De Angelis e un giovane Scerbanenco, cominciaro-


no a circolare negli ambienti noir italiani, con i loro lavori di dubbia ambientazione ma contraddistinti da una superba caratterizzazione dei personaggi. Nel 1941 il MinCulPop, il Ministero della Cultura Popolare, ne vietò la pubblicazione, vedendo nei gialli dei “corruttori della moralità italica”. A nulla servirono le assurde leggi repressive fasciste. Il dado era stato tratto ed era nato il “giallo” italiano, con una folta schiera di lettori da una parte e un manipolo di ottimi autori dall’altra, che avrebbero risollevato le sorti del noir nostrano nel secondo dopoguerra.

Articoli di Omar Gatti, già pubblicati su Noir Italiano. http://noiritaliano.wordpress.com/


ARTICOLO: MANIFESTO IDEOLOGICO DEL PULP - PARTE TERZA Sono nel mio ufficio e prego di non dover uscire per le prossime ore. La pioggia batte contro la finestra e il colore del cielo ricorda la pelle di un alcolizzato morto da tre giorni. Una mosca mi ronza intorno, fingo di ignorarla e sfilo l’ultima sigaretta dal pacchetto. Muovo gli occhi in cerca dell’accendino. Non lo trovo e mastico una bestemmia. Qualcuno bussa alla porta. “È aperto” borbotto. L’uscio si spalanca e la copia di Charles Bukowski entra nella stanza. “Sei tu l’esperto di pulp?” Incastro il mento nel palmo e osservo il tizio che ho davanti. Indossa una maglietta macchiata e un paio di jeans stracciati. “Hai d’accendere?” gli chiedo. Bukowski sbatte le palpebre senza capire. Gli mostro la sigaretta e lui annuisce. Mi allunga uno Zippo con tre lettere sulla cover: F.T.W. Fuck The World? For The Win? Fuck The What? Sbuffo una nuvola di fumo. “Come posso aiutarti?” “In giro si dice che ti dai arie da scrittore.” Gli mostro il dito medio. “Confermo.” “Bene, perché ho una storia da raccontarti” dice e occupa l’unica sedia a disposizione. Prendo il mio bloc-notes. “Comincia, sono tutto orecchie.” “Prima offrimi qualcosa da bere, ho la gola secca.” Allargo le braccia. “Mi hai scambiato per un cazzo di cameriere?” Charles socchiude le palpebre senza staccarmi gli occhi di dosso. “In giro si dice che sei una gran testa di cazzo.” Gli mostro ancora una volta il dito medio. Cambio solo mano. “Confermo.” Si schiarisce la voce. “Sono nato il 16 agosto del 1920 in Germania e sono morto il 9 marzo 1994 a San Pedro. Nel corso della mia vita ho scritto sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia di poesie.”


Schiaccio la cicca nel posacenere. “Lasciami indovinare: sei morto di leucemia poco dopo aver completato il tuo ultimo romanzo, Pulp.” La brutta copia di Henry Charles Bukowski sorride e annuisce. “Vedo che sai chi sono.” “Cosa ci fai qui?” “Te l’ho detto, ho una storia da raccontarti.” Guardo l’orologio appeso alla parete e sbuffo. “Allora vediamo di muoverci, tra un paio d’ore dovrebbe arrivare Burroughs e non voglio farlo aspettare.”

Andrea Mariani Ossarotte http://www.facebook.com/#!/andrea.marianiossarotte


ARTICOLO: IL FUTURO, L’IGNOTO, IL TERRORE: LE DISTOPIE Cinquant'anni a partire da oggi, cinquanta brevi anni in un tempo relativamente prossimo. Molti si chiedono cosa potremmo aspettarci, quali sviluppi tecnologici, quali innovazioni in grado di modificare per sempre la nostra vita. La fantascienza ha sempre affascinato inventori e sognatori d'ogni nazionalità, li ha resi sognatori, ci ha permesso – in qualche modo – di progredire ben più rapidamente di quanto avremmo mai immaginato. Progettisti, informatici, architetti, hanno improvvisamente imparato a spalancare gli occhi con lo stupore dei bambini, meravigliare il mondo con idee sempre nuove. Il futuro non è mai stato tanto roseo. Così nasce l'idea di una base sulla luna, stazioni orbitanti, viaggi nello spazio profondo per l'esplorazione dell'ultima frontiera o la scoperta di non essere più soli; mire espansionistiche e fiducia riescono a rendere il presente meno insopportabile. Esistono però delle persone che hanno saputo guardare ben oltre il fascino delle promesse, ben oltre l'apparente benessere donatoci dalla scienza e dall'evoluzione. Esistono delle persone che hanno immaginato un futuro sconcertante, crudo, freddo, privo della bellezza e della fiducia che in esso avevamo riposto. Distopia, termine utilizzato come antitesi del concetto di utopia: una società indesiderata, temuta, spesso soggetta a totalitarismi esasperati in maniera – purtroppo – sempre più plausibile. Nel 1879 Jules Verne scrive un romanzo che intitola I cinquecento milioni della Bégum (les 500 millions de la Bégum): due uomini, un medico francese ed uno scienziato tedesco, ricevono in eredità da una parente in comune la stessa somma di denaro che utilizzano per creare le città che hanno sempre desiderato. Il medico francese costruisce una società basata sulla ricerca ed il progresso, la sua controparte tedesca invece si concentra sullo sviluppo industriale e militare. Inutile dire che il racconto arrivi, ad un certo punto, ad un inevitabile tentativo di guerra per imporre il proprio dominio l'uno sull'altro.


Potremmo tirare un sospiro di sollievo se considerassimo il tutto come mera fantascienza: armi di distruzione di massa concepite nel 1879, semplici fantasie di uno scrittore che aveva saputo immaginare ben oltre i canoni imposti dall'epoca. Ma possiamo ancora essere sorridere ai maldestri tentativi che herr Schultze compie per distruggere il parente francese? Alcuni nostri familiari hanno ancora vividi ricordi di Hiroshima e Nagasaki, altri potrebbero aver persino sentito la notizia della fine del conflitto mondiale. Alla fine del XIX secolo Hiroshima e Nagasaki sarebbe stata pura e semplice fantascienza, la bomba atomica una tecnologia plausibile ma non ancora scoperta. E se invece avessimo potuto, due secoli fa, conos-cerne il funzionamento, la costruzione e gli effetti collaterali? Se avessimo esattamente saputo quali effetti ne sarebbero derivati, un romanzo sulle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki sarebbe ancora stato considerato un romanzo fantascientifico o qualcosa di più, qualcosa di terribile ed angosciante e, al tempo stesso, inevitabile? Nel 1949 viene pubblicato, da George Orwell, uno dei più grandi esempi di distopia nella letteratura del ventesimo secolo: 1984 (nineteen eighty-four). L'ambientazione è quella di un mondo compromesso dalle guerre nucleari e dalla dittatura di un leader irraggiungibile chiamato “il Grande Fratello” (traduzione del termine Big Brother che, in realtà, dovrebbe essere più simile al significato di Fratello Maggiore). Il concetto


di libertà è stato completamente stravolto, essa viene infatti paragonata alla schiavitù; le persone vivono al di sotto delle loro possibilità in una società governata dall'IngSoc (il Socialismo Inglese) che, come unico obiettivo, ha quello di rendere i membri del Partito uguali gli uni agli altri. Al di sotto di essi i Prolet, uomini e donne senza diritti o assistenza, braccia per i lavori più faticosi. Altro lato importante del romanzo di Orwell è, senza alcun dubbio, la totale perdita della privacy: ogni membro del partito veniva osservato attraverso dei televisori-telecamere, installati nelle abitazioni e nelle piazze, impossibili da spegnere. Era questo il modo più rapido per fare propaganda. Guardandoci attorno oggi possiamo capire quanto i timori di Orwell fossero fondati: veniamo costantemente sorvegliati, fermi ai semafori, mentre utilizziamo un bancomat, persino quando facciamo la spesa; la TV, sempre più presente, non fa altro che propinarci idee non nostre, costringendoci ad agire – molto spesso – contro le nostre convinzioni. Uno scenario simile viene riproposto, a partire dal 2008, da Suzanne Collins nella sua trilogia intitolata “Hunger Games”. L'America Settentrionale è stata suddivisa in dodici distretti, ognuno più povero dell'altro. Anche qui il governo non è altro che un regime totalitario che sacrifica in una gara all'ultimo sangue, ogni anno, ventiquattro giovani provenienti dai dodici distretti – dai dodici ai diciotto anni – promettendo spettacolo ai ricchi e bizzarri abitanti di Capitol City. Durante le settimane degli Hunger Games gli studenti hanno la possibilità di tornare a casa in anticipo per assistere alle trasmissioni della giornata; i concorrenti vengono costantemente ripresi da numerose telecamere nascoste nell'arena, giorno e notte, finché il bagno di sangue non è concluso ed un solo ragazzo ne esce vincitore.


Questi tre scenari appena descritti, così come in “Figli degli uomini” (Children of men) di P.D. James, del 1991, dove veniva ipotizzata una generale e definitiva sterilità a partire dal 1995, si trovano improvvisamente in bilico tra ciò che riteniamo essere pura e semplice fantascienza e ciò che, invece, potrebbe un giorno essere tanto plausibile quanto i viaggi sulla Luna o l'esplorazione di Marte. Dicono che si possano evitare certi errori studiando il passato. Se dessimo una possibilità anche alla letteratura magari potremmo, un giorno, davvero declassare le distopie al reparto “fantascientifico”. Christine Amberpit


ARTICOLO: ALL’OMBRA DEI GIGANTI Puntata numero 1 “Se vuoi imparare a scrivere, leggi leggi e poi ancora leggi”. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere? Continuamente. È così noi, appena riposta la penna o spento il computer, giù a leggere. Giusto? Come no, ci mancherebbe altro. Tuttavia, il più delle volte, il piacere e l'esercizio della lettura avvengono (almeno nel caso del sottoscritto) senza particolare metodo: ci buttiamo dalla prima all'ultima pagina godendoci la trama, i personaggi, il ritmo e lo stile, e quasi mai teniamo traccia dei passaggi, delle frasi che più ci hanno colpito o deluso (confesso di odiare i libri scarabocchiati). Più di una volta mi son trovato, alla fine di un'appassionata lettura, a chiedermi: che bilancio posso tirarne? Cosa ho appreso? Cosa mi è rimasto? Di tutte quelle belle parole allineate, separate da punti virgole e spazi, quante ne potrei utilizzare (o evitare) nella mia prossima impresa letteraria? L'occasione di questo gradito spazio, vorrei dedicarla a coinvolgere qualche distratto viaggiatore nell'impresa di carpire preziosi segreti ai grandi maestri del thriller. I giganti, appunto. Tenteremo di introdurci nelle loro dimore letterarie e di appropriarci di qualche piccolo (o grande, dipenderà dalla fortuna) trucco del mestiere, e così affinare i nostri sensi nella ricerca di ciò che più toglie il sonno ai nostri bravi lettori. Che ne dite? Può interessare? A chi non fosse già passato all'articolo successivo, direi di mettersi delle scarpe comode, abiti scuri e di seguirmi senza fare troppo rumore. Non ci metteremo molto. Per quello che mi sono promesso di fare non servirà affrontare tomi eccessivamente lunghi e impegnativi. Non avremmo neppure lo spazio tra queste poche pagine di riportare tutte le scoperte che vi potremmo fare. Vedremo, allora, di concentrarci su tagli più modesti, novelle e racconti tanto per essere chiari. Il primo scantinato nel quale introdurci nottetempo, sarà quello della dimora del Re dei Maestri. Ho scelto The Gingerbread Girl (La ragazza di pan di zenzero), novella del 2007 di Stephen King, poco più di cento pagine, tradotta in italiano con il titolo 'Torno a prenderti'.


Non ne farò la recensione, non dirò se mi è piaciuta o meno, né le affibbierò un punteggio. Non è lo scopo di questa rubrica. Quello che siamo venuti a fare qui sotto, al crepuscolo, armati di una piccola torcia a dinamo e di un taccuino nero, è il furto di oggetti preziosi. Saremo veloci, agili e spietati. Pronti? Dunque, dalla quarta di copertina apprendiamo che Emily per superare il dolore per la perdita della figlia, si è rifugiata in un disabitato luogo di villeggiatura. Un giorno mentre fa jogging lancia uno sguardo incauto al bagagliaio dell'auto del vicino, e si risveglia saldamente legata nella cucina di lui, in procinto di essere torturata e fatta a pezzi come la vittima che aveva casualmente adocchiato. Immobilizzata e indifesa, senza nessuno che possa sentirla nel raggio di chilometri, Emily tenta disperatamente di escogitare un piano prima che il mostro torni a prenderla. La trama è pressappoco tutta qui. Per i pochi che non l'avessero ancora letta non svelerò il finale. Seguitemi. Facciamo piano. Avanziamo guardinghi, spiamo negli anfratti, tra le ante scricchiolanti di armadi polverosi, rovistiamo nelle cassapanche, nei cassetti sghembi, sotto teli, cartoni e tappeti. Venite, in silenzio, guardate, ascoltate, annusate. Oh, eccoli, finalmente. Non indugiamo, alla svelta infiliamo tutto nel fondo delle nostre capienti sacche. Ora, tranquilli, respirate, smaltite l'adrenalina, sdraiatevi sul divano, sorseggiate del buon tè (o qualsiasi altra cosa di vostro gusto) e avvicinate la lampada per fare un poco di luce. Ecco il nostro meritato bottino. Reperto numero uno: la forza delle metafore. A pagina ventuno King ci insegna a rappresentare l'indicibile. Dovendolo fare come potremmo descrivere il cadavere di una neonata morta nel sonno? Quali immagine sarebbe più efficace? Beh, cosa meglio del dire che appariva nera come una fragola marcia? Ne avete mai vista una? Provate a immaginarmi la testa di una bambola senza vita ridotta a ciuffi di muffa nerastri. Io l'ho fatto. Per due giorni non sono riuscito a togliermi quell'immagine dagli occhi. Terrificante. Reperto numero due: l'ordinario che diventa incubo e ossessione. Nelle case di villeggiatura non è vi nulla di più scontato che trovare un orologio a muro con le batterie esauste. La protagonista ne ha uno davanti agli occhi per tutto il tempo che rimane legata alla sedia. Segna le


nove e un quarto. King ce lo ripete ossessivamente. La donna sa che il suo tempo sta per finire, che la belva tornerà a minuti, eppure sono sempre le nove e un quarto. Le nove e un quarto. Niente male, direi. Reperto numero tre: le paure infantili sono le più terrificanti. A King piace usare e abusare dei bambini e delle loro paure. Qui non si risparmia il divertimento. Prima di tutto, la vicenda avviene in quella che la donna ha soprannominato la Casamatta, una delle attrazioni più gettonate nei luna park. La donna, poi, ritorna continuamente ai ricordi d'infanzia. King ce la raffigura come una bambina minacciata dall'orco cattivo, dall'uomo nero. Dalla paura Emily si piscia addosso, il suo carceriere si definisce 'papà Jim', le chiede se vuole giocare con lui, la chiama Lady Jane... Basta? Reperto numero quattro: il mostro deve essere avvolto nell'ombra. L'uomo nero non ha tratti definiti, è solo un'ombra, non lo riconosceremmo incrociandolo per strada. Che sia cattivo, oltre che per il cadavere visto nel suo bagagliaio, lo intuiamo da soli due improvvisi scatti d'ira, tra frasi per lo più ordinarie, al limite infarcite da ironica galanteria, briciole di sarcasmo. Fischietta Oh Susanna... Solo due volte Emily lo fa veramente arrabbiare, e lui perde il controllo, rivelando la follia che gli ribolle dentro: “Oh, maledetta stronza rompicoglioni”, “Oh, maledetta troia fottuta.” Che dire? Non possiamo che farci i complimenti! Direi che per centocinque pagine, la nostra refurtiva è più che soddisfacente. Non siete d'accordo con me? Godiamocela fino alla prossima avventura! Samuel Giorgi


ARTICOLO: DOCUMENTAZIONE SULLA PISTOLA PER NARRATIVA CRIME La pistola, si sa, è l’arma più utilizzata nell’ambiente criminale. Di conseguenza, viene menzionata molto spesso in quel tipo di narrativa che può essere indicata con l’etichetta “crime”. Avendo riscontrato con una certa frequenza errori banali riguardo le pistole e il loro funzionamento, ho deciso di scrivere delle note esplicative sulla base di quanto conosco per passione personale. Non essendo né un tiratore né un esperto di armi, mi limito a quel che so. Vi assicuro, in ogni caso, che le informazioni che seguono sono (seppur basilari) corrette.

Automatica o semiautomatica? Quante volte ci è capitato di leggere frasi come “il killer estrasse la sua grossa semiautomatica e fece fuoco…”, o anche “impugnò la pesante automatica con entrambe le mani e fece fuoco tre volte, uccidendo l’uomo…” ? Molte, direi. Automatica e semiautomatica sono termini che spesso vengono usati in narrativa come sinonimo di pistola, per evitare ridondanze. Ma come tutte le parole hanno un loro significato preciso. Eccolo: Automatica: Si definisce automatica un’arma da fuoco che non necessita della pressione del grilletto per esplodere ogni singolo colpo. In pratica, tenendo premuto il grilletto, l’arma spara tutti i proiettili che ha in caricatore. Semiautomatica: Si definisce semiautomatica un’arma da fuoco che necessita della pressione del grilletto per esplodere ogni singolo colpo. In pratica, per sparare tre colpi devi premere tre volte il grilletto, e se lo tieni premuto non parte nessuna raffica.


Ora, ditemi: l’automatica vi ricorda un mitra? Sì. Bene, avete vinto un mappamondo (cit.), ma soprattutto avete capito che la pistola automatica non è altro che un’arma che ha la forma di una pistola e può sparare raffiche come un mitra. Esempi: Beretta 93R e Glock G18 (immagine di lato). Ritornando alle frasi di cui sopra, vi accorgerete che, mentre la prima è corretta, la seconda è probabilmente sbagliata, poiché l’automatica spara a raffica ed è difficile sapere quanti colpi si è sparato. Ci sono anche automatiche a fuoco selettivo, che permettono cioè di settare l’arma sia sul fuoco semiauto che su quello auto, come la G18 di cui sopra. Ma se la cosiddetta automatica in quel romanzo viene usata sempre come una semiauto, perché non mettere una semiautomatica? Ammazza quanto spari! A volte gli eroi dei romanzi che leggiamo/scriviamo si trovano in mezzo a dei conflitti a fuoco, e lì tocca sparare. Ma se il nostro eroe ha un bel revolver .45, che è un’arma sempre di moda e oggettivamente bella e potente, non potete fargli sparare più dei sei colpi contenuti nel tamburo senza che perda del tempo a ricaricare! Non sarebbe male avere in mente bene che modello di pistola usa il nostro e informarsi sul numero di proiettili contenuti nel caricatore.


L’arma si è inceppata! Un altro classico è l’inceppamento dell’arma. Un trucchetto narrativo che crea una certa suspense, certo, ma che va usato con cognizione di causa. Le pistole si inceppano. I revolver no, motivo per cui sono stati usati a lungo dalla polizia americana ben dopo l’invenzione della cosiddetta “pistola a caricatore”. Se volete che il revolver non spari al momento giusto, potete sfruttare due cose: - il numero limitato di proiettili presente in un tamburo. - il fatto che un revolver, se cade violentemente, tende ad aprirsi, ovvero il tamburo esce di lato come quando si carica e di conseguenza i proiettili rischiano di cadere. Io consiglio la seconda, perché la prima può essere usata solo se chi usa il revolver non sa quanti colpi ha a disposizione (esempio: l’ha preso da terra o dalle mani di uno che ha ucciso e non ha avuto il tempo di controllare il tamburo). Direi che abbiamo toccato i tre problemi più frequenti. Buona scrittura!

Aniello Troiano


INTERVISTA AD ANGELO PETRELLA Aniello Troiano: Ciao Angelo, benvenuto su Fralerighe! Spero che la rivista sia di tuo gradimento… Angelo Petrella: Molto. E grazie per l’invito a esser qui. 1) AT: Per prima cosa, ti chiedo di presentarti brevemente ai nostri lettori. Chi sei, che fai, cosa hai fatto… AP: Angelo Petrella, scrittore. Ho pubblicato quattro romanzi, alcuni dei quali trasportati variamente a teatro e tradotti anche in Francia e Germania. Scrivo per il cinema e la tv, ho pubblicato poesie e saggi di carattere scientifico su riviste e antologie, sono laureato in Lettere Moderne e Dottore in Letteratura Italiana. E, cosa più importante, sono momentaneamente in cerca di occupazione per questioni di sopravvivenza.

2) AT: Quali sono le tue influenze letterarie (ma non solo: anche cinematografiche e di altre forme d’arte, se ci sono)? Il tuo autore preferito? AP: E’ difficile dirlo, ogni periodo ha le sue. Quando scrivevo La città perfetta avevo in mente il rap italiano, i 99 Posse, gli Assalti Frontali e leggevo assiduamente James Ellroy, mio autore preferito in assoluto


2) AT: Quali sono le tue influenze letterarie (ma non solo: anche cinematografiche e di altre forme d’arte, se ci sono)? Il tuo autore preferito? AP: E’ difficile dirlo, ogni periodo ha le sue. Quando scrivevo La città perfetta avevo in mente il rap italiano, i 99 Posse, gli Assalti Frontali e leggevo assiduamente James Ellroy, mio autore preferito in assoluto (accanto a Bret Easton Ellis, Irvine Welsh, Robert Littel e Nanni Balestrini). Per Le api randage sono andato un po’ più dietro... direi l’Oliver Stone di Wall Street (1987) e soprattutto Eschilo, citati per altro in epigrafe.

3) AT: Le api randage: un romanzo poderoso. Quanto tempo ci hai messo per scriverlo? Quando e da cosa è nata l’idea per questo romanzo? AP: Volevo scrivere un romanzo sulle difficoltà dei rapporti tra padri e figli, direi quasi tragiche. Su quelle che vedo, su quelle che ho vissuto, soprattutto. Ho impiegato circa nove mesi per scalettare il romanzo, e un altro anno e mezzo per scriverlo. E’ stato il lavoro più intenso che abbia mai fatto, in tutti i sensi. 4) AT: Alcuni personaggi minori sono figure pubbliche della nostra storia recente. Alcuni hanno nomi corrispondenti alla realtà, altri no, ma ricordano in modo nitido personaggi reali. A cosa è dovuta questa scelta? AP: La Storia è fatta di tante storie: ma per essere raccontata necessita di demoni, ossessioni, ambizioni. In una parola, di personaggi “tipici” che se ne facciano portatori: per questo i miei vari Raul, Matteo, Ma-


AP: Tutti... e nessuno. 6) AT: Un personaggio de “Le api randage” che hai amato, uno che hai odiato e uno per cui hai avuto pena. AP: Tutto cambia tra la seconda e la prima parte, e i ruoli si ribaltano. Così come i miei sentimenti per i miei personaggi. Messina è furbo, Raul e Matteo sono presi dalle loro ossessioni. Diciamo che Manuel è quello più simile a me, e mi ingenera compassione. 7) AT: Stessa domanda, per tre personaggi non tuoi, e possibilmente di dominio pubblico (esempio: Robin Hood, Cenerentola e Gatto Silvestro). AP: Amo Stephen King. Detesto Augusto Pinochet. Provo pena (mista ad amore) per Joseph K. 8) AT: Raccontare Napoli e l’Italia attraverso Tangentopoli, e non attraverso i giorni nostri. Perché? Tu che ricordi hai di quel periodo storico? AP: Ricordo che alcuni dei miei compagni di scuola non venivano a scuola per giorni. Poi i loro cognomi apparivano sui giornali. Tangentopoli è il momento in cui la storia della nostra nazione si è fermata, si è bloccata e da allora non riesce più a progredire. 9) AT: Hai studiato lettere e hai lavorato in ambito accademico. Cosa ne pensi del rapporto tra l’accademia e la cultura, la letteratura, vive e pulsanti frutto dei nostri giorni? Pensi che ci sia un rapporto, o che l’accademia sia chiusa nell’autocompiacimento polveroso di sé e dei propri punti fermi? AP: Penso che ci siano molte intelligenze frustrate in ambito accademico. Penso che ci sia assoluta incomunicabilità tra l’accademia e il mondo letterario contemporaneo. Ma, cosa ancora più grave, penso che i critici e anche molti degli scrittori vivano in circoli chiusi e abbiano paura di qualsiasi novità.


10) AT: Un classico che hai odiato e un classico che hai amato. AP: Difficile odiare i classici... Diciamo che I fratelli Karamazov per me è IL classico. E che l’Ulisse andrebbe letto non in traduzione. 11) AT: Stesso per dei film “classici” o must che dir si voglia. AP: Quelli che rivedo più spesso e ritengo imprescindibili: Citizen Kane di Orson Welles, L’angelo sterminatore di Luis Bunuel e The departed di Martin Scorsese. 12) AT: Secondo te, il panorama letterario/narrativo dei nostri giorni, com’è? In cosa è forte e in cosa è debole? AP: Ci sono così tanti buoni scrittori e così tanti cattivi scrittori che è difficile tracciare un profilo o sintetizzare. Secondo me molti libri spacciati per commerciali sono in realtà ottima letteratura: e tanti autori già canonizzati invece non valgono granché.


13) AT: Propositi letterari per il 2013? AP: Iniziare un nuovo romanzo. E sceglierne una, tra le tante idee che ho... AT: Ti ringrazio per averci concesso quest’intervista. Buone cose a te e al tuo romanzo. Ciao! AP: Grazie a te per avermi dedicato del tempo. E buona lettura de Le api randage a tutti!

Angelo Petrella e Aniello Troiano


PROMOZIONE EMERGENTI: CHE MUSICA ASCOLTI – GIANCARLO VITAGLIANO Titolo: Che musica ascolti Autore: Giancarlo Vitagliano Editore: Photocity Edizioni Prezzo: €12.00 Quarta di copertina: Ercole Borghi è un uomo tranquillo: la sua vita scorre tra il lavoro di casellante di una stazione autostradale e le serate in casa con la moglie. Ma la sua serenità dura poco, perché alcune vicende giungono a minarla: l'azienda per la quale lavora ha deciso di modernizzarsi e quindi di liberarsi delle spese che ritiene superflue. Ed Ercole rientra tra queste. Inoltre Michele, il suo unico figlio, da giorni non dà più notizie. Infine una donna, che passa ogni sera per il casello, inizia a comportarsi in modo davvero strano. Ma, soprattutto, smette di ascoltare la sua cantante storica, preferendole musica di tutt'altro tipo. E questo preoccupa molto il nostro protagonista. Sì, perché Ercole Borghi ha una sola, grande passione: la musica. Che può rivelarsi una passione pericolosa, quando ti spinge a curiosare nella vita degli altri. Fino a scoprire, tuo malgrado, che proprio dietro quelle note si sta consumando un delitto tanto efferato quanto inaspettato. La musica che ascolti può salvarti la vita. O ucciderti.


JODI – FABIO MONTEDURO Titolo: Jodi Autore: Fabio Monteduro Editore: A.Car Edizioni Prezzo: 12 euro Anno di pubblicazione: 2010 Quarta di copertina: Conosciamo davvero chi abbiamo accanto? Siamo certi che le persone che ci sono vicine siano davvero chi dicono di essere o che noi crediamo esse siano? Basta un attimo, una leggera spinta del destino e tutto ciò che è chiaro e crediamo assodato, diventa improvvisamente indecifrabile.

Il sito dell’autore: (www.montedurofabio.altervista.org)


OCCHI VIOLA – FABIO MUNDADORI Titolo: Occhi Viola Autore: Fabio Mundadori Editore: EGO Edizioni Prezzo:8 € Quarta di copertina: Cosa c’entra un’antica chiesa sconsacrata con una casa di cura di prossima demolizione? Ed insieme cosa hanno a che fare con un dipinto e l’antica famiglia di possidenti terrieri che lo conserva? E perché una setta che si fa chiamare “I Legati di Satana” dovrebbe temere un ragazzino tanto da volerlo uccidere? Queste le domande alle quali è chiamato a dare risposta il commissario Sammarchi. Catapultato dalla grande città in un piccolo paese di campagna, per risolvere un apparentemente semplice caso di omicidio, il poliziotto si troverà invece a districare una matassa di eventi che si snoda lungo l’arco di molti anni. Affiancato dal tenente Musolesi, ufficiale a capo della locale caserma dei carabinieri, Sammarchi dovrà rimettere a posto i tasselli di una vicenda nella quale niente è davvero come sembra e dove ogni pista porta a Viola, la misteriosa ragazza del dipinto, morta cinque anni prima in circostanze mai chiarite e che sembra tornata dall’oltretomba proprio per vendicare la propria scomparsa. Il tutto sotto l’onnipresente sguardo dei Palmieri: la ricca famiglia che, guidata dal vecchio Emiliano, da decenni esercita il proprio potere su tutto il territorio circostante. Tra colpi di scena provenienti dal passato e inaspettate alleanze offerte dal presente, Sammarchi giungerà a una doppia soluzione, che ribadirà ancora una volta quanto nella vita nessuno è mai completamente innocente.


LA STRETTA DEL LUPO – FRANCESCA BATTISTELLA Titolo: La stretta del lupo Autore: Francesca Battistella Editore: Scrittura & Scritture Prezzo: 14,50 € Quarta di copertina: L’ estate è alle porte con i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Tutti si apprestano a vivere la bella stagione. Sul Lago D’Orta, Teresa è alle prese con i lavori alla villa, mentre Niki è immersa nei preparativi delle mostre d’arte nella sua galleria. A Massa Lubrense, invece, Alfredo riceve una telefonata inattesa. Il clima sereno e vacanziero viene però sconvolto da uno strano omicidio che fa riaffiorare casi sapientemente insabbiati. Un assassino seriale è tornato ad uccidere sulle sponde del lago. La ricerca dell’S.I. richiede l’intervento di Costanza Ravizza, una delle prime profiler italiane. Costanza opera alla sua maniera, altro che profiler di Criminal Minds! avvalendosi anche di chi ha uno speciale dono nel capire l’animo umano. A complicare tutto, i tormenti dell’erudito professor Barberis, la gelosia di Esterina, la bella titolare del bar ristorante Ai Due Santi, i serpeggianti pettegolezzi su Alberto, l’affascinante medico, il passato misterioso di Claudio, raffinato intenditore di arte contemporanea. Un gustoso e vivace giallo con personaggi esilaranti e oscuri, contornato da cene frizzanti, vernissage e gare di catamarani che non farà rimpiangere lo stile, a tratti sornione e placidamente divertito, dell’autrice del fortunato Re di bastoni, in piedi.


L’OMBRA DEL BOSCO SCARNO – MASSIMO ROSSI Titolo: L’ombra del bosco scarno Autore: Massimo Rossi Editore: Scrittura & Scritture Prezzo: 15,50 € Quarta di copertina: L’ombra del bosco scarno è un thriller psicologico macchiato di noir. L’atmosfera inquietante di una vallata alpina isolata e la suspense della storia ricordano Shining di King. Nella comunità di San Mathias il male sembra essere più forte degli uomini… La tranquillità degli abitanti della valle di Stille, un altopiano isolato e di difficile accesso, è stata turbata. Qualcuno ha violato una delle regole millenarie del Metodo imposto dal fondatore san Mathias. Il parroco don Basilius, guida spirituale dei valligiani, è preoccupato: un pericolo sconosciuto sta per abbattersi sulla comunità. Come se non bastasse, un bambino scompare misteriosamente nel bosco. Qualcuno lo riporterà a casa apparentemente in buone condizioni ma ostaggio di un mutismo che sembra essere senza via di uscita. Cosa è successo nel buio di quel bosco? Il bambino si è solo perso o qualcuno lo ha rapito? I suoi occhi hanno forse visto qualcosa che doveva rimanere nell’ombra? Indizi e sospetti si stringono intorno a una vecchia auto e al maso Becker, proprietà di un famoso e piuttosto eccentrico stilista svizzero. La psicologa Helena, una ex poliziotta scelta per il recupero del piccolo, con pazienza traccia un percorso nelle indagini mettendo a nudo lati oscuri del luogo e dei suoi abitanti, segreti inimmaginabili. Tutto e tutti possono essere il contrario di quello che sembrano.


FLORENT COUAO-ZOTTI – NON STA AL PORCO DIRE CHE L’OVILE E’ SPORCO Titolo: Non sta al porco dire che l’ovile è sporco Autore: Florent Couao-Zotti Editore: 66htand2nd Prezzo: 15,00 € Quarta di copertina: Cotonou, Benin, un’interminabile notte di pioggia. Il corpo di Saadath, bellissima squillo di lusso, viene ritrovato senza vita e orribilmente mutilato. Sulla scena del crimine accorrono il commissario Santos e l’ispettore Kakanakou, incaricati delle indagini. In cima alla lista dei sospetti c’è Smaïn, noto uomo d’affari libanese stabilitosi in Benin, che fa parte di una rete internazionale di trafficanti di droga e gode di importanti protezioni politiche. L’inchiesta conduce a una valigetta piena di cocaina purissima che Saadath aveva incautamente rubato, e che la sua amica Sylvana, detta «la Tigre», vorrebbe scambiare con un bel po’ di denaro. La caccia all’assassino – e alla valigetta – da parte di Santos e Kakanakou è complicata dalla presenza di una terza prostituta, Rockya, e di un investigatore privato che ha più di un conto in sospeso con l’ispettore Kakanakou, sullo sfondo di una delle più grandi metropoli africane abitata da una popolazione in continuo conflitto tra la tradizione e il richiamo irresistibile di denaro e progresso. Tra colpi di scena e inseguimenti, tra baraccopoli e strade allagate di una città corrotta e caotica, Couao-Zotti dà vita a una galleria di personaggi a tratti caricaturali – nella tradizione del noir classico come della più recente letteratura pulp –, contaminando la sua scrittura dotta con espressioni gergali beninesi, perché, come lui stesso dichiara, «lo scrittore è un produttore di emozioni che il suo ambiente gli ha comunicato».


EDIZIONI E/O ROBERTO RICCARDI – UNDERCOVER In libreria dal 24 ottobre Autore: Roberto Riccardi Titolo: Undercover Pagine: 224 Prezzo: 16 € Trama: Rocco Liguori e Nino Calabrò crescono insieme in un paesino dell’Aspromonte, ma presto prenderanno strade diverse. Agente undercover della Direzione antidroga il primo, esponente di spicco di una ’ndrina dedita al traffico degli stupefacenti il secondo. L’Onorata Società e lo Stato, il coltello e la chiave. Fra loro, sette tonnellate di cocaina in viaggio dall’America latina verso l’Italia e la misteriosa scomparsa di un agente infiltrato, un’affascinante trafficante colombiana e un generale messicano passato nelle file degli Zetas. Una storia che trascina il lettore nella vita senza respiro degli agenti sotto copertura, uomini sul filo del rasoio in missione dietro le linee del campo nemico. Un romanzo dal ritmo incessante, scritto con il realismo di una vita vissuta sul campo.


PAOLO FOSCHI – IL CASTIGO DI ATTILA In libreria dal 24 ottobre Autore: Paolo Foschi Titolo: Il castigo di Attila Pagine: 176 Prezzo: 13 € Trama: Subito dopo il successo della Roma in Champions League contro il Liverpool, il portiere Rocco Graziano viene trovato in fin di vita nella propria villa alle porte della Capitale. Chi è stato a ridurre così il calciatore, e perché? Gelosia? Droga? Scommesse? Tutte le piste sono aperte. L’inchiesta è affidata al commissario Igor Attila, ex pugile medaglia d’argento alle Olimpiadi di Seul del 1988, con un passato di frustrazioni sportive e una dolorosa delusione amorosa alle spalle, ma tutt’altro che arreso al destino. Al suo comando, gli agenti della Sezione Crimini Sportivi: la più sgangherata delle squadre di polizia composta da piccoli truffatori, traffichini e sfaticati. Presto le indagini metteranno a nudo la doppia vita del calciatore: infaticabile atleta di giorno, frequentatore di locali equivoci e amicizie pericolose di notte. Fra veline e buttafuori, politici e camorristi, ultrà e calciatori, l’indagine del commissario Attila farà luce sui legami pericolosi fra sport, denaro, e potere.


REVOLVER BD RAY BANKS – I LUPI In libreria dal 18 ottobre Autore: Ray Banks Titolo: I lupi Pagine: 224 Prezzo: 12,50 € Trama: Cobb è un bullo, un criminale di mezza tacca; Farrell, invece, da quando si è innamorato di Nora, ha deciso di entrare nel giro che conta. Ma quando una mattina si sveglia e scopre che Nora lo ha lasciato, portandosi via i soldi, la cocaina e la sua giacca preferita, si rivolge a Cobb per andarla a cercare. I due la troveranno abbastanza in fretta. Morta. Da quel momento tutte le loro certezze saltano: perché da cacciatori diventano prede, perché si rendono conto di essere stati attirati in un gioco più grande di loro, perché anche se sono dei duri c’è un gangster psicopatico e sanguinario che ha più di un motivo per toglierli di mezzo. Autore scozzese di culto. Ray Banks sfodera uno stile anfetaminico e spettacolare, trasformando una storia di vendetta in una corsa al massacro in cui i protagonisti sono pronti a sbranarsi tra di loro.


TIM WILLOCKS – RE MACCHIATI DI SANGUE In libreria dall’11 ottobre Autore: Tim Willocks Titolo: Re macchiati di sangue Pagine: 432 Prezzo: 14,50 € Trama: Clarence Jefferson è un ex capitano di polizia scomparso, forse morto. Il suo unico lascito sono due valigie piene di documenti in grado di inchiodare tutti i potenti corrotti della Louisiana: politici, avvocati, industriali, re che si sono macchiati di crimini inenarrabili e del sangue delle loro vittime. Un testamento che intreccia i destini di Lena Parillaud, ricca vedova con più di uno scheletro nell’armadio e Cicero Grimes, psichiatra dall’anima spezzata. I due si troveranno coinvolti in una doppia corsa contro il tempo. Sulle loro tracce ci sono mariti assetati di vendetta, giudici corrotti, mercenari cubani, e tycoon della finanza: tutti con ottimi motivi per mettere le mani sul tesoro di Jefferson. In un romanzo intriso di una luce demoniaca, caratterizzato da uno stile letterario superbo e da una trama complessa e di abbacinante bellezza, Tim Willocks canta il sangue delle vittime e l’odio atavico degli uomini.


MARINA MARAZZA – MISERERE In libreria dal 25 ottobre Autore: Marina Marazza Titolo: Miserere Pagine: 320 Prezzo: 14,00 € Trama: Nella Milano del Seicento sbranata dalla peste si consuma la vendetta esemplare di Alma, figlia della relazione proibita fra Virginia de Leyva, monaca di Monza, e Giampaolo Osio, signore di Usmate, scannato come un cane nelle cantine di un traditore. Cercando la propria vendetta fra torture e mutilazioni, orge di violenza e roghi, Alma conoscerà un uomo giusto e coraggioso con cui, forse, trovare un po’ di pace. Un uomo che nasconde un terribile segreto. Una storia di vendetta che è riflessione sul senso dell’ineluttabile, del destino già scritto. Personaggi di fantasia e superbe figure storiche si alternano nella Milano descritta da Alessandro Manzoni, illuminata dalla luce sanguinaria di una scrittura violenta e cinematografica. Il risultato è un rovente ibrido fra crime e romanzo storico, un libro nuovo nel suo genere.


FANUCCI – TIMECRIME DAVID BALDUCCI – L’INNOCENTE In libreria dal 25 ottobre Autore: Davi Balducci Titolo: L’innocente Pagine: 544 Prezzo: 16.90€ Trama: L’ultimo incarico che gli è stato commissionato non è andato liscio come al solito: la donna che avrebbe dovuto ammazzare aveva accanto a sé un bambino, un imprevisto che Will Robie di certo non si aspettava. Ma si può uccidere una madre davanti agli occhi del figlio? E cosa accade quando nella propria onorata carriera di killer si apre una crepa, e la sola punizione possibile è la morte? Robie non ha il tempo di chiederselo, la sola cosa che conta è far perdere le sue tracce. Potrebbe farcela, è scaltro, rapido, invisibile: ma quando la più impensabile delle compagne di fuga, una quattordicenne fragile e geniale, gli si mette alle costole, il suo percorso prenderà direzioni cui non aveva mai pensato prima...


NORA ROBERTS – IL TESTIMONE In libreria dal 25 ottobre Autore: Nora Roberts Titolo: Il testimone Pagine: 576 Prezzo: 16.90€ Trama: Chicago, 2000. La sedicenne Elizabeth Fitch è dotata di un’intelligenza superiore alla media e si attiene scrupolosamente alla rigida tabella di marcia ideata per lei dalla madre. Finché un giorno decide di trasgredire le regole: si ubriaca in un locale notturno e si lascia trascinare in una villa sulla Lake Shore da un seducente uomo dall’accento russo. Ma lì assiste a qualcosa che non doveva vedere e che cambierà radicalmente la sua vita. Arkansas, 2012. Abigail Lowery vive in una piccola città abbarbicata tra le montagne della regione degli Ozark. Nella sua casa tra i boschi, progetta sofisticati sistemi di sicurezza, e i suoi unici compagni sono un cane feroce e un vasto assortimento di armi da fuoco. Conduce un’esistenza appartata, parla poco e non racconta mai nulla di sé. La sola presenza che tollera è quella del commissario di polizia Brooks Gleason, affascinato dalla sua natura solitaria. Gleason è il solo che abbia intuito il bisogno di protezione di Abigail, anche se non immagina che le sue difese servano a nascondere una storia che un giorno, fatalmente, dovrà essere rivelata...


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Rivista Fralerighe CRIME N.5