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ANNO IX - NUMERO 18 - DICEMBRE 2020

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Il Paese

Notiziario di Tavernerio

“Presepe”, opera di Elia Molteni (particolare)

Passioni

La parola passione proviene dal latino “passio”, a sua volta derivato dal verbo “patior”, che significa “sopportare, patire”. Nei Vangeli la parola “passione” (in lingua greca “pathos”) appare come identificazione del martirio di Gesù e diventerà uno dei simboli della predicazione cristiana. Già agli albori della nostra letteratura, importanti autori come Dante e Jacopone da Todi la utilizzano nei loro scritti. Nella cultura medievale il significato principale di “passione” è quello di sofferenza del corpo, tormento fisico, stigmatizzato tramite la narrazione evangelica. Nei trattati di medicina antica si parla di passione del fegato, o passione dei denti, invece che di mal di fegato e mal di denti. Accanto al significato di sofferenza fisica si trova quello di sofferenza morale: la passione è un’emozione travolgente, a tal punto che arriva a dominare la volontà di chi la prova. Questo significato è giunto fino a noi con diverse sfumature. Chiamiamo infatti “passioni” sentimenti come l’amore, l’odio o la gelosia, sentimenti che a volte spingono chi ne è coinvolto ad agire di slancio, in modo incontrollato. Via via che ci si allontana dall’idea di incontrollabilità e sofferenza, la passione assume un significato più alto. È passione il trasporto totale per un’idea o un’opinione; la passione politica, ad esempio, è l’attaccamento alla propria idea, visto sia in positivo, come impegno e dedizione, sia in negativo, come mancanza di quel distacco critico che permette una visione chiara dei problemi e delle opinioni altrui. (Continua a pag. 3) Periodico distribuito gratuitamente - Anno IX - n. 18 - Dicembre 2020

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Commenti in redazione...

Ho detto agli altri membri del comitato di redazione: “Ragazzi (n.b.: siamo tutti over 50 a parte Angelica) anche questo numero è venuto davvero bene!” Ho fatto questa affermazione grazie a voi, che ci avete mandato e ci mandate i vostri articoli: storie intrise di passione, di sentimento, di vita vissuta, di quello che vi piace fare e vi riempie di grandi soddisfazioni. Spero che anche chi ci leggerà possa provare altrettanta emozione e possa lasciarsi trasportare dalla bellezza di questi racconti! Approfitto di questa pagina per rendere omaggio a un grande scrittore, pedagogista, giornalista e poeta italiano: Gianni Rodari. Nel sito – 100giannirodari.com – ci sono queste parole che ben descrivono il suo operato: “Nel 2020 ricorrono cent’anni dalla nascita di Gianni Rodari, un numero che lascia incredulo chi lo conosce attraverso i suoi libri. Perché da decenni essi raccontano ogni giorno una realtà sempre attuale, descrivono lucidamente sentimenti ancora veri e nella loro semplicità geniale ci fanno riconoscere. Sono insomma storie moderne incarnate in una forma ‘classica’: universale, eterna, perfetta.” E proprio con due sue filastrocche vi auguriamo un Natale e un Nuovo Anno carichi di speranza. Il direttore Sabrina Mantegazza e Il comitato di redazione IL PIANETA DEGLI ALBERI DI NATALE Filastrocca di Gianni Rodari Dove sono i bambini che non hanno l’albero di Natale con la neve d’argento, i lumini e i frutti di cioccolata? Presto, presto adunata, si va sul Pianeta degli alberi di natale, io so dove sta.Che strano, beato Pianeta… Qui è Natale ogni giorno. Ma guardatevi attorno: gli alberi della foresta, illuminati a festa, sono carichi di doni. Crescono sulle siepi i panettoni, i platani del viale sono platani di Natale. Perfino l’ortica, non punge mica, ma tiene su ogni foglia un campanello d’argento che si dondola al vento. In piazza c’è il mercato dei balocchi. Un mercato coi fiocchi, ad ogni banco lasceresti gli occhi. E non si paga niente, tutto gratis. Osservi, scegli, prendi e te ne vai. Anzi, anzi, il padrone ti fa l’inchino e dice: “Grazie assai, torni ancora domani, per favore: per me sarà un onore…

Che belle le vetrine senza vetri! Senza vetri, s’intende, così ciascuno prende quello che più gli piace: e non si passa mica alla cassa, perché la cassa non c’è. Un bel Pianeta davvero Anche se qualcuno insiste A dire che non esiste… Ebbene, se non esiste, esisterà: che differenza fa?

ANNO NUOVO Filastrocca di Gianni Rodari “Indovinami, Indovino, tu che leggi nel destino: l’anno nuovo come sarà? Bello, brutto o metà e metà?”. “Trovo stampato nei miei libroni che avrà di certo quattro stagioni, dodici mesi, ciascuno al suo posto, un Carnevale e un Ferragosto e il giorno dopo del lunedì sarà sempre un martedì. Di più per ora scritto non trovo nel destino dell’anno nuovo: per il resto anche quest’anno sarà come gli uomini lo faranno!”.

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Passioni

“Non esistono condizioni ideali in cui scrivere, studiare, lavorare o riflettere, ma è solo la volontà, la passione e la testardaggine a spingere un uomo a perseguire il proprio progetto.” Konrad Lorenz (zoologo ed etologo)

“Passione” è una parola straordinaria, poiché concentra in sé stessa l’universalità e l’inclusione. È alla portata di tutti, accompagna il nostro percorso di formazione sin dall’infanzia, senza lasciarci mai, costellando la nostra vita di motivazioni a perseguire i nostri ideali, di idee per passare il tempo libero e arricchirci da ogni punto di vista, sia sociale, sia umano, sia culturale, sia personale. Chiunque ha presente la sensazione di gioia e rapimento provata quando sente parlare di ciò che gli sta a cuore. Chi segue veramente le proprie passioni è contagioso: quando ne parla con gli altri lo fa con tale trasporto che li conquista con il suo entusiasmo. Fare qualcosa per passione significa farla spontaneamente e senza fini economici: chi studia, si allena, lavora con passione lo fa dedicandosi completamente a queste attività. Appassionarsi equivale a provare interesse, coinvolgimento, affina il senso di curiosità che porta alla scoperta. Ci si appassiona a uno sport, a un hobby, alla musica, al canto, all’arte… Chi ha delle passioni si pone degli obiettivi che gli daranno soddisfazioni, gli faranno assaporare l’impegno, lo spirito di sacrificio, il lottare per raggiungere un risultato. Coltivare una passione richiede tempo, energie, forza di volontà. Anche se l’etimologia di “passione”, dunque, si rifà alla sofferenza, è bello pensare che sia stata proprio la tenacia e la capacità di emozionarsi dell’uomo a conferire al termine il significato con cui è oggi più diffuso. Sabrina Mantegazza

“Le passioni sono grandi emozioni che scuotono la nostra vita, la catturano e la spingono verso mete meravigliose.” Emanuela Breda (scrittrice)

Il Paese Notiziario di Tavernerio Anno IX - Numero 18 Dicembre 2020 Direttore responsabile Sabrina Mantegazza Segretaria di redazione: Angelica Maesani

Comitato di Redazione: Giusi Giuliani Romano Meroni Giovanni Moiana Ermanno Trombetta Collaboratori esterni Sara Di Stefano Francesca Bianchi Stefania Riso Laura Tiburzi

Sul sito internet del Comune è disponibile la versione in digitale. www.comune.tavernerio. co.it. Chiuso in redazione il 5/12/2020 Sede: Comune di Tavernerio Registrato al Tribunale di Como col n.6/2012 Stampa: GRAFFIETTI STAMPATI S.n.c. S.S. Umbro Casentinese Km 4,500 - S.S. 71 01027 Montefiascone (Viterbo) - Italy Distribuito gratuitamente in n. 3.200 copie. In caso di mancato recapito segnalare al seguente indirizzo di posta elettronica: redazione.il paese@comune.tavernerio.co.it.

“I più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione.” Martha Graham (danzatrice e coreografa) “Finché si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo.” Cesare Pavese (scrittore, poeta, traduttore e critico letterario)

SOMMARIO

1 Passioni 2 Commenti in redazione... 42 Commenti “Ci si salvaine redazione si va avanti se si agisce insieme...” Un Natale senza Babbo Natale 5 Passioni, sostantivo plurale 6 Contenitori e contenuti 7 Raggi di luce 8 La Costituzione per i neo-diciottenni 9 Citazioni 10 Questi tempi difficili... 11 Amici del lunedì 12 Arte che passione 14 Un sentito arrivederci Riflessioni Aprimi il cuore 15 La solitudine E lasciate meditare! 16 Don Angelo Benzoni e l’hobby della rima 18 Volontariato! Che passione 20 Un bambino intelligente e curioso, una nipote adottata ed un nonno... E tu che hobby hai? 22 La mia passione per i lavori manuali 23 La mia passione? Il sorriso 24 A proposito di hobby 26 Certificazione di qualità per Villa Santa Maria 27 Tavarnee l’è propri un bel siit 28 “Giocare a scacchi è come essere sospinto fuori dal tempo” 29 Il mantello di San Martino 30 40 anni nei vasetti di Miele Gallo 31 Riparlando di derby 32 Io e la mia chitarra... una vita insieme 33 Il libro questo (s)conosciuto 34 Passioni e hobbies? 35 Lettera aperta al Covid 36 Due interviste non consuete 38 Sono io, Marianna 39 Poesia de Natal 2020 Il Paese 3

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AMMINISTRAZIONE

“Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno” Parto da questa celebre frase di Enrico Berlinguer per dare il mio contributo al notiziario comunale che scrivo a pochi giorni dall’inizio delle restrizioni attivate nei nostri territori per il contrasto dell’epidemia COVID-19. Mai come in questo tempo, il nostro senso di responsabilità è stato messo alla prova. Una responsabilità delle nostre azioni e comportamenti diversa da quella a cui eravamo abituati fino a pochi mesi fa, quando l’emergenza sanitaria ed economica che ci ha travolti ci ha costretti a mutare il nostro vivere quotidiano. Per la prima volta nella storia recente, ci è stato chiesto di rispettare delle regole non tanto per evitare delle sanzioni o preservare la nostra salute individuale ma per scongiurare degli eventi che rischiavano di mettere in pericolo intere comunità. Ci è stato chiesto di fare il possibile per evitare un collasso sanitario che avrebbe minacciato la vita degli anziani, delle persone più fragili o semplicemente di quelle persone che, per qualche motivo ancora sconosciuto, sono maggiormente colpite dalle conseguenze di questo tremendo virus. A qualcuno è stato chiesto di rispettare semplici regole, come indossare la mascherina, mantenere il distanziamento, lavarsi più spesso le mani. Ad altri è stato chiesto un sacrificio più grande: sospendere la propria attività lavorativa rischiando di rendere vani gli sforzi di una vita per creare il sostegno economico della propria famiglia. Sono state scelte complicate da accettare ma, salvo qualche sporadica protesta, tutti hanno “agito insieme” e con responsabilità, perché hanno capito quale fosse veramente la posta in gioco. È possibile riacquista-

Un Natale senza Babbo Natale Oggi, in questo giorno in cui sto scrivendo l’articolo, è uscito l’ennesimo Dpcm, quello del 25 ottobre, che nuovamente chiude i bar e i ristoranti alle 18, che sospende lo sport, che chiude i musei e i cinema, che sospende le attività dei centri ricreativi e sociali. Ho come la sensazione che questo sarà un Natale senza... Babbo Natale. Già, proprio quella sensazione che provano i genitori quando i propri figli smettono di crederci e capiscono che i regali arrivano da mamma e papà e tu avverti che il tempo passa inesorabile, che loro stanno crescendo e tu invecchiando. Diciamo che non è stata una sorpresa, si preannunciava una mini chiusura, ma in queste settimane non ho smesso di immaginare per i più piccoli degli eventi per Natale: le casette di legno, i cartoni animati in auditorium, le letterine...Invece, tra i timori per la pandemia e il nuovo lockdown, si annuncia un fine anno incerto. E così, oltre alla sagra di San Fereolo non fatta, alla

re la libertà, si può far ripartire un’attività o un’impresa, si può tornare a possedere, anche se con fatica, qualcosa che si è perso mentre la morte è definitiva. La morte toglie ogni progetto, la speranza di poter riabbracciare un proprio caro, di godere del suo sorriso e di una sua parola di conforto. Abbiamo imparato che la salute è un fatto sociale oltre che individuale. Ci è stato chiesto di prenderci cura della salute dell’altro. Ci sono immagini che sono diventate simbolo dell’emergenza Coronavirus: gli operatori sociali stremati dopo ore di lavoro, le città deserte, le serrande chiuse dei negozi. Ma ci sono anche state manifestazioni di vicinanza, unione e condivisione emotiva: concerti improvvisati sui balconi, i murales dedicati agli “angeli con il camice” e i disegni dei bambini, tutti con un messaggio di speranza: “andrà tutto bene”. Le mascherine e il distanziamento sono diventati la nostra nuova quotidianità. Abbiamo smesso di stringerci la mano, di abbracciarci. I momenti di socialità sono ridotti al minimo e in questa situazione alienante il mio ultimo pensiero va ai nostri ragazzi. Perché penso a quanto sia necessaria la socialità nel periodo dell’adolescenza e della giovinezza e quanto sia innaturale l’isolamento a cui sono costretti i nostri ragazzi. Perché l’esperienza della scuola, così fondamentale per la formazione di un individuo, dovrebbe avere la vicinanza dei compagni e degli insegnanti e non essere filtrata da uno schermo. Mi auguro che questo incubo possa finire al più presto, prima che i danni indiretti di questa emergenza siano troppo complessi da riparare, con la speranza che queste difficoltà possano rendere più forti i nostri ragazzi per affrontare le sfide del futuro. Mirko Paulon, Sindaco di Tavernerio Un augurio sincero affinché lo spirito del prossimo Natale possa alleviare le ansie e le paure di questi ultimi mesi e sia di buon auspicio per un 2021 pieno di fiducia e serenità. Che si possa tornare a godere delle piccole cose, granelli di una felicità che l’anima respira e grazie alla quale trova il coraggio di rinascere giorno dopo giorno. Il Sindaco e l’Amministrazione Comunale

Notte sotto le Stelle mancata o alla Castagnata non organizzata, forse non ci sarà nemmeno la consueta fiaccolata, o la quinta edizione della festa delle associazioni con i mercatini, ma io non smetterò di lasciare un bicchiere di latte e biscotti la notte del 24 come ho sempre fatto quando i miei figli erano piccoli, e alla Befana continuerò a riempire le loro calze con le caramelle, quindi tutti avvertiti... Babbo Natale, nonostante tutto, esiste e ritornerà presto! Oriana Molinaro Assessore alle Associazioni, Ambiente e Sport

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AMMINISTRAZIONE

Passioni, sostantivo plurale “Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora, che c’è di strano se nel mondo c’è uno che è interessato a capire te?” Haruki Murakami Più della lettura, più del cinema, più della musica e più della cucina, più dei fiori e più dei viaggi questa esperienza come amministratore mi ha aiutata ad acquisire la certezza che la passione fondamentale di ciascuno dovrebbe essere prima di tutto, il confronto, diretto o indiretto, con i mille volti diversi del genere umano. Tutte le altre passioni, gli interessi e gli hobbies perdono valore se penso di viverli da sola senza poterli condividere con qualcuno. Riconosco che il motore principale di tante scelte e di tante azioni vissute e sperimentate in questi anni è stata sempre, più o meno consciamente, la curiosità di scoprire cosa c’era oltre al dichiarato, oltre al visibile e quali obiettivi si potevano perseguire facendo conto sulle forze umane e sulle risorse disponibili. Ebbene, in quasi cinque anni, tra ansie, paure, delusioni e aspettative, tra speranze, soddisfazioni e gratitudine il bilancio è chiaro: il piatto scende con decisio-

ne dalla parte della gente che ho incontrato ed avuto l’onore di conoscere. Gente normale, prima a me invisibile o sconosciuta, che si è sempre occupata degli altri senza clamore o visibilità, gente che non aveva mai avuto bisogno di chiedere un aiuto o che non aveva mai trovato il coraggio di farlo, persone sole, persone silenziose o senza affetti vicini ma anche professionisti preparati, insegnanti generosi, tecnici capaci e uomini e donne di grande cultura storica e politica. Accanto a tutte queste persone sono riuscita a fare un breve pezzetto di strada che mi ha fatta crescere e capire che la condivisone è davvero un’arma potentissima che può davvero cambiare il corso degli eventi: dalla condivisione degli obiettivi nascono sempre cose buone, come la Scuola di Italiano, come il Mantello di S. Martino, come il gruppo Nati per leggere, il progetto di Cittadinanza attiva o la Consulta giovani, dallo scambio di idee e dalle contestazioni anche accese possono nascere nuovi progetti, da qualsiasi relazione, in sintesi, nasce qualcosa che può assumere anche grande valore pubblico. Allora quale sarà il segreto per capire quali passione o quali interessi dobbiamo perseguire e coltivare per stare bene con noi stessi e fare il meglio di ciò che siamo chiamati a fare? Forse approfittare del silenzio che in questo difficile periodo aleggia attorno a noi ed imparare ad ascoltare e a guardarci attorno con più attenzione, in ogni ambito in cui siamo inseriti e qualsiasi sia il nostro ruolo in quel posto. Un sincero grazie a TUTTE le persone che ho incontrato e che tanto mi hanno insegnato. Federica Trombetta Assessore alle Politiche Solciali ed alla Cultura

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AMMINISTRAZIONE

Contenitori e contenuti Molte sono le novità visibili a chi percorre la via Provinciale nel tratto che va da via Leopardi alla piazza: il marciapiede in autobloccanti, i paracarri che finalmente corrono dritti e paralleli verso la piazza, la recinzione in metallo sicura e solida che delimita il nuovo spazio riqualificato per permettere l’ingresso e l’uscita dei ragazzi della primaria; poco più in là, anche ai più distratti non potrà passare inosservata l’insegna di dedicazione, appena restaurata, della nostra bella scuola dell’infanzia: “asilo infantile comunale N.H. Giovanni Bagliacca”. L’insegna racchiude in sé un pezzo di storia importante del paese e volutamente informa il passante che in questo luogo la volontà dei cittadini e di un illuminato imprenditore locale si è concretizzata nell’interesse verso i più piccoli. Il valore riconosciuto all’imprenditore appare immediato dal suo titolo N.H. (Nobil Homo), mentre il valore riconosciuto alla comunità stà nell’aggettivo “comunale”, non certo scontato all’epoca della costruzione e ancora più moderno ai giorni nostri, in cui l’istruzione dell’infanzia è inserita nel percorso formativo di ogni cittadino. Vedere la scritta tornata leggibile e al suo antico splendore, grazie al lavoro caparbio ed instancabile dell’As-

sessore Lazzaroni e del personale dell’Ufficio Tecnico, mi ha dato un senso di realizzazione e di grande soddisfazione. Da quando ha avuto inizio questa esperienza amministrativa, uno degli obbiettivi che ci siamo posti è stato quello di riqualificare l’Istituto Comprensivo “Don Milani” e l’asilo Bagliacca, portando a termine una serie di attività manutentive e di rinnovamento delle strutture. Il restauro di una scritta può sembrare un intervento di pura apparenza, un modo per abbellire un contenitore vuoto, ma non quando si è consci del grande lavoro fatto e del tempo trascorso prima che questi interventi trovassero compimento. Il rifacimento di parte del tetto dell’asilo, la realizzazione dei tre grandi locali al piano superiore, l’allargamento ed efficientamento della cucina, la tinteggiatura delle aule ed una serie di costanti attività manutentive sono soltanto una parte degli interventi che riempiono di contenuti la nostra attività amministrativa. Credo che, tra quanto è stato realizzato, il contenuto più significativo sia da rintracciare nei rapporti creati con chi vive questa splendida istituzione: i bambini, gli insegnanti e gli assistenti tecnici, i genitori, gli uffici scolastici e comunali, la dirigenza dell’Istituto Comprensivo. Sono stati anni di lavoro, condivisione, discussione, richiesta e a volte scoraggiamento, ma è sempre stato possibile trovare una soluzione ai problemi ed una lettura positiva delle cose. Tante le persone conosciute con le quali condividere l’orgoglio di un progetto e la realizzazione di un bene comune. Alessandro Bianchi Assessore all’Istruzione e al Bilancio

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Dopo mesi di forzata inattività siamo ripartiti fiduciosi, in punta di piedi, navigando a vista accanto alla invisibile malattia che ha cambiato per sempre il nostro modo di vivere.Ricominciamo con tutte le cautele necessarie, ma sereni; Impariamo a sorridere e dialogare con gli occhi, il nostro mantra dovrà essere. “Prudenza, ma niente panico”. Tutte le attività programmate dall’Associazione sono state bruscamente interrotte. L’isolamento forzato e il distanziamento ci hanno reso consapevoli di quanto l’aggregazione ed il passare il tempo in modo attivo siano importanti per il nostro benessere. I nostri passatempi, le nostre passioni sono di grandissimo aiuto al nostro vivere soprattutto se praticati in compagnia, perché “insieme è meglio”. Nei mesi scorsi, causa “pandemia”, abbiamo rinunciato alla visita a Matera e Napoli, alla vacanza pasquale in Liguria e agli ultimi due spettacoli teatrali al Piccolo Teatro Strehler di Milano, che fortunatamente verranno recupe-

rati nei mesi di Febbraio ed Aprile 2021. Purtroppo non saranno possibili, visto il dimezzamento dei posti, le uscite con abbonamento al Teatro, e questo è un sacrificio per gli appassionati!! A marzo abbiamo perso il Musical Grease, il Teatro dialettale e la gita a Vicenza; ad aprile il Requiem di Mozart, e la mostra del Mantegna; a maggio la visita alla Villa Durazzo Pallavicini e la tanto richiesta Crociera sul Burchiello; a giugno la Vacanza ad Alba Adriatica e l’Aida all’Arena di Verona; a luglio le Cirque du Soleil, inoltre: le serate danzanti ed i tornei mensili di burraco; il ballo, la ginnastica, yoga, pilates... tutto sospeso. A settembre l’unica vacanza per i Soci è stata a Carovigno in Puglia, finalmente un po’ di spensieratezza dopo tanta apprensione!! AREZZO e LUCCA bellissime città visitate ad ottobre; una immersione nelle stupende opere d’arte del Rinascimento italiano.

Cimabue, Piero della Francesca, Ghirlandaio, Jacopo della Quercia, capisaldi assoluti della storia della pittura e scultura. Malgrado questo nostro vivere a singhiozzo, l’Associazione, con tutte le cautele possibili, continuerà a programmare responsabilmente, cercando di alleggerire questa nostra temuta e continua vulnerabilità. Auguriamo a tutti, di cuore, un Sereno Natale ed un migliore Anno Nuovo. Il Direttivo Riceviamo in segreteria: Lunedì-giovedì 10.00-11.30 e 14.30-15.30 Mercoledì 10.00-11.30 Tel. 031/360493 Mobile 329-3983503 338-5920972 Il nostro sito Web: www.raggidilucetavernerio.it. La nostra mail: raggidilucetavernerio@gmail.com Facebook Raggi di Luce Tavernerio

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La Costituzione per i neo-diciottenni

“Provateci, provateci sempre e date il meglio di voi stessi in ogni occasione.” Questo è il messaggio arrivato ai neo-diciottenni che venerdì 23 ottobre si sono recati all’auditorium di Tavernerio per la consegna della Costituzione. I ragazzi – chi già maggiorenne e chi lo diventerà entro fine anno – hanno ricevuto un attestato e una copia della Costituzione. Il sindaco e i rappresentanti della Consulta Giovani di Tavernerio hanno dato il benvenuto ai neodiciottenni in quello che è il mondo degli adulti e anche il mondo dei diritti e dei doveri. Tra le ragazze e i ragazzi presenti qualcuno aveva già esercitato il diritto di voto, mentre gli altri – ufficialmente ancora minorenni – dovranno attendere la prossima tornata elettorale. Quello che conta è che, nel rispet-

to delle norme imposte dalla situazione sanitaria attuale, si è trattato di un’occasione utile per ricordare che il mondo va avanti e che le nuove generazioni si fanno largo. La lettura di un estratto di un discorso di Barack Obama rivolto ad alcuni studenti universitari è stata un'opportunità per richiamare alla mente l’importanza della scuola e, soprattutto, del dovere di coltivare ciascuno il proprio talento, il talento che la scuola stessa consente di mettere in luce. I diciottenni di oggi sono gli avvocati, i medici, i ministri di domani. “Tutti – scriveva Martin Luther King in un’altra delle letture scelte per l’occasione

– ...tutti noi abbiamo il dovere di dare il meglio di noi stessi, assecondando le nostre passioni, cercando di aiutare chi ci sta vicino e cercando di fare del bene alla nostra comunità”. La rotta, ai neo-diciottenni, la indica di nuovo Pietro Calamandrei in un celebre discorso agli studenti milanesi del 1955, che i ragazzi della Consulta Giovani hanno voluto rileggere nel giorno della consegna delle Costituzioni: “...nessuno di noi è solo al mondo, al contrario ciascuno di noi è parte di un tutto, che si chiami Italia o mondo. Di un tutto che aspetta il contributo di ciascuno di noi”. Cecilia Ferrari

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Citazioni L. M. King: la forza di amare Se non potete essere un pino sulla vetta del monte, siate un cespuglio nella valle, ma siate il miglior piccolo cespuglio sulla sponda del ruscello. Siate un cespuglio se non potete essere un albero. Se non potete essere una via maestra, siate un sentiero. Se non potete essere il sole, siate una stella, non con la mole vincete o fallite. Siate il meglio di qualunque cosa voi siate. Cercate ardentemente di scoprire a cosa siete chiamati, e poi mettetevi a farlo appassionatamente. Da un discorso di Barack Obama agli studenti universitari Quello che vogliamo sottolineare oggi è la responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione. Partiamo da quella che avete nei confronti di voi stessi. Ognuno di voi sa far bene qualcosa, ha qualcosa da offrire. Avete la responsabilità di scoprirlo. Questa è l’opportunità offerta dall’istruzione. Magari sapete scrivere bene, abbastanza bene per diventare autori di un libro o giornalisti, ma per saperlo dovete scrivere qualcosa per la vostra classe d’inglese. Oppure avete la vocazione dell’innovatore o dell’inventore, magari tanto da saper mettere a punto il prossimo IPhone o una nuova medicina o un vaccino, ma non potete saperlo fino a quando non farete un progetto per la vostra classe di scienze. Oppure potreste diventare un sindaco o un senatore o un giudice ma

lo scoprirete solo se parteciperete a un dibattito studentesco. Non è solo importante per voi e per il vostro futuro. Che cosa farete della vostra possibilità di ricevere un’istruzione deciderà il futuro di questo Paese, nulla di meno. Ciò che oggi imparate a scuola domani sarà decisivo per decidere se noi come nazione sapremo raccogliere le sfide che ci riserva il futuro. Avrete bisogno della conoscenza e della capacità di risolvere i problemi che imparate con le scienze e la matematica per curare malattie come il cancro e l’Aids e per sviluppare nuove tecnologie ed energie e proteggere l’ambiente. Avrete bisogno delle capacità di analisi e di critica che si ottengono con lo studio della storia e delle scienze sociali per combattere la povertà e il disagio, il crimine e la discriminazione e rendere la nostra nazione più corretta e più libera.Vi occorreranno la creatività e l’ingegno che vengono coltivati in tutti i corsi di studio per fondare nuove imprese che creeranno posti di lavoro e faranno fiorire l’economia. So che non è sempre facile far bene a scuola. So che molti di voi devono affrontare sfide tali da rendere difficile concentrarsi sui compiti e sull’apprendimento. Ci è successo, sappiamo com’è. Il vostro obiettivo può essere molto semplice: fare tutti i compiti, fare attenzione a lezione o leggere ogni giorno qualche pagina di un libro. Potreste decidere di intraprendere qualche attività extracurricolare o fare del volontariato. Potreste decidere di difendere i ragazzi che vengono presi in giro o che sono vittime di atti di bullismo per via del loro aspetto o delle loro origini,

perché credete che tutti abbiano diritto a un ambiente sicuro per studiare e imparare. Potreste decidere di avere più cura di voi stessi per rendere di più e imparare meglio. Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente successo al primo tentativo. È giusto così. Alcune tra le persone di maggior successo nel mondo hanno collezionato i più enormi fallimenti. Il primo Harry Potter di JK Rowling è stato rifiutato dodici volte prima di essere finalmente pubblicato. Michael Jordan fu espulso dalla squadra di basket alle superiori e perse centinaia di incontri e mancò migliaia di canestri durante la sua carriera. Ma una volta disse: «Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ecco perché ce l’ho fatta». Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. La storia dell’umanità non è stata fatta da gente che ha lasciato perdere quando il gioco si faceva duro ma da chi è andato avanti, ci ha provato di nuovo e con più impegno e ha amato troppo gli altri per fare qualcosa di meno del proprio meglio. Dal discorso agli studenti milanesi di Pietro Calamandrei, 26 gennaio 1955. Voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.

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Questi tempi difficili... Tempi difficili per l’Associazione genitori Magolibero, il cui scopo è quello di organizzare momenti aggregativi per famiglie e non solo... Numerosi gli appuntamenti che quest’anno sono stati annullati per l’emergenza sanitaria e per la perdita di cari compagni di viaggio… A tal proposito ricordiamo con tanto affetto Angelo Scotti, Gianni Gatti dello Sci Club Boletto e Tiziano Saini del Four Ever and Fest. Volendo essere al servizio della Comunità, proponiamo una riflessione della nostra psicoterapeuta Dott.ssa Simona Pagnoni dedicata alle famiglie: “In questo periodo così particolare è importante che i bambini trovino uno spazio (sempre, ma soprattutto ora) in cui parlare di ciò che osservano ogni giorno intorno a loro: a scuola, quando camminano per la strada, quando giocano al parco… Se possiamo, forniamo loro le occasioni per lasciare dialogare le

emozioni, mostrandoci disponibili all’ascolto, raccontando com’è andata anche la nostra giornata, chiedendo le loro opinioni, esprimendo, se serve, le nostre emozioni, attraverso parole misurate e adatte all’età dei nostri figli, per tranquillizzarli e rassicurarli. In questo modo li aiuteremo a legittimare la possibilità di sentire ciascuna emozione, senza giudizio, trovando un senso a quello che provano, evitando così di ingigantire le fantasie che nascono nel loro mondo interiore. Abituarsi ad esprimere paure, dubbi, osservazioni, consente di trovare il modo di normalizzare le situazioni e le emozioni quando vengono avvertite come troppo forti, come in un dialogo tra testa e pancia, dove il verbale aiuta la forte ansia o la paura a trovare un ancoraggio più solido con l’effettiva realtà e con la sensazione che tutto possa essere affrontato; allo stesso tempo, tante volte, parlare delle loro emozioni aiuta anche noi adulti ad elaborare ciò che stiamo vivendo, ridimensionando quello

che noi stessi proviamo, e che spesso non ci accorgiamo di trasmettere a chi vive intorno a noi. È importante che, comunque procederanno i prossimi mesi, sia posta l’attenzione sulla prevenzione e sul prendersi cura di sé, sia ad un livello prettamente sanitario e salutistico, sia a mantenere un buon livello di benessere psicoemotivo. Quindi, oltre al dialogo, non dimenticare di dedicarsi ad attività piacevoli, per esempio artistiche, creative, letterarie, musicali, al contatto con la natura e all’attività fisica, guardando ad esse come degli strumenti ulteriori attraverso i quali rilassare e sfogare le tensioni fisiche ed emotive accumulate: corpo ed emozioni ne trarranno un gran beneficio.” Vi invitiamo a rimanere aggiornati visitando la nostra pagina Facebook fb.com/magoliberotavernerio oppure il nostro sito web www.magolibero.it dove è possibile anche iscriversi alla nostra newsletter e trovare tutti i nostri riferimenti. Emanuela Oreggia

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Amici del lunedì

Ci è stato chiesto un nostro articolo da pubblicare su “IL PAESE” e ci è stata data come traccia “hobby e passioni” e non ci poteva capitare di meglio. Come “AMICI DEL LUNEDÌ” siamo nati nel 1990 e quest’anno avremmo dovuto festeggiare il 30° di fondazione, ma purtroppo, per i motivi che tutti conosciamo, abbiamo dovuto soprassedere. Il programma pensato era ambizioso: una serata in ogni cortile del nostro territorio e come conclusione finale avremmo esteso l’invito ad altri gruppi canori della nostra zona a cantare con noi. Pazienza! Ma torniamo all’argomento. Perché siamo nati? Proprio per l’hobby e la passione per il canto,

ma soprattutto con lo scopo di poter allietare le persone meno fortunate di noi ricoverate nelle case di riposo, ma non solo: cantiamo per i gruppi della terza età, per le pro loco e tutte quelle associazioni che ci invitano a presentare le nostre canzoni degli anni ‘50/60 che nessun altro gruppo vocale in zona presenta. Di questi trent’anni trascorsi il bilancio è più che positivo: tante sono le soddisfazioni che abbiamo avuto, la gioia che abbiamo e che proviamo ancora ogni volta che terminiamo un concertino nel vedere queste persone, molte in carrozzina, con qualche lacrima che corre ma anche la felicità di aver trascorso un pomeriggio in allegria per avere condiviso e cantato con noi le canzoni che le riportavano alla loro giovinezza. E allora ogni tanto qualcuno ci chiede stupito come abbiamo fatto a durare tutti questi anni. La risposta è semplice: innanzitutto grazie alla condivisione di certi valori umani, grazie all’amicizia che regna nel gruppo, ma soprattutto grazie al carisma, alla pazienza e alla bontà del nostro maestro

Angelo Saldarini, che, oltre all’indiscutibile bravura musicale, sa capire quando è il momento di intervenire perché stiamo esagerando, riportando quella serenità che è propria del gruppo, perché alla fine prevale sempre la passione. Ora siamo rimasti circa in 20, tutti piuttosto anziani ma ancora arzilli: basti pensare che abbiamo due ottantottenni che sono con noi da tempi immemorabili e sono tenaci soprattutto nelle prove. Ma allo stesso modo non possiamo dimenticare le amiche e gli amici che ci hanno lasciati e che ora fanno parte del Coro Celeste. A loro un grande grazie per essere stati con noi. Approfittiamo altresì per ringraziare le Amministrazioni Comunali attuali e passate per la concessione di una sala dove incontrarci per provare. L’augurio che ci facciamo è quello di poterci ritrovare ancora tutti quando saranno ritornati i tempi normali. Ad maiora Per gli Amici del lunedì Gianni Redenti

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cultura

Arte che passione Antonello da Messina avrebbe potuto scrivere un trattato di storia della pittura, un libro sul posto occupato dall’uomo nel mondo nel 1400, sulla grandezza dell’uomo come figlio di Dio e come re del creato, al centro dell’universo, della nostra galassia e di tutte le galassie, avrebbe potuto scrivere un libro sulla dignità e sulla sacralità della donna, poi un libro sulla duplice natura della Madonna: madre e figlia di suo figlio, poi un libro sulla cultura del Rinascimento e uno sulla storia dell’arte…. Ma forse Antonello non sarebbe stato capace di farlo. Invece dipinse nel 1475, una tavola di cm 45x34,5 dal titolo “ANNUNCIAZIONE”, dove tutto questo viene riassunto e condensato in una sintesi estrema. Ma c’è un’altra faccia di questa tavola che ci interessa e che la rende un’opera d’arte: che è bella. Un triangolo azzurro su sfondo nero, un ovale-viso di donna siciliana caliente, con un accenno di sorriso enigmatico come il Mistero che si sta compiendo in lei, una mano protesa in avanti che riassume un discorso e un pensiero. Antonello non ha avuto bisogno di angeli con ali bianche e gigli in mano, di raggi che piovessero dal cielo per rappresentare l’Annuncio divino. Di nuovo, tutto è condensato. Forma e contenuto sono nati insieme nella testa geniale di Antonello, per una formidabile intuizione, che è poi la creazione artistica. E forse troviamo bella l’arte perché in pochi tratti e in pochi secondi ci riassume e ci concretizza sulla tela, sul legno o su qualsiasi altro materiale, quello che il nostro cervello/computer/anima impiegherebbe anni per ricostruire, e trovarci la pappa fatta ci dà sempre una grande soddisfazione… Ho fatto questo esempio di opera d’arte, ma avremmo potuto parlare di infinite altre opere d’arte, a comin-

Antonello da Messina. Annunciazione. 1475. cm 45x34,5. Olio su tavola. ciare dai disegni rupestri dei nostri antenati preistorici, fino a Picasso o Damien Hirst o Banksy… Come avrete capito, l’arte è sempre stata la mia passione. Mi ha sempre affascinato questa misteriosa operazione mentale che permette di travasare idee e sentimenti che stanno dentro figure, pezzi di legno, ferro, pietra, plastica, luci, oggetti in disuso, oggetti tecnologici, fotografie ecc. All’inizio mi limitavo a guardare, poi mi sono detto: perché non provare la procedura? Mi piaceva la scultura, che è la forma d’arte più grezza ed essenziale:

Fabio Rossini. Forza diagonale. 2000. cm 100x 65x25. Ferro, Fabio Rossini. Le verdi colline. 2012. cm 70x45x40. Metalegno. crilato, legno. 12 Il Paese il paese18.indd 12

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mentre la pittura la guardi, la scultura te la trovi davanti con le sue tre dimensioni, ti confronti fisicamente con lei, la tocchi con le mani e senti che pesa, come un sasso o una sedia. E a farla provi l’emozione di esprimere qualcosa segando un pezzo di legno o usando il trapano elettrico o la saldatrice: perché è possibile esprimere un pensiero anche complesso con un flessibile o una sega a nastro. All’inizio facevo sculture di tipo astratto perché mi piaceva il gioco del triangolo di Antonello, mi sembrava che tutto si condensasse in fondo nel gioco delle linee, come del resto avevano creduto gli astrattisti, anche del gruppo Como. Ma poi mi sono accorto che era inutile porre dei limiti formali: l’arte moderna ci ha indicato che tutto è possibile: puoi usare qualsiasi materiale, seguire qualsiasi teoria estetica. L’unica condizione necessaria per parlare di arte, dico io, è che il risultato, al di là del contenuto o della forma, sia “bello”. Naturalmente, per fare quella “BELLA” sintesi di cui parlavamo, ci vuole la testa di Antonello. Noi ci accontentiamo di provare il travaso e a volte ci illudiamo di esserci riusciti. Personalmente, riguardando le cose fatte dopo qualche tempo, quando è passata l’onda del… furore creativo, mi rendo conto che ho fatto solo una piccola screpolatura nel blocco dell’arte, una “ciofeca” direbbe mia nipote. Ma poi tento ancora. Fabio Rossini Il Faraone. cm 160x80x150. Legno laccato. 1985

Fabio Rossini. Una brezza leggera 2015. cm 180x200x30. Legno, ferro, ventilatore, fanale di bicicletta. Il Paese 13 il paese18.indd 13

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cultura

Riflessioni

Un sentito arrivederci Dalla bella FIORENZA, In provincia di Potenza, con un pizzico di incoscienza ma con grande intraprendenza, venne in queste terre nordiche (nebbiose ma non letargiche) una signora di aspetto nobile, dal carattere forte e affidabile. Venne a lavorare alla scuola “Don Milani”: da allora la segreteria fu in buone mani! Antonia è zelante, attiva e scrupolosa, puntuale, attenta e laboriosa. Anche in tempi di cambiamenti Lei si buttò sugli aggiornamenti; “Esce una nuova circolare? La mia vita non deve cambiare!” Questo fu sempre il suo motto; col digitale poi fece il botto! AXIOS divenne la sua compagnia e lo gestì in piena autonomia. Anche di SISSI (Non la principessa!) Lei divenne la sacerdotessa! Il MIUR chiede un monitoraggio: “pronti, via, all’arrembaggio!” Il Comune, la Provincia, e la danza ricomincia… Non si deve però pensare che viva solo per lavorare! Le sue passioni Lei coltiva in maniera assai sportiva: con spirito da ragazzina è una grande ballerina. Quando l’estro poi la spinge bellissimi quadri Lei dipinge! Come il cuore le consiglia Lei ama la famiglia! Adora i suoi nipotini. Della scuola è la colonna, è una grande super-nonna. Con un po’ di rincrescimento ora per Lei è giunto il momento di godersi la pensione e far giusta celebrazione! Preside, Vicaria, colleghe e docenti Tutti le siamo riconoscenti! Flavio Pavoni

La sera... quando il sonno tarda ad arrivare. Il papà dorme tranquillo, ignaro. La mamma aspetta il figlio adolescente che tarda a rientrare e pensa alla propria madre, di ciò che ha passato prima di lei, solo ora capisce le sue notti insonni. Apprezza le sue attese, le sue ansie e vorrebbe ringraziarla... peccato scoprirlo così avanti negli anni, quanto avrebbe potuto alleviarle le angosce di allora. Ed ora tocca a me, ma perché lui non capisce? Dice che lo assillo, che è responsabile, che ha bisogno di libertà, le stesse mie parole alla sua età! Rosa B.

Aprimi il tuo cuore Come vorrei asciugare quella lacrima con un bacio pieno d'amore e di comprensione. Come vorrei aiutarti a scegliere ogni cosa senza interferire, con discrezione... Come vorrei darti la mia saggezza costruita anno dopo anno con esperienze e dolori Come vorrei aprirti il mio cuore senza condizioni, vederti sorridente in ogni momento, finalmente forte, gioioso, felice ed entusiasta, sempre... Come vorrei tenerti tra le braccia, accarezzarti e coccolarti come allora... asciugare quella lacrima con un bacio pieno d'amore e comprensione. Come vorrei guardarti negli occhi, farmi carico del tuo dolore e dirti che son qui, che non sei solo, devi solo lasciarti andare e aprirmi il tuo cuore...

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Rosa B.

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E lasciate meditare! (IV parte)

“Oh Poeta, la tua vita, che è nel fior di giovinezza, vuoi sprecar nell’incertezza di una pratica fallita? E se penso ai tuoi talenti, a ciò che potresti fare, con successi promettenti e un impegno nel sociale…

La solitudine Cos’è quel frastuono di voci allegre e fastidiose che mi disturbano non poco, cosa avranno da ridere, mi chiedo il perché di tanto entusiasmo, di tanto movimento. Sento una voce lontana, qualcuno mi chiama... La vita è fuori non solo dentro, ho chiuso la mia porta ed essa mi bussa ormai da troppo tempo. Senza di te niente più mi sembrava importante, ma la vita fuori mi sta chiamando. È ora di uscire, di ridere, di gioire, di vivere finalmente!

Matematica è richiesta, poi le lingue e biologia, datti all’economia: il tuo ingegno ben si presta! Ma se proprio ambisci all’arte dei bei verbi, la scrittura, sia di facile lettura: le poesie lascia da parte!” “Non mi intriga il conveniente. Che mi dici? Che mi dici? Io non vendo la mia mente al guadagno degli uffici!

La vita è fuori e non solo dentro. Ero offuscata dalla tristezza, dalla noia, ora vedo chiaro, la luce è tornata, l’amore è arrivato, l’amore dentro di me è sbocciato, l’amore che pulsa per ogni cosa insistentemente ha bussato. Non mi chiedo più perché fuori c’è quel frastuono, ma sorrido e mi unisco a loro che sanno che la vita non è solo fuori, ma dentro di noi...

Studia legge o medicina: chi può stare senza cure o lontan dalle questure? Sai che paga sopraffina…

Rosa B.

Non capisci che il mio Cuore, fuori d’ogni convenzione, a ben altra vocazione vuol donare le sue ore? Soldi e fama al luminare: i bei versi a me bastare. E lasciate meditare! E lasciate meditare!”

Angelica Maesani

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radici Don Angelo Benzoni e l’hobby della rima Dal 1950 la parrocchia di S. Martino a Tavernerio fu retta da don Angelo Benzoni, sacerdote originario di Bregnano, frazione S. Giorgio, ove era nato il 22 marzo 1911. Consacrato il 22 maggio 1937, prima di essere nominato prevosto a Tavernerio don Angelo era stato coadiutore a Cernobbio e a Carate e dal 1941 aveva guidato la parrocchia di S. Appiano a Castello Cabiaglio. A Tavernerio rimase fino al 21 aprile 1969, quando si ritirò presso i propri familiari a Bregnano, ove morì il 22 marzo 1973. Fra le opere da lui realizzate si ricorda in particolare l’oratorio, che si trovava presso la chiesa di S. Martino e che è stato recentemente abbattuto per lasciare luogo a nuovi spazi per Villa S. Maria. Nel 1954, in occasione dell’arrivo in paese del vescovo Felice Bonomini per l’amministrazione della Cresima, il Benzoni lasciò scritto che il prelato aveva indicato la necessità di una nuova chiesa per andare incontro alle esigenze del paese, diventato maggiormente popoloso.

La chiesa di S. Martino parata a festa per accogliere don Angelo Benzoni

Don Angelo Benzoni Un po’ di anni dopo avrebbe annotato che «è dal 1957 che si sono susseguite riunioni a tutti i livelli per trovare il modo di avere una piattaforma di lancio per realizzare il sogno». Tuttavia i tempi non erano ancora maturi ed il nuovo edificio parrocchiale sarebbe stato inaugurato solo nel 1996. Don Angelo mise tutto il proprio impegno nella ricerca di un modo per riuscire a raggiungere l’obiettivo di edificare una nuova chiesa. In occasione del Natale di un anno rimasto imprecisato, inviò ai parrocchiani una lettera che conteneva qualche pungolo e qualche celata richiesta: «Qualcuno mi ha – gentilmente – esortato a non imbarcarmi in spese troppo gravose e a non abbandonarmi ad amministrazioni poco allegre. Ringraziai. Tutte cose già previste. Il parroco non intende agire solo, ma collegialmente e cioè in collaborazione con tutti; perché sa che solo viribus unitis si potrà “uscir fuor dal pelago alla riva” e arrivare a “glorioso porto”. È però strano, strano davvero che ci siano soldati che incitino il capitano ad aver paura. È la storiella – trita e ritrita – di certi parrocchiani che consigliano il parroco – non si sa per quali specifiche ragioni – a non prendere iniziative assorbenti tempo, salute, denaro. In tutte le cose un sacrificato ci vuole. Mortificati i miei – credo – nobili orgogli personali, bramo solo creare un fondo per la “nuova chiesa”. Se nessuno incomincia, nessuno mai preparerà una

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Rendez-vous im

1 Come una rondine, A vol radente, Vengo a percuotere, Ma dolcemente Di Tavernerio Tutte le porte. Sono un po’ timido Mi farò forte.

7 Disse l’apostolo Metropolita, Il gran San Paolo, Anima ardita: “Se manca il sangue Non c’è riscatto; Col sacrificio È tutto fatto”.

2 Prima ascoltatemi Poi decidete. In capo frullami - Come vedrete Una cosuccia Che darà guai; Ma forza, caspita!... Non si sa mai.

8 “O mio carissimo Signor Prevosto, Le do un consiglio: Stia al suo posto. Perché preoccupasi Di far la chiesa? Ma non l’umilia La mano tesa?”

3 Una cosuccia Di certa spesa! Eh via! Diciamolo: LA NUOVA CHIESA. Bello, bellissimo È questo affare. Come possibile Sarà pagare?

9 “Se lei, carissimo, Signor cortese, Nulla vuol spendere Per certe spese, È padronissimo. Con bel sorriso: Presto vediamoci In paradiso”.

4 Qualcuno dissemi: “Caro Prevosto, Il fumo lascia Mangia l’arrosto”. Come consiglio Nulla da dire Lo posso accogliere Senza eccepire.

10 Non scoraggiamoci: A Tavernerio Si sa pur prendere Tutto sul serio. La “Tredicesima” Può suggerire Un picciol obolo Senza soffrire.

5 Ma lasciar perdere Davver non posso! Non è piacevole Tirarsi addosso - Lo so benissimo Pesante croce. Per questo accolgasi La mïa voce.

11 Per ora termino La filastrocca, Ora è di chiudere Anche la bocca. O bocca chiuditi: Chiedi una lira Pel nuovo tempio: Per or: SOSPIRA!

Al suo primo ingresso nella chiesa di S. Martino, don Angelo è accolto da una bambina che gli recita una poesiola dimora più bella al “cittadino Cristo” e più comoda ai suoi fedeli seguaci. Agli indecisi, agli sfiduciati, ai pessimisti che vanno dicendomi: “Ma non vede, sig. prevosto, che la cosa è impossibile?” con Goethe rispondo “se è impossibile dunque si faccia”. Nella attesa della testimonianza della vostra ben nota generosità – nell’imminenza delle Feste – per tutti formulo i più sinceri auguri di buon Natale e di felice capo d’anno. Il divino Infante ci benedica tutti». Il prevosto Benzoni insistette anche con altri scritti sulla necessità di una nuova chiesa. Osservò che il progetto avrebbe richiesto «lungo processo di tempo, studi sudati e con prolungato esercizio di pazienza» e che occorreva «ritornare alla “parva favilla” e cioè al vecchio solfanello. È risaputo come tutte le cose traggano origine da inizi piuttosto oscuri: apparentemente trascurabili. Ponete: il duomo di Milano o di Como non sono sbocciati come funghi». Infine, don Angelo doveva avere una spiccata passione per la rima, in quanto sull’argomento compose tre filastrocche, ancora conservate presso l’archivio parrocchiale di Tavernerio. Chissà: forse avrà pensato fosse un modo più diretto per rivolgersi ai fedeli; oppure avrà riservato il tutto per sé, per un piccolo divertimento privato. Ne riportiamo di seguito la trascrizione di una in particolare, intitolata Rendez-vous. a cura di Rita Pellegrini

6 È voce flebile La voce mia; Par quasi un gemito Di nostalgia. A tutti predica: “Sì, forte è la spesa: Forza, coraggio, Facciam la chiesa”. Il modello per la chiesa nuova ai tempi di don Benzoni Il Paese 17 il paese18.indd 17

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radici Volontariato! Che passione Lavori di recupero della Cappelletta “Beata Vergine Addolorata” (Madonna delle 7 spade). Alla testata della verde valle del Frassino, trenta metri a monte del cimitero di Ponzate. Località “alla sbarra”. A partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, oltre ai numerosi lavori affrontati dal “Volontariato” del paese fu anche proposto di sistemare la vecchia chiesetta, ma la complicata situazione proprietaria dell’immobile aveva fatto naufragare l’iniziativa. Dopo un periodo di abbandono, con l’intera costruzione (di proprietà della famiglia Cantaluppi di Camnago Volta), ormai caduta in rovina e nascosta da rovi e sterpaglie, finalmente nel 2014 il progetto di recupero della struttura predisposto da un gruppo di volontari con il coinvolgimento dell’Amministrazione comunale, si concludeva con la sottoscrizione di un contratto di comodato d’uso a favore del Comune e ro, a cura dei “Volontari”, della chiesetta e di quel che l’approvazione del progetto di massima per il restau- rimaneva del fabbricato del crotto (Delibera n. 116 del 4/11/2014). Un articolo pubblicato sul nostro notiziario a fine 2014 (“Il Paese” n. 6 del dicembre 2014) illustrava l’iter travagliato del progetto e indicava come obiettivo il ripristino funzionale della chiesetta e per la parte rimanente del fabbricato, la formazione di una terrazza panoramica di osservazione sulla valle sottostante e sul Boletto con la salvaguardia del crotto sottostante. L’intervento dei volontari ha riguardato prioritariamente la bonifica del terreno circostante con la rimozione del materiale di scarto e degli arbusti, e la salvaguardia della parte posteriore della struttura (crotto a volta). Grazie alla contribuzione del Comune, che ha assicurato la fornitura di sabbia e cemento, e di privati, con materiale edilizio e fondi, sono iniziati i lavori, seguendo l’elaborato progettuale predisposto dal gruppo dei progettisti volontari. Sistemati prioritariamente i muri perimetrali di sostegno della parte verso la valle, si è poi provveduto, a protezione della sottostante volta a botte, alla stesura di una soletta in calcestruzzo, rinforzata con rete elettrosaldata e protetta da una guaina termosaldata e a chiudere l’ingresso della cantina (crotto) con un cancello. A partire dal 2016 l’intervento di consolidamento dei muri della chiesetta, con rifacimenti importanti sul lato posteriore; inoltre si ricordano la corea di legatura, la messa in opera delle travi portanti e dei travetti della copertura, la posa dell’assito e del tessuto di protezione, dei coppi e della lattoneria. I lavori sono continuati e continuano, grazie alla de18 Il Paese il paese18.indd 18

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dizione e alla caparbietà del gruppetto di volontari, con le rinzaffature a vista della muratura interna ed esterna, la sistemazione dei pluviali di scarico, la protezione con un manto di copertura dei muri perimetrali e la messa in opera di una ringhiera di protezione del punto di osservazione sulla valle, la posa del serramento della finestrella, l’illuminazione dell’interno della chiesetta con un faretto a energia solare, e con la messa in sede dell’altare e dei bassorilievi in cemento bianco della “Annunciazione” opera di Pietro Tavani e della “Madonna delle 7 spade” – quest’ultimo in sostituzione del vecchio affresco – opera dello scultore ponzatese Elio Ponti. L’area esterna, livellata e riportata a prato, è stata dotata di comode panche in granito e di una edicola con la carta topografica riportante i toponimi, i sentieri della valle e le percorrenze per le baite poste lungo la strada delle colme e del Boletto. Se passando nei pressi della chiesetta posta all’imbocco della valle di Ponzate, lungo la strada che porta a Civiglio e Brunate, notate delle persone indaffarate… sono “Volontari” a cui va il GRAZIE di tutta la Comunità. Ermanno Trombetta

Un po’ di storia…

La chiesetta, dedicata alla Beata Vergine Addolorata, risale a tempi molto remoti: carte antiche riportano che “nel 1640 la chiesa di S. Brigida cedeva (alle monache del Monastero di S. Lorenzo) una cappelletta quasi del tutto ruinata, et senza tetto, onde cessando qualche divozione del popolo si rende quasi inutile, anzi essendovi il crotto serviva a’ figlioli per giocare”. Fu ricostruita verso la fine del 1700 con il contributo della comunità come riportano i libri delle spese della parrocchia e della fabbriceria: 1792 – (ricostruzione) – “Pane e vino per operai alla Capeleta spese lire 50”. 1793 – “Da elemosine alla Capeleta ricavate lire 19”. 1793 – “Per quadro dell’Addolorata alla Capeleta spese lire 8”. 1794 – “Per la Capeleta spese lire 36”. 1795 – “Ricevute 17 staia di castagne offerte alla Capeleta e vendute ai cavallanti di Milano (circa 310 litri di volume) ricavate lire 29”. 1797 – Un atto relativo ai beni del monastero di S. Lorenzo ricorda invece il crotto attiguo: “… vi è cantina (ossia crotto) consistente in un portichetto davanti, suolato di rizzo, coperto d’ala di tetto sostenuto da due pilastri e con due banchette laterali alla porta grande per ingresso alla medesima”. 1842 – Dal testamento di A. Ostinelli: “obbligo i miei eredi ad erogare lire 100 per la sistemazione della Cappella sopra il cimitero intitolata all’Addolorata”. 1855 – In data 22 luglio, sul libro cassa della fabbriceria parrocchiale: “pel ristauro della cappelletta della B.V. Addolorata spesa lire aus. 295.14”. 1884 – Con una delibera dell’allora Comune di Ponzate, la costruzione assunse la funzione di “lazzaretto” del paese per eventuali epidemie. Nel “Crotto” fu attiva dal 1906 al 1917 un’osteria chiamata “Crotto alla Cappelletta”, come risulta dalle ricevute di pagamento del dazio comunale. L’edificio fu successivamente usato come abitazione privata (dal 1938), e poi del tutto abbandonato alla fine degli anni cinquanta (1958). 2014 – Atto di comodato d’uso della famiglia Cantaluppi a favore del Comune con intervento del ‘Volontariato’ per i lavori di recupero della struttura. (Delibera n. 116 del 4/11/2014) 2019 – La Cappelletta è ristrutturata. In occasione della S. Pasqua è stata celebrata una Via Crucis comunitaria presieduta dal Vescovo Mons. Cantoni. “La Cappelletta” è da sempre considerata dalla popolazione un “luogo dove portare le sofferenze”. Fino al 1950 era uso accendere lumini o candele per implorare l’aiuto o la protezione della Beata Vergine. In certe ricorrenze si recitava il S. Rosario serale (ricordano gli anziani del paese che, durante il periodo dell’ultima guerra, la sera c’erano lumini sui gradini dell’ingresso). I terreni attigui alla costruzione furono nel tempo usati come spazio di servizio per le lavorazioni dei prodotti della valle (legna, castagne…). In vari documenti sono ricordati i cavallanti (trasportatori) che caricavano sui carri i sacchi di castagne raccolte nella valle da portare a Milano e fino agli anni ‘50 del secolo scorso era frequente vedere cataste di legna, lavorata nella valle, pronte per il trasporto verso le destinazioni cittadine o della Brianza. Il Paese 19 il paese18.indd 19

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realtà del territorio Un bambino intelligente e curioso, una nipote adottata e un nonno...

Capita a volte che siano i bambini a sorprenderti in maniera sconcertante, in modo inaspettato, tanto da lasciarti senza parole, quasi inebetito e meno male che c’è una nipote a toglierti dall’impiccio. Una mattina mia figlia mi ha chiesto se potevo andare a prendere mia nipote Mehala all’asilo a Tavernerio, dove si era recata a dare una mano ai gestori del campus estivo indetto dall’Amministrazione comunale per i bambini in giovanissima età. Dopo aver atteso per un momento che mia nipote arrivasse, sono sceso dal veicolo e sono andato al cancello di via Risorgimento da dove dovevano uscire i piccoli ospiti a richiesta, soprattutto dei nonni, che sono gli addetti a questa mansione. Suono il campanello, si affaccia qualcuno alla finestra e poco dopo appare mia nipote, accompagnata da un’altra delle curatrici, seguita da tre piccoli ospiti, dalla pelle olivastra, evidentemente di origini non italiane. Arrivati al cancello, mi salutano tutti e tre in modo molto amichevole, come si usa fare con i nonni: “Ciao nonno”, quasi all’unisono. Io rispondo: “Ciao, bambini” e poi mi giro pronto a partire. Ad un certo punto Joshua, il maggiore dei tre, di cinque o sei anni, mi squadra pensieroso e poi fa rivolgendosi a Mehala: “Perché hai un nonno rosa?”. Questa domanda inaspettata ci fa rimanere senza parole, ma il dubbio di Joshua è, in realtà, perfettamente comprensibile: Mehala è indiana di nascita ed è stata adottata da mia figlia. Si crede che i nonni debbano necessariamente essere “dello stesso colore” dei nipoti, ma a volte non è così, come in questo caso… sono orgoglioso di essere il primo “nonno rosa” della storia di tutta l’umanità. Mia nipote dice al piccolo Joshua: “Ora non abbiamo tempo, ma domani, se ti ricordi, te lo spiego”. Non so se la risposta lo abbia soddisfatto, visto il suo sguardo ancora interrogativo, ma sono davvero meravigliato dall’intelligenza di questo bimbo alle prime scoperte del mondo che lo circonda e gli auguro di non finire mai di incuriosirsi di ogni cosa che gli possa passare sotto il naso nei tanti anni che lo aspettano. Romano Meroni

E tu che hobby hai?

Gli hobbies sono quasi esclusivamente una delle mansioni delle generazioni avanti con gli anni, che riescono ad avere alcune ore tranquille essendo in pensione. Questa è una mia impressione originata dalla mia personale esperienza di artigiano prima e di pensionato oggi. Allora era l’(h)obb-l-i-go di arrivare a fine mese con la fatturazione sufficiente a coprire gli stipendi, le tasse pagate regolarmente e si sperava qualcosa anche per la mia famiglia. Poi arrivato alla pensione (misera ma sufficiente per una vita serena senza colpi di testa) una sera d’estate un amico mi chiama e mi invita ad un concerto in un paese vicino, sapendo che sono appassionato di musica classica. Si esibiva un coro di Como a me sconosciuto. Caspita, era un coro coi fiocchi, con un maestro eccezionale ed una settantina di coristi molto affiatati ed il complesso orchestrale di Milano che si esibiva nei “Pomeriggi Musicali” di quella città. Un concerto di grande respiro di cui sarò eternamente grato all’amico Gianni Gatti. Alla fine tutti in sala si alzarono ed applaudirono, tanto che i bis alla fine furono tre. Ma le sorprese non finirono qui. Difatti tra uno scrosciare delle mani e l’altro, ho intravisto tra i cantori una persona che conoscevo essendo mio concittadino. Alla fine mi avvicinai e gli chiesi se si poteva entrare nel coro e le modalità per farlo, al che mi disse “Lunedì sera vengo a prenderti a casa tua e vieni dal Maestro che ti farà una prova, ma tu sai leggere la musica?”. “Certo” gli risposi e così fu. In quel frangente conobbi il maestro, molto cordiale con me, tanto che quando sentì che ero stato allievo di un certo Monsignor Migliavacca, che è stato anche alla fine della carriera maestro di cappella del duomo di Milano, mi invitò a sedermi tra i bassi, così senza prova, tanto quel nome era una garanzia. Ora, il coro, al termine di ogni annata di concerti, è uso fare una serata conviviale in un ristorante dei dintorni e a quella fui invitato pure io. Mi dissero di portare qualcosa di originale, non da mangiare, ma per rallegrare la serata. Pensa che ti pensa mi capitò fra le mani un libretto di soprannomi di tutti gli abitanti dei paesi e delle frazioni delle provincie di Como e di Lecco, allora unite, e mi frullò per la mente di fare una poesia in dialetto sul coro, prendendo un po’ in giro i vari componenti, senza offendere nessuno ma cercando di mettere in evidenza di ciascuno i pregi ma soprattutto i difetti. Ebbi un successo inaspettato ma da allora non passa occasione che non mi si chieda una poesia di tal fattura. A proposito sapete come venivano chiamati, ovviamente in dialetto (allora non era ancora arrivato il maestro Manzi e neanche la televisione) gli abitanti di Tavernerio centro? Goss. E quelli di Solzago? Scigulitt. E quelli di Ponzate? Beritt . Sapete qual è il più singolare dei soprannomi? Strangula-apostuj, per gli abitanti di Moggio oggi in provincia di Lecco. Quando costruirono la nuova

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chiesa del paese, sui pilastri portanti andavano messe due statue, una di San Pietro e l’altra di San Paolo. Per posizionarle, le appesero con un gancio dietro la nuca fissato ad un cappio che passava intorno al collo delle statue dei due apostoli. Questo è uno spaccato della vita di allora, in cui la miseria dominava in quasi tutte le case, ma, forse o senza forse, c’era più umanità e spirito di comunità. Romano Meroni

Una tovaglia interamente ricamata a punto croce da Maria La bambola ballerina allestita da Maria Cornelia Scolari al momento dell’arrivo della nipote Mehala dall’India. Cornelia Scolari qualche annetto fa.

A fianco, una bella serie di quadri realizzati da Maria Clotilde Busnelli, con ramoscelli del suo giardino. Qui sopra, un quadro interamente realizzato a punto croce da Marisa Noseda durante i viaggi giornalieri in quel di Milano. Il Paese 21 il paese18.indd 21

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La mia passione per i lavori manuali Scrivo questo articolo per raccontare come è nata la mia passione per i lavori manuali. La maggior parte delle volte che andavo a casa di mia nonna, la trovavo circondata da tessuti, fili colorati, bottoni, forbici e nastri; rimanevo sorpresa nel vedere come riusciva, mettendo insieme questi elementi, a creare modelli e ad aggiustare o modificare i vestiti delle sue clienti. Così, quando ho “ereditato” i fili colorati della nonna e tutti i suoi attrezzi, aiutandomi con tutorial, dimostrazioni e mettendoci fantasia e manualità, ho iniziato a creare i miei primi “lavoretti”. I primi progetti, cuciti interamente a mano, sono stati realizzati nel periodo natalizio, così da poterli regalare a parenti e amici. Erano piccoli pensieri, come angioletti e gnomi decorativi, magliette ricamate o fuoriporta, ma che per me avevano un valore particolare. Piano piano, anche grazie all’acquisto della macchina da cucire, sono riuscita a migliorarmi e a realizzare progetti più elaborati, come bomboniere, mascherine, calendari dell’avvento, sacchetti porta pane o porta oggetti, fino alla realizzazione di capi dedicati principalmente ai bambini, come copertine da culla o passeggino, cappelli e sciarpe, peluche e libricini in stoffa. Penso che creare qualcosa dal nulla, proprio come faceva mia nonna, pensato appositamente per qualcuno in particolare, sia molto gratificante, e lo è ancora di più vedere e sapere che quella persona rimane soddisfatta e felice. Per me cucire non è solamente un passatempo, ma

una passione che richiede tempo, precisione, manualità ed impegno. Proprio perché è realizzato a mano, ogni articolo è “unico” e personalizzato anche nella confezione. Da qualche tempo io e la mia amica Maddalena abbiamo creato un piccolo “laboratorio” dove, tra nastri stoffe e bottoni, ci divertiamo a realizzare vecchi e nuovi progetti, che si possono vedere sulla nostra pagina Facebook (ci vuole stoffa) oppure sulla mia pagina Instagram (giulinose21). Giulia Noseda

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La mia passione? Il sorriso È sabato mattina, ma la sveglia suona presto. Mi alzo con il sorriso: è il giorno in cui posso indossare il camice colorato, il mio nasino rosso e una serie di cose strane che neanche io conosco!! Oggi sono di servizio in una pediatria di un ospedale in provincia di Varese. Ho in testa due orecchie buffe e un unico pensiero: divertirmi e divertire! Sì, perché in servizio si va con la mente vuota, un grosso foglio bianco da dipingere o scrivere o piegare. Insomma, non c’è limite alla fantasia! Insieme a me ci sono i clown più “anziani”, ovvero chi ha alle spalle molte ore di servizi, alcuni miei compagni di viaggio, i “tirocinanti”, e almeno un super esperto, detto “angelo”. Ognuno si chiama in un modo strano e unico su tutto il territorio nazionale (“Io sono Opossum, piacere!”). Quindi, non sono sola quando entro nella stanza di un bimbo ricoverato e la squadra cambia ad ogni servizio. Non c’è nulla di prestabilito. Con la sintonia del gruppo, un po’ di empatia, qualche regola da rispettare (giustamente!) e un pizzico di magia… il sorriso arriva sempre! La mia avventura è iniziata così: sono “partita” da Solzago e ho navigato nel web alla ricerca di un’associazione riconosciuta a livello nazionale, che consiglio a chiunque abbia voglia di dedicare del tempo (https:// www.vipitalia.org/), ovviamente con il sorriso! VIP ViviamoInPositivo Italia ODV è la federazione che collega e coordina 70 associazioni VIP sparse in tutto il territorio italiano e Repubblica di San Marino. Le finalità principali di VIP Italia sono: 1. promuovere attività di volontariato clown in strutture pubbliche e private, nonché in tutti quei luoghi in cui sia presente uno stato di disagio fisico o psichico; 2. fornire e garantire una Formazione costante, avanzata e specialistica agli oltre 4700 volontari clown che prestano regolarmente servizio nelle oltre 200 strutture ospedaliere e sanitarie in tutta Italia; 3. promuovere il Vivere in Positivo e il volontariato Clown in ogni situazione di disagio fisico o sociale, non solo in Italia, ma anche nei Paesi dove promuoviamo progetti missione; 4. sensibilizzare al Vivere in Positivo attraverso eventi, pubblicazioni e testimonianze. La “VIP” locale di cui faccio parte è quella di Varese. Ogni “VIP” ha un suo nome e la nostra è “i colori del sorriso”. Questa bellissima esperienza è momentaneamente in stand by causa Covid-19, ma siamo pronti a inventarci nuovi modi per portare un sorriso a distanza nelle pediatrie, nelle case di riposo, negli istituti di ricovero… Ovunque ci sia bisogno di un po’ di leggerezza! E allora Viviamo in Positivo! Firmato (ovviamente) clown Opossum Il Paese 23 il paese18.indd 23

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A proposito di hobby... Parlando di hobby vorrei ricordare una persona particolare di Solzago. Anzi più che di un hobbista si parla di un artista eclettico che spaziava in molti campi dell’arte pura, dalla pittura alla scultura in primis. Si tratta di Elia Molteni, chiamato confidenzialmente “Lia”, che per lavoro aveva anche messo in piedi con un socio, Palmiro Noseda, una fabbrica di portaombrelli in paese. Aveva poi anche piazzato un ristorante, chiamato “La Pesa” molto frequentato in centro paese. La sua vita è stata costellata anche da alcune avventure inconsuete, che hanno arricchito di molto la sua personalità.

Ma a dire il vero il nome di questo artista è legato soprattutto ad un’opera particolare: un presepe dalle dimensioni inconsuete, perché costruito sulle dimensioni di un locale intero, posto in una posizione anch’essa particolare, una cascina di quelle che circondavano e circondano tuttora il paese: la cascina Nisiate. Una delle figlie del Lia, Loredana, aveva avuto un importante problema di salute e per festeggiare la sua guarigione era stato montato lo splendido presepe in un luogo che potesse accoglierlo in tutta la sua ampiezza. Negli anni della sua permanenza a Solzago, durante il periodo natalizio era diventata la meta frequentata da tutti, specie dai bambini che spalancavano gli occhi dalla meraviglia, al vedere questa bellezza, con l’acqua corrente a formare una fiumiciattolo ed un laghetto, l’illuminazione che metteva in evidenza tutti gli angoli del presepe e gli innumerevoli personaggi che componevano e compongono questa meraviglia. Purtroppo oggi non è più a Solzago, ma ad Albese, alla casa di riposo “Ida Parravicini di Persia”, fu por-

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tato lì quando vi era ricoverata la moglie del Lia. Come si può capire dalle immagini prestateci dall’istituto, la maestosità dell’opera, i particolari curati fino al parossismo, la molteplicità dei personaggi, costruiti ad uno ad uno, con infinita pazienza, forse meritavano miglior sorte di quella riservata a tale opera e a tutte le opere di questo artista, che, come tanti suoi compari lasciano il segno nella vita di un luogo. Ci ricordano gli eredi, che aveva dipinto una Madonna che per parecchi anni era stata esposta alla festività della Madonna della Cintura, a settembre di ogni anno quando si svolgeva una devota processione per le vie della frazione di Solzago. E, come dimenticare il busto del suo fido cane Pippo finito sotto una macchina e che lui ha immortalato in in un museo apposito. La proposta è lanciata, ad altri quel busto qui riprodotto. Romano Meroni Ma sic transit gloria mundi ed anche la sua memoria l’eventuale realizzazione futura. si spegnerà nella dimenticanza, a meno che .chissà se sarà possibile rivedere alcune di queste opere raccolte Nelle foto, alcune delle opere del Lia Molteni, che lui era solito regalare ai figli in occasione di compleanni o per le feste di Natale.

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Certificazione di Qualità per i servizi di Villa Santa Maria, che si conferma all’altezza dei più rigorosi standard internazionali

Villa Santa Maria si conferma all’altezza dei più rigorosi standard internazionali in termini di qualità dei servizi, di gestione e di organizzazione aziendale. Il Centro ha infatti ottenuto la convalida della Certificazione di Qualità Iso 9001:2015, conseguita per la prima volta nel 2016, superando tutte le accurate verifiche effettuate dall’Ente certificatore. Gli ispettori che hanno verificato l’aderenza alle norme internazionali ISO 9001 hanno analizzato nel dettaglio l’organizzazione di Villa Santa Maria, Centro Multiservizi di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, accertando anche in quale modo la Direzione aziendale abbia reagito e dato risposta a tutte le problematiche poste dalla pandemia da Covid-19. Una situazione per la cui gestione l’Ente ha sempre seguito e continua a seguire le direttive e le indicazioni di ATS Insubria, Regione Lombardia, Ministero della Salute e Organizzazione Mondiale della Sanità, organizzando adeguate azioni informative e formative rivolte al personale, agli utenti e ai loro famigliari. Gli ispettori hanno poi focalizzato la propria attenzione anche sulla gestione dei processi di pianificazione e degli approvvigionamenti di servizi esterni e sull’erogazione dei servizi assistenziali che, pur in un contesto reso inevitabilmente più complesso dal Covid-19,

hanno registrato performance decisamente positive. Particolarmente apprezzata è stata anche la gestione delle relazioni con gli utenti, il cui livello di soddisfazione nell’ultima rilevazione, effettuata attraverso il questionario periodico sulla Customer Satisfaction, è risultato molto alto, sia per quanto riguarda l’offerta destinata ai pazienti residenziali, sia per le prestazioni ambulatoriali del Polo territoriale. Dal giudizio espresso attraverso una scala di valutazione che contempla quattro diversi gradi (Molto soddisfatto; Abbastanza soddisfatto; Poco soddisfatto; Per niente soddisfatto) è infatti emersa una soddisfazione pressoché unanime. Se per quanto riguarda il Polo territoriale di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza il 96,7% degli utenti ha espresso un giudizio positivo (Molto soddisfatto: 67,2%; Abbastanza soddisfatto: 29,5%), tra gli utenti Residenziali la soddisfazione è stata addirittura totale: 100% di giudizi positivi tra chi si è detto Molto soddisfatto (78,6%) e chi abbastanza soddisfatto (21,4%). Non solo. Altri punti di forza emersi dall’audit per la certificazione di qualità sono stati il consolidamento della rete territoriale locale, attraverso la collaborazione e il raccordo con Centri di diagnosi e cura che hanno garantito una risposta efficace ai bisogni clinico/ sanitari dell’utenza, e l’organizzazione del workshop sull’autismo Italy at INSAR. Un’iniziativa, quest’ultima, della Fondazione VSM Research di Villa Santa Maria con il patrocinio della Fondazione Cariplo e la collaborazione della Fondazione Alessandro Volta, che ha consentito di riunire a Como una trentina dei più qualificati ricercatori italiani impegnati nei disturbi dello spettro autistico con l’obiettivo di alzare il livello della ricerca in un ambito particolarmente complesso e delicato. Dr.ssa Emanuela Aiani Responsabile Ufficio Qualità Villa Santa Maria

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Tavarnee l’è propri un bel siit Adagiato sui morbidi versanti del Boletto, tra i mille colori dei boschi che ne fanno da cornice, Tavarnee l’è propri un bel siit. In questi strani tempi di lockdown vivere avendo i boschi fuori di casa è una fortuna che in molti ci invidiano. Non abbiamo bisogno di uscire dai confini del nostro paese per trovare luoghi dove la natura riesce ancora ad emozionare: la valle del torrente Cosia, ora Parco Locale di Interesse Sovracomunale, le pinete ed i castagneti che si susseguono sulle pendici dei nostri monti fino a lasciare il posto ai boschi di betulle, per poi diradarsi nelle praterie sommitali. Lassù lo sguardo si apre sulla pianura a sud, con gli archi alpini e gli Appennini in lontananza. Per magia, arrivati sul Boletto, lo sguardo scivola poi sul Lago di Como, il più bel lago del mondo. Una passeggiata sui nostri monti ci rigenera e rilassa. Rientrando a casa con la mente più libera inizieremo anche a notare i tanti lavori che vengono svolti nei nostri boschi. Volontari, sportivi, cacciatori, tanta gente amante della montagna, che la vivono anche in modi diversi, ma amandola e donandole il loro tempo per la manutenzione dei sentieri. Lo sguardo incrocerà anche le molte ferite che gli in-

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cendi lasciano nei boschi. A volte ferite leggere, rami carbonizzati a terra tra le foglie dei castagni, altre volte danni perenni, interi boschi distrutti. La montagna ed i suoi boschi hanno bisogno di braccia volonterose per la manutenzione dei suoi sentieri, per la prevenzione dei dissesti idrogeologici e per agevolare l’accesso alla montagna sia per tranquille passeggiate sia per interventi di soccorso. I boschi hanno anche bisogno di Volontari specializzati nello spegnimento degli incendi, le squadre volontarie dell’Antincendio Boschivo. Ancora una volta noi, Gent da Tavarnee, siamo fortunati. Da quasi trent’anni, chi ha la possibilità di donare il proprio tempo trova nel Gruppo Volontari Antincendio Tavernerio l’associazione ideale. Cura del territorio, servizi per la manutenzione dei nostri boschi e soprattutto le attività di prevenzione e spegnimento degli incendi boschivi sono le attività principali di un gruppo che da tre anni ha la nuova sede e deposito automezzi ed attrezzature nel complesso del Centro Civico e Istituto Scolastico di Tavernerio. Per diventare volontario antincendio boschivo basta essere maggiorenni, avere del tempo libero da dedicare alla propria comunità e soprattutto amare la cura al proprio territorio. Il Gruppo Volontari Antincendio Tavernerio è attualmente costituito da venti volontari; per arruolarsi basta contattare il Presidente Marco Longhi (tel. 340-3342294). Dopo essersi iscritto, al nuovo volontario verrà fatto seguire un corso base di Protezione Civile che in questo periodo emergenziale viene effettuato completamente in modalità on-line, mediante formazione a distanza. Con il corso il nuovo volontario diventa a tutti gli effetti un Volontario di Protezione Civile, iscritto all’albo regionale, e può iniziare ad effettuare i servizi per il proprio territorio. Successivamente potrà poi partecipare ai corsi di specializzazione, tra cui il corso per diventare Volontario Antincendio Boschivo. Le squadre antincendio operano sotto il coordinamento della Comunità Montana del Triangolo Lariano in tutto il territorio gestito dall’ente, squadre ulteriormente specializzate intervengono in tutta Lombardia mediante il servizio elitrasportato regionale. Se vuoi fare ogni giorno qualcosa di diverso ed utile al tuo Territorio, diventa volontario di Protezione Civile Antincendio Boschivo. Stefano Casartelli Coordinatore Volontari Antincendio Boschivo Comunità Montana Triangolo Lariano Il Paese 27 02/12/20 10:02


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“Giocare a scacchi è come essere sospinto fuori dal tempo” (Antoine de Saint-Exupéry) Gli scacchi (dal provenzale e catalano antico “escac”, che a sua volta discende dal persiano “shāh", "re") sono un gioco di strategia che si svolge su una tavola quadrata detta scacchiera, formata da 64 caselle (o "case") di due colori alternati, sulla quale ogni giocatore dispone 16 pezzi (bianchi o neri; "il Bianco" e "il Nero" designano quindi i due sfidanti): un re, una donna (o "regina"), due alfieri, due cavalli, due torri e otto pedoni; obiettivo del gioco è dare scacco matto, ossia attaccare il re avversario impedendogli di sottrarsi alla cattura. Nati in India intorno al VI secolo, gli scacchi giunsero in Europa verso l'anno 1000, con ogni probabilità grazie alla mediazione degli Arabi; diffusisi nell'intero continente, raggiunsero una forma pressoché moderna nel XV secolo in Italia e in Spagna, mentre il regolamento odierno si consolidò nel XIX secolo. Sono uno dei i giochi più popolari al mondo e possono essere giocati ovunque (a livello ricreativo o agonistico): in casa, nei parchi su scacchiere grandi, nei circoli dedicati, via Internet e per corrispondenza. Le maggiori competizioni ufficiali sono organizzate sotto l'egida della FIDE (la "Federazione Internazionale degli Scacchi") per il gioco a tavolino e dell’ICCF (International Correspondence Chess Federation) per quello online, che ha ormai soppiantato quella per corrispondenza che avveniva per via postale. La partita a scacchi è una leale competizione fra due intelligenze che, nel rispetto di norme precise e dell’avversario, si affrontano ad armi pari sulla scacchiera, in

modo completamente svincolato dall’influenza della sorte. Nell’estate del 1972, sull’onda mediatica del famoso match tra il sovietico Boris Spassky e lo sfidante americano Bobby Fischer, che divenne il nuovo campione del mondo, anche io scopersi, da piccolo, il fascino degli scacchi e, complice un compagno di scuola che già giocava e alla frequentazione del Circolo di scacchi dell’Enel di Como, iniziai ad appassionarmi e a cimentarmi con le prime sfide (partite amichevoli, match individuali, tornei). Una passione che non mi abbandonò più, portandomi, dopo le inevitabili sconfitte iniziali, a maturare una sempre crescente consapevolezza del gioco, migliorando il livello e cogliendo diverse soddisfazioni. Poi, gli impegni di studio universitari si fecero pressanti, uniti ad altre attività, cosicché rallentai e (purtroppo!) per alcuni periodi sospesi del tutto il gioco a tavolino, per dedicarmi a quello per corrispondenza. Un vero e proprio mondo a sé! I tempi di gioco più lunghi e la possibilità di studiare le posizioni erano congeniali sia alla mia situazione sia alla mia indole riflessiva. Il gioco per corrispondenza – sotto l’egida dell’ASIGC, la federazione italiana del tele-gioco – avveniva per via postale, scambiando le mosse tramite le carto-

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line postali. I tornei duravano anche uno o due anni, ma si aveva anche modo di fare amicizia con gli avversari. Nel tele-gioco mi sono tolto le maggiori soddisfazioni, ottenendo varie promozioni di categoria: vinsi l’VIII Campionato italiano di II categoria e alcuni tornei internazionali ICCF conseguendo il titolo di Maestro per corrispondenza. Poi l’avventura più bella fu la convocazione per la nazionale italiana, con la quale nella Coppa Latina (competizione internazionale), nella formazione Italia B ottenni 8 punti su 10 conseguendo il titolo di Maestro Internazionale. Oggi il gioco per via postale è residuale e si gioca online attraverso un web server, una piattaforma dedicata su cui si inviano le mosse inserendole nelle scacchiere delle varie partite ed ogni mossa automaticamente viene notificata all’avversario che la riceve in tempo reale. “Gli scacchi sono ogni cosa: arte, scienza, sport”: ha scritto il campione del mondo sovietico Anatoly Karpov. Una frase sintetica che illustra le molteplici ed infinite sfumature di questo bellissimo gioco: calcolo matematico, intuizione, razionalità, tecnica, creatività, strategia, tattica, lotta agonistica, rispetto dell’avversario, dimensione estetica e passione… Sono veramente tanti gli aspetti che gli scacchi possono sviluppare. Per questo, negli ultimi decenni, sull’esempio di molti Paesi, anche in Italia gli scacchi hanno fatto la loro comparsa nelle scuole. Una spinta è stata data dalla Circolare ministeriale n. 3202/A1 del 23.9.1998 e della Dichiarazione scritta n. 0050/2011 del Parlamento europeo sull’introduzione del programma “Scacchi a scuola” nei sistemi d’istruzione dell’Unione Europea. In questo testo si legge che “ il gioco degli scacchi è accessibile ai ragazzi di ogni gruppo sociale, può contribuire alla coesione sociale e a conseguire obiettivi strategici quali l'integrazione sociale, la lotta contro la discriminazione, la riduzione del tasso di criminalità e persino la lotta contro diverse dipendenze” e che “indipendentemente dall'età dei ragazzi, il gioco degli scacchi può migliorarne la concentrazione, la pazienza e la perseveranza e può svilupparne il senso di creatività, l'intuito e la memoria oltre alle capacità analitiche e decisionali; considerando che gli scacchi insegnano inoltre determinazione, motivazione e spirito sportivo”. Su questa testata abbiamo già avuto modo di parlare del Progetto “Scacchi a scuola”, sviluppato negli ultimi anni all’Istituto Comprensivo di Tavernerio su un mio impulso e accolto con favore dal corpo docente e dall’Amministrazione Comunale. Durante il periodo del lockdown si sono interrotte le attività a tavolino ossia in presenza, ma ha conosciuto un grande sviluppo il gioco online. Anche gli alunni della nostra scuola hanno fatto questa esperienza, grazie alla collaborazione con il Circolo Scacchi Città di Como. Mi auguro che chi legge e non sa giocare sia invogliato a conoscere più da vicino questo gioco meraviglioso, che apre la mente e i suoi confini. Certamente, per imparare ci vogliono pazienza, costanza ed applicazione, ma le fatiche sono assolutamente ripagate! Buon gioco a Voi! Prof. Flavio Pavoni

Il Mantello

di San Martino Il Mantello di San Martino chiama e come sempre la grande generosità dei cittadini di Tavernerio risponde! Ringraziamo di vero cuore tutti coloro che hanno partecipato sia donando al supermercato Carrefour sia alle messe nelle giornate di sabato 28 e domenica 29 novembre. Questa colletta ha coinvolto anche il gruppo degli adolescenti di Tavernerio, Solzago e Ponzate, che hanno ricevuto le donazioni proprio fuori dalle parrocchie. E chi non ha partecipato come “ricevitore “ lo ha fatto come donatore. Si chiamano Luca, Francesca, Gemma, Beatrice, Ester, Cecilia, Riccardo e Davide. Supervisione di Guido. Grazie ragazzi! I volontari del Mantello di San Martino

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40 anni nei vasetti di Miele Gallo

Immaginate un prato, il prato vicino a Intimiano se lo conoscete. Quello che raggiungi dalla strada sterrata attraversata da lenti e pesanti trattori, dopo un leggero pendio di erba verde acceso e qualche albero solitario. Quel prato che sta al limitare del bosco e da cui si vede solo natura e cielo. Poco prima degli alberi, una lunga serie di casette delle api. Ci sono venuta con mio papà questa primavera, per interrompere la monotonia del lockdown. Ho provato a fare l’apicoltrice per un giorno. In genere quello che vedo del lavoro di mio papà sono le larghe camicie a maniche lunghe strette sui polsi per non far passare le api, con cui entra in casa dopo una giornata in apiario, e che portano profumo di campi, cera e fuoco. Questa volta ho visto le leve, l’affumicatore, le tute, le maschere con la rete, ho caricato e scaricato dal pickup cassette piene di favi, ho sentito in quanti modi può ronzare una famiglia di api, ho toccato la cera ammorbidita dal sole sotto i coperchi di latta, mi sono punta una mano cercando di fotografare un’ape. Vedevo mio papà immergersi in quei suoni, cercare di capire se una famiglia di api era rimasta orfana dal suono che faceva, come un pianto, guardare quale nucleo andasse aiutato, quale rinforzato. Tutto con movimenti pacati, mai bruschi, per inserirsi in armonia a quel moto a volte calmo, altre più agitato, che è il volo delle api. Allora ho capito, ho capito perché lavora 365 giorni all’anno, si sveglia alle 3 di notte per trasportare le api, unico momento in cui è possibile farlo perché dormono tranquille nelle loro casette, ho capito perché periodicamente prende il suo camion e guida fino in Calabria, dove tiene degli alveari per produrre alcuni mieli come l’Agrumi, l’Eucalipto e la Sulla, ho capito perché passa l’estate a sudare

con il sole dritto sulla testa. Fa tutte queste cose, da 40 anni, instancabilmente, perché gli piace davvero il suo lavoro. Era la primavera del 1978 quando mio papà incontra per la prima volta l’inconfondibile profumo delle api e del loro mondo e ne resta ammaliato. Aveva raggiunto il suo amico Gianfranco in Toscana per dargli una mano nella sua azienda agricola, e qui inizia a lavorare con le api. Tornato a casa, decide di prendersi cinque alveari e di trasformare il salotto dell’appartamento dei suoi genitori in centro a Como in un laboratorio di smielatura. Per non sporcare l’atrio del condominio con i favi di miele grondante, appoggiava una scaletta a pioli contro il muro esterno, ed entrava, così, con i pesanti melari sulle spalle dalla finestra. Dopo le prime cinque famiglie di api, preso dall’entusiasmo ne compra subito altre 40 e costruisce le arnie da sé, mettendo insieme assi di legno, dischetti di metallo e retine, portate a spasso per la Brianza su una vecchia Lambretta. Poi, nel 1980 diventa ufficialmente apicoltore professionista. Così, quest’anno mio papà, e noi con lui, si ritrova a festeggiare 40 anni di tisane dolcificate al miele d’Acacia, miele di Castagno sui pecorini, merende a base di Cioccomiele, colazioni con Crema di miele e mandorle o miele e nocciole, diventate tra i miei amici emblema e rito d’obbligo del venire a trovarmi. Fin dall’inizio, mio papà ha voluto produrre miele biologico. Ogni tanto mi racconta di quante difficoltà in più questo comporti, a partire dai trattamenti per proteggere le api da malattie e parassiti nocivi, dalla difficoltà di trovare un luogo dove non vi siano coltivazioni trattate, fino alle complicazioni burocratiche, ai controlli, alle carte, scartoffie e documenti da rincorrere, che rendono decisamente meno poetica l’immagine idilliaca che spesso si ha di questo lavoro. Gli ho chiesto come mai allora volesse fare miele bio. Mi ha risposto che non capisce perché normalmente ci si faccia questa domanda e non quella opposta: per quale ragione si produce cibo non bio? Perché troviamo logico spruzzare veleno su quello che finisce nei nostri piatti? Non dovrebbe essere la norma produrre qualcosa che sia sano e naturale? Non dovrebbe essere specificato sulle etichette, piuttosto, quando il cibo non è bio? In quelli che mio papà definisce gli “anni d’oro dell’apicoltura”, quando ancora pesticidi, cambiamenti climatici, malattie, e il nemico numero uno di ogni apicoltore, la “varroa”, erano molto meno catastrofici, con l’arrivo dell’inverno, dopo gli ultimi mercatini di Natale, poteva chiudere il portone del laboratorio e dedicarsi alle altre sue passioni, sempre

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rigorosamente a contatto con la natura. Scalava rocce con le mani e monti con gli sci, discendeva sentieri e torrenti, oppure prendeva un volo o il suo fuoristrada di fabbricazione sovietica e partiva per l’Africa. Tra viaggi su mezzi improbabili e traversate del Sahara, si è fermato per 15 giorni in un villaggio di Pigmei, dormendo in capanne di paglia e su letti improvvisati apposta per lui (i Pigmei dormono direttamente per terra). Ovviamente mio papà, sempre curioso, voleva sapere come funziona l’apicoltura laggiù. Così i Pigmei lo hanno portato nella foresta, gli hanno indicato un bitorzoluto alveare in cima ad un albero e gli hanno mostrato, con estrema agilità, come prelevano il miele. Ma non è questa la cosa più affascinante: questo popolo ha una profonda conoscenza del mondo delle api, tanto che, nella loro lingua, esistono almeno due o tre termini diversi per indicare i diversi suoni del ronzio delle api. Con il passare degli anni, purtroppo, le api sono andate incontro sempre a maggiori difficoltà, e sempre più faticosamente potevano passare l’inverno in autonomia, senza la cura degli apicoltori, interrompendo così, bruscamente, i viaggi africani di mio padre. Sono aumentati però viaggi di altro tipo, questa volta per lavoro, in compagnia del suo amico e collega Giuliano, con cui ha condiviso e continua a condividere le maggiori esperienze apicole, per andare alla ricerca dei posti giusti per mettere i suoi alveari. Fin dall’inizio si è dedicato ad una apicoltura anche alpina, avventurandosi su stretti sentirei di montagna per produrre mieli come il Rododendro, il Tiglio, il Millefiori di montagna e alcuni tipi di Melata. Le lunghe salite a 15 chilometri all’ora, tagliando ripidi pendii, sono rimaste ben impresse nella memoria di mio cugino Chicco. Spesso, durante la cena di Natale, racconta come mio padre lo avesse portato con sé durante un trasposto notturno, in una di quelle strade non affatto rassicuranti, su un camion con rimorchio carico di api. Il compito di mio cugino era quello di sporgersi dal finestrino, controllando con la torcia che le ruote del rimorchio non uscissero dalla strada trascinando tutto il convoglio nel burrone. Quando racconta questa storia a me viene in mente una scena da cartone animato o da fumetto, di quelli con le nuvolette con scritto “cling” “clang” e i segni neri delle traiettorie dei sassolini che cadono nel dirupo. Ma si sa, Chicco è sempre molto teatrale nei racconti, del resto ha preso dalla zia Manu. I trasporti sulle Alpi non sono gli uni-

ci viaggi di lavoro di mio padre. All’inizio portava le sue api anche in Toscana, Calabria, Puglia e Liguria, ora ha una base fissa in Calabria e ogni tanto le porta in Toscana e Liguria. È sempre bellissimo quando torna dalla Calabria, e intorno al tavolo ci racconta gli aneddoti dei suoi amici calabresi, degli spuntini con panini larghi quanto padelle e dei luculliani banchetti per festeggiare la macellazione del maiale. Si tratta di una celebrazione da cui è impossibile sfuggire, pena il bando dalla civiltà. Una vera e propria festa, con lunghe tavolate improvvisate con assi di legno e cavalletti, un enorme pentolone ribollente e mestolate traboccanti. Un momento appartenente ad un antico passato, pieno di tradizione e convivialità. Ma la Calabria di mio padre non è solo riempirsi la pancia: è anche preparare i telaini di cera nel bungalow del campeggio di Don Nicola, che lo ha da sempre ospitato, con il sole che sorge sul mare davanti agli occhi; è anche essere svegliati, lui e Carlo, amico e aiutante, nel cuore della notte (con alle spalle cinque ore di sonno in tre giorni, poco tempo per riprendersi per poi tornare a lavorare) da Don Nicola, perché un gruppo di spensierati polacchi ubriachi avevano fatto finire la loro auto in mare, cullata dalle onde e dalle loro risate, per niente preoccupati, mentre papà e Carlo, allucinati dalla stanchezza, cercavano di aiutare Don Nicola a risolvere la situazione. Non ci sono stati solo Chicco e Carlo. Altri amici e conoscenti hanno aiutato in questi anni mio papà nel suo lavoro. Ora c’è Olmo, prima c’era Francesco, e prima ancora Franco, Stefano, Simone, Rita, Francesca… anche lo zio Claudio lo aiuta nei mercatini, e io la mamma e Anna contribuiamo come riusciamo. Ma le spalle portanti dell’apicoltura Gallo, fin dalle origini, sono Barbara, che ha collezionato innumerevoli mercatini e punture di api e sopportato i repentini cambi di programma che il tempo, le api, ma soprattutto mio padre imponevano, e la Sabi, l’unica in grado di dare un ordine al caos di mio padre e che è riuscita a ritagliarsi un cassetto del lungo tavolo su cui lavora, dove ogni cosa è al suo posto e nessuno in casa osa toccarlo. La Sabi, che ogni ottobre prepara con mio papà il banchetto di Orticolario, riempiendolo di pigne, ricci, nocciole, pensando ad ogni particolare, per poi sentirsi dire, a lavoro (faticosamente) ultimato: “Sai che forse era meglio come abbiamo fatto prima? Rifacciamo!”. Francesca Gallo

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Riparlando di derby In riferimento all’articolo “C’era una volta... il derby!” de “Il Paese” n. 17, sono state fatte notare delle mancanze per quanto riguarda il testo e le foto. Prima di tutto, all’inizio dell’articolo, quando si espone la storia delle due compagini, è stato commesso un errore: il gruppo U. S. Solzago è sorto nel 1951 e non nel 1971. Riguardo, invece, la critica per cui le foto delle formazioni a fondo pagina sono tutte del Solzago, purtroppo la Redazione non ha trovato immagini della squadra di Tavernerio partecipante a un derby. Ci rammarichiamo di non essere riusciti in alcun modo a reperire un ricordo di queste gare, ma se qualche lettore ha in casa delle foto al riguardo, saremo felici di pubblicarle nel prossimo numero, per mantenere viva la memoria di queste gare, che erano un po’ il sale domenicale della vita del paese. Romano Meroni Il Paese 31 il paese18.indd 31

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realtà del territorio Io e la mia chitarra... una vita insieme Era il lontano 1981 quando, all’età di 10 anni, ho cominciato a familiarizzare con la chitarra. Ora che ho 49 primavere non potrei vivere senza. Ho sempre detto che nella mia vita avrei potuto rinunciare a qualsiasi cosa tranne che al pallone, al pane, al caffè e alla chitarra. Ma facciamo un passo indietro a quel 1981, quando un giovane di Solzago ebbe l’idea di fare un corso di chitarra in oratorio, al sabato pomeriggio, aperto a tutti. Iscritti 25, dopo pochi mesi rimasti in tre, dopo circa tre anni rimasto solo io!!!! Primo annetto solo solfeggio ed esercizi con le corde (è forse per questo che abbiamo perso elementi per strada), poi via con accordi e canzoni, prevalentemente di chiesa perché l’obiettivo era dare continuità al gruppo musicale di allora. Col passare del tempo, sempre e solo da autodidatta, mi sono perfezionato. Tornavo da scuola e la mia priorità era la chitarra… passavo ore chiuso in camera a suonare, i compiti potevano aspettare. All’epoca niente Internet, niente CD, niente telefonini, niente YouTube, niente tablature, niente accordatori elettronici… solo spartiti cartacei, mangiacassette, diapason e telefono fisso che ti davano la nota LA. Per dirla in breve, sono cresciuto col dito indice che consumava il tasto Rewind del mangiacassette e soprattutto tanto, ma tanto orecchio. Potevo essere da conservatorio? …forse sì, ma ho scelto la semplicità di imparare per hobby e passione personale, non era importante essere il più bravo io volevo solo suonare la chitarra. Perché la chitarra e non un altro strumento? Contesto storico: sono cresciuto in un periodo dove in parrocchia c’erano solo chitarre, perché la chitarra la metti in macchina, te la carichi in spalla, la porti e la

suoni ovunque, perché il suono acustico mi dava e dà tutt’ora emozioni forti; ricordo le vacanze in montagna con l’oratorio, i falò in spiaggia, suonavo anche in bagno all’occorrenza. Diverse volte, quando avevo bisogno di meditazione, suonavo al buio in camera e vi assicuro che è un’emozione intensa, la mente si rilassa e comincia a fantasticare, il tuo corpo si lascia andare e assume un atteggiamento innaturale, i brividi partono e ti danno una carica d’adrenalina pazzesca, il silenzio è rotto solo dalla tua voce che senti in ogni sua sfaccettatura, dalle vibrazioni prodotte dalle corde e dal suono della cassa armonica… magia!!!! Suonare è per me anche una valvola di sfogo, quando sono teso, nervoso, oppure semplicemente quando ho bisogno dei miei spazi prendo la chitarra mi isolo e suono. Non dimentichiamo un aspetto importante del mio suonare… la preghiera. La chitarra mi aiuta a pregare. C’è chi dice mille rosari, chi va a messa tutti i giorni, chi fa tutte e due le cose… io suono e anche il canto è preghiera. Quante messe ho animato e continuo tutt’ora ad animare. Ricordo con orgoglio un Grest a Manera dove abbiamo sostituito un gruppo che all’ultimo ha dato forfait… eravamo tre tastiere, due chitarre, un basso e la batteria, sentire e veder cantare tutti quei ragazzi dal palco è stata una vera figata!!! Sono passati gli anni, mi sono sposato… ah ovviamente ho suonato la chitarra al mio matrimonio. Dopo aver suonato per amici, colleghi e varie altre coppie non potevo lasciare che il mio matrimonio fosse uguale agli altri quindi ho scelto i canti, fatto le prove con corale e coretto e suonato tutto quello che potevo, io e la mia fedele “amica”. Chissà quanto tempo passeremo ancora assieme, chissà quali altri confini valicheremo… Spero di avervi trasmesso emozioni e acceso riflessioni, questo era l’obiettivo dell’articolo, non tanto parlare di me e la mia chitarra. Adesso però vi devo lasciare e sapete cosa mi è venuta voglia di fare? ...una bella strimpellata! Fabio

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Il libro questo (s)conosciuto È sera. Esci dall’ufficio. A passo spedito, percorri il marciapiede e quasi non ti accorgi delle altre persone, assorto nei pensieri di quanto avvenuto nella giornata appena trascorsa e della serata che ti aspetta. Fermo al semaforo, in attesa del verde, la tua attenzione è attratta dalla vetrina colorata della tua libreria. Ti soffermi ad osservare gli scaffali colmi di libri di ogni genere. Testi classici si alternano alle ultime novità. Hai poco tempo, ma entri. Dietro l’angusto banco della cassa, seminascosta da volumi in bellavista, sai che troverai l’amica libraia. Ti accoglie con un caloroso “Buona sera. Come va?” “Bene, grazie. E lei, tutto ok? Ho quasi terminato il libro che mi ha venduto l’altra settimana. E desidero ringraziarla per il prezioso consiglio.” Nasce spontaneo uno scambio di opinioni su quest’opera, con divagazioni su vari argomenti, autori e paragoni con libri di genere simile. Sono più di vent’anni che si ripete, con una certa frequenza, questa scena. Tuttavia, ogni volta, il sapore è diverso. Nel frattempo, ti guardi attorno e i titoli dei libri ti scorrono davanti agli occhi. La voglia di prenderli in mano ad uno e di sfogliarli è pressante. Oggi, a differenza di altre occasioni, non sei entrato con un’idea precisa in testa. La libraia si avvicina e ti indica ora un volume, ora un altro. La libreria non è un negozio qualsiasi. È un luogo che ti parla, ti coinvolge, stimola ricordi e sviluppa fantasie. Ci passeresti ore. D’un tratto, la voce della libraia quasi ti scuote. “Conosce questo au-

tore?” “No, mi dica!” La signora ha in mano un libro. È il giallista francese oggi più venduto. Animata da generosa passione e con maestria, ti parla dell’autore, dei suoi lavori precedenti e si sofferma su quest’ultimo, che ti mostrando. Sa che ti piace percorrere nuove esperienze. Come sempre ti convince. Il treno incombe e il tempo è poco. Paghi, infili il libro nello zaino, ringrazi, esci e ti affretti verso la stazione. Senza volerlo, il tuo volto esprime soddisfazione che, inconsapevolmente, condividi con le persone che incroci e che si siedono accanto a te in treno. Scatta la curiosità. Sfogli le prime pagine, inizi a leggerlo e comincia la nuova avventura. Il libro è un Oggetto che nelle nostre mani si anima, suscita emozioni. Non vedi l’ora di scoprirne l’epilogo, ma allo stesso tempo, coinvolto dalla passione, vorresti che non finisse mai. E, quando giri l’ultima pagina, ti senti pronto ad affrontare un’altra avventura. Un libro aiuta a soddisfare una nostra esigenza personale. E regalare un libro non è mai un’azione banale: esprime l’augurio di godere felici momenti di evasione. Per tanti di noi la lettura è parte della propria esistenza. È una vera passione che non possiamo degradare a semplice passatempo: leggere è tempo necessario per crescere. Le statistiche affermano che in Italia si leggono pochi libri rispetto ad altre nazioni. E molti nostri concittadini trascorrono anni senza sfogliare un libro. Lettura fa rima con cultura: senza la prima, la seconda risulta zoppa. Fino a quando ci saranno librerie e biblioteche, librai e bibliotecari appassionati, potremo continuare a coltivare la speranza che il virus della lettura raggiunga la massima diffusione. Elio Maltagliati

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realtà del territorio Passioni e hobbies? La mia prima scelta sarebbe stata la lettura, ma già l’amico Elio ne parla, dopo aver condiviso idee e pensieri con gli amici membri della Commissione Biblioteca, che, accomunati da questa stessa passione, hanno in questi anni tentato di diffonderla il più possibile tra la nostra gente di Tavernerio. E allora? Di che cosa potrei parlare? Ci penso un po’ e in un pomeriggio di forzata quarantena ecco farsi chiara l’idea: la mia passione, ancor prima della lettura, e comunque in qualche modo ad essa legata, è ed è sempre stata insegnare! Non ho “fatto” la maestra, “sono stata” una maestra, e dentro di me lo sono ancora, maestra di scuola elementare, come si chiamava una volta, non molti anni fa. Sono stata una figlia unica con mamma casalinga; lei era tutta per me e riuscì, donna da quinta elementare, ad insegnarmi a leggere e scrivere qualche mese prima dei miei quattro anni. Forte di questa mia nuova competenza fu inevitabile per me “giocare alla maestra” con le mie bambole e i miei pupazzi, allineandoli davanti a me che impartivo loro le basi della lingua italiana. Poi diventai un’alunna e, quando fu il momento di scegliere la scuola secondaria dopo la terza media, un po’ per desiderio personale, un po’ anche perché consigliata dai miei genitori, scelsi l’Istituto Magistrale. Papà si sentiva vecchio, vedeva il Liceo come porta quasi obbligata verso l’Università, quindi un corso di studi molto lungo, e desiderava per me il famoso “pezzo di carta”, il diploma di maestra, che mi avrebbe permesso di lavorare subito dopo la maturità.

Un corso di studi che mi piacque subito, costituito in prevalenza da materie umanistiche con una discreta preparazione didattica, e la fortuna di poter partecipare nello stesso anno della maturità al Concorso Magistrale, che allora si teneva puntualmente ogni due anni, mi portarono a diventare insegnante elementare di ruolo a 19 anni, insomma il posto fisso degli anni ‘60/70. Insegnare, dal latino in-signare: imprimere un segno, incidere, credo voglia proprio dire che, utilizzando i contenuti, le informazioni da trasmettere, un insegnante incide profondamente nella mente, e forse anche nel cuore, dell’allievo, imprimendovi molto più che le nozioni stesse, un metodo di approccio alla realtà che lo accompagnerà nella vita, oltre lo studio. Forse sa di presunzione ma non vuole esserlo, semplicemente questa è l’idea alta dell’insegnare, l’obiettivo che ci si deve porre, senza mai dimenticare quanti danni possono provocare errori di metodo e di approccio. Personalmente e umilmente devo qui riconoscere che errori ne avrò fatti tanti, soprattutto agli inizi, quando il mio bagaglio era esclusivamente teorico, e anche se la psicologia dell’età evolutiva era stata una delle materie curricolari, il bambino che hai davanti è ben altro e di più. Con gli anni l’esperienza ti dona maggior sicurezza e la mia esperienza sul campo fu purtroppo breve; per seri e gravi motivi familiari lasciai a malincuore l’insegnamento dopo vent’anni, dico sempre che era quella la mia età migliore, anagraficamente ancora giovane, ma con una cassetta degli attrezzi già piena e ricca. Fu una scelta dolorosa, ma saggia e inevitabile. Un filo conduttore ha attraversato la mia carriera da docente, in mezzo agli alti e bassi del mio insegnamento: il grande amore per i bambini che mi venivano affidati, un amore che si traduceva in rispetto, comprensione, stimolo al meglio, in una relazione affettiva che secondo me non può mancare in un processo educativo che si rispetti e voglia essere efficace; è senza ombra di dubbio vero con i piccoli della scuola primaria. Se non potevo più essere una maestra, questo filo per fortuna non si ruppe e la passione educativa ebbe ancora spazi e tempi per essere vissuta. Il Parroco della mia Chiesa di San Rocco in Como, non appena seppe che non insegnavo più e che quindi ero più libera, mi

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cercò perché diventassi catechista. So bene che non è la stessa cosa che insegnare a scuola, e so anche che nella mia “carriera” da catechista forse troppe volte il mio stile da maestra è venuto a galla. Il catechismo non è scuola, è vita, coinvolgimento, partecipazione, con al centro il messaggio che Gesù ti ama; beh, ho cercato di trasmetterlo, parlando loro di Gesù nella mia vita e, anche se l’ho fatto con strumenti a volte un po’ troppo scolastici, nutro in me la speranza che un seme sia stato gettato, sapendo che esso può rompersi e germogliare prima o poi, quando lasciamo che lo Spirito agisca in noi. Anche qui mi piace dire che in quegli anni, altri venti circa, non ho “fatto” la catechista, “sono stata” una catechista. La passione per l’insegnamento non risparmia le nonne, soprattutto se ex maestre. Mi rendo conto che tante volte con i miei nipotini questa mia identità salta fuori; mi riesce naturale e facile passare loro alcune informazioni all’interno di momenti di gioco ed io per prima ne traggo entusiasmo come per trasmettere loro la bellezza dell’imparare cose nuove. La passione ignora anche l’età e quando non sei più giovane, anzi, ma sai che anche nel nostro paese si fa pressante l’esigenza, per molti stranieri che vivono in mezzo a noi, di imparare la lingua italiana, primo strumento per una reale inclusione, non puoi non rispondere che ci sei. Un altro tratto di strada, dolorosamente interrotto in questi mesi tremendi, un cammino di relazioni prima di tutto, di conoscenza di mondi diversi, di storie importanti, talvolta dolorose, ma anche di nuovi insegnamenti ed apprendimenti. Ho visto in questi nostri studenti, pur nella diversità del loro modo di vivere e delle loro culture, quel desiderio di imparare che ricordo di aver visto nei miei piccoli scolari di tanti anni fa e la gioia di sentirsi accolti, in quei locali del Centro Civico, mentre donne generose accudiscono i loro piccoli. La scuola di italiano per stranieri riprenderà, non appena sarà possibile e se Dio vorrà la mia “passione” avrà ancora modo di trovare sbocchi. Regina

Lettera aperta al Covid

Caro Covid-19, che in questi mesi hai deciso di metterci duramente alla prova, non hai fatto i conti con la nostra piccola Comunità di Ponzate, che proprio nelle difficoltà dimostra tenacia, fantasia e Fede. Grazie alla tua prepotenza la chiesa è stata chiusa impedendo fondamentali momenti di condivisione e preghiera. Certo, con le nuove tecnologie le distanze non esistono più, lo sappiamo; sappiamo anche che nulla può sostituire la presenza fisica e lo sguardo di persona. Pensavi di scoraggiarci e allontanarci gli uni dagli altri e in effetti siamo stati sull’orlo del precipizio, pronti a cadere, ma non siamo caduti. Dopo i primi momenti di inevitabile smarrimento, una telefonata, un messaggio, una mail, un incontro, seppur distanziato, mascherato, igienizzato, ci hanno ridato slancio e fiducia, certi che dopo la tempesta il sereno arriva sempre. Ognuno di noi nella propria casa, piccola chiesa domestica, ha partecipato alla Santa Messa; nel tempo di Quaresima aver utilizzato lo stesso sussidio diocesano ci ha permesso di seguire la stessa direzione; il sognare di tornare presto di persona nella nostra Chiesa ci ha incoraggiati a non perdere la fiducia. Poi, caro Covid, è arrivata l’estate e pensavamo che anche tu te ne fossi tornato da dove eri venuto, invece ci stavi imbrogliando con la tua calma apparente. Che bella la chiesa aperta, le celebrazioni in presenza; il sagrato squillante di voci di bambini festosi... Ed ora, caro Covid, ancora insisti con la tua inopportuna e prepotente presenza. Ci stai mettendo nuovamente in difficoltà! Ma non cantare vittoria, perché per noi, sempre e comunque: “OGNI GIORNO È UNA NUOVA VITA” (A. Schopenauer) . Amici dell’oratorio di Ponzate Il Paese 35

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realtà del territorio Due interviste non consuete Premessa Per caso ho scoperto la grande stima e il gran rispetto che legano due persone che anch’io conosco: il signor Giannino Di Giandomenico, pastore della Chiesa cristiana evangelica pentecostale e mio vicino di casa, e don Giorgio Cristiani, sacerdote cattolico e nostro parroco di Tavernerio, Solzago e Ponzate. Ho fatto una piccola chiacchierata con entrambi ed ecco cosa ne è venuto fuori. Intervista a Giannino Di Giandomenico Giannino abita a Tavernerio da circa 22 anni; è abruzzese, originario di Chieti, negli anni ‘60 si è trasferito a Busto Arsizio e successivamente a Lipomo, dove ha lavorato all’Esselunga e nel contempo ha frequentato la scuola di ragioneria serale che gli ha poi permesso di diplomarsi e di accedere ad un posto in banca, ora è in pensione. È sposato con Antonietta, ha due figlie, è nonno di due bellissimi nipoti e considera i suoi generi “come i figli maschi che non ha mai avuto”. Fin da bambino, grazie anche alla frequentazione di un collegio tenuto da suore, ha sempre sentito Gesù presente nella sua vita, come ha sempre sentito molto vicino Dio Padre, dopo che il suo papà purtroppo l’ha lasciato orfano all’età di 5 anni. A 13 anni va a trovare due fratelli e una sorella emigrati in Francia e rimane per un lungo periodo con loro, è lì che per la prima volta si avvicina alla chiesa evangelica. Poi ritorna in Italia e riprende la sua vita di sempre, ma a 21 anni avviene qualcosa di straordinario. Su suggerimento della madre, Giannino partecipa a un ritiro spirituale. Durante una funzione, arriva il momento di inginocchiarsi e appena lui lo fa, ha una rivelazione e il Signore entra nella sua vita in modo assoluto. A Lugano frequenta una scuola biblica con entusiasmo e alto profitto, divenendo poi a sua volta insegnante. Conosce Antonietta, che diventerà sua moglie e che già frequenta la comunità evangelica di Como. Il suo pastorato comincia 20 anni fa, quando il pastore di allora va in pensione e gli cede il posto. Del suo ruolo di pastore Giannino ama soprattutto la condivisione, il rapporto di amicizia e fratellanza che si crea con i fedeli, nel contempo sente molto forte la responsabilità spirituale davanti a Dio di dover indirizzare bene le persone che lo ascoltano, “mente aperta ma con serietà” mi dice. 36 Il Paese il paese18.indd 36

Gli domando: “Come si prepara ai suoi sermoni domenicali?” E lui mi risponde: “Chiedo al Signore: Signore cosa vuoi dire tu alla comunità attraverso di me? E mi metto in attesa, preparandomi con preghiere e lettura della Bibbia, per la quale ho una vera passione. Mi piace studiarla ed approfondirla, ma prendo spunti anche dall’attualità. Ho imparato ad usare Power Point sul computer, che mi permette di preparare delle diapositive con i punti salienti del discorso e che proietto e condivido con i fedeli. Siamo una comunità molto piccola, tutto si svolge con grande familiarità.” Poi domando: “In quanto comunità religiosa, come avete vissuto e vivete l’emergenza sanitaria Covid? ” Giannino risponde: “Quando ci vedevamo eravamo abituati a salutarci con abbracci e baci, ma da tempo non lo possiamo più fare e questo ci manca molto; in molte persone l’emergenza ha evidenziato fragilità e debolezze inaspettate, molti chiedono aiuto non solo a livello economico, ma anche a livello spirituale, comunque le difficoltà ci hanno unito ancora di più, ci facciamo coraggio l’un l’altro, aspettando il tempo della rinascita.” Chiedo a Giannino un ultimo pensiero sul Natale: “Si pensa troppo ai regali, rischiamo di perdere di vista il vero protagonista del Natale, Gesù, che nasce, da bambinello cresce e si sacrifica per noi sulla croce, dobbiamo riscoprire il vero senso della fede. Francesco d’Assisi diceva: Predicate il vangelo e qualche volta ditelo. Il Vangelo dobbiamo soprattutto viverlo! Non è facile, lo so, ma Gesù è nostro amico, è sempre accanto a noi e non ci abbandona.” Preghiera: Signore, ricordaci che se siamo qui è per tua volontà e che tuo Figlio ha dato la sua vita per noi. Ti vogliamo pregare per rinnovare in noi Gesù, tuo Figlio. Dacci forza, sapienza e amore nel tuo Nome. Amen Sabrina Mantegazza

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Intervista a don Giorgio Cristiani Don Giorgio sente “la chiamata del Signore” molto presto. Già all’età di undici anni, entra nel Seminario Vescovile di Como dove compie tutti i suoi studi: scuole medie, liceo classico e cinque anni di teologia. Nel corso degli anni di preparazione al sacerdozio ha verificato, ripensato e fortificato la sua vocazione. Viene ordinato prete nel Duomo di Como il 24/6/78, da mons. Ferraroni, insieme a don Daniele, don Marco e don Giuseppe. Passa cinque anni come vicario a Cermenate, nove anni a Lipomo, 16 anni a Bizzarone e 9 anni a Como presso la parrocchia di Sant’Agata, è qui a Tavernerio da quasi tre anni. Del suo ruolo di sacerdote don Giorgio ama soprattutto il contatto con le persone, il dialogo, il confronto. Farebbe decisamente a meno di occuparsi della parte burocratica e amministrativa, ma tra i molteplici compiti di un parroco c’è anche questo. Gli domando: “Come si prepara ai suoi sermoni domenicali?” E lui mi risponde: “Nel corso dei miei quarantadue anni di messa ho conservato materiale vario da me scritto domenica per domenica, articoli, libri, ma la mia vera fonte d’ispirazione sono sempre stati gli scritti di don Bruno Maggioni, da poco scomparso. Parto sempre da una buona comprensione delle letture domenicali specifiche e cerco di attualizzare e concretizzare il messaggio originale del Vangelo.” Poi domando: “In quanto comunità religiosa, come avete vissuto e vivete l’emergenza sanitaria Covid? ” Don Giorgio risponde: “La paura e l’incertezza sono grandi. Le persone chiedono consigli o semplicemente di essere ascoltate rassicurate. La maggior sofferenza la vedo nelle persone anziane, che molto spesso vivono sole. In via precauzionale ho sospeso le visite settimanali che facevo loro, ma sentirle per telefono non è la stessa cosa. Hanno proprio la necessità che qualcuno le vada a trovare, anche solo per condividere due chiacchiere e un caffè. La presenza fisica, uno davanti all’altro, trasmette, attraverso i gesti e gli sguardi, l’umanità e il calore reciproco, a distanza tutto questo viene a mancare. E poi ci sono i giovani che in questi mesi non sono riuscito a contattare e che tanto hanno fatto in oratorio negli anni precedenti, spero proprio di poterli incontrare e con loro avere uno scambio di esperienze e di opinioni.” Chiedo a don Giorgio un ultimo pensiero sul Natale: “Non so quale situazione ci sarà a Natale, se e come sarà possibile effettuare celebrazioni in presenza, certamente sarà un Natale all’insegna dell’essenzialità. Il mio pensiero va alle famiglie, soprattutto quelle con bambini ed anziani. Sarà un Natale da celebrare soprattutto all’interno delle proprie case. Tutti intorno alla tavola, dobbiamo imparare o reimparare a pregare insieme, a condividere il vero senso del Natale: Gesù è nato quella notte a Betlemme e si è fatto come noi, dobbiamo essergli grati, cercare di comprendere e fare nostro il suo messaggio d’amore”.

Preghiera: Caro Gesù, eccoci qui, in questo Natale siamo ancora uno di fronte all’altro. Tu ti presenti a me e a tutti come un bambino povero, e io come un prete cattolico un po’ vecchiotto e ancora molto lontano dal tuo esempio di amore e di semplicità. Ti parlo da bambino, mi vergognerei se ti facessi discorsi complicati e ricercati: penso di volerti bene, ma so che questo non basta, tu mi dici, come dicesti a San Martino: “Taglia, taglia, dona, dona”, ma io ho difficoltà ad andare oltre i buoni propositi. Ti ringrazio con tutto il cuore perché non ti sei ancora stancato di me e so che mi aspetti con pazienza sulla via della mia conversione. La tua bontà mi consola e mi dona tanta dolcezza. Tu, così piccolo e così grande. Sabrina Mantegazza

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realtà del territorio

Sono io, Marianna

Eccomi, questa sono io. Ho studiato all’Accademia “Aldo Galli” di Como e ho subito iniziato a lavorare come restauratrice e decoratrice in giro per tutto il Nord Italia. Già, sono stata per anni una vera zingara fra cantieri e ponteggi, moltissimi a Como, città che amo davvero molto... Il Monumento ai Caduti del Terragni, l’inaugurazione e le visite guidate del chiostro di S. Abbondio con la presenza di Formigoni... e tanti altri... ma non ho fatto solo restauro, ora sono anche doratrice e amo ancora di più questa professione, la ad-oro letteralmente!

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Sono sposata con un ingegnere fantastico e sono mamma di una teppina di 7 anni, Vittoria, e vivo a Tavernerio, in questo bel paese ricco di verde e boschi... Amo i colori, dipingere ad olio, lavorare con la foglia oro, pasticciare, creare... Ho perso il mio primo bambino, Paolo, per Hellp Syndrome, che ero di 22 settimane. Questo mi ha avvicinato alla pittura in maniera più profonda, quasi viscerale, infatti un quadro l’ho dedicato a lui, “Butterfly”. Arte come morte, ma anche rinascita, trasformazione, spiritualità, quella che mi dà lo stare a contatto con la natura e capire profondamente le persone... chi mi conosce sa che vado oltre quello che si vede inizialmente. Magari sembrerò come questo articolo, con disegni e fantasia, un po’ “figlia dei fiori”, come recentemente mi è stato detto, ma poi scoprirai che sono altro. Mi piace pensare che l’arte sia un ponte tra il nostro spirito e dimensioni più alte e che la costanza mi farà elevare verso mondi sottili, che solo la mia anima potrà vedere. Amo scrivere e credo che anche questa sia un’espressione di quello che sono veramente. Recentemente, ho pubblicato un articolo su un magazine di istagram la @gazette.du.bonton su Ezio Bosso insieme ad una mia illustrazione. Ogni tanto mi sfiora il desiderio insano di vivere come un eremita in un bosco, lontano da tutti, da sola e dipingere, ma passa in un attimo quando la mia piccolina mi viene incontro. Amo dipingere la natura, ma anche ogni cosa che attrae il mio cuore... eccomi, questa sono io... Marianna

Poesia de Natal 2020 Quest’ann el me presepi l’è lì che ‘l me fa pena Ul bo e anca l’asnin ‘i hann metüü in quarantena, Maria e San Giusepp cun sü la mascherina hinn ‘drée a nettà la grotta cun l’acqua e candeggina. Butegh e Osterii hinn lí tücc sarà sü, Ul coro d’i Angiolett fa cito, al canta pü, E quell cun la zampogna al pò minga sunà nient Parchè se no ‘l spantéga el virus in del vent. Ai pegur e ai pastor g’hann diì de restà a cà, Giretto autorizzato se ul can al g’ha de pissà, Ma andà a spass per Betlemm l’è föra discussionn Per tücc quei che gh’ann minga la certificazion. Metà di statuett in a lett con el febron, L’altra metà lì in fila che aspettan ul tampon... E düü suldaa roman a vusen per la strada: “Stii a cà perchè andà in gir a l’è una gran vacada!” Ul Bambinell al guarda, al diss: “Che confusion, Un di l’è zona gialda e un alter arancion...” Ma quando i tri Re Magi prövan a fass vedè Scatta la Zona Rossa e tücc föra di pée. Anonimo comasco

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NUMERI UTILI Uffici comunali 031.42.12.23 Ufficio Anagrafe int. 1 Area Affari Generali int.3 Area Finanziaria Tributaria int. 4 Area Sociale int.5 Manutentiva Lavori pubbliciint. 2 Area Tecnica Urbanistica Edilizia Privata Biblioteca 031.42.81.68 Polizia Locale 031.33.54.340-338.70.16.154 Protezione Civile int. 2 Segretario Comunale int. 3 Le Sante Messe Tavernerio Sabato 17.30 Domenica 8.30 – 10.30 – 17.30 Solzago Sabato 18.00 Domenica 11.00 Ponzate Sabato 17.00 Domenica 10.00 Padri Saveriani Domenica 7.30 – 9.00 Polo Sanitario Causa emergenza Covid-19, si consiglia di contattare prima il medico per eventuali cambi di orario. Punto Prilievi Per i prelievi è obbligatoria la prenotazione al num. 800638638 o da cellulare al num. 02/999599 Segreteria ambulatori Lunedì 8.30-11.30, Martedì 8.309.45, Mercoledì 17.00-18.30, Giovedì 8.30-9.45 e 16.00-18.00, Venerdì 8.30-9.45 Dott. Gatti Lunedì 8.30-12.30, Martedì 14.30-18.45, Mercoledì 8.3012.00, Giovedì 14.30-18.45, Venerdì 8.30-12.00. su app. Dott. Micieli Lunedì pomeriggio fino alle 19.00, Martedì dalle 8.00, Mercoledì pomeriggio fino alle 19.00, Giovedì mattino dalle 8.00, Venerdì matt.dalle 8.00. su app. Dott. Benzi Lunedì e Mercoledì 14.00-17.00 Martedì, Giovedì e Venerdì 10.00-13.00. Dott. Spagnoli Martedì 17.00-19.00 Venerdì 10.00-13.00 Dott. Maria Cristina Cristini Ambulatorio Via Risorgimento 2 Tavernerio Lunedì, Martedì e Giovedì: 10.00-13.00 Mercoledì: 17.00 -19.00 Venerdì: 14.00-17.00 Cellulare 3386529401 Dott. Incerrano Ambulatorio di Ponzate Mercoledì 15.00-17.00 su app. Venerdì 9.00-11.00 su app. Ambulatorio di Tavernerio Martedì 9.00-11.00 su app. Per appuntamenti telefonare dalle 9.00 alle 10.30 oppure dalle 15.00 alle 17.00 al numero 3714321127

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ANNO IX - NUMERO 18 - DICEMBRE 2020 by Redazione ilPaese - Issuu